Berlino 1923.
Una donna rivolge a un uomo innamorato il
rimprovero più doloroso: «il tuo amore è grande ma non è
gioioso» e gli vieta di scriverle d’amore. L’uomo allora comincia
a scriverle lettere non d’amore. Questa finzione è il nucleo di
Zoo, romanzo in lettere del fondatore del formalismo russo. Da
essa si sviluppa un ininterrotto divagare e vagheggiare intorno a
un esilio berlinese – un serraglio di giovani e meno giovani che
non sopportano la lontananza dalla patria russa, una comunità
riunita in un quartiere a ridosso della città tedesca; da queste
due circostanze il titolo: ritratti di artisti, scene di vita, incontri,
cose viste e lette, pagine di critica e teoria della letteratura,
giornate perse; un parlar d’altro fitto di riferimenti e citazioni
nascoste, in uno stile ironico e trepidante, dapprima vago, poi
sempre più preciso, per rendersi conto che quell’amore, di cui
non si deve dire, resta, parlando non d’amore, come un vuoto in
mezzo, i cui contorni sono ritagliati dalle cose non dette intorno
ad esso con una precisazione più bruciante di un racconto
diretto. E ci si aspetta che Alja, la donna, entri da un momento
all’altro dalla porta, irrompa nella stanza a squarciare in un lieto
fine il mistero indicibile dell’amore. Come una seconda finzione
nella finzione: un racconto d’amore celato nella ingiunzione di
non parlarne.
Viktor Borisovič Šklovskij (1893-1984), nato a
Pietroburgo da padre ebreo e madre di origine tedesca è, sin
dalla sua giovinezza, una delle figure più significative della vita
culturale russa. Membro dell’Opojaz (Società per lo studio della
lingua poetica), amico e collega di Roman Jakobson e padre
della scuola formalista, l’autore nel 1925 pubblica la prima
edizione della sua famosissima Teoria della prosa. Critico,
teorico della letteratura e sceneggiatore cinematografico,
Šklovskij è anche uno scrittore arguto e originalissimo che rivela
la sua vena letteraria in opere prevalentemente autobiografiche
come Viaggio sentimentale (Berlino 1923), Zoo o lettere non
d’amore (Berlino 1923), Terza Fabbrica (Mosca 1926) e Il
punteggio di Amburgo (Leningrado 1928). Negli anni più oscuri
dell’epoca sovietica Šklovskij ritorna ai classici, lavora per il
cinema e, perennemente tormentato dai problemi della
struttura del romanzo, riscrive la Teoria della prosa che pubblica
in una nuova edizione un anno prima della morte (Mosca 1983).
Muore a Mosca nel 1984, lasciando un patrimonio ricchissimo
di opere teoriche e critiche che hanno posto le basi per la
nascita dello strutturalismo. Zoo o lettere non d’amore viene
proposto per la prima volta in Italia nella traduzione
dell’edizione originale berlinese del 1923.
La memoria
534
Viktor Borisovič Šklovskij
Zoo o leere non d’amore
A cura di
Maria Zalambani
Note di
Aleksandr Galuškin e Vladimir Nechotin
Sellerio editore
Palermo
2002 © Sellerio editore via Enzo ed Elvira Sellerio 50 Palermo
2021 Quarta edizione
e-mail: info@[Link]
[Link]
Titolo originale: Zoo ili pis’ma ne o ljubvi
Traduzione di Maria Zalambani
Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore.
È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.
EAN 9788838942761
Ambiguità di un discorso amoroso
di
Maria Zalambani
Il linguaggio è una pelle: io sfrego il mio linguaggio
contro l’altro. È come se avessi delle
parole a mo’ di dita, o delle dita sulla punta
delle mie parole. Il mio linguaggio freme di
desiderio.
R. BARTHES, Frammenti di un discorso amoroso
DISCORSO AMOROSO O FINZIONE LETTERARIA? Viktor Borisovič Šklovskij,
noto ai leori per essere stato il principale fautore del formalismo, si rivela
in questo romanzo un abile costruore di fabulae, nonché un amante
passionale. Passione che l’autore nasconde dietro ad un abile gioco di
rimandi, col quale cerca di celare i suoi sentimenti, per dimostrare che la
donna amata, in realtà, non è mai esistita e che questo scambio epistolare
è solo una finzione leeraria. E l’inganno è così abile, che il leore spesso
cade viima dei suoi trucchi, dei suoi artifizi, e comincia a non discernere
più il vero dal falso, a confondere i limiti della realtà con quelli della
fiction, a interrogarsi ansiosamente sulla biografia dello scriore, per
sapere se, alla fine, Alja sia veramente esistita o se sia puro fruo della
fantasia šklovskiana. Il leore paziente che indagherà la biografia di
Šklovskij scoprirà così che la protagonista femminile aveva un volto e un
nome: Alja Kagan (1893-1970), alias Elsa Triolet (dal cognome del primo
marito), sorella di Lili Brik (moglie del critico formalista Osip Brik ed
ispiratrice di molti poemi di Majakovskij). Il leore particolarmente
curioso potrebbe addiriura scoprire che a Parigi esiste un archivio, presso
il CNR francese, dove si conservano ancora gli originali delle leere di Alja
e Šklovskij. Una storia d’amore vera, dunque, ma negata da una donna ad
un uomo e poi dall’uomo a se stesso. La donna respinge il sentimento
d’amore perché non lo ricambia, l’uomo utilizza il rifiuto per costruire una
finzione leeraria che gli consentirà di nascondere le proprie pene dietro
una geniale forma di antiromanzo formalista, il quale gli lascerà spazio per
incessanti acrobazie leerarie. In seguito, con gli anni, nelle nuove
edizioni sovietiche dell’opera, Šklovskij rinnegherà questo amore,
costreo dalla gelosia della moglie e dal tempo che, ineluabilmente,
cancella tuo. Così, nella prima edizione sovietica, che risale al 1924, per
effeo di questa gelosia, scompariranno tue le leere di Alja. E poi sarà
la vita stessa a spegnere questo fuoco, come sostiene Šklovskij
nell’edizione del 1964:
Ho seant’anni. La mia anima giace innanzi a me.
È tua segnata dalle pieghe del tempo.
el libro, già allora, l’aveva piegata. Io l’ho raddrizzata.
Hanno piegato l’anima la morte degli amici. La guerra. Le dispute. Gli
errori. Le offese. Il cinema. E la vecchiaia, che nonostante tuo, è
sopraggiunta.
Ora, mi è più facile, perché non conosco i luoghi per i quali cammini,
non conosco i tuoi nuovi amici, o i vecchi alberi presso il tuo mulino
(Šklovskij 1964: 123).
All’epoca, però, come ricorda Lidija Ginzburg nelle sue memorie,
Šklovskij «diceva che Zoo, nella sua prima edizione (berlinese), era un
libro così innamorato che non lo si poteva tenere in mano senza scoarsi»
(Ginzburg 1989: 7).
Nel romanzo del 1923 non brucia solo la fiamma del desiderio amoroso,
ma si consuma anche il tormento dell’emigrato, afflio dalla nostalgia
della patria, degli amici, della sua Pietroburgo.
Così in quest’opera si intersecano vari temi; la storia d’amore si incrocia
con le descrizioni nostalgiche della Russia, il romanzo d’emigrazione con i
bozzei critici degli intelleuali russi che vivono a Berlino e infine, dietro
a tui questi, si intravede un altro piano, quello storico-filologico che vede
il romanzo trasformarsi da opera d’emigrazione in romanzo sovietico,
occultando tra le righe una pagina di storia della censura in epoca
sovietica (Zalambani 2001).
La donna alla quale ho scrio non è mai esistita.
Alja è la realizzazione di una metafora.
Zoo, 1923, leera 29
UN ESORCISMO AMOROSO. A Berlino, dove l’autore emigra nel 1922 per
evitare un imminente arresto da parte della polizia segreta (Čeka), si
consuma l’incontro con Elsa Triolet, affascinante giovane donna di origine
russa, oggeo d’aenzione e d’amore anche da parte del famoso linguista
struuralista Roman Jakobson, amico e collega di Šklovskij. La Triolet si
era trasferita a Berlino dopo il fallimento del suo primo matrimonio, in
seguito si trasferirà a Parigi dove, nel 1928, sposerà lo scriore francese
Luis Aragon e diventerà, a sua volta, una nota scririce francese.
A seguito dell’incontro con Šklovskij, inizia lo scambio epistolare fra
Elsa e l’autore, ma le regole del gioco sono deate dalla donna, che
dichiara di non amare il suo adulatore e gli proibisce di scriverle leere
d’amore. I compiti affidati all’autore sono chiari: non parlare d’amore, non
telefonare, non vedere la donna amata, ma il divieto di scrivere non gli
impedisce di lasciare liberi i propri pensieri:
Mi hai assegnato due compiti.
1) Non telefonarti. 2) Non vederti.
Adesso sono un uomo impegnato.
C’è ancora un terzo compito: non pensarti. Ma questo, tu non me l’hai
affidato (Šklovskij 1923: 38).
Ed i pensieri in libertà di uno scriore geniale quale Šklovskij
cominciano a concepire leere apparentemente non d’amore, ma
costantemente struurate su una base metaforica, ovviamente… amorosa.
Tale struura emerge quasi in ogni leera; qualsiasi argomento l’autore
scelga per la sua epistola, esso si trasforma, come per magia, in
un’immagine dei suoi sentimenti. Berlino parla di Alja, persino tecnica e
motori suscitano nell’autore associazioni amorose: «I pensieri rivolti a te,
alla motociclea e all’automobile si confondono nella mia testa. Scriverò
una leera» (Šklovskij 1923: 53).
E il discorso amoroso si fa doppiamente ambiguo quando cerca di
nascondere il proprio oggeo (l’amore) e di nascondersi in quanto tale
(fingendosi altro). Così, da un lato, Šklovskij gioca a mascherare il vero
tema della sua narrazione:
Non parlerò d’amore; parlerò soltanto del tempo.
Il tempo oggi a Berlino è bello (Šklovskij 1923: 22).
E contemporaneamente l’autore rinnega al suo testo lo statuto di
discorso amoroso, aribuendogli una forma «altra» e facendone un
antiromanzo formalista. Cercando di ridurre la sua opera a puro artifizio
leerario, l’autore dichiara che tua la storia d’amore non è altro che una
menzogna; la motivazione amorosa gli era necessaria esclusivamente per
tessere la struura del romanzo: «Ho inventato una donna e un amore per
un libro sull’incomprensione, su persone estranee, su una terra straniera»
(Šklovskij 1923: 105). E così, inconsapevolmente, sembra prendere ao di
ciò che afferma Barthes:
Sapere che non si scrive per l’altro, sapere che le cose che sto per
scrivere non mi faranno mai amare da chi io amo, sapere che la scriura
non compensa niente, non sublima niente, che è precisamente là dove tu
non sei: è l’inizio della scriura (Barthes 1979: 185).
Non va da nessuna parte la Berlino russa. Non ha destino.
Nessuna trazione.
Zoo, 1923, leera 17
UN ROMANZO SULL’EMIGRAZIONE. All’interno della scriura Šklovskiana
nascono i vari livelli di leura del romanzo Zoo, che superando i limiti del
discorso amoroso, sconfina in altri ambiti, primo fra questi, quello del
romanzo d’emigrazione (e sull’emigrazione). Scrivendo e pubblicando la
sua opera durante l’esilio berlinese, Šklovskij ne fa automaticamente un
romanzo della cosiddea «leeratura d’emigrazione» (zarubežnaja
literatura), prodoo dell’intelligencija russa rifugiatasi prima a Berlino, poi
a Parigi. esta branca della leeratura russa, negli anni ’20, si sta
dibaendo nel dubbio amletico se esistere come continuatrice della
tradizione russa, o se geare nuove radici nella fertile terra straniera del
cui humus ormai si nutre. Insomma, una richiesta d’identità e di
riconoscimento. Leo da questo punto di vista, Zoo si costituisce
probabilmente come un prolungamento della cultura russa rimasta in
patria, dal momento che nel romanzo l’autore mee in ao tue le taiche
interne alla complessa strategia formalista, di cui era stato fautore in
Russia negli anni precedenti, e di cui tornerà ad essere un insigne
esponente dopo il suo rientro in patria. Forse la domanda diventerebbe più
complessa se prendessimo in esame tue le edizioni sovietiche di Zoo,
giustapponendole all’edizione berlinese. Ne emergerebbe un quadro
complesso, in quanto vedremmo che i mutamenti apportati al testo, di
volta in volta, tendono a trasformare Zoo in romanzo sovietico,
rinnegandolo come opera d’emigrazione. est’opera, prendendo le
distanze dall’amore che l’ha generata, sembra voler rinnegare anche la
terra che ne ha visto i natali.
Zoo non è solo un romanzo della zarubežnaja literatura, ma anche un
romanzo sull’emigrazione, sulla nostalgia, sulla tristezza che aanagliano
l’intelleuale russo emigrato, che si sente a Berlino come in uno zoo-
prigione. L’epigrafe del romanzo, citazione quasi integrale del poema di
Chlebnikov Il serraglio (Chlebnikov [1909]), ci rimanda insistentemente al
«bestiario umano» che vive a Berlino, in particolare agli emigrati russi che
nella cià tedesca abitavano proprio nel quartiere adiacente allo zoo.
Come rinchiusi in gabbia, i russi a Berlino vivono una vita estranea, che
non appartiene loro, cercando di imitare gli europei, ma inutilmente: la
loro andatura è troppo pesante, la voce troppo alta, i pantaloni senza la
piega. È così che lo stesso Šklovskij, in una leera dal chiaro rimando al
poema chlebnikoviano citato in epigrafe, rappresenta se stesso in una
gabbia dello zoo, soo forma di scimmia (leera 6), in preda alla noia e
alla nostalgia.
La vena del romanzo d’emigrazione corre lungo tuo il romanzo, dando
voce alle urla sommesse dell’autore che ora si rivolge agli amici rimasti in
patria con la preghiera di intercedere per il suo rientro (leera 14), ora
emee tra sé e sé un lieve sussurro, un sospiro di rimpianto (leera 6).
Fino allo squarcio del grido finale, lancinante, esasperato, che l’autore
lancerà nell’ultima leera, in cui, soo forma di documento ufficiale,
Šklovskij si rivolge alle autorità sovietiche affinché gli consentano di
rientrare in patria: «È sbagliato che io viva a Berlino. […] Alzo le mani e
mi arrendo. Lasciate tornare in Russia me ed il mio ingenuo bagaglio»
(Šklovskij 1923: 105).
Grazie all’aiuto di Gor’kij tra il seembre e l’oobre del 1923 lo scriore
rientrerà in Unione Sovietica.
Aprì la porta e (lo dirò per il cubismo) il
vento lanciò nel quadrilatero prismi di pioggia
e il seore sferico di un ombrello.
Zoo, 1924, leera 21
UN ANTIROMANZO FORMALISTA. Nel momento in cui Zoo rifiuta lo statuto di
discorso amoroso, si trasforma in un esperimento leerario che vuole
sovvertire le leggi che presiedono alla produzione del romanzo, leggi che
Šklovskij all’epoca stava indagando e che, due anni più tardi, verranno
esaminate nella sua famosa Teoria della prosa.
E così cominciano le provocazioni. Zoo si annuncia come romanzo non
d’amore nell’essenza stessa del suo titolo, ma nella dedica,
immediatamente successiva, si smentisce, rimandando il leore alla
corrispondenza amorosa di Abelardo ed Eloisa, nonché a Julie o la nuova
Eloisa di J.-J. Rousseau: «Dedico “Zoo” a Elsa Triolet e aribuisco al libro il
nome di “Terza Eloisa”» (Šklovskij 1923: 15).
Dopo le preannunciate incertezze sul contenuto, arrivano le sorprese
sulla struura. Una struura complessa, costituita da un forte tessuto
intertestuale (che oscilla dalla Bibbia ai testi dei contemporanei) e che
assume una forma inconsueta. Servendosi della tecnica del montaggio, che
in quegli anni sta facendo la sua comparsa nel nuovo cinema sovietico di
Lev Kulešov, Dziga Vertov e Sergej Ejzenštejn, Šklovskij confeziona il
romanzo combinando generi eterogenei: dall’epistola alla fiaba, dall’opera
teatrale al saggio critico e, infine, al documento ufficiale.
Ma il montaggio più complesso è quello grazie al quale l’autore combina
realtà e finzione, confondendo i confini fra leeratura e vita. Il materiale di
Zoo è il vissuto dell’autore che si intreccia con quello degli emigrati russi a
Berlino: l’intelligencija russa fornisce gli eroi della scena leeraria, sul cui
palcoscenico gioca a recitare la sua parte l’uomo-scriore Šklovskij. Per
lui non esistono confini fra teoria e pratica, fra realtà e fiction: non deve
indossare nessuna maschera per passare dal ruolo di prosatore o di critico
leerario a quello di biografo e per questo la sua opera è in parte
autobiografica, in parte scientifica. In Zoo il pensiero teorico si intreccia
con passaggi narrativi, trasformandolo in un antiromanzo formalista, in
cui lo scriore è contemporaneamente narratore ed eroe del proprio
discorso teorico-artistico.
E le sorprese non terminano qui: facendo capolino tra le righe, Šklovskij
addita gli artifizi leerari che va adoando, servendosi di quel
denudamento del procedimento (obnaženie priëma) che ha appreso
soprauo da L. Sterne e inserendo addiriura una leera cancellata, da
non leggere. La provocazione si accresce nel momento in cui Šklovskij la
descrive come la migliore di tuo il romanzo e contemporaneamente
intima al leore di non infrangere il suo divieto:
Leera diciannovesima. Che non bisogna leggere. È stata scria da Alja
quando era malata; la carta che ha trovato per la leera è a righe, la leera
è la migliore di tuo il libro, ma non bisogna leggerla e per questo è
barrata (Šklovskij 1923: 76).
Divertendo e stupendo, Šklovskij crea un romanzo un po’ dissacrante,
un po’ smitizzante, ma sempre dileevole.
Chlebnikov era simile a un uccello malato,
scontento che lo si guardasse.
Zoo, 1923, leera 4
UN VIAGGIO DA PIETROBURGO A BERLINO. Lungo le strade della capitale
tedesca, Šklovskij, in preda alla nostalgia, va alla ricerca dei volti amici
dell’intelligencija russa emigrata che lì, in Germania, stava ritrovando la
propria identità, riunendosi aorno a club, locali, riviste, case editrici che
rendevano la vita intelleuale di quegli anni molto aiva. In questi luoghi
di ritrovo, un po’ culturali e un po’ mondani, lo scriore incontra molti
intelleuali e scriori fuoriusciti dall’Unione Sovietica, che lui dipinge
nelle pagine di Zoo. Ne escono dei ritrai in parte biografici, in parte
critici, ma sempre curiosi e alleanti. Il ritrao di Boris Pasternak è tuo
giocato sulla famosa similitudine di Marina Cvetaeva secondo la quale
Pasternak somiglia allo stesso tempo a un arabo e al suo cavallo.* Ma
anche quest’uomo forte e possente a Berlino sta perdendo il suo vigore; se
a Mosca
sentiva la trazione della storia […] a Berlino Pasternak è inquieto. È un
uomo di cultura occidentale, quanto meno la capisce, è vissuto anche
precedentemente in Germania; con lui adesso c’è la sua giovane, bella
moglie, tuavia è molto inquieto (Šklovskij 1923: 67-68).
Anche lui sente che la Berlino russa non ha destino, che l’emigrazione
uccide l’animo russo.
A Berlino si trova anche Belyj, il famoso scriore simbolista, uomo dal
«metodo solido», colui che all’inizio del secolo, assieme a Remizov e
Rozanov, aveva inaugurato una nuova prosa «emotiva», spesso orientata
sulla lingua orale, quella prosa ornamentale di cui si stava appassionando
Šklovskij in quegli anni, intravvedendovi la possibilità di uscire dagli
schemi classici di una tradizione ormai obsoleta. Sulla scia del formalismo,
Šklovskij cerca ovunque elementi innovativi, che sconvolgano l’ordine
costituito, che sconfessino la tradizione, per meere alla prova esperimenti
sempre nuovi. Ecco perché i suoi interessi si rivolgono ad un autore come
Chlebnikov (poeta sperimentatore per eccellenza, inventore della lingua
transmentale), o a quei prosatori che perpetuano nel nuovo secolo il filone
della prosa emotiva inaugurato da Gogol’ nel secolo precedente.
Molti degli incontri di Šklovskij con l’intelligencija russa avvengono a
Berlino, altri nel piano dell’irrealtà, in quello della memoria, in un altrove
così lontano e, contemporaneamente, vicino quale la Russia, la sua Russia,
assente, ma sempre presente nei suoi pensieri. È su questo piano che
avviene l’incontro con Chlebnikov, il poeta da lui più amato e ormai
scomparso, la cui presenza aleggia lungo tue le pagine di Zoo. Con un
salto indietro della memoria viene dipinto anche Remizov, intento a fare i
conti con i problemi di tui i giorni in una Pietroburgo aanagliata dal
morso della fame e del freddo nel 1919, e contemporaneamente
menzionato come inventore di quell’ideale Ordine delle Scimmie (una
sorta di società massonica, in odore swiiano, di cui fa parte anche
Šklovskij) che, un po’ sprezzante della banalità umana, si erge al di sopra
di essa per qualità sia morali che intelleuali. Con l’occhio rivolto al
passato, Šklovskij ricorda e rimpiange Roman Jakobson, l’amico, il fratello,
il collega con il quale ha posto le basi del formalismo in patria e che ha
scelto una diversa via d’emigrazione, quella della Cecoslovacchia.
Nonostante le richieste insistenti di Šklovskij, Jakobson non farà più
ritorno in Russia e in esilio fonderà la sua famosa scuola struuralista, il
Circolo linguistico di Praga.
L’unico che, afferma Šklovskij un po’ ironicamente, sembra trovarsi
perfeamente a suo agio a Berlino è Il’ja Erenburg, perché possiede il
passaporto, è fornito di visti, e viaggia tranquillamente fra l’Unione
Sovietica e l’Europa: dono raro, fortuna inconsueta per il popolo degli
emigrati!
Pezzi di vita russa si compongono con quadrei di vita berlinese, i
personaggi vi si confondono, scivolando da uno sfondo all’altro. Scorrendo
questa folta galleria di volti famosi, ci sembra di percorrere un viaggio che
da Pietroburgo e Mosca ci porta a Berlino. E la via del ritorno?
Zoo di Šklovskij è un’opera «al limite».
JU. TYNJANOV, Literaturnoe segodnja, 1924
LO STILE DI ZOO. Lo stile di Šklovskij è assolutamente insolito ed
originale, quale la personalità stessa del suo autore. Uno stile
apparentemente semplice, sostanzialmente molto complesso. Le sue frasi
brevi, lapidarie, si scolpiscono nella mente del leore come i suoi aforismi,
le sue ironie, i suoi doppi sensi, le insistenti ripetizioni; Šklovskij ama
trarre in inganno il suo leore, inviargli un messaggio e immediatamente
dopo smentirlo. Così sono costruiti anche i suoi paragrafi. Spesso la prima
proposizione enuncia un argomento, che non viene sviluppato in quella
successiva, la quale sovente introduce un nuovo pensiero.
La forma stessa della sua prosa, con paragrafi non di rado di un solo
rigo, è stata più volte paragonata alla poesia, al verso libero. Si traa
spesso di un montaggio di proposizioni non conseguenti: il flusso dei suoi
pensieri è talmente rapido che molti passaggi vengono saltati e il non-
deo, che riempie gli spazi bianchi e gli interstizi di ogni testo, stimolando
la collaborazione del leore (Eco [1979]: 51-52), intesse fiamente tuo il
testo di Šklovskij.
Frequentemente ci troviamo di fronte ad un’intera serie di immagini, di
metafore, che rendono il tessuto del romanzo particolarmente denso. È
Šklovskij stesso a denunciare la struura metaforica del suo testo: «Ho
costruito questo libro sulla disputa fra popoli di diverse culture; gli eventi
citati nel testo fungono solo da materiale metaforico» (Šklovskij 1923: 10).
L’altro procedimento al quale Šklovskij ricorre costantemente è la
citazione. Ne è un esempio lampante il rapporto intertestuale esistente tra
Zoo e Il serraglio chlebnikoviano, che intesse la struura interna del
romanzo, così come dall’interrelazione esistente fra Zoo e la
corrispondenza amorosa di Abelardo ed Eloisa o Julie o la nuova Eloisa
scaturisce la struura esterna del testo. Ma se queste sono le citazioni più
macroscopiche, quelle più microscopiche si nascondono dietro ogni pagina
di Zoo, là dove Šklovskij cita i grandi della leeratura, con i quali va
colloquiando mentre percorre le vie di Berlino, oppure là dove cita se
stesso in tue le sue realtà, di scriore, teorico della leeratura e critico. E
questi «colloqui», queste autocitazioni sono continuamente accompagnati
dalla sua ironia, dissacrante, smitizzante e carnevalesca. I rimandi continui
innescano un meccanismo «giocoso» con il leore il cui rapporto con il
«testo nel testo» lo induce a spostarsi continuamente dalla percezione di
un codice testuale ad un altro (Lotman 1992).
Il materiale della sua prosa è alquanto variegato; egli, come Rozanov,
ainge dalle fonti più disparate: vita privata, leere, giornali, cinema,
leeratura, episodi di vita vissuta. Il suo romanzo è, in certi momenti,
«vergognosamente intimo»,* come i quadrei domestici di Rozanov, in
altri particolarmente doo ed erudito, come quando disquisisce sul Don
Chiscioe o sulla prosa di Tolstoj.
Nel 1984, l’anno della sua morte, parlando della sua opera complessiva,
Šklovskij affermava che si traava di una «storia della leeratura nella
leeratura, ma anche della storia di un uomo, vissuto di leeratura»
(Šklovskij 1990: 34). Anche Zoo costituisce una pagina di questa storia
leeraria e, contemporaneamente, una pagina del «testo della vita» di uno
dei grandi artefici della critica leeraria mondiale.
MARIA ZALAMBANI
* Cfr. n. 85 di Zoo.
* È l’epiteto che l’autore utilizza per la prosa di Rozanov (Šklovskij 1925: 163 [Trad. it.: 273]).
Zoo o leere non d’amore
Dedico «Zoo» a Elsa Triolet e
aribuisco al libro il nome di
«Terza Eloisa»1
Prefazione dell’autore
esto libro è stato scrio nel modo seguente. Inizialmente avevo pensato
di fornire una serie di schizzi della Berlino russa, poi mi è parso interessante
collegarli con una sorta di tema comune. Come tema ho preso Il serraglio
(zoo), il titolo del libro era già nato, ma i pezzi non erano collegati. Mi è
venuta l’idea di farne qualcosa di simile a un romanzo in leere.
Per un romanzo in leere è indispensabile una motivazione: per quale
motivo delle persone dovrebbero scriversi? La motivazione solita è data
dall’amore e dalla separazione. Ho preso questa motivazione in un suo caso
particolare: le leere vengono scrie da un uomo innamorato ad una donna
che non ha tempo per lui. A questo punto si rendeva necessario un nuovo
deaglio: dal momento che la maggior parte del materiale del libro non
riguardava l’amore, ho introdoo il divieto di scrivere d’amore. Il risultato è
stato ciò che ho espresso nel sootitolo: Leere non d’amore.
A questo punto il libro ha cominciato a scriversi da solo; richiedeva di
collegare il materiale, esigeva cioè una linea lirico-amorosa e una linea
descriiva. Docile al volere del materiale, ho collegato questi elementi
comparandoli: così tue le descrizioni si sono rivelate metafore amorose.
La donna a cui sono indirizzate le leere ha assunto una fisionomia, la
fisionomia di una persona di diversa cultura, in quanto non c’è motivo di
inviare leere descriive ad una persona della tua cultura. Avrei potuto
introdurre un intreccio, per esempio: alcune descrizioni del destino dell’eroe.
Ma nessuno rende omaggio agli idoli che lui stesso ha creato. Verso un
intreccio di tipo comune ho lo stesso aeggiamento che un dentista ha verso i
denti.
Ho costruito questo libro sulla disputa fra popoli di due diverse culture; gli
eventi citati nel testo hanno solo la funzione di materiale metaforico.
esto è il consueto procedimento delle opere erotiche, in cui si nega la
serie reale e si afferma quella metaforica. Confrontate con le Fiabe russe
proibite.*
V.B.Š.
Berlino, 5 marzo 1923
* Le Zavetnye skazki appartengono ad Aleksandr Nikolaevič Afanas’ev (1826-1871), considerato
il «Grimm russo». Le Fiabe russe proibite furono censurate in Russia e comparirono per la prima
volta a Ginevra nel 1872. [Trad. it. A. N. Afanas’ev, Fiabe russe proibite, Milano 1990].
Epigrafe
Il serraglio
O Giardino, Giardino!
Dove il ferro è simile a un padre, il quale rammenti ai fratelli che sono
fratelli e interrompa una mischia cruenta.
Dove i tedeschi vanno a bere birra.
E le cocoes a vendere il corpo.
Dove le aquile seggono simili a un’eternità conclusa da un oggi ancor
privo di sera.
Dove il cammello conosce la soluzione del Buddismo e ha celato la
smorfia della Cina.
Dove il cervo è soltanto tremore fiorente come una pietra spaziosa.
Dove i panni degli uomini sono sgargianti. E i tedeschi crepano di
salute.
Dove il nero sguardo del cigno, che è tuo simile a un inverno, ma ha il
becco come un boscheo autunnale, è alquanto cauto per lui stesso.
Dove un turchino ganimede lascia cader giù la coda, simile ad una
Siberia vista dal sasso di Pavda, quando sull’oro del rogo e sul verde del
bosco è geata una rete turchina di nubi, e tuo questo variamente
sfumato dalle disuguaglianze del suolo.
Dove le scimmie variamente si indispeiscono e mostrano le estremità
del torso.
Dove gli elefanti, aggrinzandosi come si aggrinzano durante un
terremoto le montagne, chiedono cibo a un bambino, immeendo un
vetusto significato nella verità: – Da mangiare, houua! Da mangiare! – e si
accovacciano, come se chiedessero l’elemosina.
Dove gli orsi agilmente si arrampicano e guardano in basso, aspeando
gli ordini del guardiano.
Dove i pipistrelli pendono allo stesso modo che il cuore d’un russo
contemporaneo.
Dove il peo del falco rammenta i cirri prima dell’uragano.
Dove un uccello, volando basso, si trae dietro un tramonto con tui i
carboni del suo incendio.
Dove nel volto d’una tigre, incorniciato da bianca barba e con gli occhi
d’un musulmano aempato, onoriamo il primo maomeano e leggiamo
l’essenza dell’Islam.
Dove noi cominciamo a pensare che le fedi siano fioi spegnentisi di
onde, il cui impeto sono le specie.
E che al mondo sono così numerose le bestie, perché in modi diversi
esse sanno vedere Dio…
Dove lo sparo di cannone del mezzogiorno costringe le aquile a
guardare il cielo in aesa dell’uragano.
Dove le aquile cadono dagli alti staggi, come idoli durante il terremoto
dai templi e dai tei degli edifici…
Dove le anatre d’una stessa razza levano un urlo unanime dopo una
breve pioggia, come officiando un Te Deum di ringraziamento a una
divinità – se ha gambe e becco – anatresca.
Dove le faraone argento-cenere hanno l’aspeo delle orfane di Kazan!
Dove nell’orso malese rifiuto di conoscere un conterraneo del Nord e
smaschero un mongolo dissimulato.
Dove i lupi esprimono zelo e devozione.
Dove, entrando nell’eremo afoso dei pappagalli, sono assalito
dall’unanime saluto «grruullo!»
Dove il grasso lucente tricheco scrolla, come una stanca bellezza, la
sdrucciolevole nera gamba ventagliforme e poi salta in acqua, e quando
ritorna a rotolarsi sul palco, sul suo pingue corpo massiccio appare la testa
di Nietzsche coi pungenti capelli a spazzola e la liscia fronte.
Dove la mandibola d’un bianco lama slanciato dagli occhi neri e quella
di un bufalo di piae corna si muovono regolarmente a destra e a sinistra,
come la vita d’un paese con una rappresentanza popolare e un governo
responsabile verso di essa – sospirato eden di tanti!
Dove il rinoceronte porta negli occhi biancorossi l’inestinguibile furia
d’uno zar deposto, e unica fra tue le bestie, non nasconde il proprio
disprezzo per gli uomini, come per una sommossa di schiavi. E in lui s’è
celato Ivan il Terribile.
Dove i gabbiani dal lungo becco e il freddo occhio azzurro, come orlato
da occhiali, hanno l’aspeo di affaristi internazionali, del che troviamo
conferma nell’arte con cui essi afferrano al volo il cibo geato alle foche.
Dove, ricordando che i russi celebravano i loro condoieri sagaci col
nome di falco, e ricordando che è identico l’occhio del cosacco e di questo
uccello, noi cominciamo a sapere chi fossero i maestri dei russi nell’arte
bellica.
Dove gli elefanti hanno obliato i loro urli di tromba ed emeono un
urlo, come se si lagnassero del mal di pancia. Forse, vedendoci troppo
meschini, cominciano a ritenere un indizio di buon gusto l’emeere suoni
meschini? Non so.
Dove nelle bestie periscono splendide possibilità, come un Canto della
schiera di Igor inscrio in un Libro d’Ore.
VELEMIR CHLEBNIKOV
Il Vivaio dei giudici, I, 1909 2
Leera prima
Scria a Berlino, da una donna alla sorella che vive a Mosca.3 La sorella è
molto bella, con gli occhi che brillano. La leera serve da introduzione.
Ascoltate questa voce tranquilla!
Mi sono abituata al nuovo appartamento. Presumo che la mia padrona
sia stata una donna un po’ frivola, di conseguenza è di buon caraere e
non è pedante. i nei dintorni parlano solo tedesco, da qualunque parte
tu venga, bisogna passare soo dodici ponti di ferro. In un posto del
genere, ci capiti solo per necessità. Ai miei conoscenti del
Kurürstendamm4 non capiterà di venirmi a trovare solo perché passavano
di lì!
i da me ci sono sempre i soliti, non abbandonano le postazioni.5 Uno,
il terzo, mi si è leeralmente appiccicato addosso. Lo considero la mia
decorazione più gloriosa, anche se so che è facile agli innamoramenti. Mi
scrive tui i giorni una o due leere, me le recapita lui stesso, mi si siede
accanto docilmente e aspea fino a quando non le leggo.
Il primo continua a inviare fiori, ma diventa sempre più triste. Il
secondo, al quale mi hai imprudentemente affidata, continua ad insistere
che mi ama.6 In cambio, esige che io mi rivolga a lui per qualunque
problema. Furbo, non credi?
La tariffa del taxi adesso è aumentata di 5.000 volte.
Nonostante la vita qui sia tranquilla, ho nostalgia di Londra. Della
solitudine, della vita ordinata, del lavoro da maina a sera, della vasca da
bagno e delle danze con giovani di bell’aspeo. i ne ho perso
l’abitudine. E poi c’è troppo dolore tu’intorno perché lo si possa
dimenticare, anche solo per un minuto.
Scrivimi presto di tuo ciò che fai. Ti bacio, cara, mia bellissima, e
grazie ancora per il tuo amore e il tuo affeo.
ALJA
7 febbraio
Leera seconda
Sull’amore, la gelosia, il telefono e gli stadi dell’amore. Termina con
un’osservazione sull’andatura dei russi.
Cara Alja,
non ti vedo già da due giorni.
Telefono. L’apparecchio geme, come se avessi calpestato qualcuno.
Riesco a trovarti; tu sei impegnata di giorno e di sera.
Scrivo di nuovo. Ti amo molto.
Tu sei la cià nella quale vivo, tu sei il nome del mese e del giorno.
Nuoto, salato e appesantito dalle lacrime, quasi senza emergere
dall’acqua.
Sembra che presto annegherò, ma anche là, so’acqua, dove il telefono
non suona e non giungono le voci, dove è impossibile incontrarti, io ti
amerò.
Io ti amo, Alja, e tu mi costringi a restare appeso sul predellino della tua
vita.
Mi si gelano le mani.
Non sono geloso della gente, sono geloso del tuo tempo. Non posso
stare senza vederti. Ma che ci posso fare, dal momento che nulla può
sostituire l’amore?
Tu non conosci il peso delle cose. Tui gli uomini sono uguali davanti a
te, come davanti a Dio. Ma che ci posso fare? Io ti amo tanto.
All’inizio mi piegavo verso di te come sul vagone, per il sonno, si ripiega
il capo di un passeggero sulla spalla del vicino.
Poi non ho più potuto staccare gli occhi da te.
Conosco la tua bocca, le tue labbra.
Ho avvolto tua la mia vita aorno al pensiero di te. Non credo che tu
sia una persona estranea, dunque, guarda verso di me.
Ti ho spaventata con il mio amore; all’inizio, quando ero ancora allegro,
ti piacevo di più. È colpa della Russia, mia cara. Noi abbiamo un’andatura
pesante. Ma in Russia io ero forte, mentre qui ho cominciato a piangere.
4 febbraio
Leera terza
La seconda di Alja. In essa Alja chiede di non scriverle d’amore. Una
leera stanca.
Mio caro, mio amato. Non scrivermi d’amore. Non devi. Io sono molto
stanca. Io, come tu stesso hai deo, ho la schiena a pezzi. Ciò che ci divide
è la vita quotidiana. Io non ti amo e non ti amerò. Ho paura del tuo amore;
prima o poi mi offenderai, per il fao che adesso mi ami tanto. Non
lamentarti così spaventosamente, tu mi sei comunque caro. Non
spaventarmi. Mi conosci così bene, eppure fai di tuo per spaventarmi, per
allontanarmi da te. Forse il tuo amore è grande, ma non è gioioso.
Tu mi sei necessario, tu sai tirar fuori il mio vero io.
Non scrivermi soltanto del tuo amore. Non farmi scenate tremende al
telefono. Non infuriarti. Tu riesci ad avvelenare le mie giornate. Io ho
bisogno della libertà, non voglio che nessuno osi chiedermi nulla.
E tu esigi da me tuo il mio tempo. Sii leggero, diversamente fallirai in
amore. Ma tu, di giorno in giorno, diventi sempre più triste. Mio caro, devi
prenderti un periodo di riposo.
Scrivo a leo, perché ieri sera ho ballato. Ora vado a fare un bagno.
Forse oggi ci vedremo.
ALJA
5 febbraio
Leera quarta
A proposito del freddo, del tradimento di Pietro, di Velemir Chlebnikov e
della sua morte. Della scria sulla sua croce. Si parla inoltre dell’amore di
Chlebnikov, della crudeltà di coloro che non amano, dei chiodi, del Calice e di
tua la cultura umana, costruita sulla via che conduce all’amore.
Non parlerò d’amore; parlerò soltanto del tempo.
Il tempo oggi a Berlino è bello.
Il cielo è azzurro ed il sole è più alto delle case. Il sole guarda drio alla
pensione Mahrzan,7 nella stanza di Ajchenval’d.8
Io vivo nell’altra parte dell’appartamento.
In strada si sta bene e fa fresco.
est’anno non c’è quasi stata neve a Berlino.
Oggi è il 5 febbraio… Continuo a non parlare d’amore.
Indosso un cappoo autunnale, ma se arrivasse il gelo, bisognerebbe
chiamarlo cappoo invernale.
Non amo il gelo, e neppure il freddo.
A causa del freddo l’apostolo Pietro ha rinnegato Cristo. La noe era
fresca, così lui si avvicinò al fuoco, ma presso il fuoco si teneva il giudizio
pubblico, i servi chiesero a Pietro di Cristo e Pietro lo rinnegò.
Il gallo cantò.9
Il freddo in Palestina non è intenso. Probabilmente, fa più caldo che a
Berlino.
Se quella noe fosse stata tiepida, Pietro sarebbe rimasto nell’oscurità, il
gallo avrebbe cantato invano, come tui i galli, e nel Vangelo non ci
sarebbe stata ironia.
Meno male che Cristo non è stato crocifisso in Russia: il clima, da noi, è
continentale, il gelo è accompagnato dalla tempesta; i discepoli di Gesù
sarebbero venuti a froe presso i fuochi ai crocicchi e avrebbero fao la
fila per rinnegarlo.
Perdonami, Velemir Chlebnikov, per il fao che io mi riscaldo presso il
fuoco di redazioni straniere.10 Per il fao che pubblico un mio, e non un
tuo libro. Il clima, maestro, da noi è continentale.
Le volpi hanno le loro tane, al carcerato si dà una branda, il coltello
pernoa nel fodero, e tu non avevi dove posare la testa.
Nell’utopia che hai scrio per la rivista «Ha preso»,11 tra le tante
fantasie, ce n’è una: ognuno ha dirio ad una stanza in ogni cià.
A dire il vero, nell’utopia si dice che una persona ha dirio ad una
stanza di vetro, ma penso che Velemir avrebbe acconsentito ad averne
anche una semplice.
È morto Chlebnikov e un tale polveroso, sugli «Annali leerari»,12 in
una lingua fiacca, ha deo qualcosa a proposito di un «fallito».
Al cimitero, sulla croce tombale, l’artista Miturič13 ha scrio:
VELEMIR CHLEBNIKOV,
PRESIDENTE DEL GLOBO TERRESTRE.14
E così si è trovato un posto per questo pellegrino, anche se non di vetro.
È poco probabile che tu, Velemir, voglia risorgere, per meerti di nuovo
in pellegrinaggio.
E su un’altra croce era scrio:
GESÙ CRISTO, RE DEI GIUDEI.
Ti è stato difficile vagare per la steppa e fare prima il soldato, poi la
guardia nourna per dei magazzini, ed infine, semiprigioniero, partecipare
a Char’kov ad una rumorosa esibizione degli immaginisti.15
Perdonaci per te e per gli altri che uccideremo.
Per il fao che ci riscaldiamo presso fuochi altrui.
Lo stato non risponde della morte violenta degli uomini; al tempo di
Cristo non capiva l’aramaico e, in genere, non capisce mai la lingua
umana.
I soldati romani, che inchiodavano le mani di Cristo, non sono più
colpevoli dei chiodi.
Eppure, per chi è crocifisso, è molto doloroso.
Un tempo si pensava che Chlebnikov non si rendesse conto di come
viveva, che non vedesse come le maniche della sua camicia fossero
strappate fino alle spalle, che la rete del leo non era coperta dal
materasso, che i manoscrii, con i quali riempiva la federa, andavano
persi. Eppure, prima di morire, si è ricordato dei suoi manoscrii.
È morto in modo orribile. Di seicemia.
Hanno circondato il suo leo di fiori.
Nelle vicinanze non c’era un medico, c’era solo una dooressa, ma da
una donna non si fece avvicinare.
Ricordo il passato.
Accadde a Kuokkala,16 era già autunno, quando le noi sono buie.
In inverno, avevo incontrato Chlebnikov a casa di un architeo.17
Una casa ricca, i mobili di betulla di Carelia, il padrone pallido, con la
barba scura, intelligente. Aveva delle figlie.
i veniva Chlebnikov. Il padrone leggeva i suoi versi e li capiva.
Chlebnikov era simile a un uccello malato, scontento che lo si guardasse.
Simile a tale uccello, stava seduto, con le ali abbassate, in un vecchio
soprabito e osservava la figlia del padrone.
Le portava dei fiori e le leggeva le sue opere.
Le ha ripudiate tue, tranne Il Dio delle Vergini.18
Chiedeva a lei come scrivere.
Accadde a Kuokkala, in autunno.
Chlebnikov viveva lì, accanto a Kul’bin19 e ad Ivan Puni.20 Arrivai laggiù,
cercai Chlebnikov e gli dissi che la ragazza aveva sposato un architeo, un
assistente del padre.
La cosa era così semplice!
In molti incorrono in una disgrazia simile. La vita è sistemata bene,
come un nécessaire, ma non tui riescono a trovarvi il proprio posto al
suo interno. La vita tenta di adaarci gli uni agli altri e ride quando noi
siamo arai da chi non ci ama.
Tuo ciò è molto semplice, come i francobolli.
Anche le onde nel golfo erano semplici, onde di Kuokkala. Sono ancora
così. Le onde erano come una lamiera di ferro ondulato. Le nubi
lanuginose. Chlebnikov mi disse: «Sapete che mi avete ferito?». Lo sapevo.
«Ditemi, che cosa vogliono? Cosa vogliono le donne da noi? Cosa
cercano? Io avrei fao di tuo. Avrei scrio diversamente. Forse, hanno
bisogno di gloria?».
Il mare era semplice. Nelle case la gente dormiva.
Cosa potevo rispondere a questa Preghiera al Getsemani?
Bevete amici, bevete grandi e piccoli, l’amaro calice dell’amore! i
nessuno ha bisogno di nulla. Si entra solo con bigliei di favore. Ed essere
crudeli è facile; è sufficiente non amare. Neppure l’amore capisce
l’aramaico, né il russo. È come i chiodi, con i quali crocifiggono.
Al cervo le corna servono per la loa, l’usignolo non canta invano, ma i
nostri libri non ci torneranno utili. L’offesa è irrimediabile.
A noi restano le pareti gialle delle case, illuminate dal sole, i nostri libri
e tua la cultura umana costruita da noi sul cammino che conduce
all’amore.
E il preceo di essere leggeri.
E se è molto doloroso?
Trasforma tuo su scala cosmica, afferra il cuore coi denti, scrivi un
libro.
Ma dov’è colei che mi ama? Io la vedo in sogno, e la prendo per mano, e
la chiamo col nome di Ljusja,21 capitano della mia vita dagli occhi azzurri,
cado svenuto ai suoi piedi ed esco dal sogno.
O separazione, o corpo spezzato, sangue versato.
Leera quinta
Contenente una descrizione di Aleksej Michajlovič Remizov22 e del suo
metodo di portare l’acqua al quarto piano servendosi di boiglie. i, inoltre,
sono descrii il modo di vita ed i costumi del grande ordine delle scimmie. Ho
inserito sempre qui alcune note teoriche sul ruolo dell’elemento privato come
materiale artistico.
Sai, il re delle scimmie, Asyka23 (Aleksej Remizov), ha di nuovo dei guai:
lo sfraano dal suo appartamento.
Non lo lasciano vivere tranquillamente come vorrebbe.
Nell’inverno del 1919 Remizov viveva a Pietroburgo quando,
all’improvviso, le conduure dell’acqua di casa sua si sono roe.
Chiunque si sarebbe perso d’animo. Ma Remizov ha raccolto boiglie
presso tui i suoi conoscenti, boigliee da farmacia, boiglie da vino e di
qualunque tipo gli capitassero. Le ha disposte in formazione sul tappeto
della sua stanza, poi, prendendole due alla volta, scendeva le scale di corsa
e andava a prendere l’acqua. In tal modo impiegava una seimana a
portare l’acqua per un solo giorno.
Molto scomodo, ma divertente!
La sua vita, Remizov se l’è costruita lui stesso, di sua propria coda,
molto scomoda, ma divertente.
È di piccola statura, i capelli folti, a spazzola, con un grande ciuffo. È
curvo, ma le labbra sono rosse rosse. Il naso è camuso e tuo sembra fao
di proposito.
Il passaporto è tuo pieno di segni scimmieschi. Ancora prima che
saltassero le conduure, Remizov si era allontanato dagli uomini (già da
prima sapeva di che razza fossero) ed era entrato nel grande popolo delle
scimmie.
L’ordine delle scimmie è stato concepito da Remizov sul modello della
massoneria russa. Vi apparteneva Blok; aualmente Kuzmin24 è il
musicista della Grande e Libera Camera delle Scimmie, mentre Gržebin (il
compare delle scimmie) ha il grado ed il titolo di principe provvisorio;
tuo ciò per il periodo bellico e di carestia.
Anch’io sono stato accolto in questa congiura scimmiesca, io stesso mi
sono aribuito il grado: «scimmiea dalla coda corta». La mia coda l’ho
rasata io stesso, prima di andare a Cherson,25 nell’Armata Rossa. Dal
momento che tu sei una straniera in carica temporanea e le tue valigie non
sanno che la loro proprietaria è stata allevata da una siberiana, la rosea
Steša,26 bisogna che ti dica anche che il nostro popolo scimmiesco, un
popolo che diserta la vita, possiede un vero re. Benemerito.
Remizov ha una moglie molto russa, molto bionda, robusta, Serafima
Pavlovna Remizova-Dovgello;27 a Berlino, fa la stessa impressione che
avrebbe fao un negro a Mosca, al tempo di Aleksej Michajlovič, lo zar,28
tanto è bianca e russa.
Lo stesso Remizov si chiama Aleksej Michajlovič. Una volta mi ha deo:
«Non posso più iniziare un romanzo con: “Ivan Ivanovič era a tavola”».
Dal momento che provo stima per te, ti svelerò un segreto.
Così come la mucca mangia l’erba, così si divorano i temi leerari, si
consumano e si esauriscono i procedimenti.
Lo scriore non può essere un agricoltore: egli è un nomade e con la
moglie e il gregge si trasferisce là, dove c’è erba fresca.
Il nostro grande esercito delle scimmie vive come il gao di Kipling29 sui
tei, «da solo».
Voi indossate abiti e i vostri giorni scorrono uguali l’uno dopo l’altro;
nell’assassinio e nell’amore siete tradizionalisti. L’esercito delle scimmie
non pernoa là dove ha pranzato e non beve il tè del maino dove ha
pernoato. È sempre senza casa.
Il nostro compito è la creazione di cose nuove. Remizov, aualmente,
vuole creare un libro senza intreccio, senza che il destino umano sia alla
base della composizione. Ora scrive un libro costituito da frammenti (si
traa di La Russia nei documenti, un libro fao di brani di libri), ora ne
scrive un altro, che si sviluppa dalle leere di Rozanov.30
Non si può scrivere un libro alla vecchia maniera. esto lo sa Belyj,31 lo
sapeva bene Rozanov, lo sa Gor’kij, quando non pensa alle sintesi e a
Steinach,32 e lo so io, scimmiea dalla coda corta.
Noi abbiamo introdoo nel nostro lavoro l’intimità, chiamandola per
nome e cognome, proprio per la necessità di introdurre nuovo materiale
nell’arte. Solomon Kaplun,33 nel nuovo racconto di Remizov, così come
Marija Fëdorovna Andreeva34 nel lamento da lui scrio su Blok,35
esprimono la necessità della forma leeraria.
L’esercito delle scimmie adempie il suo servizio. Ho araversato la tua
vita come il cavallo che, sulla scacchiera, procede in diagonale;36 tu sai
com’è stato e com’è. Ma, Alik,37 tu capiti nel mio libro come Isacco sul
fuoco preparato da Abramo. Ma tu sai, Alik, che la seconda «a» nel nome
di Abramo38 gli è stata data da Dio come gesto d’amore. Un suono
superfluo è sembrato un bel regalo anche a Dio.
Lo sapevi, Alik?
Tra l’altro, tu non sarai la viima sacrificale, sono io la viima
sostitutiva, l’agnello che si è impigliato con le corna nel cespuglio.
La stanza di Remizov è tua piena di bamboline, di diavolei e Remizov
siede e bofonchia: «Piano! La padrona!» e alza il dito. Lui non teme la
padrona; fa finta.
È gravoso il cammino delle libere scimmie per i marciapiedi, una vita
loro estranea. Le donne del mondo umano sono incomprensibili. Il modo
di vita degli umani è orribile, insensato, retrogrado, inflessibile.
In questo mondo ci comportiamo come folli per essere liberi.
Trasformiamo la vita quotidiana in aneddoti.
Costruiamo fra noi ed il mondo dei microcosmi personali – dei serragli.
Noi vogliamo la libertà.
Remizov vive la sua vita secondo i metodi dell’arte.
Smeo di scrivere, devo correre alla pasticceria Mierike a comprare una
torta. Presto verrà qualcuno a trovarmi, poi bisognerà portare la torta, poi
ancora fare un salto da qualcun altro, poi cercare dei soldi, vendere il libro,
parlare con i giovani scriori. Non fa nulla, nell’economia delle scimmie
tuo può servire. La torre di Babele per noi è più comprensibile del
parlamento; abbiamo dove iscrivere le offese, amore e dolore per noi
vanno in coppia, perché fanno rima.
Io non cederò il mio mestiere di scriore, la mia libera strada sui tei
per un vestito europeo, per degli stivali puliti, per della valuta pregiata,
neppure per Alja.
Leera sesta
Sulla nostalgia e la prigionia di un nostro avo. La leera termina con una
incerta proposta di iniziare a pubblicare un giornale per lui.
Gli animali nelle gabbie dello Zoo non hanno un aspeo troppo infelice.
Danno persino alla luce dei piccoli.
Dei cani hanno fao da balia a dei leoncini, ed i leoncini ignoravano la
loro nobile origine.
Giorno e noe, nelle gabbie, le iene correvano da una parte all’altra
come i trafficanti del mercato nero.39
Le quaro zampe della iena sono collocate molto vicino al bacino.
I leoni adulti si annoiavano.
Le tigri si muovevano avanti e indietro, lungo le inferriate della gabbia.
Gli elefanti emeevano un fruscio con la loro pelle.
I lama erano molto belli. Con un abito caldo, di lana ed il capo leggero.
Ti somigliano.
In inverno, è tuo chiuso.
Dal punto di vista degli animali, la differenza non è considerevole.
È rimasto l’acquario.
I pesci nuotano nell’acqua azzurra, illuminata dalla luce elerica e
simile ad una limonata.
Ma, da dietro ai vetri, è davvero orribile. C’è un alberello dai rami
bianchi, che li muove silenziosamente. Che bisogno c’era di creare una tale
noia sulla terra? Non hanno venduto la scimmia antropomorfa, ma
l’hanno collocata al piano superiore dell’acquario. Tu sei molto occupata,
talmente occupata, che io ho a disposizione tuo il mio tempo. Vado
all’acquario.
Non ne ho bisogno. Lo Zoo mi potrebbe servire per dei parallelismi.
La scimmia, Alja, più o meno è della mia statura, ma più larga di spalle,
gobba e ha le braccia lunghe. Non ha l’aria di essere in gabbia.
Nonostante il pelo ed il naso, che sembra roo, mi ricorda un detenuto.
E la gabbia non è una gabbia, ma una prigione.
La gabbia è doppia, ma non ricordo se fra le inferriate passi o meno una
sentinella. L’antropoide (è un maschio) si annoia tuo il giorno. Alle tre
gli portano il cibo. Lui mangia dal piao. Alle volte, dopo mangiato, si
occupa di noiosi affari scimmieschi. È un oltraggio e una vergogna.
Lo trai come una persona e lui è uno svergognato.
Il resto del tempo la scimmia si arrampica per la gabbia guardando il
pubblico di sbieco. Non sono sicuro che abbiamo il dirio di tenere questo
nostro lontano parente in prigione senza giudizio.
E dov’è il suo console?
Probabilmente si annoia, la scimmia, lontano dalla foresta. Gli uomini le
sembrano spiriti maligni. E tuo il giorno prova nostalgia questo povero
straniero nello Zoo interno.
Per lui non pubblicano neppure un giornale.
Leera seima
Sul ritrao di Gržebin,40 su Zinovij Isaevič Gržebin in persona. La leera è
stata scria in un momento di pentimento e per questo vi è apposto il
marchio delle edizioni Gržebin. Ci sono anche alcune rapide osservazioni
sull’ebraismo e sull’aeggiamento degli ebrei nei confronti della Russia.
Di cosa posso scrivere! Tua la mia vita è una leera indirizzata a te.
Gli incontri sono sempre più rari. ante parole semplici ho compreso:
mi struggo, ardo, perisco, ma MI STRUGGO sono le parole che comprendo
meglio.
D’amore non posso scrivere. Scriverò di Zinovij Gržebin, l’editore. Mi
sembra che il tema sia abbastanza estraneo.
Nel ritrao di Jurij Annenkov,41 Zinovij Isaevič Gržebin ha il viso di un
rosa delicato, un colore molto commestibile.
In realtà Gržebin è più pallido.
Nel ritrao il viso ricorda la carne; o piuosto fa venire in mente degli
intestini pieni di cibo. In realtà Gržebin è più sodo, più forte e lo si
potrebbe paragonare ad un aerostato a struura semirigida. ando non
avevo ancora trent’anni e non conoscevo ancora la solitudine, e non
sapevo di quanto la Sprea fosse più strea della Neva, e non stavo alla
pensione Marzahn, la cui proprietaria non mi permee di cantare mentre
lavoro di noe, e non tremavo quando suonava il telefono, quando la vita
non mi aveva ancora chiuso in faccia la porta della Russia, quando
pensavo che la storia si sarebbe spezzata contro il mio ginocchio, quando
mi piaceva correre dietro al tram,
ando a un poema raro
non avrei preferito una palla ben mirata42
(mi sembra che sia così)
Gržebin non mi piaceva affao. Allora avevo 27, 28 e 29 anni.
Pensavo che Gržebin fosse crudele perché si era rimpinzato di
leeratura russa.
Ora che so che la Sprea è più strea della Neva di circa trenta volte, ora
che io stesso ho trent’anni, che aspeo che il telefono suoni (e invece mi
hanno deo che non telefoneranno), che la vita mi ha chiuso la porta in
faccia e la storia si è rivelata così occupata che non può neppure scrivere
una leera, ora che uso i tram e non desidero rovesciarli, ora che i miei
piedi sono rimasti privi di quegli stivali informi di cui erano rivestiti e che
io non so più come lanciare un’offensiva, ora so che Gržebin è merce di
valore. Non voglio rovinare il credito di Gržebin, ma sono profondamente
convinto che il mio libro non sarà leo in nessuna banca.
Per questo affermo che Gržebin non è affao uno speculatore e non è
affao imboito della leeratura russa che ha divorato, e neppure di
dollari.
Già, tu non sai, Alja, chi è Gržebin. Gržebin è un editore, pubblicava la
rivista «La rosa canina», pubblicava «Panteon»43 e, aualmente, sembra
che possieda la più grossa casa editrice di Berlino.
In Russia, fra il 1918 ed il 1920, Gržebin ha acquistato manoscrii in
modo frenetico; era come una malaia, una sorta di ninfomania.
Allora non pubblicava libri. Ed io andavo da lui con i miei stivali informi
ed urlavo con una voce trenta volte più forte di un qualunque berlinese.
Poi, la sera, prendevo il tè da lui.
Non credere che io mi sia ristreo di trenta volte.
Semplicemente, tuo è cambiato.
Ora, lo confermo: Gržebin non è uno speculatore.
Gržebin è un borghese di stampo sovietico, in preda al delirio ed alla
frenesia.
Ora lui pubblica, pubblica, pubblica! Un libro corre dietro l’altro,
vogliono correre in Russia, ma non riescono ad entrarvi.44
Su tui il marchio «Zinovij Gržebin».
200, 300, 400, forse presto saranno 1.000 titoli.45 I libri si accatastano
l’uno sull’altro, formano delle piramidi, dei torrenti, ma in Russia entrano
a gocce.
Ma, ai confini del mondo, a Berlino, il borghese sovietico vaneggia di
dimensioni internazionali e continua a pubblicare sempre nuovi libri.
Libri in quanto tali. I libri per i libri, per affermare il nome della casa
editrice.
esto è il pathos della proprietà, il pathos di raccogliere aorno al
proprio nome la maggior quantità di cose. esto fantastico borghese
sovietico, in risposta alle tessere per le razioni alimentari sovietiche, ai
numeri, ha investito tui i suoi soldi, le sue energie per la creazione di
nugoli di oggei che portano il suo nome.
Non importa se i libri non entrano in Russia; è come uno spasimante
non ricambiato, che spende tui i soldi in fiori e trasforma la stanza della
donna che non lo ama in un negozio di fioraio e si compiace di
quest’assurdità.
Un’assurdità molto bella e convincente. Così, l’amante respinto dalla
Russia, Gržebin, che sente il suo dirio alla vita, pubblica, pubblica,
pubblica senza tregua.
Non stupirti, Alja, noi tui sappiamo delirare. Tui coloro che vivono
seriamente.
Contraa molto Gržebin quando gli vendi un manoscrio, ma più per
decoro che per speculazione.
Vuole dimostrare a se stesso che sia lui che il suo lavoro sono reali.
I contrai di Gržebin sono pseudo-reali e si riferiscono al seore
dell’elerificazione della Russia.46
La Russia non ama gli ebrei.
Intanto gli ebrei del tipo di Gržebin, sono una buona sostanza pirogena.
È bello vedere Gržebin, con la sua brama di creare cose, nell’inea e
miscredente Berlino russa.
Leera oava
Dove si ringrazia per i fiori, inviati con la leera su Gržebin. È la terza
leera di Alja.
Così, ti scrivo una leera. Caro, piccolo tartaro, grazie per i fiori.
La stanza è tua profumata, odorosa; non sono andata a dormire, tanto
mi spiaceva abbandonarli.
In questa assurda stanza con le colonne, le armi, la civea, mi sento a
casa.
Sento miei il tepore, l’odore e il silenzio.
Li porto con me, come il riflesso nello specchio: esci, e svaniscono, torni,
dai un’occhiata ed eccoli lì, di nuovo.
E non riesci a credere che solo grazie a te vivano nello specchio.
Ciò che ora desidero più di ogni cosa è che sia estate, che tuo ciò che è
stato, non sia mai esistito.
Che io sia giovane e forte.
Allora di questo incrocio fra un coccodrillo e un bambino resterebbe
solo il bambino, ed io sarei felice.
Non sono una donna fatale; sono Alja, rosea e paffuta.
Ecco tuo.
ALJA
Ti bacio, dormo
Leera nona
Su tre occupazioni che mi sono state affidate, sulla domanda «mi ami?»,
sul mio capoguardia, su come è fao il Don Chiscioe.47 Poi la leera parla
di un grande scriore russo e termina con un pensiero sulla durata del
servizio.
Mi hai assegnato due compiti.
1) Non telefonarti. 2) Non vederti.
Adesso sono un uomo impegnato.
C’è ancora un terzo compito: non pensarti. Ma questo, tu non me l’hai
affidato.
Tu stessa alle volte mi chiedi: «Mi ami?».
Allora capisco che è in corso un controllo dei posti di guardia. Rispondo
con la diligenza di un geniere che mal conosce il regolamento di
guarnigione:
«Posto di guardia numero tre (non sono sicuro del numero),
dislocazione del posto: vicino al telefono e comprende le vie che vanno
dalla Gedächtniskirche fino ai ponti della Yorckstraße, non oltre.
Consegne: amare, non incontrarsi, non scrivere leere. E ricordare com’è
fao il Don Chiscioe».
Il Don Chiscioe è stato fao in prigione, per errore. L’eroe parodistico
non è stato utilizzato da Cervantes solo per il compimento di imprese
caricaturali, ma anche per pronunciare discorsi saggi. Tu stessa sai, signor
capoguardia, che bisogna inviare le proprie leere da qualche parte. Don
Chiscioe aveva avuto in dono la saggezza, non c’era nessun altro che
potesse essere saggio nel romanzo: dalla combinazione di saggezza e follia
è nato il personaggio di Don Chiscioe.
Potrei raccontare ancora molte cose, ma vedo una schiena un po’
arrotondata e le punte di una piccola stola di zibellino. Tu la indossi in
modo da coprire la gola.
Non posso andarmene, non posso abbandonare il posto di guardia.
Il capoguardia si allontana con passo leggero e rapido, sostando di tanto
in tanto davanti ai negozi.
Araverso il vetro guarda le scarpe a punta, i lunghi guanti per signore,
le camicee di seta nera con l’orlo bianco; lo fa seriamente, bene, come i
bambini guardano araverso la vetrina di un negozio una bambola grande
e bella.
È così che io guardo Alja.
Il sole si alza sempre più alto, come in Cervantes: «Fonderebbe il
cervello del povero hidalgo, se l’avesse».
Il sole è alto sopra la mia testa.
Ma io non ho paura: io so come si fa il Don Chiscioe.
È fao in modo solido.
Riderà colui che è più forte di tui.
Il libro riderà.
E così, intanto che mantengo il mio posto di guardia vicino al telefono,
toccandolo con la mano, come un gao che tocca con la zampa il lae che
scoa, inserirò nel mio Don Chiscioe ancora un saggio discorso.
Per Berlino si aggira un grande uomo. Io lo conosco; qualche volta ci
siamo persino scambiati per errore la sciarpa.
ando parla passa, in modo assolutamente improvviso, da un tono
tranquillo ad un lamento da sciamano.
Una volta portarono uno sciamano a Mosca, al Museo Storico. Avendo
alle proprie spalle una secolare cultura sciamanica, lui non si turbò. Prese
un tamburello, fece i suoi riti davanti a dei professori, vide gli spiriti ed
andò in estasi.
E poi se ne andò in Siberia a far riti, non più in presenza di professori.
L’estasi vive nell’uomo di cui parlo, vi si sente a casa, non in
villeggiatura. E, in un angolo della stanza, riposto in una valigia di pelle,
giace un turbine.
Il suo nome è Andrej Belyj.
Al secolo Boris Nikolaevič Bugaev.
Figlio di un professore universitario.
Wells descrive sempre la vita in modo tale che si vede come le cose
governano l’uomo.
Le cose, e le macchine in particolare, hanno trasformato l’uomo.
Aualmente l’uomo le sa solo meere in moto, poi esse vanno avanti da
sole. Vanno, vanno e schiacciano l’uomo. Per quanto riguarda la scienza, la
situazione è molto seria.
Le necessità della ragione e le necessità della natura hanno imboccato
strade diverse.
Esistevano l’alto ed il basso, esisteva il tempo, esisteva la materia.
Ora non c’è nulla. Nel mondo regna il metodo.
L’uomo ha inventato il metodo.
Il METODO.
Il metodo è uscito di casa e ha intrapreso una sua propria vita.
«Il cibo degli dei»48 è stato trovato, ma noi non lo mangiamo.
Le cose, e proprio le più complesse fra loro, le scienze, vagano per la
terra.
Come costringerle a lavorare per noi?
Ed è necessario?
Non è meglio costruire cose inutili e immense, ma nuove?
Anche nell’arte il metodo procede per conto suo.
Un uomo che scrive una grande opera è come un autista su un’auto da
300 cavalli che pare trascinarlo da sola contro una parete. Gli autisti
dicono di queste auto: «Ti distruggerà».
Ho osservato molte volte Andrej Belyj (Boris Bugaev), pensando che è
quasi timido, un uomo preliminarmente d’accordo su tuo.
Intorno al volto scuro, i capelli brizzolati sembrano canuti. Il corpo ha
un’aria solida. Si vede che le braccia riempiono le maniche.
Gli occhi sono due fessure.
Il metodo di Andrej Belyj è pieno di forza, incomprensibile a lui stesso.
Ha cominciato a scrivere, credo, per scherzo.
Uno scherzo è stata la Sinfonia.49
La parole erano poste le une accanto alle altre, ma l’artista le vedeva in
modo insolito. Finì lo scherzo, nacque il metodo.
Infine, trovò persino un nome per la motivazione.
esto nome era: antroposofia.50
L’antroposofia è una piccola cosa creata per unire gli estremi.
La caedrale di Sant’Isacco fu costruita durante il regno di Caterina, ma
le volte furono portare a termine soo Paolo,51 in maoni, senza tener
conto delle proporzioni.
Solo per non rompersi il capo.
E per finirla.
Al giorno d’oggi, molti amano piegare le linee parallele e ricongiungere
gli estremi.
L’antroposofia è una parola che non si addice ai nostri giorni.
Al momento, le linee magnetiche si intersecano fuori di noi.
L’edificazione di un mondo nuovo, adesso, per noi è quasi più uno
speacolo di cui godere, che un compito da adempiere.
Nelle Memorie di un bislacco, opera faa a gradini, in cui la mente del
poeta-prosatore vaga, si sforza, ma non vede, e in Kotik Letaev,52 opera
mancata, ma significativa, Andrej Belyj crea vari piani. Uno è solido, quasi
reale, gli altri soostanno ad esso ed appaiono come sue ombre. Ma, nello
stesso tempo, ci sono molte fonti di luce, e alle volte sembra che siano gli
altri piani ad essere reali e quello in primo piano ad essere accidentale.
Non c’è una vera anima né nell’uno, né negli altri; c’è il metodo, il modo di
disporre le cose in serie.
Ecco il savio discorso, col quale mi tengo occupato mentre faccio la
guardia.
Sto in piedi, mi annoio come un giovane soldato, conto i passanti.
Mi consolo con parole affeuose:
Sii paziente, pensa a qualcos’altro, ad altre persone importanti e infelici.
Ma in amore non esiste offesa. E forse, domani, tornerà il capoguardia.
Ed il mio turno di guardia quando termina?
Non ha termine; mi è toccato un turno senza fine.
Leera decima
Su un’inondazione berlinese; in sostanza tua la leera rappresenta la
realizzazione di una metafora: in essa l’autore si sforza di essere leggero ed
allegro, ma io so per certo che nella prossima leera perderà il controllo di sé.
Che vento, Alik! Che vento!
Il vento fa oscillare le guglie della Gedächtniskirche.
ando c’è un vento del genere, a Piter l’acqua sale, Alik.
In giorni così, sulla Fortezza di Pietro e Paolo gli orologi baono i
rintocchi ogni quarto d’ora, ma nessuno li ascolta.
La gente conta i colpi di cannone.
I cannoni sparano. Uno. Uno, due. Uno, due, tre… Undici volte.
Un’inondazione.
Il vento tiepido, facendosi strada verso Piter, vi porta acqua lungo la
Neva.
Io sono felice. E l’acqua continua a crescere. E il vento è in strada, Alik,
il mio vento, primaverile, il nostro, di Piter.
L’acqua è in aumento.
Ha inondato tua Berlino ed il treno soerraneo nel tunnel è venuto a
galla, pancia all’aria, come un’anguilla morta.
Ha spazzato via dall’acquario tui i pesci e i coccodrilli. I coccodrilli
nuotano, senza svegliarsi, si lamentano solo che fa freddo, e l’acqua sale
per le scale.
Undici piedi. L’acqua è nella tua camera. Entra nella stanza di Alja
sommessamente: sulle scale non ha posto per fluuare liberamente. Ma
nella stanza la ricevono le scarpe di Alja. ello che segue, è un’opera
teatrale.
LE SCARPETTE. Perché siete venuta? Alja dorme. (Anche loro ti amano).
L’ACQUA. (A voce bassa). Undici piedi, signore scarpe! Tua Berlino
galleggia, pancia all’aria; sulle onde si vedono solo bigliei da mille
marchi. Noi siamo la realizzazione di una metafora. Dite ad Alja che lei è
di nuovo su un’isola: la sua casa è circondata dal Circolo dell’Opojaz.53
LE SCARPETTE. Non scherzate! Alja dorme. Sciocca acqua alta! Alja è
stanca. Alja non ha bisogno di fiori, ma del profumo dei fiori. Alja chiede
all’amore solo il suo profumo, e tenerezza. Di più non si possono
appesantire le sue gentili, tenere spalle.
L’ACQUA. O mie signore, scarpee di Alja. Undici piedi. L’acqua aumenta.
I cannoni sparano. Il vento tiepido si fa strada sin qui e non ci consente di
raggiungere il mare. Vento tiepido del vero amore. Undici piedi! Il vento è
così forte, che gli alberi giacciono a terra.
LE SCARPETTE. Oh, acqua che va al mulino altrui. Non va bene usare la
legge del più forte in amore!
L’ACQUA. Neppure la legge dell’amore più forte?
LE SCARPETTE. No, neppure la legge dell’amore più forte. È così. Non
tormentarla con la forza. Lei non ha bisogno neppure della vita. Lei, la mia
Alik, ama tanto la danza, perché è l’ombra dell’amore. Amate Alja, invece
di amare il vostro amore.
E l’acqua se ne va, trascinando pesantemente per terra una cartella
piena di bozze. ando l’acqua si allontana, le scarpee dicono l’un l’altra:
«Uffa, questi uomini di leere!»
Le scarpee non sono caive, ma sono in coppia, e due donne,
trovandosi così a lungo fianco a fianco, non riescono ad evitare i
peegolezzi.
Ho scrio e riscrio questa leera. Ora, in tuo onore, la riscriverò di
nuovo.
Così Dio iscrisse un arcobaleno, in onore del «Diluvio Universale».54
Leera undicesima
In cui si parla di una donna che sceglie un abito e di oggei dotati di mani.
Vi si annota un equivoco riguardo ai frac. Ma il contenuto principale della
leera consiste nel raccontare come una volta, nel cappello di Pëtr
Bogatyrëv,55 sia comparsa una banconota, come lui riuscisse a non piangere a
Mosca e come sia scoppiato in pianto in un ristorante di Praga.
Così, scrivo di una cultura straniera e di una donna straniera.
La donna forse non è del tuo straniera.
Io non mi lamento di te, Alja. Solo che tu, sei molto donna.
Tu dici: «ando desideri un abito per molto tempo, poi, non vale la
pena di comperarlo; è come se l’avessi portato e logorato a memoria».
È naturale che, in un negozio, una donna flirti con gli oggei; le piace
tuo.
È la psicologia europea.
Di certo è colpa dell’oggeo, se non riesce a farsi amare.
Soprauo degli oggei dotati di mani.
Ma ogni soldato, nel suo zaino porta la sua sconfia.
ando viene ucciso sul campo di baaglia, non fa altro che prendere
conoscenza del suo destino.
Noi non sappiamo essere leggeri.
La moglie del celebre chirurgo Ivan Grekov56 si offese con me e con Miša
Slonimskij,57 perché andammo ad una serata a casa sua, indossando giubbe
militari e stivali di feltro. Gli altri erano in frac.
La spiegazione della nostra sgarberia era semplice: tui avevano un
vecchio frac e un frac non esce di moda e può sopravvivere a una
rivoluzione.
Ma noi non avevamo mai portato un frac. Prima portavamo paltò da
liceali e da universitari, poi cappoi militari e giubbe, ricavate dai
medesimi.
Non conoscevamo altro modo di vita, all’infuori di quello della guerra e
della rivoluzione. Essa ci può offendere, ma non riusciremo a sfuggirle.
La psicologia dei negozi ci è estranea, noi siamo abituati a poche cose,
quelle superflue le diamo via o le vendiamo. Le nostre mogli portavano dei
sacchi e la misura delle scarpe aumentava di un numero.
L’Europa ci distrugge, noi, al suo interno, ci infervoriamo e prendiamo
tuo sul serio. Tu conosci il biondo Pëtr Bogatyrëv. Ha gli occhi azzurri, è
piccolo di statura, i pantaloni sono corti; capita che siano gli uomini con le
gambe corte ad avere pantaloni particolarmente corti. Le scarpe di
Bogatyrëv non sono allacciate.
Per la strada o cammina lentamente in punta di piedi, oppure corre di
sbieco come una lepre; lui non parla, sbraita.
est’uomo eccentrico è nato nella famiglia di un artigiano, nel
villaggio di Pokrovskoe, sulla Volga. Grazie alle sue capacità declamatorie
entrò al liceo. Lo terminò. Andò alla facoltà di leere, dove si occupò di
teoria degli aneddoti.
Bogatyrëv scrive molto, poi perde i manoscrii.
Nella Mosca affamata Bogatyrëv non sapeva di vivere male. Viveva,
scriveva, lavorava per arrotondare, come tui, ma senza caiveria.
Una sera, Bogatyrëv stava andando a casa a piedi dal teatro, passando
per i mucchi di neve di Mosca, quando, stanco, si tolse il cappello e si
asciugò la fronte.
E, all’improvviso, nel cappello comparve una banconota.
Diede un’occhiata intorno, vide un militare58 che si allontanava.
Lo raggiunse. «Compagno, non ne ho bisogno!».
«Non vi dovete vergognare, prendeteli».
Bogatyrëv non li prese, ma non si offese.
Nessuno ci può offendere perché noi lavoriamo.
Nessuno ci può rendere ridicoli, perché noi conosciamo il nostro prezzo.
Ma le donne che non hanno portato assieme a noi il peso della nostra
vita non possono capire il nostro amore, l’amore di persone che non
hanno mai portato il frac.
Bogatyrëv teneva lezioni in vari istituti, raccoglieva il folklore
rivoluzionario, frequentava Roman Jakobson, per me un fratello e un
amico.
ando Roman emigrò a Praga,59 scrisse a Bogatyrëv di raggiungerlo.
Bogatyrëv arrivò, i pantaloni corti, le scarpe slacciate, in valigia solo
manoscrii e carte stracciate e tuo così disordinato, che non si capiva
dove fossero i suoi scrii e dove i pantaloni.
Bogatyrëv comperava lo zucchero, lo teneva nelle tasche e lo mangiava;
in poche parole: cercava di conservare il modo di vita russo.
Ma Roman, con i suoi piedi soili, la testa rossa e gli occhi azzurri, lui
amava l’Europa.
Sembra tuo fratello.
Roman portò Bogatyrëv al ristorante: Pëtr stava seduto fra muri non
graffiati, fra cibi di vario tipo, vini e donne. Scoppiò in lacrime.
Non resse. esto modo di vita ci fa sciogliere.
Non ne abbiamo bisogno. Fra l’altro, per creare dei parallelismi, va bene
tuo.
Bogatyrëv non restò da Roman e cominciò a cercare il clima russo.
Gli trovarono un posto: gli proposero di soggiornare in un campo di
concentramento per russi in aesa di tornare in patria.60
Ci vivono cosacchi e ufficiali; loro non amano affao l’Europa, Alja.
Cantano canzoni popolari e sanno soltanto combaere.
Pëtr visse tranquillamente nel campo, il modo di vita gli era familiare,
scrisse un libro Il teatro ceco delle marionee ed il teatro popolare russo,61
poi venne a Berlino, dove io glielo pubblicai, perché tu sei talmente
occupata che io ho un sacco di tempo libero. Ed anche perché so lavorare.
Bogatyrëv si è fao fare tre vestiti, ma va in giro indossandone un
quarto, chiaramente nazionale, moscovita.
Adesso sopporta anche la Prager Diele.62
E non era scoppiato in lacrime per sentimentalismo, ma così, come
piange un vetro in una stanza che viene riscaldata dopo tanto tempo.
Leera dodicesima
Scria, evidentemente, in risposta ad un’osservazione faa probabilmente
per telefono (dal momento che non si sono conservate sue tracce scrie)
relativamente al modo di mangiare, e contiene anche la negazione del fao
che sia necessario indossare pantaloni con la piega. Tua la leera è ricca di
riferimenti biblici.
Te lo giuro: i pantaloni non devono avere la piega!
I pantaloni si portano per non avere freddo.
Chiedilo ai Serapionidi.63
Protendersi verso il cibo, forse, non è bello davvero.
Tu dici di noi, che non sappiamo mangiare.
Ci pieghiamo troppo sul piao e non portiamo il cibo verso di noi.
Che fare? Ci stupiremo a vicenda.
Ci sono molte cose che mi stupiscono in questo paese, dove i pantaloni
devono avere la piega sul davanti; i più poveri, la noe, meono i
pantaloni soo il materasso.
Nella leeratura russa questo mezzo è noto; nelle opere di Kuprin64
viene utilizzato dai mendicanti di professione che hanno nobili origini.
Mi irrita il modo di vita locale!
Così si irritò Levin, in Anna Karenina, quando vide che in casa
cuocevano la marmellata non al modo dei Levin, ma al modo della
famiglia di Kiy.
ando il giudice Gedeone65 radunò i suoi soldati per combaere contro
i filistei, prima di tuo mandò a casa tui i padri di famiglia.
Poi l’angelo di Dio comandò di accompagnare tui i soldati rimasti al
fiume e di portare in baaglia solo coloro che bevevano l’acqua dal cavo
della mano, senza chinarsi a lapparla come cani.
Ma davvero noi siamo caivi soldati?
Pertanto, pare, quando crolla tuo, crolla in frea, allora saremo noi ad
andarcene a coppie coi fucili sulle spalle, coi proieili nelle tasche dei
pantaloni (senza piega) e, sparando da dietro gli steccati per difenderci
dalla cavalleria, torneremo in Russia, forse negli Urali, dove costruiremo
una nuova Troia.
Ma sui piai è meglio non chinarsi.
È terribile il giudizio del giudice Gedeone! Che cosa accadrà, se non ci
acceerà nel suo esercito?
La Bibbia si ripete in modo curioso.
Una volta gli ebrei sconfissero i filistei. elli correvano, correvano, due
a due, meendosi in salvo araverso il fiume.
Gli ebrei misero delle pauglie presso il guado.
Allora, distinguere un filisteo da un ebreo era difficile: sia gli uni che gli
altri, probabilmente, erano nudi.
La pauglia chiedeva ai fuggiaschi: «Di’ la parola Scibbolet».
Ma i filistei non sapevano pronunciare il suono sc e dicevano «Sibbolet».
Allora li uccidevano.66
Una volta, in Ucraina vidi un ragazzo ebreo. Non riusciva a guardare il
mais senza sentire un fremito.
Mi raccontò:
ando in Ucraina si uccideva, spesso bisognava controllare se colui
che veniva ucciso era ebreo.
Gli dicevano: «Di’ mais».
L’ebreo diceva: «MAISH».
Lo uccidevano.
Leera tredicesima
Scria fra le sei e le dieci del maino. Il tempo a disposizione ha reso la
leera lunga. Consiste di tre parti. Ma in essa è importante solo la menzione
del fao che le donne, nel caè berlinese Nachtlokal, sanno tenere la
forchea.
Le sei del maino.
Fuori, nella Kaiserallee, è ancora buio.
A te si può telefonare alle 10.30.
aro ore e mezzo, e poi ancora venti inutili ore, ed in mezzo la tua
voce.
Mi è odiosa la mia stanza. Non amo la mia scrivania, sulla quale scrivo
leere, solo a te.
Sto seduto qui, innamorato come un telegrafista.
Sarebbe bello procurarsi una chitarra e cantare.
O, parla almeno tu con me,
amica dalle see corde.
L’anima è piena di tanta angoscia
e nella noe c’è tanto chiaro di luna.67
Bisogna che scriva qualcosa per fare un po’ di soldi.68 Un filmato
pubblicitario sulle motociclee.
I pensieri rivolti a te, alla motociclea e all’automobile si confondono
nella mia testa.
Scriverò una leera. Il filmato aspeerà.
Ti scrivo ogni noe, poi strappo tuo e buo nel cestino. Le leere si
ravvivano, si ricompongono, ed io le riscrivo. Tu ricevi tuo quello che
scrivo.
Nella tua cesta dei giocaoli roi, il primo è quello che, congedandosi, ti
regalò dei fiori rossi, tu gli telefonasti per ringraziarlo; e quello che ti
regalò un amuleto di ambra; e quello, dal quale tu acceasti gioiosamente
una piccola borsea da donna, intrecciata di filo d’acciaio.
Il tuo modo di comportarti è sempre uguale: un incontro gioviale, i fiori,
l’amore dell’uomo, che nasce sempre in ritardo, come l’aspirazione di gas
fresco nel cilindro di un’automobile.
Un uomo comincia ad amare un giorno dopo avere deo «ti amo».
Per questo non bisogna pronunciare queste due parole.
L’amore continua ad aumentare, l’uomo si infiamma, ed a te non
interessa già più.
Nella tecnica automobilistica questo si chiama anticipo di scarico.
Solo che io, stracciato come una leera, continuo a sbucare fuori dalla
cesta dei tuoi giocaoli roi. Sopporterò ancora numerose tue
infatuazioni; di giorno mi fai a pezzi, ma la noe mi ravvivo, come le mie
leere.
Ancora non è giorno ed io sono già di guardia.
La finestra sulla strada è aperta.
Anche le automobili si sono svegliate, oppure non si sono ancora
coricate.
Al, Al, El – urlano. Vogliono pronunciare il tuo nome.
Siedo nella stanza della mia malaia, penso a te, alle automobili. Così è
più divertente.
Tu hai girato la mia vita come la vite senza fine fa girare il pignone.
Il pignone, infai, non può far girare lo sterzo. In termini tecnici questo
si chiama: trasmissione irreversibile. Il mio destino è irreversibile.
Solo il tempo, come canta la canzone odessita della malavita inventata
da Livšic,69 mi appartiene: io posso suddividere l’aesa in ore, minuti,
posso contarli. Aspeo, aspeo. Peccato non avere una chitarra. Non
sentirò presto la voce di Alja.
Cosa potrei aspeare? Aspeerò il sole. Il sole si alzerà verso le oo.
Illuminerà la Kaiserallee, e la via somiglierà al corso Kamennoostrovskij.
Sul corso Kamennoostrovskij, a Pietroburgo, si trovava il liceo70 dove ho
studiato.
Era un anno qualunque, forse il 1913. Noi dovevamo licenziarci.
Desideravamo ardentemente terminare il liceo e rotolare in strada,
ruzzolando come un cerchio di legno.
L’aria era densa di desideri che volavano sul Kamennoostrovskij come
piume, come ali. Le nubi erano cirri.
Volevamo afferrare la vita il più velocemente possibile. Ma non
conoscevamo le parole; pensavamo che si potesse prendere una donna per
i manici, come un oggeo.
Andavamo con molte donne, automaticamente, come si piallano le assi.
Con mani brucianti o gelide afferravamo la vita. Volevamo conoscere
l’amore, come se fosse un gioco. Durante le feste al liceo, tagliavamo i fili
della luce, e se ci ammalavamo seriamente, ci tiravamo volentieri un colpo,
come per provare un nuovo gioco. Eravamo abituati a queste morti. Noi
eravamo morituri, che significa: coloro che sono destinati a morire.71
ando stavamo per terminare il liceo, una delle nostre compagnie andò a
fare un giro, prese una prostituta, la spogliò, appoggiò su di lei una
candela e sulla sua schiena giocarono a carte. Poi la pagarono bene e
cercarono di convincerla a non prendersela troppo. I morituri volevano
fare l’ennesimo gioco.
No, è meglio restare in camera, essere svegli alle sei del maino, alle
see andare al mercato a comperare fiori. Meglio trascorrere tua la vita
al suono di una chitarra.
A Berlino si trovano degli strani locali. Sono capitato al Nachtlokal. Una
stanza senza nulla di particolare, sulle pareti delle fotografie. C’è odor di
cucina. Il pianoforte suona in sordina. Il violinista strimpella uno strano
violino con le tavole armoniche completamente aperte. Il pubblico è
silenziosamente ubriaco. Esce una donna nuda che indossa calze nere e
balla, allargando le braccia senza alcuna grazia, poi ne esce un’altra, senza
calze.
A parte noi, non conoscevo nessuno in quella stanza. Il violinista passa
per i tavoli, raccoglie i soldi. Si avvicina ad un uomo tristemente ubriaco,
seduto in un angolo. ello gli dice qualcosa.
Il violinista prende il suo violino senza peo e nell’aria aleggia lieve-
lieve «Dio, proteggi lo zar».72
Da tanto tempo non udivo questo inno.
La donna ha finito la sua danza, ha indossato un abito confezionato,
piuosto elegante, e siede al tavolo accanto, mangia qualcosa.
«Guarda, sa persino tenere il coltello», mi disse Bogatyrëv. ello di
sapere stare a tavola era un argomento di moda fra di noi. Ce ne
andammo. Nell’anticamera mi porse il paltò una donna. Porgendole la
contromarca, ne osservai aentamente il viso. Era lei che ballava poco
prima, con le calze. Tuo organizzato su piccole dimensioni e,
probabilmente, a conduzione familiare. E molto verosimilmente senza
depravazione alcuna. Ci sono persone con parole e senza parole. Le
persone con le parole non spariscono e, credimi, io ho vissuto la mia vita
felicemente.
Senza parole non è possibile recuperare nulla dal fondo.
Si sta facendo giorno, ma io non ho nessun motivo per smeere di
scrivere. Il tempo mi appartiene. Livšic ha ragione. È sconnessa la mia
leera insonne. Prima di buarla via, cercherò di ricomporla.
In una leggenda bogomila,73 Dio vuole prendere della sabbia dal fondo
del mare.
Ma Dio non vuole tuffarsi so’acqua. Manda il diavolo e gli ordina:
«ando la prenderai, di’: “Non sono io che prendo, è Dio che prende”».
Il diavolo si tuò verso il fondo, si contorse fino al fondale, afferrò la
sabbia e disse: «Non è Dio che prende, sono io che prendo».
Un diavolo pieno di amor proprio.
La sabbia non cedee. Il diavolo riemerse, livido.
Dio lo mandò di nuovo in acqua.
Il diavolo raggiunse il fondo nuotando, raschiò la sabbia con le unghie,
disse: «Non è Dio che prende, sono io che prendo».
La sabbia non cedee. Il diavolo riemerse, senza fiato. Per la terza volta
Dio lo mandò in acqua. Nelle fiabe si fa tuo tre volte.
Il diavolo capì che non aveva scampo.
Non volle rovinare l’intreccio. Forse si mise a piangere, ma si tuò.
Nuotò sino al fondo e disse: «Non sono io che prendo, è Dio che prende».
Prese la sabbia e riemerse. E Dio, con la sabbia che il diavolo, per ordine
divino, aveva preso dal fondo, creò l’uomo.
Non ho più voglia di scrivere. Non ho bisogno di leere. Non ho bisogno
di una chitarra. E non me ne importa nulla se il mio amore somiglia o
meno ad una trasmissione irreversibile. Non me ne importa nulla. Lo so:
non meerai la mia leera neppure nella scatola sulla destra del tuo
tavolo.
Leera quaordicesima
È direa in Russia; ne emerge chiaramente che l’autore ha un’ossessione.
Nella leera si dice quanto sia difficile, persino dopo la scoperta di Einstein,
vivere senza occupare né tempo, né spazio. La leera termina con un moo
d’indignazione per l’uso improprio del pronome «noi» a Berlino.
Cari amici, perché mi scrivete così poco?
Davvero mi avete scacciato dal vostro cuore?
Salvatemi dagli uomini-ombra, dagli uomini staccati dalle stanghe,
salvatemi dalla ruggine, da tua la vita che mi dice una sola cosa:
«Vivi, ma non portarmi via né tempo, né spazio». E aggiunge:
«Eccoti il giorno, ed eccoti la noe, ma tu vivi negli intervalli. E non
venire né di maina, né di sera».
Amici miei, fratelli! anto è sbagliato che io sia qui!
Scendete tui in strada, sul corso della Neva, chiedete, esigete che mi
consentano di tornare.
Per evitare fastidi, si può percorrere il corso in tram.
Ma voi, restate aaccati alla terra, amici.
Io sono legato a Berlino, ma se mi dicessero: «Puoi tornare», io, lo giuro
sull’Opojaz, me ne tornerei a casa, senza girarmi, senza prendere i
manoscrii. Senza fare una telefonata.
Mi hanno vietato di telefonare.
Che cosa scrivete adesso?
È stata sistemata la frana nel lastricato della Morskaja, di fronte alla
«Casa delle Arti»?74
Meglio giacere morti in questa buca, rendendo la strada agevole ai
camion russi, piuosto che vivere senza scopo.
E a Pietroburgo ci sono molte automobili?
Voi, come riuscite a pubblicare?
Noi pubblichiamo abbastanza.
Solo che qui «noi» è una parola ridicola.
Una donna mi ha telefonato. Io ero ammalato. Abbiamo chiacchierato.
Ho deo che stavo a casa.
E lei, mentre stava già per appendere la cornea, mi dice:
«Noi oggi andiamo a teatro».
Dal momento che io avevo appena parlato con lei, non capivo: «Noi chi?
Io sono ammalato».
È assurdo! Noi vuol dire io e ancora qualcun altro.
In Russia «noi» è più forte.
Leera quindicesima
Su Ivan Puni e sua moglie, Ksana Boguslavskaja.75 Sul modo in cui un
artista ama e su come bisogna amare un artista, sugli amici di Puni e su
come nascono i libri e i quadri. Il contenuto della leera è didaico.
Mi è difficile persino nelle leere, persino araverso la mezza maschera
nera di carta che ti ho calzato addosso, mi è difficile persino in sogno,
vedere il tuo viso.
Donna senza mestiere, come occupi il tuo tempo? Non si può, Alja,
togliere il pane alla gente per darlo ai cani!
Anche perché i cani sono dei pasticcioni, oltre che dei cani.
Berlino per me è delimitata dal tuo nome.
Non ricevo notizie dal mondo.
E Ksana Boguslavskaja Puni è malata di angina dierica. Povera
ragazza, povera artista e moglie di artista! Io ho osservato aentamente lei
e suo marito, prima di incontrarti.
Pensa che conosco Puni da dieci anni, dal «Tram V» (è il nome di una
mostra).76
Non vede mai nulla aorno a sé, nonostante non sia innamorato;
sembra che non ami nessuno e riesce a non protendersi verso la gente; li
sa accogliere distraamente.
Lui ha un unico amore malinconico, l’amore verso i quadri. Così come
io non ho saputo amarti gioiosamente, così Puni, senza gioia, da sempre,
ama l’arte.
Tu non avrai mai ragione di fronte a me, perché non hai né mestiere, né
amore, e se c’è una morale, non può difendere chi è già tanto forte.
Perché mai deve avere ragione una persona che in ogni momento mi
può dire «Io non ti ho chiesto di amarmi» e può meermi da parte?
Non stupirti del fao che io urli, anche se tu non mi stai facendo male.
Grazie a te ho capito il principio della relatività. Immaginati Gulliver tra
i giganti, un gigante-donna lo tiene in mano: ma lo tiene appena, in realtà
non lo sta tenendo, ha semplicemente dimenticato di lasciarlo andare, ed
ecco che lo lascia ed il povero Gulliver urla con terrore, telefona: «Non
lasciarmi!».
Ivan Puni è innamorato dei suoi quadri; osserva tristemente il destino
dell’arte, per lui nulla è semplice e non è sicuro dell’amore del giorno
seguente.
Una volta, di noe, arrivai da lui assieme a Roman Jakobson, Carl
Einstein,77 Pëtr Bogatyrëv e ancora qualcun altro.
Era l’una, forse le due, non ricordo; Puni stava ancora lavorando nel suo
studio. Per terra, sulle sedie, sul leo c’erano tubei di colore.
Ci accolse senza gioia, senza stupore, come se fossimo stati passeggeri e
la sua stanza il vagone di un treno.
Noi parlammo di tante cose, tue tristi. Mangiammo patate che
toglievamo dalla brace. Puni ci diede del lardo, cucinò le patate, ma non si
accorse di noi. Aento e triste guardava un quadro.
Addiriura, una volta, lo vidi ridere davanti a un suo quadro: lui può
ridere di una costruzione come di un’arguzia.
Ksana Boguslavskaja è moglie di un artista ed artista lei stessa. Non è
male come artista, sebbene un po’ melliflua, anzi è persino brava in quanto
la sua mellifluità è consapevole: è un procedimento, non sono lacrime.
E la cosa più bella in lei è che è innamorata dei quadri del marito. È
gelosa di una variante rispeo ad un’altra, si preoccupa di quel che
succederà poi.
Ma per vivere un artista deve fare lavori commerciali. A causa di questi
lavori, prova dolore fisico alle spalle. Non si riesce a vendere la vera arte o,
più precisamente, prima che la riconoscano, bisogna patire molto. Spesso,
scherzando, chiamavamo la casa di Puni «La Sacra Famiglia» e, altre volte,
Società a Responsabilità Limitata. La famiglia, fra l’altro, è veramente
sacra: se si volesse tradurre il tuo dalla lingua berlinese in quella antica,
ne risulterebbe la fuga in Egio, secondo la quale Ksana sarebbe Giuseppe,
Puni la madre e il quadro il bambino.78
È difficile la vita per chiunque ami una donna o il proprio mestiere.
Da Puni si recano gli amici: il biondo tedesco Fritsch79 con la sua bella
moglie, il leone Karlis Zalit, rumoroso come un cristiano dell’Africa del IV
secolo, Arnold Dzerkal,80 silenzioso, simile a uno svedese, enorme, ben
vestito, forte e per me incomprensibile. A volte capita anche Rudolf
Belling,81 un tedesco di stampo francese, uno scultore, che fisicamente è
fao come un grillo: è secondo i suoi modelli che sono fai i manichini
espressionisti delle vetrine di Berlino.
Tui loro, quando guardano i quadri, sono tranquilli e silenziosi. Mentre
Ksana guarda le tele con occhi innamorati. Non penso che Puni si sia
accorto della rivoluzione e della guerra, lavorava molto a quel tempo.
I quadri lo divorano. Lavorare è così difficile!
E le opere nascono, come i bambini.
Vengono concepite allegramente, con gioia e senza vergogna, portate in
grembo con difficoltà, partorite in modo doloroso ed in seguito vivono con
amarezza.
Leera sedicesima
La quarta di Alja, in cui si afferma che lei non vuole nulla.
Caro, sono seduta sul divano che tu non ami e capisco quanto sia bello
stare al caldo, comodi e senza provare alcun dolore fisico.
Tue le cose hanno l’aspeo silenzioso e reticente delle persone ben
educate.
I fiori dicono apertamente: «Noi sappiamo, ma non parleremo»; ma che
cosa loro sappiano, non si sa!
Una montagna di libri, che potrei leggere e non leggo; il telefono, col
quale potrei telefonare e non telefono; il pianoforte, che potrei suonare e
non suono; le persone, che potrei vedere e non vedo e te, che dovrei amare
e non amo.
Ma senza libri, senza fiori, senza pianoforte, senza te, mio caro, quanto
piangerei.
Mi sono appena acciambellata e, come una vera donna orientale,
medito:
Osservo aentamente il disegno sciocco e ripetitivo della stufa;
assurdamente imito una teiera: un braccio sul fianco, l’altro piegato, come
il becco della teiera, e mi rallegro di questa somiglianza, stringo gli occhi
guardando un arbusto di azalee bianche che, per qualche ragione, sta
tremando.
Non sogno e non penso a nulla.
Caro, io non ti faccio del male, ti prego, non pensare che ti voglia far del
male. Capisco che comincio a sembrarti presuntuosa; no, io so che non
valgo nulla, non vale la pena di insistere su questo.
Gli acquisti giacciono impaccheati sul tavolo.
Non molto tempo fa sarei arrivata a casa e mi sarei svestita per provare
la nuova camicia da noe; adesso, invece, resta lì, avvolta nella carta.
ALJA
Leera diciasseesima
Sviluppa un’osservazione di Alja sui transatlantici, parla delle danze sul
ponte, di automobili, di Boris Pasternak, della «Casa della Stampa»82 di
Mosca e del nostro destino.
Il tuo racconto sul transatlantico era bello. Dopotuo, io sono un
salvadanaio per le tue parole. Tu mi hai raccontato che su una nave del
genere si percepisce sempre la sua forza di trazione. Non il movimento in
sé, ma proprio la trazione, l’andatura e la potenza dell’andatura. Per un
automobilista questo è comprensibile. Tue le automobili hanno una
trazione diversa. Una buona auto fa pressione sulla tua schiena in modo
molto piacevole, come il palmo di una mano, e ti spinge. La maggiore
araiva di una buona auto è la natura della sua trazione, la natura
dell’incremento della forza. È una sensazione simile a quella di una voce
che sale. La voce-trazione della Fiat sale in modo molto piacevole. Premi il
pedale del gas e l’auto ti porta con entusiasmo. Ci sono delle auto che
partono con forza, ma rigidamente, in particolare ne ricordo una così, una
sessanta cavalli Mitchell. Sull’automobile tue le sensazioni sono diverse:
senti trazione e tranquillità, oppure trazione e malinconia. Ma tuo si basa
sulla sensazione del movimento che preme su di te.
Non ho mai visto un transatlantico. Ma mi piace e lo capisco. Deve
essere molto bello danzare su un pavimento che si muove e, quando i
pensieri restano un po’ indietro rispeo al movimento (come fa il cuore su
un ascensore che scende), baciarsi e pensare.
È come pensare a suon di musica, ma è ancora meglio. Ricorda la
conversazione di Dolochov (Guerra e pace) al canto di una canzone
popolare (è il momento in cui lui non riuscì a litigare col compagno).
Nasce un nuovo mondo, nuove sensazioni; pochi se ne sono accorti. Il
nostro globo è trainato a rimorchio, non si sa in quale direzione.
Una volta tua sorella si trovava alla «Casa della Stampa», a Mosca.
Probabilmente faceva freddo; c’erano molti giornalisti. Era seduta accanto
a Pasternak, Boris. Lui parlava come al solito, lanciando fiumi di fie
parole ora in una direzione, ora nell’altra, ma senza dire l’essenziale. La
parola essenziale.
E lo stesso Pasternak era così bello che ora lo descriverò. La sua testa
robusta, forte, sembrava una pietra a forma di uovo, il peo ampio, gli
occhi castani. Marina Cvetaeva dice che Pasternak somiglia
contemporaneamente ad un arabo e al suo cavallo.83 Pasternak si precipita
sempre da qualche parte, ma non in modo isterico, lui avanza come un
cavallo forte e focoso. Lui va al passo, ma vorrebbe andare al galoppo,
lanciando le gambe in avanti, lontano. Dopo molte parole incomprensibili,
Pasternak disse a tua sorella:
«Sapete, è come se fossimo su una nave».
est’uomo grande e felice, in mezzo a persone in paltò che
masticavano panini al bar della «Casa della Stampa» (il che è ridicolo e
anche un po’ triste), sentiva la trazione della storia. Lui sente il
movimento, i suoi versi sono meravigliosi per la loro trazione, le loro righe
si piegano e non riescono a stendersi, come barre d’acciaio, si ammassano
l’una sull’altra, come i vagoni di un treno che ha frenato improvvisamente.
Bei versi. Un uomo felice. Non sarà mai irritato. Deve vivere la sua vita
amato, viziato e grande.
A Berlino Pasternak è inquieto. È un uomo di cultura occidentale,
quanto meno la capisce, è vissuto anche precedentemente in Germania;
con lui adesso c’è la sua giovane, bella moglie,84 tuavia è molto inquieto.
E non per cercare di dare finitezza alla mia leera, dirò che mi sembra che,
in mezzo a noi, lui senta l’assenza di trazione. Noi siamo profughi, no, non
profughi, siamo fuggitivi, ed aualmente siamo in posizione d’aesa.
Per il momento.
Non va da nessuna parte la Berlino russa. Non ha destino.
Nessuna trazione.
Lo percepisco così distintamente! Forse ti airano persone straniere,
inglesi, americani, forse con noi ti annoi, perché anche tu percepisci tuo
ciò. este persone hanno una trazione meccanica, la trazione di un
transatlantico, sul cui ponte è bello ballare lo shimmy.85 Noi perdiamo le
nostre donne. È ora di pensare a noi stessi. Noi uomini siamo motori a
combustione interna, il nostro compito è portare al traino. La trazione
della rivoluzione è passata. Per il ponte non abbiamo scarpe da ballo.
Leera dicioesima
Sull’inevitabilità e prevedibilità dello scioglimento. In sua aesa, il
corrispondente scrive dapprima di Amburgo, poi di Dresda, grigia, a righe, e,
infine, di Berlino, la cià dalle case fae in serie; in seguito si parla
dell’anello araverso il quale passano tui i pensieri dell’autore, del suo
cammino nourno soo i dodici ponti di ferro e di un incontro. Ed ancora del
fao che le parole sono inutili.
Alja, sono assolutamente smarrito! Capisci di che si traa: mentre ti
scrivo queste leere, scrivo anche un libro. E ciò che accade nel libro si è
assolutamente confuso con ciò che accade nella vita. Ricordi, ti ho scrio
di Belyj e del metodo. L’amore ha metodi propri, una propria logica nelle
mosse, stabilita senza di me e senza di noi. Ho pronunciato la parola
amore e ho innescato il meccanismo. La partita è cominciata. Dov’è
l’amore, dov’è il libro, non so più. La partita va avanti. Al terzo o quarto
foglio stampato mi daranno scacco mao. Le prime mosse sono state fae.
Nessuno può cambiare lo scioglimento.
Un romanzo epistolare preannunzia una fine tragica (almeno un cuore
infranto).
Intanto, soltanto per me, parlerò del luogo in cui avviene l’azione.
È difficile descrivere Berlino.
Se si descrive Amburgo, si può parlare dei gabbiani sui canali, dei
negozi, delle case che si chinano sui canali, di tuo ciò che in genere si
dipinge.
ando entri nel libero porto della cià di Amburgo, come un sipario, si
aprono le chiuse. Un effeo teatrale. Un enorme campo inondato, gru che
si inchinano, nere cucchiaie che prendono in bocca il carbone dalle navi.
Le loro ganasce si aprono di colpo in entrambe le direzioni, come quelle
dei coccodrilli. Montacarichi a traliccio di tipo a portale, alti quanto il
colpo di una pistola Nagant.86 Elevatori galleggianti, che possono
succhiare fino a 570 tonnellate di grano al giorno.
Oh, nuotare verso uno di questi succhiatori e dire: «Caro compagno, per
favore, succhia via da me i 570 demoni dell’amore che si sono impossessati
della mia anima».
Oppure pregare la più grande delle gru di sollevarmi per la colloola
per mostrarmi l’Elba costrea dalle chiuse, grandi quantità di ferro, navi,
di fronte alle quali le automobili sono solo pulci. E pregare la gru a vapore
di dirmi: «Cucciolo sentimentale, guarda il ferro che si erge alto. Non è
bello lamentarsi e piangere, e se non riesci a vivere, mei la testa nella
cucchiaia di ferro per il carbone, in modo che te la stacchi».
Giusto!
Si può descrive Amburgo.
Ma, per descrivere Dresda, ci vuole più lavoro. Esiste però una via
d’uscita, alla quale la nuova leeratura russa ricorre spesso.
Prendiamo un qualunque deaglio di Dresda: per esempio il fao che le
sue automobili sono pulite e tappezzate all’interno con un tessuto grigio a
righe.
Dopodiché è tuo molto semplice, come per una gru sollevare una
tonnellata.
Bisogna asserire che tua Dresda è grigia a righe, che l’Elba è una riga
sul grigio, che le case sono grigie e che la Madonna Sistina è grigia a righe.
Difficilmente ciò sarà esao, ma tuavia sarà convincente e di bon ton.
Un grigio a righe.
Ma è difficile descrivere Berlino. Non la si afferra.
Com’è noto, a Berlino, i russi vivono nei pressi dello Zoo.
La notorietà di questo fao è triste.
Durante la guerra si diceva: «Come è noto, in primavera, i tedeschi di
solito aaccano». Come se esistesse un parallelo fra i tedeschi e la
primavera.
A Berlino i russi passeggiano aorno alla Gedächtniskirche,87 come le
mosche volano aorno al lampadario. E così come al lampadario è appesa
una sfera di carta anti-mosche, anche in questa chiesa, una strana noce
pungente è fissata sopra la croce.
Le vie che si vedono dall’alto di questa noce sono ampie. Le case sono
tue uguali, come valigie. Per le strade passeggiano signore in paltò di
lontra e in pesanti soprascarpe di cuoio; ed in mezzo a loro tu, in paltò
color topo, rifinito in lontra marina.
Per le strade passeggiano speculatori del mercato nero in ruvidi paltò e
professori russi che, due a due, portano l’ombrello con le mani incrociate
dietro la schiena. Ci sono molti tramvai, ma servirsene per girare la cià è
inutile, dal momento che è tua uguale. I palazzi provengono da un
negozio di palazzi in serie. I monumenti sono come servizi da tavola. Noi
non andiamo da nessuna parte; viviamo ammassati fra i tedeschi, come un
lago tra due argini.
Non c’è mai un vero inverno. La neve cade, e subito si scioglie.
La Germania di ferro arrugginisce nell’umidità e nella sconfia, e questa
ruggine ci salda gli uni agli altri, e anche noi, che non siamo di ferro,
arrugginiamo assieme a lei.
Nella Kleistraße, di fronte alla casa in cui vive Ivan Puni, si trova la casa
dove vive Elena Ferrari.88
Il suo viso è di porcellana e le ciglia sono così grandi che
appesantiscono le palpebre.
Le può far sbaere come lo sportello di una cassaforte.
Fra queste due case famose, da soo terra, sfreccia la metropolitana che,
con un urlo, sale in superficie.
Il treno, dalla stazione del Wienbergplatz, che somiglia ad una grande
tana di talpa, corre urlando, come un pesante proieile lanciato in alto,
verso la banchina sulla Nollendorfplatz.
Più oltre, il treno sfreccia dietro una chiesa rossa; le chiese a Berlino
sono talmente simili, che noi le distinguiamo solo per le strade nelle quali
si trovano.
Sfreccia il treno dietro la chiesa rossa, araverso la breccia di una casa,
come fosse un arco trionfale.
Più avanti viene il punto di incontro di tui i treni di Berlino, il
Gleisdreieck.89 Per i russi che vivono in mezzo ai tedeschi come fra le rive,
il Gleisdreieck rappresenta la coincidenza.
Da qui il treno corre verso il Leipzigerplatz e verso altre piazze, dove i
mendicanti vendono fiammiferi e i cani che guidano i ciechi giacciono
tranquilli, coperti da gualdrappe.
Singhiozzano gli organei: non suonano né Ach mein lieber Augustin,90
né Deutschland, Deutschland über alles;91 gemono semplicemente. È il
gemito meccanico di Berlino.
Se invece di andare verso le piazze si esce dalle deserte volte della
stazione Gleisdreieck, non si vedono né tedeschi, né professori, né
speculatori del mercato nero.
Tu’intorno, per i tei di lunghi palazzi gialli corrono dei binari, altri
binari corrono in superficie, su alte piaaforme di ferro, araversano altre
piaaforme di ferro e passano araverso nuove piaaforme, ancora più
alte.
Migliaia di fuochi, di fanali, di frecce, palle di ferro su tre gambe,
semafori, tu’intorno semafori.
Mi hanno condoo qui la nostalgia, un amore da emigrato e il tram n.
164, ho vagato a lungo per i ponti che sovrastano le ferrovie, che si
incrociano qui, come si incrociano i fili di uno scialle, fai passare
araverso un anello.
est’anello è Berlino.
est’anello per i miei pensieri è il tuo nome.
Spesso, la noe, tornavo da casa tua e passavo soo i dodici ponti di
ferro.
Cammini, canti. Ti chiedi perché al cuore di ferro della Germania (il
Gleisdreieck) e alle porte di ferro di Amburgo la vita dia soltanto cose fae
in serie: case come valigie, tram, sui quali non sai dove andare. Cammino,
sulla via del ritorno.
Cammino per la strada, soo i dodici ponti di ferro.
La strada è lunga. All’angolo della Potsdamerstraße tue le noi vedo
sempre la stessa prostituta, con un cappello rosso.
Vedendomi, canticchia qualcosa, poi parla in una lingua a me
incomprensibile.
Passo oltre, la mia strada è lunga.
Che fare, compagna dal cappello rosso!
Sulla terra ci sono molte bestie diverse e tue glorificano e
bestemmiano Dio, ognuna a modo suo.
Tu, senza parole, ti tuffi in fondo al mare e porti dal fondo del mare
sabbia fluida come fango.
Io, invece, possiedo molte parole, possiedo la forza, ma colei alla quale
indirizzo tue le mie parole è una straniera.
Introduzione alla leera diciannovesima
Scria da Alja; parla dell’aspirina, dell’aringa con le patate, del telefono,
dell’inerzia amorosa, di un ballerino americano e della balia Steša.
Nell’introduzione si spiega deagliatamente perché non si debba leggere la
leera di Alja.
esta leera di Alja è la migliore di tuo il libro. Ma non leggetela
adesso. Tralasciatela e leggetela dopo aver terminato il libro. Ora vi
spiegherò perché si deve fare così.
Io stesso non l’avevo lea, a suo tempo. La baciai, ne scorsi qualche
brano sparso, ma era scria a matita ed io non la lessi tua.
Ora spiegherò perché. Ascoltate: io sono sordo. Infai, nella vita ho
chiodato caldaie tenendo il riveo con le tenaglie dall’interno. Un fracasso
assordante nelle orecchie. Vedo che le labbra delle persone si muovono,
ma non sento nulla. La vita mi ha reso sordo; i sordi sono persone molto
introverse.
Ho leo la leera di Alja solo di recente, il 10 marzo, dopo aver
terminato il libro. L’ho lea per quaro ore. Innanzi tuo, la leera è
scria molto bene. Parola d’onore, non l’ho scria io. Essa contiene la
pura verità sull’inerzia amorosa ed una verità non scria sull’inerzia
dell’infelicità. All’estero avevo bisogno di spezzarmi, ed ho trovato un
amore che mi spezzasse. E senza neppure guardare la donna, son subito
venuto a lei, sicuro che non mi amasse. Non dico che altrimenti mi
avrebbe amato. Ma tuo era predestinato. esta leera infrange lo
schema delle due culture, perché una donna che parla di Steša in questo
modo, è una di noi.
E per quanto riguarda Steša, io le voglio bene, nonostante lei abbia
risistemato tui i mobili dentro di me.
Dunque, cari amici, non leggete questa leera. Proprio per questo
motivo la cancello in rosso. Così non vi sbagliate.
Ma come interpretare questa leera dal punto di vista compositivo?
Nonostante tuo è stata inserita.
Ma, ditemi, a che diavolo vi serve la composizione? E se proprio vi
serve, consentitemi! Per rendere un’opera ironica è necessaria una duplice
soluzione92 dell’azione; in genere viene data con un abbassamento di stile:
nell’Evgenij Onegin, per esempio, dalla frase «non è lui forse una
parodia?». Nel mio libro fornisco una seconda soluzione (che innalza lo
stile) della donna alla quale ho scrio, ed una seconda soluzione di me
stesso.
Io sono sordo.
Se crederete alla mia spiegazione compositiva, dovrete credere anche al
fao che io abbia scrio la leera di Alja a me indirizzata.
Non vi consiglio di crederlo…
Tra l’altro, voi non ci capirete proprio nulla, dal momento che dalle
bozze è stato cancellato tuo.
Leera ventesima
Scria non si sa quando.
Come un tappeto giacevo ai tuoi piedi, Alja!
Leera ventunesima
La quinta leera di Alja. In questa leera si parla dell’isola di Tahiti,95
dove le cose non vanno affao bene. Lì i vaporei emanano odore di
carburante e anche questo non va bene. est’isola è troppo lontana per
poterla amare. Rimane lontana, anche quando ci vivi. Nella leera si
racconta anche di un cavallo, di nome Tanjuša, e della sua partenza per
l’isola di Moorea. Dista da Tahiti un’ora e mezzo di viaggio.
Caro,
mi piace ricordare Tahiti, ma ne parlo malvolentieri. Mia madre diceva
sempre che io ho un aeggiamento poco intelligente verso gli eventi del
mondo circostante: io non so quanti abitanti ha Tahiti, bianchi o neri,
quanti chilometri ha di circonferenza, non conosco l’altezza delle sue
montagne. Semplicemente sogno di tornare su quell’isola amata, al suo
mare fantastico. L’acqua è azzurra, sembra inchiostro colorato, la barriera
corallina circonda l’isola, le onde si infrangono con un rumore familiare e
la schiuma forma un’enorme ghirlanda bianca, mai avvizzita; un fiore
bianco (il tiare)96 dietro l’orecchio di un viso scuro e sorridente, e la
vaniglia emanano un odore continuo; i granchi vanno su e giù, di traverso,
lungo la riva; il sole tramonta dietro Moorea. Conosco, vedo, sento tuo
ciò.
Tra l’altro, questo non c’entra; io ti volevo raccontare di Tanjuša.
Andrej97 mi aveva regalato una minuscola cavallina. A dispeo
dell’equatore, della temperatura e delle noci di cocco, l’avevo chiamata
Tanjuša. Fui molto felice quando il vecchio, nero Tapu la chiamò
«Tanjusa». Mi occupavo io stessa di lei, la pulivo, le davo da mangiare e da
bere. Anche lei provava simpatia per me. Veniva alla terrazza in cerca di
banane e nitriva delicatamente. ando Tanjuša si mise in carne e divenne
lucida e bella, il suo caraere mutò bruscamente: non voleva che la
montassero e non appena lo facevi, cominciava a rigirarsi da tue le parti,
a indietreggiare, senza fare caso a cosa si trovasse dietro di lei: acqua, uno
steccato pungente o delle persone. Alla fine fuggì nel cuore dell’isola; valla
a trovare! Andrej, per l’appunto, non c’era; andava spesso a visitare le
altre isole e nella mia stanza da leo c’erano cinque porte e una finestra!
Tuo spalancato! Le noi a Tahiti sono così silenziose, intense, così vivide
che persino i neri, di noe, non si allontanano di casa per nessuna ragione.
Ero istupidita dalla paura, fino alle lacrime. Infine, mi venne in mente di
meere Tapu davanti alla porta. Subito dopo la fuga di Tanjuša, piansi
tua la noe. Piangevo spesso a quel tempo. Tapu mi udì e pensò che
avessi paura; mio marito sarebbe tornato e mi avrebbe picchiato perché la
cavalla era scomparsa. Il maino mi dice: «Non piangere, io troverò
Tanjuša e il tuo tane (marito) non ne saprà nulla». Spedì degli allegri
negrei in tue le direzioni e Tanjuša ritornò al suo posto.
ando Andrej tornò e seppe della fuga, la vendee immediatamente.
Lui si comportava con gli animali come con gli uomini e trovava che
l’ingratitudine che lei aveva mostrato fosse così profonda, da non poter
essere tollerata. Caricarono Tanjuša sul vaporeo e la portarono da un
inglese, sull’isola di Moorea. Poverina, come deve essere stata sballoata!
Tu scrivi di me per te stesso; io scrivo di me per te.
ALJA
Leera ventiduesima
Inaspeata e, secondo me, assolutamente inutile. Il contenuto di questa
leera, evidentemente, è uscito da un altro libro del medesimo autore, ma,
forse, questa leera è parsa indispensabile al compilatore di questo libro, per
un po’ di varietà. La leera si è incrociata con quella su Tahiti.
Di recente mi sono ritrovato al teatro «Scala».98 Si trova nella
Lutherstraße. Diversi erano i numeri: un acrobata faceva capriole su
un’asta, collocata sulla spalla di un altro acrobata; due ginnaste
volteggiavano così rapidamente sul trapezio che dal basso sembrava si
trasformassero in vasi verdi, ma le loro ombre, che ricadevano sul sipario,
continuavano ad essere umane. Uno speacolo così grande non lo contieni
in una frase. C’era anche un uomo, un tipo dall’aspeo abominevole, che
dapprima faceva degli esercizi in mezzo all’arena, tenendo tra i denti un
peso di più di trenta chili, e poi sollevava da terra coi denti, tenendole per
lo schienale, tre o quaro pesanti sedie, legate insieme.
A me, persona dai denti molto malandati, questo non è piaciuto.
La cosa più divertente da vedere erano i ciclisti: turbinavano per il
palcoscenico, impennandosi sulla ruota posteriore della biciclea e alla
fine sono spariti dietro le quinte, seduti su una sorta di cerchio; se ne sono
andati senza frea e per di più strombazzando in coro, con delle trombee.
A Tom Sawyer sarebbe piaciuto molto.
Poi hanno suonato i suonatori di balalajka.
Hanno danzato aori russi.
Un artista tracciava all’istante varie caricature. Ha disegnato uno
speculatore del mercato nero e poi lo ha messo dietro le sbarre.
Ciò che mi ha colpito di questo varietà è stata la totale incoerenza del
suo programma.
Ci sono due aeggiamenti nei confronti dell’arte.
Il primo è caraerizzato dal fao che l’opera viene vista come una
finestra sul mondo.
Con le parole e le immagini si cerca di esprimere ciò che si trova al di là
delle parole e delle immagini. Gli artisti di questo tipo meritano il nome di
traduori.
L’altro modo di aeggiarsi nei confronti dell’arte è considerarla come
un mondo di cose che esistono autonomamente.
Le parole, i rapporti fra le parole, i pensieri, l’ironia dei pensieri, la loro
mancata coincidenza, è tuo ciò che costituisce il contenuto dell’arte. Se
l’arte si può paragonare ad una finestra, in questo caso può essere solo una
finestra dipinta.
Opere artistiche complesse, di solito, sono il risultato della
combinazione e dell’interazione di opere preesistenti, più semplici e, in
particolare, di dimensioni minori.
Un romanzo è costituito da pezzi, le novelle.
Un’opera teatrale consiste di parole, di arguzie, di movimenti, di varie
combinazioni di movimenti e parole, di situazioni sceniche. Per
Shakespeare, un’arguzia riuscita dell’aore è fine a se stessa e non è un
mezzo per descrivere un tipo.
Nel romanzo originario, la personalità dell’eroe è un mezzo per unire le
parti. Nel processo di trasformazione delle opere d’arte, l’interesse si
trasferisce agli elementi di collegamento.
La motivazione psicologica, la verosimiglianza nel mutamento di
situazione cominciano ad assumere un interesse superiore a quello della
riuscita dei momenti di collegamento. Fanno la loro comparsa il romanzo
psicologico ed il dramma, nonché la percezione psicologica di vecchi
drammi e romanzi.
esto, probabilmente, si spiega col fao che tali «momenti», i lazzi,99 a
quel punto sono già logori.
In arte, lo stadio successivo è quello del logoramento della motivazione
psicologica.
Diventa necessario cambiarla, «straniarla».
A questo riguardo è curioso il romanzo di Stendhal Il rosso e il nero, in
cui l’eroe agisce, facendosi violenza, quasi come a dispeo di se stesso; in
lui, la motivazione psicologica dell’azione si contrappone all’azione.
L’eroe agisce secondo lo schema romantico-avventuroso, ma pensa a
modo suo.
In Lev Tolstoj gli eroi adaano la loro psicologia alle azioni.
Dostoevskij contrappone la psicologia dei personaggi al loro significato
morale e sociale.
Il romanzo si sviluppa al ritmo di un romanzo poliziesco, mentre la
psicologia è data su scala filosofica.
Alla fine, tue le opposizioni si esauriscono. A quel punto resta una
cosa sola: passare ai «momenti», spezzare i collegamenti, divenuti una
giuntura troppo evidente.
La parte più viva dell’arte contemporanea è data dalle raccolte di articoli
e dal teatro-varietà, che si basa sull’interesse per i singoli momenti e non
per quello di collegamento. alcosa di simile si è osservato nei numeri
estranei all’unità dello speacolo del vaudeville.
Ma nei teatri di questo tipo si nota già un nuovo momento, quello del
collegamento delle parti.
Lì, l’eroe è il presentatore, il cui destino collega le parti isolate
dell’opera. In un teatro ceco, dello stesso tipo leggero della «Scala», mi è
capitato di vedere un altro procedimento ancora, che sembra fosse stato
già da tempo adoato nel circo. Un artista comico, al termine dello
speacolo, mostra tui i numeri, parodiandoli e smascherandoli. Per
esempio, fa vedere i giochi di prestigio, volgendo la schiena al pubblico,
che vede dove va a finire la carta scomparsa.
I teatri tedeschi, da questo punto di vista, si trovano ad un livello di
sviluppo molto basso.
Il caso più interessante è costituito dal libro che sto scrivendo ora. Si
chiama Zoo, leere non d’amore o La Terza Eloisa; qui i singoli momenti
sono uniti; infai tuo è collegato dalla storia dell’amore di un uomo per
una donna. esto libro è un tentativo di uscire dagli ambiti del romanzo
tradizionale.
Scrivo questo libro per te e, scriverlo, mi procura dolore fisico.
Leera ventitreesima
È la risposta alla leera su Tahiti. Inizia con dei ricordi. Ricordi che
riguardano gennaio, in quanto la leera è scria a metà febbraio. Ma i
ricordi sembrano già inaendibili. Un secolo fa l’elericità e lo shimmy
accelerarono il ritmo della vita. La leera termina con un tentativo di
scrivere una dedica; gli ultimi paragrafi della leera, vengono forniti come
un tentativo di stile patetico. Considerateli così.
(La seconda leera nello stesso giorno)
Tu hai scrio di te per me.
Tu puoi sorridere per me, pranzare per me o andare da qualche parte
con qualcuno per me. Io non posso fare nulla per te.
Probabilmente non ricordi le parole che mi avevi scrio su un foglio di
taccuino.
Se fossero vere, anche solo per un istante, se tu non le avessi
dimenticate, anch’io potrei scrivere di me per te o, almeno, di te per te.
Ma il taccuino è andato perduto e le leere non si possono presentare
come cambiali.
Scusa, Alja, se la parola «amore» è uscita di nuovo, nuda, nella mia
leera. Sono stanco di scrivere non d’amore.
Nelle mie leere, come nei nostri incontri, ci sono sempre estranei: tre,
quaro, alle volte un’intera folla.
Concedi la libertà alle mie parole, Alja, fa che possano venire da te come
cani dal proprio padrone, per giacere ai tuoi piedi.
Scarpe misura 37, guanti misura 6.
Permeimi di scrivere d’amore.
Ma non vale la pena di piangere, vedi, io sono allegro e leggero, come
un ombrello estivo.
La tua leera è bella. La tua voce è autentica, non canti in falseo.
Ti invidio quasi un po’.
Tu sei stata a Tahiti, inoltre, ti è più facile scrivere.
Tu non sai – ed è giusto così – che molte parole sono proibite.
Sono proibite le parole sui fiori. È proibita la primavera. In generale,
tue le parole belle hanno perso i sensi.
Mi hanno stancato le cose intelligenti e l’ironia.
La tua leera ha suscitato la mia invidia.
Come vorrei descrivere semplicemente gli oggei, come se la leeratura
non fosse mai esistita, e si potesse ancora scrivere in modo leerario.
Inoltre, sarebbe bello scrivere, con lunghe frasi, qualcosa del tipo:
«Stupendo è il Dnepr quando è bel tempo».100 Anch’io voglio scrivere di
una ghirlanda «imperitura», no, meglio «immortale».
Scriverò delle ghirlande e prenderò spunto dalla tua leera.
Alja, io non posso traenere le parole!
Io ti amo. Con estasi, coi cimbali.
este sono parole.
Tu hai cacciato il mio amore nella cornea telefonica. Sono io che parlo.
E le parole dicono: «Per te, lei è l’unica isola della tua vita. Da lei, non
c’è ritorno. Solo aorno a lei il mare ha colore».
E noi parliamo insieme.
Donna a me inaccessibile, lascia che il mio libro giaccia presso la tua
soglia, come il nero Tapu! Ma il libro è bianco. No, facciamo diversamente.
Senza rimproveri. Amata, lascia che il mio libro cinga il tuo nome, che lo
circondi, con un’enorme ghirlanda bianca immanente, imperitura,
IMMORTALE.101
Leera ventiquaresima
Malinconica, e in questo non si distingue dalle altre leere. Si parla dei
tedeschi, che sanno morire, delle donne che noi perdiamo, di Marc Chagall,
dell’abilità nel tenere la forchea e del significato del provincialismo nella
storia dell’arte.
Tu, ti senti legata al mondo della cultura. A quale, Alja? Ce ne sono
molti.
Ogni paese ha la sua cultura e uno straniero non può impossessarsene.
Il mio cuore duole per Pietroburgo, io penso alle sue strade lastricate; tu,
invece, non puoi tornare in Russia, tu ami la Francia, anche se non
moriresti di nostalgia per lei.
Tu sei una persona di cultura troppo paneuropea.
Se l’automobile non pesasse nulla, non potrebbe andare; il peso dà il
punto di appoggio alle sue ruote.
Io non ti scriverei questo, se non ti amassi.
Non tormentarmi dicendomi che, per te, io non ho alcun peso; il mondo
aorno ad Alja non ha peso.
Una famiglia tedesca, vicina di casa di Bogatyrëv, si è avvelenata col gas.
La madre ha lasciato un biglieo: «Al mondo non c’è posto per un
lavoratore tedesco».
Tedeschi, mi vergogno, ma non posso aiutarvi! Siete un grande popolo
che non dimentica la sua patria. ando morite, morite da tedeschi.
Alja, scusa per il mio amore malinconico, ma dimmi, in quale lingua,
morendo, pronuncerai la tua ultima parola?
Io ti dico diverse formule magiche, ti paragono a tui. Dicono che gli
uomini si rifugino nella psicosi per scelta, come in monastero. È più facile
immaginarsi cani, che vivere da esseri umani.
Ho voglia di fare a pezzi e di spargere per la cià tuo ciò che amo.
Non ci riesco.
Una volta, non molto tempo fa, ci siamo riuniti in uno studio sulla
Kleiststraße.102 Nella stanza c’erano dei pietroburghesi e dei moscoviti.
alcuno parlò di visti. Si racconta che un tempo, fino a un anno o due
fa, i russi parlavano tanto volentieri di visti, quanto una donna sposata
parla del parto.
Chissà come, anche quella volta, si finì nel discorso. La maggior parte
degli uomini era addiriura senza passaporto; vivevano perché assuefai.
Ma le donne!
Le francesi, le svizzere, le albanesi (parola d’onore), le italiane, le ceche e
in genere tue, vivevano sul serio e a lungo.
È un oltraggio per gli uomini sprecare le proprie donne.
Posso immaginare cosa succedeva a Costantinopoli!103
È terribile vedere destini simili. Il nostro amore, i nostri matrimoni, le
nostre fughe sono solo motivazioni.
Perdiamo noi stessi, diventiamo un tessuto conneivo.
Ma nell’arte c’è bisogno di elementi locali, vivi, differenziati (ecco una
parola per una leera!).
Noi perdiamo il talento, così come perdiamo le donne.
Tu ti senti legata alla cultura, sai di avere buon gusto, mentre io amo
cose di gusto diverso. Amo Marc Chagall.
Vidi Marc Chagall a Pietroburgo. Mi sembrava che somigliasse a N.N.
Evreinov;104 era tale quale un barbiere di un piccolo shtetl.
Booni di madreperla in un gilè fantasia. Un tale caivo gusto, da
rasentare il ridicolo.
Traspone sulle tele i colori del suo vestito ed il suo romanticismo
ebraico.
Nei suoi quadri non è europeo, ma di Vitebsk.
Marc Chagall non appartiene al mondo civilizzato.
È nato a Vitebsk, una piccola ciadina di provincia.
Più tardi, durante la rivoluzione, Vitebsk fiorì: vi crebbe una grande
scuola d’arte.105 A quel tempo accadeva spesso che fiorisse ora una cià,
ora un’altra: Kiev, Feodosija, Tiflis, una volta persino un villaggio sulla
Volga – Marksštadt106 – fiorì grazie ad un’accademia filosofica.
E così, i giovani di Vitebsk dipingono tui come Chagall, e per questo,
lui, è degno di lode; è riuscito ad essere vitebskiano sia a Parigi che a
Pietroburgo.
È giusto saper tenere la forchea, sebbene, in Europa, questo lo sappia
fare anche una signorina del Nachtlokal. Ancora meglio sapere quali
scarpe abbinare allo smoking e quali gemelli meere con una camicia di
seta. Per quanto mi riguarda, queste conoscenze mi sono poco utili.
Ma ricordo che in Europa tui sono europei, per dirio di nascita.
Ma nell’arte è necessario un odore particolare e solo un francese emana
odore francese.
In arte, un’idea e una nazione di barbieri non sono peggio di altre idee o
nazioni.
In questo campo non sono di aiuto i pensieri sulla salvezza del mondo.
È utile introdurre il provincialismo, incrociarlo con l’arte tradizionale. I
suonatori di balalajka, «Il Carosello», «L’uccello azzurro»,107 ecc., tuo ciò
è negativo, perché è un’imitazione del provincialismo russo.
esto disorienta la gente. Nuoce al lavoro futuro. Ai quadri, ai
romanzi.
E scrivere bene è difficile: i miei amici me l’hanno sempre deo.
Vivere sul serio fa male.
In questo, tu mi aiuti.
Leera venticinquesima
Sulla primavera, la Prager Diele, Erenburg,108 le pipe, il tempo che scorre, le
labbra che si rinnovano e il cuore che si logora, mentre le labbra altrui
perdono solo colore. Sul mio cuore.
Ci sono già see gradi sopra lo zero. Il paltò autunnale si è trasformato
in primaverile. L’inverno sta passando e, accada quel che accada, non mi
costringeranno a sopportare di nuovo un altro di questi inverni.
Speriamo nel nostro ritorno. La primavera arriva. Tu mi hai deo che in
primavera hai come l’impressione di avere perso o dimenticato qualcosa,
ma non riesci a ricordare cosa.
In primavera, a Pietroburgo ero solito passeggiare per i lungofiumi
indossando una mantella nera. Là, ci sono le noi bianche ed il sole si leva
quando i ponti non sono ancora abbassati. Trovavo molte cose sui
lungofiumi. Invece tu non troverai nulla, tu hai solo saputo notare
cos’avevi perduto. I lungofiumi a Berlino sono diversi, ma sempre belli. È
bello, seguendo la riva dei canali, entrare nei quartieri operai.
Là, in alcuni punti, i canali si allargano, formando tranquille insenature
e le gru stanno sospese sull’acqua. Come alberi.
Là, presso l’Hallesches Tor, oltre il luogo dove abiti tu, si erge la torre
rotonda della fabbrica di gas, come da noi a Pietroburgo sul canale
Obvodnyj. ando avevo dicioo anni, accompagnavo la mia innamorata
a quelle torri ogni giorno. I canali sono molto belli, anche quando lungo la
loro riva corre l’alta piaaforma della sopraelevata.
Comincio a ricordare che cosa ho perduto.
Grazie a Dio, è primavera.
La Prager Diele meerà i tavolini fuori, in strada, e Il’ja Erenburg vedrà
il cielo.
Il’ja Erenburg cammina per le strade di Berlino, come camminava per
quelle di Parigi e di altre cià in cui vivono gli emigranti, piegandosi,
come se cercasse per terra ciò che ha perso.
Tra l’altro, la similitudine non è esaa. Il suo corpo non è piegato in
due, solo la testa è abbassata e la schiena è incurvata. Il paltò grigio, il kepi
di pelle. Una testa assolutamente giovane. Lui ha tre professioni: 1) fumare
la pipa, 2) fare lo sceico, seduto al caè mentre pubblica «L’oggeo»,109
3) scrivere Chulio Churenito.110
Cronologicamente, l’ultimo Chulio Churenito si chiama Trust D.E.111
Erenburg emana dei raggi, questi raggi hanno nomi diversi, il loro segno
di riconoscimento è che fumano la pipa.
esti raggi riempiono la Prager Diele.
In un angolo della Prager Diele siede il maestro stesso, mostrando l’arte
di fumare la pipa, di scrivere romanzi e di prendere il mondo ed il gelato
con sceicismo.
La natura è stata generosa con Erenburg: lui possiede il passaporto.
Con questo passaporto vive all’estero. E ha migliaia di visti.
Non so che scriore sia Il’ja Erenburg.
Le sue prime cose non sono buone.
Su Chulio Churenito devo rifleere. È un’opera molto giornalistica, un
feuilleton con intreccio, con tipi convenzionali di persone ed il vecchio
Erenburg stesso con una preghiera; la vecchia poesia vi è presa come
modello convenzionale.
Il romanzo si sviluppa seguendo il Candide di Voltaire; ma con una
minor varietà d’intreccio.
Nel Candide l’intreccio ad anello è buono: finché cercano Cunegonda, lei
va con tui e invecchia. All’eroe tocca una vecchia, che rimpiange la pelle
vellutata di un bulgaro.
esto intreccio, o più esaamente l’aeggiamento critico verso il fao
che «il tempo passa» e avvengono dei tradimenti, era già stato elaborato
da Boccaccio. Là una donna (la fidanzata) passa di mano in mano ed infine
capita in sorte al marito, assicurandolo della sua verginità.
E, strada facendo, lei non aveva conosciuto solo mani. esta novella
termina con la famosa frase secondo cui le labbra non si rovinano; si
rinnovano semplicemente grazie ai baci.112
Ma non importa, presto ricorderò ciò che ho dimenticato. Erenburg ha
una sua ironia, i suoi racconti e i suoi romanzi non sono per i caraeri di
stampa seecenteschi. In lui c’è di buono il fao che non continua la
tradizione della grande leeratura russa e preferisce scrivere «cose da
poco».
Un tempo serbavo rancore a Erenburg per il fao che, trasformatosi da
caolico o slavofilo ebreo in costruivista europeo, non aveva dimenticato
il passato. Saulo non è diventato Paolo.113 Lui è Paolo, figlio di Saulo114 e
pubblica Calore animale.115
Non è solo un giornalista che sa raccogliere in un romanzo pensieri
altrui, lui è quasi un artista che sente la contraddizione fra la vecchia
cultura umanistica e il mondo nuovo, ormai costruito dalla macchina.
Fra tue queste contraddizioni, quella che mi rarista di più è che,
intanto che le labbra si rinnovano, il cuore si affligge e le cose dimenticate
si logorano con lui, senza essere state svelate.
Leera ventiseiesima
Sulla maschera, sui motori a baeria, sulla lunghezza del cofano del
motore della Hispano-Suiza, sui motori a combustione interna in generale e
sul fao che l’automobile Hispano-Suiza, se fosse un essere umano,
porterebbe anelli alle orecchie. Come automobilista dirò: la leera è piena di
una furia silente e di calunnie.
Oggi mi sono svegliato nel pieno della noe. Mi ha svegliato il fao che
non capivo cosa fosse l’oggeo che tenevo in mano.
L’oggeo si è rivelato essere una maschera nera di carta, ed io ero in
mezzo alla stanza.
È evidente che farei bene a prendere un periodo di riposo per curarmi.
Parlare d’amore mi fa male. Parleremo di automobili.
È triste andare in taxi!
La cosa più triste è viaggiare con un motore elerico. Il suo cuore non
bae, è carico, pieno di pesanti accumulatori, ma se si scaricano le baerie,
lui si ferma. In vita mia, ho messo in moto molte auto; alle volte mi hanno
colpito col contraccolpo; ho chiamato al lavoro molte persone.
Alle volte, anche a Berlino, si ha voglia di meere in moto un motore
sul quale l’autista non riesce ad avere la meglio; un paio di volte l’ho fao,
ma alla terza ho sbagliato nel modo più vergognoso.
Mi ero avvicinato per meerlo in moto, ma il motore era elerico, aveva
il radiatore contraffao e, naturalmente, era senza manovella. Come
meere in moto una macchina che non ha cuore, che non si mee in
moto? Il suo aspeo era falso, come un peino o dei polsini applicati;
davanti è posto il cofano, che sembra essere lì per il motore, e che invece,
magari, contiene degli stracci.
Fingono di essere motori a combustione interna.
Poveri emigranti russi!
Il loro cuore non bae.
A Berlino non si può, è maleducato parlare a voce alta in russo, per
strada. I tedeschi quasi bisbigliano. Vivi pure, ma taci.
Come un’automobile dall’accumulatore scarico, trascinati per la cià,
senza rumore e senza speranza. Sfrua, traenendo il respiro, tuo quello
che hai e, dopo averlo sfruato, muori.
Le nostre baerie sono state caricate in Russia, qui giriamo, giriamo, ma
presto ci fermeremo. Le piastre di piombo degli accumulatori
diventeranno un semplice peso.
L’acido si inacidirà.
I giornali russi di Berlino emanano un’acre pesantezza.
Ho scrio parole acri e pesanti.
Meglio parlare di marche di automobili.
A te piace la Hispano-Suiza?
Sbagli! Non tradirti.
A te piacciono le cose care e in un negozio troveresti ciò che vi è di più
caro, anche se di noe fossero stati mischiati tui i cartellini dei prezzi. La
Hispano-Suiza? Non è una buona macchina.
Auto oneste, generose, con un’andatura sicura, sulle quali l’autista siede
di fianco, fiero della sua impotenza, sono la Mercedes, la Benz, la Fiat, la
Delaunay-Belleville, la Packard, la Renault, la Delage e la costosissima, ma
formidabile Rolls-Royce, che ha un’andatura straordinariamente agile. In
tue queste auto, la faura del telaio estrinseca la struura del motore e
della trasmissione e, inoltre, è concepita per una minore resistenza all’aria.
In genere, le macchine da corsa hanno il muso lungo e sono alte davanti;
questo si spiega col fao che, proprio una tale forma, ad alta velocità,
oppone meno resistenza all’aria. Hai notato, Alja, che un uccello vola
meendo avanti il suo largo peo e non la coda appuntita?
La lunghezza del cofano del motore è data, naturalmente, dalla quantità
dei cilindri del motore (quaro, sei, raramente oo, dodici) e dal loro
diametro. La gente è abituata alle auto col muso lungo. La Hispano-Suiza è
un’auto a corsa lunga, cioè ha un’ampia distanza fra il punto morto
inferiore e quello superiore. esta macchina ha un alto numero di giri, è
forzata, per così dire, è una macchina che annusa cocaina. Il suo motore è
alto e affusolato.
Sono fai suoi.
Comunque, il cofano della macchina è lungo.
In questo modo la Hispano-Suiza si maschera dietro al suo cofano; ci
sono quasi seanta centimetri di distanza fra il radiatore ed il motore.
esti seanta centimetri di menzogna, messi lì per gli snob, violano la
faura e mi mandano su tue le furie.
Se mai ti odierò, se mai potrò cantare:
Scomparite o sentieri,
Per i quali passeggiavo!
allora, invece di mandare la tua memoria al diavolo, la spedirò proprio
in questo vano della Hispano-Suiza.
La tua Hispano-Suiza è cara, ma non vale niente. Spesso, al posto della
portiera, meono delle carrozzerie con sedili ribaltabili di lato. Deve
piacere ai gigolo.
Ha un’inclinazione del volante disdicevole e se fosse un uomo avrebbe
anelli alle orecchie. La tua Hispano-Suiza non ha il radiatore al posto
giusto, porta polsini applicati. Non ti amerà mai. E tuo questo per me è
più interessante del destino dell’emigrazione russa.
D’altronde, la Hispano-Suiza ha il record di lunga percorrenza su
percorsi montuosi.
Leera ventiseesima
Sul principio di relatività e su un tedesco con anelli alle orecchie. Si
racconta anche la fiaba del topolino trasformato in fanciulla.
Davvero può essere esotico un uomo che porta anelli alle orecchie?
Secondo me, solo alle mascherate.
E con pantaloni chic, «ma troppo ampi per un uomo che si rispei». Un
uomo che porta in strada un copricapo di castoro.
E tu hai perso la testa per lui!
Che fare, Alja, da te imparo il principio della relatività.
D’altronde, ecco una fiaba.
Un eremita trasformò un topolino di cui si era innamorato (strano
amore, ma cosa non si farebbe a Berlino per solitudine) in una fanciulla.
La fanciulla non amava l’eremita. Lui era geloso di lei. Lei gli diceva:
«Ma che razza d’amore è il tuo?». La fanciulla diceva anche: «Prima di
tuo, voglio la libertà. È meglio che tu te ne vada».
L’eremita la chiamò al telefono e le disse: «Oggi, è un bel giorno!».
La fanciulla disse: «Non sono ancora vestita».
L’eremita disse: «Aspeerò. Andiamo, ti porterò per negozi».
La fanciulla fece acquisti.
Poi, l’eremita la portò fuori cià, sul Wannsee.116
Il sole era ancora alto.
Tuavia, i negozi erano molti.
Lui disse: «Vuoi essere la moglie del sole?».
In quel mentre una nuvola oscurò il sole.
La fanciulla disse: «La nuvola è più potente».
L’eremita era arrendevole, soprauo con la fanciulla.
Disse: «Se vuoi, la nuvola sarà il tuo sposo!».
In quel momento il vento scacciò la nuvola.
La fanciulla disse: «Il vento è più potente».
L’eremita cominciò ad irritarsi.
Il telefono gli aveva rovinato i nervi.
Urlò: «Ti darò in sposa al vento!».
La fanciulla, offesa, rispose: «Non ho bisogno del vento, fa caldo e non
fa corrente. esta montagna mi ripara dal vento. La montagna è più
forte».
L’eremita capì che le donne nei negozi scelgono sempre a lungo e la
fanciulla credeva di essere al negozio Marbach. Rispose pazientemente,
come un commesso: «E sia la montagna!».
A quel punto il viso della fanciulla si illuminò. Si rallegrò tua.
L’eremita credee quasi di essere felice. Lei puntò il dito verso i piedi
della montagna, e disse: «Guarda!».
L’eremita non vedeva nulla.
«Com’è bello, com’è possente, è più forte della montagna, ecco un
essere come me, e com’è vestito!».
«Ma chi?» chiese l’eremita.
«Il topolino, caro eremita!» disse la fanciulla. «Guarda, ha rosicchiato la
montagna; è già innamorato di me».
«Va bene» disse l’eremita «lui, almeno, lo amerai per davvero, e meno
male che non ti sei innamorata di un uomo uscito da un’operea».
E baciò la fanciulla-topo sulle orecchie rosee e la lasciò andare, dandole
un passaporto sorcino. Fra l’altro, con questo passaporto, si oiene la
residenza in qualunque paese.
Leera ventoesima
L’ultima di Alja. In cui Alja dice come si scrivono le leere d’amore.
esta leera termina con una frase crudele: «Smei di scrivere quanto,
quanto, quanto mi ami, perché al terzo “quanto” comincio a pensare a
qualcos’altro». L’autore del libro augura sinceramente ai suoi leori di non
ricevere mai leere del genere.
Tu non rispei gli accordi.
Mi scrivi due leere al giorno.
Si sono accumulate molte leere.
Ho riempito un casseo della scrivania, ho ricolmato le tasche e la
borsa.
Tu dici di sapere com’è fao il Don Chiscioe, ma non sei capace di
scrivere una leera d’amore.
E diventi sempre più irritabile.
Inoltre, quando scrivi d’amore affoghi nel lirismo ed emei bollicine…
(ti scrivo dal ristorante «Sud», composta, sola, mentre aendo una
cotolea). Di leeratura capisco poco (anche se tu, da adulatore quale sei,
dici che ne capisco quanto te), ma di leere d’amore me ne intendo. Non
per caso dici che quando entro da qualche parte, capisco subito i rapporti
fra le cose e le persone.
Tu parli di te, ma quando parli di me, mi rimproveri. Non si scrivono
leere d’amore per il proprio piacere personale, così come un vero
amante, in amore, non pensa a sé.
Con vari pretesti scrivi sempre di una sola cosa. Smei di scrivere
quanto, quanto, quanto mi ami, perché al terzo «quanto» comincio a
pensare a qualcos’altro.
ALJA
Leera ventinovesima
E ultima. È indirizzata al Comitato Centrale Esecutivo Panrusso. Vi si
parla di nuovo dei dodici ponti di ferro. esta leera contiene una richiesta
di permesso di rientro in Russia. In fondo alla leera si riporta una storia
avvenuta a Erzurum.117
RICHIESTA INDIRIZZATA AL
COMITATO CENTRALE ESECUTIVO PANRUSSO
Non posso vivere a Berlino.
Il mio modo di vita, le mie abitudini mi legano alla Russia di oggi. Posso
lavorare solo per lei.
È sbagliato che io viva a Berlino.
La rivoluzione mi ha rigenerato, senza di lei mi manca l’aria. i si può
solo soffocare.
L’angoscia berlinese è amara come la polvere di carburo. Non stupitevi,
se scrivo questa leera, dopo aver scrio leere ad una donna.
Non sto affao immischiando una storia d’amore in quest’affare. La
donna alla quale ho scrio non è mai esistita. Forse ne è esistita un’altra,
una buona compagna e amica, con la quale non sono riuscito a intendermi.
Alja è la realizzazione di una metafora. Ho inventato una donna e un
amore per un libro sull’incomprensione, su persone estranee, su una terra
straniera. Voglio tornare in Russia.
ello che è stato, è passato: la giovinezza e la disinvoltura mi sono
stati portati via dai dodici ponti di ferro.
Alzo le mani e mi arrendo.
Lasciate tornare in Russia me ed il mio ingenuo bagaglio: sei camicie
(tre a casa e tre in lavanderia), un paio di stivali gialli che, per errore, sono
stati puliti con del lucido nero, dei vecchi pantaloni blu, che ho cercato
invano di stirare con la piega.
E una cravaa, che mi è stata regalata.
Ma i pantaloni che indosso hanno la piega. Si è faa quando mi hanno
schiacciato come una pizza.
Non ripetete la vecchia storia di Erzurum: durante la presa di questa
fortezza, il mio amico Zdanevič118 passava di lì. Su entrambi i lati della
strada giacevano dei soldati turchi uccisi a sciabolate. Tui erano stati
colpiti al braccio destro ed alla testa.
Il mio amico chiese:
«Perché sono stati colpiti tui al braccio e alla testa?».
Gli risposero:
«È molto semplice: i turchi, quando si arrendono, alzano sempre il
braccio destro».
Leere e introduzioni
apparse nelle edizioni successive
Edizione del 1924
Introduzione 119
ante parole sono proibite!
A dire il vero, tue le parole belle hanno perso i sensi.
Sono vietati i fiori, la luna, gli occhi ed intere serie di parole che narrano
di ciò che fa piacere vedere.
Ed io vorrei scrivere come se la leeratura non fosse mai esistita.
Scrivere, per esempio: «Stupendo è il Dnepr quando è bel tempo».120
Non posso, l’ironia divora le parole. L’ironia è necessaria; è il mezzo più
semplice per superare la difficoltà di rappresentare le cose.
Rappresentare il mondo in modo comico è la cosa più semplice.
Ed ecco che adesso una luna enorme, quasi vera, guarda araverso la
mia finestra.
Un’automobile corre via, seguendo la lunga strada tedesca, fra nudi
alberi fioriti, in lontananza.
este cose non sono connesse le une alle altre. La mia casa è lontana.
Permeetemi di essere sentimentale. La vita mi coglie in esilio e fa di me
ciò che vuole.
Non ho il telefono, per telefonare a Boris Ejchenbaum. Non c’è neppure
Tynjanov.121 Roman122 non si occupa più di poetica. Sono solo.
Il soldato ubriaco torna sobrio sul suo cavallo, ma un uomo solo è un
ubriaco senza rimedio.
Ad eccezione di Ivan Puni, non ho amici a Berlino.
Eccovi il progeo del libro.
Un uomo scrive leere ad una donna.
Lei gli vieta di parlare d’amore.
Lui si rassegna a questo divieto e comincia a parlarle di leeratura.
Per lui, questo è un modo per fare la ruota.
Ma ecco che, da dietro le quinte, compaiono dei rivali.
Sono due: 1) un inglese, 2) un tipo con anelli alle orecchie.
Le leere cominciano ad ingiallire di rabbia.
Un uomo dai modi russi in Europa è ridicolo come un cane peloso ai
Tropici.
La donna materializza l’errore.
L’errore si realizza.
La donna infligge un colpo.
Il dolore è reale.
E il libro è più serio della sua introduzione.
Ma io sono loquace nell’introduzione al mio libro, come una donna che
parla tanto, perché non vuole smeere di parlare.
Edizione del 1924
Leera introduiva
È indirizzata assolutamente a tui. Argomento della leera: le cose
trasformano l’uomo.
Se io avessi un secondo vestito, non conoscerei affao il dolore.
Arrivare a casa, cambiarsi, meersi in ordine – è sufficiente per sentirsi
diversi.
Le donne si servono di questo accorgimento diverse volte al giorno.
alunque cosa voi diciate ad una donna, cercate di avere la risposta
subito; diversamente farà un bagno bollente, si cambierà d’abito e
bisognerà ricominciare a dirle tuo dall’inizio.
Dopo essersi cambiate, si scordano persino i gesti.
Vi consiglio caldamente di oenere da una donna una risposta
immediata. Diversamente, vi capiterà spesso di trovarvi smarriti di fronte
ad una nuova parola inaesa.
Nella vita delle donne la sintassi quasi non esiste.
L’uomo, invece, è trasformato dal suo mestiere.
Non solo lo strumento prolunga la mano dell’uomo, ma ne è, a sua volta,
un prolungamento.
Si dice che il cieco localizzi il senso taile nella punta del suo bastone.
Non sono particolarmente affezionato alle mie scarpe e tuavia sono un
mio prolungamento, una parte di me.
Anche il bastone da passeggio cambiava l’aspeo del liceale, per questo
gli era proibito.
La scimmia sul ramo è più naturale, ma anche il ramo influisce sulla sua
psicologia.
La psicologia della mucca che cammina sul ghiaccio scivoloso è
divenuta proverbiale.
Più di tuo, è la macchina che muta l’uomo.
Lev Tolstoj in Guerra e pace racconta come il timido e modesto artigliere
Tušin, durante la baaglia, si sia ritrovato in un mondo nuovo, creato dalla
sua artiglieria.
«In conseguenza di quel tremendo rombo, del frastuono, del bisogno di
vigilare e d’agire, Tušin non provava neanche l’ombra d’uno spiacevole
sentimento di paura… Al contrario, si sentiva crescere dentro, sempre più,
l’allegria… L’assordante rimbombare da tue le parti dei suoi propri
cannoni, il sibilare e il cadere dei proieili nemici, la vista di quegli
artiglieri sudati, affocati, che si affannavano intorno ai cannoni, la vista di
quel sangue d’uomini e di cavalli, la vista di quei fiocchi di fumo nemici
dal versante di fronte (dopo ciascuno dei quali arrivava a volo una granata
che colpiva la terra, un uomo, un pezzo o un cavallo), la vista di tuo
questo complesso di cose che lo aorniavano, aveva finito col formargli
nell’intimo un suo personale mondo fantastico, che in quel momento gli
procurava piacere… anto a se stesso, si figurava di essere un gigantesco,
formidabile uomo, il quale, a due mani, scagliasse granate contro i
francesi».123
Il mitragliere ed il contrabbandiere sono il prolungamento dei loro
strumenti.
La metropolitana, le gru e le automobili sono protesi dell’umanità.
Mi è capitato di dover trascorrere alcuni anni in mezzo agli autisti.
Gli autisti cambiano in rapporto alla potenza dei motori sui quali
viaggiano.
Un motore che superi i quaranta cavalli è già in grado di annientare la
vecchia morale.
La velocità separa l’autista dall’umanità.
Accendi il motore, dai gas e sei già fuori dallo spazio ed è come se il
tempo fosse misurato solo dal tachimetro.
Su strada, un’automobile può fare più di 100 chilometri all’ora.
Ma a che serve questa velocità?
È necessaria solo a uno che scappa o a uno che insegue.
Il motore trascina l’uomo verso ciò che giustamente viene definito reato.
Per fortuna, di solito, l’autista russo è un buon lavoratore.
Viaggia lungo strade che ricordano le onde, ripara l’auto nella steppa,
quando il freddo e la benzina gli gelano le mani.
Eppure l’autista non è un operaio; sull’auto lui è solo.
La sua auto lo inebria, la velocità lo ubriaca, lo separa dalla vita.
Non bisogna dimenticare i meriti dell’automobile dinanzi alla
rivoluzione.
Il reggimento Volynskij non si decise subito ad uscire dalle caserme.124
I reggimenti russi di solito si ammutinavano restando sul posto.
I decabristi125 furono sconfii sul posto.
I membri del Volynskij abbandonarono le caserme, ma erano ancora
indecisi. Venivano loro incontro altre truppe. I reggimenti si radunavano e
si fermavano.
Intanto le porte delle autorimesse venivano prese a sassate e gli operai
sfrecciavano, strombeando, verso la cià, sulle auto di cui si erano
impossessati.
O automobili, avete sparso la rivoluzione sulla cià come una schiuma.
La rivoluzione aveva innestato la marcia ed era partita.
Le molle si piegarono, si piegarono i parafanghi delle auto, le macchine
scorrazzavano per la cià e là, dove ce n’erano due, pareva ce ne fossero
oo.
Amo le automobili.
In quel momento tuo il paese fu colto da un fremito. La rivoluzione
araversò un periodo spumeggiante e se ne andò a piedi al fronte e nelle
campagne.
Ma le auto proseguirono per la loro strada, continuarono la loro vita.
elli che guidavano il paese se ne andavano in giro sulle auto.
Ma anche coloro che guidavano solo le auto, viaggiavano su di esse.
Alle volte, per conto loro.
Alle volte saccheggiavano tuo quello che capitava, dove capitava. Il
boino era esiguo, ma talvolta, la velocità gratifica da sola.
Requisivano l’alcool. Lo facevano in due modi.
O inviavano segretamente un acquirente e quando l’alcool faceva la sua
comparsa, irrompevano con un falso mandato, e facevano la requisizione.
Oppure ricercavano l’acquirente e gli requisivano i soldi, non appena lui
li tirava fuori.
Agivano così coloro, le cui teste non sopportavano la velocità.
L’alcool che vendevano gli autisti era diverso, conteneva benzina e
cretonne,126 era il carburante per le macchine.
E questo perché Baku era isolata.127
A quel tempo in Russia esisteva una sola pena: quella di morte.
Vi eravamo abituati.
Le pistole si chiamavano špalery.
Deriva dal dialeo yiddish špaler, che in yiddish significa uno che sputa.
In un appartamento, in cui vendevano vodka, c’era un cartello sul muro:
«Bevande da consumo e asporto».
E il padrone portava un grembiale di tela rozza.
La pena di morte per lui era la norma; era come una multa per un
tedesco.
Nel fraempo il paese si cristallizzava.
Le marce si soomeevano l’una all’altra.
Comparvero i buoni ed i lasciapassare.
I più forti fra quelli che amavano la velocità erano al fronte.
E la velocità trovò una giustificazione.
Ma nella nera Mosca, nella Mosca nera e rossa, là dove le strade si erano
pietrificate, avvinghiandosi aorno al Cremlino come si arrotola la pasta
aorno al cucchiaio, la gente andava a piedi.
Era una cià pedonale.
Poi comparve una banda. Grandi macchine nere correvano lungo i
marciapiedi, vicine, silenziose.
Sceglievano.
Dopo aver scelto una donna, l’afferravano, la trascinavano nell’auto e la
portavano via alla massima velocità che può raggiungere un’automobile
impazzita.
Portavano le donne fuori cià, e là le violentavano.
Così andò avanti a Mosca per alcuni giorni.
Violentarono una donna. Più tardi, durante l’inchiesta, raccontò: «Sono
ferma, in piedi e tremo, con la pelliccia in mano».
L’autista domanda: «Perché non indossa la pelliccia, signorina?»
Era signorina.
«Così me la porterete via».
«Noi non rubiamo».
Ma coloro che dominavano la velocità, presero la banda.
Li processarono, ammisero tuo e, alla domanda «Perché l’avete fao?»,
risposero «Ci annoiavamo».
Li uccisero.
Non conosco i loro nomi e non li difenderò.
Ma io, da persona che possedeva la velocità, ma che non possedeva
scopo alcuno, vorrei dire alcune parole.
Non è un’orazione funebre.
esti uomini, ciadini, non erano peggiori di altri.
Erano giovani meccanici, che sapevano aggiustare le auto e che
sapevano quanto è freddo il ferro quando gela.
La velocità del motore ed il suono del clacson li avevano portati fuori
strada.
Nella Mosca piena di pedoni, il motore aveva indoo l’autista al reato.
L’arma rende l’uomo più coraggioso.
Il cavallo lo trasforma in cavaliere.
Le cose fanno dell’uomo ciò che lui fa di loro.
La velocità richiede uno scopo.
Le cose si moltiplicano aorno a noi; adesso sono dieci, cento volte più
numerose di duecento anni fa.
L’umanità le domina, l’uomo singolo no.
È necessario che il singolo si impossessi del segreto della macchina, è
necessario un nuovo romanticismo perché le macchine non si sbarazzino
dell’uomo alle svolte della vita.
Io ora mi sento smarrito, perché questo asfalto, reso lucido dai
pneumatici delle auto, queste pubblicità luminose, le donne eleganti, tuo
questo mi trasforma. Io qui non sono quello che ero e ho l’impressione di
essere caivo.
Edizione del 1924
Leera quaordicesima
Costituisce un capitolo indispensabile della Storia dell’intelligencija
russa.128 In questa leera compare la parola esploratore. Tua la leera è
indecente ed io spero che non sia mai stata spedita.
Hai ragione. Ho fao una sciocchezza con quell’inglese.129
Ma io mi osservo da fuori; temo il mio destino.
Il destino leerario. Divento parte di un libro.
La leeratura russa ha una brua tradizione.
La leeratura russa è consacrata alla descrizione degli insuccessi
amorosi.
Nel romanzo francese, l’eroe è il vincitore.
La nostra leeratura, dal punto di vista maschile, è un intero libro di
dolenze.
Povero Onegin. Tat’jana130 viene data ad un altro.
Povero Pečorin, senza Vera.131
Anche in Lev Tolstoj, che non è uno scriore lezioso, c’è dolore. Cosa si
poteva inventare di più affascinante di Andrej Bolkonskij.
Intelligente, coraggioso, ben educato, parla come Tolstoj, disprezza
persino le donne.
Ma per i francesi non sarebbe stato lui l’eroe, bensì Anatol’ Kuragin.
Bello e villano.
Avrebbe avuto Nataša, ed anche Maria.
Andrej Bolkonskij si trova nella stessa stupida posizione di tui i
protagonisti della Storia dell’intelligencija russa.
Chaplin diceva che la situazione più comica per un uomo si verifica
quando questi, trovandosi in una posizione incredibile, finge che non sia
accaduto nulla.
Per esempio, è comico un uomo che, penzolando a testa in giù, cerca di
aggiustarsi la cravaa.
Noi tui viviamo, cercando di aggiustarci la cravaa.
Ma la mia cravaa (quella che mi hai regalato tu), non si è ancora
abituata al mio collo.
Ed io, essendo capitato in una situazione leeraria, non so che fare.
Sembra che sia ammesso scherzare e concedersi qualche licenza verbale.
Dunque.
ando avviene la monta dei cavalli – tuo ciò è davvero indecente, ma
senza di questo i cavalli non ci sarebbero – spesso la giumenta è nervosa,
ha un riflesso di difesa (probabilmente faccio un po’ di confusione) e non
si arrende.
Può anche colpire lo stallone con un calcio.
Lo stallone di razza (Anatol’ Kuragin) non è adao agli insuccessi
d’amore.
Il suo cammino è cosparso di rose e solo il surmenage può porre fine alle
sue avventure galanti.
Si prende allora uno stallone di piccola statura (il suo animo può essere
il più nobile) e lo si fa avvicinare alla giumenta.
I due flirtano tra loro, ma non appena cominciano a meersi d’accordo
(non nel senso leerale del termine), immediatamente il povero stallone
viene trascinato via per la colloola ed alla femmina viene portato il
riproduore.
Il primo stallone è chiamato esploratore.
Nella leeratura russa, l’esploratore alla fine è anche costreo a
pronunciare qualche nobile parola.
Il mestiere dell’esploratore è duro e si dice che costoro, alle volte,
finiscano addiriura pazzi o si suicidino.
Il destino dell’intelligencija russa si regge su questo mestiere.
L’eroe del romanzo russo è un esploratore.
Volevo nominare qualche eroe in particolare.
Ma non posso, suonerebbe come un’offesa.
Nella rivoluzione abbiamo giocato il ruolo degli esploratori.
esto è il destino dei gruppi intermedi.
L’emigrazione russa è un’organizzazione di esploratori politici, privi di
coscienza di classe.
Diversamente non potrebbero andare per strada.
Che tristezza!
Comunque, non parlerò d’amore.
Vedi, scrivo sempre di leeratura.
Edizione del 1924
Leera diciasseesima
Sul giapponese Taracuki e sul suo amore per Maša. Sulla triste somiglianza
degli uomini di tui i colori. Sul Fujiyama. La leera termina con un
rimprovero.
Io sono molto sentimentale, Alja.
esto, perché vivo seriamente.
Forse, tuo il mondo è sentimentale.
el mondo, di cui io conosco l’indirizzo.
ello che non balla il fox-trot.
In Russia, nel 1913, avevo un allievo, un giapponese. Il suo cognome era
Taracuki.
Lavorava come segretario all’ambasciata giapponese.
E nell’appartamento in cui viveva c’era la cameriera Maša, originaria di
Sol’cy.
Tui si innamoravano di Maša: i custodi, gli inquilini, i faorini, i
soldati.
Ma lei non aveva bisogno di nulla. A Sol’cy aveva già una figlia di sei
anni, che chiamava la madre «stupida».
Nella stanza di Taracuki faceva caldo.
Spesso, sedevo accanto a lui e gli leggevo Tolstoj.
Leggevo sempre troppo in frea.
Il viso di Taracuki ed il mio si rifleevano nello specchio, appeso alla
parete.
Il mio viso mutava in continuazione, il suo era immobile, come fosse
coperto da un guscio, invece che dalla pelle.
Mi sembrava che fra noi due ci fosse un solo essere umano. Non
conoscevo l’indirizzo del suo mondo.
Taracuki si innamorò di Maša.
Lei rideva fino alle lacrime, quando ne parlava.
Lui l’accompagnava, quando lei passeggiava col cagnolino bianco.
Taracuki l’amò nel 1914, 1915, 1916, 1917, 1918.
Cinque anni.
Una volta, venne da Maša e le disse: «Ascoltami, Maša!
«Ho una nonna, vive in un giardino, sul grande monte Fujiyama.
«È molto aristocratica e mi vuole bene; inoltre, in quel giardino, corre la
sua adorata scimmia bianca.
«(Non stupitevi dello stile di Taracuki: sono io che gli ho insegnato la
lingua russa).
«Di recente la scimmia bianca è scappata.
«La nonna me lo ha scrio.
«Ed io le ho risposto che amo una donna di nome Maša e che le chiedo
il permesso di sposarmi. Desideravo che tu venissi accolta in famiglia.
«La nonna mi ha risposto che la scimmia è tornata, che lei è molto felice
e acconsente al matrimonio».
Ma a Maša sembrava molto ridicolo che Taracuki avesse una nonna
gialla sul Fujiyama.
Rideva e non voleva nulla.
Poi venne la rivoluzione.
Taracuki cercò Maša e la trovò senza lavoro e cominciò di nuovo a
pregarla.
«Maša, qui non capiscono nulla. Non finirà presto, ci sarà molto sangue.
Andiamo da me in Giappone».
La rivoluzione continuava.
Taracuki convocò Maša in ambasciata.
In ambasciata facevano le valigie.
Maša ci andò.
Li ricevee l’ambasciatore che disse freolosamente:
«Signorina, lei non capisce quello che fa; il suo fidanzato è un uomo
ricco e aristocratico, sua nonna è d’accordo. Ci pensi, non si lasci sfuggire
la felicità».
Maša non rispose nulla.
Ma quando uscirono in strada, così rispose al suo giapponese:
«Non andrò da nessuna parte» e lo baciò sulla testa rapata.
Taracuki si recò da lei ancora una volta.
Era molto triste. Le disse:
«Cara Maša. Se non vieni con me, regalami il cagnolino bianco col quale
vai a passeggio».
Dal momento che c’era la carestia e non c’era nulla di cui nutrire il cane,
Maša glielo regalò.
L’ultima leera di Taracuki arrivava da Vladivostok. Ecco cosa vi era
scrio:
«Ho portato qui il tuo cane e presto proseguirò il viaggio con lui, nel
tuo paese la vita sarà molto dura per te, aspeo una risposta, scrivi, ed io
verrò a prenderti».
Ma la leera fece appena in tempo ad arrivare che la ferrovia saltò in
centinaia di punti.
Ma Maša non avrebbe risposto comunque.
Lei rimase.
Come prima, tui l’amavano.
Non aveva paura della rivoluzione, perché lei non aveva una nonna
gialla e aristocratica.
Adesso lavora in fabbrica.
Una fabbrica di «preparati bellico-sanitari» – mi sembra una cosa del
genere.
ando ricorda il giapponese, le dispiace per lui.
Tui le vogliono bene. È una vera donna, è come l’erba; sembra priva di
nome e amor proprio; lei vive, senza accorgersi di sé.
Anche a me dispiace per il giapponese.
E penso che avevo fao male a guardare lo specchio e avevo sbagliato a
pensare che io ed il giapponese fossimo diversi.
esto giapponese mi somiglia molto.
Non credo che ciò contribuirà al consolidamento della potenza militare
del suo paese.
E tu non sei Maša.
Nel tuo cielo, al posto delle stelle, c’è il tuo indirizzo.
D’altronde, tuo ciò più che bello è triste.
Edizione del 1924
Leera ventunesima
In cui ci si lamenta perché la sofferenza è troppo breve. Lui è troppo
esigente. Di dolore ne ha abbastanza per un fazzoleo intero. Inoltre, nella
leera, viene data una nuova variante di una famosa fiaba.
Te lo giuro… presto finirò il mio romanzo.
Donna che non mi risponde!
Hai ricacciato il mio amore nella cornea del telefono.
Il mio dolore viene da me e si siede al mio stesso tavolo.
Io discorro con lui.
Tuavia il doore dice che la mia pressione sanguigna va bene e che la
mia allucinazione è solo un fao leerario.
Il dolore viene da me. Parlo con lui, e mentalmente conto i fogli.
Sembrano solo tre.
Che dolore breve.
Bisognerebbe acquisirne un altro, di dimensioni internazionali.
Tuavia, poteva andare diversamente.
Non ne sono stato capace.
Sono riuscito solo, come tu mi hai ordinato, a procurarmi sei camicie.
«Tre a casa, e tre in lavanderia».
Avevo bisogno di spezzarmi e mi sono trovato un amore che mi
spezzasse.
Un uomo affilava il coltello sulla pietra. Non aveva bisogno della pietra,
anche se vi stava piegato sopra.
Preso da Tolstoj.132
Dove è scrio meglio e in modo più prolisso.
Nel mio destino era tuo predeterminato.
Ma poteva anche andare diversamente.
Darò al romanzo un secondo scioglimento.
Sarà preso da Andersen.133
Rappresenta ciò che poteva accadere.
Viveva un principe.
Aveva due preziosi gioielli: una rosa, cresciuta sulla tomba della madre,
e un usignolo che cantava così dolcemente da farti perdere l’anima.
Si innamorò della principessa di un regno vicino e le inviò:
1) La rosa.
2) L’usignolo.
La principessa regalò la rosa all’istruore di painaggio e l’usignolo
morì tre giorni dopo: non riuscì a sopportare l’odore di profumo e di
cipria.
Da questo momento in poi il racconto di Andersen è tuo sbagliato.
Il principe non si travestì affao da guardiano di porci.
Prese a prestito dei soldi, acquistò calze di seta e scarpe a punta.
In un giorno imparò a sorridere, in due a tacere, in tre mesi si abituò
all’odore della cipria.
Regalò alla principessa:
1) Una raganella, al cui suono si poteva danzare lo shimmy.
2) Uno strano giocaolo, che speegolava: probabilmente un libreo
con dedica.
La principessa gli diede un vero bacio.
La noe in cui la principessa andò dal principe era assolutamente nera,
piovosa.
La principessa, sicura, bussò.
Il principe scivolò giù lungo lo scorrimano: gli sembrava che bussassero
tue le noi ed aveva imparato a scivolare sullo scorrimano a meraviglia.
Aprì la porta e (lo dirò per il cubismo) il vento lanciò nel quadrilatero
prismi di pioggia e il seore sferico di un ombrello.
Il principe riconobbe immediatamente l’ombrello.
Si inchinò più in basso dei suoi piedi (stava sulla soglia) e disse:
«Entrate, principessa, nella vostra casa».
Lei entrò: pioveva.
Era così stanca che salì le scale senza neppure chiudere l’ombrello.
Il principe la fece accomodare davanti al camino, accese il fuoco,
apparecchiò la tavola; dopodiché voleva andar via. Voleva regalarle:
1) La rosa.
2) L’usignolo.
Il principe era distrao.
Fu in quel momento che un pesce frio si mise a ridere.
Il pesce frio ride nelle fiabe orientali. I deagli li fornirò in altri miei
scrii.
Nella leeratura europea, per quanto ne sappia, ha riso per la prima
volta grazie a me.
Ride quando vede che qualcuno, invece della raganella, ha regalato il
proprio cuore.
E questa volta rideva a crepapelle, dimenava la coda e faceva schizzare
la salsa.
«Principe» disse «perché rovini le fiabe altrui?».
«Andersen mi ha calunniato» rispose il principe.
«La mia casa ed il mio cuore appartengono alla principessa».
«Colui che è amato, non è mai colpevole. E tu stai tranquillo e non far
schizzare la salsa, perché ora la principessa ti mangerà».
«Tu stesso sei mangiato, o principe arrosto» disse il pesce.
Così disse e morì per la seconda volta, di noia: non amava la
principessa.
Ed ecco un secondo possibile scioglimento per il romanzo.
La principessa vive nella stessa casa del principe, in quanto in cià ci
sono pochissimi appartamenti liberi.
Il principe è diventato un costruore di giocaoli: accomoda
grammofoni e fa raganelle, al cui suono si può danzare lo shimmy.
La principessa dorme nella sua casa.
Ma balla e dorme con altri.
Risulta che fra un punto ed una rea si possono tracciare diverse
perpendicolari.
Tuo ciò si può capire se si conosce bene la geometria non euclidea,
oppure se si è arrivati al punto in cui un gioco di parole fa ridere, tanto
quanto un’ulcera gastrica.
Tuo questo sul «quanto».
Tue le mie leere parlano di «quanto» io ti amo.
Edizione del 1929
Seconda introduzione alla terza edizione 134
Mio caro passato, sei sfiorito.
Sono sfioriti i marciapiedi mautini delle strade berlinesi.
I mercati, cosparsi di bianchi petali di meli in fiore.
I rami dei meli, nei secchi, si ergevano sui lunghi banchi del mercato.
Più avanti, in estate, c’erano rose dal gambo lungo, probabilmente erano
rose rampicanti.
Le orchidee si trovavano nel negozio di fiori della Unter den Linden,135
ma io non le ho mai comperate.
Camminavo per le strade di Berlino, innamorato, come una vela al
vento. Con un po’ di buona volontà ci si può raccapezzare in questa frase.
Poi ho rifao questo libro, quando faceva ancora male. Ma ormai, da
tempo, quel pezzeo di cuore tagliato è stato portato via. Mi dispiace
soltanto per quel passato: per l’uomo che è stato.
Ho un eroe, perché il libro ormai non è più scrio su di me. L’ho
lasciato (il mio vecchio io) in questo libro, così come nei vecchi romanzi si
lasciava su un’isola deserta il marinaio colpevole.
Vivi, caro, qui ci sono calore e sentimento. Vivi, caro, io non ti
modificherò. Siedi, osserva il tramonto. Le leere che non figuravano nella
prima edizione, furono veramente scrie da te, ma tu, allora, non le
spedisti.
27 luglio 1928
[Link] rigiro fra le introduzioni di questo libro, come un uomo che non
riesce a dormire.
Edizione del 1929
Leera ventunesima, breve
Anche se tu scrivi alle altre le tue leere azzurre, io ti amo.
ALJA136
Edizione del 1964
Prefazione 137
Un uomo, solo, cammina sul ghiaccio,138 avvolto nella nebbia. Gli sembra
di camminare dirio. Il vento porta via la nebbia: l’uomo vede la sua meta,
le sue tracce.
Risulta che il blocco di ghiaccio, galleggiando, ha cambiato direzione: la
traccia si è aggrovigliata in un nodo; l’uomo si è perso.
Volevo vivere e decidere onestamente, senza schivare le difficoltà, ma ho
perduto la strada. Sbagliando e smarrendomi mi sono ritrovato emigrato, a
Berlino.
esta storia è narrata da me nel libro Viaggio sentimentale, che è già
stato pubblicato qui da noi due volte; non lo pubblicherò di nuovo ora.
Tuo questo è accaduto nel 1922. All’estero provavo nostalgia; dopo un
anno, grazie all’impegno di Gor’kij e di Majakovskij sono riuscito a
tornare in patria.
Il libro che ora leggerete è stato scrio a Berlino; viene pubblicato in
patria per la terza volta.
1963
Edizione del 1964
Terza introduzione
Ho seant’anni. La mia anima giace innanzi a me.
È tua segnata dalle pieghe del tempo.
el libro, già allora, l’aveva piegata. Io l’ho raddrizzata.
Hanno piegato l’anima la morte degli amici. La guerra. Le dispute.
Gli errori. Le offese. Il cinema. E la vecchiaia, che nonostante tuo, è
sopraggiunta.
Ora, mi è più facile, perché non conosco i luoghi per i quali cammini,
non conosco i tuoi nuovi amici, o i vecchi alberi presso il tuo mulino.139
La memoria si è allontanata in cerchi concentrici. I cerchi sono giunti
sino alla spiaggia scogliosa. Il passato non esiste più.
I cerchi, gli anelli dell’amore se ne sono andati sulla spiaggia.
Non resterò seduto vicino al mare, non aspeerò il bel tempo, non
chiamerò il mio pesciolino dalle efelidi dorate.140
Non resterò seduto, di noe, vicino al mare, non aingerò acqua col mio
vecchio cappello di feltro marrone.
Non dirò: «Mare, rendimi gli anelli».
Ho persino fao noe ad aspeare. Sono sparite dal cielo le stelle
imperscrutabili.
La sola Venere, stella principale della sera e del maino, è riapparsa in
cielo. Fedele all’amore, amo un’altra.
Il maino, nell’ora in cui si può già distinguere un filo bianco da uno
azzurro, pronuncio la parola: Amore.
Il sole si è riversato nel cielo.
Il maino della canzone non può aver fine, solo noi ce ne andiamo.
Vediamo araverso il libro, così come sull’acqua, quanti valichi ha
araversato il cuore, quanto sangue e quanto orgoglio (elementi del
cosiddeo lirismo) sono sopravvissuti al passato.
Mosca, 1963
[Link]à da alcuni decenni Alja è una scririce francese, celebrata dalla
sua prosa e dai versi a lei dedicati.
Note*
1
Il sootitolo, che si basa su un calembour anagrammatico, rimanda allo scambio epistolare fra
il filosofo e scriore medievale Pierre Abélard e la donna da lui amata, Eloisa (1132-35), nonché al
romanzo in leere di Jean-Jacques Rousseau Giulia, o La nuova Eloisa (1761).
2
Citazione quasi integrale dal poema del poeta futurista Velemir Chlebnikov (1855-1922)
Zverinec (Il serraglio), comparso nella raccolta Sadok sudej (Il vivaio dei giudici). Šklovskij commee
un’imprecisione, in quanto la raccolta uscì nell’aprile del 1910. [La traduzione qui riportata è di
A.M. Ripellino].
3
La sorella è Lili Brik (1891-1978), la donna amata dal poeta V. Majakovskij.
4
Una delle strade più alla moda di Berlino, nei pressi della quale si trova anche la Kleistraße
dove, al n. 11, visse Šklovskij appena arrivato a Berlino.
5
A quel tempo, fra i corteggiatori di Elsa Triolet (oltre a Šklovskij) si annoverava Roman
Jakobson (1896-1982). Linguista e critico russo-americano, fu amico di Elsa Triolet e di Šklovskij.
6
Roman Jakobson.
7
In questa pensione, al n. 207 della Kaiserallee, visse per qualche tempo Šklovskij.
8
Julij Isaevič Ajchenval’d (1872-1928), critico. Nel 1922 fu espulso dall’URSS.
9
[Maeo 26, 69-75; Marco 14, 66-72; Luca 22, 54-62; Giovanni 18, 15-18, 25-27].
10
Šklovskij allude qui alla rivista «Beseda» (Colloquio) (Berlino 1923-25), fondata per iniziativa
di M. Gor’kij e che in seguito divenne causa di contrasto fra i due scriori.
11
Le Proposte (Predloženija) di Chlebnikov apparvero sulla rivista pietroburghese «Vzjal» nel
1915.
12
Il critico è Arkadij Gornfel’d (1867-1941) che pubblicò un necrologio di Chlebnikov sulla
rivista pietroburghese «Literaturnye zapiski» (Annali leerari), 1922, n. 3.
13
Pëtr Miturič (1887-1956), artista avanguardista, marito della sorella di Chlebnikov.
14
L’utopica Società dei presidenti del Globo Terrestre fu fondata da Chlebnikov negli anni Dieci;
suoi membri divennero alcuni artisti e leerati futuristi e molti filosofi e uomini politici stranieri
furono invitati ad aderirvi.
15
Chlebnikov, sofferta la fame e da poco riavutosi dal tifo, il 19 aprile del 1920 a Char’kov, ad
una solenne serata leeraria di poeti immaginisti, per iniziativa di Sergej Esenin, fu nominato
«Presidente del Globo Terrestre».
16
Kuokkala (oggi Repino) è una località di villeggiatura nei dintorni di San Pietroburgo;
all’epoca era luogo di ritrovo di famosi uomini di cultura.
17
Si allude ad Aleksandr Lišnevskij (1868-1942), della cui figlia Nadežda era innamorato
Chlebnikov.
18
Devij Bog opera teatrale di Chlebnikov, apparsa nella raccolta Poščëčina obščestvennomu vkusu
(Schiaffo al gusto del pubblico) (Mosca 1912).
19
Nikolaj Kul’bin (1866-1917), medico e artista dell’avanguardia, organizzò molte mostre
futuriste.
20
Ivan Puni (1894-1956), artista avanguardista russo-francese.
21
Soprannome della prima moglie di Šklovskij, Vasilisa Kordi-Šklovskij (1890-1977). ando
Šklovskij fuggì dalla Russia per evitare l’arresto, lei fu costrea a restare a Pietrogrado.
22
Aleksej Remizov (1877-1957), scriore affine al simbolismo emigrò nel 1921. All’epoca viveva a
Berlino.
23
Soprannome di Remizov, creato per lo scherzoso Grande e libero Palazzo delle scimmie
(Obezvelvolpal) da lui inventato.
24
Michail Kuzmin (1872-1936), scriore, critico e musicista.
25
Nell’estate del 1920 Šklovskij fu richiamato nell’Armata Rossa per combaere le truppe del
generale P. Vrangel’.
26
[Diminutivo di Stepanida].
27
(1876- 1943), tradurice e paleografa.
28
Lo zar Aleksej Michajlovič Romanov (1629-76) regnò dal 1645 al 1676.
29
Immagine estrapolata da una fiaba di Rudyard Kipling, e cat that walked by himself del 1902
[in Just so stories, Moskow 1968, pp. 179-200].
30
Rossija v pis’menach, opera di Remizov nella quale rientravano epistole private risalenti ai
secc. XVII–XVIII (integralmente fu pubblicata nel 1922 a Berlino). Le leere del filosofo e critico
Vasilij Rozanov (1856-1919) rientrarono nel libro di Remizov Kukcha. Rozanovy pis’ma (Kukcha.
Leere di Rozanov), pubblicato a Berlino nel 1923.
31
Andrej Belyj (pseudonimo di Boris Bugaev, 1880-1934), scriore simbolista.
32
E. Steinach (1861-1944), fisiologo austriaco che studiava le mutazioni di sesso e il
«ringiovanimento» umano. Di queste teorie si interessava Gor’kij negli anni Venti.
33
Solomon Kaplun (Sumskij; 1891-1940), operava nell’editoria; è introdoo da Remizov nel suo
libro [Link]’ peterburgskaja (Achru. Racconto pietroburghese) (Berlino-Pietroburgo-Mosca
1922).
34
Marija Andreeva (1868-1953), arice e donna amata da Gor’kij prima della rivoluzione; viene
citata nel necrologio di Blok scrio da Remizov dal titolo Iz ognennoj Rossii (Dall’ardente Russia) nel
1921 (incluso nel libro omonimo).
35
Aleksandr Blok (1880-1921), scriore simbolista.
36
L’espressione russa qui usata, chodom konja, riecheggia l’opera omonima di Šklovskij Chod
konja, Berlin 1923 [Trad. it. La mossa del cavallo: libro di articoli, Bari 1967] nella cui introduzione si
spiega: «Il cavallo procede di traverso… il motivo risiede nel fao che il cavallo non è libero;
procede in diagonale perché la via diria gli è preclusa».
37
Vezzeggiativo di Alja.
38
«Non ti chiamerai più Abram/ma ti chiamerai Abraham/perché padre di una moltitudine/di
popoli ti renderò» (Genesi 17, 5).
39
Il termine impiegato da Šklovskij, Šiber’, deriva da un’espressione colloquiale tedesca, Schieber,
speculatore.
40
Zinovij Gržebin (1877-1929), editore e caricaturista.
41
Jurij Annenkov (1889-1976), artista e memorialista russo-francese.
42
Citazione, non del tuo esaa, dalle bozze della prima strofa del cap. VIII dell’Evgenij Onegin di
Puškin. Invece di «quando» (kogda) nelle bozze leggiamo: «in quei giorni in cui» (V te dni, kak).
43
Nel 1907-16 a San Pietroburgo uscirono 26 numeri della rivista «Šipovnik» (Rosa canina).
«Panteon» fu la casa editrice che Gržebin diresse a Pietroburgo fra il 1907 e il 1912.
44
ando Gržebin trasferì la sua casa editrice da Pietrogrado a Berlino stipulò un accordo con lo
stato sovietico, in base al quale i libri pubblicati dovevano essere distribuiti anche in Russia, ma i
sovietici non rispearono l’accordo e Gržebin fallì.
45
Complessivamente Gržebin pubblicò 218 titoli.
46
Allusione al radicale piano di ricostruzione dell’economia russa, basato sull’elerificazione del
paese, promosso da Lenin nel 1920.
47
Kak sdelan ‘Don Kichot’ (Com’è fao il «Don Chiscioe»), articolo di Šklovskij del 1921; rientrò
in O teorii prozy, 1925 [Trad. it. Teoria della prosa, Torino 1976, pp. 101-141].
48
Riferimento all’opera omonima di H. Wells e food of the gods, 1904 [Trad. it. L’alimento degli
Dei, Torino 1949].
49
Si traa della prima opera pubblicata da Belyj: Simfonija (2-ja, dramatičeskaja) [Sinfonia (II,
drammatica)] del 1902.
50
Dorina filosofico-religiosa, elaborata da Rudolf Steiner, di cui fu fervente seguace Belyj fra il
1921 e il 1922.
51
La costruzione del terzo edificio della caedrale di Sant’Isacco a San Pietroburgo fu iniziata ai
tempi dell’imperatrice Caterina la Grande e continuata soo l’imperatore Paolo I (fu a quel tempo
che il progeo venne semplificato ed il marmo fu sostituito da semplici maoni); più tardi al suo
posto fu costruita una nuova caedrale, conservatasi fino al giorno d’oggi.
52
Sia Zapiski čudaka (Memorie di un bislacco) che Kotik Letaev [Trad. it. Kotik Letaev, Milano
1973] sono romanzi autobiografici di Belyj, accomunati dal tema del «divenire dell’anima
autocosciente».
53
Opojaz, Obščestvo izučenija (teorii) poetičeskogo jazyka (Società per lo studio (della teoria) della
lingua poetica). Si traava di un’organizzazione pietroburghese, costituita da critici formalisti, a
capo della quale negli anni ’10 si trovava Šklovskij.
54
[Genesi 9, 8-16].
55
Pëtr Bogatyrëv (1893-1971), studioso di folklore e di teatro, teorico della leeratura. Fra il 1921
e il 1940 operò in Cecoslovacchia.
56
Elena Grekova (1875-1937), scririce. Ivan Grekov (1867-1934), chirurgo.
57
Michail Slonimskij (1897-1972), scriore.
58
Voenspec, voennyj specialist (militare specialista), ex militare dell’esercito zarista, entrato a far
parte dell’Armata Rossa.
59
Roman Jakobson nel 1921, recatosi in Cecoslovacchia in qualità di interprete del
rappresentante della Repubblica Federale Socialista Sovietica Russa, non rientrò in patria.
Bogatyrëv lo raggiunse nel dicembre 1921.
60
esti lager sorsero al termine della prima guerra mondiale per i prigionieri di guerra russi.
61
Češskij kukol’nyj i ruskij narodnyj teatr, Berlin 1923 [Trad. it. Il teatro ceco delle marionee ed il
teatro popolare russo in Id., Il teatro delle marionee, Brescia 1980, pp. 43-92].
62
Ristorante berlinese, luogo di ritrovo del «Club degli scriori» russo.
63
Allusione al gruppo leerario «I fratelli di Serapione», sorto a Pietrogrado nel febbraio 1921.
Membri del gruppo erano Michail Zoščenko, Il’ja Gruzdev, Elizaveta Polonskaja, Veniamin Kaverin,
Nikolaj Tichonov, Konstantin Fedin, Vsevolod Ivanov, Lev Lunc, Nikolaj Nikitin.
64
Aleksandr Kuprin (1870-1938), scriore.
65
Giudici 7, 5-7.
66
Giudici 12, 6. La parola shibbolet significa spiga di frumento.
67
Citazione non del tuo esaa di una poesia del poeta e critico Apollon Grigor’ev [Cfr.
traduzione con testo originale a fronte in W. Giusti (a cura di), Il secolo d’oro della poesia russa,
Napoli 1961, pp. 175-176]. Fu in seguito messa in musica e divenne una famosissima romanza
gitana.
68
Nel 1923 Šklovskij lavorò nell’ufficio berlinese della «Russtorgfil’m», dove sceglieva i film da
esportare sul mercato russo e faceva filmati pubblicitari.
69
Molto probabilmente, Šklovskij allude a Benedikt Livšic (1886-1938), poeta che negli anni ’10
era vicino ai futuristi. Non conosciamo la canzone malavitosa odessita di cui parla Šklovskij,
tuavia bisogna tener conto del fao che in Russia, la tradizione orale ascrive a Livšic testi non
apparsi col suo nome (come la versione parodica non censurata del poema puškiniano Evgenij
Onegin).
70
Šklovskij terminò il liceo privato «N. Šepoval’nikov» che si trovava al n. 24 del corso
Kamennoostrovskij.
71
«Ave, Imperator, morituri te salutant» (Salve, Imperatore, ti salutano quelli che vanno a
morire), era il saluto che i gladiatori rivolgevano all’imperatore (Svetonio, Claudio, 21, 6).
72
Inno ufficiale della Russia prima della rivoluzione del 1917.
73
I bogomili erano un movimento ereticale (in seguito, una sea) diffusosi nei Balcani.
74
Il «Dom iskusstv» (Casa delle Arti) era un’organizzazione pietroburghese di uomini di cultura
(1919-22). La vita e l’atmosfera di questo luogo sono descrii in una copiosa leeratura
memorialistica ed anche in numerosi romanzi. La «Casa delle Arti» si trovava nella cosiddea
«Casa di Čičerin» (Corso della Neva, 15).
75
Ksana Boguslavskaja Puni (1892-1972), artista avanguardista russo-francese.
76
«Tram V», mostra futurista che ebbe luogo a Pietrogrado nel marzo 1915.
77
Carl Einstein (1885-1940), scriore e drammaturgo tedesco, storico dell’arte, vicino
all’espressionismo e al dadaismo.
78
Maeo 2, 13-15.
79
Ernst Fritsch (1892-1962) (Šklovskij lo trascrive erroneamente «Frig» anziché «Frič»), artista
espressionista tedesco.
80
Karlis Zalit (Zale; 1888-1942) e Arnold Dzerkal (1896-?), artisti leoni.
81
Rudolf Belling (1886-1972), scultore tedesco.
82
Il «Dom pečati» (Casa della Stampa) fu organizzato nel marzo del 1920 e durante gli anni ’20
accolse numerose serate leerarie.
83
esta dichiarazione di Marina Cvetaeva fu faa a Šklovskij durante un loro colloquio e solo
in seguito fu riportata nell’articolo Epos i lirika sovremennoj Rossii, 1932 [Trad. it. L’epos e la lirica
della Russia contemporanea, in Id., Il poeta e il tempo, Milano, Adelphi 1984, pp. 117-150].
84
Evgenija Pasternak (1898-1965), artista, prima moglie di Boris Pasternak.
85
Shimmy, ballo simile al fox-trot, in voga negli anni ’20.
86
[Revolver che prendeva il nome dal belga Nagant, suo inventore. Fu in uso presso le truppe
russe fino alla seconda guerra mondiale. La giata era di circa 100 metri].
87
La Gedächtniskirche (alla leera «chiesa commemorativa») fu costruita nel Kurürstendamm
nel 1891-95 in memoria del primo kaiser tedesco Guglielmo I e rimase a lungo l’edificio più alto
della cià. Distrua dai bombardamenti nell’autunno del 1943, fu restaurata dopo la guerra e
divenne il simbolo di Berlino ovest (nota come «e Blue Church»). Non lontano, nella
Budapesterstrasse, si trova l’ingresso allo zoo di Berlino.
88
Elena Ferrari (Ol’ga Golubeva; 1899-1939), leerata.
89
Nodo ferroviario non lontano dalla Kleiststraße, dove si intersecavano le linee della
metropolitana e della ferrovia; rappresentata nella poesia di Pasternak Gleisdreieck (1923).
90
Canzone popolare tedesca.
91
Parole dell’inno nazionale tedesco.
92
[Sulla soluzione (razgadka) cfr. V. Šklovskij, Teorija prozy, Moskva-Leningrad 1925, pp. 104
sgg.; p. 115; pp. 130 sgg.; p. 141. Trad. it., Teoria della prosa, cit., pp. 154, 168, 176-177, 197, 211].
93
Wertheim, grande negozio berlinese.
94
Il Vospitatel’nyj dom, nella Russia pre-rivoluzionaria era un’istituzione che raccoglieva
trovatelli e figli illegiimi.
95
Elsa Triolet visse a Tahiti dal 1919 al 1920. La leera della Triolet dedicata a Tahiti, ancora
prima di essere pubblicata in Zoo, fu lea da Gor’kij che ne rilevò le qualità artistiche. Gor’kij, e
qualche tempo dopo anche Šklovskij, convinsero Elsa Triolet a cimentarsi in leeratura. Il suo
primo libro Na Taiti (A Tahiti) (in lingua russa) fu pubblicato a Mosca nel 1925.
96
[È il termine francese che, a Tahiti, indica tui i tipi di gardenie bianche profumate].
97
André Triolet (1889-1969), primo marito di Elsa Triolet. Si conobbero nel 1918, quando Triolet,
in qualità di ufficiale dell’esercito francese, si trovava in missione a Mosca.
98
Il teatro berlinese «Scala», dove spesso avevano luogo manifestazioni culturali russe, si
trovava al n. 21 della Lutherstraße.
99
In italiano nel testo.
100
Citazione del racconto di N. Gogol’, La tremenda vendea, in Id., Le veglie alla faoria di
Dikanka, Torino 1978, p. 203.
101
Con questo gioco di parole Šklovskij richiama il nome di una popolare icona russa
«Neuvjadaemyj cvet» (Il fiore imperituro).
102
Lo studio di I. Puni si trovava al n. 11.
103
Costantinopoli (oggi Istanbul) al termine della guerra civile russa divenne, per qualche tempo,
uno dei principali centri dell’emigrazione russa.
104
Nikolaj Evreinov (1879-1953), regista, aore, esperto di teatro; fu continuo oggeo di critiche
da parte di Šklovskij negli anni 1920-21.
105
Nel 1919 a Vitebsk, oltre a Chagall lavoravano altri famosi artisti quali Mstislav Dobužinskij,
Ivan Puni, El’ Lisickij e Kazimir Malevič.
106
La ciadina di Marksštadt, ex Ekaterinenštadt, ora Marx, è situata sulla parte centrale della
Volga.
107
Teatri dell’emigrazione russa a Berlino.
108
Il’ja Erenburg (1891-1967), scriore e pubblicista.
109
La rivista «Vešč» (La cosa) fu pubblicata a Berlino nel 1922 da Erenburg e Lisickij e
propugnava le idee del costruivismo.
110
Neobyčajnye pochoždenija Chulio Churenito i ego učenikov, romanzo di I. Erenburg apparso a
Berlino nel 1922 [Trad. it. Le staordinarie avventure di Julio Jurenito, Torino 1968].
111
Trest D.E. Istorija gibeli Evropy (Trust D.E. Storia della fine dell’Europa), romanzo di I. Erenburg
pubblicato a Berlino nel 1923.
112
Si traa della VII novella del II giorno del Decamerone. [«Bocca baciata non perde ventura, anzi
rinnuova come fa la luna» (Boccaccio, Decameron, Torino 1991, p. 257)].
113
[In seguito ad una crisi religiosa Erenburg, ebreo di origine, stava per convertirsi al
caolicesimo, da cui però in seguito si allontanò. Da qui il riferimento biblico; cfr. Ai 13, 9. Sulla
conversione di Saulo cfr. Ai 9, 1-30].
114
Lo stesso Erenburg nelle sue tarde memorie spiegò così questo paragone: «In ogni libro mi
‘dissociavo’ da me stesso. Fu proprio allora che Šklovskij mi chiamò Pavel Savlovič (cioè Paolo
figlio di Saulo). Sulle sue labbra non poteva suonare offensivo. Durante la sua vita lui fece quello
che facevano i suoi coetanei, cioè non cambiò mai parere, né punto di vista; lo faceva senza
amarezza, persino con un certo entusiasmo».
115
Zverinoe teplo (Calore animale), libro di versi di Erenburg, pubblicato a Berlino nel 1923.
116
Nome di un lago e di una località vicino a Potsdam, a sud-ovest di Berlino.
117
Il più grande centro dell’Armenia turca, fu conquistato dalle truppe russe nel gennaio 1916.
118
Il’ja Zdanevič (1894- 1975), artista e leerato russo-francese. Lavorò a lungo in Georgia.
119
[V. Šklovskij, Zoo ili pis’ma ne o ljubvi, Leningrad, Atenej 1924].
120
Cfr. nota 100.
121
I formalisti Boris Ejchenbaum (1886-1959) e Jurij Tynjanov (1894-1943) erano amici di
Šklovskij e avevano lavorato con lui all’Opojaz.
122
Roman Jakobson.
123
[L. Tolstoj, Guerra e pace, Firenze 1970, pp. 293-294].
124
Nel febbraio 1917 a Pietrogrado il distaccamento della guardia imperiale del reggimento
Volynskij fu il primo a insorgere.
125
Ufficiali della guardia imperiale russa che nel dicembre 1825 insorsero contro il regime zarista.
126
[Svista di Šklovskij che forse intendeva parlare di creosoto, al tempo usato anche come
lubrificante].
127
Baku, capitale dell’Azerbajdžan, era all’epoca la maggior regione fornitrice di petrolio della
Russia. Dall’agosto 1918 era occupata dalle truppe inglesi.
128
Šklovskij allude alla monografia del critico liberale D. Ovsjaniko-Kulikovskij Istorija russkoj
intelligencii: Itogi russkoj chudožestvennoj literatury XIX veka (Storia dell’intelligencija russa:
conclusioni sulla leeratura russa del XIX secolo) (1903-07).
129
Si allude ad una rissa realmente accaduta, ad opera di Šklovskij, in un caè di Berlino.
130
Protagonisti del poema di A. Puškin Evgenij Onegin (1823-31) [Trad. it. Evgenij Onegin,
Venezia, Marsilio 1996].
131
Protagonisti del romanzo di M. Lermontov Geroj našego vremeni (1840) [Trad. it. Un eroe del
nostro tempo, Milano 1992].
132
Rimando ad un aneddoto citato nel XII capitolo del saggio di L. Tolstoj Tak čto že nam delat’
(1886) [Trad. it. Che fare?, Milano 1979].
133
Cfr. Il guardiano di porci di Andersen.
134
[V. Šklovskij, Zoo ili pis’ma ne o ljubvi, Leningrad, Izdatel’stvo pisatelej v Leningrade 1929].
135
Una delle principali strade di Berlino.
136
[Nell’edizione del 1964 il testo cambia significativamente, in quanto è l’autore che scrive:
«Anche se tu scrivi le tue leere azzurre ad altri, io ti amo, Alja!» (Zoo, 1964, p. 181)]. La menzione
deriva dal fao che alcune leere della Triolet (in particolare quelle diree a Šklovskij) erano scrie
su carta di questo colore.
137
[V. Šklovskij, Zoo ili pis’ma ne o ljubvi, in Id., Žili-byli, Moskva 1964, pp. 120-208].
138
Šklovskij chiaramente allude alla sua fuga dall’URSS, araverso i ghiacci del golfo di Finlandia,
nel marzo 1922.
139
Šklovskij si riferisce alla casa fuori cià della Triolet e di Luis Aragon, costruita nell’edificio di
un vecchio mulino.
140
i e oltre si richiamano motivi di alcune fiabe russe.
* Gli interventi fra parentesi quadre sono della curatrice.
Scheda biografica
Viktor Borisovič Šklovskij (1893-1984) nacque a Pietroburgo da padre
ebreo, Boris Vladimirovič, insegnante di matematica, e da Varvara
Karlovna Bundel’, figlia del giardiniere dello Smol’nyj, il prestigioso
collegio per fanciulle nobili. Terminati gli studi presso la facoltà di leere
di Pietroburgo, i suoi primi esordi leerari risalgono al 1914, anno in cui
pubblica La resurrezione della parola (Voskrešenie slova, SPb 1914), preludio
del nascente formalismo.
I suoi primi studi teorici sulla leeratura si rivolgono principalmente al
futurismo; studia V. Chlebnikov, V. Majakovskij e A. Kručënych. Da qui
sorge il suo interesse per la parola «autoritorta» e «rinnovata», per un
nuovo, specifico linguaggio poetico e diviene membro dell’OPOJAZ
(Obščestvo izučenija poetičeskogo jazyka, Società per lo studio della lingua
poetica), all’interno del quale diventa uno dei fautori e dei teorici del
formalismo russo. L’OPOJAZ, nato in Russia dopo il 1915 come scuola di
teoria della leeratura, radunava al suo interno noti esponenti formalisti
quali Ju. Tynjanov, B. Ejchenbaum, O. Brik, L. Jakubinskij ed il futuro
linguista struuralista R. Jakobson.
Nel 1917 Šklovskij scrive il saggio L’arte come procedimento (Iskusstvo
kak priëm in Sborniki po teorii poetičeskogo jazyka, SPb. 1917, II, pp. 3-14),
vero e proprio manifesto programmatico della nuova scuola, in cui
l’autore analizza l’opera leeraria nella sua natura immanente, come mera
somma di procedimenti artistici.
Dal 1919 Šklovskij comincia ad occuparsi di teoria della prosa e nel 1925
raccoglie tui gli articoli scrii su questo tema in un volume che esce con
il titolo La teoria della prosa (Teorija prozy, M.-L. 1925).
Allo scoppio della rivoluzione di febbraio, vi partecipa aivamente e
viene nominato dal Governo provvisorio commissario sul fronte di Galizia.
Successivamente entra in contao con i socialisti rivoluzionari e, nel
marzo del 1922, mentre il governo sovietico si accingeva ad organizzare un
processo contro eminenti esponenti di questo partito, Šklovskij elude un
agguato dei čekisti, la polizia politica segreta. Fuggendo, si rifugia
dapprima in Finlandia e poi a Berlino, il centro dell’emigrazione russa
durante gli anni Venti, dove incontra Alja Kagan, alias Elsa Triolet.
esti eventi, descrii con vena autobiografica in Viaggio sentimentale
(Sentimental’noe putešestvie, Berlino 1923), mostrano come Šklovskij, che
aveva partecipato aivamente alla rivoluzione di Febbraio, sia invece stato
estraneo a quella di Oobre, e questo non solo perché al suo scoppio si
trovava in Iran, ma soprauo per una mancata affinità politica con i
bolscevichi. Sarà la nostalgia per la madre-Russia, quella nostalgia che
aanagliava tui i russi rinchiusi nello zoo-prigione di Berlino, a
costringerlo a tornare in patria, dove lo aspeava la moglie che non aveva
potuto seguirlo al momento dell’espatrio.
Ma il ritorno esigeva il riconoscimento dello stato sovietico, ed è così
che Šklovskij, che aveva creduto fermamente nel Governo provvisorio, ma
non aveva mai acceato le idee bolsceviche, dovee farle proprie o,
quanto meno, accearle. Ecco con quali parole Šklovskij esprime la sua
acceazione del potere sovietico: «Riconosceremo questo stramaledeo
potere sovietico! Come al giudizio di Salomone, non richiederemo che il
bambino sia tagliato a metà, lo cederemo ad estranei, purché viva!»
(Šklovskij [1923]: 174).
Dopo il rientro, Gor’kij gli offre di collaborare alla Vsemirnaja literatura,
la casa editrice che pubblicava tui i classici del mondo in lingua russa.
Negli anni Venti, l’aività critico-leeraria di Šklovskij è legata
dapprima ai Fratelli di Serapione, un gruppo leerario nato a Pietrogrado
nel 1921, molti membri del quale partecipavano ai seminari di teoria della
leeratura e della prosa artistica di Šklovskij. Il teorico principale di
questo movimento, che perseguiva lo scopo di reperire nuove forme
leerarie ispirate ai modelli occidentali, Lev Lunc, era allievo di Šklovskij.
In seguito, Šklovskij comincia a frequentare aivamente il LEF,
un’organizzazione artistico-leeraria che nasce a Mosca alla fine del 1922,
a capo della quale si trovava V. Majakovskij e che pubblicava le riviste
«LEF» (1923-1925) e «Novyj LEF» (1927-1928). Al suo interno, verso la fine
degli anni Venti, le ricerche leerarie dell’autore approdano allo studio e
alla formulazione teorica di un nuovo tipo di leeratura, la literatura fakta
(leeratura del fao o faografia).
Dopo gli aacchi rivolti, verso la fine degli anni Venti, dal potere
sovietico al metodo formalista, Šklovskij è costreo a fare ammenda nello
scrio Monumento all’errore scientifico (Pamjatnik naučnoj ošibke,
«Literaturnaja Gazeta», 1930, 27 janvarja), in cui ricusa le precedenti
posizioni formaliste.
A partire dal 1926 comincia a lavorare aivamente per il cinema. Negli
anni successivi si dedica soprauo allo studio della narrativa e dei
classici. Nel 1937 pubblica Note sulla prosa di Puškin (Zametki o proze
Puškina, M. 1937) a cui segue, nel 1940, Majakovskij (O Majakovskom, M.
1940) e, nel 1957, uno studio su Dostoevskij (Za i protiv. Zametki o
Dostoevskom, M. 1957). Nel 1963 termina la fondamentale biografia su Lev
Tolstoj (Lev Tolstoj, M. 1963).
Muore a Mosca nel 1984.
M.Z.
Riferimenti bibliografici
Barthes R., Frammenti di un discorso amoroso, Torino, Einaudi 1979.
Chlebnikov V., Zverinec [1909], in Poezija russkogo futurizma, Sankt-
Peterburg, Akademičeskij proekt 1999, pp. 71-74 [Trad. it. Il serraglio, in
A.M. Ripellino, Poesie di Chlebnikov. Saggio, antologia, commento, Torino
1968, pp. 5-8].
Eco U., [1979] Lector in fabula, Milano, Bompiani 1998.
Ginzburg L., Čelovek za pis’mennym stolom, Leningrad, Sovetskij pisatel’
1989.
Lotman Ju., Tekst v tekste, in Izbrannye stat’i v trech tomach, Tallin,
Aleksandra 1992, vol. 1, pp. 148-160.
Šklovskij V., Zoo ili pis’ma ne o ljubvi, Berlin, Gelikon 1923.
Idem, Sentimental’noe putešestvie [1923], Moskva, Novosti 1990.
Idem, Zoo ili pis’ma ne o ljubvi, Leningrad, Atenej 1924.
Idem, Teorija prozy, Moskva-Leningrad, Krug 1925 [Trad. it. La teoria
della prosa, Torino, Einaudi 1976]. Una 2a edizione ampliata esce nel 1929 e
una successiva è pubblicata nel 1982, sostanzialmente diversa dalle
precedenti. La traduzione italiana si riferisce all’edizione del 1929.
Idem, Zoo ili pis’ma ne o ljubvi, Leningrad, Izdatel’stvo pisatelej v
Leningrade 1929.
Idem, Zoo ili pis’ma ne o ljubvi, in Žili-byli, Moskva 1964.
Idem, Gamburgskij sčët. Stat’i, vospominanija, esse, Moskva, Sovetskij
pisatel’ 1990.
Zalambani M., Un esempio di autocensura sovietica: Zoo o leere non
d’amore di V. Šklovskij, in Censura e censure, Liguori, Napoli 2002.
M.Z.
Indice
Ambiguità di un discorso amoroso di Maria Zalambani
Zoo o leere non d’amore
Dedica
Prefazione dell’autore
Epigrafe. Il serraglio
Leera prima
Leera seconda
Leera terza
Leera quarta
Leera quinta
Leera sesta
Leera seima
Leera oava
Leera nona
Leera decima
Leera undicesima
Leera dodicesima
Leera tredicesima
Leera quaordicesima
Leera quindicesima
Leera sedicesima
Leera diciasseesima
Leera dicioesima
Introduzione alla leera diciannovesima
Leera diciannovesima
Leera ventesima
Leera ventunesima
Leera ventiduesima
Leera ventitreesima
Leera ventiquaresima
Leera venticinquesima
Leera ventiseiesima
Leera ventiseesima
Leera ventoesima
Leera ventinovesima
Leere e introduzioni apparse nelle edizioni successive
Edizione del 1924. Introduzione
Edizione del 1924. Leera introduiva
Edizione del 1924. Leera quaordicesima
Edizione del 1924. Leera diciasseesima
Edizione del 1924. Leera ventunesima
Edizione del 1929. Seconda introduzione alla terza edizione
Edizione del 1929. Leera ventunesima, breve
Edizione del 1964. Prefazione
Edizione del 1964. Terza introduzione
Note
Scheda biografica
Riferimenti bibliografici