Nel canto V dell'Inferno Dante e Virgilio si lasciano alle spalle il Limbo, Primo
Cerchio della voragine infernale e luogo di cui il Poeta ci ha parlato nel quarto
canto, e si avviano verso il secondo Cerchio, dove inizia il vero e proprio
Inferno. All’ingresso di questa zona fa la sua comparsa un personaggio mostruoso:
Minosse. Le anime dei dannati, terrorizzate dal suo aspetto, e soprattutto dal suo
giudizio, si presentano al suo cospetto per essere giudicate. A Minosse basta
guardarle per sapere quale pena infliggere, e comunica la sua sentenza arrotolando
la coda tante volte quanti sono i cerchi dell’Inferno a cui l’anima è destinata.
Anche Dante e Virgilio si presentano davanti al giudice infernale che, come già
aveva fatto Caronte sulle sponde dell’Acheronte - uno dei quattro fiumi infernali
che scorrono tra l'Antinferno e il limbo - cerca di intimidire Dante impedendogli
di continuare il suo viaggio. Virgilio risponde con la formula che riserva ai
guardiani dell’Inferno quando questi cercano di bloccare il suo compagno: vuolsi
così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare!
I due superano Minosse e, finalmente, ecco stagliarsi davanti a Dante il primo vero
scenario infernale. Non c’è luce, l’aria è tenebrosa e scossa da una fortissima
tempesta di vento dentro la quale sono sbattute e percosse le anime dei dannati. Ci
troviamo davanti un contrappasso: che significato assume questa pena? Il vento
rappresenta la mancanza di lucidità e di ordine, l’assenza di razionalità e
l’abbandono del corpo agli istinti corporali e alla passione sessuale: in questo
cerchio sono puniti i lussuriosi. Le anime, in questa tempesta, non vagano alla
rinfusa ma sono suddivise in schiere in base al tipo di amore che condussero. La
schiera che attira l’attenzione di Dante è quella di quei dannati che morirono per
amore. Fra queste, dopo un elenco di personaggi che viene riportato da Virgilio a
Dante, il Poeta è attratto da due amanti in particolare che, a differenza degli
altri, sono scossi dalla tempesta restando abbracciati e saldi uno all’altra. Sono
le anime di Paolo e Francesca.
Il Canto V dell’Inferno è il canto di Paolo e Francesca. Qui, come in altri canti,
Dante disegna due personaggi che attraverseranno i secoli della letteratura e che
saranno bagaglio culturale di intere generazioni. Tutti conoscono i nomi di Paolo e
Francesca, gli amanti dannati, ma la loro storia deve essere approfondita. I
personaggi che incontriamo nell’Inferno, nel Purgatorio e nel Paradiso, sono
estratti da Dante dalle Sacre Scritture, dalla letteratura, dalla mitologia e anche
dalla storia: il Poeta non inventa nessun nuovo personaggio, ma gli attribuisce un
valore e un significato nuovi e universali. Paolo Malatesta e Francesca da Polenta
che l'autore inserisce nel V canto dell'Inferno sono personaggi che fanno parte
della storia contemporanea di Dante, potremmo dire della cronaca nera del suo
tempo. Si tratta di due cognati uccisi dal marito di lei (e quindi dal fratello di
lui) solo pochi anni prima della discesa di Dante nell’Inferno. Sappiamo infatti,
dalle parole di Francesca, che suo marito, Gianciotto Malatesta, è ancora vivo e
che la zona dell’Inferno detta Caina - una delle quattro zone del 9° cerchio
dantesco - sta aspettando che lui muoia per accoglierlo e fargli scontare la sua
pena. Nella Caina i dannati sono sepolti nel ghiaccio, con la testa all'ingiu'.
Gianciotto ha ucciso i suoi familiari, e nella Caina sono puniti i traditori dei
parenti.
La storiografia interpreta in diversi modi questo omicidio di cui Dante parla nel
canto V dell'Inferno. Si pensa che Francesca, com’era normale a quei tempi, fosse
stata promessa in sposa a uno dei fratelli Malatesta, e che lei avesse inteso di
dover sposare il più bello e attraente Paolo quando invece si presentò, per
chiedere la sua mano, Gianciotto. Francesca, dimessa, sottostà alla decisione
paterna e sposa l’uomo che il padre ha scelto, ma la simpatia e l’attrazione fra
lei e Paolo è sempre forte e i due finiranno per diventare amanti, tradendo
Gianciotto che, scoperto il tradimento, li uccide entrambi. Tolto l’equivoco
iniziale, non sappiamo se reale o meno, certo è che Francesca e suo cognato
divennero amanti e che Gianciotto li uccise. Fin qui la cronaca, ma Dante ci dice
altro, va oltre, inserisce in questa storia – una storia forse anche banale in fin
dei conti – un tipo di amore tratto dalla letteratura. Al tempo di Dante le
riflessioni sulla natura e gli effetti dell’amore sono numerose e approfondite e
Dante conosce bene le idee e i temi di queste riflessioni che non si limitano alla
letteratura ma che coinvolgono anche dei trattati. L’amore si manifesta in modo
immediato e inaspettato, a partire dal contatto visivo fra i due innamorati che,
spinti dalla bellezza l’uno dell’altro, sono pervasi dalla passione amorosa.
Inoltre, l’amore non è solo un sentimento, viene presentato attraverso una
prosopopea ed è visto quindi come un vero e proprio personaggio che agisce con la
sua volontà sui cuori di chi ha deciso di far innamorare. Come si legge nel testo
del canto V dell'Inferno, infatti, Francesca non dice “l’amore” ma “Amore” (con la
maiuscola). Sono questi i caratteri della passione che nasce fra due personaggi
della letteratura francese che hanno una storia molto simile a quella di Paolo e
Francesca: Lancillotto e Ginevra. Probabilmente anche la storia di questi due
innamorati è nota a chiunque. Lancillotto è il primo cavaliere di re Artù, è legato
a lui da un vincolo di fedeltà feudale (come Paolo è legato a Gianciotto da un
vincolo di fedeltà parenterale) e si innamora di sua moglie, Ginevra (parallelo di
Francesca). È proprio la lettura di questo romanzo che fa capire ai due cognati di
non poter più nascondere il loro amore: un giorno, per passare il tempo, rimasti
soli senza Gianciotto, Paolo e Francesca leggono la storia di Lancillotto e
Ginevra, e arrivano al punto in cui i due amanti, grazie all’intervento di Galeotto
che li fa incontrare in segreto, finalmente si ritrovano e si baciano. Paolo e
Francesca si rendono conto di essere esattamente come Lancillotto e Ginevra e, come
i personaggi stanno facendo nel libro, si baciano dando sfogo finalmente al loro
profondo amore. Gianciotto li scopre in questo momento, infatti Francesca dice che
quel giorno, dopo quel bacio, non poterono più continuare a leggere: erano stati
assassinati.
Sono stati uccisi insieme, perché volevano amarsi e stare insieme: neppure
all’Inferno saranno mai divisi.
I due amanti rappresentano l'amore e la sfida, rappresentano i due poli opposti
dell'amor cortese che vede, a un estremo, la tensione nobilitante e, dall'altro, la
tensione distruttiva dell'amore.
Analisi
Come dice lo stesso Dante, se Dio lo concede, vorrebbe poter parlare con quelle due
anime. All'altezza del quinto canto, il viaggio è appena cominciato e non sappiamo
ancora quali siano le regole esatte a cui il Poeta deve sottostare per attraversare
i tre regni dell’Oltretomba. Può parlare con i dannati: un confronto diretto con le
loro anime permetterà al Poeta di comprendere profondamente la natura dei peccati e
delle pene e di procedere così verso il suo percorso di salvazione, un percorso
individuale che diventa universale quando anche il lettore, attraverso questo
eccezionale racconto, comprende a pieno gli insegnamenti. Dante prova sentimenti di
vario tipo verso i dannati, si mette nei loro panni, li biasima o prova empatia.
Per Paolo e Francesca sopraggiunge una profonda pietà, sentimento raro all’Inferno
dove, generalmente, dovrebbe essere una sensazione di condanna quella che si prova
verso i dannati. Certo Dante non perdona i loro peccati, perché sa bene che Paolo e
Francesca hanno commesso un atto che va contro i principi della morale, ma allo
stesso tempo sente compassione. Pensiamo anche che Francesca, l’unica che parla con
Dante, è poco più che un’adolescente. La figura di questa ragazza, giovanissima e
bella, appena sposata, che si rivolge al Poeta con parole dolcissime in un luogo
così cupo e disgraziato, crea una forte tensione. C’è un contrasto drammatico fra
la dolcezza di Francesca, il suo amore per Paolo, e le grida, le bestemmie dei
dannati, il vento che ulula in sottofondo. Dante è commosso, capisce quanto amore e
quanta sofferenza li ha uniti, quanto viscerale desiderio li tenga ancora stretti,
in eterno, uno all’altra, ed è talmente scosso dai suoi sentimenti contrastanti e
dalla visione del loro dolore, che sviene, ponendo fine al canto V.
CANTO VI
È il venerdì santo, 8 aprile. Circa la mezzanotte. Siamo nel III cerchio, quello
dei golosi, di cui è custode Cerbero, mostro vorace e chiassoso. Tanto i golosi
quanto i lussuriosi, e poi gli avari e prodighi nonché gli iracondi, appartengono
al grande gruppo degli incontinenti; ma i primi due hanno ceduto, in vita
naturalmente, a uno smodato senso del godimento fisico, mentre i seondi due hanno
il sovrappeso di un diletto altrettanto fisico ma unicamente per se stessi.
I golosi sono puniti attraverso una battente pioggia di acqua, neve e grandine che
li colpisce riversi a terra. Inoltre, il demonio Cerbero li “iscoia ed isquatra”
(v. 18). C’è un fetore di acquitrinio che disturba l’odorato, così come la pioggia
rende insipidi i sapori al palato: è la legge del contrappasso.
Il guardiano dalle tre gole, appena scorse i due, aprì le bocche e mostrò le zanne,
ma Viriglio non parlò, bensì “distese le sue spanne,/ prese la terra, e con piene
le pugna/ la gittò dentro a le bramose canne” (v. 25-27).
Il paesaggio è grigio, freddo, untuoso. Dei dannati, solo uno riesce ad alzarsi
dalla mota. È il fiorentino Ciacco, che Dante non riconosce a causa dell’aspetto
fangoso. È il dannato noto in Firenze per la sua ingordigia (e del quale parla
anche Boccaccio in “Decameron, IX-8) a ravvisare l’Alighieri, parlandogli con
un’allitterazione (“tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto”), bisticcio di parole
che il Sommo Poeta ha caro, e lo userà spesso, specie nella parlata aulica di Pier
delle Vigne.
Per il suo concittadino, Dante prova un sentimento angoscioso; si scusa di non
rammentarne la fisionomia, però il motivo c’è, ed è la sofferenza che il dannato
sente al punto di farla affiorare nei lineamenti del volto. Ma Ciacco si apre a
un’amara descrizione dei fiorentini: invidiosi oltre ogni limite. Quelli lo
soprannominarono Ciacco per il vizio della gola (Boccaccio fa derivare il nome da
“ciens”, colui che chiede, riferendosi alla sua voracità; per altri è una
deformazione di Jacopo, cioè di Jacques). Come una difesa non richiesta, o forse
per smorzare la dolente meraviglia del pellegrino, Ciacco afferma che non è il solo
ad essere punito, lì, per quel peccato. Quindi tace.
Ora è necessario puntualizzare una riflessione di fondo. Il sesto canto
dell’Inferno, come tutti gli altri sesti delle prossime cantiche, è d’importanza
capitale nell’economia politica del Poema. Per la prima volta l’autore parla di
Firenze. Nel sesto del Purgatorio tratterà dell’Italia e nel sesto del Paradiso
dell’impero. A crescendo. Quindi Ciacco è un’occasione per un discorso di ordine
politico legato alla città-stato.
Perché mai Dante chiede al concittadino il futuro politico di Firenze? Le anime
penitenti non vedono nel presente, ma hanno chiaro il domani (cfr. i versi 100-103
del X canto di questa stessa cantica). E Ciacco predice i tempi avvenire, prossimi:
le fazioni si combatteranno, finché i Neri prevarranno, scacciando i Bianchi e con
loro Dante. Prima e tremenda previsione dell’esilio. E di nuovo il silenzio. Ma
Dante lo incalza: vuole conoscere la situazione di alcuni personaggi che spesero la
loro esistenza in difesa della città. Purtroppo, la risposta aggrava la tristezza
del poeta, perché Farinata, il Tegghiaio, Mosca, Iacopo Rusticucci, Arrigo (“e li
altri ch’a ben far puoser li ‘ngegni”, v.81) sono in Inferno: i meriti politici
sono stati insufficienti a salvarli dalla dannazione eterna. Poi, una richiesta del
dannato, che sarà simile a tante altre (comprese quelle dei purganti): “Ma quando
tu sarai nel dolce mondo,/ priegoti ch’a la mente altrui mi rechi:/ più non ti dico
e più non ti rispondo” (v.88-90). La seconda parte del canto tratta del Giudizio
Universale. Allora, le anime saranno riunite al corpo, per cui il tormento sarà
superiore a quello che soffrono [Link] volta i due passano dal III al IV
cerchio parlando molto, e trovano Pluto, custode del giro che ospita gli avari e i
prodighi.