Il Pinolo
Catullo - poesie proibite
Roma Canti profani
Marziale: epitaffi C. Valerio Catullo, carme 6 I segreti di Flavio
Antiche poesie d’amore
C. Valerio Catullo, carme 15 T’affido l’amor mio
Invettive ai poeti
C. Valerio Catullo, carme 16 Ad Aurelio e Furio
Giovenale e Marziale: Roma
C. Valerio Catullo, carme 21 Aurelio, padre di tutti gli
Marziale Cliens
Marziale Profano
arrapati
Catullo Profano
C. Valerio Catullo, carme 23 Sei di già abbastanza
Invettive felice, Furio
Poesia antica sugli Animali C. Valerio Catullo, carme 25 Tallo, checca bocchinara
C. Valerio Catullo, carme 32 Aspettami Ipsitilla
C. Valerio Catullo, carme 37 La taverna dei puttanieri
C. Valerio Catullo, carme 39 Nulla è più sciocco d’una
sciocca risata
C. Valerio Catullo, carme 41 Ameana, l’amichetta di
Mamurra
C. Valerio Catullo, carme 42 Restituiscimi i versetti
I tuoi dati lurida cagna
sono al C. Valerio Catullo, carme 56 È stato un attimo
sicuro? C. Valerio Catullo, carme 58 Lesbia pompinara
C. Valerio Catullo, carme 74 Lo zio di Gellio
Schiera la C. Valerio Catullo, carme 80 Le candide labbra di Gellio
difesa migliore C. Valerio Catullo, carme 88 Gellio scellerato
per la tua
azienda: scegli C. Valerio Catullo, carme 89 Gellio è smagrito
un servizio di C. Valerio Catullo, carme 94 Cazzo adultero
sicurezza
informatica
C. Valerio Catullo, carme 97 Emilio faccia di culo
C. Valerio Catullo, carme 98 La lingua di Vezio
C. Valerio Catullo, carme 111 La virtù di Aufilena
Sicuranext C. Valerio Catullo, carme 112 Nasone
Canti riferiti a Gellio: 74, 80, 88, 89, 90, 91, 116; in tutti
Scopri di più i carmi Gellio viene attaccato da Catullo per i suoi
rapporti incestuosi; potrebbe trattarsi del figlio del
console e generale Lucio Gellio Poblicola, uno dei consoli
che condussero l’esercito romano contro Spartaco e i
suoi uomini nella terza guerra servile (73 - 71 a.C.),
Pagina modificata il
portato dal padre stesso in giudizio dinanzi al Senato per
13 maggio 2014
tale genere di accuse.
[traduzioni: Filippo Maria SACCA']
Gaio Valerio Catullo Carmen 6
FLAVI, DELICIAS TUAS CATULLO,
NEI SINT INLEPIDAE ATQUE INELEGANTES,
VELLES DICERE NEC TACERE POSSES.
VERUM NESCIO QUID FEBRICULOSI
SCORTI DILIGIS: HOC PUDET FATERI.
NAM TE NON VIDUAS IACERE NOCTES
NEQUIQUAM TACITUM CUBILE CLAMAT
SERTIS AC SYRIO FRAGRANS OLIVO,
PULVINUSQUE PERAEQUE ET HEIC ET ILLEIC
ATTRITUS, TREMULIQUE QUASSA LECTI
ARGUTATIO INAMBULATIOQUE.
NAM NIL ISTA VALET, NIHIL, TACERE.
CUR? NON TAM LATERA ECFUTUTA PANDAS,
NEI TU QUID FACIAS INEPTIARUM.
QUARE QUICQUID HABES BONI MALIQUE,
DIC NOBIS. VOLO TE AC TUOS AMORES
AD CAELUM LEPIDO VOCARE VERSU.
I segreti di Flavio
Se non fossero indelicate e ineleganti,
Flavio,
desidereresti parlar delle tue voluttuose
delizie
al tuo Catullo e non potresti certo
tacerne.
In verità non so qual disfatta puttana tu
abbia
mai scelto: il vergognarsene è già una
confessione.
D’altra parte che tu non giaccia in notti
solitarie
lo grida a chiunque la tua stanzetta
vanamente muta
fragrante di ghirlande di fiori e di
balsami di Siria,
e di qua i cuscini sparsi ovunque e di là
gli
strofinii, e i continui tremori che
scuotono il letto
e gli scricchiolii di chi cammina avanti e
indietro.
E non convinci affatto, a nulla serve
tacere.
Perché? Non ti stiracchieresti i fianchi
smagriti
da troppe scopate se non facessi qualche
sciocchezza.
Dunque qualunque cosa tu abbia afferrato,
dimmela,
che sia buona o cattiva. Coi miei allegri
versetti
voglio portar te e i tuoi amori lassù, fino
in cielo.
2] inlepidus: illepidus, a, um: sgraziato, indelicato, sgarbato, senza
spirito;
7] nequiquam: non in qualche maniera; invano, indarno; senza scopo,
senza motivo;
tacitum ... clamat: ossimoro;
17] lepidus, a, um: gentile, grazioso, amabile, carino, vezzoso,
piacevole, giocondo, lepido; in senso negativo: lezioso; particolarmente
riguardo forma e sostanza del discorso: grazioso, faceto, spiritoso.
Gaio Valerio Catullo Carmen 15
COMMENDO TIBI ME AC MEOS AMORES,
AURELI. VENIAM PETO PUDENTEM,
UT, SI QUICQUAM ANIMO TUO CUPISTI,
QUOD CASTUM EXPETERES ET INTEGELLUM,
CONSERVES PUERUM MIHI PUDICE,
NON DICO A POPULO: NIHIL VEREMUR
ISTOS, QUI IN PLATEA MODO HUC MODO ILLUC
IN RE PRAETEREUNT SUA OCCUPATI;
VERUM A TE METUO TUOQUE PENE
INFESTO PUERIS BONIS MALISQUE.
QUEM TU QUA LUBET, UT IUBET, MOVETO
QUANTUM VIS, UBI ERIT FORIS, PARATUM:
HUNC UNUM EXCIPIO, UT PUTO, PUDENTER.
QUOD SI TE MALA MENS FURORQUE VECORS
IN TANTAM IMPULERIT, SCELESTE, CULPAM,
UT NOSTRUM INSIDIIS CAPUT LACESSAS,
A TUM TE MISERUM MALIQUE FATI,
QUEM ATTRACTIS PEDIBUS PATENTE PORTA
PERCURRENT RAPHANIQUE MUGILESQUE.
T’affido l’amor mio
T’affido l’amor mio come t’affiderei me
stesso,
Aurelio. Sol una gentilezza timidamente
t’imploro,
se mai qualcosa nel tuo animo hai
desiderato ardentemente,
per il quale invocasti l’innocenza e una
tenera integrità,
che tu mi mantenga pulito questo
giovinetto,
non dico dal popolo: ché non mi preoccupo
di quelli,
che per la strada, chi di qua chi di là,
assorti nelle loro faccende passan oltre
distrattamente;
in verità è te ch’io temo e il tuo cazzo
assai molesto
pei ragazzi tutti, che sian buoni o
cattivi.
Tu, quando lui te l’ordina e a te piace, lo
ficcherai dove credi,
ovunque sarai, sempre che sia pronto in
tiro, ma fuor di casa:
questo sol ragazzo, non chiedo molto, devi
pudicamente scansare.
Poiché se la tua mente malata e la tua
sconsiderata frenesia
ti condurranno, scelerato, a una così grave
infamia,
tanto da aggredir slealmente la stessa mia
persona,
ah, infelice, qual sciagurato destino
t’attende,
afferrato per i piedi da quella porta
spalancata
passeranno ravanelli e cefali argentati.
1] meos amores: si riferisce probabilmente a Giovenzio;
4] integellus, a, um: discretamente intatto; diminutivo di integer:
intatto, integro, incorrotto, risparmiato dal saccheggio;
19] mugil, mugilis: muggine, cefalo (mugil cephalus); tale pesce veniva
infilato nel deretano degli adulteri colti sul fatto, come punizione
canonica (Catullo, Plinio);
Gaio Valerio Catullo Carmen 16
PEDICABO EGO VOS ET IRRUMABO,
AURELI PATHICE ET CINAEDE FURI,
QUI ME EX VERSICULIS MEIS PUTASTIS,
QUOD SUNT MOLLICULI, PARUM PUDICUM.
5 NAM CASTUM ESSE DECET PIUM POETAM
IPSUM, VERSICULOS NIHIL NECESSE EST;
QUI TUM DENIQUE HABENT SALEM AC LEPOREM,
SI SUNT MOLLICULI AC PARUM PUDICI,
ET QUOD PRURIAT INCITARE POSSUNT,
10 NON DICO PUERIS, SED HIS PILOSIS
QUI DUROS NEQUEUNT MOVERE LUMBOS.
VOS, QUOD MILIA MULTA BASIORUM
LEGISTIS, MALE ME MAREM PUTATIS?
PEDICABO EGO VOS ET IRRUMABO.
Ad Aurelio e Furio
Io ve lo ficcherò su per il culo e poi in
bocca,
Aurelio succhiacazzi e Furio frocia
sfondata,
che pei miei versetti pensate, sol perché
son teneri e gentili, ch’io sia poco pudico
e virtuoso.
5 Giacché è appropriato per un poeta onesto
esser casto
con sé stesso, ma nulla è dovuto dai suoi
versetti;
i quali hanno ora e per sempre arguzia e
grazia,
quando son tenerelli e un poco spudorati,
e riescono a risvegliar un certo
pruriginoso desiderio,
10 non dico nei fanciulli, ma in quei
vecchi pelosi
incapaci ormai d’inarcar la schiena
rattrappita.
Voi, che avete letto de' miei innumerevoli
baci,
pensate forse ch’io sia uomo perverso e
poco virile?
Credetemi, ve lo ficcherò su per il culo e
poi in bocca.
1] Secondo il più classico degli stereotipi, valido in ogni tempo, l’atto
sessuale attivo è definizione di uomo virile; l’atto sessuale passivo
ricevuto da un altro uomo è definizione di uomo effeminato, di mezzo
uomo; Catullo non poteva arrecare maggiore offesa ai suoi avversari.
7-8] Salem ac leporem... molliculi ac parum pudici: Ecco le componenti
secondo Catullo per realizzare una poesia che catturi l’attenzione dei
lettori: salem, il sale, ossia l’arguzia, il divertimento che è parum
pudici ovvero poco pudico e la grazia, leporem che è molliculi, tenero,
delicato, tenerello, gentile, volendo anche femminile.
salem ... parum pudici: Catullo spiega quindi la funzione della oscenità
nella sua poesia: questa dà il sale, il divertimento, l’arguzia al
componimento.
11] qui duros nequeunt movere lumbos: che non sono più in grado di
muovere i lombi ormai rigidi, insomma non riescono più a praticare il
normale atto sessuale.
12-13] male marem: maschio poco virile; l’accusa che Aurelio e Furio
fanno a Catullo è di essere un perverso, nel senso di passivo nei rapporti
sessuali, quindi un pathicus o un molle cinaedus, esattamente ciò di cui
li accusa Catullo nel verso 2. Tale accusa di passività sarebbe
maliziosamente sostenuta dai due facendo riferimento ai versi sdolcinati
del poeta; in particolare multa milia basiorum è un evidente
riferimento al carme 5, dammi mille baci.
13] mas, maris: di genere maschile, maschile, maschio; in senso
traslato: robusto, forte, virile, maschio; male mas: non virile, fiacco,
Orazio, Catullo; contrapposto a femina.
14] pedicabo ego vos et irrumabo: Il poeta inizia e termina questo
celebre carme con la minaccia nei confronti dei due denigratori Aurelio
e Furio di praticar loro la sodomia e di costringerli alla fellatio
dimostrandogli in tal modo di non essere effeminato; evidentemente
seccato delle sciocche categorie mentali dei due, per cui scrivere dei
versi teneri e femminili significherebbe automaticamente essere
effeminato, esprime il proposito di mostrare ai due la sua mascolinità
seguendo i soli canoni mentali che questi sembrano conoscere: io vi
dimostrerò che sono un vero uomo, e per farlo ... pedicàbo ego vos et
irrumàbo.
Gaio Valerio Catullo Carmen 21
AURELI, PATER ESURITIONUM,
NON HARUM MODO, SED QUOT AUT FUERUNT
AUT SUNT AUT ALIIS ERUNT IN ANNIS,
PEDICARE CUPIS MEOS AMORES.
NEC CLAM: NAM SIMUL ES, IOCARIS UNA,
HAERENS AD LATUS OMNIA EXPERIRIS.
FRUSTRA: NAM INSIDIAS MIHI INSTRUENTEM
TANGAM TE PRIOR INRUMATIONE.
ATQUE ID SI FACERES SATUR, TACEREM:
NUNC IPSUM ID DOLEO, QUOD ESURIRE,
(VAE) ME, MI PUER ET SITIRE DISCET.
QUARE DESINE, DUM LICET PUDICO,
NE FINEM FACIAS, SED INRUMATUS.
Aurelio, padre di tutti gli arrapati
Aurelio, padre di tutti gli arrapati,
non solamente di questi che conosci, ma di
tutti quelli
che furono che sono e degl’altri che
negl’anni verranno,
desideri inculare l’amor mio.
E non lo nascondi: non appena puoi,
giocando da solo con lui,
ti strofini al suo fianco e le provi tutte.
Illuso: mentre architetti i tuoi agguati
io prima te lo ficcherò in bocca.
E se tu lo facessi da sazio, ancora potrei
passarci sopra:
ma quel che ora mi fa incazzare è la tua
fame immonda,
e che insegni al mio ragazzo, ah, che pena
per me, ad aver sete.
Dunque finiscila qui, mentre sei ancora
immacolato,
e non portarmi allo stremo, o continuerai
con un cazzo in bocca.
1] pater esuritionum: padre degli affamati;
esurio, esurire, esurivi, esuritus: essere affamato; essere bramoso;
desiderare ardentemente; evidentemente Catullo si riferisce
metaforicamente alla fame di sesso, anche se apparentemente sembra
rimproverarlo per il suo essere affamato, ossia povero, e quindi indegno
della compagnia di Giovenzio
ion: suffisso; indica il risultato dell’azione del verbo
4] Il suo amore in questo canto è probabilmente il giovane Giovenzio;
8] tango, tetigi, tactum, ere: toccare; I) toccare fisicamente: toccare,
tastare; toccare un luogo: giungere in un luogo; toccare afferrando,
palpando pungendo: afferrare, palpare, battere, pungere, urtare,
colpire; colpire aliquem: uccidere; toccare bagnando: spruzzare,
ungere, bagnare, profumare; toccare in senso mitigato: prenedere,
ricevere, assaggiare, bere, mangiare; II) toccare moralmente:
commuovere, stimolare, far impressione; nel discorso: citare, pungere
con discorso satirico; toccare qualcuno con effetto attivo, darsi a
qualcuno;
8], 13] inrumare: irrumare;
10] nunc ipsum id doleo, quod esurire, vae) me, mi puer et sitire
discet: ma ora quel che mi affligge è che insegni al mio ragazzo, ah,
povero me, ad aver fame e ad aver sete.
Mi piace tuttavia attribuire la fame ad Aurelio e non a Giovenzio per tre
motivi: rafforza e da' un senso completo al verso 9 (E se tu lo facessi da
sazio, ancora potrei passarci sopra), mi consente di definire almeno una
volta la metafora di Aurelio affamato, in quanto al verso 1 ho sostituito
affamato con arrapato e infine pone in evidenza "aver sete", il cui
significato resta alquanto oscuro; potrebbe forse riferirsi a quella
pratica oro-genitale volgarmente nota come "ingoio".
11] vae: interiezione che esprime il dolore o lo sdegno: ah! ahi! guai!;
vae mihi (dativo) guai a me!; vae te (accusativo) povero te! guai a te!
Gaio Valerio Catullo Carmen 23
FURI, CUI NEQUE SERVUS EST NEQUE ARCA
NEC CIMEX NEQUE ARANEUS NEQUE IGNIS,
VERUM EST ET PATER ET NOVERCA, QUORUM
DENTES VEL SILICEM COMESSE POSSUNT,
EST PULCRE TIBI CUM TUO PARENTE
ET CUM CONIUGE LIGNEA PARENTIS.
NEC MIRUM: BENE NAM VALETIS OMNES,
PULCRE CONCOQUITIS, NIHIL TIMETIS,
NON INCENDIA, NON GRAVES RUINAS,
NON FACTA IMPIA, NON DOLOS VENENI,
NON CASUS ALIOS PERICULORUM.
ATQUI CORPORA SICCIORA CORNU
AUT SI QUID MAGIS ARIDUM EST HABETIS
SOLE ET FRIGORE ET ESURITIONE.
QUARE NON TIBI SIT BENE AC BEATE?
A TE SUDOR ABEST, ABEST SALIVA,
MUCUSQUE ET MALA PITUITA NASI.
HANC AD MUNDITIEM ADDE MUNDIOREM,
QUOD CULUS TIBI PURIOR SALILLO EST,
NEC TOTO DECIES CACAS IN ANNO;
ATQUE ID DURIUS EST FABA ET LAPILLIS;
QUOD TU SI MANIBUS TERAS FRICESQUE,
NON UMQUAM DIGITUM INQUINARE POSSES.
HAEC TU COMMODA TAM BEATA, FURI,
NOLI SPERNERE NEC PUTARE PARVI,
ET SESTERTIA QUAE SOLES PRECARI
CENTUM DESINE: NAM SAT ES BEATUS.
Sei di già abbastanza felice, Furio
Furio caro, non possiedi un servo e neanche
del denaro
e non una cimice o un ragno né il calore
d’un focolare,
ma hai un padre ed una matrigna, che a dire
il vero
coi denti potrebbero triturar la pietra,
tu stai magnificamente con questo tuo
genitore
e con quella moglie tua parente secca come
il legno.
E non è poi così strano: state tutti assai
bene,
digerite in modo eccellente, non temete
nulla,
che siano incendi, o gravi sciagure,
o azioni infami, o perfidi veleni,
o alcun altro accidente che possa cagionar
pericolo.
E ancora grazie al sole e al freddo e alla
fame
avete corpi più rinsecchiti d’un corno
o di quel che di più inaridito esista.
Perché non dovresti star bene ed esser
felice?
Non sai cosa sia il sudore, e neppur la
saliva,
né il catarro nè lo sgradevole moccio del
naso.
E a questa pulizia aggiungi quella assai
superiore,
che il tuo culo è più lindo d’una salierina
di vetro,
e non caca dieci volte in un anno; e quel
che fai
è più duro d’una fava secca e dei ciottoli
di fiume;
tanto che se lo sfregassi e stropicciassi
tra le mani,
non potresti sporcarti neanche un sol dito.
Queste gradevolezze tanto fortunate, Furio,
non devi disprezzarle né ritenerle misere,
e finiscila poi d’implorare quei cento
sesterzi
come al solito: sei di già abbastanza
felice.
arca, ae: armadio, scrigno, cassa; forziere; denaro;
mucus, i: moccio, muco;
pituita, ae: umor viscido, pituita, muco, catarro, raffreddore, siero;
salillum, i: piccola saliera;
Gaio Valerio Catullo Carmen 25
CINAEDE THALLE, MOLLIOR CUNICULI CAPILLO
VEL ANSERIS MEDULLULA VEL IMULA ORICILLA
VEL PENE LANQUIDO SENIS SITUQUE ARANEOSO,
IDEMQUE, THALLE, TURBIDA RAPACIOR PROCELLA,
CUM DIVA MULIERARIOS OSTENDIT OSCITANTES,
REMITTE PALLIUM MIHI MEUM, QUOD INVOLASTI,
SUDARIUMQUE SAETABUM CATAGRAPHOSQUE THYNOS,
INEPTE, QUAE PALAM SOLES HABERE TAMQUAM AVITA.
QUAE NUNC TUIS AB UNGUIBUS REGLUTINA ET REMITTE,
NE LANEUM LATUSCULUM MANUSQUE MOLLICELLAS
INUSTA TURPITER TIBI FLAGELLA CONSCRIBILLENT,
ET INSOLENTER AESTUES VELUT MINUTA MAGNO
DEPRENSA NAVIS IN MARI VESANIENTE VENTO.
Tallo, checca bocchinara
Tallo checca bocchinara, più molle del pelo
d’un coniglio
o della midollina di un’oca o
dell’insignificante lobulo d’un orecchio
o del pisello moscio dei vecchi e d’un
antro dimenticato coperto di ragnatele,
ma anche, Tallo, più rapace d’una oscura
tempesta,
nel momento che la luna ti mostra
ciondolanti donnaiuoli,
rendimi il mio mantello, con cui sei volato
via, ladro,
e il fazzoletto di Sétabi e i ricami di
Tìnia, che sei solito
ostentare in pubblico, sommo idiota, come
fossero cose tue.
Molla la presa dei tuoi artigli, ora, e
ridammeli subito,
se non vuoi che sulle tue chiappette
vellutate e sulle tue mani mollicce
il mio flagello scarabocchi a fuoco
l’ignominia,
e che tu debba inusitatamente fremere come
il minuto guscio d’una nave
sorpreso dal vento furibondo nell'immenso
mare spumeggiante.
1] mollis: molle; sottomesso, remissivo, mansueto; addomesticato; in
generale il termine era riferito per indicare un uomo effeminato.
Thallus: Tallo, nome diffuso tra schiavi e liberti;
2] medullula. ae: midollina; diminutivo di medulla, midollo;
imulus, a, um: infimo, al di sotto di tutto; diminutivo di imus: il più
basso;
oricilla: auricilla; lobulo dell’orecchio, lobo dell’orecchio;
4-5] Tallo è un ladruncolo che sfrutta il chiaro di luna per derubare
qualche distratto donnaiolo;
5] diva: la luna; traduzione letterale: dea, divina, di natura divina;
mulierarios: la decifrazione del testo originale è incerta, a volte viene
riportata come mulier aries o in altri modi
6] involasti: piombare sopra un possesso e impadronirsene, involare,
portar via;
7] Saetabis, bis: Sétabi regione della Spagna celebre per i fini tessuti e i
lini;
catagraphos: tessuti ricamati;
Thynus, a, um: Tinia, regione della penisola anatolica posizionata vicino
alla forse più nota Bitinia;
10] latusculum, i: piccolo fianco, piccolo lato; diminutivo di latus; il
lato può essere inteso come lato del corpo, ma anche in senso traslato
come una parte del corpo e in tal senso l’ho interpretato come piccolo
fondo schiena;
laneus, a, um: di lana; morbido, molle come la lana, vellutato;
12] minuta...magno: ossimoro; tuttavia in minuta navis in magno mari
minuta è riferito alla nave e magno al mare, e quindi è un ossimoro,
accostmaento di due termini antitetici, da un punto di vista sintattico
estetico e musicale, ma non da un punto visto semantico in quanto i due
termini contradditori si riferiscono a due soggetti diversi;
13] vesaniens , entis: furioso, furibondo, che infuria;
Gaio Valerio Catullo Carmen 32
AMABO, IPSITILLA,
MEA DULCIS
MEAE DELICIAE, MEI LEPORES,
IUBE AD TE VENIAM MERIDIATUM.
ET SI IUSSERIS, ILLUD ADIUVATO,
NE QUIS LIMINIS OBSERET TABELLAM,
NEU TIBI LUBEAT FORAS ABIRE,
SED DOMI MANEAS PARESQUE NOBIS
NOVEM CONTINUAS FUTUTIONES.
VERUM SI QUID AGES, STATIM IUBETO:
NAM PRANSUS IACEO ET SATUR SUPINUS
PERTUNDO TUNICAMQUE PALLIUMQUE.
Aspettami Ipsitilla
Ti amerò, mia dolce Ipsitilla,
mia delizia, mia incantatrice,
dimmi di venir da te a fare un riposino.
E se deciderai così, fammi questo favore,
non sprangare la porticina del tuo nido,
e non farti venir voglia di uscire,
ma resta in casa e preparati per
farci nove scopate ininterrotte.
In verità, se me lo vorrai chiedere, fallo
subito:
giacché son qui sdraiato dopo pranzo e
satollo pancia
all’aria col cazzo dritto sfondo tunica e
mantello.
3] meridio, (avi), atum, are, (meridies): riposare, dormire dopo
mezzodì, meriggiare.
5] limen, liminis: soglia; metonimia: soglia intesa come abitazione,
dimora.
tabella, ae: genericamente diminutivo di tavola: piccola tavola, tabella,
tavoletta.
Gaio Valerio Catullo Carmen 37
SALAX TABERNA VOSQUE CONTUBERNALES,
A PILLEATIS NONA FRATRIBUS PILA,
SOLIS PUTATIS ESSE MENTULAS VOBIS,
SOLIS LICERE, QUIDQUID EST PUELLARUM,
CONFUTUERE ET PUTARE CETEROS HIRCOS?
AN, CONTINENTER QUOD SEDETIS INSULSI
CENTUM AN DUCENTI, NON PUTATIS AUSURUM
ME UNA DUCENTOS IRRUMARE SESSORES?
ATQUI PUTATE: NAMQUE TOTIUS VOBIS
FRONTEM TABERNAE SOPIONIBUS SCRIBAM.
PUELLA NAM MI, QUAE MEO SINU FUGIT,
AMATA TANTUM QUANTUM AMABITUR NULLA,
PRO QUA MIHI SUNT MAGNA BELLA PUGNATA,
CONSEDIT ISTIC. HANC BONI BEATIQUE
OMNES AMATIS, ET QUIDEM, QUOD INDIGNUM EST,
OMNES PUSILLI ET SEMITARII MOECHI;
TU PRAETER OMNES UNE DE CAPILLATIS,
CUNICULOSAE CELTIBERIAE FILI,
EGNATI, OPACA QUEM BONUM FACIT BARBA
ET DENS HIBERA DEFRICATUS URINA.
La taverna dei puttanieri
Voi, bestie che frequentate quell’immonda
taverna,
nove colonne dopo il tempio di Càstore e
Pollùce,
pensate di averlo solo voi il cazzo, che
solo a voi,
qualunque fichetta si presenti, sia
concesso
scoparverla mentre gli altri son tutti
cornuti?
O forse, dal momento che sedete in cento o
duecento
tutti in fila come deficienti, credete che
non sarei capace
di ficcarvelo in bocca a tutti e duecento
quanti siete?
E allora sappiatelo: sul muro fuori della
taverna
scriverò che siete tutti dei gran cazzoni.
La mia donna, fuggita dalle mie braccia,
lei, amata quanto nessuna mai sarà amata,
in nome della quale ho combattuto così
grandi battaglie,
siede lì, tra voi. Ve la sbattete a turno,
quasi che foste onesti
e rispettabili, ma in realtà, ed è questa
la cosa atroce,
siete un branco di mezze seghe fallite e
puttanieri da strada;
e tu sei il primo, Ignazio, fra tutti quei
capelloni,
nato tra gl'innumerevoli conigli della
Celtiberia,
che credi d’esser bello nascosto dalla
barba incolta
e ti sfreghi i denti sciacquandoli con
l'urina.
2] pilleatis fratribus: i fratelli imberrettati; i fratelli che portano il
berretto di feltro; dalla mitologia greco-romana sono Càstore e Pollùce,
i due fratelli gemelli figli di Zeus e di Leda, noti come Diòscuri; il
tempio dei Diòscuri si trovava nel Foro;
pileum: berretto di feltro a forma conica utilizzato dai soldati di Sparta;
essendo Càstore e Pollùce protettori della città indossavano tale
berretto.
9] Atqui: congiunzione (at + quo) connette enfaticamente quel che
precede con un asserto avversativo: al contrario, ma, sebbene, eppure,
piuttosto; orbene, ebbene; in senso avversativo: ma se (ora); talora
utilizzata per aggiungere un nuovo pensiero in conferma del
precedente: gli è ben vero che; utilizzata per introdurre una assumptio,
una propositio minor in filosofia, in un sillogismo, con valore deduttivo
o conclusivo: orbene, ebbene, dunque, perciò, adunque, di
conseguenza, e allora; atqui certe: ma almeno, ma (ora) cerrtamente.
Puto, avi, atum, are: in generale: computare, calcolare, valutare;
pregnante in senso traslato: considerare, meditare, esaminare,
ponderare, riflettere, vagliare nell'animo;
10] sopio, sopionis: pene o largo pene; associato alla caricatura di
qualcuno, per dargli del "cazzone" ovvero del sempliciotto,
fessacchiotto, buono a nulla, fannullone oppure del "testa di cazzo"
inteso come di qualcuno che esprime pensieri e tiene comportamenti
riprorevoli od anche forse intendendo qualcuno "che ragiona col cazzo";
oltre che in questo carme il sostantivo appare in un paio di graffiti
murari rinvenuti a Pompei.
14] Pusillus, a, um: piccino, piccolino; propriamente di chi o cosa
rimane piccolino, in miniatura; in senso traslato molto piccolo in
estensione ed intensità, molto angusto: della voce: fioca, debole; di
coraggio: timido, pusillanime; di sentire e pensare: piccolo, pusillo;
riguardo alla stima di fronte ad altri: piccolo, da nulla, di poco rilievo;
di oggetti: da nulla.
Gaio Valerio Catullo Carmen 39
EGNATIUS, QUOD CANDIDOS HABET DENTES,
RENIDET USQUE QUAQUE. SI AD REI VENTUM EST
SUBSELLIUM, CUM ORATOR EXCITAT FLETUM,
RENIDET ILLE; SI AD PII ROGUM FILI
LUGETUR, ORBA CUM FLET UNICUM MATER,
RENIDET ILLE. QUIDQUID EST, UBICUMQUE EST,
QUODCUMQUE AGIT, RENIDET: HUNC HABET MORBUM,
NEQUE ELEGANTEM, UT ARBITROR, NEQUE URBANUM.
QUARE MONENDUM EST (TE) MIHI, BONE EGNATI.
SI URBANUS ESSES AUT SABINUS AUT TIBURS
AUT PINGUIS UMBER AUT OBESUS ETRUSCUS
AUT LANUVINUS ATER ATQUE DENTATUS
AUT TRANSPADANUS, UT MEOS QUOQUE ATTINGAM,
AUT QUILUBET, QUI PURITER LAVIT DENTES,
TAMEN RENIDERE USQUE QUAQUE TE NOLLEM:
NAM RISU INEPTO RES INEPTIOR NULLA EST.
NUNC CELTIBER ES: CELTIBERIA IN TERRA,
QUOD QUISQUE MINXIT, HOC SIBI SOLET MANE
DENTEM ATQUE RUSSAM DEFRICARE GINGIVAM,
UT QUO ISTE VESTER EXPOLITIOR DENS EST,
HOC TE AMPLIUS BIBISSE PRAEDICET LOTI.
Nulla è più sciocco d’una sciocca risata
Ignazio, per esibire i suoi denti candidi,
ride,
ride in ogni luogo e per qualunque cosa.
Quando il colpevole
attende il giudizio, nel momento in cui
l’oratore desta il pianto,
lui ride; se si assiste afflitti al rogo
d’un figlio devoto,
mentre la madre orbata del suo solo ragazzo
piange disperata,
lui ride. Per qualunque cosa, ovunque si
trovi,
in qualunque momento che sia grave, ride,
ride sempre:
ha questo difetto che non è elegante, io
penso, e neanche cortese.
Dunque te lo devo proprio dire, mio buon
Ignazio.
Se tu fossi uno di Roma o un Sabino o un
Tiburtino
o un Umbro grosso o un grasso Etrusco
o un Lanuvino orribile e coi denti di fuori
o un Transpadano, per metterci anche i
miei,
o uno di un qualunque altro posto, dove si
lavano i denti con acqua pura,
pure ridere in ogni luogo e per qualunque
cosa ti renderebbe antipatico:
poiché non c’è nulla di più sciocco d’una
sciocca risata.
Ma tu sei un Celtibero: in terra Celtibera
quello che uno piscia, la mattina dopo lo
utilizza
per strofinare a sangue denti e gengive,
così quanto più questi vostri denti son
puliti,
tanto più si palesa il piscio che ti sei
bevuto.
Celtiber, bera, berum: Celtibero
Celtiberi, orum: Celtiberi popolazione derivante dalla fusione di Celti e
Iberici, nel centro della Spagna;
mingo, mingere, minxi, minctus: urinare, atto della minzione, da cui in
italiano il verbo mingere;
lotium, loti: urina utilizzata per candeggiare e schiarire i vestiti;
Gaio Valerio Catullo Carmen 41
AMEANA PUELLA DEFUTUTA
TOTA MILIA ME DECEM POPOSCIT,
ISTA TURPICULO PUELLA NASO,
DECOCTORIS AMICA FORMIANI.
PROPINQUI, QUIBUS EST PUELLA CURAE,
AMICOS MEDICOSQUE CONVOCATE:
NON EST SANA PUELLA, NEC ROGARE
QUALIS SIT SOLET; EST IMAGINOSA.
Ameana, l’amichetta di Mamurra
Ameana, puttanella sfranta dal troppo
sesso,
me ne ha chieste diecimila tonde tonde,
codesta troietta dal naso deforme,
amichetta del formiano fallito.
Voi parenti, a cui la ragazza è affidata,
convocate medici e amici tutti e
riportatela in sé:
questa non è sana di mente, e neanche è
abituata
a chiedere qual sia il suo prezzo; stà
delirando.
defututus, a, um: (de + futuo); sfinito dalle scopate, stracco per la
Venere, consumato da troppi rapporti sessuali, sfinito dalla eccitazione
sessuale.
decoctoris amica Formiani: amica del dissipatore formiano: si riferisce a
Mamurra.
decoctor, oris: dissipatore, bancarottiere, persona insolvente.
imaginosus, a, um: (imago) pieno di immagini, pieno di fantasia, che si
abbandona alla fantasia.
Gaio Valerio Catullo Carmen 42
ADESTE, HENDECASYLLABI, QUOT ESTIS
OMNES UNDIQUE, QUOTQUOT ESTIS OMNES.
IOCUM ME PUTAT ESSE MOECHA TURPIS
ET NEGAT MIHI NOSTRA REDDITURAM
PUGILLARIA, SI PATI POTESTIS.
PERSEQUAMUR EAM, ET REFLAGITEMUS.
QUAE SIT, QUAERITIS: ILLA, QUAM VIDETIS
TURPE INCEDERE, MIMICE AC MOLESTE
RIDENTEM CATULI ORE GALLICANI.
CIRCUMSISTITE EAM, ET REFLAGITATE:
'MOECHA PUTIDA, REDDE CODICILLOS,
REDDE, PUTIDA MOECHA, CODICILLOS'.
NON ASSIS FACIS? O LUTUM, LUPANAR,
AUT SI PERDITIUS POTEST QUID ESSE.
SED NON EST TAMEN HOC SATIS PUTANDUM.
QUOD SI NON ALIUD POTEST, RUBOREM
FERREO CANIS EXPRIMAMUS ORE.
CONCLAMATE ITERUM ALTIORE VOCE:
'MOECHA PUTIDA. REDDE CODICILLOS,
REDDE, PUTIDA MOECHA, CODICILLOS'.
SED NIL PROFICIMUS, NIHIL MOVETUR.
MUTANDA EST RATIO MODUSQUE NOBIS,
SI QUID PROFICERE AMPLIUS POTESTIS:
'PUDICA ET PROBA, REDDE CODICILLOS'.
Restituiscimi i versetti lurida cagna
Accorrete, endecassilabi, quanti voi siete
da ogni luogo tutti, tutti quanti, ovunque
voi siete.
Una disgustosa puttana pensa ch’io sia il
suo zimbello
e si rifiuta di ridarmi i nostri versetti,
se solo voi poteste tollerarlo.
Inseguiamola, e non diamole tregua.
Chi mai sia, voi chiedete: quella, che
vedete
incedere turpe, sembra un pagliaccio e con
quella boccaccia
dalla risata molesta par essere un cucciolo
di cane di Gallia.
Circondatela, e non datele tregua:
'Fetida d’una puttana, restituisci i
versetti,
restituiscili tutti, puttana putrefatta'.
Te ne freghi? Oh che zozza, che gran troia,
la più degenerata che possa esistere.
Ma credo che questo non sia ancora
sufficiente.
Se non altro che noi la si possa far
bruciare di vergogna,
quella cagna dura come il ferro.
Strillate ancora, urlate più forte:
'Fetida d’una puttana, restituisci i
versetti,
restituiscili tutti, puttana putrefatta'.
Ma niente, non si ottiene niente, nulla la
smuove.
È ragionevole per noi cambiar metodo e
maniera,
se vogliamo sperare di ottener qualcosa:
'O fonte d’immacolata bontà casta e pura,
ridammi i versetti'.
Catullo si riferisce a Lesbia, che evidentemente la tradiva e lui, non
riuscendo a tollerarlo, pretende allora la restituzione delle poesie
d’amore che le aveva dato, e chiama a sé tutti i suoi versetti, invoca
tutta la sua fantasia poetica, per poterla offendere quanto più possibile.
Codicillus, i: diminutivo di codex; codicillo; tavoletta in legno ricoperta
di cera utilizzata per appunti provvisori.
Gaio Valerio Catullo Carmen 56
O REM RIDICULAM, CATO, ET IOCOSAM
DIGNAMQUE AURIBUS ET TUO CACHINNO.
RIDE QUICQUID AMAS, CATO, CATULLUM:
RES EST RIDICULA ET NIMIS IOCOSA.
DEPRENDI MODO POPULUM PUELLAE
TRUSANTEM: HUNC EGO, SI PLACET DIONAE,
PRO TELO RIGIDA MEA CECIDI.
È stato un attimo
Oh che situazione ridicola, Catone, e
divertente tanto
che merita tu l’ascolti e ne possa
sghignazzare fragorosamente.
Non importa che tu ne rida, Catone, se vuoi
bene a Catullo:
è una cosa comica e veramente bizzarra.
Ho incontrato un tipetto nel mentre ch’era
intento a ficcarlo
in una fanciulla: io, a Venere piacendo,
col mio dardo ritto, è stato un attimo,
l’ho inculato.
Dione, es oppure Diona, ae: Dione; Titanina figlia dell’Oceano e di Teti
oppure di Etere e di Gea oppure madre di Venere. Anche usato per
indicare Venere stessa.
Telum, i: giavellotto, arma, asta; dardo; in doppio senso membro virile.
Truso, are: intensivo di trudo; ficcare, spingere con forza.
Caedo, cecidi, caesum, caedere: spaccare, fare a pezzi, conficcare,
inculare.
Gaio Valerio Catullo Carmen 58
CAELI, LESBIA NOSTRA, LESBIA ILLA,
ILLA LESBIA, QUAM CATULLUS UNAM
PLUS QUAM SE ATQUE SUOS AMAVIT OMNES,
NUNC IN QUADRIVIIS ET ANGIPORTIS
GLUBIT MAGNANIMOS REMI NEPOTES.
Lesbia pompinara
Lesbia, la mia Lesbia, Celio, quella
Lesbia,
proprio lei, la sola che Catullo mai abbia
amato
più di sé stesso e d’ogn’altra cosa a lui
cara,
agl’angoli delle strade e nel buio dei
vicoletti
ora scappella i cazzi della fiera gioventù
romana.
1] Caeli: Celio; potrebbe trattarsi dell’amico Celio di cui al Carme 100
oppure del Celio dei carmi 69, 71 e 77, quel Marco Celio Rufo amante
della Clodia - Lesbia cui si riferisce la Pro Caelio, un’orazione che Marco
Tullio Cicerone tenne il 4 aprile del 56 a.C., orazione che rappresenta
uno dei massimi esempi di oratoria ciceroniana; Clodia accusa in
tribunale Celio di un tentativo di avvelenamento e Cicerone per
difendere l’amico Tullio Celio probabilmente esagerando descrive
questa Clodia, la stessa Lesbia amata ed odiata da Catullo circa dal 59
al 57 a.C., come una matrona romana gaudente e dedita alla
prostituzione desiderosa di vendicarsi di Celio per essere stata lasciata.
4] Quadrivius, ii: quadrivio, crocicchio, incrocio di quattro vie.
Angiportum, i: ango + portus: via stretta, secondaria, chiassetto; vicolo;
stradina stretta ed opprimente, stradino riservato.
in quadriviis et angiportis: Catullo intende probabilmente indicare tanto
le strade ampie e frequentate da molta gente quanto i vicoli secondari e
deserti: dappertutto, ovunque le capiti.
5] glubo, glupsi, gluptus, ere: sgusciare, scorzare, sbucciare, pelare,
spellare, scrostare; in particolare si riferisce alla decorticazione di
grano o orzo; in senso traslato la traduzione non oscena che viene
solitamente data in questo contesto è: derubare, privare, cavar la pelle
a, spremere, alludendo quindi al compenso in denaro dato in cambio
della prestazione sessuale fornita da Lesbia oppure alludendo allo stato
di prostrazione e spossatezza dei clienti dopo gli incontri in cui Lesbia li
strapazzava; è tuttavia probabilmente più corretto considerare glubere
nel suo significato originario di decorticare, sgusciare, scorzare le
spighe dei cereali per farne uscire il seme come evidente metafora di un
atto tipicamente compiuto durante la pratica della fellatio: scappellare
o scappucciare il pene.
Magnanimus, a, um: (magnus + animus) magnanimo, generoso; valoroso,
audace, coraggioso; baldanzoso, spavaldo, sfacciato, impudente,
sfrontato; insolente, protervo; borioso, arrogante, superbo, fiero,
tronfio; millantatore, altisonante, ampolloso.
Glubit Magnanimos Remi Nepotes: scortica i magnanimi nipoti di Remo;
i nipoti di Remo sono i discendenti di Romolo e quindi tutti i liberi
cittadini romani; riferendosi al rapporto pater-nepos, zio-nipote,
solitamente si mette anche in evidenza la differenza di età tra il
giovane nipote e l'anziano zio, per cui ho preferito tradurre nepotes
Remi come allusione ai giovani aristocratici romani più che all'intera
popolazione romana; il magnus rende per magnanimus, oltre al classico
significato di generoso o magnanimo, numerosi significati negativi che
danno il senso della sarcastica condanna morale di Catullo nei confronti
di quei giovani romani che frequentavano prostitute e tenevano
comportamenti smodati, egocentrici e narcisisti dando così prova della
loro decadenza morale.
Gaio Valerio Catullo Carmen 74
GELLIUS AUDIERAT PATRUUM OBIURGARE SOLERE,
SI QUIS DELICIAS DICERET AUT FACERET.
HOC NE IPSI ACCIDERET, PATRUI PERDEPSUIT IPSAM
UXOREM ET PATRUUM REDDIDIT HARPOCRATEM.
QUOD VOLUIT FECIT: NAM, QUAMVIS INRUMET IPSUM
NUNC PATRUUM, VERBUM NON FACIET PATRUUS.
Lo zio di Gellio
Gellio aveva udito lo zio esser solito
strepitare,
se qualcuno raccontava di voluttuosi
godimenti o li praticava.
Per non esser snervato anche lui da questo,
si scopò sua moglie
e lo rese così personificazione stessa del
silenzio.
Ottenne quel che voleva: ora infatti, se
pure ficcasse il cazzo
in bocca allo zietto, lui non direbbe una
parola.
objurgo, avi, atum, are: biasimare, riprendere, rimproverare, garrire;
maltrattare, punire;
Harpocrates: Arpocrate; divinità del silenzio originaria della mitologia
egizia e inserita poi tra le divinità greco romane; era l’immagine stessa
del silenzio, solitamente rappresentata come un fanciullo col la punta
del dito indice poggiata sulle labbra indicando la bocca a suggerire il suo
silenzio;
Gaio Valerio Catullo Carmen 80
QUID DICAM, GELLI, QUARE ROSEA ISTA LABELLA
HIBERNA FIANT CANDIDIORA NIVE,
MANE DOMO CUM EXIS ET CUM TE OCTAVA QUIETE
E MOLLI LONGO SUSCITAT HORA DIE?
NESCIO QUID CERTE EST: AN VERE FAMA SUSURRAT
GRANDIA TE MEDII TENTA VORARE VIRI?
SIC CERTE EST: CLAMANT VICTORIS RUPTA MISELLI
ILIA ET EMULSO LABRA NOTATA SERO.
Le candide labbra di Gellio
Come puoi, Gellio, spiegare perché queste
tue labbrucce rosee
divengono più candide della neve d’inverno,
quando alla mattina esci di casa o quando
nel primo pomeriggio
delle lunghe giornate estive ti ridesti dal
pigro riposo?
Per certo non saprei come avvenga: ma
potrebbe esser vero, qualcuno lo sussurra,
che sei un divoratore di quell’enorme
arnese ch’esce dall’inguine di un uomo?
è così, di sicuro: lo gridano la schiena
rotta di Vittorio,
pover’uomo, e le tue labbra segnate dal
latte che hai succhiato.
octava hora: corrisponde alle 14.00-15.00
Gaio Valerio Catullo Carmen 88
Metrica: Distico elegiaco
QUID FACIT IS, GELLI, QUI CUM MATRE ATQUE SORORE
PRURIT ET ABIECTIS PERVIGILAT TUNICIS?
QUID FACIT IS, PATRUUM QUI NON SINIT ESSE MARITUM?
ECQUID SCIS QUANTUM SUSCIPIAT SCELERIS?
SUSCIPIT, O GELLI, QUANTUM NON ULTIMA TETHYS
NEC GENITOR NYMPHARUM ABLUIT OCEANUS:
NAM NIHIL EST QUICQUAM SCELERIS, QUO PRODEAT ULTRA,
NON SI DEMISSO SE IPSE VORET CAPITE.
Gellio scellerato
Come chiamare, Gellio, quello che si arrapa
con madre e sorella
e buttati all’aria i vestiti rimane sveglio
tutta la notte?
Come chiamarlo, quello che non consente
allo zio d’esser marito?
Esiste un modo perché tu possa comprendere
quanto scellerato sia il suo agire?
Una azione, Gellio, che non Teti lontana al
di là d’ogni cosa
e neanche Oceano padre delle ninfe
potrebbero lavare:
dato che nessuno conosce una qualunque
depravazione che possa superar questa,
neanche se, chinato il capo, si succhiasse
il suo stesso cazzo.
Teti: sorella e sposa di Oceano, figlia di Gea ed Urano; in questo
contesto da intendere come il mare stesso;
ipse voret: divorasse, ingurgitasse, ingoiasse sé stesso;
Gaio Valerio Catullo Carmen 89
GELLIUS EST TENUIS: QUID NI? CUI TAM BONA MATER
TAMQUE VALENS VIVAT TAMQUE VENUSTA SOROR,
TAMQUE BONUS PATRUUS, TAMQUE OMNIA PLENA PUELLIS
COGNATIS, QUARE IS DESINAT ESSE MACER?
QUI UT NIHIL ATTINGAT, NISI QUOD FAS TANGERE NON EST,
QUANTUMVIS QUARE SIT MACER INVENIES.
Gellio è smagrito
Gellio è smagrito: e come non potrebbe? Con
una madre così gradevole
e dalle abitudini tanto gagliarde e una
sorella tanto attraente,
e uno zio tanto semplice, e con tutte
quelle sue numerose cognatine
fanciulle, perché mai dovrebbe cessar
d’essere uno scheletro?
Anche se non palpasse altro, se non quel
che non è lecito toccare,
non c’è molto da fantasticare sul perché
sia così macilento.
ni: ne, arcaico;
quid ni?: come non?, perché non?
tenuis,e: tenue, sottile; gracile, magro;
Gaio Valerio Catullo Carmen 94
MENTULA MOECHATUR, MOECHATUR MENTULA; CERTE
HOC EST, QUOD DICUNT: IPSA OLERA OLLA LEGIT.
Cazzo adultero
Cazzo adultero, adultero d’un cazzo; certo
così è,
per quanto dicono: la pentola sceglie da sé
le sue verdure.
Il cazzo è propenso all’adulterio, se diamo credito al detto che ogni
pentola sceglie da sé le sue verdure, cioé se è vero, come è vero, che
ogni pentola, per forma e dimensioni, è adatta ad un qualche tipo di
verdura e non ad altre: è nella natura delle cose.
Di più con Mentula Catullo si riferiva a Mamurra, corrotto praefectus
fabrum di Cesare in Gallia e Britannia, e quindi affermava essere nella
natura stessa delle cose che Mamurra fosse un adultero in termini
politici, arricchendosi personalmente grazie alla sua posizione di potere
e tradendo la fedeltà dovuta al popolo romano.
Gaio Valerio Catullo Carmen 97
NON (ITA ME DI AMENT) QUICQUAM REFERRE PUTAVI,
UTRUM OS AN CULUM OLFACEREM AEMILIO.
NILO MUNDIUS HOC, NIHILOQUE IMMUNDIUS ILLUD,
VERUM ETIAM CULUS MUNDIOR ET MELIOR:
NAM SINE DENTIBUS EST: OS DENTIS SESQUIPEDALIS,
GINGIVAS VERO PLOXENI HABET VETERIS,
PRAETEREA RICTUM QUALEM DIFFISSUS IN AESTU
MEIENTIS MULAE CUNNUS HABERE SOLET.
HIC FUTUIT MULTAS ET SE FACIT ESSE VENUSTUM,
ET NON PISTRINO TRADITUR ATQUE ASINO?
QUEM SI QUA ATTINGIT, NON ILLAM POSSE PUTEMUS
AEGROTI CULUM LINGERE CARNIFICIS?
Emilio faccia di culo
Che gli dei mi perdonino per questo, ma non
avevo idea a cosa riferire,
se alla bocca o al culo di Emilio, l’odore
che sentivo.
Solitamente nulla è più pulito di questa, e
nulla è più sudicio di quello,
ma in verità il suo culo è più pulito e più
gradevole:
almeno è senza denti: la bocca ha zanne
lunghe un piede e mezzo,
con gengive che assomigliano di più a un
vecchio carretto,
e in aggiunta quand’è aperta è tal quale
la fica rotta d’una mula in calore mentre
piscia.
Lui ne fotte molte e crede d’esser bello,
e non dovrebbe andare a lavorare alla mola
con l’asino?
Quella che ci si strofina, non sarebbe
forse capace
di leccare il culo d’un boia infetto?
A mio avviso questa è la più oscena, in senso iperbolico e non
soffermandosi alla sfera sessuale, fra tutte le poesie di Catullo; nei 4
ultimi versi la volgarità che Catullo comunica è accresciuta dalla forma
interrogativa ed evidentemente è una volgarità assolutamente e
definitivamente provocatoria; probabilmente, almeno in italiano, i versi
sarebbero resi in modo lievemente più gentile togliendo la forma
interrogativa:
Lui che ne fotte molte e crede d'esser bello
dovrebbe andar a lavorare alla mola con l'asino e
quella che ci si strofina, sarebbe anche capace
di leccare il culo d'un boia infetto.
Gaio Valerio Catullo Carmen 98
IN TE, SI IN QUEMQUAM, DICI POTE, PUTIDE VICTI,
ID QUOD VERBOSIS DICITUR ET FATUIS:
ISTA CUM LINGUA, SI USUS VENIAT TIBI, POSSIS
CULOS ET CREPIDAS LINGERE CARPATINAS.
SI NOS OMNINO VIS OMNES PERDERE, VICTI,
HISCAS: OMNINO QUOD CUPIS EFFICIES.
La lingua di Vezio
A te, e a nessun altro, si può ben dire,
Vezio fetente,
quel che si dice a pomposi logorroici e
idioti:
con codesta lingua, se ne dovessi aver
bisogno, potresti
leccar culi e ciabatte di cuoiaccio grezzo.
E se ci vorrai schiantar del tutto in un
sol colpo, Vezio,
apri la bocca: quel che desideri l’otterrai
pienamente.
si in quemquam: se a qualcuno mai; reso con: e a nessun altro;
crepida, ae: pianella, che si adatta ad ambedue i piedi; sandalo;
carpatinus, a, um: di cuoio grezzo, rozzo, rustico;
Gaio Valerio Catullo Carmen 111
AUFILENA, VIRO CONTENTAM VIVERE SOLO,
NUPTARUM LAUS E LAUDIBUS EXIMIIS;
SED CUIVIS QUAMVIS POTIUS SUCCUMBERE PAR EST,
QUAM MATREM FRATRES (TE PARERE) EX PATRUO.
La virtù di Aufilena
Viver contenta con un solo uomo, Aufilena,
d’ogni amata è la lode fra le lodi la più
eccellente;
ma è al pari preferibile giacere con chi e
quanto più ti piace,
piuttosto che esser madre con lo zio e
partorir cugini.
Gaio Valerio Catullo Carmen 112
MULTUS HOMO ES, NASO, NEQUE TECUM MULTUS HOMO EST QUI
DESCENDIT: NASO, MULTUS ES ET PATHICUS.
Nasone
Grand'uomo che sei Nasone, e non è un
grand'uomo chi ti apre
il culo: tu, Nasone, sei un grande e un
frocio pigliainculo.
multus, a, um: relativamente a una moltitudine: molti, molti uomini;
relativamente a una quantità intensiva: molto, grande, forte,
importante; riguardo al modo: discendere al foro, spesso i politici
scendevano al foro per tenere un comizio ossia per parlare al popolo e
ai suoi elettori, e in tal senso si utilizzava il vebo descendere; riguardo
al modo di procedere: importuno, molesto: qui in aliquo genere aut
inconcinnus aut multus est - Cicerone quindi per derivazione: multus es
et pathicus: ti prostituisci a molti;
multus ricorre tre volte nei due versi ed essendo suscettibile di
numerose interpretazioni si hanno diverse traduzioni proposte:
generalmente il primo multus è inteso come grand'uomo, uomo
importante, potente, forte; una possibile traduzione proposta per gli
altri multus è che Nasone fosse un politico; il secondo multus è a volte
inteso come: non ci sono molti politici disposti a misurarsi in un comizio
nel foro con te, a scendere nel foro per misurarsi con te;
descendo, sendi, scensum, ere: scendere, discendere, calare; curvarsi
per lasciarsi violare; abbassarsi, piegarsi, umiliarsi; abbassarsi,
penetrare, cadere a terra dall'alto, piombare sopra;
pathicus: maschio adulto non effeminato esclusivamente passivo.