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Ezio Raimondi

Il documento tratta di un libro di Ezio Raimondi che analizza la letteratura del XX secolo. Raimondi discute di vari autori e opere letterarie per interpretare le forze culturali ereditate dal XX secolo e applicabili al XXI secolo. Vengono affrontati temi come la forma della storia, lo sguardo della letteratura sulla realtà e le trame del moderno.

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Ezio Raimondi

Il documento tratta di un libro di Ezio Raimondi che analizza la letteratura del XX secolo. Raimondi discute di vari autori e opere letterarie per interpretare le forze culturali ereditate dal XX secolo e applicabili al XXI secolo. Vengono affrontati temi come la forma della storia, lo sguardo della letteratura sulla realtà e le trame del moderno.

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Novecento e dopo: considerazioni su un secolo di

letteratura
Pubblicazione: 2003
Di Ezio Raimondi: (Lizzano in Belvedere, 22 marzo 1924 – Bologna, 18
marzo 2014) è stato un filologo, saggista, critico letterario italiano e professore di
letteratura italiana all’università di Bologna

Premessa
Obiettivi: Raimondi tenta di dare un senso al 20esimo secolo interrogandosi su
cosa è accaduto e su quali forze sono state ereditate dalla società contemporanea,
quindi al 21 esimo secolo, forze passate declinate in un tempo e uno spazio
diverso. Nella premessa parla di ‘profetizzare il passato’ poiché quest’ultimo non è
fatto soltanto di ciò che si è realizzato ma di possibilità rimaste inevase e per
questo facenti parte del nostro futuro. Il testo letterario del passato può avere un
valore profetico perché un testo è aperto a contesti sempre rinnovati in quanto si
offre a nuovi lettori, i quali sono i mediatori tra una vita nuova e una vite antica
 il testo viene interrogato con ‘l’ansia del presente’.
Capitolo 2 - La forma della storia
Quello che fuoriesce dalla lettura del libro di Raimondi è una grande verità, non
solo riguardo al 900, ma riguardo al mondo ai noi contemporaneo, perché
sappiamo che la storia si ripete e spesso l’uomo ricade nei suoi terribili sbagli.
Un libro di grande verità perché dicendo che la letteratura di primo 900’ ha già
scoperto che la storia è luogo, talvolta non del progresso, ma del disordine e la
speranza storica è solo illusione davanti alle forze minacciose che covano in
segreto dell’uomo, Raimondi non sta parlando solo del 20esimo secolo, ma lo
possiamo declinare anche ai nostri giorni. Fa l’esempio di Osip Mandel’stam,
poeta russo vittima della Grandi purghe1 di Stalin, nel 1923 scrisse una poesia
drammatica in cui parla alla tragicità del suo secolo, chiamandolo ‘mia belva’ o
dicendo ancora, parlando al plurale senza dare un soggetto alla frase: ‘hanno
immolato ancora una volta il cranio della vita’, parlando in modo profetico sugli
eventi terribili che avverranno negli anni a venire (Grandi purghe, II guerra
mondiale).
La forma della storia  La letteratura del 900 è fatta di segmenti discontinui e
non ha una linearità cronologica  la forma è disordinata e caotica ma attraverso
la parola letteraria si vuol dare un ordine. Questo si può capire con:
 Pavel Florenskij, prete ortodosso e scienziato russo (morì in un gulag2), con
Il valore magico della parola (epistolario) allude alla funzione rivelatrice

1
Furono una vasta repressione avvenuta nell'URSS nella seconda metà degli anni trenta, voluta e
diretta da Stalin dopo l'omicidio di Sergej Kirov, politico vicino a Stalin e importante dirigente
del partito a Leningrado, per epurare il partito comunista da presunti cospiratori[3]. Il periodo è
ricordato anche come Grande Terrore
2
Campo di lavoro forzato usato per la repressione per gli oppositori politici dell’Unione Sovietica
durante il governo di Stalin
della verità posseduta dalla parola  la parola letteraria, nel momento in
cui tutela l’umano dall’inumano, dà la possibilità di trovare un senso al
caos e questa è l’operazione magica. Affinché essa acquisisca questa
capacità però occorre che qualcuno si dedichi ad essa mettendo in gioco la
storia e il destino personale. Quindi essa ha un’altra funzione quella di
riconduce l’uomo alla sua natura  è un’accezione ben diversa, ci dice R,
rispetto a quella abituale: la parola si lega al corpo umano, alla sua
esperienza e quindi ha un carattere di marcata fisicità  solo così essa sarà
capace di ricondurre gli uomini stessi alla loro naturalità e a manifestare
tutta la sua forza. In questo consiste il potere della parola che allora può
stabilire rapporti anziché cancellarli e aprire nuove strade in un’ottica di
progresso in positivo.

Capitolo 1 – Il panorama del XX secolo


[Link] voci  tratta di 3 studiosi: Calvino, Eric Hobsbawn, Elias Canetti, ognuno
scelto da R per trattare un determinato aspetto. Calvino si interroga sull’universo
della letteratura lasciando in secondo piano la storia, per questo Raimondi, dopo
il romanziere, cita lo storico Hobsbawn.
Nel 1985, poco prima di morire, Italo Calvino affidava alle Lezioni Americane la
sua riflessione sull’importanza della letteratura  secondo Calvino: ‘nonostante vi
fossero i nuovi linguaggi dell’età tecnologica vi sono cose che solo la letteratura
può esprimere’. Sempre in quest’opera propone un’immagine problematica del
900’: è il tempo della complessità delle narrazioni, della pluralità indeterminata
degli sguardi sul mondo, del problema del self, quindi dell’io: lo statuto unitario
dell’io entra in crisi  l’individuo scopre se stesso e addirittura esce da se stesso
fino a dare voce al linguaggio non verbale relativo a quello degli animali, infatti
l’opera si conclude con un richiamo alla metamorfosi di Ovidio.
Nel 1995, con il libro Secolo breve, presenta il 20esimo secolo come tragico e
maligno di eccidi ed epifanie (manifestazioni) mostruose perché caratterizzato da
risvolti laceranti come il duplice conflitto mondiale e quindi la cosiddetta Guerra
dei Trent’anni (1914-1945) conclusa con l’apocalisse nucleare  x questo la
storia del 900 non è stata gloriosa anzi si porta con sé una nota di mestizia
(tristezza)  è un secolo che non è finito bene. Ma parla anche di letteratura con
uno sguardo agli anni intorno al 1950: anni che hanno visto la fine
dell’avanguardia e del modernismo sancendo la crisi irreversibile della centralità
culturale europea con l’irruzione di una realtà multiculturale  per questo
Raimondi utilizza l’espressione ‘da Parigi a NY’ per far capire che ci troviamo in
un mondo globalizzato in cui vi è un incrocio di varie tradizioni.
La terza figura, Elias Canetti3, ci serve perché ha interpretato nel senso più
profondo quelle che erano le matrici iniziali del secolo portandole a una nuova

3
Elias Canetti (Ruse, 25 luglio 1905 – Zurigo, 14 agosto 1994) è stato
uno scrittore, saggista e aforista bulgaro naturalizzato britannico, di lingua tedesca, insignito
del Nobel per la letteratura nel 1981
coscienza critica. Il secolo era iniziato bene con la seconda rivoluzione
industriale4 (1850-1914)  Raimondi parla di celebrazione della tecnica ma poi
lascia un’amarezza attraverso una precisa espressione: ‘miraggio della meccanica’
 dunque, tutte quegli sviluppi tecnologici dell’uomo, all’inizio de secolo, sono
vani se nel corso del tempo vengono usati per uccidere la specie umana (si pensi
alla bomba atomica). Canetti ha sperimentato che cultura e barbarie sono
indissolubilmente legate: più si tenta di dare un volto luminoso alla prima, più si
deve guardare l’oscurità della seconda.
 2. Lo sguardo della letteratura  Riguardo questa dicotomia luce/buio
possiamo collegare il concetto di R secondo cui la parola letteraria del 900 è
come se fosse posseduta da uno sguardo ossessivamente duplice: l’epifania
della realtà è simultaneamente orribile eppure affascinante. Questa
compresenza paradossale ha come radici la cultura della seconda metà del
700 perché proprio in quegli anni si afferma una nuova sensibilità del bello
traumatico, del dilettoso orrore. Dunque il reale non è più costituito di
entità definite e quindi è difficilmente analizzabile: la luce è sempre
insidiata dal caos. R riporta un esempio quello dell’opera Cuore di tenebra
di Joseph Conrad5 (1902), libro che racconta una ricerca verso il mistero
dell’esistenza, una ricerca che ha come epilogo la tragicità di cui è
esponente Kurz. Trama: il protagonista Marlow, un marinaio, fu inviato in
Congo per cercare un personaggio misterioso Kurz, una figura ambigua: da
un lato, potenzialmente potrebbe essere un superuomo dalla visione eroica
(così come pensa la moglie), ma infondo affarista senza scrupoli. Nel
momento in cui Marlow lo trova, Kurz è in punto di morte  le sue ultime
parole saranno: ‘L’orrore, l’orrore’, espressione rivelatrice in quanto allude
alla regione buia infondo ognuno di noi. Quando Marlow tornerà in Europa
racconteràalla moglie del defunto, mentendo, che le ultime parole di Kurz
sono state il nome dell’amata  è proprio qui la cifra rivelatrice della parola
letteraria del 900: è una parola di dar voce a una compresenza conflittuale
di verità, facendo coesistere significati inconciliabili perché la bellezza della
letteratura rimane inseparabile dall’orrore.
 [lo sguardo della letteratura è realistico, la realtà si costruisce attraverso la
parola e attraverso la parola possiamo addirittura scorgere il significato più
profondo della realtà. Un testo in cui la letteratura interpreta il dinamismo
della realtà nelle sue trasformazioni è proprio quello citato di Conrad].

Capitolo 2 – Le trame del moderno


L’immagine del vero  il rischio nel mondo delle immagini speculari, quindi
di quelle immagini che lo scrittore vuole far prendere forma nella mente dei
lettori, è di smarrire il senso del reale. Bisogna quindi mantenere una
4
Si va da sviluppi in campo scientifico e tecnologico e sulla potenza industriale e capitalistica,
rafforzato in seguito alla scoperta di nuove fonti di energia, come il petrolio e l'elettricità,
all'utilizzo di nuovi sistemi di comunicazione e di trasporto, al dominio incontrastato
del commercio mondiale
5
è stato uno scrittore e navigatore polacco naturalizzato britannico
responsabilità critica. R parla di questo concetto a proposito della Trilogia del
nord (1957) di uno scrittore e medico francese Louis-Ferdinand Céline. L’evento
doloroso sembra tradursi in uno spettacolo caratterizzato da parossistico
(esasperato dalla violenza) divertissement; si parla di teatralità iconica in quanto
la brutalità viene mistificata (alterata, resa falsa). R riporta uno stralcio di testo in
cui si nota la sintassi sussultante ed esclamativa: ‘’Che cos’è che vogliono populo
e l’élite? Il circo! Esecuzioni sgocciolanti […] mica più mezzecalze di seta‘’.
I romanzi della trilogia hanno fissato con molta intensità e in chiave
estremamente tragica (così da poter rievocare drammaturghi come Racine ed
Eschilo) i momenti capitali del ventesimo secolo  si racconta della realtà
sconvolta dei bombardamenti, del razzismo antisemita, della Francia
collaborazionista6. C’è anche da metter in conto che vi sono i nuovi linguaggi
documentari della fotografia e dei film creati dall’avvento dei mezzi di
comunicazione ma questi strumenti con le loro tecniche di inquadratura e di
taglio compositivo, rischiano di mancare di densità, cioè non riusciranno a
tramandare ai posteri gli eventi tragici, con la stessa forza della letteratura. Si
parla quindi di ipernaturalismo lirico perché lo scrittore porta in scena una
rappresentazione quanto più possibile fedele della realtà, fino a sostituire la
fotografia o il disegno; lirico perché l’io narrante si ritrova nella scena di
distruzione e la narrazione si costruisce e prosegue attraverso esso.
L’orizzonte del libro  il 900 è il secolo, oltre che dei conflitti mondiali e delle
dittature, anche dell’inizio di un mondo diverso. Davanti a tutto ciò, la lettura
non è più solo una questione di gusto ma è responsabilità, è questo uno degli
orizzonti del libro. Nel periodo del primo dopoguerra comincia ad essere
d’impatto Letteratura europea e Medio evo latino di Ernst Curtius (saggista
tedesco, 1886-1956), un libro che cominciò a disegnare un orizzonte più ampio.
Trasforma il concetto tradizionale di topos  cercava dei principi regolatori per la
realtà storica a lui contemporanea e per questo si rivolse alla teoria delle forme 
premettiamo che nella tradizione letteraria vi è una cristallizzazione di valori, di
forme, di topoi, quindi di motivi ricorrenti, i quali sono sempre riplasmabili e si
rivelano come immagini interpretative dell’uomo e dell’universo  in questo senso
Curtius cerca di delineare una morfologia della tradizione letteraria.
Da qui cominciò ad affiorare una concezione: la letteratura nazionale aveva
bisogno di altri termini, di una prospettiva più ampia  C sosteneva la necessità
di uscire dagli ambiti ristretti di ciò che chiamiamo la letteratura di una lingua,
per introdurre un dialogo più ampio ripristinando l’importanza della memoria alla
ricerca di elementi che, nel momento stesso in cui davano posto all’individualità,
ne scoprivano anche i contesti, le presenze profonde. Nel confronto con Auerbach
si capisce meglio il concetto. Mentre per Curtius, la tradizione è un insieme di
memorie del passato omogeneo, per Auerbach essa è fatta di diversità, di conflitti
senza la quale non ci sarebbe dialogo; infatti il nostro spiritico critico è chiamato
proprio alla responsabilità di dare una risposta  ogni tradizione e ogni testo
attraverso il confronto sa diventare anche altro, pur restando se stesso. L’intento

6
Con l'espressione collaborazionismo in Francia si intende descrivere tutte le attività di
supporto e cooperazione che la Repubblica francese di Vichy mise in atto tra il 1940 e
il 1944 nei confronti del Terzo Reich che aveva saputo muoversi bene verso occidente.
di Curtius, comunque sia, non è irrilevante perché egli voleva introdurre la
prospettiva ermeneutica  quindi il problema dell'interpretazione dei testi. Il
testo produce uno sciame di risonanze, per usare un’espressione di Mandel’stam
 nell’atto della lettura il testo si confronta con altri spazi sia storico-geografici
sia esistenziali in quella fusione di orizzonti. Il testo scritto non è solamente un
elemento del passato ma contiene uno sguardo su ciò che per noi è invisibile; è
una via per ‘’ l’altro ‘’.
A proposito di interpretazione dei testi  sulla stessa linea collochiamo Erich
Auerbach, un altro critico della stessa generazione di C che nel 1952, il suo
testamento intellettuale Filologia della Weltliteratur  riconoscendo che le storie
nazionali non potevano più bastare ma dovevano integrarsi con un orizzonte più
ampio. La disciplina in grado di leggere questi nuovi orizzonti è la filologia, come
si capisce dal titolo. Essa è la scienza del testo e dei suoi contesti con la sua forza
interpretativa; deve sempre affiancare alla formulazione delle ipotesi, la
concretezza della realtà dei testi. Con essa si riesce a costruire una mappa mai
chiusa e statica ma dinamica tesa all’esplorazione.

La rete del romanzo  Raimondi parla di ‘apologia (esaltazione) del romanzo


come grande rete’ in quanto il compito del romanziere è quello di ricercare le
connessioni fra fatti, uomini e la loro complessità. Il romanzo ha al suo interno
una realtà plurima infatti essa è come un labirinto e la letteratura attua delle
analisi gnoseologiche (verifica delle forme e dei limiti dell'attività conoscitiva
umana) su essa. Nel 1924 Carlo Emilio Gadda, trentenne scrittore lombardo
allora, elaborava il suo primo esperimento romanzesco. Metteva di continuo in
discussione lo statuto della letteratura mostrandosi così più sensibile di altri
scrittori della medesima epoca alle sollecitazioni che il ventesimo secolo imponeva
al testo. Nel Racconto italiano di ignoto del 900 si sofferma sulla difficoltà di
raccontare la trama complessa della realtà osservando che la maggiore difficoltà
sta nel legare tra loro i personaggi. Il personaggio non è concepibile come entità a
sé stante ma si definisce nella propria individualità concreta come sistema di
rapporti con gli altri personaggi. La volontà di voler dare un senso al racconto fa
sì che Gadda si basi su un’ipotesi ordinatrice ma su questa incombe di continuo
la minaccia della dissoluzione. Chi cerca di risolvere la fitta rete di combinazioni
del reale si trova immerso nel flusso disordinato della vita stessa. A tal proposito
Raimondi cita Alfred Weber: per interpretare il disordine di un presente distrutto
dai fallimenti del passato prima della ricerca del senso, occorre un’empiria
(attività pratica) a stretto contatto con le cose. Per cercare un’unità narrativa
quindi lo sguardo va collocato in basso non in alto attraverso un punto di vista
organizzatore della rappresentazione complessa e un rovesciamento carnevalesco,
da dove poter guardare le cose con ironia. Gadda si muove per questa strada: tra
ironia e guazzabuglio. Per quanto riguarda la condotta stilistica 
pluridiscorsività (molteplicità di voci), espressività, concretezza degli usi lessicali:
la parola è sempre il parlato di qualcuno, metonimica di una realtà umana che
rimanda ad altre realtà umane: ed è proprio questa sua dialogicità che realizza la
propensione al molteplice. È un’operazione contraria a D’annunzio: lui nel
dizionario vede l’unità suprema della lingua annullando i parlanti, invece Gadda
relaziona i termini del dizionario a possibili parlanti, ponendo agli usi linguistici
effettivi della comunità.
Capitolo 3 - Dopo la modernità
Al concetto di modernità è connaturato la nozione di soggettività. Più c’è soggettività più
l’opera letteraria si apre alla situazione storica  la parola letteraria del 900 si porta con
sé la storia del tempo. ESEMPIO  Nelly Sachs, scrittrice tedesca naturalizzata svedese,
parla di una ‘ripida roccia dell’orrore’  alludendo al terrore di Auschwitz  è una parola
che si trasforma in voce della storia: quella dei corpi torturati.
Alla base della nuova poesia e del nuovo romanzo vi sta il problema del soggetto che si
vuole dinamico, in mutamento continuo con il bisogno di essere interpretato nella sua
drammatici e nello spazio reattivo dei rapporti sociali.
Speranza nella parola letteraria  R cerca di delineare i lineamenti di queste vicende
della modernità per fissarle in un contesto ampio. Utile a tal fine è Octavio Paz, saggista
d’intrepida passione civile  egli afferma che non si può parlare di letteratura del 900
senza le radici del moderno fra sette e 800  qui l’istanza critica della razionalità
illuministica si incrocia con il proposito di esplorare i limiti della ragione del
romanticismo  in questa congiuntura, spiega Paz, l’idea di un progresso continuo
compenetra la prassi letteraria  sin dall’800 la letteratura si prefigge un’azione
rivoluzionaria capace di intervenire nella storia. In quest’ottica, quindi si inoltrano da un
lato nell’esplorazione lirica della soggettività dall’altro sperimentano la possibilità di
rappresentare la verità dell’uomo nella dimensione problematica delle relazioni
intersoggettive in concorrenza con la nuova scienza della società.
Sfiducia  Con le avanguardie protonovecentesche (le prime) e quindi con il
modernismo, fra otto e 900 la parola poetica porta avanti il destino dell’uomo nello
sfondo cupo della folla, della miseria e erranza (un uomo che si trova sempre più a
stretto contatto con la modernizzazione economica e tecnologica tra i conflitti che
annunciano società di massa), cercando di rivoluzionare la storia con la letteratura. Ma
questo impulso sembra esaurirsi quando giunge al tramonto la visione della storia come
progresso unitario e continuo: la letteratura del ventesimo secolo ha sempre saputo, dice
R, che non è possibile accostarsi alla storia senza interrogarsi sulle zone buie che di
continuo vi sono nella realtà  quindi questa propensione a cambiare la storia è molto
complessa, se quasi impossibile dato che l’uomo ritorna sempre sui suoi sbagli e data la
sfiducia nel progresso. Il modernismo entra in crisi perché si esaurisce la fiducia nella
razionalità, nel progresso insito anche nella parola poetica, che di fronte a questa
sfiducia si fa fragile e non abbastanza forte per affrontare il morso del reale.
Raimondi parla di pluralismo (moltiplicazione di fenomeni diversi) in una civiltà vi sono
tradizioni diverse che entrano in rapporto fra loro  le tradizioni, e quindi la cultura è
quella humanitas che fa da ponte tra gli uomini. Tutte le ipotesi totalizzanti (ovvero
rinvenire a una verità ultima dell’uomo) sono venute meno dato che l’interpretazione di
ciò che è l’uomo chiede collaborazioni complesse. Il pluralismo deve essere la scelta
responsabile di entrare nelle diverse realtà del nostro presente per partecipare alla
costruzione della verità. Se il ventesimo secolo ha distrutto nozioni, certezza al punto che
la nostra condizione attuale è accostata a dei nomadi per ritrovare una casa e rifondare
le ragioni più generali il primo passo è tornare a credere all’homo loquens. Claude
Hagege, nel suo L’uomo di parole, ha chiamato l’homo loquens, l’uomo dialogale quello
che parla con l’altro, cerca di capirlo e di rendersi conto in ciò che è diverso  la cui
retorica non è strumento di fascinazione o possesso ma è efficace e convinta ricerca di
verità  nella consapevolezza della propria imperfezione continua a credere che vi sia
una parola profonda capace di illuminare qualche cosa nelle difficoltà dell’uomo. È
l’uomo che sa dire di no  quindi sa entrare in contrasto con un altro soggetto  in
questo modo il pluralismo si rivela elemento di tensione, conflitto  da qui il venire meno
delle prospettive totalizzanti  nel mondo non c’è solo una direzione. Il mondo del resto è
vivo se si porta dietro un’inquietudine, che si è detta caratteristica della modernità,
scaturita dal confronto: se ognuno cammina per la propria strada non si notato le altre.
La sensazione di essere giunti alla fine della storia può sorgere quando non si crede alla
positività dei conflitti. Non bisogna dimenticare a rispettare l’altro per integrarlo nella
storia parte insopprimibile della nostra stessa umanità. Quando Calvino nelle Lezioni
americane dice che siamo un insieme di citazioni, si riferisce al fatto che possiamo essere
noi solo attraverso il molteplice, non come forma originale ma forma costruita che si
evolve storicamente, R sfata così il mito dell’individualità a comando.
Tradizione  Sono le vecchie risorse a divenire tutela dell’uomo davanti alle difficoltà
poste dalla contemporaneità. La parola letteraria del passato può entrare in rapporto con
il presente facendo parte dell’esistenza dell’uomo

Capitolo 4 - Le molte voci del testo  Se non è pronunciata la parola non è


davvero se stessa perché ha bisogno di qualcuno che ceda il suo respira, per un
momento una parte della proprio vita per portarla ad esistere  da qui le molteplici voci
del testo a seconda del soggetto che la legge. Interessante è notare il ragionamento di
Borges  esiste una specifica musica verbale  nella parola bisogna pensare a 3
elementi: significato, suggestione, cadenza (suono)  è riuscendo a far dialogare questi
elementi che viene fuori quella drammaticità interpretativa della parola che comincia a
rivivere tramite la nostra espressività. Il testo come spartito  La natura del testo è
dialogica  richiede che esso sia realizzato dal lettore quasi si trattasse di uno spartito 
quindi si può dire che c’è un rapporto tra la parola letteraria e la musica. Il problema
antico di questo rapporto ha conosciuto nel 900 una serie di risposte  Hermann Broch
rifletteva sulle possibilità di un romanzo a struttura musicale  a unirli è la semanticità:
entrambi sono portatori di un senso. Come la musica impegna tutto il corpo, la
recitazione di un testo non impegna soltanto la nostra vocalità ma anche l’essenza
corporea questo lo si vede nelle performances dadaiste e nella fisicofollia futurista dove gli
attori non solo parlano con la voce ma anche con il corpo.
Media e linguaggio  Il testo scritto viene recepito dal pubblico in modo diverso man
mano che gli strumenti tecnologici vanno a modificare la percezione del reale. Walter
Benjamin parla dell’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica  essa
tramite i mezzi tecnologici comincia ad essere percepita in modo frammentario e
istantaneo perdendo la sua autenticità pensiamo al cinema, alla televisione, cellulari.
Caratteri generali  Sin dalla fine dell’800 le forme, i generi letterari si contaminano al
di là delle barriere tradizionali (es. poesia e prosa). Negi affreschi narrativi dalla prima
metà del secolo, da Proust a Musil o da Joyce a Broch, il romanzo prende congedo dalla
fede ottocentesca e si stabilizza in un realismo statico sempre nella tensione e ricerca
costante di un’ipotesi ordinatrice immersa nella temporalità del reale. Il romanzo cerca di
rappresentare le molteplicità realtà degli uomini quindi cambia a seconda del soggetto in
una revisione continua  per questo come è stato osservato da Musil e Gadda, il
romanzo del 900 palesa una vocazione all’incompiutezza  porre fine a un racconto
significherebbe affermare di possedere un modello della realtà, impossibile data le
svariate sfaccettature.

Capitolo 5 - L’eroe l’ombra


Nel 900 si trasforma l’idea tradizionale dell’eroico. In un secolo segnato da
atrocità sembra più difficile portare in scena il pathos dell’eroismo. Forse l’eroe
può sopravvivere in un’immagine di degradazione come nei romanzi di
Dostoevskij o Kafka in cui i protagonisti della tragedia hitleriana diventano
personaggi buffi madidi di sangue. Ciò che si afferma è invece l’uomo medio nella
sua vita comune in un luogo circoscritto, raffigurato nella sua piccola ma acuta
verità, non più prosopopee7 elitarie ma si scopre l’anonimo. Dopo l’uomo borghese
viene portato in scena anche l’uomo della strada (l’uomo massa) immerso
nell’atmosfera enigmatica della città moderna: dalla Dublino di Joyce alla Vienna
di Musil  si parla di romanzo popolare o proletario.
Qualcosa di simile avviene in poesia  alla tensione alta subentra una tonalità
dimessa e colloquiale a contatto con le cose comuni.
Traduzione lirica recente  La discorsività è discordante dato che è a contatto
con frammenti sperduti del reale e la fatica come del vivere. Abbiamo Ungaretti,
Sereni, Giudici e Zanzotto caratterizzato proprio da un’eterofonia baluginante,
quindi melodie diverse che appaiono e scompaiono per rappresentare proprio
questa discontinuità del secolo.
Paul Celan, poeta tedesco - la poesia comunica l’ansia della solitudine quotidiana.
Lo stile è caratterizzata da un’ellissi torturata quindi omissione nella frase di un
elemento sintattico che si è obbligati a sottintendere. Si parla quindi di ombra
della parola e vuoto del linguaggio quindi è caratterizzata da dei silenzi. Anche
quando la parola poetica sembra aderire al senso delle cose essa invita a cogliere
l’ansia dell’invisibile in cui si cela una verità umana nascosta e che non può
essere rimossa perché R dice che tradiremmo la nostra stessa umanità, significa
che l’uomo è fatto cose è complicato e la verità ultima non verrà mai a galla.

Anche la costellazione romanzesca è caratterizzata da un’inquietudine etica e


conoscitiva sempre in relazione all’immagine complicata del mondo
contemporaneo. È stato detto che il modernismo finisce quando vengono meno le
grandi narrazioni. Ma ciò ha bisogno di essere precisata di fronte a un quadro
mobile e policentrico che anzi sembra smentirla. R è del parere che è impossibile
chiudere il movimento della letteratura in un quadro predeterminato: ogni
romanzo ha la sua storia, una sostanza originale di una nuova avventura.
Raimondi porta come esempio il romanzo latino americano, un racconto multiplo,
enciclopedico, a più dimensioni, e che attinge da altre tradizioni dall’America
settentrionale all’Africa, all’Asia. Per es. I romanzi di Carlos Fuentes si esportano
con il passato europeo barocco, sono presenti elementi temporali discordi, quasi a
restituire l’esempio di un presente stratificato e multilingue. Poliglottismo e
creolizzazione infatti sono i fenomeni caratterizzanti della nuova società
multietnica. Siamo entrati nell’epoca della globalizzazione, è un mutamento di cui
si deve ancora capire il senso delle varie correlazioni.
Zygmunt Bauman - in questa nuova era di globalizzazione, con la trasmissione
elettronica dell’info si produce una svalutazione del luogo, perdita di significato
dello spazio. Essa induce all’uniformità dell’uomo. Ma a questa idea dell’individuo
si oppone Raimondi. Riportando delle idee di Eliot (presenti in Appunti per una

7
La prosopopea è una figura retorica basata sulla personificazione di oggetti inanimati o di astrazioni, come la
Patria o la Gloria. È prosopopea anche il dar voce a persone defunte. È associabile alla favola, componimento
breve in cui si dà voce ad animali o oggetti.
definizione della cultura): una diversificazione fra le comunità umane è essenziale.
Un uomo dovrebbe sentirsi dovrebbe sentirsi cittadino non semplicemente di una
nazione ma di una parte particolare del paese e della sua tradizione caratteristica
che attenzione deve stare in dialogo con le altre. Di qui una visione liberale del
regionalismo. Di contro la svalutazione del luogo possiamo porre Wordsworth.
Egli esprime il sentimento profondo che nasce dall’abitare in un luogo caro. Si
crea un rapporto con il luogo che non è meramente visivo ma mentale. Così da
percepire lo spirito di un luogo. Ancora Heaney non ignora le trasformazioni del
proprio tempo: è vero spesso il senso del “locale” si perde in questo nuovo mondo
con l’avvento della mobilità diffusa ma comunque resta il fatto che gli uomini
continuano a costruire case e affezionarsi a luoghi perché questa è la natura
umana.

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