Cap.
XV
La “verità effettuale”
De his rebus quibus homines, et praesertim principes, laudantur aut
vituperantur
Su queste cose per le quali gli uomini, in particolare i principi, sono
lodati o disprezzati
1) Quali sono i sistemi di governo verso i sudditi e i collaboratori? Molti
ne hanno discusso prima, ma in forme ideali e teoriche. Poiché egli
vuole essere utile a far capire bene l’argomento, gli è sembrato più
conveniente indagare la realtà dei fatti piuttosto ciò che ci si
immagina di essi perché c’è differenza tra la vita reale (= la concreta
realtà quotidiana) e quella che si dovrebbe vivere (= secondo le
norme morali). Un uomo che volesse in ogni situazione comportarsi
con bontà è necessario che vada incontro alla sconfitta in mezzo a
tanti che buoni non sono per niente.
2) Pertanto un principe che voglia conservare il proprio Stato deve
acquistare la capacità di non essere buono e utilizzarla a secondo
della necessità della situazione. I principi sono giudicati in base ad
alcune di queste qualità che li rendono meritevoli di lode o di
biasimo: generoso e taccagno / donatore e rapace / crudele e
pietoso / sleale e fedele / debole e vile e fiero e coraggioso / umano
e superbo / incline ai piaceri smodati e casto / inflessibile e
accondiscendente / serio e superficiale / religioso e non credente.
3) Sarebbe molto gradito essere con le qualità ritenute buone, ma esse
non si possono tutte possedere né osservare sempre a causa della
malvagità degli uomini. Pertanto, occorre tralasciare quelle buone e
usare quelle negative se si vuole salvare lo Stato
ANALISI
La verità effettuale è il primo fondamento che l’uomo politico deve tenere
presente: comprendere i fatti concreti e precisi della situazione storica in
cui opera, partire non da come dovrebbe essere, ma da com’è la
situazione reale e concreta.
In questa parte lo stile presenta chiarezza e minuzia dell’analisi, aderisce
alla pluralità con cui si presentano le cose reali, ma nello stesso tempo
infonde ordine razionale.
La rottura nei confronti della trattazione politica precedente basata sulla
teoria e l’idealità.
La distinzione tra politica e morale, che hanno mezzi e fini differenti: la
morale giudica il bene e il male in base al principio teorico del “dovere
essere”, la politica in base ad interessi propri della collettività.
L’uso di causali per motivale le sue tesi in modo lucido e chiaro.
CAPITOLO XV.
Delle cose, mediante le quali gli uomini, e massimamente i Principi, sono lodati o
vituperati.
Resta ora a vedere quali debbano essere i modi e governi di un Principe con li sudditi
e con gli amici. E perché io so che molti di questo hanno scritto, dubito, scrivendone
ancor io, non esser tenuto presontuoso, partendomi, massime nel disputare questa
materia, dagli ordini degli altri. Ma essendo l’intento mio scrivere cosa utile a chi
l’intende, mi è parso più conveniente andare dietro alla verità effettuale della cosa,
che all’immaginazione di essa: e molti si sono immaginate Repubbliche e Principati,
che non si sono mai visti né cognosciuti essere in vero; perché egli è tanto discosto
da come si vive, a come si doveria vivere, che colui che lascia quello che si fa per
quello che si doveria fare, impara piuttosto la rovina, che la preservazione sua;
perché un uomo che voglia fare in tutte le parti professione di buono, conviene che
rovini fra tanti che non sono buoni. Onde è necessario ad un Principe, volendosi
mantenere, imparare a potere essere non buono, ed usarlo e non usarlo secondo la
necessità.
Lasciando adunque indietro le cose circa un Principe immaginate, e discorrendo
quelle che son vere, dico, che tutti gli uomini, quando se ne parla, e massime i
Principi, per esser posti più alto, sono notati di alcuna di queste qualità che arrecano
loro o biasimo, o laude; e questo è che alcuno è tenuto liberale, alcuno misero,
usando un termine Toscano, (perché avaro in nostra lingua è ancor colui che per
rapina desidera d’avere, e misero chiamiamo quello che troppo si astiene dall’usare il
suo) alcuno è tenuto donatore, alcuno rapace; alcuno crudele, alcuno pietoso; l’uno
fedìfrago, l’altro fedele; l’uno effeminato e pusillanime, l’altro feroce ed animoso;
l’uno umano, l’altro superbo; l’uno lascivo, l’altro casto; l’uno intero, l’altro astuto;
l’uno duro, l’altro facile; l’uno grave, l’altro leggiere; l’uno religioso, l’altro incredulo,
e simili. Io so che ciascuno confesserà, che sarebbe laudabilissima cosa un Principe
trovarsi di tutte le sopraddette qualità, quelle che sono tenute buone; ma perché
non si possono avere, né interamente osservare per le condizioni umane che non lo
consentono, gli è necessario essere tanto prudente, che sappia fuggire l’infamia di
quelli vizi che li torrebbono lo Stato, e da quelli che non gliene tolgano, guardarsi, se
egli è possibile; ma non potendosi, si può con minor rispetto lasciare andare. Ed
ancora non si curi d’incorrere nell’infamia di quelli vizi, senza i quali possa
difficilmente salvare lo Stato; perché, se si considera bene tutto, si troverà qualche
cosa che parrà virtù, e seguendola sarebbe la rovina sua; e qualcun’altra che parrà
vizio, e seguendola ne risulta la sicurtà, ed il ben essere suo.