Introduzione
di Elisa Bordin e Stefano Bosco
Questo lavoro collettaneo nasce dalla necessità di portare anche in
Italia un dibattito già presente da alcuni anni in campo internaziona-
le, nel quale entrano in dialogo critical race studies e visual studies. Il
visual turn degli studi sulla razza, che sviluppa approcci già presenti
in nuce nei discorsi nati in seno ai cultural studies sulla rappresenta-
zione dell’Altro, ha avuto luogo in ambito anglofono intorno agli anni
Duemila, grazie alle ricerche, fra gli altri, di Nicholas Mirzoeff, bell
hooks, Richard Dyer, W.J.T. Mitchell, Shawn Michelle Smith, Nicole
Fleetwood, Martin Berger e Alessandra Raengo, che spostano l’atten-
zione dal visuale come luogo dove si palesano significati al visuale
“come luogo dove i significati si creano e si contestano” (Mirzoeff
1999, p. 6).
Un primo nucleo di questa ricerca nasce dal convegno “Black
Icons”, organizzato da Anna Scacchi presso il Dipartimento di stu-
di linguistici e letterari dell’Università di Padova nel giugno 2015,
all’interno delle attività del gruppo di ricerca Postcolonialitalia, in cui
si sono incontrati alcuni degli autori di questo volume. A partire da
quell’esperienza, è cominciato un dialogo e una riflessione sui temi
della razza attraverso diversi strumenti critici, quali gli studi letterari,
di cinema, postcoloniali, geografici ed etnografici, per cercare di ca-
pire che cosa significhi vedere la razza e quale sia il rapporto fra razza
e visualità.
Quanto la razza sia una lente, che si “fa” attraverso la visione ma
che al contempo ci ritorna come dato visivo, seppur mutabile storica-
mente e geograficamente, lo spiega proprio Scacchi nel primo capi-
tolo, che serve come introduzione (anche) teorica alle questioni che
gli autori, ognuno in base alle discipline che gli sono proprie e ai case
studies prescelti, cercano di sviluppare nei singoli contributi. Il primo
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gruppo di saggi, raccolto nella sezione intitolata “Rappresentazioni/
rifrazioni”, studia come la visualizzazione della razza (e della nerezza
come sua specificazione primaria) costituisca una pratica performa-
tiva, negoziata e negoziabile, in cui non vi è soltanto il confronto/
scontro tra uno sguardo egemonico occidentale e uno sguardo “altro”
che lotta per sostituirsi al primo, ma anche la creazione di uno spazio
interstiziale dove si costruiscono nuovi paradigmi visuali. Come spie-
ga Scacchi, gli studi attuali si sono infatti allontanati da una semplice
critica alla rappresentazione della razza e dei suoi stereotipi, per foca-
lizzarsi su come questa agisce nella visualità di nerezza e bianchezza,
dimostrando quanto la razza sia un significante ambiguo e polisemico.
Nel far dialogare gli studi sulla cartografia con il discorso sulla raz-
za, il saggio di Tania Rossetto tenta di superare l’opposizione a lungo
esplorata fra white maps e black other, muovendosi da un modello
interpretativo di “Altro contro mappa” a uno di “Altro che fa la map-
pa” e sottolineando quindi il processo di mediazione attraverso cui
la razza si inscrive nella mappa, ma pure la ri-scrive essa stessa. At-
traverso l’analisi di due importanti romanzi della letteratura africana
contemporanea, Metà di un sole giallo di Chimamanda Ngozi Adichie
(2007) e C’è bisogno di nuovi nomi di NoViolet Bulawayo (2014), il
contributo di Giulia D’Agostini illustra la sfida del “raccontare l’A-
frica” sganciandosi dalla retorica del discorso umanitario e della “ico-
nografia della fame”, e mostra come le autrici impieghino a tal fine
strategie di visualizzazione del grottesco e del paradosso.
La seconda sezione è intitolata “Icone nere” e raggruppa i saggi
che si occupano di come si costruiscono, si ridefiniscono, emergo-
no e rappresentano figure chiave della nerezza internazionale. Nicole
Fleetwood analizza l’immagine pubblica dell’ex-presidente americano
Barack Obama, legandola alla genealogia di leader neri statunitensi
che l’ha preceduto. Se da un lato egli rappresenta il traguardo più alto
delle lotte emancipatorie degli afroamericani (condotte, sin dai tempi
di Frederick Douglass, anche attraverso il mezzo visuale), dall’altro,
secondo Fleetwood, egli ha costruito la propria immagine pubblica
ricorrendo a modelli di normatività socioeconomica, razziale e di ge-
nere che trascurano il permanere di disuguaglianze profonde nella
società americana. Elisa Bordin mette in relazione l’icona popolare
Django Freeman, dal film Django Unchained di Quentin Tarantino
(2012), con l’archivio visuale della schiavitù, per vedere come il regi-
sta risponde in particolare ai tropi dello schiavo inginocchiato, della
schiena fustigata e dello spettacolo della sottomissione attraverso la
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rappresentazione di Django per mezzo di stilemi visivi tipici dell’ar-
chivio del western. Se, secondo Bordin, Django risponde all’invisi-
bilità dell’eroismo nero lamentata da diversi studiosi attraverso la
fantasia di un nuovo eroe, la figura storica dello schiavo ribelle Nat
Turner al centro del graphic novel omonimo di Kyle Baker, secondo
l’analisi che ne fa Stefano Bosco, viene fatta oggetto di revisionismo
storico e (soprattutto) visuale che ne esalta lo statuto iconico di leader
nero, colmando allo stesso tempo alcuni dei vuoti lasciati dall’archi-
vio storiografico (bianco) ufficiale nel rappresentare e comprendere
la rivolta di Turner. Farah Polato tocca la questione dell’iconicità nera
al femminile, prendendo in esame l’immagine della Venere nera per
eccellenza, Saartjie Baartman. Si tratta, in questo caso, di un’icona al
negativo, che anche nel recente film di Abdellatif Kechiche (Venere
nera 2010) che Polato analizza non riesce a discostarsi dalla gabbia
dell’ipervisibilità di cui è vittima Baartman. Dido Elizabeth Belle, la
protagonista de La ragazza del dipinto (Asante 2013), il film che Po-
lato indaga accanto a Venere nera, occupa una posizione contraria a
quella di Baartman: Belle è costretta a nascondersi, a farsi forzatamen-
te invisibile nella società inglese del Settecento.
Mentre questo secondo blocco prende in considerazione soprat-
tutto forme di blackness americana, il terzo gruppo di saggi, intitolato
“Blackness in viaggio” esamina come la nerezza statunitense sia un ri-
ferimento e un attore dialogante con i discorsi sulla razza in altre parti
del mondo, in conseguenza dell’impatto mediatico, oltre che socioe-
conomico, che gli Stati Uniti hanno a livello globale. Ciò è ben spie-
gato nel saggio di Jordanna Matlon, che analizza la blackness maschile
nella periferia urbana di Abidjan, Costa d’Avorio, e come questa si
appropri di una cultura nera globale attraverso la ritrattistica su au-
tobus nel tentativo di acquisire prestigio sociale. La cultura mediatica
della nerezza americana giunge anche in Italia, come dimostra il sag-
gio di Emilio Berrocal, il quale esplora le dinamiche antropologiche
e razziali che hanno plasmato la nascita e lo sviluppo del rap in Italia.
Berrocal rileva come esso sia portatore di una “blackness spettrale”
che, oltre a limitarne le possibilità espressive all’interno di precisi oriz-
zonti d’attesa, ne ha impedito una commistione produttiva con altri
modelli locali, quali ad esempio i canti in ottava rima italiani. Il sag-
gio scritto a quattro mani da Annalisa Frisina e Camilla Hawthorne
esamina invece due casi di iconicità afroitaliana: quella “affermativa”
di Evelyne Afaawua, che valorizzando le acconciature afro attraverso
il proprio blog Nappytalia ha saputo coniugare un’opportunità di suc-
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cesso economico con un impegno di lotta antirazzista, e quella “resi-
stiva” di Abdul Guiebre, la cui uccisione violenta ha mobilitato reti
di attivismo e solidarietà giovanile volte ad abbattere la costruzione
razzializzata dell’italianità.
Il focus sull’Italia resta il trait-d’-union anche dell’ultimo blocco di
saggi, che leggono la nerezza come occasione per cercare di legittima-
re la bianchezza degli italiani. Tatiana Petrovich Njegosh analizza la
trasmissione TV Tale e quale show di Carlo Conti, in cui le pratiche di
blackface e whiteface, utilizzate per “apparire” come le star internazio-
nali imitate dai concorrenti, svelano il complesso rapporto fra italiani-
tà e identità razziale. Mentre Petrovich Njegosh lavora su un contesto
contemporaneo, mettendo in relazione la cultura visuale italiana con
quella proveniente dall’estero, gli altri autori di questa sezione offrono
uno sguardo di lungo periodo, necessario per far emergere quanto il
discorso italiano sulla razza sia da comprendersi in chiave diacronica,
soprattutto alla luce della storia razziale che è stata propria del nostro
paese durante l’epoca fascista e della difficoltà degli italiani a definirsi
bianchi agli occhi della modernità. Leonardo De Franceschi prende in
considerazione la cartellonistica cinematografica italiana dal secondo
dopoguerra agli anni Novanta, e ne esamina l’immaginario visuale ri-
traente il cosiddetto “viceversa”, ovvero le unioni fra donne bianche e
soggetti neri. L’analisi mette in luce dapprima la difficoltà a visualizza-
re tale incontro senza ricadere in stereotipi di matrice coloniale, e più
tardi la complessa negoziazione dell’identità razziale degli italiani nel
momento in cui l’Italia diventa paese d’immigrazione. Vinceza Perilli
analizza alcune pubblicità del fortunato Carosello, e dimostra come
l’Italia importi un discorso sulla razza tipico di altre luoghi (come gli
USA), dove il mezzo televisivo era più sviluppato, per calarlo e adat-
tarlo alla realtà italiana, creando nuovi cliché come quello della dome-
stica nera che parla in veneto. Infine, il saggio di Gaia Giuliani analiz-
za il filone del soft porno italiano degli anni Settanta, specificatamente
i film con le attrici Zeudi Araya e Laura Gemser, per dimostrare come
il corpo femminile nero serva a far “iscrivere” la maschilità eteroses-
suale bianca italiana nel discorso della modernità.
Cogliamo l’occasione di questa introduzione per ringraziare Nicole
Fleetwood e Jordanna Matlon, che ci hanno permesso di pubblicare
in traduzione i loro due importanti saggi, già pubblicati in On Racial
Icons (Rutgers 2015) e “Laboratorium” (2, 2015) rispettivamente. Un
grazie infine a Postcolonialitalia e al Dipartimento di studi linguistici e
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letterari di Padova, che hanno ospitato il primo incontro degli studio-
si qui raccolti, e ad Anna Scacchi, non solo per aver creato l’occasione
per questo dialogo, ma anche per le riletture e i consigli che hanno
contribuito alla pubblicazione di questo volume.