Macchiavelli
Macchiavelli
PIETRO ARETINO:-6 GIORNATE:Ragionamento della nanna e della antonia e dialogo tra nanna e pippa
[Link] questo vivace dialogo Nanna fornisce preziosi consigli alla figlia Pippa su come diventare
una perfetta cortigiana, ovvero una "prostituta d'alto bordo" in grado di diventare l'amante di uomini ricchi e
potenti ottenendo così vantaggi economici: tra i "precetti" di Nanna vi sono norme di comportamento in
società che mirano a dare di sé un'immagine grave e [Link] cortigiana deve presentarsi nel modo
migliore alla "brigata" e soprattutto deve impegnarsi in un complesso gioco di seduzione col proprio
"cliente", imparando ad arrossire a bella posta eccitando la passione dell'uomo e ricambiando i suoi sguardi
in modo non volgare ma attrattivo, senza dir nulla che ricordi il "chiasso" (il bordello, con abbassamento
voluto del tono e del linguaggio).
nel primo si parla della vita delle prostitute, delle monache e delle maritate. Dialogo puutanesco, lingua del
parlato,esplicita
-IL MARESCALCO:commedia 1526, trama semploce. parla di un ufficiale addetto alle scuderie del duca di
mantova, gay
GIOVANNI DELLA CASA: GALATEO, 1558 segue un’impostazione minuziosamente precettistica, che
fissa in precise regole di comportamento la vita cortigiana 1551È un'opera vagamente autobiografica scritta
sotto forma di dialogo in cui un uomo anziano insegna ad un giovane il corretto comportamento da tenere
negli ambienti di corte e aristocratici.
FRANCESCO BERNI: CHIOME D'ARGENTO FINE IRTE E ATTORTE, rime XXXI:sonetto, parodia alla
donna petrarchista, cita strali e luce=petra. In questo sonetto c’è il capovolgimento ironico e divertito di un
sonetto del Bembo (Crin d’oro crespo)
Capelli bianchi e sottili [grigi] dritti e spettinati senza cura attorno a un bel viso dorato [giallo]; una fronte
increspata [rugosa], che a guardarla impallidisco e dove Amore e Morte spuntano le loro frecce [non hannno
potere]; occhi lacrimosi e strabici, occhi che distolgono lo sguardo da tutto ciò che non siano brutti come
loro; ciglia bianche e quelle dita e mani dolcemente grosse e corte, per cui io mi struggo; labbra bianche,
bocca ampia e livida; denti neri e per di più molto radi [bocca sdentata]; voce incredibile e indicibile; modi
sdegnosi e fieri: a voi, divini servi di Amore, rendo noto che queste sono le bellezze della mia donna.
GASPARA STAMPA: VOI CHE ASCOLTATE IN QUESTE MESTE RIME. Sonetto proemiale,Collaltino di
Collalto
Voi che ascoltate in queste tristi rime,in questi tristi, oscuri accenti ,il suono dei miei lamenti amorosi,e delle
mie sofferenze maggiori tra le altre,,se ci sia qualcuno che apprezzi e stimi la sensibilità,,la gloria, oltre che il
perdono dei miei lamenti,,spero di trovare fra le persone, gente di elevati sentimenti,dal momento che la
causa del loro dolore è così sublime. E spero ancora che qualche donna debba dire: Felicissima lei, dal
momento che sopportò per una ragione così splendida un danno così splendido. Deh, perché non ricevetti
tanta fortuna e tanto amore,come quello che provai io per un uomo così nobile ,cosicchè io possa
considerarmi alla pari con una donna così fortunata?
PIETRO BEMBO: -CRIN D'ORO CRESPO E D'AMBRA TERSA E PURA
Dei capelli biondi e ricci, che sembrano ambra chiara e pura e che tu fai ondeggiare e volare al vento sul viso
candido come neve; due occhi dolci e più luminosi del sole, tali da illuminare a giorno anche la notte più
oscura;un sorriso, che acquieta ogni dura e aspra pena; dei rubini [il rosso delle labbra] e delle perle [il
bianco dei denti], da dove escono parole così dolci che l'anima non desidera altro bene; una mano d'avorio,
che stringe e rapisce i cuori un canto che sembra un'armonia divina; un senno maturo per una età così
giovane; una leggiadria che non si è mai vista sulla terra; una suprema onestà unita a una suprema bellezza:
tutto ciò è stato l'esca al mio fuoco [mi ha fatto innamorare] e in voi sono delle grazie che il cielo generoso
attribuisce a poche donne.
La lirica è dedicata a una donna amata da Bembo (forse Lucrezia Borgia, da lui conosciuta nel 1502 a
Ferrara), di cui l'autore descrive e celebra la bellezza elencandone le molte caratteristiche e riprendendo i
motivi tipici della tradizione letteraria, dallo Stilnovo a Petrarca (Erano i capei d'oro a l'aura sparsi)
-PROSE DELLA VOLGAR LINGUA(LIBRO 1, CAP. XVIII (idea classicista) lavoro di diversi anni iniziato
tra il 1506 e il 1512 e completato intorno al 1524. Il trattato, impostato in forma di dialogo, è diviso in tre
libri. Nel I si rivendica la dignità del volgare, che non deve essere però il fiorentino contemporaneo né la
lingua cortigiana, ma una lingua letteraria modellata sugli autori fiorentini trecenteschi: Petrarca per la
poesia, Boccaccio per la prosa.
Il libro II è dedicato al consolidamento della tesi bembiana, mentre il libro III, più ampio, costituisce la
sezione propriamente grammaticale dell’opera. Con le Prose Bembo non si limita a fornire un insieme di
norme grammaticali, ma le inserisce nel quadro di un più vasto progetto culturale che individua
nell’imitazione degli antichi il presupposto per la realizzazione di un ideale estetico.
BALDASSARE CASTIGLIONE:IL LIBRO DEL CORTEGIANO un dialogo in quattro libri che si svolge
nel 1506 presso la corte di Urbino. L’opera conosce tre diverse stesure e viene stampata, in versione
definitiva, solo nel 1528 a Venezia. Scopo del dialogo è quello di definire la figura del perfetto uomo di
corte. Ad esso partecipano personaggi della politica e della cultura del tempo che l’autore aveva conosciuto
nel suo periodo urbinate. Il cortigiano dev’essere un uomo totale: abile nello svolgere diversi compiti e
possedere la grazia che si acquisisce tramite la sprezzatura, ovvero il saper mettere in pratica le proprie
capacità con naturalezza. Altra dote richiesta è quella di mettere in pratica il buon giudicio, cioè di capire
come comportarsi secondo la varietà dei casi. Nell’uso della lingua Castiglione rigetta i modelli trecenteschi
proposi da Bembo in favore di una lingua che rispecchi l’uso quotidiano.
LA GRAZIA E LA SPREZZATURA La grazia è la prerogativa fondamentale del cortegiano: consiste
principalmente nel fuggire l'af- fettazione e nel dissimulare l'impegno profuso in ciò che si fa. Alla grazia è
strettamente connessa la sprezzatura, cioè la capacità di simulare una naturalezza di comportamento che pure
non è priva di artificio.
POGGIO BRACCIOLINI:LA LIBERAZIONE DEI CLASSICI
EPISTOLARIO I,5 lettera,racconta dei ritrovamenti dei libri di quintiliano, 1416
LORENZO IL MAGNIFICO: emerge la triste consapevolezza della fugacità del tempo
COMENTO DE MIEI SONETTI 1480
-CORINTO(1464-1465)
-RIME AMOROSE
-CANTI CARNASCIALESCHI, malinconia, giovinezza, carpe diem Com’è bella la giovinezza, che fugge
via continuamente!
Chi vuol essere felice lo sia oggi, poiché non ci sono certezze del domani.
Questi sono Bacco e Arianna, belli e innamorati l’uno dell’altra: poiché il tempo fugge ed è ingannevole,
stanno sempre insieme felici. Queste ninfe e questi altri personaggi sono sempre allegri. Chi vuol essere
felice, lo sia: non ci sono certezze del domani.
Questi allegri satiri, innamorati delle ninfe, hanno teso loro cento agguati per caverne e boschi; ora, riscaldati
dal vino, ballano e saltano continuamente. Chi vuol essere lieto, lo sia: non ci sono certezze del domani.
Queste ninfe sono ben liete di subire gli agguati dei satiri: nessuno può respingere l’amore, se non persone
rozze e sgraziate: ora, mescolate insieme, suonano e cantano continuamente. Chi vuol essere lieto, lo sia: non
ci sono certezze del domani.. Questo corpo pesante, che viene dietro sopra l’asino, è Sileno: anche se vecchio
e grasso, è ubriaco e felice; se non può stare dritto, almeno ride e gode continuamente. Chi vuol essere lieto,
lo sia: non ci sono certezze del domani.. Re Mida segue il giocoso corteo: quello che lui tocca diventa oro. E
a cosa serve avere molti tesori, se poi uno non si accontenta? Che dolcezza vuoi possa sentire chi ha
continuamente sete di ricchezza? Chi vuol essere felice, lo sia: non ci sono certezze del domani.. Ora
ciascuno apra bene le orecchie: nessuno pensi al domani. Oggi siano tutti felici, giovani e vecchi, donne e
uomini, ogni pensiero triste sia abbandonato. Facciamo festa tutto il giorno! Chi vuol essere felice, lo sia:
non ci sono certezze del domani. Donne e giovani amanti, viva Bacco e viva l’amore! Ciascuno suoni, balli e
canti! Il cuore arda di dolcezza! Non vi siano più la fatica, né il dolore! Ciò che bisogna che accada, accada
pure. Chi vuol essere lieto, lo sia: non ci sono certezze del domani.
-LAUDI RELIGIOSE, LA NENCIA DA BARBERINO 1469
LUIGI PULCI:
-IL MORGANTE:poema,1461 e il 1483. Suddiviso in cantari, conosce diverse edizioni ciascuna composta di
23 cantari; la versione definitiva dell'opera (1483) ne conta 28. L'opera narra delle avventure del paladino
Orlando e del gigante Morgante. L'intera opera si sostanzia dell'intreccio di numerosi momenti narrativi, fino
alla conclusiva battaglia di Roncisvalle.
Per la redazione dell'opera il Pulci si serve dei 'cantari' in ottava rima, un tipo di componimento poetico usato
un ambito giullaresco e funzionale alla narrazione. L'originalità del Morgante risiede nella mescolanza di
uno stile letterario tipicamente comico e popolare per il racconto di imprese i cui protagonisti sono i paladini
della tradizione [Link] era un cortigiano mediceo. All'interno della corte medicea c'erano due
distinte correnti intellettuali: una di stampo umanistico e filologico, l'altra più tradizionalmente fiorentina alla
quale apparteneva anche il poeta, sostenuto dalla Tornabuoni.
XVIII,incontro con margutte. Mentre sta facendo ritorno in Levante, Morgante incontra in modo fortuito
Margutte, un bizzarro "mezzogigante" che si presenta come peccatore incallito e sciorina un improbabile
"credo" culinario, in cui afferma di riporre la sua fede unicamente nel gioco d'azzardo e nel vino. Il passo,
giustamente celebre in quanto tratteggia un personaggio deforme e paradossale, contiene vari elementi
sacrileghi e blasfemi che hanno contribuito ad attirare sull'autore accuse di empietà, tali da farlo morire in
odore di eresia e di negargli una sepoltura cristiana. In seguito Morgante e Margutte diverranno amici e
compiranno assieme varie imprese, di segno beffardo (come gli scherzi ai danni di un povero oste) o di
carattere nobile (come quando libereranno la giovane Florinetta).
XXVII [Link] passo è tratto dal cantare XXVII del "Morgante", in cui è descritta la battaglia di
Roncisvalle in cui la retroguardia dell'esercito franco, comandata da Orlando, è caduta in un'imboscata dei
Mori a causa del tradimento di Gano: Orlando è caduto combattendo strenuamente e solo in punto di morte
ha suonato il corno, chiamando i rinforzi che giungono poco dopo annientando le forze saracene. Le ottave
riportate descrivono proprio il culmine dello scontro, con i guerrieri arabi che muoiono a migliaia e vengono
ingoiati dalle bocche spalancate di Lucifero all'Inferno, mentre il campo di battaglia è paragonato a un
immenso "tegame" in cui ribolle il sangue e dove i resti umani sono immersi come pezzi di carne in un
orrendo intingolo.
IL DIALOGO NOTTURNO DI ORLANDO E AGRICANE(I XVIII)L'episodio, che si colloca al centro del I
libro, è uno dei più celebri del poema e oppone Orlando, il campione dei cristiani in cerca di Angelica, ad
Agricane, il bellicoso re di Tartaria Angelica è tornata in Oriente, ma qui viene assediata nella città asiatica
di Albraca da Agricane, il re dei Tartari suo pretendente che vuole a tutti i costi farla sua e che si è
impadronito del prodigioso cavallo di Ranaldo, Baiardo. In aiuto degli assediati giunge inaspettato Orlando,
anch'egli innamorato di Angelica, che dà prove di straordinario valore: Agricane decide di attirarlo in un
bosco lontano dal campo di battaglia, fingendo di fuggire, per affrontarlo in un duello singolare e ucciderlo.
Lo scontro vedrà la vittoria di Orlando, il quale tuttavia avrà modo di battezzare il suo nemico morente e di
convertirlo alla fede cristiana, episodio che verrà ripreso da Tasso nella "Gerusalemme liberata" narrando il
duello notturno di Tancredi e Clorinda
ANGELO POLIZIANO:
-LE STANZE: poemetto dedicato a giuliano de medici, encomiastico, in ottave, voluto da lore per celebrare
la vittoria del 1475. favola di orfeo(teatro)
L'APPARIZIONE DI SIMONETTA Il brano descrive il primo incontro tra Iulio e la bellissima Simonetta, in
cui l'autore ripropone motivi derivanti dalla tradizione della poesia cortese e stilnovista (il locus amoenus, la
descrizione della donna con attribuzioni tipiche della "donna-angelo"...), sia pure rielaborati e inseriti in un
contesto classico che riflette la nuova mentalità umanistica: tutto è trasfigurato attraverso una favola
mitologica, in cui Iulio-Giuliano è presentato come un giovane che si dedica alla caccia e disdegna l'amore,
suscitando l'ira di Cupido che lo attira in un tranello e, durante una battuta di caccia, gli fa incontrare la ninfa
di cui si innamora. In questo passo del primo libro delle "Stanze" avviene il primo incontro tra Iulio, che
adombra il dedicatario dell'opera Giuliano de' Medici, e una bellissima ninfa la cui figura si ispira alla
nobildonna genovese Simonetta Cattaneo, amata dal giovane.
MATTEO MARIA BOIARDO: entrelacement, intreccio, eroe innamorato, ciclo bretone,ottave
-L'ORLANDO INNAMORATO Questi recupera la tradizione romanza dell’epica cavalleresca francese e la
rielabora con soluzioni inedite. Per la prima volta il tema amoroso è fuso con quello cavalleresco e vengono
raccontati i paladini in preda alla passione amorosa. Dal punto di vista linguistico l’Orlando è un’opera
tipicamente padana: rifiuta le regolarizzazioni toscane ed adotta forme linguistiche comuni a tutta l’area
padana unite a vari latinismi.
L'APPARIZIONE DI ANGELICA (I,I) Mentre alla corte di Parigi è in corso un sontuoso ricevimento cui
prendono parte guerrieri cristiani e saraceni, durante la tregua indetta nella "Pasqua rosata" e in attesa di
iniziare il torneo cavalleresco, ecco che a sorpresa fa la sua comparsa la bellissima Angelica, la figlia del re
del Catai accompagnata dal fratello Argalìa e da quattro giganti. La fanciulla fa innamorare di sé tutti gli
uomini presenti nella sala e in seguito rivolgerà un falso discorso a re Carlo, promettendosi in sposa a
chiunque riuscirà a disarcionare in uno scontro suo fratello, che in realtà è protetto da armi incantate. Il solo a
intuire le sue macchinazioni è il mago cristiano Malagise, che tuttavia non potrà far molto per sventare i suoi
piani criminosi.
NICCOLO MACCHIAVELLI: La “verità effettuale” è la realtà concreta delle cose, oggetto della politica
che, per essere davvero utile, deve guardare a come esse sono e non a come si vorrebbe che fossero.
EPISTOLARIO 216 1513, per francesco vettori, le giornate all'albergaccio. Racconta le sue giornate. Parla
del principe
- IL PRINCIPE, 1513 descrive le caratteristiche e le tipologie di principati (ereditario, misto e nuovo)e
spiega quali sono i metodi per conquistarli e mantenerli. Il principe ideale è Cesare Borgia.L’opera è
composta da ventisei capitoli di varia lunghezza. Il Principe per raggiungere i scuoi scopi deve essere crudele
e senza scrupoli, deve essere un uomo saggio, razionale e benevolo, furbo come una volpe e forte come un
leone. se è possibile bisogna evitare il male, ma se il male è inevitabile bisogna fare attenzione a non
incorrere nell'odio dei sudditi. Dedicata a Lorenzo de' Medici, l'opera parla del principato come forma di
governo, ne distingue i vari tipi e analizza come il principe deve comportarsi per mantenerlo in salute. per
dimostrare che si poteva fondare un nuovo principato solido in Italia.
CAP I corto, funzione di preambolo. Distinzione tra repubblica e i vari tipi di principato
CAP VI distinzione tra chi se la cava da solo e non. Rifarsi ai modelli antichi, mitologia, virtù e fortuna,
milizie, dio ispiratore
CAP VII Coloro che conquisteranno una stato con l’aiuto altrui,lo manterrano con grandissime difficoltà.Lo
Stato così realizzato è paragonabile ad un albero cresciuto troppo in fretta .A rappresentare adeguatamente il
caso limite è il Valentino,indicato come modello da chi voglia fare e mantenere uno stato, ma anche
lui,fondandosi sulla fortuna altrui,ruina,sebbene avesse sterminato i suoi avversari e avesse cercato d’essere
previdente rispetto al futuro
CAP XV Ha inizio la riflessione sulla concreta prassi [Link] principe che voglia mantenere deve essere
buono o non buono a seconda della necessità. E' perciò da respingere il catalogo delle qualità e dei vizi da
perseguire o da fuggire,come compariva nella precedente trattazione [Link] terreno della prassi politica
ciò che talora è qualità,altre volte può essere [Link] vizio adoperato per difendere lo stato risponde ad
un'esigenza [Link] virtù morali usate a sproposito risultano causa di ruina.
CAP XVIII disegna due diversi modi di combattere:quello dell'uomo e quello della [Link] primo ha come
risulatato le leggi,il secondo la [Link] le leggi non sono sufficienti si deve ricorrere alla
[Link]é il principe deve per necessità impiegare anche la parte bestiale,Machiaveli illustra in due
modi in cui essa si manifesta:ricorre alle figure della volpe e del leone,immagini dell'astuzia accorta e
simulazione e dell'impeto violento,con i quali è possibile evitare i tranelli e vincere la violenza degli
avversari
CAP XXV La fortuna è arbitra di metà delle azioni umane mentre l'altra metà resta nelle mani degli
uomini;la fortuna è paragonata ad un fiume rovinoso che allaga le pianure e distrugge gli alberi e le case: gli
uomini previdenti devono disporre per tempo gli [Link] si possono vedere principi salire al potere o
rovinare senza che essi abbiano modificato il proprio comportamento,Machiavelli ricorre alla mutevolezza
continua delle circostanze storiche e della fortuna,non ruina colui che riesce a mettersi in sintonia con la
qualità dei tempi.
- DISCORSI SOPRA LA PRIMA DECA DI TITIO LIVIOI Discorsi non sono un’analisi filologica
dell’opera di Livio quanto delle riflessioni sul presente che partono prendendo spunto dall’opera dello storico
latino.
Divisi in tre libri, affrontano i più svariati argomenti confrontando l’impostazione della repubblica romana
con quella fiorentina sul piano istituzionale, legislativo, militare e religioso.
destinati alla lettura negli orti oricellari
-DELL'ARTE DELLA GUERRA
-LE ISTORIE FIORENTINE Le Istorie fiorentine, in otto libri, furono scritte tra il 1520 e il 1525, quando
furono consegnate a Giulio de’ Medici divenuto papa col nome di Clemente VII. Temi titio livio
-MANDRAGOLA:La commedia occupa l'arco temporale di 24 ore e racconta le vicende di Callimaco, un
gentiluomo fiorentino di 30 anni che da 20 vive a Parigi, il quale, avendo sentito parlare della favolosa
bellezza di una giovane donna fiorentina, Lucrezia, decide di volerla incontrare e torna nella sua città.
VITA
POGGIO BRACCIOLINI:Pedagogico,nasce a Terranova, vicino Arezzo, nel 1380.
LORENZO VALLA:Nato a Roma nel 1403. è famoso soprattutto per il suo metodo filologico che, attraverso
una critica al testo, lo riporta al suo significato vero e originale.
Il metodo venne applicato con successo per contestare La donazione di Costantino (dimostrato la falsità della
Donazione di Costantino, ossia un documento con cui la chiesa di Roma giustificava il proprio potere
temporale. )
GIUSTO DE CONTI DI VALMONTONE,DOMENICO DI GIOVANNI(IL BURCHIELLO),LEON
BATTISTA ALBERTI
LORENZO IL MAGNIFICO:Lorenzo nasce nel 1449, riceve un’educazione di prim’ordine. Sin da
giovanissimo viaggia per le corti italiane, e a partire dal 1466 ottiene i primi incarichi politici.
Nel 1468 sposa la nobildonna romana Clarice Orsini. Nel 1478 Giuliano viene assassinato durante la
Congiura dei Pazzi.
Lorenzo, rimasto solo, deve a questo punto fronteggiare la scomunica di papa Sisto IV ed una guerra contro
il re di Napoli Ferdinando I. Tra i temi a lui più cari spicca quello della posizione predominante della lingua
toscana in Italia.
Lorenzo muore nel 1492 si rifà maggiormente alla tradizione lirica-cortese con influenze dirette
della letteratura toscana, incentrata sulla celebrazione di natura, bellezza, di giovinezza e donne.
LUIGI PULCI: 1432 a Firenze, conosce poco il latino,comico, muore a padova nel 1481. poema romanzesco
ciruffo calvaneo e beco da dicomano, parodia nencia
ANGELO POLIZIANO1454-1494, traduce l'illiade in latino. In latino: sylvae e miscellanea .in volgare:le
stanze
MATTEO MARIA BOIARDO:Nasce a Scandiano nel 1411 da una nobile famiglia legata alla signoria
Estense. Viene educato alle lettere classiche da precettori umanisti. , 1494 muore.
Gli Amorum libri tres è l’opera più importante di Boiardo dopo l’Orlando innamorato. Scritti in volgare,
citano esplicitamente l’opera ovidiana. In quest’opera si trovano influenze sia della grande poesia latina, che
di quella romanza ed italiana trecentesca.
BALDASSARE CASTIGLIONE:Nasce a nel 1478 a Casatico, vicino Mantova da una famiglia della nobiltà
lombarda. Dopo la formazione negli ambienti umanistici milanesi nel 1504 si trasferisce ad Urbino dove
presta servizio alla corte del signore della città. Qui, tra le altre cose, svolge attività diplomatica in varie città
tra cui Roma. Inizia la prima stesura de “Il Cortegiano”.
PIETRO BEMBO:Pietro Bembo nasce a Venezia da famiglia nobile. Il padre, un umanista, lo inizia allo
studio delle lettere. Nel 1503 collabora con Aldo Manuzio e nel 1505 scrive gli Asolani.
Nel 1506 si trasferisce alla corte di Urbino dove inizia la scrittura delle Prose della volgar lingua. Dopo aver
preso la tonsura nel 1508 si trasferisce a Roma per proseguire la carriera ecclesiastica.
Compie diverse missioni per conto del papa e nel 1539 viene nominato cardinale. Muore nel 1547.
Gli Asolani (1505) è un dialogo di stampo umanista sul tema d’amore, e la sua importanza è data dalla messa
in prosa che riprende Boccaccio.
Nelle Rime (1530) Bembo mette in pratica quanto teorizzato nelle Prose, scrivendo una serie di liriche che
riprendono, attualizzandola, la lirica petrarchesca.
GASPARA STAMPA: nata nel 1523 a Padova ed è morta il 23 aprile 1554. Viene ricordata da molti per
essere stata una poetessa italiana.
FRANCESCO BERNI:Francesco Berni nacque a Lamporecchio val di Nievole, un paesino in provincia di
Pistoia, intorno al 1497. Figlio di un notaio studiò a Firenze e nel 1517 fu a Roma presso il cardinal
Bibbiena, che era suo lontano parente. Berni fa un uso raffinato e mai volgare del verso aspro, arricchito da
un lessico brillante e vivace. Muore nel 1535
PIETRO ARETINO:Nasce ad Arezzo il 20 aprile 1492. Nel 1517 si trasferisce a Roma a servizio di nobili
della città e qui inizia la sua carriera letteraria. Autore di una commedia e di sonetti considerati scandalosi e
di critica al papa, cade vittima di un attentato ed è costretto a lasciare la città. Si trasferisce a Venezia dove
inizia un’intensa attività letteraria grazie al quale si arricchisce e afferma la sua, discutibile, figura pubblica
di intellettuale lontano dai principi e dalle corti.
scrittore libero e lontano dalle corti, la sua indipendenza dalle corti non è reale, ma si traduce in un appoggio
esterno.
Le opere qualitativamente più importanti vengono prodotte nel periodo romano. Si tratta de La Cortigiana,
una commedia in cinque atti in cui vengono descritti i vizi della città di Roma, e dei Sonetti lussuriosi, una
raccolta poetica ad argomento erotico. Scrive 5 commedie
La produzione del periodo veneziano copre argomenti diversi. Di questa fase si ricorda l’unica tragedia
scritta dall’Aretino, L’Orazia.
Fu autore di rime, di commedie (tra cui La Cortigiana, 1525), di sei libri di Lettere (1537-57) e dei celebri
dialoghi tra prostitute (Ragionamenti, 1534-36)
GIOVANNI DELLA CASA:Giovanni Della Casa nasce nel 1503 nei dintorni di Firenze. Avviatosi agli studi
giuridici li abbandona per coltivare gli studi letterari. 1554 ma muore
FRANCESCO GUICCIARDINI: 1483,-1540. pubblica un'opera che analizza gli eventi italiani dalla morte di
Lorenzo il Magnifico a quella del papa Clemente VII. scrive”storia di italia”1537 e “ricordi”1530, crea il
genere dell'aforisma
NICCOLO MACCHIAVELLI: Nato a Firenze 1469 da una famiglia di antica tradizione, ebbe un'educazione
umanistica alimentata dallo studio dei classici .scrive in fiorentino contemporaneo
margutte
Un giorno Morgante, giunto ad un incrocio dopo essere uscito da una valle in un gran bosco, vide venire da
lontano con la coda dell'occhio un uomo, che sembrava avere il volto tutto nero. Diede un colpo con la punta
del batacchio a terra, e disse: «Non conosco costui»; e si mise a sedere su una pietra, finché quell'altro non
arrivò da lui.
Morgante guarda tutte le sue fattezze più volte, dalla testa ai piedi, e gli sembravano deformi, orrende e
brutte: - Dimmi il tuo nome, viandante - diceva. Quello rispose: - Il mio nome è Margutte e volli anch'io
diventare un gigante, poi mi pentii a metà della trasformazione: vedi che, appunto, sono alto sette braccia
[circa quattro metri].Morgante disse: - Tu sia benvenuto: ecco che avrò al mio fianco un fiaschetto, visto che
non bevo da due giorni; e se verrai insieme a me, durante il viaggio ti tratterò come meriti. Dimmi ancora:
non ti ho chiesto se sei cristiano o saraceno, se credi in Cristo o in Apollo -.Allora Margutte rispose: - Per
farla breve, io non credo all'azzurro più che al nero, ma credo nel cappone, lesso o arrosto; e qualche volta
credo anche nel burro, nella birra e, quando ne ho, nel succo d'uva, e molto più nell'aspro che nel mangurro
[due monete turche]; ma soprattutto ho fede nel vino, e credo che chi crede in esso sia salvo;e credo nella
torta e nel tortello: uno è la madre e l'altro è suo figlio; e il vero padrenostro è il fegatello, e possono essere
tre, due e uno solo, e almeno quello deriva dal fegato. E poiché io vorrei bere con un recipiente per il
ghiaccio [assai capiente], se Maometto vieta e condanna il vino, credo che sia un sogno o un fantasma;e
Apollo dev'essere un delirio, e Trivigante è forse una tregenda. La fede è come il solletico [c'è chi la sente e
chi no]: se sei saggio, credo tu possa capirmi. Ora potresti dire che io sia un eretico: per non sprecare parole,
vedrai che la mia stirpe non tradisce le sue origini e io non sono un terreno buono per piantarvi una
[Link] fede è fatta come l'uomo vuole. Vuoi sapere quale sia la mia fede? Io sono nato da una monaca
greca e da un sacerdote islamico a Bursia, in Turchia. E all'inizio mi piaceva suonare la ribeca [strumento a
corde], perché volevo cantare di Troia, Ettore e Achille, non solo una volta ma [Link] quando mi stancai di
suonare la chitarra, iniziai a portare l'arco e la faretra. Uno giorno, poi, quando feci una rissa in moschea e vi
uccisi il mio vecchio padre, mi misi al fianco questa scimitarra e cominciai ad andare a zonzo per il mondo; e
come compagni portai con me tutti i peccati turchi e greci;anzi, tutti quelli che sono contenuti all'inferno: io
ne ho settantasette dei mortali, che non mi lasciano mai né d'estate né d'inverno; pensa quanti peccati veniali
possiedo! Non credo, se anche il mondo durasse in eterno, che si possano compiere tanti mali quanti quelli
che ho commesso in vita mia; e me li ricordo in ordine [Link] ti dispiaccia ascoltarmi un momento:
tu sentirai tutto il racconto in ordine. Se ho denari e sto giocando, rispondo in modo amichevole a chiunque
mi chiami; e gioco ovunque e in ogni momento, tanto che spesso mi sono giocato tutti i miei averi e la mia
fama, e anche i peli della barba: guarda se questa cosa per prima ti piace.
roncisvalle
Quel giorno era meglio vedere gli abissi dell'inferno, piuttosto che Roncisvalle: infatti i saraceni cadevano
come pere e il demonio Squarciaferro li portava a mucchi, tanto che questi [i Saraceni] occupano tutte le
bufere dell'inferno, ogni roccia, ogni sentiero, le bolge, gli spalti e le moschee, e la città di Dite è tutta in
festa. Lucifero quel giorno aveva aperto le sue bocche e ricordava i piccoli corvi imbeccati nel nido, e
trangugiava a mucchi le anime dei saraceni che piovevano [all'inferno], così che pare che cada neve
scura [monachina, del colore del saio dei monaci] come quando cade la manna [insetti che sfiorano l'acqua]
ai pesciolini: non chiedere, lettore, se Lucifero ingoiava i fiocchi [le anime dei Mori] e se fece una
scorpacciata come gli [Link] si facevano tanti balli che, al confronto, ciò che ho appena detto è una
cosa da nulla, e la festa non dura stamattina, domani, dopodomani, il giorno dopo e quello dopo ancora,
come spesso nelle feste dei Romani per la vendemmia [la festa dura in eterno]; e chi suonava il tamburo, chi
le nacchere, chi la baldosa [strumento a corda] e la zampogna e lo zufolo, e i passi di danza erano tutti rapidi
e leggeri.E Roncisvalle sembrava un tegame con dentro uno spezzatino di sangue, un ribollimento confuso di
teste, piedi e altre ossa, così che sembrava il fiume di sangue dell'inferno che, però, non diminuiva di fronte
al centauro Nesso [il Flegetonte dell'Inferno dantesco diminuiva di livello a seconda della gravità dei peccati,
questo aumenta]; e sembra che il vento faccia ruotare in aria certi spruzzi di sangue con vortici e [Link]
campo di battaglia era tutto rossastro, così da sembrare il Mar Rosso in tempesta e ognuno per sembrare vivo
ci sguazzava: ci si poteva gettare lo scandaglio dappertutto, a tal punto ci si dibatteva nel sangue, e poi
guardare come fa di solito l'ammiraglio o il timoniere, se sa usare la sonda, poiché ogni sponda di quel luogo
[Roncisvalle] trabocca di sangue [il sangue è così profondo che per trovare la terra occorre usare uno
scandaglio].
simonetta
Iulio] si era allontanato di molto dai suoi compagni [di caccia], inseguendo la preda desiderata [la cerva], ma
non riesce a guadagnare terreno e sente il suo cavallo senza fiato; eppure, seguendo la sua vana speranza,
giunse in un prato verde e pieno di fiori: lì, sotto un velo candido, apparve lieta una ninfa e scomparve la
bestia.
La bestia scomparve dal suo sguardo, ma ormai il giovane non si cura più di essa; anzi, allenta la briglia al
suo cavallo e lo fa fermare sopra l'erba. Lì, tutto pieno di stupore, osserva solo la figura della ninfa: gli
sembra che dal bel viso e dai begli occhi gli scenda in cuore una nuova dolcezza.[Iulio fa] Come la tigre a
cui il cacciatore ha sottratto i figli dalla tana scavata nella roccia, e lo insegue rabbiosa nella selva
dell'Ircania, credendo di insanguinare presto i suoi artigli; poi resta istupidita dal riflesso di uno specchio, che
sembra somigliare ai suoi figli, e mentre la sciocca resta ammaliata da quella visione il cacciatore si
allontana a grandi [Link], nascosto dentro i begli occhi [della ninfa], adatta la cocca della sua freccia
alla corda dell'arco, poi lo tira col braccio muscoloso, a tal punto che le due estremità dell'arco stanno per
toccarsi; tocca la mano sinistra con la punta dorata della freccia, la parte destra del petto con la corda: e la
freccia viene scagliata ronzando nell'aria, quasi nello stesso istante in cui Iulio la sente conficcarsi nel suo
[Link]è, come diventò! Ah, come corse il grande fuoco in tutte le viscere del giovinetto! Che tremore
gli scosse il cuore in petto! Era tutto bagnato di un sudore freddo; e, invaghitosi del dolce aspetto della ninfa,
non può più toglierle gli occhi di dosso; tutto preso dal suo bellissimo splendore, il poverino non si accorge
che qui c'è il dio [Link] s'accorge che Amore è lì, armato, solo per turbare la sua durevole pace; non
s'accorge a quale nodo è già legato, non conosce ancora le sue segrete pene amorose; è tutto invischiato nel
piacere, nel desiderio, e così il cacciatore è preso nella rete. Fra sé e sé loda le braccia e il viso e i capelli
[della ninfa], e in lei distingue qualche cosa di [Link] è candida e candida è la sua veste, anche se è
dipinta di rose, di fiori e d'erba; i capelli ricci della testa bionda scendono sulla sua fronte, umile eppure
superba. Intorno a lei tutto il bosco sorride e, per quanto possibile, allevia le sue pene; è regalmente mansueta
in ogni suo atto e anche col ciglio sembra acquietare le [Link] occhi scintillano di una dolce serenità,
dove Cupido tiene nascoste le sue fiaccole; l'aria intorno si fa tutta amena, ovunque lei ruoti gli occhi pieni
d'amore. Ha il volto pieno di celeste allegria, un dolce dipinto di ligustri e rose; ogni soffio di vento tace al
suo parlare divino e ogni uccellino canta con il proprio [Link] lei va l'Onestà, umile e affabile, che gira la
chiave per aprire ogni cuore; con lei va la Gentilezza umana a vedersi, e apprende da lei la dolce andatura
soave. Un'anima non nobile non può guardarla in viso, se prima non prova rimorso dei suoi peccati; quanto
lei parla o ride dolcemente, altrettanti cuori Amore cattura, ferisce o [Link] la musa Talìa se prende
in mano la cetra, sembra Minerva se impugna la lancia: se ha in mano l'arco e al fianco la faretra, potresti
giurare che sia la casta Diana. La triste ira si allontana dal suo volto, e la Superbia rimane poco tempo di
fronte a lei; ogni dolce virtù la accompagna, la Bellezza e la Leggiadria la mostrano a [Link] ninfa era
seduta sopra l'erba, allegra, e aveva intrecciato una piccola ghirlanda con tutti i fiori creati dalla natura, dei
quali la sua veste era dipinta. E non appena rivolse lo sguardo al giovane, alzò la testa un po' impaurita; poi,
preso il lembo della veste con la mano bianca, si alzò in piedi col grembo pieno di fioriGià la ninfa si
apprestava ad allontanarsi da qui, lenta sopra l'erba, lasciando il giovinetto nelle sue pene amorose, che
ormai non desidera nient'altro all'infuori di lei. Ma poiché il misero non poteva sopportarlo, tenta di
trattenerla con preghiere; e infatti, tremando e ardendo tutto, iniziò a dire così umilmente:«Chiunque tu sia,
bellissima vergine, o ninfa o dea, ma mi sembri certamente una dea; se sei una dea, tu sei la mia Diana; se
invece sei mortale, dimmi chi sei, poiché il tuo aspetto è superiore a quello degli esseri umani; e non so quale
sia il mio merito, quale grazia dal cielo o quale stella favorevole, per cui io sia degno di vedere una creatura
così bella».La ninfa, rivolta al suono delle sue parole, fece brillare un sorriso così dolce e bello che avrebbe
fatto muovere le montagne e arrestare il sole: infatti sembrò che si aprisse un paradiso. Poi emise una voce
tra i denti bianchi come perle e le labbra rosse come viole, in modo tale che avrebbe spezzato un marmo;
soave, saggia e piena di dolcezza, tale da far innamorare persino una sirena:
[disse:] «Io non sono colei che la tua mente pensa vanamente, non sono una dea degna di un altare e di una
vittima pura; invece presso l'Arno, nella vostra Etruria, sono sottoposta alla legittima fiaccola nuziale [sono
sposata]; il mio luogo natio è nell'aspra Liguria, su una collina sulla costa, dove fuori degli scogli si sente
invano gemere e fremere adirato il fiero Nettuno [il mare in tempesta].Spesso mi diletto in questo luogo, qui
vengo a soggiornare tutta sola; questo è un dolce luogo dove riposano i miei pensieri, qui l'erba e i fiori, l'aria
fresca mi allettano; la via del ritorno da qui alla mia casa è breve e io, Simonetta, mi trattengo qui lieta
all'ombra, vicino a qualche chiara e fresca acqua, spesso in compagnia di qualche [Link] sono solita nei
giorni festivi, quando le nostre fatiche hanno tregua, venire ai sacri altari nei vostri templi in mezzo alle altre
donne, con gli ornamenti di rito; ma per esaudire ogni tuo desiderio e toglierti il dubbio che tormenta la tua
mente, non meravigliarti della mia tenera bellezza, poiché io nacqui in grembo alla dea Venere [in riva al
mare, in Liguria]Ora, poiché il sole sta tramontando e da questi alberi scende un'ombra più lunga, e ormai la
stanca cicala lascia il posto al grillo, e il rozzo contadino se ne va dai campi, e il fumo sale dai comignoli
delle alte case, e la contadina apparecchia la tavola al suo uomo; ormai riprenderò la via più breve, e tu
tornatene lieto con la tua compagnia di cacciatori».
agricanre
Agricane non parlò più, ma sfoderò la spada Tranchera e andò verso Orlando per affrontarlo con ardimento.
Ora inizia una feroce battaglia, con aspri colpi di taglio e punta; ciascuno dei due è un esempio di prodezza, e
si scontrarono, come racconta il libro [la cronaca di Turpino] da mezzogiorno sino a notte, sempre più decisi
a darsi [Link] dopo che il sole era tramontato e in cielo iniziarono a comparire le stelle, il primo a
parlare fu il conte [Orlando] rivolto al re: - Che cosa faremo, - disse - ora che il giorno se ne è andato? -
Agricane rispose prontamente: - Entrambi ci riposeremo su questo prato; e domattina, al primo spuntare del
giorno, riprenderemo il duello. -Così si accordarono insieme. Ognuno lega il suo cavallo a proprio
piacimento, poi si stesero sull'erba; stavano l'uno accanto all'alto, come se tra loro ci fosse un'antica pace.
Orlando giaceva steso vicino alla fontana, Agrigane era coricato vicino al bosco, all'ombra di un gran pino.E
intanto parlavano insieme di argomenti degni e adatti a loro, Orlando guardava il cielo e poi diceva: - Questo
che ora vediamo è un prodotto straordinario della potenza di Dio; Dio ha fatto tutto questo per gli uomini, la
luna d'argento, le stelle d'oro, la luce del giorno e il sole luminoso. Agricane disse: - Io capisco che tu vuoi
parlarmi della fede; io non ho alcuna conoscenza e quando ero fanciullo non volli imparare, e anzi ruppi la
testa al mio maestro come ricompensa; poi non se ne poté trovare un altro che mi insegnasse la scrittura o mi
mostrasse un libro, perché tutti erano spaventati da me.E così passai la mia fanciullezza tra cacce, tornei e
cavalcate; e non credo che sia degno di un nobile stare tutto il giorno a studiare sui libri; ma il cavaliere deve
esercitare la forza e la destrezza. Al prete e al dottore si addice la dottrina: io so tutto quello che mi serve.
Orlando rispose: - Io sono d'accordo con te, che le armi sono il primo onore di un guerriero; ma il sapere non
lo fa meno degno, anzi lo adorna come un fiore abbellisce un prato; e chi non pensa al Creatore è simile a un
bue, a un sasso, a un pezzo di legno; e non si può pensare alla somma e alta maestà di Dio senza dottrina.
Agricane disse: - È molto scortese voler disputare con vantaggio. Io ti ho svelato la mia natura e riconosco
che sei dotto e saggio. Se parlerai ancora, non ti risponderò; se vuoi dormire fallo pure, e se invece vuoi
parlare con me parlami di armi o di [Link] ti prego di rispondere sinceramente alla mia domanda, con la
fede di un uomo nobile: dimmi se tu sei davvero quell'Orlando che ha tanta fama nel mondo; e perché sei
arrivato qui [ad Albraca], e come e quando, e se sei mai stato innamorato; perché se un cavaliere è senza
amore, in apparenza è vivo ma lo è senza cuore. -Il conte rispose: - Io sono quell'Orlando che uccise Almonte
e suo fratello Troiano; l'amore mi ha spinto ad abbandonare ogni cosa, e mi induce a venire in questo luogo
strano. E per spiegarti meglio, voglio che tu sappia che il mio cuore appartiene alla figlia del re Galifrone
[Angelica], che ora è tra le mura di [Link] fai guerra a suo padre con gran furore, per conquistare il suo
regno e i suoi castelli, e io invece son condotto qua dall'amore e per piacere a questa fanciulla. Molte volte
sono stato in sella per l'onore e la mia fede; ora invece combatto solo per conquistare quella bella dama, e
non ho altre ambizioni. -Quando Agricane capì che questo era Orlando e che amava Angelica, si turbò in viso
in modo incredibile, ma non lo mostrava a causa del buio; piangeva tra i sospiri come uno sciocco, l'anima, il
petto e lo spirito gli bruciavano; e una tale gelosia gli fa battere il cuore che non è vivo, e non muore di
[Link] disse a Orlando: - Tu devi pensare che non appena farà giorno, riprenderemo il duello e uno di noi
rimarrà morto sul prato. Ora ti prego di una cosa: prima che veniamo a battaglia, abbandona questa fanciulla
che il tuo cuore desidera e lasciala a [Link] non potrei sopportare, essendo in vita, che un altro amasse come
me quel bel viso; uno di noi domani sarà privo della vita e della dama. Nessuno saprà mai, all'infuori di
questa fontana e di questo bosco che ci attornia, che tu l'hai rifiutata in questo luogo e in questo tempo, che
sarà così breve. -Orlando diceva al re: - Io ho mantenuto tutte le promesse che ho fatto; ma se ora io
promettessi quello che mi chiedi e lo giurassi, non lo manterrei; piuttosto che lasciare l'amore di Angelica,
preferirei strapparmi le membra e gli occhi dalla testa, e vivere senza spirito e senza [Link] re Agricane, che
ardeva in modo incredibile, non può sopportare questa risposta; anche se è il cuore della notte, prese Baiardo
e vi montò in groppa; e orgoglioso, con sguardo torvo, grida verso Orlando e lo sfida, dicendo: - Cavaliere, ti
conviene lasciare questa bella dama, o batterti con me. Il conte era già montato in sella, perché non appena il
possente re si era mosso, temendo un tradimento del pagano, saltò subito sul suo cavallo; quindi rispose in
modo ardito: - Non posso assolutamente lasciare Angelica, e se anche potessi non lo vorrei; dovrai
conquistarla in altro modo. -I cavalieri iniziarono l'assalto come il mare quando è scosso dalla tempesta,
soffiando il fortunale; sul verde prato, nella notte oscura, spronano i loro destrieri e si urtano; e si vedevano
alla luce della luna dandosi colpi spietati e feroci, poiché ciascuno di loro era forte e coraggioso. Ma non
dico altro: il canto finisce [Link] e cavalieri innamorati, cortesi e graziose damigelle, venite qui ad
ascoltare le grandi avventure e le guerre amorose che fecero gli antichi e nobili cavalieri, e furono degne e
gloriose nel mondo; ma soprattutto Orlando e Agricane compirono imprese grandi e nobili per amore. Come
dissi nel canto precedente, ciascuno di loro combatte con un assalto duro e spietato per una donna; e benché
sia notte e il cielo sia buio, ognuno dei due bada a non scoprirsi e, anzi, stanno in guardia e si difendono da
ogni lato, come se fosse pieno giorno.
Agricane combatteva con maggior furore, il conte agiva in modo più prudente; avevano lottato da più di
cinque ore, e ormai spuntava l'alba a oriente: ora inizia lo scontro più duro. Il superbo Agricane si disperava
che il duello contro Orlando durasse tanto e sferrò un colpo incredibilmente [Link] colpo disperato
giunse di taglio e spezzò lo scudo in mezzo, come se fosse di latte; non può ferire Orlando, che è fatato, ma
gli fracassa insieme le piastre e la maglia [dell'armatura]. Il conte franco non poteva respirare, anche se
Tranchera [la spada di Agricane] non tagliava la sua carne; la percossa fu così dura che gli aveva fiaccato i
nervi e ammaccato le [Link] non per questo rimase sbigottito, anzi colpì con maggior durezza. Colpì lo
scudo e lo spezzò, distruggendo ogni piastra e maglia della corazza, e ferì Agricane nel fianco sinistro; e quel
colpo fu talmente aspro, che lo scudo finì sul prato troncato di netto, e ben tre costole di Agricane furono
[Link] il leone ruggisce nella foresta, dopo essere stato ferito dal cacciatore, così il fiero Agricane
sferra un altro colpo con incredibile forza. Colpì l'elmo di Orlando, al centro della testa; il conte non ricevette
mai una botta maggiore, ed ha perso conoscenza al punto che non sa se ha ancora la testa attaccata al
[Link] vedeva alcuna luce con gli occhi, e entrambe le orecchie gli ronzavano; il suo veloce cavallo si
spaventò e lo portava fuggendo intorno al prato; e sarebbe certo caduto, se quello stordimento fosse durato
ancora; ma poiché stava per cadere, per questo gli tornò lo spirito e si tenne all'arcione.E si vergognò di se
stesso, vedendosi sopraffatto in tal modo. "Come ti presenterai - diceva tra sé con dolore - ad Angelica così
disonorato? Non ricordi quel viso amoroso, che ti ha spinto a questa battaglia? Ma chi riceve una richiesta e
indugia a fare il suo dovere, e lo fa troppo tardi, perde la sua ricompensa. Da due giorni sono impegnato nel
duello con un solo cavaliere e me lo ritrovo ancora di fronte, e non ho più vantaggio di ieri. Ma se non
finisco questo scontro in un'ora, lascio le armi ed entro in monastero: mi faccio frate e mi chiamo dannato, e
non mi si vedrà mai più una spada al fianco".Non si sente la fine di queste parole, poiché batte i denti e
smozzica le parole; il fiato che gli esce da naso e bocca sembra fuoco acceso di furore. Va dritto verso
Agricane, impugnando Durindana con entrambe le mani lo colpisce sopra la spalla destra; quel terribile
colpo la taglia tutta. La spada crudele scende verso il petto e spezza la corazza, taglia la cotta; anche se
questa è spessa e di una maglia fitta, la taglia tutta fin sotto il fianco: non si vide mai una tale rovina. La
spada scese fino all'arcione: questo era d'osso e con ferro attorno, ma Durindana lo mandò sul [Link] re
tanto forte era tagliato al fianco destro, nell'inguine piagato; perse la vista ed aveva la faccia pallida, come
colui che è giunto alla morte; e benché gli mancassero spirito e anima, chiamava Orlando e con parole
accorte sospirando gli diceva a bassa voce: - Io credo nel tuo Dio, che morì sulla [Link], guerriero,
nella fontana prima che io perda del tutto la parola; e se la mia vita è stata ingiusta e strana, almeno non sia la
mia morte ribelle a Dio. Lui, che venne a salvare l'umanità, accolga la mia povera anima! Confesso di aver
molto peccato, ma la sua misericordia è molto grande. Quel re, che fu tanto fiero, piangeva e teneva il viso
sempre rivolto al cielo; poi disse a Orlando: - Cavaliere, oggi hai conquistato il più valido cavallo che sia mai
stato montato al mondo, secondo me; fu tolto a un forte guerriero [Astolfo], che è prigioniero nel mio
[Link] non posso più stare in vita: levami tu dall'arcione, accorto guerriero. Orsù, non lasciare morire
quest'anima! Battezzami, poiché ormai sono morto. Se tu mi lasci morire in questo modo, ne avrai grande
sconforto e pena. - Questo diceva e molte altre parole: oh, quanto il conte se ne dispiace! Egli aveva la faccia
piena di lacrime, e smontò da cavallo; raccolse il re ferito tra le sue braccia, e lo pose sopra il marmo della
fontana; e non si saziava di piangere, chiedendogli perdono con voce cortese. Poi lo battezzò nell'acqua della
fonte, pregando Dio per lui a mani giunte. Passò poco tempo prima che lo vedesse freddo nel viso e in tutto il
corpo, per cui capì che era morto. Lo lasciò sul marmo della fontana, con indosso l'armatura, con la spada in
mano e con la sua corona; e poi iniziò a guardare il suo cavallo, e gli sembrò che fosse proprio Baiardo.
angelica
Mentre costoro [i paladini cristiani e mori] stanno parlando in questo modo, gli strumenti suonarono da ogni
parte; ed ecco entrare enormi piatti d'oro, contenenti vivande raffinate; l'imperatore manda ad ogni barone
coppe di smalto, finemente lavorate. Carlo onorava tutti in vario modo, mostrando di ricordarsi di [Link] si
stava in allegria, parlando a bassa voce di argomenti piacevoli: re Carlo, che si vide così onorato e circondato
da tanti re, comandanti e cavalieri valorosi, disprezza tutti i pagani come se fossero arena marina di fronte ai
venti; ma una nuova apparizione fece sbalordire lui e gli altri. Infatti al fondo della bella sala entrarono
quattro giganti enormi e feroci, e in mezzo a loro stava una fanciulla, seguita da un solo cavaliere. Sembrava
la stella del mattino [Venere] e un giglio d'orto, una rosa del giardino: insomma, per dire la verità non si vide
mai una tale bellezza. Qui nella sala c'era Galerana [la moglie di Carlo Magno], c'era Alda, la moglie di
Orlando, Clarice [sposa di Ranaldo] ed Ermelina [sposa di Uggeri il Danese] tanto cortese, e molte altre che
non sto a dire, ciascuna bella e piena di virtù. Dico che ognuna di loro sembrava bella, quando non era
ancora entrato in sala quel fiore, che tolse alle altre l'onore della [Link] barone e principe cristiano ha
rivolto lo sguardo verso quella parte, né alcun pagano è rimasto inerte; ma ognuno di essi, pieno di stupore,
si avvicinò alla fanciulla; la quale, con aspetto allegro e con un sorriso tale da fare innamorare un sasso,
cominciò a parlare così, a bassa voce:- O signore magnanimo, le tue virtù e le prodezze dei tuoi paladini, che
sono conosciute in tutto il mondo fino agli estremi confini del mare, mi danno speranza che non siano state
vane le fatiche di due viaggiatori che sono venuti dall'altro capo del mondo a onorare il tuo prospero regno.E
al fine di spiegarti in poche parole la ragione che ci ha condotti qui alla tua festa regale, ti dico che questi è
Uberto dal Leone [in realtà Argalìa], nato da una nobile stirpe e che ha compiuto grandi gesta, cacciato senza
ragione dal suo regno: io, che fui cacciata insieme a lui, sono sua sorella e mi chiamo [Link] al Tanai
[il fiume Don] per duecento giornate di cammino, dove c'è il nostro regno, giunsero a noi le notizie del
torneo e della grande riunione di queste nobili genti qui raccolte; e [apprendemmo] che il premio al valore
non sono città, gemme o un tesoro, bensì al vincitore si dona una corona di [Link]ò mio fratello ha deciso
di sfidare a duello ogni barone, il cui fiore è radunato qui, per dimostrare il suo valore: che sia pagano o
battezzato, lo venga a incontrare fuori dalla città, nel verde prato alla Fonte del Pino, dove si dice che ci sia il
Pietrone [la tomba] di [Link] ciò avvenga a questo patto (ascolti bene chi si vuole cimentare): chiunque
sia disarcionato non potrà in nessun modo combattere ancora, ma sarà fatto prigioniero senza resistenza: chi
invece riuscirà ad abbattere Uberto, otterrà me in sposa: lui se ne andrà via coi suoi giganti. -Alla fine del suo
discorso, Angelica aspettava la risposta inginocchiata di fronte a Carlo. Ogni uomo l'ha ammirata con
meraviglia, ma soprattutto Orlando le si avvicina col cuore tremante e stravolto in viso, anche se teneva
nascosti i suoi sentimenti; e talvolta abbassava gli occhi a terra, vergognandosi assai di se stesso. "Ah,
Orlando pazzo!" diceva tra sé, "come ti lasci trasportare dal desiderio! Non vedi l'errore che ti coglie e ti
induce a peccare contro Dio? Dove mi conduce il mio destino? Vedo che sono catturato e non posso
liberarmi; io, che ritenevo di nessun valore tutto il mondo, sono vinto senz'armi da una fanciulla. Io non
posso allontanare dal mio cuore la dolce vista e il suo volto sereno, perché senza di lei mi sento morire e il
mio spirito vien meno poco alla volta. Ora contro la forza d'Amore, che già mi ha imbrigliato, non mi serve
né la forza né il coraggio; e non mi serve la mia saggezza né il consiglio altrui, poiché io vedo cosa sarebbe
meglio fare e continuo a desiderare il peggio." Così il guerriero franco si lamentava in silenzio del suo nuovo
amore. Ma il duca Namo, che è canuto e pallido, non provava minor pena di lui al cuore, anzi tremava
spossato e sbalordito, avendo perso ogni colore in volto. Ma che dire di più? Ogni barone si era innamorato
di Angelica ed anche re [Link] stava immobile e sbigottito, osservando quella donna con gran
piacere; ma Ferraguto, il giovane coraggioso, aveva l'aspetto di una fiamma viva, e per tre volte decise di
prendere Angelica a dispetto dei giganti, e altrettante volte frenò quei pensieri malvagi per non disonorare
l'imperatore. Si sposta ora su un piede ora sull'altro, si gratta la testa e sembra frenetico; Ranaldo, che l'ha
vista anche lui, divenne rosso in faccia come il fuoco; e Malagise [il mago] che l'ha riconosciuta, diceva tra
sé: "Malvagia incantatrice, io ti farò un tale incantesimo che non potrai vantarti di essere stata qui." Re Carlo
Magno rispose a quella fanciulla con un lungo discorso, per poter stare molto accanto a lei. La ammira
mentre parla e mentre parla la osserva, e non può negarle nulla, anzi accoglie ogni sua richiesta giurando sul
Vangelo di rispettare i patti: lei se ne va col fratello e coi giganti.