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FOSCOLO

Il documento riassume il contesto culturale e la vita di Niccolò Ugo Foscolo. Descrive le sue opere principali come i Sonetti, Le ultime lettere di Jacopo Ortis e i temi trattati come l'amore, il patriottismo e il suicidio.

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Il documento riassume il contesto culturale e la vita di Niccolò Ugo Foscolo. Descrive le sue opere principali come i Sonetti, Le ultime lettere di Jacopo Ortis e i temi trattati come l'amore, il patriottismo e il suicidio.

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CONTESTO CULTURALE

- la scoperta di Pompei e Ercolano


nel '700 incita l'interesso verso
l'antichità
- gusto neoclassico promosso dalla
Roma papale e dall'opera di
Vincenzo Monti (la sua 1a fase
antirivoluzionaria)
- la forma si deve rispettare, si usano
forme metricamente chiuse e
determinate
- carattere altamente aristocratico
dell'arte – si crea per un pubblico
colto, cultura – esclusiva
- ricerca della bellezza ideale, del
piacevole e della forma perfetta
- polemica sulla lingua – il trattato di
Cesarotti (parla delle mancanze della
lingua italiana), il
conflitto di Monti contro i puristi
della Crusca
NICCOLÒ UGO FOSCOLO
Vita
- nato sull'isola di Zante in Grecia
(parte della Repubblica di Venezia, si
trasferisce a Spalato
 Periodo veneziano (dal 1792) –
educazione classica, scrive la sua 1°
tragedia – periodo
veneziano
 Piano di studi (1796) – documento
sulla sua formazione letteraria,
annuncio di 12 odi
rimaste inedite, scritte su modello di
Parini
- acclama l'avvento di Napoleone con
2 odi (A Bonaparte liberatore)
- deluso dal Trattato di
Campoformio, parte in esilio
volontario
 1° periodo milanese – conosce
Parini e Monti
- collabora a diversi giornali
(Monitore italiano) – propagava
l’idea dell’indipendenza della
Repubblica Cisalpina
 Esame su le accuse contro
Vincenzo Monti – difende e loda
Monti (sono stati ancora
amici)
- edizione non autorizzata dell’Ortis
nel 1799
 2° periodo milanese
 l’ode A Bonaparte liberatore
- anni di intensa attività letteraria,
scrive numerosi sonetti
- morte del fratello Giovanni
- 1803 – la pubblicazione della
versione definitiva dei sonetti Poesie
di Ugo Foscolo
- nello stesso anno fa la traduzione
dell’inno Chioma di Berenice (non
smette di
essere classicista)
 Periodo francese
- periodo di successi napoleonici più
grandi, Foscolo è aggregato
all’esercito francese, studia
l’inglese
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- inizia la traduzone del romanzo di
Sterne A Sentimental Journey
- il progetto napoleonico di invadere
l’Inghilterra falisce, torna a Milano
 Ritorno in Italia
 Dei sepolcri (1806-07) – un carme
(un componimento illustro)
 Dell’origine e dell’ufficio della
letteratura (1808) – la sua orazione
inaugurale quando è
ottenuto la cattedra di eloquenza a
Pavia
- funzione didattica della letteratura,
la letteratura non deve servire a
nessun regime
- 1810 rottura con Monti
 Aiace (1811) – tragedia, vietata
dalla censura
 Alle Grazie (1813) – inno
 Ricciarda (1813) tragedia
 traduce Viaggio sentimentale
 traduzione di alcuni canti
dell’Iliade
 Gli anni dell’esilio
- 1814 l’abdicazione di Napoleone, il
ritorno degli austriaci, gli viene
offerto di dirigere la
Biblioteca italiana (l’articolo di
Madame de Stael, il punto di
partenza del romanticismo
italiano), ne stese il programma
- prima del giuramento al regime
lascia l’Italia, si dedica alla critica
letteraria
 Vestigia della storia del sonetto
italiano (1816) – opera satirica
 3° edizione dell’Ortis
 Discorsi sulla servitù d’Italia
 Periodo londinese
- difficoltà economiche
- studia Dante, Petrarca e Boccaccio
 Lettere scritte d’Inghilterra,
Lettera apologetica (1816-18)
 saggi critici su Dante, Petrarca e
Boccaccio (1821)
 Epoche della lingua italiana,
Antiquari e critici
Opere – poesia
 12 sonetti
 3 odi – A Bonaparte liberatore, A
Luigia Pallavicini caduta da cavallo,
All’amica risanata
 Le Grazie – poemetto incompiuto
 Dei Sepolcri – carme
Opere – prosa
 Sesto tomo dell’io (1799-1800) –
abbozzo di un romanzo
autobiografico, frammenti
pubblicati postumi, probabilmente
parte di un progetto incompiuto
 Le ultime lettere di Jacopo Ortis
(1802-03) – romanzo epistolare
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Opere – teatro
 Tieste – tragedia di tipo alfieriano,
Aiace, Ricciarda
Opere – altre
 Dell’origine e dell’ufficio della
letteratura
 Viaggio sentimentale
 Discorso sul testo della Divina
Commedia
 Essays on Petrarch
 Discorso storico sul testo del
Decamerone
 Epistolario
SONETTI
- struttura tradizionale del sonetto
modernizzata dall’innovazione
sintattica
- modello di invocazione-evocazione
- dialogo del soggetto lirico con tre
destinatari
- le aperture dei sonetti sembrano
riprese di discorsi/idee precedenti
- temi ricorrenti – morte, esilio,
tempo, affetti famigliari
LE ULTIME LETTERE DI
JACOPO ORTIS
- il primo romanzo italiano che
appartiene alla letteratura europea
Romanzo epistolare
- formato di lettere, si può basare
sulla prospettiva di uno o più
personaggi
- nel romanzo c’è una sola
prospettiva
- mittente – manda la lettera,
ricevente – la riceve
- implica maggiore veridicità e
sincerità, si vuole ottenere la
sembianza di discorso intimo e
dimostrare l’autenticità del narratore
- di solito non prevede recriprocità
(non c’è una risposta)
- elementi diaristici
- si deve avere un punto di
riferimento geografico, la data ecc.
Il romanzo epistolare nel settecento:
Pamela, or Virtue Rewarded (S.
Richardson), Julie, ou la
nouvelle Heloise (J.J. Rousseau), Die
Leiden des jungen Werthers (J. W.
Goethe)
- chiara relazione fra Foscolo e
Goethe, differenze: motivo politico, il
modo in cui Foscolo
rappresenta il quadro sociale, la
caratterizzazione dei personaggi
maschili
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Genesi del romanzo
- nel Piano di studi viene menzionato
un romanzo dal titolo Laura, lettere
- suicidio di uno studente padovano
Girolamo Ortis, Foscolo ne prese il
cognome per fargli
omaggio
- 1796-97 periodo trascorso sui colli
Euganei
- 1799 Angelo Sassoli finisce il
romanzo in uno stile che imita
Foscolo, ed il romanzo viene
pubblicato col titolo Vera storia di
due amanti infelici, ossia Le ultime
lettere di Jacopo Ortis –
Foscolo se ne distanzia
- 4 edizioni in totale
- siamo agli inizi del romanticismo e
del Reisorgimento – le ultime edizioni
coincidono con gli
avvenimenti dei Carbonari, si vede il
patriotismo di Foscolo
Temi
 l’amore per la patria, patriotismo
di Foscolo (il romanzo parte dalla
situazione politica)7
 l’amore per Teresa
 il suicidio eroico, alfieriano
- il suicidio meditato come
un’espressione di libertà e una
negazione di tirannia, come
una protesta e denuncia della società
(da una parte dall’esito politico,
dall’altra dall’esito
sociale)
- indicato dal titolo (ultime lettere)
Focalizzazione – interna (i narratori
sanno quanto i personaggi, non c’è
narratore onnisciente) e
variabile (ci sono più personaggi)
Narratori – due
- c’è la cosidetta ‘cornice’ – la
cornice è la parte narrata da Lorenzo
= 1° narratore, narratore
extradiegetico di 1° grado (parla al di
fuori della narrazione) / allodiegetico
(parla dal punto di vista
di chi ha testimoniato, narratore
testimone, estraneo alla vicenda
narrata)
- lui è anche il destinatario, il
ricevitore principale (ce ne saranno
altri)
- narratore Jacopo = narratore
interno di 2° grado, autodiegetico
(protagonista)
Schema narrativo – cornice +
interventi del narratore del 1° grado
(si rivolge direttamente al
lettore, cerca di ricreare la storia)
- il narratore di 1° grado riempirà i
buci della storia
Fabula – gli eventi quando li
mettiamo nell’ordine cronologico
Intreccio – quello che troviamo nel
romanzo
Registro linguistico - Foscolo è
ancora neoclassico – la lingua del
romanzo non è poolare
- un registro alto, colto, elevato,
aristocratico
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Considerazioni personali – le brevi
parentesi dove intravediamo delle
idee dell’autore, le
intervenzioni di Foscolo stesso
- ci sono molti elementi
autobiografici di Foscolo giovane
Tempo
 tempo effettivo delle lettere – 11
ottobre 1797 – 25 marzo 1799
 tempo del romanzo – più largo di
quello delle lettere, include il tempo
fra il suicidio e la
pubblicazione da parte di Lorenzo
 tempo narrato – equivale al
passato rcente dei personaggi assieme
agli eventi politici
 tempo storico – guerre
napoleoniche, periodo dopo il
Trattato di Campoformio (17 ottobre
1797)
 tempo ai livelli minimi – durata
delle giornate
Spazio – tutti gli spazi sono
riferimenti alla vita di Foscolo
- colli Euganei – la 1° parte del
romanzo, luogo simbolico (Petrarca)
- 2° parte del romanzo – i viaggi
(l’amore diventa troppo difficile per
lui)
- il suo modo di trattare la natura –
molto romantico, la natura
accompagna le emozioni del
protagonista e contribuisce al suo
stato d’animo
- spazi esterni – libertà, tranquillità,
riposo
- spazi interni – chiusi, scuri,
soffocanti, oprimenti
 Padova (salotti nobiliari) –
rappresenta la situazione politica (i
nobili non fanno
nulla, si solo divertano)
 Firenze (chiesa di Santa Croce) –
anticipa Dei Sepolcri, elemento di
patriotismo
 Milano (visita al Parini), Alpi
Marittime, confine con la Francia,
Ravenna (tomba di
Dante), Venezia (casa materna)
- il ritorno ai colli – pianificazione
del suicidio
- tutti i luoghi sono simbolici – tutti i
momenti hanno un obiettivo di
unificare al livello
ideologica l’Italia, di farla sembrare
bella, unita e grande al lettore
Personaggi
 Jacopo Ortis – omaggio a
Rousseau e allo studente suicida
 Lorenzo Alderani – Lawrence
Stern
 Teresa – ispirata da moglie di
Vincenzo Monti
- nella versione del ’98 Teresa era
una vedova, Isabella era sua figlia,
ma poi introduce
l’idea del matrimonio obbligatorio
come salvezza per la famiglia
 Signor T. – ci viene presentato
come un padre e uomo buono e
generoso
- alcuni dicono che sia proprio ui il
vero antagonista – con Odoardo non
c’è interazione, la
sua caratterizzazione non è chiara,
non è delineato chiaramente
- il padre, avendo bisogno del
contratto economico, sceglie una
soluzione
vantaggiosa a lui e alla famiglia e
diventa proprietario della figlia, è
consapevole del
sacrificio della figlia, è responsabile
- allo stesso tempo, è carino
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- non c’è biasimo, il protagonista lo
capisce – la colpa è della società che
impone queste
catene e regole
- la situazione impossibile porta
Jacopo al suicidio – non c’è soluzione
in nessun universo grazie
alle norme sociali
 Odoardo – non è stupido né
cattivo, si rende conto dell’amicizia
fra Jacopo e Teresa ma non
se ne preoccupa
- nella 1° versione – più amichevole,
più all’Albert di Werther pittore, ma
nella 2° versione
– ricco, uomo d’affari, non ha niente
incomune con Ortis, non c’è rapporto
fra i due
 Isabellina – rappresentata come
piccolo angelo, la sua funzione –
avvicinare Jacopo alla
famiglia, è un medium
 Michele – esempio di servitore
fedele, rappresenta amicizia
- sono rappresentate classi sociali
diverse, ci sono i riferimenti alla
classe più bassa (i lavoratori)
- personaggi storici(Parini, Alfieri,
Bertola, Napoleone) – fondamento
storico del romanzo,
legittimano l’epoca
DEI SEPOLCRI
- tipo di poesia legata alla poesia
sepolcrale inglese (Thomas Grey,
Edward Young)
- oscurità, lugubre, poesia al limite
dell’orror
- il tema dei cimiteri per trattare
questioni politici, patriotici ecc.
SCIPIONE PIATTOLI – Saggio
intorno al luogo del seppellire (1774)
- le idee sull’architettura sepolcrale
IPPOLITO PINDEMONTE – I
cimiteri, I sepolcri – promuove i
valori cristiani, intimistico
- impoetante per la concezione di Dei
Sepolcri (basato su un discorso con
Pindemonte)
 Editto napoleonico di Saint-Claud
– tutte le sepolture si dovevano
trovare fuori della città e
tutte le tombe dovevano essere uguali
- quest’uniformità non piaceva a
Foscolo – la base da quale è partito in
Dei Sepolcri
- Dei Sepolcri – epistola in versi,
carme = componimento
dell’antichità, poesia solenne
- modello – le odi di Pindaro
- un’epistola poetica – si rivolge
direttamente a Pindemonte (il
ricevente)
- il motivo della discussione –
l’Editto
- 295 endecasillabi sciolti
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Temi – divisa in 4 parti tematiche
1. 1-90 l’utilità dei sepolcri, dei riti e
dei funerali in generale
2. 91-150 descrizione di vari riti
funebri di diversi popoli e il loro
significato
3. 151-212 significato privato e
pubblico della morte
4. si ricollega al tema delle tombe per
parlare di poesia
Motivi principali
- l’uomo – condannato al nulla, ma
reso immortale dalla memoria dei
vivi e dalla poesia (si
presuppone che non ci sia l’eternità)
- le tombe sono esempi gloriosi del
passato che alimentano la passione
civile e politica presente,
servono da ispirazione ai vivi – era
contro l’Editto
- la gloria della penisola nelle tombe
della chiesa di Santa Croce a Firenze
(tombe illustre)
- la poesia ha una funzione analoga a
quella delle tombe = ricordare la
gloria degli uomini

Le ultime lettere di Jacopo Ortis" di Ugo Foscolo: riassunto e commento


Le differenze tra l'edizione del 1798 e quella del 1802 delle Ultime
lettere di Jacopo Ortis di Ugo Foscolo, a cura di Matteo Pascoletti.

Nel 1802 compare una dedica fittizia al lettore di uno dei


personaggi, Lorenzo. Nella seconda edizione il tempo della
trama viene dilatato nell'arco di due anni, mentre in quella
del 1798 la vicenda si svolgeva nel corso di qualche mese.
L'inizio del romanzo nell'edizione del 1802 viene fatto coincidere
con il periodo in cui viene firmato il Trattato di
Campoformio (ottobre 1797), tra Napoleone e Asburgo, in cui
veniva stabilita la cessione di Veneto, Istria e Dalmazia
all'Austria. Quindi il romanzo prende inizio da motivazioni
politiche. Differenze ci sono anche nella caratterizzazione dei
personaggi: Teresa, la donna amata da Jacopo, nella prima
edizione è una giovane vedova, mentre nel 1802 è una giovane che
vive con il padre, che per ragioni economiche è costretto a far
sposare la figlia; Odoardo, il promesso sposo di Teresa, nella
prima edizione è amico-rivale di Jacopo, mentre nell'edizione
successiva Foscolo cambia la costruzione del personaggio, facendolo
diventare antitetico a Jacopo. L'andamento del romanzo è
quasi diaristico, dal momento che vengono riportate solo le
lettere di Jacopo. Le uniche eccezione sono gli interventi che fa
l'amico del protagonista, Lorenzo, per spiegare alcuni fatti o vicende
nelle lettere, o per chiarire che mancano alcune lettere, ma che con
l'editore ha deciso di pubblicare la raccolta lo stesso. Questi
interventi sono utili per avere un ulteriore punto di vista sulla
storia. L'ultima edizione del 1816-1817 presenta
cambiamenti stilistici e non di contenuto. Inoltre viene inserita
una Notizia bibliografica, in cui Fosclo con un ritratto parziale
cerca di fare di sè e della sua opera un monumento letterario. In
questa nota Foscolo si confronta anche con un romanzo epistolare
precedente (1774), I dolori del giovane Werther di Goethe,
difendendosi dall'accusa di emulazione.
Ti sei perso qualcosa? ecco il testo del video
Buongiorno. Questa è la seconda lezione dedicata a Ultime
lettere di Jacopo Ortis di Foscolo. Alla fine della precedente lezione
avevamo iniziato a vedere le differenze tra l’edizione del 1798 e
quella del 1802. Ci eravamo lasciati alla dedica perché nell’edizione
del 1798 non c’era e, invece, compare nell’edizione del 1802.

Un’altra differenza molto importante tra le due edizioni è


rappresentata dall’arco temporale delle vicende. Nell’edizione
del 1798, la prima lettera è datata 3 settembre 1797 mentre l’ultima
lettera risale alla fine di maggio del 1798, quindi la storia si dipana
nell’arco di pochi mesi. Nell’edizione del 1802, invece, la prima
lettera è datata 11 ottobre 1797, l’ultima lettera 25 marzo 1799,
quindi l’arco di tempo è molto più dilatato perché sono quasi
due anni. Da cosa nasce questo? Soprattutto per giustificare la
motivazione politica, infatti ottobre 1797 è il mese in cui
cade il trattato di Campoformio, con cui la Francia ci levò
Austria, Istria, Dalmazia e Repubblica di Venezia. Il trattato è del 17
ottobre, ma già in aprile c’erano stati i preliminari di Leoben che
avevano sancito quello che poi sarebbe stato ratificato nel trattato di
Campoformio. Nell’arco di sei mesi c’erano state delle azioni
austriache per riprendersi i territori, quindi spostare di poche
settimane l’inizio dà un po’ il senso di culmine dell’evento
catastrofico che si abbatteva sulla Repubblica di Venezia; la fine,
invece, ampliandola, dà più spazio alle vicende, all’intreccio
drammatico e alle alterne fortune dell’amore del protagonista.
Ci sono delle differenze anche per quanto riguarda la
caratterizzazione dei personaggi: per esempio Teresa, la
donna amata da Jacopo, nella prima edizione era una vedova molto
giovane con una bambina mentre ora è una giovane che vive con
il padre, il quale è in condizioni di rovesci economici e quindi deve
far sposare la figlia perché conta di risolvere i problemi della
famiglia tramite la ricca dote del promesso sposo. A tal proposito, il
promesso sposo è Odoardo. Nella prima versione Odoardo era un
personaggio che, pur essendo rivale amoroso di Jacopo Ortis, non
gli era esattamente rivale, anzi c’era una certa amicizia, una certa
simpatia tra i due personaggi. Nell’edizione del 1802, invece,
Foscolo cambia radicalmente la caratterizzazione tant’è vero che
ora Odoardo è quasi proveniente da un mondo antitetico,
un mondo pragmatico, un “mondo del fare” diremo oggi,
quindi non ha certo la sensibilità artistica o la passionalità dell’Ortis
e, naturalmente, dello stesso autore del libro.

Per quanto riguarda la struttura, tutto il romanzo è scandito dalle


uniche lettere che Jacopo invia quindi non c’è, come solitamente
nel romanzo epistolare, un personaggio che scrive e un altro
personaggio che gli risponde. Da questo punto di
vista, l’andamento è quasi diaristico. Le uniche eccezioni sono
costituite da interventi che fa Lorenzo, perché nella finzione ha
raccolto le lettere dell’amico e le ha consegnate all’editore. Perché fa
degli interventi? Perché deve spiegare delle cose che sono successe
nel frattempo, importanti per capire le vicende e su cui Jacopo non
ha scritto o perché, come si legge per esempio nella lettera del 11
dicembre 1798, avverte che mancano alcuni autografi, ma ha sentito
l’editore e ha deciso di pubblicarli ugualmente anche se incompleti.
Questo è interessante perché ci dà la dimensione di letteratura
nella letteratura: Foscolo finge un personaggio che monta il
racconto che lui ha scritto. Poi gli interventi, soprattutto nella
seconda parte quando il personaggio di Jacopo vive ancora più
drammaticamente l’esito della storia, cioè il matrimonio inevitabile
con Odoardo e quindi la fine della possibilità di vivere l’amore con
Teresa, oltre ovviamente alla situazione politica ancora più
deludente; eventi che combinati porteranno al suicidio. Quando
interviene Lorenzo, dà diversi punti di vista quindi consente di
vedere la personalità di Odoardo e di altri personaggi al di fuori
dello sguardo di Jacopo, completandone così il quadro di insieme.

L’edizione definitiva, anche se non l’ultima, pubblicata in vita


dall’autore è quella zurighese del 1816, la quale presenta
dei maneggiamenti soprattutto sul piano stilistico.
Introduzioni importanti sono:

compare il cognome di Lorenzo, cioè Alderani; in questo


modo, l’autore certifica lo statuto di personaggio di
Lorenzo che quindi ha un ruolo attivo e molto importante.
Essendo quello che dispone le lettere e racconta alcuni retroscena,
ha una certa rilevanza; Foscolo premette una lunga notizia
bibliografica che è utile per comprendere la poetica
dell’autore, ma dal punto di vista filologico e informativo,
è molto parziale e mistificatoria; è da considerare come un
tentativo di Foscolo di fare di sé e della propria opera un
monumento letterario, quindi va presa molto con le molle. Nella
notizia bibliografica, scritta sotto forma di postfazione, Foscolo
parla principalmente della ricezione dell’opera, degli effetti morali
che l’opera poteva suscitare perché Jacopo era una persona
giustificava il suicidio e quindi poteva creare scandalo, dei problemi
di censura e del rapporto con un libro che assomiglia moltissimo
all’opera del Foscolo, ma che lo precede perché è del 1774, ossia I
dolori del giovane Werther.

Perché ha parlato anche delle reazioni? Perché pur essendo un


romanzo epistolare, è fortemente drammatico, declamatorio; è
strana come lettera, non è intimista, anche se parla
dell’interiorità. Un esempio: un illustre letterato dell’epoca,
Cesarotti, che noi conosciamo soprattutto in veste di traduttore
dei Canti di Ossian, era un amico di Foscolo, anzi un mentore se si
considera la differenza di età. Si conoscevano dal 1795
perché Cesarotti faceva lezione a Padova; era un uomo con un’idea
di letterato un po’ anti-erudito, anti-accademico quindi molto
avvicinabile dagli studenti. Naturalmente, Foscolo gli inviò
l’edizione del 1802 dell’Ortis. Vi leggo la reazione, il commento del
Cesarotti che non resta convinto, bensì scioccato da quello che
legge:
Del tuo Ortis non ho voglia di parlarne. Esso mi desta compassione,
ammirazione e ribrezzo. Non dirò che due parole. Questa è un'opera
scritta da un Genio in un accesso di febbre maligna, d'una sublimità
micidiale e d'un'eccellenza venetica. Veggo pur troppo ch'è l'opera
del tuo cuore; e ciò appunto mi duol di più, perchè temo che tu ci
abbia dentro un mal canceroso e incurabile.

La fortissima tensione emotiva che legge Cesarotti viene


interpretata per quello che è: un autobiografismo emotivo di
Foscolo attraverso le vicende che sono di invenzione. Resta
particolarmente scioccato dal tipo di tensione emotiva perché si
rende conto che quella drammaticità da personaggio
alfieriano è una proiezione delle emozioni di Foscolo quindi dice
“ho paura che tu sia animato da una febbre maligna, cioè da un
fervore creativo che ti può consumare o nuocere”.

Questo ci dice quanto, pur rientrando nel filone ormai noto e


ampiamente diffuso del romanzo epistolare, Ultime lettere di
Jacopo Ortis già allora aveva qualcosa di diverso, qualcosa che
poteva inquietare o turbare il lettore colto, il quale ha degli schemi
di lettura più razionali e soprattutto meno facilmente
suggestionabili. Di altre differenze vedremo nella prossima
lezione, in cui parleremo sia delle differenze rispetto alle Ultime
lettere di Jacopo Ortis che della lettera più importante che viene
aggiunta da Foscolo e che tratta di Napoleone a distanza di anni,
visto che è del 1816 e gli eventi del 1797-1798 (c’è già stato il
Congresso di Vienna). Arrivederci.
Nell'edizione del 1816 viene aggiunta una postfazione, Notizia bibliografica, in
cui Foscolo giustifica le sue scelte di contenuto e stile del romanzo, difendendosi
dall'accusa di scabrosità dell'argomento. Inoltre confronta la sua opera con il romanzo
epistolare del 1774 di Goethe,I dolori del giovane Werther, negando l'accusa di
emulazione, con diverse motivazioni. Sappiamo tuttavia che Foscolo prese ispirazione per
il suo romanzo proprio da quello di Goethe, come viene dichiarato dal poeta stesso in una
lettera inviata al grande poeta tedesco. In questa lettera del 1802 Foscolo dichiara che il
romanzo di Goethe gli ha ispirato la stesura delle Ultime lettere di Jacopo Ortis,
ma che le vicende narrate nel suo romanzo sono strettamente autobiografiche e legate
al suicidio di un suo amico. L'amico in realtà era lo studente padovano, Girolamo Ortis,
suicidatosi nel 1796.
Nell'edizione del 1816 compare una lettera datata il 17 marzo, diversa rispetto a quella del
1802. In questa lettera appare un Ortis freddo e disilluso sulla situazione politica
italiana. Foscolo retrodata la lettera, dichiarando di averla scritta nel 1802. Ma si può
facilmente evincere dalle considerazioni politiche di Jacopo Ortis presenti nella lettera che
è stata scritta successivamente, nell'Italia postnapoleonica. La lettera si conclude infatti
con un lungo sfogo sulla tragica sorte dell'Italia.
Ti sei perso qualcosa? ecco il testo del video
Buonasera. Questa è la terza lezione dedicata a Ultime lettere di Jacopo Ortis di Ugo
Foscolo. Eravamo rimasti all’edizione del 1816 e alla Notizia bibliografica, una post-
fazione che Ugo Foscolo pone in fondo all’edizione dell’opera e in cui ricostruisce le varie
vicende del romanzo: la questione dell’edizione apocrifa del 1798, la ricezione
dell’opera, le polemiche per il suo contenuto che poteva sembrare scabroso e anche una
sorta di difesa dall’accusa di essere un’emulazione del romanzo di Goethe, I dolori del
giovane Werther.

A tal proposito, come accennato l’altra volta, è patrimonio comune, acquisito della
critica che in realtà la derivazione dal libro di Goethe sia molto forte ed esplicita,
soprattutto per la prima edizione che è quella più letteraria. Foscolo cerca di staccare
l’Ortis da questa orbita d’influenza sostenendo tre cose. Il suicidio del suo
personaggio è una scelta dettata dalla volontà di aderire totalmente alle
proprie emozioni, tenendo presente che queste forti passioni non possono
assolutamente tradursi in nulla di concreto al di fuori di sé perché l’ideale di patria non
può essere realizzato, perché l’amore per Teresa non può coronarsi. Nell’impossibilità di
aderirvi per vivere fino in fondo la propria virtù, si suicida mentre, secondo Foscolo, nel
romanzo di Goethe il suicidio è una sciagura che occorre al protagonista, quindi c’è un
fondo di giustificazione nell’opera del suicidio. Da considerare anche il ruolo di
Lorenzo, un personaggio autonomo che non ha soltanto il ruolo funzionale di dover fare
da sponda a quello che dice il protagonista, come potrebbe essere il Guglielmo del Werther,
ma interviene e ha un suo ruolo cardine soprattutto nella seconda parte: riordina, descrive,
narra con dovizia di particolari cose che, se rimanessimo soltanto alle lettere, non
potremmo conoscere, quindi è un personaggio in tutto e per tutto. Foscolo sminuisce la
conoscenza dell’opera però noi sappiamo, ed è uno dei motivi per cui si crede meno a
Foscolo e alla Notizia bibliografica, che non solo conosceva il Werther in tempi molto
giovanili (1796), ma c’è poi una lettera che invia quando invia un’edizione ancora
incompleta della versione del 1802 che doveva uscire per Menardi proprio a Goethe,
attestando una sorta di affiliazione spirituale. La lettera dice: “Riceverete dal signor
Grassi il primo volumetto d'una mia operetta a cui forse diè origine il vostro Werther.
Duolmi che voi non vediate se non i primi atti, per così dire della tragedia; gli ultimi sono i
più veri e più caldi.” Già qui, nel 1802, cerca di rivendicare una propria autonomia perché
dice: “Ho dipinto me stesso, le mie passioni, e i miei tempi sotto il nome di un mio amico
ammazzatosi a Padova.”

In realtà (Gerolamo Ortis, lo studente che col suo suicidio ispirò l'opera) non era proprio
un suo amico, era uno studente padovano, quindi frequentando il posto lo poteva
conoscere, ma non era una persona a cui era strettamente legato, come magari lascia
intendere dalla lettera. Come già accennato, questo ci fa capire come Foscolo abbia bisogno
non tanto di mistificare, nascondere le cose, ma di proiettarle verso un ideale letterario
estetizzante che serve per tramandare nel tempo l’idea dell’opera, la sua
idealità. Non va vista con gli occhi moderni di uno che prova a fare il furbo, questo
sarebbe un errore interpretativo.

Altra caratteristica molto importante dell’edizione del 1816 è in particolare la lettera datata
17 marzo, la quale è completamente diversa nell’edizione del 1802. Lì abbiamo un Ortis che
si lamenta perché ha avuto un’infreddatura di cinque giorni e quindi è malinconico perché
non ha potuto vedere Teresa; qui invece Foscolo riprende un testo che non è stato
completato de La servitù dell’Italia, un saggio politico molto duro nei confronti degli
italiani. In questa lettera troviamo un Ortis molto disincantato, scettico e assolutamente
più freddo di quanto siamo abituati a conoscerlo leggendo altre lettere. Foscolo cercherà di
far passare questa lettera come se fosse stata scritta nel 1802, come non inclusa nella
versione che poi andò in stampa. In realtà sappiamo che questa lettera è stata scritta
alla fine del 1815 o ai primi mesi del 1816 e quindi nel parlare dell’Italia napoleonica
ne parla con il senno di poi. Già leggendo la lettera si capisce che è una retrodatazione
perché dice: “La Natura crea di propria autorità tali ingegni da non poter essere se non
generosi; venti anni addietro sì fatti ingegni si rimanevano inerti ed assiderati nel sopore
universale d’Italia: ma i tempi d’oggi hanno ridestato in essi le virili e natie loro passioni”.
Quel “venti anni fa” si riferisce al 1795-96, periodo caldo della Repubblica veneziana,
mentre il 1815-1816 è il periodo della Restaurazione in cui la situazione sembra essere
ritornata quella di prima. Richiamandosi a questi vent’anni, Foscolo lascia capire quale sia
la vera datazione.

Interessante è il tono con cui parla di determinati argomenti che poi nel libro sono trattati
con un altro calore; per esempio quando dice: “L'Italia ha de' titolati quanti ne vuoi; ma
non ha propriamente patrizj: da che i patrizj difendono con una mano la repubblica in
guerra, e con l'altra la governano in pace; e in Italia sommo fasto de' nobili è il non fare e il
non sapere mai nulla.” Questa è una critica all’Italia, nell’incapacità di esprimere dell’élite
che siano tali, però va a tutti gli strati sociali: “I medici, gli avvocati, i professori
d'università, i letterati, i ricchi mercatanti, l'innumerabile schiera degl'impiegati fanno arti
gentili essi dicono, e cittadinesche; non però hanno nerbo e diritto cittadinesco”, cioè
fanno attività da cittadini, ma non hanno la mentalità e lo spirito dei cittadini; per questo
che dice che non è un vero popolo quello italiano. “Chiunque si guadagna sia pane, sia
gemme con l'industria sua personale, e non è padrone di terre, non è se non parte di plebe;
meno misera, non già meno serva. Terra senza abitatori può stare; popolo senza terra, non
mai: quindi i pochi signori delle terre in Italia, saranno pur sempre dominatori invisibili ed
arbitri della nazione.” È molto duro. Il tono è quello del trattato, della saggistica: dà una
descrizione molto precisa, molto intagliata, senza particolare enfasi o particolari espedienti
stilistici che in qualche modo facciano pensare a un trasporto sentimentale o ha un patos.
È freddo.

Sul discorso del disincanto dell’Ortis in questa lettera, è interessante quando parla delle
letture in cui si è abbandonato nel periodo e dice cosa ha raccolto da queste letture: “Ho
raccolto: Che abbiamo tutti passioni vane com'è appunto la vanità della vita; e che
nondimeno sì fatta vanità è la sorgente de' nostri errori, del nostro pianto, e de' nostri
delitti.” È finalmente un Ortis scettico e addirittura, parlando sulla vanità e sugli errori che
nascono dalle passioni, tocca il tema del suicidio. Un personaggio che alla fine del romanzo
si suicida parli in modo scettico del valore del suicidio è molto interessante. Ci dice anche
di come il Foscolo, a distanza di anni, si sia un po’ distanziato da questa opera che pure
sente, ma la sente più freddamente. Prende l’esempio di Catone e Cozio: “Quando Catone
s'uccise, un povero patrizio, chiamato Cozio, lo imitò: l'uno fu ammirato perché aveva
prima tentato ogni via a non servire; l'altro fu deriso perché per amore della libertà non
seppe far altro che uccidersi.” C’è chi si uccide e passa per eroe e c’è chi si uccide e passa
come uno sciocco che ha voluto imitare un grande gesto.

Per notare un’altra differenza, prendiamo una lettera del 25 settembre che nel
romanzo è scritta dopo, ma che in realtà è stata scritta prima; lettera in cui Ortis è in
Toscana, la terra, la culla della civiltà letteraria italiana del massimo splendore espresso
dall’Italia nei secoli. Si abbandona alla “tirata”, cioè un lungo sfogo in cui rimpiange,
inveisce contro la sorte cui è toccata l’Italia e le condizioni in cui versa oggi
l’Italia e il popolo italiano. Scrive: “Così noi tutti Italiani siamo fuoriusciti e stranieri in
Italia, e lontani appena dal nostro territoriuccio, né ingegno, né fama, né illibati costumi ci
sono di scudo; spogliati dagli uni, scherniti dagli altri, traditi sempre da tutti, abbandonati
da’ nostri medesimi concittadini i quali, anziché compiangersi e soccorrersi nella comune
calamità, guardano come barbari tutti quegli italiani che non sono della loro provincia, e
dalle cui membra non suonano le stesse catene – dimmi, Lorenzo, quale asilo ci resta? Le
nostre messi hanno arricchiti nostri dominatori; ma le nostre terre non somministrano né
tugurj né pane a tanti Italiani che la rivoluzione ha balestrati fuori dal cielo natio, e che
languenti di fame e di stanchezza hanno sempre all’orecchio il solo, il supremo consigliere
dell’uomo destituto da tutta la natura, il delitto!”. Qui la situazione è simile perché si
lamenta dell’impossibilità dell’Italia di esprimere un popolo però è battagliero, è fiero, è
iracondo. C’è quello che chiamiamo il patos, una forte reazione emotiva di fronte a una
realtà esterna che schiaccia e che soverchia. In questa differenza, nel medesimo ambito
tematico, possiamo vedere quanto Foscolo a distanza di anni è mutato sia come stile sia
come visione e immedesimazione nei confronti del personaggio. Su questa annotazione vi
saluto e vi ringrazio per aver seguito finora le lezioni dedicate a Foscolo. Arrivederci.

Introduzione

Nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis il giovane patriota Jacopo invia una fondamentale
lettera (datata 4 dicembre 1798), in cui descrive l'incontro avvenuto
a Milano con Giuseppe Parini. Il capitolo è molto importante perché permette a Foscolo,
attraverso il confronto tra il suo protagonista e l’autore de Il Giorno, di tratteggiare la
figura dell’eroe romantico e di sviluppare una cupa e disillusa analisi del
periodo napoleonico in Italia.

Riassunto

La scena dell’incontro con Parini si apre su un paesaggio serale, in un boschetto di


tigli 1 che ospita il dialogo tra l’anziano poeta (che nella realtà morirà di lì a pochi mesi,
nell’agosto 1799) e il giovane ed impetuoso Jacopo, in pellegrinaggio per l’Italia dopo
l’allontamento dai Colli Euganei e dall’amore impossibile per Teresa. La descrizione che
Jacopo fa di Parini è funzionale alla polemica sulla situazione politica italiana ed
è fortemente venata di tratti alfieriani (basti pensare ad opere come Della
tirannide o Del principe e delle lettere):

Il Parini è il personaggio più dignitoso e più eloquente ch’io m’abbia mai conosciuto; e
d’altronde un profondo, generoso, meditato dolore 2 a chi non dà somma eloquenza? Mi
parlò a lungo della sua patria, e fremeva e per le antichi tirannidi e per la nuova licenza. Le
lettere prostituite, tutte le passioni languenti e degenerate in una indolente vilissima
corruzione [...]. A quelle parole io m’infiammava di un sovrumano furore, e sorgeva
gridando: - Ché non si tenta? morremo? ma frutterà dal nostro sangue il vendicatore 3.
Il pensiero del poeta, qui descritto come un “vecchio venerando”, non ricalca in modo
rigoroso quello del personaggio storico, maè una proiezione di Foscolo stesso: la
riflessione sulla situazione della patria porta alla drastica conclusione che non vi sia gran
differenza tra le antichi tirannidi sulla Penisola (quella spagnola e poi quella austriaca) e la
presente “nuova licenza”, con cui l’autore sarcasticamente allude al dominio
napoleonico in Italia che, iniziato sotto grandi auspici, ha poi portato alla fima
del Trattato di Campoformio con gli austriaci (17 ottobre 1797) e che si chiuderà con
l’arrivo delle truppe austro-russe a Milano nel 1799. Lo sfogo sulla situazione politica
italiana è radicale: Napoleone Bonaparte, al pari degli antichi tiranni, ha sottomesso il
Paese, tradendo gli ideali della Rivoluzione di cui si faceva portatore. Il disprezzo di
Jacopo, che si fa interprete della disillusione profonda dell’intellettuale Foscolo, per i
sostenitori del potere costituito è netto e incontrovertibile: essi sono per lui “ladroncelli,
tremanti, saccenti” che non meritano nemmeno la sua considerazione. Il furore a mala
pena trattenuto di Jacopo trova un elemento di bilanciamento nelle parole del
saggio Parini, che lo invita alla calma e alla riflessione, dato che non si intravede nel
futuro prossimo un qualche “barlume di libertà”. Il problema per Jacopo è che egli non può
volgere altrove - come gli consiglia l’anziano poeta - il suo tormento interiore. Difatti,
anche la vita privata e l’amore per Teresa sono stati finora solo motivi di sofferenza e
sconforto. Lo spiega il protagonista stesso, dando di sé il ritratto dell’eroe romantico
in lotta titanica contro il mondo:

Allora io guardai nel passato - allora io mi voltava avidamente al futuro, ma io errava


sempre nel vano e le mie braccia tornavano deluse senza pur mai stringere nulla 4, e
conobbi tutta la disperazione del mio stato. Narrai a quel generoso Italiano la storia delle
mie passioni, e gli dipinsi Teresa come uno di que’ genj celesti i quali par che discendano a
illuminare la stanza tenebrosa di questa vita. E alle mie parole e al mio pianto, il vecchio
petoso più volte sospirò dal cuore profondo: - No, io gli dissi, non veggo più che il sepolcro.
La sconfitta sul piano storico e su quello personale non può che condurre Jacopo
a pensieri di suicidio e di morte, che poi metterà in pratica. Per ora, con effetto
di pathos, lo trattiene solo l’amore per la “madre affettuosa e benefica”. Resta dunque
solo l’impegno, senza speranza di successo, per la “libertà della patria”, cui Jacopo vuole
dedicare tutto se stesso. A questo punto, Parini - o meglio, Foscolo attraverso questa
controfigura letteraria - sviluppa una breve e incisiva riflessione sulla natura della
politica e del potere. Sulle orme del realismo politico del Principe di Machiavelli (1469-
1527) e di Thomas Hobbes (1588-1679), Parini presenta un quadro fosco e pessimistico
sulle possibilità d’azione di chi è spinto da nobili ideali, poiché “quando dovere e virtù
stanno su la punta della spada, il forte scrive le leggi col sangue e pretende il sacrificio della
virtù”. Anche la fama degli eroi - e qui si avverte la reazione foscoliana agli eccessi
del regime del Terrore in Francia - non è immune da critiche aspre: essa infatti è il
risultato dell’audacia dei singoli, ma anche dei loro delitti e dell’influsso della sorte. In
particolare, dice Parini, è illusorio e dannoso riporre fiducia nello straniero, da
cui “non si dee aspettare libertà”. Anche chi vuol conservarsi puro e nobile è comunque
destinato alla sconfitta quando entra in contatto con la corruzione del potere e della
violenza:

Un giovine dritto e bollente di cuore, ma povero di ricchezze, ed incauto d’ingegno quale


sei tu, sarà sempre o l’ordigno del fazioso, o la vittima del potente. E dove tu nelle
pubbliche cose possa preservarti incontaminato dalla comune bruttura, oh! tu sarai
altamente laudato; ma spento poscia dal pugnale notturno della calunnia; la tua prigione
sarà abbandonata da’ tuoi amici, e il tuo sepolcro degnato appena di un secreto sospiro.
Anche chi, per un caso fortuito, riuscisse a conquistare il potere, sarà costretto a
macchiarsi di sangue se stesso e i propri ideali e verrà giudicato, a seconda dei casi, un
“demagogo” o un “tiranno”. Secondo l’analisi di Parini, il potere di per sé corrompe
l’uomo e non c’è spazio d’azione per chi è animato da alti ideali. La chiusura dell’episodio
riporta allora alla suggestione del suicidio; se per il credente Parini c’è ancora la fiducia
in un altro mondo, per Jacopo questa diventerà a poco a poco una soluzione sempre più
concreta per reagire al suo dramma storico e personale:
Tacque - ed io dopo lunghissimo silenzio esclamai: O Cocceo Nerva 5! tu almeno sapevi
morire incontaminato. - Il vecchio mi guardò: - Se tu né speri né temi fuori di questo
mondo - e mi stringeva la mano - ma io! - Alzò gli occhi al Cielo, e quella severa sua
fisonomia si raddolciva di soave conforto come s’ei lassù contemplasse tutte le sue
speranze.

Commento

L’analisi storica di Foscolo nel celebre incontro tra Jacopo Ortis e Giuseppe Parini è
impostata secondo un fosco pessimismo, per cui nel divenire storico non c’è spazio per
eroismo o ideali: l’autore registra dal suo punto di vista la crisi dei valori
dell’Illuminismo dopo la Rivoluzione francese e l’impossibilità per il giovane intellettuale
amante della libertà di integrarsi nella nuova società, di cui è invece rappresentante
Odoardo, il rivale in amore del protagonista. Per sviluppare questo discorso, alla fine del
quale si riscontra che tutti gli uomini sono “naturalmente schiavi” o “naturalmente
tiranni”, Foscolo caratterizza in senso romantico ed alfieriano la figura di
Parini, mantenendo della figura del poeta lombardo la coerenza morale e l’impegno
civile che caratterizza le sue Odi. Quella di Parini diventa così la figura di un maestro, che
si dimostra funzionale alla presa di coscienza di Jacopo dell’impossibilità della libertà
politica e della felicità personale, che culminerà nella famosa esclamazione della “lettera
da Ventimiglia” (19-20 febbraio 1799), che è il punto d’approdo del pessimismo e del
nichilismo delle Ultime lettere:

I tuoi confini, o Italia, son questi! ma sono tutto dì sormontati d’ogni parte dalla pertinace
avarizia delle nazioni. Ove sono dunque i figli tuoi? Nulla ti manca se non la forza della
concordia. Allora io spenderei gloriosamente la mia vita infelice per te: ma che può fare il
solo mio braccio e la nuda mia voce?
Il tema della vanità dell’azione e l’analisi della natura violenta del potere su cui si
incentra il colloquio con Parini sono poi sostenuti dal ricorso ad altri due modelli
letterario-filosofici: Niccolò Machiavelli e il Leviatano di Thomas Hobbes. Da questi due
trattatisti politici Foscolo recupera l’idea che in politica non ci sia spazio per chi è puro e
incontaminato di cuore e quella, più profonda, che la scalata al potere corrompe anche chi
è animato dai migliori propositi, come il triennio giacobino in Italia aveva
ampiamente dimostrato. Ne risulta arricchito il profilo dell’intellettuale romantico,
caratterizzato dall’animo nobile e dagli ideali letterari di libertà e indipendenza, pronto a
grandi gesti che prevedano anche il proprio sacrifico personale e sostanzialmente nato
nell’epoca sbagliata 6.

Lo stile di tutta la lettera è retoricamente elevato, in accordo con il contenuto del


testo: il dialogo tra i due personaggi è ricco di ripetizioni ed anafore, arricchito da
interrogative retoriche e da iperbati che spezzano l’andamento normale della frase.

1
La circostanza viene ripresa anche ne I sepolcri, ai vv. 62-69: “o bella Musa, ove sei tu?
Non sento | spirar l’ambrosia, indizio del tuo nume, | fra queste piante ov’io siedo e sospiro
| il mio tetto materno. E tu venivi | e sorridevi a lui sotto quel tiglio | ch’or con dimesse
frondi va fremendo | perché non copre, o Dea, l’urna del vecchio, | cui già di calma era
cortese e d’ombre”. Nel carme, trattando il tema del valore civile del “sepolcro”,
Foscolo lamenta il fatto che un poeta e intellettuale del calibro di Giuseppe Parini sia stato
sepolto in una semplicissima tomba al cimitero comunale di Porta Comasina, che
all’epoca si trovava poco oltre l’attuale Porta Garibaldi.

2
un profondo, generoso, meditato dolore: Foscolo qui allude alla zoppia del poeta, causata
da una malattia agli arti. La circostanza è ricordata da Parini stesso nell’ode La caduta.

3
L’enfasi e la passionalità retorica di Jacopo si nutre di citazioni classiche: la profezia
per cui dal sangue dei caduti per la libertà sorgerà un “vendicatore” ricorda da vicino
quella di Didone suicida che, nel quarto libro dell’Eneide di Virgilio, promette eterno
odio per Enea e i romani: “Tùm vos, ò Tyriì, stirp(em) èt genus òmne futùrum |
èxercèt(e) odiìs, cinerìqu(e) haec mìttite nòstro | mùnera. Nùllus amòr populìs nec foèdera
sùnto”. Traduzione: “Allora voi, o Tirii, tormentate con l’odio la sua stirpe e tutta | la razza
futura, e mandate questi doni alle nostre | ceneri. Non ci sia né amore né patto tra i
popoli”.

4
le mie braccia tornavano deluse senza pur mai stringere nulla: anche questa immagine è
di stampo letterario; si trova infatti nel sesto libro dell’Eneide, quando Enea cerca
inutilmente di abbracciare l’ombra di suo padre Anchise nell’Ade (Eneide, VI, vv. 700-
702: “Ter conatus ibi collo dare brachia circum | ter frustra comprensa manus effugit
imago, | par levibus ventis volucrique simillima somno”. Traduzione: “Per tre volte tentò di
mettergli le braccia intorno al collo, | per tre volte inutilmente l’immagine afferrata svanì
tra le mani; | come un sogno con le ali, simile ai venti più leggeri”. Si tratta di
un topos letterario, che torna anche in Dante nell’incontro con Casella nel secondo canto
del Purgatorio (vv. 79-81).

5
Cocceo Nerva: Marco Cocceio Nerva era un nobile romano, nonno dell’omonimo
imperatore Nerva (30-68 d.C.), che, secondo il racconto di Tacito negli Annali, nel 33 d.C.
si sarebbe suicidato lasciandosi morire di fame disgustato dalla corruzione dello
Stato.

6
Parini stesso definisce Jacopo “giovine degno di patria più grata”.
Foscolo - Riassunto sulla vita, le
opere e i sonetti dello scrittore
Ugo Foscolo è uno dei poeti più influenti della
letteratura italiana dell'Ottocento. Egli nacque a
Zante, isola greca a cui dedica una poesia molto
celebre, conosciuta con il titolo di A Zacinto.
Questa poesia rievoca in pieno il luogo natio di
Ugo Foscolo. Il celebre poeta si formò e studiò in
Dalmazia, per poi trasferirsi successivamente
nella città di Venezia. Nel 1812 poi decise di
trasferirsi nella città di Firenze, in cui continuò la
sua attività poetica.
Tra le liriche celebri del poeta si ricordano Alla
sera, in cui il poeta descrive la sera come unico
momento della giornata in cui riesce a
rasserenarsi. Molto celebri sono anche le poesie
raccolte in Dei Sepolcri e quelle contenute
nell'opera letteraria Le ultime lettere di Jacopo
Ortis. I temi che ricorrono spesso nelle liriche del
Foscolo sono quelli della m orte, dell'esilio, etc...

Indice

Vita e opere di Ugo Foscolo - Versione


alternativa 1
Ugo Foscolo, riassunto - Versione alternativa 2
Ugo Foscolo, sintesi - Versione alternativa 3
Biografia e opere di Foscolo - Versione
alternativa 4
Pensiero di Ugo Foscolo - Versione alternativa 5

Vita e opere di Ugo Foscolo


Vita di Ugo Foscolo: Ugo Foscolo nacque 1795 a
Zante, isola greca da Andrea e Diamantina, a 10
anni viene arrestato perché assieme a una
brigata di monelli assaltarono un ghetto per
liberare gli ebrei rinchiusi.
Studiò in Dalmazia e poi raggiunse Venezia nel
1792. Era un personaggio sospetto quindi si
trasferì nella Repubblica
Cispadana dove conobbe gli ideali di Napoleone.
Ugo Foscolo rientrò a Venezia, fu nominato
segretario della municipalità provvisoria, venne
inviato in missione presso Bonaparte ma rimane
deluso dall’incontro. Il trattato di Campoformio fu
percepito da Ugo come la fine dell’Italia.
Si trasferì a Milano, conobbe Parini e Monti, inizi a
scrivere Le ultime lettere di Jacopo Ortis. Si
arruolò nella Guardia Nazionale combattendo con
i francesi. Dopo la vittoria di Bonaparte andò in
molte città. Nel 1808 fu nominato professore di
eloquenza all’Università di Pavia.
Nel 1812 Ugo Foscolo si trasferì a Firenze, si
dedicò alla poesia, nel 1813 Foscolo tornò a
Milano mettendosi come ufficiale al servizio del
viceré per mantenere l’[Link] austriaci
gli proposero di collaborare ma egli preferì
l’esilio. Morì nel 1827 a Londra perseguitato da
creditori.

Ugo Foscolo, poesie: Foscolo opera nel periodo


napoleonico. La sua produzione comprende vari
generi letterari, dal romanzo alla lirica, al teatro.
In queste opere, Foscolo essendo un
neoclassicista, si intrecciano tendenze
neoclassiche volte alla ricerca di equilibrio,
armonia che si rifà all’antichità classica e
dell’imitazione dei greci e romani ed è anche un
anticipatore del romanticismo. Le tendenze
neoclassiche si intrecciano con quelle
preromantiche caratterizzate dalle passioni,
espressioni di forti sentimenti. Importanti sono le
traduzioni di opere classiche o i saggi di critica
letteraria. Ugo Foscolo coinvolto
intellettualmente ed emotivamente nelle vicende
dell’Italia e di Venezia prese spunto dagli eventi
politici e militari che caratterizzavano periodo
storico travagliato.
1798: Le ultime lettere di Jacopo Ortis: romanzo
epistolare autobiografico incentrato su due temi:

[Link] politica deluso dal trattato di


Campoformio del 1797

[Link] d’amore assimilabile anche


nell’opera di Goeth. Foscolo nell’Ortis da
libero sfogo alla delusioni di Napoleone e
traspone in Jacopo l’amore per Teresa non
corrisposto la sua passione per Isabella
Roncioni. Questo romanzo subì varie
rielaborazioni periodo in cui furono pubblicate
varie edizioni.

1803: elaborò Poesie che comprendevano le lodi


di espressioni neoclassiche. I sonetti si possono
dividere in:
1798-1802: primi otto ritenuti minori dalla critica,
affinità di contenuti con ortis per acceso
autobiografismo, ripresa di temi già presenti in
Ortis.
1802-3: altri otto sono maggiori composti pur
riprendendo motivi romantici di impronta
ortisiana ma sono caratterizzati da armonia
classica e da una compostezza stilistica che li fa
rientrare nel neoclassicismo. Lui compone due
famose lodi che esaltano la bellezza femminile
vista dall’autore come valore assoluto.
A Luigia Pallavicini caduta da cavallo è dedicata
alla nobile donna caduta da cavallo su una
scogliera. La donna è descritta come una divinità,
dea e diventa simbolo della bellezza classica.
La seconda è stata composta per Antonietta
Faniani tornata a risplendere della bellezza dopo
essere afflitta da una malattia. Celebrata bellezza
come serenità per l’uomo.
Ugo Foscolo inizia a scrivere il poemetto Le
Grazie, 1822 lo riprese ma rimase incompiuto,
questo poema suscitò nei nobili sentimenti negli
animi degli uomini compiono un azione
civilizzatrice volta a liberare il genere umano
dalle passioni terrene, aggressività primitive. E’
un esempio perfetto di neoclassicismo poetica e
permette e Foscolo di fuggire dalla realtà per
trovare dei valori ideali nel mondo classico antico
della mitologia.
1806: scrive Il Carne dei Sepolcri pubblicato nel
1807 ideato in seguito a una discussione che
aveva avuto sulla validità dell’editto di Saint
Cloud entrato in Italia che vietava per motivi di
igiene di seppellire i cadaveri all’interno delle
chiese e stabiliva che i cimiteri fossero posti fuori
dalle mura delle città. L’editto prescriveva che le
tombe fossero tutte uguali e solo in caso di
uomini illustri potevano valutare se porre sul
sepolcro due [Link] fondono i due aspetti
principali della poesia di Foscolo, intimo che
caratterizza i sonetti.
Il tema centrale del Carme è l’importanza del
culto dei morti e delle loro tombe ma non in senso
religioso ma in un senso civile, laico.
Secondo Ugo Foscolo la memoria degli uomini
illustri deve portare l’uomo a crescere.
A Ugo Foscolo vengono attribuite 3 tragedie:

[Link], incentrata sulle tematiche della


morte e dell’esilio che successivamente
riprese nello Jacopo Ortis e ispirate al
modello Alfieriano.

[Link], trattava il tema della cortesia per


l’eredità delle armi di Achille e riguarda
l’epica classica alle minacce, non accetta che
le armi di Achille passassero in eredità ad
Ulisse e le pretendeva Ajace che si suicida.
Lui rappresenta la virtù che si rifà ad
Agamennone che fa scattare l’ira di Achille
quando pretende la concubina di Achille che
si ritirò dal campo, che viene assimilato come
Napoleone.
[Link] Ricciarda incentrata su tematiche amorose.
L’ammirazione di Foscolo per i classici è
fondata sulla traduzione e interpretazione di
testi. Si dedica allo studio e alla traduzione Il
De Reum Natura ( natura delle cose in latino).

Linguaggio
:
-è aulico, vuole rendere immortale la bellezza
della donna in cui trasforma Diana e Venere in
divinità immortali. pubblico e civile e quello
privato
-poesia assume una funzione eternatrice
proiettando la bellezza in una dimensione infinita.

Pensiero e poetica:
-carattere passionale che lo portava a vivere delle
forti delusioni, partecipò alle vicende del suo
tempo intellettualmente e emotivamente. Le sue
opere sono autobiografiche.
-Pone confronto gli ideali e condizione reale dell’
uomo nella storia che erano contrapposti ai valori
ideali. Come tanti altri intellettuali Foscolo visse
profondamente il messaggio spirituale che deriva
dalla teoria che il mondo e il uomo avevano un
ciclo di vita limitato che si conclude con la morte.
-scorrere del tempo porta a vicende storiche
cosicchè le opere degli uomini vengono distrutte
dal tempo. In questo processo la vita individuale
di ciascuno risulta essere effimera destinata a
durare poco
-ricerca di uno scopo dell’esistenza umana, fu
influenzato dal pensiero di Gian Battista Vico che
credeva che il mondo fosse sottoposto a un
processo di trasformazione che puntava volto al
progresso. In questo senso l’esistenza umana è
destinata alla condizione bestiale alla civiltà e da
ciò deriva l’importanza dello studio della storia e
del culto dei grandi in grado di incitare negli
animi a imprese storiche e a ispirare ad opere
elevate di qualsiasi tipo.
- Giunge ad una conclusione: la caducità della
vita può essere riscattata dalla sopravvivenza di
alcuni nobili ideali resi eterni dalla poesia.
L’eternità viene resa dalla poesia. In Foscolo vi è
una sorta di idealismo in contraddizione con il
materialismo meccanicistico influenzato a causa
della circolazione delle idee illuministiche.
Questa prospettiva idealistica si alterna in
Foscolo però anche ad un cupo pessimismo
indotto dal materialismo e dalla meditazione sul
suo tempo, tristi vicende storiche che lo
porteranno alla solitudine ed esilio. Lui diventa
perla generazione romantica Il vate che è il
profeta che indica gli ideali della vita. L’eroe
perdente che propone di credere nell’illusione di
una sopravvivenza umana dopo la morte
attraverso il perdurare dei valori e del perpetuarsi
della memoria.

Ideali:
-libertà, concepita come conquista che comporta
l’impegno e la partecipazione dell’ individuo.
-patria intesa come una nazione libera da
qualsiasi governo assolutistico, da qualsiasi
oppressore.
-gloria che si ottiene attraverso il forte sentire e
l’azione magnanima.
-amore, gli affetti famigliare, la bellezza.
Questi valori positivi non hanno un fondamento
oggettivo nella vita del uomo ma sono motivo di
consolazione.

Funzione della poesia: Secondo Foscolo la


poesia ha una funzione di celebrare e rendere
eterna gli animi e gli uomini che hanno difeso nel
corso della loro esistenza. La poesia diventa una
strumento anche di educazione morale e civile e
assume funzione didascalica, superando conflitto
per creare un mondo di serenità e armonia. Alla
poesia vanno riconosciute tre funzioni
fondamentali:
-Funzione eternatrice della poesia
-Civilizzatrice: armonia con cui espressi gli ideali
portano gli uomini a coltivarli
-Rasserenatrice e consolatoria sollevando l’uomo
per appagarlo nel suo bisogno di perfezione e di
assoluto.
Affermò questi principi in un'opera: Principi di
critica poetica, descrizione dell’epoca in cui visse
Foscolo.
Ugo Foscolo, riassunto
Vita e opere: Nacque nel 1778 nell'isola greca di
Zacinto (Zante) da padre veneziano e madre
greca. Nel 1792 si trasferì a Venezia dove
approfondì la lettura dei classici e dei grandi
filosofi. Molto giovane il poeta si incominciò ad
appassionare alla politica, ed appoggiò con
entusiasmo Napoleone Bonaparte, nella speranza
che riuscisse a creare una nazione libera ed
unita.
Dopo il trattato di Campoformio, Napoleone,
cedette Venezia all'Austria e Foscolo, deluso da
questa decisione, si rifugiò per un po' di tempo
sui colli euganei.
Qui compose il romanzo epistolare intitolato "Le
lettere di Jacopo Ortis".
Le composizioni di Foscolo rispecchiano sempre
questi ideali: l'amore per la politica e i tormentoni
amorosi
Dopo l'ingresso degli Austriaci a Milano, Foscolo,
decise di andare in esilio volontario in Svizzera e
poi in Inghilterra dove in seguito morì nel 1827.
Pensiero: egli è considerato il massimo
rappresentante del Neoclassicismo, ma anche
l'anticipatore di un nuovo movimento culturale
detto "Romanticismo".
Le prime parti delle composizioni di Foscolo
rispettano aspetti preromantici (inquietudine e
tormento), in seguito invece si accostano ad
aspetti Romantici veri e propri.
Nelle sue opere ricerca sempre la perfezione
formale.
I temi dominanti sono come ho già detto: la
passione per la politica e la passione amorosa.
Le opere però hanno un fondo di pessimismo,
però a questo pessimismo l'uomo può reagire con
le "illusioni foscoliane" che sostengono sempre
gli ideali dell'amore, della giustizia, della bellezza
e della libertà. La poesia traduce queste illusioni
in una forma d'arte che fa rivivere gli antichi miti
per illuminare di bellezza e di armonia il presente.

Le opere di maggior importanza: Le lettere di


Jacopo Ortis, All'amica risanata, Le odi, dei
sepolcri, a Zacinto, alla sera; sono le opere di
maggiore importanza.
Ugo Foscolo, sintesi

Vita:: la personalità di Ugo Foscolo è all’insegna


della contraddizione, oscilla tra stati d’animo
opposti, e la sua poesia porta i segni di questo
squilibrio e della nuova condizione di
intellettuale, che fa i conti con la propria
autonomia.
Ugo Foscolo nasce nel 1778 a Zante, un’isola
nello Ionio, allora appartenente alla repubblica
Veneta. La nascita in un’isola legata alla cultura
greca ha un certo rilievo nell’amore per il mondo
classico. Nel ’93 raggiunge la madre a Venezia, è
un adolescente ma alla lingua materna, il greco,
aggiunge preso un possesso profondo dell’italiano
e delle grandi lingue classiche. Ha modo di farsi
apprezzare nei prestigiosi ambienti letterari
veneziani. Si impegna a favore della Francia
rivoluzionaria ed è costretto a lasciare la città.
Quando Napoleone cede Venezia all’Austria con il
trattato di Campoformio, le posizioni ideologiche
del giovane poeta falliscono. Si sposta a Milano e
pubblica le “Ultime lettere di Jacopo Ortis”, l’ode
“A Luigia Pallavicini caduta da cavallo”. Tra il
1802-03 pubblica varie edizioni delle “Poesie”:
che comprende 12 sonetti e 2 odi. Nel marzo del
1805 conosce a Parigi Manzoni, incontra
Pindemonte, al quale dedica il poemetto “Dei
Sepolcri”. Viene nominato professore di
eloquenza latina e italiana all’università di Pavia.
Foscolo passa da una polemica all’altra, viene
censurata la tragedia “Ajace” poiché vengono
ravvisati riferimenti polemici a Napoleone e al
governo francese.
Dopo la sconfitta di Napoleone a Lipsia , si dedica
alla difesa del regno Italico nella sollevazione di
Milano. Fugge in esilio, prima in Svizzera, poi in
Germania e infine in Inghilterra. Sarà il periodo
più duro per il poeta in cui emergono i due aspetti
della sua personalità: il rispetto dei propri ideali e
la dignità nella vita; e la ricerca del lusso e il
temperamento polemico. Ai problemi di salute si
aggiungono problemi economici, viene aiutato
dalla figlia e dai pochi amici, ciò nonostante
riesce a produrre una quantità di scritti: Lettere
dall’Inghilterra, ultimi ritocchi dell’Ortis, le Grazie,
la Lettera apologetica (appassionata difesa della
propria coerenza politica). Muore nel settembre
del 1827.
Dall’illuminismo Foscolo deriva una visione laica
della storia e della società, nonché una solida
prospettiva materialistica. Vede l’intellettuale
una coscienza collettiva. Politicamente assume i
tratti di un inquieto giacobinismo e di una carica
pessimistico-negativa nei confronti delle strutture
sociali esistenti. Egli attribuisce alla poesia la
gestione eroica dei grandi valori di civiltà (Parini)
e inoltre critica il potere reale e la borghesia per
la loro incapacità di trasformare i valori
particolari in valori generali (Parini e Alfieri).

Le Ultime lettere di Jacopo Ortis: La


composizione di quest’opera impegnò il poeta dai
diciott’anni per tutta la vita, la versione definitiva
apparve a Londra nel ’17. Dall'adolescenza alla
maturità, nel corso delle diverse redazioni, le
lettere che il ribelle Jacopo indirizza all'amico
Lorenzo Alderani, vanno così adeguandosi al
mondo interiore dello scrittore e alla sua vitalità
passionale impetuosa e desiderosa di imporre il
proprio individuale «sentire». E Jacopo appare sì
un tragico eroe alfieriano, ma un eroe alfieriano
che con tutta la sua assoluta ansia di libertà
contro la tirannide, scende dalle remote e mitiche
scene, e viene a vivere e a morire nell'Italia
borghese, prosaica e antieroica dell'ultimo
Settecento. Al tramonto del mito napoleonico e
delle grandi speranze libertarie e ugualitarie, il
tragico scontro con i limiti imposti dalla realtà
presente si consuma, infatti, in un'Italia «schiava,
denudata, venduta» e in una società storica e
umana «foresta di belve». Sono costituite de una
raccolta ordinata di lettere indirizzare da Jacopo
all’amico Lorenzo Alderini, e alcune all’amata
Teresa e ad altri. La vicenda si snoda tra
delusioni politiche e amorose e termina con il
suicidio del giovane Jacopo. La sintassi è
percossa da continue esclamazioni, per favorire
la complicità con il lettore.

I Sonetti e le Odi: Il canzoniere comprende 12


sonetti e 2 odi composti tra i venti e i venticinque
anni. L’ode a Luigia Pallavicini caduta da cavallo
si ricollega al gusto arcadico, All’amica risanata,
dedicata all’amante del poeta, è caratterizzata da
una sensualità malinconica e da una raffinatezza
neoclassica, la bellezza della donna corrisponde
alla bellezza della poesia. Il modello del
canzoniere è senza dubbio simile a quello
petrarchesco, ma risulta decisiva la lezione
pariniana per le odi e quella di Alfieri per i sonetti.
I temi sono vari: amoroso, politico-culturali, e la
tendenza all’autoritratto, e la psicologia
foscoliana all’insegna tra tensione e conflitto che
si percepisce nei 4 sonetti ultimi: Alla Sera, A
Zacinto, Alla Musa e In morte del fratello
Giovanni.

Le Grazie: In quest’opera le due tendenze della


poesia foscoliana risultano divise e non
complementari, come accade invece nella
produzione delle grandi opere. Le due tendenze
sono: il confronto diretto con il
presente(produzione civile) e la fuga verso
un’idea astorica e assoluta dell’arte (scrittura
raffinata). A cause del rientro a Milano e dei
burrascosi eventi, il poema rimase incompiuto. È
strutturato in tre parti, tre inni distinti: a Venere,
a Vesta e a Pallade. Il primo dedicato
all’apparizione di Venere nel mare greco e delinea
la nascita della civiltà greca classica. Il secondo
inno a Vesta rappresenta il passaggio delle Grazie
dalla Grecia all’Italia, il poeta raduna tre donne a
Firenze, celebrando la bellezza della civiltà
italiana. Nel terzo inno, che si presenta più degli
altri in forma di abbozzo, descrive la fuga delle
Grazie nella mitica Atlantide, per
l’imbarbarimento degli uomini e il degradamento
del mondo. Emerge un sentimento tragico della
negatività del presente, della precarietà della
condizione umana, e la bellezza serva a dare
coerenza al passato, riscatto al presente e senso
al futuro.

Dei Sepolcri: La composizione del carme avviene


tra il 1806 e il 1807. Proprio in quel periodo viene
esteso all’Italia l’Editto di Saint-Cloud, il quale
stabiliva il divieto di seppellire i morti all’interno
delle zone abitate e l’obbligo di prevedere la
sepoltura in cimiteri extraurbani. L’idea di questa
nuova opera nacque molto probabilmente per
suggestione da una discussione avuta con
Pindemonte (dedicatario dell’opera, che scrive un
testo simile) e con altri amici sul tema delle
sepolture.
Il testo può essere considerato un carme, una
raccolta di epistolae o un poemetto filosofico. È
costituito da 295 endecasillabi, ed è divisibile in
quattro parti. Nella prima parte affronta il tema
dell’utilità delle tombe e dei riti dedicati ai morti.
Chiarisce l’inutilità dal punto di vista
materialistico e laico ma sottolinea il senso
legato alla dimensione sociale dell’uomo e ai
superstiti che lo piangono e lo ricordano (porta
l’esempio di Parini che non è stato seppellito
come meritava). Nella seconda parte descrive i
vari culti nel corso della civiltà. La terza parte
tratta il significato pubblico e privato, come le
tombe dei grandi comunicano il loro esempio per
stimolare i superstiti a proseguire l’opera
(esempio di Alfieri). La quarta parte, conclusiva, è
introdotta da un esempio mitico: il mare depose
sulla tomba di Ajace le armi di Achille. Una
funzione centrale è assegnata alla poesia, che
come la tomba celebra le virtù presenti e antiche
per conservare il ricordo.

Biografia e opere di Foscolo

La vita di Ugo Foscolo: Ugo Foscolo nasce nel


1778 a Zacinto, isola ionica sotto il dominio della
Repubblica di Venezia. Suo padre è veneziano e
sua madre greca.
Quando muore il padre, nel 1792, la famiglia si
trasferisce a Venezia.
Qui Ugo Foscolo sente il fascino delle idee nate
dalla rivoluzione francese e diviene un convinto
sostenitore della politica di Napoleone Bonaparte:
rimane però profondamente deluso quando
l'imperatore francese cedette Venezia agli
austriaci in seguito al trattato Campoformio.
Costretto ad abbandonare Venezia, si trasferisce
prima a Milano poi a Bologna e Firenze, poi di
nuovo a Milano.
Sebbene critico nei confronti di Napoleone, non
vedendo alternative migliori, continua a
sostenerlo combattendo come ufficiale di
cavalleria nell'armata francese.
Nel 1808 diventa professore di letteratura
all'Universita di Pavia. Nel 1814, dopo l'esilio di
Napoleone all'Elba e la caduta del Regno d'Italia,
preferisce allontanarsi da Milano, tornata sotto il
dominio austriaco e si rifugia prima in Svizzera
poi in Inghilterra. Lontano dall'Italia, povero e
malato, trova conforto nella figlia Florian, nata da
una breve relazione con una inglese, e
nell'attività letteraria.
Ugo Foscolo muore in un villaggio presso Londra
nel 1827. Nel 1871 le sue spoglie vengono portate
a Firenze e oggi riposano nella chiesa di [Link]
dove sono sepolti molti grandi personaggi della
cultura Italiana.

Pensiero di Ugo Foscolo

Niccolò Ugo Foscolo (Zante 1778 - Londra 1827),


uno dei massimi poeti italiani del secolo XIX,
riflette nella sua opera e nella sua vita il critico
momento di passaggio della cultura europea e
italiana dall'illuminismo al romanticismo. Di qui il
suo difficile tentativo di mediazione tra un intimo
e appassionato romanticismo e la ricerca di
equilibrio e serenità, tra la formazione filosofica
settecentesca e la nascente sensibilità artistica
romantica, peraltro mitigata dal culto della
bellezza e dell'armonia che gli derivava dallo
studio dei classici. Considerato la più viva
espressione del neoclassicismo letterario
italiano, Foscolo fu stimato anche come maestro
di vita ed esempio di dignità e patriottismo dai
maggiori esponenti del Risorgimento come
Cattaneo, Mazzini e più tardi il critico Francesco
De Sanctis.
Vita e opere: di famiglia veneziana, Foscolo
nacque a Zante, isola dell'arcipelago greco, che
resterà la sua patria ideale e fonte ispiratrice
della sua poesia. Dopo aver compiuto gli studi a
Zante e a Spalato, nutrendosi dei classici greci e
latini e dei filosofi settecenteschi, si trasferì a
Venezia, cominciando ben presto a comporre
versi di ispirazione arcadica o romantica, come i
versi sciolti del poemetto Al sole (1797). Nello
stesso anno fece rappresentare con successo la
prima tragedia, di ispirazione alfieriana, Tieste,
ma nell'aprile fu costretto a lasciare Venezia per
rifugiarsi a Bologna, a causa dei suoi
atteggiamenti ostili alla oligarchia veneta. Qui
scrisse l'Ode a Bonaparte liberatore e, per
dimostrare attivamente la propria adesione agli
ideali nuovi, si arruolò nell'esercito della
Cispadana, tornando nella Venezia repubblicana.
Ma dopo il trattato di Campoformio con il quale
Napoleone cedeva Venezia all'Austria andò
nuovamente in esilio. La delusione politica, unita
all'ardente passionalità amorosa, costituirono il
nucleo tematico del romanzo epistolare Le ultime
lettere di Jacopo Ortis, iniziato nel 1798 e
terminato nel 1802. Primo esempio di romanzo
moderno nella storia letteraria italiana, costruito
sul modello della Nouvelle Héloïse di J.J.
Rousseau e dei Dolori del giovane Werther di W.
Goethe, esso contiene tutti i motivi della poesia
foscoliana, dalla passione politica e civile al culto
della bellezza rasserenatrice, dall'amore per la
patria all'amore per la donna, e mette in evidenza
quel contrasto tra cuore e ragione che attraversa
tutta l'opera di Foscolo, nel tentativo di
mediazione tramite il mito delle "illusioni", cioè
dei più alti ideali che sopravvivono eternamente
nella poesia. In questi anni il poeta iniziò la
composizione di un'opera a carattere
autobiografico, rimasta incompiuta, Il sesto tomo
dell'Io, mentre partecipava a varie battaglie,
distinguendosi nella difesa di Genova contro gli
austriaci. A Genova scrisse l'ode A Luigia
Pallavicini caduta da cavallo che, insieme alla
seconda ode All'amica risanata, dedicata
all'amante milanese Antonietta Fagnani Arese,
canta la potenza rasserenatrice della bellezza, il
cui carattere effimero è mitigato dalla poesia che
dura in eterno. Le due odi furono pubblicate nel
1803 insieme a dodici sonetti, nei più maturi ed
originali dei quali (Alla Musa, A Zacinto, In morte
del fratello Giovanni, Alla sera) il poeta aveva
felicemente tentato di assopire "quello spirto
guerrier ch'entro [mi] rugge", cioè la passionalità
e il dissidio interiore, nel nitore e nella
limpidezza del dettato poetico, così come nelle
Odi, dove però l'esercizio stilistico prevaleva
nella rievocazione di miti classici. Dopo il
soggiorno a Milano, nel 1804 Foscolo seguì
l'armata italiana di Napoleone in Francia, dove
restò fino al 1806, a Boulogne e a Valenciennes.
In quegli anni si dedicò alla traduzione dell'Iliade,
della Chioma di Berenice di Callimaco e del
Viaggio sentimentale di L. Sterne che fu per lui
magistrale esempio di bonaria e ironica saggezza,
distante dalla furia delle passioni.
Alla traduzione di Sterne il poeta premise la
Notizia intorno a Didimo Chierico, inventando un
personaggio che, come Jacopo Ortis, rappresenta
un alter ego foscoliano e concretizza la
maturazione del poeta verso un atteggiamento
più distaccato e sorridente, in cui le passioni, mai
spente, traspaiono però come "calore di fiamma
lontana".
Grazie a questo nuovo equilibrio interiore nasce il
capolavoro foscoliano, il carme I Sepolcri,
composto a Milano, ma pubblicato a Brescia nel
1807, contemporaneamente al Nuovo
esperimento di traduzione dell'Iliade. In questo
carme civile in endecasillabi sciolti, Foscolo
ribadisce il valore delle illusioni di contro al
pessimismo materialistico: la tomba, inutile per i
morti, è tuttavia per i vivi testimonianza degli
affetti familiari, segno di civiltà e soprattutto
incitamento a egregie imprese col ricordo della
gloria dei grandi e fonte di ispirazione per i poeti
che canteranno, come Omero, le gesta degli eroi
con una voce che saprà vincere il silenzio anche
quando il tempo avrà distrutto le tombe.
Nel 1808 Foscolo ottenne la cattedra di
eloquenza all'Università di Pavia, ma fece appena
in tempo a leggere la prolusione Dell'origine e
dell'ufficio della Letteratura e a tenere cinque
lezioni, che la cattedra fu soppressa.
Dopo la rappresentazione senza successo della
seconda tragedia, Aiace (1811), Foscolo si
trasferì a Firenze dove rimase due anni,
trascorrendo il periodo più sereno della sua vita,
pieno di rinnovato fervore creativo: compose
infatti la terza tragedia, Ricciarda, e cominciò a
lavorare all'incompiuto poema Le grazie, nei cui
frammenti è testimoniato il definitivo approdo
foscoliano nelle regioni della poesia e delle
illusioni raffigurate attraverso la contemplazione
di miti classici. Ritornato a Milano nel 1813 vi
restò fino al 1815, quando al ritorno degli
austriaci, prima di prestar giuramento al nuovo
regime in qualità di capitano dell'esercito, preferì
lasciare la città e rifugiarsi in Svizzera, dove
pubblicò i discorsi Della servitù d'Italia, ristampò
l'Ortis, e scrisse l'Hypercalypseos, satira contro i
letterati italiani. Nel 1816 si trasferì a Londra
dove visse fino alla morte con la figlia: dapprima
agiatamente, poi, anche a causa della vita
dispendiosa, costretto a lavorare assiduamente
scrivendo articoli di critica letteraria (sulla
Commedia, sul Decamerone, sul Petrarca, saggi
che segnano la nascita della moderna critica
letteraria italiana) e dando lezioni private. Morì
perseguitato dai creditori e ormai caduto in
disgrazia. Sepolto in un cimitero di un sobborgo
londinese, le sue ossa furono tumulate nel 1871
nel tempio di S. Croce a Firenze.
Testimonianze critiche. La personalità e l'opera
foscoliane, l'una così vitale e tormentata, l'altra
così estranea agli schemi correnti,
profondamente rivoluzionaria e preromantica,
suscitarono nei contemporanei un misto di
ammirazione e di incomprensione: basti citare per
tutti il giudizio di Pietro Giordani sui Sepolcri,
definiti "fumoso enigma". Intanto si veniva
creando il mito risorgimentale del Foscolo, grazie
soprattutto all'interpretazione di Giuseppe
Mazzini che sottolineò il significato storico della
sua poesia ed esaltò la sua funzione di vate civile
e patriottico, ponendo le basi per la successiva
fondamentale analisi di Francesco De Sanctis,
con lo studio nuovo della personalità del poeta
alla luce della sua vocazione e con una
reinterpretazione del suo classicismo e delle sue
contraddizioni come espressione di un'epoca di
feconda crisi. Successivamente una messe di
studi eruditi, filologici e biografici poco aggiunse
alla valutazione dell'opera del poeta veneziano,
mentre la critica novecentesca, a partire dai
saggi di E. Donadoni, con i contributi di B. Croce,
G. De Robertis, A. Momigliano, L. Russo, W. Binni
e altri, ha concentrato la propria attenzione su
alcune questioni fondamentali: il rilievo dell'Ortis
come depositario di tutti i temi fondamentali della
poetica foscoliana; l'importanza del momento
"sterniano" nell'evoluzione dello stile e della
poetica; la posizione storica in relazione con i
grandi poeti del neoclassicismo romantico
europeo (Hölderlin, Keats, Shelley); il problema
dell'unità dei Sepolcri; la rivalutazione delle
Grazie come momento culminante dell'itinerario
artistico foscoliano; infine l'importanza della
critica letteraria del Foscolo come iniziatrice
della tradizione critica italiana.

Alla sera
Parafrasi e analisi della poesia
(Poesie, I)

Ugo Foscolo
· Pubblicato 7 maggio 2020 · Aggiornato 7 giugno 2021 ·

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Dipinto di Caspar David Friedrich dal titolo La sera

Sintesi
Titolo: Alla sera
Autore: Ugo Foscolo
Raccolta: Poesie di Ugo Foscolo
Tematica: Sonno / morte
Soggetto: La sera
Genere: Sonetto
Anno: 1803

Premessa
Questa poesia di Ugo Foscolo è la prima degli undici sonetti pubblicati nell’aprile 1803
nella raccolta Poesie. Riprende il tema del sonno, immagine della morte, che dà riposo,
pace e tregua dagli affanni della vita, che ispirò molti sonetti cinquecenteschi
(famosissimo quello di Della Casa).

TESTO
PARAFRASI
[1] Forse perché della fatal quiete
tu sei l’immago a me sì cara vieni
o Sera! E quando ti corteggian liete
le nubi estive e i zeffiri sereni,
[1] O Sera (personificazione e apostrofe), mi sei così cara quando arrivi forse perché
sei l’immagine (immago) della morte (fatal quiete – ossimoro e metafora)! Sia
quando (E quando parallelismo con. v.5) le nuvole estive e i venti del bel tempo
(zeffiri – lo zefiro è il vento di primavera che porta il bel tempo - sineddoche) ti
circondano allegramente (ti corteggian liete),
[5] e quando dal nevoso aere inquiete
tenebre e lunghe all’universo meni
sempre scendi invocata, e le secrete
vie del mio cor soavemente tieni.
[5] sia quando dal cielo nevoso (nevoso aere) fai scendere (meni) sul mondo
(universo) lunghe e tempestose (inquiete – lat. da in-quietus = senza pace) tenebre
sempre scendi desiderata (invocata), e occupi (tieni) dolcemente le vie nascoste del mio
cuore.
[9] Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme
che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
questo reo tempo, e van con lui le torme
[9] Mi fai vagare con i pensieri (Vagar mi fai co’ miei pensier) sulle orme che
conducono (vanno) alla morte (nulla eterno - ossimoro); e intanto passa velocemente
(fugge) questo tempo malvagio (reo tempo – il poeta allude anche al tempestoso
periodo storico in cui vive), e con lui se ne vanno (van)
[12] delle cure onde meco egli si strugge;
e mentre io guardo la tua pace, dorme
quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.
[12] le schiere degli affanni (le torme delle cure - metafora) con cui (onde) insieme a
me (meco – con me) egli [il tempo] si consuma (si strugge). E mentre io guardo la tua
pace, si placa (dorme) quello spirito guerriero (guerrier nel senso di inquieto,
travagliato) che si agita dentro di me (ch’entro mi rugge).

Riassunto della poesia


L’arrivo della sera è cara al poeta, sia in primavera, quando il cielo è sereno, che in
inverno, quando il cielo si rabbuia e sta per arrivare una tempesta di neve. La sera, simile
alla morte, riesce a trasmettere un senso di pace, in quanto mette fine alle preoccupazioni
che l’uomo vive durante il giorno e fa riflettere sul nulla eterno. Intanto il tempo passa
velocemente e le difficoltà della vita passano, così come l’arrivo della sera riesce e dare
riposo allo spirito battagliero del poeta.

Concetti base
o La Sera evoca l’immagine della morte, espressione di pace e che quindi non incute
timore o angoscia;
o La morte, considerata come annullamento, sereno immergersi nel nulla, mette fine
alle ansie della vita;
o La sera calma lo spirito guerriero del poeta.

Analisi del testo


Struttura del sonetto:
o Vv. 1-8 (le due quartine) - il poeta dice che ama la sera perché è simile alla morte;
o Vv.9-14 (le due terzine) - la sera calma lo spirito guerriero del poeta.
Il tema principale della poesia è la morte che il poeta non nomina mai direttamente ma
indica attraverso due espressioni:
o Fatal quiete (v.1) in quanto momento di riposo (quiete) voluto dal fato, dal destino
comune a tutti i viventi (fatal);
o Nulla eterno (v.10) in quanto Foscolo crede che la morte cancelli ogni cosa (corpo e
anima dell’uomo). Secondo Foscolo non vi è nulla dopo la morte; come la sera si porta
via le preoccupazioni di ogni giorno, anche la morte si porta via ogni cosa, ogni
tormento, per sempre.
La sera spinge il poeta a riflettere sulla morte e sulla relatività delle tribolazioni umane
(tema lucreziano) ed a percepire un senso di distanza dal presente infelice in cui si trova a
vivere. L’analogia sera/morte non ha un significato angoscioso ma al contrario positivo
e rasserenante, non spaventa ma porta alla pacificazione delle tensioni interne.
E’ una tematica esistenziale in cui emerge la concezione laica e materialistica del
poeta. In Foscolo non vi è alcun sentimento religioso, egli lo evidenzia definendo la
morte fatal quiete e nulla eterno intese come estinzione definitiva della vita.

Influsso di Lucrezio
Durante la composizione del sonetto, Foscolo stava leggendo e traducendo in prosa
Lucrezio ed è lucrezianamente cara a Foscolo la sera in quanto immagine della morte
vista come riposo. Infatti, secondo Lucrezio, la morte non può fare paura, perché è una
condizione uguale al sonno e al riposo e, considerato che l’unica felicità possibile è la
lontananza dal dolore, ha la facoltà di allontanare l’uomo dagli affanni. Il tempo non è
una realtà autonoma ma contingente: è legato agli eventi, agli accidenti e si dilegua con
essi (da qui il concetto di nulla eterno).

Reminiscenze
La poesia Alla sera è irta di varie reminiscenze (classiche, petrarchesche, pariniane, ecc.),
per esempio:
o La prima strofa: “Forse perché della fatal quiete…” ricalca il sonetto di Giovanni Della
Casa: “O sonno, o della quieta umida ombrosa / notte placido figlio…” (Invocazione al
sonno, Rime, LIV);
o Reminiscenza classica relativa al tema del tempus edax, il tempo che tutto divora, e
intanto fugge / questo reo tempo, e van con lui le torme / delle cure onde meco egli si
strugge (vv.10/12);
o Uso di aggettivi di gusto classico, vedi: ti corteggian liete le nubi, lieto è un
aggettivo che i poeti latini amavano utilizzare in riferimento alla natura; zeffiri sereni,
riporta alle serenas nubes di Virgilio (Georgiche);
o Il rugge in chiusura del sonetto vuole rappresentare il carattere indomito dell’uomo e
ricorda Petrarca del Canzoniere (“qual fera rugge?”, Le Rime, Sonetto XLII v.7)

Analisi metrica
Sonetto composto da 14 endecasillabi divisi in quartine e terzine con rime alternate
secondo lo schema: ABAB ABAB CDC CDC.
La fitta presenza di pronomi, aggettivi e verbi alla prima e seconda persona singolare
contribuisce ad un tono intimo, espressione dell’io interiore del poeta.
Il classicismo di Foscolo emerge dall’uso raffinato e complesso della metrica e dall’alto
equilibrio formale che bilancia e gestisce le pressioni emotive del contenuto.
Il componimento si articola in due momenti con andamento ritmico e sintattico
differente:
o Le quartine, in cui prevale il momento descrittivo-contemplativo, hanno
un andamento più lento e solenne, contengono 2 soli periodi.
Gli enjambements separano gli aggettivi dai sostantivi a cui si riferiscono (vv.3-4,
vv.5-6, vv.7-8)
o Le terzine, in cui prevale l’aspetto soggettivo-meditativo, hanno un andamento
più concitato e drammatico dovuto alla presenza di verbi di movimento
(vagar, vanno, fugge, van, si strugge) e degli enjambements (ai vv.10-11 e 13-14 tra
verbo e soggetto; ai vv.11-12 tra sostantivo e complemento di specificazione).
All’accelerazione contribuisce anche il fatto che in soli sei versi sono contenuti 3 periodi.

Rime
Si contrappongono le rime dolci delle quartine e le rime cupe delle terzine.
o Nella prima quartina la rima quiete/liete dà un’accezione positiva all’arrivo della sera
estiva perché porta serenità.
o Nella seconda quartina inquiete/secrete, riprende la rima precedente ma
rovesciandone il valore in negativo: la sera invernale suscita inquietudine perché
minaccia bufera.
o Nelle due terzine la forte presenza di vocali chiuse (o, u) rende il tono più drammatico.
In rima fugge, strugge, rugge.

Figure retoriche
Oltre alle figure retoriche segnalate nella parafrasi vi sono anche:
o Chiasmo – zefiri sereni (v.4 – sostantivo + aggettivi) inquiete/tenebre (vv.5/6 –
aggettivo + sostantivo).
o Antitesi – ultimo verso.
o Enjambements – molto frequenti, ben 9 su 14 versi.

Alla sera

Parafrasi e analisi della poesia

(Poesie, I)

Ugo Foscolo

· Pubblicato 7 maggio 2020 · Aggiornato 7 giugno 2021 ·

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Dipinto di Caspar David Friedrich dal titolo La sera

Sintesi

Titolo: Alla sera

Autore: Ugo Foscolo

Raccolta: Poesie di Ugo Foscolo

Tematica: Sonno / morte

Soggetto: La sera

Genere: Sonetto

Anno: 1803

Premessa

Questa poesia di Ugo Foscolo è la prima degli undici sonetti pubblicati nell’aprile 1803 nella raccolta Poesie.
Riprende il tema del sonno, immagine della morte, che dà riposo, pace e tregua dagli affanni della vita, che
ispirò molti sonetti cinquecenteschi (famosissimo quello di Della Casa).

TESTO

PARAFRASI

[1] Forse perché della fatal quiete


tu sei l’immago a me sì cara vieni
o Sera! E quando ti corteggian liete
le nubi estive e i zeffiri sereni,

[1] O Sera (personificazione e apostrofe), mi sei così cara quando arrivi forse perché sei l’immagine
(immago) della morte (fatal quiete – ossimoro e metafora)! Sia quando (E quando parallelismo con. v.5) le
nuvole estive e i venti del bel tempo (zeffiri – lo zefiro è il vento di primavera che porta il bel tempo
- sineddoche) ti circondano allegramente (ti corteggian liete),
[5] e quando dal nevoso aere inquiete
tenebre e lunghe all’universo meni
sempre scendi invocata, e le secrete
vie del mio cor soavemente tieni.

[5] sia quando dal cielo nevoso (nevoso aere) fai scendere (meni) sul mondo (universo) lunghe e
tempestose (inquiete – lat. da in-quietus = senza pace) tenebre sempre scendi desiderata (invocata), e
occupi (tieni) dolcemente le vie nascoste del mio cuore.

[9] Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme


che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
questo reo tempo, e van con lui le torme

[9] Mi fai vagare con i pensieri (Vagar mi fai co’ miei pensier) sulle orme che conducono (vanno) alla morte
(nulla eterno - ossimoro); e intanto passa velocemente (fugge) questo tempo malvagio (reo tempo – il
poeta allude anche al tempestoso periodo storico in cui vive), e con lui se ne vanno (van)

[12] delle cure onde meco egli si strugge;


e mentre io guardo la tua pace, dorme
quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.

[12] le schiere degli affanni (le torme delle cure - metafora) con cui (onde) insieme a me (meco – con me)
egli [il tempo] si consuma (si strugge). E mentre io guardo la tua pace, si placa (dorme) quello spirito
guerriero (guerrier nel senso di inquieto, travagliato) che si agita dentro di me (ch’entro mi rugge).

Riassunto della poesia

L’arrivo della sera è cara al poeta, sia in primavera, quando il cielo è sereno, che in inverno, quando il cielo
si rabbuia e sta per arrivare una tempesta di neve. La sera, simile alla morte, riesce a trasmettere un senso
di pace, in quanto mette fine alle preoccupazioni che l’uomo vive durante il giorno e fa riflettere sul nulla
eterno. Intanto il tempo passa velocemente e le difficoltà della vita passano, così come l’arrivo della sera
riesce e dare riposo allo spirito battagliero del poeta.

Concetti base

o La Sera evoca l’immagine della morte, espressione di pace e che quindi non incute timore o
angoscia;

o La morte, considerata come annullamento, sereno immergersi nel nulla, mette fine alle ansie della
vita;

o La sera calma lo spirito guerriero del poeta.

Analisi del testo

Struttura del sonetto:

o Vv. 1-8 (le due quartine) - il poeta dice che ama la sera perché è simile alla morte;
o Vv.9-14 (le due terzine) - la sera calma lo spirito guerriero del poeta.

Il tema principale della poesia è la morte che il poeta non nomina mai direttamente ma indica attraverso
due espressioni:

o Fatal quiete (v.1) in quanto momento di riposo (quiete) voluto dal fato, dal destino comune a tutti i
viventi (fatal);

o Nulla eterno (v.10) in quanto Foscolo crede che la morte cancelli ogni cosa (corpo e anima
dell’uomo). Secondo Foscolo non vi è nulla dopo la morte; come la sera si porta via le
preoccupazioni di ogni giorno, anche la morte si porta via ogni cosa, ogni tormento, per sempre.

La sera spinge il poeta a riflettere sulla morte e sulla relatività delle tribolazioni umane (tema lucreziano) ed
a percepire un senso di distanza dal presente infelice in cui si trova a vivere. L’analogia sera/morte non ha
un significato angoscioso ma al contrario positivo e rasserenante, non spaventa ma porta alla pacificazione
delle tensioni interne.
E’ una tematica esistenziale in cui emerge la concezione laica e materialistica del poeta. In Foscolo non vi
è alcun sentimento religioso, egli lo evidenzia definendo la morte fatal quiete e nulla eterno intese come
estinzione definitiva della vita.

Influsso di Lucrezio

Durante la composizione del sonetto, Foscolo stava leggendo e traducendo in prosa Lucrezio ed è
lucrezianamente cara a Foscolo la sera in quanto immagine della morte vista come riposo. Infatti, secondo
Lucrezio, la morte non può fare paura, perché è una condizione uguale al sonno e al riposo e, considerato
che l’unica felicità possibile è la lontananza dal dolore, ha la facoltà di allontanare l’uomo dagli affanni. Il
tempo non è una realtà autonoma ma contingente: è legato agli eventi, agli accidenti e si dilegua con essi
(da qui il concetto di nulla eterno).

Reminiscenze

La poesia Alla sera è irta di varie reminiscenze (classiche, petrarchesche, pariniane, ecc.), per esempio:

o La prima strofa: “Forse perché della fatal quiete…” ricalca il sonetto di Giovanni Della Casa: “O
sonno, o della quieta umida ombrosa / notte placido figlio…” (Invocazione al sonno, Rime, LIV);

o Reminiscenza classica relativa al tema del tempus edax, il tempo che tutto divora, e intanto fugge /
questo reo tempo, e van con lui le torme / delle cure onde meco egli si strugge (vv.10/12);

o Uso di aggettivi di gusto classico, vedi: ti corteggian liete le nubi, lieto è un aggettivo che i poeti
latini amavano utilizzare in riferimento alla natura; zeffiri sereni, riporta alle serenas
nubes di Virgilio (Georgiche);

o Il rugge in chiusura del sonetto vuole rappresentare il carattere indomito dell’uomo e


ricorda Petrarca del Canzoniere (“qual fera rugge?”, Le Rime, Sonetto XLII v.7)
Analisi metrica

Sonetto composto da 14 endecasillabi divisi in quartine e terzine con rime alternate secondo lo schema:
ABAB ABAB CDC CDC.
La fitta presenza di pronomi, aggettivi e verbi alla prima e seconda persona singolare contribuisce ad un
tono intimo, espressione dell’io interiore del poeta.
Il classicismo di Foscolo emerge dall’uso raffinato e complesso della metrica e dall’alto equilibrio formale
che bilancia e gestisce le pressioni emotive del contenuto.
Il componimento si articola in due momenti con andamento ritmico e sintattico differente:

o Le quartine, in cui prevale il momento descrittivo-contemplativo, hanno un andamento più lento e


solenne, contengono 2 soli periodi. Gli enjambements separano gli aggettivi dai sostantivi a cui si
riferiscono (vv.3-4, vv.5-6, vv.7-8)

o Le terzine, in cui prevale l’aspetto soggettivo-meditativo, hanno un andamento più concitato e


drammatico dovuto alla presenza di verbi di movimento (vagar, vanno, fugge, van, si strugge) e
degli enjambements (ai vv.10-11 e 13-14 tra verbo e soggetto; ai vv.11-12 tra sostantivo e
complemento di specificazione). All’accelerazione contribuisce anche il fatto che in soli sei versi
sono contenuti 3 periodi.

Rime

Si contrappongono le rime dolci delle quartine e le rime cupe delle terzine.

o Nella prima quartina la rima quiete/liete dà un’accezione positiva all’arrivo della sera estiva perché
porta serenità.

o Nella seconda quartina inquiete/secrete, riprende la rima precedente ma rovesciandone il valore in


negativo: la sera invernale suscita inquietudine perché minaccia bufera.

o Nelle due terzine la forte presenza di vocali chiuse (o, u) rende il tono più drammatico. In rima
fugge, strugge, rugge.

Figure retoriche

Oltre alle figure retoriche segnalate nella parafrasi vi sono anche:

o Chiasmo – zefiri sereni (v.4 – sostantivo + aggettivi) inquiete/tenebre (vv.5/6 – aggettivo +


sostantivo).

o Antitesi – ultimo verso.

o Enjambements – molto frequenti, ben 9 su 14 versi.

Ugo Foscolo, Solcata ho fronte


Appunto di italiano con breve analisi e commento del sonetto autoritratto "Solcata ho fronte" di Ugo
Foscolo

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Solcata ho fronte

Testo

Solcata ho fronte, occhi incavati intenti;


Crin fulvo, emunte guance, ardito aspetto;
Labbro tumido acceso, e tersi denti,
Capo chino, bel collo, e largo petto;

Giuste membra, vestir semplice eletto;


Ratti i passi, i pensier, gli atti, gli accenti;
Sobrio, umano, leal, prodigo, schietto;
Avverso al mondo, avversi a me gli eventi.

Talor di lingua, e spesso di man prode;


Mesto i più giorni e solo, ognor pensoso,
Pronto, iracondo, inquieto, tenace:

Di vizi ricco e di virtù, do lode


Alla ragion, ma corro ove al cor piace:
Morte sol mi darà fama e riposo.

Commento

Il modello è alfieriano, anche egli scrisse un autoritratto. Foscolo scrive nel suo narcisismo, nella sua
fissazione di costruire un personaggio.
Temi:
-proiezione autobiografica
-morte (datrice di fama e riposo, unico strumento per raggiungere la pace interiore)
Inizia con una descrizione fisica che rimanda a qualcosa di intimo, non solo all'aspetto esteriore, scrive
“solcata ho fronte”, ma quando scrisse questo sonetto aveva solo 24 anni, quindi non poteva avere segni
d'età, ma vuole evidenziare la riflessione, l'atteggiamento meditabondo e chiuso in se stesso, l'anastrofe
enfatizza ancora di più il pensiero. L'enumerazione è la figura retorica principe di questo sonetto.
Ai versi 12 e 13 c'è un passaggio molto importante, Foscolo descrive la sensibilità romantica in un
temperamento portato al talento per il classicismo.

Lettura e analisi del sonetto Autoritratto di Ugo Foscolo, a cura di Matteo Pascoletti.

Il sonetto, anche conosciuto come Solcata ho la fronte, è un componimento importante


nella produzione di Foscolo, anche per l'arco di tempo delle diverse stesure: la prima risale
al 1802, versione leggermente modificata nel 1803; viene rifatta nel 1808, dopo la
pubblicazione dei Sepolcri. A distanza di anni Foscolo riprende la lavorazione del sonetto
tra 1821 e 1824; l'ultima versione del componimento risale a quattro mesi prima
della morte dell'autore, quindi nel 1827. In quest'opera si manifesta la necessità
per Foscolo di autorappresentazione poetica nell'arco di venticinque anni. Modello di
questo sonetto è il componimento autobiografico di Vittorio Alfieri il Sublime
specchio di veraci detti.

Il poeta si descrive, presentando il suo aspetto fisico e il suo carattere: ha la fronte


alta, solcata da rughe, i capelli rossi, i denti bianchi, un corpo proporzionato; si veste
elegantemente; agisce velocemente; ha un carattere impulsivo e tenace, è sempre in
lotta con il destino. Foscolo chiude il componimento affermando che solo con la
morte potrà trovare la fama e il riposo, tema che ricorre in tutti i sonetti. Tuttavia
questi versi furono modificati nell'ultima riedizione, in cui scompare la parola "fama".

Ti sei perso qualcosa? ecco il testo del video


Buongiorno. Oggi vedremo il sonetto Autoritratto conosciuto anche come Solcata ho
fronte. Si può evincere l’importanza di questo sonetto dall’arco di tempo che
impegnano le varie stesure: la prima stesura è del 1802, versione che viene
leggermente modificata nelle due edizioni del 1803; viene poi rifatta nel 1808 dopo la
pubblicazione de I sepolcri. A distanza di anni Foscolo vi lavorerà per un’edizione che
possiamo considerare definitiva dal 1821 al 1824, tuttavia l’ultima versione che noi
conosciamo risale a 4 mesi prima della morte dell’autore, 8 maggio 1827. Il bisogno di
Foscolo di autorappresentarsi attraverso il verso poetico a più riprese si manifesta nell’arco
di 25 anni quindi possiamo dire che, a prescindere dai vari mutamenti delle diverse
versioni, questa esigenza è una costante della sua vita tant’è vero che nella sua
raccolta il sonetto è in posizione centrale, un monumento statuario che svetta
nel corpus poetico delle sue rime. Vado a leggere brevemente:

Solcata ho fronte, occhi incavati intenti;


crin fulvo, emunte guance, ardito aspetto;
labbro tumido acceso, e tersi denti,
capo chino, bel collo, e largo petto;

giuste membra, vestir semplice eletto;


ratti i passi, i pensier, gli atti, gli accenti,
sobrio, umano, leal, prodigo, schietto;
avverso al mondo, avversi a me gli eventi.
Talor di lingua, e spesso di man prode;
mesto i più giorni e solo, ognor pensoso,
pronto, iracondo, inquieto, tenace:

di vizi ricco e di virtù, do lode


alla ragion, ma corro ove al cor piace:
morte sol mi darà fama e riposo.

Questo è il testo della prima stesura del 1802. Nella versione del 1821-1824, il principale
cambiamento si ha quando invece di dire “Di vizi ricco e di virtù, do lode alla ragion, ma
corro ove al cor piace”, accentua il contrasto tra l’anima razionale e quella più
passionale perché dice “cauta in me parla la ragion”, come se fosse timida e timorosa,
“ma il core ricco di vizi e di virtù delira”, quindi se prima avevamo il poeta che “corre dove
al cor piace”, qui abbiamo il cuore che delira e che quindi è una guida imprescindibile
nelle scelte del poeta. La parafrasi è abbastanza semplice perché
abbiamo un’elencazione di attributi: "Ho fronte solcata, occhi cavati e intensi, capelli
biondi, guance pallide, aspetto audace, labbra grosse e colorite, denti puliti [“tersi”], capo
chino un bel collo e un torace largo [“il largo petto” che diventerà poi “irsuto” nella
versione del 1821-1824]. Membra proporzionate [“giuste membra”], vestiario semplice, ma
curato, passi, pensieri, gesti e parole rapidi, semplice, ma leale generoso e sincero, in lite
con il mondo e con gli eventi avversi [avverso al mondo, avversi a me gli eventi]. Valoroso
nel parlare e spesso anche nell’azione, malinconico e solo la maggior parte del tempo e
sempre pensoso, pronto, facile all’ira, senza riposo e tenace, ricco di vizi e virtù, ammiro la
ragione, ma seguo ciò che piace al cuore [“do lode alla ragione, ma corre ove al cor piace”].
Solo la morte mi darà fama e riposo".

Attenzione: l’idea che solo la morte possa dare fama e quindi gloria eternatrice
e riposo è presente in tutti i sonetti. Nell’ultima versione però scompare la parola
“fama” e abbiamo: “e sol da morte aspetterò riposo”, quindi attendo e non avrò. Si attenua
quasi questo gesto di sfida nei confronti della morte e nell’ultima versione si ha un
Foscolo un po’ più malinconico e disincantato rispetto all’idea che il poeta,
attraverso le proprie opere, possa avere una gloria eternatrice. C’è solo l’attesa della “fatal
quiete” che abbiamo visto ne La sera e ne "il nulla eterno". La principale ed esplicita
influenza in questo sonetto è il sonetto autobiografico di Alfieri, Il sublime specchio
di veraci detti; una differenza è che nel sonetto di Foscolo è presente un autoritratto quindi
c’è un auto-dipingersi attraverso le parole; la metafora del sonetto di Alfieri, invece, è
quella dello specchio quindi le parole mirano a restituire la realtà così com’è. Leggiamo
velocemente il sonetto di Alfieri, abbastanza semplice da non richiedere la parafrasi:

Sublime specchio di veraci detti,


mostrami in corpo e in anima qual sono:
capelli, or radi in fronte, e rossi pretti;
lunga statura, e capo a terra prono;

sottil persona in su due stinchi schietti;


bianca pelle, occhi azzurri, aspetto buono;
giusto naso, bel labro, e denti eletti;
pallido in volto, più che un re sul trono:

or duro, acerbo, ora pieghevol, mite;


irato sempre, e non maligno mai;
la mente e il cor meco in perpetua lite:
per lo più mesto, e talor lieto assai,
or stimandomi Achille, ed or Tersite:
uom, se' tu grande, o vil? Muori, e il saprai.

In entrambi i sonetti si tende a procedere dall’esteriorità alla dimensione


interiore mentre nella descrizione fisica, dall’alto verso il basso, dalla testa ai piedi.
Foscolo, per esempio, dal verso 1 al verso 6 si dedica alla descrizione fisica per poi passare
all’interiorità. Qual è la differenza principale? Alfieri non nasconde i suoi possibili difetti
che riducono la statura morale o l’apparenza fisica agli occhi del lettore, tant’è vero
che descrive il fatto di avere i capelli radi o la corporatura mingherlina; aspetti che non
penseremo di vedere in un poeta celebre e sommo, il quale è idealmente abbinato a
qualcuno statuario, bello, glorioso. Foscolo, invece, quando parla dei suoi aspetti come
“l’irsuto petto” dell’edizione 1821-1824 o il “crin fulvo” dà un’immagine battagliera, di
qualcuno che è forte anche nei propri difetti. Appoggiandosi al modello alfieriano in
modo assolutamente autonomo fino a superarlo, in Foscolo c’è la volontà di
proiettarsi in una dimensione auto-eroizzante. Non a caso, mentre Foscolo dice
“morte sol mi darà fama e riposo”, ovvero seguo il cuore perché ho un animo passionale,
battagliero, quindi non per cedevolezza, ma per forza d’animo, Alfieri non scioglie il
dubbio: se alla fine io sarò grande o vile lo saprò solo tramite la morte; in vita non posso
che esprimere questo dilemma che mai si scioglierà; in sostanza, Foscolo è molto più
netto e preciso nell’affermare il proprio egoismo. Un altro esempio: quando parla
del proprio essere iracondo, non lo mette come un difetto, ma fa un riferimento abbastanza
esplicito, accorpandolo ad altri aspetti come la facilità di azione, al “crin fulvo”, quasi come
se lui fosse la versione presente dell’eroe omerico per eccellenza, ossia
quell’Achille che oscilla tra il valore battagliero e l’ira funesta. Con questo, Foscolo fa
un’operazione abbastanza inusuale a livello letterario, cioè non si rifà a un modello, ma lo
prende per agire in completa autonomia e piegarlo alle proprie esigenze. Su questo ci
possiamo salutare e ci vediamo nelle prossime lezioni. Arrivederci.

Alla Musa (Foscolo)

Alla Musa è un sonetto scritto da Ugo Foscolo tra il 1802 e il 1803. Il tema è l’ispirazione poetica, infatti il
poeta si rivolge alla Musa, dea greca che personifica proprio l’ispirazione artistica.

In questa pagina…

 Testo

 Parafrasi

 Analisi

 Figure retoriche
Nel mondo classico a ogni arte era assegnata una Musa: Foscolo si rivolge a quella della poesia

Testo
Alla Musa è un sonetto, quindi è una poesia composta da due quartine e due terzina: la prima quartina ha
rime incrociate (schema ABBA), la seconda ha rime alternate (ABAB), le terzine seguono lo schema CDE.

 Pur tu copia versavi alma di canto

 su le mie labbra un tempo, Aonia Diva,

 quando de’ miei fiorenti anni fuggiva

 la stagion prima, e dietro erale intanto 4

 questa, che meco per la via del pianto

 scende di Lete ver la muta riva:

 non udito or t’invoco; ohimè! soltanto

 una favilla del tuo spirto è viva. 8

 E tu fuggisti in compagnia dell’ore,

 o Dea! Tu pur mi lasci alle pensose

 membranze, e del futuro al timor cieco. 11

 Però mi accorgo, e mel ridice amore,

 che mal ponno sfogar rade, operose

 rime il dolor che deve albergar meco. 14

Parafrasi
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affrontarla?Le tecniche attuali hanno ridotto significativamente i rischi intraoperatori. SCOPRI DI

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 Eppure tu, Aonia Musa, una volta sulle mie labbra

 versavi un’abbondanza di animo poetico,

 quando passava il primo tempo della giovinezza,

 e intanto ad essa seguiva l’età matura,

 che con me lungo una via dolorosa

 discende verso la silenziosa riva del Lete (=verso la morte).

 Ora ti invoco, ma rimango inascoltato; ahimè!

 Della tua ispirazione in me è rimasta solo una scintilla.

 Anche tu fuggisti insieme al tempo, o dea! Anche tu mi lasci

 con i miei tristi ricordi e con l’oscuro timore del futuro.

 Perciò mi accorgo, e amore me lo conferma,

 che le rare e faticose che compongo non possono sfogare

 il dolore che deve necessariamente accompagnarmi.

Alla Musa – Analisi

Il sonetto Alla musa è di stampo neoclassico, infatti rievoca il mondo classico in cui la poesia scaturiva
dall’ispirazione data da una divinità, la Musa. Il poeta si rivolge direttamente a lei per lamentare il fatto che
durante la giovinezza gli donava molta ispirazione poetica, mentre ora con l’avanzare degli anni lo sta
abbandonando. L’età matura ha portato a Foscolo molte delusioni e sofferenze che la poesia non riesce più
a consolare. Il poeta è quindi solo con i suoi ricordi tristi e il timore per quello che può riservare il futuro.
L’unica certezza è che il dolore sarà ormai sempre con lui, fino alla morte.

In questo sonetto, quindi, si mescolano il neoclassicismo e il preromanticismo di Foscolo: il primo si


manifesta nel ruolo dato all’arte e alla poesia, il secondo nel crollo della fiducia nel razionalismo e
nell’ottimismo tipici dell’Illuminismo. A questa fiducia si sostituiscono la malinconia e la paura del futuro.
Anche lo stile del testo rispecchia questo percorso: nella prima parte è più neoclassico, equilibrato, con
suoni armoniosi, un ritmo tranquillo, dei riferimenti al mondo classico; nella seconda parte, invece, i suoni
sono più aspri e il ritmo è più veloce, agitato come l’animo del poeta.

Figure retoriche

Foscolo usa due volte l’apostrofe per rivolgersi direttamente alla Musa: v. 1 (Pur tu… Aonia Diva) e v. 9 (E
tu… o Dea!). Il primo verso della poesia è complicato da un iperbato (Pur tu copia versavi alma di canto) che
stravolge l’ordine degli elementi nella frase. La stessa figura retorica si ritrova ai vv. 3-4 (de’ miei fiorenti
anni fuggiva/la stagion prima). Simile effetto ha l’anastrofe, che al v. 6 scambia di posto due elementi della
frase (scende di Lete ver la muta riva). La riva del Lete, inoltre, è una metafora per indicare la morte.

Due anastrofi si trovano anche nell’ultima terzina: al v.11 (e del futuro al timor cieco) e ai vv. 13-14 (mal
ponno sfogar rade, operose/rime il dolor). Il ritmo della poesia è infine animato da molti enjambement: vv.
3-4, 4-5, 7-8, 10-11, 13-14.

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