CITTÀ DI TORINO
SETTEMBRE MUSICA 1997
Musiche tradizionali
centrafricane
SETTEMBRE MUSICA
QUESTO VOLUME È STATO REALIZZATO IN OCCASIONE DELLE
GIORNATE DEDICATE ALLA MUSICA TRADIZIONALE CENTRAFRICANA
NELL’AMBITO DI SETTEMBRE MUSICA
VENTESIMA EDIZIONE
3-24 SETTEMBRE 1997
FESTIVAL ORGANIZZATO DALLA CITTÀ DI TORINO
Le fotografie sono di Sim ha A rom
Musiche tradizionali
centrafricane
consulenza artistica di Simha Arom
Introduzione
Per un’idea più forte di musica
Sono persuaso che nel fondo di ciascuno di noi si nasconde un antropolo
go. N aturalm ente la vita con le sue onde e i suoi terremoti passa sopra a
questo relitto im pigliato nei fondali della nostra coscienza senza riuscire però
a renderlo del tutto silente. L’aspirazione a diventare un antropologo fa parte
di quelle sensazioni che si connettono in maniera un po’ confusa ma genera
no un impulso forte. Che i gesti della vita quotidiana, quegli stessi che ci
appaiono desolatamente scontati, possano ergersi di fronte a noi avvolti nella
luce di una improvvisa e ignota profondità, è un’esperienza alla quale, prima
o poi, tutti andiamo incontro. Ecco che davanti all’apparizione del mistero
nelle pieghe del quotidiano si risveglia la vocazione antropologica sepolta nel
fondo della nostra coscienza e quel risveglio, che è poi un desiderio di meglio
conoscere, ha una forte azione destabilizzatrice. C i insegna in primo luogo a
non dare nulla per scontato, a diffidare dell’abitudine che spegne la vivacità
della nostra immaginazione, ci fa comprendere che conviviamo col mistero e
che nel tentativo di illum inarlo ci inoltriam o sull’unica strada che ci fa onore
percorrere, una strada piuttosto labirintica lungo la quale risuonano le voci
di molti oracoli.
I musicisti credo che siano fra gli esseri umani virtualm ente più antropo
loghi degli altri poiché in loro la comprensione del mondo passa attraverso
l’orecchio e il suono possiede una sorta di superiore ed im m ediata sem antici
tà, capace di scavalcare trionfalmente le catene deduttive. Conoscere attra
verso il suono è una scelta difficile. Il materiale da indagare e poco afferrabi
le, i suoni paiono fluttuare piuttosto che andare dritti verso uno scopo e la
loro efficacia sembra consistere essenzialmente nel destare delle sensazioni le
quali, si sa, sono inevitabilm ente soggettive. Chi ragiona così non potrà mai
conoscere attraverso il suono; potrà anche amare i suoni ma attraverso il loro
V
I ntroduzione
risuonare non imparerà nulla. Vorrei anche aggiungere che una concezione
troppo laica della musica, com’è di solito quella dei vecchi abbonati delle
società dei concerti, produce una conoscenza che è pura tautologia. Per con
cezione troppo laica intendo quella che è ormai dim entica di qualsiasi aspet
to magico e misterioso del fare musica; una concezione culturalistica nella
quale le emozioni suscitate dall’ascolto, intellettuali o sentim entali che sia
no, sono ridotte al rango di riflessi condizionati. Più di 30 anni di frequenta
zione della vita musicale mi hanno persuaso che nel popolo della musica gli
automi sono incredibilm ente numerosi. Noi vorremmo però risvegliare l’an
tropologo latente in ciascuno di noi inducendo l’ascoltatore a compiere la
straordinaria esperienza di conoscere attraverso il suono. Questa esperienza
possiamo benissimo definirla un viaggio a ritroso nella nostra coscienza m u
sicale: partiamo pure dalla condizione laica e culturalistica e cerchiamo di
retrocedere fino alle origini del fare musica; fino al mistero sacro e rituale del
gesto sonoro. N aturalm ente retrocedere non vuol dire in questo caso regredi
re verso orizzonti prim itivi; vuol dire semplicemente scendere nelle profondi
tà della nostra coscienza acustica rimuovendo tutti quei condizionamenti che
col tempo hanno finito coll’irrigidirla rendendola, in ultim a analisi, incapace
di conoscere attraverso il suono. Per compiere questo viaggio così ambizioso
abbiamo allestito un progetto del quale sono protagonisti i musicisti della
Repubblica Centrafricana studiati da più di trent’anni con raro acume da
Sim ha Arom. Questi studi “sul terreno” sono confluiti in un poderoso trat
tato, quasi 700 pagine con una prefazione di Gyòrgy Ligeti vibrante di entu
siasmo, che nell’edizione inglese della Cam bridge U niversity Press, del 1991
s’intitola A frican P olyphony & Polyrhythm .
Sono stati proprio Ligeti, ma ancor prima di lui Luciano Berio, a indiriz
zare la mia attenzione verso quella musica che loro tenevano in altissima con
siderazione. M i sembrava e continua a sembrarmi straordinario che la nostra
musica più sofisticata abbia saputo scoprire e valorizzare la profondità rac
chiusa nelle polifonie africane, scoprirla non tanto a livello filologico quanto
a livello di concetto. N ella sua prefazione Ligeti dichiara di essere, dopo ripe
tuti ascolti, diventato consapevole «della natura paradossale di questa musica
nella quale i segmenti eseguiti dai singoli sono completamente differenti da
quello che globalmente risulta dalla loro combinazione». A lla stessa conclu
sione ero arrivato seguendo un’esperienza diversa, quella degli intrecci ritm i
ci dei componimenti di Steve Reich. Sapevo che Reich aveva incrementato la
sua formidabile natura ritm ica andando a studiare l’arte dei suonatori di tam
buro del Ghana e sapevo anche quale influsso avesse esercitato sulla sua for
vi
I ntroduzione
mazione l ’esperienza jazzistica. Il primo impulso verso l’arte complessa e m i
steriosa dei m usicisti della Repubblica Centrafricana me lo aveva però com u
nicato alcuni anni fa una delle opere più belle di Berio, quel grandioso e
indim enticabile affresco sonoro di Coro in cui le suggestioni etniche venivano
filtrate da un’intelligenza musicale capace di riplasmarle in una visione total
mente nuova. Non ero in grado allora di smontare e controllare l’enorme
complessità di Coro ma mi affascinava il fatto che quella musica così straordi
naria avesse saputo far tesoro dei procedimenti dell orchestra africana delle
trombe di legno. Berio aveva analizzato quei procedimenti e dopo averli tim
bricamente trasm utati li aveva assorbiti all’interno di un progetto che si pre
sentava come la più vasta riflessione mai realizzata sui vari modi di mettere in
musica di culture e società diverse. Quello che lui aveva saputo cogliere e
utilizzare in m aniera così geniale era proprio 1 idea di uno spazio acustica-
mente saturo, pulsante con un’immensa complessità; una complessità che
nasceva da una somma di eventi in sé relativamente semplici. Questa idea di
complessità vissuta con tanta naturalezza dai m usicisti africani era dunque
un’idea antica, perduta e ora riconquistata, un idea che da sola e capace di
sprofondarti in un abisso di riflessioni dove 1 idea stessa del fare musica si
dibatte come entro un vortice.
Alcuni anni fa Ligeti dichiarò in un intervista di sentirsi particolarmente
attratto dalle polifonie dei pigm ei, dalle musiche per pianoforte meccanico
di Conlon Nancarrow e da quei polifonisti che al termine del periodo dei-
fiArs Nova avevano dato vita a strutture tanto complesse da meritare alla loro
musica l’appellativo di Ars subtilior. Era evidente che alla base di quell inte
resse stava la fascinazione per la complessità e difatti nella già menzionata
prefazione Ligeti scriveva; «Attraverso questa musica possiamo sperimentare
una meravigliosa combinazione di ordine e disordine che si sopraffanno a
vicenda producendo un senso di ordine ad un livello più alto».
L’idea più intrigante è dunque quella di un tutto che non sia semplice-
mente la somma delle sue parti, un tutto complesso e inscindibile all interno
del quale ogni musicista vive globalmente la propria esperienza insieme a quella
degli altri. Non si tratta di un sofisma ma di una realta em pirica di fronte alla
quale si trovò Sim ha Arom quando intraprese le sue esplorazioni analitiche.
Si accorse ben presto che i singoli m usicisti africani non erano in grado di
eseguire da soli quella che noi chiameremmo la loro parte . Ogni suonatore
poteva eseguirla solo immerso nella collettività dell orchestra. Come studiare
analiticam ente i segmenti che componevano il disegno globale? La soluzione
venne suggerita dalla tecnologia: munito di una cuffia attraverso la quale pò-*
VII
I ntroduzione
teva ascoltare registrato il suono dell’intera orchestra, il singolo m usicista era
in grado di eseguire la sua parte che veniva così registrata e quindi studiata.
Naturalm ente un musicista occidentale è perfettamente in grado di eseguire
da solo “la sua parte”, anche in assenza dell’orchestra, ma non è questo il
punto e non bisognerebbe dim enticare che qualsiasi nostra partitura orche
strale è, dal punto di vista ritm ico, alquanto meno complessa. Un esempio
significativo ci viene offerto in questo senso da quella speciale esperienza che
Steve Reich cominciò a sviluppare negli anni ’60 quando cercò di trasferire
n ell’esecuzione umana i procedimenti che aveva messo a punto attraverso la
manipolazione delle velocità delle bobine dei magnetofoni. Denominata “de-
fasaggio” quella tecnica consisteva nel far partire due suonatori di pianoforte
all’unisono per incrementare quindi gradualm ente la velocità di esecuzione
dell’uno mentre quella dell’altro restava costante. La difficoltà consisteva nel
varcare una soglia psichica consolidata d all’abitudine di calibrare il proprio
battito ritmico su quello degli altri esecutori; varcando quella soglia il m usi
cista acquistava una superiore indipendenza che lo scioglieva dalla routine
del suonare insieme ad altri sul filo della stessa onda ritm ica. Le reminiscenze
più immediate alle quali poteva fare ricorso in questo campo erano quelle
offerte dal jazz ma Reich comprese ben presto che per addentrarsi in un terri
torio di superiore complessità e spontaneità musicale, avrebbe dovuto andare
a studiare l’arte del percuotere i tam buri dei m usicisti africani. In quelle
orchestre di tam buri non c’è direttore e tutti i suonatori eseguono disinvolta
mente la loro parte incastrandola nel disegno complessivo che prende corpo
quasi magicamente dal disciplinato e spontaneo connettersi di battiti diversi.
Il prodigio non consisteva soltanto nell’insieme diverso e più ricco della som
ma delle singole parti ma nelle sottili, im percettibili evoluzioni del tessuto
ritmico che m uta sotto i nostri occhi senza che noi si riesca a cogliere l’istante
in cui ha luogo la mutazione. L’im percettibile metamorfosi che trasforma un
ritmo nell’altro, suggerisce un’analogia profonda tra il ritmo e l ’anim a delle
cose della natura ma non si tratta di analogia soltanto: la flessibilità attraverso
la quale i ritm i mutano im percettibilm ente il loro geroglifico inciso sul tem
po è la trascrizione sonora d ell’esistere e del m utare, è il respiro delle cose che
divengono e mutano am plificato dal battito dei tamburi.
Quel suonare come parte di un tutto inscindibile è un fenomeno che
tocca in profondità le radici del fare m usica, specialm ente per quanto concer
ne l ’aspetto ritm ico. Posto che il ritmo sia, secondo una bella definizione
riferita da M arius Schneider, una specie di fuoco liquido, non c’è dubbio che
incanalandosi negli stampi dei nostri solfeggi quel fuoco si rapprende e si
I ntroduzione
irrigidisce. U n’esecuzione ritm icam ente sciolta e vibrante possiede una supe
riore spontaneità che comporta una meravigliosa liberazione del corpo, del
respiro e del movimento. Senza sconfinare nel paradosso si può affermare che
un’esecuzione ritm icam ente perfetta dà 1 illusione di sconfiggere la forza di
gravità e di estendere i lim iti della nostra corporeità. Complessità e natura
lezza possono dunque coincidere nella sfera del ritmo e la presenza di m usici
sti veramente abili, quali sono i pigm ei che visiteranno Settembre M usica,
dovrebbe rammentarci quanto viviamo di solito discosti dalla spontaneità.
N ella sua ansia di rinnovamento la musica del nostro tempo doveva fa
talm ente im battersi in un’esperienza che ci inducesse a ripensare i principi
prim i dell’atto del fare musica, un’esperienza capace di far affiorare quell as
sillo antropologico troppo a lungo dimenticato.
Enzo Restagno
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Presentazione d el progetto
I cambiamenti nelle strutture politiche, economiche e sociali nel mondo
moderno comportano, inevitabilm ente, numerose influenze reciproche e
questo vale anche neU’ambito delle tradizioni proprie di civiltà differenti. Le
specificità culturali tendono a sfumare Luna nell’altra portando ad una rapida
acculturazione e a spiacevoli ibridazioni. Questo fenomeno è particolarmente
visibile nel campo delle musiche tradizionali, trasmesse oralmente, il cui unico
“supporto” è la memoria dei popoli che le hanno create e che, purtroppo in
modo sempre più lim itato, continuano a praticarle. Si tratta di una larga parte
della cultura dell’um anità, che oggigiorno si trova in procinto di scomparire.
Ecco perché sembra urgente
• avere accesso a tale patrimonio finché sopravvive ancora
• acquisirne la conoscenza
• custodirne, per quanto ancora possibile, una traccia durevole sotto
forma di una documentazione sonora e audiovisiva
• salvaguardarne gli elem enti più significativi e particolari
T ra le popolazioni la cui musica si è maggiormente salvata dalle contam i
nazioni e dalle influenze straniere figurano quelle della Repubblica Centrafri-
cana. Questa conservazione è soprattutto dovuta alla collocazione geografica
del paese, nel cuore del continente, incastrato fra il Ciad a nord, il Camerun
a ovest, il Sudan a est, il Congo e l’ex-Zaire a sud. La lontananza dalla costa ha
considerevolmente ritardato la penetrazione europea rispetto ad altri paesi
africani. In effetti, è stato soltanto nel corso dell’ultim a decade del XIX secolo
che gli europei sono arrivati all’altezza di Bangui, la capitale. Per quanto ciò
possa sembrare sorprendente, molte delle musiche di tradizione orale sono
portatrici di tecniche e procedimenti che possono avere un significato impor
tante per la comprensione del processo di sviluppo della musica occidentale
X
colta nel corso dell’ultimo m illennio’ o, più precisamente, dall’introduzione
della notazione. Non bisogna dim enticare che la nostra musica colta proviene,
anch’essa, da un terreno che in origine era orale e popolare. Quelle tecniche
sono ancora visibili e vitali in gran parte delle musiche tradizionali centrafri-
cane: polifonie orali assai affini a quelle medievali, principi di poliritm ia e
tecnica dell’ hoquetus evocanti l’Ars Nova.
Il nostro progetto consiste nell’organizzare la visita di alcune formazioni
musicali e solisti dell’Africa centrale, rappresentativi di etnie differenti, che
presenteranno musiche tradizionali peculiari al proprio gruppo etnico. Non si
tratta dunque di bande nazionali o di artisti selezionati che eseguono musiche
tradizionali del loro paese a prescindere dalle proprie origini. Ciò renderebbe
inevitabile l’ibridazione dei generi e degli strum enti, nonché il sostanziale
tradimento nei confronti dell’appartenenza culturale di questo o quel reperto
rio, così come rispetto alle sue m odalità d esecuzione. Lontano dalla m iscella
nea di generi o anche dalla “W orld M usic , il nostro obbiettivo e di presentare
musiche tradizionali suonate da tempi im m em orabili, nell esecuzione dei loro
detentori autentici. Si tratta di un’occasione, per un pubblico colto il cui
interesse vada al di là della propria tradizione musicale, non soltanto di
avvicinare la musica di una cultura diversa, ma anche di essere presi in situ dal
fascino della sua ricca polifonia, della sua complessità ritm ica e della vitalità
che essa sprigiona. Trattandosi di musica interamente di tradizione orale —
dove l ’ im provvisazion e e la variazione hanno un ruolo primario — il modo
m igliore di “impregnarsene” è senza dubbio il contatto diretto, immediato,
con coloro che la fanno, la vivono, la praticano ancora oggi in un contesto
culturale dove essa rappresenta una realtà quotidiana. Il programma riflette i
m olteplici aspetti e la diversità delle musiche tradizionali centrafricane. Illu
stra la ricchezza e la varietà di quel vasto patrimonio per quanto riguarda
procedimenti m usicali e tecniche vocali e strum entali particolari, ma anche per
le sue funzioni sociali, poiché nel contesto tradizionale africano la musica è
parte integrante di ogni attività comune o pratica religiosa.
Simha Arom
XI
M usiche tradizionali centrafricaine
Parte Prima
l
M usiche tradizionali centrafricane
50 100 200 250
Scala
CIAD SUDAN
PS \
w REPUBBLICA CENTRAFRICANA
«/
BARALA, • IPPY
SABANGA M M A -U N D A \
#BOUAR
GUAYA ¡IANDA-DAKPA
AANDii \
• ZEMIO \
V y ------- ----------------------, •
BANGUI,''
\ MBAIKL
-----■
— 0 NGBAKA
\ W GM£/AKA » , M O N G O U M B A
\ / :
1 / : ZAIRE
\ / CONGO ;
I nomi delle popolazioni (per es. GBAYA) sono in corsivo.
2
M usiche tradizionali centrafricane
L abo rato ri
lunedì 8 settembre, ore 17
Piccolo Regio Giacomo Puccini
C o n fro n ti e ra p p o rti tra la m u sica
tra d iz io n a le cen tr a fr ica n a
e la m u sica co n te m p o ra n ea o c c id e n ta le
con la partecipazione di
Simha Arom, C en tre N a tio n a l d e la R ech erch e S cien tifiq u e, P a rig i
Maurizio Agamennone, U n iversità d i V enezia Ca F oscari
Serena Facci, U n iversità d i R om a “La S ap ien z a ”
Tullia Magrini, U n iversità d i B o lo g n a
Francesco Remotti, U n iversità d i T orin o
Percussionisti Banda-Linda, tamburi a fessura ( len ga )
Nextime Ensemble
Danilo Grassi
Paolo Pasqualini
M aurizio Ben Omar
Filippo Lattanzi, p ercu ssion i
3
M usiche tradizionali centrafricane
martedì 9 settembre, ore 17
Piccolo Regio Giacomo Puccini
C onfronti e rapporti tra la m usica
tradizionale cen trafrican a
e la m usica p o lifo n ica d el M edioevo
con la partecipazione di
Simha Arom
Maurizio Agamennone
Serena Facci
Tullia Magrini
Francesco Remotti
Coro di pigmei Aka
Insieme Vocale Daltrocanto
Dario Tabbia, direttore
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M usiche tradizionali centrafricane
C o ncerti
domenica 7 settembre, ore 21
Parco del Castello di La Manta
(Nell’ambito della ventesima edizione del Festival Antidogma Musica)
lunedì 8 e martedì 9, ore 21
Conservatorio Giuseppe Verdi
Solista Ngbaka, arco musicale (m bela)
Coro di pigmei Aka
Solista Ngbaka, arpa (ngòm bi)
Orchestra di trombe (on go) Banda-Linda del villaggio di Trogode
Percussionisti Banda-Linda, tamburi a fessura (lenga)
Orchestra di trombe (ongo) Banda-Linda del villaggio di Trogodé
Solista Gbaya, xilofono (kdldngbà)
Orchestra di trombe {ongo) Banda-Linda del villaggio di Trogode
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M usiche tradizionali centrafricane
M u s ic is t i
S o lista N gb ak a, arco m u sicale ( m b ela )
Nicolas Masse Moboko
C oro di p ig m ei A ka
Pierre Ndole
Emmanuel Mokenzo
Antoine Botambi
Albert Ekolongo
Nicolas M ombangu
Bernard M aiala
Paul Ngerebode
Thérèse Ngbana
Pauline Moako
M arie Bokuma
M adeleine Am ala
S o lista N gb ak a, arp a ( n g ò m b i)
Gabriel Ngotombe
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M usiche tradizionali centrafricane
O rchestra d i trom be ( o n g o ) B an d a-L in d a del v illag g io d i T rogodé
Ferdinand W apounaba
Victor Endjimokouzou
Etienne Imbi
Nicolas Endjipadame
M aurice Endj isserà
René Kpetepou
Alfred M brekeoutche
Sylvain Biade
Sylvestre Ndarakoto
Flavien Framo
M athias Endjitoyo
Gaspard Endjiyessepou
Faustin Guimando
Gaspard M apouka
Alexis Mokowo
Adélaïde Ingrid Dounia M arahode
P ercu ssio n isti B an d a-L in d a, tam b u ri a fessura ( len ga )
Christophe Nzapamounambi, solista
S o lista G baya, xilofono ( k âlângbd)
Jean Zouibona
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M usiche tradizionali centrafricane
M usica tradizionale centrafricana*
Situata appena sopra l’equatore, la Repubblica Centrafricana ha una popo
lazione di poco più di tre m ilioni di abitanti e una superficie che è più del
doppio di quella dell’Italia. La popolazione è costituita di circa un centinaio
fra gruppi etnici e relativi sottogruppi, ciascuno dei quali si caratterizza per un
certo numero di specificità culturali e, fra queste, il linguaggio musicale. Questo
si manifesta nella forma di differenti complessi di canti e modelli ritm ici,
nonché nell’uso di particolari scale, strum enti o com binazioni strum entali.
La musica compare in forma istituzionalizzata in occasione di eventi par
ticolari come le nascite, le cerimonie d’iniziazione dei giovani che hanno rag
giunto la pubertà, i funerali; o particolari attività come la semina e il raccolto,
il disboscamento di nuove terre per l ’agricoltura, la preparazione di una gran
de battuta di caccia. M a non manca neppure nelle situazioni inform ali, duran
te il lavoro collettivo, per accompagnarsi quando si è in viaggio o per puro
intrattenim ento. In ogni caso, una profonda conoscenza della propria tradi
zione musicale insieme alla capacità di partecipare attivam ente alla sua conser
vazione praticandola nelle cerimonie collettive, è parte costitutiva del bagaglio
culturale di ciascun membro di una com unità, al punto che la distinzione fra
musicisti e non m usicisti non ha qui alcun significato. La stessa nozione di
musica come arte a sé stante non si può applicare: musica, parola e danza sono
per lo più inseparabili, sia fra di loro che dal contesto sociale, e i linguaggi
tradizionali mancano persino di un termine generico per designare la prim a
soltanto. Neppure coloro che sviluppano una particolare abilità con strum enti
complessi come l’arpa o lo xilofono, benché apprezzati dalla com unità, sono
considerati (né si considerano essi stessi) altro che esperti in una specializza
zione manuale qualunque.
In questo contesto, quasi mai la musica viene insegnata: la si im para nello
stesso modo in cui si im para a camminare e a parlare. Il bambino, portato dalla
madre sulla schiena, fin da piccolissimo com incia ad assorbire inconsciamente
i modelli ritm ici del suo gruppo già quando “viene danzato” dal canto e dalla
I testi che seguono sono di Saverio Kratli. La fonte principale per le informazioni etno-
musicologiche è stata Simha Arom, African Poliphony and Polyrhythm, Cambridge U ni
versity Press 1991 (ed. or. Plyphonies et polyrhythmies instrumentales d ’A frique Centrale ,
Parigi 1985).
8
M usiche tradizionali centrafricane'
danza della madre. In seguito, quando avrà raggiunto il controllo motorio sul
proprio corpo, im iterà gli adulti e gli altri bam bini anche nella pratica della
musica, cominciando dalla danza. Infatti, come hanno rilevato numerosi ri
cercatori, nell’Africa subsahariana la pratica della musica è concepita prima di
tutto come attività motoria: le prime memorie della musica sono memorie del
proprio corpo in movimento. Oltre alla semplice osservazione e imitazione, in
alcune società dove si hanno repertori specifici per i riti di iniziazione dei
ragazzi in età puberale, come fra i Banda-Linda, esiste anche una forma istitu
zionalizzata di addestramento musicale, affidato ad un maestro riconosciuto.
Tuttavia, sia che la musica faccia parte di rituali ordinati con specifiche fun
zioni sociali o che costituisca un semplice intrattenim ento informale, che rap
presenti l’occasione per un incontro collettivo o per il raccoglimento di uno
solo, essa non comporta mai una divisione fra esecutori e ascoltatori. N ella
tradizione centrafricana la musica non è tanto qualcosa che si va ad ascoltare,
quanto piuttosto, sempre, qualcosa che si fa attivamente.
N gbaka
Gli Ngbaka vivono su di un territorio grande quanto 1Abruzzo, in villaggi
dissem inati nelle aree forestali e nella savana, tra la punta m eridionale della
Repubblica Centrafricana, il Congo e l’angolo nord-occidentale dell ex Zaire
(ora Repubblica Democratica del Congo). Tradizionalm ente cacciatori, poi
adeguatisi all’espansione agricola, coltivano soprattutto granturco e, per il
mercato, caffè. Sottoposti alla propaganda missionaria da quasi un secolo, gli
Ngbaka sono largamente cristianizzati, quasi equamente suddivisi, anche ter
ritorialm ente, fra cattolici e protestanti. Gli Ngbaka della Repubblica C entra
fricana sono circa 100.000, stanziati soprattutto lungo il fiume O ubangui, da
Ouango a M ogoum ba, a sud di Bangui.
L’arco musicale ( m bela ), o "arco a bocca , viene impiegato per una musica
individuale in certi riti di caccia, fabbricato e suonato dal cacciatore. Lo stru
mento consiste semplicemente in un ramo piegato quasi ad U e tenuto in
quella posizione da una cordicella di rampicante fissata alle due estremità. Il
musicista suona tenendo l ’arco fra le ginocchia e colpendo con un bastoncino
la corda tenuta davanti alla bocca aperta, che fa cosi da camera di risonanza,
come con lo scacciapensieri. In questo modo si produce una sola nota; una
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M usiche tradizionali centrafricane
seconda viene ottenuta appoggiando alla corda una lam a di metallo. M odifi
cando forma e volume della bocca è possibile modulare toni differenti. Una
variante d ell’arco musicale usata dai popoli della savana, è il cosiddetto “arco
a terra”, per il quale anziché la bocca viene usata come camera di risonanza una
buca scavata nel terreno.
Altro caratteristico strumento Nbaka è la grande arpa a dieci corde ( n gòm bi ).
Le corde, due serie di cinque ad un ottavo di differenza, sono tese fra un corpo
principale di legno cavo e un braccio leggermente arcuato. Il corpo, è ricavato
da un tronco, poi ricoperto con la pelle di un animale ben tesa e fissata saldamente,
ha due fori di risonanza e spesso superiormente termina intagliato in forma di una
testa umana. Da esso, con un’inclinazione di circa 120°, si diparte un ramo arcuato
dotato di chiavi tonali. Fra i due elementi sono tese corde parallele di lunghezza
diversa, fatte un tempo con fibre vegetali ma ormai quasi sempre di nylon. Il
musicista suona da seduto, con lo strumento in verticale appoggiato al braccio e
alla gamba destri e pizzicando con le dita le corde da entrambi i lati, le acute, più
vicine al busto, con la mano destra e le altre con la sinistra. L’arpa ngòm bi ha una
doppia scala pentatonica decrescente in modo regolare da un’ottava ad una sesta
maggiore. Viene suonata individualmente e anche, sovente, come accompagna
mento di un repertorio vocale intimista.
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M usiche tradizionali centrafricane
A ka
Uno dei principali gruppi pigmei della foresta equatoriale centrafricana,
gli Aka (chiam ati anche Bayaka) si stimano essere circa 30.000 individui,
distribuiti fra la Repubblica Centraficana e il Congo settentrionale, sul terri
torio compreso fra i fium i Ubangi e Sangha. Come gli altri pigmei della fore
sta, vivono in bande territoriali di dimensioni oscillanti, secondo i metodi di
caccia im piegati e la stagione, fra 15-20 e più di 100 individui. Cacciano con
le reti, l’arco e la lancia (di recente si sono aggiunti anche i fucili), e pratica
no la raccolta di vegetali, larve, insetti e miele. Con 1 eccezione dell uccisione
dell’anim ale (nella caccia), che è prerogativa maschile, la divisione dei ruoli e
molto flessibile e il rapporto fra i sessi è fondamentalmente paritario, cosi
come quello fra ciascun membro della banda.
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M usiche tradizionali centrafricane
Insieme ai Baka (Cam erun sud-orientale) e ai BaM buti della foresta Ituri
(territori nord-orientali dell’ex Zaire), gli Aka sono fra le popolazioni pigmee
che trascorrono ancora lunghi periodi nella foresta. Il resto del tempo vivono
nei pressi dei villaggi di agricoltori, scambiando lavoro e cacciagione per pro
dotti agricoli, utensili di metallo, e generi “di lusso” come alcool e tabacco.
N ella foresta gli Aka sono virtualm ente autosuffìcienti, ma il suo progressivo
abbattimento con la conseguente penetrazione della società tecnologica e del
mercato sta forzando anche loro verso l ’economia nazionale, a cui accedono
generalmente al livello più basso come lavoratori sottopagati. Paradossalmente,
i progetti di conservazione della foresta risultano spesso non meno lesivi,
poiché quando un’area viene trasformata in parco nazionale i suoi abitanti
sono solitamente forzati ad abbandonarla. N egli ultim i decenni, anche per
via dell’intensa opera m issionaria, fra gli Aka si sono diffuse pratiche agricole
(soprattutto la coltivazione della cassava) e sono in crescita i casi di sedenta
rizzazione, con la formazione di veri e propri villaggi e la crescente moneta-
rizzazione dei rapporti di scambio.
La musica fra gli Aka, più che un fenomeno estetico in cui si contrappon
gono esecutori ed ascoltatori, è essenzialmente una pratica collettiva, con
precise ed im portanti funzioni sociali e a cui prende parte l ’intera com unità,
anche se in gradi differenti. Sempre accompagnati da strum enti a percussio
ne, i canti sono associati ad ogni evento di una certa rilevanza (per esempio
le cerimonie che precedono e seguono le battute di caccia), così come alle
piccole situazioni quotidiane. La loro complessa polifonia presenta, secondo
Arom, numerose analogie con la musica della tradizione orale medievale,
mentre tanto voci che percussioni “intrattengono una relazione poliritm ica
che obbedisce a principi m atem atici di estremo rigore”.
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M usiche tradizionali centrafricane
Banda -L inda
I Banda-Linda sono uno dei principali sottogruppi dell’etnia Banda (se ne
conoscono una cinquantina), a sua volta fra i più numerosi della Repubblica
Centrafricana e presente anche nell’ex Zaire, Cam erun e Sudan. Vivono in
estesi villaggi di “case-fattoria” in cui coltivano mais, cassava, patate dolci,
tabacco e alcune varietà di noci. Quest’economia prevalentemente agricola è
sostenuta anche da attività di caccia/pesca e raccolta. I Banda Linda che pren
dono parte al concerto sono agricoltori del villaggio di Trogodé, nell’Ouaka,
un’area di savana nella regione centro-orientale del paese.
L’uso delle trombe (ongo) fra i Banda è strettamente legato al culto degli an
tenati e ai riti di iniziazione. Durante le diverse settimane di ritiro iniziatico,
i ragazzi, fra gli otto e i tredici anni, imparano un repertorio di una quindicina
di pezzi, insieme alla tecnica strumentale per eseguirlo. Le trombe Banda-
Linda hanno dim ensioni che vanno dai trenta centimetri al metro e settanta e
vengono suonate in gruppi variabili dai dieci ai diciotto strumenti suddivisi in
tre fasce tonali. Con ciascuna tromba non si emette che un unico suono, ma
tutte quelle di uno stesso gruppo sono disegnate per produrre rispettivamente,
in ordine discendente, intervalli di una terza minore (fascia alta), due seconde
maggiori (fascia interm edia) e una terza minore (fascia bassa), secondo uno
schema pentatonico che viene replicato quando il numero degli strumenti lo
consente. Di solito c’è anche l’accompagnamento di due campanelle oblun
ghe. Le trombe acute, suonate trasversalmente, vengono tradizionalm ente
ottenute dalle corna di svariate antilopi, a cui viene praticato un foro taglian
done la punta. Agendo sul foro si può ottenere una nota piu alta, che tuttavia
non è inclusa nel corpo della polifonia ma viene usata soltanto come effetto
decorativo. Per le trombe dal suono più basso vengono utilizzati tronchi svuo
tati dell’albero di papaia, suonati verticalmente con 1 imboccatura ad un estre
m ità. Gli strum enti della fascia tonale intermedia sono invece scavati nelle
particolari radici dalla forma ad imbuto di un albero chiamato opo in lingua
locale. L’imboccatura, all’estremità più stretta, è ricavata con un taglio in cli
nato che rende necessario suonare lo strumento tenendolo in una caratteristica
posizione obliqua. I pezzi del repertorio per trombe sono organizzati in modo
che gli strum enti attacchino l’uno dopo 1 altro secondo 1 ordine discendente
dello schema pentatonico. I m usicisti sono disposti nel medesimo ordine in
fila uno accanto a ll’altro, a formare una linea curva. A meta della fila, un po
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M usiche tradizionali centrafricane
più indietro degli altri, sta il suonatore di campanelle. Di fronte ai m uisicisti
c’è un conduttore, il ‘maestro delle trombe’, che conosce tutte le parti e le ha
insegnate agli altri. E questi a dare il segnale d’inizio al primo della fila, segna
lando poi a ciascun m usicista il suo momento di attaccare e quello di term i
nare. Ognuno di essi, a parte naturalm ente il primo, inizia la propria parte con
riferimento a quella suonata da chi lo precede nella fila, cioè chi sta alla sua
sinistra. La sovrapposizione serrata dei ritmi di ciascuna delle parti produce
una sonorità straordinaria dal sorprendente livello di complessità, ma un pic
colo errore nella valutazione del momento di attacco da parte di uno qualun
que dei suonatori farebbe facilmente cadere tutti quelli che vengono dopo di
lui.
I tamburi di legno a fessura ( lenga ) sono realizzati secondo un principio tanto
semplice quanto ingegnoso. Un tronco d’albero, o un grosso blocco di legno,
viene reso cavo lasciando un’apertura longitudinale su quella che diventerà la
parte superiore del tamburo. I m argini della fessura, lasciati intenzionalm ente
di spessore diverso, producono due suoni differenti quando percossi. I suona
tori usano ciascuno due mazze dotate di una palla di lattice di gomma ad
un’estremità. I lenga dei Banda-Linda hanno forma panciuta, che talvolta
richiam a la sagoma di un bufalo, e una lunghezza variabile fra uno e due metri.
Generalmente questi tam buri vengono suonati in gruppi di tre o quattro di
dimensioni diverse, a formare una specie di “fam iglia”.
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M usiche tradizionali centrafricane
G baya
Uno dei tre maggiori gruppi etnici della savana centrafricana, i Gbaya vivono
principalm ente nelle regioni sud-occidentali del paese, ma sono presenti an
che in Cam erún orientale, Congo settentrionale e ex Zaire nord-occidentale.
Lo xilofono portatile (kálángbá) è largamente diffuso fra molte popolazioni
centrafricane e costituisce lo strumento principale di quasi tutte le occasioni
in cui si fa musica in gruppo. Le sbarrette di legno e le camere di risonanza
sono fissate ad una struttura lignea costituita da un robusto arco incurvato
pressappoco a semicerchio, le cui estremità sono unite da due traverse paral
lele distanti fra loro una ventina di centim etri. Il suonatore tiene l’arco appog
giato all’addome, sostenuto da una cinghia che gli passa intorno al collo e
fissata alle estremità della traversa più distante. L’ampiezza dell’arco mantiene
lo strumento abbastanza distante dal corpo da consentire di suonarlo comoda
mente. Perpendicolarmente alle traversine sono disposte le sbarrette, sotto a
ciascuna delle quali, come camera di risonanza, è attaccata una zucca vuota.
Queste sono scelte con cura affinché le loro dimensioni siano proporzionate
alla lunghezza della corrispondente sbarretta. Sul lato della zucca viene fatto
un forellino, poi coperto con una membrana con azione di m irliton (produce
un ronzio che altera il suono eccitatore). Per percuotere le sbarrette si usano
di solito quattro bastoncini di legno, due in ogni mano, ricoperti da una palla
di gomma ad un’estremità.
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M usiche tradizionali centrafricane
B ibliografia consigliata
A rioti M ., “I pigmei dell’Ituri-Zaire ”, in M . Arioti, B. Bernardi, A. Colajan-
ni, U. Fabietti,, F. Rem otti, P. Scarduelli, U om ini e re, Roma e Bari, Later
za 1982, pp. 3-47. [Presentazione panoram ica della cultura M buti, con
discussione della principale letteratura antropologica sulFargomento. V a
lida lettura introduttiva],
B ahuchet S., Dans la fo r è t d ’A frique C entrale: Les P ygm ées aka et baka, Parigi,
SELAF 1993 [Serge Bahuchet, del CNRS francese, studia l’etnoecologia
delle popolazioni della foresta equatoriale centrafricana, e in particolare i
pigmei Alca, dai prim i anni ‘70].
- e H ewlett B.S. (a cura di), A frican P ygm ies o f thè W estern Congo Basin,
studies ofAka P ygm ies a n d th eir neighbours, Cam bridge U niversity Press, in
preparazione [Questa raccolta di saggi dovrebbe contenere anche inform a
zioni sugli Ngbaka].
B erry J.W ., B ahuchet S., V an der Koppel J., A nnis R., S énéchal C ., C aval
li-S forza L.L., W itkin H ., On thè ed ge o f t h e foresi. C ultural adaptation
a n d co gn itiv e d evelop m en t in C entral Africa, Swets North America/Swets
and Zeitlinger (Lisse) 1986. [M ateriale sugli Ngbaka].
D ehoux V. Les ‘chants à p e n s e r ’ des Gbaya (C entrafrique), Parigi, SELAF
(Ethnomusicologie II) 1986.
Burnham P.C ., Gbaya (H eritage Library o f A frican Peoples. C entral A frica),
Rosen Pub Group 1996.
C ipriani L. e G rottanelli V .L ., “I Pigmei e Pigm oidi della foresta centrale”, in
Biasutti R., Le Razze e ip o p o li della terra, voi. 3, Torino, UTET 1955, pp.
540-581. [Uno storico saggio d’autore nella ponderosa e ancora affasci
nante opera curata da Roberto Biasutti].
J anni P., E tnografia e mito. La storia d ei P igm ei, Roma 1978.
P uccini S., “Gli Akkà del M iani: U na storia etnologica nell’Italia di fine seco
lo (1872-1883)”, in L’Uomo, V ili, 1984, n. 1, pp. 28-58 e n. 2, pp. 197-
217. [Nel 1874 due pigm ei “A kkà” vennero spediti in Italia alla Reale
Società Geografica come “eredità” dell’esploratore Giovanni M iani, morto
mentre tentava di raggiungere le sorgenti del Nilo. Questi due articoli sono
una ricostruzione degli eventi e del dibattito etnologico che ne seguì].
S chebesta P., D ie B am buti-P ygm àen vom Ituri, Voi. I, II ( 1 , 2 , 3), Mémoires
de l’Institut Royal Colonial Belge, Section de Sciences Morales et Politi-
ques, Bruxelles 1938-1950.
16
M usiche tradizionali centrafricane
- Les P ygm ées du Congo B elge, Mémoires de l’Institut Royal Colonial Belge,
Section de Sciences M orales et Politiques, Bruxelles, XXVI/2, 1952.
[M issionario cattolico seguace della scuola di antropologia di Vienna, Paul
Schebesta intraprese il primo studio sistematico sui pigmei africani, negli
anni ‘30, nel corso di tre spedizioni la più lunga delle quali fra i M buti
dell’Ituri (ora nella Repubblica Democratica del Congo). Secondo l’impo
stazione “storico-culturale” della scuola viennese, Schebesta svolse una ri
cerca ad ampio raggio su tre differenti gruppi di pigmei, con l’intento di
tracciare un quadro rappresentativo di quello che si pensava fosse uno dei
più arcaici ‘cicli culturali’ dell’um anità. Benché i presupposti teorici di
Schebesta siano poi stati abbandonati, il grado di scientificità e la ricchezza
di dati contenuti nella sua opera ne fanno ancora oggi una preziosa fonte
d’informazioni].
T homas J., A rom S., M avode M ., “Contes, proverbes, devinettes ou énigmes,
chants et prières ngbaka-màbo (République Centrafricaine)”, in Langues et
littéra tu re d ’A frique noire, 4, Klincksieck, Paris 1970.
T homas, J.M .C . e Bahuchet S. (a cura di), E ncyclopédie des P ygm ées Aka.
Techniques, lan gage et so ciété des chasseurs-cueilleurs de la fo r ê t cen tra frica in e
(S ud-C entrafrique et N ord-C ongo), Parigi, SELAF 1983.
T urnbull C ., The Foresi People, New York, Simon & Schuster 1961 ([Link]. «I
Pigmei. Il popolo della foresta», M ilano, Rusconi 1979). [In uno stile pia
no e accattivante, l’antropologo britannico Colin M . Turnbull racconta “la
vita e i sentim enti” dei pigmei M buti della banda di Epulu, nella foresta
Ituri, fra i quali visse per quattordici mesi fra il 1957 e il 1958 venendone
accettato come membro. I risultati di Turnbull, insieme a quelli di Sche
besta, sono considerati classici punti di riferimento per la ricerca sui pigmei
africani].
The M bu ti P ygm ies: An E thnographie Survey, Anthropological Papers of thè
American M uséum of N aturai History, New York 1965. [Ricca messe di
dati organizzati in modo tale da farne un’opera di facile consultazione su
aspetti specifici della cultura M buti anche per lettori non specialisti. N u
merose tavole e fotografie].
- W ayward Servants. The Two Worlds o f A frican Pygm ies, Londra 1966.
17
M usiche tradizionali centrafricane
D iscografia
C entral A frican R epublic: M usic o f t h e B en d i, Nzakara, Banda-L inda, Gbaya,
Banda-Dakpa, Ngbaka, A kapygmies, Auvidis D8020 [Registrazioni esegui
te fra il 1983 e il 1989].
A rom S., M usic of thè Ba-Benjellé Pygmies, Barenreiter M usicaphon Bm 30
L 2 3 0 3 ,1963.
- A ntologie d e la m usique des P ygm ées Aka. O coraC 559012 13, 1978. [Anche
su CD. Registrazione del gruppo Aka nei pressi del villaggio di M ongoum -
ba, a circa 100 chilom etri da Bangui. O ttim a qualità],
Baka P ygm y M usic, EMI/Odeon, 3C 064-18265, 1977. [Anche su CD.
Baka del Cam erun m eridionale. Include musiche con percussioni d’acqua,
in cui giovani ragazze cantano nella foresta accompagnandosi battendo 1 ac
qua di un torrente].
A rrigoni G., C érém onie du B obé chez les P ygm ees du N ord Congo, Ocora
C 560010, 1991. [M usiche BaNgombé (Baka), Ba-Benjellé (Bayaka) e
M ikaya. Registrato nei pressi di Ouesso, nel Congo settentrionale].
B onnaud F., Pygm ées, Playsound PS 33509. [Registrato fra gli Aka negli anni
7 0 ].
C asol F., The Aka P ygm ies Nzomba, Carbon 7 C 7.002, 1991.
C radick M . e Avis H eart o f thè Foresi, Hannibal/Rykodisk 1993.
D emolin D. e B auchet S., P ygm ées du H aut-Zaire, Kango-Efe-Asua, Fonti
M usicali-M usée Dapper, fmd 190, 1991. [O ttim a raccolta di musiche dei
pigmei della foresta dell’Ituri, curata dall’antropologo francese Serge Bahu-
chet che studia l ’etnoecologia della foresta centrafricana dagli anni 70].
- P olyphonies des P ygm ées Efe, Fonti M usicali, fmd 185, 1990.
G uillaume FF, Pygm ées, ORSTAM , SELAF, Ceto 795, 1982. [M usiche degli
Aka. Comprende una rarissima registrazione del m biti, un arco musicale di
fabbricazione fem m inile, fatto di un giovane alberello, una larga foglia e
una cordicella].
G uizzi F. e G ales F. (a cura di), I p ig m e i della fa scia equatoriale, “M usiche e
voci dei popoli da salvare”, Ludi Sounds 1989 [La prim a antologia di que
sto genere uscita in Italia. M usiche delle popolazioni pigmee di tutto il
mondo: Aka, BaM buti, BaM benga, Baka, BaTwa dell’Africa, Onge delle
isole Adamane, pigm ei della Nuova Guinea, negritos della penisola di
M alacca (India) e dell’arcipelago delle Filippine],
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M usiche tradizionali centrafricane
H uchin C ., Chants et D anses Pygm ées, Chant du Monde LDY 4176, 1957.
[Registrato nel Congo settentrionale].
H uguet P., M ’B enga P ygm ies in the Congo, Pithys 100112, 1992.
Q uersin B., P olyphonies M ongo: Batwa, Ekonda , Ocora OCR 53, 1971. [Un
interessante accostamento di musiche dei pigmei Batwa e della vicina po
polazione non pigm ea degli Ekonda, che evidenzia le reciproche influenze.
Registrato nell’ex Zaire, nei pressi del lago Tumba].
Sallee P., M usique des P ygm ées Bibayak, Ocora 5 5 85 0 4 ,1 9 7 5. [Anche su CD.
Registrazioni di musiche dei Baka del Gabon settentrionale],
B lumenfeld L. (a cura di), Echoes o f the Forest: M usic o f the C entral A frican
Pygm ies, The M usical Expedition Series, CD/CT4020, 1995. Libro + CD/
CT. [M usiche di BaM buti, Efé e Ba-Benzélé, registrate rispettivamente da
Colin M . Turnbull, Jean-Pierre Hallet e Louis Sarno].
Sarno L., Bayaka: The Extraordinary M usic o f the B abenzélé P ygm ies an d Sounds
o f th eir Forest Home, Ellipsis Arts CD 3490, 1996. Libro + CD. [Opera
eccellente. Il libro ha 90 pagine con numerose fotografìe a colori. Le regi
strazioni conservano i suoni di sottofondo della foresta].
Boyob. Disponibile su nastro presso Sound Photosynthesis, P.O. Box 2111,
M ill Valley, CA 94942-2111. [Registrato ad Amopolo nel 1989].
Voices o f the Forest. Disponibile presso Henry W . Targowski, 16 Langrid-
ge, Rhyl Street, Londra NW 5 4LY. [Registrato a Amopolo, Mombongo,
Sao-sao e Yandoumbé, 1986-1992].
Bayaka Harp Songs. Disponibile presso Sound Reporters, P.O. Box 10214,
1001 EE Amsterdam. [Registrato ad Amopolo, 1987. Questa e le due pre
cedenti sono le registrazioni ‘storiche’ di Sarno, quando lui stesso si dupli
cava i nastri che poi vendeva. Louis Sarno vive con i pigmei Aka a Yan
doumbé].
T racey H ., M bu ti Pygm y, International Library of African M usic, The S ound
o f A frica series T R -125, 1952.
T urnbull C., The P ygm ies o f the Itu ry Forest, Folkways Ethnic Series FE 4457,
1958. [Ancora una delle raccolte più affascinanti],
- M usic o f the Rain Forest P ygm ies o f North-East Congo, Lyrichord LLST
7157, 1967.
Z emp H. (a cura di), Les Voix du m onde. Une an th ologie des expressions vocales,
Les Chants du M onde, CM X 3741010.12, 1996.
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M usiche tradizionali centrafricane
1. Ngòmbi, arpa a dieci corde Ngbaka
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2. M [Link], fischietto Aka
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3. C oro di pigm ei Aka
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4. Mondumu., tamburi Aka
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5. Mbela, arco musicale Ngbaka
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6. Dì.kétò, lame di ferro usate com e battacchi, Aka
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7. Ongo, Trombe Banda-Linda
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8. K dldngbd, xilofono G baya
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Parte Seconda
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Ma non erano primitivi?
Tullia M agrini
Il fascino che l ’Africa ha esercitato sull’Europa nel corso del nostro secolo
ha uno dei suoi punti culm inanti nella scoperta del primitivo da parte di
un gruppo di artisti che lavorano a Parigi negli anni attorno al 1910, segnati
da una straordinaria spinta innovativa ai più diversi livelli. Nella capitale fran
cese affluiscono oggetti portati dalle colonie e le maschere africane colpisco
no l’estro di Picasso, Braque ed altri artisti impegnati nell elaborazione del
distacco dal naturalismo e illusionismo che hanno dominato la pittura e la
scultura occidentale a partire dal Rinascimento. Allacciando un inedito rap
porto con il “tr ib a le ”, l ’ arte m oderna scopre il proprio legam e con
l’“universalmente um ano”, al di là delle specificità culturali e storiche. Que
sta operazione di “ritorno alle origini”, che consente di scrollarsi di dosso la
pesante eredità della cultura occidentale, contiene in realtà aspetti am bigui,
com e ha ev id e n z ia to l ’an tro p o lo g o Jam es C liffo rd : in p artico are,
l’«inclinazione ad appropriarsi dell’alterità o a riscattarla, a costituire a pro
pria im m agine le arti non-occidentali, a scoprire capacità umane universa
li, astoriche»1, per esempio sottovalutando la diversificazione dell arte a rica-
na e selezionando secondo criteri occidentali ciò che in essa può o meno esse
re considerato espressione del “prim itivo”. Dal punto di vista storico, essa
segna l’inizio della massiccia immissione nel mercato occidentale e arte 1
ciò che in precedenza era considerato come appartenente alla classe en meno
prestigiosa dei m anufatti dei “selvaggi o delle curiosità esotiche, e c e viene
ora opportunam ente riclassificato in base ad una rielaborazione e e catego
rie estetiche d ell’occidente. Questa rielaborazione si dimostra urevo e ne
corso del secolo e consente l’attribuzione di un duplice statuto ai prò otti1
1 James C lifford, I fru tti p u ri impazziscono , Torino, Bollati Boringhieri 1993, p. 225
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M usiche tradizionali centrafricane
delle culture “prim itive”, quello di reperto etnografico e insieme di oggetto
artistico, che ne permette indifferentemente la collocazione entro musei de
dicati all’una o all’altra categoria di bene culturale, talora accanto alle opere
di Picasso ed altri artisti del primo Novecento.
L’operazione che si svolge a livello delle arti figurative viene tentata negli
stessi anni anche a livello musicale. M a l’acquisizione della musica africana
da parte del mondo occidentale è un’operazione ben più complessa rispetto a
quella che investe le arti figurative: non ci sono “oggetti” che possano essere
facilmente trasportati d all’Africa e immessi nel mercato parigino, a parte gli
strumenti m usicali che vanno ad arricchire i musei. Le tecniche della registra
zione e riproduzione sonora sono ancora agli inizi, la disciplina che è deputa
ta alla conoscenza delle musiche non occidentali (allora chiam ata m usicolo
gia comparata) e che si sta sviluppando a Berlino e a V ienna è ignorata dai
compositori, che cercano, come gli artisti, prodotti facilmente reperibili e
im itabili. Se l’approccio diretto alla musica del continente nero è quindi im
presa troppo complessa per i m usicisti che operano nell’ambiente parigino in
questo momento storico, più semplice appare un approccio mediato attraver
so altri generi m usicali, elaborati dalle popolazioni di origine africana nei
territori della loro forzata diaspora. L’Europa conosce così innanzi tutto i
prodotti sonori degli afroamericani, come il ragtim e, il blues, prodotti molto
più facilmente accessibili, che mediano il rapporto con l’Africa attraverso il
sincretismo con la musica occidentale e un rinnovato processo creativo. Stra
vinski], Casella, M ilhaud, sono tra i prim i compositori che si cimentano nel
la rielaborazione del ra gtim e a partire dal 1918. M ilhaud parteciperà poi ad
un’operazione più ambiziosa, la realizzazione della cosmogonia africana La
C réation du m onde (1923), un balletto basato su un soggetto di Blaise C en
drars che descrive la formazione della vita dal caos e la nascita dell’uomo. Il
prim itivism o del soggetto viene elaborato a livello delle scene e costumi da
Ferdinand Léger ricorrendo ampiam ente ai modelli della scultura africana,
mentre M ilhaud sfrutta la sua fam iliarità con la musica statunitense per ar
ricchire la partitura di richiam i al blues. L’evocazione della musica del conti
nente nero è dunque m ediata attraverso il riferimento alla sua elaborazione
nel Nuovo M ondo, ma ciò non impedisce che queste espressioni musicali
vengano com unque intese come manifestazioni dirette di un “prim itivism o ’
musicale che si deve alla matrice africana. Due anni dopo, nel 1925, l’am eri
cana Josephine Baker approda a Parigi dopo aver raggiunto Harlem dalla
nativa Saint Louis, e conquista la capitale francese cantando e danzando nella
R evue N ègre al Théâtre des Champs-Elysées. L’im m agine della “Venere nera”,
34
M usiche tradizionali centrafricane
vestita di un gonnellino di banane, diventa essa stessa un’espressione di “pri
m itivism o”, inteso come liberazione del corpo e manifestazione di pulsioni
primarie, e non a caso verrà inserita nella mostra che il Museum of Modern
Art di New York dedica nel 1984 a “P rim itivism ” in 20th Century Art: A ffini-
ty o f thè T ribai a n d thè M odern. Una descrizione efficace del modo in cui il
musicista nero viene inteso dall’intellettuale parigino in questi anni si può
cogliere in quanto scrive Eugène Jolas nel 1928 in Le N egre q ui chante: «Il
negro è il poeta puro del continente americano [...] E il bambino che non sa
di preciso ciò che vuole dire questa civiltà meccanica, questa disciplina dei
muscoli e dei nervi, questa standardizzazione delle emozioni. Egli rivela i suoi
sogni con frasi dirette e concrete, ma riesce sempre a dare un fervore sensuale
a tutte le sue m anifestazioni»2.
Sensualità, sem plicità ed essenzialità espressiva, assenza di inibizioni, sono
aspetti basilari nella costruzione europea del “primitivismo africano. A par
tire dai prim i decenni del Novecento il rapporto dell Europa con la cultura
africana si sviluppa su queste premesse, ancora vive oggi a livello della cultura
di massa. Noi e l ’altro, civile e incivile, evoluto e primitivo, sono le dicotomie
che ci consentono di essenzializzare l ’“africano’ sopprimendo la varietà cul
turale, sociale, um ana e, infine, artistica delle popolazioni di un intero conti
nente.
La conquista della coscienza della ricchezza e varietà musicale dell Africa
non è stata del resto facile neppure a livello scientifico. Nel primo storico
contributo dedicato alla musica africana - l’articolo African Negro M usic ,
pubblicato nel 1928 sul primo numero della rivista etnologica A frica - Erich
von Elornbostel teorizzò una divergenza radicale fra i princìpi della musica
europea ed africana, contrapponendo l’enfasi sulla dimensione verticale, ar
monica, della prim a a quella sulla dimensione orizzontale, poliionica, della
seconda, l’assenza di uno stretto rapporto fra linguaggio e musica in Europa
alla sua presenza in Africa, e sottolineando infine il «contrasto essenziale tra
la nostra concezione ritm ica e quella degli africani: noi procediamo in base
all’ascolto, loro in base al movimento»3. Nonostante 1 esiguità dei materiali
su cui questa interpretazione si basava (pochi documenti incisi su cilindri di
cera acquisiti da fonti disparate) e l’assenza di un contatto diretto sul cam
po” con la musica africana, lo scritto di Hornbostel esercitò un influenza du
revole sugli studi successivi e diede un fondamento solido alla inclinazione a
2 Eugène J o l a s , Le N'egre qui chante , Paris, Ed. des Cahiers Libres 1928.
3 Erich v o n H o r n b o s t e l , «African Negro Music», in Africa 1 (1928), p. 53
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M usiche tradizionali centrafricane
trattare la musica dell’Africa nera come un fenomeno omogeneo. Ciò del re
sto era coerente con la tendenza della m usicologia comparata (poi divenuta
etnomusicologia) a m utuare dall antropologia culturale la nozione di area
culturale, intesa come un complesso di “tratti condivisi all interno di un area
geografica. In questa prim a fase di organizzazione dei sistemi m usicali del
l’orbe intrapresa dagli studiosi occidentali, le diversificazioni interne alle “aree”
venivano poste in secondo piano, coerentemente con quelli che erano allora
gli obiettivi e i metodi della disciplina.
Le conseguenze di questo approccio si sono fatte sentire a lungo: «L’idea
che la musica africana, da C ittà del Capo a N airobi e Dakar, formi un tutto
indivisibile”45si è rivelata assai tenace, nonostante l’evidenza sempre maggiore
di variazioni esistenti sia tra le varie tradizioni locali, sia a ll’interno di esse»’ .
Bisogna arrivare a tem pi abbastanza recenti per trovare parole, come quelle di
Alan P. M erriam , che ridefiniscono il mondo della musica dell Africa nera
come una «vasta area a ll’interno della quale si manifestano sostanziali diversi
tà»6. La diversità investe gli strum enti m usicali, fantasiosamente concepiti in
una ricerca originalissim a dei più diversi effetti tim brici, le tecniche esecuti
ve, che comportano talora concezioni del corpo e del suo rapporto con lo
strumento sconosciute all’occidente7, l’uso variegato della voce, talora im pe
gnata in stupefacenti im itazioni strum entali, le complesse prassi polivocah e
contrappuntistiche.
La nascita di collane discografiche dedicate alle musiche etniche, la pro
duzione di film etnografici e la realizzazione di festival e rassegne dedicate
alle musiche del mondo hanno consentito negli ultim i decenni una cono
scenza diretta di un’am pia varietà di pratiche musicali africane, favorendo un
ascolto più approfondito e sensibile all’originalità e al fascino dell’invenzione
musicale “nera”. In questo ambito riveste estremo rilievo il concerto organiz
zato per Settembre M usica da Sim ha Arom, massimo studioso delle polifonie
africane, dedicato ad un complesso di tradizioni strumentali e vocali dell’Africa
4 A rthur M. J o n e s , Studies in African M usic , London, Oxford University Press 1959,
p. 200.
5 Christopher W a t e r m a n , “ L o sviluppo ineguale dell’etnomusicologia dell’Africa: tre
temi e una critica”, in Uomini e suoni , a cura di Tullia M agrini, Bologna, Clueb
1995, p. 328.
6 Alan P. M e r r ia m , “T raditional Music of Black Africa”, in Africa, a cura di P . M artin
e P. O ’Meara, Bloomington, Indiana University Press, 1977, p. 224.
7 Cfr. Tullia M a g r in i , “La valiha dell’Ile Sainte Marie (Madagascar)”, in C ulture m u
sicali, n. 10-11 (1988), pp. 50-65-
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M usiche tradizionali centrafricane
centrale. Il concerto ospiterà musicisti di varie comunità centrafricane - Ban
da Linda, Aka, Gbaya, Ngbaka - e illustrerà una vasta gamma di pratiche
strum entali (dall’arco musicale all’arpa, dallo xilofono alle orchestre di trom
be e di tam buri) e una straordinaria tradizione di contrappunto vocale. U na
com unità pigmea, artefice di una delle piu peculiari espressioni musicali del
l’Africa nera, salirà su un palcoscenico per realizzare per un pubblico occi
dentale i m irabili intrichi polifonici che non potrebbero essere piu lontani da
quelle idee di "prim itivism o ”, sem plicità espressiva, elementarità del linguag
gio, che hanno caratterizzato per troppo tempo 1 approccio occidentale alla
musica africana. Ascoltando queste complesse e affascinanti forme di polifo
nia vocale e strum entale non va dim enticato che esse sono insieme espressio
ne sociale e rappresentano raffinati modelli di interazione elaborati dalie co
m unità per dare forma al rapporto collettivo. Anche per questo 1 emozione di
questo incontro non può essere sottovalutata: non solo perché avviene al ter
mine di un secolo segnato per lungo tempo dal fraintendimento della cultura
africana sotto il segno del “prim itivism o ; ma soprattutto perché avviene in
un presente che, nel diventare futuro, lascia ben poco spazio alle voci degli
uom ini che fanno musica come espressione di sé e della propria cultura e ci
parla già di nostalgia per i tesori culturali che vengono spazzati via, spesso
insieme a chi li ha prodotti, nel momento del trionfo della globalizzazione e
delle sue logiche irrispettose della diversità.
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M usiche tradizionali centrafricane
Noi, “figli della foresta”.
Il fascino dei pigmei africani
Francesco Rem otti
Chi volesse incontrare i pigmei in Africa (nella foresta equatoriale, dal
l ’Atlantico fino all’area dei Grandi Laghi, in Cam erun, Gabon, ex Zaire,
Congo, Repubblica Centrafricana, Rwanda e Burundi) non potrebbe fare a
meno di attraversare una fitta coltre di pregiudizi etnici e razziali nei loro
confronti. Le popolazioni che da ogni parte li circondano li considerano mol
to spesso non soltanto inferiori in term ini culturali, ma anche moralmente
spregevoli. In genere, le etnie che intrattengono un rapporto oppositivo con
la foresta giudicano in modo negativo tutto ciò che la riguarda e soprattutto
i suoi abitanti. I Nande (o Banande) dell’ex Zaire sostengono per esempio
che la foresta è un mondo infido, da cui tenersi alla lontana, e vedono i pig
mei come esseri tanto inferiori da trovarsi appena al di sopra delle scimmie.
Eppure - come talvolta succede - un forte giudizio negativo o denigratorio
nasconde un apprezzamento più segreto e inconfessato. Così, è significativo
che il più im portante rituale di iniziazione maschile ( olusum ba ) tra i Nande si
svolgesse nella foresta, lontano dai villaggi, nel mondo dei tanto disprezzati
pigmei, e che il pigmeo venga chiamato con un term ine ( om usum ba ), che
invece di tradurre disprezzo, esprime un grande riconoscimento della sua ca
pacità di orientarsi nel mondo intricato e misterioso della foresta, di saperne
trarre cibo e sostentamento, di saperla abitare. Proprio questa oscillazione,
questo doppio giudizio nei confronti dei pigm ei - negativo per un verso, posi
tivo per l’altro - è il tratto che emerge in modo diffuso nella visione elaborata
dai “Grandi N eri”, cioè dai gruppi di lingua bantu o sudanese con cui essi
sono in contatto. Secondo Serge Bahuchet (1991: 127), i pigm ei svolgono un
«ruolo ambiguo» nella cosmologia, anzi - potremmo dire - nell’antropologia
dei Grandi Neri. La m aggior parte di questi gruppi, allorché pensa alle pro
prie origini, fa intervenire i pigmei come attori di civilizzazione: essi ritengo-
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M usiche tradizionali centrafricane
no infatti che alle origini i pigm ei fossero detentori di elementi fondamentali
come la caccia con trappole, la lavorazione del ferro e persino 1 agricoltura e
la vita nei villaggi. In un secondo tempo, i pigmei sarebbero stati derubati e
spogliati di questi elem enti: ridotti allo stato selvaggio, essi sarebbero stati
costretti a rifugiarsi nella foresta, dove tuttora vivono, privati degli elementi
di civiltà che invece caratterizzano attualmente la vita dei Grandi Neri. Lon
ciò i neri riconoscono ai pigm ei un’indiscutibile priorità non soltanto territo
riale (i prim i occupanti del territorio della foresta), ma anchem lturale; riten
gono anche, però, che i pigm ei siano stati protagonisti di un regresso (dalla
vita di villaggio al contatto immediato con la foresta); reputano m ime che
questo regresso sia dovuto a un furto o una spoliazione, di cui i pigmei sareb
bero stati vittim e; i neri ammettono dunque che alla base della loro attua e
superiorità culturale vi sia una depredazione di cui essi sono gli avvantaggiati
e nello stesso tempo i responsabili. Un po’ come dire: se non fossero arrivati
i neri, i pigm ei avrebbero verosimilm ente continuato a fruire delle loro con
quiste culturali. Alle origini, vi sarebbe dunque un atto di violenza: il disprez
zo dei pigm ei da parte dei neri sembra tradursi nell ammissione di una colpa,
è per colpa dei neri che i pigm ei si sarebbero ridotti al loro stato di selvat
^ M a questo è ciò che i neri pensano, nei loro contorcimenti mentali, del
loro rapporto con i pigm ei. Non è detto che i pigmei ritengano
ricaduti indietro, nella selvatichezza, dopo le conquiste culturali d e lk vita di
villaggio, dell’agricoltura e della lavorazione del ferro. Sono i neri a Pen s^
che queste siano doverose conquiste culturali (ancorché ottenute a danno d *
pigm ei). I pigm ei, per parte loro, sostengono molto piu semphcemente ,
già di essere frati depredati di alcunché - di una cultura che li avrebbe fam
sopravanzare rispetto alla stato di selvatic: ezza -, bens^ i^esse^ ^
sempre stati 1 figli della foresta . La Foresta, g .« , „ « j ».
dove essi abitano in piccoli gruppi, è infatti per 1 pigmei pa p
essa è anche la “grande d i s p e n s a l e ” e l’a m a n te ”, il capo «; a^ fina
le”, il “dio”, la “divinità” (Mosko 1987: 898). Nelle cr^ enze. ^ ^ ™ ^
(foresta dell’Ituri, ex Zaire), la Foresta interviene nello sv d u p p o d e le to
grembo materno, e i genitori, componendo e cantando ninnananne d fore
5 parlando al loro piccolo essere cominciano a istruir lo sulla: sfera di foresta
in cui vedrà la luce e con cui si identificherà ( os o ^ ^ ^ l’altro
stessa foresta ( ndura) è concepita come un grem o ’« • » mentre
sono im m aginati come
all esterno vi e rumore . L esterno delia si
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M usiche tradizionali centrafricane
Grandi N eri, con cui i pigm ei hanno continui contatti e scambi: né gli uni né
gli altri potrebbero infatti sopravvivere al di fuori di questo rapporto sim bio
tico (i pigm ei forniscono i prodotti della caccia e in genere della foresta, m en
tre i neri danno in cambio i prodotti dei loro orti e della lavorazione del
ferro). M a questi rapporti, pur frequenti e im portanti, rappresentano delle
uscite verso il “rumoroso” mondo esterno, da cui i pigm ei si ritraggono pe
riodicamente per ricercare la “pace” e la “quiete” della loro “sfera - grembo
forestale. La foresta, che è per i pigm ei - come abbiamo visto - “padre” e
“madre”, dispensatrice di calore, di protezione e di affetto, oltre che di cibo e
vestiti, è “buona” e “affettuosa” con i suoi figli; e allora il rapporto con la
foresta deve essere improntato a “dolcezza”, “gentilezza , serenità , quiete
(ekimì) (Turnbull 1965: 254-255). V ekim ì si addice alla foresta, mentre il
mondo esterno - quello dei villaggi dei Grandi Neri - e caratterizzato da rap
porti duri, gerarchizzati, com mercializzati, da cui non sono assenti frode, in
ganno, disprezzo, in cui occorre di continuo contrattare e interloquire con il
linguaggio dei neri. E questo è davvero il mondo del rumore .
Il rumore, tipico del mondo esterno, è cattivo. Il suono, invece, si abbina
all 'ekimì, alla “quiete” del mondo interno; e suono e quiete, entram bi “fre
schi”, piacciono molto alla foresta (Turnbull 1965: 254-55). La cultura dei
pigmei si divide allora in una fa cie s esterna, quella dei contatti con i neri, e in
una fa cies interna, quella del rapporto intim o con la Foresta. L opposizione
“rumore’T ’suono” è una m aniera efficace e incisiva per comprendere i signi
ficati più profondi della loro cultura. Se si tiene presente che i pigm ei non
possiedono una loro lingua esclusiva, bensì adottano la lingua dei gruppi con
cui sono in contatto, spesso in relazione sim biotica (per esempio, la lingua
dei Lese o dei Bira per i M buti d e lfltu ri), non può non colpire che la lingua
della comunicazione ordinaria, la lingua di tutti i giorni, ovvero anche la
lingua degli scambi interetnici, pertiene alla sfera del rumore e quindi del
l’esteriorità. I pigm ei non si identificano dunque con una loro lingua a parte,
perché qualunque lingua essi parlino essa appartiene al mondo degli “a ltr i’:
vittim e, forse, di una sorta di impressionante alienazione linguistica che li
vincola inesorabilmente a un mondo esterno, essi parlano anche tra loro, nor
malmente, la lingua degli altri. M a a questo mondo del rumore linguistico
- quello esterno - si contrappone un mondo interno, anch esso fatto di un
linguaggio, che è però una lingua “senza parole”: è il mondo interno del suo
no”, e anzi del “canto”. Più in particolare, per i M buti lo jo d e l (il passaggio
brusco dalla voce di petto alla voce di testa), che contraddistingue in modo
peculiare i canti dei pigm ei, è da intendersi come la loro vera lingua: esso è il
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M usiche tradizionali centrafricane
i m b u t i (cosi come il ki-bira è la lingua dei Bira o il ¿/-lese è quella dei Lese).
«Questa è la nostra vera lingua» - dicono i pigmei M buti; ed è una lingua c e
nessun Bira può comprendere (Farris Thompson 1991: 47). I pigmei aggiun
gono che lo j o d e l è un “canto senza parole”, fatto com’è di grida vitali, com
pletamente distinte dalla parola umana, e che consentono di porsi in com uni
cazione con gli spiriti della foresta. Inventato dalle donne, lo jo d e l non sol
tanto si configura come la vera lingua dei M buti, incomprensibile agli altri,
ma viene inteso anche come “il linguaggio segreto della foresta , perche gli
altri non hanno con la foresta lo stesso rapporto di intim ità e di identificazio
ne che è tipico ed esclusivo dei pigmei. Se è vero infatti che 1 Bira sembrano
poco a loro .agio nella foresta (Bahuchet 1991: 125), i Nande addirittura
manifestano nei confronti della foresta un rapporto di lotta e di ostilità: dove
ci sono i Nande non c’è la foresta e viceversa. E se i pigmei affermano che la
foresta “ci è padre e madre”, i Nande al contrario sostengono con orgoglio
che om u tem i (l’arma da taglio che essi portano sempre con sé e con cui taglia
no e distruggono la vegetazione) è “nostro padre e madre .
Per comprendere appieno il legame profondo, improntato a ^dolcezza e
tenerezza, che unisce i pigm ei alla loro foresta, al loro grembo alla loro
“sfera”, occorre tenere presente la “violenza con cui i Grandi Neri hanno
deciso invece di imporre la propria “civiltà” o la propria cultura : una vio
lenza perpetrata in primo luogo nei confronti della foresta. Questo e .1 mon
do della cultura dom inante dei Grandi Neri e a questo mondo gerarchico e
violento appartengono le lingue di cui pure fanno uso i pigm ei. M a essi ri
vendicano - come abbiamo visto - una loro lingua senza parole , che coinci
de con le loro m odalità di cantare. È come se «con la m usica i pigmei traccias
sero una frontiera invisibile», che li separa dal mondo esterno, permettendo
loro di liberarsi dagli atteggiam enti, dai costumi e dai mod1 di pensare tipici
dei villaggi dei Grandi N eri (Farris Thompson 1991: 46) e, nello stesso tem
po, di comunicare con il loro mondo vero e autentico, quello della foresta.
Con il canto e con la musica, è come se i pigmei si liberassero dall alienazione
linguistica in cui sono normalmente im prigionati per le loro transazioni com
m erciali e interetniche e guadagnassero la liberta di essere piu com piutam en
te se stessi nel contatto con la foresta. E impressionante come canto
siano separati dalla stessa linea di separazione che divide foresta e V
A lla foresta si addice poco - anzi, quasi per nulla - il linguaggio che g ^ o m m
usano nei loro am bienti specificamente ed esclusivamente uman g P
dei villaggi, costruiti con forza e determinazione, strappando con la violenza
il territorio alla foresta. E infatti, «gli spiriti della foresta» - sostengono i Bi-
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M usiche tradizionali centrafricane
yaka della Repubblica Centrafricana - «parlano sì biyaka, ma non molto bene»
(Farris Thompson 1991: 46). E come se con ciò i pigm ei facessero propria la
teoria dei Grandi N eri, per esempio dei Nande, secondo cui il luogo tipica
mente ed esclusivamente umano, nel quale si produce o si manifesta la paro
la, è il villaggio, rispetto a cui gli spiriti della foresta sono estranei. M a anche
è come se i pigmei volessero affermare - contro il predominio linguistico e
culturale dei Grandi Neri - che non tutto si riduce alla loro “cultura” da
villaggio: al di là del “villaggio” e della “parola”, vi è la foresta e vi sono i canti
mediante cui i pigm ei cercano di riannodare i loro legami più profondi e
originari con il loro “grembo” forestale.
Sono i neri a pensare che un tempo i pigm ei fossero stati detentori di
fattori di civiltà come la lavorazione del ferro, l’agricoltura e la vita sedentaria
dei villaggi; per parte loro i pigmei ritengono invece che un tempo avessero
un contatto più diretto e privilegiato con il mondo della foresta (Farris Thom
pson 1991: 33). Oggi, si tratta di ricreare questa com unicazione con gli spiri
ti della foresta, specialm ente quando questo rapporto sembra essersi allenta
to. E questo succede soprattutto quando intervengono disgrazie e imprevisti.
Anche sotto questo profilo, il contrasto tra il mondo dei villaggi e quello
degli accampamenti dei pigm ei è molto netto. Per i neri le disgrazie, e in
primo luogo la morte, sono im putabili in gran parte a “stregoneria”, cioè a
fattori di male o di malevolenza che si annidano nei rapporti sociali più stretti
(quelli appunto del villaggio): se si muore, c’è sempre qualcuno tra gli stessi
vicini e parenti che ti ha fatto del male; e la stregoneria è sempre a ll’opera.
Per i pigm ei, invece, come osserva C olin Turnbull (1979: 94), le cose stanno
diversamente. È M oke, un vecchio M buti, che parla: «Di solito va tutto bene
nel nostro mondo»; «di solito va tutto bene, perché la foresta è buona con i
suoi figli». M a se qualcosa va storto, come quando qualcuno cade malato o
muore, non sono im putabili vicini o parenti: è perché la foresta si è addor
mentata. Esattamente come di notte, quando i pigm ei dormono, può esserci
un assalto di formiche guerriere o di un leopardo che porta via un bambino,
così può succedere più in generale che la foresta, addorm entata, non si sia
presa cura dei suoi figli. «Allora, cosa facciamo noi? La svegliamo. La sveglia
mo cantando per lei, e facciamo così perché vogliamo che si svegli felice. E
allora tutto tornerà ad essere bello e buono. Per questo, anche quando tutto
va bene nel nostro mondo, noi cantiamo per la foresta, perché vogliamo che
partecipi alla nostra gioia» (Turnbull 1979: 95). M a se ciò nonostante il male
interviene, la morte sopraggiunge, gli uomini si siedono attorno al fuoco e
cantano per risvegliare la foresta, e della disgrazia che è capitata si dice: «Il
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M usiche tradizionali centrafricane
buio ci circonda, ma se c’è il buio, e se il buio e della foresta, allora il buio
dev’essere buono» (Turnbull 1979: 96). Non c’è recriminazione né contro i
propri sim ili, né contro la foresta: pure la morte, infine, fa parte di questo
fondo “buono” che è la foresta, anche se può risultare difficile capire perché
ciò avvenga. «Queste non sono cose buone, e a noi, invece, piace che le cose
siano buone. Allora evochiamo il m olim o [questo riunirsi la sera attorno al
fuoco e cantare alla foresta], che le rende tutte buone, come devono essere»
(Turnbull 1979: 94).
N ei canti del m olim o i pigmei non chiedono mai che una cosa accada o
non accada (la riuscita nella caccia o la guarigione di un malato). La foresta
non ha da essere im plorata, ma solo risvegliata e il suo mondo - compresi i
suoi figli" reso di nuovo felice. Affiora un consapevole agnosticismo nella
considerazione della foresta come di una divinità. Sono infatti m olti i term ini
con cui si designano la divinità. Ancora il vecchio M oke, puntando addosso a
chi lo interrogava sul nome della divinità i suoi occhi scuri, profondi e sorri
denti, disse: «Come possiamo saperlo, se non possiamo vederlo? Forse solo
quando moriremo lo sapremo, ma allora non potremo più dirlo a nessuno»
(Turnbull 1979: 95). Anche la divinità «deve essere della foresta. Così quan
do cantiam o, cantiamo alla foresta». È alla foresta, chiamata significativa
mente con un unico nome in du rò), non a una sconosciuta divinità, chiam ata
altrettanto significativam ente con una infinità di nomi, che ci si rivolge con il
canto del m olim o. Lo stesso m olim o - sostiene Turnbull (1979: 82) - «non ha
nulla a che vedere col magico o col rituale»: esso non segue un rituale pre
scritto; e quella specie di tromba, che porta lo stesso nome, può essere benis
simo un tubo di ferro - per niente sacro o tradizionale - rubato a un impresa
di costruzioni: l’importante è il “suono” che se ne ricava. C è una ben scarsa
sacralità nella vita dei pigm ei: ritualism o e tradizionalismo sono ridotti a ben
poco. A Farris Thompson una donna biyaka ebbe a dire con molto realismo,
«noi cantiamo jo d e l nella foresta per mangiare. Lo j o d e l piace agli spiriti della
foresta e così essi ci danno la selvaggina» (Farris Thompson 1991: 50). E quei
disegni così accattivanti che le donne dipingono sugli abiti di corteccia battu
ta non hanno da seguire - neppure loro - modelli precostituiti. Anzi la «lotta
contro l’uniform ità» sembra essere un principio molto consapevolmente per
seguito, non solo nella pittura, ma anche nella musica e nei canti, dove -
come sostiene Sim ha Arom - si combinano rigore e libertà, e dove 1 innova
zione individuale viene apprezzata per il suo insostituibile apporto di creati
vità (Farris Thompson 1991: 36, 59). Può essere un tratto inaspettato in una
cultura da sempre e da tutti (dai “Grandi N eri” agli europei e agli occidenta-
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M usiche tradizionali centrafricaine
li) considerata come “prim itiva”. M a la bellézza del mutamento e dell’inno
vazione, il piacere del cambiamento e della personalizzazione - unitam ente
all’antiritualism o, al senso critico e alla spiccata capacità di autoriflessione
dei pigmei - sono troppo evidentemente attestati per non indurci a riconside
rare l’immagine stereotipata di società im m obili nel tempo solo perché si ri
fiutano di compiere certi passi (come la distruzione della foresta) che hanno
segnato inesorabilmente il nostro destino e quello, purtroppo, dell’um anità
intera.
RIFERIM ENTI BIBLIOGRAFICI
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Thompson e S. Bahuchet, Pygm ées? P eintures su r écorce battue des M bu ti
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Natural H istory Press 1965.
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M usiche tradizionali centrafricane
Le voci del mondo
M aurizio Agam ennone
A tentar una riflessione sulla polifonia in presenza, pur se mediata dalla
scrittura, di Sim ha Arom - oltre che grande africanista, anche il più esperto
conoscitore e frequentatore di polifonie - si rischia di essere imprecisi e av
ventati. Tuttavia, poiché per descrivere le azioni dell 'hom o m u sicu sh inevita
bile procedere per categorie e nominare i comportamenti osservati, cioè ope
rare una classificazione, ritengo opportuno porre in apertura una formulazio
ne orientativa. La polifon ia , perciò, può essere definita come una m odalità
espressiva basata sulla combinazione sim ultanea di parti distinte (vocali, stru
m entali, o con voci e strum enti insieme), percepite e prodotte intenzional
mente nella loro differenziazione reciproca, in un assetto formale determ ina
to. Le vo ci d e l m ondo, quindi, le p o lifo n ie viventi, costituiscono le manifesta
zioni di tale m odalità espressiva rilevabili nel nostro tempo, soprattutto nelle
culture tradizionali. Intesa in tale accezione la polifonia costituisce una prassi
remota nella storia dell’um anità, diffusa in ambiti culturali assai diversi e lon
tani, correlata con complesse dinamiche sociali e di gruppo, rilevanti proie
zioni di natura sessuale e singolari processi simbolici di rappresentazione del
mondo sociale ed am bientale di appartenenza. Inoltre, risulta caratterizzata
da una forte connotazione rituale e cerimoniale e, spesso, e espressione di
straordinarie capacità performative, nonché di complesse operazioni di pen
siero.
N ella cultura contemporanea, tuttavia, la consapevolezza di questi tratti e
assai recente e non ancora del tutto generalizzata. A lungo, infatti, si e ritenu
to che le procedure polifoniche fossero esclusiva pertinenza dell esperienza
musicale euro-colta, strettamente dipendente da pratiche di scrittura m usica
le e geneticamente legata alla liturgia cristiana. All origine di tale ritardo si
possono individuare un pregiudizio culturale ed un incongruenza di metodo.
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M usiche tradizionali centrafricane
Da una parte, la tendenza della musicologia a privilegiare le espressioni della
tradizione colta europea ha condotto a considerare manifestazioni esterne a
tale continuità storico-culturale come espressioni occasionali e non siste
matiche, escludendole da qualsiasi orizzonte di studio. D all’altra, la prospet
tiva di considerare come testi significativi soltanto quelli conservati su fonti
scritte, ha prodotto l’emarginazione di qualsiasi m odalità espressiva priva di
supporti docum entari scritti, sacrificando, perciò, tutte le manifestazioni
musicali dell’oralità, vale a dire le culture m usicali extra-europee ed extra
colte.
Questa propensione a ll’indifferenza è quasi inscritta nell’atto di nascita
della musicologia storica. Infatti, l’attenzione alla questione della datazione,
nonché l’interesse prevalente per la diacronia, hanno reso senz’altro im baraz
zanti le espressioni m usicali che vivono nel presente sincronico (p o lifon ie v i
venti), e proprio in tale dimensione irradiano le m olteplici relazioni (rituali,
cerim oniali, funzionali, simboliche, emotive, motorie, ecc.) che ne costitui
scono il fondamento sociale e culturale. A cavallo fra Ottocento e Novecento,
dunque, la consapevolezza diffusa fra gli studiosi lim itava la classificazione di
polifonia esclusivamente alle forme musicali documentate su fonti scritte, a
partire dai secoli centrali del M edio Evo europeo. Questa periodizzazione
iniziava con un term ine p o st quem - i decenni in cui furono redatti alcuni
trattati e codici con notazione di brani polifonici - che, estrapolato dalla cor
nice originaria, fu a lungo inteso come l’atto di nascita delle procedure polifoni
che. Si determinò, così, un singolare errore di valutazione: le prime testi
monianze di una occasionale procedura notativa vennero interpretate come
l ’avvento di una m odalità sonora nuova, non sperimentata precedentemente,
pur in assenza di cenni espliciti a tale innovazione nelle fonti stesse. Poiché
non si riusciva a intuire la presenza di combinazioni complesse prive di un
supporto scritto, una prim itiva forma di riproduzione simbolica (la notazio
ne musicale del IX, X e XI secolo) venne identificata con le stesse espressioni
che doveva rappresentare. Questa incongrua sovrapposizione fra invenzione
di un sistema di segni e ideazione di una procedura espressiva è stata per
decenni elemento centrale nella competenza comune della storia musicale.
Un pioniere della m usicologia euro-orientale, il bulgaro Vasil Stoi'n, fu tra
i primi a nutrire dubbi intorno a tale disegno interpretativo: indagando sulle
polifonie a due parti (diafonia) bulgare, all’inizio degli anni Venti avanzò
l’ipotesi che la dia fon ia stessa - rilevabile altresì nelle prime attestazioni scrit
te dell’Europa medievale - avesse avuto la sua origine in Bulgaria, ben lon
tano, quindi, dalla culla medievale franco-anglo-sassone (Stoi'n 1925). Si-
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M usiche tradizionali centrafricane
m ilm ente si orientano le prime indagini condotte da un altro grande studioso
delle culture musicali euro-orientali ed asiatiche, Viktor M ikhailovich Belia-
ev, che negli stessi anni aveva cominciato a occuparsi della polifonia tradizio
nale russa e della musica georgiana. Poco dopo pubblicò un articolo con alcu
ne riflessioni sulla polifonia georgiana (1933) che suscitarono una certa riso
nanza internazionale. Beliaev sosteneva che la polifonia - più che un’inven
zione originale dell’Europa - fosse, in verità, un’esperienza assai più remota
di quanto gli studiosi fino ad allora avevano erroneamente pensato, e che -
allora questa affermazione apparve come una provocazione intellettuale - la
stessa Europa medievale, piuttosto che inventarla ex-novo, la adottò quasi bell’e
fatta, con procedimenti e m odalità già definiti altrove. Pochi anni dopo, que
sta riflessione indusse il musicologo medievalista Gustave Reese a impostare
una netta correzione di rotta rispetto alle posizioni precedenti; lo studioso
americano accolse almeno una possibile convergenza di tradizioni culturali
diverse, che tuttavia salvasse ancora un’origine locale della polifonia m edie
vale, tutelando una comune identità europea, non influenzata da espressioni
m usicali provenienti da aree esterne:
«M olti studiosi della m usica com parata saranno certo d ’accordo, alm eno in par
te, con la conclusione del Beliaev. M a m entre uno studio degli sviluppi musicali
fuori d ’E uropa dà fede alla teoria secondo la quale la cosiddetta polifonia europea
prese sviluppo dalla polifonia popolare tradizionale , non ne segue che 1 E uropa ab
bia “ad o ttato ” la polifonia “dal di fuori, in form a già stabilita altrove . La musica
può aver preso sviluppo spontaneam ente fra gli stessi europei, cosi come fra altri
popoli» (Reese 1980, p. 309; ed. or. 1940).
C hi invece, già allora, aveva esteso lo sguardo lontano dai confini europei,
era la generazione di studiosi afferenti alla cosiddetta Scuola di Berlino. Fra
questi, M arius Schneider dedicò un interesse notevole proprio alle polifonie
(1969; l a ed. 1934). Particolarmente attento soprattutto alle musiche extra
europee, Schneider introdusse un motivo nuovo nell indagine, vale a dire
1 individuazione delle motivazioni simboliche, nonché delle origini stesse delle
procedure polifoniche. Nelle forme vocali dei cosiddetti N atuvvólker (popo
li di natura), la polifonia vocale si sarebbe determ inata attraverso la progres
siva stabilizzazione di variazioni occasionali, rivelando m atrici autonome dal
la polifonia strumentale, anzi precedendola sul piano storico e culturale. A
sua volta, C urt Sachs, collega berlinese di Schneider, da una parte sembro
voler ereditare la vecchia definizione di eterofon ia proposta da Guido Adler
(1908) - applicata alla variazione sim ultanea di una identica idea melodica in
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M usiche tradizionali centrafricane
un esecuzione di gruppo - e dall’altra abbozzò una prima classificazione di
procedimenti, nonché una fra le prime riflessioni concernenti le orchestre
dell’Asia estremo-orientale (Sachs 1981; ed. or. 1943).
Le interpretazioni proposte finora, comprese nei decenni precedenti il se
condo conflitto mondiale, presuppongono la polifonia euro-colta come pun
to di riferimento comune, sia in term ini com parativi, che di valutazione sto
rico-culturale: lo studio delle polifonie euro-folkloriche o extra-europee fon
da un p h ilu m evolutivo il cui apice è, appunto, il contrappunto del M edio
Evo e Rinascimento europei; inoltre, l ’indagine risulta frammentaria, e l ’in
terpretazione dei procedim enti polifonici modesta; la ricerca, infine, appare
come un’esperienza solitaria, con una circolazione ristretta delle indagini pro
dotte.
I primi anni del secondo dopoguerra vedono il radicamento negli Stati
U niti di numerosi studiosi berlinesi, con la maturazione di molti studiosi
americani, nonché l’emergere di una nuova generazione di ricercatori euro
pei, eredi dei pionieri citati. La riflessione intorno alle polifonie riprende at
tivamente la sua marcia nel 1951, in occasione del festival e convegno an
nuale dell International Folk M usic Council (IFM C, organismo sostenuto
d all’Unesco), tenutosi n ell’allora Repubblica Federale della Jugoslavia. Fra
gli studiosi convenuti, Cvjetko Rihtm an, dell’Istituto di Studi Folklorici di
Sarajevo, analizzando le forme polifoniche nella musica popolare di Bosnia e
Erzegovina pone efficacemente la questione della sistem aticità formale (non
occasionalità) delle polifonie tradizionali. Inoltre, individua due condizioni
generali nella combinazione di parti diverse: a) polifonia come espansione (e
ornamentazione) di una monodia pre-esistente (attestata anche indipendente
da rivestimenti polifonici); b) polifonia come espressione unitaria ed in
scindibile, costruita sulla connessione di ruoli vocali definiti, diversi ed inse
parabili. A un’area vicina, l ’Albania m eridionale, sono dedicate le indagini di
Doris e Erich Stockmann (1964), avviate nella seconda metà degli anni C in
quanta. I repertori delle diverse com unità albanesi rivelano ai due studiosi
tedeschi complesse polifonie a più parti che si differenziano nettamente dagli
altri repertori balcanici. M a è tutta l ’area euro-orientale ad essere intensa
mente esplorata fra gli anni Cinquanta e Sessanta. Radm ila Petrovic descrive
alcuni stili vocali della Serbia occidentale, caratterizzati anch’essi dal preva
lere della combinazione diafonica, con frequenti incroci fra le due parti (Pe
trovic 1963). N ikolay Kaufman - allora fra coloro che continuavano l ’opera
di Vasil Stoi'n, e successivamente protagonista della musicologia bulgara -
continua 1 indagine sulle diafonie, evidenziando procedim enti m ultiform i
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M usiche tradizionali centrafricane
diversamente localizzati. N ella riflessione di questi studiosi prevale l ’obietti
vo di rilevare ed analizzare le polifonie di tradizione orale, cosi come appaio
no nella vita musicale delle com unità tradizionali ( p olifon ie viven ti ). Cresce
l’attenzione per i procedimenti e le categorie di classificazione locali, mentre
dim inuisce nettamente l’intento comparativo nei confronti delle polifonie
europee medievali. L’aspirazione è far emergere e dare dignità culturale a re
pertori e tecniche che fino ad allora erano stati praticamente ignorati o consi
derati come espressioni bizzarre e disadorne.
N egli stessi anni, il musicologo africano Kwabena N ketia presenta alcune
polifonie del Ghana, classificandole, fra i prim i, come forme di hock et-tech ni-
q ue (tecnica di hochetus). Avvalendosi, pertanto, di una categoria che appar
tiene alla teoria medievale europea, così si esprime:
«A dottando il term ine hock et per descrivere gli esempi proposti, sono stato gui
dato so p rattu tto da una sorta di som iglianza fra questa procedura della m usica africa
na ed un a pratica della musica europea medievale cui il term ine è riferito. Ciò non
im plica che ci sia alcuna connessione storica diretta fra loro. Inoltre, è rilevabile una
differenza nell’atteggiam ento verso l ’hock et e nella sua applicazione fra le due diver
se tradizioni di hock et [ghanese e medievale europea]» (N ketia 1962, pp. 51 e 52).
Dopo avere ricordato come nella musica europea medievale l’ hocket fosse
soprattutto un espediente, così descrive la tipologia di hocket praticato in
Africa:
«Nella pratica musicale africana, Vhock et n o n è un mero espediente m a una tecni
ca per costruire stru ttu re lineari singole o parallele in diversi tipi di m odelli in terco n
nessi. G li hockets non sono q uindi un arbitrario espediente artistico; essi sono funzio
nali, nel senso che derivano da considerazioni melodiche e polifoniche [ ... ] Deve
essere inoltre ricordato che la m usica costruita sulla base dell hock et agisce all in te r
no di situazioni sociali, e che il senso dell’occasione dell’esecuzione, i ruoli dei parteci
p anti, così come le attività dell’occasione (inclusa la danza), costituiscono parte del
suo significato» (N ketia 1962, p. 52).
Questa riflessione di N ketia sollecita due puntualizzazioni significative: a)
la polifonia è espressione di relazioni e comportamenti sociali, che appar
tengono al suo stesso assetto profondo, e ne costituiscono il senso culturale;
b) una categoria tassonomica assai connotata sul piano storico (ad es.: h o ch e
tus) può essere utilizzata per definire procedimenti rilevati in contesti com
pletamente diversi; ciò comporta alcune operazioni: dapprim a 1 identificazio
ne dei criteri combinatori nella procedura originaria ( hochetus nella polifonia
europea m edievale); quindi l ’individuazione di procedim enti analoghi in
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M usiche tradizionali centrafricane
espressioni polifoniche diverse e lontane da quella originaria; infine, l ’abban
dono di qualsiasi riferimento ai tratti storico-culturali appartenenti alla de
nominazione adottata. Si tratta di un processo interpretativo che è stato am
piamente perseguito negli anni successivi.
La riflessione si intensifica. Nel 1964 una sezione del J o u rn a l ofIF M C k
dedicata a “Polyphony in Folk and Art M usic”. Nel 1966 ancora Cvjetko
Rihtman presenta i risultati delFampliamento della sua ricerca all’intera Ju
goslavia, mentre Robert M ok propone una valutazione degli effetti ed aspetti
eterofonici nella musica cinese, in cui emerge la preferenza per la categoria
eterofon ia che anticipa alcune problematiche concernenti la valutazione dei
procedimenti combinatori dell’Estremo Oriente. Nel 1967, ancora ampio
spazio viene riservato a studi raggruppati sotto la denominazione M ulti-P art
T echnique in Folk M usic a n d D ance in cui compaiono numerosi riferim enti
alla polifonia vocale e strumentale del continente africano (England, Euba,
Mensah, Rycroft 1967) che segnano una forte espansione dell’orizzonte in
terpretativo, oltre le regioni europee. È altresì rilevante come la stessa catego
ria M ulti-P art T echnique venga estesa alla danza, ad indicare ancora l ’atten
zione crescente per una m olteplicità di ruoli performativi, oltre il contesto
sonoro.
Profondamente diverso appare l’orientamento di un altro grande studio
so, l ’americano Alan Lomax. L’attenzione per le forme di polifonia emerge
nel suo grande sistema cantometrico (Lomax 1968), basato sulla valutazione
degli aspetti funzionali e delle proiezioni sociali concernenti le m usiche
tradizionali. N ella sua valutazione della polifonia ogni espressione rilevata
può essere considerata con particolare attenzione ai rapporti fra i vocalisti, fra
questi e il pubblico partecipante, fra vocalisti, strum enti e strum entisti pre
senti, ai registri, all’emissione vocale, ai gradi di rubato, glissato, tremolo,
ecc. Anche Lomax tenta una definizione, restrittiva, di eterofon ia : vi com
prende combinazioni in cui ogni parte presente dimostra di seguire la mede
sima linea melodica in maniera diversa, con percorsi di variazione sim ulta
nea. Lomax definisce, a sua volta, una griglia di procedimenti, preceduta da
una definizione generale di polifonia - «L’uso di intervalli diversi dall’uniso
no o dall’ottava prodotti sim ultaneam ente» (Lomax 1968, p. 65) - e dalle
considerazioni seguenti;
«Una com binazione di due parti è considerata polifonia, al pari di arm onie di
grande com plessità. In ogni caso, la polifonia può essere codificata soltanto se una
delle seguenti condizioni sia percepibile: (1) la com binazione di intervalli diversi
(“chords”) è ascoltata in m aniera adeguata, per cui appare ovvio che una form a di
“part singing” sia in atto; (2) la com binazione di intervalli diversi (“chords”) è invéce
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M usiche tradizionali centrafricane
infrequente, per cui la polifonia è codificata soltanto se la presenza di intervalli di
versi (“chords”) ricorre in m aniera consistente; (3) nei casi interm edi la durata dei
m om enti di com binazione è rilevante - se tendono a durare tan to a lungo q u an to le
note im p o rtan ti della m elodia, ci si trova davanti ad una n etta polifonia; se sono
invece assai brevi, si tratta probabilm ente di eterofonia» (idem ).
Dopo aver descritto procedimenti distinti ed isolati, Lomax aggiunge: «Tal
volta due tipi di polifonia si manifestano nello stesso tempo. Sovrapposizioni
isolate o movimento parallelo possono manifestarsi insieme con la polifonia
su bordone» (idem). Se ne deduce, pertanto, che i procedimenti codificati
sono intesi come term ini di astrazione classificatoria: spesso si trovano invece
combinati insieme in uno stesso brano musicale, piuttosto che apparire iso
latamente.
Ancora a metà degli anni O ttanta si può rilevare un complesso tentativo
di introdurre una griglia tassonomica generale, ad opera dell’etnomusicologo
francese Simha Arom. Pur se ideata come introduzione teorica e puntualizza
zione metodologica in un volume dedicato alle musiche dell’Africa centrale,
la griglia tassonomica proposta da Arom si configura tuttora come il contri
buto più completo ed articolato, ben oltre gli studi di africanistica. Prenden
do spunto da due interpretazioni completamente contrastanti espresse da un
compositore e da uno storico1, Arom precisa:
«Q uanto agli etnom usicologi, fondandosi sull’accezione etim ologica più am pia
del term in e, essi h an n o spesso la tendenza a considerare com e p olifonia ogni
1 Arom cita Boulez e Chailley. Boulez: «L’evoluzione della musica in una direzione
polifonica è un fenomeno culturale che appartiene propriamente alla cultura europea
occidentale. Nelle diverse culture musicali che la precedono, anche se fondate su so
lide basi teoriche, non si può rilevare una vera polifonia, qualsiasi cosa ne dicano
alcuni musicologi: infatti non vi si riscontra quella nozione di responsabilità che è il
carattere principale della nozione di contrappunto in Occidente. Nelle musiche dette
esotiche, si osservano frequentemente [...] tutte le forme di sovrapposizione che sono
dovute a rapporti simultanei nel tempo, ma non responsabili (“C ontrepoint”, En-
cyclopédie Fasquelle 1958, I, 584)». La polifonia, quindi, per Boulez coincide con
l’elaborazione e realizzazione di un progetto compositivo consapevole. Chailley: «fino
a questi ultimi anni, si considerava la polifonia come una invenzione colta occidenta
le, la cui prima testimonianza sarebbe stato, nel IX secolo, il trattato [...] attribuito a
Hucbald. [...] Oggi si sa, grazie ai progressi dell’etnologia musicale, che la polifonia è
un fenomeno assai diffuso in tutte le musiche primitive, sotto una forma assai diffe
rente dalla nostra concezione armonica classica [...] ciò che conduce a riconsiderare
interamente la questione» ( ' Polyphonie”. Dici. Larousse 1957, II, 208)». Le due cita
zioni sono tratte da Arom 1985, voi. I, p. 85.
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M usiche tradizionali centrafricane
manifestazione musicale cui partecipino sim ultaneam ente più voci o strum enti, an
che se una tale m anifestazione non rivela alcuna organizzazione o “responsabilità”
evidenti. Il solo concetto di polifonia ricopre allora procedim enti così diversi come
l’eterofonia, Xorganum , l’om ofonia, il bordone, il parallelismo o il tuilage. La carat
teristica com une a questi diversi procedim enti è sicuram ente il fatto che consistono
sem pre [...] di fenom eni plurilineari. T uttavia, un fenom eno plurilineare n o n è ne
cessariamente polifonico» (Arom 1985, voi. I, p. 85).
Arom, quindi, introduce una nuova categoria per indicare le molteplici
combinazioni di linee diverse: p lu rilin earità. Tuttavia, non si tratta d ell’en
nesima formula magica poiché questa nuova categoria tassonomica costitui
sce la base di un dispositivo metodologico e teorico assai coerente, risultato di
un’attività di ricerca e riflessione allora ultraventennale. Arom, pertanto, pro
pone una netta separazione di due campi distinti: a) p lu rilin ea rità (categoria
omnicomprensiva, in cui porre tutte le possibili e diverse combinazioni di
parti); b) p o lifo n ia (categoria specifica in cui comprendere soltanto le combi
nazioni che rivelino una netta indipendenza ritm ica fra le parti presenti).
Q uindi, Arom identifica alcuni p ro ced im en ti p lu rilin ea ri non p o lifo n ici ,
proponendone una sintetica ma efficace descrizione, che è utile ricordare:
Tuilage. In francese il termine indica la disposizione l’una sull’altra delle
tegole di un tetto. Sul piano dei procedimenti polifonici, il tu ila ge concerne
la momentanea sovrapposizione di parti che si può realizzare nell’alternanza
fra due esecutori soli o due gruppi. A tal proposito Arom ricorda come: «[il
tuilage\ “si produce quando un secondo solista (o gruppo) entra mentre il
primo non ha ancora concluso il suo intervento. Per un breve lasso di tempo,
la monodia si trasforma in una polifonia rudim entale con la copertura della
fine di una frase da parte dell’inizio di un’altra” {Se. d e la mus. 1976: II,
1046)» (Arom 1985, p. 88).
Bordone. Indica un suono tenuto che serve « ...di sostegno alla melodia
principale» (idem). Ancora, citando un dizionario musicale tedesco2, Arom
agg‘unge: «“la pratica del bordone è antica, e oggi ancora largamente diffusa
nella musica popolare d’Europa e dei paesi extra-eruopei [...] Il bordone si
applica in generale nel registro grave di uno strumento o di una voce, più
frequentemente sotto forma di suoni tenuti e non variati” (“Bordun”, Rie-
mann 1967: III, 118) » (idem, p. 89).
Parallelism o. Arom: «In senso generale, si designa con parallelismo lo svi
luppo simultaneo di due o più parti differenti che abbiano fra loro rapporti
2 Riemann Musiklexicon, voi. 3: Sachteil\ Schott, Mainz, 1967.
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M usiche tradizionali centrafricane
intervallari costanti diversi d all’ottava. In Africa, dove tale procedimento è
estremamente diffuso, gli intervalli più frequenti sono la quinta e la quarta e,
più raramente, la terza. Sul piano ritmico, il parallelismo im plica, nella m u
sica vocale, un andamento sillabico identico in tutte le parti, un om osillabi-
smo » (idem, p. 89).
O m ofonia. Così Arom: «Come il parallelismo, l’omofonia dà luogo a una
articolazione ritm ica sim ile in tutte le parti, ma senza che il loro movimento
sia parallelo» (idem, p. 89). Citando, quindi, la voce omonima curata da
W illi Apel per un dizionario americano3, Arom propone una corretta diffe
renziazione fra omofonia e polifonia: «[l’omofonia è una] musica in cui una
voce predomina melodicamente, supportata da un accompagnamento di ac
cordi o in uno stile leggermente più elaborato. L’omofonia è l’opposto della
polifonia, musica in cui tutte le parti contribuiscono più o meno ugualmente
all’elaborazione musicale [...] Un term ine meglio adatto per definire questo
stile sarebbe om oritm ico” (Apel 1970: 390)» (idem, p. 89).
Concludendo la descrizione dei p ro ced im en ti p lu rilin ea ri non p o lifo n ici ,
Arom riassume: «I differenti procedim enti plurilineari descritti si appli
cano [...] a numerose musiche dell’Africa centrale. Alcuni sono diffusi altro
ve su tutto il continente, a sud del Sahara. N ella sola Africa centrale, eterofo
nia, tu ila ge e parallelismo sono im piegati così generalmente che sarebbe im
possibile renderne conto in maniera esaustiva» (idem, p. 89).
Passando a descrivere i procedimenti polifonici veri e propri, egli osserva
ancora: «[...] esistono nell’Africa centrale musiche plurilineari basate su proce
dim enti ben più elaborati, e che figurano probabilmente fra i più complessi
di tutta l’Africa nera. Sono queste le musiche che noi consideriamo in questa
sede come p o lifo n ich e » (idem, p. 90). Pertanto, la p o lifo n ia sì configura come
un processo che appare:
« - p lu rilin ea re, perché com posta da più (alm eno due) linee m elodiche o ritm iche
differenti e sovrapposte;
- sim ultaneo, poiché non si riduce a relazioni sporadiche, come nel caso dell’eterofo
nia e del tuilage,
- eteroritm ico, perché l’articolazione ritm ica è differente per le diverse parti pre
senti, contrariam ente all’om oritm ia inerente all’om ofonia;
- non parallelo, infine, come conseguenza dello sviluppo in dipendente di ogni par
te in relazione alle altre, facendo intervenire così i m ovim enti contrario o obli
quo, per opposizione al procedim ento del parallelismo.
3 W. Apel, H arvard D ictionary o f M usic (Second edition, revised and en la r g ed ...), Hei-
nem ann Educational Books, London, 1970.
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M usiche tradizionali centrafricane
D efiniam o dunque come polifonia tu tte le m usiche vo ca li o stru m en ta li p lu rilin ea ri, le
cu i p a rti , eteroritm iche, sono co n sid era te cu ltu ra lm en te d a i d eten tori tradizionali com e
sp ecifici elem en ti co stitu tivi d i una stessa en tità m usicale » (idem , p. 90).
Estendendo questa riflessione alle musiche eseguite con strum enti a per
cussione, Arom individua nell’area d ell’Africa centrale un’analogia sostanzia
le fra p o lifo n ia e p oliritm ia. Per quest’ultim a risultano pertinenti le connota
zioni indicate per la polifonia, a esclusione di quanto concerne i movimenti
delle altezze: ne deriva, quindi, l ’individuazione di una p o lifo n ia ritm ica. Os
servando che le musiche dell’Africa centrale sono comunque basate sul prin
cipio ordinatore generale àe\Y ostinato con variazioni , Arom descrive quelli
che considera effettivamente i p ro ced im en ti p o lifo n ici e p o liritm ici nell’Africa
centrale.
Ostinato. «Per ostinato, noi intendiamo qui la ripetizione regolare e ininter
rotta di una figura ritm ica o m elodico-ritm ica, sottesa da una periodicità in
variante» (idem, pp. 93 e 94). Arom sottolinea, inoltre, come molte delle
definizioni rilevate nella letteratura si adattino perfettamente alle musiche
centro-africane, costituite da «... brani musicali fondati su una corta frase che
riappare sotto ogni sorta di trasformazione» (idem , p. 94), cui si affiancano,
peraltro, anche brani costruiti sull’iterazione di frasi di maggior ampiezza.
Im itazione. «Procedimento di sviluppo assai ampiamente utilizzato nella
musica europea, l’imitazione si trova largamente in numerose musiche africa
ne» (idem, p. 95).
C ontrappunto m elodico. Si tratta di una categoria particolare, necessaria
per la descrizione delle musiche centro-africane in contrapposizione al co n
trappunto ritm ico (cfr. oltre), proprio in forza della già citata configurazione
ritm ica di tali musiche. Questa differenziazione appare tipica della griglia
costruita da Arom, sicuramente risultato originale delle sue personali indagi
ni. La riflessione proposta da Arom è piuttosto complessa e penetrante:
«Il co ntrappunto che noi denom iniam o m elodico - per distinguerlo dal co n trap
p unto ritm ico - si m anifesta nell’Africa centrale nella musica vocale e nella m usica
eseguita da strum enti ad altezza determ inata. In quest’ultim a, si possono rilevare due
distinti livelli di pratica. Il prim o consiste nella com binazione di diversi stru m en ti fra
loro; il secondo livello im plica la presenza di strum enti polifonici in se stessi, per i
quali le due m ani dei musicisti intervengono per eseguire parti ritm icam ente e melodica-
m ente distinte, dunque in con trap p u n to sia ritm ico che m elodico. È so p rattu tto il
caso dell’arpa [...] Per q uanto concerne le polifonie vocali, si m anifestano p rincipal
m ente presso i differenti gruppi pigmei che vivono nell’Africa C entrale, Alca, Benzélé
e altri. N elle musiche di questi gruppi, i canti, in conseguenza della loro periodicità,
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M usiche tradizionali centrafricane
della loro struttura interna e dell’ostinato che le sottende, si rivelano singolarmente
vicini al principio della passacaglia» (idem, pp. 95 e 96).
C ontrappunto ritm ico. È questa la categoria più originale della griglia ideata
da Arom, necessaria per una descrizione coerente delle musiche centrafricane.
In tale categoria, peraltro, trova efficace funzionalità l’indagine sul principio
generale che informa tali musiche: l ’ostinato, e la sovrapposizione sim ultanea
ed incrociata di ostinati di ampiezza e configurazione ritm ica diverse. Cosi
Arom: «N ell’Africa nera, questo tipo di contrappunto è essenzialmente forma
to da ritm i detti “incrociati”, vale a dire di figure ritm iche differentemente
interconnesse. È ciò che gli etnomusicologi anglosassoni intendono con cross-
rhythm [...] Il suo principio consiste nel mettere in relazione due o più figure
ritmiche in maniera che esse si incrocino piu che allinearsi» (idem, p. 98).
H oquet. Si tratta di un procedimento già esaminato da altri africanisti
(N ketia 1962), consapevoli dell’analogia fra l’omonimo procedimento me
dievale europeo e certe combinazioni africane. Confrontando definizioni re
lative alle procedure medievali con alcune riflessioni dello stesso Nketia, Arom
rileva come l ’hoq u et in Africa si manifesti soprattutto nella musica strum en
tale:
«Il procedimento è in effetti utilizzato nella musica di complessi di strumenti a
fiato, in cui ogni strumento non può emettere che un solo suono, intonato ad un al
tezza specifica. Quindi, le relazioni che intrattengono fra loro le differenti parti stru
mentali derivano da un contrappunto ritmico, che si manifesta in questi casi sotto la
forma più pura de\\'hoquet, e dalle loro imbricazioni risulta una poliritmia a altezze
fìsse, vale a dire stabilite sui gradi di una scala perfettamente definita. Cosi, median
te l’assemblaggio di suoni isolati, ma la cui imbricazione si effettua in punti estrema-
mente precisi, i musicisti centrafricani realizzano la costruzione di polifonie assai
fortemente strutturate» (idem, p. 99).
Concludendo la descrizione, Arom precisa altresì che i procedimenti iden
tificati appaiono più frequentemente com binati fra loro, piuttosto che isola
ti. Inoltre, essi si configurano come criteri astratti, risultato di una operazio
ne teorica, necessari per meglio comprendere la realta vivente delle musiche
centrafricane, per un approccio sistematico e consapevole ai dispositivi che,
nella pratica, ne determinano «la messa in opera» (idem, p. 101).
Più o meno negli anni in cui Arom conclude la sua trattazione delle poli
fonie e poliritm ie africane, sembra suscitare nuovo interesse la prospettiva di
valutare le testimonianze polifoniche del passato europeo (medievali e rinasci
m entali) comparandole con le polifonie viventi. Tuttavia, non si cercano piu
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M usiche tradizionali centrafricane
problematiche filiazioni delle une dalle altre, ma, piuttosto, si tenta di rein
terpretare i codici scritti sulla base della nuova consapevolezza emersa in
torno ai modi (sociali, culturali, performativi, ecc.) della polifonia di tradi
zione orale. Poiché i docum enti scritti non rappresentano, di per sé soli, la
prassi musicale coeva - ma costituiscono soltanto una momentanea fissazione
di alcuni suoi tratti - si fa strada la convinzione che gli stessi documenti scritti
vadano ricollocati in un orizzonte più ampio, e reinterpretati, ricostruendone
i probabili modi esecutivi e percettivi: in relazione a questi aspetti, natural
mente, le polifonie viventi rappresentano un modello pulsante, che può es
sere indagato efficacemente, proprio allo scopo di suggerire alcune infor
mazioni che né i codici pergamenacei, né i trattati antichi riescono a fornire.
A fondamento di questa nuova sensibilità si pone la convinzione che num e
rosi generi della musica medievale e rinascimentale europea siano stati ese
guiti per secoli con procedure performative assai sim ili a quelle proprie delle
culture di tradizione orale: una comune matrice “qualitativa” connoterebbe
certe espressioni medievali e le polifonie viventi, ed è proprio questo che ne
favorisce lo studio parallelo, nella speranza che la conoscenza e acquisizione
di metodi di indagine funzionali in un campo (polifonie dell’oralità) possano
suggerire m odelli interpretativi efficaci nella valutazione dei documenti stori
ci. Sulla pervasività della tradizione orale nella storia culturale europea si sof
fermava profeticamente Nino Pirrotta già alla fine degli anni Sessanta, con
una formulazione che ha assunto una valenza proverbiale:
«La musica di cui facciamo la storia, la tradizione scritta della m usica, può essere
paragonata alla parte visibile di un iceb erg, la maggior parte del quale resta invece
som m ersa ed invisibile. La parte che emerge m erita certam ente la nostra attenzione,
perché è tu tto quello che ci resta del passato e perché ne rappresenta la parte più
coscientem ente elaborata; m a le nostre valutazioni devono pure ten er presenti i sette
ottavi dell’iceberg che restano som m ersi, la m usica della tradizione n o n scritta. In o l
tre è a volte possibile che la considerazione generica puram ente negativa della massa
somm ersa, venga integrata da elem enti che, trasparendo nella tradizione scritta, ci
lasciano intravedere quello che accadeva al di sotto di essa» (Pirrotta 1984, pp. 177-
78; I a ed. 1970).
In tale prospettiva, Pierluigi Petrobelli ha assunto una certezza che riflette
prospettive completamente nuove n ell’interpretazione della storia culturale
dell’Europa medievale:
«[...] le form e di polifonia che di solito si elencano sono [...] in prim o luogo
p ro d o tto di fasi della storia ricche di diversificate valenze culturali ed anche sociali,
espressione di u n ’attività intellettuale estrem am ente sofisticata; esse sono pertanto
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M usiche tradizionali centrafricane
del tu tto al di fuori, al di sopra, della q uotidianità e, quindi, della norm a. La prova
più evidente sta nel fatto che le form e di polifonia fiorenti in concom itanza di quegli
eventi sono tu tte docum entate [...] soltanto attraverso la form a scritta. M entre, inve
ce, il progredire degli studi rende sem pre più evidente che la tradizione orale - l’affi
dare alla m em oria non solo singoli brani, m a addirittura interi repertori - costituiva,
nel M edioevo, la form a principe di trasm issione, il canale più diretto e più com une,
l ’hum us fertile e continuo attraverso il quale la pratica musicale di ogni giorno si
realizzava e tram andava» (Petrobelli 1989, p. IX).
L’orizzonte, dunque, si è perfettamente rovesciato: ciò che a ll’epoca di
Adler sembrava essere l’unico corpus degno di interesse (la polifonia scritta
documentata nei codici), si configura adesso come una produzione del tutto
eccezionale e quindi scarsamente rappresentativa della vita musicale nella sua
concretezza culturale e sociale.
Ancora a ll’inizio degli anni O ttanta si collocano alcuni studi che segnano
un’ulteriore espansione della ricerca in aree poco frequentate. Così, Hugo
Zemp esamina la musica dei complessi di flauti di Pan, ampiamente diffusa
nella M elanesia (Zemp 1973 e 1981). U n’altra singolare espressione vocale è
oggetto di uno studio di Jean-Jacques Nattiez, che evidenzia una valenza pro
fonda della polifonia - altrove definita dialogia m usicale - vale a dire la com
petizione e l’agonismo fra esecutori contrapposti. Alla base dell inconsueto
gioco di coppia fem m inile degli Inuit del Canada esaminato da Nattiez, si
pone un motivo di tre suoni, elaborato con una sfasatura a canone: 1 intenziona
lità prim aria delle due donne impegnate nel gioco non e produrre un espres
sione musicale, ma condurre un confronto ludico incalzante, che come effet
to sonoro esterno produce una combinazione polifonica. Nello stesso tempo,
la rete polifonica che si determina nel gioco costituisce un binario lungo il
quale le due avversarie determinano 1 evoluzione stessa della competizione:
un’ulteriore testimonianza, dunque, della funzionalità sociale e relazionale
che certe combinazioni polifoniche possono assumere (Nattiez 1983).
Successivamente, durante gli anni O ttanta e Novanta una particolare at
tenzione è dedicata all’indagine intorno agli aspetti simbolici ed iconici della
polifonia. In questa cornice, indagando sui canti di nozze dei Prespa, una
com unità m usulm ana albanese, Jane Sugarman osserva il contegno e le mo
dalità di partecipazione dei diversi esecutori, rilevando come 1 azione vocale
individuale nella polifonia sia determ inata dalla posizione occupata nell ordi
ne sociale (sesso, età, parentela); così, il processo di addestramento al canto, e
la stessa esecuzione cerim oniale della polifonia, costituiscono, nello stesso
57
M usiche tradizionali centrafricane
tempo, una complessa e stringente forma di educazione sociale e sentim enta
le:
«Due dei p iù im portanti attrib u ti che [i giovani] acquisivano nel corso della for
mazione per divenire cantori provetti erano, dapprim a sicurezza e com postezza nelle
situazioni sociali, e, quindi, un contegno pubblico che fosse appropriatam ente, quasi
in m aniera quintessenziale, fem m inile e maschile. Il canto, dunque, li preparava a
com portarsi in pubblico com e uom ini e donne irreprensibili, e l’esecuzione degli
adulti offriva loro im m agini stilizzate di come com portarsi m uovendosi nelle diverse
classi d ’età. A ncora oggi che orm ai pochi giovani im parano a cantare, quelli che lo
fanno, spesso apprendono le posture stereotipate da assumere d u ran te l’esecuzione,
nonché il tim bro vocale specifico del proprio sesso, ancora prim a di padroneggiare i
tratti musicali dello stile. [...] D i tu tti gli aspetti dell’id en tità sociale che i Presparé
im parano a conoscere attraverso il canto, la caratterizzazione sessuale è sicuram ente
il tratto fondam entale. In qualsiasi m om ento, in qualsiasi luogo, e in qualsiasi m odo
essi cantino, lo fanno in quanto fem m ine e m aschi [...] il canto inscrive continua-
m ente il loro senso della fem m inilità o della m ascolinità all’interno del loro schem a
del proprio corpo e ...negli schem i del pensiero» (Sugarm an 1989, pp. 207 e 208).
E le stesse polifonie di tradizione orale, grazie alle indagini degli studiosi,
subiscono nel tempo un singolare processo di “nobilitazione”, alfinterno di un
complesso “gioco di specchi” in cui si riflettono e rimbalzano im m agini e modi
di percezione di provenienza diversa. Secondo un’acuta riflessione di Annie
Goffrè, proprio la progressiva “scoperta” delle polifonie viventi, avrebbe pro
dotto un effetto significativo sul piano dei processi culturali. Infatti, come è
noto, la polifonia è stata considerata per lungo tempo il tratto specifico che più
profondamente ha connotato la musica colta europea; peraltro, proprio attra
verso i procedimenti polifonici - così si è pure ritenuto, altrettanto a lungo -
la cultura europea ha “trovato” la sua strada maestra verso la composizione
(progettazione consapevole e individuale, m editata nel tempo) e la complessi
tà, in poche parole, verso la “m usica d’arte”: ebbene, l’individuazione di pro
cedimenti polifonici nelle musiche di tradizione orale, ha comportato una
lenta promozione delle stesse, quasi che, dimostrando di poter produrre poli
fonia, potessero accedere a uno statuto musicale certo e più elevato, non più
problematico o ambiguo. L’individuazione di procedimenti polifonici, dun
que, ha prodotto una sorta di “nobilitazione” delle musiche tradizionali, de
terminando l’attribuzione di un “marchio di qualità” a quelle tradizioni m u
sicali che rivelavano di possederne. M a il gioco di specchi non si arresta agli
studiosi: i riflessi illum inano anche il sistema commerciale dello spettacolo, le
reti mediatiche, e rimbalzano sugli stessi esecutori, inducendoli ad un singo-
58
M usiche tradizionali centrafricane
lare processo che si può definire come “neo-polifonizzazione”, vale a dire la
creazione di nuove espressioni polifoniche oppure il “mascheramento” polifo
nico di espressioni monodiche. Così la Goffrè, in alcune sue incisive conside
razioni:
«C onvincenti ed attraenti, le polifonie vanno diffondendosi. Rappresentano allo
ra l’esotism o dei moderni? [...] Grazie ai m edia, le polifonie si fanno persuasive,
com pletano u n ’attesa di inatteso e offrono prospettive di diletto a un pubblico più
vasto. [...] le polifonie bulgare, esoterizzate, diventano un best-seller. [...] Così, sugli
interessi scientifici se ne sono innestati altri per prom uovere la produzione di polifo
nie di tradizione orale e, con un p o ’ di retorica, per utilizzare e orientare la loro
potenzialità estetica verso obiettivi diversi, per suggerire un senso, im porre u n ’im
magine... T u tta u n ’alchim ia per costruire il blasone di un gruppo» (Goffrè 1993, p.
94).
Per quanto concerne l’effetto di ritorno sugli esecutori, le osservazioni della
Goffrè sono altrettanto energiche: «L’effetto di feed-back non avrebbe tar
dato a manifestarsi sugli stessi produttori [...] La valorizzazione delle loro
polifonie li induce a perpetuarle, ma a fianco di una gestione abituale e diret
ta dallo stesso gruppo [...] altri criteri di gestione sono possibili [...] Così si
disegna una espropriazione ragionata delle polifonie orali» (Goffrè 1993, p.
94 e 95).
Ancora all’inizio degli anni Novanta, si e proceduto45a riunire, intorno ad
alcuni m ateriali, studiosi di provenienza ed interessi diversi ma riconducibili
alle prospettive della musicologia storica e dell etnomusicologia. Sulle tracce
di esperienze precedenti’’ , si continua la riflessione sui modi dell oralità e
deU’im prowisazione nella musica medievale europea, ed emerge con più chia
rezza una tendenza che mira a valutare criticam ente certe impreviste analogie
nei procedimenti polifonici rilevabili in aree pur molto lontane. In questa
prospettiva Frieder Zaminer esamina alcune polifonie caucasiche (Ossezia e
Abkazia) e - pur negando qualsiasi filiazione diretta - rileva certe somiglianze
con gli organa parigini e con altri procedimenti medievali, che possono essere
così descritte: a) combinazione di una melodia solistica con un sostegno di
lunghi bordoni mobili cantati da un coro; b) combinazioni diafoniche; c)
combinazioni a tre parti con brevi episodi di bochetus. Zaminer si interroga
4 “Colloque de Royaumont“ del 1990, tenutosi sotto la direzione di Michel Huglo e
Marcel Pérès; cfr. C. Meyer 1993-
5 Congresso internazionale di Cividale del Friuli, 1980; cfr. P. Petrobelli, C. Corsi
1989.
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M usiche tradizionali centrafricane
altresì sulle m odalità tim briche delle polifonie prim itive del M edio Evo euro
peo, con valutazioni suggestive:
«E tuttavia noi non saprem m o più dire oggi con certezza che suono abbiano avu
to le nostre polifonie prim itive. Ciò che fu depositato per iscritto attraverso la n o ta
zione, era in qualche m odo 1 idea musicale dei brani che si eseguivano. M a poiché
questa idea - a dispetto di tu tte le nostre conoscenze storiche - ci appare troppo
astratta, noi cerchiam o di attribuirle un apparenza sensibile. E per questo, il m ondo
musicale del Caucaso ci propone stim olazioni affascinanti» (Zam iner e Ziegler 1993
p. 75).
Sulle stesse questioni Susanne Ziegler (Zaminer e Ziegler 1993) sottolinea
come certe “parentele inattese”, fra passato medioevale e presente etnologico,
possano essere altresì considerate come effetto illusorio dell’impressione audi
tiva di chi ascolta, nonché di criteri di ricezione fondati su un filtro “m edie
vale arbitrario. La Ziegler ricorda, ad es., come le informazioni concernenti
la datazione delle polifonie georgiane siano inesistenti (ciò im plica la possibi
lità di una loro formazione post-medievale, ed anche piuttosto recente); se
gnala inoltre che molte delle registrazioni sonore disponibili, sul cui ascolto
sono state formulate alcune interpretazioni storico-culturali, sono realizzate
da cori professionali, con profonde alterazioni nella fonazione dei dialetti lo
cali e negli stili musicali areali. Ne deriva, come è facile arguire, la sollecitazione
ad un’estrema cautela nel manovrare questa prodigiosa “m acchina del tem
po”, attraverso i suoni dello spazio culturale, che pure affascina molti etno-
musicologi.
Ancora a proposito dei criteri generatori della polifonia e delle dinam iche
sociali ad essa sottese, illum inante è il contributo dell’etnomusicologo russo
Izaly Zemtsovsky. Considerando il canto polifonico come un veicolo di inte
razione sociale attraverso l’intonazione vocale, Zemtsovsky esamina le forme
del dialogo e della competizione, presupposto e fondamento di procedure
sonore che definisce dia logia m usicale, una sorta di alveo pre-polifonico, ter
reno di coltura di m odalità espressive m olteplici. Le forme di poesia cantata a
contrasto, o di canto antifonico in forma di “dibattito” - in cui si realizzano
forme di dialogo musicale - appaiono così numerose e diffuse da indurre Zemt
sovsky a puntualizzare:
«I canti dialogici rappresentano senza dubbio i p rim i esempi della m usica p ra ti
cata in gruppo; alcuni di tali canti servono inoltre a stim olare il canto corale. Benché
la dialogia non conduca autom aticam ente alla plurivocalità, nel senso proprio del
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M usiche tradizionali centrafricane
termine, ogni dialogo è polifonico di natura. Se non si trasforma subito in canto
plurivocale, nondimeno lo suggerisce. Il semplice effetto d’eco, la semplice ripetizio
ne altrui è già più che canto monodico. [...] la ripetizione è il fondamento della
polifonia» (Zemtsovsky 1993, p. 24).
Lo studioso russo, quindi, definisce la dialogia musicale come una «forma
particolare di pensiero creativo»; nello stesso tempo, costituisce un efficace
categoria interpretativa per indagare il con tin u u m dell’espressività vocale e
della comunicazione verbale. Infatti, il dialogo può manifestarsi sia come il
momento iniziale delle forme polifoniche conosciute, sia come il presupposto
per il consolidamento della giustapposizione di linee (antifonitt e tuilagé).
Infine, sul piano della riflessione teorica, si segnala una recente esperienza
veneziana dedicata segnatamente ai criteri di analisi e classificazione delle pro
cedure polifoniche6, che ha visto particolarm ente attivo ancora lo stesso Simha
Arom; per quanto concerne la documentazione sonora, preziosissima appare
l’antologia in tre CD coordinata da Hugo Zemp7 e dedicata, emblematicamente,
a Les Voix du monde, comprende esempi sonori assolutamente straordinari - e
rarissimi, nonché curati e rieditati con estrema cura - provenienti da tutti i
continenti.
6 Seminario dedicato a Classificazione ed analisi dei procedim enti polifon ici. Vi hanno
partecipato M. Agamennone, S. Arom, M. Baroni, S. Facci, F. Giannattasio, G. Giu-
riati, J. Molino, G. M orelli e numerosi studenti di Etnomusicologia di “C a’ Foscari”;
si è svolto a Venezia nel gennaio 1995, a cura della Scuola Interculturale di Musica/
Istituto di Studi Musicali Comparati, Fondazione “G. Cini” e Università di Venezia/
Corso di laurea in Conservazione dei beni culturali; a tal proposito cfr. Agamennone
1996.
7 Les voix du monde. Une anthologie des expressions vocales , coordinata da FI. Zemp,
concepita e realizzata da G. Léothaud, B. Lortat-Jacob, con la collaborazione di J.
Schwarz e Tran Q uang Flai, Le C hant du Monde, CMX 3741010.12, 1996
61
M usiche tradizionali centrafricane
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63
M usiche tradizionali centrafricane
Musica e donne in Africa centrale
Serena Facci
«Il m io cuore è così felice
il mio cuore vola cantando
oltre gli alberi della foresta
La foresta, la nostra casa, la nostra m adre
N ella m ia rete ho catturato un piccolo uccello
un piccolissimo uccello
e il mio cuore è prigioniero
nella rete, col m io piccolo uccello».
(C anto per la nascita, Efé)Il
Il tema e accattivante e diffìcile. L area a cui ci si riferisce è vastissima e
brulicante di una m iriade di popolazioni diverse per provenienza, storia e abi
tudini culturali. L’habitat predominante, la foresta equatoriale, stabilisce dal
canto suo regole ferree per la sopravvivenza di queste culture che con essa, nel
bene o nel male devono fare i conti. Il bellissimo testo del canto Efé messo in
epigrafe, vede protagonista una donna, da poco diventata madre. L’ecosiste
ma della foresta vi è invocato come involucro protettivo e generatore in cui il
miracolo della nascita e dell’amore materno si perpetuano in un instancabile
inno alla vita: la foresta ci nutre, ci protegge, ci consente di rinascere e di
liberare oltre i suoi stessi confini la nostra gioia.
Non molto distante dallo stanziamento degli Efé, una popolazione bantu
d ell’attuale Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire), i Nande che vivo
no di agricoltura sottraendo alla foresta i campi da coltivare, ha elaborato una
serie di divieti tali da creare per le donne una sorta di cintura sanitaria nei
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M usiche tradizionali centrafricane
confronti della foresta: una donna non può recarsi nella foresta né può man
giare cibo proveniente dalla foresta, ma non può nemmeno suonare gli stru
menti m usicali, che sono spesso costruiti con m ateriali provenienti dalla fore
sta. In questa realtà variegata la musica occupa comunque un posto di grande
rilievo tanto da poter essere assunta come una delle chiavi di lettura e di pe
netrazione all’interno di queste realtà culturali. A testimoniarlo c’è ormai un
cospicuo patrim onio di registrazioni messo insieme a partire dagli anni ’50
da ricercatori occidentali e, ultim am ente pur tra mille difficoltà, anche dagli
stessi protagonisti, m usicisti e studiosi locali.
C hi scrive ha svolto alcune ricerche sul campo in Africa centro-orientale,
ex Zaire, Burundi, Tanzania. In queste realtà, per orientarsi nel panorama
musicale, è stato quasi necessario rendere evidenti i confini che separano la
realtà maschile da quella femminile, confini interpretabili all’interno di due
dicotomie essenziali: pubblico-privato, eccezionale-quotidiano. La musica delle
donne, infatti, si svolge spesso nella sfera privata della vita quotidiana, anzi,
capovolgendo il discorso, si può dire che proprio alle donne si deve l’origine
e il mantenimento in vita di tutta una serie di repertori poveri , basati spes
so solo sul canto, che formano la m usicalità di base di una cultura, sono per
no dell’educazione musicale dei piccolissimi e offrono, attraverso i loro testi
verbali, una preziosa chiave di lettura per entrare nel sentire comune e nelle
abitudini di un determinato gruppo.
Del resto tutte le antologie di musica dei popoli centrafricani, compresi i
pigm ei, contengono alcuni canti significativi in questo senso e di grande bel
lezza: ninnenanne e altri canti destinati ai piccoli, ma anche canti di passa
tempo”, come l’imitazione delle api contenuta in una raccolta dei Baka cura
ta da Sim ha Arom. N ell’ambiente intim o e raccolto delle capanne anche al
cuni canti rituali, come quelli per il B ondo degli Aka, riportato sempre da
Simha Arom, possono essere rieseguiti in maniera semplificata, senza stru
menti e soprattutto con un’emissione vocale sommessa e quasi sussurrata,
tipica della musica “domestica”.
L’ambito lavorativo delle donne, sia nelle società dei cacciatori pigmei sia
in quelle dei coltivatori bantu che dei pastori nilotici, e distinto da quello
degli uom ini. Per questo i canti legati al lavoro sono sensibilmente diversi da
quelli degli uom ini. Scorrendo ancora le antologie di musica dei pigm ei, per
esempio, ci si rende conto che le donne, che hanno il compito della raccolta,
65
M usiche tradizionali centrafricane
hanno prodotto una serie di canti e di richiam i da eseguire durante questa
attività, differenti dai richiam i di caccia eseguiti dagli uom ini. I canti per la
partenza e il ritorno dalla caccia che tanta parte occupano nella realtà m usica
le dei popoli della foresta appartengono invece alla sfera rituale. In questo
caso la partecipazione delle donne è determ inante, in quanto la coralità del
villaggio nella sua interezza è chiam ata a partecipare all’evento, ma sistem ati
camente, nella complessa struttura polifonica dell’insieme il coro delle donne
svolge un suo differenziato e ben definito ruolo. Il mondo fem m inile quindi
è spesso legato a specifici ruoli e/o repertori m usicali segno di una delim ita
zione di spazi esistenziali all’interno delle società.
In Burundi fin d all’età puberale la ragazza è definita um uzezwanzu, re
sponsabile della casa, e um unyakigo, colei che deve restare nel cortile dietro
casa. Con il matrimonio che impegna la ragazza a stabilirsi a casa del marito
le responsabilità e il carico di lavoro per la gestione del ménage domestico
aumentano, ma non cambia la generale condizione sociale di sottomissione:
«la gallina non può cantare davanti al gallo», dice un proverbio a significare
che le donne non possono parlare con ospiti ed estranei in presenza del capo-
famiglia. E questa situazione di parziale segregazione a generare una sorta di
mondo a parte femminile contraddistinto dai rapporti stretti tra donne, dai
gesti ripetitivi del lavoro di tutti i giorni, dalla presenza dei bam bini piccoli
da accudire, da comportamenti che le abitudini sociali vogliono sommessi e
riservati. La m usicalità legata a questa realtà quotidiana ne tradisce appieno
l’essenza. La vocalità usata nelle ninnenanne e nei canti che accompagnano il
lavoro (canti per il burro o per la preparazione della farina) è intim a e delica
ta, ben diversa dalle emissioni piene utilizzate nei canti “pubblici” eseguiti
nelle occasioni festive.
È in questo habitat fatto insieme di com plicità e codifìche sociali che na
sce uno dei repertori polifonici più interessanti della cultura rundi: i saluti
cantati akazehe. Scam biati (oggi sempre più raramente) al momento dell’in
contro tra amiche, sorelle, o comunque tra donne legate da parentela di na
scita, questi saluti sanciscono nel perfetto equilibrio esistente tra le parti nel
gioco polifonico, la parità e solidarietà tra le due esecutrici. Riportiamo di
seguito la trascrizione di un breve frammento e la traduzione di un akazehe
registrato a Rutana nel sud del Burundi nel 1993.
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M usiche tradizionali centrafricane
a» yambuyambu gamvana wanje yambu yambu niweve maronko
ego ye - go ; ego ma-ma ; ego ye - go ; ego ma
ni vewe ga inganza mihigo ni wwe ga mwana to marna
ndabukonje ninaza iw v e ninaz'i -yawe nsang ari yeve . ga-
- ma ; e go ye T go ■ e go ye 7 go | e go ye 7 go ; e go ye -
mvanaVama ' gir'ivyurya nivy'uh'uviwawe _ girincu- ti : gir'
e go ma - ma : e go ye -
T ra d u z io n e del testo
Ciao, ciao, figlia m ia/ C iao ciao, sei tu la m ia ricchezza/ Sei tu vincitrice di sfide/ Sei
tu, sorella m ia/ T i vedo se vengo da te/ T roverò che sei tu sorella m ia/ C he tu possa
avere da m angiare e altro da dare alla persona cara/ C he tu possa avere parenti e un
com pagno/ T i vedo, evviva tuo padre/ Ripeto, trovo che sei proprio tu / T i chiedo
dei tuoi a casa, del tuo com pagno/ Che tu possa vivere in arm onia con i tu o i figli/
Sono beni aggiunti ad altri/ Pure da me, essi vivono/ N on tan to m ale/ Pure io non
sto tan to m ale/ V enni e pregai G esù, Gesù C risto per poter vederci/ E ora, cara ci
siamo viste/ C he tu possa aver da m angiare e altro da dare alla persona cara/ C he tu
possa avere parenti e un am ico/ M entre chi am a le liti crea inganni/ Che tu possa
vivere nell’unione/ C he tu possa avere o spiti/ C he tu possa avere parenti/ C he tu
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M usiche tradizionali centrafricane
possa avere un com pagno/ C he tu possa avere una buona salute e una lunga v ita/
C he tu possa vivere e io p u re/ C he tu possa vivere a lungo e io p u re/ C he tu possa
avere bontà e serenità / V enni, pregai G esù, Gesù C risto / Per poterci vedere/ E ora,
cara, ci siamo viste/ E ora parliam oci in buona intesa/ Parliam oci abbracciandoci/
C he tu possa m ettere al m ondo bam bini/ e portarli sulla schiena. È tu tto bene/ C he
tu possa prendere la strada che va a casa tu a / Q uella che va dai tuoi è la strada giusta/
Pace a te figlia m ia/ V ieni cara perché ti chieda/ perché ti chieda se tu tti i tu o i/ gli
amici che frequenti e tu tti i parenti stanno bene/ A nche per me è lo stesso/ Q u an d o
arriverò a casa nostra/ T rasm etterò i saluti/ Ascolta cara il m io messaggio/ Q u an d o
arriverai a casa vostra/ trasm etti i saluti a coloro che li trasm ettono/ N o n baderò ai
guardiani del tam buro reale/ Saluterò pure il piccolo, ti ascolto, non ho nulla di più
di te.
Le due parti sono denom inate gu tera (lanciare, proporre) e kwakira (rice
vere, raccogliere). La prim a conduce il gioco combinando a d libitum i seg
menti melodici e le formule poetiche tipiche del particolare tipo di saluto che
si sta eseguendo. La seconda invece è una parte di risposta e di sostegno che si
configura come un ostinato. Regola fondamentale àt\Y akazehe è che, a segui
to di alcune frasi convenzionali lanciate dalla donna che assume per prima il
ruolo di gu tera, le due esecutrici si scambino i ruoli: quella che aveva iniziato
con gu tera deve passare a kwakira e viceversa. Questo avvicendamento nelle
due parti è detto kwakiranwa, ovvero “portare a turno un peso”. In Burundi,
come in molte altre zone d ell’Africa, spetta infatti alle donne il compito di
portare sulla testa o sulla schiena i carichi di generi alim entari o di acqua.
L’opportunità di avvicendarsi nel sopportare il peso è considerata dunque
prezioso segno di solidarietà. Il peso, in un certo senso “croce e delizia”, è
negli akazehe \\ ruolo creativo e leaderistico di gu tera. “T i vengo in aiuto, non
voglio prendere le tue ricchezze”, oppure “Ti ascolto, non ho nulla più di te”,
queste sono due tra le frasi convenzionali utilizzate dalle donne al momento
dello scambio dei ruoli. La possibilità di diventare protagonista è sentita come
una ricchezza da condividere.
L 'akazehe è un saluto tra pari e molte delle cose dette finora sono conse
guenza della paritetica condizione sociale esistente tra le donne che si saluta
no. La cerim onialità del saluto, infatti, prevede in Burundi una ben precisa
“etichetta”, funzionale alla riaffermazione chiara e inequivoca della relazione
che lega i due protagonisti del saluto. Questa cerim onialità si struttura in
norme di comportamento, gesti e soprattutto dialoghi stereotipati, spesso
accompagnati da una particolarissim a intonazione prosodica che distingue
nettamente la “sonorità” del saluto da quella del parlare ordinario. L 'akazehe
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M usiche tradizionali centrafricane
porta alle estreme conseguenze le possibilità offerte da questo singolare tipo
di cerim onialità quotidiana: cosi la prosodia si fa musica, il dialogo si fa in
treccio polifonico.
Proprio il particolare gioco polifonico tipico dell 'akazehe apre un nuovo
scorcio nell’osservazione del rapporto tra donne e musica. Come si può vede
re dalla trascrizione le melodie di gu ferà e di kwakira sono formate dalla ripe
tizione di due brevissimi frammenti melodici che si potrebbero definire un
antecedente e un conseguente. In quest ultim o compare in gu ferà e viene riaf
fermato in kwakira il tonus fìn a lis del modulo scalare Sol. L incastro o meglio
l’inseguimento polifonico, che prevede una tassativa successione nelle entra
te, è tale da consentire alla cantante che esegue kwakira di ascoltare la succes
sione melodica della cantante che esegue gu ferà. Questa può decidere, soprat
tutto in relazione alla lunghezza della frase di augurio, consiglio, richiesta di
informazioni che sta costruendo, di insistere nella ripetizione dell’anteceden
te. La cantante che esegue kwakira allora seguirà 1 altra in questo gioco, che
noi percepiamo come di sospensione tonale, per scendere sul tonus fìn a lis solo
dopo aver sentito che la compagna ha enunciato il suo conseguente.
Il gioco necessita dunque di una notevole concentrazione e abilità percet
tiva oltreché im prow isativa. Per una buona riuscita dell akazehe, infatti è ne
cessario non fermarsi, non impappinarsi, non perdere la giusta combinazione
ritm ica: “Non litighiam o, piuttosto battiamo le m ani” recita uno dei versi.
Akazehe viene dal verbo kuzihora che vuol dire chiacchierare. C i sono però
anche altri term ini per indicare i saluti cantati, tra cui akahibongozo, che vie
ne dal verbo guhibongoza, ovvero fare qualcosa in modo perfetto e con ele
ganza. Il tempo che solitamente deve essere dedicato ai saluti viene cosi riem
pito in maniera giocosa e artistica. Attraverso Yakazehe le donne rundi hanno
trovato il modo di impiegare in modo creativo il tempo e le regole che scan
discono la loro vita quotidiana.
Esiste però anche un ambito di eccezionalità in cui le donne giocano un
ruolo di primo piano. Appannaggio femminile quasi esclusivo è in molte cul
ture d ell’Africa centrale la ritualizzazione di alcuni momenti centrali per la
com unità come la nascita e ¡1 matrimonio.
T ra i Nande dell’ex Zaire la nascita di un bambino era, prima dell ospeda
lizzazione, assistita da un gruppo di donne anziane, le avakekulu, che avevano
anche il compito di supportare le cure mediche con una sene di danze rituali
collocate soprattutto nei momenti più critici. Tra questi il taglio del cordone
ombelicale, atto assolutamente segreto la cui vista era vietata agli uom ini e
durante il quale veniva intonato un canto anch’esso segreto, al pari di quelli
69
M usiche tradizionali centrafricane
legati alla circoncisione maschile, e il momento della prima esposizione del
bambino al sole:
«Una volta io cullavo altri bambini
ora ecco il mio bambino.
A volte io lo porto sul mio petto
a volte salgo sugli alberi col mio bambino
ma lui non può cadere.
Ecco il mio bambino».
(Canto per la prima esposizione del bambino al sole, Nande).
Questo canto accompagna una danza eseguita dalla nuova madre che as
sume in questo caso il ruolo di om w im b iriri (cantante solista). I gesti evocati
dal testo sono quelli tipici del comportamento di una scimmia, che all’inizio
della danza viene infatti nominata. Il coro delle altre donne risponde con un
ritornello secondo un tipico stile antifonale, utilizzato in molte zone dell’Africa,
e tra i Nande soprattutto dalle donne in base al quale il tempo degli interven
ti corali è assolutamente rigido e delim ita così gli spazi di libertà im prow isa-
tiva della solista.
Il matrimonio, invece, soprattutto per le popolazioni bantu coltivatrici
dell’area, si configura come un atto pubblico com unitario in cui l’essenza
delle regole economiche e sociali su cui si basa la collettività, vengono rinno
vate e sancite attraverso una serie di atti rituali precisamente codificati. Tra
gli Haya della Tanzania, per i quali il matrimonio è ancora oggi uno dei mo
menti maggiormente vitali della tradizione, ogni fase, dalla richiesta di fidan
zamento, alla segregazione della futura sposa, alle cerimonie di addio alla fa
m iglia materna, percorso e arrivo presso la nuova fam iglia, incontro e segre
gazione degli sposi fino all’aw en uta consumazione dell’atto sessuale, è ac
compagnata da un ben definito rituale scandito da precisi canti detti am azi-
na.
Sim ili per funzione agli am azina degli Haya sono in Burundi gli im vyin o
accompagnati dal battito delle mani e, tra i Nande, l’ amatakio. Si tratta di un
corpus di canti che accompagnano il matrim onio, la cui esecuzione è affidata
alle donne e, più specificatamente, alle ragazze. Questi canti, sovente gioiosi
e accompagnati da danze, evidenziano il carattere di contratto sociale del
matrimonio esponendo in maniera chiara e inequivocabile una serie di regole
a cui i futuri sposi dovranno attenersi. Si tratta di una sorta di diritto di
fam iglia cantato, non esente, spesso, da considerazioni amare circa il futuro
della giovane sposa:
70
M usiche tradizionali centrafricane
«Io ero la figlia preferita dei m iei genitori
io passavo tutta la m ia giornata seduta.
Ricorda che il piatto più grande deve essere per tuo marito.
Sono perduta. No, non sei perduta».
(Canto per il matrimonio intonato dalle sorelle dello sposo, Nande).
«La sposa è al sole!
M adre, si raccolgono i frutti buoni per te!
Tua madre e tuo padre ti salutano
Salutali, perché tu stai andando via
La donna che troverai è tua madre
Devi chiamare madre tua suocera
Non devi guardare indietro
Tua madre diventerà tua zia».
(Canto eseguito al momento della partenza della sposa, Haya)
I canti rituali fem m inili di cui abbiamo parlato hanno una struttura mo
nodica, o al massimo per parallele di terza. La forma è spesso antifonale e
vede una sorta di colloquio tra una protagonista (la madre, la sposa, ecc.) e un
coro. La vocalità è forte e spiegata, lo stile sillabico, le parole ben intellegibili.
Queste caratteristiche che accomunano molta musica vocale africana bantu e
trovano nei repertori fem m inili una sorta di codificazione essenziale e quasi
conservativa, sono completamente differenziami rispetto allo stile polifonico
tipico dei pigmei.
Tra le raccolte di musica dei pigmei vogliamo ricordare quella storica,
curata da Colin Turnbull negli anni ’50 tra gli M buti dellTturi, in cui è con
tenuto un bellissimo canto di matrim onio, nello stile polifonico tipico degli
M buti, che viene eseguito per proteggere la nuova unione e con essa 1 intero
villaggio da qualsiasi pericolo di distruzione.
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72
M usiche tradizionali centrafricane
Su alcune impreviste parentele
fra le polifonie medievali e africane*
Sim ha Arom
«The secular m usic o f the earlier M iddle Ages shares its
m ost essential quality w ith the music o f the Prim itives:
its scriptlessness [...] T hus medieval music shares w ith
non-E uropean prim itive music the reliance on mem ory,
tradition, im provisation and non-intellectualism ».
C u rt Sachs, “Prim itive and M edieval Music: A Parallel”,
in J o u rn a l o f Amer. M usicol. Soc., X III, 1960, pp. 43-44
«N on esistono procedim enti, non esistono qualità spe
cifiche che noi possiamo attribu ire come proprie a una
m usica scritta che n o n si trovino pure presenti nelle
m usiche di tradizione orale [...] In ultim a analisi ciò che
verifica l’opporsi e la differenza delle due m usiche non è
tanto ciò che l’una o l’altra non ha, quanto p iu tto sto ciò
che l’una ancora possiede e ciò che l’altra p iù non ha».
A ndré Schaeffner, O rigin e des instrum ents d e m usique,
Paris, Seuil 1939, p. 342
La frase che chiude il secondo dei due brevi testi posti qui sopra in esergo
allude alle “inconvenienze” della scrittura e al carattere di sclerotizzazione
che ad essa si connette. A proposito di ciò di cui ci occupiamo in questa sede,
vorrei sviluppare in modo particolare il contenuto della prima citazione, di
scutendo di come si dia la presenza di processi e tecniche musicali consimili,
pur docum entati in am biti culturali del tutto e per tutto distanti e divisi.
Muovendo da un raffronto fra alcuni procedimenti che si erano creduti
* Traduzione dal francese di Giovanni Morelli. Il testo originale, dal titolo Une p a
renté inattendue: polyphonies m édiévales et polyphonies africaines, è stato pubblicato in
Polyphonies de tradition orale. H istoire et traditions vivantes, Actes du Colloque de Royau-
mont 1990, a cura di C. Meyer, Paris, Éditions Créaphis 1993, pp. 133-48.
73
M usiche tradizionali centrafricane
propriamente specifici della musica medievale europea con altri che da secoli
sono praticati in Africa centrale, vorrei perciò porre l’accento su un certo
numero di notevoli somiglianze riscontrabili sul piano della strutturazione
del linguaggio musicale nelle pratiche di due civiltà molto distanti nello spa
zio e nel tempo. La prim a fonda la propria tradizione sulla scrittura, la secon
da su procedure orali. Le musiche della prima possono essere datate; non è
possibile invece ricostruire una storia delle altre. Pure si riscontra in queste
ultim e l’esistenza degli stessi procedimenti fondamentali cui han fatto ricorso
le prime, le musiche della tradizione occidentale, tanto per quel che concerne
l’organizzazione temporale dei singoli fatti sonori quanto per quel che con
cerne l’organizzazione polifonica degli stessi.
Tratterò qui solo delle tecniche m usicali africane veramente riconoscibili
come p o lifo n ich e (eviterò pertanto di prendere in considerazione sia l ’e tero fo
nia che il t u ila g e f.
Per tecn ich e p o lifo n ic h e 2 intendo quel canto, sia strum entale che vocale,
che muove per condotte parallele - hoquetus v el contrapunctus. N ell’ambito
della musica strum entale, è necessario distinguere le espressioni che si basano
su strumenti atti a realizzare melodie (ovvero ordinati su una scala di altezze
definite: xilofoni, arpe, sanza , ensemble di trombe) da quelle che si basano su
strumenti atti a realizzare soltanto ritm i (tam buri, campane, sonagli di diver
so tipo e così via), produttori di suoni che nulla hanno a che fare con un
sistema determinato di altezze. Suoni che si definiscono opponendosi per fa
sce di registro all’interno delle quali gli intervalli non assumono pertinenze
d’ordine melodico.*1
1 Con il termine eterofonia si indica la comparsa sporadica, nella linea di una melodia
eseguita da un gruppo vocale e considerata come m onodica, di disparità intervallari si
multanee, collocate in posizioni indeterm inate, sia in consonanza che in dissonanza. Ac
cidentale, ovvero puramente ornamentale, la plurivocalità che si effettua in queste com
binazioni non ha carattere di regolarità né presenta forma alcuna di sistematicità. Nelle
musiche monodiche a organizzazione responsoriale, basate sulla alternanza di due vocali
sti, vocalista/coro o due cori, può accadere che uno dei due solisti o uno dei due cori
intoni la sua parte quando la parte del solista o del coro precedente non sia ancora term i
nata. In queste circostanze si attuano, per brevi tratti, eventi di rudimentale plurivocali
tà, denom inata tuilage.
1 Arom ha introdotto una specifica distinzione fra procedim en ti polifon ici, caratteriz
zati da una estesa indipendenza ritmico-melodica fra le parti, e procedim en ti plurilineari,
che non rivelano tale condizione. A tal proposito, cfr. «Le polifonie viventi. Storia di una
scoperta, procedimenti e tassonomie» in M. Agamennone (a cura di), Polifonie, Venezia,
il Cardo 1996 [N.d.c.].
74
M usiche tradizionali centrafricane
Sul piano dell’organizzazione temporale si deve innanzitutto metter in chia
ro che in Africa si praticano esclusivamente musiche misurate . In tutte le
tradizioni musicali africane si riconoscono come musicali soltanto le manife
stazioni in cui si evidenzino netti rapporti proporzionali nelle relazioni di
durata. Detto in altro modo: si riconosce come canto qualsiasi organizzazio
ne di suoni che sia in grado di sostenere una danza. Ciò dimostra la centralità
che riveste, nella musica africana, l’organizzazione temporale.
Nelle musiche tradizionali africane la strutturazione delle durate nel tempo
(vale a dire: il ritmo) deriva da una impostazione rigorosamente aritm etica che
si esplicita su due livelli:
1. l’inquadram ento “periodico degli eventi (ritm ici);
2. il loro ordine (la loro articolazione) all’interno dell inquadramento stesso.
In effetti, ogni entità musicale - monodica o polifonica che sia - è subordi
nata a un inquadram ento periodico di tipo fisso, basato su un preciso numero
(intero e perlopiù pari) di pu lsazion i (regolari) equidistanti: un numero che
del fenomeno musicale è l’arm atura metrica. È su questa periodicità di pulsa
zioni che si costituisce l ’ordine dei contenuti ritmici propri di ogni singolo
brano musicale e delle loro ripartizioni articolatorie.
U na simile organizzazione del tempo si evidenzia a causa della assenza di
un livello intermedio posto fra l’ordine globale del periodo e 1 ordine indivi
duabile delle pulsazioni: intendo quel livello intermedio della m isura fondata
sui tempi forti che è proprio delle musiche occidentali moderne. Nella musi
ca africana le pulsazioni che costituiscono il periodo dispongono di uno sta
tuto di assoluta equivalenza. La pulsazione, caso per caso, si suddivide in va
lori m inori, molto brevi: due, tre, anche cinque; possono essere intesi quali
referen ti d i densità, e si configurano come va lori operazionali m im m i. Equi
valgono pertanto alla durata m inim a che definisce la pertinenza, con iata in
un sistema in cui tutti gli altri eventi temporali (su cui s’articolera la musica)
si costituiscono necessariamente come dei m ultipli di tali valori-durata di
pertinenza minim a. È dunque a partire da questi valori m inim i che si va a
configurare ritm icam ente la peculiarità dei brani musicali; nella polifonia, e
ancora su questi valori m inim i che si configura ciascuna parte.
Si sarebbe tentati di credere che musiche basate su reiterazion i regolari di
figure calib rate n el tem po siano facilmente assim ilabili, anche da un orecchio
ad esse musiche non educato. Non è vero: la percezione di configurazioni
ritm iche di questo tipo è invece assai difficile. Si tratta di una difficoltà che e
determ inata dal tratto più caratteristico di queste musiche che è proprio quel
l’am biguità che s’accende fra la regolarità della metrica e gli eventi ritm ici che
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M usiche tradizionali centrafricane
ad essa si oppongono, sistem aticam ente disposti a conflitto con la rigidezza
metrica del brano intero. Ne risulta una forma ritm ica nettamente definita
dalla sua con tra -m etricità che nega a ogni istante la caratura regolare del tem
po.
Questo fenomeno culm ina laddove in un contesto poliritm ico si assiste a
una sovrapposizione di due diversi conflitti: la tensione - già segnalata sopra -
che oppone strutture metriche a strutture ritm iche, da una parte, e, dall’altra,
l’antagonismo che s’innesta fra il contenuto ritmico delle singole figure e quello
del complesso delle altre. La poliritm ia africana si caratterizza per lo svolgi
mento simultaneo di più e diverse m atrici ritm iche, ciascuna delle quali pre
senta un’articolazione differente nel rapporto con la struttura normativa del
tempo, ovvero con quella pulsazione che coordina tutte le fasce ritmiche.
L’intricarsi dei fenomeni risultanti, associato al doppio antagonismo di cui
s’è detto, suscita nell’ascoltatore un sentimento d’incertezza, un senso di am
biguità che dura quanto dura la musica e cessa quando essa finisce. Si desume
da ciò che nel farsi ritmico e poliritm ico di una gran parte delle musiche
tradizionali africane l’am biguità si trova ad essere posta come un principio
costitutivo.
PRINCIPI RITMICI E POLIRITMICI
N ell’organizzazione temporale delle musiche dell’Africa centrale, la sim m e
tria e l’asimmetria - principi solo in apparenza contraddittori - sono m ante
nuti in stato di permanente interazione. L’una e l’altra si rendono evidenti
lungo la traiettoria delle componenti concom itanti che sono, dall’una parte
la m etricità e la p eriod icità , d all’altra il ritmo. Q ui di seguito, tenterò di de
scrivere i rapporti fra queste componenti concomitanti.
La periodicità è attestata da un numero costante - in genere p a ri - di pul
sazioni equidistanti. In questo, possiamo cogliere un primo tipo di procedi
mento per la determinazione di sim m etrie, ottenute mediante traslazione
“in blocco” di precisi periodi. Inoltre, ogni periodo ha un suo proprio carat
tere essenzialmente simmetrico, in quanto il numero di pulsazioni che lo co
stituiscono è sempre un numero divisibile per due. Talvolta anche più volte
divisibile per due (m ultiplo di due). Pertanto un piccolo periodo basato su 12
tempi può essere segmentato in due sistemi di 6, a loro volta divisibili ciascu
no in due sistemi di 3 tempi.
76
M usiche tradizionali centrafricane
Nelle musiche tradizionali dell’Africa centrale la simmetria degli ordini
metrici è spezzata ricorrentemente dall’articolazione della sostanza ritmica
che su quella stessa sim m etria si innesta. Queste rotture della sim m etria pro
cedono tutte da un effettivo contro-principio di contra-metricità. L articola
zione ritm ica è infatti contra-metrica laddove l’occorrere di accentazioni o di
mutazioni di timbro è essenzialmente realizzato in contrattem po.
Le strutture di tipo em iolico, invece, si definiscono per come fra il numero
delle cellule ritm iche comprese in un periodo e il numero delle pulsazioni che
misura le loro durate predominano relazioni frazionarie di tipo 2/3 o 3/2
(ovvero 3/4 o 4/3), o di loro m ultipli. Strutture di questo genere possono
essere interpretate come ripetizioni, all’interno di un periodo, di una stessa
identica cellula, o di una cellula di sim ile configurazione, tali però che la loro
posizione in rapporto alle successive pulsazioni si trovi sfasata di volta in vol
ta nel corso delle iterazioni. Questo d éca la ge risulta dalla sovrapposizione di
due progressioni aritm etiche di diversa natura; possono essere infatti metrica
Luna e ritm ica l’altra, oppure entrambe diversamente ritmiche. Procedimenti
di questo tipo non sono applicati soltanto in successione sull asse orizzontale,
ma anche - in un contesto polifonico - nell’articolazione ritmica di due o più
condotte differenti. Si può forse sostenere anche che l’uso frequente di sim ili
procedimenti in un contesto informato dalla verticalità sia uno dei caratteri
fondamentali e specifici della poliritm ia africana: il principio stesso che gene
ra i ritm i incrociati.
L’irregolare contra-m etricità delle strutture di tipo emiolico porta queste
stesse strutture a contrasto con altri procedimenti, così che viene sempre messo
in atto un costante processo di divario scalare di fasi.
S’è visto, in queste musiche, che la caratterizzazione della periodicità si
basa su un numero intero di pulsazioni. Queste pulsazioni possono essere
riferite alle descrizioni del tem pus prodotte dai teorici occidentali del secolo
XIII, ovvero a quelle del tactus nei secoli XIV-XVI: entrambi caratterizzati
daU’isocronia e dall’assenza dei tempi forti. Le pulsazioni pertanto sono sullo
sfondo di tutti gli eventi “m usicali”. Se il tactus peraltro è un regolatore del
tempo di tipo neutro, la pulsazione non costituisce m ai, nelle musiche africa
ne, un marcatore di accenti. Perlopiù, infatti, essa non si materializza affatto:
è solo e soltanto sottintesa così che resta inaw ertibile da un orecchio non
allertato a riconoscerla. Solo i soggetti appartenenti a una com unità culturale
specifica, e solo quelli, sono in grado di materializzarne l’esistenza in un qual
sivoglia brano musicale appartenente al loro patrimonio culturale.
Un altro punto di convergenza: nelle musiche africane la pulsazione - così
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M usiche tradizionali centrafricane
come il tactus nelle occidentali, a partire dal secolo XIV - è suscettibile di
divisioni per tre o per due, corrispondenti ai tempi perfetti o imperfetti, ossia
alle prolazioni maggiori e m inori. Il ruolo delle prolazioni si identifica con i
valori operazionali m inim i. Sono infatti le prolazioni che consentono un ap
prendimento rigorosamente aritm etico delle organizzazioni ritm iche e m etri
che delle musiche africane.
Procedimenti di questo tipo possono essere confrontati con i conflitti rit
mici praticati e in gran voga nelle scritture polifoniche del secondo Trecento.
Lo si vede in compositori come Jacques de Senleches, Suzoy, Jean Galiot,
Johannes C iconia: per fare un esempio si pensi al v irela i a tre voci Sus
un ’fo n ta y n e del detto Ciconia, un pezzo in cui il ten or e il con tra ten or altus
adottano una m isura binaria che si divide in ternaria, conflittualm ente con la
parte del superius che presenta una divisione ternaria, binaria e ancora bina
ria. Principio che ancor più ingegnosamente è assunto in un canone a tre voci
- La ray au soleyl - in cui la melodia è esposta secondo tre metri e tre sistemi di
valori diversi: le due voci superiori in m odus minore oppongono la com bina
zione tempo perfetto-prolazione minore alla combinazione tempo imperfet-
to-prolazione maggiore, mentre la parte inferiore si svolge secondo il m odus
perfetto, tempo imperfetto e prolazione minore.
S’osservi, di passaggio, che se il Medioevo occidentale ha privilegiato Pernio
la, le combinazioni ritm iche praticate in Africa sono fondate, frequentem en
te, su di un rapporto epitritico (4/3 )3.
I P R O C E D IM E N T I
II can to p e r m oto p a ra llelo
Si tratta del procedimento più diffuso nella musica vocale subsahariana; una
diffusione determ inata da ragioni d’ordine linguistico. In effetti la quasi tota
lità delle lingue tradizionali africane sono lingue “a toni”. In una lingua a
toni, sono a disposizione di ogni vocale una o più diverse altezze intonative:
una stessa sillaba, pertanto, pronunciata con intonazione su altezze differenti,
può assumere significati diversi. La lingua ngbaka, per esempio, dispone di
tre registri definiti (basso, medio e alto), tre toni prim ari, quindi, ai quali si
3 Uno dei più rari - forse l’unico - riscontro di ritmi incrociati basati sul rapporto 4/3 si
trova nel manoscritto detto “di Cipro” edito da Richard Hoppin (1980).
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M usiche tradizionali centrafricane
aggiungono altri quattro toni m odulati, impostati su movimenti d’altezza dal
basso all’alto, dall’alto al basso, dal basso all’alto con ritorno al basso e vice
versa (dall’alto al basso con ritorno a ll’alto)45. Si può calcolare facilmente il
numero delle cellule melodiche che da queste combinazioni possono deriva-
re.
Così, al fine che le parole di un canto riescano a mantenersi intelligibili, la
melodia che le sostiene deve necessariamente rispettare il profilo tonale del
l’intonazione parlata. È possibile pertanto ritenere che anche il carattere es
sen zialm en te sillabico di questi canti, sia altrettanto obbligato, nel rispetto
dello stesso schema tonale. Per quanto concerne le relazioni fra i toni della
lingua e l’intonazione musicale, si deve ricordare come a ogni vocale che nella
lingua parlata risulta connotata da un tono definito, corrisponda, nel canto,
una sola nota di altezza definita, mentre a una vocale caratterizzata da un tono
m odulato si affianchi non un solo suono, ma piuttosto un contorno m elodi
co, delineato da una successione rapida di gradi diversi che, sul piano musica
le, corrisponde e si sovrappone al suddetto tono modulato della lingua parla
ta. O gni aggiunta, nel canto, di suoni per così dire “gratuiti” - ovvero non
funzionali, privi del tutto di una giustificazione prettamente linguistica - avreb
be come unico effetto una considerevole contrazione della intelligibilità delle
singole parole. È questo fatto che spiega la mancanza di melismi nei canti
appartenenti a società che parlano lingue tonali - per lo meno per quel che
riguarda i repertori di canti che hanno per oggetto la trasmissione di messaggi
verbali. Orbene: il moto parallelo è il solo procedimento che consente a due
voci di pronunciare sim ultaneam ente le stesse parole, rispettando lo schema
tonale della lingua, al fine primario di favorire 1 intelligibilità del messaggio.
S’impone già qui un primo ravvicinamento con la discussione condotta
nel Medioevo, e che mette a confronto procedimenti quali l ’organum p a ra lle
lo, il discanto, e il con du ctu s’. Si sa che la più prim itiva forma di organum ,
quale s’attesta nelle fonti occidentali dopo il secolo IX, presenta una tessitura
om oritm ica di una voce p rin cip a lis e una voce organalis, secondo un moto
parallelo (nota contro nota) per quarte o per quinte.
Nelle musiche africane il parallelismo procede - a seconda delle aree, ovve
ro delle scale m usicali praticate nelle diverse regioni - sia per terze o per seste,
che per quarte e per quinte. N elle aree culturali dove sono in uso scale penta
toniche, il parallelism o, quasi necessariamente, è sostenuto da movimenti per
4 Cfr. Thomas 1970.
5 Cfr. Reaney 1960.
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M usiche tradizionali centrafricane
quarte e quinte. Talvolta in questi casi il parallelismo non è strettamente os
servato: in effetti, la seconda voce deve piegarsi a tenere in conto i suoni
compresi nella voce principale. In una configurazione verticale definita, per
tanto, quella quarta o quella quinta che dovrebbero entrare nella condotta
della seconda voce, saranno rimpiazzate, caso per caso, vuoi da una terza
maggiore, vuoi da una sesta minore. E im portante sottolineare qui due aspet
ti: la gerarchizzazione delle voci, principale e secondaria, nettamente posta in
essere dai cantori, produce in questo caso un effetto manifesto, in quanto la
voce ritenuta principale non subisce alterazione alcuna; in aggiunta, giacché
essa rende disponibile una serie lim itata di gradi praticabili, è possibile dire
anche che essa definisce una lim itazione lessicale cui la voce seconda si sotto
mette.
È possibile tentare anche un secondo approccio comparativo con lo stile
del con du ctu s praticato in Francia nel secolo XIII e continuato nel XIV in
Inghilterra. Come si sa, si tratta di una pratica connessa allo sviluppo della
m etrica accentuativa nella poesia medievale, che, in musica, si caratterizza
per la scrittura nota contro nota, sollecitata dal carattere sillabico dei canti
disposti in polifonia. Qualcosa di sim ile accade nella plurivocalità africana il
cui carattere spesso isom etrico e om oritm ico corrisponde alla intonazione di
testi sillabici6. E si può insistere in questa produttiva comparazione fra m usi
che medievali europee e africane, ricordando i m adrigali dell’Ars Nova italia
na e la loro copula, caratteristica figurazione nello stile del con du ctu s ornato.
Si rileva proprio in questo un’analogia con uno dei procedim enti fondamen
tali delle musiche eseguite su xilofono nell’Africa centrale, nelle quali, secon
6 Col term ine isom etria intendo la ripetizione - sia variata che non - di un identico
fatto musicale aH’interno di una struttura periodica fissa. Q uando differenti parti vocali
e/o strumentali obbediscono a una identica articolazione ritmica si realizza una om orit-
mia.
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do un andamento nota contro nota, si determ ina una distribuzione di valori
nella parte di una delle due m ani, in rapporto a quelli eseguiti dall’altra.
H oquetus
Il procedimento a hoquetus consiste nella distribuzione delle note di una stes
sa linea melodica fra diverse voci, le quali cantano tali note in rapida alter
nanza. I compositori di polifonie dei secoli XIII e XIV, come M achaut, Pier
re de la Croix o Philippe de V itry, l’applicano in pezzi a due voci, più rara
mente in composizioni a tre, lim itatam ente ad alcuni passaggi di mottetti.
Due tratti distinguono l’ hoquetus africano dal suo omologo europeo. Il
primo è che non si tratta mai in Africa di un procedimento che s’attua ai
m argini di un’opera, ma sempre di un processo fondamentale, costitutivo
della trama di una polifonia, che può essere interam ente realizzata in forma
di hoquetus, e in questa stessa forma definire la propria struttura. In altri
term ini Vhoquetus africano è un procedimento ad applicazione rigorosa. Il
secondo tratto distintivo concerne il numero delle parti investite nella realiz
zazione della tecnica Az\Yhoquetus: ben lungi dal lim itarsi a due o tre parti,
gli h oq u eti africani si basano sempre su di un minimo di cinque strumenti
(corrispondenti ai gradi della scala pentatonica), ma possono coinvolgere an
che molte più voci, fino a venti.
A differenza dell’uso medievale che lim ita l ’ hoquetus all’introduzione di
alcuni artifìci compositivi, in Africa, l ’ hoquetus è la conseguenza di una ne
cessità d’ordine organologico in quanto è praticato da ensembles di strum en
ti consim ili (complessi di trombe o di fischietti), ciascuno in grado di pro
durre soltanto un unico suono. Una procedura probabilmente in uso da tem
po immemorabile che ha la sua prim a attestazione moderna, nella letteratura
occidentale, nel D iario di Vasco de Gama (datato al 1497)7. La tecnica afri
cana AdY hoquetus s’illustra bene nelle esecuzioni delle orchestre di trombe
dei Banda-Linda del Centrafrica, complessi in cui il numero degli strumenti
varia da sei a venti, e la cui musica risulta inscritta in un sistema pentatonico
anemitonico (le trombe sono infatti accordate al fine di produrre una serie di
intervalli discendenti appoggiati all’incirca attorno ai suoni Sol-M i-Re-D o-
La). Come s’è detto, a ogni strumento compete l’esecuzione di un unico suo
no che corrisponde a uno solo dei gradi della scala. Il ruolo di ogni strum en
to si lim ita a ll’esecuzione di una figura ritm ica disposta su un’altezza prede
7 Jou rn a l du voyage de Masco de Gama en 1497, trad. fr. di A. Morellet, Lyon, Im pri
merie de Louis Perrin, 1864, p. 9.
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finita, e inscritta in un sistema rigidam ente periodico. Le differenti parti stru
m entali intervengono in successione discendente, l una sull’altra. Tenendo
conto della struttura pentatonica della scala, e della netta attribuzione di ogni
suono della scala a un solo strumento, bastano cinque strum enti per realizza
re sia la struttura formale che il contenuto del pezzo eseguito.
Pertanto, mediante la realizzazione di un principio poliritm ico - vale a
dire l ’i n crocia rsi d i diverse fig u r e ritm ich e che, grazie alla loro disposizione su
altezze definite e fisse, consentono la produzione di sequenze melodiche -
Vhoquetus strum entale dei Banda-Linda si situa in un p u n to d ’intersezione fra
la p oliritm ia stretta, nel senso finora preso in considerazione, e la polifon ia .
Possiamo aggiungere che l ’ hoquetus può essere realizzato in maniera molto
singolare, quando si basa sull’alternanza di due componenti musicali diffe
renti nella p erfo rm a n ce di un solo esecutore. E quel che succede presso i pig
mei, in espressioni m usicali in cui sia presente il fischietto m [Link] o in deh u :
con questo strumento, infatti, viene “fischiata” una sola identica nota, men
tre tutte le altre sono intonate vocalmente e cantate. Questa insolita pratica
pigm ea realizza una vera e propria simbiosi fra musica vocale e musica stru
m entale8.
C ontrappunto
Fra tutte le popolazioni africane, per quanto ne so, soltanto i pigm ei e i
boscimani cantano in contrappunto per moto contrario. Presso le altre popo
lazioni non si manifestano forme contrappuntistiche per moto contrario se
non negli accompagnamenti al canto realizzati con strum enti m elodico-poli-
fonici (come xilofoni, sanza, arpe).
La musica dei pigm ei si diversifica da quella di altre etnie d ell’Africa cen
trale per via della complessa elaborazione di pratiche polifoniche vocali. Si
tratta, nel caso delle musiche pigmee, di una tradizione orale fra le più com
plesse al mondo. In essa ha largo spazio la variazione, e i procedimenti in uso
presentano movimenti divergenti che includono nelle loro condotte im ita
zioni melodiche, improvvisazioni m elism atiche, ostinati m otivici e pedali con
molti abbellim enti. A ll’udito un coro pigmeo, ossia il coro che riunisce tutti
gli abitanti di un sito, produce l’impressione di un intrico vocale straordina
rio.
8 Questo particolarissimo genere di hoquetus è stato argomento di una mia com unica
zione intitolata Metrik versus Rhytmik - Eine unlösbarer Konflikt, data agli «Hamburger
Begegnungen im Zeichen zeitgenössischer Musile» di Amburgo, 21-24 maggio 1992.
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Questi canti dalla trama densissima procedono da una sorta di p o lifo n ia d i
consonanze: a ll’interno del periodo musicale si trovano punti di combinazio
ne obbligata - soprattutto in posizione di quinta e ottava - che rendono pos
sibile lo sviluppo di un grandissimo numero di dissonanze in tutte le altre
posizioni della struttura polifonica. E uno schema questo che non si rileva
senza evocare certi principi sintattici della polifonia medievale dei secoli XIV
e XV.
Per il proprio orientam ento melodico il cantore pigmeo dispone, per ogni
pezzo, di un modello estremamente semplice, e spesse volte im plicito, che
egli conosce perfettamente: una linea m elodica in tutto e per tutto compara
bile al disegno di un cantus fir m u s medievale. In un brulicare sonoro dove
sembra regnare la più assoluta libertà, si rende invece manifesta un’organizza
zione molto rigorosa. Ogni membro del gruppo conosce, in ogni punto dello
svolgimento periodico del canto, e in preciso rapporto con quel punto, quali
siano le variazioni ch’egli può compiere. Per quanto notevole possa essere il
suo ruolo, l’improvvisazione, a ll’interno di un quadro del tipo di quello de
scritto, risulta avere funzione restrittiva. Questo ordine tecnico è l’esito di
un’esperienza di formazione non breve che porta il bambino - apprendista
cantore - ad accumulare un notevole complesso di formule e modelli di varia
zione dei canti che da adulto a sua volta, praticandoli, trasmetterà ai più gio
vani del gruppo. Ciò detto, evidentemente, non è più possibile stupirsi per la
varietà delle improvvisazioni che han luogo nella realizzazione di una polifo
nia vocale. T utti i soggetti componenti il gruppo dispongono in effetti di un
complesso virtualm ente infinito di moduli melodici specifici per ogni pezzo e
utilizzabili solo e soltanto in un punto esatto della periodizzazione che ordina
la polifonia vocale. Come nel parlare una lingua, nei diversi punti d enuncia
zione della frase il locutore può scegliere fra più sinonim i o fra più term ini di
senso consimile, così ogni cantore pigmeo sceglie intuitivam ente, al momen
to appropriato, quale formula melodica egli sente di dover inserire in quel
preciso stadio del cursus polifonico. Inoltre ogni cantore è libero, quando gli
sembra opportuno, di passare da una parte vocale a un altra. Conviene osser
vare, infine, che ogni membro del gruppo è perfettamente padrone - in quan
to ne dispone con assoluta spontaneità - di un catalogo di formule melodiche
molto ricche, adattabile all’esecuzione dei m olti canti componenti il patrim o
nio musicale dei pigm ei.
Caratteristici della musica dei pigmei sono due horrores: l’orrore del silen
zio e l’orrore dell’unisono. Le tessiture polifoniche in quella musica sono estre
mamente dense; mantenendo la metafora della tessitura si potrebbe parlare di
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un tessuto sim ile al feltro. Le insorgenze di silenzi (pause) o di coincidenze di
suoni identici nelle diverse parti sono del tutto fortuite ed è impressionante
notare come in questi casi i musicisti intervengano subito come a porre rim e
dio all’occorrenza.
Questa situazione non è diversa da quella che caratterizza il p a rt-sin gin g
nelle musiche gallesi, evocato da Giraldus Cambrensis (secolo XII) nella D e
scription o f Wales:
«In m usico m odulam ine, non uniform iter, ut alibi, sed m ultipliciter, m ultisque
m odis et m odulis, cantilenas em ittu n t. Adeo ut in tu rb a canentium , sicut h u ic genti
mos est, quod videas capita, to t audias carm ina discrim inaque vocum varia, in unam
denique sub Bmollis dulcedine blanda consonantiam , et organicum convenientiam
m elodiam . In borealibus quoque m ajoris B ritanniae partibus, trans H u m b riam scili
cet, Eboraci finibus, A nglorum populi, qui partes illas in h ab itan t, simili canendo
sym phonica u tu n tu r harm onia, binins tam en solum m odo to n o ru m differentiis, et
vocum m odulando varietatibus, una inferius subm urm urante, altera vero superne
dem ulcente pariter et delectante. N ec arte tam en, sed usu longaevo, et quasi in n atu
ra m ora d iu tin a jam converso, haec vel illa sibi gens hanc specialitatem com paravit.
Q u i adeo apud utram que invaluit, et alias jam radices posuit, u t nihil hic sim pliciter,
nihil nisi m ultipliciter ut apud priores, vel saltern dupliciter ut apud sequentes, me-
lice proferri consueverit, pueris etiam , quod magis adm irandum , et fere infantibus,
cum prim um a fletibus in cantus erru m p u n t, eandem m odulationem observanti-
bus»9.
9 Cfr. Dimock 1868. Il passo latino citato può essere reso nella maniera seguente:
«Nella loro pratica musicale essi non intonano canti uniform i, come gli altri, quanto
piuttosto canti plurali con più melodie e più ritmi. Al punto che in un gruppo di cantori
- conformemente all’uso del paese - tu potrai udire tanti canti e tanti registri di voce
diversi quanto sono le teste; tanti canti che s’uniscono però in una sola unica consonanza
grazie alla dolcezza del modo comune del Si bemolle e alla cantilena organale. Anche
nelle regioni dell’Yorkshire, le genti inglesi che colà abitano si servono per cantare di
u n ’armonia sinfonica simile - anche se cantano a due sole voci e in più modi - le une
sovrastando le altre con dolcezza, alcune m ormorando, altre con più forza. N on si tratta
di arte, ma di una lunga pratica che sembra essere radicata nella natura, per la quale ogni
popolazione ha trovato il suo modo di fare musica. C om unque si tratta di una pratica
tanto disparatamente diffusa che s’è tanto radicata nell’uso da far sì che il costume che
prevale è quello di non cantare mai semplicemente le melodie ma di cantare sempre a più
voci più melodie, così nel prim o caso, o almeno due, come nel secondo. Gli stessi bam
bini, e questo è fatto notevolmente curioso, e fra i bam bini i piccoli, quando smettono di
piagnucolare per mettersi a cantare, seguono quest’uso di canto».
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I pigm ei, come molte altre popolazioni delle aree vicine, parlano lingue a
toni. Così accade, nelle polifonie vocali, che al fine di assicurare intelligibilità
alle parole, pur muovendosi le parti per moto contrario, solo il cantore che
intona la melodia principale enuncia vere parole: gli altri cantori intrecciano
i loro contrappunti emettendo suoni sillabici del tutto privi di senso, vocali
isolate (per servire di supporto all’intonazione della parte principale)
L’Ars Nova si caratterizza, stilisticam ente, per una razionalizzazione delle
durate. W illy Apel osserva infatti che la maggior parte dei compositori del
secolo XIV, e comunque la maggior parte dei musicisti del M edioevo, erano
ben consci delle relazioni musicomatem atiche. Secondo Apel un compositore
che scrive un mottetto isoritmico com incia innanzitutto col contare il nume
ro delle note della cantilena gregoriana o della cellula m elism atica che ha
scelto come base per la creazione del suo brano101. Pertanto, in presenza di una
sequenza m elodica - ovvero di un color - dell’ampiezza di venti note, è possibi
le utilizzare una sequenza ritm ica - ovvero una talea - di cinque note ripetibili
quattro volte, ovvero di quattro note cinque volte ripetibili. Immaginiamo
una melodia (color) di venti note e una talea ritm ica di sei o di dodici unità di
durata: a tre ripetizioni della melodia (3 x 20 = 60 note) potranno corrispon
dere dieci talea costituite da sei unità di durata, oppure cinque talea da dodi
c i11.
Un procedimento matematico-num erico di questo stesso genere è seguito
anche in Africa, in scala ridotta, ma con realizzazioni spesso rigorosissime.
L’esempio cui ora mi rifaccio ci viene dalla musica dei pigmei Alca. Si può
verificare il principio - in modo particolare nei rapporti intrattenuti fra m usi
ca vocale e “blocco” poliritm ico - in un brano polifonico accompagnato da
tre tam buri e un paio di barre percosse l’una contro l’altra. Il ciclo del canto
è basato su trentasei valori m inim ali, quello dei primi due tamburi su dodici,
quello del terzo tamburo su tre, e infine quello delle barre su ventiquattro.
Fra il ciclo-periodo del canto e quello dei due primi tamburi si stabilisce un
rapporto di 1/3; fra il ciclo del canto e quello del terzo tamburo un rapporto
di 1/12; fra il ciclo del canto e quello delle barre un rapporto 1/1,5. Occorro
no, quindi, almeno due cicli di canto (36 x 2 = 72) e tre cicli delle due barre
(24 x 3 = 72) per ottenere una ricomposizione totale delle parti. Il ciclo totale
(72), più grande del più grande dei periodi componenti, determina, pertan
to, la presenza di quel che io ho chiamato “macro-periodo”12. L’intera archi
10 Cfr. Apel 1955.
11 Ibid.
12 Cfr. Arom 1985 e 1992.
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tettura temporale si trova ad essere così fondata su proporzioni esatte tra va
lori distribuiti fra le parti (si veda la tabella).
Se mi è concesso, sul piano dell’organizzazione formale, arrischiare una
seconda prova di confronto fra il mottetto isoritmico del secolo XIV e le
polifonie africane, per quanto concerne la concordanza num erica esatta fra
talea e colores sarebbe utile precisare che la musica africana non presenta in
croci di parti.
Tabella del B obangi (pigmei Aka).
Periodo del canto Periodo del canto
--------- 3 6 ----------- ------------36---------
1 16 20 16 20
2 8 28 8 28
Voci 2A 12
3 24 12
4 12 24 12 24
12 12 12 12 12 12
7 +5 7+5 7+ 5 7+5 7 +5 7 +5
Tamburi 2
12
4 + 4 +4
12
4 4-4 +4
12
44-4+ 4
12
4 + 4+4
12
4 + 4+4
12
4 + 4+4
3 3 3 3 3 3 3 3 3 3 3 3 3 3 3 3 3 3 3 3 3 3 3 3 3
24 24 24
Barre 11 + 13 11 + 13 11 + 13
72
Macro - periodo
Oltre ai procedim enti propri del Y organum, sia in caso di moto parallelo,
che in caso di moto obliquo o contrario, l’apparentabilità delle musiche afri
cane alle medievali europee si conferma particolarm ente là dove si consideri
no le tecniche sviluppatesi in Europa al tempo d ell’Ars Nova: si vedano l’iso-
cronia e l ’assenza di tempi forti, si vedano le suddivisioni binarie e ternarie
del tactus, si vedano le strutture di tipo emiolico ed epitritico (3/2, 4/3) sia
nella disposizione orizzontale che nella verticale, si vedano le poliritm ie (con
ritm i incrociati), vedi il frequente ricorso alla tecnica di hoquetus (inteso come
procedimento costitutivo).
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M usiche tradizionali centrafricane
In Europa questi procedimenti hanno avuto una grande fioritura dovuta
al perfezionarsi della notazione. Senza produrre teorie esplicite e senza ricor
so alcuno alla scrittura, gli africani hanno attinto livelli di complessità di
composizione che ancor oggi, in questa fine del secolo XX, sfidano la nostra
sapienza tecnica. Su questo specifico aspetto, ormai son quasi cinquant’anni,
Paul Collaer aveva già proposto delle riflessioni visionarie:
«A m io parere è stata l’invenzione di una scrittura musicale e di un a notazione
che si accorda con il sistem a scelto a consentire agli europei di ideare com binazioni
polifoniche sem pre più complesse, e di avventurarsi in dim ensioni in cui la musica
si carica vieppiù di considerazioni d ’ordine intellettuale e concettuale, a tu tto d etri
m ento di altre dovizie d ’ordine ritm ico e m elodico. È a partire da quel m om ento
che la m usica classica europea ha sviluppato, senza interruzione, u na esasperata in
tellettualizzazione che, progressivam ente, ha ristretto il cerchio della u m an ità che
esprim e o rappresenta, o alla quale si rivolge, sino a divenire musica rappresentativa
dell’isolam ento um ano»13.
In una cultura di tradizione orale, la perennità, la persistenza della musi
ca non può essere garantita in altro modo che dalla presenza, nella consape
volezza del m usicista, di un riferimento mentale, vale a dire di un m odello.
Tale modello è una rappresentazione sonora, nel contempo sia globale che
semplificata, di un’entità musicale; si scopre tale singolarità nel modo in cui
si condensano, in uno schema, l’insieme di tutti i tratti pertinenti. Il model
lo equivale alla forma di realizzazione più semplice di un brano musicale; la
più semplice ancora riconoscibile e identificabile da un suo detentore . Ogni
realizzazione di una polifonia o di una poliritm ia viene ad essere così sempre
un’incarnazione di un modello.
Il modello nelle musiche africane di tradizione orale e qualcosa di molto
sim ile al testo scritto delle musiche colte europee: un supporto mnemonico.
La scrittura conferisce all’opera un carattere finito, concluso, tale che nulla
di essenziale può essere ad essa aggiunto; del pari il modello si identifica
come uno schema fisso da cui nulla può essere tolto. Si potrebbe riassumere
in tal modo questa opposizione: il testo musicale scritto e un riferimento
m assim ale, mentre il modello è nella pratica musicale di tradizione orale un
riferimento m inim ale.
Due grandi prospettive m usicali, dunque, l’una m onodica, 1 altra p o lifo n i
ca, attraversano le diverse civiltà. I modi per produrre la polifonia non sono,
13 Cfr. Collaer 1954.
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di fatto, infiniti. E forse per questo che due civiltà che nulla hanno di com u
ne, nell’ordine della formazione e della tradizione culturale, seppur senza aver
intrattenuto alcun contatto, possono giungere a praticare tecniche musicali
basate sugli stessi princìpi. Il che potrebbe anche contribuire a dimostrare - se
mai ci fosse bisogno di dimostrarlo ancora - che l’ingegnosità dello spirito
umano è un universale.
Ringrazio Serge Pahaut p er la gentile collaborazione che mi ha accordato al momento
della stesura definitiva di questo mio contributo.
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89
¥
''
.
In dice
V Introduzione
X P resentazione d el p rogetto
Parte prima
1 II programma, i musicisti, gli strumenti
16 Bibliografia consigliata
18 Discografìa
Parte seconda
33 Ma non erano primitivi?
T u llia M agrini
38 Noi, “figli della foresta”. Il fascino dei pigmei africani
Francesco Remotti
45 Le voci del mondo
M aurizio Agamennone
64 M u sic a e d onne in A frica cen trale
Serena Facci
73 Su alcune impreviste parentele fra le polifonie medievali e africane
Sim ha Arom
Stampato dalla Tipolitografia Anale, per conto di:
C ittà di T orino, Divisione Servizi Culturali
SETTEM BRE MUSICA
Piazza S. Carlo 161, 10123 Torino
Tel. Oli. 442 4703 - Fax 01 f. 442 4738
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