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Canto II

Il canto introduce il viaggio di Dante nell'Inferno raccontando il suo dubbio iniziale e la rassicurazione di Virgilio. Virgilio spiega che Beatrice è scesa dal Paradiso per chiedere aiuto a Virgilio nel guidare Dante. Dante supera il suo timore iniziale e segue Virgilio nel suo viaggio.

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Canto II

Il canto introduce il viaggio di Dante nell'Inferno raccontando il suo dubbio iniziale e la rassicurazione di Virgilio. Virgilio spiega che Beatrice è scesa dal Paradiso per chiedere aiuto a Virgilio nel guidare Dante. Dante supera il suo timore iniziale e segue Virgilio nel suo viaggio.

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CANTO II, INFERNO, VERSI 1 - 70

Tempo 8 aprile 1300 (venerdì santo), ora del tramonto.


Luogo La diserta piaggia, il pendìo che precede l’ascesa al colle.
Personaggi Dante e Virgilio. Beatrice, Maria e santa Lucia.
Sono evocati Enea e san Paolo

Sequenze narrative
1-9 Scende la sera e Dante personaggio
è tormentato al pensiero di intraprendere
un cammino così pericoloso. Danteautore
invoca l’aiuto delle Muse, del proprio ingegno
e della propria memoria.
10-42 Dante rivela a Virgilio il suo dubbio.
Enea e san Paolo “visitarono” l’aldilà per i loro
meriti e per le conseguenze positive dei loro
viaggi: quello di Enea fu all’origine di Roma,
futura sede dell’Impero e della Chiesa; quello
di san Paolo rafforzò la fede cristiana; ma egli
non ha i meriti né di Enea né di san Paolo e
teme che il proprio percorso nel mondo dei
morti sia un’impresa empia.
43-75 Virgilio lo rincuora dicendogli che
Beatrice è scesa dal cielo nel Limbo – sede
eterna del poeta latino – per indurlo ad
andare in aiuto a Dante.
76-84 Virgilio promette a Beatrice che
obbedirà e le chiede il motivo per cui essa
non ha avuto timore a scendere nella cavità
infernale.
85-114 Il racconto di Virgilio prosegue: per
iniziativa di Maria, Beatrice è stata pregata
da santa Lucia di prestare soccorso a Dante,
il cui amore per lei l’aveva posto al di sopra
della gente comune.
115-126 Concluso il racconto, Virgilio esorta
Dante a mettere da parte ogni timorosa
esitazione e a farsi coraggio poiché può contare
sull’aiuto di tre donne benedette.
127-142 Dante dichiara baldanzosamente
di aver ritrovato il proprio ardire e segue
Virgilio su un sentiero alto e silvestro.

Lettura tematica
LA SERA L’oscurità della sera, posta in evidenza nel primo verso, non rispetta l’andamento cronologico («l’ora del
tempo» nel canto I era, infatti, il mattino), ma è funzionale all’allegoria: il buio serale non solo è la giusta atmosfera – di
incertezza, di inquietudine – che prepara le tenebre della cavità infernale, ma è anche in antitesi (buio delle passioni-luce della
Grazia divina) con lo splendore degli occhi di Beatrice che incarna l’attuarsi terreno della Grazia di Dio e la cui protezione
illuminerà il viaggio del poeta.
L’INVOCAZIONE Dopo il I, che fa da prologo all’intera Commedia, anche il II è un canto premiale perché dà inizio
all’Inferno attraverso le due componenti tradizionali dei proemi: l’argomento (il cammino angoscioso tra i dannati) e
l’invocazione. Dante elabora un’invocazione complessa e ben rimarcata dall’austera e prolungata anafora del vocativo o:
alle Muse, nel rispetto dei modelli classici di Omero e di Virgilio; al proprio ingegno e alla propria memoria come voluta
novità (anche se non mancano fonti classiche in proposito) per dare rilievo alla dignità del proprio operato intellettuale e
all’assoluta veridicità di ciò che verrà narrato (la mente che non erra). L’atto poetico è quindi, per Dante come per gli antichi,
sintesi di ingenium e ars, cioè sintesi di doti innate nel poeta (elevatezza dell’intelletto e della memoria) e di doti apprendibili
con lo studio (l’“arte”, cioè il complesso delle tecniche retorico-formali, e l’alta cultura, qui rappresentate emblematicamente
dalle Muse).
IL MEDIOEVO E L’ANTICHITÀ Il dubbio sul proprio viaggio oltremondano spinge Dante a istituire un
confronto con la discesa di Enea agli inferi e l’ascesa di san Paolo in Paradiso: Io non Enëa, io non Paulo sono. L’evocazione
di un pagano, per di più un eroe del mito, può sembrare strana per noi moderni, ma non lo era certo per l’uomo del Medioevo
che, leggendo la storia come progressivo attuarsi del progetto di Dio, interpretava gli eventi pre-cristiani come tappe di
avvicinamento alla venuta di Cristo, ricchi di messaggi anticipatori del cristianesimo. Quindi per Dante non solo Enea
è personaggio storico, ma la sua discesa agli inferi – pur riconosciuta come finzione poetica – è cristianamente interpretabile
come prefigurazione della missione provvidenziale di pace e giustizia affidata all’eroe troiano, portatore di quell’autorità
imperiale destinata a dare ordine anche al mondo cristiano.
LA GRAZIA La risposta di Virgilio al dubbio di
Dante è di pieno conforto: è Beatrice che desidera
la sua salvezza, così come la desiderano santa Lucia
e la Madonna. Le tre donne rappresentano le tre
forme della Grazia divina: Maria la Grazia preveniente,
dono gratuito di Dio all’uomo indipendentemente
dai suoi meriti; Lucia la Grazia illuminante,
cioè infusione di virtù benefiche; Beatrice la Grazia
cooperante o santificante, che guida l’uomo a operare
il bene. In ciò si realizza pienamente il modello
cristiano della salvezza: da un lato l’aiuto divino, che
si attua sull’asse cristiano alto-basso, da Maria fino
a Virgilio, secondo un processo di verticalizzazione
discendente rigidamente gerarchico: dalla madre di
Cristo a una santa, a una beata, a un poeta; dall’altro
la funzione adiuvante dei santi e dei beati, collaboratori
del progetto divino di salvezza ed essi stessi
“figure” della Grazia con cui Dio riscatta l’uomo
dal male.
BEATRICE, DONNA E SIMBOLO Il linguaggio del
dialogo tra Virgilio e Beatrice mostra quell’elegante
stilizzazione lessicale propria del vocabolario stilnovistico
che, riprendendo i modi delle rime amorose
dantesche (oltre che di Guinizzelli e Cavalcanti),
lega la Commedia alla Vita nuova, l’opera giovanile
di Dante idealmente continuata dal poema. La
Beatrice “lirica” della Vita nuova è qui trasfigurata
nella Beatrice “teologica”, la Grazia cooperante
ma al tempo stesso anche la verità rivelata – quindi
Fede e Teologia – con la quale l’uomo può accedere
alla conoscenza del divino.
La dolcezza del linguaggio e l’intensa partecipazione
affettiva verso il destino di Dante (l’amico mio;
l’aiuta sì ch’i’ ne sia consolata) sono proprie della
Beatrice-donna, mentre la guida spiritualmente
illuminante che essa offre al poeta tramite Virgilio
è propria della Beatrice-simbolo, la cui discesa al
Limbo per riscattare un’anima richiama la discesa
di Cristo allo stesso Limbo per salvare le anime
dei giusti dell’Antico Testamento. Discesa dall’alto
come operazione di salvezza: la Beatrice della
Commedia, ben più che un angelo, ha veramente
“completato”, dandole pienezza spirituale, la donna
angelicata della Vita nuova.

1. Lo giorno se n’andava: è sera,


mentre poco prima era l’alba, quando
Dante si accinge a entrare nell’Inferno;
egli vuole far corrispondere il buio morale
dei dannati con il buio fisico.
2. animai: latinismo per “esseri animati”
(vedi Eneide VIII, 26-29).
3. e io sol uno: Dante pone in rilievo
l’unicità-privilegio della propria
esperienza; e ha valore avversativo:
mentre, al contrario.
4. la guerra: è la tensione, l’ansioso
travaglio (fisico e morale) di un’esperienza
unica e sconvolgente.
5. pietate: come sempre in Dante
nel senso di “angoscia, sofferenza”
(qui anche “compassione”).
6. ritrarrà: il verbo in Dante significa
“riferire, raccontare”.
7. O muse, o alto ingegno: è
consueta negli antichi poeti epici
l’invocazione alle Muse, che rappresentano
le arti, meno consueta l’invocazione
al proprio ingegno, cioè
al massimo sforzo intellettuale. Qui
parla Dante-autore. L’invocazione è
parte integrante del proemio (vv. 3-9)
che è costituito anche dall’argomento
o protasi (la guerra / sì del cammino e
sì de la pietate); non si dimentichi che
il canto II è in realtà il primo canto
dell’Inferno e che, come tale, esige
un proemio. – alto: profondo, elevato.
Alcuni, come Francesco Mazzoni,
riferiscono alto ingegno alle Muse,
per cui l’intera espressione sarebbe
costituita di due sinonimi.
8. mente: qui vale “memoria”. –
scrivesti: il verbo ha il valore metaforico
di “registrare, scrivere nella
mente”. – ciò ch’io vidi: cioè la
verità, ciò che realmente è stato
visto; è un’importante dichiarazione
di poetica.
11. possente: non “potente”, ma
che ha la possibilità, la capacità di
svolgere un compito.
12. alto passo: arduo passaggio,
quindi viaggio.
13. Tu dici: la responsabilità del racconto
del viaggio di Enea è lasciata
a Virgilio. – di Silvïo il parente:
perifrasi e anastrofe per indicare
Enea; Silvio è il figlio che Enea
ebbe dalla seconda moglie Lavinia;
parente è latinismo per “padre”. Il
viaggio di Enea nell’oltretomba e la
sua funzione provvidenziale di precursore
dell’impero romano si leggono
nel libro VI dell’Eneide di Virgilio.
14. corruttibile: rivestito del corpo,
la nostra parte materiale.
14-15. immortale secolo: è un
enjambement; secolo significa
“arco di tempo”, quindi “vita, mondo”:
qui è il mondo dell’oltretomba. –
sensibilmente: con i sensi, con il
corpo.
17. i: gli, a lui. – l’alto effetto: è
l’impero romano. Molti commentatori
moderni collegano pensando l’alto
effetto non a Dio ma a omo d’intelletto
(v. 19).
18. ’l chi e ’l quale: nel linguaggio
filosofico della Scolastica chi indicava
l’essenza (qui indica la persona di
Enea, il suo valore individuale) e
quale la qualità (qui le virtù morali di
Enea o la nobiltà della sua nascita).
C’è chi intende ’l chi e ’l quale collegato
ad alto effetto, quindi la persona
e le doti di Enea o anche le persone e
le qualità dei fondatori storici dell’impero
romano (Cesare e Augusto), e
pone una virgola a fine verso; il soggetto
di non pare indegno sarebbe in
tal caso un sottinteso “ciò”.
20. alma: lett. datrice di vita; in
Dante significa anche “santa”.
21. empireo ciel: è il decimo e
più alto “cielo”, il Paradiso vero e
proprio: qui indica la volontà di Dio.
24. u’: è apocope dell’avverbio
latino ubi (dove). – maggior Piero:
è san Pietro, il primo papa.
26. cose: le profezie fatte a Enea
dall’ombra di suo padre Anchise sul
suo vittorioso destino e sulla futura
grandezza di Roma. – furon cagione:
spinsero Enea a combattere e a vincere
contro Turno, il suo avversario.
27. ammanto: è il manto papale,
simbolo della suprema autorità della
Chiesa.
28. Vas d’elezïone: così è detto san
Paolo negli Atti degli apostoli: vaso,
nel senso di “strumento” per diffondere
la scelta (elezïone) divina, cioè la
parola di Dio. San Paolo dice di essere
“andato” nel terzo cielo (Paradiso).
32. Enëa: vedi If I, 74 – Paulo:
vedi p. 58.
34. del venire: latinismo, è complemento
di limitazione: quanto al
venire.
35. temo che non: costruzione latina:
temo che. – folle: aggettivo
fortemente semantizzato: connota il
superamento del limite, la violazione
della legge di Dio, quindi una forma
di superbia in quanto presunzione, orgoglio
intellettuale, fiducia eccessiva
nelle proprie forze (vedi Ulisse in If
XXVI); c’è contrasto con savio (v. 36).
36. me’: apocope di “meglio”.
38. novi: latinismo per “diversi”.
39. dal cominciar: alcuni intendono:
l’impresa appena iniziata.
40. oscura costa: è probabilmente
la «piaggia diserta» di If I, 29; oscura
perché ormai è sera inoltrata.
43. parola: dal termine latino-cristiano
parabola (discorso).
44. magnanimo: è l’uomo, consapevole
delle proprie capacità, che ha
grandi aspirazioni (vedi Convivio I, XI,
18-20); è contrapposto a viltade (v. 45).
45. viltade: è la paura, lo sgomento
di non essere all’altezza del proprio
compito, un momento di debolezza
morale.
47. rivolve: latinismo, lett. volge
indietro.
48. falso veder: è la percezione
di qualcosa che non c’è. – quand’
ombra: quando si adombra, si spaventa;
ombra (verbo) produce rima
equivoca con ombra di v. 44
(sostantivo).
49. tema: timore.
51. punto: momento, istante.
52. color che son sospesi: gli
spiriti del Limbo (vedi If IV) sono
sospesi, cioè in uno stato di perenne
incompiutezza, senza pene ma anche
senza felicità.
53. donna beata e bella: donna
nel significato medioevale di “signora”,
dal latino domina (padrona);
si noti l’ allitterazione in beata
e bella a dare massima efficacia ai
due aggettivi, derivati dal linguaggio
cortese-stilnovistico. La donna è
Beatrice, amata dal giovane Dante e
ispiratrice della Vita nuova: Beatrice,
donna “angelicata”, virtuosa e spiritualmente
elevata nella Vita nuova,
è qui allegoria della Grazia cooperante
e della Teologia (beata), ma
mantiene tutti i caratteri della donna
stilnovistica (bella).
54. comandare: risulta già chiara
la subordinazione di Virgilio (ragionefilosofia)
a Beatrice (fede-teologia),
secondo la gerarchia culturale del
Medioevo: la scienza umana, infatti,
è considerata ancella della scienza
divina. Il verbo richiama anche il “servizio
d’amore” dell’uomo alla donna
proprio della tradizione cortese.
55. Lucevan… più che la stella:
paragone di gusto prezioso, stilnovistico,
come l’ endiadi soave e
piana (v. 56) e l’espressione angelica
voce (v. 57), che significa anche “voce
proveniente dal cielo” e connota
esplicitamente la voce di Beatrice
come voce della fede. La luminosità
dei suoi occhi, inoltre, è indicatore
simbolico della luce della Grazia
divina ed è in antitesi con oscura
costa (v. 40), il buio che ancora
ottenebra la mente di Dante. Stella:
singolare per il plurale; è una forma
di sineddoche.
58. O anima cortese: apostrofe
e captatio benevolentiae:
l’ epiteto cortese fa parte del linguaggio
stilnovistico. – mantoana:
Virgilio era nato vicino a Mantova
(vedi If I, 69).
60. lontana: è aggettivo predicativo
con valore avverbiale.
61. l’amico mio: da intendere “colui
che mi ha amato” più che “colui
che io amo”; ma è comunque un
amore qui pienamente accettato da
Beatrice. – e non de la ventura: in
Brunetto Latini (1220 ca-1294), Favolello,
si legge: «ch’amico di ventura
come rota si gira». Altri, basandosi
su espressioni comuni nel Medioevo,
intendono l’intera frase “un amico
sincero e non per interesse”; altri
ancora “amico mio ma non della
sorte”, quindi “sventurato”.
62. diserta piaggia: vedi If I, 29.
63. vòlt’ è: lett. si è rivolto indietro
(verso la selva oscura).
64. temo che non: vedi v. 35. –
smarrito: sgomento, senza più forza
d’animo.
66. per quel… udito: vedi vv.
100-108.
67. ornata: bella, retoricamente elaborata,
perciò efficace e persuasiva.
68. c’ha mestieri: lett. di cui c’è
bisogno.

Le Muse, secondo il poeta greco Esiodo


(VIIIVII
secolo a.C.), erano le nove figlie
di Zeus e di Mnemosine (Memoria) e
proteggevano le arti: Calliope la poesia
epica; Clio la storia; Erato la poesia
d’amore; Euterpe la poesia lirica;
Melpomene la tragedia; Polimnia l’arte
teatrale; Tersicore la danza; Talia la poesia
comicosatirica;
Urania l’astronomia.
Invocare le Muse era antica tradizione
classica. Ma Dante invoca le Muse al plurale,
quasi a chiedere l’aiuto della totalità
delle arti, mentre Omero e Virgilio si
limitavano a invocare una sola Musa (o
dea), certamente Calliope, come si legge
nell’Iliade («Canta, o dea, l’ira di Achille
figlio di Peleo»), nell’Odissea («Dimmi,
o Musa, l’uomo dall’ingegno multiforme
[Ulisse]») e nell’…neide («O Musa, ricorda
a me le cause»).

Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno


toglieva li animai che sono in terra
3 da le fatiche loro; e io sol uno
m’apparecchiava a sostener la guerra
sì del cammino e sì de la pietate,
6 che ritrarrà la mente che non erra.
O muse, o alto ingegno, or m’aiutate;
o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,
9 qui si parrà la tua nobilitate.
Io cominciai: «Poeta che mi guidi,
guarda la mia virtù s’ell’ è possente,
12 prima ch’a l’alto passo tu mi fidi.
Tu dici che di Silvïo il parente,
corruttibile ancora, ad immortale
15 secolo andò, e fu sensibilmente.
Però, se l’avversario d’ogne male
cortese i fu, pensando l’alto effetto
18 ch’uscir dovea di lui, e ’l chi e ’l quale
non pare indegno ad omo d’intelletto;
ch’e’ fu de l’alma Roma e di suo impero
21 ne l’empireo ciel per padre eletto:
la quale e ’l quale, a voler dir lo vero,
fu stabilita per lo loco santo
24 u’ siede il successor del maggior Piero.
Per quest’ andata onde li dai tu vanto,
intese cose che furon cagione
27 di sua vittoria e del papale ammanto.
Andovvi poi lo Vas d’elezïone,
per recarne conforto a quella fede
30 ch’è principio a la via di salvazione.
Ma io, perché venirvi? o chi ’l concede?
Io non Enëa, io non Paulo sono;
33 me degno a ciò né io né altri ’l crede.
Per che, se del venire io m’abbandono,
temo che la venuta non sia folle.
36 Se’ savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono».
E qual è quei che disvuol ciò che volle
e per novi pensier cangia proposta,
39 sì che dal cominciar tutto si tolle,
tal mi fec’ ïo ’n quella oscura costa,
perché, pensando, consumai la ’mpresa
41 che fu nel cominciar cotanto tosta.
«S’i’ ho ben la parola tua intesa»,
rispuose del magnanimo quell’ombra,
45 «l’anima tua è da viltade offesa;
la qual molte fïate l’omo ingombra
sì che d’onrata impresa lo rivolve,
48 come falso veder bestia quand’ ombra.
Da questa tema acciò che tu ti solve,
dirotti perch’ io venni e quel ch’io ’ntesi
51 nel primo punto che di te mi dolve.
Io era tra color che son sospesi,
e donna mi chiamò beata e bella,
54 tal che di comandare io la richiesi.
Lucevan li occhi suoi più che la stella;
e cominciommi a dir soave e piana,
57 con angelica voce, in sua favella:
“O anima cortese mantoana,
di cui la fama ancor nel mondo dura,
60 e durerà quanto ’l mondo lontana,
l’amico mio, e non de la ventura,
ne la diserta piaggia è impedito
63 sì nel cammin, che vòlt’ è per paura;
e temo che non sia già sì smarrito,
ch’io mi sia tardi al soccorso levata,
66 per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito.
Or movi, e con la tua parola ornata
e con ciò c’ha mestieri al suo campare,
69 l’aiuta sì ch’i’ ne sia consolata.
I’ son Beatrice che ti faccio andare;
vegno del loco ove tornar disio;
71 amor mi mosse, che mi fa parlare.
Quando sarò dinanzi al segnor mio,
di te mi loderò sovente a lui”.
75 Tacette allora, e poi comincia’ io:

1-6 Il giorno se ne andava e il cielo ormai scuro


(aere bruno) sottraeva (toglieva) gli esseri viventi che
vivono sulla terra alle loro fatiche; e io, unico fra tutti
(sol uno), mi accingevo (m’apparecchiava) ad affrontare
(sostener) le tormentose difficoltà (guerra) sia del
viaggio sia dell’angoscia (pietate) [che mi avrebbero
procurato le pene], che la mia memoria, che non sbaglia,
riferirà.
7-9 O Muse, o mio alto ingegno, ora aiutatemi; o
memoria che rechi impresso in te (scrivesti) ciò che
io vidi, qui si mostrerà (si parrà) il tuo valore (nobilitate).
10-15 Io cominciai: «O poeta che mi conduci, giudica
(guarda) se le mie capacità (virtù) sono adeguate
(possente) a ciò, prima che tu mi affidi (fidi) al difficile
percorso (alto passo) attraverso l’oltretomba. Tu scrivi
[nell’Eneide] che il padre (parente) di Silvio (Enea)
andò ancora vivo (corruttibile) nel mondo dell’aldilà
(immortale secolo), e vi andò (fu) fisicamente (sensibilmente).
16-27 Perciò (Però) se il nemico di ogni male (Dio)
fu generoso (cortese) verso di lui (i), pensando alla
straordinaria conseguenza (alto effetto) che doveva
derivare da (di) lui, sia la sua persona (’l chi) sia le
sue qualità (’l quale) non sembrano sconvenienti
(indegno) [per fargli meritare il viaggio nell’oltretomba]
a un uomo dotato di ragione; perché (ch’) egli fu
prescelto (eletto) nel cielo Empireo come progenitore
(padre) della gloriosa (alma) Roma e del suo impero:
la quale Roma e il quale impero, a voler dire la verità,
furono predestinati (stabilita) come (per) sacro luogo
dove ha sede (u’ siede) il successore del grande (maggior)
Pietro [il papa]. Per mezzo di questo viaggio per
cui (onde) tu, Virgilio, gli (li) attribuisci onore (vanto),
apprese cose che furono causa (cagione) della sua vittoria
[sui popoli italici] e, [come lontana conseguenza],
dell’autorità (ammanto) papale.
28-36 Andò nell’aldilà (-vi), in seguito, san Paolo
(lo Vas d’elezïone), per riportarne dal cielo (recarne)
sostegno (conforto) alla fede cristiana, che è indispensabile
fondamento (principio) del percorso (via) verso
la salvezza. Ma io perché dovrei venire nell’aldilà
(-vi)? E (o) chi me lo permette? Io non sono né Enea
né san Paolo; né io né altri possono credere che io sia
degno di questa impresa (a ciò). Perciò (Per che), se
io accetto passivamente di compiere (m’abbandono)
questo viaggio (venire), temo che (che non) la mia
venuta sia temeraria (folle). Tu sei saggio; comprendi
meglio (me’) di quanto io sappia dire (ragiono)».
37-42 E come (qual è) colui che non vuole più (disvuol)
ciò che prima voleva e cambia (cangia) proposito
(proposta) perché nascono in lui riflessioni diverse
(per novi pensier) dalle precedenti, tanto (sì) che si
distoglie (si tolle) completamente (tutto) da ciò che
stava per cominciare, così divenni io (tal mi fec’ ïo) in
quel luogo (costa) buio, perché, a forza di riflettere,
annullai dentro di me (consumai) l’impresa che al suo
inizio (nel cominciar) fu così rapida (cotanto tosta).
43-51 «Se ho compreso (intesa) bene le tue parole»,
rispose l’ombra di quell’animo nobile (magnanimo),
«il tuo animo è indebolito (offesa) dalla pusillanimità
(viltade); la quale molte volte (fïate) ostacola (ingombra)
l’uomo al punto (sì) che lo distoglie (rivolve) da
un’impresa onorevole (onrata), come una percezione
ingannevole (falso veder) ferma un animale quando si
imbizzarrisce (ombra). Affinché (acciò che) tu ti liberi
(solve) da questo timore, ti dirò perché venni in tuo
aiuto e quello che io udii nel primo momento (punto)
in cui provai dolore (mi dolve) per la tua condizione
(di te).
52-66 Io ero tra le anime che [nel Limbo] sono sospese
[tra la gioia e il dolore] quando (e) mi chiamò una
donna beata e bella, di aspetto tale che io la pregai
(richiesi) di comandarmi ciò che desiderasse. I suoi
occhi erano più splendenti delle stelle; e cominciò a
dire parlando (in sua favella) con dolcezza (soave) e
semplicità (piana) con voce angelica: “O cortese anima
mantovana, la cui fama permane (dura) ancora nel
mondo e permarrà (durerà) a lungo (lontana) finché
durerà (quanto) il mondo, il mio amico sincero e non
occasionale (de la ventura), sul pendìo (piaggia) deserto
è così (sì) ostacolato nel suo cammino che ritorna
indietro (vòlt’ è) per la paura; e temo che (che non)
sia già tanto (sì) smarrito, che io mi sia mossa (levata)
troppo tardi per poterlo aiutare (al soccorso), per
quanto (per quel ch’) io ho udito su di lui in Paradiso.
67-72 Ora va’ (movi) da lui, e con le tue parole eloquenti
(ornata) e con tutto ciò che è necessario (c’ha
mestieri) per la sua salvezza (al suo campare), aiutalo
in modo (sì) che io ne possa essere confortata (consolata).
Io, che ti induco ad andare da lui, sono Beatrice;
vengo dal luogo dove desidero (disio) tornare (il
Paradiso); mi spinse (mosse) a venire da te l’amore, che
ispira le mie parole (mi fa parlare).
73-75 Quando sarò di nuovo davanti al mio Signore,
spesso ti (di te) loderò rivolgendomi a lui”. Allora tacque,
e poi cominciai io a parlare:

PERSONAGGI
San Paolo
Paolo, o Paulo, cittadino romano ma di
famiglia giudea, nacque tra il 5 e il 10
d.C. a Tarso, capitale della Cilicia, in Asia
Minore. Uomo colto, operò un’importante
sintesi tra cristianesimo e cultura
greco-ellenistica.
Dapprima persecutore
dei cristiani poi cristiano fervente –
dopo una folgorante visione, mentre si
recava a Damasco, di Cristo risorto –,
predicò la dottrina cristiana presso vari
popoli e fu chiamato “l’apostolo delle
genti”. Morì martire a Roma nel 67 d.C.
Autore di importanti lettere apostoliche,
egli stesso, nella Seconda Lettera ai
Corinzi, dice di essere asceso al terzo
cielo (il Paradiso): «Conosco un uomo
in Cristo che, quattordici anni fa – non
so se col corpo o se fuori del corpo, lo sa
Dio – fu rapito fino al terzo cielo. [...] e
udì parole ineffabili che non è possibile
a un uomo proferire».

Beatrice
Il poco che sappiamo della Beatrice storica lo
dobbiamo, oltre che alla Vita nuova di Dante, al
Boccaccio del Trattatello in laude di Dante: Bice,
figlia di Folco Portinari (e probabile sposa di
Simone de’ Bardi), nacque a Firenze nel 1266 e
ispirò a Dante molte liriche giovanili e il prosimetro
stilnovistico Vita nuova, nel quale si dice che
essa morì l’8 giugno 1290.
I primi commentatori della Commedia la identificarono
allegoricamente con la “divina Scrittura”
(la Rivelazione cristiana) o con la Teologia, ossia
l’interpretazione della stessa Scrittura tramite
la fede. A Beatrice Teologia
si aggiunge l’allegoria
della Grazia «salvificante o vogliam dire
beatificante» (oggi si preferisce “cooperante”)
a opera di Boccaccio nelle …sposizioni sopra la
Commedia.

PAROLE
Io era tra color che son sospesi
Espressione celeberrima entrata proverbialmente
nel linguaggio comune, ma con mutamento di
significato: per Dante, infatti, indica la condizione
né di felicità né di angoscia del Limbo, mentre
per noi significa essere in stato di incertezza, in
una situazione che può evolversi in una direzione
oppure in un’altra, o anche in un momento di
incapacità e di oscillazione decisionale.

Quando sarò dinanzi al segnor mio,


di te mi loderò sovente a lui”.
75 Tacette allora, e poi comincia’ io:
“O donna di virtù sola per cui
l’umana spezie eccede ogne contento
78 di quel ciel c’ha minor li cerchi sui,
tanto m’aggrada il tuo comandamento,
che l’ubidir, se già fosse, m’è tardi;
81 più non t’è uo’ ch’aprirmi il tuo talento.
Ma dimmi la cagion che non ti guardi
de lo scender qua giuso in questo centro
84 de l’ampio loco ove tornar tu ardi”.
“Da che tu vuo’ saver cotanto a dentro,
dirotti brievemente”, mi rispuose,
87 “perch’ i’ non temo di venir qua entro.
Temer si dee di sole quelle cose
c’hanno potenza di fare altrui male;
90 de l’altre no, ché non son paurose.
I’ son fatta da Dio, sua mercé, tale,
che la vostra miseria non mi tange,
93 né fiamma d’esto ’ncendio non m’assale.
Donna è gentil nel ciel che si compiange
di questo ’mpedimento ov’ io ti mando,
96 sì che duro giudicio là sù frange.
Questa chiese Lucia in suo dimando
e disse: – Or ha bisogno il tuo fedele
99 di te, e io a te lo raccomando –.
Lucia, nimica di ciascun crudele,
si mosse, e venne al loco dov’ i’ era,
102 che mi sedea con l’antica Rachele.
Disse: – Beatrice, loda di Dio vera,
ché non soccorri quei che t’amò tanto,
105 ch’uscì per te de la volgare schiera?
Non odi tu la pieta del suo pianto,
non vedi tu la morte che ’l combatte
108 su la fiumana ove ’l mar non ha vanto? –.
Al mondo non fur mai persone ratte
a far lor pro o a fuggir lor danno,
111 com’ io, dopo cotai parole fatte,
venni qua giù del mio beato scanno,
fidandomi del tuo parlare onesto,
114 ch’onora te e quei ch’udito l’hanno”.
Poscia che m’ebbe ragionato questo,
li occhi lucenti lagrimando volse,
117 per che mi fece del venir più presto.
E venni a te così com’ ella volse:
d’inanzi a quella fiera ti levai
120 che del bel monte il corto andar ti tolse.
Dunque: che è? perché, perché restai,
perché tanta viltà nel core allette,
123 perché ardire e franchezza non hai,
poscia che tai tre donne benedette
curan di te ne la corte del cielo,
126 e ’l mio parlar tanto ben ti promette?».
Quali fioretti dal notturno gelo
chinati e chiusi, poi che ’l sol li ’mbianca,
129 si drizzan tutti aperti in loro stelo,
tal mi fec’ io di mia virtude stanca,
e tanto buono ardire al cor mi corse,
132 ch’i’ cominciai come persona franca:
«Oh pietosa colei che mi soccorse!
e te cortese ch’ubidisti tosto
135 a le vere parole che ti porse!
Tu m’hai con disiderio il cor disposto
sì al venir con le parole tue,
138 ch’i’ son tornato nel primo proposto.
Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:
tu duca, tu segnore e tu maestro».
141 Così li dissi; e poi che mosso fue,
intrai per lo cammino alto e silvestro.

73-75 Quando sarò di nuovo davanti al mio Signore, spesso ti (di te) loderò rivolgendomi a lui”. Allora tacque, e poi cominciai io a
parlare:
76-84 “O signora (donna) di ogni virtù solamente (sola) grazie alle quali (per cui) la specie (spezie) umana è superiore a (eccede)
ogni creatura contenuta (ogne contento) sotto il (di quel) cielo [della Luna] che ha circonferenza minore (ha minor li cerchi sui)
rispetto agli altri cieli, il tuo comando mi è tanto gradito (m’aggrada) che se anche ti avessi già ubbidito (l’ubidir, se già fosse) mi
sembrerebbe (m’è) di averlo fatto tardi; non hai bisogno d’altro (più non t’è uo’) [per essere ubbidita] che di rivelarmi (aprirmi) il tuo
desiderio (talento). Ma spiegami il motivo (cagion) per il quale (che) non temi (non ti guardi) di scendere quaggiù (qua giuso)
[all’Inferno], centro della terra, dall’ampio cielo (loco) (l’Empireo) dove desideri ardentemente (ardi) ritornare”.
85-93 “Dal momento che (Da che) tu vuoi sapere le cose tanto (cotanto) a fondo (a dentro), ti dirò brevemente”, mi rispose Beatrice,
“per quale motivo (perch’) io non temo di venire dentro l’Inferno (qua). Si devono (dee) temere solo quelle cose che hanno il
potere (potenza) di nuocere a noi (fare altrui male); le altre no, perché non sono da temere (paurose). Io sono resa da Dio, per Grazia
sua (sua mercé), tale che la vostra infelice condizione (miseria) non mi tocca
(tange) né mi reca danno (m’assale) la fiamma di questo fuoco infernale (esto ’ncendio).
94-99 In cielo c’è una donna gentile che prova dolore (si compiange) per questo ostacolo [che frena Dante], per liberarlo dal quale
(ov’) io ti mando da lui, così che lassù (in Paradiso) piega (frange) la severa sentenza (duro giudicio) di Dio. Questa donna chiamò a
sé (chiese in suo dimando) Lucia e le disse: – Dante, tuo devoto (fedele), ora ha bisogno del tuo aiuto (di te) e io lo affido
(raccomando) a te –.
100-108 Lucia, nemica di ogni crudeltà, si mosse e venne nel luogo dove io stavo (i’ era), seduta (che mi sedea) accanto all’antica
Rachele. Mi disse: – Beatrice, vera lode di Dio, perché (ché) non soccorri colui (quei) che ti amò tanto che grazie a te (per te) si
innalzò (uscì) al di sopra della gente (schiera) volgare? Non senti l’angoscia (pieta) del suo pianto, non vedi la morte
[spirituale] che lo incalza minacciosa (che ’l combatte) nel fiume impetuoso (su la fiumana) [del peccato] in un punto nel quale (ove)
lo stesso mare non è più pericoloso (non ha vanto) del fiume stesso? –.
109-114 Al mondo non ci furono mai persone tanto veloci (ratte) a fare il proprio vantaggio (lor pro) o a evitare il proprio danno
quanto veloce fui io (com’ io), dopo che mi furono dette (fatte) tali (cotai) parole, nel venire qua giù nel Limbo dal mio seggio
(scanno) beato [in Paradiso], confidando nella tua eloquenza (parlare) saggia e dignitosa (onesto), che fa onore a te
e a quelli (quei) che l’hanno ascoltata”.
115-120 Dopo (Poscia) che mi ebbe detto (ragionato) ciò, rivolse verso di me i suoi occhi luminosi pieni di lacrime, e con questo
gesto (per che) mi rese più sollecito (presto) a (del) venire in tuo soccorso. E giunsi date proprio (così) come Beatrice (ella) volle
(volse): ti liberai (levai) dal pericolo di (d’inanzi a) quella belva (fiera) che ti ostacolò (tolse) il percorso più breve (corto andar) per
salire sul bel colle.
121-126 Dunque: che cosa ti accade (che è)? Perché esiti (restai), perché accogli (allette) nel tuo animo tanta viltà, perché non hai
coraggio (ardire) e sicurezza (franchezza) dal momento che (poscia che) tre sante donne di tale grandezza (tai) si prendono cura di te
nel regno dei cieli (corte del cielo), e le mie parole ti promettono un bene così grande (tanto)?».
127-132 Come (Quali) i fiori (fioretti) piegati e chiusi dal gelo della notte, dopo (poi) che il sole li illumina con la luce dell’alba
(’mbianca), si risollevano (drizzan) sul (in) loro stelo interamente (tutti) aperti, tale divenni io (mi fec’ io) risollevandomi dalla mia
debolezza d’animo (di mia virtude stanca), e il mio cuore si riempì (corse) di tanto energico (buono) coraggio (ardire) che cominciai
a parlare come una persona ormai sicura di sé (franca):
133-142 «Oh quanto è pietosa colei che mi soccorse! E quanto sei cortese tu che ubbidisti immediatamente (tosto) alle parole di
verità che ella ti rivolse (porse)! Tu, infondendomi (con) il desiderio di salvezza con le tue parole, hai disposto il mio cuore a venire
con te al punto (sì) che io sono tornato al mio precedente proposito (primo proposto). Incamminati pure, ora che abbiamo entrambi
un’unica (un sol) volontà: tu sei la mia guida (duca), il mio signore e il mio maestro».
Così gli parlai; e dopo che si fu avviato (mosso fue), entrai nel sentiero (cammino) difficile (alto) e selvaggio (silvestro).

73. segnor mio: Dio.


74. di te mi loderò: è una seconda captatio benevolentiae (vedi vv. 58-60).
76. donna di virtù: nella Vita nuova (X, 2) si dice che Beatrice è «regina de le Vertudi»; qui saranno le virtù spirituali se prevale il senso allegorico
(Beatrice = Teologia) o le virtù morali e umane se prevale il senso letterale (Beatrice = donna di elevate qualità). –
sola per cui: c’è chi lega l’espressione a donna, non a virtù.
77. ogne contento: tutte le sostanze terrene; contento: contenuto, racchiuso.
78. di quel ciel… sui: sulla terra; il cielo della Luna è, infatti, per gli astronomi medioevali, il primo dei nove cieli concentrici a partire dalla terra,
quindi ha la circonferenza più piccola ed è il più lento a ruotare: tutto ciò che sta al di sopra della luna è eterno, tutto ciò che sta al di sotto è mortale
(tolta l’anima umana).
81. uo’: apocope di “uopo” (bisogno, necessità).
82. non ti guardi: lett. non badi, non ti difendi da…
83. giuso: giù, allungato di una sillaba per rendere metricamente regolare il verso. – questo centro: l’Inferno è la cavità che dalla superficie della
terra scende al centro di essa, che è centro dell’universo: il luogo più “stretto” e più “lontano” da Dio.
84. ampio loco: è l’Empireo, il Paradiso, il “cielo” che avvolge tutti i nove sottostanti.
85. cotanto a dentro: le ragioni più profonde della mia venuta.
89. altrui: qui non sembra che significhi “altri”, ma “qualcuno”: nel caso specifico “noi”.
91. tale: beata, immune da ogni rischio di peccato.
92. la vostra miseria: la condizione di tutti i dannati, non solo delle anime del Limbo. – tange: latinismo (da tang e ˘ re = toccare); qui significa: non
posso essere danneggiata, corrotta.
93. ’ncendio: non tanto “fuoco” quanto, genericamente, l’atrocità delle pene dell’Inferno.
94. Donna gentil: dovrebbe essere Maria (il cui nome non viene mai pronunciato nell’Inferno), qualificata con un epiteto stilnovistico a indicarne la
carità e la benevolenza verso Dante (e verso gli uomini in generale: vedi Pd XXXIII). Molti commentatori antichi la interpretano come la Grazia
preveniente, cioè donata all’uomo indipendentemente dai suoi meriti.
95. ’mpedimento: vedi v. 62; sono la lupa e le altre due fiere.
96. duro giudicio: la misericordia di Maria mitiga il rigore della Giustizia divina. – frange: lett. spezza, quindi attenua, abbassa.
97. Lucia: martire siracusana (283 ca-304 d.C.); allegoricamente si pensa che rappresenti la Grazia illuminante.
98. tuo fedele: è espressione cortese di origine feudale per indicare l’innamorato che si pone al servizio della donna. Dante è devoto di
santa Lucia, patrona della vista (il nome ha l’etimologia di “luce”), forse perché soffrì di malattia agli occhi o perché la “luce” di Lucia
illumina la mente ottenebrata dal buio delle passioni.
100. nimica di ciascun crudele: pietosa e misericordiosa; crudele è aggettivo neutro sostantivato: crudeltà.
102. l’antica Rachele: moglie di Giacobbe, è antica perché personaggio dell’antica storia ebraica; in Pg XXVII è simbolo della vita contemplativa,
alla quale è molto vicina la Teologia (Beatrice).
103. loda di Dio vera: Beatrice, sia in quanto donna moralmente elevata sia in quanto Grazia e Teologia, è testimonianza tra le più alte della gloria
(loda) divina.
105. ch’uscì… schiera: Dante, “amando” Beatrice, si è elevato sopra la gente comune sia moralmente sia poeticamente.
107. la morte: è la morte dell’anima, la dannazione. – che ’l combatte: Dante, spinto dalla lupa verso la selva oscura, sta combattendo contro il
pericolo della dannazione.
108. fiumana: è il gorgo travolgente della passione, forse la concupiscenza (Singleton), più pericoloso dello stesso mare. – ove ’l mar
non ha vanto: il passo è controverso; un’interpretazione diversa
dalla nostra è stata formulata da Antonino Pagliaro: «nel punto più pericoloso del fiume, dove la corrente s’incontra con le onde del mare e
s’ingorga».
109. ratte: rapide, pronte.
113-114. onesto… onora: è figura etimologica per l’identità della radice ed è un’altra captatio benevolentiae. – udito l’hanno: quindi ne hanno
tratto vantaggio (poetico e morale), come ha fatto Dante.
116. lagrimando: ha valore di participio presente (lacrimanti), come era consuetudine nell’italiano antico. –
volse: altri intendono “distolse, volse indietro” nell’atto di allontanarsi.
117. per che: lett. per cui, per ciò.
118. volse: volle; produce rima equivoca con volse di v. 116 (due verbi di significato diverso).
119. d’inanzi a: lett. davanti a, al cospetto di… – quella fiera: è la lupa.
120. bel monte: è il colle di If I, 13 sgg. – il corto andar: è la via più diretta per procedere verso la salvezza, quella della vita virtuosa, resa però
impraticabile dalle tre fiere.
121. perché, perché: è una ripetizione. – restai: resti, rimani fermo, indugi.
122. allette: seconda persona singolare da “allettare”, cioè coltivare in sé quasi con compiacimento.
123. franchezza: è la liberazione dal timore, la fiducia in se stessi e nelle proprie forze; ardire e franchezza è endiadi.
124. poscia che: lett. dopo che. – tai: tali, di così grande importanza. – tre donne benedette: Maria, Lucia, Beatrice.
125. ne la corte del cielo: si può intendere anche “davanti al tribunale divino”: le tre donne sarebbero tre patrone, tre avvocati difensori di Dante al
cospetto di Dio.
126. tanto ben: è il premio della salvezza, la piena felicità dell’uomo.
127. fioretti: forse dal francese flouretes, non è un vero e proprio diminutivo (fiorellini) ma piuttosto un vezzeggiativo che dà risalto alla
bellezza del fiore.
130. di mia virtude stanca: è assimilabile a un complemento di limitazione; l’espressione significa “forza di volontà stremata, prostrata”, quindi
“debolezza interiore”.
132. franca: liberata dalla paura, quindi rinfrancata, risoluta ad agire.
133. colei: Beatrice.
134. cortese: nel senso cavalleresco di “nobile e generoso”.
135. vere: sincere, veritiere.
140. duca: guida (dal latino duce re = condurre, guidare).
142. alto: secondo alcuni “scosceso e arduo a percorrersi”; secondo altri “profondo” perché scende verso il basso.

Analisi del canto


LA MISSIONE DI DANTE Subito dopo l’invocazione di Dante-autore, Dantepersonaggio,
forte dell’aiuto delle Muse e del proprio ingegno, esibisce il suo
«bello stilo» (If I, 87) in un discorso epico-oratorio, i cui studiati artifici retorici
ben si adattano alle figure e ai compiti di un Enea e di un san Paolo: costante
ricorso alla solennità della perifrasi per indicare Enea (di Silvïo il parente, v.
13), Dio (l’avversario d’ogne male, v. 16), san Paolo (lo Vas d’elezïone, v. 28) ,
Roma (lo loco santo / u’ siede, vv. 23-24), il papa (il successor del maggior Piero,
v. 24) e la sua autorità (il papale ammanto, v. 27); l’ antitesi che pone in rilievo il
viaggio “miracoloso” di Enea, un vivo tra i morti (corruttibile... immortale, v. 14) ;
parole latineggianti: alma (v. 20) per “gloriosa”, eletto (v. 21) per “predestinato”;
la duplice domanda Ma io, perché venirvi? o chi ’l concede? (v. 31) configurata
come interrogativa retorica dalla successiva risposta di Virgilio; la forte ripetizione
anaforica Io non Enëa, io non Paulo sono (v. 32), che rientra nel topos
tipicamente oratorio della “modestia” come forma dissimulata di captatio
benevolentiae, tesa a ben disporre l’ascoltatore.
L’abile tessitura retorica vuol dare il giusto risalto a una doppia eccezionalità, i
due “viaggi” nell’oltretomba del pagano Enea e del cristiano Paolo. Eccezionalità
pienamente giustificata sia dalla grandezza dei personaggi sia, soprattutto, dal
carattere di missione assunto da tali “viaggi”, entrambi essenziali per l’umanità
intera, perché essenziali sono l’Impero e la Chiesa. Infatti la discesa di Enea agli
inferi è legittimata dall’alto effetto / ch’uscir dovea di lui (vv. 17-18): l’impero
romano, garante di quell’ordine terreno necessario perché la Chiesa potesse costituirsi
e svolgere la sua missione spirituale; dalla sua ascesa al cielo san Paolo trae
un forte stimolo a diffondere la parola da Dio, a rafforzare la Chiesa sul piano
operativo e a riordinarla sul piano dottrinale.
Con il verso molto rallentato dalla dieresi, e perciò molto significativo, Io
non Enëa, io non Paulo sono (v. 32), Dante esprime una negazione che in realtà
è una conferma: egli è terzo nella triade dei “grandi” che hanno avuto il privilegio
di visitare l’oltretomba e ne hanno riportato verità universali a beneficio
dell’uomo.
Negando la propria identità “eroica”, Dante afferma indirettamente l’identità
di funzioni con Enea e Paolo: anche il suo viaggio è permesso da Dio,
che non consente percorsi nell’aldilà se non per gli effetti positivi che da essi
scaturiscono.
DANTE COME NUOVO EROE Ma, a ben vedere, anche Dante assume un’identità
a suo modo “eroica”. Il suo non è un eroismo riconoscibile a priori, come quello
della spada (Enea) o della militanza religiosa (Paolo); è il nuovo “eroismo”
cittadino, quello dell’intellettuale (non a caso è invocato l’alto ingegno assieme
alle Muse), il quale acquista dignità eroica a poco a poco, attraverso varie
prove a cui si sottopone, con paura, certo, ma anche con coraggio e progressiva
fiducia in sé.
Del resto la paura, ossia il timore di Dio e del suo giudizio, fa parte delle virtù
cristiane e testimonia la nobiltà spirituale di chi la prova. In quanto “eroe” che
procede con le armi dell’intelletto e della cultura, Dante si può arrogare il diritto
di osservare e interpretare la realtà dal punto di vista di Dio: è il diritto al giudizio,
che non competeva all’eroe tradizionale ma compete a chi, con il proprio ingegno,
ha saputo uscire de la volgare schiera (v. 105).
Tuttavia non è da escludere, in questa autocaratterizzazione, la volontà di Dante
di farsi riconoscere anche come figura “analoga” al cavaliere dell’epos bretone:
linguaggio e situazione sembrerebbero confermarlo. All’interno del codice
lirico-amoroso qui largamente esibito (vedi più avanti) sono infatti da isolare
quelle formule cavalleresche che vanno al di là del puro gusto letterario e della
raffinata memoria poetica dell’autore: Dante è il fedele (v. 98) di Lucia e fedele
anche di Beatrice che, per loro volontà, si accinge a un viaggio pericoloso nel
rispetto dell’obbedienza che il cavaliere cortese (il “fedele” appunto) deve alla
sua signora. E il superamento delle prove (qui di natura etica e intellettuale)
che il viaggio comporta avviene sempre nel nome e sotto il segno ideale della
donna-guida.
L’accusa di viltade (v. 45) che Virgilio muove a Dante ottiene l’effetto voluto:
Dante acquista piena consapevolezza del proprio ruolo, ovvero la “magnanimità”.
Dote di pochi, essa consiste nel tentativo di attuare la propria predisposizione
interiore a operare virtuosamente; è quindi un imperativo morale che, una
volta riconosciuto, non può non spingere all’azione attiva e si situa per questo
sul versante dell’eroico. Ma la magnanimità, in quanto consapevolezza di sé, è
per il cristiano strettamente connessa all’umiltà, che è riconoscimento di sé come
creatura di Dio e piena accettazione della sua volontà. Dante teme che il suo
viaggio sia folle (v. 35), un atto di superbia e di empietà: sarebbe stato veramente
un atto di superbia, cioè di autosufficienza intellettuale, se egli l’avesse affrontato
solamente con Virgilio-ragione; invece Dante segue la sua guida solo dopo
aver avuto conferma della protezione della Grazia e della dipendenza di Virgilio
dalla scienza divina (Beatrice): ciò fa del suo viaggio un itinerario di conoscenza
e di fede.
PAROLA E DIALOGO Il canto II si può definire il canto della parola: ben 118 versi
su 142 sono discorso diretto, per cui l’azione è interamente assorbita nella parola.
L’antefatto del viaggio di Dante nell’aldilà (l’iniziativa celeste di Maria, Lucia e
Beatrice: un flashback, che costituisce un’infrazione allo sviluppo lineare della
fabula) noi lo apprendiamo dalle parole di Virgilio attraverso un complicato e
abile congegno dialogico a incastro che sfiora l’artificio: Virgilio riferisce a Dante
il discorso di Beatrice dentro il quale sono riportate l’esortazione di Maria a
Lucia e l’esortazione di Lucia alla stessa Beatrice.
Quelle delle tre donne, vero e proprio “collegio di difesa” ispirato dalla carità,
sono parole uscite dal codice lirico-amoroso della poesia cortese. Infatti il
serbatoio linguistico dei dialoghi – lo si è detto nella Lettura tematica – è quello
stilnovistico, le cui eleganti locuzioni avvolgono di un’atmosfera preziosa e rarefatta
le tre donne benedette (v. 124) e la gratuità “cortese” del loro atto: Lucevan
li occhi suoi più che la stella (v. 55), soave e piana (v. 56), angelica voce (v. 57),
anima cortese (v. 58), Donna è gentil (v. 94), il tuo fedele (v. 98). Propri del codice
cortese sono anche l’uso rituale della captatio benevolentiae e la delicatissima
immagine dei fioretti (vv. 127 sgg.). Ma sullo sfondo, non va dimenticato, c’è il
retrocedere di Dante davanti alla lupa, che diffonde pathos sulla scena celeste
e fa da contrappunto all’atmosfera cortese di cui si è parlato: il dialogo avviene,
infatti, in presenza di un pericolo di “morte” (non vedi tu la morte che ’l combatte?
[v. 107] dice Lucia a Beatrice) ed è quindi dialogo estremo, in una situazione
altamente drammatica.
ELOQUENZA E RACCONTO L’ornamentazione formale in Dante non è mai fine
a se stessa. La parola dantesca ha soprattutto funzione persuasiva e psicagogica,
cioè di smuovere l’animo di chi ascolta; è infatti il parlare onesto (v. 113) di
Virgilio che muta totalmente la viltade di Dante in entusiasmo rovesciando il suo
dubbio iniziale con l’efficacia dell’eloquenza, sanzionata nei suoi effetti persuasivi
dallo stesso Dante con analoga tensione retorica: tu duca, tu segnore e tu maestro
(v. 140). Già nel De vulgari eloquentia egli aveva affermato che il parlare “illustre”
«humana corda versare potest, ita ut nolentem volentem et volentem nolentem
faciat (“può mutare i cuori umani così da indurre chi non vuole a volere e chi
vuole a non volere”)». Proprio questa è la funzione primaria che il poeta affida
alla sua parola nella Commedia: trasmissione di verità e al tempo stesso fattore
di persuasione.
Poiché il racconto di eventi è affidato alla mimesi, cioè al dialogo, il discorso
diretto svolge nel canto una chiara funzione narrativa e determina un fenomeno
usuale in qualunque racconto: la non coincidenza del tempo della storia, ossia la
durata della vicenda, e del tempo del discorso, ossia la durata dell’atto narrativo.
Infatti il tempo degli interventi celesti e della perorazione di Beatrice a Virgilio
nel Limbo è più esteso del tempo impiegato da Virgilio nel narrarli. In particolare,
i vv. 118-119 fungono quasi da “sommario” perché in un ristrettissimo spazio
narrativo (due soli verbi: venni e levai) concentrano un arco di tempo che va ben
oltre l’estrema concisione dell’enunciato virgiliano. Tempo della storia e tempo
del discorso tornano a coincidere nel finale (vv. 133-142) quando Dante, con una
certa ampiezza verbale, annuncia a Virgilio il suo proposito di proseguire il viaggio
e lo segue per lo cammino alto e silvestro.

Dante non si sente pronto per questo viaggio, si sente inadeguato e inadatto. Ha due modelli tropoo
alti per lui: Enea da una parte e san Paolo dall’altra. Chi soggiace al peccato non è più ibero. Poiché
il processo che sta seguendo Dante è un processo di emancipazione della libertà e della dignità.
Quando abbiamo il paragone della bestia in cui ha paura, Dante capisce che ha paura di qualcosa
che no è reale., ha paura di qualcosa di fittizio: egli è da solo a crearsi i suoi fantasmi e le sue paure.
La similitudine finale invece è quella della riconquista della libertà: Dante si libera dai suoi
impedimenti e quindi questi vengono paragonati ai fiori che, bloccati dal lungo gelo notturno, nel
momento in cui ritorna il sole, la speranza e l’energia positiva, ritornano a levarsi sullo stelo; allo
stesso modo Dante, avendo superato la paura di agire e di fare il proprio cammino, riesce a partire
per il suo viaggio. Il secondo canto è un canto della consapevolezza. Dante sembra suggerirci che
molte volte si sceglie, ma molto spesso si sceglie senza consapevolezza. Ogni scelta però non deve
essere dettata dall’entusiasmo, ma dev’essere ponderata e valutata. Scegliere vuol dire vivere.
Nell’immaginazione di Dante, i più spregevoli sono gli ignavi, cioè coloro che nella loro vita non
hanno mai scelto. Dante è così radicale che dice che gli ignavi non hanno scelto ne il bene ne il
male, gli ignavi sono come dei vegetali, senza dignità.

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