Un polimero è una macromolecola, ovvero una molecola dall'elevato peso molecolare, costituita da un gran numero di
gruppi molecolari (detti unità ripetitive) uguali o diversi (nei copolimeri), uniti "a catena" mediante la ripetizione dello stesso
tipo di legame (covalente). I termini "unità ripetitiva" e "monomero" non sono sinonimi: infatti un'unità ripetitiva è una
parte di una molecola o macromolecola, mentre un monomero è una molecola composta da un'unica unità ripetitiva. Nel
seguito, quando si parla di "monomeri" s'intendono dunque i reagenti da cui si forma il polimero attraverso
la reazione di polimerizzazione, mentre con il termine "unità ripetitive" si intendono i gruppi molecolari che assieme
ai gruppi terminali costituiscono il polimero (che è il prodotto della reazione di polimerizzazione).[2]
Per definire un polimero bisogna conoscere:
la natura dell'unità ripetente;
la natura dei gruppi terminali;
la presenza di ramificazioni e/o reticolazioni;
gli eventuali difetti nella sequenza strutturale che possono alterare le caratteristiche meccaniche del polimero.
Benché a rigore anche le macromolecole tipiche dei sistemi viventi (proteine, acidi nucleici, polisaccaridi) siano polimeri, nel
campo dell'industria chimica col termine "polimeri" s'intendono comunemente le macromolecole di
origine sintetica: materie plastiche, gomme sintetiche e fibre tessili (ad esempio il nylon), ma anche polimeri sintetici
biocompatibili largamente usati nelle industrie farmaceutiche, cosmetiche ed alimentari, tra cui i polietilenglicoli (PEG),
i poliacrilati ed i poliamminoacidi
I polimeri possono essere classificati in vari modi:
I polimeri prodotti da monomeri tutti uguali sono detti omopolimeri,[7] mentre quelli prodotti da monomeri rappresentati
da due o più specie chimiche differenti sono detti copolimeri.[8]
A seconda della loro struttura, possono essere classificati in polimeri lineari, ramificati o reticolati. [9]
In relazione alle loro proprietà dal punto di vista della deformazione, si differenziano
in termoplastici, termoindurenti e elastomeri.
Esistono polimeri naturali organici (ad esempio cellulosa e caucciù), polimeri artificiali, ossia ottenuti dalla modificazione di
polimeri naturali (come l'acetato di cellulosa) e polimeri sintetici, ossia polimerizzati artificialmente (ad esempio PVC e PET).
A seconda del tipo di processo di polimerizzazione da cui sono prodotti si distinguono in "polimeri di addizione" e "polimeri
di condensazione".
In relazione all'omogeneità del peso molecolare si possono distinguere i polimeri omogenei da
quelli eterogenei o polidispersi, con questi ultimi caratterizzati da alta variabilità del peso molecolare medio.
Classificazione dal diagramma sforzo-deformazione
Diagramma sforzo-deformazione per i polimeri
A) fibre
B) termoplastici
C) elastomeri.
Ogni materiale, in seguito ad uno sforzo risponde con una deformazione, a cui è associata un maggiore o minore
allungamento percentuale. Nel caso dei polimeri si distingue tra:
Fibre
Polimeri termoindurenti
Polimeri termoplastici
Elastomeri.
In linea di massima, i polimeri con maggiore cristallinità (fibre) sono più fragili, mentre i polimeri amorfi (elastomeri) sono
più duttili e più plastici.
A partire dal diagramma sforzo-deformazione è possibile ricavare i seguenti parametri:
Modulo di elasticità: aumenta all'aumentare della cristallinità del polimero
Allungamento percentuale alla rottura: diminuisce all'aumentare della cristallinità del polimero
Tensione di rottura: aumenta all'aumentare della cristallinità del polimero
Tensione di snervamento: aumenta all'aumentare della cristallinità del polimero.
Classificazione dei polimeri per struttura
La struttura dei polimeri viene definita a vari livelli, tutti tra loro interdipendenti e decisivi nel concorrere a formare le
proprietà reologiche del polimero, dalle quali dipendono le applicazioni e gli usi industriali.
Classificazione in base alla struttura chimica
Esclusi i gruppi funzionali direttamente coinvolti nella reazione di polimerizzazione, gli eventuali altri gruppi funzionali
presenti nel monomero conservano la loro reattività chimica anche nel polimero. Nel caso dei polimeri biologici
(le proteine) le proprietà chimiche dei gruppi disposti lungo la catena polimerica (con le loro affinità, attrazioni e repulsioni)
diventano essenziali per modellare la struttura tridimensionale del polimero stesso, struttura da cui dipende l'attività
biologica della proteina stessa.
Classificazione in base alla struttura stereochimica
L'assenza o la presenza di una regolarità nella posizione dei gruppi laterali di un polimero rispetto alla catena principale ha
un notevole effetto sulle proprietà reologiche del polimero e di conseguenza sulle sue possibili applicazioni industriali. Un
polimero i cui gruppi laterali sono distribuiti senza un ordine preciso ha meno probabilità di formare regioni cristalline
rispetto ad uno stereochimicamente ordinato.
Un polimero i cui gruppi laterali sono tutti sul medesimo lato della catena principale viene detto isotattico, uno i cui gruppi
sono alternati regolarmente sui due lati della catena principale viene detto sindiotattico ed uno i cui gruppi laterali sono
posizionati a caso atattico.
La scoperta di un catalizzatore capace di guidare la polimerizzazione del propilene in modo da dare un polimero isotattico è
valsa il premio Nobel a Giulio Natta. L'importanza industriale è notevole, il polipropilene isotattico è una plastica rigida, il
polipropilene atattico una gomma pressoché priva di applicazioni pratiche.
Due nuove classi di polimeri sono i polimeri comb e i dendrimeri.
Modello di un polimero sindiotattico
Classificazione in base al peso molecolare
I polimeri (al contrario delle molecole aventi peso molecolare non elevato o delle proteine) non hanno peso molecolare
definito, ma variabile in rapporto alla lunghezza della catena polimerica che li costituisce. Lotti di polimeri sono
caratterizzati da un parametro tipico di queste sostanze macromolecolari ovvero dall'indice di polidispersità (PI), che tiene
conto della distribuzione di pesi molecolari riferibile ad una sintesi.
Si fa inoltre uso del grado di polimerizzazione, che indica il numero di unità ripetitive costituenti il polimero,[10] e che può
essere:
basso: sotto 100 unità ripetitive;
medio: tra 100 e 1000 unità ripetitive;
alto: oltre 1000 unità ripetitive.
Dal grado di polimerizzazione dipendono le proprietà fisiche e reologiche del polimero, nonché le possibili applicazioni.
Nel caso in cui il grado di polimerizzazione sia molto basso si parla più propriamente di oligomero (dal greco "oligos-",
"pochi").
Polimeri amorfi e semicristallini
Conformazione di un polimero amorfo (a sinistra) e semicristallino (a destra).
I polimeri amorfi sono generalmente resine o gomme. Essi sono fragili al di sotto di una data temperatura (la "temperatura
di transizione vetrosa") e fluidi viscosi al di sopra di un'altra (il "punto di scorrimento"). La loro struttura può essere
paragonata ad un groviglio disordinato di spaghetti.
I polimeri semicristallini sono generalmente plastiche rigide; le catene di polimero, ripiegandosi, riescono a disporre
regolarmente loro tratti più o meno lunghi gli uni a fianco degli altri, formando regioni cristalline regolari (dette "cristalliti")
che crescono radialmente attorno a "siti di nucleazione", questi possono essere molecole di sostanze capaci di innescare la
cristallizzazione ("agenti nucleanti") o altre catene di polimero stirate dal flusso della massa del polimero.
Una situazione intermedia tra i polimeri amorfi e i polimeri semicristallini è rappresentata dai polimeri a cristalli liquidi (LCP,
Liquid-Crystal Polymers), in cui le molecole mostrano un orientamento comune ma sono libere di scorrere in maniera tra
loro indipendente lungo la direzione longitudinale, modificando quindi la loro struttura cristallina.[11]
Polimeri reticolati
Un polimero lineare (a sinistra) e uno reticolato (a destra) messo a confronto. I cerchietti neri indicano i punti di reticolazione.
Un polimero viene detto "reticolato" se esistono almeno due cammini diversi per collegare due punti qualsiasi della sua
molecola; in caso contrario viene detto "ramificato" o "lineare", a seconda che sulla catena principale siano innestate o
meno catene laterali.
Un polimero reticolato si può ottenere direttamente in fase di reazione, miscelando al monomero principale anche una
quantità di un altro monomero simile, ma con più siti reattivi (ad esempio, il co-polimero tra stirene e 1,4-divinilbenzene)
oppure può essere reticolato successivamente alla sua sintesi per reazione con un altro composto (ad esempio, la reazione
tra lo zolfo ed il polimero del 2-metil-1,3-butadiene, nota come vulcanizzazione).
Un polimero reticolato è generalmente una plastica rigida, che per riscaldamento decompone o brucia, anziché rammollirsi
e fondere come un polimero lineare o ramificato.
Copolimeri
Il termine copolimero indica tutte quelle macromolecole la cui catena polimerica contiene unità ripetitive
(piccole molecole reagenti) di due o più specie differenti[1].
Talvolta il termine copolimero viene utilizzato in senso più stretto per indicare i polimeri ottenuti a partire da monomeri di
due specie differenti (sebbene il termine più appropriato in questo caso sia bipolimero[1]), mentre il
termine terpolimero viene utilizzato per indicare polimeri ottenuti a partire da monomeri di tre specie differenti[1] e il
termine quaterpolimero nel caso di quattro specie differenti[1].
Quando invece un polimero è costituito dall'unione di monomeri di un solo tipo, viene detto omopolimero.
CLASSIFICAZIONE DEI COPOLIMERI
Una prima classificazione dei copolimeri si può effettuare in base alla disposizione dei diversi monomeri all'interno della
catena polimerica. Se ipotizziamo di avere un bipolimero formato da due diversi monomeri (che chiameremo A e B) si
possono presentare i seguenti casi:
copolimero alternato: quando due monomeri sono disposti in modo alternato nella catena polimerica[2];
copolimero statistico o random: i due monomeri sono presenti nella catena senza un ordine preciso[2];
copolimero a blocchi: in un copolimero a blocchi, tutti i monomeri di un tipo e quelli dell'altro sono raggruppati in due
blocchi distinti ma uniti ad un estremo. Un copolimero a blocchi può essere pensato come due omopolimeri uniti alle
estremità terminali[2]:
Un copolimero a blocchi molto diffuso è la gomma SBR. Viene
utilizzata per le suole delle scarpe e anche per i battistrada degli
pneumatici.
copolimero innestato o graft: si presenta se catene di polimero
costituito da monomero di tipo A sono innestate ad una catena di
monomero B[2];
Un copolimero innestato è il polistirene anti-urto la cui sigla è
HIPS: High Impact Polystyrene. Su una catena principale
di polistirene sono innestate catene di polibutadiene.
Il polistirene conferisce resistenza al materiale,
la gomma polibutadienica ne aumenta la resilienza e ne riduce la
fragilità.