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SENECA

Il documento tratta delle Epistulae morales ad Lucilium di Seneca. L'opera rappresenta il pensiero di Seneca e descrive il suo percorso di perfezionamento spirituale. Le lettere spaziano su vari temi filosofici come l'uso del tempo, le passioni e la felicità.

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Il documento tratta delle Epistulae morales ad Lucilium di Seneca. L'opera rappresenta il pensiero di Seneca e descrive il suo percorso di perfezionamento spirituale. Le lettere spaziano su vari temi filosofici come l'uso del tempo, le passioni e la felicità.

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SENECA

EPISTULAE MORALES AD LUCILIUM

Le Epistulae morales ad Lucilium rappresentano la summa del pensiero di Seneca, che, infatti, si sviluppa in
un percorso di progressivo perfezionamento interiore che egli fa su sé stresso e suggerisce come pratica di
vita ai suoi discepoli.

Le Epistulae vanno dalla più facile alle più difficile, dalla più breve alla più lunga, a testimonianza del
progressivo cammino di elevamento spirituale che percorrono.

L’opera è rivolta al discepolo Lucilio, che è però simbolo di tutti gli uomini, sia del suo tempo, sia delle
generazioni future, nel nome di una comune umanità che trascende ogni barriera temporale. Infatti,
nell’ottava epistola Seneca scrive “posterorum negotium ago”, “conduco un affare per i posteri”,
consegnando loro un medicinale per l’interiorità, un’ars vivendi.

Seneca, infatti, riflette su problemi che afferiscono alla condizione dell’uomo in generale: l’uso del tempo,
che non deve essere valutato quantitativamente, ma qualitativamente ( “non è importante vivere, ma vivere
bene”: “non enim vivere bonum est, sed bene vivere”; “cogitat semper qualis vita, non quanta sit”, “pensa
sempre alla qualità della vita, non alla quantità”); l’imperturbabilità interiore e, dunque, il distacco dalle
passioni, che obnubilano la mente; la liberazione da tutti quei preconcetti e quelle convinzioni radicate
nella società, che ostacolano il raggiungimento della felicità, coincidente con la beatitudine; la riflessione
sui rapporti interpersonali e, in particolare, sull’importanza dei profondi legami di amicizia; e la questione
della schiavitù.

In un periodo di ritiro dall’attività politica, Seneca si dedica interamente alla stesura di un’opera che possa
giovare ai posteri e rappresentare un medicinale per l’interiorità. Le lettere sono cesellate nei minimi
dettagli, intrise di “exempla” volti al coinvolgimento totale del destinatario, affinché egli pervenga per gradi
agli aspetti della verità.

L’epistola 1, che costituisce un prologo all’intera raccolta, affronta una tematica che ricorre in altre lettere
della stessa opera ed è uno dei punti cardine del pensiero di Seneca. Viene trattato, infatti, il concetto della
fugacità del tempo e dell’uso parsimonioso che se ne deve fare, ampiamente discusso nel De brevitate
vitae. Affiora la dimensione qualitativa e personale del tempo, che deve essere sfruttato e adoperato per la
propria cura.

il tema irrompe nelle prime righe del testo, introdotto da un imperativo ingombrante e necessario. «Vindica
te tibi» («Renditi padrone di te stesso») è la chiave proemiale per leggere tutta l’opera, studiata per
riscattare l’umanità dalle bassezze di una vita vuota e velleitaria.

STILE DI SENECA

Lo stile di Seneca varia a seconda del genere letterario dell’opera: nei dialogi la caratteristiche stilistiche
preminenti sono la brevitas, la concisione, e l’uso frequente di sententiae.

Concetto Marchesi, uno studioso di Seneca, analizzando il suo stile, notò che in alcune opere, come le
tragedie, esso si fa più concitato: l’intento di Seneca era infatti quello di manifestare anche su un piano
stilistico la sua inquietudine verso l’epoca tormentata che viveva (soprattutto quando è costretto da Nerone
a ritirarsi a vita privata, andando così contro a quell’ideale di derivazione stoica per cui il sapiente dovrebbe
sempre impegnarsi attivamente nel negotium per il bene pubblico).

muove sulle sententiae


Egli ricorre all’uso di domande retoriche in quanto i dialogi non sono strutturati alla maniera platonica, con
due interlocutori che si scambiano le battute, ma

Inizialmente, infatti, aveva partecipato attivamente alla vita politica, svolgendo il ruolo prima di pedagogo e
poi di consigliere del princeps. Tuttavia, ridotto al silenzio politico, egli è costretto nuovamente a riflettere
sul rapporto fra vita dedicata all’otium e vita politica: deluso dalla quest’ultima, sceglie di dedicarsi
interamente agli studi filosofici e assume il compito di guida spirituale, capace di condurre verso la
tranquillità dell’animo. Infatti, attraverso il modo di procedere della diatriba, Seneca ci aiuta a farci
riconoscere i nostri errori, prima di correggerci: non svolge logicamente il suo argomento, ma lo presenta e
ripresenta sotto diversi punti di vista, mirando a persuadere attraverso la ripetizione delle motivazioni,
piuttosto che mediante la loro articolazione dialettica. Il titolo dell’opera, come spiega lo stesso autore, si
riferisce al paradosso nel quale incorre la maggior parte degli uomini, che lottano per impadronirsi di beni
materiali irrilevanti e non per salvaguardare il proprio tempo, disperso in occupazioni futili.

Egli si prefigurava, infatti, un regime che – richiamandosi per motivi di opportunità alla linea politica
dell’ultimo Augusto, ma in realtà superandola nettamente – segnasse un avanzamento della società romana
in senso liberale e umanitario. Seneca precettore e consigliere del principe lavora, insomma, a far sì che
l’indocile allievo diventi un alunno della Ragione, capace di far propria l’idea di un principato che non sia
manomissione tirannica di un uomo sullo Stato

SENECA SCRITTORE E SENECA FILOSOFO

EXCURSUS SULLA FILOSOFIA DI SENECA

LA FELICITÀ E IL DE VITA BEATA

Il tema della felicità viene trattato da Seneca, oltre che nelle Epistulae ad Lucilium, in cui si configura come
la meta del percorso di perfezionamento interiore lungo cui egli si propone di condurre Lucilio, anche nel
dialogo De vita beata.

Nei primi capitoli del trattato, Seneca, adducendo delle argomentazioni di derivazione stoica, sostiene che la
felicità consiste nel “vivere secondo natura” e, quindi, nel seguire i dettami della ragione per uniformare la
propria volontà a quella della natura, che secondo lo stoicismo, è governata da un principio razionale
immanente alla realtà e provvidenziale, il dio-Logos. Ascoltando la voce del Logos, di questa razionalità che
permea ogni cosa, l’uomo si eleva moralmente, distaccandosi dai valori terreni sino a raggiungere
l’imperturbabilità e l’autosufficienza del dio Logos, sino a “effingere deum”, come afferma nel sedicesimo
capitolo del De vita beata.

Esso si apre con “Ergo in virtute posita est vera felicitas”, “pertanto, la felicità autentica è posta nella virtù”,
in cui virtù è filosoficamente intesa come ciò che distingue l’uomo dagli altri esseri viventi e, dunque, la
ragione. Essa conduce l’uomo a non existimare aut bonum aut malum quod nec virtute nec malitia
continget: a considerare bene soltanto quanto suggerito dalla virtù, dalla ragione. Inoltre, essa rende
l’uomo inmobilis et contra malum et ex bono: saldo, imperturbabile, sia dinanzi al male sia dinanzi a ciò che
deriva dal bene, la fortuna. Questa frase, in particolare, riecheggia i versi iniziali dell’ode oraziana a Dellio, in
cui Orazio invita l’amico a servare aequam mentem, in arduis et in bonis rebus. Infatti, Seneca non
abbraccia esclusivamente una scuola di pensiero, ma, seppur lo stoicismo costituisca il suo principale punto
di riferimento, condivide tutto ciò che di buono è stato detto da qualcuno: in una delle epistolae ad Lucilium
scrive “tutto ciò che è stato detto di buono da qualcuno è mio”.
Il capitolo continua con una domanda fittizia, “quid ( virtus) tibi pro hac expeditione promittit?”, che si
immagina posta dal destinatario del dialogo, il fratello Novato, e a cui Seneca risponde con una serie di brevi
proposizioni che si susseguono con un ritmo incalzante e che sono tutte incentrate su un unico tema, la
promessa della libertà, che raggiunge il suo apice emotivo con la frase “liber eris”.
La formula “quid ergo”, “e che cosa dunque”, tipica del linguaggio senecano, segna il passaggio alla seconda
parte del dialogo, in cui Seneca riesamina la natura della felicità, sostenendo che essa non si raggiunge
soltanto alla meta del proprio percorso di perfezionamento interiore verso l’autosufficienza, ma anche nello
stesso percorso, con la pratica della virtù: colui qui ad virtutem tendit, è nondum liber, iam tamen pro
libero, non ancora libero, ma già quasi libero in quanto, seppur non sia ancora riuscito ad exolvere omne
vinculum mortale, trahit laxam catenam: la catena che lo avvince emotivamente ai valori terreni è
allentata e, dunque, malgrado egli non disdegni le cose materiali, non viene turbato dalla loro perdita.
In tal modo, inoltre, Seneca si difende dalle accuse di incoerenza mossegli dai suoi contemporanei per la
discrepanza tra la vita parca e austera da lui predicata nei dialogi e quella effettivamente da lui condotta,
godendo del potere e delle ricchezze derivanti dalla sua posizione sociale. Seneca replica affermando di non
essere un sapiens, giunto alla meta della via della saggezza, e, dunque, all’imperturbabilità interiore, ma di
essere un proficiens, “uno che fa progressi”, trascinando una laxam catenam.

OTIUM ET NEGOTIUM

Inizialmente, Seneca ritiene che ogni uomo debba impegnarsi attivamente nella vita pubblica attraverso il
negotium politico per contribuire al benessere della propria comunità. Tuttavia, dopo il ritiro a vita privata,
constatata l’impossibilità dell’intellettuale di collaborare con il potere politico per il suo carattere
autocratico, teorizza la superiorità dell’otium sul negotium, vedendo nel primo e, dunque, nella filosofia,
nella cura della propria interiorità e nella scrittura, l’unica possibilità che ha il sapiens per iuvare mortales
guidando il prossimo nel cammino di perfezionamento interiore già da lui percorso. Inoltre, Seneca
comprende che la scrittura dà la possibilità di giovare all’altro in una dimensione che supera i confini della
propria civitas per abbracciare l’umanità nel suo complesso, non solo i propri contemporanei, ma anche i
posteri: in una delle Epistulae ad Lucilium, egli afferma “posterorum negotio ago”.
Infatti, nel capitolo 14 del De brevitate vitae sostiene che, grazie alle opere dei grandi filosofi, dei sapientes
del passato, “nullo nobis saeculo interdictum est” e, nel quindicesimo capitolo, scrive “onori, monumenti,
tutto ciò che l’ambizione decreta…sminuirà” (p.101)

UMANESIMO SENECANO
Il filo conduttore di ogni riflessione filosofica e scelta di vita di Seneca è l’intento di “iuvare mortales”, un
ideale di filantropia supportato dal panteismo stoico, secondo cui gli uomini sono le membra di un unico
corpo, la cui mente è il dio-Logos, principio razionale immanente e provvidenziale che, come afferma nella
quindicesima delle epistolae ad Lucilium, genera tutti gli uomini “dai medesimi principi e per tendere ai
medesimi fini”: ogni uomo è un essere razionale, avvinto da un nodum ai valori terreni, dai quali il Logos
invita a liberarsi intraprendendo un percorso di perfezionamento interiore che ha come meta
l’imperturbabilità e l’autosufficienza, chiave della felicità. Ne consegue, dunque, che siamo tutti uguali: il
Logos “ha dato sostanza all’equità e alla giustizia”, in virtù della quale “è più miserevole recar danno che
subirlo” ed è necessario aiutare il prossimo perché, come sostiene Seneca, la società umana è come una
volta di pietra, che crollerebbe se le singole pietre non si supportassero vicendevolmente. L’uomo, pertanto,
in quanto tale, dovrebbe sempre custodire nel cuore e avere tra le labbra il celebre verso di Terenzio “homo
sum, homini nihil a me alienum puto”.

È questo ideale di solidarietà umana a condurre Seneca a farsi precettore di Nerone. Infatti, con il tramonto
della Repubblica, era tramontata anche la possibilità del bonus civis di partecipare direttamente alla vita
politica della civitas: a partire da Tiberio, lo stesso ceto senatorio, da sempre vertice del potere politico dello
Stato, aveva iniziato a perdere il proprio primato dinanzi al progressivo rafforzamento in senso autocratico
del potere imperiale. Seneca prende atto dell’impossibilità di un ritorno alla libertas politica repubblicana e
della necessità storica dell’affermarsi del principato come monarchia assoluta. Tuttavia, come afferma nel
De tranquillitate animi, l’intellettuale ha il dovere di impegnarsi a favore della collettività, anche se gli sono
preclusi gli officia da cittadino: “se la fortuna ti avrà allontanato da una posizione politica di primo piano,
sta’ tuttavia saldo ed aiuta con le grida, e se qualcuno ti avrà stretto alla gola, sta’ tuttavia saldo ed aiuta
con il silenzio”.
Infatti, Seneca decide di contribuire indirettamente al benessere della civitas divenendo consigliere del
princeps e orientando la sua azione politica secondo i dettami dell’etica stoica. In particolare, il trattato
filosofico e politico dedicato all’educazione morale del diciottenne Nerone è il De clementia, in cui sostiene
che, in assenza di ogni forma di controllo esterno all’assoluta autorità del princeps, è suo dovere quello di
guidare moralmente se stesso, orientando le proprie scelte politiche al benessere collettivo, non personale,
che si realizza attraverso la pratica della virtù della clementia: trattando e punendo con moderazione,
giustizia e benevolenza i propri sudditi perché, anche se servi, immo homines sunt. Inoltre, soltanto una
politica in grado di congiungere giustizia e humanitas può permettere la creazione di una relazione di affetto
tra princeps e membra del corpo sociale, risolvendo così il problema cruciale di ogni regime, la stabilità.
Infatti, proprio come il Logos ha il compito di garantire l’ordine di tutta la natura, il princeps, proiezione
ideale della razionalità provvidenziale del Logos, deve assicurare ordine e stabilità nel mondo umano.

LE TRAGEDIE

Seneca scrive un corpus di dieci tragedie: nove cothurnatae e una praetexta, intitolata Octavia. Tuttavia, a
differenza delle tragedie di età arcaica, quelle senecane non vengono messe in scena, ma sono destinate
alla lettura in scuole di declamazione o nei salotti dei nobili. Infatti, su un piano stilistico, esse presentano
meno sequenze dialogiche, frammentate secondo la tendenza alla brevitas tipica dello stile senecano, più
sequenze narrative e una cifra stilistica di Seneca, l’uso frequente di sententiae pregnanti, che condensano
in poche parole tutto il significato delle riflessioni etiche attraverso cui intende educare il giovane princeps,
Nerone, detentore di un’autorità incontrastata che comporta un assoluto potere di punire, connesso in
modo innegabile e funesto alla volontà di nuocere, alla collera. Pertanto, Seneca, consapevole del fatto che
il furor fosse ormai diventato un privilegio regale, decide di educare Nerone al controllo delle proprie
passioni, che, se prive di freno, possono degenerare in quella che definisce la brevis insania, e lo fa
proponendo, nelle proprie tragedie, degli antiexempla, degli esempi negativi di atti scellerati che sono frutto
di un furor accecante, in grado di portare ad un totale annichilimento della razionalità, ciò che rende l’uomo
un essere morale, distinguendolo dalle bestie.

-Tieste: Atreo, abbrutito dalla rabbia nutrita nei confronti del fratello Tieste, che oltre alla corona gli aveva
sottratto anche la moglie, decide di invitarlo ad un banchetto in cui fa servire le carni dei suoi figli.

-Fedra

-Medea

Le prime produzioni letterarie del mondo romane sono state opere teatrali, praetextae (tragedia romana) e
cothurnatae (tragedia greca), palliatae (commedia greca) e togatae (commedia romana). Mentre nell’età
arcaica l’opera teatrale rappresenta il genere letterario più affermato, rispondendo all’esigenza del popolo di
evadere da una realtà di continue e cruenti guerre immergendosi nella dimensione fantastica del teatro,
un’occasione di divertimento o celebrazioni delle proprie tradizioni.

Nel momento i cui Roma si espande, affermandosi come Res publica per eccellenza, si inizia anche a
discutere di politica: si afferma l’oratoria e la storiografia, mirata a fare dell’intera storia di Roma un
monumento. Tramontata la libertas repubblicana,
IL BUON USO DEL TEMPO

Il tema del tempo viene affrontato da Seneca nelle Epistolae morales ad Lucilium e in un dialogo
esclusivamente dedicato alla concezione umana del tempo, il De brevitate vitae, in cui Seneca si propone di
confutare l’opinione comune alla maior pars mortalium secondo cui il tempo concesso all’uomo dalla natura
è troppo breve, tanto che “exceptis admodum paucis, vita destituat ceteros in ipso apparatu vitae”. Questi
uomini che appartengono alla maior mars mortalium, definiti da Seneca occupati, in punto di morte
implorano per qualche anno in più, convinti di non aver avuto tempo a sufficienza per vivere
autenticamente. In realtà, afferma Seneca, il problema è che “non exiguum tempum habemus, sed
multuum perdidimus”: il tempo a nostra disposizione è sufficiente a realizzare le più grandi imprese, ma,
non cogliendone il valore, ce lo lasciamo sfuggire di mano, dedicandoci esclusivamente ad occupazioni futili,
ai negotia o ad alimentare i nostri vizi, rendendoci schiavi delle passioni. Mentre, quegli admodum pauci,
definiti da Seneca sapientes, in fin di vita non temono la morte perché, sempre “custodes parcissimi” di ogni
loro respiro, non hanno sprecato alcun secondo, dedicandosi alla cura della propria interiorità, unico
impiego di tempo che per Seneca è degno di essere definito vita: “ceterum omne spatium non vita sed
tempus est”

Questa è la ragione per cui il tema del tempo è anche trattato nelle Epistolae ad Lucilium, l’opera attraverso
cui Seneca intende condurre Lucilio e l’umanità, di cui è allegoria, lungo un cammino di perfezionamento
interiore, che nel De brevitate vitae egli considera l’unico impiego di tempo degno di essere definito vita: ciò
che differenzia i sapientes dagli occupati.

L’epistola 1, che costituisce un prologo all’intera raccolta, affronta una tematica che ricorre in altre lettere
della stessa opera ed è uno dei punti cardine del pensiero di Seneca. Viene trattato, infatti, il concetto della
fugacità del tempo e dell’uso parsimonioso che se ne deve fare, ampiamente discusso nel De brevitate
vitae. Affiora la dimensione qualitativa e personale del tempo, che deve essere sfruttato e adoperato per la
propria cura.

il tema irrompe nelle prime righe del testo, introdotto da un imperativo ingombrante e necessario. «Vindica
te tibi» («Renditi padrone di te stesso») è la chiave proemiale per leggere tutta l’opera, studiata per
riscattare l’umanità dalle bassezze di una vita vuota e velleitaria.

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