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Pragmatica Cognitiva, Bara - Riassunto Del Manuale: Psicologia Della Comunicazione Università Di Torino

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Pragmatica Cognitiva, Bara -

Riassunto del manuale


Psicologia Della Comunicazione
Università di Torino
32 pag.

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PRAGMATICA COGNITIVA

CAPITOLO 1
La comunicazione è un’attività sociale, che per realizzarsi necessita di più agenti. Il linguaggio è uno dei canali
espressivi di cui ci serviamo per comunicare, altri canali sono: la scrittura, il disegno, le emozioni, qualunque azione
purchè sia chiaro che è stata effettuata in modo tale che l’interlocutore abbia potuto coglierne la natura
intenzionalmente comunicativa.
La pragmatica cognitiva è lo studio degli stati mentali delle persone impegnate in un’attività comunicativa.
Qualunque attività potenzialmente comunicativa in mancanza di partner che recepiscano i messaggi rimane privata,
un ponte che non raggiungerà mai l’altra sponda del fiume. La teoria che sto presentando non considera però ancora
sufficiente che ci siano due persone, perché si possa parlare di comunicazione: vanno aggiunte una serie di altre
condizioni.

• Primo Assunto: il significato globale dell’interazione viene concordato fra i partecipanti, indipendentemente
dai rispettivi ruoli di parlante e ascoltatore. Deve quindi esserci una rappresentazione mentale di ciò che sta
accadendo, condivisa dagli interlocutori: gioco comportamentale.
Il gioco rappresenta quello che entrambi gli agenti credono di star facendo, il senso che stanno dando
all’intera sequenza di interazioni. Deve essere chiaro a tutti i partecipanti ciò che succede, quali sono i
vincoli sociali e personali e cosa è lecito attendersi e non attendersi dall’altra persona.

• Secondo Assunto: tutti gli agenti devono esplicitare la propria intenzione consapevole di partecipare
all’interazione: intenzione comunicativa consapevole. Non è possibile che A comunichi qualcosa a B senza
averne l’intenzione.
Aspetto chiave: può essere considerato “messaggio” solo qualcosa che produce un cambiamento nel mondo.
INTERAZIONE SOCIALE
Parliamo di interazione sociale ogni volta che due o più persone entrano in una situazione di reciproco scambio da
permettere che l’una venga influenzata dall’altra.
Modalità di interazione sociale:
• Estrazione di informazioni: filogeneticamente più antica. Parliamo di comunicazione quando è presente
reciproca intenzionalità, parliamo di estrazione di informazione se uno degli attori non possiede
intenzionalità di comunicare. Non possiamo in questi casi parlare di significato poiché per costruire un
significato bisogna essere in due e reciprocamente interessati a costruirlo.

• Costruzione comune di significato: attività congiunta di attore e partner che consapevolmente e


intenzionalmente cooperano per costruire insieme il senso della loro interazione: il senso di quello che
stanno facendo si costruisce insieme. Il significato si costruisce insieme, non è un messaggio che il parlante
codifica e l’ascoltatore decodifica.
La misura dell’efficacia di un’interazione comunicativa è data dal livello di soddisfazione che tutti i partecipanti
hanno rispetto a quello che si condivide dopo l’interazione, paragonato a quanto si poteva considerare condiviso
prima della stessa.

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Grice afferma che attraverso un dato comportamento qualcuno vuol dire che q se e solo se attraverso quel
comportamento intende indurre in un ascoltatore la credenza che q.
Il linguaggio è costantemente accompagnato da elementi extralinguistici che facilitano il reciproco comprendersi.
Nella comunicazione usuale, linguistico, paralinguistico ed extralinguistico sono costantemente mescolati,
modulandosi a vicenda per raggiungere l’effetto desiderato.
È quindi opportuno introdurre un concetto che permetta di riunificare i diversi aspetti della comunicazione, l’atto
comunicativo: qualunque azione, sia linguistica che extralinguistica, purchè l’azione sia intesa come comunicativa
dall’attore e sia riconoscibile come comunicativa dal partner.
Paralinguistica: aspetto della comunicazione che ne modifica il significato in modo emozionale, non consapevole ma
congruente ai fini dell’interazione. Prosodia, tono, altezza, timbro e intensità della voce.
Permanenza
Una distinzione importante è quella tra atti comunicativi permanenti e impermanenti:
• Permanenza: di un atto comunicativo, il suo prolungarsi nel tempo oltre la durata strettamente necessaria per
la sua emissione.
• Impermanenza: di un atto comunicativo, il suo limitarsi al tempo necessario per l’emissione.
Si tratta di una distinzione non rigida, ma un tratto continuo in cui possiamo trovare gradi diversi di permanenza.
Pertinenza

La teoria della pertinenza si fonda su un primo principio generale (principio cognitivo): la cognizione umana tende a
essere correlata con la memorizzazione della pertinenza. Le risorse cognitive tendono a essere altolocate per
l’elaborazione degli input più pertinenti che siano in quel momento disponibili al sistema.
Dal primo principio se ne può derivare un secondo (principio comunicativo, principio di pertinenza): ogni atto di
comunicazione ostensiva (comportamento che renda manifesta l’intenzione di rendere qualcosa manifesto) comunica
la presunzione della propria pertinenza ottimale. Un attore afferma implicitamente di avere qualcosa di pertinente da
comunicare, con il semplice atto di comunicare qualcosa.
Ciascun atto comunicativo deve garantire la propria pertinenza, nel senso che il parlante deve fare percepire il
proprio contributo come sufficientemente importante da meritare che gli ascoltatori si impegnino nello sforzo
cognitivo di comprendere ciò che l’altro sta dicendo.
COMUNICAZIONE LINGUISTICA
La distinzione tra linguaggio verbale e non verbale è fondamentalmente basata sull’input: il linguaggio parlato è
definito verbale, al linguaggio non verbale corrisponde qualunque altra cosa: postura, versi, gesti, spazio, tempo. Le
difficoltà con tale distinzione sono molte, e tutte sostanziali: la più grave pone all’interno del non verbale linguaggi
strutturati come quello dei segni. Questo pone l’attenzione sulla debolezza del criterio basato sull’input.
A questa distinzione se ne contrappone una basata sul modo di elaborare i dati: la comunicazione linguistica consiste
nell’uso comunicativo di un sistema di simboli, mentre la comunicazione extralinguistica consiste nell’uso
comunicativo di un insieme di simboli. La differenza essenziale sta nella scomponibilità del linguaggio in costituenti
significativi autonomi (parole), mentre l’extralinguistico consiste di unità non scomponibili.

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Sintassi, Semantica, Pragmatica
Nessuna è più importante delle altre in astratto, tutte concorrono a rendere lo strumento linguistico terribilmente
duttile e complesso. Le tre componenti del linguaggio sono attive contemporaneamente e non in sequenza lineare,
ogni componente ha bisogno della altre perché la comprensione e la produzione del linguaggio siano efficaci.
• Sintassi: struttura grammaticale della frase, com’è generata la frase, rapporto fra segni.
Si occupa dei principi con cui le singole parole sono ordinatamente montate per generare frasi
immediatamente riconoscibili come ben formate.
• Semantica: significato delle singole parole, significato delle parole ordinate nella frase, rapporto fra simboli
e mondo.
Si occupa del significato che la frase veicola, per mezzo sia dei significati delle singole parole sia della
combinazione dei significati singoli nell’espressione globale trasmessa nella frase.
Anche in presenza di violazioni sintattiche siamo in grado di comprendere il significato generale, la
semantica permette di comprendere facilmente frasi ambigue dal punto di vista sintattico.
• Pragmatica: contesto in cui la frase è emessa, scopo per cui la frase è emessa, intenzione comunicativa.
(Cosa vuol dire x?)
Si occupa della comunicazione come davvero avviene. Ciò significa analizzare l’uso effettivo che ne fanno
gli esseri umani, per le loro finalità interattive, studiando i differenti contesti e come i significati trasmessi
siano influenzati. Si occupa cioè di stabilire qual è lo scopo per cui un enunciato è stato emesso.
(Cosa vuoi dire con x?)
Frase: entità teorica astratta definita all’interno di una teoria grammaticale, di pertinenza della sintassi.
Enunciato: proferimento di una frase in un determinato contesto, di pertinenza della pragmatica.
COMUNICAZIONE EXTRALINGUISTICA

La modalità comunicativa extralinguistica è filogeneticamente più antica.


Segnale convenzionale: modo di agire culturalmente stabile, riconoscibile da tutti i membri di quella cultura,
portatore di un significato autonomo, comprensibile indipendentemente dal contesto in cui è generato. Il gesto
specifico è simbolico nel senso che rimanda a qualcos’altro, come nella stretta di mano, usata per indicare
conoscenza, amicizia. I segnali convenzionali sono determinati culturalmente e modulano la comunicazione
extralinguistica con la stessa precisione con cui regolano quella linguistica.
Segnale non convenzionale: un’azione completamente inscritta nei circuiti cerebrali per quanto riguarda modalità
espressiva e possibilità di riconoscimento da parte degli altri. Mentre il convenzionale ha un margine di variabilità
dovuto al mescolare l’innato con l’acquisito, ciò che non è convenzionale è legato indissolubilmente al disegno
genetico.
Comporta che una prima reazione al segnale scatti in modo automatico, riflesso; una seconda reazione allo stesso
segnale si avrà quando il significato simbolico sia stato compreso.
Spesso sono legati alle emozioni di base, risultando così interculturalmente riconoscibili. Sono comunque influenzati
dalla cultura anche se non sono ritualizzati come quelli convenzionali.
Attivano quindi una doppia reazione da parte di chi li riceve: una prima legata a meccanismi automatici, una seconda
legata al significato simbolico del segnale.

Certo si possono provocare reazioni fisiologiche anche per via linguistica, ma solo dopo che alle parole sia stato dato
un significato simbolico.

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DIFFERENZA TRA LINGUISTICO ED EXTRALINGUISTICO

La comunicazione è un processo e comunicare linguisticamente o extralinguisticamente vuol dire usare due modi
diversi di analizzare i dati. Lo stesso input si presta quindi a un’analisi sia linguistica che extralinguistica, sarà
quindi elaborato in due modi diversi.

Comunicazione linguistica: Composizionale

La comunicazione linguistica viene definita come l’uso comunicativo di un sistema di simboli, il linguaggio è
composizionale, cioè costituito ricorsivamente grazie a unità componibili, non a parti elementari. La
composizionalità determina le seguenti caratteristiche del linguaggio, che definiscono il modo linguistico di
elaborare le espressioni comunicative:
• Sistematicità: le frasi di un linguaggio non sono arbitrariamente componibili, né spezzettabili.
• Produttività: la competenza linguistica permette di generare e di comprendere un numero infinito di
significati lessicali, che a loro volta permettono di generare e di comprendere un numero infinito di frasi ben
formate e significanti.
• Dislocazione: la referenza spaziale e temporale cui il discorso si riferisce può essere spazialmente o
temporalmente diversa da quella in uso durante il discorso.

Comunicazione extralinguistica: Associativa

Possiamo considerare la comunicazione extralinguistica come l’uso comunicativo di un insieme di simboli. E’


essenzialmente non composizionale: fatta di parti non di costituenti. Si tratta di blocchi molecolari non scomponibili
in quanto dotati di significato globale intrinseco. Ciò comporta una serie di differenze essenziali rispetto al
linguaggio:
• Associabilità: ciascun significato extralinguistico rimane un atomo indipendente, non è possibile alcuna
struttura superordinata. Ciò non vuol dire che ogni espressione debba rimanere isolata: è possibile costruire
una sequenza di simboli dai significati collegati. Il significato della sequenza però sarà sempre dato per
associazione semplice fra i diversi simboli elementari, mai per composizione di significati.
• Produttività (limitata teoricamente e irrealizzabile praticamente): è possibile ipotizzare che un agente generi
continuamente nuovi gesti aventi significati convenzionali condivisi. Una comunità costituita da agenti del
genere potrebbe avere un repertorio gestuale amplissimo e costantemente in crescita: il vincolo sarebbe dato
dalla capacità di memoria e dalla potenza dei meccanismi di apprendimento. In pratica però i sistemi di
comunicazione extralinguistica esibiscono un numero molto esiguo di gesti utilizzabili in modo condiviso.
La comunicazione extralinguistica non possiede alcuna sistematicità e quindi non ha molto senso inventare
un nuovo simbolo per un significato complesso se poi quel nuovo simbolo non sarà mai più usato dagli
agenti.
• Dislocazione (limitata teoricamente e inutile praticamente): situazione analoga a quella della produttività.

Qualunque tipo di espressione comunicativa può essere elaborato per l’una o per l’altra via, senza mai dimenticare
che alle due sempre si aggiunge il paralinguistico. Esistono tipi di input che si prestano contemporaneamente ai due
tipi di elaborazione (conversazione normale vis-à-vis), in questo caso le due vie collaborano al fine di costruire un
significato coerente dell’interazione.
Alcuni tipi di input privilegiano la modalità linguistica (registrazione audio, lettera); viceversa altri privilegiano la
extralinguistica (interazione corporea emozionalmente importante, film muto).

Fodor, definizione di modulo cognitivo: “caratterizzato da un tipo di elaborazione specifica per il tipo di
informazioni per le quali è strutturato, innato, direttamente inscritto nei circuiti cerebrali, localizzato, autonomo, non
funzionalmente scomponibile in sottofunzioni, non accessibile alla coscienza.”

Shallice, sottosistema funzionale isolabile: “un sistema è funzionalmente isolabile da un altro se può funzionare
indipendentemente dall’altro, anche se non allo stesso livello di efficienza che è garantito con il supporto dell’altro
sistema.”
Considero le due modalità comunicative (linguistica ed extralinguistica) come due sistemi funzionali isolabili, e non
come moduli separati.

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La comunicazione extralinguistica, proprio perché più elementare, è efficace sui significati di base, ma impone un
maggior carico di conoscenza, memoria e inferenza per essere compresa. La struttura composizionale del linguaggio
semplifica enormemente la comunicazione: è più facile comunicare usando costituenti piuttosto che parti. Dal punto
di vista evolutivo la struttura linguistica è un’importante conquista che rende possibile effettuare agevolmente
comunicazioni di difficoltà insormontabile per la struttura extralinguistica.

ATTI COMUNICATIVI

Le origini dell’approccio pragmatico (Austin e Wittgenstein) si ritrovano nella fondazione della tesi verificazionista,
per cui ogni frase che non potesse essere verificata (cui non si potesse attribuire un valore di verità) era priva di
significato.
Questa posizione si indebolì a favore di un approccio meno rigido, astratto, oggettivo e più quotidiano, soggettivo
legato a ciò che le persone fanno davvero quando parlano.

Si cercò di abbandonare la ricerca astratta propria della linguistica, per concentrarsi sull’uso quotidiano che la gente
fa delle parole, dei giochi linguistici: il dire è fare (motto della pragmatica). Concetto chiave alla base della
pragmatica è l’atto linguistico (alcuni enunciati espressi in forma dichiarativa, modificano il mondo al pari delle
azioni).

Gli atti performativi possono avere successo (modificando il mondo nella direzione desiderata) a patto che
sussistano quelle che Austin definisce condizioni di buona riuscita:
A. Deve esistere una procedura convenzionale accettata che abbia un certo effetto convenzionale; la procedura
specifica le circostanze e prescrive il comportamento delle persone.
B. La procedura deve essere seguita da tutti i partecipanti, correttamente e completamente.
C. Una persona che partecipa alla procedura deve avere i pensieri o i sentimenti richiesti, e i partecipanti
devono avere intenzione di comportarsi nel modo prescritto e devono effettivamente comportarsi in tal
modo.
Un fallimento di A e B azzera l’atto, un fallimento in C mantiene l’azione compiuta ma la rende vacua e vuota di
significato.

Si evidenziò che non erano solo i performativi a modificare il mondo esterno, ma ogni atto generato in forma
comunicativa: ogni comunicazione comporta almeno la conseguenza che gli ascoltatori siano consapevoli che una
comunicazione è stata fatta e quindi che la loro mente sia stata modificata, in forma sia pur minima.
Considerare il linguaggio in termini di atti linguistici lo si fa rientrare nelle leggi generali che regolano le azioni, in
particolare se ne evidenziano gli aspetti intenzionali.
Austin lo scompone in 3 parti:
1. Atto Locutorio: specifica emissione linguistica. Quello che si dice.
2. Atto Illocutorio: intenzioni comunicative. Quello che si fa nel dire qualcosa.
3. Atto Perlocutorio: effetti che il parlante si propone di raggiungere sulla mente del suo interlocutore. Quel
che si vuole ottenere dicendo qualcosa.
I primi due sono essenzialmente conversazionali, condivisi, l’ultimo è strettamente privato e pertiene unicamente
all’ascoltatore: avviene entro la sua mente e il parlante non ha alcun modo diretto di scoprire se ha avuto effetto o
meno.

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Tassonomia degli Atti Illocutori

Austin fu il primo a classificarli, ma la più nota tassonomia è quella di Searl, basata sulle condizioni di buona
riuscita di un enunciato:
• Assertivi: hanno la funzione di impegnare il parlante all’effettivo darsi di uno stato di cose, alla verità della
proposizione espressa. Tutti i membri di questa classe possono essere valutati in base alla dimensione vero/
falso.
(affermare che p; giurare che p; formulare l’ipotesi che p; insistere che p).
• Direttivi: la loro funzione è costituire un tentativo da parte del parlante di indurre l’ascoltatore a fare
qualcosa.
(pregare, implorare, invitare, ordinare, chiedere, domandare).
• Commissivi: hanno la funzione di impegnare il parlante ad assumere una certa condotta futura.
(impegnarsi a , promettere, verbi usati al futuro).
• Espressivi: hanno lo scopo di esprimere lo stato psicologico specificato nel contenuto proposizionale.
(ringrazio, mi congratulo, chiedo scusa, benvenuto!, complimenti!).
• Dichiarazioni: corrisponde ai performativi, il dire è fare, casi in cui lo stato di cose espresso si realizza
grazie all’enunciazione fatta.
(battezzo questa nave Titanic!, dichiaro aperta la riunione, lei è licenziato!).

Massime di Cooperazione

Grice ha evidenziato come nell’uso quotidiano del linguaggio ci siano contenuti che vengano trasmessi attraverso le
parole, ma che non discendano in alcun modo dal significato delle parole. Esistono cose che non vengono dette
direttamente ma che vengono implicate; queste implicature sono intenzionalmente comunicate dal parlante
all’ascoltatore.
Grice fa notare che ogni dialogo è frutto di un lavoro di collaborazione fra due persone che si sono date uno scopo
comune (principio di cooperazione): dai il tuo contributo alla conversazione così come è richiesto, al momento
opportuno, dagli scopi o dall’orientamento comune del discorso in cui sei impegnato.
Questo principio generale viene specificato attraverso 4 massime:
1. Di Quantità: dai un contributo informativo quanto richiesto in relazione agli scopi del discorso, non dare un
contributo più informativo di quanto richiesto.
2. Di Qualità: cerca di dare un contributo vero, non dire ciò che credi falso, non dire ciò per cui non hai prove
adeguate.
3. Di Relazione: sii pertinente.
4. Di Modo: sii perspicuo, evita l’oscurità, l’ambiguità, sii breve e ordinato.

Tipi possibile di violazione:


• Involontaria Errore: evento frequente (logorroico, superficiale, disattento, prolisso…), non c’è
l’intenzione di comunicare qualcosa di fuorviante.
• Volontaria
• Non Comunicativa Inganno: il parlante cerca di trarre in inganno l’ascoltatore facendogli
effettuare inferenze scorrette.
• Comunicativa Sfruttamento: il parlante A fa in modo che l’ascoltatore B effettui una serie
di inferenze basate sul fatto di accorgersi che A intende
violare una massima comunicando a B che la sta violando.
A differenza dell’inganno, dove viene nascosta, la violazione
viene qui ostentata a fini comunicativi.

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PRINCIPI DELLA COMUNICAZIONE

Vincoli generali cui debbono obbedire sia la pragmatica linguistica che quella extralinguistica:
• Cooperazione: la comunicazione è un’attività cooperativa in cui sia il significato di ciascun atto
comunicativo è concordato fra gli agenti, sia il significato globale dell’interazione.
• Attenzione Comune: perché la comunicazione si realizzi devono sussistere le condizioni di contatto, il
partner deve aver compreso che le azioni eseguite dall’attore sono espressive (tentativo di stabilire una
comunicazione).
• Intenzionalità Comunicativa: la comunicazione è apertamente intenzionale, l’attore desidera che il partner
non solo recepisca il contenuto informativo dell’atto comunicativo, ma che riconosca il suo tentativo
consapevole di comunicargli qualcosa di rilevante.
• Simbolicità: si costruisce insieme quello che va considerato il significato dell’interazione. L’agire non è
comunicativo di per sé, ma lo diventa solo quando tutti i partecipanti concordano nell’attribuirgli un
significato comunicativo.
• Conoscenza Condivisa: la comunicazione si fonda su conoscenze progressivamente condivise fra gli attori.
• Conversazione: le forme di conversazione adeguate alla situazione devono essere messe in atto: precedenza,
turni, coerenza…
• Dipendenza Culturale: le norme sociali proprie della cultura vanno rispettate.
• Sistema Funzionale Linguistico ed Extralinguistico: entrambi sono modalità di realizzare la comunicazione
reciprocamente integrantisi, non competitive tra loro.

CAPITOLO 2

Punti chiave per validare una teoria su cui si fonda la pragmatica cognitiva:
• Formalizzazione: una teoria deve essere formalizzata, secondo una modalità che può essere logica o
computazionale. Una teoria che non sia almeno parzialmente formalizzata non può essere considerata come
appartenente a pieno titolo alla scienza cognitiva.
Lo scopo di questo criterio è eliminare teorie che siano internamente contraddittorie o irriducibili
metaforicamente o irrimediabilmente vaghe.
• Costruzione: non c’è piena comprensione di un qualunque evento se non si è in grado di ripeterlo, la
definizione di un fenomeno è equivalente alle operazioni necessarie per ricostruirlo.
Questo criterio ha lo scopo di eliminare le teorie che non garantiscono la ripetibilità della procedura
attraverso passaggi non esplicitati.
• Correlazione Cerebrale: gli stati mentali e i processi psichici sono tutti realizzati nel cervello, non sono
prodotti astratti. Stabilire quali sono i correlati cerebrali di ogni funzione mentale con tecniche di indagine
funzionale o dissociazione selettiva.
Scopo di questo criterio è esplicitare le connessioni fra mente e cervello.

COOPERAZIONE

Perché si dia un atto propriamente comunicativo è necessario essere almeno in due, e che si sia entrambi intenzionati
a generarlo insieme. La costruzione di significato avviene nel momento in cui i due agenti mettono in comune la
propria parte, non è invece indispensabile la cooperazione fisica.
I messaggi prendono vita quando sono ricevuti, non quando vengono emessi (una lettera smarrita non è
propriamente un messaggio non ricevuto, ma un tentativo fallito di comunicare). Non esiste nulla che possiamo
considerare messaggio sin dall’inizio, indipendentemente dall’attività di colui che è destinato a riceverlo.
Il significato è costruito dall’interazione fra il parlare e l’ascoltare, lo scrivere e il leggere. Il significato di un evento
comunicativo acquista esistenza per la contemporaneità in astratto delle reciproche attività. La lontananza spaziale e
gli intervalli temporali sono un problema che pertiene al canale di trasmissione, non al significato del messaggio. Il
mezzo influenza il contenuto e quindi gli agenti sono obbligati a tener conto del canale di trasmissione che verrà
usato.
Cooperazione Conversazionale e Comportamentale

Nell’impostare il suo concetto di cooperazione, Grice ha considerato i casi estremi di successo e di fallimento:
successo, quando l’interlocutore comprende il desiderio del parlante e vi si adegua; fallimenti, quando l’interlocutore
o non capisce, o non intendendo adeguarsi ai desideri del parlante interrompe la conversazione. Questa posizione

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non tiene conto di altre possibilità intermedie, per trarre le quali abbiamo bisogno di scomporre la cooperazione in
comportamentale e conversazionale.

Uno scambio verbale può essere contemporaneamente cooperativo sul piano strettamente linguistico, ma non
cooperativo sul piano dell’intenzione perlocutoria del parlante (cooperazione comportamentale) e cioè
l’adeguamento ai desideri attesi dal parlante.
Es. A: Domani è giovedì: accompagni tu i bambini? B: Certo!
A: Domani è giovedì: accompagni tu i bambini? B: Mi spiace, devo uscire.

STATI MENTALI

Gli esseri umani possiedono una serie di stati mentali, sia emotivi che cognitivi, che possono essere tanto consci
quanto inconsci. Ci occuperemo solo di quelli rilevanti per il processo di comunicazione: attenzione, credenza,
conoscenza, coscienza.

Attenzione Comune

Perché sia possibile una comunicazione è indispensabile che tutti i partecipanti vi prestino consapevole attenzione.
Questo requisito è stato definito come condizioni di contatto: requisito iniziale perché si avvii una comunicazione,
consiste nell’avere già stabilito un accordo sul fatto che si sta prestando attenzione a quanto sta avvenendo fra gli
agenti.
L’abilità di stabilire il contatto oculare è innata nei bambini ed è già attiva a un mese di vita. Gli esseri umani sono
animali fortemente predisposti a comunicare, tanto è vero che tutti i prerequisiti sono già strutturalmente inseriti nel
cervello, pronti all’uso.
Quello oculare non è l’unico modo di stabilire le condizioni di contatti, esiste anche la via acustica ad esempio.
Una volta stabilite le condizioni di contatto, la comunicazione può procedere.

Credenza Condivisa

Gli esseri umani possiedono una competenza deduttiva basata sulla capacità di rappresentarsi le situazioni attraverso
modelli mentali. Il pensiero consiste in una serie di procedure che costruiscono e modificano tali modelli, giungendo
a risultati che possono essere corretti, ma che talvolta sono invece sbagliati.

Credenza Individuale: gli agenti credono una certa cosa o credono che altri agenti credano qualcosa, ma in modo
totalmente autonomo e scollegato gli uni dagli altri.
Credenza Comune: tutti gli agenti hanno la stessa credenza individuale, condividono in genere la conoscenza
sull’ambiente in cui sono immersi o conoscenze culturalmente trasmesse.
Terreno Comune: Clark, inteso come la somma di credenze, conoscenze e supposizioni che due persone hanno in
comune.
Credenza Condivisa: una credenza che non solo sia comune a tutti gli agenti impegnati nell’interazione, ma del cui
essere comune tutti siano anche consapevoli. Essa è soggettiva e non oggettiva come la credenza comune.

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Coscienza e Conoscenza

Secondo la scienza cognitiva, la consapevolezza di qualcosa viene costruita, non è un dato di fatto. Non si può
render conscio qualcosa che prima era inconscio, senza modificarlo in modo significativo. Il passaggio da inconscio
a conscio modifica il contenuto conoscitivo.
Possiamo assumere che esistono due grandi modi di rappresentare e gestire conoscenza: tacito ed esplicito. Entrambi
sono attraversati dalla coscienza, possono essere o meno consapevoli per l’individuo.

Conoscenza Esplicita: insieme di entità concettuali che descrivono proposizionalmente classi di oggetti, relazioni,
processi, regole di comportamento… Conoscenza dichiarativa, racchiude quel che è possibile dire intorno
all’oggetto o allo stato di cose in questione (conoscenza linguistica).
Rappresenta ciò che una persona sa di sapere intorno a qualunque entità del mondo, è conoscenza consapevole,
esprimibile linguisticamente su cui si può volontariamente riflettere.

Conoscenza Tacita: conoscenza che un sistema possiede e che gli permette di interagire efficacemente con il mondo,
pur non essendo rappresentata in modo esplicito, leggibile direttamente da altre parti del sistema.
Gran parte della conoscenza tacita è costituita da procedure opache, modi di agire che scattano automaticamente,
senza bisogno di controllo o di attenzione (andare in bicicletta). Le procedure sono per definizione fuori dalla
consapevolezza, operano inconsciamente.
Corrisponde al saper agire in una determinata situazione, standoci dentro e non ponendosene fuori per parlarne o per
rifletterci su (conoscenza procedurale).

INTENZIONALITA’

Il concetto di intenzionalità assume due significati fondamentali, che è necessario mantenere presenti e distinti.
• Aboutness (Searle): l’essere a proposito di, di un’intenzione, il suo riferirsi sempre a qualcosa, il fatto che
sia sempre diretta verso una persona, oggetto, evento. Focus su cui si concentra la prospettiva dell’attore.
(Direzionalità, dell’intenzione).
• Deliberazione: un’azione o uno stato mentale caratterizzato dall’intenzionalità può comprendere un nucleo
che è stato voluto, deciso, scelto, perseguito.

Le nostre azioni hanno sempre una serie di conseguenze, alcune sono per noi desiderabili e talvolta possono
rappresentare le profonde motivazioni che ci spingono a quel corso d’azione; altri effetti sono accettati come
inevitabilmente legati all’obiettivo prefissato, ma sono per noi irrilevanti o negativi.
• Intenzione Stabile: necessariamente deliberativa, è quella che sottende al disegno di piani d’azione.
• Intenzione in Azione: spesso automatica e non deliberativa
• Intenzione Inconscia: agire in base a motivazioni e desideri di cui non siamo consapevoli. Non può generare
per definizione un’azione deliberata.

Intenzione Comunicativa

Una differenza fondamentale fra azioni semplici e azioni comunicative è che le seconde sono sempre svolte assieme
a qualcuno (interazione comunicativa).
L’intenzione comunicativa è l’intenzione di comunicare qualcosa, assieme al fatto che la stessa intenzione di
comunicare qualcosa sia riconosciuta in quanto tale: A intende comunicare una certa cosa a B, desidera che B dia per
condiviso tra loro due non solo il contenuto specifico della comunicazione, ma anche il fatto che A voleva proprio
comunicarglielo.

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Relazioni fra Intenzionalità e Coscienza nelle azioni comunicative

1. Atto comunicativo Intenzionale, Deliberato e Conscio: comunicazione propriamente intesa. E’ necessario


che si verifichino due condizioni: che sia riconosciuto dall’interlocutore il contenuto specifico
dell’intenzione comunicativa e che sia riconosciuta l’intenzione di comunicare.
2. Atto comunicativo Intenzionale, Non Deliberato e Conscio: sequenza di parole in una frase, o sequenza di
gesti che si compongono spontaneamente.
■ Effetti Intesi Apertamente: solo gli effetti che entrambi gli agenti considerano ovvi, evidenti
e certi rispetto all’azione intorno a cui si sta deliberando insieme.
■ Effetti Intesi Non Apertamente: quasi-comunicazione.
3. Atto comunicativo Intenzionale, Deliberato e Inconscio: caso impossibile. Le intenzioni comunicative sono
sempre necessariamente consce.
4. Atto comunicativo Intenzionale, Non Deliberato e Inconscio: lapsus, effetti paralinguistici (prosodia,
gesticolazione).
5. Azioni e modi di essere Non Intenzionalmente comunicativi: estrazione di informazioni. Se non c’è
intenzionalità di comunicare, non c’è comunicazione, ma estrazione di informazioni. Attribuzione di
significato ad azioni altrui.

Piani d’Azione

Piano: insieme gerarchico di mete, associate ad azioni eseguendo le quali le mete verranno raggiunte. Nell’area della
comunicazione un piano è una configurazione di credenze e di intenzioni di eseguire le azioni suddette. Costruire un
piano è cognitivamente faticoso e dispendioso. Conviene quando possibile utilizzare piani già pronti.
Piano Interpersonale: comprende azioni che devono essere eseguite non solo dal pianificatore, ma anche da uno o
più partner.
Piano Individuale: riguarda esclusivamente il pianificatore.
Piano Condiviso: processo collaborativo fra due persone.

CAPITOLO 3

Wittgenstein propone la nozione di gioco linguistico, la parola gioco è destinata a mettere in evidenza il fatto che
parlare un linguaggio fa parte di un’attività, di un modo di vivere. Esempi di ciò che Wittgenstein considera giochi
linguistici sono: comandare e agire secondo il comando; recitare a teatro; cantare in girotondo; chiedere, ringraziare,
imprecare, salutare, pregare; mostrare a un bambino oggetti dicendone il nome.

Bisogna distinguere fra un concetto di gioco inteso come regolatore dell’interazione (gioco comportamentale) e
un’idea di gioco come regolante la struttura del dialogo (gioco conversazionale).
Rispetto a quest’ultimo concetto Mann, Moore e Levine hanno introdotto il gioco dialogico con l’intento di spiegare
le interazioni comunicative in termini di stati mentali degli agenti.
Carlson definisce i giochi dialogici come attività cooperative di scambio di informazioni. I giochi dialogici sono visti
come una sorta di grammatica che specifica quali mosse sono adeguate per ogni contesto dato.

Il termine gioco ci riporta inevitabilmente ai bambini e all’attività infantile presente nella vita adulta: attraverso i
giochi i piccoli di ogni specie imparano i rudimenti del comportamento adulto, in un contesto piacevole, libero e
scevro da pericoli. Imparando a giocare si apprendono le regole vigenti nel gruppo e si mettono alla prova le abilità
necessarie a procurarsi il cibo, accoppiarsi, sopravvivere. Ma il gioco non è soltanto finalizzato all’apprendistato
sociale: è un’attività autoperpetuantesi, in cui anche gli adulti si impegnano per il solo piacere di condividere
un’attività interattiva che è premio a sé stessa.
Certamente i giochi sono preziosi per la vita dell’individuo e per la prosecuzione della società cui appartiene,
vedremo ora i principali tipi di interazione, da quelli più convenzionali a quelli meno strutturati.
GIOCHI COMPORTAMENTALI

Per cooperare a livello conversazionale, entrambi gli agenti devono condividere il gioco comportamentale. I giochi
comportamentali sono la struttura attraverso la quale sono coordinate le azioni interpersonali, e che gli attori
utilizzano per selezionare il significato effettivo di un enunciato fra i molti possibili.

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Struttura del Gioco Comportamentale

Perché due attori cooperino a livello comportamentale, è necessario che operino sulla base di un piano almeno
parzialmente condiviso. La condivisione di conoscenza necessaria perché due attori possano agire nello stesso gioco
può essere sia tacita che esplicita.
Oltre alle azioni i giochi comportamentali includono le condizioni di validità, che specificano le condizioni in cui il
gioco può essere giocato. Esse possono essere considerate un’estensione delle condizioni di buona riuscita.
Infine, un gioco è giocabile solo se la relazione fra i partecipanti lo permette. La relazione è quindi l’insieme dei
giochi comportamentali giocabili fra due persone.

Esempi di gioco comportamentale:


• Informazione stradale
• Soluzione di enigma (Holmes e Watson)

Tipi di Gioco

• Culturali
La cultura cui ci si riferisce può essere più o meno allargata, variando da mondo civilizzato a cultura
occidentale, tradizione europea, stile parigino. Ciò che questo significa è che due persone che condividono
la stessa cultura, se uno specifico gioco viene attivato sanno reciprocamente cosa ciascuno si aspetta che
l’altro faccia. Più il gioco è diffuso più si tratta di qualcosa che si avvicina ad una norma sociale di condotta.
Es: chiedere informazioni; galateo; scusarsi.

• Di Gruppo
Il gioco è condiviso da una cerchia più o meno ristretta di persone (laureati di Harvard; mafiosi siciliani;
reduci del Vietnam), che usualmente hanno condiviso l’esperienza di strutturazione del gioco stesso.
I giochi di gruppo possono essere insegnati esplicitamente anche se di solito vengono appresi per imitazione,
spesso senza una vera consapevolezza di quanto si è in grado di eseguire senza errori.

• Di Coppia
Tali giochi sono costituiti da due persone, e sono validi solo per loro. Estendendosi questi giochi possono
diventare giochi di gruppo.
I gruppi personalizzano i giochi culturali, le coppie personalizzano sia i giochi culturali che quelli di gruppo
costruendone varianti riconoscibili.
Es: modo di salutarsi di due amici insultandosi.

Giocare un Gioco

Un gioco verrà giocato da un attore se si verificano due condizioni:


• Che il gioco sia giocabile
• Che l’attore sia interessato a giocarlo

L’intenzione va in competizione con le altre attive nel sistema, e una gerarchia di priorità viene sempre mantenuta,
altrimenti il fluire del comportamento globale verrebbe continuamente disturbato e interrotto da una volizione
patologicamente infantile.
Le condizioni di validità ricadono in 3 categorie, 2 fisse (tempo e luogo) e una che viene lasciata libera per potervi
inserire le eventuali specificità di un gioco:
• Tempo: i giochi comportamentali non sono attivabili in qualunque momento, ma la disponibilità di un agente
ha un tempo prestabilito.
• Luogo: i giochi prevedono una situazione di attivazione entro la quale sia possibile effettuare le mosse
previste. Circostanze inappropriate rendono infelice l’esecuzione di un enunciato performativo.
• Altre Condizioni: alcuni giochi possono richiedere altre condizioni di validità, legate ad aspetti particolari
dei giochi stessi. Per esempio alcuni giochi pongono vincoli sul cliente (noleggiare un’auto occorre
possedere una patente e una carta di credito valide), sulla relazione fra i giocatori (gli ufficiali possono dare
ordini ai subalterni).

Mosse di Gioco

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Garantite le condizioni di validità, un gioco deve essere contrattato: proposto e accettato, da tutti coloro che si
impegnano a parteciparvi. Una volta aperto il gioco rimarrà attivo per i partecipanti per tutto il suo logico
svolgimento fino alla naturale conclusione.

• Apertura
Può consistere in un atto espressivo, o nell’esecuzione di un atto comportamentale che equivale alla prima
mossa significativa prevista dal gioco. L’atto espressivo consiste in un atto comunicativo che menzioni il
gioco stesso, o per nome o per metonimia, riferendosi cioè a una qualunque delle parti che lo costituiscono.
Seguendo le regole della cortesia è uso proporre un gioco non abituale con una modalità indiretta.
Il gioco una volta aperto e accettato non rimane attivo indefinitamente, normalmente sono i giocatori stessi
che continuano a segnalare che il loro comportamento sta continuando a realizzare il gioco concordato.
In alcune occasioni particolarmente ritualizzate (seduta di laurea), è possibile che ci sia un presidente o un
cancelliere che dichiari ufficialmente aperta e chiusa la riunione, ma questa è più l’eccezione.
In un gioco meno rigidamente formale, la chiusura del gioco è anch’essa oggetto di contrattazione: tutti i
partecipanti dovrebbero concordare che gli obiettivi del gioco sono stati raggiunti o che le mosse previste
sono state eseguite.

• Mossa
Un gioco comportamentale specifica le mosse che lo costituiscono, al livello di dettaglio più alto possibile,
in modo da vincolare il meno possibile gli attori a un’unica modalità obbligata di esecuzione. In linea di
massima si tratta di concordare fra i partecipanti se una specifica realizzazione di una mossa possa essere
ritenuta valida, rispetto al contesto e alle finalità dei giocatori.

Rottura di un Gioco

Aver iniziato un gioco non significa obbligatoriamente portarlo a termine. L’attore che si ritira da un gioco è però
soggetto a una sanzione sociale di rilevanza proporzionata all’importanza che il gioco ha per la comunità dei
giocatori. Talvolta è la legge a garantire che un contratto venga rispettato. Rompere un gioco non significa non
volerlo giocare, ma accettarlo e poi ritirarsi.
I contratti rigidi sono costrittivi e precisi, concedono poco all’interpretazione perché le mosse sono prescritte in
dettaglio, le sanzioni sono altrettanto nette e inevitabili.
I giochi elastici sono flessibili e aperti, lasciando gli attori liberi di creare le proprie mosse, purchè rispettino lo
spirito del gioco; prima che ci sia sanzione ufficiale deve essere dimostrata la malafede (una precisa e consapevole
volontà di disattendere gli impegni assunti).
Dove il gruppo non perdona è quando a rompere il gioco è il garante del gioco stesso, in tali casi alla normale
penalizzazione si aggiunge quella della confraternita che non può tollerare debolezze al proprio interno.
Non rispettare il gioco in cui ci si è impegnati è comunque un segno di non-cooperazione che rende più difficoltose
le successive interazioni. Non essere considerati affidabili è l’essenza della penalizzazione sociale.
Una diversa situazione è quella in cui un attore di cui si presume la conoscenza di un gioco, non è invece capace di
eseguirlo: fallimento.
• Fallimento di Conoscenza: quando l’attore non sa cosa ci si attende da lui ed esegue una mossa sbagliata o
fuori luogo.
• Fallimento di Esecuzione

La distinzione tra fallimento e rottura può non essere semplice da cogliere per il partner, che si trova di fronte a una
difficile scelta: può richiamare l’attenzione dell’attore sull’incongruità della mossa che ha eseguito (con il rischio di
vederne ribadito il carattere di intenzionalità e subire una doppia offesa); oppure decidere di lasciar perdere con il
rischio che la rottura passi per un involontario fallimento.

La Relazione fra i Giocatori

Perché due persone possano giocare un gioco, la prima questione da risolvere è se la loro relazione sia tale da
permettere loro di interagire attraverso quel determinato gioco. La relazione fra due persone è definita dal tipo di
giochi che esse mutualmente riconoscono come giocabili.
I giochi culturali sono accessibili a tutti coloro che condividono l’appartenenza alla stessa cultura.

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Perché i giochi di gruppo rientrino nella relazione fra gli attori, entrambi devono riconoscersi come appartenenti allo
stesso gruppo.
La parte iniziale di un incontro tra due sconosciuti è solitamente dedicata a stabilire se esistono gruppi di comune
appartenenza.
L’insieme dei gruppi di appartenenza definisce quali giochi sono mutualmente conosciuti, anche se non è detto che
automaticamente un gioco debba essere giocato, pur se noto.

La relazione diventa quindi generatrice di vincoli e di possibilità, a partire dai giochi che sono stati giocati o che
appartengono certamente alla cultura, per arrivare a quelli potenzialmente giocabili, ma che dipendono dalla
reciproca percezione dei due attori. Nel chiedere cioè qualcosa a un’altra persona, l’attore implica che lui considera
la reciproca relazione tale da poter autorizzare la richiesta fatta.

La relazione è uno degli strumenti primari che vengono presi in considerazione per stabilire se una proposta di gioco
è accettabile o meno. Talvolta quindi per rendere realizzabile un gioco, prima deve essere rivista la relazione tra i
giocatori.

E’ esperienza comune di non riuscire a stabilire un contatto con altre persone, per puro disinteresse di queste ultime
a instaurare anche la più superficiale delle relazioni. In questo caso esistono giochi comuni ma manca l’intenzione
reciproca di attivarli.

Interazioni Libere: rimane valido il principio di cooperazione, restano validi i giochi comportamentali comuni.
Perché si dia un’interazione libera l’attività in cui sono impegnati gli attori deve non essere stereotipata e contenere
significativi aspetti di novità.

Abbiamo essenzialmente 3 possibilità:


• Situazioni Non Cooperative: gli agenti sono immersi nella stessa situazione, ma non cooperano e non
comunicano.
• Interazioni Libere: gli agenti cooperano e comunicano senza schemi prefissati di comportamento.
• Giochi Comportamentali: gli agenti cooperano e comunicano affidandosi a schemi prefissati.

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Costituzione di un Gioco

Alcuni giochi sono trasmessi culturalmente o possono essere insegnati esplicitamente. Altri giochi possono però
essere inventati direttamente dagli attori attraverso una pianificazione integrata delle azioni da compiere.
Se tale pianificazione integrata si dimostra di buon successo o utile per un’evoluzione dell’interazione, può essere
usata come base per un gioco comportamentale. Ripetendo l’interazione è possibile che si strutturi uno schema che
a sua volta si stabilizza fino a diventare un gioco comportamentale.
I giochi si formano lentamente, per raggiungere una stabilità notevole e una pesante resistenza al cambiamento. Di
fatto sembra molto più facile sostituire un gioco con un altro piuttosto che modificarlo.

Evoluzione del Gioco

Format: (Bruner) prime interazioni madre/bambino, essenzialmente precursore di quelli che abbiamo chiamato
giochi comportamentali.

I format hanno una struttura profonda e una struttura di superficie:


• Profonda: deve essere riconosciuta perché ci sia piena partecipazione.
• Superficie: permette varianti.

Imparando a padroneggiare i format il bambino apprende schemi generali di interazioni, tali schemi forniscono
l’ossatura base su cui verranno successivamente costruiti i giochi comportamentali.

Se il bambino impara un solo gioco emotivo, a quello dovrà ispirarsi comunque nella sua vita successiva; se ne
conosce più di uno potrà muoversi con più libertà.

GIOCO CONVERSAZIONALE

Possiamo considerare il gioco conversazionale come un insieme di compiti che ciascun partecipante alla
conversazione deve eseguire in una data sequenza.
Il gioco conversazionale si può rappresentare come un insieme di metaregole che definiscono il compito da eseguire
in ciascuna fase e specificano qual è il compito da attivare successivamente.
E’ quindi il gioco conversazionale a gestire il dialogo (sequenza di atti linguistici). Nei dialoghi si possono
distinguere una struttura globale e una locale:
• Globale: determina il flusso della conversazione, organizza il concatenarsi delle frasi del dialogo in
sequenze.
Possiamo vedere il dialogo come un’alternanza di turni, ciascuno dei quali è una sequenza di atti linguistici
eseguiti dallo stesso attore.
• Locale: alternanza dei turni.

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CAPITOLO 4

La conversazione non è tanto una partita di ping pong, in cui a turno gli agenti si scambiano informazioni, quanto
piuttosto una costruzione comune agita contemporaneamente da tutti i partecipanti.
Lo schema generale è il seguente: l’attore produce un enunciato, ricevuto dal partner, che ne rappresenta il
significato. Gli stati mentali del partner relativi al dominio del discorso possono essere modificati dalla
comprensione, quindi il partner pianifica la mossa successiva di dialogo che viene infine generata.

Assumendo che l’attrice A produca un enunciato indirizzato al partner B, possiamo distinguere 5 fasi logicamente
concatenate nei processi mentali di B:
• Fase 1. Atto Espressivo: lo stato mentale espresso da A è riconosciuto da B a partire dall’atto illocutorio
letterale.
• Fase 2. Significato Inteso dal Parlante: B ricostruisce le intenzioni comunicative di A.
• Fase 3. Effetto Comunicativo: consiste di due processi
• Attribuzione: B attribuisce ad A stati mentali privati (credenze e intenzioni)
• Aggiustamento: gli stati mentali di B relativi al discorso, possono essere modificati
in conseguenza dell’enunciato di A
• Fase 4. Reazione: B produce le intenzioni che comunicherà nella risposta.
• Fase 5. Risposta: B realizza concretamente una risposta comunicativa.
Se una qualsiasi delle fasi iniziali non porta a termine il suo compito, la catena è sospesa e il processo va
direttamente alla fase di Reazione.

RICONOSCIMENTO DELL’ATTO ESPRESSIVO

Il punto di partenza di questa fase è il risultato dell’analisi che B fa dell’enunciato emesso da A in termini del
corrispondente atto illocutorio letterale.

SIGNIFICATO INTESO DAL PARLANTE

Il processo attraverso cui avviene la comprensione del significato inteso dal parlante, avviene in 4 passaggi:
1. Tutte le inferenze sono effettuate all’interno dello spazio delle credenze condivise.
2. Il punto di partenza è il significato letterale riconosciuto: normalmente un atto espressivo.
3. Il risultato dell’intero processo è il riconoscimento delle intenzioni comunicative dell’attore.
4. Per una piena comprensione del contenuto comunicativo dell’enunciato emesso dall’attore A, è necessario
identificare il gioco comportamentale cui implicitamente o esplicitamente A si riferisce.

Il compito di questa fase consiste nel ricostruire tutte le componenti rilevanti del significato inteso dal parlante, a
partire dal significato letterale.
Per delimitare l’insieme delle intenzioni comunicative, si possono prendere due posizioni estreme:
• Minimale: assumere che solo il significato letterale sia effettivamente comunicato, ogni conseguenza che il
partner ne derivi è considerata inferenza privata. Troppo prudente.
• Massimale: ogni inferenza tratta dal partner sulla base di conoscenza condivisa deve essere considerata
come apertamente intesa dall’attore.
L’infinitezza delle inferenze possibili rende la posizione massimale improponibile in un modello cognitivo, che deve
riuscire a rendere conto delle inferenze necessariamente di un numero finito che una persona può trarre.
Possiamo affermare che l’attore comunica solo quello che può essere derivato dal significato letterale del suo
enunciato, attraverso inferenze che siano conversazionalmente pertinenti e rilevanti.

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Atti Linguistici Indiretti

Atto illocutorio indiretto: un atto illocutorio il cui significato venga trasmesso in modo mediato, attraverso
l’esecuzione di un altro atto illocutorio. Il parlante esegue un atto illocutorio primario attraverso il proferimento di
un atto illocutorio secondario (letterale).

Come fanno gli interlocutori ad intendersi? Gli atti indiretti sono di gran lunga più frequenti di quelli diretti, ci sono
4 linee di spiegazione:
• Atti linguistici indiretti come Forme Idiomatiche
Risoluzione nettamente linguistica degli indiretti, che considera espressioni idiomatiche che equivalgono
semanticamente a forme dirette, apprese e utilizzate come tali dagli utilizzatori di un determinato linguaggio.
Obiezioni: esiste un numero infinito di atti linguistici indiretti che si possono produrre per indicare la stessa
cosa, una forma idiomatica riconosciuta invece deve essere appresa e utilizzata in quanto tale con varianti
minime. Atti linguistici apparentemente indiretti possono essere utilizzati come diretti.
• Atti linguistici indiretti risolti per Inferenza
L’idea base è che l’ascoltatore effettui una catena di inferenze che lo portino a ritrovare lo scopo primario
del parlante, partendo dalla lettera dell’enunciato.
• Atti linguistici indiretti risolti con l’Analisi del Contesto
Si nega che le frasi abbiano una forza letterale, l’idea è che il contesto permetta all’ascoltatore di arrivare a
quello che il parlante voleva dire, senza passare da un significato della frase che sia indipendente dal
contesto in cui è stata emessa.
Obiezioni: eliminare la forza letterale delle frasi è una mossa assoluta, di difficile sostenibilità generale.
• Atti linguistici indiretti Convenzionali e Non
Gibbs ha ripreso da ciascuna delle teorie di cui sopra. Parla di:
■ Indiretti Convenzionali: quando il contesto permette all’ascoltatore di comprendere
immediatamente il significato inteso dal parlante.
■ Indiretti Non Convenzionali: quando è necessario per l’ascoltatore effettuare una serie di
inferenze.

Atti linguistici indiretti Semplici e Complessi


• Semplici: sono quelli che rimandano direttamente l’interlocutore al gioco di cui l’enunciato rappresenta una
mossa (indiretti convenzionali).
• Complessi: sono quelli per cui è necessario che l’interlocutore effettui una serie di inferenze (non
convenzionali).
La distinzione è basata sul processo inferenziale (semplice o complesso) necessario per passare dall’enunciato al
gioco.
L’idea è che il significato letterale sia sempre necessario come punto di partenza, ma non sia mai sufficiente.

EFFETTO COMUNICATIVO

E’ l’insieme di tutti gli stati mentali acquisiti o modificati in conseguenza delle intenzioni comunicative espresse
dall’attore.
L’attore per massimizzare le chance che l’effetto comunicativo abbia successo, deve basarsi su un modello del
partner; più tale modello è preciso più l’effetto comunicativo aumenta le probabilità di successo.

Comprende due processi


• Attribuzione: il partner inferisce quelli che sono gli stati mentali privati dell’attore rilevanti per
l’aggiustamento
• Aggiustamento: gli stati mentali del partner relativi al discorso possono modificarsi in conseguenza
dell’enunciato emesso dall’attore.

Concetti di base dell’Effetto Comunicativo

6 concetti sono particolarmente rilevanti: 4 si riferiscono al processo di Attribuzione (correttezza, motivazione,


possesso di un piano, sincerità), i primi 3 sono attivi nell’attribuzione di un’intenzione e il quarto nell’attribuzione di
una credenza. 2 altri concetti si riferiscono al processo di Aggiustamento: capacità e attendibilità.

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REAZIONE

La fase di reazione deve produrre un’intenzione comunicativa, che rappresenta l’input della fase di generazione della
risposta. Dal punto di vista conversazionale deve includere informazioni per l’attore riguardo agli effetti sulla mente
del partner del tentato effetto comunicativo. Esistono diverse forme di reazione possibili.
Le intenzioni comunicative prodotte nella fase di reazione risultano dall’integrazione tra effetto comunicativo
(l’output del processo di aggiustamento) e i giochi comportamentali che il partner desidera giocare con l’attore.

L’output del livello base della fase di reazione è un insieme di intenzioni comunicative dirette dal partner verso
l’attore: toccherà alla fase di generazione trasformarle in una risposta osservabile.

RISPOSTA

La fase di risosta ha in input le intenzioni comunicative prodotte dalla fase di reazione e genera una rappresentazione
che deve essere tradotta nella risposta effettiva.
Così come la comprensione anche la risposta si può considerare come costituita da 2 processi:
• Il primo processo pianifica le espressioni di alcuni stati mentali in funzione delle intenzioni comunicative.
• Il secondo processo realizza tali espressioni attraverso la rappresentazione di comportamenti linguistici ed
extralinguistici.
Entrambi i processi devono rispettare i vincoli imposti dal gioco comportamentale in atto.

Il primo compito della generazione di risposta è una sorta di pianificazione specializzata: assumo l’esistenza della
capacità di trasformare un’intenzione comunicativa direttamente nell’espressione di uno stato mentale.
Il secondo compito consiste nel dare alla reazione un’adeguata forma linguistica.

MOTIVAZIONE

Possiamo considerare la motivazione come un generatore di intenzioni: un meccanismo che quando è attivo da una
serie di condizioni essenziali, genera le adeguate intenzioni.
All’interno del contesto della comunicazione, le intenzioni che ci interessano sono quelle di partecipare a un gioco.
Considerando il gioco a due agenti, in uno dei due deve scattare un’autonoma motivazione che attivi l’intenzione di
giocare quel gioco con quel partner. Bisogni fisiologici, psicologici, sociali, costituiscono i precursori della
motivazione autonoma.

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CAPITOLO 5

Ci sono una serie di casi interessanti che escono dalla normalità e che possiamo classificare in 4 categorie:
• Interazione non espressiva: l’uso di un enunciato senza che ci sia intenzione di esprimere lo stato mentale
associato.
• Sfruttamento: l’uso particolare di una regola della comunicazione per ottenere un effetto comunicativo
diverso da quello normalmente associato a quella regola (es. ironia).
• Fallimento: mancato raggiungimento dell’effetto comunicativo desiderato.
• Inganno: tentativo di comunicare uno stato mentale non effettivamente posseduto.

Un distacco dalla catena inferenziale standard può essere dovuto a due differenti ragioni: o è effettivamente voluto
dall’attore, oppure accade nella mente del partner senza che l’attore lo abbia inteso.

Atto Comunicativo Semplice: in cui il passaggio da enunciato a gioco comportamentale di cui l’enunciato può essere
considerato una mossa, è immediato, richiede un unico passaggio.
Atto Comunicativo Complesso: il passaggio richiede una catena inferenziale di lunghezza variabile.

INTERAZIONE NON ESPRESSIVA

Nella fase di comprensione dell’atto espressivo, le regole di base permettono al partner di attribuire un determinato
significato all’enunciato dell’attore. L’uso di regole per default è qui giustificato dall’assunzione che un atto
comunicativo condiviso sarà considerato come espressivo, a meno che non ci sia esplicita evidenza del contrario. In
altri termini, per assumere che l’attore non stia esprimendo un proprio stato mentale, il partner deve essere convinto
che l’interazione stia realizzandosi in un contesto non standard.
(es: una persona che sta leggendo ad alta voce un libro, o che sta recitando a teatro).

SFRUTTAMENTO

Nella fase di comprensione del significato del parlante, il compito del partner consiste nel ricostruire le intenzioni
comunicative dell’attore, a partire dall’atto espressivo riconosciuto. Questo è proprio il punto dove l’attore potrebbe
aver deciso di seguire una via non standard proponendo una forma di sfruttamento (guidare il dialogo su un
cammino non standard sfruttando le regole del modello).
I casi più frequenti sono 2:

• Ironia
In cui un enunciato viene considerato come avente un significato differente e spesso opposto.
Ciò che rende ironico l’enunciato è il fatto che entrambi gli interlocutori condividono che è vero esattamente
il contrario di quanto è stato letteralmente affermato.
Perché si dia ironia, l’enunciato deve essere divertente, nel caso di un umorismo benevolo, o quanto meno
non troppo malevolo. Può anche sfumare verso gradazioni più forti andando verso il sarcasmo.
L’enunciato ironico costruisce uno scenario possibile, questo grazie alla conoscenza condivisa che spiega
come gli interlocutori comprendano che un dato enunciato non vada preso alla lettera.
Come distinguere un enunciato ironico da uno serio? L’unico mezzo consiste nel sapere qual è la conoscenza
che l’attore considera condivisa con il partner. Ciò che può essere interpretato come ironico varia a seconda
delle circostanze.
• Semplice: quando l’interlocutore può cogliere il significato inteso dal parlante immediatamente.
• Complessa: l’interlocutore per cogliere il significato inteso dal parlante deve effettuare una serie di
inferenze.

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• Situazioni Come-se
Contesti in cui viene eseguito uno scambio comunicativo anche se c’è una condivisa mancanza di interesse
per il contenuto dello scambio stesso.
Sono le situazioni in cui gli agenti si comportano come se le reciproche intenzioni comunicative fossero
quelle espresse, mentre è condiviso che non lo sono (es: qualcuno che finge di essere di gran fretta per
giustificare il rifiuto nel proseguire un’interazione difficoltosa).
La nostra vita sociale è piena di situazioni in cui una serie di frasi sono eseguite anche quando è condiviso
da entrambi gli interlocutori che nessuno dei due è veramente interessato al contenuto dell’interazione. Ciò
che preme è stabilire o confermare giochi comportamentali di reciproco interesse per gli agenti, possiamo
considerarle una simulazione del tipo di relazione che gli agenti intendono assumere in una situazione per
loro più interessante.
La rottura volontaria di queste situazioni è un preciso messaggio sui giochi comportamentali che una
persona è disposta a giocare.
In altri casi un attore può instaurare una situazione come-se proprio per evitare giochi più impegnativi
(parlare di argomenti irrilevanti è un’ottima strategia quando si desidera adempiere ad obblighi sociali ma
senza entrare in una dimensione seria di dialogo). Le conversazioni in cui si finge reciproco interesse
permettono il mantenimento a costo zero di una parvenza di interazione.

• Altri: metafora, metonimia, attenuazione, iperbole.

Differenze: nell’ironia è condiviso dagli interlocutori che il significato letterale di ciò che l’attore sta dicendo è falso;
nelle situazioni come-se non c’è in linea di principio alcuna relazione fissa fra ciò che viene detto e ciò che è
condiviso essere vero, è irrilevante la connessione fra quanto uno dice e quanto uno crede, comunque per educazione
ci si comporta come se il discorso fosse rilevante e sincero.
Le differenze tra i due tipi di sfruttamento sono evidenti quando avviene un fallimento comunicativo:
• Se un enunciato ironico non riconosciuto come tale vuol dire che parte della conoscenza assunta come
comune non lo è, oppure non è stata recuperata. La riparazione dell’attore consiste semplicemente
nell’esplicitare le sue intenzioni comunicative.
• Un enunciato come-se non può essere rivelato, se il partner per fraintendimento o per malizia risponde a
un’interazione come-se interpretandola come reale, l’attrice non può ammettere la natura della propria
mossa ed è costretta a continuare l’interazione come se i suoi enunciati fossero seri.

FALLIMENTO

Possiamo distinguere 2 tipi di fallimento:


• Fallimento rispetto ad una meta interna dell’agente
• Fallimento Comunicativo

Se supponiamo che l’attrice A abbia una meta M per raggiungere la quale è necessario l’aiuto del partner B, vediamo
che si danno diverse possibilità: se la meta M è raggiunta allora si può esser certi che anche la comunicazione ha
avuto successo e che A ha ottenuto l’aiuto di B; se invece M non è raggiunta tale fallimento può essere dovuto sia a
un insuccesso comunicativo (fallimento comunicativo), sia ad altre ragioni indipendenti dalla cooperazione tra A e
B.

La comunicazione è uno strumento che può funzionare perfettamente senza che ciò garantisca il raggiungimento
degli obiettivi originari degli agenti che interagiscono.

Rifiuto: tutti gli insuccessi comunicativi sono interessanti, ma dal punto di vista psicologico il più importante è il
caso del rifiuto, in cui le difficoltà intervengono a livello dell’effetto comunicativo. E’ ciò che succede a entrambi gli
agenti quando B si rifiuta di giocare il gioco o la mossa che A si aspettava da lui. In questo caso A può riproporre
quanto desidera magari modificandolo in modo da renderlo accettabile per B, oppure può rinunciare alla
contrattazione per riconoscere che c’è stato un fallimento pieno.
In un’ottica cooperativa anche il fallimento deve essere concordato fra gli attori: fallimento condiviso, gli agenti
sono consapevoli che è accaduto e accettano di considerarlo un fallimento vero e proprio.
Esistono persone con organizzazione di personalità depressiva particolarmente predisposte ad accattare
immediatamente il rifiuto costruendosi facilmente un fallimento condiviso. Altre (ossessivi) sono molto più restie ad

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arrendersi e meno disponibili a considerare uno scambio pur non coronato da successo come un fallimento
condiviso.

Fallimento Comunicativo: tentativo non riuscito di produrre un effetto comunicativo sul partner. Può avvenire in una
qualunque delle 3 fasi: a livello del significato letterale, del significato del parlante o dell’effetto comunicativo. I tipi
possibili sono 3:
• Incomprensione
B non capisce la lettera o il significato di ciò che A dice. Si ha interruzione della catena inferenziale. Nella
fase di reazione il partner decide se rendere esplicito il fallimento chiedendo chiarimenti oppure gestire la
situazione in modo diverso. L’insuccesso è per lui trasparente e la scelta di cosa fare è consapevole: Caso di
insuccesso trasparente per B.
• Fraintendimento
B capisce la lettera o il significato di A in modo diverso rispetto alle intenzioni di A. La catena inferenziale
segue una strada diversa. Caso di insuccesso opaco per B (B è inconsapevole).
• Rifiuto
B capisce ciò che A dice, ma non vi si adegua. Caso di insuccesso trasparente per B.

Sia i fallimenti che i rifiuti avvengono secondo 3 modalità:


a. Una regola per default è applicata in contrasto con le intenzioni dell’attore
b. Una regola per default è bloccata in contrasto con le intenzioni dell’attore
c. L’attore o il partner utilizzano una rappresentazione differente da quella dell’altro.

Fallimenti in base al livello cui avvengono:

Fallimenti Letterali

I possibili fallimenti di questa fase riguardano o la trasmissione del messaggio, o l’attribuzione del significato
espressivo dell’enunciato. Due tipi:
• Incomprensione dell’Atto Espressivo: B non capisce cosa A dice.
• A gioco conversazionale inattivo: il gioco conversazionale non è neppure stato attivato, il messaggio
trasmesso da A non arriva neppure a B (la voce di A soverchiata dal rumore, B non si accorge, è
distratto). In tali casi B non è consapevole del messaggio di A e quindi non darà alcuna informazione
di ritorno. A potrebbe erroneamente prendere l’assenza di messaggio come informativa.
• A gioco conversazionale attivo: B si accorge che A ha agito comunicativamente ma non riesce a
capire il messaggio (A dice qualcosa in una lingua incomprensibile). B ha il vantaggio di essere
consapevole dell’insuccesso comunicativo di A e ha la possibilità di rendere condiviso il fallimento
letterale.
• Fraintendimento dell’Atto Espressivo: B capisce altro da ciò che A ha detto. L’ascoltatore comprende l’atto
linguistico in modo diverso da come il parlante intendeva. Non c’è consapevolezza da parte di B il quale è
convinto di aver compreso l’atto emesso da A.
• Errata applicazione di una regola per default: un enunciato che A intendeva come non espressivo
viene compreso da B come espressivo (attrice che legge ad alta voce).
• Errato blocco di una regola per default: speculare alla prima, B comprende come non espressivo un
enunciato che A intendeva come espressivo (A sta riportando a B il discorso di C, aggiunge un
commento proprio e B lo considera come detto da C).
• Differente utilizzazione di conoscenza: la più frequente, B confonde un enunciato con un altro (B è
leggermente sordo).

Fallimenti di Significato

Gli insuccessi comunicativi che avvengono in questa fase riguardano una errata comprensione delle intenzioni
comunicative dell’attore. Possiamo distinguere 2 tipi di incomprensione:
• Incomprensione del Significato del Parlante: B non capisce qual è l’intenzione comunicativa del parlante.
Pur comprendendo la lettera dell’enunciato, B non riesce a capire cosa A volesse comunicargli. B sarà
consapevole del fallimento, il gioco conversazionale attiverà direttamente la fase di reazione in cui B
deciderà se esplicitare l’insuccesso chiedendo chiarificazioni o no.

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• Fraintendimento del Significato del Parlante: B fraintende l’intenzione comunicativa. B segue una catena di
inferenze diversa da quella che A presumeva che lui seguisse, arrivando a identificare intenzioni
comunicative differenti. 3 modalità essenziali di questo fallimento:
• Errata applicazione di una regola per default: l’ascoltatore non coglie uno sfruttamento che il
parlante intendeva comunicare, B applica una regola che secondo A andava bloccata
(incomprensione dell’ironia).
• Errato blocco di una regola per default: speculare al primo, possibilità che l’ascoltatore non applichi
una regola assumendo che il parlante stia sfruttando una regola di base (pensare che A sia ironico
quando è serio).
• Differente utilizzazione di conoscenza: il partner non applica le conoscenze che l’attore intendeva
utilizzasse.

Fallimento nell’ Effetto Comunicativo

Un insuccesso significa che l’attore non è riuscito o a convincere il partner di qualcosa, o a indurlo a eseguire
un’azione. L’apertura comportamentale è stata capita ma non accettata. Il partner ne è consapevole dato che
l’insuccesso dipende proprio da una sua decisione.
• Errata applicazione di una regola per default: discrepanza fra le intenzioni private e le intenzioni
comunicate dell’attore, B assume erroneamente che le intenzioni comunicate da A siano da lei
possedute mentre non lo sono.
(A: Sarebbe meglio chiuderla qui! B: Hai ragione, basta così!)
• Errato blocco di una regola per default: ogni volta che il partner non accetta di fare la sa parte nel
gioco proposto dall’attore anche se potrebbe benissimo farlo. Qualunque rifiuto motivato da
obiettivi interni alternativi.
• Differente utilizzazione di conoscenza: una delle credenze necessarie perché il partner si impegni a
fare la sua parte nel gioco non è verificata, di conseguenza il partner rifiuta di giocare. Le credenze
necessarie in grado di rendere vano l’effetto comunicativo sono:
• Gioco non ammesso dalla relazione tra gli attori
• Condizioni di validità del gioco non sussistenti
• Assunto di incapacità del partner e/o dell’attore a svolgere il proprio ruolo
• Attribuzione di non attendibilità all’attore
• Assunto di scorrettezza dell’attore
• Assunto di insincerità dell’attore
In tutti questi casi il partner utilizza conoscenze diverse da quelle che l’attore intendeva che lui
utilizzasse, di conseguenza decide di non impegnarsi nel gioco proposto.

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Recupero del Fallimento

Tutti i tipi di fallimento possono essere scoperti e rimediati. Il dialogo è una struttura estremamente elastica in grado
di recuperare qualunque insuccesso locale. Lo scopo principale del recupero è ripristinare la conoscenza comune.
Le modalità di recupero dei fallimenti letterali e delle intenzioni del parlante consistono essenzialmente in una
ripetizione o in una parafrasi di quanto precedentemente espresso.
Più interessanti sono i recuperi dai fallimenti dell’effetto comunicativo perché si entra nell’area della contrattazione
tra gli attori: ristrutturare la relazione, modificare lo stato interno di B, ristabilire le precondizioni di verità,
evidenziare la capacità di A, insegnare, portare evidenza, mostrare fonti attendibili, impegnarsi, dimostrare
affidabilità, ribadire sincerità, trovare un gioco accettabile…

INGANNO

L’inganno presuppone la capacità di raffigurarsi mentalmente il comportamento di un altro individuo. Creare una
falsa immagine di A in modo che B interpreti erroneamente qualcosa.
Il senso evoluzionistico dell’inganno va cercato nella possibilità di introdurre nella competizione per la
sopravvivenza e la riproduzione dei propri geni elementi diversi dalla pura forza fisica (es: elefante di mare).

Per la pragmatica cognitiva l’inganno è una consapevole violazione di un gioco comportamentale condiviso. A
sapendo che dovrebbe agire in un certo modo per rispettare il gioco comportamentale con B, premeditatamente
effettua un comportamento comunicativo che B considera come mossa del gioco, mentre A sa che sta violando il
gioco stesso.
A, che privatamente non ci crede, esprime l’enunciato p con l’intenzione comunicativa che B lo dia per condiviso fra
loro; se l’inganno avrà successo A assumerà che B consideri condiviso fra loro p. La speranza di A è che B creda a
p e che sia quindi anche convinto che ci creda lo stesso A.
Dal punto di vista delle risorse cognitive la difficoltà dell’inganno consiste nel mantenere sempre attive nello spazio
attenzionale sia la credenza privata (non-p) che quella condivisa (p).

Inganno Semplice: consiste nell’emissione di un enunciato (p) che sia in contrapposizione con qualcosa (non-p) che
permetterebbe al partner di risalire immediatamente al gioco che l’attore desidera nascondergli (bugie).
Inganno Complesso: proferire l’atto comunicativo (p) il quale implica una credenza (p) che guida il partner verso
una mossa o un gioco diversi da quelli cui arriverebbe se avesse accesso alla credenza privata di A (non-p).
Bugia e inganno non sono concettualmente diversi: si situano su un continuum di cui la bugia è il livello più
semplice.

Per riuscire un inganno non deve essere scoperto dal partner. Se il partner scopre un tentativo di ingannarlo può
scegliere fra denunciarlo e fare finta di non essersene accorto (eventualmente per pianificare un controinganno). La
possibilità del controinganno dimostra che A può simulare B entro certi limiti ed è comunque sempre esposto al
rischio di errore.

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CAPITOLO 6

Competenza: insieme delle capacità astratte possedute da un sistema, indipendentemente da come tali capacità sono
effettivamente utilizzate.
Prestazione: capacità effettivamente dimostrate da un sistema in azione, desumibili direttamente dal suo
comportamento in una specifica situazione.
La differenza è cruciale per discriminare cosa un sistema è in grado di fare in linea di principio, da quello che
effettivamente fa in una situazione concreta.
Il fatto che un soggetto riesca a fare una certa cosa è certamente indicativo che quella capacità rientra nella sua
competenza.

La situazione si complica quando assumiamo che la competenza debba maturare. In questo caso non si può
osservare la prestazione corrispondente finchè la competenza non sia matura.
La maturazione di una competenza dipende dal fatto che sia realizzata da strutture neurali e cognitive non pronte alla
nascita, ma che si sviluppano in qualche momento successivo.
Un’eventuale mancata maturazione della competenza è da attribuirsi al fatto che non si siano rese disponibili in
tempo utile le strutture che dovevano realizzarla.
Le strutture neurali e cognitive implicate possono essere specifiche per quella competenza che in tal caso si assume
essere modulare.

In conclusione, solo la presenza di una prestazione è prova dell’esistenza della competenza relativa. Il non-
rilevamento di una prestazione, di per sé, non vuol dire nulla: potrebbe essere indice di un deficit competenziale,
prestazionale o delle strutture di supporto, o dovuto ad un’immaturità delle strutture di supporto.

EVOLUZIONE DELLA COMPETENZA COMUNICATIVA

La psicologia evoluzionistica parte dall’idea che la mente umana sia il prodotto del processo evolutivo che ha
caratterizzato la storia del genere Homo.
L’architettura della mente umana è in larga misura adattata alla vita che i nostri antenati conducevano circa 2 milioni
di anni fa. Ciò che si ipotizza è che non sia possibile comprendere appieno la natura di un qualsiasi meccanismo
psicologico senza fare riferimento al tipo di vita che i nostri predecessori conducevano.
Solo il costante riferimento all’ambiente di adattamento evolutivo permette di comprendere come un comportamento
si è evoluto e quali meccanismi psicologici ne sono alla base.
Per capire la psicologia di un uomo moderno non possiamo limitarci a studiarlo nell’ambiente civilizzato
contemporaneo. Le funzioni cerebrali e psicologiche si sono stabilizzate in un tempo molto più esteso.

Tutti gli animali interagiscono in modo sistemico fra conspecifici, utilizzando modalità comunicative di crescente
complessità. Un minimo di comunicazione è necessario in ogni specie sessuata per garantire la continuità attraverso
la fecondazione.
La complessità della vita sociale è un eccellente predittore dello sviluppo della capacità comunicativa della specie.
Va notato come l’intera struttura comunicativa sia geneticamente precostruita, senza che l’individuo abbia alcun
grado di libertà. Un gruppo di mezza dozzina di individui può avere una struttura sociale molto più articolata di una
società di alcune centinaia di membri: dipende da quanto è geneticamente rigida la reciproca interazione fra gli
individui e da quanti possibili giochi essi siano in grado di giocare liberamente tra loro.

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• Sistema Rigido di Interazione
Si trova in tutte le specie animali, dai livelli più bassi ai mammiferi inferiori: nel sistema rigido a ogni segnale
corrisponde un unico significato, senza possibilità di composizione o modifica (fischio della marmotta, canto
usignolo). Gli animali emettono e ricevono un segnale, determinato geneticamente, senza spazio né per la creazione
di un nuovo significato (innovazione) né per la costruzione di un insieme dotato di significato a partire dai significati
elementari (composizione).
Un primo salto qualitativo inteso come relativa elasticità della comunicazione rispetto alla genetica, lo troviamo a
livello dei mammiferi solitari (tigre, orca) e degli uccelli: qui abbiamo già una certa libertà individuale
nell’interazione fra conspecifici. Il livello successivo è quello dei mammiferi sociali che sono in grado di
comunicare significati elementari come la reciproca presenza o il pericolo.

• Sistema Semirigido di Interazione


Tipico dei mammiferi superiori, un limitato numero di significati di base può essere montato a costruire un
significato composto. Un branco di lupi sa organizzare una caccia di gruppo attribuendo funzioni specifiche a
ciascun membro, ciò comporta che esistano significati elementari (preda, inseguitore, uccisore) associabili ad altri
significati elementari (lupo alfa, lupe beta…) per comporre un discorso sensato alla fine del quale ciascun
interlocutore abbia compreso qual è il suo ruolo nell’azione.
I mammiferi superiori hanno anche la possibilità di usare un medesimo comportamento all’interno di contesti
diversi, facendone così variare il significato.
Rimane limitato il numero dei significati elementari, nonché quello dei connettivi leciti.

• Sistema Aperto di Comunicazione


Rappresentati solo dagli esseri umani, sono quelli in cui il numero di significati elementari è potenzialmente infinito,
come potenzialmente infinito è il numero delle frasi generabili attraverso la sintassi.
Il linguaggio umano compone le parole sulla base di unità elementari (lettere alfabeto, segni, ideogrammi), il numero
delle parole che si possono comporre è infinito.

Comunicazione Comparata

La comunicazione non si può ridurre esclusivamente a quella linguistica. Quando è nato il linguaggio umano?
Per parlare è necessario possedere non solo un apparato fonatorio adeguato, ma un corrispondente sistema uditivo in
grado di discriminare con la stessa efficacia i suoni emessi.
Già i primi ominidi possedevano la struttura fonatoria utile per generare consonanti associate a vocali.
Parallelamente, l’apparato uditivo sviluppato già dai mammiferi superiori presentava la collegata capacità di
riconoscimento.

Una funzione essenziale del linguaggio è quella di permettere di stabilire legami sociali.
Ma per passare dalle vocalizzazioni al linguaggio non è sufficiente possedere la struttura anatomica, è il cervello che
conta. Grazie all’evidenza neuropsicologica è stato scoperto come per operare questo passaggio sia necessaria una
capacità cerebrale significativamente sviluppata nonché un’area specifica (Broca, Wernicke). E’ l’Homo Habilis il
primo ominide a mostrare tale capacità cerebrale.
Un protolinguaggio umano si può quindi far risalire a oltre 1 milione e mezzo di anni fa (Homo Erectus).
La capacità simbolica rappresenta la svolta successiva nell’evoluzione linguistica (Homo Sapiens).
Il linguaggio così come lo conosciamo oggi è una prerogativa dell’Homo Sapiens moderno, biologicamente
recentissimo.

Se si accetta l’idea che la capacità comunicativa si sia evoluta progressivamente, allora già Homo Abilis comunicava
in senso proprio 2 milioni di anni fa. Sulla base di una capacità comunicativa ampiamente sviluppata, nel successivo
milione e mezzo di anni si è evoluto il linguaggio e negli ultimi 200 000 anni è avvenuta la piena maturazione della
comunicazione linguistica.

La Scrittura

Nessun animale utilizza strumenti (esterni al proprio corpo) al fine di lasciare una traccia. Anche gli animali in grado
di maneggiare strumenti esterni non li usano mai per lasciare traccia significativa per sé stessi o per i conspecifici.
Gli esseri umani sembrano invece dotati di un’innata competenza notazionale.

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La più geniale invenzione dell’umanità consiste nell’usare la nostra capacità di tracciare simboli per mantenere la
conoscenza a livello di gruppo, oltre la mera vita del singolo individuo. Ciò permette la stabilizzazione della
cognizione esterna e lo sviluppo della cultura transgenerazionale.

Altri animali cerebralmente molto dotati ma privi di pollice opponibile non hanno alcuna possibilità di crescita
culturale transgenerazionale. Gli ominidi possiedono sia il cervello sia le condizioni ambientali sia le caratteristiche
corporee che permettono di sviluppare al massimo grado le capacità comunicative.

Il primo passo verso la scrittura è il momento in cui i primi artisti umani cominciano a dipingere e a incidere le pareti
delle grotte in un’evoluzione continua che dura almeno 30 000 anni.

Possiamo distinguere tra diversi tipi di scrittura usando come criterio il numero di segni utilizzati:
• Pittogrammi ( > 1000)
• Logogrammi (1000 – 100)
• Sillabica (100 – 40)
• Alfabeto ( < 40)

L’efficacia del pittogramma è anche il suo limite: ciascuno può immediatamente comprendere il significato dei segni
impressi sulle tavolette, viste come una sequenza di immagini, è una sorta di rappresentazione associativa il cui
significato può essere colto effettivamente solo da chi sia già a conoscenza dei fatti di cui ha davanti agli occhi una
raffigurazione.
Per rendere più efficace la scrittura pittografica è necessario operare una stilizzazione che riduca il numero di segni
utilizzabili: logogramma. Il passaggio cruciale consiste nell’introdurre una prima rudimentale sintassi che permetta
di passare dalla proprietà di associabilità a quella di composizionalità.
Il passo decisivo verso la scrittura come la utilizziamo oggi è la sostituzione degli ideogrammi con i fonogrammi
(sillabe). Il meccanismo principale è quello del rebus a trasferimento: per esprimere il concetto del ridere (riso) lo
scrittore non stilizza più un volto sorridente ma raffigura un chicco di riso; ciò che rimanda al significato è la
pronuncia del segno e non il segno in sé. Tali scritture non si leggono, si decifrano.
L’aumento di efficacia espressiva viene pagato con l’ambiguità di interpretazione del significato: per poter decifrare
un testo è necessario conoscere la lingua e avere una buona informazione sul contesto generale.
L’ultimo passaggio consiste nell’invenzione dell’alfabeto (fenici 1700 a.C.). I fenici utilizzano solo le consonanti
lasciando al lettore il compito di introdurre le vocali, l’introduzione delle vocali nell’alfabeto è compiuta dai Greci
intorno al 100 a.C. realizzando una totale corrispondenza fra comunicazione linguistica parlata e scritta.

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Rapporto Encefalico Micro/Macro

Una prima osservazione biologica elementare ci fa notare come i grandi animali tendano ad avere cervelli più grossi
dei piccoli animali. Un animale di taglia maggiore deve dedicare la stessa percentuale di cervello a controllare le
funzioni corporee essenziali.
Una riflessione più accurata ci può portare a considerare la variazione proporzionale del peso del cervello e in
particolare lo straordinario incremento della neocorteccia, rispetto alle dimensioni del corpo.

Quoziente di Encefalizzazione: relazione fra cervello e corpo, rappresenta la misura di quanto l’effettiva dimensione
cerebrale di una specie supera quella che sarebbe prevedibile per animali di quella taglia.
I primati tendono ad avere cervelli grandi il doppio rispetto agli altri mammiferi di quella taglia, gli uomini il triplo
rispetto agli altri primati e quindi 6 volte rispetto ai mammiferi. E’ in particolare la corteccia cerebrale a conoscere lo
sviluppo maggiore.

Rapporto Encefalico Micro/Macro: può essere utilizzato per quantificare le differenze anche fra tipi diversi di
ominidi. L’idea è quella di separare la corteccia dedicata alla microcognizione da quella dedicata alla
macrocognizione sottraendovi le parti comuni.

La specie umana non si è limitata ad aggiungere neuroni, sia pure in gran numero: un’ampia parte dei neuroni è
dedicata a gestire il funzionamento degli altri neuroni modulando la capacità cognitiva con un’efficacia prima
impensabile. Dal punto di vista computazionale non solo abbiamo la macchina più sovradimensionata che ci sia in
natura ma abbiamo anche sviluppato la capacità di sfruttarla al meglio.

Il cervello umano è alla nascita molto più immaturo di quello degli altri primati e rimane straordinariamente plastico
per molti anni. I principali processi di sviluppo postnatale sono la specializzazione emisferica, la sinaptogenesi, la
crescita dei dendriti, la mielinizzazione e la successiva morte neuronale e degenerazione sinaptica (potatura
dell’eccesso, eliminazione selettiva).

Evoluzione del Linguaggio

• Ipotesi della Continuità Linguistica


Piaget ipotizza che il linguaggio derivi senza soluzione di continuità dalla capacità comunicativa extralinguistica.
Egli vedeva nel sistema motorio il precursore del linguaggio, ma in senso stretto il linguaggio non ha alcun
precursore.
Chomsky fa notare che se la teoria del sistema motorio come precursore fosse vera, bambini tetraplegici dovrebbero
mostrare gravi deficit linguistici, cosa che non avviene.

• Ipotesi della Discontinuità Linguistica


Chomsky ipotizza che al linguaggio non può essere applicato il principio della selezione darwiniana. Parte da
un’assunzione di modularità linguistica e afferma che si tratta di una complessa mutazione genetica non finalizzata
che ha dato luogo alla tipica capacità linguistica degli esseri umani: il linguaggio non si è affatto evoluto.
Palmarini attenua gli assunti di Chomsky ammettendo che un’evoluzione può esserci stata, il linguaggio non si è
evoluto a fini comunicativi anche se poi è stato utilizzato per comunicare. Il linguaggio si innesta nel sistema uomo
con un salto evolutivo non spiegabile causalmente.
Le affermazioni di Chomsky per cui il linguaggio arriva in un sistema completo arricchendolo di un modulo
supplementare suonano strane, sarebbe come sostenere che il pollice si è sviluppato grazie a una mutazione singola
e non finalizzata improvvisamente comparendo già completamente formato in una mano che precedentemente
contava solo 4 dita.
Pinker mostra come tale ipotesi si fondi su una cattiva comprensione dei principi dell’evoluzione darwiniana: anche
piccoli incrementi sono utili per migliorare la possibilità di riproduzione individuale, la selezione naturale non ha
bisogno di grandi vantaggi.

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• Ipotesi della Continuità Extralinguistica e della Discontinuità Linguistica
Questa terza ipotesi vuole mantenersi compatibile con le assunzioni forti chomskyane di una discontinuità evolutiva
del modulo linguistico, ma salvando parte dell’eredità comunicativa dei primati e precisamente la comunicazione
extralinguistica.
Secondo Burling la comunicazione dei primati possiede un’impressionante serie di caratteristiche simili alla
comunicazione non verbale:
■ Gradualità del segnale
■ Scarso bisogno di apprendimento
■ Capacità informativa
■ Controllo volontario incompleto
■ Mancanza di produttività
■ Impossibilità di dislocazione
In definitiva Burling conclude che gli ominidi possiedono una competenza comunicativa verbale essenzialmente
analoga a quella dei primati e che rimane una diretta continuazione di quella esibita dai mammiferi superiori.
Quel che differenzia l’uomo non è l’abilità comunicativa generale, ma la competenza comunicativa linguistica
specifica, il linguaggio rappresenta un elemento di discontinuità nell’evoluzione.

• Ipotesi della Discontinuità Cognitiva


Ciò che differenzia i primati dagli ominidi è la quantità rispettiva di neocorteccia, la cui utilizzazione è sia
comunicativa sia globalmente cognitiva. L’ipotesi qui presentata è dunque che la neocorteccia incrementi
enormemente l’intelligenza generale, rendendo le capacità comunicative umane non più comparabili con quelle degli
altri primati.
Un primo fondamentale salto qualitativo avviene grazie all’incremento cerebrale che modifica in modo spettacolare
le capacità cognitive complesse e quindi anche comunicative, negli ominidi.
Riguardo al linguaggio possiamo ipotizzare una mutazione genetica grazie alla quale un primo ominide mostri una
qualche capacità linguistica. La differenza con Chomsky è che egli assume una mutazione genetica sintattica e
globale, non finalizzata. In un’ottica evoluzionistica invece la mutazione iniziale porta a un protolinguaggio che
viene mantenuto e sviluppato per finalità principalmente comunicative.
Dal punto di vista evolutivo sono le potenziate strutture cognitive a far sì che il modulo linguistico possa emergere e
sia prontamente utilizzabile.

L’EMERGERE DELLA COMPETENZA COMUNICATIVA

La distinzione tra competenza e prestazione diventa problematica quando si ha a che fare con un sistema in sviluppo.
Non è infatti chiaro cosa si possa intendere con capacità astratte (competenza), nel momento in cui tali capacità non
hanno modo di manifestarsi, perché le strutture cognitive di supporto non sono mature.
Un bambino normale a 6 anni non parla, ma tutti saremmo d’accordo nell’attribuirgli il possesso della competenza
linguistica. In questo caso un deficit di prestazione non è indice di incapacità ma di non raggiunta maturazione.

La competenza deve quindi riferirsi non solo alle capacità astratte, ma anche alla potenzialità delle stesse.
Un’ulteriore complicazione è data dal fatto che alcune abilità comunicative hanno bisogno che altre strutture di
supporto siano già pienamente funzionanti.
Parleremo dunque dell’emergere della competenza, non del suo sviluppo: se c’è si manifesta man mano che ciò
viene reso possibile dalle strutture collegate.

Possiamo avanzare una predizione circa l’acquisizione del linguaggio da parte del bambino: dovrebbe mostrarsi un
formidabile comunicatore extralinguistico fino a circa 3 anni (punto in cui il linguaggio è padroneggiato
completamente).
I bambini già alla nascita presentano un dispositivo pronto ad attivarsi: c’è quindi una fondamentale componente
genetica.

Durante la crescita:
1. I neonati già alla nascita attivano una competenza comunicativa che presenta essenzialmente due possibilità
realizzative, con un binario linguistico e uno extralinguistico. Le risorse cerebrali di supporto di ciascuna
prestazione risiedono in aree differenti e hanno una maturazione non contemporanea.

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2. La comunicazione extralinguistica è quella che più rapidamente diventa disponibile per il neonato,
richiedendo risorse cognitive già presenti alla nascita o di rapida maturazione. Possiamo distinguere 3
componenti della competenza extralinguistica che diventano disponibili in successione:
• Comune ai mammiferi, responsabile delle prime interazioni piccolo/madre
• Comune ai primati, guida le interazioni di attaccamento/accudimento
• Tipicamente umana, componente extralinguistica che necessita di strutture
neocorticali. La osserviamo nei bambini oltre l’anno che hanno una straordinaria
complessità di relazioni cognitive ed emotive con gli altri.
3. La comunicazione linguistica è la più evoluta e richiede la maturazione di risorse cognitive che cominciano
ad essere disponibili dopo il primo anno.
4. Le prestazioni dei due diversi binari non saranno del tipo tutto o nulla: ci si aspetta che migliorino con
l’esperienza. Una volta che il binario linguistico abbia raggiunto una piena efficienza, la sua superiorità lo
porterà a essere reclutato dall’istanza comunicativa con parziale colonizzazione del binario extralinguistico.

Il linguaggio non presenta alcuna consecutività di evoluzione rispetto ad altri processi mentali, non c’è prova che le
strutture linguistiche abbiano precursori motori o comunicativi extralinguistici. Entrambi i sistemi sono operativi
prima che il linguaggio emerga pienamente.
Resta comunque poco credibile che una struttura che impiega tanta parte del cervello si sia evoluta senza alcuna
spinta utilitaristica, al fine di migliorare la comunicazione.

Le Primitive della Comunicazione

Strutture basiche, essenziali per il funzionamento dei processi comunicativi:

• Attenzione Comune
Al fine di comunicare, il primo passo consiste nell’entrare in sintonia con il partner, rispondendo ai suoi
tentativi di entrare in contatto o catturandone attivamente l’attenzione.
Bambini di 1 mese entrano in contatto oculare con altre persone. A 3 mesi entra nella fase di attenzione
comune. A 7 mesi sono in grado di cogliere segnali che indicano che la madre sta prestando attenzione a
qualcosa che anche loro devono guardare.

• Intenzionalità Comunicativa
Qualunque sia il comportamento del bambino, la madre gli attribuisce l’intenzione di comunicare con lei: il
bambino si trova immerso fin da subito in una situazione in cui gli viene attribuita intenzionalità propria
(non so immaginare metodo migliore per attivare una competenza innata).
Temporalmente la richiesta è la prima intenzione comunicativa a emergere (extralinguisticamente e
linguisticamente).

• Conoscenza Condivisa
Anche questo stato mentale è da considerarsi innato: se il bambino non possedesse la conoscenza condivisa
come primitiva e dovesse dedurla attraverso una catena logica, non sarebbe in grado di interagire
comunicativamente prima dei 12-13 anni, quando le risorse cognitive (memoria di lavoro) sono abbastanza
potenti da reggere una lunga serie di incassamenti.

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• Teoria della Mente
Innata nei bambini, la capacità di distinguere fra esseri viventi e oggetti non viventi e la capacità di attribuire
agli altri esseri umani stati mentali, credenze, desideri e intenzioni.
I bambini fino a 3 anni compiono l’errore del realismo (test falsa credenza). Tra i 3 e i 5 anni avviene
qualcosa di importante per cui i bambini sono in grado di attribuire ad altri stati mentali e credenze diversi
dai propri.

• Cooperazione
Alla nascita le norme di cooperazione non sono osservate, sono culturali e non genetiche. Imparare ad usare
un determinato linguaggio culturalmente stabilizzato, come un membro attivo di quella cultura.
Insegnamento da parte della madre di come si debbano esprimere in modo adeguato gli atti comunicativi. I
bambini attraversano 2 fasi:
1. L’adulto è trattato come strumento
2. L’adulto è trattato come partner volontario
Dai 6 ai 18 mesi i bambini richiedono un oggetto o un’azione di supporto, dopo i 18 mesi cominciano a
rispettare il ruolo dell’altro come agente volontario (motivano la richiesta e accettano le ragioni di un
rifiuto).

• Dipendenza dal Contesto


Le particolari norme culturali, sociali e familiari proprie dell’ambiente in cui vive il bambino vengono
insegnate, direttamente o indirettamente, fin dal primo giorno di vita.

Per parlare di comunicazione vera e propria, il bambino deve avere a disposizione tutte le primitive di cui sopra. Ma
cosa c’è prima che ciò avvenga? Quello che viene definito protoconversazione: si avvalgono di reciproci sguardi,
gesti e vocalizzi in situazione di forte carica affettiva.
Queste prime interazioni sono senza oggetto, ciò che il bambino offre è la propria innata disponibilità a interagire
che si accoppia funzionalmente con la disponibilità della madre a trattarlo come se le stesse comunicando qualcosa
(baby talk). I bambini mostrano la capacità di aggiustare il proprio discorso in funzione dell’età dell’interlocutore.

NEUROPRAGMATICA

Si occupa delle correlazioni fra processi mentali della comunicazione e aree cerebrali di cui quei processi sono
funzione.
Una buona teoria della comunicazione dovrebbe essere in grado di definire quali sono le aree cerebrali che
sottendono la sua realizzazione fisica, quali sono le aree che si attivano quando una persona è impegnata nell’attività
comunicativa e quali sono i tipi di deficit che possono prevedersi come conseguenza di lesioni a qualcuna di queste
aree.

Il linguaggio è normalmente situato nell’emisfero controlaterale alla mano dominante (sinistro per i destrimani). In
entrambi gli emisferi però ci sono aree interessate al suo funzionamento.

I processi comunicativi sono essenzialmente divisibili in due parti:


• Centrale, dove si svolgono le inferenze necessarie ad attribuire un atto comunicativo a un gioco o a
generare da un gioco una mossa comunicativa.
• Periferica, dove si svolgono i processi di entrata e uscita mediati dalle vie nervose, percettive
afferenti e motorie efferenti.

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Decadimento della Comunicazione

Può essere fisiologico o degenerativo (demenze, lesioni cerebrali). In assenza di altre patologie, l’età non incide
negativamente sull’abilità comunicativa.
Nel decadimento degenerativo (alzheimer) si osserva una perdita di prestazione che segue il percorso inverso a
quello osservato nell’emergere della competenza comunicativa.

Il decadimento per fattori traumatici può avvenire a seguito di:


• Traumi Cranici Frontali
I lobi frontali presiedono attenzione, memoria, apprendimento, giudizio e pianificazione. Il deficit è dovuto
al diffuso danneggiamento degli assoni (stiramento neuronale) o alla sofferenza tissutale. Una costellazione
di deficit frontali si riflette sull’abilità comunicativa: confabulazioni, neologismi, uso di stereotipie
linguistiche. Non c’è traccia di afasia. Il discorso è confuso, poco strutturato o disorganizzato, pieno di
referenze contestuali con tendenza a perdere il focus conversazionale.

• Lesioni Emisferiche Sinistre


Afasia: disturbo della comunicazione linguistica che consegue a una lesione del cervello che interessa uno o
più componenti del processo di comprensione e produzione di messaggi verbali. I deficit comunicativi
dell’afasia sono a basso livello: esecutivo, il paziente sa cosa desidererebbe dire ma non riesce a generare
una frase che soddisfi le sue esigenze comunicative. Le abilità comunicative ad alto livello (pragmatiche)
sono spesso conservate. Proprio per questo la strada più promettente per una riabilitazione è quella di
permettere un pieno sviluppo della modalità extralinguistica (più che sufficiente per gestire al meglio le
interazioni nella vita quotidiana).

Neuropsicologia Evolutiva: è dimostrato che bambini con un trauma focale che porta difficoltà nella comprensione
e generazione di atti comunicativi, possono riprendersi da lesioni cerebrali che sarebbero permanenti nell’adulto
(plasticità del cervello infantile).

CAPITOLO 7

Applicazione della pragmatica cognitiva all’area clinica, l’idea è quella di suggerire delle possibilità, in particolare
per la comunicazione terapeutica.

MEDICINA

La pragmatica clinica può nell’area medica avere due accezioni principali: una volta direttamente a influenzare per
suggestione lo stato d’essere del malato (suggestiva), e una volta a facilitare l’azione di altri agenti terapeutici
(terapeutica).

Comunicazione Suggestiva

In questo tipo di interazione il medico assume su di sé il potere di guaritore, lasciando il paziente volutamente
all’oscuro di quanto gli sta succedendo (discendenza diretta dalle pratiche magiche).
Perché questo tipo di comunicazione risulti efficace è necessario che il medico e il paziente siano immersi in una
cultura che renda credibili le operazioni che il primo compie sul secondo. L’unica cosa che conta è la volontà del
guaritore e la disponibilità del paziente ad assumerla su di sé.

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Comunicazione Terapeutica

Tipo di comunicazione con cui il medico accompagna azioni o medicamenti sul corpo del paziente e che ha lo scopo
di aumentarne l’efficacia. A differenza della prima, che ha l’ambizione di essere essa stessa fonte di guarigione, la
comunicazione terapeutica rende più efficace o più tollerabile la cura fisica, che rimane però quella dotata di
effettiva vis curativa.
L’aspetto più analizzato della cooperazione medico-paziente è quello legato alla costruzione di un piano d’azione
comune che porti verso la guarigione del paziente.
Se è importante che sia condivisa la strada, è ancora più importante che lo sia la meta: è stato sempre dato per
scontato che questa fosse la guarigione o comunque il miglioramento, ma si tratta di nozioni relative.
Medico e paziente devono concordare, in modo implicito o esplicito, su ciò che verrà considerato guarigione o
miglioramento.
Le aspettative del paziente nei confronti del medico e del suo operato vanno rese esplicite.
Esistono diversi stili di strategia comunicativa ed esistono tipi distinti di obiettivi che tali strategie si prefiggono:
• Modello Paternalistico
Responsabilità assoluta del medico, che definisce obiettivi e strategie. La pianificazione della terapia è fatta
solo dal medico sulla base delle informazioni fornite dal paziente. Il medico interviene direttamente
guidando le azioni del paziente: ordinandogli di seguire istruzioni specifiche. Il medico non tiene conto delle
intenzioni del paziente, né si preoccupa di modificare la sua conoscenza, la stessa motivazione a guarire è
data per scontata.

• Modello Informativo
L’interazione è simmetrica alla precedente, caratterizzata da una delega del controllo da medico a paziente.
E’ quest’ultimo a stabilire le mete e a pianificare la terapia sulla base delle informazioni fornite dal medico
(esperto competente, deresponsabilizzato).

• Modello Interpretativo
La definizione della meta e la pianificazione della strategia terapeutica sono realizzate assieme da medico e
paziente. La responsabilità è condivisa, entrano in gioco le intenzioni e le motivazioni di entrambi. Il medico
mette in luce i valori del paziente, ma il paziente (cooperativo) non è detto che collabori al processo
interpretativo: potrebbe affidarsi in toto alle interpretazioni del medico.
Questo tipo di interazione rischia di far sì che il medico imponga i propri valori se non è capace di rispettare
la modalità personale di interazione con il mondo propria del paziente, permettendogli di esprimersi
liberamente.

• Modello Deliberativo
Medico e paziente cooperano a costruire il significato che la malattia ha per il paziente. Sono entrambi
impegnati in un processo di comprensione in cui la meta condivisa è che l’intervento medico realizzi i valori
del paziente. Il paziente è attivo nell’esprimersi e nel comprendere e il medico non esercita un potere
assoluto nell’interpretare i suoi valori: la responsabilità è condivisa. Ciascun partecipante ha aspettative
specifiche sul genere di contributo che l’altro deve fornire, medico e paziente discutono solo i valori legati
alla salute. Il medico può cercare di persuadere, mai di imporre il proprio punto di vista.

I modelli interpretativo e deliberativo garantiscono una relazione sicuramente più stabile, opportuna per qualunque
trattamento di lunga durata, in cui sia necessario attivare le motivazioni del paziente a guarire.

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PSICOTERAPIA
Il paziente viene guidato dal terapeuta a costruire un modo particolare di interagire. Il paziente impara a comportarsi,
a parlare e a spiegare sé stesso nel mondo attraverso il gioco che il suo terapeuta gli ha insegnato a giocare.
Una sempre maggiore importanza è data alla relazione interpersonale fra psicoterapeuta e paziente e ai processi
comunicativi che si svolgono al suo interno, processi che presentano una serie di caratteristiche particolari.
E’ lo stabilirsi di tale relazione a rendere possibile il lavoro di paziente e terapeuta, in questa relazione strutturata
sulla base di una progressiva reciproca fiducia, il paziente concede al terapeuta una serie di possibilità normalmente
inaccettabili: situazione in cui una persona possa essere certa che l’agire dell’altro sia finalizzato esclusivamente al
proprio benessere.

L’alleanza terapeutica è il prerequisito fondamentale perché la psicoterapia vada a buon fine.

Molte cose vengono fatte in una psicoterapia, tese sia verso il passato (perché il paziente costruisca una storia
coerente di sé), sia verso il futuro (perché lo sviluppo personale possa continuare attraverso e oltre le difficoltà una
volta conclusa la psicoterapia).
Ma il momento chiave rimane il presente: quando terapeuta e paziente sono insieme. Il terapeuta può agire non solo
su quanto raccontato dal paziente, ma anche e soprattutto su quello che entrambi stanno vivendo. Il terapeuta deve
spiegare al paziente quel che accade fra loro durante la seduta, condividere una metalettura del lavoro clinico.
Smettono di agire come rispettivamente terapeuta e paziente, e assumono il ruolo di osservatori critici di quel che
loro stessi hanno fatto.
Tale metalettura è qualcosa che il terapeuta effettua in seduta, oscillando continuamente dal ruolo di partecipante a
quello di osservatore.

COMUNICAZIONE EFFICACE
Si può migliorare la capacità comunicativa e una persona può imparare a comunicare meglio.
L’abilità comunicativa è un’abilità concreta e non astratta, pratica e non teorica. Non c’è un modo unico e valido per
tutti di migliorare questa abilità; piuttosto ciascun individuo diventando consapevole del proprio stile e delle proprie
potenzialità deve riuscire a esprimere meglio ciò che è già potenziale in lui.
Tutte le scuole serie di comunicazione hanno in comune una serie di regole di base: la pratica vale più della
grammatica, nessun modello, unione di linguistico ed extralinguistico.

Il Silenzio

Silenzio Non Comunicativo: è il silenzio di chi non si è neppure accorto di essere entrato in un’interazione con
un’altra persona e quindi non intende comunicare nulla a nessuno.

Silenzio Non Deliberato e Consapevole: è il silenzio di chi non trova le parole per esprimersi data una certa
situazione.

Silenzio Intenzionalmente Comunicativo, Deliberato e Consapevole: è il silenzio attraverso il quale l’attore


comunica qualcosa al proprio interlocutore in modo aperto e chiaro dato il contesto condiviso (confessione,
colpevoli letterari, rifiuto di rispondere).

Esiste anche un più interessante e specifico senso del silenzio. Non è né equivalente né antitetico alla
comunicazione, ma rappresenta piuttosto il mezzo attraverso il quale questa si realizza. Sta quindi all’atto linguistico
come la tela sta a ciò che vi viene raffigurato sopra.
La cultura occidentale è particolarmente sospettosa riguardo agli spazi vuoti del discorso e tende a riempirli
ossessivamente a costo di una ridondanza di informazioni inutili che diventa faticosa da arginare.
In alcune situazioni sociali il silenzio non è solo permesso ma è richiesto.
Ci siamo abituati a un rumore di fondo che ci sorprendiamo quando non lo sentiamo più, ma è il silenzio il
background naturale, non la parola. Sullo sfondo del silenzio la parola acquista valore senza bisogno di essere
gridata o ripetuta, non c’è comunicazione senza silenzio.

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