Istoria Civile Del Regno Di Napoli: Pietro Giannone
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2
1a EDIZIONE ELETTRONICA DEL: 5 febbraio 2015
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3
ISTORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI
DI
PIETRO GIANNONE
VOLUME SESTO
MILANO
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4
STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI
LIBRO VENTESIMOSECONDO
1
Tiraq. qu. 40 n. 167 tract. de primogen.
2
Affl. in tit. de Success. Feud. et decis. 119 n. 3.
5
per questa causa. Scrisse ancora per Roberto, Niccolò Ruffolo
valente Dottore di que' tempi, le cui allegazioni leggiamo
impresse ne' volumi di Luca di Penna. E Gio. Vincenzo Ciarlanti3
vuole, che Roberto avesse seco condotto ad Avignone anche
Andrea d'Isernia pur famoso Giureconsulto, perchè insieme col
Capua prendesse la sua difesa. Chi sostenesse le parti di
Caroberto non abbiam memoria; e se dobbiamo prestar fede a
ciò, che di questa contesa ne scrisse Baldo Perugino4, non fu egli
presso il Papa difeso, come ad una cotal difficile ed intrigata
quistione si conveniva.
Ma ciò che sopra ogni altro rese al giudicio del Mondo, ed agli
Scrittori giusta e prudente la decisione del Pontefice Clemente V
a favor di Roberto, fu che Bartolommeo di Capua trattò questa
causa non semplicemente da Dottore, ma dimostrò al Papa ed a'
Cardinali, che oltre a quella ragione, che davano le leggi al Duca
di Calabria, era necessario per l'utilità pubblica d'Italia, e del
nome cristiano, che il Regno dovesse darsi a Roberto Signor
savio ed espertissimo in pace ed in guerra, riputato un altro
Salomone dell'età sua; e non più tosto al giovanetto Re, il quale
senza conoscimento alcuno delle cose d'Italia nato, ed allevato in
Ungheria, fra' costumi del tutto alieni dagl'Italiani, essendo
costretto di governare il Regno per mezzo di Ministri e Baroni
ungari, a niun modo avria potuto mantenerlo in pace, parendo
ancora cosa non meno impossibile, che inconveniente, che il
Duca di Calabria, il Principe di Taranto, ed il Principe d'Acaja zii
del Re, e Signori nel Regno tanto potenti, avessero a star soggetti
a' Baroni Ungari5; onde dopo molte discussioni, al fine fu
sentenziato in favor di Roberto, ed al primo d'Agosto di
quest'anno 1309 fu dichiarato in pubblico Concistoro Re di Sicilia
ed erede degli altri Stati del Re Carlo suo padre; ed a' 26 del detto
3
Hist. de Samnio. lib. 4 cap. 23.
4
Costanzo lib. 5.
5
Costanzo lib. 5.
6
mese fu da Roberto in mano del Pontefice dato il giuramento di
fedeltà e ligio omaggio, e ricevè dal medesimo l'investitura6 non
meno di questo regno di Puglia, che di quello di Sicilia7; poichè i
Pontefici romani, avendo per intrusi i Re Aragonesi, che
possedevano la Sicilia senza ricercarne da essi investitura, per
non pregiudicare le loro ragioni, investivano gli Angioini, così
dell'uno, come dell'altro, secondo l'antico stile ed usitate formole.
Questa investitura, oltre essere stata raccolta dal Chioccarelli nel
primo tomo de' M. S. giurisdizionali, si legge tra le Scritture del
regale Archivio8, ove fra i soliti patti e convenzioni, Roberto
s'obbliga pagar ogni anno alla S. Sede nel dì di S. Pietro ottomila
once d'oro per censo, in recognizione del Feudo: replicandosi
ancora ciò, che nell'altre investiture era stabilito, che la città di
Benevento restasse esclusa, e come fuori del Regno rimanesse per
sempre in dominio utile e diretto della Chiesa romana. Così agli 8
di settembre nella città d'Avignone fu Roberto con tutte le solite
cerimonie e con ogni pompa e celebrità incoronato Re9; ed il Papa
a maggior dimostrazione di benevolenza, gli donò per autentica
Bolla sottoscritta da tutto il Collegio, una gran somma di denari,
che fu creduto passar trecentomila once d'oro, che dal Re Carlo
suo padre e suo Avo, si doveano alla Chiesa romana per le spese
fatte da Papa Bonifacio VIII, e suoi predecessori, nella spedizione
di Sicilia10.
Essendo tutte queste cose trattate in Avignone nel Ponteficato
di Clemente V, è gran meraviglia, come dai nostri Professori si
creda Autore di tal sentenza il Pontefice Bonifacio VIII, che più
anni prima era stato fatto prigioniere in Anagni da' Colonnesi, e
morto in Roma per dolor d'animo. Nel che non è condonabile
6
Chioccar. in M. S. giurisd. tom. 1.
7
Scip. Ammirato ne' Ritratti, pag. 292.
8
Archiv. lib. 1 lit. H. ann. 1309. Indict. 7 fol. 1. Summont. l. 3 pag. 370
tom. 2.
9
Baluz. Vitae Papar. Aven. tom. 1 cap. 15, 34, 70, 104.
10
Scip. Ammir. ne' Ritratti, pag. 292.
7
l'error di Tiraquello, e di alcuni altri11, che contro ciò che si legge
in tutti i più gravi Storici12, scrissero, che Bonifacio avesse
sentenziato a favor di Roberto, ingannato forse da ciò che si legge
ne' Commentari di Baldo13, i quali secondo le edizioni vulgate,
contenendo molte scorrezioni, sono stati cagione a lui ed agli altri
di simili errori.
Fu tal sentenza commendata da Bartolo14, e quel ch'è più da
Cino da Pistoia15, quel severissimo censore de' Pontefici e della
Corte romana; e quantunque Baldo16 una volta la riprovasse,
dicendo che in ciò il Papa fuit magis partialis, quam talis qualis
esse debuerat: nulladimanco esaminando altrove17 la questione, e
trovatala piena di difficoltà, e non così facile a determinare, tanto
che fu costretto di dire, solvat Apollo, soggiunge, che avendo così
determinato la Sede appostolica, esset ridiculum, et quasi
haereticum disputare, quia injuriam facit judicio
Reverendissimae Synodi, delle quali parole si valse anche il
nostro Matteo d'Afflitto.
Fu ella poi, come rapporta anche Bzovio18, confermata da
Benedetto XII, il quale avendo per mezzo de' suoi Legati ricevuto
il giuramento di fedeltà e ligio omaggio da Roberto, gli confermò
il Regno e ne lo investì con le medesime condizioni, che erano
nell'investitura del Re Carlo I suo Avo19. Nè sono mancati
Giureconsulti gravissimi, che l'han sostenuta con ragioni e con
11
Ursino de sucess. feud. pag. 1 qu. 5 art. 1 num. 19, 22.
12
V. Baluz. loc. cit. Sabell l. 7. Ennead Costan. l. 5.
13
Baldo in l. cum in antiqu. Cod. de jur. delib.
14
Bartolo in Auth. post fratres, Cod. de legit. haered.
15
Cin. in l. si viva matre, C. de bon. mater.
16
Baldo nella l. liberti libertaeq. C. de oper. lib. num. 25.
17
Baldo in l. cum in antiquiorib. C. de jur. delib.
18
Bzovio ann. 1355. Ann. Eccl.
19
Chiocc. t. 1. M. S. reg. jurisd.
8
esempli, come Cujacio20, Ottomano21, Morisco, Mariana22,
Arniseo23 e tanti altri. Quindi avvenne, che Roberto per mostrare
che egli, perchè nato prima e come più prossimo in grado di
Caroberto, dovea godere, ad esclusione di costui, della
primogenitura, s'intitolava: Robertus primogenitus, etc. come
assai a proposito avvertì anche Gio. Antonio de Nigris24 ne' suoi
Commentarj.
Roberto adunque, favorito in tanti modi da Papa ad capit.
Rober. incip. privilegia, cap. 1. Clemente partì da Provenza per
Italia, e quivi per mostrarsi grato al Pontefice, cavalcò per tutte le
città, favoreggiando i Guelfi, e dichiarando, ch'egli sarebbe stato
inimico a tutti coloro che cercassero d'infestare lo Stato
ecclesiastico ed i partegiani suoi.
Giunse finalmente in Napoli, dove con pompa reale e con
testimonio universale di gran contento il riceverono; poichè non
solo ciascuna provincia del Regno, ma ogni Terra di qualche
nome gli mandò Sindici a visitarlo e ad ossequiarlo: ed egli per
mostrarsi meritevole del giudizio del Papa e della benivolenza de'
Popoli, cavalcò per tutto il Regno riconoscendo i trattamenti de'
Baroni e degli Ufficiali co' sudditi, con accarezzare quelli che si
portavano bene; e per contrario riprese gl'ingiusti e tiranni,
ordinando, che dovessero inviolabilmente osservare le leggi ed i
Capitoli del Regno, che suo avo e padre aveano stabiliti. Tornato
a Napoli, creò Duca di Calabria Carlo suo unigenito, ed onorò
molti gran Baroni del titolo di Conte; e calcando le vestigia de'
suoi maggiori, cominciò a far vie più bella e magnifica la città,
non avendo ancor cagione alcuna di guerra. Diede in quest'anno
1310 principio al monastero di S. Chiara, luogo per Monache in
ampio numero di quell'Ordine, con un separato Convento per
20
Cujac. de Feud. lib. 2 tit. 11.
21
Ottom. quaest. illust. qu. 3.
22
Mariana lib. 13. Hist. Hisp. cap. 9 in fir. et lib. 14 cap. 8.
23
Arnis. t. 1 cap. 2 sect. 10.
24
Nigris in Comment.
9
molti Religiosi Conventuali, e piacquegli dichiarare questa
magnifica chiesa, che fosse sua Cappella regia25. Fabbrica, che in
magnificenza e grandezza non cede a niun altro edificio moderno
d'Italia: ed è fama, che dal dì primo del suo Regno destinò tremila
ducati il mese da spendersi, mentre e' vivea, prima in edificare la
chiesa, e' Conventi, e poscia in comprare possessioni, de' cui
frutti potessero vivere le Monache e' Frati. E vi è chi scrisse26, che
Roberto per ammenda della morte proccurata a Carlo Martello
suo fratello, affin di succedere al Regno, avesse usata tanta
profusione in opera così pietosa; quasi che bastasse a cancellare
tanta scelleraggine (se fosse vero il sospetto, che s'ebbe di lui) un
tal edificio; e come se agli uomini per purgare i loro misfatti,
bastasse il fabbricar chiese e monasterj, ed arricchirgli d'ampie
rendite e possessioni. Scipione Ammirato27 ne' suoi Ritratti narra,
essere stato ricevuto di mano in mano dalle memorie degli antichi
in Napoli, che avendo Roberto condotta a fine la fabbrica di
questa Chiesa, domandò al Duca di Calabria suo figliuolo quel
che gliene paresse: a cui il Duca non per irreverenza, ma per non
adular il padre, liberamente rispose, che gli parea, che fosse fatta
a somiglianza d'una stalla. E ciò disse, perchè non avendo la
chiesa ale, le piccole cappelle, che intorno son poste di mala
grazia, che non continuano infino al tetto, rendono somiglianza di
mangiatoje. Ma il Re, o come è natura di ciascuno, che senta con
mal grado chi biasima le sue cose, o pur da divino spirito
commosso: Piaccia a Dio, gli disse, o Figliuolo, che voi non
siate il primo a mangiare in questa Stalla. E non è dubbio alcuno,
il primo del Sangue Reale, che si seppellisse in S. Chiara, essere
stato il Duca Carlo.
25
Costanzo lib. 5. Engen. Nap. Sacr. di S. Chiara.
26
Giannettas Hist. Neap. l. 2.
27
Ammirat. Ritratti pag. 302.
10
CAPITOLO I.
Passò Roberto i primi tre anni del suo Regno in questi esercizj
di pace; favorendo altresì, nel miglior modo che potea, la parte
Guelfa per tutta l'Italia; ma furono questi studj di pace interrotti
per la morte accaduta gli anni a dietro dell'Imperadore Alberto
d'Austria; poichè essendo stato in suo luogo rifatto Re de' Romani
Errico VII, il primo Imperadore dell'illustre Casa di Lucemburgo,
e coronato in Aquisgrana, tutti i Ghibellini d'Italia mandarono a
sollecitarlo, che venisse a coronarsi in Roma; e poichè lo Stato
suo in Germania era di poca importanza, e bisognava con le
ricchezze d'Italia sostenere il decoro imperiale, fu convocata una
Dieta, ove furono tutti i Principi di Germania, nella quale fu
conchiuso, che la Nazione alemana pagasse ad Errico un esercito,
col quale potesse venire a coronarsi in Italia. Papa Clemente che
ciò intese, dubitando, che per la sua residenza in Avignone non
venisse ad occupare tutto lo Stato Ecclesiastico, ed a ponere la
Sedia dell'Imperio a Roma, creò Conte di Romagna e Vicario
Generale di tutto lo Stato della Chiesa Re Roberto, affinchè se gli
opponesse. Mandò per tanto Roberto, sentendosi ch'Errico dovea
calar in Italia, l'anno 1312 D. Luni di Raona con cento Cavalieri
in ajuto dei Fiorentini, siccome fece ancor l'altro anno a Roma,
mandandovi Giovanni Principe d'Acaja suo fratello con seicento
Cavalieri catalani e pugliesi per contrastar la coronazione
dell'Imperadore28.
28
Ammirato: Ritratti, pag. 292. Baluz. Vitae Papar. Aven. tom. 1 pag. 18, 21,
44, 45, 48.
11
Dall'altra parte Federico Re di Sicilia, che avea preso gran
dispiacere, che 'l Regno di Puglia fosse rimasto a Roberto più
tosto che al Re d'Ungheria, del quale per la distanza potea dubitar
meno, e che avea pensato di battere in ogni occasione le forze del
Re Roberto, pose molta speranza nella venuta dell'Imperadore, se
bene nel principio non si discoverse. Ma offeso da Roberto per
esser posto in acerbissima prigione (dove finì la sua vita) un suo
Ministro, che avea mandato a Napoli a visitar Ferdinando
figliuolo del Re di Majorica, fatto prigioniere in Grecia dal
Principe di Taranto; da questa ingiuria pigliando occasione
Federico non volle tardar più a scovrirsi; e giunto l'Imperadore in
Italia, mandò Manfredi di Chiaramonte a visitarlo, ed a trattar
lega con lui contra Re Roberto. L'Imperadore fe gran conto di
quest'ambasciata e strinse la lega, e dichiarò Federico
Ammiraglio dell'Imperio, e mandò a pregarlo, che con l'armata
infestasse le marine del Regno, ch'egli presto sarebbe ad assalirlo
per terra.
I Genovesi vedendo ora più gagliardo Errico per questa lega,
lo riceverono come loro Signore, onde egli cominciò ad essere
formidabile a tutta Italia; e giunto a Roma a' 29 di giugno di
quest'anno 1312 fu con molta celebrità coronato in S. Gio.
Laterano29; indi ripassato a Pisa, fece citar Roberto, come vassallo
dell'Imperio, a comparir avanti di lui.
Gl'Imperadori d'Occidente, come s'è veduto nei precedenti
libri di questa Istoria, pretendevano sovranità sopra questi Reami:
l'investiture, come altrove fu detto, sono più antiche quelle
degl'Imperadori d'Occidente che de' Romani Pontefici; onde è,
che S. Bernardo, adulando l'Imperador Lotario, disse, che omnis,
qui in Sicilia Regem se facit, contradicit Caesari; quindi, sempre
che gli Imperadori ripigliavano forza in Italia, non tralasciavano
quest'impresa. Errico cita Roberto, e questi non comparendo, lo
dichiara contumace, indi a' 25 aprile del seguente anno 1313
29
Baluz. loc. cit. pag. 48, 93.
12
fulmina contro lui la sentenza, colla quale lo sbandisce30, lo priva
del Regno e di tutti i suoi dominii, e come ribello dell'Imperio lo
condanna ad esser decapitato. Questa sentenza si legge presso noi
nel primo tomo de' MS. giurisdizionali compilati per
Chioccarello, e la rapporta anche Alberico ne' suoi
Commentarii31.
(Questa sentenza è rapportata tutta intera da Lunig32; ma varia
intorno al tempo della data, notandosi l'anno 1311. Rapporta
eziandio alla pag. 1079 una lettera di Filippo Re di Francia scritta
a Papa Clemente V, nella quale gl'incarica ad usar tutti gli sforzi
per impedire gli attentati ed i progressi d'Errico contro Roberto
suo parente, i quali potrebbero frastornar anche l'impresa di Terra
Santa; onde Clemente fulminò una Bolla contro tutti i nemici del
Re Roberto, dichiarandoli invasori del Regno, la quale si legge
pag. 1086).
Nell'istesso tempo il Re Federico con potente armata infestava
le Calabrie, e certamente le cose di Roberto sarebbero capitate
male, se morte opportuna non l'avesse liberato; poichè mentre
Errico se ne tornava in Toscana per quindi venire con gagliardo
esercito a' danni del Re Roberto, per cammino cadde infermo, e
arrivato a Buonconvento, castello del Contado di Siena, a' 24
agosto di quest'istesso anno 1313 se ne morì. Non mancano
Scrittori che rapportano la sua morte essere stata proccurata da'
Fiorentini, i quali avendo corrotto un Frate Domenicano
nominato Pietro di Castelrinaldo, narrasi che questi gli dasse
un'ostia attossicata nel tempo che gli richiese di voler prendere il
Viatico.
(Il nome del Frate Domenicano che nell'Eucaristia attossicò
l'Imperadore Errico VII non fu altrimente di Pietro di
Castelrinaldo, ma di Bernardo di Montepulciano, e l'abbaglio
30
Baluz. pag. 51.
31
Alberic. in l. quisquis, num. 11, C. ad L. Jul. Majest.
32
Tom. 2 p. 1035.
13
d'alcuni Scrittori nacque d'aver confuso Frate Pietro, che presso il
Re di Boemia Giovanni figlio d'Errico, prese la difesa di Frate
Bernardo e del suo Ordine Domenicano, con Frate Bernardo
imputato d'una tale scelleraggine nelle lettere apologetiche del Re
Giovanni impresse dal Baluzio T. 1, Miscel., p. 162 si legge così:
Nuper autem retulit nobis Religiosus Vir frater Petrus de Castro-
Reginaldi, ordinis fratrum Praedicatorum, quod in magnum
ipsius ordinis dedecus et contemptum facti sunt Romancii,
Chronicae et Moteti, in quibus continetur, quod clarae memoriae
Dominum et genitorem nostrum Imperatorem Henricum, Frater
quidam Bernhardus de Montepeluciano, ordinis supra dicti,
administrando ei Sacramentum Eucharistiae, venenavit; et
propter hoc, ad defensionem veritatis, praedictus frater Petrus de
Castro Reginaldi, habere super hoc litteram testimonialem
humiliter supplicavit. E questo medesimo nome gli danno
Tritemio Chron. Hirsaug. ad An. 1313 e Cuspiniano pag. 366.
Parimente è da notarsi, che durando ancor a' tempi d'Errico VII il
costume di darsi anche ai Laici la communione sub utraque
specie, molti Scrittori antichi rapportano che il veleno non fu
propinato nell'ostia, ma mescolato dentro il calice che se gli diede
a bere: ed in questa maniera narra esser seguito l'avvelenamento
Alberto Argent. pag. 118 dicendo: Dicebatur enim, quod ipse
praedicator venenum sub ungue digiti tenens absconsum, post
communionem potui Caesari immississet et illico discessisset. E
lo stesso scrisse H. Stero ad A. 1313. Hic Imperator, ut communis
fuit opinio, per penitentiarium suum, immixto veneno in Calice
Domini, cum Imperator ab ipso Eucharistiam sumeret, extinctus
fuit, et Pisis sepultus. Veggasi Martino Disembachio, il quale
compilò una particolar dissertazione, de vero mortis genere, quo
Henricus VII. obiit. Dove nel §. 39 sulla fede di Tritemio Cron.
Hirsaug. ad Annum 1313 rapporta, che a que' tempi fu così
comune e costante la credenza che Errico fosse stato avvelenato
da un Frate Domenicano, che per questo misfatto fosse stata
14
imposta pena a tutto l'ordine de' Predicatori, che i loro Monachi
non potessero comunicare se non colla mano sinistra coloro, che
s'accostavano all'altare. Veggasi parimente Burcardo Struvio
Syntag. Hist. Germanor. Dissert. 25, §. 15, il quale rapporta le arti
e gli sforzi che fecero i Domenicani presso Giovanni Re di
Boemia, per purgarsi di questa imputazione; e la propensione di
quel Re di favorirli, così perchè temeva che non gli concitassero
l'odio del Clero, come anche perchè de' medesimi valevasi per
Confessori e Consultori di sua coscienza, rapportando eziandio i
sospetti che s'aveano, non quelle lettere apologetiche trascritte da
Baluzio, fossero false o almanco estorte da Giovanni per loro
importunità ed artificj).
Altri lo niegano, e dicono essersi ammalato per contagion
d'aria e morto di febbre33. Checchè ne sia, la morte d'Errico pose
in tanta confusione i Capi del suo esercito ed il Re Federico che,
ciascuno tolse la sua via, e Federico mesto si ritornò in Sicilia;
ma essendo il Re Roberto fieramente con lui adirato, il qual rotta
la pace, che avea seco, s'era scoperto in su quella venuta amico
dell'Imperadore; fatta un'armata di cento venti galee tra quelle di
Provenza, del Regno e de' Genovesi, andò egli stesso in persona
con Giovanni e Filippo suoi fratelli a danni di quell'isola. E
furono i principj molto lieti, perciò ch'egli prese per forza
Castello a mare, e posto l'assedio a Trapani, ebbe grande speranza
d'averla; ma ingannato da' terrazzani che l'aveano tenuto in parole
di concerto con Federico, l'indugio fu tale che vedendosi mancata
la vettovaglia, ed andar tuttavia infermando il suo esercito, nè
volere il Re Federico venire seco a battaglia, nè in mare, nè in
terra, fu costretto far tregua co' Siciliani per tre anni, e tornossene
il primo giorno dell'anno 1315 a Napoli molto peggiorato.
Fra questo mezzo Papa Clemente V, morto Errico, avendo
ripreso vigore il suo partito, cavò fuori una sua Bolla, colla quale
rivocò, ed annullò la sentenza fatta dall'Imperadore contro
33
Baluz. pag. 21, 53, 94, 614.
15
Roberto. Questa oggi la leggiamo tra l'altre decretali de' romani
Pontefici, avendola i Compilatori del dritto Canonico inserita fra
le Clementine34, e si legge ancora nel primo volume dei MS.
giurisdizionali del Chioccarelli.
Re Roberto convenendogli portarsi ora in Provenza, ora
nell'impresa di Sicilia, sovente in Fiorenza, in Genova ed altrove,
avea costituito Vicario del Regno, secondo il costume de' suoi
maggiori, Carlo Duca di Calabria suo figliuolo, di cui perciò,
come si disse, abbiamo molti Capitoli, fatti da lui mentr'era
Vicario in assenza di suo padre. Ma Roberto non avendo altri
figliuoli, pensò di casarlo e conchiuse il matrimonio con la
figliuola dell'Arciduca d'Austria, onde mandò in Alemagna il
Conte Camerlingo, e l'Arcivescovo di Capua Ambasciadori con
onoratissima compagnia di Nobiltà. Costei ebbe nome Caterina,
la quale condotta con grandissimo onore a Napoli, fu poco
fortunata, perchè dopo non molto tempo morì senza lasciar
figliuoli; tanto che da poi Re Roberto diede a Carlo la seconda
moglie che fu Maria figliuola di Carlo Conte di Valois, della
quale ebbe tre figliuole, come diremo più innanzi.
Intanto essendo finito il tempo della triegua co' Siciliani, il Re
Roberto deliberò seguire l'impresa di Sicilia, ed avendo posto in
acqua un buon numero di navi, afflisse tanto quell'isola, e le forze
del Re Federico, che fu comune opinione che se Roberto avesse
continuata la guerra in quel modo, avrebbe certamente ricoverato
quel Regno; ma i Siciliani, essendo morto nel mese di aprile
dell'anno 1314 Clemente V e rifatto in suo luogo Gio. XXII
mandarono subito una imbasciata de' maggiori uomini dell'isola a
rallegrarsi della creazione, ed a pregarlo, volesse trattare la pace o
la triegua fra que' due Principi. Il nuovo Papa mandò perciò un
Legato al Re Roberto, che lo indusse a far nuova triegua per
cinque altri anni.
34
Clement. pastoralis, de sent. et re judic.
16
CAPITOLO II.
17
incontrarlo Cane della Scala Signor di Verona, Passerino Signore
di Mantua, Azzo e Marco Visconte, Guido Tarlati Vescovo e
Signore d'Arezzo, gli Ambasciadori di Castruccio Castracani e de'
Pisani, e tutti i primi della fazione Ghibellina, tanto di
Lombardia, quanto di Romagna e di Toscana. Fu celebrato un
Parlamento, dove Lodovico promise e giurò di venir a Roma, e di
favorire in tutta l'Italia il nome e la parte Ghibellina; ed
all'incontro i Principi e gli Ambasciadori, che si trovarono al
Parlamento, promisero dargli centocinquantamila fiorini d'oro,
quando egli fosse giunto a Milano36.
In questo Parlamento ancora Lodovico fece pubblicar un
processo contro Papa Gio. XXII, nel quale per giudicio di quelli
Vescovi e Prelati, ch'eran appresso di lui, fu dichiarato eretico,
imputandosi al Papa, ch'errasse in sedici articoli di quelli, che
negli altri Concilj era determinato, che si tenessero per la Chiesa
cattolica, e fatto questo venne a Milano37 e nel dì della Pentecoste
si fece coronare dal Vescovo d'Arezzo della Corona di ferro nella
chiesa di S. Ambrogio; ed invitato da' Romani intraprende di
passare a Roma. Il Re Roberto vedendo quel che potea importare
la venuta del Bavaro in Roma e che l'aiuto del Pontefice sarebbe
stato debole e tardo, fece ogni sforzo per impedirgli la venuta. A
questo fine mandò egli il Principe della Morea suo fratello con
grossa cavalleria in Roma per tenere stretto il Bavaro; mandò
anche nuova armata in Sicilia, essendo finita la triegua, per dar
tanto da fare al Re Federico, ch'egli non potesse esser d'alcuno
aiuto all'Imperadore; ma tutti questi sforzi non furono valevoli ad
impedire, che il Bavaro non venisse tuttavia innanzi armato per
coronarsi in Roma; onde il Re fu costretto rivocar il Duca di
Calabria, il qual era al Governo di Fiorenza, e mandarlo a
guardare le frontiere del Regno. Carlo a' 28 settembre di
quest'anno 1327 con la moglie, e con tutti i Baroni ch'erano seco,
36
Costanzo l. 5.
37
V. Baluz. l. c. tom. 2 p. 512, 522.
18
partì di Fiorenza e per la via di Siena, Perugia e Rieti giunse
all'Aquila il medesimo giorno, che il Bavaro fu coronato a Roma
con molta celebrità: ciò che avvenne il dì 16 di gennaio del
seguente anno 1328.
Ma l'indugio del Bavaro in Roma fu la salvezza del Re
Roberto, essendo stata fama in que' tempi, che egli non avrebbe
potuto sostenere l'impeto del Tedesco, il quale avea seco
cinquemila buoni Cavalieri, se senza tardar punto in Roma, dopo
aver presa la Corona dell'Imperio, fosse passato alla conquista del
Reame. Ma l'aver egli voluto crear nuovo Papa, da cui la seconda
volta volle esser coronato, ed occupatosi in far leggi, e dar altri
ordini, fu cagione, che quando volle passar nel Regno, non fu più
a tempo: anzi le genti del Re presero Ostia di nuovo ed Alagna,
ed avendo fortificati i passi, costrinsero finalmente il Bavaro ad
uscir di Roma, e tornarsene in Toscana38.
Essendo riusciti vani i disegni del Bavaro e de' Ghibellini, Re
Roberto non solo fu liberato dal pensiero della guerra, ma fatto
assai maggiore di forza e di autorità per se stesso e per l'aiuto del
Papa, divenne formidabile a tutti i suoi nemici; laonde ordinate le
cose di Toscana, senza dubbio avrebbe finito felicemente
l'impresa di Sicilia; ma come nelle maggiori felicità si conosce
spesso la fragilità delle cose umane, accadde, ch'ammalandosi il
Duca di Calabria in Napoli, al primo di novembre del medesimo
anno 1328 morì la vigilia di S. Martino con incredibile dolore
dell'infelice padre e di tutto il Regno, e con infinite lagrime fu
sepolto nella chiesa di S. Chiara. Narrasi, che quando questo
Principe fu portato alla sepoltura, l'infelice padre vedendosi tolto
l'unico suo figliuolo, dicesse: Caduta è la Corona dal capo
nostro. Come veramente seguì per le ruine e turbulenze, che poi
vennero al Regno, perchè a Carlo, se bene mentr'era in Fiorenza
Maria di Valois sua seconda moglie gli avesse partorito un
figliuolo maschio, che nomossi Carlo Martello, questi non visse
38
Ammir. Ritrat. pag. 298.
19
più che otto giorni; nè di Maria, che sopravvisse al marito, lasciò
maschi, ma due figliuole già nate, ed un'altra nel ventre. La prima
nominossi Giovanna, e fu quella, che poi successe al padre, e fu
Regina di Napoli. La seconda fu chiamata Maria, la quale poco da
poi morì, e fu seppellita in S. Chiara. Poco appresso la vedova
Duchessa partorì un'altra figliuola, che fu anche chiamata Maria,
la quale, come diremo, divenne Duchessa di Durazzo.
Carlo Duca di Calabria fu un Principe, se ben non molto
bellicoso, adorno nondimeno di tutte le altre virtù convenienti a
Re. Fu egli religiosissimo, giustissimo, clementissimo e
liberalissimo, amatore de' buoni e nemico de' cattivi, e tale che il
padre quasi dall'adolescenzia gli pose il governo di tutto il Regno
in mano. Lo creò suo Vicario, ch'esercitò con tanta lode e
prudenza, che il Re suo padre ne vivea molto contento e
soddisfatto. Il Tribunal della Vicaria nel suo tempo era in somma
floridezza e vigore. Egli vi creò Giustiziero Filippo Sangineto,
con stabilirgli provisione di 150 once d'oro l'anno, e 90 once per
diece uomini a cavallo e 16 a piedi per guardia e decoro di quel
Tribunale. Ebbe in costume ogni anno cavalcare per lo Regno, per
riconoscere le gravezze, che facevano i Baroni e Ministri del Re
a' Popoli. Per mezzo di molti Capitoli da lui stabiliti, mentr'era
Vicario del Regno, diede varie providenze, e sesto a molte cose
appartenenti al buon governo e retta amministrazione della
giustizia, della quale fu cotanto zeloso ed amatore, che nel suo
sepolcro, per ispiegar questa sua virtù, si vede sotto i suoi piedi
tener scolpita una conca d'acqua, nella quale pacificamente beve
un lupo ed un agnello.
Celebrate l'esequie del Duca, il Re pose ogni studio in fare
bene allevare la bambina, che avea da succeder al Regno, ed egli
intanto, come Principe di grande e generoso animo, non lasciò nè
il governo del Regno, nè il pensiero della guerra di Sicilia.
Ma passato alcun tempo, sentendosi già tuttavia invecchiare,
pensò stabilire la successione del Regno, e benchè i Reali fossero
20
molti nel medesimo Regno, come Roberto, Luigi e Filippo
figliuoli del Principe di Taranto; Carlo, Luigi e Roberto figliuoli
del Principe della Morea, ed altri, tra' quali avrebbe potuto
eleggere alcuno abile alla successione e governo del Regno,
dandolo per isposo alla picciola nipote; nulladimanco stimolato,
come si crede, ed accenna Baldo39, d'alcun rimorso di coscienza,
perchè il Regno per più diritta ragione dovea toccare a suo Nipote
Re d'Ungheria figliuolo di Carlo Martello primogenito, o per altra
occulta cagione, che a far ciò lo stringesse; si risolse di far tornare
lo Stato in quel ceppo onde si era partito, e per questo deliberò
d'eleggere uno dei figliuoli del già detto Re d'Ungheria40: benchè i
calamitosi successi, che ne seguirono, dimostrarono apertamente,
quanto il giudizio umano sia spesse volte fallace.
Mandò a quest'effetto solenne ambasciaria a Caroberto Re
d'Ungheria, il quale con molta allegrezza ricevè l'ambasciata, e
fatta elezione d'Andrea suo figliuolo secondogenito, ne rimandò
gli Ambasciadori con ricchi doni, dicendo loro, facessero
intendere al Re Roberto, ch'egli fra pochi dì si sarebbe posto in
viaggio collo sposo, e verrebbe a Napoli, come già fece non dopo
molto indugio; perocchè partitosi d'Ungheria col picciolo
figliuolo e gran compagnia di suoi Baroni per la via del Friuli,
all'ultimo di luglio del 1333 giunse a Vesti città di Puglia, posta
alle radici del Monte Gargano, dove da Giovanni Principe della
Morea, mandato dal Re con molti Baroni e Cavalieri del Regno,
fu onorevolmente ricevuto. Fu a' 26 settembre di quest'anno
celebrato lo sponsalizio tra Andrea e Giovanna pari d'età, non
avendo ambedue, che sette anni, e verso la fine d'ottobre, il Re
d'Ungheria lieto d'aver lasciato un figliuolo così ben ricapitato,
con la certezza di succedere a sì opulento Regno, si partì, e
ritornò in Ungheria, lasciando alcuni de' suoi Ungari, che
39
Baldo in l. si viva matre, C de bonis mater. V. Ammirat. Ritratti pag. 299.
40
Frossardo nel lib. 2 della sua Istor. prende molti abbagli in narrando questo
casamento di Giovanna.
21
servissero il figliuolo, già intitolato Duca di Calabria, e tra gli
altri lasciò con grande autorità un Religioso chiamato Fra
Roberto, che avesse da essere Maestro di lettere e di creanza al
picciolo Andrea.
CAPITOLO III.
22
volesse più tosto tenerlo per servidore e per figlio, e massime non
trovandosi eredi maschi, ond'era certo di non potere lasciare nè il
Regno di Napoli, nè l'altre sue Signorie a persona più congiunta
di sangue, di quel che gli era Re Pietro. Così, siccome questa
ambasceria fece poco effetto, molto meno fece il Legato
appostolico, perchè gli fur date parole, nè potendo far altro, lasciò
il Re e l'isola scomunicata: del che curandosi poco Re Pietro, si
fece subito incoronare.
Rivolse perciò Roberto tutti i suoi pensieri alle armi, e a' 5
maggio del seguente anno 1338 mandò un'armata di settanta vele
tra Galee ed Uscieri con 1200 Cavalieri per infestare quell'isola, e
non molto da poi un'altra maggiore e meglio fornita; ma fuori
dell'aver preso Termini per assedio, non vi fece cosa di momento.
Il Re non trovandosi mai stanco di questa impresa, due anni da
poi vi mandò Giufredi di Marzano Conte di Squillaci e suo G.
Ammiraglio; la qual impresa fu meglio guidata, che nessun'altra,
avendo il Conte preso Lipari, e sconfitti i Messinesi. L'aver
acquistato Lipari fu cagione, che l'anno seguente, mandato con
nuova armata Ruggiero Sanseverino in Sicilia, acquistasse
Melazzo; e questa fu l'ultima impresa che il Re Roberto fece in
Sicilia. Ma ciò che per tanti anni, e tante e sì ostinate guerre non
s'era potuto porre in effetto, se morte non l'avesse impedito, si
sarebbe veduto conseguire per una piccola contingenza: Re
Pietro, ch'era succeduto al padre, non regnò se non che pochi
anni; ed essendo morto, nè avendo lasciati altri, se non che
Lodovico suo figliuolo fanciullo sotto il governo del zio; i Palizzi
Baroni potentissimi in Messina con molti parenti loro e di
Federico d'Antiochia, con quelli di Lentino, di Ventimiglia ed
Abati, a' quali erano venuti più in odio i Catalani, che non furono
agli antecessori loro i Franzesi, occuparono Messina, e
mandarono da parte loro e di quella città a Napoli a giurare
omaggio a Re Roberto; ma il messo trovò il Re che avea presa
l'estrema unzione, e poco da poi morì. Esempio evidente de'
23
giuochi, che fa la fortuna nelle cose umane, che avendo Re Carlo
I e Re Roberto sessanta anni continui travagliato il Regno di
Sicilia con sì potenti e numerosi eserciti, e mandato quasi ogni
anno ad assaltarlo con tante potentissime armate, nè avendo mai
potuto ricovrarlo, la fortuna avea riservato ad offerirglielo, quasi
per beffa, al punto della morte; perchè non è dubbio, che se tal
occasione fosse venuta due anni avanti, l'isola sarebbesi ricovrata,
perchè con pochissime forze si poteano abbattere e spegnere
quelle del pupillo Re, ed esterminar in tutto il nome dei Catalani
da quell'isola.
Morì questo savio Re, non men oppresso dagli anni, che da
gravi affanni e travagli, che in questi ultimi anni intrigarono
l'animo suo in molestissime cure: vedea, che in sei anni che
Andrea Duca di Calabria era stato nel Regno e nudrito nella sua
Corte, Accademia e domicilio d'ogni virtù, non avea lasciato
niente de' costumi barbari d'Ungheria, nè pigliati di quelli, che
poteva pigliare, ma trattava con quegli Ungari che gli avea
lasciati il padre, e con altri che di tempo in tempo venivano; tanto
che il povero vecchio si trovò pentito d'aver fatta tal elezione, ed
avea pietà grandissima di Giovanna sua Nipote, fanciulla
rarissima, e che in quell'età, che non passava dodici anni,
superava di prudenza non solo le sue coetanee, ma molte altre
donne d'età provetta, avesse da passare la vita sua con un uomo
stolido e da poco. Avea ancora grandissimo dispiacere,
nell'antivedere, come Principe prudentissimo, le discordie che
sarebbero nate nel Regno dopo la sua morte; perchè conosceva
che il Governo verrebbe in mano degli Ungari, i quali
governando con insolenzia, e non trattando i reali a quel modo,
che gli avea trattati esso, gli avrebbe indotti a pigliare l'arme con
ruina e confusione d'ogni cosa. E per questo, credendosi
rimediare, convocò Parlamento generale di tutti i Baroni del
Regno e delle città reali, e fece giurare Giovanna solo per Regina,
con intenzione, ch'ella avesse dopo la sua morte da stabilirsi un
24
Consiglio tutto dipendente da lei, e che il marito restasse solo in
titolo di Consorte della Regina.
S'aggiungea a questo un'altra molestia poco minore, perchè a
quel tempo che si vedea, che poco potea durare la sua vita, nè si
sperava successore abile a tener in freno gl'insolenti, in tutte le
città maggiori nacquero dissensioni civili, non senza grandissimo
spargimento di sangue, nè valevano i Giustizieri (che così si
chiamavano allora i Governadori delle province, che oggi
appelliamo Presidi) a prevedere ed estinguere tanto incendio.
Dalle quali discordie crebbe tanto il numero de' fuorusciti per
tutto il Regno, che non potendosi sopportare, bisognò che il Re
provvedesse a modo di guerra, mandando Capitani e soldati per le
province per estinguergli; e non era possibile, sì perchè i
colpevoli si spargevano per diversi luoghi, e non davano
comodità a' Capitani del Re di potergli espugnare tutti insieme,
come ancora perchè molti Baroni gli favorivano e ricettavano
nelle terre loro. Con questi affanni e cure mordacissime essendosi
infermato, trapassò questo grandissimo Re a' 16 gennajo l'anno
1343, avendo regnato anni trentatre, mesi otto e dì sedici; e fu
sepolto dietro l'altar maggiore di S. Chiara in quel nobile
sepolcro, che ancor si vede.
(Il Re Roberto nell'istesso dì 16 Gennaro nel Castelnovo di
Napoli prima di morire fece il suo testamento, nel quale istituì
erede universale in tutti i suoi Stati di Provenza e Regno di
Sicilia, Giovanna sua nipote, figlia primogenita del Duca di
Calabria premorto. E questo testamento estratto da' registri
dell'Archivio reale di Provenza, fu impresso da Lunig).
Lasciò Roberto nome del più savio e valoroso Re, che fosse
stato in quell'età, ornato di prudenza, di giustizia, di liberalità, di
modestia, di fortezza, ed altre virtù tanto militari, quanto civili. In
quanto alla giustizia, mai non fu veduto il Regno così ben
governato e con tanta prudenza, quanto che sotto di lui. Lo
dimostrano le tante savie leggi che ci lasciò, l'ordine esatto de'
25
Tribunali e de' Magistrati, e la cura che tenne d'elegger Ministri di
somma dottrina e di costumi incorrotti. Proccurò che nel Regno
fosse fra i Popoli una tranquilla pace e sommo riposo: tenne in
freno gl'insolenti, e sterminò gli sbanditi e facinorosi che lo
turbavano: ripresse la violenza degli Ecclesiastici, i quali sovente
opprimevano i suoi vassalli: ed a questo Principe noi dobbiamo
que' rimedj, onde ci facciamo scudo e difesa delle loro violenze e
gravezze, che chiamiamo Regj Conservatorj, de' quali in questo
luogo bisogna tenere un più lungo discorso.
CAPITOLO IV.
26
dovessero reprimere tante insolenze, ed emendare le oppressioni.
Stabilì in quel suo famoso Capitolo, che incomincia Ad Regale
fastigium, istromentato dal celebre Giureconsulto Bartolommeo
di Capua suo Protonotario, che i Giustizieri, sopra questi eccessi
non procedendo per via giudiziaria, nè ricercando cognitionalia
ordinare certamina, ma solamente facta de injuriis, rapinis, et
damnis illatis informatione summaria, per facti notorium, vel rei
evidentiam, famam publicam, aut designationem aliam
attestantem commissam injuriam, la facessero correggere e
prontamente emendare.
Prescrisse loro ancora, che per pruova della turbazione fossero
solo contenti di proponere un general editto, nel quale senza
specificar le persone perturbatrici, s'invitasse generalmente
quicumque sua interesse putaverit, visurus accedat
producendorum in causa testium juramenta, et oppositurus, quae
circa rei substantiam voluerit allegare.
Chiunque leggerà in questo capitolo le tante ragioni che
Roberto allega per giustificarlo, e per farlo apparire moderato, e
non eccedente la sua regal potestà, non potrà non essere sorpreso
di maraviglia, vedendo un Re, che non intende altro che di tener
pacato ed in riposo il suo Regno, e di rimover perciò da quello le
rapine e le violenze, perchè punto non s'offendesse la libertà
ecclesiastica, parlar con tanta riserba e moderazione, e con tante
clausole piene di sommo rispetto e riverenza; come se a' Principi
non fosse permesso per quiete de' loro Stati stabilire più forti ed
efficaci leggi per estirpar que' mali e que' disordini onde vengono
afflitti. Egli si protesta in prima, che quantunque contro le
persone de' Prelati e de' Cherici comunemente la sua potestà non
s'estenda; nulladimanco per la protezione e difesa che deve tenere
di tutti i sudditi del suo Regno, perchè non siano oppressi, questo
faceva che s'innalzasse il potere dell'eminente suo braccio.
Concede di vantaggio, che i suoi Magistrati non possano contro le
persone de' Prelati e dei Cherici, e nelle loro cause procedere per
27
via di cognizion giudiciaria, e con formati processi; e perciò
vuole, che si proceda per via di summaria ed estragiudizial
cognizione, con tante moderazioni e rispettose riserve. Si dichiara
e si protesta ancora, che si muove a ciò fare unicamente per
affetto di carità e di compassione. Allega perciò l'esempio del Re
Davide, che soccorse gl'Isdraeliti oppressi: di que', che per loro
scampo confuggono alle statue de' Principi: che sia legge di
natura ripulsare dal congiunto o vicino l'ingiurie: allega
finalmente l'esempio di Mosè, il quale vedendo un Ebreo essere
malmenato ed oppresso da un Egizio, lo stese morto a terra.
Ma quello che maggiormente dimostra la sua moderazione, si
è il considerare, che tutto ciò stabilì non per via di legge e di
solenne editto, ma per forma di Lettera Regia di maniera che
volle, che questo suo regolamento non si dovesse avere come sua
Costituzione, in vigor della quale potessero i suoi Magistrati per
se medesimi procedere, siccome regolarmente provedono in tutti
gli altri casi, come esecutori delle leggi, senza aver bisogno, che
il Principe lor dia altra spezial facoltà; ma ordinò, che i
Giustizieri facendosi il caso, dovessero ricorrere al Principe, e da
quello ricevere particolari lettere, onde si comunicasse loro questa
autorità, intendendo per ciò che in questi casi avrebbero
proceduto non per via d'ordinaria potestà, ma per quella
comunicata loro dal Principe, a cui si
appartiene unicamente, per la potestà economica di reggere i
suoi Stati, e sovente per modi, ed espedienti estraordinarj, e non
comunali, dipendenti dalla suprema potestà del suo eminente
braccio. Quindi è, che Bartolommeo di Capua42 istesso, per la di
cui penna fu il Capitolo dettato, notò, che questo non era
Capitolo, cioè Costituzione, ovvero Editto, sed forma literae
Regiae Curiae, quae debet dirigi Officiali a Rege in pendenti,
alias Officialis ipse non potest procedere secundum formam
hujus Capituli: Et ita se habet consuetudo Magnae Curiae
42
In notis ad dictum cap. in princ.
28
Vicariae, et omnium Civitatum Regni: ond'è, che niuno Ufficiale
può procedere, nisi ex Regia commissione, come notò assai a
proposito de Bottis43.
E quindi nacque la pratica continuata di mano in mano insino
a' tempi nostri, che senza spezial commessione del Re, niun
Tribunale può procedere servata la forma di questo Capitolo. Nel
Regno degli Aragonesi, e nel principio ancora del Regno degli
Austriaci, nel quale, come vedremo, il Tribunal del Sacro
Consiglio di S. Chiara era nella sua maggiore elevatezza e
splendore, e superiore a tutti gli altri, procedeva sì bene senz'altra
commessione regia; ma ciò avveniva, perchè questo Tribunale
rappresentava in tutto la persona del Re e sotto il suo nome tutto
si spediva; ond'è, che sovente, come attesta l'istesso Bottis, soleva
rimettere queste cause alla Gran Corte della Vicaria, alla quale
davasi autorità di poter procedere contro gli Ecclesiastici servata
forma Capitulorum Regni. Quindi negli Archivj di questo
Tribunale osserviamo perciò molti processi fabbricati a tenore de'
medesimi Capitoli. Ma innalzato da poi a' tempi degli Austriaci
sopra tutti gli altri Tribunali quello del Collateral Consiglio, ed
avendo tratto a se le supreme preminenze, ed ogni potestà
economica, e lasciata agli altri Tribunali l'independenza per ciò,
che riguarda le cose di giustizia, quindi nacque quello stile, che
ora riteniamo, che da questo Tribunale, come rappresentante la
persona del Re, si spediscono lettere regie, per le quali si
commette regolarmente al S. C. che procedesse servata la forma
di questi capitoli, e prima anche solevan commettersi al
Cappellano Maggiore. Non vi sarebbe niuna implicanza perchè
queste lettere non si potessero ancora drizzare al Reggente della
Gran Corte della Vicaria, ovvero ai Presidi delle province, che
anticamente erano chiamati Giustizieri, e ad altri Ufficiali Regj.
Abbiamo molte di queste lettere drizzate da Roberto istesso al
Reggente della Vicaria e suoi Giudici, com'è quella, che si legge
43
Bottis ad d. capit.
29
sotto il titolo de Spoliatis pro Laico contra Clericum, e che
comincia: Omnis praedatio; e l'altra che leggiamo presso
Chioccarello: a' Giustizieri di Appruzzo Ultru, et Citra flumen
Piscariae: a' Giustizieri di Val di Crati, e Terra Giordana: a'
Giustizieri di Terra di Lavoro, ed a coloro del Contado di Molise.
L'istesso fece Carlo Duca di Calabria suo figliuolo, Carlo III di
Durazzo, Alfonso I e gli altri Re successori, come vedremo più
innanzi. Ma ne' nostri tempi e de' nostri avoli, essendo più che
mai cresciuta l'audacia e temerità de' Prelati, si è riputato
migliore, per non esponere questi inferiori Ministri ai loro
fulmini, e non entrare perciò in cimenti, di dirizzarsi queste
lettere al Tribunal supremo del S. C. il qual regolarmente perciò
vi procede.
Ma tanta moderazione del Re Roberto, tanto suo rispetto, a
niente giovò a questo Principe, perchè i Prelati ed i Canonisti non
declamassero contro questo suo regolamento. Sin da' tempi di
Luca di Penna44, che scrisse sotto il Regno di Giovanna I: Hoc
statutum, com'egli dice, multi Praelati, et Canonistae nitebantur
infringere, dicentes, Principem Secularem nihil posse contra
Clericos, et eorum causas directe, vel indirecte statuere, sed ipsi
circa hoc inique loquuntur: tanto che bisognò ch'egli impugnasse
la sua penna per confutare i loro errori. E ne' tempi posteriori,
essendo più cresciuta la licenza degli Scrittori ecclesiastici, furon
da essi sempre questi rimedi combattuti e riputati, com'essi
dicono, offensivi alla immunità, ovvero libertà ecclesiastica. Nel
decimoterzo tomo dei MS. giurisdizionali raccolti da
Bartolommeo Chioccarelli, si legge una relazione delle tante
controversie che sono state tra' Ministri del Re, e gli Ecclesiastici
sopra questi Capitoli: si leggono ancora diverse allegazioni in
jure fatte per difesa e per mostrar la giustizia de' medesimi:
all'incontro quanto siansi affaticati gli Ecclesiastici per
distruggere e far togliere la loro osservanza ed esecuzione; ma
44
Lucas de Penna in not. ad cap. ad regale fastigium.
30
non ostante questi loro sforzi, per lo decorso di più secoli sono
rimasti sempre stabili e fermi, e sono stati presso di noi sempre in
uso, e praticati sotto quanti Principi mai da Roberto in qua hanno
dominato questo Regno, e tuttavia sono nel lor fermo vigore ed
inalterabil osservanza.
Di Roberto, oltre del Capitolo ad regale fastigium, ne abbiamo
tre altri ordinanti il medesimo, drizzati secondo i casi accaduti a'
suoi Uffiziali che si leggono impressi tra' Capitoli del Regno
spediti da lui negli ultimi anni del Regno. Il primo è sotto la
rubrica: Conservatorium pro Laico contra Clericum: che
comincia: Charitatis affectus, drizzato a' Giustizieri d'Apruzzo
Ultra, ad istanza di Ruggiero Conte di Celano per le molestie e
turbazioni che gl'inferivano l'Abate, ed i Monaci del Convento di
S. Maria della Vittoria. Il secondo, che comincia: Finis praecepti
charitas ed è sotto il titolo, Conservatorium pro Clerico contra
Clericum, fu drizzato al Giustiziere di Val di Crati e Terra
Giordana, e fu spedito ad istanza di Giovanni Tavolaccio di
Castrovillari Canonico Cosentino, per l'ingiuste molestie che gli
venivan date da Guglielmo ed Oliviero Persona Cherici di
Rossano, e da' loro congiunti e seguaci. Il terzo fu drizzato da
Roberto al Reggente della G. Corte della Vicaria e suoi Giudici, e
si legge sotto il titolo, de Spoliatis pro Laico contra Clericum, e
comincia: Omnis praedatio: fu spedito ad istanza di Perotto
Scalese di Napoli, il quale per essere stato con propria autorità, e
violentemente spogliato della possessione d'un Territorio, ch'egli
possedeva nelle pertinenze della città di Capua dal Vicario
dell'Arcivescovo di Capua, ebbe ricorso a Roberto perché vi
dasse riparo. Oltre di questi che abbiamo impressi tra' Capitoli del
Regno, furono da Bartolommeo Chioccarelli da' regi Archivi
raccolte consimili lettere regie conservatoriali, spedite dal
medesimo Roberto, da Carlo Duca di Calabria suo figliuolo, e da
molti altri Re successori per quest'istesso fine e drizzate a' loro
Ufficiali.
31
Carlo Duca di Calabria, mentr'era Vicario Generale del Regno,
drizzò nell'anno 1322 consimili lettere al Capitano di Napoli,
spedite ad istanza di Francesco Cannavacciolo di Napoli per le
molestie che se gl'inferivano sopra la possessione d'una sua casa,
situata dentro la Città di Napoli, dall'Abate Guglielmo Caracciolo
con alcuni altri Cherici. L'istesso Carlo nel 1324 commette a'
Giustizieri di Calabria, che a tenor del Capitolo di suo padre
facciano purgar lo spoglio che avea patito Giovanni Canonico
della maggior chiesa di S. Marco d'una vigna e certi buoi, da
Guglielmo Malopere Primicerio di Napoli, e Vicario
dell'Arcivescovo di Cosenza. Nel 1328 anno della morte del Duca
di Calabria, il Re Roberto scrive alli Giustizieri di Terra di
Lavoro e Contado di Molise, e d'Apruzzi Citra ed Ultra, che
avendogli esposto Francesco Abate del Monastero di S. Maria di
Cinquemiglia, che il Vescovo di Valve, pretendendo detta Badia
appartenersi alla sua Chiesa, voleva di fatto spogliarlo della
medesima, che mantenessero detto Abate nella possessione
pacifica di detto monastero, nella quale lo ritrovavano, dunec
justa causa possessionis duraverit. Roberto istesso nell'anno 1337
manda consimili lettere al Reggente e Giudici di Vicaria ed altri
suoi Ufficiali, che juxta tenorem novi nostri Capituli, procedano
su l'esposto fattogli da Tommaso Monsella di Salerno Maestro
Razionale della Gran Corte, che stando egli in possesso del
Castello di S. Giorgio situato in Calabria, il Vescovo di Melito,
insieme con altri laici lo turbavano, e tentavano con violenza
occupar i tenimenti del medesimo.
Il Re Carlo III d'Angiò nel 1383 scrisse al Gran Giustiziere del
Regno o suo Luogotenente, ed alli Giudici della Gran Corte che
rivocassero gli aggravi, e violenze fatte per l'Arcivescovo di
Napoli, o suo Vicario per mezzo d'un Prete suo Cameriere in loro
nome a Simone Guazza di Giugliano, in eseguirgli di fatto, e di
propria autorità alcuni suoi beni mobili, pendente l'appellazione
d'una sentenza data a favore di detto Cameriere, per un credito,
32
che pretendeva conseguire in nome del suddetto Arcivescovo.
Il Re Alfonso I d'Aragona nel 1440 drizzò consimili lettere al
Vescovo di Valenza Presidente del S. C. e Viceprotonotario del
Regno, ed alli suoi regi Consiglieri, perchè a tenor di questi
Capitoli emendassero lo spoglio, che Febo Sanseverino Vescovo
di Cassano avea patito da Geliforte Spinello, il quale non ostante,
che il Sanseverino era stato promosso a quel Vescovado da
Bonifacio IX, e confermato da Papa Martino V, e per più anni
l'avea pacificamente posseduto, asserendosi egli Vescovo, per
forza, e fraude l'avea spogliato di fatto, e s'era intruso in detto
Vescovado. Il medesimo Re nel 1478 scrisse al suo Vicerè, ed
altri Ufficiali in Calabria, che avendogli esposto il Prete
Guglielmo di Gambini di Mangano, pertinenza della città di
Cosenza, che possedendo egli con altri Preti per più di venti anni
alcuni beneficj, da certi altri Preti di fatto n'erano stati spogliati,
perciò gl'incarica, che costando loro di questo spoglio, lo
rivochino, e facciano mantenere il medesimo nel possesso con
fargli corrispondere i frutti.
Il Re Ferdinando I nel 1481 scrive al Vescovo di Martorano,
che non molesti in cosa alcuna Palamede di Landro Vescovo di
Catanzaro, nè impedisca l'esazione de' frutti, e rendite del suo
Vescovado, anzi se avesse alcune rendite, o ragioni nella diocesi
del suo Vescovado glie le faccia corrispondere conforme e di
giustizia: e nell'anno 1485 scrive al Castellano di Catanzaro che
lo mantenga, e conservi nella pacifica possessione, nella quale era
stato, e stava del suo Vescovado, facendogli corrispondere tutte le
sue entrade e frutti spettanti a quello. Il medesimo Re nell'istesso
anno scrive a Carlo Carafa Signore della terra di Montesarchio,
dicendogli, che Fra Jacopo Sordella dell'Ordine di S. Gio:
Gerosolimitano Commendatore della Commenda di detta Terra
gli avea esposto, che possedendo detta Commenda concedutagli
dalla sua Religione, ne era stato di fatto scacciato da Fra Ipolito
d'Amelia in vigor di certe lettere ottenute surrettiziamente dalla
33
Corte di Roma: perciò gli ordina che costandogli di questo
spoglio per sommaria informazione, lo restituisca nella
possessione.
Il Gran Capitano D. Consalvo di Cordua nel 1503 scrive ad un
Ufficiale regio, che l'Abate Guglielmo Germano di Maratea,
possedendo in vigor di Bolle appostoliche la Badia di S. Giovanni
d'Abate Marco della diocesi di Cassano, n'era stato spogliato di
fatto da Giovanni Caseo, gli ordina perciò, che servata la forma
de' Capitoli del Regno restituisca detto Abate nella possessione, e
gliela mantenghi, donec justa causa possessionis duraverit. Il
medesimo Gran Capitano nell'anno 1506 ordina al Governadore
di Calabria, che essendo vero, che l'Abate di S. Giovanni di
Florio di Calabria sia stato spogliato di fatto dal Cherico Martino
di Torponibus d'alcune Chiese, e Grancie annesse alla sua Badia,
lo rimetta nella primiera possessione, e gliela conservi, donec etc.
Il Vicerè D. Giovanni d'Aragona Conte di Ripacorsa nel 1507
scrive al Governador di Calabria, ed agli altri Ufficiali di quella
Provincia, che Fra Lodovico di Nicotera Vicario Generale di detta
Provincia dell'Ordine di S. Francesco dell'Osservanza gli avea
esposto, che da molti Prelati di quella provincia eran usate molte
violenze a' Frati Osservanti del suo Ordine, che perciò ordina a
detti ufficiali, che ad ogni istanza del detto Vicario procedano co'
dovuti rimedi, che con effetto detti Prelati cessino ogni via di
fatto, e di violenza contro detti Osservanti: ma se pretendono
cos'alcuna, propongano le loro ragioni avanti Giudici competenti.
Il medesimo Conte in detto anno scrive al Capitano di Cariati,
dicendogli, che li giorni passati essendo stato spedito dal S. C. un
editto, giusta la forma de' Capitoli del Regno, a favore di
Tommaso Assagno Paleologo, il qual dicea essere stato turbato
dal Vescovo di Cariati sopra la possessione del Casale di
Belvedere, e territorj di Malapezza; dovendosi quello affiggere
nelle porte della maggior Chiesa di Cariati, ed essendo ivi
apparecchiato l'Algozino con l'editto in mano, ed il Giudice,
34
Notajo e Testimonj per far l'atto dell'affissione; il Vicario del
Vescovo colla maggior parte del Clero uscendo della Chiesa,
levarono l'editto da mano dell'Algozino, e lo stracciarono,
maltrattandolo insieme col Notajo, non senza grave offesa della
dignità del S. C. comanda perciò al suddetto Capitano, che ordini
al detto Vicario, ed a que' Preti, che v'intervennero, che fra
quindici giorni debbiano venire in Napoli a presentarsi avanti il
Vicerè, e non mai partire senz'espressa sua licenza.
Nell'anno 1574 Decio Caracciolo Abate della regal Cappella,
ed Abadia di S. Pietro a Corte di Salerno, avendo dimandato al
Vicerè esser conservato, e mantenuto nel quasi possesso
d'esercitare alcune sue giurisdizioni spirituali e temporali, che
teneva in detta Badia, nel quale era turbato dall'Arcivescovo di
Salerno, che pretendeva di fatto spogliarlo di quelle; fu
commesso l'affare al Regio Cappellan Maggiore, che provvedesse
servata la forma di questi Capitoli, avanti del quale, speditosi il
solito editto, comparve l'Arcivescovo, e formatosi processo, fu
l'Abate mantenuto nella possessione delle giurisdizioni di detta
sua Chiesa.
Nel 1593 avendo Giovanni Alfonso, Ferrante, ed altri della
famiglia Buonuomo della città di Pozzuoli esposto al Vicerè, che
tenendo essi nella maggior Chiesa una Cappella con un Sepolcro
antico di loro Antenati, il Vescovo di Pozzuoli di fatto, e di notte
avea fatto diroccare e levar detto sepolcro; dimandarono, che
siccome di fatto s'era levato, così fosse riposto, e conservati nella
possessione, nella quale erano. Fu il negozio dal Vicerè rimesso
al Cappellan Maggiore, il quale, servata la forma di questi
Capitoli, spedì il solito editto; ed ancorchè il Vescovo di
quest'editto n'avesse avuto ricorso in Roma, e dalla
Congregazione de' Cardinali fosse spedita lettera al Nunzio in
Napoli, che facesse ordine al Cappellan Maggiore, che sotto pena
di scomunica rivocasse l'editto, e che non tollerasse questa
pratica, come pregiudiziale alla giurisdizione ecclesiastica,
35
nulladimanco dal Cappellano Maggiore, e dal Collateral
Consiglio fu fatta consulta al Vicerè insinuandogli, che non
dovesse tener conto delle pretensioni di Roma, essendo
l'osservanza di questi Capitoli antichissima nel Regno, e fondati a
somma giustizia, per evitare gli spogli e le violenze.
Nel corso d'un altro secolo appresso, insino a' dì nostri, s'è
tenuto questo stile sempre per fermo e costante, e gli Archivj del
S. C. sono pieni d'innumerabili processi fabbricati sopra
l'osservanza de' medesimi: tanto che oggi presso noi questa
osservanza non riceve più contrasto, nè ammette più dubbio o
difficoltà alcuna.
CAPITOLO V.
36
alla tortura de' rei (prerogativa, che unicamente s'appartiene al
Tribunal della Vicaria): ciò che non essendo stato ad altri
conceduto, siccome furono le altre quattro lettere arbitrali drizzate
a' Giustizieri delle province; quindi avvenne, che questa non si
annoverasse tra le quattro, ma la facessero passare sotto il titolo
de Praeminentia M. C. Vicariae. Girolamo Calà45 nel Trattato che
compilò sopra questo soggetto, credette che tal prerogativa non
dal Re Roberto fosse stata data a questo Tribunale, ma che prima
l'avea già avuta da Carlo II suo padre per lo capitolo in accusatis;
e che per questo capitolo si cum sceleratis, da Roberto le fosse
stata tolta più tosto che conceduta, vedendosi essere stato quello
drizzato a Giovanni di Haya, a cui unicamente fu conceduto tal
arbitrio per le sue particolari ed eminenti virtù di fede, di giustizia
e di zelo, e d'odio contro gli scellerati: dice però che da Roberto
fu restituita tal preminenza a questo Tribunale per lo Capitolo
juris censura, e per l'altro provisa juris sanctio. Ma non bisogna
allontanarsi da quel che sentirono gli altri nostri Scrittori
regnicoli, essere stata tal autorità ed arbitrio conceduto da
Roberto a Giovanni, non già per le sue particolari virtù, ma come
Gran Giustiziero della G. C. della Vicaria, per cui venne
comunicata al suo Tribunale. Assai più s'ingannò quest'Autore,
quando scrisse, che da Roberto le fosse stata restituita tal
preminenza per li Capitoli juris censura, e provisa juris sanctio,
come se quelle lettere fossero state drizzate al Gran Giustiziero di
quel Tribunale. Il Capitolo juris censura, come si vedrà più
innanzi, fu drizzato al Capitano di Napoli, Ufficiale, come si è
detto, ch'era allora affatto diverso, e distinto dal Giustiziere della
Vicaria: e l'altro conviene a tutti i Giustizieri delle province, non
già unicamente al Giustiziere della G. C.
Furono chiamate Lettere Arbitrarie, non solo perchè Roberto
le concedè rivocabili a suo volere e beneplacito; ma anche perchè
si commetteva all'arbitrio degli Ufficiali di procedere ne' delitti in
45
Calà de Praemin. M. C. V. cap. 2.
37
ogni tempo, o con tortura o senza, o con accusa, o per
inquisizione, ovvero con composizione, usando clemenza, o con
imporre le pene stabilite dalle leggi, usando rigore. Una di queste
lettere porta perciò il titolo: De Arbitrio concesso Officialibus.
L'altra, de Componendo, et Commutatione poenarum. La terza,
Quod latrones, disrobatores stratarum, et piratae omni tempore
torqueri possunt; e l'altra, de non procedendo ex officio, nisi in
certis casibus, et ad tempus. Quella che fu drizzata a Giovanni di
Haya pure fu detta Lettera Arbitrale; perchè nella fine si leggono
queste parole: In his enim tibi plenam potestatem meri, et mixti
Imperii, ac arbitrium competens duximus concedendum. È da
credere che fosse stata dettata da Bartolommeo di Capua, come
quella, che porta la data del 1313, quinto anno del Regno di
Roberto.
Fabio Montelione da Girace in quel suo ridicolo Commento,
che fece nell'anno 1555 sopra queste quattro Lettere Arbitrarie,
dedicato da lui a Carlo Spinelli I, Duca di Seminara, portò
opinione, che la prima lettera arbitrale fosse quella, che tra'
capitoli del Regno leggiamo sotto la rubrica De non procedendo
ex officio, ec. la qual comincia: Ne tuorum: ma se deve attendersi
l'ordine de' tempi, dovrà quella riputarsi l'ultima, non la prima. Fu
questa istromentata per Giovanni Grillo Viceprotonotario del
Regno, dopo la morte di Bartolommeo di Capua, nel 1329
ventesimo primo anno del Regno di Roberto, come porta la sua
data; la quale deve correggersi, ed in vece di Regnorum
nostrorum anno 20 deve leggersi anno 21. In questa si dà arbitrio
e potestà a' Presidi e Capitani di poter procedere ex officio in
alcuni delitti, senza querela, o accusazione, cioè in tutti quelli,
dove dalle leggi vien imposta pena di morte civile o naturale,
ovvero troncamento di membra: ove si tratti d'ingiuria inferita a
persone ecclesiastiche, pupille e vedove: e finalmente negli
omicidj clandestini, ove non appaja accusatore alcuno.
Più antica certamente fu quella, che leggiamo sotto la rubrica
38
de Arbitrio concesso Officialibus; che comincia: Juris censura.
Quella fu dettata da Bartolommeo di Capua nel 1313 quinto anno
del Regno di Roberto, come è chiaro dalla sua data
somministrataci da Jacopo Anello de Bottis nelle sue addizioni a
questo capitolo. A chi fosse stata drizzata, ce ne mette in dubbio
l'edizione vulgata, nella quale si legge: Magistris Rationalibus
etc. e Bottis, il quale riferisce in altre edizioni leggersi indrizzata
Iustitiario Basilicatae. Ma dal corpo della lettera è facile
conoscere, che quella fosse stata drizzata al Capitano di Napoli
poichè si commette al suo arbitrio, e potestà, per li frequenti
eccessi, che si commettevano nella città di Napoli e di Pozzuoli, e
ne' loro distretti, dove erano insorti famosi ladroni, disrobatori di
strade, incendiari, rattori violenti, ed altri autori d'enormi
scelleraggini e d'infami delitti, che procedesse in quelli con ogni
severità e rigore, postergato ogni ordine, non osservate le regole
comuni prescritte ne' Capitoli del Regno; ma attendendo
solamente alla pura e semplice sostanza della verità, col consiglio
del suo Giudice, sterpi, e svella da que' luoghi questi reprobi, ed
uomini sì rei, affinchè ritorni in quelli la quiete, nocendi facultas
abeat, et pacis optata amaenitas suavius reviviscat. È noto, che al
Capitano di Napoli s'apparteneva in quei tempi anche il governo
di Pozzuoli, e suo distretto, come fu chiaramente dimostrato da
Camillo Tutini nel Teatro de' Gran Giustizieri del Regno, e da noi
altrove fu rapportato.
L'altra lettera arbitrale, che leggiamo sotto la rubrica: Quod
latrones, disrobatores, etc., e che comincia: Provisa juris sanctio,
non vi è dubbio, che pure fosse stata da Roberto scritta per mano
di Bartolommeo di Capua; poichè sopra della medesima abbiamo
di questo Giureconsulto alcune note. Si dà facoltà per la
medesima a' Giustizieri del Regno, che contro gl'insigni ladroni,
che nelle strade, nelle case ed in mare rubano, e contro altri
malfattori notati di maggiori scelleraggini, possano procedere in
ogni tempo a tormentargli, eziandio in giorno di Pasqua, senza
39
accusatore, senza ricercar plegierie, a loro arbitrio e facoltà.
L'ultima si legge sotto il titolo, de Componendo, et
Commutatione poenarum, e comincia: Exercere volentes benigne.
In questa Roberto, temperando il molto rigore finora praticato,
permette a' suoi Ufficiali, e dà loro potestà di poter componere, e
commutare con multe pecuniarie le pene stabilite dalle leggi in
questi delitti, cioè, d'asportazione d'armi, per gli omicidj
clandestini; commutar le pene, che gli Ufficiali medesimi avranno
imposte ne' loro banni, o che imponeranno nell'avvenire
all'università o persone particolari: le pene delle difese, de
parendo juri, e nell'altre arbitrarie, e nelle multe. In tutti questi
casi loro si permette, avuto riguardo alla povertà, all'impotenza,
ovvero ad altra ragionevol cagione, in certa quantitate pecuniae
componere pro Curiae nostrae parte.
Fu per questa lettera arbitrale Roberto biasimato d'avarizia da'
suoi detrattori, e che avesse perciò oscurata la fama delle altre
virtù sue; e Scipione Ammirato ne' suoi Ritratti rapporta, che
questo savio Re fosse stato perciò biasimato d'avarizia, e creduto
essere stato cagione delle molte discordie e divisioni, che
nacquero in molte città del Regno tra' lor Cittadini per le
composizioni, ch'egli traea dagli misfatti de' suoi sudditi, più in
danari che in sangue; e ch'egli era solito scusarsi con dire, che
tutto ciò gli conveniva di fare per aver onde nudrire cotante
armate, che quasi ogni anno era costretto di mettere in punto per
la ricovrazione del Regno di Sicilia. Ma chiunque considererà,
che Roberto queste composizioni le ristrinse a certi non gravi
delitti con tanta riserva e moderazione, ed avuto ogni riguardo
alla condizione delle persone, ed a molte altre circostanze,
secondo l'arbitrio d'un uomo prudente e da bene, non lo
condannerà certamente per sordido ed avaro.
Queste sono le cotanto presso di noi celebri e famose Lettere
Arbitrarie, sopra le quali sin da' tempi della Regina Giovanna I, il
Viceprotonotario Sergio Donnorso fece un Commento, del quale
40
fa egli menzione nelle note a' Capitoli del Regno46, e di cui fu
anche ricordevole Pier Vincenti nel suo Teatro dei Protonotari del
Regno47; le quali nell'investiture dei Feudi furon da poi concedute
a' Baroni insieme col mero e misto imperio; non che Roberto
avesse quelle a loro concedute, poichè esse furono drizzate a'
Giustizieri, non a' Baroni, i quali allora non aveano giurisdizion
criminale, nè il mero e misto imperio, siccome aveano i
Giustizieri delle province. I Baroni insino al Regno d'Alfonso I
d'Aragona, ovvero, come credettero alcuni, di Giovanna II, non
aveano nelle loro terre e castella, che la giurisdizion civile. Non
potevano prima d'Alfonso i Feudatari, che possedevano terre con
Vassalli, esercitar altra giurisdizione, se non quella infima e
bassa, indrizzata unicamente a sedar le liti e le discordie, che
sogliono nascere tra gli abitatori de' luoghi, creando a questo fine
alcuni Ufficiali annuali chiamati Camerlenghi, i quali non avean
altra giurisdizione, che di conoscere e giudicare d'alcune cause
minime e sommarie.
I Giustizieri delle province, ed il Tribunal della Gran Corte
erano quelli Magistrati, che esercitavano l'alta e piena
giurisdizione sopra tutti i castelli e luoghi del Regno48. Non
altrimenti che praticavasi a' tempi de' Romani, i quali nelle loro
città e terre aveano minori Magistrati, che s'eleggevano dal Corpo
delle medesime chiamati Defensores, da' quali s'esercitava una
bassa, ed infima giurisdizione, consistente nella cognizione delle
cause minime, e sommarie civili.
In luogo di questi Difensori, secondo avvertì a proposito
Andrea d'Isernia49, succederono poi nel nostro Regno i Baglivi de'
luoghi, i quali conoscevano delle cose civili, de' furti minimi, de'
46
Tit. de tormentis, fol. 27.
47
P. Vinc. ann. 1352 p. 90.
48
Constitut. Ea quae ad speciale decus. Franc. de Amic. de his qui feud. dar.
poss. in c. sumus modo, fol. 43 numer. 2. Rosa in praelud. feud. lect. 11
numer. 10.
49
Andr. in Constit. locor. Bajuli.
41
danni dati, dei pesi e misure, e d'altre cause leggieri, e di picciolo
momento50. Ma le cose più gravi, e massimamente quelle, che
riguardavano il mero imperio, e la giurisdizione criminale,
secondo le leggi de' Romani, appartenevano a' Presidi delle
province, in vece de' quali da poi nel nostro Regno furono
costituiti i Giustizieri delle Regioni51. E però non è maraviglia,
che le concessioni delle Terre con vassalli, portassero con esso
loro quell'infima giurisdizione, come a loro coerente, e da esse
inseparabile, e non il mero imperio e la giurisdizion criminale,
che non poteva dirsi alla medesima coerente, siccome quella, che
non da' proprj Magistrati, ma da' Presidi prima soleva esercitarsi,
e da poi non da' Baglivi de' luoghi, ma da' Giustizieri delle
regioni.
Marino Freccia52 testifica perciò, che avendo egli letto il
privilegio che fece Carlo I d'Angiò, quando donò al suo figliuolo
unigenito la città di Salerno col titolo di Principato, con altre terre
e città, come Ravello, Amalfi, Sorrento, Nocera e Sarno, gli
concedè solamente in questi luoghi la giurisdizione civile, e fu
notato per cosa rara, che nella città di Salerno gli concedesse
ancora la giurisdizion criminale, circoscritta però dal circuito
delle mura, e dentro quelle ristretta, e non oltre; ma ciò fu propter
titulum suae dignitatis, come dice questo Scrittore, poichè in
questi tempi i Baroni non aveano giurisdizion criminale. Chi
cominciasse a concederla, vario e discorde è il parere dei nostri
Autori. Matteo d'Afflitto53, Grammatico54, Caravita55, il Presidente
50
Constitut. locor. Bajuli, et ad officium Bajuli.
51
Constit. Justitiarii nomen, et normam. Constit. Justitiarii per Provincias.
Constitut. Praesides, et Constit. Capitaneorum.
52
Freccia de subfeud. l. 2, auth. 2 num. 21.
53
Affl. in Constitut. contingit 3 notab. et in Constit. ea quae ad speciale
decus 4 notab.
54
Gramat. voto 28.
55
Caravita ritu 49.
42
de Franchis56, ed altri sostennero, che il primo fosse stato il Re
Alfonso I d'Aragona; e quest'ultimo Scrittore dice non essersi ciò
posto in uso, se non da' Re Aragonesi. Altri, come Francesco
d'Amico57, il reggente Capecelatro58 e Capobianco59, la riportano
un poco più in dietro, cioè a' tempi della Regina Giovanna II; ma
se dobbiamo credere a quel gravissimo istorico, Angelo di
Costanzo60, bisognerà dire, che il nostro Re Roberto fosse stato il
primo. Favellando questo Scrittore della liberalità di questo
Principe, narra, che per infiniti privilegi conceduti a' Baroni, a'
Cavalieri particolari, tanto Napoletani quanto dell'altre terre del
Regno, si vedea quanto fosse stato verso i medesimi
liberalissimo, a' quali donò Titoli, Castella, e Feudi con
giurisdizioni criminali, essendo fin a quel tempo costume, che
rarissimi de' Conti del Regno avessero la giurisdizione criminale
nelle lor terre; e questo Istorico medesimo rapporta ancora, che il
Re Ladislao concedè la giurisdizione criminale ad Antonello di
Costanzo sopra Tevarola, dov'egli ed i suoi per ottanta anni non
avevano avuto altro che la civile61.
Che che ne sia, se Roberto o altri suoi successori a qualche suo
benemerito avesse usata questa insolita liberalità, egli è certo, che
da Alfonso I e dagli altri Re aragonesi suoi successori, furon
poste in uso; e con maggior frequenza fu, nelle concessioni fatte
ai Baroni, data la giurisdizione criminale, o nell'investiture fu
conceduto loro anche la potestà, ed arbitrio contenuto in queste
quattro Lettere Arbitrarie, ed oggi si è ridotto a stile, e quasi
formolario di tutte l'investiture, che si danno, di mettervi anche
questa facoltà per clausola.
Da ciò n'è nato, che siccome prima queste lettere erano a
56
Franchis decis. 510 nu. 4 et decis. 370 num. 2.
57
Franc. de Amic. ad tit. de his, qui feud. dar. pos. fol. 43 n. 8.
58
Capecelatr. cons. 41 num. 10.
59
Capibl. de Baron. prag. 8 par. 1 n. 63 et 84.
60
Costanzo lib. 6.
61
Costanzo Hist. lib. 12 in fin.
43
beneplacito ed arbitrio del Principe, rivocabili e ristrette a certi
confini; così per quel che riguarda le persone de' Baroni, per le
concessioni, che ne tengono nelle loro investiture, sono
irrevocabili; e maggiore si vide in ciò essere stata l'autorità, ed
arbitrio dei medesimi, che degli Ufficiali regi, a' quali (come al
Reggente e suoi Giudici della G. C. della Vicaria, a' governadori
delle province, Capitani delle terre ed altri Ufficiali del Regno) fu
prescritto dall'Imperador Carlo V per mezzo di sue prammatiche62
il modo di componere i delitti e commutar le pene corporali in
pecuniarie, e vietato di farlo senza suo consenso o del Vicerè del
Regno, e senza rimession della parte offesa, o ne' casi che si
dovesse imporre pena di morte naturale, o di troncamento di
membra. E poichè a' Baroni si trovavano concedute quelle lettere,
affinchè il loro arbitrio stasse ristretto fra' termini del dovere e di
giustizia; quindi l'istesso Imperador Carlo V con altra sua
particolar prammatica63 stabilita per li Baroni e loro Ufficiali
ordinò che non dovessero abusarsi della facoltà, che tenevano
nella commutazion delle pene, ma servirsene fra' termini del
giusto e con ragionevol modo: minacciandogli in caso d'abuso
della privazione de' loro privilegi.
CAPITOLO VI.
62
Pragm. In sperata delictorum venia pragm. Et quia, etc.
63
Pragm. mandamus etiam.
44
tempi impiegati a queste cariche; e dalla Regina Giovanna I
furono di maggiori prerogative e privilegi arricchiti. La principal
loro incombenza era d'invigilare sopra i diritti e rendite fiscali,
costringere i minori Ufficiali come Doganieri, Tesorieri,
Credenzieri ed altri, a render ragione della loro amministrazione,
ricevere da essi i conti dell'esazioni fatte, e raccogliere il denaro
per mandarlo alla Camera del Re. Queste rendite per la maggior
parte si cavavano da' dazi, gabelle, dogane, regalie e da altre
ragioni fiscali, così antiche come nuove. Nel Regno de' Normanni
queste esazioni restringevansi a poco numero, ed erano assai
moderate, e particolarmente in tempo del buon Re Guglielmo; ma
da poi che l'Imperator Federico I restituì le regalie, che s'erano
quasi perdute in Italia, e che tutti gli altri Principi, al di lui
esempio, vollero anche restituirle ne' loro Stati, s'accrebbe il di
lor numero, e furono più pesanti. Così passato questo Regno dai
Normanni a' Svevi, Federico II ve n'impose delle nuove: instituto,
che fu poi dagli altri Re suoi successori continuato, come quello
che conduceva molto all'abbondanza del loro erario, donde
potevano sostenere più grandi eserciti e numerose armate. I Re
della casa d'Angiò, ancorchè più volte ne' loro Capitoli
promettessero moderarle, e di ridurle secondo erano al tempo del
Re Guglielmo il Buono; con tutto ciò, per le lunghe ed ostinate
guerre che soffrirono, e particolarmente per quella di Sicilia, non
ne fecero nulla, anzi di tempo in tempo più crebbero. Furono per
ciò queste ragioni fiscali divise in antiche e nuove.
Dell'antiche, cioè di quelle, che furono prima dall'Imperador
Federico II nel Regno di Guglielmo, e suoi successori Normanni,
abbiamo che Andrea d'Isernia64 ne formò due Cataloghi: uno se
ne legge nelle note, che fece alle Costituzioni del Regno sotto la
rubrica de decimis: e l'altro tra i riti della Regia Camera, pure
sotto il medesimo titolo65. In poche cose, e sol nell'ordine è l'uno
64
Andr. in Constit. quanto caeteris, de decimis.
65
Rit. 1 de decimis, etc.
45
vario dall'altro: ecco il novero, che ne fece nelle Costituzioni.
46
pone per ciò nel fuoco penace dell'Inferno: dice nelle
Costituzioni66, che perciò la Chiesa non vuole le decime di queste
esazioni, come ingiuste, ed imposte da Federico contro Dio e la
giustizia: De illis non vult Ecclesia decimas, tanquam de male
oblatis, quae imposita fuerunt per illum contra Deum, et
justitiam: per quod videtur ille Federicus quiescere in pice, et
non in pace. E nel Rito I sotto il titolo de Jure Tinctoriae, et
Celandrae, dicendo che questi dritti come nuovi ed odiosi non
doveano stendersi per interpetrazione, ma più tosto restringersi,
scrisse: Imposita fuerunt haec ab eo, qui depositus fuit a Regno,
et Imperio: poena sua propterea in Inferno crescit semper, sicut
poena Arii, ut Augustinus dicit. Ma queste erano vane querele,
parole inutili e buttate al vento. S'incolpava, e detestava Federico
per avergli introdotti, si declamavano per empj ed ingiusti; ma
non per questo i Re Angioini, Roberto istesso, e Carlo suo padre,
sotto i quali egli scrivea, gli tralasciarono; anzi Roberto per
avergli rigidamente esatti ed accresciuti ne fu imputato d'avarizia.
L'istesso Andrea67, che declamando dice, che la Chiesa nè men
per quelli vuol decime, ci racconta, che Filippo Minutolo
Arcivescovo di Napoli, mal soddisfatto della convenzione passata
col Re Carlo II che si dovessero pagar le decime per le due terze
parti, lasciandone una, che si credette poter importare per li nuovi
ed illeciti diritti, tornò a moverne litigio, credendo essere stato
ingannato; ma dopo un lungo contrasto, essendosi appurato che
importava assai meno ciò che gli apparteneva, quando non voleva
esigere per li nuovi dazj, i quali importavano somma assai
maggiore dei vecchi, e che perciò bisognava restituir grosse
somme, niente curandosi più dell'indebita esazione, nè di
proseguirla per l'avvenire, pregò il Re che per grazia glie le
accordasse, e continuasse ad esigere le due terze parti, come
prima; e per togliere ogni scrupolo, il Re acconsentì, che per
66
Andr. Constit. quanto de caeteris, de decimis.
67
Rit. 2. R. Cam. de decimis.
47
l'avvenire si pagassero a lui due parti intere; ma che ciò che gli
veniva per questo suo dono, dovesse impiegarlo per l'edificio del
Duomo di Napoli, e quello finito, se gli dovesse continuare il
pagamento con peso di pregare Iddio per l'anime de' suoi genitori,
e di dover ergere in quella Chiesa alcuni altari, siccome narra
Isernia, che a suo tempo si faceva e si pagava68.
Questi nuovi diritti, secondo il novero, che fa Isernia nelle
Costituzioni del Regno, sono:
48
Jus Salis. novum.
Jus Staterae, seu ponde- Jus Decini.
raturae. Jus Balistrarum.
Jus Mensuraturae. Jus Reficae majoris, et
Jus Exiturae. minoris.
Jus Setae. Jus Marium, saponis, mo-
Jus Tinctoriae, et Celan- lendini,
drae. et gallae, non
Jus Cambii. sunt ubique, sed in Apu-
Jus Bucceriae novum. lea.
Jus Imbarcaturae. Jus Lignaminum, non est
Jus Sepi. ubique.
Jus Partus, et Piscariae Jus Gabellae auripellis.
69
L. fin. C. si propter pubblicas pensitationes.
70
Auctor, Anonym. in notis Rit. R. C. rub. 36.
49
Prima d'Andrea d'Isernia questi Riti ed osservanze non si
potevano ricavare, se non dai libri del Tribunale, ove erano notati:
e poichè a tutti non era facile averne copia o comodità
d'osservargli, non erano così universalmente noti e palesi. Furono,
egli è vero, alcuni regolamenti a ciò attenenti fatti inserire nelle
nostre Costituzioni, come sotto il titolo de Officio Magistrorum
Fundicariorum, ed in alcuni altri; ma dice l'istesso Andrea nelle
note a questa Costituzione, che gli altri statuti di Federico a ciò
riguardanti, erano nelle dogane, nè furono uniti a quel volume
delle Costituzioni: Sicut dicunt alia statuta Imperialia, quae sunt
in Dohanis, nec sunt redacta in hoc volumine. Questo gravissimo
Giureconsulto fu dunque, che trattigli da' registri delle dogane e
degli Atti di quel Tribunale, gli compilò, e ridusse in quella forma
che ora si leggono. Nè era da sperare che altri avessero potuto con
tanta diligenza, ed esattezza por mano a quest'opra, con quanta da
lui si fece. Era stato egli creato M. Razionale dal Re Carlo II, e
poi visse tale in tutto il tempo che regnò Roberto, che vuol dire
34 altri anni, sin che dalla Regina Giovanna I non fosse innalzato
al posto di Luogotenente; onde niuno meglio di lui poteva darci i
Riti di questo Tribunale, e compilargli con tanta nettezza e
dottrina, con quanta si vede.
Ch'egli ne fosse stato il Compilatore, non è da dubitare:
abbiamo veduto per lo confronto fatto dei Cataloghi di queste
ragioni fiscali, riconoscer quelli un medesimo Autore. È
manifesto ancora da un altro confronto, che può farsi di ciò che
scrisse l'istesso Andrea ne' Commentarj de' Feudi sotto il titolo,
Quae sint regalia, in § vectigalia, in add. n. 14 e nelle note alla
Costituzione suddetta de Officio Magistrorum Fundicariorum, e
da ciò che si legge in questi Riti sotto la rubrica de jure fundici71,
ove si veggono ripetute ad literam l'istesse parole. Il medesimo
Andrea nell'ultimo Rito de jure Dohanae nel fine cita se stesso; si
rimette a quel ch'egli medesimo avea scritto in cap. unico, §
71
Rit. 18.
50
Sacramentum, de consuet. rect. feud. Ce lo testificano ancora gli
Autori suoi coetanei, o che fiorirono non molto dopo lui. Luca di
Penna fu suo contemporaneo, perchè fu coetaneo di Bartolo, e
quegli attesta, il Compilatore di questi Riti essere stato Andrea72.
Goffredo di Gaeta, che nell'anno 1460 come e' dice nel Rito 2 de
decimis, compose i Commentarj, ovvero letture sopra i medesimi,
passa in più luoghi per cosa fuor d'ogni dubbio che Andrea ne fu
l'Autore73. Il medesimo scrissero Liparulo nella di lui vita74, e
l'Anonimo75 Autor delle Note a' Riti suddetti. E finalmente a
lettere cubitali ciò si legge nel Codice di questi Riti, che si
conserva nell'Archivio della Regia Camera, che porta in fronte
questo titolo: Ritus Domini Andreae de Isernia super universis
juribus Dohanarum, et aliarum Regni Siciliae Gabellarum.
Furono appellati da Andrea questi Riti Jura Imperialia, non
perchè l'Imperador Federico nella maniera, che ora si leggono, gli
avesse egli fatti compilare, come fece del libro delle nostre
Costituzioni; ma perchè alcuni dritti, che si leggono in essi,
furono nuovamente da Federico introdotti, e chiamati per ciò jura
nova, ovvero Imperialia, a differenza degli antichi, chiamati jura
vetera, ch'erano prima di lui nel Regno de' Normanni. Ancorchè
Andrea d'Isernia, per privato studio e diligenza, avesse fatta
questa Compilazione, non per pubblica autorità, siccome furono
da poi fatti compilare i Riti della G. Corte della Vicaria dalla
Regina Giovanna II, che per sua Costituzione diede loro forza e
vigore; non è però, che i medesimi non abbiano avuta sempre,
siccome ritengono ancora oggi, tutta l'esecuzione ed osservanza, e
che non abbiano presso noi quel medesimo vigore, che hanno le
leggi nostre scritte, come dipendenti da un non mai interrotto
72
Luc. de Penna in l. si tempora. C de fid. instrum. et host. fisc. lib. 10.
73
Goffred. de Gaeta de jure Dohanae, n. 179 et 181 et in rubr. de non positis,
aut subtract. in quater. etc. num. 2.
74
b: Lipar. in vita Andr. vers. Invenimus etiam Andream compilasse, etc.
75
Auth. in annot. ad rubr. 1.
51
stile, e da un antico uso di questo Tribunale76. Egli è vero, che per
lo corso poco men di quattro secoli, da che furono compilati,
molte cose sono mutate, ed altre cose nuove introdotte, onde di
questo Tribunale, oltre i Riti, abbiamo ora anche molti Arresti
raccolti dal Reggente de Marinis; nulladimanco in ciò, che per
nuova legge non fu mutato, o per contrario uso andato in
dimenticanza, han tutta la forza e tutto il lor vigore.
Abbracciò Andrea in questa Compilazione tutti i dritti così
antichi, come nuovi di sopra annoverati, divisegli con più
distinzione in più rubriche, e collocò sotto ciascuna di esse più o
meno Riti, secondo che la copia, o brevità del soggetto
richiedeva. Trattò ancora, quasi per appendice, di molte cose
appartenenti agli Ufficiali, che hanno l'amministrazione ed
esazione de' medesimi, con rubriche separate, come si vede nella
rubrica 1, 25, 26, 27, 28, 29, 30, 31, 33, 34, 35, 36, 37 e 38. Egli è
da avvertire che fra questi si leggono alcuni Arresti fatti dai M.
Razionali dopo la compilazione fatta da Isernia, e inseriti da poi
ne' luoghi adattati al soggetto, com'è l'arresto, che si legge sotto la
rubrica 11 de Tracta, fatta a settembre dell'anno 1382 e consimili.
In oltre la rubrica 31 ch'è l'ultima, de jure Falangae, seu
Falangagii, fu aggiunta dopo la Compilazione d'Isernia; perchè
questo nuovo dritto o sia gabella, ch'è membro della Dogana, fu
imposto nell'anno 1385 dal Re Carlo III di Durazzo: questo
Principe l'impose dalla città di Gaeta insino a Reggio per quanto
corre il Mar Tirreno77: da poi Alfonso I d'Aragona nell'anno 1452
lo stese per tutto il Regno, dal fiume Tronto insino a Reggio per
quanto corre il Mar Adriatico: tra questi due Mari è collocato il
Regno.
Il primo, che dopo un secolo e più anni commentasse questi
Riti fu Goffredo di Gaeta figliuolo di Carlo, che fiorì sotto il Re
76
Rov. it. decis. 18 n. 4. Galeot. resp. Fiscal. 15 num 5. Philippis diss. Fiscal.
1 n. 147.
77
Annot. in rub. ult. de jure Falangae.
52
Ladislao e la Regina Giovanna II, in qualità di Avvocato fiscale.
Goffredo suo figliuolo emulando le virtù paterne, e calcando le
medesime sue pedate, fu gran tempo nel Regno della Regina
Giovanna II M. Razionale, da poi dal Re Alfonso I avendo questo
Principe al Tribunale della Camera de' Conti aggiunti quattro
Presidenti di toga, e due idioti, fu creato Presidente della
medesima; la qual carica continuò nel Regno di Ferdinando I
infino al tempo di sua morte, che accadde nell'anno 1463 è
verisimile che cominciasse questa sua fatica nel Regno d'Alfonso,
e la terminasse sotto Ferdinando, già che nel Rito 2 de decimis,
dice, che a riguardo del tempo, nel quale egli scrivea, cioè nel
1460 i diritti imposti da Federico non si potevano dir più nuovi,
ma antichi, essendo scorsi dal dì della sua deposizione (che la
pone nel 1244) ducento e sedici anni. I suoi Commentarj sono
dotti, gravi e proprj della materia che si tratta, senza divagarsi in
quistioni inutili ed estranee, come allora correva il vizio degli
altri Commentatori. Perciò furono dai Professori de' seguenti
tempi tenuti in sommo pregio, e riputato l'Autore per uno de'
maggiori Giureconsulti de' suoi tempi. Morì egli in Napoli nel
1463 come lo dimostra l'iscrizione del suo sepolcro, che si vede
nella chiesa di S. Pietro Martire nella cappella della sua famiglia,
ove giace sepolto insieme con Carlo suo Padre.
Dopo il corso d'un altro secolo abbiamo che fossero state fatte
quelle note, che si leggono a questi Riti d'un Autore incerto ed
Anonimo; poichè s'allegano dal medesimo decreti ed arresti della
Camera degli anni 1554, come nel Rito primo de Jure
Ponderaturae, del 1565 come nel Rito 14 de Jure Fundici, ed
altrove allega molte scritture e consulte di quel Tribunale fatte in
questi medesimi tempi. Allega spesso Goffredo di Gaeta, Matteo
d'Afflitto, e sovente anche Autori del decimosesto secolo. Queste
note sono proprie, dotte ed utilissime, ripiene di molte notizie
degli atti del Tribunale, de' suoi arresti, lettere, consulte, carte
regali, registri e ogni altro che poteva conducere alla vera
53
intelligenza de' vocaboli, e de' sentimenti di questi Riti e delle
mutazioni, aggiunzioni e variazioni ch'erano seguite insino a' suoi
tempi, intorno alle nuove imposizioni d'altri diritti e gabelle, e
delle loro origini, e progressi ed abusi; tanto che non meriterebbe
il suo nome presso i posteri essere rimaso così oscuro e sepolto.
Abbiam veduto poi a dì nostri un altro Commento, ovvero
come l'Autor gli chiama, nuove Addizioni su questi Riti,
compilato per Cesare Nicolò Pisani Giureconsulto napoletano, il
quale nell'anno 1699 insieme co' Commentarj di Gaeta, e note
dell'Anonimo, gli diede in Napoli alle stampe. Sono indegne
d'esser paragonate, e poste insieme colle fatiche di que' due
insigni Giureconsulti; sono piene di cose vane ed inutili, ricolme
di quistioni lontane ed estranee di quel che ricercava il soggetto:
diffuse e goffe, ed unicamente poste insieme senz'ordine e senza
metodo, per far crescere il volume.
CAPITOLO VII.
54
Leggansi i tanti elogi di Giovanni Villani78, del Petrarca79, e del
Boccaccio80 suoi contemporanei, che per ciò con tante lodi
innalzarono. Si legge di questo Re un trattato delle virtù morali
composto da lui in varie rime toscane. Questo trattato lo fece
imprimere in Roma l'anno 1642 insieme con alcune rime del
Petrarca estratte da un suo originale, col Tesoretto di Ser Brunetto
Latini, e con quattro canzoni di Bindo Bonichi da Siena, il Conte
Federico Ubaldini, e porta questo titolo: Il trattato delle virtù
morali di Roberto Re di Gerusalemme. Egli, come dice
l'Ubaldini, cimentò le forze del suo ingegno nella vecchiaja,
applicandosi a rimare, e volle più tosto per questa opera imitare i
più saggi Re della terra come Salomone (onde perciò non volle al
libro porre altra inscrizione, che di Re di Gerusalemme),
l'Imperador M. Aurelio Antonino, che lasciò scritti in greco
dodici libri morali della sua vita (se non sono favolosi, come gli
credette il Castelvetro), Basilio Macedone, Lione Isaurico,
Emmanuel Comneno ed altri Imperadori greci, che ne composero
de' simiglianti; che andar dietro a' suoi predecessori Re di Sicilia,
come all'Imperador Federico II ed al Re Manfredi, ad Enzio, e
simili, i quali tutti intesi a cose amorose, solamente di quelle
vollero tesser canzoni. Scrisse ancora, oltre le suddette rime,
alcune lettere latine in prosa, due delle quali sono volgarizzate
presso Giovanni Villani, mandate, l'una nell'anno 1333 al Popolo
fiorentino, e l'altra a Gualtieri Duca d'Atene, quando nell'anno
1341 pigliò la Signoria di Fiorenza.
Nel suo Regno fiorirono le lettere in guisa, che i Professori di
qualunque condizione si fossero, ancorchè di bassa fortuna,
gl'innalzava a' primi onori, e con umanità grandissima gli
accoglieva ed accarezzava: andava a sentire in piedi i pubblici
Lettori, che leggevano in Napoli, ed onorava gli Scolari.
78
Villan. lib. 11 hist. et lib. 12.
79
Petrar. rer. memor. lib. 23.
80
Boccac. in Genealog. Deor. lib. 14 cap. 9 et 22 et lib. 15 c. 13.
55
Per tralasciar infiniti esempi, venendo il Petrarca di Francia
per pigliare la Corona di lauro a Roma, mandò Gio. Barile, che in
suo nome assistesse in Campidoglio quella giornata come suo
Ambasciadore, scusandosi col Petrarca, che l'estrema vecchiezza
era cagione, che non venisse in persona a ponergli la corona in
testa di sua mano; ed ambiva, che l'Affrica composta da costui, a
lui s'indirizzasse. Favorì grandemente i Teologi ed i Filosofi81,
tanto che nel suo Regno queste facoltà cominciarono a fiorire in
Napoli.
La teologia Scolastica ridotta ne' suoi tempi in arte, e fatta
pedissequa della filosofia d'Aristotele, secondo il metodo
prescritto dagli Averroisti, vi pose piede, e si rese più
considerabile per le famose fazioni de' Tomisti, e degli Scotisti
sostenute da due Ordini allora considerabili de' Frati Predicatori
e de' Frati Minori. I primi seguivano la dottrina d'Alberto Magno,
e da poi di S. Tommaso, nomato il Dottor Angelico suo discepolo,
che si rese poi Capo di questa Setta di Scolastici, detti perciò
Tomisti. I secondi seguivano Alessandro de Ales del loro Ordine,
e da poi il famoso Giovanni Duns, detto il Dottor Sottile, e Scoto,
perch'era Scozzese, benchè alcuni l'abbiano creduto Inglese, ed
altri Ibernese, il quale si rese Capo di questa Setta, donde i suoi
seguaci furono chiamati Scotisti; onde nacque la divisione di
queste due Scuole. Alcuni nondimeno fecero un terzo partito,
seguendo un metodo nuovo, chiamati Nominali, ed uno de'
principali Capi di questo partito fu Guglielmo Ocamo della
Contea di Surrey in Inghilterra, il quale ancorchè dell'Ordine de'
Minori, si divise dagli altri facendosi Capo di questa Setta, e
perciò ne acquistò il titolo di Dottor Singolare. Si disseminarono
le loro Scuole per tutta Europa ed in Napoli, ne' tempi di Roberto,
essendo multiplicati i loro Maestri, la Teologia in cotal maniera
trasformata, era pubblicamente e con sommo applauso ed
81
Petrarc. Rer. memorand. lib. 2. Sacrar. Scripturar. peritissimus:
Philosophiae charissimus alumnus.
56
ammirazione professata, ed i Teologi da questo Principe favoriti;
poichè proccurava che molti Teologi eccellenti e di buona vita
fossero provisti di Prelature e Vescovadi del Regno, e gli onorò
sempre sopra tutti gli altri Baroni laici82.
Nelle Calabrie ed in Terra d'Otranto, per lo gran numero de'
Greci, e per lo continuo commercio d'Oriente, i Monaci de'
Conventi fondati sotto la Regola di S. Benedetto non la
ricevettero se non molto tardi: seguitavano le pedate de' Greci e la
loro dottrina: e si distinse sopra tutti gli altri Barlaamo Monaco
Basiliano di Calabria, nato in Seminara, assai dotto e sottile, il
quale essendosi portato in Costantinopoli, entrato in somma
grazia dell'Imperador Andronico, fu adoperato dal medesimo
negli affari più gravi dello Stato, e per comporre, e riunire la
Chiesa Greca alla Latina. Fu inviato da Andronico in Napoli al
nostro Re Roberto per domandargli soccorso; ma perchè non
poteva sperar d'ottenerlo se non col riunirsi le due Chiese, ne fu
data a lui parimente la commessione. Fu la unione lungamente
trattata, ma ogni progetto fu ributtato, e la sua opera rimase
inutile ed infruttuosa.
Ebbe grandi ed ostinate contese con Palamas suo Antagonista,
ma dopo varie vicende, vedendo finalmente approvata in un
Concilio tenuto in Costantinopoli la dottrina di Palamas, e la sua
condannata, partì da Oriente, e si ritirò in Occidente, e prese il
partito de' Latini, onde fu fatto Vescovo di Geraci in Calabria83.
Ci lasciò molte sue opere, che compose contro Palamas, e contro
i Monaci Quietisti da lui perseguitati ed accusati come rinovatori
degli errori degli Euchiti, e sopra altri soggetti.
Scrisse un libro de Primatu Papae: De Algebra; ed altre
insigni opere, delle quali l'Allacci, ed il Nicodemo tesserono
copiosi Cataloghi84. Instruì molti dei nostri nelle discipline, e
82
Costanz. lib. 6.
83
Alacci de Eccl. Occid. etc. lib. 2. cap. 17.
84
V. Alacci l. c. V. Nicod. in Addit. ad Bibliot. Toppi.
57
nella lingua greca e latina, e fu Maestro di Giovanni Boccaccio,
di Paolo Perugino Giureconsulto e Prefetto della Biblioteca del
nostro Re Roberto, di Leonzio Tessalonicense e di molti altri85.
In questi medesimi tempi fioriva in Otranto un monastero di
Basiliani lontano da quella città non più che mille e cinquecento
passi. Era dedicato a S. Niccolò, e i suoi Monaci professavano
non men teologia, che filosofia, ed erano istruttissimi di lettere
greche, ed alcuni anche di latine. Insegnavano la gioventù, e
l'istruivano delle cose greche e della lor lingua. Vi andavano i
giovani ad apprenderla da tutte le parti del regno, a' quali con
somma liberalità, e magnificenza erano dati i Maestri senza
mercede, domicilio e vitto: tanto che le discipline greche, che per
la decadenza dell'Impero d'Oriente venivano a retrocedere e
mancare, si sostentavano, e lor si dava per essi riparo in queste
nostre parti. Narra Antonio Galateo86, che a tempo de' suoi
grand'avoli, che vengono a punto a cadere nel regno di Roberto e
di Giovanna, quando ancora Costantinopoli non era passata in
man de' Turchi, fu fatto Abate di questo Monastero il celebre
Filosofo Niccolò d'Otranto, nominato Niceta: questi vi rifece una
famosa Biblioteca, e fece ricercare senza risparmio libri da tutta
la Grecia d'ogni genere, e quanto più ne potè raccogliere, tutti
fece trasportare nel suo monastero, e fra gli altri molti di
Filosofia, e di Logica. Fu, per la sua saviezza ed integrità di
costumi, adoperato dagl'Imperadori d'Oriente e da' Sommi
Pontefici in varie Legazioni, i quali nelle contese fra di loro nate,
o per causa di religione o di Stato, si servivano della di lui
persona per comporle, e spesse volte era mandato e rimandato da
Costantinopoli a Roma dall'Imperadore, e da Roma in
Costantinopoli dal Papa. In discorso di tempo di questi libri, per
negligenza de' nostri Latini, e per lo disprezzo e poca cura, che fu
presso de' nostri delle lettere greche, alcuni ne furono trasportati a
85
Boccac. Genealog. l. 5 c. 6. Nicod. l. c.
86
Galat. de Situ Japigiae.
58
Roma, al Cardinal Bessarione, e quindi a Venezia; ed il resto fu
poi tutto consumato e perduto per lo memorabil sacco, che i
Turchi calati in Otranto diedero nell'anno 1480 in quella città e
monastero e suoi contorni.
Roberto, oltre di favorire i Teologi, non trascurò ancora i
Filosofi e'Medici87. Nell'Università degli studj di Napoli proccurò
che insegnassero queste scienze i migliori Professori dell'età sua;
e perchè altrove così queste, come l'altre facoltà non si potessero
apparare, ma solo in Napoli, rinovò gli editti dell'Imperador
Federico II, e proibì le Scuole nell'altre città del Regno88; pose in
maggior osservanza i privilegi che il Re Carlo II suo padre aveva
conceduto al Collegio degli studj di Napoli, li quali egli inserì in
quel suo Capitolo, che comincia Universis, che abbiamo tra i suoi
Capitoli, sotto il titolo Privilegium Coll. Neap. Studii. Poichè ne'
suoi tempi la filosofia d'Aristotele, secondo il metodo prescritto
dagli Averroisti, era nelle Scuole universalmente insegnata, e
quella sola teneva il campo, posposti tutti gli altri antichi Filosofi,
per le cagioni dette da noi altrove; e la medicina non altronde, che
da' libri di Galeno era tratta; quindi Roberto ad imitazione di
Federico II deputò Niccolò Ruberto famoso Medico e Filosofo di
que' tempi, e gli fece fare una traduzione del Greco in Latino dei
libri d'Aristotele di Filosofia, e de' libri di Galeno di Medicina,
come ricavasi da' regali registri rapportati dal Summonte89.
Amò ancor Roberto, che la sua Corte e la sua Cancelleria fosse
ripiena d'uomini dotti, ponendo sommo studio, che usassero in
quella i più insigni letterati dell'età sua: il che, come ponderò
assai a proposito il Costanzo90, si conosce ancora dallo stile, e
frase de' suoi Capitoli e privilegi, che sono più culti, ed ornati di
molte clausole oratorie, per quanto comportavano i suoi tempi,
87
Petrar. l. c. Philosophiae charissimus Alumnus: Orator egregius: incredibili
Physicae notitia.
88
Cap. Robertus, etc. Grande fuit.
89
Summon. t. 2 l. 3 p. 411.
90
Costanzo lib. 6.
59
ne' quali l'eloquenza e l'eleganza dello scrivere, non era arrivata
in quell'elevatezza, che abbiam veduta da poi a' nostri tempi, e dei
nostri avoli. E benchè, come soggiunge questo Autore, di tutte le
discipline gli piacesse meno dell'altre la poetica, desiderò
nientedimeno grandemente d'aver appresso di sè il famoso
Petrarca, e che, come si disse, gli dedicasse il suo poema
dell'Affrica91. Amò per questa cagione, sopra gli altri Cortigiani
suoi, Giovani Barrile, al quale diede il governo di Provenza e di
Linguadoca, e Guglielmo Marramaldo, ambedue letterati, ed
amici del Petrarca; ed il Petrarca92 e 'l Boccaccio93 scrivono, che
nella vecchiaja pentissi di aver tenuto tanto poco conto de' Poeti,
e riputava come suo infortunio d'essersi tardi avveduto delle
bellezze ed artificj di quelli; ond'è che in vecchiaja si pose a
comporre in rima delle virtù morali.
Ma chi nel Regno di Roberto, e negli anni tranquilli del Regno
di Giovanna I sua nipote fiorissero sopra tutti gli altri, furono i
nostri Giureconsulti, elevati sempre a' primi onori del Regno, ed
in somma stima e riputazione avuti. Fiorirono nella Corte di
Roberto sopra tutti gli altri Legisti Bartolommeo di Capua, e
Niccolò d'Alife. Di Bartolommeo non accade qui ripetere quanto
di lui, e sotto il Regno di Carlo II, e sotto quello di Roberto fu
detto; fu egli esaltato ad esser G. Protonotario del Regno e suo
intimo Consigliere, reggendosi ogni cosa col suo consiglio e colla
sua penna: oltre averlo innalzato a' primi onori del Regno, gli
donò molte terre e castella col titolo di Contado d'Altavilla.
Bartolo94 famoso Giureconsulto di questi tempi lo cumula
d'eccelse lodi, e dice che per le sue proprie virtù meritò, che fosse
fatto da Roberto Gran Conte. Luca di Penna, Baldo95, Guido
91
Boccac. Gen. Deor. lib. 15 cap. 13.
92
Petrarc. Rer. memor. l. 2.
93
Boccacc. in Genealog. Deor. l. 14.
94
Bart. in Auth. Presbyteros, C. de Episc. et Clericis.
95
Bald. l. properandum in fin. C. de Judiciis.
60
Pancirolo96, ed altri celebrano in mille luoghi le virtù e la dottrina
di un tanto uomo. Ed Angelo di Costanzo97 fin da' tempi ne' quali
egli scrisse quella gravissima e saggia sua Istoria, ponderò, che
veramente le tante remunerazioni fatte, e da Carlo e da Roberto a
questo insigne Giureconsulto, bisognava dire, che fossero un gran
indizio della bontà e virtù di quell'uomo; poichè si vede, che
senza mai perdersi per niuna di tante revoluzioni, che da quel
tempo in qua sono state nel Regno, ancora durano ne' descendenti
suoi, e sono state cagione di fargli maggiori, accrescendovi poi
col trattare onoratamente l'armi, i titoli del Principato di Molfetta,
e di Conca, e del Ducato di Termoli; e se vedesse a' dì nostri la
sua stirpe accresciuta, oltre questi Stati, di altri maggiori, chiari
argomenti, non già indizj avrebbe, non men della giustizia e della
virtù, che della bontà di sì insigne Giureconsulto.
Niccolò Alunno della città d'Alife fu ancor egli uno de' nostri
famosi Legisti, che fiorissero nel Regno di Roberto, e di
Giovanna I sua nipote. Pier Vincenti nel Teatro de' Protonotarj del
Regno, lo fa dell'istessa famiglia di Giovanni d'Alife, che nel
1262 sotto il Re Manfredi fu G. Protonotario del Regno. Fu egli
sotto il Re Roberto Secretario e Notajo della sua Regia
Cancelleria, e da poi fu creato Maestro Razionale dalla Regina
Giovanna I, non già da Roberto, come credette il Costanzo: fu
fatto G. Cancelliere del Regno, mancato che fu il Vescovo
Cavillocense, e l'esercitò fin alla sua morte, che accadde l'ultimo
di dicembre dell'anno 1367. Giace sepolto in Napoli nella chiesa
dell'Ascensione fuori la Porta di Chiaja, ch'egli in vita avea
edificata a' Monaci Celestini, ove si vede il suo sepolcro con
lunga iscrizione, rapportata anche dall'Engenio nella sua Napoli
Sacra98 Ebbe in dono dal Re alcune Terre nella provincia di Bari,
che lasciò a' suoi figliuoli, uno de' quali da Urbano VI nell'anno
96
Pancirol. de Clar. II. interpr. l. 2 c. 48.
97
Costanzo l.6.
98
Caesar. Engen. Nap. Sacra, p. 657.
61
1284 fu promosso al Cardinalato, detto perciò il Cardinal
d'Alife99. Non abbiamo di questo Giureconsulto, che lasciasse di
se memoria per qualche opera legale, che avesse composta,
siccome abbiamo di Bartolommeo di Capua, d'Andrea d'Isernia,
di Niccolò di Napoli, di Luca di Penna, e d'altri suoi coetanei.
Fiorì ancora nel Regno di Roberto, e più in quello della Regina
Giovanna sua nipote il famoso Andrea d'Isernia. Per la sua
profonda dottrina legale, e particolarmente in materie feudali, fu
nel Regno di Carlo II padre di Roberto fatto Avvocato fiscale, e
poi Giudice della G. C., indi da Carlo istesso creato Maestro
Razionale della Camera de' Conti: ufficio, come fu detto, in que'
tempi di grande autorità: a cui donò ancora molte Terre, e fece
altre remunerazioni. Roberto suo figliuolo lo mantenne nel
medesimo posto di Maestro Razionale ch'esercitò per molti anni,
sino che, morto Roberto, dalla Regina Giovanna non fosse stato
innalzato ad esser suo Consigliere e Luogotenente della Camera
Regia; Tribunale ove egli avea menati molti suoi anni in qualità
di M. Razionale.
Alcuni seguitando gli errori del Ciarlante100, credono contro
ciò che fu a noi tramandato dagli antichi Scrittori, che Andrea sin
nel Regno di Carlo I avesse cominciate le sue fortune, e fosse
stato da lui creato Avvocato fiscale; e soggiungono, che dalla
Regina Maria sua moglie, da Avvocato fiscale fosse stato fatto
suo Consigliere e Maestro Razionale: ancorchè fosse costante
presso tutti gli Autori, che e' morisse vecchio in età di settantatrè
anni, lo vogliono con tutto ciò morto di morte naturale nel 1316
nel Regno di Roberto, non già nel 1357 nel Regno di Giovanna di
morte violenta; imputando quella morte non già a questo Andrea,
ma ad un altro Andrea suo nipote figliuolo di Roberto suo
figliuolo, che, com'essi dicono, dalla Regina Giovanna fu
parimente creato Luogotenente della Regia Camera, siccome suo
99
P. Vincenti de' Protonot. Ciarlanto del Sannio l. 4 c. 29.
100
Ciarl. del Sannio l. 4 c. 24.
62
avo fu creato da Roberto.
Questa opinione, oltre essere stata con manifesti argomenti
confutata dall'incomparabile Francesco di Andrea in quella sua
dotta disputazione feudale101, è contraria a tutta l'istoria, e si
convince favolosa per più ragioni. Primieramente, ciò che si narra
della sua moglie, de' figliuoli e delle dignità, che costoro avessero
avute dalla Regina Giovanna, è tutto favoloso, siccome fu
dimostrato dal Vescovo Liparulo, che con molta diligenza ed
esattezza tessè la vita di questo Giureconsulto. II se si voglia far
Andrea Avvocato fiscale nel Regno di Carlo I, bisognerà dire, che
fosse stato egli Dottore più antico di Bartolommeo di Capua, ciò
ch'è falso. Bartolommeo fu non pur coetaneo di Bartolo, ma
autore più antico di lui: Bartolo che nelle sue opere fa di questo
Giureconsulto onorata memoria, morì in Perugia, secondo pruova
Baluzio102 nel 1357 di 46 anni103, ventinove anni da poi della
morte di Bartolommeo, il qual, come si è veduto, morì nel 1328.
All'incontro Andrea fu coetaneo di Baldo, ebbe con lui dispute in
materie feudali, dove Baldo restò vinto: furono poco amici, nè
Baldo si ritenne dal malmenarlo, trattandolo da vario ed
incostante, e che ora inchinava a destra, ora a sinistra104. Ed è a
tutti noto, che Baldo fu discepolo di Bartolo, e visse molti anni
appresso; ed anche, se si voglia seguitar Osmano, morì nel 1400:
poichè, secondo vogliono altri105, egli morì nel 1420 di età già
decrepita, dopo avere per cinquantasei anni letto in Bologna ed in
Pavia il jus civile. Donde si vede quanto di gran lunga vada errato
il Consigliere de Bottis, il quale scrisse aver egli in un antico
Codice d'Andrea d'Isernia letta una postilla a penna, mano di
Bartolommeo di Capua; poichè tralasciando esser cosa molto
101
Andreys disp. feud. An fratres, etc.
102
Baluz. in Notis ad Vitas PP. Aven. to. 1 pag. 971.
103
Boxornius in Monum. vir. illustr. pag. 102. Pancirol. de Cl. inter lib. 2 cap.
67.
104
Lipar. in vita Andreae.
105
Arthur. Duck l. 1 cap. 5 § 15.
63
difficile, che de Bottis dopo 250 anni, che egli scrisse, avesse
potuto renderci testimonianza, che quella postilla fosse stata
scritta di propria mano di quel Giureconsulto, si vede ancora
essere affatto inverisimile, che un uomo sì grande ne' tempi del
Re Roberto, per la cui autorità egli governava il tutto, avesse
voluto scrivere postille ne' Commentarj d'Andrea, Dottore allora
presso di lui di niuna, o di poca stima; oltrechè dicendo il
medesimo de Bottis, aver veduta tal nota a penna ad Isernia, par
che supponga che il libro d'Isernia fosse impresso, il che, se così
fosse, non poteva quello essere stato in mano di Bartolommeo, di
cui ne' tempi la stampa non per ancora era stata introdotta in
Italia. III il voler fissare la morte d'Andrea nell'anno 1316, e per
conseguenza prima di Bartolommeo di Capua, per riportarlo in
dietro a' tempi di Carlo I ripugna a' più antichi monumenti, ed alle
opere istesse di quello Giureconsulto. Abbiamo alcune note del
medesimo, fatte a' Capitoli, del Re Roberto, istromentati per
mano di Giovanni Grillo Viceprotonotario del Regno; questi dopo
la morte di Bartolommeo esercitò quest'ufficio; poichè durante la
vita di quello, che fu Protonotario, i Capitoli erano dettati da lui e
non da Grillo. Abbiamo ancora che quest'istesso Andrea, nel
proemio delle note, che fece sopra le nostre Costituzioni del
Regno106, parlando d'Innocenzio III autore della Decretale Cum
interest, scrisse, che questo Papa era morto, erano già cento e più
anni, allegando le Cronache, che disse potersi in ciò allegare per
pruova della verità: avendo dunque egli esattamente vedute le
Cronache, avea certamente trovato, che Innocenzio morì a
Perugia nell'anno 1216 a' 16 di luglio; onde se nel tempo, nel
quale Andrea scrivea, erano scorsi dal Pontificato d'Innocenzio
cento e più anni, è chiaro ch'egli scrisse quelle note alle nostre
Costituzioni dopo l'anno 1316. Di vantaggio in queste medesime
note e nel proemio istesso, più volte allega Tommaso d'Aquino
con titolo di Sunto: all'incontro nei Commentari de' Feudi
106
Andr. in prooem. Constit. 20 col. in fin.
64
compilati prima, allega questo Autore col solo titolo di Frate,
come in più luoghi osservò Liparulo: Tommaso fu posto nel rollo
de' Santi da Giovanni XXII nell'anno 1323; è dunque chiaro, ch'e'
scrisse sopra le nostre Costituzioni dopo l'anno 1323.
Andrea adunque, ancorchè nato negli ultimi anni del Regno di
Carlo I, verso il 1280, quattro anni prima della sua morte,
cominciò a rilucere e dar saggio de' suoi talenti nel Regno di
Carlo II suo figliuolo, da cui per lo profondo suo sapere e dottrina
fu fatto Avvocato fiscale e Giudice della Gran Corte, ed indi
Maestro Razionale della Regia Camera. Negli ultimi anni del suo
Regno scrisse egli i suoi famosi Commentarj sopra i Feudi; e le
note sopra le Costituzioni del Regno le compose sotto il Re
Roberto, intorno al 1232, siccome dimostra lo scrittor della sua
vita107.
Baldo suo emolo, scorgendo qualche varietà ed incostanza
d'opinioni tenute da lui ne' Commentari dei Feudi, che poi variò
nelle Costituzioni, non potendo negare la profondità della sua
dottrina, l'incolpava di questo vizio; ma non men Liparulo, che
l'incomparabile Francesco d'Andrea ne penetrarono l'arcano ed il
mistero. Il Re Roberto tutto preso d'amore verso Bartolommeo di
Capua, non vedendo per altri occhi, nè reggendo il suo Regno che
per i consigli di lui, attese sopra tutti gli altri ad ingrandirlo:
Andrea non era ugualmente guardato, nè secondo il suo merito
premiato; sotto il Regno di Roberto egli si trovò Maestro
Razionale, e così vi rimase, ed in quest'istesso posto continuò in
tutti gli anni di Roberto, carica conferitagli da Carlo suo padre, e
nella quale l'avea Roberto confermato; all'incontro tutti gli onori
erano del Capua, di che ardendo d'invidia Andrea, vedendo il suo
emolo innalzato, e lui depresso, non potendo prender del Re altra
vendetta, cominciò co' suoi scritti almeno ad abbassare le sue
ragioni Fiscali, e quanto ne' Commentari de' Feudi, che compilò
sotto Carlo II fu Regalista, altrettanto poi nelle note alle nostre
107
Liparul. in vita Andreae.
65
Costituzioni, che compose nel Regno di Roberto, fuvvi avverso e
contrario. Moltissimi documenti ed esempj di questo suo animo
esasperato possono leggersi presso Liparulo108, e presso il
Consiglier Francesco d'Andrea109. Ed osservarono questi Autori,
che ne' Commentarj de' Feudi, sempre che l'accadea far menzione
(ciò che fece molto spesso) di Re Carlo I e II, non gli nominò, se
non con elogi; all'incontro, scrivendo sotto Roberto le note sopra
le Costituzioni, ancorchè avesse avuto ben cento occasioni, ed
alcune volte necessità di allegarlo, non ci si potè mai indurre di
nominarlo; tanto che Matteo d'Afflitto110, parlando d'Andrea, pien
di maraviglia ebbe una volta a dire: Et satis miror, quod non
alleget Capitulum Regis Roberti, cum ipse fuerit eo tempore, et
usque ad tempus Reginae Joannae I. Ed avendo una sola volta
per dura necessità dovuto nominare quel Re, che a' suoi tempi fu
riputato un altro Salomone, non fu d'altra maniera chiamato, che
come un uomo del volgo, senza elogio, ancorchè scrivesse
vivente Roberto, ivi: Et fuit determinatum in Consilio, quando
Rex Robertus erat Vicarius patris sui111.
Ma morto Roberto nell'anno 1343, e succeduta al Reame
Giovanna sua nipote, non avendo altro competitore, gli fu facile
entrare per la somma sua dottrina in grazia della medesima, dalla
quale fu inalzato al posto di Luogotenente della Regia Camera, e
fatto suo Consigliere; la qual carica continuò insino al 1353 anno
della sua morte. Quando gli Scrittori moderni non ci portano se
non leggieri indizi e deboli argomenti, non dobbiamo rimoverci
da ciò, che lasciarono scritto gli antichi intorno a questa sua
morte. Narrano questo infelice successo due autori gravissimi,
che scrissero non più, che cento anni dapoi che avvenne, onde
potevano averlo appreso da' loro maggiori: questi sono Paris de
108
V. Liparul. in vita Andreae.
109
Andreys in disp. feud. cap. I § 6 num. 33, 34.
110
Affl. in Constit. hostici, Cap. si Comes, aut Baro, numer. 26.
111
Andr. in Constit. Sancimus, de offic. Magistr. Justitiar. verb. miserabilium,
in principio.
66
Puteo112, che fiorì sotto Alfonso I di Aragona e fu maestro di
Ferdinando suo figliuolo, che gli successe al Regno, e Matteo
d'Afflitto113, che scrisse i suoi Commentari a' Feudi sotto il
medesimo Re Ferdinando, ciò che si ricava anche da' nostri
registri; li quali scrissero, che avendo Andrea giudicato in una
causa d'un Tedesco nomato Corrado de Gottis, contro il quale fu
profferita sentenza, per cui gli fu tolta una Baronia che
possedeva; questi fieramente sdegnato per la perdita, di notte
accompagnato con alquanti suoi Tedeschi, mentre Andrea
ritornava dal Castel Nuovo a sua casa, vicino porta Petruccia,
l'assalì, dicendogli che siccome egli colla sua sentenza l'avea tolta
la roba, così egli colle sue armi gli levava la vita; e da più fieri
colpi de' suoi masnadieri fu miseramente ucciso. Ecco ciò, che di
questo infelice successo ne scrisse Matteo d'Afflitto: Fuit autem
interfectus praefatus Doctor insignis in civitate Neapolis die 11
octobris 12 Ind. 1353 etc. ed altrove: Et ego vidi privilegium
Reginae Joannae I vindicantis mortem Andreae de Isernia ejus
Consiliarii, occisi tarda hora noctis, dum veniret a Castro novo,
prope Portam Petrutiam114 per quosdam Teutonicos, acriter
condemnatos de crimine laesae Majestatis. La Regina contro gli
infami assassini prese aspra vendetta: furono puniti con supplicj,
pubblicati i loro beni, diroccate le loro case e sentenziati a morte,
non altrimenti che se fossero rei di delitto di Maestà lesa, per la
dottrina dell'istesso Andrea, il quale quasi presago del suo fato
infelice, avea insegnato che colui, che uccideva il Consigliere del
Principe, era reo di delitto di Maestà lesa, e dovea punirsi con tal
pena.
Ci lasciò questo insigne Giureconsulto i suoi incomparabili
Commentarj sopra i Feudi, che e' compose negli ultimi anni del
112
Paris de Puteo de Sindicatu, tit. de excessib. Consiliar. in fin.
113
Afflict. Com. in feud. Quae sint Regalia, § et bona, nu. 43.
114
Costanzo lib. 6 dice la Porta Petruccia essere stata tra la Chiesa di S.
Giorgio de' Genovesi, e l'Ospedale di S. Gioachimo, il qual a' suoi tempi
era dirimpetto a quella Chiesa.
67
Re Carlo II, opera nella quale superò se medesimo, e che presso i
posteri gli portò que' elogi, e que' soprannomi Princeps, et Auriga
omnium Feudistarum, Evangelista feudorum, e simili rapportati
dallo Scrittore di sua vita. Sopra la qual opera i nostri professori
impiegarono da poi tutti i loro talenti, ed acquistò tanta autorità,
che faceva forza non meno che le leggi feudali medesime.
Bartolommeo Camerario115 v'impiegò in leggerla ed emendarla
quasi tutti gli anni di sua vita, ed egli stesso testimonia, che per lo
soverchio studio che vi pose, ci perdette un occhio. Fu non solo
appo noi, ma anche presso le nazioni straniere riputato il più gran
Feudista, che avesse avuto l'Europa in que' tempi; confuse Baldo
e l'obbligò in vecchiezza a darsi allo studio feudale116; e fu non
meno da' nostri, che dagli esteri predicato per Principe de'
Feudisti.
Scrisse ancora nel Regno di Roberto intorno l'anno 1323 e ne'
seguenti, le nostre Costituzioni e sopra i Capitoli del Regno:
compilò i Riti della regia Camera, e compose altre opere legali
rapportate dal Toppi117 nella sua Biblioteca. Narrasi ancora aver
composte alcune opere di teologia e di legge canonica, onde ne
riportasse dagli Scrittori, che lo seguirono, i titoli di Excelsus
juris Doctor, Theologus maximus, e di Utrisque juris Monarca.
Egli è però vero, che più per vizio de' tempi, nei quali scrisse,
che per proprio fu nello stile barbaro e confuso, e senza metodo:
ciò che diede occasione ad Alvarotto118 di dire, che fu egli
commendabile più tosto per la abbondanza delle cose, che per lo
metodo; e che il nostro Loffredo119 si lagnasse, che quelle cose,
ch'egli avrebbe potuto trattare con più distinzione e chiarezza,
115
Camer. cons. 371 post Cannetium.
116
Card. de Luca de emphyt. disc.
117
Toppi in Biblioth. De Jure Prothomiscos, seu de Jure Congrui. Super. auth.
habita, ne filius pro patre. Et in primo Codicis.
118
Alvarot. in praelud. feud.
119
Loffred. in tit. Si contentio sit inter dom. et agn. § si quis per 30 in fin. fol.
31.
68
l'avesse esposte così oscuramente, e con poco ordine.
Fiorì ancora negli ultimi anni di Roberto, e vie più nel Regno
di Giovanna I sua nipote, un altro insigne Giureconsulto, quanto,
e qual fu Luca de Penna. Fu egli coetaneo di Bartolo, come ci
testifica egli medesimo nelle sue opere120: fu questo Dottore
presso la Regina Giovanna avuto in gran pregio, e nelle cose
legali riputato di grande autorità. Compose pienissimi
Commentari sopra i tre ultimi libri del Codice 10, 11 e 12121; ma il
soggetto che e' si pose ad adornare in que' tempi scarsi
d'erudizione, e ne' quali non vi eran molte notizie delle cose
romane, de' costumi ed istoria loro, cose tutte necessarie, per quel
lavoro, lo fecero cadere in moltissimi errori: non deve però non
riputarsi l'impresa degna d'un grande ingegno e di un grande
ardire. L'ordine e lo stile, fu un poco più culto di quello che
comportava la sua età, e secondo il giudicio di Francesco
d'Andrea122, nel metodo di insegnare, e nella chiarezza si lasciò
molto indietro Andrea d'Isernia. I Franzesi, non altrimenti, che i
Germani tentarono per Pietro delle Vigne, cercarono di
togliercelo, e volevano che fosse loro, e nato in Tolosa; ma egli è
chiaro più della luce del giorno che fu nostro, e nato in Penna
città d'Apruzzo, come Nicolò Toppi l'ha ben dimostrato nella sua
Apologia. Nè i più gravi Autori franzesi ce l'han contrastato, fra'
quali fu il celebre lor Papiniano Carlo Molineo123, che nella sua
glosa parisiense, ed altrove lo chiama Partenopeo, cioè del Regno
di Napoli.
Ad Andrea d'Isernia e Luca di Penna bisogna unire anche il
famoso Niccolò di Napoli, di cui abbiamo alcune note nelle nostre
Costituzioni e Capitoli del Regno. Fu questi Niccolò Spinello
detto di Napoli, ma di patria di Giovenazzo, cotanto favorito dalla
Regina Giovanna I. Fu Conte di Gioia e G. Cancelliere del Regno
120
Luc. de Penna in l. unic. C. de his, qui se deferunt, lib. 10.
121
Vedi Toppi de orig. Trib. pag. 1 lib. 3 cap. 11.
122
Andreys disp. feud. cap. 1 § 8 num. 41 pag. 45.
123
Molin. glos. Paris. tit. de feud. in princ.
69
ed adoperato dalla Regina ne' più gravi affari di Stato, e quando
fu eletto Papa Urbano VI fu da lei mandato a Roma a rallegrarsi
col Papa della sua assunzione, ed a dargli ubbidienza124. Questi tre
Giureconsulti furono da Camerario125 riputati di tanta autorità e
dottrina, che non si ritenne di dire: Nos Andream de Isernia,
Nicolaum de Neapoli, et Lucam de Penna, in nostri Regni juribus
interpretandis, non aliter venerari, quam veluti humanam
Trinitatem.
Fuvvi anche il Viceprotonario Sergio Donnorso M. Razionale
della G. C. del quale abbiamo alcune chiose ne' Capitoli del
Regno: scrisse anche, come disse, un Commento nelle quattro
lettere arbitrarie, del quale fa egli menzione in detti Capitoli: fu
egli Viceprotonotario, mentre era nel 1352 C. Protonotario del
Regno Napolione Orsino. La famiglia Donnorso fu molto antica
in Napoli, e diede il nome ad una delle porte delle città, detta
negli antichi tempi Porta Donnorso, la qual era a piè del tempio di
S. Pietro a Maiella, e fu poi trasferita presso la chiesa di S. Maria
di Costantinopoli nell'ultima ampliazione della città126.
A costoro deve aggiungersi il Giudice Blasio da Morcone della
famiglia Paccona: fu egli sotto il Regno di Carlo II discepolo di
Benvenuto di Milo da Morcone, il quale, come si disse, fu Lettore
dell'Università degli Studj; ed occupò la Cattedra di legge civile.
Fece progressi maravigliosi in questo studio, tanto che poi da
Roberto successore di Carlo, per la sua dottrina, fu nel 1338
creato suo Consigliere, famigliare e Cappellano. Fu parimente
tenuto in somma stima da Carlo Duca di Calabria, il quale in
tempo, ch'era Vicario del Regno, gli diede facoltà d'avvocare, e lo
costituì Avvocato nelle province di Terra di Lavoro, Contado di
Molise, Apruzzo e Capitanata, e ne gli spedì nell'anno 1323
lettere molto favorite, e ripiene di molti encomj e
124
Costanzo lib. 6.
125
Camerar. tit an agnat. num. 152.
126
Pier Vincenti de' Proton. ann. 1352 pag. 90.
70
commendazioni127. Ci lasciò molte sue opere, fra le quali la più
insigne fu il Trattato, che e' compose delle differenze tra le leggi
romane e longobarde, ed i pieni commentarj sopra quelle Leggi.
Marino Freccia128 ci testifica aver avuto egli quel Volume M. S. in
poter suo, al quale sovente ricorre con citarlo. Questa opera ci ha
resi certi, che in questi tempi le leggi de' Longobardi nel nostro
Regno non erano ancora andate affatto in disuso. Ancorchè
nell'Accademie d'Italia, ed in quella di Napoli le Pandette, e gli
altri libri di Giustiniano fossero pubblicamente insegnati, e ne'
Tribunali avessero cominciato a prendere forza e vigore, la loro
autorità non fu tanta, che ne avesse discacciato affatto le
longobarde, siccome avvenne nel Regno degli Aragonesi; nel
quale pure, siccome nel Regno degli Spagnuoli, vi rimasero
alcune reliquie, onde si diede occasione a Prospero Rendella di
comporre quel suo libretto: In reliquias juris Longobardorum.
Scrisse ancora alcuni altri Trattati, alcuni Singolari, le Cautele, e
le Note sopra le nostre Costituzioni, e Capitoli del Regno129. Di
queste sue fatiche gli Scrittori de' tempi, che seguirono, ne fanno
onorata memoria. Francesco Vivio130 lo chiama uomo di grande
autorità nel Regno, e spezialmente per lo suo Trattato delle
differenze tra le leggi romane e Longobarde. L'Autore della
Chiosa alla Prammatica Dubitationi, De termino citandi
auctorem in causa reali, lo loda non poco; e tutti coloro, che han
fatto studio sopra le di lui opere, di molti encomj lo cumulano. Fu
coetaneo, e molto amico di Luca di Penna, com'egli stesso ci fa
conoscere, scrivendo nella Costituzione Majestati nostrae, de
Adulteriis, ch'egli d'un dubbio, che avea sopra quella
Costituzione, andò a dimandarne parere da Luca di Penna, il
quale, come e' dice, a me interrogatus sic de verbo ad verbum
127
Ciarlan. lib. 4 cap. 26.
128
Freccia de Subfeud.
129
Conrad Gesnero in Bibliotheca. Autore dell'Indice de' libri legali. V. Toppi
in Biblioth. pag. 40.
130
Viv. decis. 163.
71
respondit, etc. Passò per qualche tempo, nell'avversa fortuna, la
sua vita in Cerreto, e fu sempre grato al suo Maestro Benvenuto
di Milo Vescovo di Caserta; confessando nel titolo de Aedificiis
dirutis reficiendis, che da niente l'avea fatto, e ridotto in quello
stato, in cui si trovava.
Fiorì con lui nel medesimo grado di Consigliere del Re
Roberto Giacomo di Milo suo compatriotto: fu anche costui, per
la sua dottrina e saviezza, da questo Re fatto suo Consigliere, e
glie ne spedì privilegio, che si vede ne' Registri degli anni 1337 e
1338 lit. B fol. 28, onde Morcone, Terra del Contado di Molise, si
rese in questi tempi celebre per tre suoi famosi Cittadini, per un
dottissimo Vescovo, e due insigni Consiglieri, e Giureconsulti.
Intorno a questi medesimi tempi rilusse Filippo d'Isernia celebre
Legista, e Lettore della prima Cattedra del Jus Civile
nell'Università degli Studj di Napoli, nell'istesso tempo ch'era
Consigliere, e famigliare del Re Roberto, il quale lo tenne in tanta
stima, che non solo lo fece suo Consigliere, ma nell'anno 1320
l'elesse per Avvocato de' Poveri, e poi del suo Fisco 131. Fiorirono
ancora Bartolommeo di Napoli, contemporaneo di Dino132,
Bartolommeo Caracciolo, di cui si crede, che fosse la Cronaca
pubblicata sotto il nome di Giovanni Villano, al sentire d'Agnello
Ruggiero di Salerno133, ed alcuni altri rapportati dal Toppi, de'
quali a noi rara ed oscura fama è pervenuta, per non averci di loro
lasciate opere, nè altra memoria si ha de' loro scritti.
Di Napodano Sebastiano, che fiorì sotto la Regina Giovanna I,
famoso Chiosatore delle nostre Consuetudini, a bastanza fu da noi
detto nel libro precedente: morì egli nel 1382, e possiamo dire in
lui essersi quasi che estinto presso noi lo studio della
giurisprudenza. I tempi torbidi, e pieni di rivoluzioni, che
seguirono e che per lo corso d'un secolo intero continuarono
131
V. Toppi in Biblioth. p. 400.
132
V. Gesner. in Biblioth. fol. 105. Toppi in Biblioth. fol. 40.
133
Aguel. Rug. Orat. Literar. Theatrum.
72
insino al Regno placido e pacato d'Alfonso I d'Aragona, fecero
tacere presso di noi non meno la giurisprudenza, che l'altre
lettere. Da Napodano insino a Paris de Puteo, Goffredo di Gaeta,
e Matteo d'Afflitto, nel tempo de' quali cominciò ella a risorgere,
non abbiamo Scrittore, che ci lasciasse di quella monumento
alcuno. E vedi intanto in queste regioni le vicende della nostra
giurisprudenza, e quanto ella debba a' favori de' Principi letterali,
ed all'amore della pace.
Nel tempo del Re Roberto, e ne' principj del Regno di
Giovanna sua nipote, nell'Accademie, e negli altri Stati d'Italia
fiorirono tanti insigni ed illustri Giureconsulti; nè l'Accademia di
Napoli, e la Corte de' suoi Re furono inferiori a quelle.
In questo decimoquarto secolo cominciò in Italia quasi un
nuovo periodo alla ragion civile, e surse l'età de' Commentatori;
poichè dopo Accursio niuno più con Chiose, ma con pieni
Commentarj cominciarono i Giureconsulti di questi tempi ad
illustrarla. Si distinsero nelle altre città d'Italia Bartolo di
Sassoferrato, Baldo Perugino suo discepolo, Angelo fratello di
Baldo, e poi Alessandro Tartagna, Bartolommeo Saliceto, Paolo
di Castro, Giasone Maino, Cino, Oltrado, Pietro di Bellapertica,
Raffael Fulgosio, Raffael Cumano, Ipolito Riminaldo, e tanti altri,
i quali al Corpo della ragion civile aggiunsero nuovi Commentarj.
Noi in niente avevamo di che invidiargli per li nostri celebri
Giureconsulti, che vi fiorirono ne' medesimi tempi, Bartolommeo
di Capua, Andrea d'Isernia, Luca di Penna, Niccolò di Napoli, e
gli altri di sopra riferiti. E veramente, siccome confessano anche
gli stranieri134, fu questa gran lode della nostra Italia, la quale
sopra tutte le altre Nazioni in ciò si distinse. E quantunque per
l'ignoranza dell'istorie, delle lingue, e dell'erudizione, ne' loro
Commentarj sia molto che riprendere; nulladimanco ciò non dee
imputarsi a lor difetto, ma al secolo infelice, nel quale scrissero.
134
Arthur. Duck de Auth. etc. lib. 1 c. 5 § 15. Struv. de Hist. Jur. Justin.
restaur. cap. 5 § 14.
73
Ma ben lo compensarono colla perspicacia ed acume de' loro
ingegni, e coll'ostinate e lunghe fatiche, in guisa che dove non
eran assolutamente necessarie l'istorie e le lingue ovvero la
lezione degli antichi, essi arrivarono, e diedero al segno col solo
acume della ragione e della lor mente. Fu riserbato questo miglior
rischiaramento al secolo seguente, quando, come diremo, per la
ruina della città di Costantinopoli cominciarono a risorgere presso
noi, ed a fiorire le buone lettere; e questo vanto pur deesi alla
nostra Italia, e per la giurisprudenza, ad Andrea Aleiato di
Milano, il quale in il primo a restituirla nel suo candore e
pulitezza.
Ma siccome sotto il Re Roberto, stando il Regno in
grandissima tranquillità, poterono i Cavalieri e' Baroni desiderosi
d'acquistar onori e titoli, esercitar il loro valore nelle guerre, che
fuori del Regno, ora in Sicilia ed in altre parti d'Italia, ora in
Grecia ed in Soria si facevano, e servendo con molta virtù in
presenza del Re, o de' suoi Capitani generali, meritare essere
esaltati, ed arricchiti d'onorati premj, onde per questa via
dell'armi sorsero le loro famiglie, le quali poterono mantenere il
di loro splendore per molti secoli appresso: così gli uomini
letterati e di governo servendo a' loro Principi, si videro esaltati a
diversi, ed eminenti posti, ed adoperati in cose importantissime,
de' quali insin'al dì d'oggi se ne vedono successori posti in
altissimi gradi e titoli; ciò che ha fatto vedere, che non meno l'uso
della spada, che della penna suol onorare, e far illustri le persone
e le schiatte, e che questi soli siano i due fonti, donde ugualmente
deriva la nobiltà e la grandezza nelle famiglie. Ma quando per la
morte del savio Re Roberto senza figliuoli maschi, s'estinse la
linea di que' Re potenti, e valorosi, e 'l Regno venne in man di
femmina, tra le discordie di tanti Reali, che vi rimasero, e quelle
arme, che fin qui s'erano adoperate in far guerra ad altri, a
mantener il Regno in pace, ed in quiete, si rivolsero a danni e
ruine del medesimo Regno; non pur ne nacquero mutazioni di
74
Signorie, morti violente di Principi, distruzioni e calamità di
Popoli. ma le discipline e le lettere tra i moti e dissensioni civili,
vennero parimente a declinare; nè presso di noi risursero, se non
quando, dopo tante rivoluzioni di cose, che saranno il soggetto de'
seguenti libri, venne finalmente il Regno a riposarsi sotto la
dominazione d'Alfonso primo d'Aragona, Re savio e magnanimo,
che restituillo nella pristina sua pace e quiete.
CAPITOLO VIII.
Politia ecclesiastica del XIV secolo, per quel tempo che i Papi
tennero la loro sede in Avignone, insino allo Scisma de' Papi di
Roma e d'Avignone.
75
sua Bolla d'esigere cos'alcuna sopra i beni degli Ecclesiastici.
Queste ardite risoluzioni offesero grandemente l'animo di Filippo
Re di Francia, il quale accortosi, che la proibizione, ancorchè
generale, riguardava il Regno di Francia, vi s'oppose con vigore,
e fece stendere un Manifesto contro la Bolla; e dall'altra parte
seguitando Bonifacio a distruggere il partito de' Ghibellini e de'
Colonnesi, questi furono costretti ritirarsi in Francia, dove furono
dal Re accolti, onde maggiormente le contese s'inasprirono, le
quali finalmente proruppero non pure in onte ed in contumelie,
ma in esecuzioni di fatto; poichè portatosi il Signor di Nogaret
Ambasciadore del Re in Italia, assistito da Sciarra Colonna entrò
in Anagni, dove era il Papa, e lo fece prigione; e quantunque
liberato da quel popolo fuggisse in Roma, fu tanta l'afflizione del
suo animo, che non guari da poi se ne morì; e Dante ch'era
Ghibellino, scrisse135, che la sua anima era con impazienza
aspettata nell'Inferno da Niccolò III per dargli luogo fra Papi
simoniaci.
Queste liti, che nel principio di questo secolo furono tra il Re
Filippo e Papa Bonifacio, e molto più le contese, che arsero da
poi tra Lodovico Bavaro con Giovanni XXII e Benedetto XII,
furono cagione, onde il Pontificato Romano venne a decader non
poco dalla sua opinione e possanza: poichè, oltre dello
scadimento per la trasmigrazione della Sede Appostolica in
Avignone, e dello Scisma indi seguito, di che favelleremo più
innanzi, coll'occasione di questi contrasti tra i Papi, ed i Principi
intorno alla potestà temporale, si diede luogo a ben esaminare
questa materia, quando che prima non era molto curata; e
cominciando pian piano a risorgere le lettere anche presso i Laici,
furono trovati ingegni, che secondo le fazioni cominciarono a
disputarla, ed i Ghibellini ne compilarono particolari trattati, onde
s'ingegnarono a far avvertiti gli altri delle usurpazioni, e a
dimostrare, che la potestà spirituale non avea che impacciarsi
135
Dant. infer. canto 19.
76
colla temporale, la quale tutta era de' Principi.
Fra i primi deve noverarsi Dante Alighieri Fiorentino, il quale
ne' suoi tre libri de Monarchia, scritti a' tempi di Lodovico
Bavaro, quest'appunto sostenne. Intorno a' medesimi tempi si
distinse per quest'istesso Guglielmo Occamo dell'Ordine de' Frati
Minori, il quale ancorchè nato in un villaggio della Contea di
Surrey in Inghilterra, fiorì nell'Università di Parigi nel principio
di questo secolo, e compose un'Opera della Potestà Ecclesiastica
e Secolare, per difendere Filippo il Bello contro Bonifacio; e da
poi fu uno de' grandi Avversarj di Papa Giovanni XXII, che lo
condannò sotto pena di scomunica a starsene in silenzio. Si
dichiarò poi apertamente per Lodovico di Baviera, e per
l'Antipapa Pietro di Corbaria, che si faceva chiamare Niccolò V, e
scrisse contro Giovanni XXII, che lo scomunicò l'anno 1330.
Allora uscì di Francia, e se ne andò a trovare Lodovico di
Baviera, che favorevolmente l'accolse, e terminando nella Corte
di quel Principe i giorni suoi, morì in Monaco l'anno 1347.
Giovanni di Parigi Dottor in Teologia dell'Ordine dei Predicatori,
cognominato il Maestro Parisiense, intorno all'anno 1322,
compose ancora un trattato della Potestà Regia e Papale.
Arnoldo di Villanova
Catalano, Marsilio di Padova e Giovanni Jande impugnarono
pure l'autorità de' Pontefici sopra il temporale de' Re; ma costoro
non seppero tener modo, nè misura, dando in una estremità
opposta: poichè Arnoldo espresse molte proposizioni contro
l'autorità della Chiesa, contro i Sacramenti, contro il Clero e
contro i Religiosi; e Marsilio e Giovanni troppo concedendo ai
Principi, attribuirono loro una giurisdizione, che appartiene
unicamente alla Chiesa. Radulfo Colonna Canonico Carnutense,
Lupoldo di Babenberg, Raolfo di Prelles, e Filippo di Mezieres
Giureconsulti insigni, sostennero parimente co' loro Trattati i
diritti de' Principi; ma chi da poi in Francia sopra tutti sostenesse
le ragioni del Re Filippo di Valois contro l'intraprese degli
77
Ecclesiastici, fu Pietro di Cugnieres suo Avvocato generale nel
Parlamento di Parigi. Costui nell'anno 1329 ebbe grandi contrasti
con Niccolò Bertrando Vescovo d'Autun, e poi Cardinale, e cogli
altri Prelati di Francia, sopra i diritti della giurisdizione spirituale
e temporale. Il Clero di Francia lo calunniarono, facendo
artificiosamente correre rumore, che sotto pretesto di risecare
l'intraprese delle loro Giustizie, si voleva loro togliere la roba,
ancorchè le proposizioni di Cugnieres di ciò non parlassero
punto: tanto che il Re Filippo dubitando eccitare nuovi torbidi, e
temendo dell'autorità, che il Clero avea allora in Francia, non potè
affatto risecarle, siccome fu eseguito da poi per l'Ordinanza del
1438.
Non meno che i Franzesi ed i Germani cominciarono da poi
gli Spagnuoli a riscuotersi dal lungo sonno; oltre d'Arnoldo di
Villanova Catalano, Alvaro Pelagio di Galizia in Ispagna
dell'Ordine de' Frati minori, e poi Vescovo di Silva in Portogallo,
distese un Trattato de Plantu Ecclesiae; opera eccellente sopra la
riforma della disciplina della Chiesa. Anche sul fine di questo
secolo, e nel decorso del seguente, prima, e dopo il Concilio di
Costanza, il Cardinal Francesco Zabarella Arcivescovo di
Fiorenza, Teodorico di Niem, Niccolò di Cusa, e poi Enea Silvio,
travagliarono sopra questo soggetto. Ed al di loro esempio molti
altri, che seguirono appresso, ne compilarono diffusi trattati; onde
si diede materia a Simone Scardio136, delle loro opere farne
Raccolta, e dappoi a Melchior Goldasto di farne un'altra più
ampia ne' suoi volumi della Monarchia dell'Imperio.
Per queste contese si cominciò in Francia e nella Germania a
contrastare agli Ecclesiastici il diritto di esercitar la giurisdizione
temporale, e di giudicare sopra quelle cause, delle quali essi
aveano tirata al Foro episcopale la conoscenza, di cui nel XIX
libro di quest'Istoria si fece memoria. Fu lor contrastato di por
mano in molte cause civili sotto pretesto di scomunica, di peccato
136
Simon. Schard. Syntagma Tractatuum, de Imperiali Jurisd.
78
e di giuramento; fu tentato ancora di assalire l'immunità de'
Cherici e de' beni della Chiesa; e quantunque gli Ecclesiastici
avessero gagliardamente difesi i loro diritti, nulladimeno fu
rimediato a qualche abuso, e perdettero a poco a poco una parte
della giurisdizione temporale; ed in Germania da questo tempo di
Lodovico Bavaro cominciò il diritto Pontificio, spezialmente
quello contenuto nelle Decretali, a perdere la sua autorità e
vigore137.
Ma non così avvenne nel nostro Regno sotto questi Re della
Casa d'Angiò: non ebbero essi alcun contrasto co' Romani
Pontefici, anzi furono ora più che mai a' loro cenni
ossequiosissimi; e Roberto, assai più che i suoi predecessori, avea
obbligo di farlo per li tanti favori che avea ricevuti da Clemente
V, da Giovanni XXII, da Benedetto XII Papi d'Avignone che lo
preferirono al nipote nella successione del Regno; e sempre gli
diedero ajuti contro Errico VII e Lodovico Bavaro, nell'impresa
di Sicilia, e contro tutti i suoi nemici. Quindi questo Principe, non
seguendo in ciò l'esempio della Francia, mantenne intatta la loro
giurisdizione ed immunità, anzi giunse a tale estremità, che, come
fu rapportato nel XIX libro di questa Istoria138, volle rendere
immuni sino le concubine de' Chierici, lasciando il castigo di
quelle alli Prelati delle Chiese139. Quindi avvenne, che nello
stabilire i Rimedj contro le violenze degli Ecclesiastici, usasse
tante riserbe, cautele e rispetti, perchè non venisse la loro
immunità in parte alcuna offesa; e quindi avvenne ancora, che la
traslazione della Sede Appostolica in Avignone non recò a noi
verun cambiamento nella politia delle nostre Chiese: e che le
querele di tutto il rimanente d'Italia per questo trasferimento non
furono accompagnate da' nostri Regnicoli, i quali in ciò seguirono
più tosto i desiderj de' Franzesi, che le doglianze degli Italiani:
137
V. Struvium Hist. Jur Canon, c. 7 § 36.
138
Lib. XIX cap. ult. n. 3.
139
V. Chioccar. M. S. giurisd. to. 10.
79
ciò che bisogna un poco più distesamente rapportare.
80
ristabilì i Colonnesi nelle lor dignità: dichiarò nulle tutte le
sentenze che quel Pontefice avea pronunziate: diede l'assoluzione
a tutti coloro ch'erano stati da esso scomunicati, eccettuatine il
Nogaret e Sciarra Colonna; ed ordinò a' Cardinali che venissero a
Lione di Francia, perchè quivi voleva essere egli incoronato. I
Cardinali Italiani ciò malamente intesero, e narra S. Antonino140
Arcivescovo di Fiorenza, che l'apprese dall'Istoria di Giovanni
Villani, che il Cardinal Matteo Orsini ch'era il più anziano, non si
potè contenere di rimproverarne acremente il Cardinal di Prato,
dicendogli: Assecutus es voluntatem tuam in ducendo Curiam
ultra Montes, sed tarde revertetur Curia in Italiam.
Clemente, non ostante la repugnanza della maggior parte de'
Cardinali, volle essere ubbidito; onde portatosi in Lione, fu quivi
a' 14 di novembre incoronato, osservando al Re di Francia le
promesse; e datosi in sua balìa, creò molti Cardinali, parte
guasconi, e parte francesi, tutti uomini familiari del Re. Fermò
per tanto la sua dimora in Francia, residendo ora in Lione, ora in
Bordeos, ora in Avignone, dove nell'anno 1309 fermossi, e vi
dimorò insino al Concilio di Vienna tenuto nell'anno 1311 e fin
che resse il Pontificato; facendo varie dimore in diverse città della
Francia, non pensò mai tornare in Italia. Venuto a morte in
Carpentras nel mese di Aprile dell'anno 1314 entrarono i
Cardinali nel Conclave, e vi dimorarono persino al dì 22 di luglio,
senza poter accordarsi sopra l'elezione d'un Papa; poichè i
Cardinali italiani volevano un Papa della loro Nazione che
andasse a fare la sua dimora in Roma; i Guasconi volevano un
Franzese, che facesse la sua residenza in Francia; e s'avanzaron
tanto i contrasti, che essendosi ragunato il Popolo sotto la
condotta dei nipoti del Papa defunto, si portarono armati al
Conclave, domandando, che fossero dati in lor potere i Cardinali
italiani, e che volevano un Papa franzese: ciò essendo lor negato,
posero fuoco al Conclave: onde i Cardinali scappati via fuggirono
140
S. Antonin. par. 3 tit. 21 cap. 1
81
chi qua e chi là, ed andaron per due anni dispersi141. Filippo il
Bello fece quanto potette per adunargli, ma la sua opera riuscì
vana. Morto Filippo, e succeduto nel Regno di Francia Lodovico
Utino, questi mandò suo fratello in Lione, il quale chiamò a se i
Cardinali, e gli fece chiudere nella Casa de' Frati Predicatori di
Lione, e dicendo loro, che di là non sarebbero mai usciti e trattati
con austerità, se non avessero tosto eletto un Papa: i Cardinali
dopo essere stati rinchiusi per lo spazio di quaranta giorni,
elessero finalmente nell'anno 1316 Giacomo d'Eusa, nativo di
Cahors, prima Vescovo di Frejus, e poi d'Avignone, ed era allora
Cardinale Vescovo di Porto. Questo Papa dopo la sua elezione
prese il nome di Giovanni XXII, ed essendosi fatto coronare in
Lione a' dì 5 di settembre del medesimo anno, partì subito per
Avignone, dove fermò la sua residenza, nè vagò come Clemente
per le altre città della Francia; ond'è, che i suoi successori ebbero
per ordinaria lor sede Avignone; poichè avendo Giovanni tenuto
il Pontificato 18 anni, stabilì maggiormente quivi la sua Sede: e
morto egli in Avignone nel mese di decembre dell'anno 1334 i
Cardinali nell'istesso mese elessero, e coronarono nella chiesa
d'Avignone il Cardinal Jacopo Fournier Vescovo di Pamiers,
nominato Benedetto XII il quale, ancorchè mostrasse intenzione
di portarsi a far la sua dimora in Italia, avendo fatto chiedere a'
Bolognesi, se lo avessero voluto ricevere nella loro città, e
trovatigli mal disposti a farlo, fermò come il suo predecessore la
sua residenza in Avignone, dove dimorò sin al 1342 anno della
sua morte. Lo stesso fece Clemente VI suo successore, Innocenzio
VI, Urbano V insino a Gregorio XI, il quale avendo voluto
trasferire la sua Sede in Roma, malgrado de' Franzesi, fu cagione
che dopo la sua morte, seguisse quello scandaloso scisma tra i
Papi di Roma e d'Avignone che tenne lungamente travagliata la
Chiesa, di cui avremo occasione di ragionare ne' seguenti libri di
quest'Istoria.
141
Baluz. vita PP. Aven. tom. 1 pag. 112.
82
Intorno a questa traslazione della Sede Appostolica in
Avignone, vi è gran contrasto tra gli Scrittori nostri Italiani ed i
Franzesi. Gli Italiani la chiamano Esilio Babilonico; poichè la
Chiesa, mentre quello durò, stette sotto la schiavitù de' Franzesi, e
spezialmente del Re Filippo il Bello: la chiamano prevaricazione
della Casa di Dio: scandalo del Popolo cristiano, e ruina della
Cristianità142. Che i Papi, che la ressero in quei tempi, furono più
tosto mostri d'empietà e di scelleraggini, che Vicarj di Cristo: che
non ad altro attesero, che a cumular denari, per nudrire la loro
ambizione ed il fasto, vilmente servendo i Re di Francia.
Dipinsero per ciò nelle loro opere i Papi d'Avignone per
simoniaci, lussuriosi, crudeli, avari e rapaci; ed Avignone per una
Babilonia. Dante nella sua Commedia143 scrisse di Clemente V
cose orribili. Giovanni Villani144, e con esso lui Santo Antonino
Arcivescovo di Fiorenza145 gli tessè una satira inclementissima:
che e' fosse un uomo avaro, crudele, simoniaco, lussurioso, e che
si teneva per concubina Brunisinda Contessa Petragoricense,
bellissima donna figliuola del conte Fuxense, e madre del
cardinal Talairando. Il nostro Giureconsulto Alberico di Rosate
scrisse che lo sterminio e le crudeltà, che egli praticò co'
Templarj, lo fece contro giustizia, e per compiacere al Re di
Francia; siccome egli se n'era reso certo da un esaminatore della
causa che ricevè la deposizione de' testimonj, dicendo:
Destructus fuit ille Ordo tempore Clementis Papae V ad
provocationem Regis Franciae. Et sicut audivi ab uno, qui fuit
Examinator causae, et testium, destructus fuit contra justitiam. Et
mihi dixit, quod ipse Clemens protulit hoc: Et si non per viam
justitiae potest destrui, destruatur tamen per viam expedientiae,
ne scandalizetur charus filius noster Rex Franciae. Quindi molti
142
Blondus Flavius. Anton. Campus l. 3 Hist. Cremon. Odor. Raynald. ann.
1314.
143
Dant. Infern. cant. 19.
144
Villan. l. 9 c. 58.
145
S. Antonin. tit. 21 c. 3 § 21.
83
Storici riputarono la condanna de' Templarj ingiusta, e che
fossero stati falsamente imputati di tanti delitti, ed estorte le
confessioni dalla violenza de' tormenti, e dal timore della morte:
che Filippo il Bello da gran tempo era ad essi contrario,
accusandogli di avere eccitata, e fomentata una sedizione contro
esso: che era particolar nemico del gran Maestro; e che voleva
trar profitto dalle loro spoglie insieme col Pontefice Clemente,
ancorchè in apparenza mostrassero di voler servirsi de' loro beni
per la spedizione di Terra santa.
Peggiore è quel che narrano di Giovanni XXII suo successore.
Giovanni Villani146 lo fa figliuolo d'un Tavernajo, che nudrito
presso Pietro de Ferrariis Cancelliere del nostro Re Carlo II
d'Angiò, ed educato nelle lettere, da lui riconobbe la sua fortuna:
che giunto al Pontificato, niuno quanto lui fosse stato più intento
a cavar denari d'ogni cosa, e ad inventar modi per cumular tesori.
Egli divise in Francia molti Vescovadi, e vacando un beneficio
ricco, usò di darlo a chi n'avesse un altro poco inferiore, dando
quello, che vacava ad un altro, ed alle volte faceva sino a sei
provvisioni, trasferendo sempre da un meno ricco, ad un più
ricco, ed al minimo provvedendo d'un beneficio nuovo: sicchè
tutti erano contenti, e tutti pagavano. Inventò anche le Annate,
gravame sopra i beneficj, innanzi lui, non ancora udito: corruppe
la disciplina della Chiesa colle tante dispense, onde con
grandissimo scandalo congregò incredibil Tesoro; e con tutto che
nello spendere, e donare non fu più ristretto de' suoi predecessori,
pure alla morte sua lasciò più milioni147. E narra Giovanni Villani,
che ad un suo fratello del Collegio de' Cardinali, dopo la morte
del Papa, fu dato carico d'inventariar il denaro, che gli trovò 18
milioni in moneta coniata, e 7 milioni in vasi, e verghe da lui
pesate. Lodovico Bavaro gli fè fabbricare addosso più processi, lo
fece deponere, e dichiarar anche eretico. Le sue costituzioni dette
146
Villan. l. 9 c. 79.
147
V. Struv. Histor. Jur. Can. c. 7 § 28.
84
Joannine furono riputate simoniache, ed anche eretiche. Egli è
riputato l'Autore delle Regole della Cancelleria, dove si danno
molti ingegnosi regolamenti per congregar denaro: in breve,
ch'egli sopra ogni altro avesse corrotta la disciplina della Chiesa,
riputando il patrimonio di Cristo esser i Regni, le città, le castella,
le ricchezze e le possessioni; e li beni della Chiesa essere non già
il disprezzo del Mondo, l'ardor della fede, e la dottrina
dell'Evangelio, ma le obblazioni, le decime, le gabelle, le collette,
la porpora, l'oro e l'argento.
Di Benedetto XII suo successore scrissero ancora, che fosse un
Papa avarissimo, duro, crudele, diffidente e tenace: che si
dilettava di buffoni, di conversazioni licenziose ed inoneste: che
fosse lussurioso, che si giacesse con più meretrici, e che
fortemente innamorato della sorella del Petrarca, tanto facesse,
che l'ebbe a sua voglia, e che la stuprasse148: che fosse un gran
bevitore di vino, tanto che da lui nacque proverbio nelle brigate,
che quando volevano passar con allegria il tempo tra boccali e
pransi, costumavano di dire: Bibamus Papaliter149. Quindi,
essendo egli morto in Avignone nell'anno 1342 fu chi al suo
sepolcro componesse questi versi.
85
tutte le parti del Mondo a venire in Roma, anche senza richiedere
licenza da' loro Superiori, gli assicurava, che se forse per istrada
venissero a mancare, tanto avrebbero guadagnate le indulgenze e
remission de' loro peccati, e le loro anime sarebbero state
condotte subito in Cielo; e perciò comandava agli Angioli di Dio,
che senza dimora alcuna gl'introducessero alla gloria del
Paradiso: Et nihilominus (sono le parole della Bolla151) prorsus
mandamus Angelis Paradisi, quatenus animam illius a
Purgatorio penitus absolutam in Paradisi gloriam introducant.
Quindi parimente s'avanzarono a dire, che per li Papi
d'Avignone, e per la loro scellerata vita, fossero sorte in questo
secolo tante eresie, e tanti errori; e che si fosse data occasione a
Giovanni Oliva Frate Minore studiando l'Apocalisse farne un
Comentario, e adattando quelle visioni al suo secolo, ed alla vita
corrotta degli Ecclesiastici, d'aprire la strada a' suoi seguaci di
riputare la Chiesa d'Avignone da Babilonia, e perciò di
promettere una Chiesa nuova più perfetta sotto gli auspicj di S.
Francesco, come colui, che avea stabilita la vera Regola
Evangelica, osservata da Cristo, e da' suoi Appostoli;
prorompendo da poi in altre bestemmie, pubblicando il Papa
essere l'Anticristo, la Chiesa d'Avignone la Sinagoga di Satana, e
che perciò non si dovea prestar più ubbidienza a Giovanni XXII,
nè considerarlo più come Papa.
Dall'altra parte gli Scrittori franzesi, pur troppo amanti del lor
paese, e degli uomini della loro Nazione, non possono senza
collera sentire ciò, che i nostri Italiani scrissero di questa
traslazione, e de' loro Pontefici avignonesi. Negli ultimi nostri
tempi il più impegnato in lor difesa si vede essere Stefano
Baluzio152, il quale fa vedere quanto a torto gl'Italiani comparano
quella traslazione all'Esilio Babilonico: che debba più tosto darsi
151
Questa Bolla si legge presso Baluz. in 5 vita Clement. VI to. 1 p. 312,
presso Cornelio Agrippa, ed altrove.
152
Baluz. in Praefat. ad vitas PP. Aven.
86
la colpa a' Romani, i quali avendo ridotta Roma in una perpetua
confusione piena di tumulti e di fazioni, costrinsero Clemente V a
trasferire la sua Sede in Francia, la quale è stata sempre il sicuro
asilo de' romani Pontefici: che agl'Italiani ciò non piacque, non
per altro, se non perchè venivano ad esser privati de' comodi e
guadagni, che lor recava la Corte di Roma; che se si dovesse in
ciò dar luogo alle querele, più tosto la Francia dovrebbe dolersi di
questo trasferimento in Avignone, la quale ne ricevè danni
grandissimi, a cagion che li perversi Italiani, che quivi si
portarono, corruppero i costumi de' Franzesi, i quali quando
prima vivevano colla loro simplicità, menando una vita molto
frugale, trasferita la Corte in Francia, appresero dagl'Italiani il
lusso, le astuzie, le simonie, gl'inganni, ed i loro perversi costumi:
tanto che Niccolò Clemange153 soleva dire, da quel tempo essersi
introdotta in Francia la dissolutezza.
Sostengono ancora i Franzesi, che la residenza dei Papi in
Avignone non iscemò in conto alcuno la possanza della Santa
Sede, anzi che quivi si conservò con sommo onore ed unione: e
che non servitù, ma protezione e riverenza ebbero da' loro Re.
Che la vita e costumi de' Papi avignonesi comparati a quelli de'
Papi di Roma, che ressero ivi la Sede Appostolica prima di questa
traslazione, e da poi che quella fu restituita in Roma, furono
meno peggiori, e meno scandalosi. Non doversi prestar intera
fede a Giovanni Villani ed agli altri Scrittori italiani, che lo
seguirono come appassionati; nè doversi l'esterminio de' Templarj
attribuire al disegno che Clemente V ed il Re Filippo il Bello
fecero d'occupare i loro beni, ma ai loro enormi delitti, ed
esecrande eresie provate con reiterate confessioni de' rei. Ed il
Baluzio nelle Note da lui fatte alle Vite de' Papi Avignonesi,
adopera tutti i suoi talenti in purgar Clemente V da ciò, che
gl'imputa il Villani: difende parimente Giovanni XXII, assolve
Benedetto XII dallo stupro, che se gl'imputa della sorella del
153
Nicol. de Clemang. cap. 27 de corr. Ecol. statu.
87
Petrarca, e dalla vinolenza. Si studia di far apparire apocrifa la
Bolla di Clemente VI del Giubileo, ed in brieve prende con
ardore la difesa di tutti que' Papi, che in Francia dimorarono.
Ma quantunque gl'Italiani nudrissero sentimenti contrarj a
quelli de' Franzesi, a' nostri Regnicoli però fu uopo seguitare
l'esempio de' loro Principi, ed allontanandosi da tutto il resto
d'Italia, secondare i Franzesi. I nostri Re della Casa d'Angiò,
siccome si è potuto osservare da' precedenti libri di quest'Istoria,
erano grandemente obbligati a' Papi d'Avignone, e per
conseguenza gli furono ossequiosissimi, e come leggi inviolabili
erano i loro voleri prontamente eseguiti. Appena Clemente V
diede avviso al re Carlo II della risoluzione presa, ed eseguita in
Francia contro i Templarj, con richiedergli ch'egli lo stesso
facesse eseguire ne' suoi Dominj, che subito questo Re lo ubbidì,
e di vantaggio scrisse al Principe d'Acaja, che eseguisse
parimente egli nel Principato d'Acaja quanto il Papa avea
ordinato, con carcerare incontanente tutti i Templarj, ed occupare
i loro beni, e tenergli in nome della Sede Appostolica154.
Il Re Roberto avea maggiori obbligazioni col Pontefice
Clemente, come s'è detto, e non men col suo successore Giovanni
XXII. Questo Papa, prima d'esserlo, fu nudrito in Napoli nella
Corte di Roberto, e dopo la morte di Pietro de Ferraris succedè
egli al posto di Cancelliere del Re155, e da poi a sua istanza fu
fatto Vescovo d'Avignone: ed asceso al Pontificato si mantenne
fra loro una stretta amicizia e corrispondenza. Quindi ciò che la
Germania, e gli altri Stati d'Europa, per la contenzione che
Giovanni ebbe con Lodovico Bavaro, non potè soffrire di questo
Pontefice, presso di noi fu legge inviolabile. Egli c'introdusse le
Regole della Cancelleria, e tutti i modi da lui inventati per
cumular danari, furono nel Regno di Roberto prontamente
eseguiti. Per questa ragione a questi tempi il nome de' Nunzj, e
154
Chiocc. M. S, giurisd. tom. 8.
155
Baluz. in Notis ad Vitas PP. Aven. tom. I p. 796.
88
Collettori Appostolici si legge più frequente nel Regno; e la lor
mano stesa anche sopra i beni delle Chiese vacanti.
Sin da' tempi del Re Carlo I d'Angiò hassi dei Nunzj della Sede
Appostolica residenti in Napoli memoria, leggendosi ne' regali
Archivi della Zecca, che il Re Carlo I nell'anno 1275 per supplica
datagli da Maestro Sinisi Cherico della Camera del Papa, e
Nunzio della Sede Appostolica, incaricò a Carlo Principe di
Salerno, che facesse consegnare al Proccuratore del Nunzio
suddetto alcune robe sequestrate, non ostante le pretensioni del
Secreto di Terra di Lavoro e d'altri creditori, per essersi questi
nella sua Curia concordati col Nunzio156. Consimili carte si
leggono del Re Roberto, ove fassi menzione de' Nunzj a tempo di
Clemente V; facendo questo Re nel 1311 dar il braccio a M.
Guglielmo di Balacro Canonico della chiesa di S. Alterio, ed a
Giovanni di Bologna Cherico della Camera del Pontefice
Clemente V Nunzi deputati per due Brevi dal suddetto Pontefice
ad esigere e ricevere i censi alla romana Chiesa dovuti per
qualunque cagione, legati, beni, decime ed altro157. Siccome
nell'anno 1335 fece dar il suo ajuto e favore a M. Girardo di Valle
Diacono della maggior chiesa di Napoli, e Nunzio destinato dalla
Sede Appostolica in questo Regno per eseguire alcuni affari
commessili dalla medesima158; e nel 1339 si leggono altre lettere
di questo Re, colle quali si dà il placito Regio, ed ogni favore al
suddetto Nunzio per eseguire le sue commessioni159.
Ma questi Nunzj erano destinati per Collettori delle entrade,
che nel Regno teneva la Sede Appostolica, la quale sin da' tempi
156
Registr. Car. I ad ann. 1275.
157
Registr. R. Robert. ann. 1311.
158
Registr. R. Robert. ann. 1335.
159
Registr. R. Robert ann. 1339.
89
antichi, come si disse nel IV libro di quest'Istoria, avea in Napoli
ed in alcune sue province particolari Patrimoni, i quali col corso
di più secoli s'andarono sempre avanzando. Ma insino al
Pontificato di Giovanni XXII non estesero la loro mano ne' beni
delle sedi vacanti; poichè siccome fu altrove avvertito, anche
nella investitura data a Carlo I ancorchè si proccurasse togliere a'
nostri Re l'uso della Regalia, che avevano nelle loro Chiese
vacanti, i Re di Francia e d'Inghilterra; nulladimanco, intorno a'
frutti di tali chiese, niente fu mutato contro l'antica disciplina,
leggendosi nell'investitura160: Custodia Ecclesiarum earumdem
interim libere remanente penes personas Ecclesiasticas JUXTA
CANONICAS SANCTIONES; le quali parole certamente
importano, che i beni del morto Prelato o de' Beneficiati,
dovessero conservarsi a' futuri successori, poichè così ordinano i
Canoni. Ciocchè parimente stabilì Papa Onorio nella sua Bolla e
ne' suoi Capitoli, siccome altrove fu rapportato. Nel Pontificato
adunque di Giovanni, negli anni del Regno di Roberto, non
volendo questo Principe contrastare alla cupidigia di colui sempre
intento a cumular denari, stesero i Nunzj appostolici la lor mano
anche ne' beni delle Chiese vacanti, ed in vece di lasciarli a'
successori, gli appropriavano alla Camera Appostolica. Ciocchè
una volta introdotto, fu poi continuato da Benedetto XII suo
successore, a cui Re Roberto non era men tenuto, che a' suoi
predecessori, avendogli questo Papa confermata la sentenza che
riportò da Clemente V, colla quale l'avea preferito nella
successione del Regno al Re d'Ungheria. Quindi è, che nel regal
Archivio della Zecca leggiamo più carte di questo Re, per le quali
a tali Collettori, in vece di fargli in ciò ogni ostacolo, si dà loro
tutto l'ajuto e favore. Onde leggiamo, che questo Re a' 28 di
novembre dell'anno 1339 ordinò a tutti gli Ufficiali del Regno,
che a Guglielmo di San Paolo costituito dalla Sede Appostolica
per Collettore delli frutti ed entrade delle Chiese e beni
160
Rainald. ann. 1253 num. 3 et ann. 1265.
90
ecclesiastici vacanti de' Pastori, e Rettori nel Regno, gli diano
ogni ajuto, e favore intorno al raccogliere, e ricuperare i suddetti
frutti, ed entrade per beneficio della Chiesa romana. E nel 1341 a'
26 di giugno comandò parimente a tutti gli Ufficiali del Regno,
che dessero ogni ajuto e favore a M. Raimondo di Camerato
Canonico d'Amiens, ed a Ponzio di Paretto Canonico Carnutense,
Nunzj deputati in Avignone dal Pontefice Benedetto XII per
Commessarj per la Sede Appostolica a ricevere in nome della
Camera Appostolica li beni mobili e tutti i lor crediti e ragioni,
che aveano lasciati a tempo della loro morte Raimondo Vescovo
Cassinense e Lionardo Vescovo d'Aquino161.
Donde si scorge, che siccome era maggiore la soggezione, che
ebbero i nostri Re angioini alli pontefici d'Avignone, che quella
de' Re di Francia, così fecero valere assai più nel nostro Regno le
loro leggi, che in Francia istessa. In Francia, come rapporta
Tommasino162, Clemente VII fu il primo, che sedendo in Avignone
tentò introdurre in quel Regno gli Spogli e le incamerazioni de'
frutti nelle vedovanze delle chiese per la morte de' Vescovi, e de'
monasteri per la morte degli Abati; e ciò fece per mantenere la
sua corte in Avignone, e trentasei Cardinali suoi partigiani, nel
tempo dello Scisma, mentre in Roma sedeva Urbano VI163. Ma il
Re Carlo VI con un suo editto164 promulgato l'anno 1386 rendè
vano questo sforzo. In conformità del quale furono spedite le
patenti e lettere regie nell'anno 1385 e rinovate nel 1394, donde
avvenne, che in Francia si fosse posto agli spogli affatto silenzio;
ed ancorchè Pio II volesse rinovar in Francia le leggi degli
Spogli, Luigi XI nel 1463 parimente le ripresse165.
Ma presso di noi la legge degli Spogli fu più antica: ed i
161
Chioc. M. S. giurisd. tom. 3 de Nuntio Apost.
162
Tomasin. de benefic. par. 3 lib. 2 cap. 57 n. 5.
163
Pruove della libertà Gallic. cap. 22 num. 6. Tomasin. loc. cit.
164
Le parole dell'Editto si leggono nel c. 22 num. 8 delle Pruove della Liber.
Galic.
165
Pruove, etc. n. 22 dove si legge l'Editto di Luigi XI.
91
romani Pontefici molto tempo prima lo tentarono, leggendosi
dalle Costituzioni di Bonifacio VIII, di Clemente V nel concilio
di Vienna, e di Giovanni XXII che alle querele di molti, per gli
abusi, ed inconvenienti deplorabili che seco recavano, furono
costretti a proibirgli, donde si vede che molto prima s'erano
cominciati a tentare; ma secondo la resistenza più o meno de'
Principi, regolavano quest'affare. Dai nostri Re Angioini non vi
ebbero resistenza veruna, anzi agevolavano l'impresa, e gli
davano più tosto aiuto e favore. E quantunque dal pontefice
Alessandro V nel concilio di Pisa e dal Concilio di Costanza,
approvato poi da Martino V anche per concordia avuta colle
nazioni che si opponevano, si fossero gli Spogli tolti;
nulladimanco presso di noi non si rimediò all'abuso, se non nel
Regno degli Aragonesi, come diremo al suo luogo.
Furono ancora i nostri Re Angioini e precisamente Roberto,
ossequiosissimi a' Papi Avignonesi ed alle loro leggi, e quando la
Germania poco conto faceva delle compilazioni, che sursero in
questo secolo delle Clementine e delle Estravaganti, presso di noi
però ebbero per le cagioni addottate, tutta la forza e vigore.
92
rimasero sospese. Giovanni Aventino166, per relazione avutane da
Guglielmo Occamo, scrisse, che Clemente nel punto della morte,
considerando, che quelle Costituzioni contenevano molte cose
contrarie alla simplicità cristiana, ordinò che s'abolissero; ma il
suo successore Giovanni XXII trovatele a proposito del suo genio
di congregar tesori, le fece nel mese di ottobre dell'anno 1317
pubblicare; e le trasmise alle Università degli studj, ordinando per
sua Bolla167, che quelle si ricevessero non meno nelle scuole che
ne' Tribunali. Sortirono due nomi di Clementine, e per non
confonderle col sesto, furono anche chiamate settimo delle
decretali, come le chiamarono Giovanni Villani168, Aventino,
Michel di Cesena ed altri169.
Non soddisfatto appieno Giovanni XXII di questa
compilazione, volle alle Costituzioni di Clemente aggiungere
venti altre delle sue, le quali furono chiamate utili e salutifere, a
cagion dell'utilità grande, che recavano alla sua Corte; e poichè
senz'ordine vagavano fuori del corpo dell'altre raccolte, furono
chiamate Joannine170, come eziandio le chiamò Cuiacio171; ed
intorno all'anno 1340 furono per privata autorità raccolte insieme,
nè furono ricevute da tutti per pubblica autorità. Questo Pontefice
vien riputato ancora autore delle regole della Cancelleria172,
inventore delle scandalose Annate, e d'altri sottili ed ingegnosi
ritrovamenti per cumular ricchezze. Al di lui esempio gli altri
Pontefici suoi successori, ne stabilirono delle altre, come Eugenio
IV, Calisto III, Paolo II, Sisto IV ed altri; onde da poi per privata
autorità se ne fece di tutte queste estrazioni raccolta, che fu al
166
Avent. Ann. Bojor, l. 7 c. 15 n. 18.
167
Bulla Jo. XXII praefixa Clementinis.
168
Villan. Histor. Flor. l. 9 c. 2.
169
V. Baluz. in Not. ad Vitas PP. Aven. tom. 1 p. 682 Struv. Hist. Jur. Can. c. 7
§ 27. Bonifac. de Amanatis in prooem. Clement.
170
V. Struv. l. c. § 18.
171
Cujac. in C. ad audientiam 4 de Spons. et Matr.
172
Ludov. Gomes. in prooem. Comment. ad Regul. Cancel.
93
corpo del diritto pontificio aggiunta, ed ebbero non meno che le
decretali i suoi Chiosatori e commentatori173. Ma non da tutte le
nazioni furono ricevute: e Guglielmo Occamo, che fu coetaneo di
Giovanni XXII testifica, che sin dal loro nascimento, furono da
molti riprese e condennate come eretiche e false e ripiene di molti
errori174. Presso i nostri Canonisti però ebbero credito e vigore; e
mentre durò il Regno degli Angioini, non vi fu cosa, che i
Pontefici avignonesi non facessero, che prontamente non fosse
ricevuta; quindi avvenne che quando la Francia e la Germania
cominciavano a toglier da' loro Regni gli abusi, presso di noi
maggiormente si stabilivano; e li disordini che seguirono da poi
nel Regno di Giovanna I, e de' seguenti Re angioini (dove non
meno lo stato politico, per le tante revoluzioni, che l'Ecclesiastico
per lo scandaloso Scisma, che surse, furono tutti sconvolti)
posero le cose in maggior confusione, ed in altri pensieri
intrigarono gli animi de' nostri Principi, sì che potessero pensare
al rimedio, come vedrassi ne' seguenti libri di quest'Istoria.
173
V. Mastricht. Hist. Jur. Can. n. 283.
174
V. Struv. Hist. Jur. Can. c. 7 § 28 et § 36.
94
STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI
LIBRO VENTESIMOTERZO
95
da Fra Roberto privi di tutto quel rispetto che solevano avere dal
Re Roberto, andarono ciascuno alle sue Terre, ed in Napoli si
vivea con grandissimo dispiacere. I Cavalieri napoletani, vedendo
il Re Andrea dato all'ozio, e non esservi menzione alcuna di
guerra, andarono ad offerirsi a Roberto Principe di Taranto, che
quell'anno armava per passare in Grecia: ed accettati con molto
onore dal Principe, andarono a servirlo con tutte le loro
compagnie, e diedero esempio a molti Cavalieri privati del Regno
che andassero a quell'impresa; e con questa milizia felicemente il
Principe ricovrò fin alla città di Tessalonica; ed era salito in gran
speranza di ricovrare la città di Costantinopoli, se dalle
turbolenze del Regno, che si diranno, que' Capitani, con quasi
tutta l'altra Cavalleria, non fossero stati richiamati alla difensione
delle cose proprie. Frate Roberto pronosticando da questi
andamenti, che i Reali di Napoli avessero da far ogni sforzo di
precipitarlo dal colmo di quell'autorità, che si avea usurpata,
mandò a sollecitare Lodovico Re d'Ungaria fratello maggiore
d'Andrea, che venisse a pigliarsi la possessione del Regno, come
debito a lui per eredità dell'avolo; ma Antonio Buonfinio Scrittore
dell'Istorie d'Ungaria dice, che Lodovico Re d'Ungaria mandò
Ambasciadori al Papa a proccurare, che mandasse a coronar
Andrea suo fratello, e che gli facesse l'investitura, non come
marito della Regina Giovanna, ma come erede di Carlo Martello
suo avolo, e che questi Ambasciadori fecero a tal'effetto molto
tempo residenza nella Corte del Papa, che allora era in Avignone,
perchè vi trovarono gran contrasto; e Giovanni Boccaccio scrive,
che appena poterono ottenere le Bolle dell'incoronazione.
Giovanna intanto era stata già solennemente coronata in Napoli
per mano del Cardinal Americo mandato dal Pontefice Clemente
VI, il quale gl'inviò parimente l'investitura, e fu intitolata Regina
di Sicilia e di Gerusalemme, Duchessa di Puglia, Principessa di
Salerno, di Capua, di Provenza, e di Forcalqueri, e Contessa di
Piemonte: la quale all'incontro nella Chiesa di Santa Chiara nel dì
96
ultimo d'agosto di quest'anno 1344 in mano dello stesso Cardinale
gli giurò omaggio, con promessa del solito censo, siccome si
legge nell'investitura rapportata dal Summonte che l'estrasse
dall'Archivio regio, ove si conserva176.
Il Papa avea mandato il Cardinal Americo non solo per ricever
il giuramento da Giovanna, ma l'avea anche creato Balio della
medesima per la sua minor età: al quale parimente avea data
potestà di revocare tutte le donazioni e concessioni fatte da
Roberto, e da Giovanna in pregiudicio della Chiesa romana e del
Regno177: ma questo baliato non ebbe alcun effetto178, perchè Fra
Roberto co' suoi Ungheri governavano ogni cosa. E sebbene i
Pontefici romani avessero sempre avuta tal pretensione di mandar
essi i Balj, non ebbero però mai parte alcuna nel governo.
Avea inoltre questa Regina, come donna savia mandato a
chiamare Carlo Duca di Durazzo figliuolo primogenito del
Principe della Morea, e datagli Maria sua sorella per moglie, dal
qual matrimonio ne nacque un figliuolo chiamato Luigi, che non
avendo compito un mese, se ne morì, e fu sepolto in Santa
Chiara, dove ancora oggi si vede il suo Tumulo. Ed in quest'anno
medesimo Luigi di Durazzo, figliuolo secondogenito del Principe
della Morea e fratello di Carlo, tolse per moglie una figliuola di
Roberto o sia Tommaso Sanseverino, dal qual matrimonio ne
nacque poi Carlo III che fu Re di Napoli179.
Saputosi intanto in Napoli che il Papa avea spedite le Bolle
dell'incoronazione d'Andrea, e che gli Ambasciadori che le
portavano, erano giunti presso a Gaeta: alcuni Baroni che
desideravano impedirla, stimolati anche da' Reali che vi
176
Summonte t. 2 l. 3 pag. 417. Baluz. Notae ad Vitas Papae. Aven. tom. 1 p.
842.
177
Baluz. loc. cit.
178
Prima Vita Clem. VI apud Baluz. tom. 1 pag. 246. Sed circa regimen, et
administrationem Regni memorati modicum facere potuit, per dictam
Joannam jam doli capacem impeditus.
179
Costanzo lib. 6.
97
dissentivano, e sopra tutti da Carlo Duca di Durazzo, stante
ancora la dappocaggine d'Andrea, e l'insolenza degli Ungheri,
diedero la spinta a coloro che aveano congiurato d'ucciderlo,
d'accelerar la sua morte, temendo che scoverti i loro disegni, non
fossero per opera di Fra Roberto pigliati e decapitati, subito che
fosse venuto l'ordine del Papa che Re Andrea fosse coronato. In
fatti essendo andati il Re e la Regina alla città d'Aversa, ed
alloggiati nel castello di quella Città, dove poi fu eretto il
convento di S. Pietro a Majella180, la sera de' 17 di settembre del
1345 quando stava il Re in camera della moglie, venne uno de'
suoi Camerieri a dirgli da parte di Fra Roberto, ch'erano arrivati
avvisi di Napoli di grande importanza, a' quali si richiedea presta
provisione; ed il Re partito dalla camera della moglie, ch'era
divisa per una loggia dall'appartamento ove si trattavano i negozj,
essendo in mezzo di quella, gli fu gittato un laccio al collo e
strangolato, e buttato giù da una finestra, stando gli Ungheri,
perch'era di notte, sepolti nel sonno e nel vino181.
La novità di questo fatto fece restare tutta quella città attonita,
massimamente non essendo chi avesse ardire di volere sapere gli
autori di tal omicidio. La Regina ch'era di età di diciotto anni,
sbigottita non sapea che farsi: gli Ungheri aveano perduto l'ardire,
e dubitavano d'essere tagliati a pezzi se perseveravano nel
governo: talchè il corpo del Re morto ridotto nella chiesa, stette
alcuni dì senza essere sepolto: ma Ursillo Minutolo gentiluomo e
Canonico Napoletano si mosse da Napoli, ed a sue spese il fece
condurre a seppellire nell'Arcivescovado di Napoli nella cappella
di S. Lodovico, dove essendo stato sin all'età del Costanzo in
sepoltura ignobile, Francesco Capece abate di quella Cappella, ed
emulo della generosità di Ursillo, gli fece fare un sepolcro di
marmo, e trasferita poi dall'Arcivescovo Annibale di Capua la
180
Grammat. decis. 1 n. 27.
181
Giovanni Villani lib. 12 cap. 50, 78, 98. Matteo Villani lib. 1 cap. 11.
Petrarca lib. 6 rer. fam. epist. 6. V. Baluz. in Notis ad Vitas PP. Aven. tom. 1
pag. 860.
98
sagrestia in quella Cappella, fu riposto nel muro avanti la porta
della stessa sagrestia, dove oggi ancor si vede.
La vedova Regina si ridusse subito in Napoli, ed i Napoletani
con que' Baroni, che si trovavano nella città andarono a
condolersi della morte del Re, ed a supplicarla, che volesse
ordinare a' Tribunali, che amministrassero giustizia; poichè Fra
Roberto e gli altri Ungheri abbattuti non aveano ardire di uscire
in pubblico. La Regina ristretta co' più savi e fedeli del Re
Roberto suo avolo, perchè si togliesse il sospetto che susurravasi,
d'aver ella avuta anche parte all'infame assassinamento, commise
con consiglio loro al conte Ugo del Balzo, che avesse da
provvedere ed investigare gli autori della morte del Re, con
amplissima autorità di punir severamente quelli, che si fossero
trovati colpevoli. Questi dopo aver fatti morire due Gentiluomini
Calabresi della camera del Re Andrea ne' tormenti, fece pigliare
Filippa Catanese col figlio e la nipote, e dopo avergli tutti e tre
fatti tormentare gli fece tanagliare sopra un carro, e la misera
Filippa decrepita morì avanti, che fosse giunta al luogo, dove
avea da decapitarsi182.
Dall'altra parte, essendo arrivata in Avignone la notizia di tal
fatto al Pontefice Clemente, riputando, che s'appartenesse a lui ed
alla Sede Appostolica la cognizione di questo delitto, cominciò a
procedere anch'egli contro i colpevoli. In prima generalmente gli
scomunicò, interdisse, dichiarò infami, ribelli e proscritti; (Questa
prima Bolla di Clemente VI spedita in Avignone nel primo di
febbraio 1346 si legge presso Lunig183), ma per la lontananza del
luogo riuscendo inutili tutte l'inquisizioni per liquidar le persone,
diede con sua Bolla, spedita in Avignone nel 1346 quinto anno
del suo pontificato, commessione a Bertrando del Balzo G.
Giustiziere del Regno, Conte di Montescaglioso e d'Andria, con
amplissima facoltà di procedere contro i colpevoli; ed in questa
182
Cost. lib. 6.
183
Tom. 2 pag. 1111.
99
Bolla, ch'estratta dal regal Archivio vien rapportata da Camillo
Tutini184, si leggono fra l'altre queste parole: Nos nolentes, sicut
nec velle debemus, tam horribile et detestabile, ac Deo, et
hominibus odiosum facinus, cuius cognitio prima ad nos, et
Romanam Ecclesiam in hoc casu pertinere dignoscitur,
relinquere impunitum etc.185 Ed avendo con permissione anche
della Regina, fatta diligente inquisizione, trovò colpevoli, come
complici, cospiratori ed autori del delitto, Gasso di Dinissiaco
Conte di Terlizzi, Roberto di Cabano Conte di Evoli e gran
Siniscalco del Regno, Raimondo di Catania, Niccolò di
Miliezano, Sancia di Cabano Contessa di Morcone, Carlo Artus e
Bertrando suo figliuolo, Corrado di Catanzaro, e Corrado
Umfredo da Montefuscolo. E poichè alcuni di essi dimoravano
nel Regno, la di cui presura era difficile, e per la protezione che
vantavano de' Reali, e perchè s'erano afforzati nelle loro Terre; il
Conte Bertrando ebbe ricorso alla Regina, perchè con suo general
editto si comandasse all'Imperadrice di Costantinopoli, ed a
Lodovico di Taranto suo figliuolo, che sotto fedele e sicura
custodia gli trasmettesse Carlo, Bertrando e Corrado d'Umfredo;
e similmente comandasse al Principe di Taranto, al Duca di
Durazzo e loro fratelli, a tutti i Conti e Baroni, e spezialmente a'
cittadini napoletani, che nel caso dall'Imperadrice suddetta non si
fossero quelli trasmessi, che detti Regali e Conti, e tutti gli altri
con tutte le loro forze si conferissero nelle Terre e luoghi ove
coloro fossero, per imprigionargli, offerendo anche egli di andarvi
in persona, affinchè di essi si prendesse la debita vendetta; e di
vantaggio, che scrivesse a' Vescovi, Vicari e loro Ufficiali, che
con effetto mandassero in esecuzione gl'interdetti e le scomuniche
fulminate dal Papa contro di loro, con dichiarare le terre ove
dimoravano interdette, i loro fautori e ricettatori scomunicati, e
184
Tutin. de' M. Giustizieri, fol. 62. V. Baluz. loc. cit.
185
Prima Vita Clem. VI apud Baluz. tom. 1 pag. 247. Contra alios vero dictus
Papa fecit processus, et fulminavit sententias quantum ratio dictabat, et jus-
titia suadebat.
100
che gl'interdetti suddetti tenacemente si osservassero ed
ubbidissero. La Regina a tenor di queste dimande a' 7 ottobre di
quest'anno 1346 fulminò un severo editto, che fu istromentato per
mano di Adenolfo Cumano di Napoli Viceprotonotario del
Regno, di cui mandò più autentici esemplari per tutte le città e
province del Regno, ed in Napoli gli fece affiggere ne' portici del
Castel Nuovo e della G. C. perchè a tutti fosse noto e palese.
L'editto è parimente rapportato dal Tutini, dentro di cui si vede
anche inserita la riferita Bolla di Clemente.
Mandò ancora la Regina, perchè di lei si togliesse affatto ogni
sospetto, il Vescovo di Tropea in Ungaria al Re Lodovico suo
cognato a pregarlo, che volesse avere in protezione lei vedova, ed
un picciolo figliuolo, che l'era nato dal re Andrea suo marito, di
cui nel riferito editto fassi anche memoria, chiamato Caroberto
Duca di Calabria186. Ma questa missione riuscì infruttuosa alla
regina Giovanna; poichè re Lodovico persuaso già, che ella fosse
consapevole e partecipe della morte d'Andrea, gli rispose,
secondo che rapporta Antonio Buonfinio con una epistola di
questo tenore: Impetrata fides praeterita, ambitiosa continuatio
potestatis Regiae, neglecta vindicta et excusatio subsequuta, te
viri tui necis arguunt consciam, et fuisse participem. Neminem
tamen Divini, humanive judicii poenas nefario sceleri debitas
evasurum.
CAPITOLO I.
101
d'Ungaria invade il Regno, e costringe la Regina a fuggirsene, e
a ricovrarsi in Avignone: vi ritorna da poi, e coll'aiuto e
mediazione del Papa ottiene dall'Unghero la pace.
102
della gioventù sua, con una resoluzione savia mostrar quello che
avea da essere, e che fu poi nell'età matura; perchè vedendo le
poche forze del marito, e la poca volontà de' sudditi, deliberò di
vincere fuggendo, poichè non potea vincer il nemico resistendo; e
fatto chiamare Parlamento generale, dove convennero tutti i
Baroni, e' Sindici delle città del Regno, ed i Governatori della
città di Napoli, pubblicò la venuta del Re d'Ungaria, e dolutasi
lungamente d'alcuni, che la calunniavano a torto di tanta
scelleratezza, disse ch'era deliberata di partirsi dal Regno, e gire
in Avignone per due cagioni, l'una per fare manifesta l'innocenzia
sua al Vicario di Cristo in Terra, com'era manifesta a Dio in
Cielo: e l'altra per farla conoscere al Mondo, coll'ajuto che
sperava certo di avere da Dio; e che tra tanto non voleva, che nè i
Baroni, nè i Popoli avessero da esser travagliati, com'era
travagliata essa; e però, benchè confidava, che tutti i Baroni e'
Popoli, almeno per la memoria del padre e dell'avolo, non
sarebbero mancati d'uscire in campagna a combattere la sua
giustizia, voleva più tosto cedere con partirsi, e concedere a loro,
che potessero andare a rendersi all'irato Re d'Ungaria; e però
assolveva tutti i Baroni, Popoli, Castellani e stipendiarj suoi dal
giuramento, ed ordinava che non si facesse alcuna resistenza al
vincitore, anzi portassero le chiavi delle terre, e delle castella,
senz'aspettare Araldi o Trombette. Queste parole dette da lei con
grandissima grazia, commossero quasi tutti a piangere, ed ella gli
confortò, dicendo che sperava nella giustizia di Dio, che facendo
palese al Mondo l'innocenzia sua, l'avrebbe restituita nel Regno, e
reintegrata nell'onore. S'imbarcò per tanto da Castel Nuovo per
andare in Provenza il dì 15 gennajo del nuovo anno 1348, e con
lei e col marito andò anche la Principessa di Taranto sua suocera
che la chiamavano Imperadrice, e Niccolò Acciajoli fiorentino,
intimo della Casa di Taranto ed uomo di grandissimo valore.
Intanto Lodovico Re d'Ungaria era col suo esercito entrato nel
Regno, e ricevuto nell'Aquila, vennero ivi a trovarlo il Conte di
103
Celano, il Conte di Loreto con quel di S. Valentino, e Napolione
Orsino con altri Conti e Baroni d'Apruzzo, i quali gli giurarono
omaggio, ed avendo presa e saccheggiata la città di Sulmona, a
gran giornate, non trovando chi gli facesse ostacolo, se ne veniva
in Napoli; onde i Reali, confidati nel parentado che avevano col
Re d'Ungaria, si posero tutti in ordine per andare ad incontrarlo
amichevolmente, sperando essere da lui umanamente raccolti,
tanto più, che conducevano con loro, come Re, il piccolo
Caroberto figliuolo del Re Andrea ch'allora era di tre anni; e così
raccolta una Compagnia de' primi Baroni, si mossero da Napoli il
Principe di Taranto e Filippo suo fratello, Carlo Duca di Durazzo,
Luigi e Roberto suoi fratelli, ed incontrarono il Re d'Ungaria, che
veniva da Benevento ad Aversa, il quale con molta amorevolezza
baciò il nepote, ed accarezzò tutti; ma poichè fu giunto ad Aversa,
concorse un gran numero di Cavalieri, e d'altri Baroni a riverirlo,
e dimorato quivi cinque giorni, volendo il sesto andare in Napoli
s'armò di tutte arme, e fece armare tutto l'esercito e cavalcò, e
passando avanti il luogo dov'era stato strangolato Re Andrea, si
fermò, e chiamò il Duca di Durazzo, dimandandogli da qual
finestra era stato gittato Re Andrea; il Duca rispose, che no 'l
sapea, e 'l Re mostrogli una lettera scritta da esso Duca a Carlo
d'Artois, dicendogli che non potea negare suo carattere, e 'l fè
pigliare, ed immantenente decapitare187, comandando, che fosse
gittato dalla medesima finestra, onde fu gittato Re Andrea; e
rimaso il cadavere insepolto per ordine del Re sino al dì seguente,
fu poi portato a seppellire in Napoli nella chiesa di S. Lorenzo,
ove ancora oggi si vede il suo sepolcro. Questa fu la morte del
Duca di Durazzo figliuolo di Giovanni quintogenito del Re Carlo
II, il quale di Maria sorella della Regina Giovanna non lasciò
figliuoli maschi, ma solo quattro femmine, Giovanna, Agnesa,
Clemenzia e Margarita, delle quali si parlerà più innanzi. Gli altri
Reali, volle il Re che restassero prigioni nel Castello d'Aversa, e
187
II. Vita Clem. VII apud Baluz. tom. 1 pag. 271.
104
di là a pochi dì gli mandò in Ungaria insieme col picciolo
Caroberto; ed egli continuando il cammino verso Napoli
rappresentava uno spettacolo spaventevole, facendosi portar
avanti uno stendardo negro, dov'era dipinto un Re strangolato, e
venutogli incontro gran parte del Popolo napoletano a salutarlo,
egli con grandissima severità finse non mirargli, nè intendergli, e
volle entrare con l'elmo in testa dentro Napoli, e rifiutando ogni
rimostranza d'onore se n'andò dritto al Castel Nuovo, di cui il
Castellano già gli avea portate le chiavi: onde nacque una
mestizia universale e timore, che la città non fosse messa a sacco
dagli Ungheri; perchè subito posero mano a saccheggiare le case
de' Reali, e la Duchessa di Durazzo a gran fatica si salvò, e fuggì
in un navilio, andando a trovare la sorella in Provenza. Nè volle il
Re dare udienza agli Eletti della città, ma volle che fossero tutti
mutati, e fu ordinato che i nuovi Eletti non facessero cos'alcuna,
senza conferire col Vescovo di Varadino Ungaro. E poichè fu
trattenuto due mesi in Napoli, se n'andò in Puglia, dove costituì
suo Vicario Corrado Lupo Barone Tedesco, e dopo aver costituito
Castellano Gilforte Lupo fratello di Corrado del Castel Nuovo, e
fatte molte preparazioni in diversi luoghi del Regno,
imbarcandosi in Barletta su una sottilissima galea passò in
Schiavonia, ed indi in Ungaria, non essendo dimorato più che
quattro mesi nel Reame.
In questo mezzo la Regina Giovanna, arrivata alla Corte del
Papa in Avignone con Luigi suo marito, vi furono accolti
benignamente da Clemente, il quale dispensò a' legami della
consaguinità per lo matrimonio contratto188, e la Regina ebbe
Concistoro pubblico, ove con tanto ingegno e con tanta facondia
difese la causa sua, ch'il Papa ed il Collegio, che aveano avuto in
mano il processo fatto contro Filippa Catanese, e Roberto suo
188
II. Vita Clem. apud Baluz. loc. cit. Misericorditer dispensavit, quoniam in
secundo consanguinitatis gradu se invicem ex duobus stirpibus
contingebant.
105
figliuolo, e conosciuto che la Regina non era nominata, nè colpata
in cosa alcuna, tennero per fermo ch'ella fosse innocente, e
pigliarono la protezione della causa sua, spedendo subito un
Legato appostolico in Ungaria a trattare la pace. Questi trovò
molto superbo il Re, o che fosse l'ira del morto fratello, o l'amore
che avea conceputo di così bello ed opulente Regno, che già si
trovava averlo tutto in mano, e lo teneva per suo, poichè il
picciolo Caroberto, poco da poi che fu giunto in Ungaria era
morto; ma non per la difficoltà del negoziare, il Legato volle
partirsi da Ungaria, ma cercò di dì in dì, con ogni arte, mollificare
l'asprezza dell'animo di quel Re.
Intanto i Napoletani, partito che videro il Re d'Ungaria, avendo
intesa la buona volontà del Papa verso la Regina, e che si
vedeano così maltrattati da Gilforte Lupo Castellano, e
Luogotenente del Re in Napoli, cominciarono a sollevarsi, e molti
di coloro che erano stati cortegiani di Re Roberto e della Regina,
si partirono ed andarono a trovarla fin in Provenza ed a
confortarla, che se ne ritornasse, perchè erano tanto indebolite le
forze degli Ungheri, e tanto cresciuto l'odio contra i barbari
costumi loro, che senza dubbio sarebbero cacciati con ogni
picciol numero di gente che fosse condotta da Provenza. Non
mancarono ancora di molti Baroni che con messi e lettere secrete
la chiamavano; e questo giovò molto alla Regina, perchè
mostrando queste lettere al Papa, gli fermarono più saldamente in
testa l'opinione che tenea dell'innocenza sua, onde la Regina
assicurata del favore del Papa, e della volontà degli uomini del
Regno, cominciò a ricovrar insieme la fama e la benevolenza dei
sudditi, a' quali pareva, ch'essendosi presentata innanzi al Papa,
padre e giudice universale de' Cristiani, e da lui giudicata per
innocente, e degna di esser rimessa nel suo Regno ereditario,
pareva a ciascuno che fosse da riposarsi sovra quel giudicio, ed
attender a far ufficio di buoni e fedeli vassalli: e da questo mossi i
popoli di Provenza e degli altri Stati di là de' monti, fecero a gara
106
a presentarla, e sovvenirla di danari, de' quali stava in tanta
estrema necessità, che vendè al Papa la città d'Avignone189, e col
prezzo di quella, e co' danari presentatigli, fece armare dieci
galee, e preso commiato dal Papa insieme con Luigi suo marito
partissi. Angelo di Costanzo190 narra, che nel partirsi donò, non
vendè al Papa ed alla Chiesa la città d'Avignone, con la quale
s'obbligò tanto l'animo del Papa, che conoscendo ch'ella il
desiderava, donasse il titolo di Re a Luigi suo marito
(Non può ora più dubitarsi di questa vendita, avendone
Lunig191 impresso l'istromento stipulato in Avignone, dove è
manifesto questa città col suo distretto essersi venduta non già
donata, e stante la necessità, ed estremi bisogni della Regina
bisognò ella contentarsi del prezzo offertogli, che non oltre passò
la somma di ottantamila fiorini d'oro di Fiorenza; esprimendosi,
che tutto il di più, che valesse, considerando la Regina quelle
parole del Signor nostro Gesù, rammentate dall'Appostolo,
beatius est dare, quam accipere, lo donava al Papa ed alla Chiesa
romana, come pura, semplice ed irrevocabile donazione. Dee
nell'istromento trascritto da Lunig emendarsi la data, poichè si
porta stipulato in Avignone a' 12 giugno del 1358, quando molto
tempo prima la Regina avea già da Avignone fatto ritorno in
Napoli).
Nel dar a Luigi la benedizione il Papa lo chiamò Re; onde
ambedue lieti e pieni di buona speranza andarono ad imbarcarsi
in Marsiglia, e giunti a Napoli con venti prosperi, la città tutta
uscì ad incontrarli nel Ponte del picciolo Sebeto, 200 passi
lontano dalla città, perchè al Porto di Napoli non si poteano
appressare le galee, poichè il Castel Nuovo, come tutte l'altre
castella si teneano dagli Ungari. Discesi dunque a terra e ricevuti
con allegrezza incredibile d'ogni sesso e d'ogni ordine e d'ogni
189
II. Vita Clem. apud Baluz. loc. cit. pag. 272. Civitatem Avenionensem, etc.
emit a Regina praedicta pretio invicem concordato.
190
Costanzo lib. 6.
191
Tom. 2 pag. 182.
107
età, furono condotti sotto il baldacchino in una casa apparecchiata
per loro al Seggio di Montagna. Vennero fra pochi dì molti Conti
e Baroni a visitarla, ed a rallegrarsi del ritorno, e ad offerirsi di
servire a cacciare gli Ungheri. La Regina, ed il Re Luigi si
voltarono a rimunerare, per quanto l'angustia delle facoltà loro a
quel tempo comportava, tutti quelli, che aveano mostrata
affezione al nome loro, con privilegi, titoli, onori e dignità e sovra
tutto i Cavalieri giovani suoi coetanei, come coloro, che
speravano più per amore, che per forza di stipendi far esercito
abile a poter cacciare i nemici del Regno. Ed in questi tempi
cominciò ad introdursi fra noi di darsi a' Baroni il titolo di Duca,
perchè prima non era in usanza, che quello di Conte, ed il titolo di
Principe, o di Duca, era de' soli Reali, ed il primo fu Francesco
del Balzo, che dalla Regina Giovanna I fu fatto Duca d'Andria, ed
il secondo fu il Duca di Sessa. Ordinò ancora Re Luigi una bella
Corte, e fece Gran Siniscalco del Regno Niccolò Acciajoli
Fiorentino; e perchè i Popoli del Regno erano in molte parti
oppressi da Corrado Lupo, e da' suoi Ministri Capitani degli
Ungheri, lasciò assediate le Castella di Napoli, e fatta una buona
compagnia di Conti e Baroni ch'erano concorsi a Napoli, e del
fiore della gioventù Napoletana, cavalcò contro il Conte d'Apici,
e quello debellato, passò in Puglia e presa Lucera andò a Barletta.
Fu lungamente con non minor ferocia, che ardire guerreggiato in
Puglia, ed in Terra di Lavoro, e non meno queste province, che
l'altre del Regno si videro ardere d'incendio marziale. Corrado
Lupo tosto avvisonne il Re d'Ungaria, il quale ricevuto l'avviso fu
tanto presto, che prima giunse in Schiavonia, e s'imbarcò per
venire in Puglia, che si sapesse ch'era deliberato di venire; e
giunto che fu in Puglia si trovò al numero di diecemila cavalli, e
pedoni quasi infiniti. Si accese per ciò più fiera ed ostinata la
guerra infin che stanchi l'un partito e l'altro, finalmente diedero
apertura a Papa Clemente d'interporre fra i due Re trattati di pace.
Spedì per tanto il Pontefice due Legali, i quali avendola
108
maneggiata, non poterono allora ottener altro, che tregua per un
anno, onde il Re Lodovico se ne tornò in Ungaria, lasciando
presidio alle Terre, che si teneano con le sue bandiere. Ma poichè
fu in Ungaria, o che fosse destrezza e prudenza del Legato
appostolico, che gli fu sempre appresso; o che fosse, che
disegnava di far guerra coi Veneziani, i quali aveano occupate
alcune Terre di Dalmazia appartenenti al Regno d'Ungaria,
concesse in fine la pace al Re Luigi ed alla Regina Giovanna,
rilassando in grazia del Papa e del Collegio de' Cardinali tutte le
sue pretensioni, e liberi i cinque Reali, ch'erano stati quattro anni
carcerati al Castello di Visgrado. Fu conchiusa questa pace in
aprile dell'anno 1351, ed alcuni aggiungono, che avendo
condennato il Papa, come mezzo della pace, il Re Luigi e la
Regina Giovanna a pagare trecentomila fiorini al Re d'Ungaria
per le spese della guerra, egli magnanimamente ricusò di pigliarli,
dicendo, ch'egli non era venuto al Regno per ambizione, nè per
avarizia, ma solamente per vindicare la morte del fratello; nella
quale avendo fatto quanto gli pareva, che convenisse, non cercava
altro, e fu molto lodato e ringraziato dal Papa e dal Collegio.
Usciti da questi affanni Re Luigi e la Regina, mandarono
ambasciadori a ringraziar il Papa ed il Collegio, ed a dimandargli
un Legato appostolico che l'avesse incoronati: il che ottennero
agevolmente, perchè dal Papa fu deputato a ciò il Vescovo
Bracarense. Si fece per tanto in Napoli un gran apparato per la
incoronazione, alla quale fu deputato il dì 25 maggio festa delle
Pentecoste; e tutto il Regno assuefatto a travagli, ad incendj ed a
rapine, cominciò a rallegrarsi; ed oltre i Baroni concorsero in
Napoli da tutte le parti infiniti per vedere una festa tale, la quale
parea, che avesse da fare dimenticare tutte le calamità passate.
Nel dì stabilito essendo giunto il Legato nel luogo dove era
l'apparato, con grandissima pompa e solennissime cerimonie,
unse e coronò il Re e la Regina, e fur fatte molte giostre e molti
giuochi d'arme e conviti. Ed appresso, dalla città e da tutto il
109
Baronaggio fu solennemente giurato omaggio al Re ed alla
Regina, i quali fecero general indulto a tutti quelli, che nelle
guerre passate aveano seguite le parti del Re d'Ungaria; ed il Re
Luigi in memoria di questa Coronazione ordinò, come si disse, la
compagnia del Nodo, nella quale si scrissero da 60 Signori e
Cavalieri napoletani di diverse famiglie, ed i più valorosi
Campioni di que' tempi.
CAPITOLO II.
110
coloro, che governavano il Re, possedendo la minor parte di
Sicilia, bisognavano cacciare da quella tanto che potessero tenere
il Re, e la Casa sua con dignità regia, e ch'essi potessero anco
accrescere di ricchezze, molti Popoli sdegnati cominciarono ad
alterarsi; e la Città di Messina, la quale era principale di queste,
che il Re possedeva, non potendo soffrire l'acerbo governo del
Conte Matteo di Palizzi, volti i cittadini in tumulto, andarono
sin'al palazzo reale, e l'uccisero; e gli altri Baroni appena
poterono salvare se stessi, e la persona del Re, ritirandosi in
Catania. Con l'esempio de' Messinesi, Sciacca ancora uccise i
Ministri del Re, che v'erano; e perchè di questo moto era stato
autore il Conte Simone di Chiaramonte, e conosceva, che contro
di se sarebbe voltata tutta l'ira del Re e del suo Consiglio, mandò
a Re Luigi in Napoli, chiamandolo, non all'impresa di Sicilia,
come aveano altre volte chiamato Re Roberto ma ad una certa
vittoria, avvisandolo, che le cose di quel Regno stavano in tali
termini, che con ogni poca forza si sarebbe conquistato.
Il Re Luigi, e 'l Regno per le passate guerre si trovavano non
men disfatti, che i Siciliani, cominciando allora a cogliere i primi
frutti della quiete e della pace; e quelle forze, che a tempo di Re
Roberto erano potenti ed unite, ora per la presenza di tanti Reali,
tra' quali era diviso il Regno, erano deboli e disunite; onde non
potè mandarvi quel numero di gente e di vittovaglie, che sarebbe
stato necessario a tanta impresa; nulladimanco vi mandò il G.
Siniscalco Acciajoli con cento uomini d'arme, e Giacomo
Sanseverino Conte di Melito con quattrocento fanti, sopra sei
galee e molti vascelli grossi di carico, con la maggior quantità di
vittovaglie, che fu possibile. Questi giunti in Sicilia, col favore
del Conte Simone, se n'andarono a Melazzo, e l'occuparono, e
postovi presidio e Governadore in nome del Re, andarono a
Palermo con gran parte di vittovaglia, e furono ricevuti dai
Palermitani, già ridutti all'estremo bisogno d'ogni cosa da vivere
con infinita allegrezza; e que' di Chiaramente fecero alzare le
111
bandiere di Re Luigi a Trapani, e Saragoza, ed a tutte l'altre Terre,
che teneano essi; e benchè non avessero tante genti di guerra, che
bastassero a tenerle con presidio di Re Luigi, era tanto più debole
la parte del Re di Sicilia, che senza forza di arme si mantennero
in fede del Re di Napoli, solamente con munizione di vittovaglia,
che gli era mandata di Calabria.
Per questi successi i Governadori del Re Don Luigi, desiderosi
di non fare annidare in Sicilia le genti del Re Luigi, avanti che
crescessero più, fecero ogni sforzo per riavere Palermo; ma fu in
vano, perchè i cittadini che avevano gustata la comodità delle
vittovaglie si mantennero in fede del Re Luigi, servendo con
molta fede e diligenza al G. Siniscalco, ed al Conte di Mileto, che
difendevano la città onde furono costretti ritornarsene.
Il Re D. Luigi fra pochi dì venendo a morte, fu gridato Re
Federico suo ultimo fratello, il quale non avendo che tredici anni,
era sotto il governo de' Catalani, per opera de' quali essendo
sbandito da Messina Niccolò Cesario, Capo di parte molto
potente in quella città, egli ancora seguì la parte del Re Luigi, ed
avuta intelligenza con alcuni de' suoi seguaci, di notte entrato in
Messina con alcuni soldati e aderenti di casa di Chiaramonte,
assaltò i suoi nemici. Il popolo essendosi levato a rumore, diede
facoltà di poter intromettere ducento cavalli, e 400 fanti, mandati
dal gran Siniscalco, e da' Conti di Chiaramonte, com'era stato
stabilito tra loro, e cacciandone quelli della fazione contraria,
s'alzarono le bandiere del Re Luigi. Questi subito, ch'ebbe
l'avviso della presa di quella città, la quale tenea per veramente
sua, poichè l'altre erano tenute più tosto da' Chiaramontesi, che
dagli Ufficiali suoi, venne subito con la Regina Giovanna sua
moglie a Reggio in Calabria, mandando al Gran Siniscalco
supplimento di 50 altre lance, e 300 fanti a piedi, e buona quantità
di vittovaglia a Messina, che ne stava in grandissima necessità.
Fu tanta l'allegrezza de' cittadini, che giunti con quelle genti,
ch'erano venute allora, assaltarono i castelli di San Salvatore, e di
112
Mattagrifone, che furono stretti a rendersi con due sorelle del Re,
Bianca, e Violante, le quali con onorevole compagnia furono
mandate a Reggio alla Regina, e da lei furono con molta cortesia
ed amorevolezza ricevute ed accarezzate. Parve al Re non
indugiare più, e passato con la Regina il Faro, nella Vigilia della
Natività del Signore del 1355 entrarono in Messina con
grandissima pompa, e furono alloggiati nel palazzo reale, dove
con le solite cerimonie fu giurato omaggio e fedeltà da tutti.
Pochi dì da poi vennero il Conte Simone e Manfredi e
Federico di Chiaramonte, i quali il Re onorò molto, come Capi
della famiglia, ed autori dell'acquisto di quel Regno; ma
desiderando il conte Simone, che Re Luigi gli desse Bianca
sorella del Re Federico per moglie, e persuadendosi, che non
dovesse negarla per li meriti suoi, e quasi per prezzo d'un Regno,
confidentemente ne parlò al Re. Questa richiesta parve di molta
importanza, non per se stessa, ma per quelle conseguenze, che
avrebbe potuto portar seco tal matrimonio, poichè essendo il Re
Federico ultimo della stirpe de' Re di Sicilia della Casa
d'Aragona, e di età e di senno tanto infermo ch'era chiamato
Federico il Semplice, poteva agevolmente succedere, che
aggiungendosi alla potenza del Conte Simone la ragione, che gli
portava la moglie, n'avesse cacciato l'uno e l'altro Re; onde allora,
nè volle negarlo, nè prometterlo; ma tra pochi dì gli offerse per
moglie la Duchessa di Durazzo. Vedendosi dunque Simone con
tale offerta escluso, ne prese tanto sdegno e rammarico (perchè
presumea, che il merito suo col Re superasse ogni grazia, che se
gli potesse fare) che se ne morì di là a pochi dì, e gli altri di
quella famiglia, quasi fossero rimasti eredi dello sdegno di
Simone, cominciarono a rallentarsi dall'affezione del Re Luigi.
Questi intanto mandò ad assediare Catania, dove era il nuovo Re
con tutte le poche forze sue; ma essendo state rispinte le sue genti
e disordinate e rotte, fu fatto prigione ancora Raimondo del Balzo
Conte Camerlengo, ed appena scampò il Gran Siniscalco
113
Acciajoli. Questa nuova diede grandissimo dolore a Re Luigi, al
quale tolti gli ornamenti della moglie andò a far danari per
riscattare il Conte; ed avendo poi mandato l'Araldo al Re
Federico con la taglia, che si dimandava del Conte, Federico non
volle che si pigliasse taglia, ma mandò a dire, che non vi era altra
via per la liberazione del Conte, che il cambio della libertà delle
due sorelle. E perchè Luigi amava estremamente il Conte, si
contentò di mandarne le sorelle onorevolmente accompagnate sin
in Catania.
Tra questo tempo le novitadi, che successero nel Regno,
sforzarono Re Luigi a tornare in Napoli, e per non abbandonare
l'impresa di Sicilia, la quale per l'estrema povertà del nemico
tenea per vinta, lasciato Capitan Generale in Sicilia il Gran
Siniscalco Acciajoli, egli con la Regina se ne ritornò in Napoli.
Cominciavano di bel nuovo in questo Regno a sorgere disordini e
confusioni poco minori di quelli, che furono a tempo degli
Ungheri; poichè il Principe di Taranto, che per essere fratello
maggiore del Re, si tenea di poter governare il Re e 'l Regno
insieme, avea pigliato in odio, e perseguitava molti Baroni, i quali
volevano conoscere soli Re Luigi e la Regina Giovanna per
Signori. Parimente Luigi di Durazzo cugino del Re, vedendosi
stare nel Regno come povero Barone insieme con Roberto suo
fratello, si giunse col Conte di Minervino, il quale era salito in
tanta superbia, che avea occupato la città di Bari, e s'intitolava
Principe di Bari e Palatino d'Altamura, oltre gli altri titoli de'
quali andava molto altiero; e mantenea una banda d'uomini
d'armi, con tanti cavalli, che gli parea poter competere col
Principe di Taranto e col Re; e per poter mantenere quelle genti,
andava discorrendo per le più ricche parti del Regno, e
taglieggiando le Terre senz'aver rispetto alcuno al Re ed alla
Regina. Si vide perciò Re Luigi impegnato a reprimere la
superbia di costui, e dopo varj fatti d'arme, che posero sossopra
molte province del Regno, finalmente ripresse i ribelli, e Luigi di
114
Durazzo rimanendo solo e senza forza, per lo vincolo del sangue
fu riconciliato col Re e colla Regina; e dato sesto per varj
provvedimenti alla quiete del Regno, e ridottosi nella primiera
tranquillità, tornò il Re col pensiero alla guerra di Sicilia.
Dall'altra parte que' di Sicilia, ch'erano del partito di Re
Federico, vedendosi molto inferiori di forze, fecero, che il loro Re
prendesse per moglie la sorella del Re d'Aragona, ma il novello
parentado poco potè giovargli, poichè la Sposa poco da poi se ne
morì; ed in questo mezzo per una parentela, che fecero i
Chiaramontesi col Conte di Ventimiglia, Capo della parte di
Federico, si cominciò a trattar la pace tra questo Principe, e 'l Re
Luigi e la Regina Giovanna, la quale dopo varj maneggi, fu
finalmente conchiusa con queste condizioni: Che Re Federico
s'intitolasse Re di Trinacria: che pigliasse per moglie Antonia del
Balzo figliuola del Duca d'Andria e della sorella di Re Luigi: che
riconoscesse quel Regno dal Re Luigi e dalla Regina Giovanna,
ed a tal segno dovesse pagare a loro nel giorno di San Pietro
tremila once d'oro ogni anno: e quando il Regno di Napoli fosse
assaltato, pagare cento uomini d'arme, e dieci galee armate in
difensione di quello. All'incontro, che dal Re Luigi fossero
restituite tutte le cittadi, terre e castella, che sin a quel giorno
erano state prese, e si teneano colle bandiere sue.
(In esecuzione di questa pace, si legge presso Lunig192 il
mandato, ovvero Plenipotenza, che il Re Federico diede per
stipularla, e perchè gli articoli accordati fossero confermati da
papa Gregorio XI, come diretto Padrone dell'isola di Sicilia, nel
qual mandato s'intitola Rex Trinacriae. Si legge ancora pag. 1123
una ben lunga Bolla di questo Papa, nella quale, dandogli la
formula del giuramento di fedeltà, si prescrivono al Re Federico
altre leggi e condizioni e così pesanti, specialmente intorno alle
appellazioni di tutte le cause ecclesiastiche, di doversi portare in
Roma; che se mai questa Bolla avesse avuto il suo effetto, non vi
192
Tom. 3 pag. 1119.
115
sarebbe rimaso in Sicilia vestigio alcuno del Tribunal della
Monarchia).
Questo fu l'ultimo termine delle guerre di Sicilia, che durarono
tanti anni, con tanto spargimento di sangue, e con spesa
inestimabile. Ma è cosa veramente da notare, che il Regno di
Sicilia, preteso dai romani Pontefici loro feudo, e che ad essi
spettasse darne l'investitura, onde fecero tanti sforzi per levarlo
dalle mani de' Re d'Aragona, ed a questi tempi reso ligio e
tributario a' Re di Napoli, col correr degli anni si fosse totalmente
sottratto, non men dalla soggezione degli uni, che degli altri, che
ora vien riputato più libero e independente, che il Regno istesso
di Napoli; poichè, dopo il famoso Vespro Siciliano, per le
continue guerre sostenute co' Re angioini, i quali ebbero sempre a
lor favore collegati i Pontefici romani, i Re d'Aragona non
richiesero più investitura dalla Sede Appostolica per quell'Isola,
ed anche da poi fatta pace co' Re di Napoli, nemmen la
ricercarono; ed in fatti morto il Re D. Federico, non lasciando di
se prole maschile, e succeduta in quel Regno nell'anno 1368
Maria sua figliuola, nè Regina di Trinacria volle essere nomata,
nè investitura alcuna prese da' Romani Pontefici. Le stesse pedate
furono calcate da Martino I d'Aragona, che nell'anno 1402
succedè a Maria, e da Martino II suo successore. E morto questi
senza figliuoli, essendo stato nell'anno 1411 eletto Re d'Aragona,
di Valenza e di Sicilia Ferdinando d'Aragona figliuolo di
Giovanni Re di Castiglia, questi tramandò al suo figliuolo
Alfonso, il quale nell'anno 1416 succedè in tutti i suoi Regni,
anche coll'istesse condizioni il Reame di Sicilia, non ricercandone
da' Pontefici romani investitura alcuna, siccome fecero da poi
tutti gli altri loro successori; tantochè nel Regno di Sicilia,
siccome per lo bisogno e circostanze di que' antichi tempi fu
introdotto allora costume di prender l'investitura di quell'isola da'
Romani Pontefici, così ora per desuetudine e per contrario uso si
è quella affatto tolta ed abolita: tal che oggi quel Regno rimane
116
totalmente libero ed indipendente.
Dall'altra parte, a questi tempi del Re Luigi di Taranto, si vide
dependente e tributario de' Re di Napoli, secondo le riferite
condizioni di questa pace; ma tali condizioni non furono mai
adempite, nè ebbero alcuna esecuzione; poichè se bene in un
diploma rapportato da Inveges193 di Gregorio XI del 1373 spedito
poco da poi conchiusa questa pace, fosse nominato il Regno di
Napoli col nome di Regno di Sicilia, e quello di Sicilia, col nome
di Trinacria, nulladimanco niuno de' Re di quell'isola ne' loro
diplomi s'intitolarono Re di Trinacria, ma di Sicilia ultra Pharum,
chiamando il Regno napoletano Sicilia citra Pharum, come si
legge ne diplomi di Martino e degli altri Re di Sicilia suoi
successori. Ed essendosi questi due Regni da poi uniti nella
persona d'Alfonso I d'Aragona, egli fu il primo, che cominciò a
intitolarsi Re dell'una e l'altra Sicilia. Nè si legge essersi
riconosciuto quel Regno da' Re di Napoli, e che nel dì statuito di
S. Pietro si fossero mai pagate per tributo le 3000 once d'oro, nè
pagati i cento uomini d'armi e le dieci galee armate, convenute
nelle Capitolazioni sudette; poichè i Re di Napoli, insino ad
Alfonso I d'Aragona, furono in tante guerre distratti e per tante
rivoluzioni interne del Regno agitati, che non poterono pensare ad
altro, che alla propria loro salute e alla conservazione del proprio
Regno, come diremo.
Terminata in cotal guisa la guerra di Sicilia, e ripressi i moti
intestini del nostro Regno, ritornò a godersi la quiete; ma non
durò guari, poichè nell'anno 1362 ammalatosi di febbre
acutissima Re Luigi venne a morte, non avendo più che 42 anni.
Fu questo Principe bellissimo di corpo e d'animo, e non meno
savio, che valoroso; ma fu poco felice nelle sue imprese,
perocchè ritrovandosi il Regno travagliato ed impoverito per tante
guerre e per tante dissensioni, non ebbe luogo, nè occasione dì
adoperare il suo valore, massimamente nell'impresa di Sicilia.
193
Inveges tom. 3. Histor. Paler.
117
Narra Matteo Palmerio nella vita del Gran Siniscalco
Acciajoli, che Innocenzio VI successore di Clemente s'era offeso
e grandemente crucciato col Re Luigi, perchè non gli pagava il
solito censo; e perciò il Re mandò Ambasciadori in Avignone per
placarlo, e questi furono l'Acciajoli e l'Arcivescovo di Napoli
Giovanni; ed il Bzovio aggiunge, che a Bertrando successor di
Giovanni fu data facoltà da Innocenzio VI d'assolvere il Re Luigi
in articulo mortis dalla scomunica ob non solutum Romanae
Ecclesiae censum194. Regnò Luigi cinque anni prima che fosse
coronato, e dieci dopo l'incoronazione. Fu mandato il suo
cadavere nel Monastero di Monte Vergine presso Avellino 20
miglia lontano da Napoli, e fu sepolto appresso la sepoltura
dell'Imperadrice Margherita sua madre, ove ancor oggi si addita il
suo tumulo sostenuto da otto colonne colla sola sua effigie, senza
iscrizione. Non lasciò figliuoli, perchè due femmine, che procreò
con la Regina Giovanna, morirono in fascia.
Morì non molto tempo da poi in Napoli il Principe di Taranto,
e fu sepolto nella chiesa di S. Giorgio maggiore, e lasciò erede
del Principato e del titolo dell'imperio Filippo suo fratello
terzogenito195. Questo Principe poco innanzi avea tolto per moglie
Maria sorella della Regina, la quale poco da poi morì; onde tolse
la seconda moglie, che fu Elisabetta figliuola di Stefano Re di
Polonia, colla quale visse fin al 1368, anno della sua morte196.
Morì egli in Taranto ove giace sepolto, nè lasciò di se figli, onde
lasciò il Principato di Taranto, con il titolo dell'Imperio a
Giacomo del Balzo figliuolo di Margarita sua sorella e di
Francesco Duca d'Andria. Morì ancora Luigi di Durazzo Conte di
Gravina e di Morcone, e fu sepolto nella Chiesa di Santa Croce,
appresso il sepolcro della Regina Sancia, il quale lasciò un
figliuolo chiamato Carlo, che, come si dirà, fu poi Re di Napoli, e
194
V. Chiocar. de Archiep. Neap. ann. 1359. Ughell. de Archiep. Neap. pag.
195, 196.
195
Costanzo lib. 7.
196
Tristan. Caracc. In Geneal. Car. I.. Summ. Tom. 2 lib. 3, p. 446 & 447
118
poco appresso morì in Francia Roberto Principe della Morea,
fratello del Conte, amendue figliuoli di Giovanni Duca di
Durazzo; onde con esempio notabilissimo della fragilità delle
cose umane, di così numerosa progenie del Re Carlo II non
rimase altro maschio, che Lodovico Re d'Ungaria e Carlo di
Durazzo nel Regno di Napoli, figliuolo del già detto Luigi di
Durazzo. E non guari da poi si vide perduto tutto ciò, che questa
progenie possedeva in Grecia; poichè ritenendosi per anche Corfù
e Durazzo, avendo la Regina Margarita moglie del Re Carlo di
Durazzo (mentre suo marito era in Ungaria, ed ella governava)
fatta pigliare una nave de' Veneziani, nè volendola restituire, ma
ritenendosela con tutte le mercatanzie che vi erano di molta
valuta, diede occasione a' Veneziani, che dopo la morte del Re,
con questa scusa occupassero il Ducato di Durazzo, nel quale finì
di perdersi quanto la linea di Re Carlo I avea posseduto in
Grecia197.
CAPITOLO III.
119
Majorica, chiamato Giacomo d'Aragona, giovane bello e
valoroso; onde parea ch'essendo anche la Regina d'età di 36 anni,
si potesse ragionevolmente sperare ch'avessero insieme a far
figliuoli, e conchiuso il matrimonio, venne lo sposo sulle Galee in
Napoli in quest'anno 1363 e fu da' cittadini ricevuto come Re.
Sposò egli la Regina, e da lei fu creato Duca di Calabria: ma
l'avversa fortuna del Regno non volle; poichè questo matrimonio
fu poco felice, perchè guerreggiando il Re di Majorica con quello
d'Aragona suo cugino per lo Contado di Rossiglione, e di
Cerritania, volle il nuovo marito della Regina andare a servire il
padre in quelle guerre, ove prima fu fatto prigione, e poi riscosso
dalla Regina, e tornandovi la seconda volta vi morì. Restò molti
anni la Regina in veduità, e governò con tanta prudenza, che
acquistò nome della più savia Reina, che sedesse mai in Sede
reale; per la qual cosa quasi risoluta di non tentare più la fortuna
con altri mariti, cominciò a pensare di stabilirsi successore nel
Regno. Si aveva ella allevata in Corte Margarita, figliuola ultima
del Duca di Durazzo e di Maria sua sorella; e questa pensò di dare
a Carlo di Durazzo con dispensazione appostolica, poichè erano
tra di loro fratelli cugini; ma questo suo pensiere fu per qualche
tempo impedito, perchè avendo il Re d'Ungaria guerra con i
Veneziani, mandò a chiamare Carlo di Durazzo dal Regno di
Napoli, che avesse a servirlo in quella guerra. Questi ancor che
fosse molto giovane, andò con una fioritissima compagnia di
Cavalieri, e servì là molti anni; il che fece stare sospeso l'animo
della Regina, sospettando, che nel cuore del Re d'Ungaria fossero
rimaste tante reliquie dell'odio antico, che bastassero a far
ribellare da lei Carlo; però al fine, come si dirà poi, riuscì pure la
deliberazione fatta di tal matrimonio, dal quale per altra via ne
seguì la rovina sua.
Ma dall'altra parte, parendo ad ogni uomo di potere
agevolmente opprimere una donna, rimasta così sola col peso del
governo d'un Regno tanto grande e di sì feroci province, se
120
mancavano ora i Reali di perturbarlo, non mancarono i vicini ed i
più potenti Baroni di quello. Fu turbato prima da Ambrosio
Visconte figliuolo bastardo di Bernabò Signore di Milano, il
quale entrato nel Regno per la via d'Apruzzo con dodicimila
cavalli, ed occupate per forza alcune Terre di quelle contrade,
camminava innanzi con incredibile danno e spavento; ma la
Regina con quel suo animo virile e generoso, tosto lo represse,
poichè unite come poté meglio sue truppe, sconfisse l'esercito
nemico, e liberò il Regno da tale invasione.
Questa vittoria diede grand'allegrezza alla Regina, la quale
trovandosi ora nel più quieto stato volle andare a visitare gli Stati
di Provenza e gli altri che possedeva in Francia, ed andò
principalmente in Avignone a visitare il Papa Urbano V, che ad
Innocenzio VI, successor di Clemente, era succeduto; dal quale fu
benignissimamente accolta e con grandissimo onore198. Poi
essendo stata alcuni mesi a visitare tutti que' Popoli, e da loro
amorevolmente presentata, se ne ritornò in Napoli molto
contenta, per aversi lasciato il Papa benevolo ed amico.
Giunta in Napoli mandò in effetto il matrimonio di Carlo di
Durazzo con Margarita sua nipote, mostrando a tutti intenzione di
voler lasciare a loro, il Regno dopo la sua morte; ma non per
questo Carlo di Durazzo lasciò il servizio del Re d'Ungaria, anzi
con buona licenza e volontà della Regina tornò nella Primavera di
quest'anno 1370 a servire quel Re contro i Veneziani, lasciando
Margarita con una fanciulla di circa sei mesi chiamata Maria,
come l'avola materna, e lei gravida, la quale nel principio del
seguente anno partorì un'altra figliuola chiamata Giovanna, come
la Regina sua zia, che poi, come diremo, fu Regina di Napoli.
Ma mentre il Regno stava per rifarsi, avendo tregua
dall'invasioni esterne, fu tutto sconvolto per una guerra intestina,
che fu cagione di molti mali; perocchè essendo spenti tutti gli
altri Reali, rimase grandissimo Signore Francesco del Balzo Duca
198
IV. Vita Urb. V. apud Baluz. tom. 1 pag. 424.
121
d'Andria, perchè, come si disse, colla morte di Filippo Principe di
Taranto suo cognato, ch'avea lasciato erede Giacomo del Balzo
suo figliuolo, come tutore di lui, possedeva una grandissima
Signoria, e per questo era divenuto formidabile a tutti i Baroni del
Regno: onde pretendendo, che la città di Matera appartenesse al
Principato di Taranto, la quale era posseduta allora da un Conte di
Casa Sanseverino, andò con genti armate, e la tolse di fatto a quel
Cavaliero, minacciando ancora di torgli alcune altre Terre
convicine. Per questo insulto i Sanseverineschi, che per numero
di Personaggi e di Stato erano i più potenti Baroni del Regno,
ebbero ricorso alla Regina, la quale subito mandò al Duca a
dirgli, che si contentasse di porre la cosa in mano d'arbitri, ch'ella
eleggerebbe non sospetti, e non volesse mostrare far tanto poco
conto di lei. Ma il Duca rifiutando ogni partito, volle persistere
nella sua pertinacia di voler la Terra per forza, onde la Regina
dopo aver chiamati tutti i parenti del Duca ed adoperati più
mezzi, desiderosa di tentare ogni cosa, prima che venire ad usare i
termini della giustizia, poichè vide l'ostinazione del Duca,
comandò, che fosse citato; e continuando il Duca nella solita
contumacia, volle ella un dì a ciò deputato, sedere in sedia reale
con tutto il Consiglio attorno, e profferire la sentenza contro del
Duca come ribelle: fatto questo, ordinò a' Sanseverineschi, che
dovessero andare ad occupare, non solo la Terra a lor tolta, ma
quante Terre avea in Puglia il Duca in nome del Fisco reale, come
giustamente ricadute alla Corona per la notoria ribellione di lui.
Bisognò contrastar lungamente per debellare il Duca, il quale
s'era posto in difesa; finalmente gli fu forza, debellato che fu,
fuggirsene dal Regno, onde la Regina avendo occupati tutti i suoi
Stati, ed essendosi a lei rese Tiano e Sessa, per rifarsi della spesa,
che avea fatta in questa guerra, vendè Sessa a Tommaso di
Marzano Conte di Squillaci per venticinquemila ducati, e Tiano
per tredicimila a Goffredo di Marzano Conte d'Alifi; ma a
Tommaso concesse il titolo di Duca sopra Sessa, e fu il secondo
122
Duca nel Regno dopo quello d'Andria. Mandò ancora a pigliar la
possessione del Principato di Taranto perchè il picciolo Principe,
dopo la fuga del padre, s'era ricovrato in Grecia, dove possedeva
alcune terre.
Ma non si ristette il Duca d'Andria di tentar nuove imprese;
poichè essendo ad Urbano succeduto Gregorio XI suo parente,
ebbe ricorso a costui, dal quale fu bene accolto, e parte con danari
ch'ebbe da lui sotto spezie di sussidio, parte con alcuni, che
n'ebbe dalle Terre, ch'egli possedeva in Provenza, se ne ritornò in
Italia, dove se gli offerse gran comodità di molestare il Regno e la
Regina, perchè trovandosi allora Italia universalmente in pace,
molti Capitani di ventura oltramontani stavano senza soldo, tal
ch'ebbe poca fatica con quella moneta che avea raccolta, ma con
assai più promesse a condurgli nel Regno. Entrovvi egli con
tredicimila persone da piedi e da cavallo, e con grandissima
celerità giunse prima a Capua, che la Regina avesse tempo di fare
provisione alcuna; onde non solo tutto il Regno fu posto in
iscompiglio, ma la città di Napoli istessa in grandissimo timore e
sospetto; contuttociò la Regina ch'era da tutti amata e riverita, si
provide ben tosto per la difesa, e già s'apparecchiava di far la
massa dell'esercito a Nola, quando il Duca avvicinandosi ad
Aversa, andò a visitare Raimondo del Balzo suo zio carnale Gran
Camerario del Regno, persona, e per l'età, e per la bontà
venerabile e di grandissima autorità, il quale stava in un suo
casale detto Casaluce. Questo grand'uomo, tosto che vide il
Nipote, cominciò ad alta voce a riprenderlo e ad esortarlo, che
non volesse essere insieme la ruina, e 'l vituperio di Casa del
Balzo, con seguire un'impresa tanto folle ed ingiusta: perchè bene
avea inteso, che le genti ch'egli conducea seco, erano ben molte
di numero, ma pochissime di valore, nè potrebbe mancare che
non fossero sconfitte dalle forze della Regina, e di tutto il
Baronaggio del Regno, al quale egli era venuto in odio per la
superbia sua insopportabile. Il Duca sbigottito, e pien di scorno
123
alle parole del buon vecchio, non seppe altro che replicare, se non
che quel che facea era tutto per riavere lo Stato suo, il quale non
si potea altrimenti per lui recuperare, per molto che esso avesse
pentimento della ribellione. Replicogli il zio, che questa via che
avea pigliata, non era buona, anzi gli averia più tolta la speranza
di ricovrare lo Stato per sempre, e che 'l meglio era cedere, e
cercare, con intercessione del Papa, di placare l'animo della
Regina. Valse tanto l'autorità di quello uomo, che 'l Duca vinto da
quelle ragioni, prese subito la via di Puglia con le genti che avea
condotte, sotto scusa di volere ricovrare le Terre di quella
provincia; e come fu giunto alla campagna d'Andria proccurò, che
gli fosse posto in ordine un naviglio, in cui, disceso alla marina,
s'imbarcò, e ritornò in Provenza a ritrovare il Papa. Le genti, che
avea condotte, trovandosi deluse, si volsero a saccheggiare alcune
terre picciole, per indurre la Regina ad onesti patti; e perch'ella
desiderava molto la quiete, patteggiò con loro, ch'uscissero fuor
del Regno, pigliandosi sessantamila fiorini. Queste cose fur fatte
fin all'anno 1375, nel qual morì Raimondo del Balzo Gran
Camerario, lasciando di se ornatissima fama; la Regina ebbe gran
dispiacere della perdita di un Baron tale, e creò in suo luogo Gran
Camerario Giacomo Arcucci Signore della Cirignola.
La Regina in questi tempi, o che le fosse venuto in sospetto il
troppo amore di Carlo di Durazzo verso il Re d'Ungaria, e che
temesse di quel che poi successe, o che fosse istigata dal suo
Consiglio per vedersi così sola a dover sempre combattere a'
continui moti del Regno: determinò di togliere marito, perchè,
ancora ch'ella fosse in età d'anni quarantasei, era sì fresca, che
dimostrava molta attitudine di far figli: tolse dunque per marito
Ottone Duca di Brunsuic, Principe dell'Imperio e di linea
imperiale, Signor prudente e valoroso199, e d'età conveniente alla
sua e volle per patto che non s'avesse da chiamare Re, per riservar
forse a Carlo di Durazzo la speranza della successione del Regno.
199
Theodoric. b Niem lib. 1 de Schismate, cap. 6, 6, 34, 65.
124
Venne Ottone nel dì dell'Annunziata del seguente anno 1376 ed
entrò in Napoli guidato sotto il Pallio per tutta la città con
grandissimo onore sino al Castel Nuovo dov'era la Regina, ed ivi
per molti giorni si ferono feste reali.
Questo matrimonio dispiacque assai a Margarita di Durazzo, la
quale nel medesimo tempo avea partorito un figliuol maschio, che
fu poi Re Ladislao, ed ella se ben credea per certo, che dalla
Regina non fossero nati figliuoli, tuttavia dubitava, che
introducendosi Ottone nel Regno con gente tedesca, si sarebbe
talmente impadronito delle fortezze e di tutto il Regno, che
sarebbe stato malagevole cacciarlo, ed ella ed il marito ne
sarebbero rimasti esclusi. Ma la Regina con molta prudenza stette
ferma in non volere dare il titolo di Re al marito, riserbandolo, se
la volontà di Dio fosse stata di dargli alcun figliuolo; e sempre nel
parlare dava segno di tenere cura, che 'l Regno rimanesse nella
linea mascolina del Re Carlo II. E per mostrar amorevolezza e
rispetto al marito gli fece donazione di tutto lo Stato del Principe
di Taranto, ricaduto a lei per la ribellione di Giacomo del Balzo
figliuolo del Duca d'Andria, il quale Stato era mezzo Regno.
Dopo queste nozze si visse due anni nel Regno quietamente, e la
Regina diede secondo marito a Giovanna dì Durazzo, sua nipote
primogenita del Duca di Durazzo e della Duchessa Maria sua
sorella, il quale fu Roberto Conte d'Artois figliuolo del Conte
d'Arras.
CAPITOLO IV.
125
al Concilio di Costanza. Avea Papa Gregorio XI trasferita la Sede
Appostolica da Avignone, ov'era stata da Clemente V sin
dall'anno 1305 traslatata, e dimorata settantadue anni, in Roma,
ov'egli giunse il dì 17 di gennajo di questo nuovo anno 1377.
Quivi egli morì a' 27 marzo del seguente anno 1378. I Romani, i
quali in tanto tempo che la Sede Appostolica era stata in Francia,
aveano patito infinito danno, vollero servirsi della occasione di
ristabilire nella lor città la Corte del Papa, proccurando che
dovesse eleggersi un Romano, o per lo meno un nativo d'Italia;
all'incontro vedendo che in Roma non v'erano allora più che
sedici Cardinali, de quali v'erano dodici oltramontani e quattro
soli Italiani, dubitarono, e con ragione, ch'essendo maggiore il
numero de' primi, non era verisimile che la pluralità de suffragi
per l'elezione del Papa fosse in favore d'un Italiano; e per questo
levato un tumulto, presero l'armi, e quando i Cardinali furono
entrati in Conclave il dì 5 aprile di quest'anno 1378 concorsa ivi
una moltitudine di Popolo, circondò il palazzo, e cominciò a
gridare, Romano lo vogliamo. Questo grido durò tutta la notte: il
giorno seguente il Popolo essendosi di nuovo adunato in maggior
numero, andò con furia maggiore al Conclave, minacciando di
rompere le porte, e di tagliare a pezzi i Cardinali franzesi, se non
eleggevano un Papa, che fosse romano o almeno d'Italia. I
Cardinali intimoriti lo promisero al Popolo, ma con protesta fra
loro, che ciò sarebbe seguito per la violenza, che loro si faceva,
non già che l'elezione in futuro dovesse valere. In fatti elessero
tumultuariamente persona fuori del Collegio de' Cardinali, che
per la sua poca abilità, potesse esser con facilità cacciata dal
Papato. Questi fu Bartolommeo Prignano Arcivescovo di Bari,
nato in Napoli, secondo Panvinio, da vili parenti; ma il nostro
Giovanni Villani200, e Teodorico di Niem201, dicono esser nato nel
200
Villan. lib. 12 cap. 17.
201
Theodoric. lib. 1 de Schismate, cap. 9.
126
castello d'Itri del Contado di Fondi202. Visse quasi sempre in
Francia appresso la Corte del Papa nella Cancelleria Appostolica,
indi fatto Arcivescovo d'Acerenza, passò poi a quello di Bari.
Essendosi sparsa in Roma la voce, che l'Arcivescovo di Bari era
stato eletto, il Popolo confondendolo con Giovanni di Bar
francese, cameriere maggiore del Papa defunto, cominciò di
nuovo le sue violenze. Il Cardinal di S. Pietro comparì alla
finestra del Conclave per placare il tumulto, e molti vedendolo
dissero: questi è il Cardinal di S. Pietro: subito il popolaccio
credette, che quegli fosse il Cardinale ch'era stato eletto, e si pose
a gridare, viva, viva S. Pietro. Alquanto da poi il Popolo ruppe le
porte del Conclave, arrestò i Cardinali, e rubò i loro mobili,
domandando sempre un Cardinal romano: alcuni domestici de'
Cardinali avendo loro detto, non avete voi il Cardinale di S.
Pietro? eglino lo presero, lo vestirono degli abiti Pontificali, lo
posero su l'Altare, ed andarono all'adorazione, benchè gridasse,
che egli non era Papa, ed esserlo non voleva. I Cardinali durarono
molta fatica a salvarsi, chi nelle lor case, chi nel castello di S.
Angelo. L'Arcivescovo di Bari divenuto in un tratto superbo ed
austero e molto astuto, conoscendo l'intenzione de' Cardinali, si
fece subito il giorno seguente acclamare da alcuni Cardinali,
violentati a farlo da' Magistrati. Egli prese il nome d'Urbano VI e
scrisse a tutti i Cristiani, notificando loro l'elezione fatta, e tenne
per lo principio molto a freno i Cardinali, dubitando di quel che
poi successe, cioè, che avrebbero pensato a cacciarlo dal
Papato203. Dall'altra parte i Cardinali, ancorchè pubblicamente
fossero stati costretti a riconoscerlo, scrissero però segretamente
al Re di Francia, ed agli altri Principi cristiani, che l'elezione era
nulla, e che non era stata lor intenzione, che e' fosse riconosciuto
per Papa; e poco da poi sotto pretesto di fuggire i calori della
state, i dodici Cardinali oltramontani uscirono l'un dopo l'altro da
202
V. Baluz. in Notis ad Vitas PP. Aven. tom. 1 pag. 1333.
203
V. Baluz. loc. cit. pag. 1176 et seqq.
127
Roma nel mese di maggio, e si portarono in Anagni. Ma il
Cardinale Ursino fratello del Conte di Nola, sotto scusa di venire
a visitare i parenti nel Regno, impetrò da Urbano licenza, e venne
a trovar la Regina; e su la certa credenza che i Cardinali
avrebbero rivocata l'elezione, cominciò a pregarla, che in tal caso
avesse voluto intercedere coi Cardinali provenzali, che avendosi
da fare nuova elezione per soddisfazione del Popolo Romano,
avessero creato lui.
La Regina, come donna savia e prudente, non si volle muovere
per le richieste del Cardinale, anzi mandò a Roma Niccolò
Spinelli di Napoli, ma di patria di Giovenazzo, quel nostro
famoso Dottor di leggi Conte di Gioja, e Gran Cancelliero del
Regno, a rallegrarsi con Urbano della sua elezione ed a dargli
ubbidienza. Ma questo risalito Papa mostrò fare tanto poco conto
di quest'ufficio della Regina, e della persona del Gran
Cancelliere, trattandolo incivilmente204, che questi che 'l
conosceva nella vita privata per uomo di basso affare, e
giudicandolo indegno del Papato per la natura ritrosa, se ne venne
tanto mal soddisfatto di lui che si crede, che da quella ora pensò
d'essere ministro della nuova elezione d'un altro Papa. A questo
s'aggiunse che pochi dì da poi, essendo andato il Principe Ottone
in Roma a visitarlo, alcuni dicono per avere l'investitura del
Regno205, altri per supplicarlo, ch'essendo restato il Regno di
Sicilia per successione in man di donna, avesse fatta opera che
quella fosse data per moglie al Duca Baldassarre di Brunsuich
suo fratello; ma sia che si voglia, è cosa certissima, che non solo
dal Papa non potè ottenere cosa che volle, ma fu anche mal
veduto, e trattato poco onorevolmente: narrando Teodorico di
Niem206, che fu Segretario d'Urbano, che Ottone trovandosi col
Papa quando era a pranzo, ed essendogli dato il bicchiere per
204
V. Baluz. in Notis ad Vitas PP. Aven. tom. 1 p. 1125.
205
V. Baluz. loc. cit. et pag. 1124.
206
Theodor. a Niem de Schism. lib. 1 loc. cit. V. Baluz. loc. cit. pag. 1124
128
dargli a bere, come è costume, il Papa, fingendo di ragionare
d'altri negozj, il fece stare inginocchiato un gran pezzo senza
bere, finchè uno dei Cardinali, che aveva maggior confidenza con
lui, gli disse, Padre Santo è tempo che beviate; per la qual cosa il
Principe se ne ritornò con molto maggiore scorno di quello
ch'ebbe l'Ambasciadore.
Lo stesso Autore207, e colui, che scrisse la vita d'Urbano,
dicono ch'essendo stato più, che fosse mai uomo, avido di voltare
tutte le forze del Papato in fare grandi i suoi, avesse pensato
dall'ora di trasferire il Regno di Napoli nella persona di Carlo di
Durazzo, tenendo per certo poter aver da lui più larghi partiti, e
maggiori Signorie nel Regno per Butillo, e Francesco Prignano
suoi nipoti che non avrebbe avuti dalla Regina Giovanna e dal
Principe Ottone. Il Duca d'Andria che avea seguitato in Roma
Papa Gregorio XI con isperanza che l'avesse fatto ricovrar gli
Stati, si trovava allora in Roma in bassa fortuna; ed avendo dopo
la morte di Gregorio conosciuto l'animo del nuovo Papa, poco
amico della Regina, cominciò a trattar con lui, che si chiamasse
Carlo di Durazzo all'impresa del Regno, dimostrandogli che
agevolmente sarebbe successa felice, perchè già teneva avvisi da
Napoli che tutto 'l Regno stava mal soddisfatto, ed in timore di
restare sotto il dominio d'Ottone; e per contrario era gran
desiderio tra' Baroni, e tra' Nobili Napoletani di vedere Carlo di
Durazzo unico germe nel Regno della Casa d'Angiò; tanto più,
quantochè nella milizia che avea esercitata in servizio del Re
d'Ungaria, era diventato famoso nell'arte della guerra, non meno
per valor di persona che di giudizio. Con queste persuasioni gli fu
cosa leggiera persuadere al Papa quello, a che egli stava
inclinatissimo, e però senza dimora mandò Urbano ad invitar
Carlo che stava in Italia nel Trivigiano a guerreggiare con i
Veneziani che venisse armato in Roma, perch'egli avea deliberato
di privar la Regina Giovanna del Regno, e chiuderla in un
207
Theodor. lib. 1 cap. 7, 8.
129
Monastero, e dar a lui l'investitura e possessione del Regno208.
Carlo per lo principio mostrò molta freddezza in accettare
l'impresa, perchè dall'una parte lo stringea la pietà della Regina e
li beneficj verso di lui, i quali erano meritevoli di gratitudine, e
dall'altra la difficoltà di pigliar l'impresa, dubitando che se
lasciava il Re d'Ungaria nell'ardore di quella guerra, non avrebbe
avuto da lui favore alcuno.
Questa pratica non potè esser tanto secreta che la Regina non
n'avesse avviso a Napoli, onde ristretta col suo Consiglio deliberò
di provvedervi. Il nostro Giureconsulto Niccolò di Napoli ch'era il
primo di valore e d'autorità nel Consiglio, ed era uomo di grande
spirito, e portava odio particolare al Papa, propose non esservi
altro miglior espediente per divertire il Papa da questa impresa, se
non d'incitare i Cardinali a far nuova elezione: alla qual proposta
applaudendo Onorato Gaetano Conte di Fondi, molto potente in
Campagna di Roma, e che per essere stato Vicario Generale, e
Governadore di tutto lo Stato ecclesiastico e di Campagna con
grandissima autorità mentre la Sede Appostolica era stata in
Francia, desiderava l'assenza della Corte da Italia, per tornare nel
medesimo grado: la cosa fu subito conchiusa, e fu deliberato che
si tenesse un Concilio nella città di Fondi. I Cardinali franzesi che
si erano portati in Anagni, subito che ivi furono giunti,
dichiararono che l'elezione d'Urbano era nulla, come fatta contro
lor voglia, e contra il solito stile; onde subito che intesero il
trattato fatto in Napoli, vennero tutti a Fondi, dove erano restati in
appontamento di ritrovarsi insieme coi tre Cardinali Italiani; ed
alfine entrati in Conclave il dì 20 settembre dopo essersi molto
maneggiati per far cessare la contesa ch'era sopra l'elezione fra'
Cardinali Italiani, dopo aver dichiarata nulla l'elezione d'Urbano,
il Cardinal di Fiorenza propose d'eleggere Ruberto Cardinal di
Ginevra di Nazione alemanna. Tutti i Cardinali, eccettuati i tre
208
Theodor. a Niem loc. cit. cap. 21. Baluz. loc. cit. pag. 1127.
130
Italiani, gli diedero i loro suffragi209; prese egli il nome di
Clemente VII e fu coronato il dì 21 del medesimo mese. Era egli
fratello d'Amadeo Conte di Ginevra, ed era stato Vescovo di
Tervana e poi di Cambray, indi da Gregorio XI era stato creato
Cardinale, e di qua cominciò lo scisma. Urbano rimasto solo col
Cardinal di Santa Sabina si mantenea nel possesso di Roma, ma il
castel di Sant'Angelo stava per Clemente. I Romani l'assediarono,
lo presero in fine e lo demolirono. Urbano fece subito nuova
elezione di Cardinali, e scrisse a tutti i Principi e Repubbliche de'
Cristiani, notificando la rebellione de' Cardinali per loro tristizia,
e non già ch'egli non fosse stato legittimamente creato per Vicario
di Cristo, e persuadeva ad ogni uno che dovesse tenere il Papa
eletto da costoro per Antipapa, e loro tutti per Eretici e
Scismatici, e privati d'ogni dignità ed Ordine sacro; divulgando
ancora che questa ribellione avea avuta radice nel timore che i
Cardinali aveano, per gl'inonesti costumi loro, della riforma
ch'egli voleva fare. I Cardinali che egli creò furono la maggior
parte Napoletani e di Regno, e tra gli altri Fra Niccolò Caracciolo
Domenicano Inquisitore in Sicilia, Filippo Carafa Vescovo di
Bologna; Guglielmo da Capua, Gentile di Sangro, Stefano
Sanseverino, Marino del Giudice di Amalfi Arcivescovo di
Taranto e Camerlengo della Sede Appostolica, e Francesco
Prignano suo nipote; e per aver maggior parte in Napoli e nel
Regno, conferì a loro, e ad altri loro aderenti tutte le chiese
principali ed altre dignità ecclesiastiche nel Regno. In oltre per
porre la città di Napoli in divisione, privò Bernardo di Montoro
Borgognone dell'Arcivescovado di Napoli, e lo conferì all'Abate
Bozzuto Gentiluomo di molta autorità, e di gran parentado nella
città210; e per ultimo per mezzo del medesimo Duca d'Andria,
mandò a chiamare Carlo di Durazzo, che a quel tempo si trovava
nel Friuli. Carlo a questa seconda chiamata non fu sì renitente,
209
V. Baluz. loc. cit. pag. 1098, 1207 et 1398.
210
V. Chioccar. de Archiepisc. Neap. ann. 1378.
131
come alla prima, perchè avea già avuto avviso da Napoli, che la
Regina avendo preso sospetto di lui faceva grandi favori a
Roberto di Artois, che era marito della sorella primogenita di
Margarita, tal che entrato in gelosia, promise al Duca di venire,
purchè si trattasse dal Papa, ch'il Re d'Ungaria gli desse buona
licenza, e qualche favore ed aiuto, perchè da se non aveva altre
forze che circa 100 cavalli napoletani che l'aveano sempre servito
in quella guerra, ed intanto s'apparecchiava per venire in Roma,
aspettando l'avviso del Re d'Ungaria.
Avendo in cotal guisa Urbano posta in divisione la città di
Napoli ove meno sperava, tirò al suo partito molte altre province
e Regni. Quasi tutte le città di Toscana e di Lombardia, insieme
co' Romani, riconoscevano lui per Papa. L'Alemagna e la Boemia
stette nel suo partito. Lodovico Re d'Ungaria pure lo riconobbe:
la Polonia, la Prussia, la Danimarca, la Svezia e la Norvegia
seguirono l'esempio dell'Alemagna, ed in Inghilterra, essendo
stati uditi i deputati de' due contendenti nel Parlamento, fu
approvata l'elezione d'Urbano e rigettata quella di Clemente.
Dall'altra parte Papa Clemente era riconosciuto nella Francia,
nella Scozia, in Lorena, in Savoia e nella Spagna, la quale
quantunque prima stesse per Urbano, si dichiarò poi per
Clemente; ma sopra tutti era riconosciuto e favorito dalla nostra
regina Giovanna, la quale, partito che fu Clemente di Fondi, ed
andato a Gaeta, e di là venuto a Napoli, lo ricevè con grandissimo
apparato nel castello dell'Uovo, e per fargli onore gli fece far un
ponte in mare di notabile lunghezza, dove egli venne a smontare.
La Regina con tutti quei, che erano andati ad incontrarlo, si
ridusse sotto l'arco grande del castello, il quale era adornato di
ricchissimi drappi, ed ivi collocarono la sede pontificale nel modo
solito, dove subito che fu Clemente assiso, la Regina col Principe
Ottone suo marito andò a baciargli il piede, ed appresso Roberto
d'Artois con la Duchessa di Durazzo sua moglie, dopo andò
Agnesa, ch'era vedova, poichè fu già moglie del Signor di
132
Verona, ed erasi ritirata in Napoli, e per ultimo Margarita sua
sorella, moglie di Carlo di Durazzo, che si trovava in Napoli;
seguì appresso a baciargli il piede un gran numero di Cavalieri e
Baroni, e donne, e damigelle leggiadramente vestite; poi saliti su
al castello, il Papa fu realmente alloggiato con tutti i Cardinali, e
stettero alcuni dì in continui conviti e feste, ed a richiesta della
Regina creò Cardinale Lionardo di Gifoni generale de' Frati
Minori.
Ma mentre duravano queste feste nel castel dell'Uovo, il
popolo Napoletano, che forse sarebbe stato quieto, se avesse
visto, che la Regina con maggior sicurtà avesse ricevuto il Papa
nella città, e fatto partecipare di queste feste la plebe avida di
nuovi spettacoli; parendo a molti di natura sediziosi, che la
Regina, come consapevole dell'error suo, non ardisse di fare
quella festa in pubblico, cominciò a mormorare contra di lei, che
per mal consiglio de' suoi Ministri, istigati da lor proprie passioni,
volesse favorire un Antipapa di nazione straniero e nutrire uno
scisma, con tanto scandalo di tutto il Mondo, contra la Sede
Appostolica, sempre fautrice sua e de' suoi progenitori e contra
un Papa napoletano, dal quale in universale, ed in particolare tutti
potevano sperare onori e beneficj; e come è costume del vulgo, in
ogni parte si parlava dissolutamente e con poco rispetto; ed un di
que' giorni avvenne, che un artegiano alla piazza della Sellaria
parlando licenziosamente contra la Regina, fu ripreso da Andrea
Ravignano nobile di Porta Nova; ma persistendo colui in dire
peggio che prima, Andrea gli spinse il cavallo sopra e lo percosse
in un occhio, di cui restò cieco, onde quelli della strada mossi in
grandissimo tumulto presero l'armi; e nel medesimo tempo dalla
piazza della Scalesia si mosse un sarto chiamato il Brigante,
nipote dell'artegiano offeso, uomo sedizioso ed insolente, il quale
trovando gli animi degli altri sollevati, e raccolto un gran numero
di popolo minuto, alzò le voci gridando: viva Papa Urbano: e
seguito da tutti quelli, scorse per le parti basse della città,
133
saccheggiando le case degli Oltramontani che vi abitavano.
Allora l'abate Luigi Bozzuto, che, come si è detto, era stato creato
da Papa Urbano, Arcivescovo di Napoli, e che per timore della
Regina stava nascosto nella sua casa, nè avea avuto ardire di
prendere il possesso dell'Arcivescovado, uscì fuori e
tumultuariamente aiutato dal popolo prese il possesso della chiesa
e del palagio Arcivescovile, cacciandone la famiglia
dell'Arcivescovo Bernardo211.
Questo tumulto di Napoli col sacco di tante case, ch'erasi
disseminato ne' casali d'attorno, ancorchè fosse stato ripresso da'
Nobili e da' gran Popolani, avendo prese l'armi, quietarono il
romore e poi corsero al castello, per mostrarsi pronti al servigio
della Regina e di Papa Clemente, pose in tanto timore il Papa, che
non bastandogli tutto ciò ch'erasi fatto ed offerto da' Nobili, volle
tosto imbarcarsi su alcune galee coi suoi Cardinali e gitone prima
a Gaeta, di là poi passò ad Avignone, dove restituì la Sede
pontificale, ed ivi per molto tempo fu ubbidito non men dalla
Francia che dalla Spagna, Scozia, Lorena e Savoia.
La Regina, benchè fosse per questi rumori rimasta assai
turbata, nulladimanco usando la solita virilità, confidata nella
prontezza de' Nobili, che aveano raffrenato l'ira ed il furore del
Popolo, ordinò a Raimondo Ursino figliuolo del Conte di Nola,
ed a Stefano Ganga Reggente della Vicaria, che con buona banda
di gente uscissero contro i ladroni del contorno, e da poi che
n'ebbero tagliati a pezzi un gran numero e molti presi, che furono
tenagliati e divisi in quarti entrarono nella città, e per ordine della
Regina andarono alle case del Bozzuto, e non ritrovandolo,
perocchè era scappato via, avendo veduto, che quei del Popolo
aveano deposte l'armi, fecero diroccare le case paterne
dell'Arcivescovo nel Seggio di Capuana, e poi fecero dare il
guasto alle sue possessioni. Il Brigante con alcuni altri Capi di
quel tumulto furono subito tutti insieme appiccati; tanto che il
211
V. Chioccar. de Archiep. Neap. ann. 1378.
134
Popolo minuto per lo grandissimo timore conceputo, si stava
rinchiuso nelle sue proprie case.
Non guari da poi si vide Napoli posta di nuovo tutta in armi e
sconvolgimenti, per cagion d'una gara che in que' tempi passava
tra' Nobili delle piazze di Capuana e Nido, con quelle di
Portanova, Porto e Montagna, pretendendo que' di Capuana e
Nido in vigor di una sentenza, che aveano riportata dal Re
Roberto, d'esser preposti così negli atti, come ne' governi delle
cose pubbliche a tutti gli altri Nobili dell'altre tre piazze, che per
ischerno chiamavano Mediani, quasi che fossero un secondo
stato, fra' Nobili ed il Popolo. All'incontro i Nobili de' tre seggi
andavan tessendo genealogie delle altre famiglie, dando loro
origini pur troppo basse, facendole originarie della costa
d'Amalfi, de' Casali intorno e d'altri luoghi più ignobili, dove, a
lor dire, i lor congiunti dimoravano esercitando ancora arti
meccaniche a vili. Dalle contumelie si venne alle armi, e fu fatta
strage grandissima per l'una parte e l'altra, e la città tutta posta in
iscompiglio e disordine. La povera Regina, a cui premevano cose
di maggior importanza, e che per riparare l'imminente tempesta
che le soprastava, avea mandato il principe Ottone a S. Germano,
non volle prender allora degli autori del tumulto e degli
omicidiali castigo; ma importandole darvi presto riparo, cacciò
fuori un indulto, col quale ordinando, che dato giuramento da
ambe le parti in mano d'Ugo Sanseverino gran Protonotario del
Regno di viver quieti, e di non vicendevolmente offendersi,
indultava tutti que' Cavalieri, per le morti e contenzioni
precedute, insino che col ritorno del principe Ottone suo marito,
non si fossero quelle discordie intieramente terminate. L'indulto,
di cui fa anche memoria Pier Vincenti212 nel suo Teatro dei
Protonotari, si legge impresso nella Storia del Summonte213, e fu
sotto li 3 settembre di quest'anno 1380 istromentato nel Castel
212
Vincenti in Teatr. Ugo Sanseverin.
213
Summonte part. 2 c. 3 pag. 457.
135
Nuovo di Napoli, per mano di Facio da Perugia Giureconsulto,
Viceprotonotario del Regno.
CAPITOLO V.
214
È rapportata da Chioccarel. in M. S. giurisd. tom. 1.
215
Rainald. ann. 1380 § 4.
136
giunto che fu Carlo in Roma, gli diede a primo giugno di questo
anno 1381 l'investitura del Regno con ispedirgliene Bolla, e fu in
Roma dichiarato Re di Napoli e di Gerusalemme, e quivi unto da
lui ed incoronato216.
(Presso Lunig217 si leggono le lettere di Papa Urbano VI
spedite in Roma nel 1381, colle quali dalla regina Giovanna
trasferisce il Regno in Carlo Duca di Durazzo. E nella pag. 1150
si legge il diploma di Carlo, spedito nel suddetto anno, dove
ricevè l'investitura datagli dal Papa, prestandogli giuramento di
fideltà, e si obbliga a tutte quelle leggi e condizioni, contenute
nell'investitura data da Clemente IV al Re Carlo I d'Angiò).
Co' denari ch'ebbe Carlo dal Re d'Ungaria soldò molta gente;
ma il Papa non volle che partisse da Roma, se prima non desse il
privilegio dell'investitura del principato di Capua e di molte altre
terre a Butillo Prignano suo nipote. Urbano avuta l'investitura per
suo nipote, mandò tosto a chiamare il conte Alberico Barbiano,
che era allora in Italia Capitano di ventura, sotto il di cui
stendardo teneva arrolata una gran compagnia di gente d'arme, e
soldò questo Capitano con le sue truppe, che l'unì a quelle di
Carlo; e volle anche, che con lui andasse per Legato appostolico
il Cardinal di Sangro, sperando con l'acquisto del Regno avere
gran parte di quello per gli altri parenti suoi.
Dall'altra parte la Regina accertata della coronazione di Carlo,
mandò subito per Ottone suo marito che si trovava in Taranto, e
fece chiamare al solito servigio tutti i Baroni del Regno; e
chiamati gli eletti della città, pubblicò la venuta del nemico ed
ottenne dalla città una picciola sovvenzione per porre in ordine e
pagare le genti, che avea condotte da Puglia il principe Ottone.
Ma si avvide in questa occasione, che i partegiani di Carlo eran
molti nel Regno, e che le tante case principali, ingrandite e
magnificate da Papa Urbano, le ostavano, e conobbe tardi non
216
Costanzo l. 7.
217
Tom. 2 p. 1147.
137
aver ella dato il conveniente antidoto all'artificio del Papa che
sarebbe stato, quando Clemente fu in Napoli, fargli creare una
quantità di Cardinali napoletani e del Regno, che avessero tenuta
la parte sua, e non contentarsi di far solo Cardinale un Frate, da
cui niente potea sperarsi. Venuta per ciò in diffidanza di potersi
mantenere con que' presidj che avea, prese un espediente, che
riuscì pur troppo funesto e lagrimevole per questo Reame, e che
fu cagione di tante sue revoluzioni e calamità, che sostenne non
meno che per due secoli seguenti218; poichè mandò il Conte di
Caserta in Francia a dimandare aiuto al re Giovanni I di Francia, e
per più incitarlo mandò procura d'adozione in uno de' figliuoli del
Re, Duca d'Angiò, chiamato Luigi fratello di Carlo V Re di
Francia successor di Giovanni, promettendo di farlo suo erede e
legittimo successore del Regno e degli altri Stati suoi; ed ordinò
al Conte, che procurasse in questa adozione il consenso del Papa
Clemente; dal quale da poi a' 30 maggio del 1381 fu spedita
Bolla, colla quale davasi l'investitura del Regno a Luigi ed alla
regina Giovanna, cioè a costei mentre vivea, e a Luigi in
perpetuo219; mandò anco in Provenza, ove tenea dieci galee,
comandando, che s'armassero subito e venissero in Napoli, acciò
ch'ella negli estremi bisogni avesse potuto usare il rimedio, che
l'era ben succeduto nell'invasione del Re d'Ungaria.
(L'Istromento di questa adozione si legge presso Lunig220, si
legge il diploma della Regina Giovanna, col quale a Luigi
d'Angiò, suo figliuolo adottivo, concede il titolo e le ragioni di
Duca di Puglia. Parimente poco giù221 si legge la Bolla di
Clemente VII colla quale conferma l'adozione suddetta. È ben
degno da riflettere ed ammirare il nuovo spettacolo, che ci
presenta questo scisma, tra Papa Urbano e Clemente, dando un
Papa per Re a Napoli Carlo di Durazzo, ed un altro Luigi d'Angiò
218
Scip. Ammir. ne' Ritratti parlando della Regina Giovanna Prima.
219
Chioc. M. S. Giurisd. tom. 1.
220
Lunig. pag. 1140 e seqq.
221
Pag. 1146.
138
fratello di Carlo V Re di Francia; ma ciò che merita maggior
riflessione come cosa ben singolare e nuova si è, che Clemente
VII per maggiormente interessar Luigi a' danni di Urbano, ed
opporgli un Principe, che avesse un nuovo titolo di scacciarlo
dallo Stato istesso della Chiesa romana, posseduto allora da
Urbano, non ebbe difficoltà con sua Bolla d'ergere lo Stato
romano in Regno, che chiamollo, Regnum Adriae, ed investirne
Luigi, e suoi eredi, e successori. Questo nuovo Regno era
composto di tali province, come si legge nella Bolla sud. §. 3.
Videlicet, Provincias Marchiae Anconitanae, Romandiolae,
Ducatus Spoletani, Massae Trabari nec non Civitates Bononiam,
Ferrariam, Ravennam, Perusiam, Tudertum, cum eorum omnibus
Comitatibus, territoriis et districtibus, et omnes alias et singulas
terras, quas ad praesens habere debemus, per quoscumque et
quacumque auctoritate possideantur, seu detineantur ad
praesens, exceptis, dumtaxat, urbe Roma cum ejus districtu, et
Provinciis Patrimonii S. Petri in Tuscia, Campania, et Maritima,
ac Sabina, seu Rectoratibus dictarum Provinciarum (per
Rectores regi solitis) quae terrae specialium commissionum
vocantur, nostrisque successoribus, et Romanae Ecclesiae,
expresse et specialiter retinemus, in unum Regnum erigimus ipsas
provincias, et Civitates cum earum comitatibus, districtibus seu
territoriis, dignitate Regia decoramus, ac Regnum Adriae
ordinamus, statuimus, et decernimus perpetuo nuncupari. Di
questo Regno ne fu investito Luigi, creandolo Re d'Adria,
regolando Clemente i gradi, il sesso e l'ordine della successione,
per tutti i suoi posteri e discendenti. Questa Bolla fu spedita in
Aprile del 1382 primo anno del suo Pontificato in Sperlonga della
diocesi di Gatta, ove Papa Clemente allor dimorava, la qual ebbe
dalla Regina Giovanna per suo asilo, e ricovro. Giovanni
Ludewig, come monumento molto singolare, tratta dal Codice di
Leibnizio, part. 1 Codicis jurisgentium n. 106 pag. 239 volle
anch'egli imprimerla tra le sue Opere Miscelle, Tom. 1 lib. 1.
139
Opus. 1. Cap. 4 §. 6. pag. 108 della quale non si dimenticò Lunig,
il qual pure tutta intera l'inserì nel suo Codice Dipl. Ital. Tom. 2
pag. 1167).
Questa deliberazione della Regina alienò gli animi di molti
dalla fede e dalla benivolenza di lei; perchè sebbene in generale
l'amavano grandemente, quando seppero l'andata del Conte di
Caserta in Francia, ed il proposito della Regina, desideravano
molto più avere per loro Signore Carlo di Durazzo, nato ed
allevato in Regno, e congiunto di sangue a molti Signori Baroni
principali del Regno, che vedere introdotto un nuovo Signore
franzese al dominio di quello, il quale conducendo seco nuove
genti oltramontane, pareva obbligato d'arricchirle degli Stati e
delle facoltà de' Regnicoli. Quindi avvenne, che andando Ottone
Principe di Taranto a San Germano, per opponersi a Carlo, che
veniva per quella strada, fu seguìto da pochissimi Baroni, tal che
senza vedere il nemico, fu costretto d'abbandonare il passo, e si
ritrasse con tutti i suoi in Arienzo. Ma Carlo non volle per la via
dritta andare in Napoli, giudicando assai meglio d'andare a
trovare il nemico, con disegno, che rompendolo in campagna,
avrebbe in un solo dì finita la guerra; ed andò a quest'effetto a
Cimitino vicino Nola, ove dal Conte di Nola fu visitato, e
ricevuto come Re. Il Principe Ottone mutando alloggiamento, si
pose fra Cancello e Maddaloni, e benchè Carlo andasse co' suoi in
ordinanza a presentargli la battaglia, non volle mai uscire dal
campo; ma per la via d'Acerra, e del Salice si ritirò verso Napoli;
e Carlo por la via tra Marigliano e Somma s'avviò pur verso
Napoli, tal che a' 16 Luglio di quest'anno 1381 a 15 ore, giunse
con tutto il suo esercito al Ponte del Selieto fuori la Porta del
Mercato, nel medesimo tempo, che il Principe era giunto fuori
Porta Capuana, e s'era accampato a Casanova. Erano questi due
eserciti tanto vicini, che gli uni si discerneano dagli altri: nel
Campo di Carlo era il Cardinal di Sangro Legato appostolico, il
Conte Alberico Capitan Generale delle genti del Papa, il Duca
140
d'Andria, il Nipote del Papa, che s'intitolava Principe di Capua,
Giannotto Protogiudice, che per la sua gran virtù ed esperienza
nell'armi, era stato creato da lui Gran Contestabile del Regno,
Roberto Orsino figliuolo primogenito del Conte di Nola, e
moltissimi altri Baroni e Cavalieri Napoletani222, ed altra gente
avventuriera: il Campo del Principe non avea tanti Baroni, ma
gran quantità di gentiluomini privati napoletani, e molti altri di
manco nome, perchè gli altri di maggior autorità, volle la Regina,
che rimanessero in Napoli. Stettero i due eserciti per tre ore di
spazio, aspettando l'uno qualche moto dell'altro, perchè Carlo
allora stava sospeso, dubitando della volontà del Popolo di
Napoli, la quale quando fosse stata inclinata alla fede della
Regina, non era sicuro per lui d'attaccar fatto d'arme: ma quando
s'intese, che nella città vi era grandissima confusione, perchè era
divisa in tre opinioni, l'una voleva lui per Re, l'altra volea gridare
il nome del Papa, e l'altra tenea la parte della Regina: allora si
mossero due Cavalieri napoletani, Palamede Bozzuto, e
Martuccio Ajes Capitani di Cavalli colle loro compagnie, e
guidati da alcuni di quelli, ch'erano usciti fuori la città, si posero
dalla banda del mare a passare a guazzo, ed entrarono per la porta
della Conceria, la quale per la fidanza, che s'avea, ch'era battuta
dal mare, non era nè serrata, nè avea guardia alcuna, e di là entrati
levarono romore al mercato con gran grido, dicendo viva Re
Carlo di Durazzo e Papa Urbano, e seguiti da quelli, ch'erano nel
mercato, facilmente ributtarono quei, ch'erano dalla parte della
Regina, che tutti si ritirarono nel castello, e si voltarono ad aprire
la porta del mercato, per la quale entrò Carlo con tutto il suo
esercito, e posto buon presidio di gente a quella Porta, andò alla
Porta capuana, dove similmente vi pose buona guardia, e mandò a
guardare anco quella di S. Gennajo, ed egli andò a Nido, e fece
fermare il campo a S. Chiara, onde potea vietare l'entrata ai
nemici per la Porta Donnorso e per la Porta Reale. Il Principe
222
Sono rapportati dal Costanzo lib. 7.
141
Ottone, poichè s'avvide la Cavalleria di Carlo esser entrata nella
città, si mosse colle sue genti per dar sopra la retroguardia de'
nemici; ma trovate chiuse le Porte se ne ritornò quella medesima
sera con le sue genti a Sicciano villa appresso Marigliano.
Carlo il dì seguente pose l'assedio al Castel Nuovo, dove oltre
li due nepoti della Regina, cioè la Duchessa di Durazzo, con
Roberto d'Artois suo marito, erano concorse quasi tutte le più
nobili donne della città, che per essere state semplicemente
affezionate della Regina, dubitavano esser maltrattate; vi era
ancora grandissima quantità di Nobili d'ogni età con le loro
famiglie, i quali furono cagione di più presta rovina, perchè parte
per benignità, parte per la speranza che la Regina avea, che le
galee di Provenza venissero presto, furono tutti ricevuti, e nudriti
di quella vittovaglia, ch'era nel castello, la quale avrebbe forse
bastato per sei mesi a' soldati, che la guardavano, e si consumò in
un mese. Durante quest'assedio il Principe, che cercava ogni via
di soccorrer la moglie, ritornò alle Paludi di Napoli, tentando, che
Re Carlo uscisse fuori a far fatto d'arme; ma i Capitani non
vollero, che si movesse, ma che il corpo dell'esercito attendesse a
guardar la città, e tener stretto il castello, dove sapeano, ch'era
ridotta tanta gente, che in breve sarebbe stretta per fame a
rendersi; onde il Principe vedendo, che niente giovavano i suoi
tentativi, si ritirò in Aversa.
Intanto la Regina cominciava a patire necessità di vettovaglie,
e non avea altra speranza, che nella venuta delle galee, con le
quali disegnava non solo di salvarsi, ma con la presenza sua
commovere il Re di Francia, ed il Papa Clemente a darle
maggiori ajuti, per potere tornar poi, ed acquistare la vittoria
insieme col figlio adottivo. Ma non vedendosi le galee, ed
essendo venuto il castello in estrema penuria di viveri, la Regina
mandò a' 20 agosto il Gran Protonotario del Regno Ugo
Sanseverino a patteggiare con Re Carlo, ed a trattare per alcun
tempo tregua, o alcuna specie d'accordo. Il Re ch'avea tutta la
142
speranza nella necessità della Regina, benchè avesse accolto il
Sanseverino con grande onore, perchè gli era parente, non però
volle concedere maggior dilazione, che di cinque giorni, tra' quali
se il Principe non veniva a soccorrere il castello e liberarlo
dall'assedio, avesse la Regina a rendersi nelle mani sue; ed
essendo partito con questa conclusione il Sanseverino, mandò
appresso a lui nel castello alcuni servidori a presentare alla
Regina polli, frutti, ed altre cose da vivere, e comandò, che ogni
giorno le fosse mandato quel ch'ella comandava per la tavola sua,
credendo con questo indurla a rendersi con più pazienza; anzi
mandò a visitarla ed a scusarsi, che egli l'avea tenuta
semplicemente per Regina, e così era per tenerla e riverirla; che
non si sarebbe mosso a pigliare il Regno con l'armi in mano, ma
avrebbe aspettato di riceverlo per eredità, o per beneficio di lei, se
non avesse veduto, che il Principe suo marito, oltre di tenere
fortificate tante Terre importanti del Principato di Taranto,
nudriva appresso di se un potente esercito; onde si vedea
chiaramente, ch'avrebbe potuto occuparne il Regno, o privarne lui
unico germe della linea del Re Carlo I, e che per questo egli era
venuto più per assicurarsi del Principe, che per togliere lei dalla
sedia Reale, nella quale più tosto voleva mantenerla. La regina
mostrò ringraziarlo, ma nell'istesso punto mandò a sollecitare il
Principe, che infra i cinque dì l'avesse soccorsa; passarono i 24
del mese; e la mattina seguente, che fu l'ultimo giorno del tempo
stabilito, il Principe venne d'Aversa con tutto il suo esercito per la
strada di Piedigrotta, e passata Echia, cominciò a combattere le
sbarre poste dal Re Carlo, per penetrare, e ponere soccorso di
gente e di vettovaglia al castello; ma Re Carlo fu subito ad
incontrarlo con l'esercito suo in ordine, e dato dall'una parte, e
dall'altra il segno della battaglia, si combattè con tanto valore, che
un gran pezzo la vittoria fu dubbiosa; all'ultimo il Principe, che
non potea sopportare d'esser cacciato dalla speranza d'un Regno
tale, si spinse tanto innanzi verso lo stendardo reale di Re Carlo,
143
con tanta virtù, che non ebbe compagni, onde circondato da'
Cavalieri più valorosi del Re, fu costretto a rendersi, e colla
cattività sua il resto dell'esercito fu rotto. Il dì seguente la Regina
mandò Ugo Sanseverino a rendersi, ed a pregare il vincitore, che
avesse per raccomandati quelli, che si trovavano nel Castello. Il
Re il dì medesimo insieme col Sanseverino entrò nel castello con
la sua guardia, e fe' riverenza alla Regina, dandole speranza di
tutto quel che l'avea mandato a dire, e volle che in un
appartamento del castello, non come prigionera, ma come Regina
si stesse e fosse servita da que' medesimi servitori che la
servivano innanzi.
Finito il mese, il primo di settembre comparvero le dieci galee
de' Provenzali condotte dal Conte di Caserta per pigliar la Regina,
e condurla in Francia. Il Re Carlo andò a visitare la Regina, ed a
pregarla, che poichè avea veduto l'animo suo, volesse fargli
grazia di farlo suo erede universale, e cederli anco dopo la morte
sua gli Stati di Francia, e che mandasse a chiamare que'
Provenziali, che erano su le galee, e loro ordinasse, che
scendessero in terra, come amici; ma la Regina dubitando, che
questi buoni portamenti fossero ad arte, e ricordandosi ancora di
quello, che avea trattato col Re di Francia, adottando Luigi Duca
d'Angiò suo figliuolo secondogenito, volle ancora simulare, e
disse che avesse mandato un salvo condotto a' Capi delle galee
provenziali, ch'ella avrebbe loro parlato, e si sarebbe sforzata
d'indurgli a dargli l'ubbidienza: il Re mandò subito il salvo
condotto, ed ingannato dal volto della Regina, che mostrò volontà
di contentarlo, lasciò entrare i Provenzali nella di lei Camera,
senza volervi esser egli, o altri per lui. La Regina, come furono
entrati disse loro queste parole: Nè i portamenti de' miei
antecessori, nè il sacramento della fede ch'avea con la Corona
mia il Contado di Provenza, richiedevano, che voi aveste
aspettato tanto a soccorrermi, che io dopo d'avere sofferto tutte
quelle estreme necessità, che son gravissime a soffrire non pure a
144
donne, ma a soldati robustissimi, fin a mangiar carni sordide di
vilissimi animali, sia stata costretta di rendermi in mano d'un
crudelissimo nemico; ma se questo, come io credo, è stato per
negligenza, e non per malizia, io vi scongiuro, se appresso voi è
rimasta qualche favilla d'affezione verso di me, e qualche
memoria del giuramento e de' beneficj da me ricevuti, che in niun
modo, per nessun tempo vogliate accettare per Signore questo
ladrone ingrato, che da Regina mi ha fatta serva; anzi se mai
sarà detto o mostrata scrittura, che io l'abbia istituito erede, non
vogliate crederlo, anzi tenere ogni scrittura per falsa, o cacciata
per forza contra la mente mia: perchè la volontà mia è, che
abbiate per Signore Luigi Duca d'Angiò, non solo nel Contado di
Provenza, e negli altri Stati di là da' monti, ma ancora in questo
Regno, nel quale io già mi trovo averlo costituito mio erede o
Campione, che abbia a vendicare questo tradimento e questa
violenza; a lui dunque andate ad ubbidire, e chi di voi avrà più
memoria dell'amor mio verso la nazione vostra, e più pietà d'una
Regina caduta in tanta calamità, voglia ritrovarsi a vendicarmi
con l'armi, o a pregar Iddio per l'anima mia, del che io non solo
v'ammonisco, ma ancora fin a questo punto, che siete pur miei
vassalli, vel comando. I Provenzali con grandissimo pianto si
scusarono, e mostrarono intensissimo dolore della cattività sua, e
le promisero di fare quanto comandava, e se ne ritornarono su le
galee, nè solo navigaronO verso Provenza, ma il Conte di Caserta
deliberato di seguire la volontà della Regina, come già avea
seguita la sua fortuna, andò ancor esso a ritrovare il Duca
d'Angiò. Il Re Carlo ritornato alla Regina per intendere la risposta
de' Provenziali, e conosciuto che non riusciva il negozio a suo
modo, cominciò a mutare stile, ponendo le guardie intorno alla
Regina, ed a tenerla, come prigioniera, e di là a pochi dì la mandò
al castello della città di Muro in Basilicata, che era suo
patrimonio; ed il Principe Ottone fu mandato nel castello
d'Altamura; e poichè egli ebbe ricevuto il giuramento dalla città
145
di Napoli, e da tutti i Baroni, che vi erano concorsi
nell'Arcivescovado, fece giuramento d'omaggio alla Sede
Appostolica in mano del Cardinal di Sangro Legato. Scrisse da
poi al Re d'Ungaria tutto il successo, domandandogli, che far
dovesse di Giovanna, e n'ebbe risposta che dovesse farla finire di
vivere nell'istesso modo, che era stato morto Re Andrea, il che
con memorando esempio di grandissima crudeltà ed ingratitudine
fu nell'anno seguente 1382 eseguito223, avendo nel castello di
Muro fattala affogare con un piumaccio224, e fece da poi venire in
Napoli il suo cadavere, che volle che stesse sette giorni insepolto
nella chiesa di S. Chiara a tal che ogni uno lo vedesse, ed i suoi
partigiani uscissero di ogni speranza; poi fu senza pompa sepolta
in luogo posto tra il sepolcro del Duca suo padre, e la porta della
Sacristia in un bel tumulo, che ancor oggi si vede.
Questo fu il fine della Regina Giovanna I donna senza dubbio
rarissima, che allevata sotto la disciplina del Re Roberto, e
dell'onesta e savia Regina Sancia, governò il Regno, quando fu in
pace, con tanta prudenza e giustizia, che acquistò il nome della
più savia Regina, che sedesse mai in sede reale: siccome
dimostrano quelle poche sue leggi, che ci lasciò, tutte ordinate a
restituire l'antica disciplina ne' Tribunali e ne' Magistrati, e la
testimonianza di due celebri Giureconsulti, che fiorirono nell'età
sua, cioè di Baldo ed Angelo da Perugia, i quali nelle loro opere
grandemente la commendarono. Ed ancorchè dal volgo fosse stata
imputata allora, e da poi da alcuni Scrittori, ch'avesse avuta ella
parte nella morte d'Andrea suo primo marito; nulladimanco dalle
tante prove, che ella diede della sua innocenza, gli uomini da
bene e più saggi di que' tempi, la tennero per innocentissima; e
chiarissimo argomento è quello, che Angelo ne addita in un suo
consiglio225 chiamandola santissima, onore del Mondo, ed unica
223
V. Baluz. in Notis ad Vitas PP. Aven. tom. 1 pag. 1157.
224
Felyn. Epito de Regno Apuliae, et Siciliae, c. 2. Grammat. decis. 1 num.
23 et 27.
225
Angel. cons. 110.
146
luce d'Italia; di che, come ponderò il Costanzo226, si sarebbe
molto ben guardato un tanto famoso, ed eccellente Dottore di così
chiamarla, se non fosse stata a quel tempo presso i savj tenuta per
innocente; poichè ognuno avrebbe giudicato, che parlando per
antifrasi, avesse voluto beffeggiarla. Ma tolta questa nebbia onde
que' Scrittori pretesero offuscare il suo nome in tutto il resto della
sua vita non s'intese di lei azione alcuna disonorata, ed impudica.
Scipione Ammirato227, oltre del Collenuccio, dice, che i tanti
mariti, ch'ella prese, si fosse proceduto più per aver successori nel
Regno nati da lei, che per vaghezza di vivere sotto le leggi del
matrimonio, solita a soddisfare per altra strada alle sue libidini.
Ma il gravissimo e savio Costanzo228, come se volesse ripigliarlo,
scrive, che anzi la quantità dei mariti, che tolse, fu vero segno
della sua pudicizia. Perchè quelle donne, che vogliono saziarsi
nelle libidini, non cercano mariti, i quali sono quelli, che possono
impedire il disegno loro, e massime que' mariti, che tolse lei, non
istolidi, come Re Andrea, ma valorosissimi ed accorti. In tutto il
tempo, che regnò, non s'intese fama ch'ella avesse niuno
cortigiano, nè Barone tanto straordinariamente favorito da lei, che
s'avesse potuto sospettare di commercio lascivo. Solo il
Boccaccio scrive, che nel principio della gioventù sua e del
Regno fosse stato molto da lei favorito il figliuol di Filippa
catanese balia del Duca di Calabria suo padre, e che avea
cresciuta lei dalle fasce; anzi fu cosa mirabile, che nel resto della
vita, dopo ch'ella cominciò a signoreggiare, si mantenne con
queste arti, trattando ogni dì virilmente con Baroni, Capitani di
soldati, Consiglieri ed altri Ministri, con tanto incorrotta fama,
che nè gli occhi, nè le lingue dell'invidia videro mai cosa, che
potessero calunniarla, ancorchè gli animi umani siano indicati a
tirare ogni cosa a cattivo fine, ponendo in dubbio ogni sincera
226
Costan. lib. 7.
227
Ammirat. nei Ritratti.
228
Costanzo lib. 7.
147
virtù. Nè il Collenuccio dice vero, trattando per impudica non
men la Regina, che Maria Duchessa di Durazzo sua sorella,
riputandola quella, per cui il Boccaccio scrisse que' due libri, il
Filocolo e la Fiammetta, ed alla quale facesse mozzar il capo il
Re Carlo; poichè Maria, come si vede nella sua sepoltura a Santa
Chiara, morì alcuni anni innanzi, moglie di Filippo Principe di
Taranto, ed il Boccaccio non iscrisse per lei il libro del Filocolo,
ma per Maria figliuola bastarda del Re Roberto, della quale restò
egli preso nella chiesa di S. Lorenzo, come appare nel principio
del libro istesso del Filocolo; nè poteva esser questa Maria
Duchessa di Durazzo, perchè il Boccaccio era d'età provetta nel
tempo che quella era in fiore.
Fu Giovanna, come la qualifica Angelo da Perugia,
religiosissima, ed i monumenti che di lei abbiamo in Napoli,
dimostrano, quanta fosse stata grande la sua pietà e religione.
Edificò ella la chiesa e lo spedale di S. Maria Coronata dal
palazzo, ove prima si reggeva giustizia, e la diede in custodia a'
PP. della Certosa: la chiesa e l'ospedale di S. Antonio di Vienna
fuori porta Capuana, dotandola di ricchissime rendite; e
magnificò ed ampliò la chiesa e monastero di San Martino su 'l
monte di S. Eramo.
Sono alcuni Scrittori, i quali la biasimano per aver ella favorito
lo scisma contro Urbano VI, ed aderito alle parti di Clemente. Ma
se in ciò fu in lei alcun difetto, fu non già di religione ma di Stato;
poichè dall'aversi in quella guisa acerbamente offeso l'animo
d'Urbano e fattoselo suo implacabil nemico, le portò l'ultima sua
ruina. Il non averlo riconosciuto per vero Pontefice, fu non error
suo ma universale di quasi la metà d'Europa, che non lo
riconobbe per tale. La sua elezione era da' più saggi Teologi
riputata nulla ed invalida, come seguita per timore e per violenza
usata dal Popolo romano a' Cardinali nel Conclave.
Ed ancorchè Baldo nostro Giureconsulto, trovandosi in
Toscana, provincia ove era Urbano riconosciuto, avesse ne'
148
principii di quella elezione, essendo stato ricercato, scritto quel
suo famoso Consiglio per la validità dell'elezione; nulladimanco i
migliori Teologi della Francia riputarono valida l'elezion di
Clemente e nulla quella d'Urbano, siccome credettero la maggior
parte degli Scrittori franzesi; ed a' nostri tempi Stefano Baluzio
nelle note alle vite de' Papi Avignonesi229 difende la causa di
Clemente contro Urbano; e rendendo il cambio agli Autori
italiani, rapporta quello stesso contro Urbano Papa di Roma, che
coloro scrissero contro i Papi d'Avignone; che Urbano fosse un
falso Papa, bugiardo, crudele, superbo, inesorabile e feroce; e che
non volle mai commettere la sua causa dell'elezione al giudicio
del Concilio generale230. Frossardo231 celebre Scrittore delle cose
di Francia, ancorchè non sia da seguitarsi nelle cose che narra del
nostro Regno, delle quali, come straniero, non ebbe esatta
contezza, narra, che il Re di Francia avuta notizia dell'elezione
dell'altro pontefice Clemente, fece tosto convocare più Ordini, e
principalmente quello de' Teologi, acciò esaminassero in questa
contrarietà d'opinione, a qual de due Papi dovesse prestarsi
ubbidienza; fu lungamente dibattuto l'affare, ed in fine i Magnati
del Regno, gli Ecclesiastici, i fratelli del Re, buona parte de'
Teologi conchiusero, che si dovesse riconoscere Clemente, non
già Urbano, come eletto per forza. Piacque al Re la censura, che
fu notificata e sparsa per tutto il Regno di Francia, affinchè quei
popoli sapessero, qual de due Pontefici dovessero riconoscere per
legittimo. La Spagna, ancorchè prima avesse riconosciuto
Urbano, informata delle violenze usate nella sua elezione,
riconobbe da poi per vero pontefice Clemente232. Lo stesso fecero
il Conte di Savoia, il Duca di Milano e gli Scozzesi. E que' della
provincia d'Annonia in Fiandra non vollero riconoscere nè l'uno
229
Baluz. tom. 1 pag. 1093 et seqq. usq. ad 1104 et pag. 1182 usque ad pag.
1192.
230
V. Baluz. to. 1 pag. 1278, 1459, 1036, 1101, 1126, 1369 et 1474.
231
Paul. Aemil. l. 9 de reb. in Gal. gest. Fross. hist. lib. 2.
232
Paul. Aemil. l. 6 de reb. in Gallia gest.
149
nè l'altro. Cade per ciò a proposito quel che parlando dell'altro
famoso scisma accaduto nel Regno del Re Ruggiero tra
Innocenzio II ed Anacleto, fu detto nel XI libro di quest'Istoria; e
quel che in simili dubbiezze per norma delle coscienze scrisse S.
Antonino233 Arcivescovo di Firenze, il quale non imputò ad errore
a S. Vincenzo Ferreri d'aver seguitato le parti di Benedetto XIII
successor di Clemente. Parimente Niccolò Tedesco, detto
comunemente l'abate Panormitano234, il Cardinal Zabarella235, ed
il Cardinal Gaetano236, sostennero non doversi riputare scismatici
coloro, che seguitarono le parti di Clemente; ed ultimamente
Stefano Baluzio237 e Lodovico Maimburgo238 contro Odorico
Rainaldo, fan vedere, che in questo gran dubbio gli uomini più
savi, siccome non ardirono chiamare Urbano falso Papa, così nè
meno osarono di nominare Clemente Antipapa.
(Se vogliono riguardarsi in ciò gli antichi esempi, famoso è
quello rapportato da Teodoreto lib. 4 cap. 23 dello scisma tra
Flaviano ed Evagrio, ambidue dalle lor fazioni riputati per veri e
legittimi Patriarchi di Antiochia. Flaviano era ammesso
generalmente da tutte le chiese di Oriente, Evagrio era sostenuto
dal Vescovo di Roma e dalle chiese di Occidente; durante la
controversia, ciascun partito senza scrupolo di coscienza
seguitava quello, che credeva vero Patriarca, e ciascuno in ciò
adempiva il tuo dovere; finchè non si fosse il dubbio deciso, e
terminata la controversia, siccome saviamente avvertì
Binghamo239).
Fu Giovanna per giustizia simile al Duca di Calabria suo
padre; proccurò per quanto comportavano i suoi tempi torbidi,
233
S. Antonin. par. 3 tit. 22 cap. 2 § 2.
234
Panorm. in prooem. Decretal.
235
Zabarell. Tract. de schismate, p. 569.
236
Cajet. Tract. de auth. Papae, et Conc. cap. 8.
237
Baluz. in Praefat. ad Vitas Papar. Aven. tom. 2.
238
Maimburg. Istoria del grande Scisma d'Occidente, l. 1 et 3.
239
Bingamo. de Orig. Eccl. l. 16 c. 1 § 6.
150
che i Magistrati fossero severi ed incorrotti, scegliendo i più dotti
ed integri che fiorissero nella sua età, e ne' dubbii, che
accadevano sopra termini di giustizia e sopra qualche successione
feudale tra' Baroni, oltre il consiglio de' suoi Savi, ricercava
ancora il parere de' più insigni Giureconsulti forastieri, che
fiorivano allora in Italia. Chiarissimo esempio di questo suo
costume fu quando, dopo la morte d'Andrea d'Isernia, essendo
insorto dubbio intorno alla successione feudale per li fratelli
uterini, la Regina mandò a consultare il caso a que' due famosi
Giureconsulti, che fiorivano allora in Italia, Baldo ed Angelo,
richiedendogli, che per verità dessero il lor parere; sopra la di cui
domanda diedero fuori un loro responso, che si legge tra' consiglj
d'Angelo240. A tal fine fu ella amantissima degli uomini di lettere,
ed ebbe sommamente a cuore i Giureconsulti e l'Università degli
studi. Tutti coloro, che cominciarono a fiorire negli ultimi anni
del Re Roberto suo avo, e che nel Regno suo, ancorchè turbato
erano avanzati nelle lettere e nelle discipline, favorì ella con onori
e pensioni; fra' quali sopra ogni altro innalzò Niccolò Spinello da
Giovenazzo detto di Napoli, che oltre avergli dato il Contado di
Gioia, lo fe' gran Cancelliere del Regno, e Siniscalco della
Provenza e del quale si valse nelle cose di Stato più gravi e
rilevanti, esercitandolo in Ambascerie, e ne' consiglj più secreti e
di maggior confidenza. Ed in usare beneficenza e liberalità fu così
savia e prudente, che soleva dire, che facean male que' Principi, i
quali pigliando a favorire ed ingrandire alcuni, lasciavano tutti gli
altri marcire nella povertà; e che si dovea nel ripartir delle
mercedi e beneficj donar più tosto moderatamente a molti, che
profusamente a pochi.
Ebbe gran pensiero di tener Napoli abbondante, non solo di
cose necessarie al vitto, ma allo splendore ed ornamento della
città. E perchè concorsero per ciò Mercatanti d'ogni nazione con
loro mercatanzie, per molto che ella si fosse trovata in bisogno,
240
Angel. cons. 110.
151
mai non volle ponere sopra i Mercatanti gravezza alcuna, come si
suole da' Re che sono oppressi da invasioni e da guerra. Restano
ancor oggi i segni della providenza che usò, che i forastieri al suo
tempo stessero ben trattati e quieti; perocchè ordinò la Ruga
Francesca e la Ruga Catalana, acciò che stando quelle nazioni
separate, stessero più pacifiche. Fece tra 'l Castel Nuovo e quello
dell'Uovo una strada, per Provenzali, che ora resta disfatta, per
essere occupata dall'edificio del palazzo regio, e fece la loggia per
gli Genovesi, ove oggi è sol rimasto il nome. Fu nel vivere
modestissima, e di bellezza più tosto che rappresentava maestà,
che lascivia o dilicatura: ed in somma fu tanto graziosa nel
parlare, sì savia nel procedere, e sì grave in tutti i gesti, che parve
ben erede dello spirito del gran Roberto suo avolo.
152
STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI
LIBRO VENTESIMOQUARTO
153
fattogli spogliar in pubblico l'abito di Cardinale, e toltogli il
cappello di testa, fece tutto buttare nel fuoco, che s'era perciò
fatto accendere in mezzo della Chiesa; fecelo anche abiurare e
confessar di sua bocca che Clemente era falso Papa, ed egli
illegittimo Cardinale, e da poi fece restituirlo in carcere,
riservandolo all'arbitrio di Papa Urbano241.
Nel mese di novembre seguente, venne Margarita sua moglie,
co' piccioli figliuoli Giovanna e Ladislao, e nel giorno di Santa
Caterina con grandissima pompa fu coronata ed unta, e menata,
secondo il costume, per la città sotto il baldacchino. E per levare
in tutto una tacita mestizia che si vedeva universalmente per
Napoli, per la ruina della Regina Giovanna, si fecero per più dì
grandissime feste, giostre e giuochi d'arme, ne' quali il Re
armeggiò più volte con molta lode; poi ad emulazione di Re Luigi
di Taranto, volle istituire un nuovo ordine di Cavalieri che intitolò
la Compagnia della Nave; volendo alludere alla nave degli
Argonauti, affinchè i Cavalieri che da lui erano promossi a
quell'ordine, avessero da emulare il valore degli Argonauti.
Venne in questo tempo il dì del Parlamento generale, nel quale
adunati tutti i Baroni in Napoli, il Conte di Nola per vecchiezza e
per nobiltà, e molto più per lo gran valore di Roberto e Ramondo
suoi figliuoli, d'autorità grandissima, propose che ogni Barone ed
ogni città suggetta alla Corona dovesse soccorrere il Re con
notabil somma di danari, e per dare buon esempio agli altri, si
tassò egli stesso di diecimila ducati; e perchè pareva pericoloso
mostrare mal animo al nuovo Re, che stava ancora armato, non fu
Barone, che rifiutasse di tassarsi, tal che si giunse sino alla
somma di trecentomila fiorini, e celebrato il Parlamento, presero
licenza dal Re tutti i Baroni, promettendo di mandare ogn'uno
quel tanto che s'era tassato, e pareva con quel donativo, e con
l'amicizia del Papa che Re Carlo potesse fortificarsi nel Regno, e
temer poco l'invasione, che già di giorno in giorno si andava più
241
Costanzo lib. 8.
154
accostando.
CAPITOLO I.
155
sperava che calando Luigi potente, non solo avrebbe ricuperata
l'ubbidienza del Regno di Napoli, ma anche di tutta Italia.
(Morta la Regina Giovanna, e riconosciuto Luigi da'
Provenzali per lor sovrano, e da Clemente per Re di Napoli,
venendo con valido esercito per discacciar l'emolo dal Regno,
Carlo di Durazzo per risarcir la sua fama, che riputava rimaner
offesa da alcune parole contumeliose, dette da Luigi, lo sfidò a
singolar duello, e scrissegli un biglietto in lingua franzese, dove
rinfacciandogli la nullità dell'adozione, e che la Regina Giovanna
non poteva cedergli il Regno, lo invita a battersi seco. Luigi
rispose a Carlo con pari acrimonia, ed accettò il duello; anzi
spedì salvo condotto a Carlo, per assicurar il luogo del campo
destinato, affin di comparire con sicurezza egli ed i suoi. Si
leggono presso Lunig242, oltre il salvo condotto suddetto, quattro
biglietti, scritti vicendevolmente due da Carlo e due altri da
Luigi, nell'idioma stesso franzese; ma non si legge che il duello
fosse seguito, poichè si venne a combattere, non già a solo a solo,
a corpo a corpo, ma con eserciti armati).
Come questo si seppe nel Regno, molti Baroni che aveano
promessa la tassa nel Parlamento, non solo non la mandarono, ma
di più si deliberarono di alzare le bandiere d'Angiò, e tra costoro
fu Lallo Camponesco in Apruzzo, e Niccolò d'Engenio Conte di
Lecce in Terra d'Otranto.
Nel medesimo tempo Giacomo del Balzo figlio del Duca
d'Andria, vedendo, che Ottone già Principe di Taranto era
prigione, venne nel Regno, e ricovrò tutto il Principato, e prese
per moglie Agnese sorella della Regina Margarita, la quale era
vedova di Cane della Scala, Signor di Verona. Questa parentela
offese tanto i Sanseverineschi, capitali nemici di Casa del Balzo,
che sebbene erano di sangue e di parentela congiunti col Re, in
poco tempo se gli scoversero nemici; onde il Re vedendo la
revoluzione di tanti Baroni nelle più grandi ed importanti
242
Tom. 2 pag. 1182 et 1183.
156
province del Regno, e sentendo che il Conte di Caserta di Francia
scrivea, e tenea intelligenza con molti, cominciò a pensare a' casi
suoi: al che s'aggiungeva, che il Duca d'Andria non si trovava
niente soddisfatto del Re, perchè avea sperato, che subito dopo
l'acquisto del Regno, avesse dovuto rimetterlo interamente in
tutto il suo Stato di prima, il che il Re non avea fatto per la
potenza di Casa Marzano che possedevano la città di Sessa, e
quella di Teano. E per ultimo, trovandosi in queste angustie di
mente, non mancarono di quelli che cominciarono a porgli
sospetto, che Giacomo del Balzo Principe di Taranto, che
s'intitolava ancora Imperadore di Costantinopoli, non volesse
occupare il Regno di Napoli, pretendendo per la persona
d'Agnesa sua moglie nipote carnale della Regina Giovanna, di
maggiore età della Regina Margarita, che il Regno toccasse a lui
di ragione. Questo sospetto ebbe tanto più presto luogo nella
mente del Re, quanto che Papa Urbano di natura ritroso ed
inquieto minacciava di volerlo cacciare dal Regno, alla qual cosa
pareva abile suggetto la persona del principe di Taranto; e per
questo il Re imbizzarrito, per assicurarsi di tutti coloro che
potessero con qualche ragione pretendere al Regno, fece carcerare
la Duchessa di Durazzo sorella maggiore della Regina Margarita,
e cercò d'avere in mano il Principe di Taranto, lasciando la moglie
in Napoli, la quale similmente Re Carlo fece carcerare, e poi
mandò alla città di Muro.
Intanto Luigi d'Angiò, preso il possesso del Contado di
Provenza e dell'altre Terre della Regina di là da' Monti, fu
coronato da Papa Clemente Re di Napoli, e si pose in viaggio,
mandando innanzi dodici galee nelle marine del Regno per
sollevare gli animi di quelli del partito della Regina, e per
accertarli della venuta sua per terra. Queste dodici galee
comparvero alli 17 giugno di quest'anno 1383 nelle marine di
Napoli, ed andarono a Castello a Mare, e 'l presero, ed
all'improvviso la sera seguente vennero sin al Borgo del Carmelo,
157
e 'l saccheggiarono, poi passarono ad Ischia. Il Re Carlo vedendo,
che così poca armata potea far poco effetto, si pose in ordine per
andare ad incontrare il Re Luigi, che veniva per terra, e ragunò
sue truppe in numero di tredicimila cavalli. Ma questo numero
era assai poco appetto dell'innumerabil esercito del Re Luigi; il
quale essendo entrato nel Regno, per avergli dato il passo
Ramondaccio Caldora, l'esercito suo, per lo concorso di que'
Baroni, che giudicando le forze di Carlo poco abili a resistere,
aveano preso il partito del Re Luigi, era cresciuto in numero di
trentamila cavalli: perciò Re Carlo non volle allontanarsi da
Napoli.
Quei che vennero di Francia col Re Luigi, furono il Conte di
Ginevra fratello di Papa Clemente, il Conte di Savoja, ed un suo
nipote, Monsignor di Murles, Pietro della Corona, Monsignor di
Mongioja, il Conte Errico di Bertagna, Buonigianni Aimone, il
Conte Beltrano tedesco, e molti altri Oltramontani di minor
nome. Quelli del Regno, che andarono ad incontrarlo, furono il
Gran Contestabile Tommaso Sanseverino, Ugo Sanseverino, il
Conte di Tricarico, il Conte di Conversano, (ancora che fosse per
l'Ordine della Nave obbligato a Carlo) il Conte di Caserta, il
Conte di Cerreto, il Conte di Sant'Agata, il Conte d'Altavilla, il
Conte di S. Angelo e molti altri Baroni e Capitani243. Finalmente
essendo Re Luigi dalla via di Benevento giunto in Terra di
Lavoro, perchè Capua e Nola si tenevano per Re Carlo, andò a
ponersi a Caserta, la quale stava già con le bandiere sue, e da
Caserta occupò anche Madaloni; ma consumandosi tuttavia lo
strame e le vettovaglie per lo gran numero de' cavalli, fu forza
che passasse in Puglia; il qual passaggio, ancorchè Re Carlo
avesse proccurato d'impedirglielo, nientedimanco riuscì
finalmente al Re Luigi di condurre il suo esercito sicuro nel piano
di Foggia.
Il Re Carlo vedendosi rotto il suo disegno, ed avendo avuta
243
Tutini de' Contestabili, pag. 123. Costanzo lib. 8.
158
novella, che Papa Urbano era partito di Roma e veniva verso
Napoli, geloso, che quell'uomo di natura superbo e bizzarro non
alterasse gli animi dei Napoletani, subito prese la via di Napoli a
gran giornate; e giunse a tempo, che il Papa era a Capua, dove
andò subito a ritrovarlo, ed insieme vennero ad Aversa: l'uno
simulava coll'altro; ma giunti a Napoli il Re non volle permettere,
che il Papa albergasse nel Duomo, ma sotto colore di amorevole
rimostranza e di buona creanza lo condusse al Castel Nuovo:
quivi trattarono delle cose a loro appartenenti: il Papa dimandò al
Re il Principato di Capua, con molte Terre circostanti, come
Cajazzo e Caserta, le quali furono già del Principato di Capua;
dimandò ancora il Ducato d'Amalfi, Nocera, Scafati, ed un buon
numero d'altre città e castella, e cinquemila fiorini l'anno di
provisione a Butillo suo nipote; e per contrario promettea
d'ajutare il Re alla guerra, e lasciarli a pieno il dominio del Regno
tutto, con quelle condizioni, che l'aveano tenuto i Re suoi
antecessori. Furono accordati e fermati questi patti con
grand'allegrezza dell'una e dell'altra parte. Il Papa ottenne dal Re
di uscire del castello, ed andare ad alloggiare al Palazzo
arcivescovile, e con gran pompa fu accolto dall'Arcivescovo
Bozzuto, che era stato rimesso in quella Cattedra dopo la ruina
della Regina, dove il Re e la Regina andarono molte volte a
visitarlo, e con intervento loro si fecero due feste di due nipoti del
Papa, l'una data per moglie al Conte di Monte Dirisi, e l'altra a
Matteo di Celano, gran Signore in Apruzzo; e la Vigilia di Natale
il Papa scese alla chiesa, e furo cantati i Vespri con solennità
Papale. Accadde in questi medesimi dì in Napoli un gran tumulto,
poichè Butillo Principe di Capua nipote del Papa entrò
violentemente in un monastero di donne Monache, e violò una
delle più belle, che vi era dentro, e delle più nobili, del che si fe'
gran tumulto per la città, e quelli del governo essendo andati al
Re a lamentarsi, furono dal Re mandati al Papa, i quali avendo
esposta con gran veemenza querela di quel fatto, il Papa, che
159
com'era nell'altre cose severissimo, così all'incontro era
nell'indulgenza e nell'amore verso i suoi mollissimo, rispose, che
non era tanta gran cosa essendo il Principe suo nipote spronato
dalla gioventù: e Teodorico di Niem, che scrive questo, si ride,
che il Papa scusasse colla gioventù il nipote, il quale a quel tempo
passava quarant'anni244. Venne il dì di Capo d'anno e perchè i
progressi, che faceva Re Luigi in Puglia richiedevano, che Carlo
andasse ad ostarli, il Papa volle celebrare la messa, e pubblicò Re
Luigi, che ei chiamava Duca d'Angiò, per eretico, scomunicato e
maledetto, bandì cruciata contro di lui, promettendo indulgenza
plenaria a chi gli andava contro, e fe' Confaloniero della Chiesa
Re Carlo, benedicendo lo stendardo, che il Re tenne con la man
destra sin che si celebrò la messa.
Si pose per tanto in ordine Carlo per andare in Puglia a cacciar
l'inimico, ed ordinò alla Cancelleria che scrivesse a tutti i
Feudatari, che dovessero star pronti; e perchè il Papa non dava
altro che parole, ed indulgenze, non già danari, fu astretto di
pigliar dalla Dogana tutti i panni, che vi erano di Fiorentini,
Pisani e Genovesi, per distribuirgli parte a' soldati ordinarj, e
parte a' Cavalieri napoletani, che s'erano offerti di seguirlo; e
venuto il mese d'aprile di questo anno 1384 si partì di Napoli per
andare in Puglia, e giunse a Barletta; ed ancorchè il Re Luigi
proccurasse venire a battaglia finita, Re Carlo approvando il
consiglio del Principe Ottone (che a questo fine l'avea fatto
sprigionare) non volle uscire, ma i due eserciti si trattenevano in
far varie scaramucce; onde Luigi vedendo, che non potea venir
più a fatto d'arme, si ritirò a Bari, dove venne a trovarlo
Ramondello Ursino, a cui Luigi sposò Maria d'Engenio donzella
nobilissima e ricchissima, poichè per via della madre era
succeduta al Contado di Lecce.
Mentre queste cose si facevano in Terra di Bari, il Papa
attediato in Napoli dalle lunghe promesse di Carlo (il quale in
244
Costanzo lib. 8.
160
effetto andava estenuando quanto poteva le promesse fatte a' suoi
parenti) si parti in fine mal soddisfatto di Napoli, e con tutti i
Cardinali e suoi parenti ed amici andò a Nocera, la quale era stata
già assegnata liberamente a Butillo suo nipote, ma non già Capua,
nella quale si tenevano le fortezze in nome del Re. Il Papa come
era persona iraconda e superba, lasciava scapparsi delle parole,
che davano indizio del suo mal animo contra il Re, tal che faceva
egli molto più paura a Carlo, che non gli faceva Re Luigi, e
certamente l'avrebbe indotto a lasciar la guerra di Puglia, se la
morte di Luigi accaduta opportunamente a' 20 settembre di
quest'anno 1384 non l'avesse liberato da questa molestia; poichè i
Franzesi rimasi senza Re, costernati in gran parte, ritornarono in
Francia. Morì Luigi d'Angiò in Biscaglia; Principe assai valoroso,
e savio, che fu il primo Luigi della Casa d'Angiò, che regnò in
parte del Regno di Napoli, ancorchè in quanto al nome fosse
secondo, a rispetto del Re Luigi di Taranto, che fu il primo.
(Re Luigi I nel precedente anno 1383 a 20 di settembre, fece in
Taranto il suo solenne Testamento, che dettò in Lingua Franzese,
nel quale istituiva erede nel Regno Luigi Duca di Calabria suo
primogenito; ed a Carlo secondogenito lasciava altri Stati e
Contee, facendo altre disposizioni, e Legati pii a molte chiese,
ospedali e conventi. Leggesi il testamento presso Lunig245).
Liberato adunque Re Carlo, per la morte di sì importante
nemico, dalla guerra di Puglia, se ne venne in Napoli, ove giunto
al dì 10 novembre, fu ricevuto da' Napoletani con
grand'allegrezza; e riposatosi alcuni dì, mandò poi solenne
ambasceria al Papa in Nocera, facendogli dire, che desiderava
sapere per qual cagione era partito da Napoli, ed insieme a
pregarlo di tornarvi, perchè aveano da conferire insieme molte
cose. Il Papa ritroso, com'era il suo solito, rispose, che se avea da
conferir seco, venisse il Re a trovar lui, essendo del costume, che
i Re vadano a' Papi e non i Papi vadano a trovare i Re a posta
245
Tom. 2 pag. 1192.
161
loro; nè potè tanto frenare l'impeto dell'animo suo, che non
dicesse agli Ambasciadori, che riferissero al Re, che se 'l voleva
per amico, dovesse levare subito le gabelle, che avea poste nel
Regno. Il Re udite queste cose dagli Ambasciadori, rispose, che
sarebbe ben egli andato a trovarlo, ma armato, ed alla testa d'un
fioritissimo esercito: che intorno all'imporre al Regno suo nuove
gabelle, non s'apparteneva al Papa di vietarlo; ch'egli
s'impacciasse solo de' Preti; perchè il Regno era suo, acquistato
per forza d'arme, e per ragione della successione della moglie; e
che il Papa non gli avea dato altro, che quattro parole scritte
nell'investitura246. E replicando il Papa, che il Regno era della
Chiesa, dato a lui in feudo, con animo, che avesse da
signoreggiare moderatamente, e non iscorticare i vassalli, e che
perciò era in elezion sua, e del Collegio dei Cardinali di ripigliarsi
il Regno, e concederlo a più leale e più giusto Feudatario: venne
la cosa a tale, che il Re mandò il Conte Alberico suo gran
Contestabile ad assediarlo nel Castello di Nocera; e questo fu su 'l
dubbio, ch'egli avea, che se per caso veniva a morte Papa
Clemente in Avignone, Urbano avrebbe confermato a' figli di
Luigi d'Angiò, già morto, il Regno. Il Papa vedutosi cinto
d'assedio, cominciò a scomunicare, come il solito e maledire:
scomunicò Re Carlo, e tre volte il giorno affacciavasi alla
finestra, ed a suon di campanello, con torce di pece accese
imprecava, maladiceva e scomunicava sempre l'esercito del Re,
ch'era a sua veduta. I cinque Cardinali ch'erano seco, de' quali era
capo il Cardinal Gentile di Sangro, vedendosi in tanto periglio,
cominciarono a persuadergli, che volesse pacificarsi col Re,
almeno finchè ritornasse a Roma, perchè parea cosa molto dura
contrastare con sì potente nemico, senz'altre arme, che 'l suono
del campanello: e perchè mostrarono in ciò troppo avidità della
pace, il Papa gli ebbe tanto sospetti, che per una cifra, che fu
trovata, che veniva ad uno de Cardinali, gli fè pigliare tutti
246
Costanzo lib. 8.
162
cinque, e tormentare acerbissimamente senza rispetto; e
Teodorico di Niem, che si trovava là suo Segretario, scrive, ch'era
un piacere vedere il Papa, che passeggiava, dicendo l'Ufficio,
mentre il Cardinal di Sangro, che era corpulento, stava appiccato
alla corda, ed egli interrompendo l'ufficio, gridava, che dicesse,
come passava il trattato; in fine, benchè non confessasse niuno di
loro, gli fè tutti cinque morire. Il Collenuccio narra, che i
Cardinali furon sette, e che quando Urbano scappò fuori da
Nocera, navigando verso Genova, cinque d'essi fece porre dentro
i sacchi, e gittare in mare, e gli altri due giudicialmente convinti
in Genova, in presenza del Clero e del Popolo gli fece morire a
colpi di scure, i di cui corpi fatti seccare ne' forni e ridurli in
polvere, ne fece empire alcuni valigioni e quando egli cavalcava,
se gli faceva portare innanzi sopra i muli co' cappelli rossi, per
terrore di coloro, che volessero insidiargli la vita, E congiurar
contra di lui. Il Panvinio, de' Cardinali carcerati e tormentati in
Nocera ne annovera sei, i quali furono il Cardinal di Sangro,
Giovanni Arcivescovo di Corfù, Lodovico Donati Veneziano
Arcivescovo di Taranto, Adamo Inglese Vescovo di Londra, ed
Eleazaro Vescovo di Rieti: vuole che i primi cinque fossero stati
gittati in mare, ed il sesto lasciato in vita ad istanza di Riccardo
Re d'Inghilterra, e del settimo non fa parola.
Il Pontefice Urbano vedendo sempre più stringersi l'assedio,
mandò secretamente in Genova a pregar quella Signoria, che gli
mandasse diece galee, la quale con intervallo di pochi dì le
mandò, e comparvero alle marine di Napoli, senza sapere qual
fosse l'intendimento loro. Allora i Napoletani, che sentivano
grandissimo dispiacere della discordia tra 'l Papa e 'l Re, furono a
supplicarlo, che volesse pacificarsi con Urbano, perchè tal
discordia non potea partorir altro, che danno alla Corona sua ed a
tutto il Regno; e 'l Re loro rispose, che esso non resterebbe di
mostrarsi sempre ubbidiente figliuolo del Papa e di Santa Chiesa;
ed in pruova di ciò non avrebbe egli ripugnanza di riporre in
163
mano di quelle persone, che deputasse la città di Napoli, la
potestà di concordarlo e di patteggiare col Papa in nome suo; ed
in fatti, ancorchè non si trovi memoria de' nomi degli Deputati
dell'altre Piazze, per la Piazza di Nido però si trova proccura di
que' Nobili, i quali deputarono le persone di Niccolò Caracciolo,
come scrive il Summonte o di Giovanni Carafa, secondo il
Costanzo, e di Giovanni Spinello di Napoli, perchè in nome della
lor Piazza avessero da intervenire a maneggiar questa pace.
Intanto Papa Urbano, nell'istesso tempo, che mandò in Genova
per le galee, mandò ancora in Puglia a chiamare Ramondello
Ursino, acciocchè sforzando l'assedio, l'avesse potuto condurre
alla marina ad imbarcare su le galee: venne Ramondello con
ottocento cavalli eletti, ed arditamente a mal grado dell'esercito
del Conte Alberico si fece la strada con l'armi; ed entrato nel
castello di Nocera, fu dal Papa molto onorato e ringraziato; e
poichè seppe l'intenzion sua, conoscendo, che le genti sue erano
poche per cacciarlo di mano de' nemici, persuase al Papa, che
mandasse un Breve a Tommaso Sanseverino, che venisse con le
sue genti a liberarlo, e s'offerse egli di portare il Breve, e di
condurli. Il Papa accettò il consiglio, fece stendere il Breve, e gli
diede più di diecimila fiorini d'oro e lo benedisse; ed egli partito
con molta diligenza, in capo di tredici dì ritornò insieme col
Sanseverino, col quale erano tremila cavalli di buona gente, e per
la via di Materdomini entrarono nel castello, e baciato il piede al
Papa, lo fecero cavalcare, conducendolo per la strada di
Sanseverino e di Gifoni al Contado di Buccino, e di là mandato
ordine alle galee genovesi, che venissero alla foce del fiume Sele,
condussero il Papa ad imbarcarsi, come fece. Donò allora il Papa,
per usar gratitudine a Ramondello, la città di Benevento e la
Baronia di Flumari, che consistea in diciotto castella. Il
Sanseverino se ne ritornò in Basilicata, e Ramondello in Puglia, e
'l Papa giunse a Cività Vecchia salvo.
164
CAPITOLO II.
165
di quel che avvenne, cominciò a pregare il marito, che in niun
modo accettasse tale impresa, che dovea bastargli, che da privato
Conte, Iddio gli avea fatta grazia di dargli la possessione di
questo Regno, nel quale era più savio consiglio stabilirsi in tutto,
e cacciarne i nemici, che lasciare a costoro comodità, che
potessero cacciarne lei ed i figli, mentre egli andava a spogliare
quella povera fanciulla del Regno paterno, ad istanza di gente
infedele e spergiura, la quale non avendo osservata fede alla
Regina loro, figliuola di un Re tanto amato, e benemerito di quel
Regno, non era da credere, che avessero da osservare fede a lui.
All'incontro Re Carlo vedendosi ora in prospera fortuna, poichè
di due nemici, che avea nel Regno, il Re Luigi era morto, e Papa
Urbano fuggito, e considerando ancora, che per la puerizia de'
figliuoli del Re Luigi, avrebbe tempo d'acquistare quel Regno,
senza timore di perdere questo; finalmente si risolse di partire, ed
a' 4 di settembre si pose in via con pochissima gente; per due
cagioni, l'una per non volere mostrare agli Ungheri, che egli
volesse venire ad acquistare il Regno per forza d'arme, ma solo
per buona loro volontà; e l'altra per lasciare più gagliarda la parte
sua contra quella del Re Luigi: ed imbarcato a Barletta, con felice
navigazione arrivò in sei dì in Zagrabia, dove il Vescovo l'accolse
con grandissima magnificenza, e si fermò là per alcuni dì, per far
intendere agli altri Baroni della conspirazione la sua venuta, a tal
che più scovertamente e senza rispetto, si movessero contra la
Regina e con lettere a diversi amici suoi, ch'erano ancora sotto la
fede della Regina, si sforzò d'ampliare il numero de' parteggiani
suoi, con promesse non solo a loro, ma a tutto il Regno di
rilasciare i tributi, e concedere nuovi privilegi, e far indulto a tutti
i fuorusciti. E già con quest'arte in pochi dì gli parve d'aver
guadagnato tanto, che potesse senza fatica andare a coronarsi Re,
perchè non si vedea essere rimasti altri dalla parte della Regina,
che il Bano di Gara; onde si mosse ed andò verso Buda.
Queste cose erano tutte notissime alla regina Elisabetta
166
vecchia, ed al Re Maria, onde con molta prudenza mandarono
subito per lo sposo, e fecero celebrare le nozze tra Sigismondo e
Maria, dubitando, che re Carlo per agevolare più l'acquisto del
Regno, pubblicasse da per tutto, che non veniva per cacciare il Re
Maria dal Regno, ma per darla per moglie a Ladislao suo
figliuolo Duca di Calabria, con la quale arte avrebbe senza dubbio
tirato a se tutto il resto dei partigiani occulti del Re Maria, i quali
per non volere Sigismondo Boemo, sarebbonsi più tosto
contentati di lui; ma celebrate che furono le nozze, Sigismondo
ch'intendea, che il re Carlo se ne veniva a gran giornate, se ne
andò in Boemia.
La fama di queste nozze dispiacque molto a Re Carlo, perchè
giudicava, che l'imperator Carlo IV248 padre di Sigismondo non
avrebbe mai sofferto, che il figlio fosse cacciato insieme colla
moglie dal Regno, debito a loro, senza fare ogni sforzo di
cacciarne lui; ma le due Regine dopo la partita di Sigismondo con
grandissima arte dissimulando, mandarono a Re Carlo a
dimandargli se veniva come parente o come nemico, perchè
venendo come parente avrebbero fatto l'ufficio, che conveniva,
nell'andargli incontro, e nel riceverlo con ogni dimostrazione di
amorevolezza; se come nemico, il che non credevano, sariano
venute a pregarlo come donne infelici ed abbandonate, che avesse
loro qualche rispetto, non già per lo parentado, ma per non aver
mai avuto da loro nè in fatti nè in parole offesa alcuna. Re Carlo
dissimulando rispose, ch'egli veniva come fratello della Regina,
la quale avea inteso in quanti travagli stava per le discordie del
Regno, perch'egli era tanto obbligato alla memoria di Re
Lodovico suo benefattore, che avea pigliata questa fatica di
lasciare il Regno suo in pericolo, per venire ad acquietare le
discordie e pacificare il Regno d'Ungaria, che potesse
248
Se dovranno attendersi gli Scrittori rapportati da Struvio Syntag. Hist.
Germ. Dissert. 24 § 35 l'Imperatore Carlo IV a quei tempi era già morto;
poichè narrano esser accaduta la sua morte in Praga la vigilia di
Sant'Andrea Apostolo nell'anno 1378.
167
quietamente ubbidire al Re Maria, e che però l'una e l'altra
stessero con l'animo quieto; e con questa risposta credendosi, che
le Regine la credessero, andò in Buda con miglior animo,
pensando che ancora l'Imperadore credendolo, non si movesse a
richiesta delle due Regine a disturbare il suo disegno. Ma le
Regine, ancorchè non si fidassero a tal risposta, vedendo che non
potevano resistere con aperte forze, deliberarono guerreggiare
con arti occulte, e dimostrando allegrezza della venuta del Re,
come fratello, fecero apparecchiare nel castello una gran festa ed
uscirongli incontro con grandissima pompa, con tanta
dissimulazione, che veramente non pure Re Carlo, ma tutti gli
Ungheri credevano, che stessero in quell'errore, e che quelle
accoglienze fossero fatte non meno con l'animo che con
l'apparenza; e per questo Carlo, quando le vide, discese da cavallo
ad abbracciarle, e quando furono insieme entrati in Buda, per
mostrare più modestia, non volle andare ad alloggiare in castello,
ma ad un palazzo privato della città, fin che si fosse trovato modo
di farsi pubblicare per Re. Il dì seguente entrato nel castello a
visitare le Regine, furono con pari dissimulazione replicate le
accoglienze vicendevolmente ed i ringraziamenti; e così in
apparenza credeano ingannare l'uno l'altro; ma l'uno e l'altro stava
sospetto e tenea secrete spie di quel che si facea.
Niccolò Banno di Gara fidelissimo servidore delle Regine, che
conoscea, che tutto quel male era nato per cagion sua, non si
partiva mai da loro, avendo cura, che nella guardia reale fossero
tutte persone fidelissime, a tal che non fosse fatta forza alcuna.
All'incontro Re Carlo facendosi chiamare Governador del Regno,
stava aspettando il modo ed il tempo di occuparlo e d'entrare nel
castello; e dall'altra parte le Regine si guardavano quanto più
potevano. Ma da questa guardia delle Regine nacque più tosto
comodità a Carlo che impedimento, perchè vedendosi dal volgo,
che le Regine erano poco corteggiate, perchè le guardie non
lasciavano entrare se non pochissimi personaggi; vennero subito
168
in dispregio, e tutte le faccende si facevano in casa del
Governadore; e per questo quelli, che si trovavano aver chiamato
Re Carlo, andavano sollevando la plebe, con dire che il governo
de' Regni non sta bene a donne, che son nate per filare, e per
tessere, ma ad uomini valorosi e prudenti, che possono in guerra
ed in pace difendere, ampliare e governare le nazioni soggette; e
con queste e simili esortazioni commossero a grandissimo
tumulto il Popolo; onde le Regine timide, non solo si teneano in
pericolo di perdere il Regno, ma anche la vita. Comparvero
Intanto alcuni Vescovi e Baroni veramente fautori di Carlo, e
sotto spezie di volere acquietare il tumulto promisero alla plebe di
voler trattare dell'elezione del Re; nè essendo per anche finito il
tumulto, Re Carlo sotto colore di temerlo, entrò nel castello, e
trovando sbigottite le guardie, lasciò in luogo loro alcuni Italiani,
ch'erano venuti con lui: e salito alle Regine, disse loro, che
stessero di buon animo; e poco da poi ritornato nel suo palazzo,
trovò ch'era stato gridato Re dalla plebe, e confermato da molti
Baroni, anzi da tutti, parte con parole, e parte con silenzio, perchè
quelli ch'erano dalla parte del Re Maria, per timore del Popolo
non ebbero ardire di contraddire; onde volle che si mandasse da
parte di tutti i Baroni, Prelati e Popolo, uno, che dicesse al Re
Maria, come per beneficio del Regno, che non potea essere ben
governato da donne, aveano eletto nuovo Re, e comandavano, che
ella lasciasse il Regno e la Corona, nè volesse contrastare alla
volontà universale di tutto il Regno.
Le povere Regine a questa imbasciata per un pezzo restarono
attonite; ma poi il Re Maria generosamente rispose: Io mai non
cederò la Corona ed il Regno mio paterno; ma voi seguitate
quella via, che avete presa, ch'io se non potrò contrastare spero,
che quando vi pregherò per la memoria di Lodovico mio padre,
che mi vogliate lasciare andare in Boemia a ritrovare mio
marito, non sarete tanto discortesi, che avendomi levato il Regno
ereditario, mi vogliate ancora levare la libertà, e questo poco
169
d'onore, che vi cerco per ultimo ufficio della fedeltà, che mi avete
giurata, della quale siete tanto poco ricordevoli. Ma la Regina
Elisabetta per risarcire la risposta della figlia, più generosa di quel
che il tempo richiedeva, pregò colui, che venne a far loro
l'imbasciata, che rispondesse ai Signori del Consiglio, che poichè
le donne sono in questo imperfette, che non possono, o senza
molto pensare, o senza consiglio risolversi nelle cose di tanta
importanza, gli pregavano, che dessero loro tempo di rispondere;
e partito che fu, si levò un pianto da loro e da tutte le donne ed
uomini della Corte, che s'udiva per tutta la città, per la quale
ancora molte persone discrete, e da bene andavano meste, che
parea, che fosse spenta la memoria di tanti e sì grandi beneficj
ricevuti, e che Iddio ne mostrerebbe miracolo contro il Regno,
che sopportava tanta scelleratezza. Ma tornando nuova imbasciata
al castello a dimandare alle Regine la corona, e lo scettro, la
Regina Elisabetta saviamente confortò la figlia, che poichè col
contrastare non potean far altro effetto, che porre ancora in
pericolo le vite loro, volesse cedere ed uscire del castello, avanti
che il Popolo furibondo venisse a cacciarle: ammonendola, che
Dio vendicatore delle scelleraggini l'avrebbe per qualche via
sollevata, e ricordandole del costume efferato degli Ungheri, che
un dì per furia sono crudelissimi e ferocissimi animali, e l'altro,
mancata la furia, sono vili pecore, e come non pensano a quel che
fanno, si pentono spesso di quel che hanno fatto: pigliata la
corona andò a visitare Re Carlo, lasciando la figlia in amarissimo
pianto; ed essendo ricevuta da Carlo con grand'onore, cominciò a
dirgli queste parole: Poich'io veggio il Regno d'Ungaria, per
l'aspra e crudele natura degli Ungheri, impossibile ad essere ben
governato per mano di donne, ed è volontà di tutti, che mia figlia
ne sia privata, io l'ho confortata, e per l'autorità, che ho con lei,
come madre le ho comandato, che ceda alla volontà loro ed alla
fortuna, ed ho piacere, che sia più tosto vostro, che discendete
dalla linea di Re Carlo, che di altri; ma almeno vi priego, che ne
170
lasciate andare in libertà. Il Re rispose cortesissimamente, che
stesse di buon animo, che avrebbe lei in luogo di madre e la
figliuola in luogo di sorella, e ch'era per contentarle di quanto
desideravano, e fu tanta la prudenza e la costanza di questa
donna, e seppe si ben dissimulare l'interno dolor suo e della figlia,
che per la città si sparse fama, che di buona voglia avessero
rinunziato il Regno al Re Carlo lor parente; e l'istesso Carlo
ancora in questo ingannato, mandò a convitarle alla festa
dell'Incoronazione, che avea da farsi in Alba, e le donne con
mirabile astuzia vi andarono insieme con lui, come fossero esse
ancora partecipi della festa, e non condotte là per maggior dolore
e più grave loro scorno.
Venuto il dì della Coronazione, Re Carlo posto nella sedia
regale, fu coronato dall'Arcivescovo di Strigonia, di cui è
particolar ufficio coronar coloro, che i Baroni, Prelati e' Popoli
eleggono per Re; e quando fu a quella cerimonia di voltarsi dal
palco, e dimandare tre volte a' circostanti, se volevano per Re
Carlo, quanto più alzava la voce, tanto con minor plauso gli
veniva risposto, perchè in effetto la terza volta non risposero, se
non quelli che aveano proccurata la venuta di Carlo; e senza
dubbio la presenza delle due Regine commosse a grandissima
pietà la maggior parte della turba, e massimamente quelli, che più
si ricordavano dell'obbligo, che tutto il Regno avea alle ossa del
Re Lodovico; e si conobbe subito un pentimento universale tra
coloro, ch'erano condescesi alle voglie de' fautori di Carlo, ed un
raffreddamento negli animi d'essi fautori, tanto più che successe
una cosa, presa per pessimo augurio, che finita la Coronazione,
volendo Re Carlo tornare a casa, colui, che portava innanzi,
com'è solito, la bandiera, che fu di Re Stefano (quegli che per le
virtù sue fu canonizzato per Santo) non avendo avvertenza
nell'uscire della porta di abbassarla, la percosse nell'architrave
della porta della chiesa; e com'era per vecchiezza il legno e la
bandiera fragile, si ruppe e lacerò in più parti: e da poi nel dì
171
medesimo, venne sì grave tempesta di tuoni e di venti, che
gl'imbrici delle case andavano volando per l'aria, e molte case
vecchie e debili caddero con grandissima uccisione; ed a questo
s'aggiunse un altro prodigio, ch'una moltitudine infinita di corbi
entrarono con strepito grandissimo nel palazzo reale, che fu una
cosa molestissima a sofferire, massimamente non potendosi in
niun modo cacciare, e per questo stavano gli animi di tutti quasi
attoniti; del che accorto Re Carlo cominciò a dimostrare di farne
poca stima, e di dire, che queste erano cose naturali, e l'averne
paura era ufficio femminile.
Le due Regine ridotte nel castello non aveano altro refrigerio,
che i buoni ufficj di Niccolò Bano di Gara, il quale con
grandissima divozione fu loro sempre appresso, confortandole e
servendole; e perchè già s'accorgevano del pentimento degli
Ungheri, e della poca contentezza, che s'avea della coronazione di
Re Carlo, cominciarono a rilevarsi d'animo; e ragionando un dì il
Re Maria e la madre a Niccolò del modo, che potea tenersi di
ricovrar la perduta dignità e '1 Regno, Niccolò disse loro, che
quando a loro piacesse avrebbe fatta opera, che Re Carlo fosse
ucciso: queste parole furono avidamente pigliate dalle due
Regine, e ad un tempo risposero, che non desideravano cosa al
mondo più di questa: e Niccolò pigliando in sè l'assunto di trovar
l'omicida, diede a loro il carico di adoperarsi, che 'l Re venisse in
camera loro, e mentre egli attese a far la parte sua, le Regine con
la solita dissimulazione trovarono ben modo d'obbligare il Re a
venire all'appartamento loro, perchè la Regina Elisabetta disse,
che avrebbe fatta opera, che Sigismondo sposo della figliuola
avesse ceduto, come avean esse ceduto al Regno, purchè il Re
con alcuni non gravi patti ne avesse mandata la moglie in
Boemia; e poichè Re Carlo ebbe inteso con molto suo piacere
questo pensiero della Regina, la ringraziò molto, e la pregò, che
conducesse questo trattato a fine, ch'egli era per conceder, non
solo, che se n'andasse la Regina giovane al marito, ma che si
172
portasse ancora tutti i tesori reali, occulti, e palesi: e dopo alcuni
dì, avendo Niccolò trovato un valentissimo uomo chiamato
Blasio Forgac, persona intrepida, che avea accettata l'impresa
d'uccidere il Re, e condottolo nel castello, avendo ad una gran
quantità de' suoi confidenti ordinato, che venissero parte nel
castello e parte restassero fuori con armi secrete; le Regine
mandarono a dire al Re, che aveano lettere da Sigismondo piene
d'allegrezza, e 'l Re, che non desiderava altro, si mosse ed andò
subito alla camera loro, e posto in mezzo nel tempo, che volevano
mostrargli la lettera, entrò Niccolò sotto specie di volere invitare
il Re, e le Regine alle nozze di una figlia sua, e con lui entrato
Blasio, il quale subito con una spada ungara diede una ferita al Re
in testa, che gli calò fino all'occhio. Il Re gridando cadde in terra;
e gl'Italiani che 'l videro caduto, e versare una grandissima
quantità di sangue, pensarono tutti a salvarsi; in modo, che Blasio
non ebbe alcuna fatica per ponersi in sicuro, perchè subito
concorsero i parteggiani di Niccolò, e se n'uscì dal castello colla
spada insanguinata; e Niccolò accortosi della paura della guardia
del Re, e degl'Italiani, senza contrasto pose le guardie al castello
di persone tutte affezionate alle Regine. Poichè il Re fu ridotto
ferito alla camera sua, e si conobbe dagli Italiani non essere
speranza alcuna alla vita sua, cominciarono a fuggire e salvarsi
col favore di alcuni Ungheri, che aveano tenuta la parte del Re
Carlo; la notte poi grandissima moltitudine, non solo de' cittadini
di Buda, ma delle ville convicine, concorsa al rumore di sì gran
fatto, cominciò a gridare: Viva Maria figlia di Lodovico, viva il
Re Sigismondo suo marito, e mora Carlo tiranno, e traditori
seguaci suoi: e col medesimo impeto saccheggiarono le case di
quanti mercanti Italiani erano in Buda. Le Regine allegre fecero
portare il Re Carlo così ferito a Visgrado, simulando di fargli
onore, con mandarlo a seppellire dove era solito di seppellirsi gli
altri Re d'Ungaria, e sono alcuni che dicono, che per non
aspettare che morisse della ferita lo fecero, o avvelenare o
173
affogare, perchè s'intendea, che Giovanni Banno di Croazia, Capo
de' fautori di Carlo, con gran numero di valenti uomini veniva a
favore del Re per farlo governare. Il corpo del Re, poichè fu
morto, fu condutto a seppellire alla chiesa di S. Andrea com'era
costume di seppellire gli altri, ma poco da poi venne ordine da
Papa Urbano, che fosse cavato da chiesa, essendo morto
scomunicato e contumace di Santa Chiesa.
Questo fu il fine di Re Carlo III di Durazzo, del quale si potea
sperare, che avesse da riuscire ottimo Principe, se non s'avesse
fatto accecare dall'ambizione, e si fosse contentato di possedere
quel Regno, che con qualche colorato titolo parea che possedesse.
Fu, secondo che narra Paris de Puteo249, di sua persona valoroso,
anzi valentissimo ed amatore de' Letterati, ancorchè nel Regno
suo torbido e fluttuante pochi ne fiorissero, affabilissimo con ogni
persona e molto liberale; solo fu tacciato di crudeltà ed
ingratitudine verso la Regina Giovanna e le cognate sorelle della
moglie, del che solamente potea scusarlo la gelosia del Regno. Di
lui non abbiamo leggi, che si lasciasse, come gli altri Re suoi
predecessori. Visse anni quarantuno, e regnò in Napoli anni
quattro e cinque mesi, da agosto 1381 fin a' 6 febbraio 1386.
Lasciò di Margarita sua moglie due figliuoli, Giovanna già
grandetta, e Ladislao ch'era di dieci anni.
CAPITOLO III.
174
Regina Margarita, ancorchè per qualche tempo proccurasse
tenerla occulta, nulladimanco, essendo poi venuta a Roma a Papa
Urbano, non potendo ella celarla più, la pubblicò alla città; e con
dimostrazione d'infinito dolore celebrò l'esequie, essendo rimasta
vedova di trentotto anni ed afflitta, per la poca età del figlio, e per
lo timore degli nemici. Furono molti, che le persuasero, che
facesse gridare se stessa per Regina, poichè il Regno apparteneva
a lei, come nipote carnale della Regina Giovanna I. Ma vinsero
quelli che le persuasero, che facesse gridare Re Ladislao suo
figlio, col dubbio che il Papa non avesse potuto dire, che la
Regina Giovanna non potea trasmettere agli eredi il Regno,
essendone stata privata in vita per sentenza, come scismatica. Fu
per tanto gridato a' 25 febbraio 1386 per tutta Napoli Re Ladislao,
che avea poco più di dieci anni; e la Regina la prima cosa che
fece, mandò per Ambasciadore al Papa Antonio Dentice, per
mitigarlo, supplicandolo umilmente, che con l'esempio di colui,
del quale era Vicario in terra, volesse scordarsi dell'offese del
padre, e pigliare la protezione dell'innocente fanciullo,
prendendosi quelle Terre del Regno, ch'e' volesse, per darle a'
suoi parenti. Il Papa parte mosso a pietà, parte sazio d'aver veduto
morto Re Carlo, e parte per disegno di poter disporre di gran
parte del Regno, rispose, fuor della natura sua, benignamente, e
creò Gonfaloniero di Santa Chiesa Ramondello Orsino, e per un
Breve Appostolico gli mandò a comandare che pigliasse la parte
del Re Ladislao, e per lo Vescovo di Monopoli suo Nunzio gli
mandò ventimila ducati, acciocchè potesse assoldare più genti di
quelle che tenea, e con questo la Regina restò alquanto confortata.
Ma Margarita, come donna poco esperta ad un governo tale ed
a tal tempo, essendo a lei detto dai suoi Ministri, che le maggiori
armi e forze per mantener i Regni sono i danari, avea cari più
degli altri quei Ministri, che più danari facevano, senza mirare, se
gli facevano per vie giuste o ingiuste, nè dava udienza a coloro
che venivano a lamentarsi. Oltra di ciò, avea abbracciata tanto
175
volentieri, ed impressasi nella mente così tenace l'opinione di far
danari, che le erano sospetti tutti coloro, ch'entrassero a
consigliarla altramente, senza por mente alle persone, se fossero
di autorità, e se fossero affezionate alla parte sua. A questo
aggiunse di più, che trovandosi aver fatta mala elezione de' primi
Uffiziali, e creando poi gli altri a relazione e voto de' primi, quelli
non proponevano se non persone dependenti da loro, mirando
poco se fossero abili o inabili, onde perderono ogni speranza i
Dottori e gli altri uomini prudenti e di giudizio, di potere avere
parte alcuna ne' Governi e negli altri Ufficj; e quindi ogni dì si
vedean fatti mille torti tanto a' cittadini quanto a' nobili. Per
questo i cinque Seggi uniti col Popolo deliberarono di risentirsi, e
crearono un nuovo Magistrato che fu chiamato degli Otto Signori
del Buono stato, che avessero da provedere, che da' Ministri del
Re non si avesse a far cosa ingiusta. Questi otto furono
Martuccello dell'Aversana per Capuana, Andrea Carafa per Nido,
Giuliano di Costanzo per Portanova, Tuccillo di Tora e Paolo
Boccatorto per Montagna e per Porto, Giovanni di Duca, nobili,
ed Ottone Pisano, e Stefano Marsato popolani, i quali
cominciarono con grandissima autorità ad esercitare il loro
Magistrato, andando ogni dì un di loro a' Tribunali, a vedere quel
che si facea, affinchè non fosse fatto torto ad alcuno. Talchè in
breve parve, che fossero più temuti essi dagli Ufficiali, che gli
Ufficiali dal resto della città; nè perchè la Regina col suo
Supremo Consiglio facesse ogni sforzo, bastò ad abolire tal
Magistrato; onde entrò in grandissimo timore di perdere Napoli,
come in breve succedette.
Intanto la Regina Maria vedova del Re Luigi I e madre del
picciolo Re Luigi, avendo la protezione di Clemente, era presso il
Papa in Avignone a proccurare l'investitura, e lo ristabilimento
del suo figliuolo nel Regno, e stante la minorità del medesimo,
erasi dichiarata sua governatrice e balia; ma Clemente che non
meno degli altri suoi predecessori, pretendeva il Baliato
176
appartenere alla Sede Appostolica, non volle darla, se prima non
si pensava il modo da tenere, per togliere questa difficoltà: onde
concertato l'affare coi Cardinali e Ministri della Regina, fu
risoluto, che la Regina Maria in pubblico Concistoro dimandasse
al Papa ed al Collegio il Baliato, siccome fu fatto, e Clemente
assentì; da poi il Re e la Regina diedero il giuramento di fedeltà
ed omaggio, ed il Papa investì Luigi del Regno, dandogli in segno
dell'investitura lo stendardo, e ne gli spedì Bolla nel mese di
maggio dell'anno 1385250.
La fazione Angioina riconoscendo altro Papa ed altro Re, e fra
gli altri Tommaso Sanseverino Gran Contestabile, e Capo della
parte Angioina, e della famiglia sua, subito che intese la
disposizione in cui stava la città di Napoli, si usurpò il titolo di
Vicerè per parte di Luigi II Duca d'Angiò ch'era assente, e
convocò un Parlamento per lo ben pubblico ad Ascoli, nel quale
vennero tutti i Baroni che aveano seguita quella parte, e con
l'esempio di Napoli che avea creati gli Otto del Buono stato della
Città, furono eletti in quel Parlamento sei Deputati per lo Buono
stato del Regno. Questi furono Tommaso suddetto, Ottone
Principe di Taranto, Vincislao Sanseverino Conte di Venosa,
Niccolò di Sabrano Conte d'Ariano, Giovanni di Sanframondo
Conte di Cerreto, e Francesco della Ratta Conte di Caserta. Nel
Parlamento fu anche conchiuso, che avessero tutti i Deputati da
unirsi a Montefuscolo con tutte le forze loro, e così fu fatto,
perchè due mesi dopo il Parlamento comparvero tutti, e fatto un
numero di quattromila cavalli, e duemila fanti, vennero a tentare
Aversa, e non potendola avere, vennero a porre il Campo due
miglia lontano da Napoli; e mandarono Pietro della Mendolea in
Napoli a tentar gli animi degli Otto del Buono stato, ed a
sollecitargli che volessero rendere la Città a Re Luigi II d'Angiò,
erede della Regina Giovanna I. Gli Otto risposero che non erano
per mancare della fede debita al Re Ladislao, ed andarono subito
250
V. Baluz. in Notis ad Vitas PP. Aven. tom. 1 pag. 1253.
177
a trovar la Regina, e ad offerirsi d'intervenire alla difesa della
città. La Regina adirata, lamentandosi, che tutto quel male era
cagionato dal governo loro, stette in punto di fargli carcerare; ma
se n'astenne per consiglio del Duca di Sessa, che allora era in
Napoli e lor disse, che attendessero a guardar bene la città, perchè
verrebbe presto il Confaloniere della Chiesa, ch'era al Contado di
Sora a far genti per soccorrerla. Pietro ch'era stato in Napoli due
giorni, se ne ritornò al campo con la risposta degli Otto, e disse
che Napoli non poteva tardar molto a far novità perchè avea
lasciata la plebe alterata, ed i padroni delle ville dolenti di non
poter uscire a far la vindemia. Nè fu vano il pronostico, perchè
fermandosi il campo dove stava, ad ogni ora correvano i villani
ad annunziare a' padroni delle ville i danni che facevano i soldati
agli arbusti; onde a' 20 settembre si mossero alcuni cittadini, ed
andarono a S. Lorenzo a trovare gli Otto, e far istanza che
provvedessero: questi davan loro parole e speranza che fra breve
verrebbe il Confaloniere coll'esercito del Papa a liberargli; ma il
Popolo minuto che a que' dì soleva uscire per le ville, e portarne
uve ed altri frutti, vedendosi privo di quella libertà in tempo che
più ne avea bisogno, corse con gran tumulto a S. Lorenzo, e,
prese l'armi, sarebbe trascorso a far ogni male, se accorsi da una
parte molti Cavalieri e Nobili in difesa degli Otto, e dall'altra
interpostisi alcuni gentiluomini vecchi e popolani di rispetto e
prudenti, non avessero sedato il rumore. Questi ponendosi in
mezzo fra la plebe ed i nobili, cominciarono a trattare con gli
Otto il modo d'acquetar il tumulto, ed infine gli Otto temendo che
la plebe non corresse ad aprire la porta del mercato a' Deputati del
Regno, vennero a contentarsi di trattar una tregua che i cittadini
potessero uscire per le loro ville, ed i soldati de' Deputati
potessero a trenta insieme entrare nella città, per quel che loro
bisognava.
La Regina, che per l'odio che portava agli Otto, avea avuto
piacere di questo tumulto, con isperanza, che la plebe gli avesse
178
tagliati a pezzi, ebbe dispiacere quando intese, che n'era uscita
questa tregua, per la quale tutti que' del suo Consiglio diceano che
Napoli potea tenersi per perduta; onde per darci qualche rimedio
operò, che l'Arcivescovo Niccolò Zanasio, che al Bozzuto era
succeduto251, l'Abate di S. Severino, ed alcuni altri Religiosi
cavalcassero per la città, sollevando un'altra volta la plebe, con
dire, ch'era vergogna, che un popolo così cristiano ed amato tanto
da Papa Urbano vero Pontefice, sopportasse, che praticasser per
Napoli i soldati dell'Antipapa scismatico; e mentre andavano
predicando con simili parole, alcuni nobili di Portanova
cominciarono a riprendergli, con dir loro, ch'era ufficio di mali
Religiosi andar concitando sedizioni e discordie, e massimamente
ad un popolo, al quale essendo una volta tolto il freno, poi non se
gli può agevolmente riporre; e rispondendo l'Arcivescovo
superbamente, e più gli altri, ch'erano con lui, fidandosi
all'Ordine Sacro furono alcuni di loro malamente conci e feriti.
Ma due dì da poi, essendo venuto avviso alla Regina che
Ramondello veniva con molta gente, i Ministri della Regina senza
fare stima degli Otto, si armarono con tutti coloro, ch'erano della
fazione di Durazzo, sotto pretesto di voler cacciare i soldati,
ch'erano entrati; ma poi corsero alle case d'alcuni Cavalieri,
ch'erano reputati affezionati alla parte Angioina, i quali, prese
l'armi, cominciarono gagliardamente a difendersi: gli Otto
mandarono subito a dire all'una e all'altra parte che posassero
l'armi, e non meno da questo comandamento, che dalla notte, che
sopravvenne, la zuffa fu divisa. Ma il dì seguente essendo giunto
l'avviso, che Ramondello era a Capua, gli Otto e quelli della parte
Angioina temendo d'essere sterminati, mandarono a dire a
Tommaso Sanseverino, che trasferisse il Campo alle Correggie,
dove la sera venne. Vennero ancora in questo tempo di Provenza
due galee, mandate dal Re Luigi con venticinquemila ducati per
la paga de' soldati; il che inteso dalla Regina Margarita, si partì
251
Ughell. tom. 5. Ital. sacr. de Archiep. Neap. pag. 207.
179
dal castel dell'Uovo, ove erasi ritirata, e disperando dello stato del
figliuolo, se ne andò a Gaeta che fu a lei, ed a Ladislao sempre
fedele, dove durando queste guerre, stette per tredici anni. Ma
appena giunto la sera il campo nemico alle Correggie, la mattina
seguente all'alba venne Ramondello, ed entrò come nemico nella
città per la porta Capuana, che gli fu subito aperta, perchè la città
fin a quell'ora stava nella fede del Re Ladislao, e fece gridare:
Viva Urbano, e Re Ladislao. Gli Otto del Buono stato con la
maggior parte de' Nobili, stavano a Nido armati, gridando: Viva
Re Ladislao, e 'l Buono stato. Ma Ramondello, giunto che fu a
Nido, diede sopra di essi, e gli ributtò con morte di molti, sin a'
cancelli di S. Chiara; allora si mossero que' di Portanova e di
Porto, ch'erano della parte Angioina, ed andarono ad aprire Porta
Petruccia: onde entrato l'esercito de' Deputati, una parte corse a
dar soccorso agli Otto e l'altra con gran furia diede sopra a' soldati
di Ramondello, gridando: Viva Re Luigi, e Papa Clemente. Questi
cominciando a cedere, obbligarono Ramondello a ritirarsi a Nola,
onde la città venne interamente in mano di Tommaso
Sanseverino, il quale rimasto vincitore, richiesto dagli Otto del
Buono stato, provide con molti banni, che non fosse fatta
violenza alle case della parte contraria, e 'l dì seguente fatto
salvocondutto a tutti, fece giurare omaggio nella chiesa di S.
Chiara in nome di Re Luigi II, del quale si faceva chiamare
Vicerè, e lasciando pochi soldati dentro la città, distribuì gli altri
per li Casali.
Poichè Tommaso Sanseverino a questo modo ebbe acquistata
la città di Napoli, considerando, che non molto tempo potea
tenerla contra le forze esterne; propose in un Parlamento de'
Baroni della parte Angioina, e de' più nobili e potenti Napoletani,
che si dovesse da parte del Baronaggio e della città mandare a Re
Luigi ed a Papa Clemente, e far loro intendere, come s'erano
ridotti all'ubbidienza loro con più affezione che forza, e ch'era
necessario, che mandassero gagliardi ajuti per poter non solo
180
assicurare la parte Angioina, ma ponere affatto a terra la parte
della Regina e di Papa Urbano, contra i quali non potrebbero con
le forze del Regno molto tempo resistere. Fu subito conchiuso,
che si mandasse, e furono eletti più Ambasciadori, i quali
navigando felicemente giunsero a Marsiglia, ove ritrovarono
Luigi, e lo salutarono per Re, e n'ebbero gratissime accoglienze, e
lo sollecitarono, o a venir subito, dov'era con gran desiderio
aspettato, o che mandasse supplimento di gente e di danari. Ed
essendosi trattenuti alcuni dì, conoscendo in fine, essere quel
Signore di natura nell'azioni sue tepido e non così fornito di
danari, che se ne potesse aver gagliardo e presto soccorso;
andarono ad Avignone a trovar Papa Clemente, dal quale
sapevano, che avrebbero migliori recapiti, per togliere
l'ubbidienza a Papa Urbano suo nemico. Ebbe Clemente cara
molto la venuta degli Ambasciadori, e pigliò molto piacere
d'intendere da loro, quanto picciola parte del Regno era rimasta
all'ubbidienza d'Urbano, e della speranza gli davano di torgli in
breve il rimanente; e poichè in Concistoro pubblico ebbe
sommamente lodata la città ed i Baroni, che conoscendo la
giustizia della causa, s'erano partiti dall'ubbidienza del Papa
scismatico (che così chiamava egli Urbano) ed erano venuti
all'ubbidienza sua, ch'era vero e legittimo Papa, e che ricordevoli
de' beneficj ricevuti dalla buona Regina Giovanna, avessero eletto
di seguire la parte di Re Luigi suo legittimo erede, cacciando
l'erede del tiranno ed invasore, che con tanta ingratitudine l'avea
privata del Regno e della vita; promise grandissimi e presti ajuti,
e che avrebbe fra pochi dì coronato Re Luigi e proccurato, che
venisse con grand'esercito nel Regno.
Gli Ambasciadori, ancorchè vedessero con quanta veemenza il
Papa avea parlato, pur avendo in quelli dì inteso per lettere, che la
plebe di Napoli era impaziente degl'incomodi d'un assedio, e che
Papa Urbano e la Regina Margarita si apparecchiavano di
mandare ad assediare la città per mare e per terra, ringraziarono il
181
Papa degli aiuti promessi, e lo pregarono, che fosse quanto prima
era possibile; ed assicurandoli il Papa, che non avea cosa al
Mondo più a cuore di questa, ed avendo ad alcuni di loro
concesse riserve di beneficj per parenti loro, si partirono
contentissimi. Giunsero costoro verso la fine dell'anno in Napoli e
rallegrarono la città, con la speranza dell'apparato, che aveano
lasciato, che si faceva in Marsiglia ed in Genova, e con la
relazione della liberalità, clemenza e dolcezza de' costumi del Re
Luigi, e della prontezza di Papa Clemente: tal che a tutti parea la
guerra finita.
Mentre queste cose s'erano trattate in Provenza, dall'altra parte
Ramondello Ursino e la Regina Margarita facevano ogni forzo
per impedire a Napoli i viveri, acciocchè per fame la città dovesse
rendersi; ma per la vigilanza del Sanseverino, liberata la città di
questo timore, ed essendo giunte a Napoli alcune galee di
Provenza, mandate da Papa Clemente con trentamila scudi d'oro
per paga dell'esercito, e provista Napoli di vettovaglie; la Regina,
disperata di non averla per fame, se ne ritornò a Gaeta. Pochi dì
da poi che la Regina fu ritornata a Gaeta, giunse l'armata
provenzale in Napoli, ed in essa venne con titolo di Vicerè e di
capitan generale Monsignor di Mongioja, e da' Napoletani e da
tutti coloro, che nel Regno seguivano la parte Angioina, ne fu
fatta grand'allegrezza; non considerando quel che n'avvenne;
poichè per la sua alterigia fu più tosto cagione di turbare che di
stabilire il Regno al Re Luigi. Perchè Tommaso Sanseverino restò
offeso, che il Re non gli avesse mandata la conferma di Vicerè, e
per disdegno se n'andò alle sue terre, e pochi dì da poi trattando il
Mongioja col principe Ottone, non con quel rispetto, che
conveniva a tal Signore per la nobiltà del sangue, per essere stato
marito d'una Regina, e per la virtù e valor suo nell'arme: il
Principe si partì con le sue genti, e se n'andò a Santa Agata de'
Goti. I Signori del Buono stato uniti andarono a ritrovare il
Mongioja e gli dissero, che il modo ch'egli tenea, farebbe in breve
182
spazio perdere il Regno, alienando gli animi de' più potenti
Signori, e ch'era necessario, che in ogni modo cercasse di placare
il principe Ottone: ed ancorchè il Mongioja avesse dato il
pensiere ad essi di placarlo, nulladimanco furono inutili tutti i
trattati, per li molti patti, che voleva il Principe, i quali non solo al
Vicerè, ma a tutt'i Cavalieri parvero soverchi, e non degni d'essere
conceduti. E da questo s'accorsero, che il Principe a quel tempo
doveva esser in pratica di passarsene alla parte della Regina, il
che si confermò poi, perchè si vide, che alzò subito le bandiere di
Durazzo. Angelo di Costanzo per questo credette esser vero quel,
che in un breve compendio scritto a penna di Paris de Puteo avea
letto, che il Principe avea fatto disegno di pigliarsi la Regina
Margarita per moglie, e che quella donna sagacissima per tirarlo
alla parte sua, glie ne avea data speranza; ma poi con iscusandosi
che Papa Urbano non volea dispensarvi, per essere stata la regina
Giovanna prima moglie del Principe, zia carnale della regina
Margarita, lo lasciò deluso a tempo, che per vergogna non poteva
mutar proposito, e seguì fin alla morte quella parte; onde
seguirono molte novità, e la parte di Durazzo cominciava ad
entrare in isperanza di poter ricuperar Napoli ed il resto del
Regno, che si teneva per Re Luigi;
CAPITOLO IV.
183
altro, che a trovar modo di cavar danari per rifar l'esercito, con
soldar nuove genti. Ma avvenne, che alcuni mercanti gaetani,
ch'erano stati a comprar grani in Sicilia, dissero avanti la Regina
gran cose delle ricchezze di Manfredi di Chiaramonte e delle
bellezze di una sua figliuola; onde l'animo vagabondo della
Regina si fermò col pensiere di mandare a chiedere quella
figliuola per moglie al Re Ladislao suo figlio, ch'era già di
quattordici anni; e con ciò sia ch'era nelle sue azioni fervida e
risoluta, fece chiamare subito il Consiglio e disse, che dopo aver
vagato colla mente per tutti i modi, che potessero tenersi per far
danari, per rinovar la guerra, non avea conosciuto per certa via,
che quella di questo matrimonio, dal quale voleva la ragione, che
si potesse aver dote grandissima, e che però voleva mandar in
Sicilia a trattarlo. Non fu persona nel Consiglio, che non laudasse
la prudenza della Regina, e con voto ed approvazione di tutti,
furono eletti il conte di Celano e Bernardo Guastaferro di Gaeta,
per andare a trattare il matrimonio in Sicilia: il Conte, perch'era
Signore ricco e splendido, e conduceva seco famiglia onorevole, e
Bernardo per esser Dottor di legge ed uomo intendente. Questi
con due galee partiti da Gaeta, il quarto dì giunsero felicemente in
Palermo. Era Manfredi di Chiaramonte di titolo Conte di Modica,
ma in effetto Re delle due parti di Sicilia, perchè per la puerizia
del Re, e per la discordia de' Baroni avea occupato Palermo e
quasi tutte l'altre buone terre dell'isola, avendo acquistato con le
forze sue proprie l'isola delle Gerbe, dalla quale traea grandissima
utilità, non solo per lo tributo, che gli pagavano i Mori, ma per
l'utile che traeva dai mercatanti, che avean commercio e trafichi
in Barberia; ed essendo di natura sua splendido e magnanimo,
con grandissima pompa accolse gli Ambasciadori; e poichè ebbe
inteso la cagione della lor venuta, la gran virtù e valore della
Regina Margarita, la grande aspettativa, che si potea tenere del
piccolo Re Ladislao, e la certezza di cacciare gli nemici del
Regno, avendosi aiuto di danari, restò molto contento, vedendosi
184
non solo offerta occasione di far una figlia Regina d'un
ricchissimo Regno, ma di potere sperare coll'aiuto del genero di
occupare il rimanente dell'isola, e farsi Re; strinse egli per tanto
senza molto indugio il matrimonio; ed ancorchè i Napoletani
facessero ogni sforzo per impedirlo, Manfredi non volle muoversi
dalla determinazione ch'avea fatta; onde giunto in Palermo Cecco
del Borgo, Vicerè del Re Ladislao, a condurne la sposa, Manfredi
gli consegnò la figliuola Costanza, ed in compagnia di lei mandò
alcuni suoi parenti con quattro galee, ed oltre alla ricca dote, le
diede gran copia d'argento lavorato, gioie e tapezzerie. Partiti da
Palermo con prospero vento arrivarono in pochi dì a Gaeta, dove
la Regina ed il Re accolsero la sposa con grandissima allegrezza e
con feste splendidissime, che furono per molti dì continovate.
Finite appena le feste, venne una maggior felicità a Ladislao,
perchè morì Papa Urbano, che per lui era inutile; poichè per la
sua natura bizzarra e ritrosa, era odiato non men dal Collegio, che
da tutti i popoli di sua ubbidienza; ed avendo fatto morire molti
Cardinali, ed altri privati del Cappello per diversi sospetti, non
poteva attendere ad altro, che a guardarsi dalle congiure, che
temeva fossero fatte contra di lui. Morì Urbano nel 1389, e fu
creato in suo luogo il Cardinal Pietro Tomacello, e chiamato
Bonifacio IX252, che come si dirà appresso fu grandissimo
protettore del Re Ladislao.
(Ladislao, avuta da Bonifacio l'investitura del Regno, simile a
quella data a Carlo suo padre, gli spedì lettere nel 1390 nelle
quali, prestandogli giuramento di fedeltà, dichiara, per beneficio
della Sede Appostolica possedere il Regno. E Bonifacio mandò
lettere ai Napoletani, perchè lo riconoscessero per vero e
legittimo Re: siccome nell'anno 1398 conferma la pace stabilita
fra Ladislao, e gli Ordini del Regno. Le quali lettere si leggono
presso Lunig253).
252
I. Vita Clem. VII apud Baluz. t. 1 p. 254.
253
Tom. 1 pag. 1210 et 1215.
185
Lasciò Papa Urbano pochi al mondo che piangessero la sua
morte, perchè benchè fosse d'integrità singolare, fu superbo,
ritroso ed intrattabile di natura, ed alle volte non sapeva egli
stesso quel che si volesse: fu sepolto in Roma in S. Pietro con
rustico epitaffio; ma in Napoli nella chiesa di S. Maria la Nuova,
nella cappella di Francesco Prignano, presso il sepolcro del B.
Giacomo, gli fu eretto un famoso tumulo colla sua statua, che
ancor oggi si vede. Il suo successore, che non avea più di 45 anni,
fu creato Papa per l'opinione della buona vita; ma subito che fu
incoronato, mostrò gran mutazione di vita, ponendosi per iscopo
di tutti i suoi pensieri l'ingrandire i fratelli ed i parenti; e perchè
potea aspettare gran cose dal Re Ladislao, per le grandi ricchezze
degli avversari, che vincendo potrebbe distribuire a' partegiani
suoi, deliberò d'incominciare a favorirlo, ed accolse
benignamente Ramondo Cantelmo conte d'Alvito e Goffredo di
Marzano conte d'Alifi, che vennero da parte di lui e della Regina
a dargli l'ubbidienza e visitarlo, e promise di dargli l'investitura
del Regno, che non avea potuto ottener mai da Papa Urbano. E
pochi dì appresso mandò il Cardinal di Firenze a Gaeta a
coronarlo, essendosi l'ottavo dì di maggio del 1390 celebrata la
coronazione del Re e della Regina Costanza, e fu letta la Bolla
dell'investitura simile a quella che fece Papa Urbano al Re Carlo
III. Nel qual dì cavalcò il Re colla Regina per Gaeta, con la
corona in testa e con gran solennità.
I Napoletani, vedendo questi prosperi successi del Re
Ladislao, mandarono Baldassar Cossa, che poi fu Cardinale e
Papa, a Re Luigi in Provenza, a dirgli che le cose comuni stavano
in gran pericolo, ed ogni dì andavano peggiorando, per la gran
superbia di Monsignor di Mongioja, che avea alienati gli animi di
tutti i Baroni e più degli altri, de' Sanseverineschi, i quali tenean
tutte l'armi e le forze del Regno, e ch'era necessario che venisse;
poichè delle quattro parti del Regno, a quel tempo, tre n'erano
sue, che col venire avrebbe mantenute in fede, e tolta la discordia
186
tra' Ministri, poteva sperar in breve cacciar i nemici, ed ottener
tutt'il Regno. Per questo ed a persuasione ancora di Papa
Clemente, il Re Luigi, il quale nell'anno precedente era stato in
presenza del Re di Francia solennemente coronato Re di Sicilia in
Avignone254,255 raunati venti legni da remo, tra galee e fuste e tre
navi grosse, nel mese di luglio si imbarcò in Marsiglia, ed a' 14
d'agosto giunse a vista di Napoli, dove levatasi una grandissima
burrasca, a fatica con la galea capitana verso il tardi s'appressò a
terra, e scese su 'l ponte ch'era apparecchiato nella foce del fiume
Sebeto, ove trovò un numero grande di Nobili e di Popolo con
alcuni Baroni, che a quel tempo erano in Napoli, che 'l ricevettero
con applauso grandissimo, e cavalcando cominciò a camminare
verso Formello, dove trovò gli Eletti di Napoli che gli
presentarono le chiavi della città: arrivato avanti la porta, fu
ricevuto da otto Cavalieri sotto il baldacchino di drappo ad oro, e
passando per gli Seggi della città, creò Cavalieri molti giovani
nobili, ed assai tardi tornò al castel di Capuana, avendo colla sua
presenza soddisfatto molto a tutta la città, perch'era di bello
aspetto, ed atto a conciliarsi l'aura popolare, e che a molti segni
mostrava clemenza ed umanità. Il dì seguente tutti cinque i Seggi
confermarono il giuramento dell'omaggio, fatto in mano di
Tommaso Sanseverino allora Vicerè, e poi giurarono i mercatanti
ed il Popolo. Cominciarono poi a venire i Baroni, ed i primi
furono il Conte d'Ariano di casa Sabrano, Marino Zurlo Conte di
S. Angelo, Giovanni di Luxemburgo Conte di Conversano, Pietro
Sanframondo Conte di Cerreto, Corrado Malatacca ed altri
254
I. Vita Clem. VII apud Baluz. loc. cit.
255
La celebrità, ordine e processo della solenne incoronazione, fatta in
Avignone da Papa Clemente VII al Re Luigi II d'Angiò, con tutte le sue
cirimonie, riti e funzioni; siccome le orazioni, benedizioni e cirimonie, che
s'usarono nell'imbarcarsi il Re Luigi nel porto di Marsiglia, per l'impresa di
Napoli, colla formula della benedizione data alla Galea, sulla quale dovea
navigare il Re, e sua Compagnia; si leggono presso Lunig in una
pienissima relazione, dettata in Lingua Franzese p. 1186.
187
Signori ed alcuni altri Capi di squadre stranieri che possedevano
alcune castella in Regno. Questi condussero più di 1100 cavalli.
Ma appresso vennero i Sanseverineschi, che vinsero tutti gli altri
di splendidezza, di numero e di qualità di genti; poichè
condussero con loro 1080 cavalli tutti in arnese, come se
andassero a far giornata, perchè vollero mostrare al nuovo Re,
quanto fosse importato alla sua Corona, e quanto potrebbe
importare la potenza loro che parve cosa superbissima. Questi
furono Tommaso Gran Contestabile, il Duca di Venosa, il Conte
di Terra nuova, il Conte di Melito, il Conte di Lauria della
medesima casa; venne poi Ugo Sanseverino d'Otranto con
Gaspare Conte di Matera ed altri Sanseverineschi, che avean le
Terre in quelle province; appresso a costoro vennero i Signori di
Gesualdo, Luigi della Magna Conte di Boccino, Mattia di
Borgenza, Carlo di Lagni, ed altri Baroni di minor fortuna. Ma
d'Apruzzo venne solo Ramondaccio Caldora con alcuni altri di
quella famiglia; poichè gli altri ubbidivano tutti al Re Ladislao.
Non voglio tralasciare ciocchè quel gravissimo Istorico
Angelo di Costanzo lasciò scritto, in considerando la condizione
di questi tempi, paragonandogli coll'età, nella quale compilò la
sua Istoria, cioè sotto il Regno di Filippo II, che servirà per
maggior nostra confusione e scorno; poichè se questo grave
istorico in cotal maniera favella, paragonando que' tempi alla sua
età; che dovremo dir noi de' nostri, ne' quali senza paragone i
lussi sono infinitamente cresciuti? E' dice che vedendo ne' suoi
tempi in ogni altra cosa felicissimi, e Napoli tanto abbondante di
Cavalieri illustri, ed atti all'armi, ed all'incontro la difficoltà, che
saria di porre in ordine una giostra; e l'impossibilità di poter fare
in tutto il Regno mille uomini d'arme di corsieri grossi simili a
quelli: stava quasi per non credere a se stesso questo ch'egli
scriveva, di tanto numero di cavalli, ancorchè sapesse ch'era
verissimo; ed oltrechè l'avea trovato scritto da persone in ogni
altra cosa veridiche, l'avea anche veduto ne' registri di que' Re
188
che gli pagavano. Ma tutto ciò, ei dice, dee attribuirsi al variar de'
tempi che fanno ancora variare i costumi. Allora per le guerre
ogni picciolo Barone stava in ordine di cavalli e di genti
armigere, per timore di non esser cacciato di casa da qualche
vicino più potente; ed in Napoli i Nobili vivendo con gran
parsimonia, non attendeano ad altro che a star bene a cavallo e
bene in armi: s'astenevano d'ogni altra comodità: non si edificava,
non si spendeva a paramenti, nelle tavole de' Principi non erano
cibi di prezzo, non si vestiva con molta pompa, tutte l'entrate
consumavansi a pagar valent'uomini, ed a nudrir cavalli. Or per la
lunga pace, s'è voltato ognuno alla magnificenza nell'edificare, ed
alla splendidezza e comodità del vivere; e si vide la casa, che fu
del Gran Siniscalco Caracciolo, il quale fu quasi assoluto padrone
del Regno a' tempi di Giovanna II, che essendo venuta in mano di
persone, senza comparazione di stato e di condizione inferiore a
lui, aggrandita di nuove fabbriche, non bastando a costoro
quell'ospizio, ove con tanta invidia abitava colui, che a sua
volontà dava e toglieva le Signorie e gli Stati. Delle tappezzerie e
paramenti non parlo; poichè già è noto, che molti Signori ne'
paramenti d'un paio di camere, hanno speso quello che avria
bastato a mantener 200 cavalli per un anno; ed avendo il
Costanzo parlato della magnificenza de' Principi, con questo
esempio non lascerò di dire anche de' privati, ch'erasi veduto di
cinque case di Cavalieri nobilissimi essersene fatta una di un
cittadino artista. Tal che si può credere per certo, che se fosse
noto agli antichi nostri questo presente modo di vivere, si
maraviglierebbono essi, non meno di quel che facciam noi di
loro.
Se Angelo di Costanzo, che scrisse nel Regno di Filippo II si
maravigliava che ad un semplice artista non bastavano cinque
case di Nobili per farne una: che direbbe ora in veggendo che non
bastano agli abitatori tutti quegli ampj ed immensi edificj, che,
come tante altre nuove città, si sono aggiunti all'antica? e che
189
direbbe se vedesse le tante pompe e fasti di quest'ultima nostra
etade, i quali consumano in cotal guisa le rendite, che senza
difficoltà si potrebbe mettere in piede una compagnia di cento
cavalli? Ma lasciando al giudizio de' Lettori, se sia più laudabile
attendere alle arme ed a' cavalli ed agli esercizi d'un rigido ed
inclemente Marte, ovvero agli agi ed alla comodità del vivere,
ritorneremo là donde siam dipartiti.
Dappoichè il Re Luigi ebbe ricevuto il giuramento
dell'omaggio da tutti gli ordini della città e del Regno, fece
convocare un Parlamento a Santa Chiara, nel quale Ugo
Sanseverino Gran Protonotario del Regno propose, che si
dovessero donare al Re mille uomini d'arme, e dieci galee pagate
dal Baronaggio e da' Popoli a guerra finita, il che fu subito con
gran volontà conchiuso e con grandissimo piacere del Re, perchè
trovandosi la Francia a quel tempo afflitta, per le guerre
degl'Inglesi, poca utilità traeva dal Contado di Provenza e dal
Ducato d'Angiò. Luigi per tanto con buon consiglio cominciò a
fornirsi la casa di nobili napoletani e del Regno, ordinando a tutti
onorate pensioni, e con questo parve che alleggerisse il peso
insolito e nuovamente imposto al Regno, ed acquistò in Napoli
gran benevolenza.
Mentre in Napoli e nell'altre parti del Regno si facevan queste
cose, la Regina Margarita fece chiamare tutt'i Baroni del suo
partito, e mandò a soldare il Conte Alberigo di Cunio,
desiderando di tentar la fortuna della guerra, avendo acquistata
forza, e dalla dote della nuora, e dal favor del Papa. Convennero
subito a Gaeta Giacomo di Marzano Duca di Sessa e Grande
Ammirante del Regno, Goffredo suo fratello Conte d'Alifi e Gran
Camerlengo, il Conte Alberigo Gran Contestabile, Cecco del
Borgo Marchese di Pescara, Gentile d'Acquaviva Conte di S.
Valentino, Berardo d'Aquino Conte di Loreto, Luigi di Capua
Conte d'Altavilla, Giovanni d'Atrezzo Milanese Conte di
Trivento, Giacomo Stendardo, Cola e Cristofano Gaetani,
190
Gurrello e Malizia Carafa fratelli, Gurrello Origlia, Salvatore
Zurlo, Florido Latro ed Onofrio Pesce, e trattarono da che parte si
dovea incominciare a guerreggiare. Fu risoluto, che si andasse a
debellare i Sanseverineschi, che teneano le lor genti disperse per
diversi luoghi: e quindi attaccatisi varj fatti d'arme, finalmente i
Sanseverineschi ne riportarono vittoria. Per la qual cosa il
Castellano di S. Eramo Renzo Pagano, che si teneva ancora per
Re Ladislao, avendo intesa questa vittoria, venne in pratica di
render il castello al Re Luigi, e seppe ben farlo pagare a caro
prezzo, perchè n'ebbe la Bagliva di S. Paolo, l'Ufficio di
Giustiziere degli Scolari, la gabella della falanga e la gabella della
farina. Ma Andrea Mormile Castellano del Castel Nuovo per
molte offerte e grandi, che gli furono fatte, non volle mai
rendersi, finchè non fu vinto da estrema necessità, e si rendette
senz'altro premio, che la salute sua e dei compagni; e fu dal Re
Luigi, quando entrò nel castello, sommamente lodato, non
essendovisi trovato da vivere, che per un solo dì. Martuccio
Bonifacio Governadore del castello dell'Uovo, ancor egli non
potendo più resistere, si rendè con onorati patti. Per così prosperi
successi si fecero gran segni d'allegrezza per tutta la città, perchè
pareva a tutti, che la guerra fosse finita, nè avendosi nè danno, nè
impedimento alcuno, come fino a quel dì aveano avuto dalle
castella; e viveasi in Napoli con molta contentezza e benevolenza
verso il Re Luigi.
CAPITOLO V.
191
Il Regno stette alquanti mesi quieto, concedendogli pace,
dall'una parte la povertà del Re Ladislao, dall'altra la natura
pacifica del Re Luigi. Ma in questo tempo nell'isola di Sicilia
succedettero gran movimenti, perchè mancata la linea maschile,
per la morte di Federico III, quel Regno era venuto in mano di
Maria picciola fanciulla del morto Re d'Aragona, la quale
nell'anno 1386 fu da' Baroni Siciliani collocata in matrimonio a
Martino figliuolo del Duca di Monblanco, ch'era fratello di
Giovanni Re d'Aragona e fu chiamato Re Martino. Questi
venendo nell'anno 1390 insieme col padre in Sicilia con una
buona armata, e giungendo a quel punto, che morì Manfredi di
Chiaramonte, agevolmente ricovrò Palermo, e tutte l'altre Terre
occupate da Manfredi; e nacque fama, che 'l Duca di Monblanco
padre del Re avesse pratica amorosa con la vedova moglie di
Manfredi. La Regina Margarita in Gaeta, o mossa da questa fama
per istudio d'onore, o per avere speranza, dando altra moglie al
Re suo figliuolo, di aver danari per rinovar la guerra, persuase al
medesimo, ch'essendo cosa indegna del sangue e del grado suo,
aver per moglie la figlia della concubina d'un Catalano, andasse
al Papa, e cercasse d'ottener dispensa di separar il matrimonio;
poichè prendendo altra moglie potrebbe aver dote e favore. Il Re
per la poca età più inclinato all'ubbidienza della madre, che
all'amor della moglie, cavalcò a Roma, dove fu onorevolmente, e
con molte dimostrazioni d'amore ricevuto da Papa Bonifacio, ed
ottenne non solo la dispensa del divorzio, ma ajuto di buona
quantità di danari, per poter rinovar la guerra. Il Papa con nuovo
esempio mandò con lui il Vescovo di Gaeta, che celebrasse l'atto
del divorzio; e la prima domenica, che seguì dopo il ritorno del
Re nel Vescovado di Gaeta, quando il Re fu venuto con la moglie,
la quale credea di venir solamente al sacrificio della messa; il
Vescovo avanti a tutt'il popolo lesse la Bolla della dispensa, e
mosso dall'altare andò a pigliar l'anello della fede dalla Regina
Costanza, e lo restituì al Re: e l'infelice Regina fu condotta con
192
una donna vecchia e due donzelle ad una casa privata, posta in
ordine a quest'effetto, ove per modo di limosina le veniva dalla
Corte il mangiare per lei e per quelle che la servivano; nè fu in
Gaeta, nè per lo Regno persona tanto affezionata alla Regina
Margarita, che non biasimasse un atto tanto crudele ed inumano,
e misto di viltà e d'ingratitudine, che avendola con sommissione
cercata al padre pochi anni prima, in tempo della necessità loro,
ed avutane tanta dote, l'avesse poi il Re ingiustamente ripudiata, a
tempo che la casa e' parenti di lei eran caduti in tanta calamità,
che si dovea credere, ch'ella più tosto come Regina potesse
ricevergli e sollevargli, che ritornarsene a loro priva della corona
e della dote; ma molto maggior odio si concitò contro Papa
Bonifacio, per aver dispensato a tal divorzio per ambizione e
particolari suoi disegni.
Fatto questo, il Re Ladislao comandò, che la seguente
primavera tutti i Baroni si trovassero al piano di Trajetto, perchè
essendo già in età di armarsi volea proceder contro a' nemici; ma
per la rotta avuta l'anno avanti, stavano tutti i Baroni così mal
provveduti, che passò tutt'il mese di giugno innanzi che fossero in
ordine, ed appena al fin di luglio si trovarono tutti sotto Trajetto,
accampati alla riva del Garigliano: e lasciate ivi le genti, i Baroni
vennero in Gaeta a trovare il Re, con cui avendo tenuto
parlamento di quello, che fosse da farsi, dopo molti discorsi fu
conchiuso che a questa cavalcata non si facesse altra impresa che
andare sopra l'Aquila, la quale sola tra le Terre d'Apruzzo
mantenea pertinacemente la bandiera angioina; perchè da quella
città, ch'era assai ricca, s'avrebbe potuto cavar tanto che nell'anno
seguente accrescendo l'esercito, si sarebbero potuto mettere ad
impresa maggiore, giacchè non trovavasi allora il Re avere più
che 300 cavalli e 1600 fanti. Con questa deliberazione all'ultimo
di luglio di quest'anno 1393 il giovine Re armato tutto fuor che la
testa, scese insieme colla Regina Margarita al Vescovado alla
Messa; e come l'ebbe udita, baciate le mani alla madre che lo
193
benedisse, e con molte lagrime lo raccomandò a' Baroni, cavalcò
arditamente sopra un cavallo di guerra bardato, e Cecco del
Borgo Marchese di Pescara andò a porgergli il bastone, e gli
disse: Serenissimo Re, pigli V. M. il bastone che indegnamente ho
tenuto in suo nome molti anni, e priego Iddio che come oggi
glielo rendo, così possa ponergli in mano tutti i ribelli ed
avversarj suoi. Il Re prese il bastone, e licenziatosi un'altra volta
dalla madre, salutando tutti i circostanti, si partì assai desideroso
di gloria, tutto disposto a magnanime imprese, tra mille
benedizioni del Popolo, che ad alta voce pregava Iddio che gli
desse vita e vittoria. Giunto al Campo, la mattina seguente
cavalcò con tutto l'esercito, contra il Conte di Sora, e 'l Conte
d'Avito amendue di casa Cantelmo, togliendo lo Stato all'uno ed
all'altro, perchè non aveano ubbidito all'ordine del Re, ed erano
sospetti di tener pratica di passar, dalla parte di Re Luigi. Poi per
lo Contado di Celano entrò in Apruzzo, ove fu gran concorso di
genti che correan per vederlo e presentarlo, e fuvvi un gran
numero di giovani paesani che invaghiti della presenza del Re, si
posero a seguir l'esercito a piede ed a cavallo come avventurieri.
Gli Aquilani avendo inteso che il Re verrebbe contro di loro,
aveano ancora mandato al Re Luigi per soccorso, il quale, benchè
avesse promesso di mandarlo, non potea però essere a tempo,
perchè bisognava raunar le genti de' Sanseverineschi, ch'erano
disperse per più province; onde accomodarono i fatti loro, come
poterono il meglio, e pagando quattromila ducati per vietare il
sacco ed altre ostilità militari, si rendettero a Ladislao. Avendo
questo Principe pigliato spirito per questi primi successi, andò
contra Rinaldo Ursino Conte di Manupello, il quale in pochi dì
con tutto lo Stato venne in mano del Re. I Caldori si salvarono
tutti nel castello di Palena, ed il Re non volendo perder tempo ad
espugnargli, se ne scese per la strada dal Contado di Molise, e se
ne ritornò a Gaeta, ricco di molte prede e di gran quantità di
danari, avuti parte in dono, parte di taglie dalle Terre e da' Baroni
194
contumaci, e diede licenza a tutti i Baroni che ritornassero al loro
paese, dicendo loro che stessero in punto per la seguente
Primavera. Ma la grave infermità che sopravvenne a Ladislao,
mentre già posto in ordine in questo seguente anno 1394 erasi
avviato verso Napoli, frastornò i suoi disegni: poichè come fu
giunto a Capoa, s'ammalò sì gravemente che per tutto il Regno si
sparse fama che fosse morto, e fosse stato avvelenato: pure con
grandissimi rimedi guarì, ma restò per tutto il tempo della sua vita
balbuziente, onde si differì l'impresa di Napoli e tornossene a
Gaeta. Vi fu intanto qualche trattato di pace fra lui e 'l Re Luigi,
ma niente fu conchiuso; poichè fu fama che alla poca volontà di
Ladislao si aggiungesse anche il consiglio di Papa Bonifacio,
perchè non la facesse. Fu perciò con maggiore ardore rinovata la
guerra; dal Re Luigi fu investita Aversa, che si teneva per
Ladislao, ma la fede degli Aversani, ed il pronto soccorso di
Ladislao renderon vani gli sforzi di Luigi: Ladislao liberato
dall'obbligo di soccorrere Aversa, andò in Roma a trovar il Papa,
da cui sperava d'esser sovvenuto per l'anno avvenire. Fu da
Bonifacio onorato e caramente accolto, e molto più ben veduto
questa seconda volta: si trattò del modo che si avea da tener in
proseguir la guerra; e fu conchiuso che il Papa dasse al Re
venticinquemila fiorini, ed il Re all'incontro donò a' fratelli il
Contado di Sora e di Alvito, del quale avea spogliato i Cantelmi e
la Baronia di Montefuscolo, e molte altre buone Terre, con molta
soddisfazione e contentezza di Bonifacio: perchè benchè due anni
innanzi Ladislao gli avesse donato il Ducato d'Amalfi e la
Baronia d'Angri e di Gragnano, non aveano però potuto averne il
possesso, perchè il Ducato era stato occupato da' Sanseverineschi
e la Baronia, dopo la morte di Pietro della Corona, Re Luigi
l'avea conceduta a Giacomo Zurlo. Con questo esempio alcuni
Cardinali più ricchi sovvennero il Re di danari, volendo promesse
di terre e di castella per loro parenti, che allora erano possedute
da' nemici ed il Re ne fece loro l'investiture. Con questi denari, e
195
con larghe promesse del Papa, Ladislao partì di Roma, ed a' 19
novembre di quest'anno 1394 tornò a Gaeta con gran riputazione,
perchè coloro ch'erano stati con lui avean divulgato che i danari
che il Re avea avuti dal Papa, fossero assai più di quelli che erano
in effetto.
Dall'altra parte il Re Luigi, subito ch'ebbe avviso di questi
apparati, mandò Bernabò Sanseverino in Avignone a Papa
Clemente a dirgli i grandi aiuti che dava Bonifacio al Re
Ladislao, ed a cercargli soccorso, già che per la primavera
seguente aspettava guerra gagliardissima per terra e per mare.
Ottenne per allora Bernabò da Clemente, che soldasse sei galee e
di più una quantità di danari. E questi furono gli ultimi soccorsi
che potè dargli; imperocchè questo Papa essendosi impegnato di
parola col Re di Francia, il quale studiavasi di toglier lo scisma,
di voler entrare in qualche trattato, per proccurare anch'egli la
pace della Chiesa; ed avendo l'Università di Parigi dato il suo
parere sopra i mezzi più acconci per farlo cessare e proposta la
via di un compromesso, quella della cessione de' due contendenti
e la convocazione di un general Concilio: Clemente restò molto
sorpreso da cotali proposizioni, e tanto più quando seppe, che i
suoi Cardinali le riputavano giuste; ciocchè gli cagionò tanta
afflizione che ne morì il dì 16 settembre di questo istesso anno
1394256. Ma non perciò finì lo scisma: i Cardinali, ch'erano in
Avignone, tosto vennero mal grado del Re di Francia all'elezione
del nuovo Papa, ed elessero il dì 28 dello stesso mese Pietro di
Luna Aragonese Cardinal Diacono del titolo di S. Maria, che fu
nomato Benedetto XIII. Questi non meno che 'l suo predecessore,
mostrò subito grandissima inclinazione d'aiutare il Re Luigi; e
perchè il Governadore di Provenza avea spedite a questo Principe
tre galee di nuovo armate con alcuni denari, mandò esso ancora
quindicimila altri ducati. Fu per tanto con maggior contenzione
da amendue i Re, invigoriti da questi soccorsi d'amendue i Papi,
256
Baluz. in Notis ad Vitas PP. Aven. tom. 2 pag. 1397.
196
rinovata la guerra, che Ladislao avea portata insino alle porte di
Napoli. Ma il valore di questo Principe, ed il favore di Papa
Bonifacio, che come in quella interessato insieme co' suoi fratelli
non cessava di dargli continui e validi aiuti; ed all'incontro
l'animo del Re Luigi più atto agli studi della pace, che
all'esercizio della guerra; i rari e piccioli soccorsi, che gli
venivano dalla Francia e la poca speranza d'averne maggiori,
fecero, che il G. Contestabile del Regno Tommaso Sanseverino
riflettesse al pericolo del Re Luigi, e per conseguenza alla
irreparabile sua ruina e di tutta la famiglia, se non vi dava
provvedimento, persuase perciò al Re, che poichè non potevano
secondo si conveniva fortificar la parte loro, volessero fare ogni
opera d'indebolire quella degli avversari, aggiungendo, che avea
pensato di alienare il Duca di Sessa dal Re Ladislao; il che credea
che venisse fatto, quando ci si disponesse di mandar a chiedere
per moglie la figlia del Duca, perchè credea, che il Duca avrebbe
anteposto un tanto splendor di casa sua, facendo la figlia Regina,
all'amor che portava al Re Ladislao. Il Re perch'era di natura
pieghevole, lodò il pensiero, e col parere di tutto il Consiglio
mandò Ugo Sanseverino a trattar il matrimonio, il quale in pochi
dì, parte coll'autorità sua ch'era grande, parte coll'aiuto della
Duchessa, ch'era di casa Sanseverina, ambiziosissima, e
desiderava farsi madre di Regina, e parte perchè il Duca si era
ancor egli lasciato trasportare dal vento di tanta ambizione,
conchiuse il matrimonio, e se ne ritornò in Napoli; e Luigi mandò
subito Monsignor di Mongioia con doni reali a visitar la sposa,
chiamandola nelle lettere Regina Maria. Papa Bonifacio, che con
molto dispiacere avea intesa questa parentela ed alienazione del
Duca, mandò Giovanni Tomacello suo fratello a tentare di farlo
ritornare alla divozione del Re Ladislao: ma frapostovi molti
impedimenti, non si potè allora far niente, dando il Duca sole
parole, senza vedersene alcuno effetto: finalmente il Re Ladislao,
vedendo la freddezza del Re Luigi, cavalcò contro il Duca di
197
Sessa; ma Papa Bonifacio, che desiderava questa riunione, la
quale avrebbe potuto più prestamente ridurre il Regno tutto alla
divozione di Ladislao, mandò di nuovo Giovanni a trattar la pace,
ed a persuadere al Re, che la facesse, siccome dopo cinque mesi
fu fatta, con patto, che il Re ricevesse in grazia il Duca ed il
fratello, e che gli rendesse le Terre tolte, e che quelli assicurati dal
Papa andassero a giurar di nuovo al Re omaggio. Con questo
trattato e riconciliamento furon anche disturbate le nozze di sua
figliuola Maria, le quali rimasero senza effetto; e benchè poi si
maritasse con altri, sempre però volle ritenere il titolo di Regina
datole da Luigi, quando la mandò a presentare.
In questi tempi Re Ladislao mosso (non si sa, se da proprio
spirito, o da ricordo della madre o d'altri) a pietade di Costanza di
Chiaramonte già sua consorte, che con grandissima laude di
pazienza, di modestia e di pudicizia, avea in bassa fortuna menata
sua vita dal dì del repudio; la diede per moglie ad Andrea di
Capua primogenito del Conte di Altavilla, coetaneo e creato suo
assai diletto, e furon fatte le nozze molto onoratamente; ma non
per questo restò quella gran donna di mostrare la grandezza
dell'animo suo dignissimo della prima fortuna; imperocchè quel
dì, che il marito la volle condurre a Capua, essendo posta a
cavallo per partirsi, in presenza di molti Baroni e Cavalieri,
ch'erano adunati per accompagnarla, e di gran moltitudine di
Popolo, disse al marito: Andrea di Capua, tu puoi tenerti il più
avventurato Cavaliere del Regno, poichè avrai per concubina la
moglie legittima del Re Ladislao tuo Signore. Queste parole
diedero pietà ed ammirazione a chi la intese; e quando furono
riferite al Re, non l'intese senza rimordimento e scorno.
Intanto stringendo Ladislao l'assedio di Napoli per mare e per
terra, fu consigliato Re Luigi ad uscire dalla città ed andare a
Taranto. I Napoletani fastiditi da così lunga guerra, dopo vari
trattati descritti così bene ed a minuto da Angelo di Costanzo,
finalmente resero la città a Ladislao, il quale avendo loro
198
accordati molti capitoli e patti, che volevano, entrato in Napoli
per tener placati gli animi di tutti, fece molte più grazie di quelle,
che avea promesse alla città; e diede agli eletti quella
giurisdizione, che oggi hanno sopra coloro, che ministrano le
cose necessarie al vivere257.
Giunto l'avviso a Taranto al Re Luigi della resa di Napoli, ne
intese estremo cordoglio, e disperando di riacquistarla, e tenendo
per perdute anche l'altre parti del Regno, che restavano alla sua
ubbidienza, deliberò partirsi ed andare in Provenza. Ramondello
Orsino non bastò a fargli mutar proponimento, quantunque
efficacemente ne 'l persuadesse, mostrandogli, che benchè Napoli
si fosse resa, pur erano all'ubbidienza di sua Corona le due parti
del Regno con tanti Baroni a lei divoti; che coll'armata, che avea
allora per soccorso di Napoli mandata Papa Benedetto, e con
unire di là a pochi mesi le forze di terra, era agevol cosa di
riacquistar tutto il Regno; e ch'era gran vergogna, che la regina
Margarita con Gaeta sola non si fosse disperata, senz'altro aiuto,
di ricovrar il Regno al figlio, ed egli con tante Terre maggiori di
Gaeta, e con tanto Stato in Francia, si partisse abbandonando
tanto dominio. Ma il Re o fosse sdegnato di lui, che mai non volle
moversi colle sue genti, e congiungerle con quelle del Gran
Contestabile o fosse fastidito di questi andamenti, s'imbarcò
nell'armata, e con lui se n'andò la maggior parte de' Cavalieri
napoletani pensionari; ed avendo girata la Calabria, passò per la
marina di Napoli, mirandola con gran dolore, e di là mandò a
patteggiare col Re Ladislao, che facesse uscire di Castel Nuovo
Carlo d'Angiò suo fratello, co' Franzesi e con tutte le suppellettili,
ed a lui il castello si rendesse. Tutto ciò gli fu agevolmente
accordato; onde avendo mandate le galee a levare gli usciti di
castello, se ne andò in Provenza, lasciando grandissimo desiderio
di se, e gran dolore a tutti coloro del suo partito. Così in
quest'anno 1400 Napoli, e quasi tutto il Regno passò sotto la
257
Costanzo lib. 11.
199
dominazione del Re Ladislao; e sotto le bandiere del Re Luigi
rimase sol Taranto, che si mantenne lungo tempo nella sua fede.
CAPITOLO VI.
200
Ladislao, lo gridarono Re, come figliuolo ed erede di Carlo III.
Ladislao avidissimo d'accrescere la sua potenza in diversi Regni,
accettò la Signoria; ma considerando l'istabilità di quella nazione,
e che se non riuscisse quanto i suoi aderenti gli aveano promesso,
avrebbe dovuto tornarsene in Napoli con poca sua riputazione:
col pretesto di voler accompagnare sua sorella in Austria,
deliberò di partire; ed avendo lasciata Vicaria del Regno la
Regina Maria sua moglie, con che dovesse governarlo col
consiglio dell'Arcivescovo di Consa, di Gentile de Merolinis di
Sulmona, di Gurrello Origlia e di Lionardo d'Affitto suoi
Consiglieri258, andò con Giovanna ad imbarcarsi a Manfredonia,
donde passò al Friuli; ed avendo consegnata la sorella a molti
Baroni del Ducato d'Austria, che quivi l'attendevano, egli se ne
passò a Zara Terra del Regno d'Ungaria, con animo di tentar
l'impresa di quel Regno. Zara senza contrasto aperse le porte, e
parendo, che a questo viaggio avesse fatto assai, fortificò quella
città, e lasciandovi il Signor di Barut con presidio bastante, se ne
tornò in Napoli. Alcuni scrissero, che Ladislao prima di
tornarsene fosse stato a' 5 agosto di questo anno coronato dal
Vescovo di Strigonia Re di quel Regno, con soddisfazione di tutto
il popolo, e di molti Baroni ungheri e Prelati, che vennero a
trovarlo a Zara. Altri, che Papa Bonifacio lo facesse incoronare
dal Cardinal Fiorentino, e gli rimettesse i censi che dovea alla
Chiesa romana per lo Regno di Napoli, che erano più di
ottocentomila fiorini, concedendogli anche le decime per tre anni
in questo Regno, per sussidio della guerra; e che Ladislao finita la
coronazione mandasse in Ungaria per suo Vicerè Tommaso
Sanseverino Conte di Montescaggioso con cinquecento lanze, con
intenzione di volerci poi passar egli. Alcuni altri, come il
Costanzo, rapportano questi avvenimenti alquanti anni da poi,
cioè dopo la morte della Regina Maria, dopo la morte di Papa
Bonifacio seguìta nell'anno 1404, di cui ne fu successore
258
Summon. tom. 2 pag. 534.
201
Innocenzio VII e dopo le nuove nozze contratte da Ladislao con la
Principessa di Taranto, stabilite nell'anno 1406 per riacquistare il
principato di Taranto come prosperamente avvenne. Allora fu,
narra il Costanzo, che vennero gli Ambasciadori d'Ungaria a
fargli intendere, ch'essendo morta la Regina Maria, gli Ungheri
non potendo soffrire la tirannide del Re Sigismondo, lo aveano
posto in carcere ed innalzate le sue bandiere, che perciò
l'invitarono, che si ponesse tosto in ordine, ed andasse a pigliar la
possessione pacifica di sì ricco Regno, e che bisognava più tosto
celerità che forza. Ladislao e per cupidità di regnare, e per
desiderio di prender vendetta della morte del padre, con una
compagnia di gente eletta andò con gli Ambasciadori ad
imbarcarsi a Manfredonia, e con vento prospero navigando arrivò
in pochi dì a Zara; ed avendo inviati gli Ambasciadori innanzi per
far intendere a' Principi del Regno la sua venuta, di là a pochi dì
intese, che il Re Sigismondo era liberato e raccoglieva un grande
esercito di Boemi, per la qual cosa ricordevole della morte di suo
padre, stette alcuni dì fermo in Zara, consultando quello che
avesse a fare. Ma avvenne, che un dì essendo usciti alcuni soldati
dalle galee e marinari a coglier uva per le vigne, i cittadini di Zara
pigliarono l'arme, e ne uccisero venti, nè bastando ciò, così armati
andarono nel palazzo ov'era il Re, e con arroganza barbarica gli
dissero, che se egli non volea tener in freno le sue genti, non
mancavano a loro nè arme, nè animo di fargli star a segno. Il Re
sdegnato di tanta insolenza, cominciò a pensare, quanto doveano
essere più efferati gli altri popoli di quel Regno più vicini alla
Scizia, ed a' Monti Rifei, poichè quelli di Zara prossimi all'Italia
erano tali; e sopra questo sdegno, essendo venuto nuovo avviso,
che il Re Sigismondo era entrato in Ungaria col suo esercito, e
che quelli della sua parte aveano messo in fuga e dispersi gli altri
della parte contraria, deliberò far vendetta de' Zaresi, e lasciar
quella impresa pericolosa.
Trattò per tanto con Francesco Cornaro, Lionardo Mocenigo,
202
Antonio Contarino, e Fantino Michele Ambasciadori de'
Veneziani, di vendere Zara a quella Signoria, della quale i Zaresi
erano acerbissimi nemici, ed essendo la novella di questo trattato
giunta a Venezia, quel Senato mandò centomila ducati di oro, e
tante genti, quanto bastassero per presidio di quella città, ed il Re
Ladislao ne fece loro la consegna. Da poi sdegnato con gli
Ungheri, come narra Bonfinio nell'Istorie d'Ungaria, scrisse al Re
Sigismondo, scusandosi che non avea egli di sua elezione pigliata
quell'impresa, ma da altri chiamato, e per vedere se era volontà di
Dio il quale dona e toglie i Regni, ch'egli sedesse nel Trono
d'Ungaria: ma avendo conosciuto il contrario, ed esperimentata la
natura instabilissima di quella gente, che ogni dì cangiar vorrebbe
un nuovo Re, avea deliberato di cedergli, e di offerirsegli ancora
buon amico, e amorevole parente, aggiungendo, che non avrebbe
potuto fargli maggior piacere, che trattar i traditori com'essi avean
cercato di trattar lui; e fatto questo se ne ritornò al Regno. Non è
però, che Ladislao, siccome anche dopo la sua morte la Regina
Giovanna II e tutti i Re di Napoli loro successori, avessero ne'
loro titoli tralasciato quello di Re d'Ungaria, ma ne' loro diplomi
ed atti s'intitolavano non meno Re di Sicilia e di Gerusalemme
che d'Ungaria.
203
Giovanni Conte di Sora e di Alvito, fatto avere molte altre Terre a
diversi altri suoi parenti, ne furono in brevissimo spazio privati,
rimanendo in grandissima povertà.
Rifatto in suo luogo da' Cardinali Cosmato Migliorato da
Sulmona Cardinal di Santa Croce che si fece chiamare
Innocenzio VII si mostrò poco amico di Ladislao; questi
all'incontro poco stimandolo, e vedendosi pacifico possessore del
Regno, e non distratto in altra guerra, com'era di natura inquieto e
cupido d'imperio e di gloria, deliberò d'insignorirsi di Roma. Il
tempo non poteva essere più opportuno; poichè i Romani attediati
per lo lungo scisma, e per l'odio che aveano portato al Pontefice
Bonifacio, e portavano ad Innocenzio, per molti che ne avea fatto
morire, eccitarono nel principio del suo Ponteficato gran
turbolenze in Roma: poichè avendogli dimandato, che fosse loro
restituita la libertà del Campidoglio e che avesse proccurato
togliere lo scisma, Innocenzio sdegnato di tanta insolenza,
chiamò Lodovico Marchese della Marca suo nipote, con molta
gente per far de' Romani vendetta. Il Popolo si levò a rumore, e
chiamò Ladislao in suo soccorso: tosto il Re venne a Roma, onde
Innocenzio fu costretto uscire insieme col nipote dalla città e
ricovrarsi a Viterbo. Ladislao ottenuta Roma, passò in Perugia, e
l'occupò; ma i Romani in un subito rivoltatisi, richiamarono il
Pontefice, e le genti del Re furono discacciate da Paolo Orsino.
Intesa da Ladislao la leggerezza de' Romani, pien di stizza,
lasciando ogni cosa in abbandono, ritornò nel Regno, per ordinare
un poderoso esercito e prenderne vendetta; ma mentre il Re era
tutto inteso a questa espedizione. Papa Innocenzio a' 6 novembre
di quest'anno 1406 se ne passò a miglior vita.
(Prima di morire Innocenzio in quest'istesso anno 1406 nel
mese di agosto si stabilì pace tra Ladislao ed Innocenzio;
l'istromento della quale si legge presso Lunig.259: anzi nell'istesso
tempo Papa Innocenzio creò Ladislao difensore della Sede
259
Tom. 2 pag. 1220.
204
Appostolica e Confaloniere della Chiesa romana, il cui Breve si
legge pure presso Lunig.260).
Il Re di Francia, che tuttavia proseguiva nell'impegno di far
cessare lo Scisma, proccurava di non far seguire nuova elezione;
ma i Cardinali, che ubbidivano ad Innocenzio, trovatisi in Roma,
in vece di sospendere l'elezione, immantenente a' 30 dello stesso
mese elessero Angelo Cornaro Veneziano, che prese il nome di
Gregorio XII. Tutti questi Cardinali prima dell'elezione aveano
firmata una scrittura, colla quale s'impegnavano, che colui fra
loro che fosse eletto rinunziarebbe il Pontificato, purchè dal canto
suo facesse l'istesso Benedetto, e' suoi Cardinali, per proceder poi
d'accordo all'elezione d'un legittimo Pontefice. Gregorio XII
protestò di esser pronto a rinunziare, se lo stesso avesse fatto il
suo Competitore. Il Re di Francia s'impegnò per far riuscire la
rinunzia de' Contendenti, ma nè l'uno, nè l'altro aveano intenzione
di farla, e la sfuggivano con finte proposizioni d'affettamento. Si
convenne alla perfine dall'una, e dall'altra parte di portarsi in
Savona per trattare l'unione. Vi andarono Benedetto e' suoi
Cardinali, ma Gregorio ancorchè uscito di Roma per andarvi,
sfuggiva con varie scuse la conferenza. Di questi imbarazzi
approfittossi assai bene Ladislao, poichè quando vide in questo
nuovo anno 1407 uscito di Roma il Papa, avendo intanto unito un
esercito di quindicimila fanti, s'avviò verso Roma e mandò molte
navi cariche di vittovaglie per l'esercito suo, con alcune Galee,
che guardassero la foce del Tevere, per non farvi entrar
vittovaglia in sussidio di Roma. Era allora in guardia di questa
città Paolo Orsino uomo di molta autorità e molto amato e
stimato da' Romani per la grande opinione, che si avea del valore
suo. Costui con duemila cavalli e co' cittadini abili a maneggiar
l'arme si pose a difesa della Patria, e poste ne' luoghi opportuni le
guardie necessarie, tolse la speranza al Re di potervi entrare per
forza; ma essendo le galee nel Tevere, ed avendo il Re pigliate
260
Pag. 1326.
205
tutte le castella della Teverina, e facendo con gran diligenza
guardare, che per lo fiume non potesse a Roma scendere
cos'alcuna da vivere, fu stretto di render se e la città al Re con
onorate condizioni, e nel dì di S. Marco 25 aprile di quest'anno
1408 Ladislao entrò come Signore a Roma sotto il Baldacchino di
panno d'oro portato da otto Baroni Romani, ed andò per quella
sera al Campidoglio.
Il dì seguente un Fiorentino, che tenea il castello di S. Angelo
per Papa Gregorio, patteggiò di renderlo, e n'ebbe Quarata, buona
Terra in Puglia, e 'l Re passò ad abitar nel palazzo di S. Pietro in
Vaticano. Fece Castellano Riccardo di Sangro e Senatore
Giannotto Torto Barone di molte Terre in Abruzzo e stette in
Roma fin a' 25 di luglio. Ecco come Ladislao si rendesse Signore
di Roma. Egli fu il primo, che ai suoi titoli volle anche aggiunger
questo di Re di Roma: onde è, che leggiamo ne' suoi atti, e
diplomi Rex Romae, titolo che per l'addietro nè i Goti, nè i
Longobardi, nè i Franzesi, ancorchè Re d'Italia, osarono di
prenderlo, chi per riverenza, chi per timore degli Imperadori
d'Oriente, i quali n'erano i loro Signori.
Ma Ladislao tirato forse, come dice il Costanzo, dall'amor
delle donne, non volle più trattenersi in Roma e se ne ritornò in
Napoli, ove si trattenne tutta l'està in piaceri e feste; e mentr'egli
così lussureggiando trascurava mantenere questo nuovo acquisto,
gli venne nuova che Roma era ribellata, perchè Paolo Orsino,
parte sdegnato, che avesse anteposto Giannotto a lui nell'Ufficio
di Senatore, parte non potendo soffrire, che Giannotto usasse
molto rigore contra i Romani senza far conto di lui, indusse il
Popolo romano a pigliar l'armi, ed andar al Campidoglio a far
prigione il Senatore, ed egli co' suoi ruppe i Capitani del Re, che
givano per soccorrer il Senatore, con morte di Francesco di
Catania Nobile di Capuana, e di molt'altri buoni soldati, sicchè
per tutto fu gridato: Viva la Chiesa Romana e muojano i Tiranni;
essendosi le genti del Regno ritirate senza far altro contrasto. Di
206
questa nuova sentì il Re grandissimo dispiacere; ma essendo
prossimo il verno, non pensò fare per questo anno altro
movimento.
207
secreta intelligenza, convocarono ancor essi un altro Concilio in
Pisa. Così in quest'anno 1408 tre Concilj furon convocati il primo
in Perpignano dalla Bolla di Benedetto che fu il più sollecito di
tutti: il secondo in Aquileja dalla Bolla di Gregorio spedita a' 2 di
luglio, per la quale s'intimava l'apertura del Concilio per la
Pentecoste dell'anno seguente; ed il terzo in Pisa dalle lettere de'
Cardinali d'amendue i partiti spedite in Livorno il dì 26 giugno,
per le quali s'intimava l'apertura del Concilio a Pisa per lo dì 26
marzo dell'anno seguente. Benedetto fu il più sollecito, e fece
cominciare il suo Concilio il primo di novembre. Vi si trovarono i
Vescovi di Castiglia, di Aragona, di Navarra, e molti altri Prelati
di Francia, di Guascogna e di Savoja in numero di 120 senza
comprendere i quattro Arcivescovi onorati con titolo di
Patriarchi. Quando si venne al punto dello scisma, i Vescovi per
la maggior parte si ritirarono da Perpignano, e 'l Concilio si
restrinse al numero di 18, i quali riconobbero Benedetto per
legittimo Papa; lo consigliarono però di proccurare l'union della
Chiesa per via di rinunzia, in caso che il Competitore rinunziasse
o venisse a morte, ovvero fosse deposto; e d'inviar Legati a'
Cardinali ch'erano in Pisa con piena potestà di stabilire il trattato.
Mentre ciò facevasi in Perpignano, i Cardinali dei due Collegi
pensavano con serietà ad impegnar tutti i Principi a riconoscere il
lor Concilio e ad approvare quanto avessero fatto. Aprirono
dunque il Concilio il dì 25 marzo dell'anno 1409 giorno prefisso
per l'apertura. Primieramente il Concilio citò Pietro di Luna ed
Angelo Cornaro, che si dicevano Papi, e non essendo comparito
alcuno, il Concilio gli dichiarò contumaci. Pronunziò, che il
Collegio de' Cardinali unito avea potuto convocare il Concilio, e
che il Concilio generale poteva procedere ad una sentenza
diffinitiva. Comandò poi la sottrazione d'ubbidienza a' due pretesi
Papi: ed infine dopo aver prese le informazioni sopra la loro
condotta, gli dichiarò decaduti dal diritto che pretendevano al
Pontificato, e gli depose con deffinitiva sentenza. I due Collegi
208
de' Cardinali procedettero poi all'elezione d'un legittimo
Pontefice, secondo il decreto del Concilio, ed elessero Pietro
Filargio di Candia, nomato il Cardinal di Milano, dell'Ordine de'
Frati Minori che prese il nome di Alessandro V , Egli presedette
alle sessioni seguenti del Concilio che terminò il dì 7 agosto di
quest'anno 1409. Era composto di 22 Cardinali, di 4 Patriarchi, e
di 12 Arcivescovi, di 67 Vescovi in persona, di 75 Deputati, d'un
grandissimo numero d'Abati, di Generali, di Procuratori d'Ordini,
di Deputati de' Capitoli, e di 67 Ambasciadori di Re e d'altri
Principi sovrani.
Alessandro V riputato dalla maggior parte de' Principi
d'Europa per vero e legittimo Pontefice, ancorchè fosse Frate de'
zoccoli, era stato molti anni Arcivescovo di Milano, e poi fatto
Cardinale da Papa Innocenzio VII avea non poca esperienza delle
cose del Mondo, onde presa ch'ebbe la corona voltò subito il
pensiero a riporre la Sede Appostolica nel suo primiero stato e
riputazione; e vedendo gli apparati del Re Ladislao, i quali eran
tutti indrizzati per impadronirsi di Roma e del suo Stato, fece lega
con i Fiorentini; a' quali era già resa sospetta la grandezza e
l'animo di Ladislao; ed essendo favorito anche dalla Francia che
lo riconobbe per vero Papa, mandò ivi a chiamar Re Luigi per
opporlo a Ladislao, ed intrigarlo in una nuova guerra, acciocchè
dovendo badar poi a' propri mali, non potesse pensare ad
inquietare lo Stato della Chiesa romana.
Dall'altra parte Gregorio non avea mancato di aprir suo
Concilio in Aquileja, ovvero in Udine, nel giorno della Festa del
SS. Sacramento di quest'istesso anno 1409 ma non fu quello sì
numeroso, nè vi si trovò che un picciolissimo numero di Prelati;
nulladimanco vi fece dichiarare ch'egli ed i suoi predecessori
erano stati canonicamente eletti, e che non solo Pietro di Luna, et
quelli che l'aveano preceduto, ma eziandio Pietro di Candia
nuovamente eletto, erano intrusi, e che non aveano avuto alcun
diritto al Pontificato. Fece però una dichiarazione ch'era pronto a
209
rinunziare al Papato realmente, e di fatto purchè Pietro di Luna e
Pietro di Candia vi rinunziassero ancora personalmente e nel
medesimo luogo. Creò nuovi Cardinali, non meno che avea fatto
Benedetto: onde invece di due Papi, dopo il Concilio di Pisa se ne
videro tre, da' quali miseramente era la Chiesa lacerata. Gregorio
terminato il Concilio, non istimandosi sicuro in Udine, fuggì
travestito in Apruzzo; onde Ladislao avendo scorti gli andamenti
di Alessandro, mandò tosto Angelo Aldemarisco Gentiluomo con
quattro galee a chiamarlo. Stava egli allora a Pietra Santa con due
Cardinali che non aveano voluto abbandonarlo, il qual intesa la
chiamata di Ladislao, scese molto volentieri ad imbarcarsi al
Porto di Luna, e venne a Gaeta, ove fermò la sua residenza, ed
ove il Re l'accolse con molta riverenza come a vero Pontefice, ed
ordinò che per tale fosse tenuto nel Regno ed in tutti i suoi
dominj. Avea Gregorio una picciolissima Corte: poichè non era
riconosciuto per Papa, se non negli Stati del Re Ladislao.
All'incontro Alessandro V era riconosciuto per legittimo Papa
quasi in tutta la Cristianità, eccettuatene solo queste province che
ubbidivano a Gregorio, ed i Regni di Aragona, di Castiglia, di
Scozia, e gli Stati del Conte di Armagnac che riconoscevano
Benedetto. L'Alemagna era divisa, perchè Roberto Re de' Romani
ricusava che fosse riconosciuto Alessandro, per aver egli dato in
molte lettere il titolo di Re de' Romani a Venceslao Re di Boemia.
CAPITOLO VII.
210
Papa Alessandro, e ricordandosi quanto importi l'amicizia d'un
Papa a chi vuole acquistare o mantenere il Regno di Napoli, si
pose subito in mare con alcuni legni, ch'erano nel porto di
Marsiglia, e venne a Livorno, e di là a Pisa a baciar i piedi al
Papa, dal quale fu ricevuto in Concistoro pubblico con
grandissimo onore, ed esortato, che seguendo l'esempio de' suoi
cristianissimi antecessori, volesse pigliar la protezione della
chiesa; e perchè potesse più legittimamente procedere all'acquisto
del Regno, in un altro Concistoro il Papa pronunziò per
iscomunicato e scismatico Re Ladislao, e lo privò del Regno, e ne
fece nuova investitura a Re Luigi, dicendo, che quella che avea
avuta da Clemente, il quale non era vero Pontefice era invalida; e
si conchiuse, che si soldasse Braccio da Montone Perugino,
Sforza da Cotignola e Paolo Orsino, tutti Capitani a quel tempo di
gran fama. Ma mentre Luigi si partì da Pisa ed andò in Fiorenza
per ottener, che quella Repubblica per virtù della lega
contribuisse al soldo de' tre Capitani, Papa Alessandro se ne andò
in Bologna; e perchè quando fu eletto Papa, era settuagenario, ivi
ammalatosi, se ne morì nel dì 3 maggio di quest'anno 1410. I
Cardinali il terzo dì da poi che furono entrati in Conclave senza
contrasto elessero Baldassare Cossa gentiluomo napoletano
Cardinal di Bologna, il quale anche ebbe la raccomandazione del
Re Luigi, e si fece chiamare Giovanni XXIII. Costui non meno di
spirito fervido ed inquieto di quel, ch'era Ladislao, il primo
disegno che concepì, fu di cacciar Ladislao del Regno; e perchè i
Fiorentini stavano sospesi, e non volevano pagar danari, se non
sapeano, se l'animo del nuovo Pontefice era di firmar la lega, Re
Luigi andò in Bologna ad adorarlo, e lo trovò molto più pronto in
favor suo, che non era stato Papa Alessandro; perocchè non solo
concorse alle spese dell'esercito per terra, ma soldò anche un gran
numero di galee di Genovesi, che giunte insieme col navilio
franzese, che aspettavasi da Provenza, andassero ad assaltar il
Regno per mare.
211
Intanto Re Ladislao non perdè tempo: avvisato che fu della
malattia di Papa Alessandro, spinse incontanente dal Contado di
Sora ov'era, il suo esercito a Roma, e parte per trovarsi quella
città senza presidio, e parte perchè diceva di volerla ridurre
all'ubbidienza di Papa Gregorio, ch'era in Gaeta, la pigliò senza
contrasto: ed avendo inteso gli apparati de' suoi nemici, lasciò
Perretto d'Ibrea Conte di Troia in Roma, e Gentile Monterano con
tremila e secento cavalli, e distribuì il rimanente dell'esercito per
alcune terre di Campagna, ordinando a' Capitani, che quando
vedessero il bisogno andassero tutti a Roma a soccorrere il Conte
di Troia, ed egli venne a Napoli a provveder di danari, ed
attendere, che la città non si perdesse per assalto di mare.
Accumulati per molte vendite di terre e di castelli, che fece a
vilissimo prezzo, danari in gran numero, armò otto navi o sei
galee, e provisto a questo modo alle cose di mare, chiamò tutti i
Baroni con disegno di andare a Roma. Ma essendosi
approssimato Re Luigi a Roma, il popolo romano sollecitato da
Paolo Orsino, ch'era venuto alla Porta di S. Pangrazio, prese
l'arme, e benchè il Conte di Troia facesse resistenza, all'ultimo fu
forzato di cedere. Re Luigi fatto l'acquisto di Roma, e fermati
quivi gli Ufficiali in nome di Papa Giovanni, desiderava d'entrare
subito nel Regno e seguir la vittoria; ma Braccio per ricoverare
alcune terre del patrimonio di S. Pietro, che si tenevano per
Ladislao e poteano offendere le terre sue; e Paolo Orsino per
ricovrare alcuni castelli di campagna, s'intertennero tanto, che
Ladislao ebbe tempo di provvedere molto bene alle cose sue, e
ponersi in ordine con gagliardo esercito. E qui assai a proposito
ponderò Angelo di Costanzo l'infelicità dei Re di que' tempi che
più tosto servivano, ch'eran serviti da' Capitani di ventura, i quali
aveano per fine più il comodo proprio, che la vittoria di que'
Principi che gli pagavano: ond'è, che Ladislao, il quale di ciò
s'avvide, dopo che giunse in età di guerreggiare per se stesso, non
se ne servì se non quando non se ne potea far altro, servendosi
212
sempre di condottieri del Regno o di alcuno estero, che non
avesse tante genti, che e' non avesse potuto senza pericolo
svaligiarlo, quando non avesse voluto eseguir a punto quel che
egli comandava.
Dopo che Paolo e Braccio ebbero cacciati i soldati di Ladislao
da quelle terre, si mossero da Roma con Luigi, e vennero colle
loro truppe per la via Latina verso il Regno. Dall'altra parte
Ladislao si partì di Capua con tredicimila cavalli, e quattromila
fanti, e giunse in campagna sotto Rocca Secca, a tempo che Luigi
col suo esercito era a Ceprano; e procedendo un poco più avanti,
venne Re Luigi ad accamparsi un miglio vicino a lui. L'una e
l'altra parte dubitava, che consumando il tempo, sarebbero
mancati i denari per pagar i soldati e si dissolverebbe l'esercito,
onde vennero volentieri a giornata. Si attaccò il fatto d'arme a
vespro, e durò fin a notte oscura con grandissima virtù dell'una
parte e dell'altra; ma in fine l'esercito di Luigi restò vittorioso, e
Ladislao, che fin all'estremo della battaglia avea fatto ogni sforzo
possibile per vincere, al fine disperato della vittoria si ridusse a
tre ore di notte a Rocca Secca e mutato cavallo, se ne andò a S.
Germano, ove la medesima notte si ritrovarono tutti quelli,
ch'erano scampati dalla rotta. Vinse Luigi, ma non seppe poi
servirsi della vittoria; e fu gran maraviglia, che l'esercito suo
vittorioso guidato da' più esperti Capitani d'Italia, non avesse
seguita la vittoria, per la quale senza contesa avrebbe acquistato il
dominio del Regno. I soldati del Re Luigi dopo la vittoria non
vollero passar più innanzi senza la paga, sperando, che Papa
Giovanni l'avesse mandata al primo avviso della vittoria; onde
Luigi, in vece di passar innanzi, fu forzato a tornar a dietro, e
cavalcò a trovare il Papa a Bologna insieme con Braccio e con
Sforza. Scrive Pietro d'Umile, il quale si trovò a questa giornata,
ch'era tanta la povertà dell'esercito di Luigi, che gli uomini
d'arme, che avean fatti prigioni coloro dell'esercito del Re
Ladislao, poichè gli aveano tolte l'armi ed i cavalli, e data la
213
libertà, secondo l'uso di que' tempi, promettevano rendere ad
ogn'uno l'arme, ed il cavallo per prezzo di otto e diece ducati. E
che perciò Re Ladislao comandò a Tommaso Gecalese suo
tesoriere, che prestasse danari a coloro, che non potevano averne
di casa loro; e che durò molti dì, che si partiva il Trombetta di S.
Germano con una schiera di ragazzi e tornavano armati a cavallo;
tal che non molto tempo da poi si trovò l'esercito di Ladislao
quasi intero. Si aggiunse ancora, perchè Ladislao fuor della sua
espettazione restasse libero d'ogn'impaccio, che Re Luigi,
essendo giunto a Bologna per ricever soccorso da Papa Giovanni,
lo trovò molto travagliato di mente; imperocchè l'Imperatore
Sigismondo mosso da zelo cristiano per estinguere lo scisma,
ch'era durato tanti anni, parte con la sua persona, parte con
Ambasciadori andò e mandò a confortare tutti i Principi cristiani,
che volessero insieme con lui costringere Benedetto XIII che
stava in Catalogna, Gregorio XII che stava in Gaeta, e Giovanni
XXIII a venire ad un Concilio universale, ove si avesse da
decidere chi di loro era vero Pontefice, e togliere l'ubbidienza a
colui, che non andasse. Ed ottenuta la volontà di tutti, avea fatto
congregare prelati d'ogni nazione nella città di Costanza, che avea
deputata per lo Concilio, ed a quel tempo avea mandato a
chiedere Papa Giovanni, che andasse al Concilio: per la qual cosa
trovandosi il Papa in dubbio di se stesso, fu costretto di dire a Re
Luigi, ch'era necessario attendere a' casi suoi, e di servirsi de'
soldati suoi contra i Tiranni, che alla fama di questo Concilio
erano insorti contra di lui, consigliandolo a differir la guerra del
Regno a tempo più comodo; per le quali parole Re Luigi mal
contento partì, e se ne andò in Provenza, e poco da poi morì,
lasciando tre figliuoli, Luigi, Renato, ed un altro, dei quali si
parlerà ne' seguenti libri di quest'istoria.
214
CAPITOLO VIII.
215
e con la città di Lesina in Capitanata, partendosi da quella città
per la peste che vi era, se n'andò all'Acqua della Mela, Casale di
S. Severino, ove ammalatasi, nelle proprie braccia del Re suo
figliuolo a' 7. agosto morì, e fu con onorevolissime esequie
portato il cadavere nella chiesa di S. Francesco di Salerno, ove le
fece fare un gran sepolcro di marmo con iscrizione secondo l'uso
di que' tempi, che ancor oggi ivi si vede.
Papa Giovanni essendosi già risoluto d'andare al Concilio,
avea lasciato Braccio Capitano della Chiesa, perchè debellasse
Francesco di Vico, il qual era ribello della medesima, e
s'intitolava Prefetto di Roma: Re Ladislao, che non sapeva star in
ozio, intesa la partenza del Papa, soccorse il ribelle; per la qual
cosa Braccio scrisse al Papa, che il Re avea rotta la pace. Ma le
cose del Concilio andavano per Giovanni tanto travagliate, che
l'avean fatto lasciare in tutto il pensiero delle cose d'Italia; onde
Ladislao, lasciato ogni rispetto della pace l'anno seguente 1413
occupò Roma, e proccurò ancora con grande arte che oltre a
Sforza, venisse al di lui soldo anche Paolo Orsino; poichè l'uso di
que tempi era, che i Capitani di ventura finito il soldo con un
Principe, solevano andare a servire un altro, senza che restasse
rancore nel primo, che aveano servito; con tutto ciò Paolo
conoscendo il Re di natura vendicativo, stava pur sospeso; e
credendo che la sola di lui fede non gli bastasse, volle dal Re
sicurtà, che li fu data. Vennero perciò Paolo, ed Orso Orsini con
molte compagnie di genti d'arme bene in ordine, e 'l Re gli mostrò
buon viso. Ma covando dentro il pensiero di fargli morire, volle
farsi benevolo Sforza, al quale, ancorchè pure l'odiasse, siccome
odiava tutti i Capitani di ventura, nulladimanco gli portava più
rispetto, e dubitava più di romper la fede a lui, che agli altri. Erasi
per tanto Ladislao apparecchiato per la guerra di Toscana; ed i
Fiorentini sospetti della sua ambizione cercavano di prepararsi
alla difesa della loro libertà. Ma Ladislao per sorprendergli
mostrava altrove voler volgere le sue truppe; onde partito di
216
Roma, ed avendo agevolmente occupate tutte le Terre della
Chiesa, distribuì per quelle i Capitani e le genti ed egli si fermò a
Perugia con disegno di non scoprire per alcuni dì l'animo suo,
volendo tenere in timore tutte le Terre di Toscana, di Romagna e
di Lombardia, per taglieggiarle: mandarono subito Ambasciadori,
Fiorenza, Lucca, Siena, Bologna ed altre Terre, ed egli fece buon
viso a tutti egualmente; ma nel parlare era ambiguo, mostrando
segno talora di voler passare in Lombardia. Ma all'ultimo
accettando dall'altre Terre l'offerte de' presenti, andava
trattenendo in parola gli Ambasciadori fiorentini, i quali tennero
per certo, che l'animo suo era di assaltar Fiorenza, e per questo
presero un sottile ed industrioso partito; poichè avendo inteso,
che'l Re stava innamorato della figliuola d'un Medico perugino,
con la quale spesso si giaceva, è fama, che avessero con gran
somma di denari subornato il Medico, acciocchè per mezzo della
figliuola l'avesse avvelenato: che il Medico indotto dall'avarizia,
anteponendo il guadagno alla vita della figliuola, l'avesse
persuasa ad ungersi le parti genitali d'una unzione pestifera,
quando andava a star col Re, dandole a credere, che quella fosse
una composizione atta a dare tal diletto al Re nel coito, che non
avrebbe potuto mai mancare dall'amor suo; e che per questo il Re
si fosse infermato d'un malo al principio lento ed incognito; nel
qual tempo essendo venuto Paolo ed Orso a visitarlo, fece
prendere amendue, e porgli in carcere strettissimo; ed essendo
tutti i Capitani venuti a pregarlo, che non volesse rompere la fede
data, il Re loro rispose, che avendo saputo che, Paolo teneva
pratica co' Fiorentini di tradirlo, era stato astretto per assicurarsi,
di farlo arrestare; ma quando non fosse vero, l'avrebbe liberato.
Fu questa istanza e trattenimento molto opportuno per la lor
salute, perchè aggravandosi il male, e partendosi il Re da Perugia
per venirsi ad imbarcare su le galee ad Ostia, quando volle condur
seco i prigionieri, i Capitani elessero il Duca d'Atri, che andando
sotto colore di far compagnia al Re, aresse da provvedere, che i
217
prigioni non fossero gittati in mare. Giunto il Re ad Ostia si
imbarcò assai grave del male, e quasi farneticando mostrava, che
ogni suo intento non era in altro, se non che i prigioni non
fuggissero; e giunto a Napoli a' 2 d'agosto di quest'anno 1414 fu
dalla marina portato in lettiga al castello, e subito che fu messo in
letto comandò, che Paolo fosse decapitato. Il Duca d'Atri parlò
con Giovanna sorella del Re, che governava il tutto, perchè la
Regina moglie stava più a modo di prigioniera, che di Reina, e
dissele quanto potea pregiudicare all'anima ed allo Stato del Re,
se un tal personaggio fosse stato senza legittima cagione fatto
morire; ed operò, che la mattina seguente quelli, che vennero a
visitar il Re, dissero, che a Paolo era stata mozza la testa ed il
corpo tagliato in quarti. Nè perchè mostrasse il Re di questo
grandissimo piacere, mancò un punto la violenza del male, per la
quale giunto il sesto dì d'agosto uscì di vita con fama di mal
Cristiano. Giovanna, perch'era morto scomunicato, lo mandò
senza pompa a seppellire a S. Giovanni a Carbonara. Ma poi gli
fece fare quivi un sepolcro per la qualità di que' tempi assai
magnifico e reale, che ancor oggi si vede.
Morì Ladislao non avendo ancor compiti ventiquattro anni di
Regno, come di lui cantò il Sannazzaro:
Mors vetuit sextam claudere Olympiadem: e visse trentanove
anni. Nel suo regnare, come suole avvenire, che si siegua
l'esempio del Principe, fiorirono le armi, e si diede bando alle
lettere; perciò non leggiamo noi in questi tempi que' chiari
Giureconsulti e tanti altri Letterati, che sotto il Regno di Roberto
e di Giovanna sua nipote fiorirono. Le tante guerre in un Regno
diviso, e dove sovente due regnavano, obbligavano i Popoli a
tener più le armi in mano, che i libri; quindi non si vide, che per
meglio stabilire il governo civile e politico, si pensasse a far
nuove leggi, a riordinar i Tribunali e l'Università degli studj: di
Ladislao solamente una legge abbiamo tra' Capitulari de' Re
angioini; poichè i due Re contendenti, Luigi e Ladislao, tenea
218
ciascuno la sua Corte ed i suoi Ufficiali; quindi nacque quella
confusione, che osserviamo in questi tempi tra i sette Ufficiali
della Corona, dei quali non potè tenersi certa e continuata serie e
successione. Per quest'istessa cagione leggiamo ancora nello
stesso tempo due G. Contestabili, due G. Protonotarj e così degli
altri, e sovente mancare e poi esser l'Ufficiale rifatto e restituito,
secondo mancavano o si restituivano nel dominio i Principi
contendenti.
L'animo bellicoso ed invitto di Ladislao, siccome nel Regno
restituì la disciplina militare, così l'accrebbe di Baroni, e non
poco impoverì il regal patrimonio per tante vendite e concessioni
di Feudi che fece; onde anche per questa parte si vide notabile
cangiamento. Prima pochi erano i Baroni e molto più pochi i
Conti. De' Duchi (poichè i Principati sol erano de' Reali, o di
coloro al lor sangue congiunti) non s'intese altro, che quello
d'Andria nella casa del Balzo e l'altro di Sessa nella casa
Marzano: poi nel tempo, che corse dalla morte di Giovanna I al
regno di Ladislao, alcuni Signori, che nutrivano genti d'arme,
occupavano le Terre e si usurpavano i titoli a lor modo e tra
costoro fra' Sanseverineschi fu Vincislao Sanseverino, il qual
vedendo nella casa del Balzo e di Marzano questo titolo, s'usurpò
anch'egli il titolo di Duca di Venosa. Tra' Signori Acquaviva
l'istesso fece il Duca d'Atri, nella cui casa se bene il Marchese di
Bellante, disceso da questo Duca, dicesse ad Angelo Costanzo,
che nella Casa Acquaviva venisse il titolo di Duca per privilegio
della Regina Giovanna II, che regnò alquanti anni da poi;
nulladimanco prima di questo tempo scrive il Costanzo261 trovar
titolo di Duca in questa casa nel libro del Duca di Monteleone di
carta e carattere tanto antico che si mostra che fu scritto a quelli
tempi, siccome anche l'avea letto nelle Annotazioni di Pietro
d'Umile che accuratamente scrisse le cose del Re Ladislao, e
parte della Regina Giovanna II; ond'è che l'uno e l'altro sia
261
Costanzo lib. ii.
219
verissimo, e che questo Duca d'Atri, che si trovò alla morte di
Ladislao, e 'l padre, che fu Generale a Taranto, si fossero chiamati
Duchi avanti, che ne avessero il privilegio dalla Regina Giovanna
II. Ed è veramente cosa degna da notarsi, che tra le tante
revoluzioni e cangiamenti, che per lo corso di più secoli abbiamo
veduti in questo Regno, questa sola famiglia avesse ritenuto nella
sua casa questo titolo, e col titolo anche il dominio di quelle
medesime Terre, che li famosi gesti de' suoi illustri predecessori
da tanti secoli s'aveano acquistate. Alcune altre, come quella di
Sanseverino; i Ruffi del Contado di Sinopoli; i Capua del
Contado d'Altavilla, ed altri, ritengono ancora questi titoli, cioè di
Conti, come prima i loro antenati erano, non già di Duchi. Il
Ducato di Andria, e l'altro di Sessa sono più antichi; ma da altre
famiglie sono ora posseduti.
De' Marchesi, ancorchè nel resto d'Italia si cominciassero a
sentire, nel nostro Regno non ve n'era alcuno; e solo nel Regno di
Ladislao s'intese Cecco del Borgo Marchese di Pescara, e notò il
Costanzo, che prima di costui non trovò, che altri avesse titolo di
Marchese nel Regno di Napoli.
I Conti, ancorchè nel Regno, non meno degli Angioini, che de'
Svevi e Normanni, fossero non pochi, ne' tempi di Ladislao si
accrebbe molto il numero, de' quali il Summonte ne tessè lungo
catalogo; ma per le tante concessioni di Feudi, che fece questo
Principe, il numero di Baroni crebbe non poco. Oltre ad essere
stato stretto sovente dal bisogno per mantener tante guerre,
vendergli a prezzo vilissimo, era Ladislao fuor di misura
liberalissimo; e quando aveva e quando gli mancava, non poneva
mente nè a giusto, nè ad ingiusto per aver denari. Essendo
amatore di uomini valorosi e dilettandosi spesso in continue
giostre e giuochi d'arme, come quegli ch'era valentissimo in ogni
spezie d'armeggiare; a colui, dal quale vedea qualche pruova, non
si poteva mai saziare di donare e far onore. Quando la seconda
volta trionfò in Roma, sentendo gli apparati di Re Luigi, che col
220
favore del nuovo Pontefice Alessandro faceva per l'impresa del
Regno, lasciando il Conte di Troja in Roma, se ne venne egli a
Napoli a provveder di danari; e narra Angelo di Costanzo262, che
in quell'anno, secondo i registri che ritrovano, fece infinite
vendite di terre e di castelli a vilissimo prezzo, non solo a
Gentiluomini napoletani, ma a molti della plebe ed a Giudei poco
innanzi battezzati. Vendè anche molti Ufficj ed insino al grado di
Cavalleria, del che solea poi ridersi; e di alcune Terre faceva a
persone diverse in un tempo diversi privilegi. Quando poi
apparecchiossi alla guerra di Toscana, ritornò parimente in Napoli
per far danari, e cominciò a vendere terre e castelli non solo di
coloro, ch'erano giudicati e condennati per ribelli, ma di coloro
eziandio, in cui non era una minima sospizione. Si vede
nell'Archivio regio un registro grande di terre e castelli comprati
da Gurrello Origlia per bassissimo prezzo, benchè il Re dicesse,
che il più che valevano, il donava a conto di remunerazione. Ed è
certamente cosa degna di ammirazione la grandezza di questo
Gurrello, che in una divisione che fece tra' suoi figliuoli di quello
che avea acquistato, si nominano tra città, terre e castelli più di
sessanta, che di sei figli, non fu chi non ne avesse almeno otto;
ma questa felicità ebbe pochissimo spazio di tempo, perchè la
Regina Giovanna, che successe, gli spogliò d'ogni cosa.
Parimente per farsi più benevolo Sforza donò a Francesco
primogenito di lui Tricarico, Senisi, Tolve, Crachi, la Salandra e
Calciano; la qual profusione si vide ancora praticata con gli
Stendardi, Mormili ed altri, di cui Costanzo263 fece lungo
catalogo.
Per questa cagione avvenne, che quando prima pochi Conti
erano, che possedevano Contadi e molti Baroni, allora si videro
assai più Conti e moltissimi Baroni, non pur cittadini delle altre
città principali del Regno, ma anche molte famiglie di Napoli,
262
Ang. Cost. lib. II in fin.
263
Costan. lib. II.
221
ancor che fuori de' Seggi, si videro aver Feudi e castelli; e quando
prima della rovina di tanti gran Baroni sterminati da Ladislao,
non erano più, che diciassette famiglie in tutti i Seggi, che
avessero terre e castelli e quelle poche e piccole; nella morte sua
si trovarono aggiunte più di ventidue altre famiglie,
particolarmente di quelle di Porta Nova e di Porto; i gentiluomini
de' quali Seggi furono da lui mirabilmente e quasi per istituto
naturale favoriti; e ciò oltra di quelle che non erano ne' Seggi, le
quali o per dono o per vendita si videro con Feudi e Baronie.
Di tre mogli ch'egli ebbe, Costanza di Chiaramonte da lui
repudiata, Maria sorella del Re di Cipro e la Principessa di
Taranto, con niuna generò figliuoli; perciò gli succedette nel
Regno Giovanna sua sorella. Oltre a queste mogli, essendo un
Principe libidinosissimo, ebbe ancora molte concubine, cioè la
figliuola del Duca di Sessa, un'altra chiamata la Contessella, di
cui il Costanzo non potè trovar nome, nè cognome; e queste le
teneva nel Castel Nuovo, da dove non si partirono, nè tampoco
quando si casò colla Principessa di Taranto, di ch'ella tanto
mostrossi ingiuriata, non avendo fatto almeno tanto conto di lei,
che avesse fatte appartare quelle e mandarle al Castel dell'Uovo,
dove stava Maria Guindazzo altra sua concubina. Ne ebbe ancora
altre di Napoli e di Gaeta, tenendo persone deputate a questo fine,
che glie le provvedessero delle più vivaci e più belle a
somiglianza de' Soldani d'Egitto e degl'Imperadori Ottomani
d'oggi. Sua sorella Giovanna non volle in ciò essere riputata
meno di suo fratello; onde da poi che rimase vedova del Duca
d'Austria, si provvide anch'ella di concubini, tanto che possiam
dire, che Carlo III di Durazzo e la Regina Margarita sua moglie
avessero dati al mondo due portentosi mostri di libidine e di
laidezza. Di tante concubine sol da una donna di Gaeta generò un
figliuolo bastardo chiamato Rinaldo, che l'avea intitolato Principe
di Capua, se ben senza dominio, il quale lo casò con una figliuola
del Duca di Sessa. Costui nelle tante rivoluzioni, che avvennero
222
nel Regno di Giovanna sua zia, non parendogli di stare più in
Napoli si ritirò in Foggia, dove ben veduto dalla Regina menò i
giorni suoi, e quivi morì e fu sepolto nella chiesa maggiore di
quella città, nella stessa cappella, dove era stato in deposito il
corpo del Re Carlo I ceppo della Casa d'Angiò. Rimasero di lui
un maschio chiamato Francesco e molte femmine. Francesco
ebbe un sol figliuolo, nominato anch'egli dal nome dell'avolo
Rinaldo; il quale casato con Camilla Tomacella, poco da poi se ne
morì e fu sepolto nella medesima cappella, dove il padre, che
poco appresso lo seguì, gli fece ergere un sepolcro con epitaffio,
trascritto dal Summonte264, che ancor ivi si vede.
264
Summont. lib. 4 to. 2 pag. 602.
223
STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI
LIBRO VENTESIMOQUINTO
224
La città di Napoli, benchè si trovasse meno gran numero di
Nobili della parte Angioina, li quali erano in Francia, e que'
ch'erano in Napoli rimasi in gran povertà, nullamanco mentre vi
regnò Ladislao stette pur molto in fiore, non solo per l'arte
militare che era in uso con onore di tanti personaggi, ed utilità di
tanti Nobili, che onoratamente viveano con gli stipendj; ma molto
più gli Stati che in dono o in vendita avea Ladislao compartiti per
le famiglie di tutti i Seggi e fuori di quelli ancora. Ma si scoverse
subito nel principio del Regno della Regina Giovanna II tal
mutazione di governo, che molti savj pronosticarono che in breve
la parte di Durazzo non starebbe niente meglio dell'Angioina, con
universale distruzione del Regno; poichè Giovanna, essendo
Duchessa, s'era innamorata d'un suo Coppiere o come altri
vogliono Scalco, chiamato Pandolfello Alopo, al quale
secretamente avea dato il dominio della persona; quando poi si
vide Regina, rotto il freno del timore e della vergogna, gli diede
ancora il dominio del Regno, perchè avendolo creato G.
Camerario, l'ufficio del quale come altrove fu detto, è d'aver cura
del patrimonio e dell'entrate del Regno, e lasciando amministrare
ogni cosa a suo modo, gli era quasi soggetto tutto il Regno. Ma
praticando Sforza in Castello per trattar la sua condotta con la
Regina, scherzando ella con lui molto liberamente, riprendendolo
che non pigliava moglie: Pandolfello entrò in gelosia, perchè
Sforza se ben'era di quarant'anni, era di statura bella e robusta,
con grazia militare, atta a ponere su i salti la natural lascivia della
Regina: e senza dar tempo che potesse passar più innanzi la
pratica, disse alla Regina, che Sforza era affezionato a Re Luigi, e
ch'avea mandato a chiamare le sue genti nel Regno, con
intenzione di pigliar Napoli e se poteva il castello ancora e lei; e
che quest'era cosa, che l'avea saputa per vie certissime e
bisognava prestar provisione. La Regina non seppe far altro, che
dire a lui, che provedesse e gli ordinò; che la prima volta, che
Sforza veniva nel castello, se gli dicesse che la Regina era nella
225
Torre Beverella; onde Sforza entrato là trovò tanti che lo
disarmarono e lo strinsero a scendere al fondo dove stava Paolo
ed Orso.
Quando questa cosa si seppe per Napoli, diede gran dispiacere
alla parte di Durazzo, e massime a coloro ch'erano stati del
Consiglio del Re Ladislao, i quali andarono tosto a dire alla
Regina, che molto si maravigliavano, che col solo parere del
Conte Pandolfello avesse fatto imprigionare Sforza tanto famoso
e potente Capitano, dov'era necessario averne consiglio da tutti i
savj di Napoli e di tutto il Regno, non solo degli altri della Corte,
perchè ciò importava l'interesse non solo della sua Corona, ma di
tutto il Regno, che anderia a sangue ed a fuoco, se le genti di
Paolo si unissero con quelle di Sforza, per venire a liberare i loro
Capitani. La Regina rispose che avea ordinato al Conte, che
l'avesse conferito col Consiglio e che colui non avea avuto tempo
da farlo per lo pericolo, ch'era nella tardanza; ma che avrebbe
ordinato, che si vedesse di giustizia se Sforza era colpevole, e
trovandosi innocente il farebbe liberare. Quelli fecero di nuovo
istanza che si commettesse la cognizione della causa a Stefano di
Gaeta Dottor di legge, e così fu ordinato.
CAPITOLO I.
226
assicurar il Regno di quiete; e che il Regno stando in quel modo
non potria tardare a vedersi in qualche movimento. A questo
s'aggiunse, che le Feste di Natale arrivarono in Napoli
Ambasciadori d'Inghilterra, di Spagna, di Cipri e di Francia a
trattar il matrimonio, che indussero la Regina a risolversi. E
perchè parea più opportuno il matrimonio dell'Infante D.
Giovanni d'Aragona, figliuolo del Re Ferrante, di tutti gli altri
matrimonj, perchè Ferrante possedea l'isola di Sicilia, donde
poteva più presto mandare soccorso per debellare gli emuli della
Regina: il Consiglio persuase, che si mandasse in Catalogna
Messer Goffredo di Mont'Aquila Dottore di legge e Frate Antonio
di Taffia Ministro de' Conventuali di S. Francesco a trattar il
matrimonio, i quali furon tantosto in Valenza e lo conchiusero
con gran piacere di quel Re. Ma quando gli Ambasciadori
tornarono in Napoli, e dissero che l'Infante D. Giovanni, che avea
da essere lo sposo non avea più che diciotto anni, e la Regina
n'avea quarantasette, si mandò a disciogliere tutto quel, che s'era
convenuto e si elesse il matrimonio del Conte Giacomo della
Marcia de' Reali di Francia, ma molto rimoto alla Corona;
giudicando che potrebbe trattar con lui con più superiorità, che
con gli altri, che verrebbero con più fasto e superbia, e patteggiò
col di lui Ambasciadore, che s'avesse ad astenere dal titolo di Re,
e chiamarsi Conte e Governador Generale del Regno, che del
rimanente sarebbe tenuto da lei carissimo. Partì di Napoli
l'Ambasciadore sollecitato da molti, che pregasse il Conte
d'affrettarsi al venire, e con questo restarono gli animi di tutti
quieti. Ma Pandolfello pensando, che fosse poco, che il marito
della Regina si chiamasse Conte per la sicurtà sua, e conoscendo
la moltitudine degl'invidiosi, che desideravano la rovina sua,
pensò di fortificarsi di amicizie e di parentadi, e voltando il
pensiero ad obbligarsi Sforza, scese a visitarlo nelle carceri,
sforzandosi di dargli a credere, che la Regina l'avea fatto
restringere ad instigazione d'altri, e ch'egli tuttavia travagliava per
227
farlo liberare. Sforza ch'era di natura aperta e molto semplice,
tenendolo per vero, il ringraziò, e gli promise ogni ufficio
possibile di gratitudine, ed egli replicò, che stesse di buon animo,
che vi avrebbe interposta Catarinella Alopa sua sorella
favoritissima della Regina. Di là a pochi dì avendo conferito
questo suo pensiero con la Regina, l'indusse a contentarsi di
quanto egli faceva, e ritornato in carcere disse a Sforza, che avea
proccurato non solo la libertà, ma la grandezza sua; ma che la
Regina volea per patto espresso, che pigliasse per moglie
Catarinella, che avea tanto travagliato per liberarlo, e che in conto
di dote gli darebbe l'ufficio di G. Contestabile, con ottomila
ducati il mese per soldo delle sue genti. Uscì Sforza da prigione, e
fur celebrate le nozze con gran pompa; ma di ciò nacque un
grandissimo sdegno ed odio contro la Regina, ed il Conte
Pandolfello, in tutti quegli del Consiglio, parendo cosa
indegnissima, che un semplice Scudiero (che così lo chiamavano)
disponesse senza vergogna dell'animo e del corpo della Regina;
ma molto più fremevano i servidori del Re Carlo III e del Re
Ladislao che vedevano vituperare la memoria di due Re tanto
gloriosi, e tra gli altri mostrava maggior doglia Giulio Cesare di
Capua, il quale avendo condotto appresso di se gran parte de'
soldati del Re Ladislao, aspirava a cose grandi, essendo Sforza
carcerato; ma quando lo vide libero ed unito con Pandolfello, già
pareva a tutti, che fosse ordinato un Duumvirato di Sforza e del
Conte, che avrebbe bastato a poner in un sacco il Conte della
Marcia, e partirsi il Regno; onde quando venne l'avviso, che il
nuovo marito di Giovanna era in Venezia, e che fra pochi dì
sarebbe a Manfredonia, Giulio Cesare si partì con alquanti altri
Baroni senz'ordine, ed incontrato il Conte al piano di Troja, fu il
primo, che scese da cavallo e lo salutò Re, e così fecero gli altri.
Narrò poi in che miseria era il Regno, e quanta speranza avea
d'esserne liberato dalla Maestà Sua, perchè la Regina impazzita
d'amore, s'era vilmente data in preda d'un ragazzo, il quale
228
avendo apparentato con un altro villano condottiere di gente
d'armi, disponeva e tiranneggiava il Regno con gran vituperio
della Corona e del sangue reale, e che però bisognava ch'egli con
spirito di Re e non di Conte pigliasse la Signoria, e che non
aspettasse che que' due manigoldi l'appiccassero, come in tempo
di un'altra Regina Giovanna fu appiccato Re Andrea; perchè
certamente la Regina, quando si vedesse impedita dal commercio
amoroso di colui che amava tanto, non è dubbio che avrebbe
posto insidie alla vita sua. Re Giacomo restò punto da doglia e da
scorno, parendogli aver pigliata la speranza della Signoria dubbia,
e il pericolo e la vergogna certa, perchè con lui non avea condotto
esercito; pur lo ringraziò assai, e gli promise che in ogni cosa si
sarebbe servito del consiglio e del valor suo. Il giorno seguente,
quando il Re fu sei miglia presso Benevento, arrivò Sforza
mandato della Regina ad incontrarlo con molta comitiva, il quale
senza scender da cavallo lo salutò non da Re ma da Conte: il Re
con mal viso non gli rispose altro, se non come stava la Regina;
onde gli altri della sua compagnia, vedendo il Capo loro mal
visto, ed intendendo che il Conte era stato gridato Re, andarono
con tutti gli altri Baroni e cavalieri a baciargli le mani come Re.
Ma venendo poi Sforza, Giulio Cesare che sapeva farne piacere al
Re, quando l'incontrò alla scala gli disse, ch'essendo nato in un
castello di Romagna, non dovea togliere a quel Signore il titolo di
Re, che gli avean dato i Baroni nativi del Regno e rispondendo
Sforza, che se era nato in Romagna, volea con l'arme in mano far
buono ch'era così onorato come ogni Signore del Regno: e posto
l'uno e l'altro mano alla spada con grandissimo tumulto, mentre
gli altri Cavalieri che erano presenti si posero a spartire, uscì dalla
camera del Re il Conte di Troia, che come gran Siniscalco avea
potestà di punire gl'insulti che si fanno nella casa reale, e fece
ponere in una camera Sforza, ed in un'altra Giulio Cesare tutti due
sotto chiave ma con diversa sorte: perchè Giulio Cesare uscì la
medesima sera, e Sforza senza rispetto fu calato in una fossa.
229
La Regina, che la notte medesima ebbe avviso di questo, la
mattina mandò a chiamare gli Eletti di Napoli, e loro disse, che il
dì seguente il marito era per far l'entrata nella città, che
pensassero di riceverlo come Re. Fu ricevuto il Conte da'
Napoletani, e salutato Re; il qual giunto che fu alla sala del
Castello trovò la Regina, la qual dissimulando il dolore interno
con quanta maggior dimostrazione di allegrezza potè, l'accolse; e
trovandosi con lei l'Arcivescovo di Napoli con le vesti sacre, fu
con le solite cerimonie celebrato lo sponsalizio; e l'una e l'altro
andarono al talamo, ove erano due sedie reali; ivi come fu giunta
la Regina, tenendolo per la mano si voltò verso le donne, e'
Cavalieri e l'altra turba, e disse: Voi vedete questo Signore, a cui
ho dato il dominio della persona mia, ed or dono del Regno: chi
ama me, ed è affezionato di casa mia, voglia chiamarlo, tenerlo e
servirlo da Re. A queste parole seguì una voce di tutti che
gridarono: Viva il Re Giacomo e la Regina Giovanna Signori
nostri. Da poi che fu consumato quel dì in balli e musiche, seguì
la cena ed il Re giacque con la Regina. Indi investì Re Giacomo
del Principato di Taranto promessogli per suo appannaggio, ed
acciò potesse vivere con spendidezza gli donò l'entrate di diverse
Città e Terre site nella Provincia di Terra d'Otranto265.
Il dì seguente, che tornarono le donne ed i Cavalieri, credendo
di continuar la festa reale, come si conveniva per molti giorni,
conobbero nella faccia della Regina e del Re altri pensieri, che di
festeggiare; perchè sopravvenne da Benevento Sforza incatenato,
e con grand'esempio della varietà della fortuna, fu messo nel
carcere, onde pochi di avanti era con tanta grandezza uscito.
Il Re nel dì appresso fece pigliare il Conte Pandolfello, e
condurre prigione al castel dell'Uovo, dove fu atrocissimamente
tormentato, confessando tutto quello, che il Re volle sapere, e
265
Questo capoverso non è presente nell'edizione di riferimento Milano,
Bettoni 1822, ma è tratto da altra edizione Napoli, Gravier, 1770), [Nota
per l'edizione elettronica Manuzio]
230
condennato a morte, e nel primo dì d'ottobre fu menato al
mercato, ove gli fu mozzo il capo, e da poi il corpo fu strascinato
vilissimamente per la città, ed al fine appiccato per li piedi con
intenso dolore della Regina e con gran piacere di coloro, ch'erano
stati servidori del Re Ladislao.
Avendo adunque il Re Giacomo trovato vero quanto avea detto
Giulio Cesare di Capua della disonesta vita della Regina, deliberò
di togliere a lei la comodità di trovare nuovo adultero, onde
cacciò dalla Corte tutti i Cortigiani della Regina, ed in luogo di
quelli pose altrettanti de' suoi Franzesi, e cominciò a tenerla tanto
ristretta, che non poteva persona del Mondo parlare, senza
l'intervento d'un Franzese vecchio, eletto per uomo di compagnia,
il qual con tanta importunità esercitava il suo ufficio, che la
Regina senza sua licenza non potea ritirarsi per le necessità
naturali.
Il Re Giacomo, se dopo questa depression della Regina avesse
saputo rendersi benevoli i Baroni, ogni cosa sarebbe sempre
seguita per lui con ottimi successi: perchè tutti i Baroni
abbominavano tanto la memoria del tempo di Pandolfello, e gli
inonesti costumi della Regina atta a sottomettersi ad ogni persona
vile, che avevano a piacere di vederla in sì basso stato; e volevano
più tosto ubbidire al Re, che stare in pericolo d'esser tiranneggiati
da qualch'altro nuovo adultero. Ma il Re, benchè si mostrasse
piacevole a loro, dall'altra parte mettendo gli ufficj in mano dei
Franzesi, gli alienò molto da se; tal che pareva, che fossero saltati
dall'un male in un altro, ma tra tutti era il più mal contento Giulio
Cesare di Capua; il qual essendo di natura ambizioso, ed avendo
desiderato sempre uno de' sette Ufficj del Regno, essendo per
questo stato autore, che il Conte avesse assunto il titolo di Re,
non poteva soffrire, ch'essende vacato l'Ufficio del G.
Contestabile, quel del G. Camerario e di G. Siniscalco, gli avesse
dati a' Franzesi266, non tenendo conto di lui, che credea meritarlo
266
Tutin. de' Contestab. pag. 130.
231
molto più degli altri. Dall'altra parte i Napoletani tanto Nobili,
quanto del Popolo, sentivano gran danno e incomodità da questa
strettezza della Regina, perchè non solo gran numero di essi, che
vivevano alla Corte dì lei, si trovavano cassi e senz'appoggio; ma
tutti gli altri aveano perduta la speranza di avere da vivere per
questa via; oltre di ciò, era nella città una mestizia universale,
essendo mancate quelle feste, che si facevano, ed il piacere che
avevano in corteggiar la Regina, tanto i giovani, che con
l'armeggiare cercavano di acquistar la grazia di lei, quanto le
donne, che solevano partecipare de' piaceri della Corte; e per
questo essendo passati più di tre mesi, che la Regina non s'era
veduta, si mosse un gran numero di Cavalieri e cittadini onorati,
ed andarono in castello con dire, che volevano visitare la Regina
loro Signora; e benchè da quel Franzese uomo di compagna fosse
detto, che la Regina stava ritirata a sollazzo col Re, e che non
voleva che le fossero fatte imbasciate: tutti dissero, che non si
partirebbero senza vederla. Il Re che vide questa pertinacia, uscì
dalla camera, e con allegro e benigno volto, disse, che la Regina
non stava bene, e che se venivano per qualche grazia, egli l'avria
fatta così volentieri, come la Regina Allora gridarono tutti ad alta
voce: noi non vogliamo da Vostra Maestà altra grazia, se non che
trattiate bene la Regina nostra, e come si conviene a nata di tanti
Re nostri benefattori, perchè così avremo cagione di tener cara la
Maestà Vostra. Queste parole fecero restare il Re alquanto
sbigottito, che parvero dette con grand'enfasi, e rispose, che per
amor loro era per farlo.
Giulio Cesare di Capua informato di questo successo, mosso
da sdegno e dallo stimolo d'ambizione, deliberò vindicarsi della
ingratitudine del Re, e di tentare (liberando la Regina) occupare il
luogo di Pandolfello, e dalla Terra di Morrone, ove dimorava,
venne in Napoli; e da poi ch'ebbe visitato il Re con gran
simulazione di amorevole servitù, disse che voleva visitar la
Regina. I Cortigiani sapendo la confidenza che teneva col Re,
232
l'introdussero nella camera di lei, e gli diedero comodità di
parlare quel che gli piaceva. Allora con somma sciocchezza,
fidandosi d'una femmina ch'egli avea così atrocemente offesa, gli
disse che gli bastava l'animo di torre la vita al Re, e così liberarla
dalla servitù e miseria presente. La Regina dubitò che non fosse
opra del Re per tentar l'animo suo, poi si risolse per raddolcire il
Re, e vendicarsi di Giulio di scoprirgli tutto, e risposegli che n'era
contentissima. La Regina confidò il trattato al Re, e perchè lo
sentisse colle proprie orecchie, concertò col medesimo che
quando Giulio tornava, si fosse posto dietro la cortina. Tornò egli,
ed il Re intese il modo che avea pensato per assassinarlo; ma
quando uscì del cortile, volendo porre il piede alla staffa, fu
pigliato, e con lui il suo Segretario e condotti nel Castel Capoano
e convinti, furono di là a due dì nel mercato decapitati. Tutte
queste cose fur fatte in cinque mesi dal dì che Re Giacomo era
giunto in Napoli.
Il Re avendo con l'esperienza di Giulio Cesare conosciuto che
cervelli si trovavano allora nel Regno, cominciò a guardarsi, e ad
allargarsi da que' Baroni e Cavalieri che solevano trattare
familiarmente seco; e dall'altra parte ogni dì andava allargando la
strettezza, in che avea tenuto la Regina, e le mostrava d'esserle
obbligato per la fede che avea trovata in lei; ma con tutto ciò non
voleva che fosse corteggiata, e perseverava la guardia
dell'importuno Franzese, con la quale perseverò ancora la mal
contentezza della città, perchè pochissimi aveano adito al Re e
niuno alla Regina; ed in questo modo si visse dal principio
dell'anno 1415 sin al settembre seguente.
In questo mese avvenne che il Re avendo data licenza alla
Regina d'andare a desinare ad un giardino d'un mercatante
fiorentino; quando per la città s'intese che la Regina era uscita, vi
accorse un gran numero di Nobili insieme e di Popolani che
andarono a vederla, e la videro di maniera che a molti mosse
misericordia; ed ella ad arte quasi con le lagrime agli occhi, e
233
sospirando benignamente riguardava tutti e pareva che in un
compassionevole silenzio dimandasse a tutti ajuto. Erano allora
tra gli altri corsi a vederla Ottino Caracciolo, unito con
Annecchino Mormile Gentiluomo di Porta Nova che avea
grandissima sequela dal Popolo. Questi accordati tra loro di
pigliar l'impresa di liberar la Regina, andarono a concitar la
Nobiltà e la Plebe, e con grandissima moltitudine di gente armata
ritornarono a quel punto che la Regina volea ponersi in Carretta, e
fattosi far luogo da' Cortigiani, dissero al Carrettiere che pigliasse
la via dell'Arcivescovado. La Regina ad alta voce gridava: Fedeli
miei per amor di Dio non m'abbandonate ch'io pongo in poter
vostro la vita mia ed il Regno: e tutta la moltitudine gridava ad
alta voce: Viva la Regina Giovanna. I Cortigiani sbigottiti
fuggirono tutti al Castel Nuovo a dire al Re il tumulto, e che la
Regina non tornava al castello. Il Re dubitando di non essere
assediato al Castel Nuovo, se ne andò al Castel dell'Uovo. Fu
grandissima la moltitudine delle donne che subito andarono a
visitar la Regina, ed i più vecchi Nobili di tutti i Seggi si strinsero
insieme, e parendogli che non conveniva che la Regina stesse in
quel palazzo, la portarono al castello di Capuana, e fecero che 'l
Castellano lo consignasse alla Regina. La gioventù tutta amava
questa briga, e gridava che si andasse ad assediare il Re; ma i più
prudenti di tutti i Seggi giudicavano che questa infermità della
città era da curarsi in modo che non si saltasse da un male ad un
altro peggiore; perchè prevedevano che la Regina vedendosi
libera d'ogni freno, darebbe se, ed il Regno in mano di qualche
altro adultero più insopportabile. Perciò cominciarono a pensare
del modo da tenersi, per reprimere l'insolenza del Re, e tenere
alquanto in fren la Regina; onde fecero Deputati d'ogni Seggio,
che andarono a trattare col Re l'accordo. Il Re non sperando da'
suoi alcun presto soccorso, fu stretto di pigliarlo in qualunque
maniera che gli fosse proposto, e fur conchiuse queste
Capitulazioni: Che sotto la fede de' Napoletani venisse egli a
234
starsi con la moglie: che concedesse alla Regina, come a
legittima Signora del Regno che si potesse ordinare e stabilire
una corte conveniente, e fosse suo il Regno, come era già stato
capitolato dal principio che si fece il matrimonio: ch'egli stesse
col titolo di Re ed avesse 40 mila ducati l'anno da mantener sua
Corte, la quale per lo più fosse di Gentiluomini napoletani. E
così fu fatto.
CAPITOLO II
235
acquistarsi la volontà de' primi di tutti i Seggi, perchè si
dimenticassero con l'utile proprio di rilevare il Re; e così
s'operava che ogni dì la Regina distribuiva gli Ufficj, in modo che
ne partecipassero non solo i Seggi, ma i primi del Popolo. Con
questo la città stava tutta contenta. Soli Ottino Caracciolo ed
Annecchino Mormile stavano pieni di dispetto e di sdegno, e si
andavano lamentando della ingratitudine della Regina ch'essendo
stata liberata da loro di così dura servitù, non avesse fatto niun
conto di loro; del che essendo avvisato Sergianni, proccurò che la
Regina donasse ad Ottino il Contado di Nicastro che fu cagione
di far venire Annecchino in maggior furore. E perchè Sergianni
stava geloso di Sforza di ch'era maggior di lui di dignità e di
potenza, e stando in Corte, poteva superarlo ne' Consigli e
cacciarlo dalla grazia della Regina, la di cui lascivia gli era ben
nota, cercò di allontanarlo dalla Corte con una occasione che
Braccio da Montone Capitano di ventura famosissimo che avea
occupata Roma, teneva assediato, per quel che s'intese, il castel S.
Angelo, il qual si tenea con le bandiere della Regina; onde
propose in Consiglio che si mandasse Sforza a soccorrerlo, forse
con speranza che Braccio l'avesse da rompere e ruinare, e così
ordinò la Regina che si facesse.
Toltosi davanti Sforza, determinò mandarne anche via Urbano
Origlia che per la bellezza e valor suo, armeggiando, ogni dì
saliva più in grazia della Regina, e sotto spezie d'onore lo relegò
in Germania, mandandolo Ambasciadore della Regina al Concilio
in Costanza, dove si trattava di toglier lo Scisma che era durato
tant'anni, e dove avanti all'Imperador Sigismondo erano ragunati
Ambasciadori di tutti gli altri Principi cristiani, a promettere di
dare ubbidienza al Pontefice che sarebbe stato eletto in quel
Concilio. Restato dunque Sergianni padrone della casa della
Regina, cominciò a pensare di restar solo padrone ancora della
persona, e fece opera che la Regina una sera cenando col Re,
disse che volea che cacciasse dal Regno tutti i Franzesi; e 'l Re
236
rispose che bisognava pagargli quel che l'aveano servito,
seguendolo da Francia; e replicando la Regina in modo superbo
ed imperioso che voleva a dispetto di lui che fossero cacciati, il
Re non potendo soffrir tanta insolenza, s'alzò di tavola e se n'andò
alla camera sua, e la Regina gli pose una guardia d'uomini
deputati a questo. Il dì seguente fece fare bando che tutti i
Franzesi nello spazio d'otto dì uscissero del Regno. Costoro
vedendo il Re loro prigione, se ne andarono subito.
A questo modo restò il Regno e la Regina in mano di
Sergianni, il quale volendosi servire del tempo, fece che la
Regina restituisse lo Stato e l'Ufficio di Gran Giustiziere al Conte
di Nola, purchè pigliasse per moglie una sua sorella, ed un'altra
ne diede al fratello del Conte di Sarno; cosa che parve
grandissima che due donne, le quali erano pochi dì avanti state in
tratto di darsi a Gentiluomini di non molta qualità, fossero senza
dote collocate sì altamente.
Questa così presta Monarchia di Sergianni concitò grande
invidia a lui, e grande infamia alla Regina, spezialmente appresso
quelli che erano della parte di Durazzo, e beneficati dal Re Carlo
III e dal Re Ladislao, i quali vedevano vituperata la memoria di
due gloriosissimi Re, ed il nome del più antico lignaggio che
fosse al mondo, con sì nefanda scelleraggine; ed andavano
mormorando, e commovendo i Seggi e la plebe dicendo, che non
si dovea soffrire che un Re innocente fosse sotto la fede d'una sì
nobile ed onorata città tenuto carcerato, in quella medesima casa,
dove l'adultero si giaceva colla moglie, e che potrebbe essere che
si movesse tutta la Francia a vendicar questa ingiuria fatta al
sangue reale, e fra tutti il più veemente era Annecchino Mormile.
Ma Sergianni che fu il più savio e prudente di quelli tempi,
fece distribuire tutte quelle pensioni che si davano a' Franzesi, a'
Gentiluomini ed a' Cittadini principali delle Piazze; e per tenersi
benevola la plebe ch'era la più facile a tumultuare, fece venire con
danari della Regina gran quantità di vettovaglie e venderle a
237
basso prezzo, e con questa arte fece vani tutti gli sforzi degli
emuli suoi.
Solo gli restava il sospetto di Sforza, il quale avendo soccorso
il Castel di S. Angelo, se n'era ritornato mal soddisfatto di lui, con
dire, che Sergianni a studio non avea mandati a' tempi debiti le
paghe a' soldati, per fare, che quelli ammutinati passassero dalla
parte di Braccio; e per questo s'era fermato colle genti al
Mazzone; e senza venire a visitare la Regina si partì di là, ed andò
in Basilicata. Questa cosa diede a Sergianni segno del mal animo
di Sforza, e per potersi fortificare, affinchè non tutte le genti
d'armi, e forze del Regno stessero in mano di Sforza, fece, che
subito venisse a soldo della Regina Francesco Orsino, il qual
allora fioriva nella riputazion dell'armi; e fece ancor liberar
Giacomo Caldora, e gli fece dar denari, acciocchè andasse in
Apruzzo a rifar le compagnie; e fece anche sotto pretesto
d'intelligenza collo Sforza carcerare Annecchino, il quale alla
venuta di Sforza avrebbe potuto movere il popolo a riceverlo
colle genti dentro la città.
Mentre queste cose accadevano nel Regno, nella Germania i
Cardinali, ed i deputati nel Concilio dopo lungo dibattimento
entrarono in Conclave, ed elessero tutti ad una voce il giorno di S.
Martino dell'anno 1417 Odone Colonna Cardinal Diacono del
titolo di S. Giorgio, che prese il nome di Martino V a cagion del
giorno di sua elezione, il quale fu riconosciuto da tutta la
cristianità, dandosi fine allo Scisma, che per tanti anni avea
travagliata la chiesa. I Franzesi subito fecero istanza al nuovo
Papa, ch'intercedesse colla Regina per la libertà del Re Giacomo;
e da Urbano Origlia subito ne fu scritto alla Regina. Ma Sergianni
non mancò per riparare a questo, di spedire subito Belforte
Spinello di Giovenazzo Vescovo di Cassano suo grande amico, e
Lorenzo Teologo Vescovo di Tricarico per ambasciadori al Papa a
rallegrarsi in nome della Regina dell'elezione e ad offerirgli tutte
le forze del Regno per la ricuperazione dello Stato e della dignità
238
della chiesa, promettendo donargli, giunto che fosse in Roma, il
Castel di S. Angelo ed Ostia.
Dall'altra parte Sforza tornò con le sue genti in Napoli, e
postosi con le sue squadre ordinate alla porta del Carmelo, per
dove essendo entrato fece gridare: viva la Regina Giovanna, e
mora il suo falso Consiglio. Francesco Orsino all'incontro co'
suoi pigliò l'arme, ed assaltò con tanto impeto il campo sforzesco,
che lo strinse a ritirarsi, e per la via delle Grotte se n'andò a Casal
di Principe, donde per messi e lettere mandava sollecitando tutti i
Baroni suoi amici vecchi a liberarsi dalla tirannide di Sergianni.
In effetto ne tirò molti al suo partito, ed a due d'ottobre venne con
l'esercito alla Fragola, e di là cominciò a dare il guasto alle ville
de' Napoletani; onde per Napoli si fè grandissimo tumulto, e
crescendo tuttavia l'incomodità intollerabile di quelle cose, che
sogliono dì per dì venir a vendersi nella città, ch'erano intercette
dalli cavalli di Sforza; per riparare a' mali peggiori, alcuni vecchi
proposero, che si creassero deputati, come furono creati a tempo
della Regina Margarita, ch'avessero cura del buono stato della
città; ed a questo i nobili ed i plebei ad una voce assentirono, e
subito furono eletti venti deputati, dieci dei nobili ed altrettanti
del popolo, i quali per pubblico istrumento giurarono perpetua
unione tra 'l popolo ed i nobili. Questi deputati elessero tra loro
dieci, cinque de' nobili e cinque del popolo, ch'andassero a sapere
da Sforza la cagione di questa alienazione dalla Regina e dalla
città, ove avea tanti che l'amavano, ed a pregarlo, che
sospendesse l'offese, per alcuni dì, che si tratterebbe di
soddisfarlo in tutte le cose giuste: furono accolti con grande onore
da Sforza, il quale loro rispose con molta umanità, ch'egli era
buono servidore della Regina, e che si reputava amorevole
cittadino di Napoli, e ch'era venuto là per vendicarsi di Sergianni,
maravigliandosi, che tanti signori potenti, tanti valorosi cavalieri,
quanti erano a Napoli, potessero soffrire una servitù così brutta:
ch'egli veniva per liberargli, ed all'ultimo conchiuse, che porrebbe
239
in mano de' signori deputati le sue querele. Quelli replicarono che
a queste cose onorate, ch'egli diceva, avria trovata la città grata e
pronta a seguirlo; e fu destinato un dì, in cui s'aveano da trovare
tutti i Deputati con lui, per trattare quel che s'avea da fare; ed
intanto Sforza assicurò tutti i cittadini, che potessero venire alle
loro ville e vietò le scorrerie.
Tornati ben soddisfatti nella città i Deputati, andarono alla
Regina a pregarla, che concedendo quelle cose, che giustamente
chiedea Sforza, liberasse la città di tanto pericolo, ed a' prieghi
aggiunsero alcune proteste. La Regina sbigottita non seppe dir
altro: andate a vedere, che vuole Sforza da me, e tornate. Quelli
senza dimora andarono al tempo determinato a trovarlo, e
pigliarono da lui i Capitoli e patti ch'egli voleva, tra' quali i
principali furono questi: Che si cacciasse dal Governo e dalla
Corte Sergianni: che si liberasse Annecchino ed alcuni altri
prigioni: che se gli dessero le paghe, che doveva avere fin' a quel
dì, e ventiquattromila ducati per li danni ch'ebbe per la rotta
datagli da Francesco Orsino. La Regina pigliò i Capitoli e disse,
che voleva trattare col Consiglio quel ch'era da fare, e
risponderebbe fra due dì. Allora Sergianni, vedendo, che non
poteva resistere alla città unita con Sforza, elesse prudentemente
di cedere al tempo, più tosto che di ponere in pericolo lo Stato
della Regina; ed innanzi alla medesima fece sottoscrivere la
volontà di quella, condennando se stesso in esilio a Procida, e
promettendo tutti gli altri patti, che Sforza voleva: esso fu il
primo ad osservare quanto a lui toccava, perchè sapeva che
Sforza non potea molto stare a Napoli, e che l'esilio non poteva
molto durare; l'altre cose furono subito dalla Regina osservate.
Intanto Papa Martino V, sollecitato più volte dal Re di Francia
e dal Duca di Borgogna, che trattasse la libertà del Re Giacomo,
avea mandato in Napoli Antonio Colonna suo nipote a pregarne
la Regina, più con modi d'inferiore, che di pari o maggiore;
perocchè avea designato valersi delle forze della Regina, per
240
ricovrar di mano de' tiranni lo Stato della chiesa. Sergianni oltre
l'onore che le fece fare dalla Regina, in particolare gli fè tali
accoglienze e promesse, che se l'obbligò in modo, che, come si
dirà appresso, cavò di quell'obbligo grandissimo frutto; ma
quanto alla liberazione del Re fece, che la Regina promettesse
farlo liberare a tempo, che stesse in più sicuro stato, e che'l Papa
fosse vicino, e la potesse favorire in tanti spessi tumulti.
Questo esilio così vicino di Sergianni, solo in apparenza, parve
che gli avesse diminuita l'autorità, poichè in effetto non si faceva
cosa nel Consiglio o nella Corte, che non si comunicasse con lui
per continui messi: ed in questo mentre Antonio Colonna andò
tanto mitigando l'animo di Sforza, che non stava più con
quell'odio intenso per abbassarlo. Il Papa intanto da Mantova era
venuto a Fiorenza; onde la Regina elesse Sergianni, che in suo
nome andasse a dargli ubbidienza e a rassegnargli quelle
Fortezze, che Re Ladislao avea lasciato con presidii nello Stato
della Chiesa. Antonio Colonna andò insieme con lui, ed avanti
che fossero a Fiorenza, Sergianni gli rassegnò la Fortezza d'Ostia,
il Castel di S. Angelo e Cività Vecchia, e poi passò a Fiorenza.
Così di quanto Ladislao avea conquistato nello Stato di Roma, ne
fece Giovanna dono al Pontefice Martino; ma non per questo
lasciò ella d'intitolarsi Regina di Roma, come suo fratello; ond'è,
che ne' suoi diplomi e capitoli si legga anche fra i suoi titoli,
Romae Regina267.
(Negli altri Codici e diplomi, si legge Ramae, non già Romae,
ed è più verisimile che la Regina Giovanna e Ladislao,
intitolandosi Re d'Ungheria, si dicessero anche Re di Rama;
poichè fra i titoli di quei Re si legge che esprimevasi anche quello
di Re di Rama, ch'è una provincia della Dalmazia, così allora
chiamata, posta tra la Croazia e la Servia. Così presso Aventino
Annal. Boior. lib. 6 si legge in un diploma di Bela Re d'Ungaria:
Bela, Dei gratia, Hungariae, Dalmatiae, Croatiae, Ramae,
267
In prooem. MC. V. et Rit. ult. ann. 1420.
241
Serviae, Galliciae, Lodomeniae, Clumaniaeque, Rex; nè presso
gli Autori di quel Regno mancano altri diplomi di altri Re, nei
quali pur si legge lo stesso).
Giunto Sergianni a Fiorenza, fu dal Papa ricevuto con molta
umanità, e nel trattare e discorrere della qualità del presente stato
sì della Chiesa romana, sì del Regno, si fece Sergianni conoscere
per uomo che dovea non meno per la prudenza, che per la
bellezza aver la grazia della Regina. Fece veder al Papa che di
tutti i Principi cristiani, niuno ajuto era più spedito, e pronto per li
Pontefici romani che quello del Regno di Napoli; ed all'incontro
niuna forza poter mantenere ferma la Corona in testa a' Re di
Napoli più che i favori e la buona volontà de' Pontefici; e con
quest'arte ottenne dal Papa, che mandasse un Cardinal Legato
appostolico ad ungere e coronare la Regina, ed a darle
l'investitura del Regno268, la quale ancorchè Giovanna l'avesse
ricercata a Baldassar Cossa che si faceva chiamare Giovanni
XXIII269, l'era stata sempre differita; e di più che si gridasse lega
perpetua fra lei ed il Papa. Poi volendo particolarmente per se
acquistare il favor del Papa, e l'amicizia di casa Colonna, promise
al fratello, ed a' nepoti grandissimi Stati nel Regno, e si partì
molto soddisfatto dell'opera loro; e perchè a quel tempo Braccio
tenea occupato quasi tutto lo Stato della Chiesa di là dal Tevere,
promise al Papa mandargli tutto l'esercito della Regina con Sforza
Gran Contestabile, e pigliò per terra la via di Pisa, e di là poi andò
ad imbarcarsi alle galee della Regina, ch'erano venute per lui a
Livorno, e si fermò alquanti dì in Gaeta, fingendo d'esser
ammalato, e scrisse alla Regina quanto avea fatto, e che ordinasse
che si dessero danari a Sforza ed alle genti, acciò che potesse
subito partire; perchè dubitava che ritornando di riputazione
molto maggiore di quel ch'era partito, l'invidia non movesse
Sforza a proccurare ch'egli andasse a finir l'esilio di Procida. La
268
Chiocc. M. S. Giurisd. to. 1 ann. 1418.
269
Chioccar. loc. cit.
242
Regina per lo gran desiderio, che avea di vederlo, fece subito
ritrovare tutti i denari che Sforza volle, e l'avviò in Toscana in
favor del Papa; e Sergianni venne a Napoli ricevuto dalla Regina
e da' suoi seguaci, con onore grandissimo che parea, che con
questa lega trattata col Papa, avesse stabilito per sempre lo Stato
della Regina e della parte di Durazzo; e da allora cominciò a
chiamarsi e sottoscriversi Gran Siniscalco: e questo fu nel 1418.
L'anno seguente nel mese di gennajo entrò in Napoli il Legato
appostolico che veniva per coronare la Regina, e con lui Giordano
Colonna fratello ed Antonio Colonna nipote del Papa. Al Legato
si uscì incontro col Pallio, ed a' Colonnesi la Regina ed il Gran
Siniscalco fecero onori straordinarj. Questi per la prima cosa
trattarono la libertà del Re Giacomo, per la qual dicevano che il
Papa era molestato dal Re di Francia e dal Duca di Borgogna, ed
all'ultimo l'ottennero; ed acciocchè il Re ricuperasse la
riputazione perduta, i Colonnesi, quasi con tutta la cavalleria,
l'accompagnarono per la città e poi la sera non volle ritornare al
Castel Nuovo, ma a quel di Capuana, dicendo che bisognava, che
quelli che si rallegravano della libertà sua, avessero da travagliar
di mantenerlo in quella, e non farlo andare là, dove era in arbitrio
farlo tornare in carcere, ogni volta che a lei piacesse: e con questo
acquistò pietà appresso a' più prudenti.
Perseverando dunque il Re a starsi nel castello di Capuana,
pareva a tutti colà inconveniente che 'l Re stesse senz'autorità
alcuna, ed in Castel Nuovo si facesse ogni cosa ad arbitrio del
Gran Siniscalco; e per questo per tutti i Seggi furono creati
Deputati alcuni Nobili principali ad intervenire col Legato
appostolico e co' Signori colonnesi, per trattare alcuno accordo
stabile tra il Re e la Regina; e non mancarono di coloro che
proposero che 'l Re dovesse coronarsi insieme colla Regina, e che
se gli giurasse omaggio. Ciò che perturbò molto l'animo del Gran
Siniscalco, perchè questa sola era la via di abbassar la sua
autorità; e per questo deliberò di acquistar l'animo de' Signori
243
colonnesi, con speranza di fare impedire per mezzo loro quella
proposta; e fece che la Regina di man propria facesse albarani di
dare ad uno d'essi il Principato di Salerno ed all'altro il Ducato
d'Amalfi, con l'ufficio di Gran Camerario, subito che fosse
coronata. Trattanto diede per moglie Ruffa ad Antonio Colonna
ch'era Marchesa di Cotrone e Contessa di Catanzaro, la quale
morì poi senza figli, e lo Stato rimase ad Errichetta sua sorella.
Questi insieme col Legato fecero restar contenti i Deputati della
città di questo accordo; che s'avesse da mutar Castellano, e
cacciar dal Castel Nuovo tutta la guardia, e dare a Francesco di
Riccardo di Ortona, uomo di molta virtù e di molta fede, il
governo del castello con guardia eletta da lui, e che giurasse in
mano del Legato appostolico di non comportar che la Regina al
Re, nè il Re alla Regina potesse fare violenza alcuna; e come fu
fatto questo, il Re andò a dormire con la Regina.
Ma di là a pochi dì, vedendo che avea solamente ricovrata la
libertà, ma dell'autorità non avea parte alcuna; ed ancora vedendo
che la Regina passava cinquanta anni ed era inabile a far figli, tal
che non potea sperare successione, determinò d'andarsene in
Taranto, e di là in Francia a casa sua; e così un dì dopo aver
cavalcato per Napoli andò al Molo, e disceso di cavallo e posto in
una barca, da quella saltò in una gran nave di Genovesi, ove
erano prima andati alcuni suoi intimi, e con prospero vento
giunse in pochi dì a Taranto, dove ricevuto dalla Regina Maria
con onore, fece opera che il Re trovasse passaggio sicuro per
Francia, e 'l provide liberalmente di quanto bisognava, e così se
n'andò, dove dicono che al fine si facesse Monaco270. Liberata la
Regina di quella a lei cotanto molesta compagnia, diede poi
ordine per la sua incoronazione, la quale fu celebrata nel Castel
Nuovo la domenica a' 2 ottobre sopra un pomposissimo talamo,
ricevendo la corona per mano del Legato, e fu letta l'investitura
mandata dal Papa, la quale essendosi per deplorabili esempi
270
Costanzo l. 13 in fin.
244
veduto quanto funesto fosse stato fra noi il Regno delle femmine,
l'esclude dalla successione, sempre che vi siano maschi insino al
quarto grado, siccome si legge in quella rapportata dal
Chioccarello e dal Summonte271, ed i Napoletani giurarono
omaggio alla Regina loro Signora.
(Il Breve di Martino V spedito a Mantua l'anno 1418 col quale
si dà facoltà al Legato della Sede Appostolica di coronare la
Regina Giovanna, si legge presso Lunig272).
CAPITOLO III.
271
Summonte l. 4 tom. 2 p. 585.
272
Tom. 2 p. 1234.
245
potesse tornare in Regno, e far di quelli effetti che avea fatti
prima; onde parea che con l'amor della plebe, con l'amicizia de'
Colonnesi e con la rovina di Sforza, fosse lo Stato del Gran
Siniscalco tanto stabilito che non avesse più che temere: divenne
perciò oltremodo insolente, e cominciò a vendicarsi di tutti i
principali de' Seggi della città ch'erano stati mediatori a proccurar
l'accordo di Sforza con la Regina, tra' quali erano molti di
Capuana. Ristrinse molto la Corte, e levò a molti pensionarj le lor
pensioni, e riempiè la Corte di confidenti e parenti suoi: talchè
avea acceso nella Nobiltà di Napoli un desiderio immenso del
ritorno di Sforza; e benchè il Papa per Brevi spesso sollecitasse la
Regina che mandasse danari a Sforza, perchè potesse rifar
l'esercito, con diverse scuse si oppose, ed operò che in cambio di
danari se gli mandassero parole vane; sperando di sentire ad ora
ad ora la novella che Braccio l'avesse in tutto consumato, e per
evitar lo sdegno del Papa, ogni volta che veniva alcun Breve o
imbasciata, faceva che la Regina donasse qualche Terra di più al
Principe di Salerno ed al Duca d'Amalfi.
Sforza essendosi di ciò accorto, e vedendosi marcire, ed
essendo sollecitato per lettere da molti Baroni del Regno a venire
in Napoli, mandò un suo Segretario a Luigi Duca d'Angiò
figliuolo di Luigi II sollecitandolo che venisse all'acquisto del
Regno paterno, dimostrando ancora l'agevolezza dell'impresa con
la testimonianza delle lettere de' Baroni; e ciò, per quel che si
vide poi, fu con saputa anche del Papa.
Il Duca accettò lieto l'impresa, e per lo Segretario gli mandò
39 mila ducati, e 'l privilegio di Vicerè e di Gran Contestabile, co'
quali danari Sforza essendo rafforzato alquanto, si avviò a gran
giornate; ed essendo entrato ne' confini del Regno, per la prima
cosa mandò alla Regina lo stendardo e 'l bastone del Generalato;
e poi confortati i suoi che volessero andare per viaggio con
modestia grandissima, portando spiegato lo stendardo del Re
Luigi III, che così chiamavano il Duca, e confortando i Popoli a
246
star di buon animo, con grandissima celerità giunse avanti le
mura di Napoli, e si avanzò nel luogo ov'era stato accampato
l'altra volta, e cominciò ad impedire le vettovaglie alla città, ed a
sollecitarla che volesse alzar le bandiere di Re Luigi lor vero e
legittimo Signore.
(Luigi III perchè per l'impresa di Napoli non gli fossero
d'impedimento le controversie che avea con Amadeo VIII Duca di
Savoja, trattò pace col medesimo, la quale fu stabilita e firmata a'
15 ottobre del 1418, il cui stromento si legge presso Lunig273).
Questo successo così impensato sbigottì grandemente la
Regina, e l'animo del Gran Siniscalco, parendogli altri tumulti
che li passati; poichè ci erano aggiunte forze esterne, ed
introdotto il nome di Casa d'Angiò che avea tanti anni ch'era stato
sepolto. Era nella città una confusione grandissima, perchè quelli
della parte Angioina che dal tempo che il Re Ladislao cacciò Re
Luigi II padre di questo, di cui ora si tratta, erano stati poveri ed
abjetti, cominciarono a pigliar animo, e speranza di ricovrare i
loro beni posseduti da coloro della parte di Durazzo, e tenere
segrete intelligenze con Sforza, e molti da dì in dì uscivano dalla
città e passavano al campo. Ma quel che teneva più in sospetto il
Gran Siniscalco era che la parte di Durazzo, la qual trovavasi tra
se divisa, non tenea le parti della Regina con quella costanza che
richiedea il bisogno, perchè gran parte di essi trattava con Sforza
di alzare le bandiere del Re Luigi, purchè Sforza gli assicurasse
che il Re donasse il cambio di quelli beni degli Angioini, ch'essi
possedevano, a' primi possessori, senza sforzar loro a restituirgli;
oltracciò la plebe non avvezza ed impaziente de' disagi, andava
mormorando e già si vedea inclinata a far tumulto. E quantunque
il Gran Siniscalco proccurasse far introdurre nella città
vettovaglie per via di mare, nulladimanco quando sopraggiunse
da poi la nuova certa da Genova che fra pochi dì sarebbe in
ordine l'armata del Re Luigi, al giunger della quale si sarebbe
273
Pag. 1226.
247
tolto ogni sussidio di vettovaglie che s'avea per mare, si tenne per
imminente la necessità di doversi rendere la città.
Il Gran Siniscalco prevedendo l'imminente ruina, fece più
volte ragunare il Consiglio supremo della Regina, e dopo molte
discussioni di quel che si avea da fare, fu concluso che si
mandasse un Ambasciadore al Papa, con ordine che se non potea
aver ajuto da lui, passasse al Duca di Milano o a Venezia; ed a
questa ambasceria fu eletto Antonio Carafa soprannomato
Malizia, Cavaliere per nobiltà e prudenza di molta stima. Costui
giunto a Fiorenza, espose al Papa il pericolo della Regina e del
Regno, e supplicò la Santità Sua che provedesse; e se non poteva
dar soccorso bastante con le forze della Chiesa, oprasse con l'altre
Potenze d'Italia che pigliassero l'armi in difesa del Regno, Feudo
della Chiesa; e poi con buoni modi gli dimostrò che facendolo
avrebbe insieme mantenuta la dignità dello Stato ecclesiastico, e
la grandezza della Casa sua; perchè la Regina per questo
beneficio avria quasi diviso il Regno a' fratelli e nipoti di S.
Santità. Il Papa rispose che si doleva che quelli mali Consiglieri
che aveano o per avarizia o per altro tardato lo stipendio a Sforza,
aveano insieme e tirata una guerra tanto importante sovra la
Regina loro Signora, e tolto a lui ogni forza e comodità di poterla
soccorrere; perchè qual soccorso potea dar egli a quel tempo che
appena manteneva un'ombra della dignità Pontificale con la
liberalità de' Fiorentini? o che speranza poteva avere d'impetrar
soccorso dalle Potenze d'Italia alla Regina, se non avea potuto
ottenerlo per se, e contra un semplice Capitano di ventura,
com'era Braccio, che tenea occupata così scelleratamente la Sede
di S. Pietro e tutto lo Stato ecclesiastico? Queste parole, benchè
fossero vere, il Papa le disse con tanta veemenza, che subito
Malizia entrò in sospetto, che la venuta del Re Luigi non era
senza intelligenza del Papa; e però conobbe che bisognava altrove
rivolgere il pensiero.
Alfonso Re d'Aragona avea a quel tempo apparecchiata
248
un'armata per assalire la Corsica, isola dei Genovesi: il Papa gli
avea mandato un Monitorio che non dovesse moversi contra
quella Repubblica, la quale s'era raccomandata alla Sede
Appostolica e contra quell'isola, la quale era stata data da'
Pontefici passati a censo a' Genovesi; e 'l Re Alfonso avea
mandato Garsia Cavaniglia Cavalier Valenziano Ambasciadore al
Papa per giustificar la cagion della Guerra; il quale non avendo
avuto niente più cortese risposta di quella che avea avuta Malizia,
si andava lamentando co' Cardinali del torto che si faceva al suo
Re; ed un di Malizia incontrandolo gli disse che alla gran fama
che teneva Re Alfonso, era impresa indegna l'isola di Corsica,
massimamente dispiacendo al Papa, e che impresa degna d'un Re
tanto famoso saria girare quell'armata in soccorso della Regina,
sua padrona oppressa e posta in tanta calamità, dalla quale
impresa nascerebbe eterna ed util gloria, aggiungendo a' Regni
che avea, non Corsica ch'era uno scoglio sterile e deserto, ma il
Regno di Napoli, maggiore ed il più ricco di quanti Regni sono
nell'Universo; perchè la Regina ch'era vecchia e senza figli,
vedendosi obbligata da tanto e tal beneficio, non solo lo
istituirebbe erede dopo sua morte, ma gli darebbe in vita parte del
Regno, e tante Fortezze per sicurezza della successione. Tutte
queste promesse faceva Malizia, perchè ogni dì era avvisato da
Napoli che la necessità cresceva, e che la città non si potea tenere
senza presto o speranza di presto soccorso. Il Cavaniglia disse
che tenea per certo che il Re per la sua magnanimità, e per tante
offerte avrebbe accettata l'impresa e lo confortò ad andar a
trovarlo in Sardegna dove era. Non tardò punto di ciò Malizia ad
avvisar la Regina, e mandò con una Fregata Pascale Cioffo
Segretario di lei che avea condotto seco che se alla Regina
piaceva ch'egli andasse a trattar questo, gli mandasse proccura
ampissima e conveniente a tanta importanza; ed egli tolto
commiato dal Papa andò ad aspettar la risoluzione a Piombino.
Andò con tanta celerità la Fregata, e trovò con tanto timore la
249
Regina ed i suoi che si spese poco tempo in consultare; onde
Pascale in sette dì ritornò a Piombino con tutta la potestà che
potesse avere o desiderare; e Malizia subito partito con vento
prospero giunse in Sardegna e impetrata udienza dal Re Alfonso,
gli espose i desiderj della Regina; e per maggiormente invogliarlo
all'impresa, gli disse ch'egli avea avuta da lei potestà grandissima
di trasferire per via d'adozione la ragione di succedere al Regno
dopo i pochi dì ch'ella potrà vivere e consegnare ancora in vita di
lei buona parte del Regno. Il Re rispose che gli dispiaceva degli
affanni della Regina, e ch'egli teneva animo di soccorrerla per
proprio istituto: e non già con animo di acquistar il Regno,
avendone tanti che gli bastavano; ma che bisognava che ne
parlasse con suoi Consiglieri; ed il dì seguente fece adunar il
Consiglio. Que' del Consiglio tutti dissuasero al Re l'impresa; ma
Alfonso senza dar segno della volontà sua, mandò a chiamar
Malizia, e gli disse il parere de' suoi Baroni; ma che con tutto ciò
voleva soccorrere la Regina, e che avrebbe mandate per allora
sedici galee ben armate insieme con lui, e che avrebbe anche
mandata una quantità di moneta, perchè si fossero soldati uomini
d'arme italiani, e poi sarebbe venuto anch'egli di persona a veder
la Regina. Malizia lodò il pensiero di Sua Maestà, e promise che
la Regina ancora avrebbe aggiunto tanto del suo, che avessero
potuto soldar Braccio ch'era in quel tempo tenuto il maggior
Capitano d'Italia e fierissimo nemico di Sforza. Il dì seguente il
Re fece chiamar il Consiglio e manifestò la volontà sua ch'era di
pigliar l'impresa; poi ordinò a Raimondo Periglios ch'era de' primi
Baroni della sua Corte, e tenuto per uomo di molto valore che
facesse poner in ordine le galee per partirsi insieme
coll'Ambasciadore della Regina. Malizia tutto allegro, per
confortar gli animi degli assediati, fece partir subito Pascale con
l'avviso che 'l soccorso verrebbe fra pochi dì; ed egli per acquetar
gli animi dei Catalani che stavano malcontenti dell'impresa, per
istrumento pubblico in nome della Regina adottò Re Alfonso, e
250
promise assignargli il Castel Nuovo di Napoli, ed il Castel
dell'Uovo, e la Provincia di Calabria col titolo di Duca, solito
darsi a coloro che hanno da succedere al Regno, e fatto questo
tolse licenza dal Re, e si pose su l'armata insieme con Raimondo.
Mentre questi apparecchi si facevano per la Regina, il Re
Luigi colla sua armata all'improvviso giunse a Napoli, ed avendo
poste le sue genti in terra, unite con quelle di Sforza strinse la
città; la quale si sarebbe a lui resa, se opportunamente non fosse
sopraggiunta l'armata aragonese comandata dal Periglios, che fu
dalla Regina accolto con somma stima, la quale per mostrar la
ferma deliberazione del suo animo, acciocchè Alfonso e que' del
suo Consiglio non ne dubitassero, il dì seguente per atto pubblico
ratificò l'adozione e tutti i capitoli stipulati in Sardegna, e fu dato
ordine, che negli stendardi ed in molti altri luoghi fossero dipinte
l'arme d'Aragona quarteggiate con quelle della Regina, e fu
bandita per tutto l'adozione e la lega perpetua. Si mandò ancora a
soldare Braccio da Perugia, il quale non volle venire, se, oltre il
soldo, la Regina non gli dava l'investitura di Capua e dell'Aquila
che avea dimandata.
Intanto Aversa erasi resa al Re Luigi, e crescendo tuttavia la
parte angioina, fu mandato a sollecitar Braccio, il qual venuto con
tremila cavalli, ruppe Sforza, che gli contrastava il passo e venne
a Napoli, dove dalla Regina fu caramente accolto.
Re Alfonso ch'era passato in Sicilia, ancorchè fosse stato più
volte sollecitato dalla Regina a venir presto, ed egli andava
temporeggiando, avendo intesa la venuta di Braccio in Napoli,
partì da Sicilia con l'armata e se ne venne ad Ischia. La Regina
mandò il G. Siniscalco ad incontrarlo con alquanti Baroni, il qual
dopo le lodi e grazie, resegli da parte di lei, l'invitò a passare
coll'armata al Castel dell'Uovo, da dove la Regina voleva farlo
entrare in Napoli con quella pompa ed apparato, che conveniva ad
un tanto Re e suo liberatore. Il G. Siniscalco rimase poco
contento, vedendo il Re così bello di persona, valoroso,
251
magnanimo e prudente; ed oltre di ciò la compagnia di tanti
onorati Baroni aragonesi, castigliani, catalani, siciliani ed altre
nazioni soggette al Re, perchè dubitava che l'autorità sua in breve
sarebbe in gran parte, e forse in tutto diminuita ed estinta, e si
ricordava bene dell'esito del Conte Pandolfello, temendo, che
tanto peggio potea succedere a lui, quanto che questo Re era di
maggior ingegno, valore e potenza, che non era stato Re
Giacomo; con tutto ciò ingegnossi coprire questo suo sospetto e
fece disporre apparati magnifici per l'entrata d'Alfonso in Napoli.
Il Re nel dì statuito, avendo cavalcato con gran pompa per la
città, fu condotto al Castel Nuovo, dove la Regina discese sin alla
porta, ricevendolo con ogni segno di amorevolezza e di letizia, e
da poi che l'ebbe abbracciato, gli consignò le chiavi del castello,
ed il rimanente di quel dì e molti altri appresso si passarono in
feste e conviti, ed in questi dì in presenza di tanti Baroni, e di
quasi tutta la nobiltà e popolo, dal Re Alfonso e dalla Regina si
ratificarono l'adozione e tutti i capitoli poc'anzi ratificati con
Periglios, e sotto il dì 8 di luglio di quest'anno 1421 se ne stipulò
nuovo istromento, che, oltre Chioccarello274, si legge presso il
Tutino, che l'ha fatto imprimere nel suo libro de' G. Contestabili.
Giunto Alfonso colla sua armata in Napoli, s'accese più fiera la
guerra in Terra di Lavoro col Re Luigi, il quale fortificato in
Aversa, che se l'era resa, avea posta quella provincia in
confusione. Alfonso dall'altra parte stimolato dal G. Siniscalco
andò a porre l'assedio ad Acerra, che era allora posseduta da
Giovanni Pietro Origlia nemico di Sergianni. E Braccio nel
medesimo tempo avendo assaltato l'esercito di Sforza, faceva
premurose istanze, che se gli dasse la possessione di Capua; ed
andandosi dalla Regina temporeggiando, Braccio andò a
lamentarsene col Re Alfonso, il quale per non disgustar quel
Capitano Indusse la Regina a consegnargliela. Tenendo ancor
Alfonso assediata Acerra, Martino V temendo, che finalmente
274
Chiocc. M. S. giur. tom. 1.
252
Alfonso (di cui si era scoperto nemico, per la mano che avea
avuta a far venire Re Luigi) non rimanesse superiore, spedì due
Cardinali per pacificare questi due Re; e mentre trattavano col Re
Alfonso le condizioni della pace, Alfonso dubitando che non
fossero venuti per dargli parole, non volle tralasciar l'assedio di
quella città, e cominciò a batterla più fortemente che prima, non
ostante la gagliarda resistenza degli Acerrani.
I due Cardinali per la forte difesa di quella piazza vedendo la
grande strage che ne seguiva e che sarebbe riuscito vano il
disegno d'Alfonso, lo pregarono che non volesse esporre a tanto
pericolo i suoi, promettendo che Papa Martino avria almeno presa
in sequestro Acerra, sì che non avrebbe potuto nuocere allo Stato
della Regina Giovanna, e, conchiudendosi la pace, l'avrebbe forse
assignata a lei. Il Re piegato ai prieghi de' Cardinali levò
l'assedio; e Luigi chiamò a se i presidii e fece consignare Acerra
in deposito ai Legati appostolici; ed il Re Alfonso si ritirò a
Napoli e Braccio co' suoi a Capua. Fu conchiusa tregua fra questi
due Re per tanto spazio, quanto parea, che bastasse per trattare la
pace; e poco da poi il Re Luigi andò a trovar Papa Martino, e
lasciò Aversa e gli altri luoghi alli medesimi Legati; e Sforza ebbe
per patto nella tregua di potersene andare a star a Benevento,
ch'era suo.
Martino V era tenuto da Alfonso in freno, perchè sebbene col
Concilio di Costanza fosse cessato lo scisma, e Gregorio XII e
Giovanni XXIII avessero ubbidito a quello e deposto il
pontificato; nulladimanco Benedetto XIII Antipapa ancor viveva
ostinato, e s'era fatto forte in un luogo inespugnabile in Spagna,
chiamato Paniscola, dove con pertinacia grandissima
accompagnato da quattro Cardinali conservava ancora il nome e'
contrassegni della pontifical dignità, e voleva morire col titolo di
Papa, ancorchè da nazione alcuna non fosse ubbidito. Re Alfonso
ponendo in gelosia Martino e dimostrando, che se non avesse
favorito le parti sue, avrebbe fatta dare ubbidienza da tutti i suoi
253
Regni all'Antipapa, ottenne pochi mesi da poi, che il Papa gli
facesse consignare non pure Acerra ma tutte le terre, che i Legati
tenevano sequestrate. In Napoli si fece grand'allegrezza, perchè
parea, che la guerra fosse finita, tenendosi l'Aquila solamente per
se alla divozione del Re Luigi; onde Alfonso per togliersi d'avanti
Braccio, gli comandò che andasse ad espugnarla: Braccio ne fu
molto contento; poichè per virtù de' patti, quando venne a servire
la Regina ed Alfonso, gli era stata promessa. Così la provincia di
Terra di Lavoro restò libera, ed in Napoli i partigiani della Regina
viveano assai quieti.
CAPITOLO IV.
Ma non durò guari nel Regno questa quiete, poichè nel mezzo
della Primavera di quest'anno 1422 venne una peste in Napoli,
che obbligò il Re e la Regina di andare a Castellamare; ma non
potendo questa Città mantenere due Corti Regali, andarono
amendue a Gaeta, dove appena giunti, furono visitati da Sforza,
che partito da Benevento venne ad inchinarsi ad Alfonso. Fu
Sforza da Alfonso accolto con grande umanità e cortesia: tanto
che sorpreso da tanta gentilezza andava predicando la generosità
e clemenza di un tanto Re. Ciò che diede esempio a gran numero
di Baroni della parte Angioina, che facessero il medesimo; laonde
molti che aveano offeso la Regina, ed il Gran Siniscalco,
confidati alle parole di Sforza, andarono con grandissima fiducia
ad inchinarsi ad Alfonso, e furono benignamente da lui accolti,
giurandogli fedeltà, con dispiacere grandissimo della Regina.
Questa fu la cagione, che siccome sino a quel dì aveano
254
governato ogni cosa con gran concordia, d'allora innanzi
nacquero quelle sospizioni e discordie, che furono poi cagione
d'infiniti danni; poichè il Gran Siniscalco, ch'era lo spirito e
l'anima della Regina, non potea soffrire, che Alfonso s'avesse
fatto giurare omaggio dalle Terre prese e da' Baroni ch'erano
venuti a visitarlo perchè parea segno, che volesse pigliar innanzi
il dì della morte della Regina la possessione del Regno contra i
patti dell'adozione; e facendolo intendere alla Regina, avea
venenato l'animo di lei di maggiore sospizione, ed obbligatala ad
amarlo ogni dì più, vedendo la cura ch'egli tenea dello stato e
della salute di lei, perchè le disse, che un dì Alfonso l'avrebbe
pigliata, e mandatala in Catalogna cattiva, per occupar il Regno e
con quello poi occupar tutta Italia. Per questo timore la Regina
deliberò guardarsi quanto più potea, ed all'impensata si partì da
Gaeta e venne a Procida: passò poi a Pozzuoli con
determinazione di portarsi in Napoli, dove la peste dopo aver
fatta gran strage, era cominciata a cessare. Il Re Alfonso che avea
creduto, che la Regina avesse da tornare da Procida a Gaeta,
quando intese che avea presa la via di Pozzuoli per andare a
Napoli, portossi con pochissima compagnia a visitarla in
Pozzuoli, credendosi levarle ogni sospezione; ma fu tutto il
contrario, perchè la Regina timida entrò in maggior sospetto,
onde subito che Alfonso fu partito da lei per andare a veder
Aversa, ella se ne venne per terra a Napoli, nè volle entrare nel
Castel Nuovo, ma se ne passò al castello di Capuana. Il Re
trovandosi ad Aversa fu subito avvisato di questi andamenti della
Regina, e conoscendo l'instabilità di costei, lo spirito, l'ambizione
del G. Siniscalco, dubitando che non macchinassero qualche
novità, venne subito a Napoli ed alloggiò al Castel Nuovo, e già
si vedeano intermesse le visite tra lui e la Regina; onde ogni
persona di giudizio era in opinione che la cosa non potrà tardare a
venire in aperta rottura. Alfonso conoscendo, che
quest'alterazione di mente della Regina era per suggestione del G.
255
Siniscalco, credendo che levato di mezzo l'autore delle discordie,
avrebbe ottenuto dalla Regina quanto voleva, a' 27 maggio
dell'entrato anno 1423 lo fece carcerare; e poi cavalcò subito per
andare a trovar le Regina, non si sa se con animo di scusarsi con
lei della cattura di quello, o se andava per mettersi in mano anche
la Regina, e quando vedesse di non poter piegarla a mutar vita,
mandarla in Catalogna. Ma subito che il G. Siniscalco fu preso,
ne fu avvisata la Regina, e vedendo il Re venire, gli fece chiudere
in faccia le porte del castello; onde Alfonso rispinto sì
bruttamente, ritornossene al Castel Nuovo, ed in Napoli fu gran
confusione e disordine tra' Spagnuoli e Catalani da una parte, ed i
Napoletani, che seguivano il partito della Regina, dall'altra.
In tanta costernazione, la Regina ristretta coi primi e più fedeli
della sua Corte, consultò quello che si avea da fare, e con voto di
tutti fu risoluto di mandare a chiamare Sforza, ed a pregarlo che
per l'amicizia antica venisse a liberarla. Sforza che in quel tempo
si trovava a Benevento molto povero, per essere stato molti mesi
senza stipendio alcuno, ebbe grandissimo piacere di questo
avviso, sperando gran cose, perchè si confidava o di far rivocare
l'adozione fatta al Re Alfonso e di far chiamare all'adozione Re
Luigi suo amico; o avere in arbitrio suo la Regina e 'l Regno per
quanto ubbidiva a lei; e senza indugio alcuno, adunati i suoi
veterani, a' quali erano arrugginite l'arme e smagriti i cavalli, con
quelli si pose in via verso Napoli. Alfonso intendendo che Sforza
veniva, inviò Bernardo Centiglia ad incontrarlo con tutti i Baroni
catalani e siciliani e con tutti i soldati dell'armata; e fattosi un
fatto d'armi vicino le mura di Napoli, Sforza ruppe l'esercito
d'Alfonso, ed entrato dentro la città, assediò Alfonso dentro il
Castel Nuovo; e dopo aver visitata la Regina, che l'accolse con
grandi onori, chiamandolo suo liberatore, partì da Napoli ed andò
ad assediare Aversa.
Alfonso trovandosi dopo questa rovina così solo e senza danari
da poter fare nuovo esercito, stava in grandissima angoscia; due
256
speranze però lo confortavano, l'una per aver egli molti mesi
innanzi comandato, che si facesse un'altra armata in Catalogna,
perchè non voleva, non ostante l'impresa del Regno, abbandonar
quella di Corsica, ond'ora inviò subito a sollecitarla, che venisse a
soccorrerlo: l'altra era nell'esercito di Braccio, che stava
all'assedio dell'Aquila; ma in questo facea poco fondamento, sì
per l'avidità di Braccio di pigliar l'Aquila, come ancora perchè
non sperava che i soldati Bracceschi senza nuove paghe si
movessero per soccorrerlo; con tutto ciò mandò a chiamarlo, e ne
seguì quello che avea pensato. Ma quindici dì dopo la rotta,
essendo arrivato in Gaeta Giovanni di Cardona Capitan Generale
dell'armata, che consisteva in diece galee e sei navi grosse,
avendo inteso in che stato stava il suo Re, venne subito verso
Napoli. Furono molti che dissero che quest'armata era ordinata
venisse, per lo disegno che avea fatto il Re, se gli riusciva, di
pigliar la Regina per mandarnela cattiva in Catalogna; ed era da
credere, poichè trovandosi a quel tempo il Regno quieto senza
guerra, non bisognava che venisse armata.
Giunta l'armata vicino al molo di Napoli, il Re comandò, che i
soldati smontassero; e trovandosi nella città gran parte
dell'esercito di Sforza, che teneano assediato Castel Nuovo,
s'accese dentro le mura di quella una crudele ed ostinata Guerra,
che pose in iscompiglio e sconvolgimenti la città con miserabili
saccheggi ed incendii, cotanto ben descritti dal Costanzo. La
Regina, scorgendo nella città tante revoluzioni, entrò in tanto
timore che le pareva essere ad ora in ora legata da' Catalani; onde
spesso si raccomandava a molti Cavalieri, ch'erano concorsi al
castello di Capuana, che avessero cura della guardia della sua
persona e mandò subito a Sforza che stava ad Aversa a pregarlo,
che venisse tosto a liberarla da quel pericolo assai maggiore
dell'altro. Venne Sforza in Napoli, liberò la Regina e la condusse
in Nola; e poi pigliata Aversa, la condusse là, dove fu maneggiata
una nuova adozione, che valse a far perpetui e continui li travagli
257
e sconvolgimenti di questo Reame.
Dall'altra parte le forze del Re Alfonso tuttavia crescevano;
perocchè, essendosi alle sue truppe aggiunte quelle di Braccio,
pensò Sforza di accrescere il partito della Regina, per potergli
fare un più vigoroso contrasto; onde operò con la Regina che si
dovesse valere delle forze degli Angioini; ed avendogli con
solenne istromento a primo luglio di quest'anno 1423275 fatto
rivocare l'adozione prima fatta ad Alfonso, per cagion
d'ingratitudine, che diceva averle usato quel Re, la persuase, che
adottasse Re Luigi; e poichè la Regina si vedeva molto sola, e
molti beneficati da lei, per invidia che aveano al G. Siniscalco,
seguivano la parte del Re Alfonso o in secreto, o scovertamente,
non solo s'inchinò a chiamare Re Luigi, ma fece ripatriare tutti gli
Angioini, rendendo alla maggior parte di loro le cose, che aveano
perdute.
Ma come la Regina compiacque a Sforza di accettar questo
suo consiglio, così ancora Sforza che conoscea ch'ella ardea di
desiderio di ricovrare il Gran Siniscalco, permise che trattasse lo
scambio di lui con alcuni de' Baroni catalani ed aragonesi. La
Regina, che non desiderava altro, ogni dì mandava a trattar il
cambio con Alfonso: il quale conoscendo la sua pazzia, che senza
vergogna alcuna avria riscosso il Gran Siniscalco, con togliersi
anche la corona di testa, quando altramente non avesse potuto:
mandò a dirle che non bastavano nè uno nè due, ma bisognavano
darsi tutti i prigioni catalani ed aragonesi per Sergianni. La
Regina donando molte terre a Sforza pigliò da lui tutti i prigioni
che teneva che furono questi: Bernardo Centiglia, il qual fu
Capitan Generale, Raimondo Periglios, Giovanni di Moncada,
Mossen Baldassen, Mossen Coreglia, Raimondo di Moncada,
Federico Vintimiglia, il Conte Enrique ed il Conte Giovanni
Ventimiglia e gli mandò al Re in cambio del Gran Siniscalco, il
quale fu liberato, e come fu giunto in Aversa, ricordevole delle
275
Chioccarel. tom. 1. M. S. giurisd.
258
cose passate tra lui e Sforza, cercò di farselo benevolo e stringerlo
per via di parentado, facendo opera che Sforza desse Chiara
Attendola sua sorella a Marino Caracciolo suo fratello. Sergianni
ch'era entrato ora in maggior grazia della Regina che fosse mai,
lodò la rivocazione dell'adozione fatta di Re Alfonso sotto titolo
d'ingratitudine, ed insisteva anch'egli che s'adottasse Re Luigi
d'Angiò, il quale si trovava ancora in Roma presso il Pontefice
Martino; poichè come Cavaliere prudente pensava, che
introducendosi un Re d'un sangue reale, avesse estinta l'invidia e
tolta la calunnia che gli davano ch'egli volesse farsi Re; perciò
furono mandati Ambasciadori in Roma a trattare col Re Luigi
l'adozione, i quali trovarono tutta la facilità, e non solo
conchiusero col Re l'adozione con que' patti che essi vollero; ma
tirarono ancora Papa Martino a pigliare la protezione della Regina
contra Re Alfonso, ed ebbero poca fatica a farlo, perchè il Papa,
oltre di riputarsi gravemente offeso da Alfonso che sosteneva
ancora, benchè secretamente, il partito di Benedetto XIII,
desideroso di ponere la Chiesa nello stato e riputazione antica,
desiderava che il Regno restasse più tosto in potere del Re Luigi
ch'era più debole di forza, e che avrebbe avuto sempre bisogno
de' Pontefici romani, che vederlo caduto in mano d'Alfonso Re
potentissimo per tanti altri Regni che possedea, per li quali era
atto a dar legge a tutta Italia, non solo a' Pontefici romani.
Conchiusa dunque l'adozione, senza dilazione di tempo
condussero gli Ambasciadori con esso loro Re Luigi, con
capitolazione che avesse da tener solo il titolo di Re, poichè avea
da competere e da contrastare con un altro Re: ma in effetto fosse
sol Duca di Calabria co' medesimi patti ch'erano stati fermati
nell'adozione del Re Alfonso.
Questa adozione fornì la Casa del Duca d'Angiò di questa
seconda razza di doppio titolo, e doppia ragione sopra questo
Reame; poichè a quello della Regina Giovanna I, dalla quale fu
chiamato al Regno Luigi I d'Angiò avo del presente, s'aggiunse
259
quest'altro della Regina Giovanna II, donde da poi i Re di
Francia, a' quali furon trasfusi questi diritti, pretesero appartener
loro il Reame per doppia ragione. Quindi sursero le tante ed
ostinate guerre che i due Luigi, Carlo VIII e Francesco I mossero
agli Aragonesi ed agli Austriaci, le quali miseramente per più
secoli l'afflissero.
Re Luigi giunto ad Aversa, fu dalla Regina ricevuto con
grande onore e dimostrazione d'amorevolezza, e dopo molte feste
la Regina fece pagare un gran numero di denari a Sforza, perchè
ponesse in ordine le sue genti per potere attendere alla
recuperazione di Napoli. Il Papa mandò Luigi Colonna Capo
delle genti ecclesiastiche, e molti altri condottieri minori in favor
della Regina; e da poi proccurò ancora che Filippo Visconti Duca
di Milano, (il quale a quel tempo era formidabile a tutta l'Italia, e
ch'era entrato in sospetto della troppa potenza d'Alfonso) s'unisse
con lui in difesa della Regina.
CAPITOLO V.
260
sforzo, acciocchè la città ritornasse in mano della Regina; e già
s'intendeva che da dì in dì molti andavano in Aversa a trovare Re
Luigi in palese, e molti che non aveano ardire di palesarsi, lo
visitavano per secreti messi. Perciò Alfonso mandò a chiamar
Braccio, il quale ancora penava per ridurre l'Aquila, che venisse
colle sue genti a Napoli. Ma Braccio che confidava, che quella
Piazza si rendesse fra pochi dì, rispose ad Alfonso, ch'era assai
più necessario conquistar quella provincia bellicosa ed
ostinatamente affezionata alla parte Angioina, che tener Napoli,
la qual solea esser di coloro, che vinceano la campagna, e che
perciò gli mandava Giacomo Caldora, che tenea il primo luogo
nel suo esercito dopo lui, e Berardino della Carda, e Riccio da
Montechiaro Colonnello di fanteria. Questi con mille e ducento
cavalli, e mille fanti vennero subito a Capua, e da Capua, avendo
inteso ch'erano venute alcune navi e galee con genti fresche da
Barzellona, vennero in Napoli.
Dall'altra parte Sforza, avendo poste in ordine le sue genti,
persuase a Re Luigi che andasse sopra Napoli, onde si partirono
da Aversa il primo d'ottobre, e vennero per tentare di pigliar
Napoli per la porta del mercato; ed essendo seguìto un fatto
d'arme, nel quale restò Sforza vittorioso, Re Luigi entrò in
grandissima speranza di pigliarla. Mentre Alfonso era in questi
travagli, gli vennero lettere da Spagna con avvisi, che Giovanni
Re di Castiglia suo cognato e cugino, che si governava tutto per
consiglio di D. Alvaro di Luna, nemico alla Casa Aragona, avea
messo in carcere D. Errico d'Aragona amatissimo fratello del Re
Alfonso, perchè avea tolta per moglie D. Catarina sorella del Re
di Castiglia, contro la volontà di lui; per la qual cagione Alfonso
deliberò d'andar in Ispagna per liberar il fratello, ed ancora per
dubbio, che il Re di Castiglia instigato da D. Alvaro, non tentasse
di occupare il Regno di Aragona e di Valenzia, mentr'egli
guerreggiava in Italia. Dunque postosi in ordine, lasciò D. Pietro
suo ultimo fratello per Luogotenente Generale in Napoli, e
261
partitosi con diciotto galee e dodici navi grosse, per cammino
assaltò Marseglia, città del Re Luigi, all'improvviso e la prese e
saccheggiò e ne portò in Ispagna il Corpo di S. Luigi Vescovo di
Tolosa, e non volle tenere quella città, per non diminuire l'esercito
lasciando i presidj, perchè credea aver di bisogno di gente assai
per la guerra di Spagna, ove stette molt'anni impedito per liberare
il fratello.
Nel principio dell'anno seguente 1424 venne l'armata di
Filippo Visconti Duca di Milano, la quale presa Gaeta, che si
tenea per Alfonso, navigò verso Napoli ove giunta, fu posto in
terra l'esercito nella porta del Mercato; onde le cose del Re Luigi
sempre più andando prospere, fur cagione che il Caldora passasse
in questo modo alla sua parte. Vedendo il Re e la Regina che per
l'assedio di Napoli bastavano le genti del Duca di Milano,
mandarono Sforza col suo esercito a soccorrer l'Aquila, che
ancora era assediata da Braccio; ma Sforza nel passar il fiume di
Pescara si annegò: il Caldora ch'estinto Sforza, si confidava di
ottenere il luogo di Gran Contestabile, ed esser il primo di quella
parte, si voltò alla parte della Regina, rendendo la città di Napoli;
e l'Infante D. Pietro con i migliori soldati che avea si ritirò al
presidio del castello. La festa di tutta la città fu grandissima, il
popolo concorse a saccheggiar le case degli Spagnuoli e de'
Siciliani, e la Regina fece tornar le genti del Duca in Lombardia
molto ben soddisfatte.
Restava solo nel Regno l'esercito di Braccio, che tenea le parti
del Re Alfonso; ma il Re Luigi e la Regina dando il bastone di
Capitan Generale al Caldora, lo mandarono a danno di Braccio; e
come fu giunto al Contado di Celano trovò le genti di Papa
Martino capitalissimo nemico di Braccio, e con quelle e col suo
esercito diede una fiera rotta alle genti di Braccio, dove questi
restò morto e Nicola Piccinino prigione.
Con tutto che il Re Alfonso fosse stato avvisato che Napoli
s'era perduta, e che l'Infante si fosse salvato nel Castello, non
262
volle però abbandonare le cose del Regno e mandò a soccorrere il
castello; e pochi dì da poi comparve in Napoli Artale di Luna
mandato dal Re a liberar l'Infante dall'assedio, il quale lasciati nel
castello i migliori soldati, e grandissima munizione di vettovaglie,
si pose in mare e se ne n'andò in Sicilia. Così la Regina ed il Re
Luigi stettero alcuni anni assai quieti, mentre che Alfonso fu
occupato nelle cose di Spagna: e benchè il Castel Nuovo si
tenesse per Re Alfonso, come si tenne poi gran tempo, la Regina
visse molti anni quieta, nel quali anni di riposo si diede a
riformare il Tribunal della Gran Corte della Vicaria per mezzo de'
Riti che fece compilare, ad istituire il Collegio de' Dottori, e ad
applicare il suo animo agli studj di pace e di religione, come
diremo.
Intanto il Gran Siniscalco vedendosi nel colmo di ogni felicità,
perchè dubitava che Re Luigi nuovamente adottato dalla Regina
non tenesse la medesima volontà che avea tenuta Re Alfonso di
abbassarlo, non volle mai che Castel Nuovo si stringesse
d'assedio; anzi più volte diede tregua ad Arnaldo Sanz che era
rimaso Castellano in nome del Re Alfonso per tenere sospetto il
Re Luigi, che sempre che volesse mostrarsi contrario alla
grandezza sua, avrebbe richiamato il Re Alfonso. Ed in cotal
modo si tenne il castello undici anni con le bandiere d'Aragona,
fin alla morte della Regina Giovanna; e pareva cosa molto strana
che il Castellano mandasse nel tempo di tregua a comprare nella
città quel che gli bisognava e s'intitolasse Vicerè del Regno.
Il Re Luigi, ch'era di natura mansueta, stette sempre
all'ubbidienza della Regina: onde il Gran Siniscalco operò con la
medesima che donasse a quel Re il Ducato di Calabria, e gli diede
tutte le genti sue stipendiarie che andasse a conquistarlo dalle
mani de' Ministri del Re Alfonso; ed egli restò assoluto Signore
di tutto il rimanente del Regno, nè avea altro ostacolo che
Giacomo Caldera ed il Principe di Taranto ch'era nel Regno
grandissimo Signore; onde per assicurarsi di loro, diede una delle
263
sue figliuole per moglie ad Antonio Caldera figliuolo di
Giacomo, e l'altra a Gabriele Orsino fratello del Principe,
dandogli il Contado di Acerra quasi a titolo di dote. A questo
modo stabilì le cose sue che non era chi potesse contrastare o
resistere alla volontà sua; e così disfece molte famiglie, come gli
Origli, li Mormili, li Costanzi e li Zurli, togliendo ad altri ed
investendo i suoi de' loro Stati, e distribuì a molti di Casa
Caracciolo terre e castelli. E quindi avvenne che mentre durò la
guerra fra' tre Luigi d'Angiò, col Re Carlo III, Ladislao e la
Regina Giovanna, si trovino privilegi ed investiture di molte terre
in fra di lor contrarie fatte a diverse famiglie: e molti castelli che
in un anno mutavano due Signori, secondo le vittorie che aveano
que' Re ch'essi seguivano. Nè bastando al Gran Siniscalco tanta
autorità, aspirando sempre a cose maggiori, dimandò alla Regina
ch'essendo per la morte di Braccio ricaduto alla Corona il
Principato di Capua che ne lo investisse; ed ella tosto ai 22
ottobre di quest'anno 1425 glie lo concedette; ma usò per allora
questa moderazione, che non si volle intitolar mai Principe,
ancorchè li parenti gliel persuadessero.
In questo medesimo anno, essendo nel precedente succeduta la
morte di Benedetto XIII i due Cardinali ch'erano rimasi presso di
lui elessero per Papa Egidio Munion Canonico di Barzellona che
prese il nome di Clemente VIII, il quale creò de' Cardinali, e fece
tutti gli atti da Papa; poichè ancora questo partito era sostenuto
dal Re Alfonso, irritato, come si è veduto, contro il Pontefice
Martino, perchè avea investito Re Luigi del Regno. Nè perchè
Alfonso stasse distratto negli affari di Spagna, abbandonò mai le
cose del Regno, e proccurò in cotal guisa tener il Papa in
sospetto, sin che finalmente nell'anno 1429 non si rappacificarono
insieme: per la qual cosa mandò Martino il Cardinal di Foix
Legato in Ispagna, affinchè nelle mani di costui l'Antipapa
deponesse la carica: e per ordine d'Alfonso fu Clemente costretto
rinunziare il suo diritto, asserendo però, che non lo sacrificava, se
264
non se per lo bene della pace. I Cardinali ch'egli avea creati
rinunziarono anche volontariamente al Cardinalato, ed i due
vecchi Cardinali che aveano eletto Clemente furono posti in
prigione, dove morirono poco da poi di disgusto e di miseria.
Così terminossi interamente lo Scisma, dopo aver durato per lo
spazio di cinquanta uno anni; e Martino V restò solo ed unico
Papa, riconosciuto da tutto l'Occidente.
Ma questa riconoscenza non durò più che due anni; poichè a'
20 febbraio dell'anno 1431 trapassò in Roma, ove fu sepolto in
Laterano; ed in suo luogo il dì 4 del mese di marzo in eletto
Michele Condolmerio Veneziano figliuolo d'una sorella di
Gregorio XII che lo avea assunto al Vescovado di Siena ed alla
dignità di Cardinale, e fu nomato Eugenio IV. Questi appena
assunto al Pontificato cominciò a perseguitare i Colonnesi, perchè
si dicea che aveano in mano tutto il tesoro del Papa morto: i
Colonnesi fidati nello Stato grande che il zio loro avea dato in
Campagna di Roma ed in quello che possedevano nel Regno di
Napoli, si disposero di resistere alle forze del Papa, e soldarono
genti di guerra per difendersi da lui. Ma il Papa avendo ciò
presentito, rinovò subito la lega con la Regina co' medesimi
capitoli che furono fatti nella lega di Papa Martino, e richiese la
Regina che gli mandasse ajuto per debellare i suoi ribelli. Il Gran
Siniscalco che non desiderava altro che l'abbassamento de'
Colonnesi per potere sopra le loro ruine maggiormente
ingrandire, gli mandò il Conte Marino di S. Angelo suo fratello
con mille cavalli, e mandò a minacciare i Colonnesi di togliere
loro le terre che aveano nel Regno, se perseveravano nella
contumacia del Papa; e perseverando nell'ostinazione, furono dal
Papa scomunicati e privati del Principato di Salerno e de' Contadi
che tenevano nel Regno, con disegno d'avere la maggior parte de'
loro Stati tolti e confiscati. Non contento adunque d'esser Duca di
Venosa, Conte d'Avellino, Signore di Capua e di molte altre Terre,
cominciò a dimandare alla Regina che gli donasse il Principato di
265
Salerno ed il Ducato di Amalfi, con dire che se ben gli avea
donata Capua, egli non se ne voleva intitolar Principe, perchè era
certo che ogni altro Re che succedesse al Regno, se la toglierebbe
come Terra che per l'importanza sua dev'essere sempre unita alla
Corona.
Era allora la Regina divenuta assai vecchia per gli anni, ma
molto più per una complessione sua mal sana, che parea al tutto
decrepita e schifa; e per questo il G. Siniscalco, ch'era ancora
incominciato ad invecchiare, avea lasciata la conversazione
segreta, che avea con lei; onde s'era ancora in lei, non solo
intepidito, ma raffreddato in tutto l'amore, e però alla dimanda
fattale, negò di voler dare nè Salerno, nè Amalfi; per la qual cosa
il G. Siniscalco turbato, cominciò in opere ed in parole, ad averla
in dispregio ed in odio. In questo tempo era salita in gran favore
della Regina Covella Ruffo Duchessa di Sessa, donna
terribilissima e di costumi ritrosi, la quale per esser nata da una
zia carnale della Regina, per l'antichissima nobiltà del suo
sangue, e per essere rimasta erede di molte terre, era superbissima
e non potea soffrire la superbia del G. Siniscalco; e per questo
ogni dì, quando gli veniva a proposito, sollecitava la Regina che
non sopportasse tanta ingratitudine in un uomo, che da bassissima
fortuna e da tanta povertà, che avea quasi irrugginita la nobiltà,
l'avea esaltato tanto; e perchè la Regina per la vecchiezza era
divenuta stolida, ascoltava bene quel che dicea la Duchessa, ma
non rispondea niente a proposito. Ma tornando il G. Siniscalco un
giorno a parlare alla Regina, e con qualche lusinga dimandarle di
nuovo il principato di Salerno e di Amalfi, vedendo che quella
ostinatamente negava, venne in tanta furia, per la gran mutazione
che scorgeva da quel ch'era stato per diciotto anni, ne' quali la
Regina non gli avea mai negata cos'alcuna, che incominciò ad
ingiuriarla e trattarla da vilissima femmina con villanie disoneste,
tanto che la indusse a piangere: la Duchessa ch'era stata dietro la
porta dell'altra camera, quando intese la Regina piangere, entrò
266
con altre donne a tempo, che il G. Siniscalco se ne usciva, e
vedendo la Regina sdegnata per l'ingiurie fresche, cominciò
fortemente a riprenderla di tanta sofferenza, e che volesse tosto
prender partito di raffrenare così insolente bestia, la quale un
giorno si sarebbe avanzata sino a porle le mani alla gola e
strangolarla. La Regina vedendo tanta dimostrazione d'amore e di
vera passione, caramente l'abbracciò e le disse ch'ella dicea bene,
e che in ogni modo voleva abbassarlo: la Duchessa conferì tutto
con Ottino Caracciolo nemico del G. Siniscalco: Ottino poi lo
conferì con Marino Boffa e con Pietro Palagano fieri nemici di
Sergianni. Questi conchiusero di valersi del mezzo della
Duchessa, e la persuasero, che sollecitasse la Regina, e che
l'offerisse di trovar uomini che avrebbero ucciso il G. Siniscalco:
la Duchessa non fu pigra a tal maneggio, perchè trattandosi a quel
tempo nuovo parentado tra Giacomo Caldera ed il G. Siniscalco,
che voleva dar per moglie a Troiano Caracciolo suo unico
figliuolo, Maria figliuola del Caldora, avvertì la Regina che
questo matrimonio per tutta Napoli si dicea, che si trattava con
disegno di dividersi il Regno fra loro e privarne lei, onde
pensasse a' casi suoi e lo facesse morire. La Regina rispose, ch'era
ben determinata e disposta di volerlo abbassare e togliergli il
governo di mano; ma non voleva che s'uccidesse, perch'era
vecchia e ne avrebbe avuto tosto da render conto a Dio. La
Duchessa, poichè non potè ottener altro, mostrò di contentarsi,
che se gli levasse il governo di mano, e la pregò, che fosse presta
a parlare con Ottino Caracciolo del modo, che s'avea da tenere.
Conferito poi il tutto con Ottino, conchiusero di pigliar dalla
Regina quel che poteano, ed ottener ordine di carcerarlo per
poterlo uccidere, con iscusar poi il fatto, che avendosi voluto
porre in difesa erano stati costretti ad ammazzarlo, e con questa
deliberazione restarono. La Regina fece chiamare Ottino e gli
disse, che lasciava a lui il carico di trovar il modo di porlo in
carcere. Mentre queste cose si trattavano, il G. Siniscalco strinse
267
il matrimonio del figliuolo colla Caldora, e per dar piacere alla
Regina dispose di far una festa reale al castello di Capuana dove
alloggiava la Regina, sperando per tal festa riconciliarsi con lei ed
indurla di far grazia allo sposo ed alla sposa dei principato di
Salerno, ch'esso desiderava tanto. Venuto il dì deputato alla festa,
che fu a' 17 agosto di quest'anno 1432, e quello passatosi in balli
e musiche, e parte della notte in una cena sontuosissima; il G.
Siniscalco scese all'appartamento suo e postosi già a dormire,
Ottino e gli altri congiurati, avendo corrotto un mozzo di camera
della Regina chiamato Squadra, di nazione Tedesco, lo menarono
con loro e fecero che battesse la porta della camera del G.
Siniscalco e che dicesse, che la Regina sorpresa da grave
accidente apopletico stava male, e che voleva che salisse allora. Il
G. Siniscalco si levò ed incominciandosi a vestire, comandò che
s'aprisse la porta della camera per intender meglio quello ch'era.
Allora entrati i congiurati, a colpi di stocchi e d'accette l'uccisero.
La mattina sentendosi per la città una cosa tanto nuova, corse
tutta la città a veder quello spettacolo miserabile, non picciolo
esempio della miseria umana: vedendosi uno, che poche ore
innanzi avea signoreggiato un potentissimo Regno, tolti e donati
castelli, terre e città a chi a lui piaceva, giacere in terra con una
gamba calzata e l'altra scalza (che non avea potuto calzarsi tutto),
e non essere persona che avesse pensiero di vestirlo e mandarlo
alla sepoltura. La Duchessa di Sessa vedendo il corpo morto
disse: ecco il figliuolo d'Isabella Sarda, che voleva contender
meco; poco da poi quattro Padri di S. Giovanni a Carbonara,
dov'egli avea edificata con gran magnificenza una cappella che
ancor si vede, vennero, e così insanguinato e difformato dalle
ferite, il posero in un cataletto e con due soli torchii accesi
vilissimamente il portarono a seppellire. Troiano suo figliuolo, da
poi nella cappella istessa gli fece ergere un superbo sepolcro colla
sua statua; e Lorenzo Valla, famoso letterato di que' tempi vi
compose quella iscrizione che ivi si legge. La Regina, ancorchè
268
restasse mal contenta della sua morte, pur ordinò che fosser
confiscati tutti i suoi beni come ribelle; e concedette ampio
indulto a' congiurati, che fu dettato da Marino Boffa; e narrasi che
quando innanzi a lei si leggeva la forma dell'indulto, quando si
venne a quelle parole che dicevano, che per l'insolenza del G.
Siniscalco la Regina avea ordinato che si uccidesse, avesse
risposto in pubblico, che non mai ordinò tal cosa, ma solamente
che si carcerasse.
CAPITOLO VI.
269
alcune galee in Ischia, che si tenea per lui, e cominciò
segretamente con messi a pregare e trattare con la Duchessa, che
avesse indotta alle voglie sue la Regina; ed avrebbe forse questo
trattato avuto il suo effetto, se il troppo desiderio di Alfonso non
l'avesse guasto; poichè non contento del maneggio della
Duchessa, mandò a trattar col Duca di Sessa suo marito finchè
alzasse le sue bandiere, perchè di grande l'avrebbe fatto
grandissimo; del che subito che fu avvisata la Duchessa, ch'era
capital nemica del marito, non solo converse in odio l'affezione
che avea col Re Alfonso, ma accusò il marito alla Regina del
trattato che tenea di ribellarsi, e fece che Ottino Caracciolo e gli
altri del Consiglio supremo mandassero genti d'arme per lo Stato
del Duca, acciocchè non potesse mutarsi a favore d'Alfonso, il
quale vedendosi usciti vani amendui i maneggi, fece tregua per
diece anni colla Regina, e se ne tornò con poca riputazione in
Sicilia.
Nel seguente anno 1433 Margarita figliuola del Duca di
Savoia fu sposata col Re Luigi, la quale partita da Nizza, dopo
una crudelissima tempesta, arrivò a Sorrento molto maltrattata dal
viaggio; la Regina voleva farla condurre in Napoli, con
quell'onore che si conveniva, e mandare a chiamare il Re da
Calabria, per far celebrare con pomposità lo sponsalizio in
Napoli; ma la Duchessa di Sessa la distolse, dandole a sentire,
che si guardasse di farlo, perchè avrebbe conturbato lo Stato, e
che per quel poco tempo che le restava di vita, volesse vivere e
morire Regina senza contrasto. E per questo la Regina, che
mutava d'ora in punto sempre pensiero, mandò solamente a
visitare la sposa ed a presentare, e di là quella Signora andò in
Calabria, dove si fece la festa in Cosenza con le maggiori
solennità che si poterono. Ma ben tosto fu tal nodo disciolto;
poichè nel mese di novembre del seguente anno 1434, dopo avere
Re Luigi in quella state guerreggiato col Principe di Taranto,
ritirato in Calabria, tra le fatiche durate in quella guerra, e tra
270
l'esercizio del letto con la moglie, gli venne un accidente di
febbre, del quale morì senza lasciar di se prole alcuna. Fece
testamento, e lasciò che il corpo suo fosse portato
all'Arcivescovado di Napoli, ed il cuore si mandasse in Francia
alla Regina Violante sua madre, e questo fu eseguito subito; ma il
corpo restò nella maggior chiesa di Cosenza, dove ancora si vede
il suo tumulo; perchè non vi fu chi si pigliasse pensiero di
condurlo in Napoli. Questo Re fu di tanta bontà, e lasciò di se
tanto gran desiderio a' popoli di Calabria che si crede, che per
questo sia stata sempre poi quella provincia affezionatissima del
nome d'Angiò.
La Regina, quando ebbe la nuova della sua morte, ne fece
grandissimo pianto, lodando la grandissima pazienza che quel
Principe avea avuta con lei, e l'ubbidienza che l'avea sempre
portata, e mostrò grandissimo pentimento di non averlo onorato e
trattato com'egli avea meritato. E nell'entrar del nuovo anno 1435,
travagliata da' dispiaceri dell'animo ed oppressa dagli anni e da'
suoi mali, rese lo spirito nel dì 2 di febbrajo, giorno della
purificazione di Maria Vergine, in età di sessanta cinque anni,
dopo averne regnato venti e sei mesi: ordinò che fosse seppellita
alla Chiesa della Nunziata di Napoli senza alcuna pompa, in
povera ed umile sepoltura, ove ora giace.
Questa Regina fu l'ultima di Casa Durazzo: e non avendo nè
col primo, nè col secondo marito concepiti figliuoli, durando
ancor in lei l'odio contro il Re Alfonso, fece testamento nel quale
istituì erede Renato Duca d'Angiò e Conte di Provenza, fratello
carnale del Re Luigi, esprimendo in quello le cagioni, per le quali
fu mossa a talmente stabilire. Ecco ciò che si legge in una
particola di questo testamento, fatta imprimere dal Tutini nel suo
trattato de' Contestabili del Regno: Praefata Serenissima, et
Illustrissima Domina nostra Regina Joanna fide digna, et
veridice informata, quod bonae memoriae Dominus Papa
Martinus V per quasdam Bullas Apostolicas olim concessit
271
clarae memoriae Domino Ludovico III Calabriae, et Andegaviae
Duci, ipsius Reginalis Majestatis consanguineo, et ejus filio
arrogato, et ejus fratribus haeredibus, et successoribus hoc
Regnum Siciliae post ipsius Reginalis Majestatis obitum: nec non
noscens omnes Regnicolas ejusdem Regni affectos, intentos, et
inclinatos velle unum ex germanis fratribus dicti q. Domini
Ludovici in Regem, et quod si secus fieret, vel evenerit, fieri non
posset absque maxima aspersione sanguinis, miserabilique clade,
et strage, et finaliter calamitate, et destructione hujus Regni. Nec
minus et considerans, quod Serenissimus, et Illustrissimus
Princeps Dominus Renatus Dux Bari, etc. ipsius Majestatis
Reginalis consanguineus, praefatique quondam Domini Ludovici
germanus frater ab inclita, et Christianissima Regia Stirpe
domus Franciae, sicut ipsa Reginalis Majestas, suam claram
trahit originem; volens praefatis futuris scandalis tacite
providere, et salubriter obviare, et per consequens votis, et
desideriis dictorum suorum Regnicolarum satisfacere,
cupiensque praeterea, quod hoc Regnum potius perveniat ad
suum clarissimum Francorum sanguinem, et inclitam progeniem,
quam ad quamvis aliam nationem: Jam dictum Serenissimum, et
Illustrissimum Principem Dominum Renatum ejus
consanguineum, ac dicti q. Domini Ludovici ejus arrogati filii
germanum fratrem, ejusdem Regnicolis ita gratum, desideratum
et acceptum, in quantum ad ipsam Serenissimam Reginalem
Majestatem spectat, et in ea est, et quod potest omni meliori via,
modo et forma quibus de jure melius, et aptius potest et debet
suum universalem haeredem, et successorem in hoc Regno
Siciliae, et in omnibus aliis ejus Regnis, Titulis et Juribus,
Actionibus, et cum omnibus Provinciis, Juribus, Jurisdictionibus,
et omnibus pertinentiis suis quacumque vocabuli appellatione
distinctis, et ad illam spectantibus, et pertinentibus, quovis modo,
coram nobis, instituit, ordinavit et fecit, infrascriptis legatis, et
fideicommissis, dumtaxat exceptis.
272
Lasciò cinquecentomila ducati alla Tesoreria che avessero da
servire in beneficio della città di Napoli, ed in mantenimento del
Regno nella fede di Renato, ed ordinò che sedici Baroni
Consiglieri e Cortigiani suoi, governassero il Regno fin alla
venuta di Renato.
CAPITOLO VII.
273
eseguirsi il testamento della Regina; in effetto furono eletti per lo
governo que' sedici Baroni destinati dalla Regina, li quali furono
Raimondo Orsino, Conte di Nola: Baldassarre della Rat, Conte di
Caserta: Giorgio della Magna, Conte di Pulcino: Perdicasso
Barrile, Conte di Montedorisi: Ottino Caracciolo, Conte di
Nicastro e Gran Cancelliere, Gualtieri e Ciarletta Caracciolo tutti
tre Rossi: Innico d'Anna Gran Siniscalco: Giovanni Cicinello ed
Urbano Cimmino, l'uno Nobile di Montagna e l'altro di
Portanova: Taddeo Gattola di Gaeta ed altri che si leggono nel
testamento della Regina. Questi dubitando che tal reggimento in
fine non si convertisse in Tirannia, crearono essi venti uomini
Nobili e del Popolo, i quali furono chiamati Balj del Regno. Da
costoro fu sollecitato che si dovesse mandar tosto in Francia a
notificar a Renato il testamento e volontà della Regina ed il
desiderio della città, ed a sollecitarlo che venisse quanto prima;
ed in effetto furono tosto mandati tre Nobili a chiamarlo, e fra
tanto in lor difesa chiamarono Giacomo Caldora, al quale diedero
denari, perchè assoldasse genti; soldarono ancora Antonio
Pontudera con mille cavalli e Micheletto da Cotignola con
altrettanti, per reprimere gl'insulti d'Alfonso: ed in cotal guisa
quelli mesi che corsero tra la morte della Regina, fin alla venuta
della Regina Isabella moglie di Renato fu governato il Regno;
ond'è, che negl'Istrumenti che si stipularono in quel tempo, non si
metteva altro Regnante, ma si diceva: Sub regimine Illustrium
Gubernatorum relictorum per Serenissimam Reginam Joannam
clarae memoriae.
Dall'altra parte il Re Alfonso avendo intesa la morte della
Regina, persuaso che, secondo si dicea, quel testamento non fosse
stato di libera volontà della medesima, si apparecchiò subito a far
la guerra, e tirò molti al suo partito, come il Duca di Sessa, quello
di Fondi, il Principe di Taranto ed alcuni altri; e sollecitato da
costoro partì da Messina ove era, e venne a Sessa, indi si portò
all'assedio di Gaeta. L'assedio di questa Piazza che durò lungo
274
tempo, poco mancò che non recasse ad Alfonso l'ultima sua ruina,
e se non fosse stata la magnanimità del Duca di Milano, la guerra
sarebbe finita; poichè il Duca di Milano avendo sollecitati i
Genovesi che soccorressero quella città, nè sopportassero che il
miglior Porto del Mar Tirreno venisse in potere de' Catalani
nemici loro: i Genovesi avendo posto in mare una potente armata,
ed Alfonso all'incontro un'altra potentissima, nella quale vi erano
personaggi cotanto illustri, quanto oltre Alfonso, erano il Re di
Navarra, D. Errico Maestro di S. Giacomo, e D. Pietro suoi
fratelli, il Principe di Taranto, il Duca di Sessa, il Conte di
Campobasso, il Conte di Montorio, e grandissimo numero d'altri
Baroni del Regno di Sicilia e d'Aragona: venutosi a' 5 agosto di
quest'anno 1435 ad una battaglia nell'acque di Ponza che durò
diece ore, finalmente i Genovesi ruppero l'armata d'Alfonso, e
fecero prigionieri il Re istesso, il Re di Navarra, D. Errico, il
Principe di Taranto ed il Duca di Sessa, con molti Cavalieri e
Baroni, forse al numero di mille; solo si salvò fuggendo ad Ischia
D. Pietro con la nave sua. Furono i prigionieri condotti a Savona,
e poi portati a Milano, dove il Duca ricevè il Re Alfonso da
ospite, non già da prigioniere, e fu tanta la magnanimità del Duca
che non solo gli accordò la libertà; ma persuaso da Alfonso che la
sicurezza del suo Stato, era l'aver in Italia Aragonesi e non
Franzesi, perciocchè se Renato occupava il Reame di Napoli, non
resterebbe di movere il Re di Francia a toglierli lo Stato,
conchiusero insieme lega; e con cortesia che non ebbe altra simile
al Mondo, donò la libertà a lui, a suo fratello ed a tutti gli altri
prigionieri, e prima che si fossero firmati i Capitoli della lega, il
Duca permise che il Navarra ed il Maestro di S. Giacomo
andassero in Ispagna a far nuovo apparato per la guerra di Napoli,
e che il Principe di Taranto, il Duca di Sessa e gli altri Baroni del
Regno venissero in Napoli a dar animo ai partigiani del Re che
credeano che mai più Alfonso potesse sperare d'avere una pietra
nel Regno. Poco da poi fu firmata la lega, ed il Duca mandò in
275
Genova ad ordinare che si preparasse l'armata, per andare col Re
all'impresa di Napoli.
Mentre queste cose succedettero ne' nostri mari, gli
Ambasciadori napoletani, ch'erano stati mandati in Francia a
chiamar Renato, trovarono che il Duca di Borgogna, il quale in
una battaglia l'avea fatto prigione, e che poi l'avea liberato sotto la
fede di tornare, richiese a Renato che osservandoli la fede data
fosse tornato a lui, e quando tornò lo pose in carcere: o fosse per
invidia, vedendo ch'era chiamato a così gran Regno o fosse per
far piacere a Re Alfonso: ciocchè diede materia di discorrere,
qual fosse stata maggiore, la sciocchezza di Renato ad andarvi o
la discortesia del Duca a porlo in carcere, la quale parve tanto più
vituperosa e barbara, quanto che fu quasi nel medesimo tempo
della cortesia che fece il Duca di Milano ad Alfonso. Gli
Ambasciadori non ritrovandolo, operarono che con loro, come
Vicaria del Regno, venisse a prenderne il possesso in vece del
marito Isabella, la quale con due piccioli figliuoli Giovanni e
Lodovico, sopra quattro galee Provenzali partì, e nel principio
d'ottobre giunse a Gaeta, dove dai Gaetani fu ricevuta con molto
onore ed ella lodò quei cittadini ch'erano stati fedeli, e loro fece
molti privilegj. Passò poi a Napoli dove giunta a' 18 d'ottobre di
quest'anno 1435 fu ricevuta con somma allegrezza di tutta la città,
alla quale era venuto in fastidio il governo della Balìa e de'
Governadori, e dal Conte di Nola le fu giurato omaggio, al cui
esempio, quasi tutti i Baroni fecero il simile; ed ella come Vicaria
del Re suo marito, cominciò a governare il Regno.
Questa Regina per la sua gran prudenza e bontà fra poco
tempo s'avea acquistata presso tutti grandissima benevolenza,
tanto che se la fortuna non avesse prosperate tanto le cose
d'Alfonso, e attraversate quelle di Renato suo marito, avrebbe
stabilito il Regno nella di lui posterità. Ma la lega pattuita col
Duca di Milano quando men si credea, e la libertà data ad
Alfonso ed a suoi fratelli con inaudita, e non creduta
276
magnanimità, pose in grande spavento la Regina Isabella e tutta
la parte Angioina. A questo s'aggiunse, che Gaeta la quale con
tanti assalti, e con tante forze non avea potuto pigliarsi, per una
tempesta occorsa a D. Pietro fratello d'Alfonso, venne in mano
degli Aragonesi; perchè D. Pietro che stava in Sicilia, essendosi
mosso con cinque galee per andare alla Spezie a pigliar il Re
ch'era stato già liberato, essendo arrivato ad Ischia, fu ritenuto da
una grave tempesta di mare nella marina di Gaeta; e perchè in
quella città v'era la peste, ed i Gaetani più nobili e più facoltosi
erano usciti fuori della Città, e per caso il Governadore era morto,
alcuni Gaetani che teneano la parte del Re Alfonso andarono ad
offerirsegli, e a dargli la città in mano. D. Pietro restò in Gaeta, e
mandò Raimondo Periglio con le galee a Porto Venere, dove
trovò il Re che avuta la novella della presa di quella Piazza, tosto
si incamminò a quella volta, ed il dì 2 febbrajo del nuovo anno
1436 vi si portò, e passarono molti mesi che senza fare impresa
alcuna andava e veniva da Gaeta a Capua che se gli era parimente
resa. S'aggiunse ancora la ribellione del Conte di Nola, di quello
di Caserta e di molti altri Baroni che vennero al suo partito.
Questa prosperità d'Alfonso fece pensare alla Regina, ed a
coloro della sua parte di dimandar al Papa soccorso; e furono
inviati Ottino Caracciolo e Giovanni Coffa al Pontefice Eugenio a
chiederlo, il quale con molta prontezza il diede; perchè il Papa,
sapendo l'ambizione del Duca di Milano che da se solo tentava di
farsi Signore di tutta l'Italia, pensava ora che molto maggiore
sarebbe stata l'audacia sua, essendogli giunta l'amicizia del Re
d'Aragona e di tanti altri Regni; onde mandò Giovanni Vitellisco
da Corneto Patriarca Alessandrino, uomo più militare che
ecclesiastico, con tremila cavalli e tremila fanti in soccorso della
Regina, e con questo si sollevò molto la parte Angioina; e tanto
più quanto che acquistò l'amicizia de' Genovesi ch'erano diventati
mortali nemici del Duca e del Re d'Aragona, li quali con
grandissima fede favorirono quella parte fino a guerra finita.
277
Si guerreggiò per tanto con dubbio evento per ambe le Parti, e
mentre ardea la guerra in molte parti del Regno, il Duca di
Borgogna, ricevuta una grossa taglia, liberò Renato, il quale
senza perder tempo si imbarcò in Marsiglia, e con vento prospero
venne a Genova, ove a' 8 di aprile di quest'anno 1438 fu con
sommo onor ricevuto; ed avute da' Genovesi sette altre galee
sotto il governo di Battista Fregoso si partì, e navigando
felicemente, a' 9 maggio giunse in Napoli.
(Prima di partir Renato da Marsiglia a' 20 gennaro dell'anno
1438 spedì Legati ad Eugenio, a' quali diede mandato di filial
ubbidienza, e procura di poter transigere col Papa ogni
controversia, ed in suo nome intervenire nel Concilio designato
dal Papa, di doversi convocare in Ferrara o in altro luogo che
piacerà ad Eugenio; il qual si legge presso Lunig277).
Fu a Napoli con gran festa ricevuto Renato, cavalcando per la
città con Giovanni suo primogenito con giubilo ed applauso
grande, e per tutto il Regno sollevò molto gli animi della parte
Angioina per la gran fama delle cose fatte da Luigi nelle guerre di
Francia contro gl'Inglesi; la qual fama comprobò colla presenza e
co' fatti; perchè subito che fu giunto, e dai Napoletani ricevuto
come Angelo disceso dal Cielo, cominciò a voler riconoscere i
soldati ch'erano in Napoli, e la gioventù napoletana e ad
esercitargli; onde acquistò grandissima riputazione insieme e
benevolenza. Mandò subito a chiamare il Caldora, col quale
consultò di ciò che dovea farsi per l'amministrazione della guerra;
e deliberarono, dopo essersegli resa Scafati, di passare in Abruzzo
ed all'assedio di Sulmona.
Ma mentre che Renato era in Abruzzo colla maggior parte
della gioventù napoletana, il Re Alfonso, al quale da Sicilia e da
Catalogna eran venute molte galee per rinforzo, andò con
quindicimila persone ad accamparsi a Napoli sopra la riva del
fiume Sebeto. I Napoletani per l'assenza del Re loro, restarono
277
Pag. 1238.
278
per lo principio molto sbigottiti; ma non mancarono poi con
l'ajuto de' Genovesi di far una valida difesa, tanto che Alfonso fu
costretto a levar l'assedio e ritirarsi a Capua, nel quale vi perdè D.
Pietro suo fratello, che vi rimase ucciso da una palla di cannone.
Renato, ridotte tutte le terre di Abruzzo a sua devozione,
sentendo l'assedio di Napoli, per la via di Capitanata e di
Benevento tosto venne a soccorrerla; e dopo aver tolto a' Catalani
la torre di S. Vincenzo, entrò in speranza di ricuperare il Castello
Nuovo che per tanti anni era stato in mano degli Aragonesi:
ordinò per tanto al Castellano di S. Eramo che cominciasse a
danneggiarlo, poich'essendogli cominciato a mancar la polvere ed
il vitto, era impossibile potersi difendere, ed il soccorso che
avrebbe potuto venirgli dal Castel dell'Uovo ch'era in mano
d'Alfonso, era impedito dalle navi de' Genovesi. In questo
arrivarono in Napoli due Ambasciadori di Carlo VI Re di Francia,
il quale dubitando che Renato suo parente non ritornasse
discacciato dal Regno per le poderose forze d'Alfonso, mandò a
trattar la pace tra questi Re; e prima d'ogni altra cosa trattarono i
patti della resa del castello. Ma il Renato che stava esausto per le
spese fatte alla guerra, fece proponer ad Alfonso la tregua per un
anno, offerse di contentarsi che 'l castello si ponesse in sequestro
in mano degli Ambasciadori, e passato l'anno si restituisse al Re
Alfonso munito per quattro mesi. Ma Alfonso che vedea le forze
di Renato tanto estenuate, elesse di perdere più tosto il castello
che dargli tanto spazio di respirare, e con nuove amicizie
riassumere forze maggiori, talchè gli Ambasciadori franzesi se ne
ritornarono senza aver fatto altro effetto che intervenire alla resa
del castello, il qual si rese a' 24 agosto di quest'anno 1439, con
patto che il presidio se ne uscisse con quelle robe che ciascun
soldato potea portarsi, non senza dispetto d'Alfonso, il quale in
faccia sua si vide perdere quel castello che s'era per lui tenuto
undici anni, quando egli non possedeva una pietra nel Regno, ed
ora perdersi in tempo che con sì grand'esercito possedeva le tre
279
parti del Regno.
Compensò non però Alfonso questa perdita coll'acquisto che
fece della città di Salerno, la quale se gli rese senza contrasto, e
della quale ne investì con titolo di Principe, Ramondo Orsino
Conte di Nola, al quale l'anno avanti avea data per moglie
Dianora d'Aragona sua cugina col Ducato d'Amalfi, e poi subito
tornò in Terra di Lavoro.
La morte improvvisa seguita a' 15 di ottobre di quest'anno di
Giacomo Caldora celebre Capitano di quei tempi indebolì in gran
parte le forze di Renato; poichè quantunque Renato avesse ad
Antonio Caldora suo figliuolo confermati tutti gli Stati paterni, e
l'Ufficio di G. Contestabile278, e di più l'avesse mandato il
privilegio di Vicerè in tutta quella parte del Regno che gli
ubbidiva; nulladimanco essendo poi venuto in sospetto, che il
Caldora tenesse secreta intelligenza con Alfonso lo fece
imprigionare. Ciò che cagionò il maggior suo danno; poichè i
soldati Caldoreschi levatisi in tumulto, con quella facilità che fu
carcerato, colla medesima fu liberato. Antonio per questa ingiuria
avendo ragunato il suo esercito, impetrò dal Re Alfonso tregua
per 50 giorni, e venuti insieme a parlamento, il Caldora se gli
offerse con tutte le sue genti. Intanto Acerra e poi Aversa nel
1421 si resero ad Alfonso; onde Renato rimasto molto debole per
la partenza del Caldora, e vedendo in tanta declinazione lo stato
suo, ne mandò la Regina Isabella sua moglie ed i figliuoli in
Provenza; e cominciò a trattare accordo ed offerire di cedere il
Regno al Re Alfonso, purchè pigliasse per figlio adottivo
Giovanni suo primogenito, il qual dopo la morte d'Alfonso avesse
da succedere al Regno. Ma i Napoletani che stavano ostinatissimi
ed abborrivano la Signoria de' Catalani, il confortavano e
pregavano che non gli abbandonasse, perchè Papa Eugenio, il
Conte Francesco Sforza ed i Genovesi, a' quali non piaceva che 'l
Regno restasse in mano de' Catalani, subito che avessero intesa la
278
Tutin. de' Contest. pag. 145.
280
ribellione del Caldora, avrebbero mandati nuovi aiuti; e per
questo lo sforzarono a lasciare la pratica della pace: e già fu così,
perchè i Genovesi mandarono nuovi soccorsi, ed il Conte
Francesco mandò a dire che avrebbe inviati gagliardi e presti
aiuti.
Ma tutti questi aiuti non poterono far argine alla prospera
fortuna d'Alfonso; poichè nel seguente anno 1442, quando meno
'l pensava, stando in Capua, venne un Prete dell'isola di Capri ad
offerire di dargli in mano la Terra: Alfonso mandò subito con lui
sei galee, e senza difficoltà il trattato riuscì, ed ebbe quell'isola, la
quale se ben parea piccolo acquisto, tra poco si vide che importò
molto: poichè una galea che veniva da Francia, avendo corsa
fortuna e credendo che l'isola fosse a devozione del Re Renato,
pose le genti in terra, le quali furono tutte prese dagli isolani e si
perderono con la galea ottantamila scudi, che si mandavano a
Renato per rinforzo: il che parve che avesse tagliato in tutto i
nervi e le forze di Renato, poichè con quelli danari avria potuto
prolungare buon tempo la guerra.
Così vedendo Re Alfonso, che la fortuna militava per lui, andò
ad assediar Napoli dove accampato, vedendo quella città tanto
indebolita di forze, che appena poteano guardare le porte e le
mura, mandò parte delle genti ad assediar Pozzuoli, che dopo
valida resistenza si rese con onorati patti; indi mandò a tentare la
torre del Greco, che si rese subito: poi per tenere più stretta la
città di Napoli fece due parti dell'esercito, una parte ne lasciò alle
paludi che sono dalla parte di levante con D. Ferrante suo figliuol
bastardo e l'altra condusse ad Echia, e s'accampò a Pizzofalcone.
La città fece valida difesa, ma introdotte per un acquedotto le
genti di Alfonso dentro la città di Napoli, a' 2 giugno di
quest'anno 1442 fu presa; e benchè l'esercito aragonese, irato per
la lunga resistenza, avesse cominciato a saccheggiar la città, il Re
Alfonso con grandissima clemenza cavalcò per le strade con una
mano di Cavalieri e di Capitani eletti, e vietò a pena della vita che
281
non si facesse violenza nè ingiuria a' cittadini, sicchè il sacco
durò solo quattro ore, nè si sentì altra perdita che di quelle cose,
che i soldati poteano nascondere, perchè tutte le altre le fece
restituire.
Renato, ridotto nel Castel Nuovo, permise a Giovanni Cossa,
ch'era Castellano del castel di Capuana, che rendesse il castello
per cavarne salva la moglie ed i figli; ed il dì seguente essendo
arrivate due navi da Genova piene di vettovaglie, in una di esse
montò con Ottino Caracciolo, Giorgio della Magna e Giovanni
Cossa, e fatta vela si partì, mirando sempre Napoli, sospirando e
maledicendo la sua rea fortuna, e con prospero vento giunse a
porto Pisano, e di là andò a trovare Papa Eugenio ch'era in
Fiorenza, il quale fuor di tempo gli diede l'investitura del Regno,
confortandolo che si sarebbe fatta nuova lega per farglielo
ricuperare: Renato, che non vide altro che parole vane, gli
rispose, che voleva andarsene in Francia, acciocchè non facessero
mercatanzia di lui i disleali Capitani italiani; e perch'era debitore
di grandissima somma di denari ad Antonio Calvo genovese, che
l'avea lasciato Castellano del Castel Nuovo di Napoli, poichè vide
che da Papa Eugenio non avea avuto altro che conforto di parole,
scrisse ad Antonio che cercasse di ricuperare quel che dovea
avere, vendendo il castello al Re Alfonso, come fece.
Ecco il fine della dominazione degli Angioini in questo
Reame, li quali da Carlo I d'Angiò insino alla fuga di Renato
l'aveano governato centosettantasette anni. Ecco come fu
trasferito in mano degli Aragonesi, che da poi lo tennero
settantadue anni. Ma Renato partendo portò seco in Francia tali
semi di discordie e di crudeli guerre, che lungamente turbarono il
Regno; poichè i Re di Francia succeduti nelle di lui ragioni ed a
quelle di suo figliuolo Giovanni, spesso lo combatterono; e
quantunque sempre con infelice successo, non è però che non
fossero stati cagione di grandissimi sconvolgimenti e disordini,
come si vedrà ne' seguenti libri di quest'Istoria.
282
CAPITOLO VIII.
De' Riti della Gran Corte della Vicaria; e de' Giureconsulti che
fiorirono nel Regno di Giovanna II e di RENATO: e da' quali fosse
compilata la famosa prammatica nominata la Filingiera.
283
delle feudali, di quelle di Maestà lesa e di molte altre più gravi279;
e potendosi da quella appellare alla Gran Corte, siccome di tutte
le altre Corti delle città del Regno, non era perciò in molta
considerazione; e fu poi tanta la sua declinazione, che nel Regno
degli Aragonesi s'estinse affatto, e la cognizione delle sue cause
passò pure, e s'incorporò nel Tribunale della Vicaria.
Siccome fu rapportato nel 20 libro di quest'istoria, era
composto questo Tribunale di due Corti, di quella del G.
Giustiziere, detta Cura Magistri Justitiarii, e dell'altra chiamata
Cura Vicarii ovvero Vicaria. Per le molte ordinazioni de'
predecessori Re angioini, essendosi vicendevolmente comunicate
le giurisdizioni di queste due Corti, venne col correr degli anni a
farsene una, chiamata perciò come ivi si disse Gran Corte della
Vicaria: riputandosi inutile considerarle come due Tribunali
distinti, e dove dovessero impiegarsi più Ministri separati, i quali
avessero la stessa cognizione ed autorità. Essendo capo della
Gran Corte il Gran Giustiziere, per questa unione venne il
medesimo a presiedere ancora a quella del Vicario; ond'è, che
tutte le provisioni ed ordini, che dalla Gran Corte della Vicaria si
spediscono tanto per Napoli, quanto per tutto il Regno, sotto il
titolo del Gran Giustiziere siano pubblicate. Prima avea questi
autorità di mettere suoi Luogotenenti ovvero Reggenti per
amministrarla; ma da poi gli fu tolta, e fu riserbato al Re e suo
Vicerè di creargli.
Componendosi adunque questo Tribunale di due Corti; quindi
è, che in questi Riti sovente la Regina di lor parlando: In nostris
Magnae et Vicariae Curiis280; ed altrove281: Judices ipsarum
Curiarum. Parimente ne' privilegi che spedì nell'anno 1420 a'
Napoletani registrati in questi Riti282, volendo che di quelli
potessero valersi in tutte le Corti, disse: Quod nulla Curia
279
Rit. 55 et ult.
280
: In prooem. et Rit. 1.
281
Rit. 14, 34, 39, 46, 50.
282
Rit. 311.
284
civitatis Neapolitanae, tam scilicet M. Curia Domini Magistri
Justitiarii Regni Siciliae, seu ejus Locumtenentis, ac Regentis
Curiam Vicariae, quam Capitaneorum, vel alienorum Officialium
etc.
Questo modo di parlare fu ritenuto durante il Regno degli
Angioini insino all'ultimo Re Renato; poichè Isabella sua Vicaria
nel 1436 drizzando una sua legge a Raimondo Orsino G.
Giustiziere del Regno, la quale pur leggiamo fra questi Riti283,
così favella: Magnifico Raymundo de Ursinis, etc. Magistro
Justitiario R. Siciliae, et ejus Locumtenenti, necnon Regenti
Magnam Curiam nostrae Vicariae etc.
Furono per tanto dalla Regina Giovanna dati molti
provvedimenti per questo Tribunale intorno allo stile e modo di
procedere nelle cause, così civili come criminali: ciò che
bisognava osservare per la fabbrica de' processi, perchè gli atti
fossero validi: la norma per la liquidazione degl'istromenti: per le
citazioni: per l'incusa delle contumacie: per l'esame: per le
pruove; e tutto ciò che riguarda la tela ed ordine giudiziario. Si
prescrive il numero dei Giudici, de' Mastrodatti e loro Attuarj; si
tassano i loro diritti ed emolumenti; e sopra tutto si raccomanda
la retta amministrazione della giustizia, riformando molti abusi,
in che questo Tribunale era caduto per li tanti disordini e
rivoluzioni accadute nel Regno.
Merita riflessione il Rito 1235, che infra gli altri questa Regina
fece divolgare; poichè quantunque nel Regno degli Angioini, e
molto più nel suo, si proccurasse andar a seconda de' romani
Pontefici; con tutto ciò non permise questa Regina, che si
togliesse quell'antico costume praticato nella Gran Corte di
conoscere ella del chericato e d'obbligare il preteso Cherico a
comparire personalmente avanti i suoi Ufficiali, per pruovare i
requisiti di quello, e sottoporsi intorno a ciò alla sua giudicatura:
283
Rit. 289.
285
che che altramente ne disposero le decretali284, come si dice nel
Rito istesso285. E pure tutto ciò ne' seguenti tempi non bastò agli
Ecclesiastici, perchè nel Pontificato di Pio V non intraprendessero
di dover essi assumerne la conoscenza e d'abbattere il Rito, che
per tanti anni erasi osservato; come si vedrà ne' seguenti libri di
questa istoria, quando ci toccherà favellare del Governo del Duca
d'Alcalà Vicerè di questo Regno.
Queste ordinazioni non furono in un tratto stabilite, ma di
tempo in tempo, col consiglio de' suoi savii, Giovanna le dispose;
e si crede che la maggior parte fossero state emanate dall'anno
1424 insino al 1431 che furono gli anni, che ebbe qualche tregua
e riposo; poichè in tutto il resto del suo Regno fu per la sua
instabilità travagliata tanto, e tanto distratta in altre pericolose
cure ed affanni, sicchè non la fecero pensare, che alla propria
difesa ed alla sua propria libertà.
Furono poi questi Riti uniti insieme, a' quali ella prepose una
costituzione proemiale, per la quale loro diede forza e vigor di
legge, comandando che quelli fossero inviolabilmente osservati
non pure in Napoli nella Gran Corte della Vicaria e nelle altre
Corti di questa città, ma in tutte le altre del Regno: ordinò ancora,
che tutti gli altri Riti fuor di questi, che per l'addietro s'erano
osservati, s'abolissero, si cassassero e non avessero nelle Corti
niun vigore ed efficacia. Quindi presso i nostri Autori nacque
quella comune sentenza, che ciò che s'osservava nel Tribunale
della Vicaria fosse come una norma di tutti gli altri Tribunali
inferiori del Regno, e che lo stile di quello dovesse praticarsi
negli altri Tribunali inferiori.
Gli Scrittori, che o con picciole note o con ben lunghi
commentarj impiegarono le loro fatiche sopra i medesimi, per
maggior distinzione, e perchè allegati tosto si rinvenissero, gli
284
Cap. si Judex Laicus de sentent. Excomm. in 6.
285
Rit. 235. Quamvis Jura Canonica his praedictis videantur aliquantulum
refragari.
286
divisero per numeri; onde ora il lor numero arriva a quello di
trecento ed undici.
Fra essi vi collocarono un ordinamento, che la Regina Isabella
moglie del Re Renato e sua Vicaria del Regno, stabilì nell'anno
1436 indrizzato, come fu detto, a Raimondo Orsino Gran
Giustiziere286. Ella lo stabilì come Vicaria Generale di suo marito,
come si legge nella iscrizione: Isabella Dei gratia Hierusalem, et
Siciliae Regina etc. et pro Serenissimo et illustrissimo Principe,
et Domino conjuge nostro Reverendissimo Domino Renato,
eadem gratia, dictorum Regnorum Rege, Vicaria Generalis; con
questa data: Datum in Regio, nostroque Castro Capuanae Neap.
per manus nostrae praedictae Isabellae Reginae, A. D. 1436 die
14 mensis aprilis, 14 Indict. Regnorum vero dicti Domini Regis
II. E questo è l'ultimo ordinamento, che a noi è rimaso de' Re
dell'illustre casa d'Angiò.
È da notare ancora, che in questi ultimi tempi dei Re angioini,
le leggi de' Longobardi non ostante di essere risorte le Romane, e
restituite nella loro antica autorità, non erano nel nostro Regno
affatto abolite ed andate in disusanza: vi erano per anche chi
viveano secondo quelle leggi287: si davano perciò alle donne i
Mundualdi, senza de' quali, così i giudicii, come i lor contratti
eran invalidi288. Non si concedeva repulsa tra coloro, che viveano
secondo la legge Longobarda, contro i loro sacramentali289; ed
ancorchè Annibale Troisio e Prospero Caravita testificano, che
que' Riti erano andati in disusanza, ciò era forse vero,
riguardandosi a tempi, ne' quali scrissero i loro commentarj, non
già nel Regno di Giovanna, la quale inutilmente si sarebbe posta a
dar suoi regolamenti su di ciò, se non vi fossero stati nel Regno
coloro che fosser vivuti sotto il Jus Longobardo. Anzi non
sappiamo con quanta verità possa ciò dirsi, anche nell'età di
286
Rit. 289.
287
Rit. 280.
288
Rit. 292.
289
Rit. 293.
287
questi Commentatori, quando fino a' nostri tempi in alcune parti
del Regno i Notari ne' loro istromenti, quando intervengono
donne, vi fanno intervenire anche per esse i Mundualdi; e quando
ciò non sia, soglion perciò dire, che i contraenti vivono Jure
Romano: ciò che altrove fu da noi avvertito.
Questi Riti per la loro utilità, e perchè contengono infiniti
regolamenti, massimamente intorno alla fabbrica de' processi, e
dell'ordine giudiciario, furono prima con picciole note, poi con
pieni commentarj dai nostri Autori esposti.
Il primo fu Annibale Troisio, detto comunemente il Cavense,
per essere stata la Cava sua patria, di cui non si dimenticò
Gesneio nella sua Biblioteca. Fiorì egli nel principio del
decimosesto secolo, e finì questi suoi commentarj al primo di
novembre dell'anno 1542 com'egli testimonia nel fine dell'opera.
Aggiunsero alcune picciole addizioni a' suoi commentarj, Cesare
Perrino di Napoli, Giovan Michele Troisio e Girolamo de'
Lamberti, e presso gli Autori del nostro Foro acquistarono non
picciola autorità, e furon sempre riguardati con rispetto, ed onore.
Giovan Francesco Scaglione Dottor napoletano, ma originario
d'Aversa, parimente compose sopra i medesimi alcuni piccioli
commentarj, ma non sopra tutti; e fece alcune osservazioni di ciò
ch'egli avea veduto praticare nella Gran Corte mentre era
Avvocato; ed i suoi commentarj furono la prima volta impressi in
Napoli nel 1553.
Oscurò la fama di amendue Prospero Caravita di Eboli, il
quale nello spazio d'un anno e mezzo, cominciando i suoi
commentari in Eboli sua patria, nel mese di marzo del 1559, gli
terminò felicemente in Agosto del 1560. Non vi era giorno, che
non vi impiegasse i suoi studj, ora in Eboli, ora in Salerno, dove
in quella Udienza esercitò la carica d'Avvocato fiscale.
Riuscirono assai dotti e copiosi, tanto che presso i posteri fu
riputato il Dottor più classico di quanti mai sopra questi Riti
scrivessero.
288
Ultimamente a' dì nostri surse il Reggente Petra, il quale vi
compose sopra ben quattro volumi: meritano piuttosto nome di
magazzini che di commentarj:, poichè oltre di quel che bisognava
per illustrargli, gli riempiè di tante e sì varie materie, che vi
racchiuse quanto egli seppe, e quanto da altri apprese: divagossi
in varie dispute ed articoli occorsi sopra cause recenti ed agitate a'
suoi tempi; onde gli caricò di molte allegazioni e d'infinite e varie
altre cose affatto estranee dal soggetto, che avea per le mani. Può
aversene buon uso per li molti esempi di cause a' suoi dì decise, e
per la moderna pratica e stile, non men della Gran Corte che degli
altri nostri Tribunali.
I. De' Giureconsulti di questi tempi, e da' quali fu compilata
la prammatica detta la Filingiera.
I Giureconsulti, che fiorirono nel Regno di Giovanna II e di
Renato sino ad Alfonso, non sono da paragonarsi, così nel
numero, come nel sapere con coloro, che vissero sotto il Re
Roberto e sotto la Regina Giovanna I sua nipote. Essi non ci
lasciarono niente delle loro opere e de' loro scritti. Solamente si
rese in questi tempi celebre Marino Boffa da Pozzuoli, il quale
adoperato dalla Regina negli affari più gravi del Regno, fu
innalzato da lei al supremo Ufficio di Gran Cancelliere; ma poi
entrato in gara col Gran Siniscalco Sergianni, questi operò tanto
con la Regina, che a sua istanza nel principio dell'anno 1419 lo
privò dell'Ufficio, surrogando in suo luogo Ottino Caracciolo290.
Ciò che deve far cessar la maraviglia, che Toppi291 avea, come
Marino in tempo della prammatica Filingiera, che si stabilì
nell'anno 1418 era Gran Cancelliere e poi quando fu instituito il
Collegio de' Dottori nel 1428 non lo era.
Fiorirono ancora Giovanni di Montemagno e Pietro di Pistoja
Giudici della Gran Corte e Giovanni Arcamone Giudice
d'appellazione di detta Corte. Ebbero ancor fama di gravi Dottori
290
V. Summonte p. 583 to. 2.
291
Toppi tom. 1 de Orig. Tribun. p. 182.
289
Biagio, Cisto, Carlo di Gaeta, Gorrello Caracciolo, Carlo
Mollicello, il Giudice Giacomo Griffo e l'Abate Rinaldo Vassallo
di Napoli. Fiorirono ancora in questi medesimi tempi
Bartolommeo Bernalia di Campagna, di cui presso Toppi292 hassi
onorata memoria, ed altri di men chiaro nome. Questi furono i
Giureconsulti de' quali la Regina nelle deliberazioni più gravi
solea valersi.
Costoro furono adoperati nella cotanto celebre prammatica
detta la Filingiera, stabilita dalla Regina a richiesta del Gran
Siniscalco Sergianni, per l'occasione che diremo. Avea Sergianni
per moglie Caterina Filingiera figliuola di Giacomo Conte
d'Avellino: questi nel suo testamento istituì eredi ne' beni feudali
Gorrello suo figlio primogenito, e ne' burgensatici Caterina e tre
altri suoi fratelli, Alduino, Giovannuccio ed Urbano; ed oltracciò,
a Caterina avanti parte lasciò ottocento once, le quali si diedero in
dote a Sergianni. Gorrello morì poi senza figli, e gli altri tre suoi
fratelli, che rimasero, parimente l'un dopo l'altro, morirono in età
pupillare. Aspiravano alla successione Filippo lor zio paterno
fratello di Giacomo; Ricciardo Matteo Filingiero figlio, ed erede
di Ricciardo fratello di Filippo, il Fisco che pretendeva essersi il
Contado devoluto, e Caterina moglie di Sergianni. Costei
supplicò la Regina, che avendo riguardo a' servizj di lei, de' suoi
antecessori e di suo marito, non la facesse litigare co' suoi parenti,
nè col Fisco; ma si compiacesse la cognizione di questa causa
commetterla alla perizia di que' Dottori, che Sua Maestà stimava
più idonei, i quali senza figura di giudicio, esaminando le ragioni
delle Parti, determinassero chi dovesse succedere nel Contado
d'Avellino, se lei, o pure i suoi congiunti, ovvero dovesse dirsi il
Contado devoluto. La Regina aderì alle sue preci, ed elesse per la
decisione della causa il Gran Cancelliero Marino Boffa, e gli altri
di sopra riferiti Dottori, li quali avendo ben discusso ed esaminato
il punto, giudicarono, che Caterina dovesse succedere, non
292
Toppi Biblioth.
290
ostante, che fosse stata dotata dal fratello; poichè la dote non le fu
costituita de' beni del medesimo. La Regina non solo s'uniformò
alla loro determinazione, ma la fece passare per legge generale
del Regno, e nell'anno 1418 sopracciò ne fece emanar
prammatica, per la quale fu stabilito, che fra coloro, che vivono
jure Francorum, la sorella maritata, ma non dotata de' suoi beni,
non dovesse escludersi dalla successione del fratello; tutto al
contrario in coloro, che vivono jure Longobardorum dove la
sorella vien esclusa, bastando che fosse stata dotata, o dal comun
padre o dal fratello. Questa è quella prammatica cotanto fra noi
rinomata, detta la Filingiera, che porta la data de' 19 gennaio del
suddetto anno 1418, e fu istromentata nel Castel Nuovo; la quale
si vede ora racchiusa nel secondo volume delle nostra
prammatiche sotto il titolo de Feudis293; intorno alla quale s'è poi
tanto scritto e disputato da' nostri Scrittori Forensi.
CAPITOLO IX.
291
Baccalaureato, siccome oggi giorno si pratica nell'Università
degli Studj di Francia, e nell'altre città d'Europa. Anzi la potestà
di conferire i Gradi fu da alcuni riputata cotanto necessaria, e
sustanziale dell'Università degli Studj, che senza quella non
meritavano essere l'Accademie chiamate Università294. Questo
Dottorato nella maniera, che si conferisce ora, non era
riconosciuto da' Romani: nè molti secoli appresso sino al
Pontificato d'Innocenzio III. Ed il Conringio295, osserva, che a'
tempi d'Alessandro III che fiorì 20 anni prima d'Innocenzio, non
vi era Dottorato, e si permetteva a tutti, che mostravano
erudizione ed idoneità, di reggere gli Studi delle lettere e le
scuole; ed il primo, che tra i Cancellieri di Parigi fosse onorato
col titolo di Maestro (che in quel tempo l'istesso era ciocchè noi
chiamiamo Dottore) fu Pietro di Poitiers, il qual fiorì sotto
Innocenzio III296. Ed il Mulzio e Vitriario portarono opinione, che
nel duodecimo secolo questi Gradi si fossero introdotti.
Regolarmente le Università degli Studi gli conferivano, ed in
Napoli ed in Salerno, prima che regnasse la Regina Giovanna,
quelle Università gli davano; nè fu questa Regina, che prima
gl'istituisse, perchè dall'istesso suo privilegio si vede, che
nell'Università v'erano i Dottori ed il Rettore, destinati per la
creazione degli altri.
La Regina Giovanna II volle farne un Collegio separato con
trascegliergli, parte dall'Università degli Studi e parte dagli altri
Ordini, al quale unicamente attribuì il potere di dar i gradi di
Licenziatura e di Dottorato. I primi Dottori, che si trascelsero, e
che sono nominati nel privilegio della istituzione, istromentato
nel Castel di Capuana nell'anno 1428, furono il Dottor Giacomo
294
V. Jacopo Bern. Mulzio repraesent. Majest. Imper. p. 2 c. 33 § 2. Ant. da
Wood. hist. et antiqu. Academ. Oxoniens. lib. 1. Reinardo Vitriario G. C.
Olandese Instit. jur. pub. Rom. Germ. l. 4 tit. 11 § 9.
295
Conringio Antiqu. Acad. dissert. 4.
296
Claud. Emerico de Acad. Paris. p. 115. Naudeo de antiq. Scholae Medic.
Paris. pag. 17.
292
Mele di Napoli, che fu creato priore del Collegio. Andrea
d'Alderisio di Napoli Dottor di leggi: Marino Boffa, che privato
del posto di Gran Cancelliere, si vide come Dottore ascritto con
gli altri in questo Collegio: Gurrello Caracciolo di Napoli Dottor
di leggi: Giovanni Crispano di Napoli Vescovo di Tiano Dottor di
leggi: Goffredo di Gaeta di Napoli Milite e Dottore: Carlo
Mollicello di Napoli Dottor di leggi e Milite: Girolamo Miroballo
di Napoli Dottor di leggi: e Francesco di Gaeta di Napoli
parimente Dottor di leggi. Concedè ancora nell'istesso privilegio
la sovrantendenza e giurisdizione così nelle cause civili, come
nelle criminali de' Dottori e Scolari, al Gran Cancelliere del
Regno, che allora era Ottino Caracciolo, non intendendo però
pregiudicare alla giurisdizione del Giustiziere degli Scolari297; e
sottopose il Governo del Collegio al Gran Cancelliere o suo
Vicecancelliere, ch'egli volesse eleggere, assegnandogli i Bidelli,
il Segretario ed il Notaro.
La prima e principal prerogativa che gli diede, fu di conferire i
gradi di Dottorato o Licenziatura nelle leggi civili e canoniche. Si
prescrissero i doni, ovvero sportule che gli Scolari doveano
prestare così al Vicecancelliere, come agli altri Dottori del
Collegio quando si dottoravano; e fra l'altre cose comandò, che
all'Arcivescovo di Napoli, se si trovasse presente all'atto del
Dottorato, se gli dovesse dare una berretta ed un par di guanti298:
ciò che in decorso di tempo andò in disusanza, perchè gli
Arcivescovi di Napoli saliti in maggior fasto e grandezza,
sdegnarono di più intervenire a queste funzioni, niente curandosi
d'un sì picciol dono. Stabilì in fine il numero de' Collegiali, la
loro Elezione ed il modo da doversi tenere nel Dottorare e si
disposero le Precedenze, così nel sedere, come nel votare, e si
diedero altri particolari provvedimenti, li quali si leggono nel
297
Privil. Reg. Jo. II. Non quod per hoc, nec per infrascripta tollatur
privilegium Justitiario Scholarium ab antiquo concessum.
298
V. Chioccar. de Archiep. Neap. in Nicolao de Drano, fol. 271.
293
privilegio della fondazione, che fu tutto intero impresso dal
Reggente Tappia ne' suoi volumi299, e ne fece anche menzione
Matteo degli Afflitti300; ed il Summonte301 rapporta in più
occasioni essersi il di lui transunto presentato nel S. C., ed
ultimamente Muzio Recco302 lo stampò anch'egli insieme con le
sue chiose, che vi compose, piene di molte cose puerili, e d'inutili
quistioni.
Questo Collegio non era che di Dottori dell'una e l'altra legge;
era ancor di dovere che se ne formasse un altro di Filosofi e di
Medici, e la Regina a richiesta del Gran Cancelliere Caraccioli
non fu pigra a stabilirlo. Ella dopo un anno e nove mesi, nel 1430
a' 18 agosto spedì altro privilegio per la sua fondazione. Lo
sottopose parimente al Gran Cancelliere, volendo che ne fosse
egli il Capo ed il Moderatore o in sua vece il suo Luogotenente.
Gli diede il suo Priore, e trascelse a questa carica il Priore del
Collegio di Salerno, Salvatore Calenda, il qual era anche Medico
della Regina. L'assegnò un Notaro, ed un Bidello; e volle che i
Collegiali fossero, oltre Salvator Calenda Priore, Pericco
d'Attaldo d'Aversa Medico e Lettore di Medicina nell'Università
degli Studj di Napoli: Raffaele di Messer Pietro Maffei della
Matrice, Medico e Lettore nell'Università suddetta: Antonio
Mastrillo di Nola, Medico: Battista de Falconibus di Napoli,
Medico e parimente Lettore in Napoli: Angiolo Galeota di
Napoli, Medico e Lettore in detta Università: Nardo di Gaeta di
Napoli, Milite e Medico della Regina: Luigi Trentacapilli di
Salerno, Milite e Dottore in Medicina: Maestro Paolo di Mola di
Tramonti, Medico: Roberto Grimaldo d'Aversa Medico: e Paolino
Caposcrofa di Salerno, suo familiare e Medico.
Avendo parimente posto questo Collegio sotto la giurisdizione
del Gran Cancelliere, ordinò che questi fosse il Giudice
299
Tappia, Jus Regni, lib. 2 de Offic. M. Cancellarii, pag. 407.
300
Affl. decis. 41.
301
Summ. tom. 2 lib. 4 pag. 608.
302
Recco super privileg. Jo. II.
294
competente nelle cause, così civili come criminali de' Medici
Collegiali; prescrisse parimente i doni che i Dottorandi dovean
dare: ordinò che l'esperienza, che doveva farsi dell'abilità del
Dottorando, si facesse sopra gli Aforismi d'Ippocrate e ne' libri
della Fisica e de' Posteriori d'Aristotele. Pure all'Arcivescovo di
Napoli, intervenendo alla funzione, stabilì che se gli dasse la
berretta ed un par di guanti: a' Teologi pure un par di guanti e così
anche agli altri nella forma che si legge nel privilegio. Stabilì il
modo di dottorare, e prescrisse anche il numero, l'elezione e le
precedenze de' Collegiali.
Egli è da notare che ad amendue questi Collegi dalla Regina
furono ammessi non pure gl'oriundi ed i cittadini napoletani, ma
anche gli oriundi del Regno, i quali per quattro anni continui
avessero nella città di Napoli pubblicamente insegnato nelle
scuole. Di questo privilegio fece parimente menzione Afflitto303;
ed il Summonte304 anche attesta, essersi il suo transunto
presentato in occasion di liti nelle Banche del S. C. ed il Reggente
Tappia lo fece anche imprimere nel suo Jus Regni.
A questi due fu poi unito il Collegio di Teologia, composto di
Teologi, e per lo più di Reggenti e di Lettori Claustrali. Dottorano
anch'essi in teologia e danno lettere di Licenziatura. È parimente
sotto la giurisdizione del Gran Cancelliere che lo riconosce per
suo Capo e Moderatore. Così oggi il Collegio di Napoli vien
composto di tre ordini di Dottori, di coloro di legge civile e
canonica, di Dottori di filosofia e di medicina e dell'altro di
teologia: essi danno i gradi e le licenziature nelle leggi, nella
filosofia e medicina e nella teologia. Collegio che ancorchè ceda
a quello di Salerno per antichità, si è però innalzato tanto sopra di
quello, che secondo portano le vicissitudini delle mondane cose,
non pur contese, per la maggioranza, ma ora, e per lo numero e
per dottrina de' Professori, tanto egli s'è reso superiore, quanto
303
Afflict. decis. 41.
304
Summ. Tappia [Link].
295
l'una città è sopra l'altra più eccelsa e più eminente.
Da' successori Re Aragonesi, e più dagli Austriaci intorno
all'amministrazione e governo di questo Collegio, circa i requisiti
richiesti ne' Dottorandi, e per la sua forma e durata, furono
stabiliti più ordinamenti, che si leggono nel volume delle nostre
prammatiche; ed il Reggente Tappia305 ne unì insieme molti sotto
il titolo De Officio M. Cancellarii. Giovan Domenico Tassone306
ne trattò anche nel suo Magazzino De Antefato e finalmente
Muzio Recco307 nel 1647 ne stampò un volume, ove anche vi tessè
un ben lungo Catalogo di tutti i Dottori di questo Collegio
dall'anno 1428 sino al 1647, il qual Catalogo fu poi dagli altri
continuato sino a' nostri tempi.
CAPITOLO X.
305
Tappia Jus Regn. lib. 2 de Offic. M. Cancell. pag. 417 ad 423.
306
Tasson. de Antef. vers. 3 observ. 3 num. 255.
307
Recco in Privilegio Jo. II.
296
siccome la fortuna sovente mutava il Principe, così variavasi fra
noi il Pontefice. L'indisposizione del capo faceva languire tutte le
altre membra; onde i Prelati delle nostre Chiese si videro ora
intronizzati, ora cacciati dalle loro Sedi, secondo la varia fortuna
de' Principi contendenti. Urbano VI nel principio della sua
intronizzazione, che avvenne nel 1378, fu da noi riconosciuto per
Papa; ma scovertisi poi i difetti della sua elezione e l'animo de'
Cardinali di dichiararla nulla, e di crearne un, altro, la nostra
Regina Giovanna I per le cagioni rapportate nel XXIII libro di
questa Istoria, gli diè favore, ed agevolò l'impresa, e diede mano,
che l'elezione si facesse ne' suoi Stati e propriamente a Fondi,
dove nello stesso anno s'elesse il nuovo Papa Clemente VII, il
quale fu da lei accolto ed adorato in Napoli come vero Pontefice.
Nacquero perciò nelle nostre Chiese disordini grandissimi, e
sopra ogni altra in quella di Napoli, poichè sedendo quivi
l'Arcivescovo Bernardo, avendo costui aderito alle parti della
Regina e di Clemente, fu da Urbano deposto e creato in suo luogo
Arcivescovo l'Abate Lodovico Bozzuto, il quale concitando il
Popolo avea occupata la sede, e cacciata la famiglia di Bernardo.
Ma la Regina avendo sedato il tumulto, fugò il Bozzuto, fece
abbattere le sue case, ruinare le possessioni308, e richiamò
Bernardo, il quale resse questa Chiesa insino che Napoli non fu
occupata da Carlo III di Durazzo. Questi invitato da Urbano, il
quale avea scomunicata la Regina, e data a lui l'investitura del
Regno, fece strozzare la Regina, s'impossessò del Reame, ed
afflisse inumanamente tutti i suoi partigiani, spogliandogli de'
loro Feudi, delle dignità e di tutti i loro beni. Dall'altra parte
Urbano, per vendicarsi di coloro, che aveano aderito a Clemente,
mandò tosto per Legato nel Regno il Cardinal Gentile di Sangro,
il quale superando di gran lunga le crudeltà di Carlo, perseguitò
barbaramente tutti gli Arcivescovi, Vescovi, Abati, Preti, in fine
tutti i Cherici del Regno partigiani di Clemente,
308
V. Chioccar. de Archiep. Neap. in Bozzuto, anno 1378.
297
imprigionandogli, tormentandogli e spogliandogli di tutte le
dignità, beneficj e beni, non perdonando nè ad età, nè ad onore,
nè allo stato di qualunque persona; ed Urbano lodando il rigore
del suo Legato, per accrescere maggior miseria agli spogliati, e
tor loro ogni speranza, diede ad essi tosto i successori e per cosa
assai portentosa si narra, che in un sol giorno creasse trentadue tra
Vescovi ed Arcivescovi per lo più Napoletani, e singolarmente
favorisse coloro, i quali aveano dato ajuto a Carlo per l'acquisto
del Regno, non richiedendo altro merito che questo309. Nè di ciò
soddisfatto il Legato, fece un dì nella chiesa di S. Chiara al
cospetto del Re Carlo, de' suoi principali Signori e di tutto il
Popolo napoletano, ignominiosamente condurre Lionardo di
Gifoni Generale dell'Ordine de' Minori di S. Francesco, già stato
eletto Cardinale da Papa Clemente: Giacomo de Viss franzese,
Arcivescovo di Otranto e Patriarca di Costantinopoli Cardinale
eletto da Clemente, e mandato nel Regno per suo Legato: Casello
Vescovo di Chieti, ed un certo Abate nominato Massello, ch'erano
stati affezionati alla Regina, e gli costrinse ad abjurare Clemente,
e professare Urbano: da poi gli fece spogliare degli abiti e del
Cappello Cardinalizio, del manto e della cocolla episcopale, ed
accesa una pira, fece quelle spoglie tutte ardere al cospetto del
popolo: dopo questo gli fece di nuovo condurre in oscuro carcere,
dove per lungo tempo dimorarono310. E narra Teodorico di
Niem311, che le crudeltà, che usò il Cardinal di Sangro nel Regno
contro tutti gli Arcivescovi, Vescovi, Abati, Preti e Cherici
partigiani della Regina e che avean aderito a Clemente, furono
tali, che non si possono senz'orrore ascoltare.
Ma furono non guari da poi disturbati i partigiani d'Urbano;
perchè Luigi I d'Angiò chiamato al Regno da Giovanna, ed
investito da Clemente, calò nel 1382 per riacquistarlo. Si oppose
309
V. Ciaccon. in Urbano VI et in Cardinali Gentili de Sangro.
310
Ciaccon. loc. cit. Diar. Ducis Montisleon. Jo. Baptista Carafa. Hist. Neap.
lib. 6.
311
Teodoric. de Schism. lib. 1 cap. 26.
298
Urbano, ed usò ogni arte ed ingegno per render vano il suo
disegno; e venuto in Napoli lo dichiarò scismatico, lo scomunicò,
gli bandì contro la Cruciata, concedendo indulgenza plenaria e
remission di ogni peccato a tutti coloro, che contro lui pigliavano
l'arme; e creò Confaloniere di S. Chiesa il Re Carlo,
benedicendogli lo stendardo, che gli diede nel Duomo di Napoli
nella solennità della Messa. Perchè mancava il denaro per
sostenere una sì aspra e crudel guerra, egli diede facoltà a Filippo
Gezza e Poncello Orsino suoi Cardinali di poter vendere e
pignorare li fondi e le robe di tutte le chiese, ancorchè i Prelati ed
i Capitoli dissentissero; ed allora le nostre Chiese patirono un
guasto terribile de' loro beni, perchè Carlo, premendo il bisogno
della guerra, gli faceva vendere a vilissimo prezzo312. Mentre
Carlo visse, la parte Angioina quasi in niente prevalse; ma costui
morto, Re Luigi invase il Regno, ne discacciò Margarita, vedova
del morto Re, col suo figliuolo Ladislao; e nell'anno 1387 gli
confinò a Gaeta.
Risorta perciò nel Regno la fazione di Clemente, gli partigiani
d'Urbano furono tutti a terra. Clemente intanto, morto Bernardo
nell'anno 1380 avea rifatto in suo luogo per Arcivescovo di
Napoli Tommaso de Amanatis, il quale, mentre durò l'intrusione
del Bozzuto e la fazione d'Urbano, dimorò sempre in Avignone,
dove Clemente lo creò pure Cardinale e dove morì; variando gli
Scrittori non meno intorno l'anno della sua promozione, che della
sua morte313; e Clemente tosto gli diede l'Arcivescovo Guglielmo
per successore. Dall'altra parte Urbano, morto Bozzuto nell'anno
1384 non mancò di dargli Niccolò Zanasio per successore; ma
costui, non meno che Tommaso, seguendo le parti della Regina
Margarita, morì esule della sua Chiesa, da lui già resignata, in
Cremona nell'anno 1389 avendogli intanto Urbano prima di
morire nell'anno 1386 dato per successore l'Arcivescovo
312
Ciaccon. in Urbano VI.
313
V Chiocc. in Archiep. Neap. in Thom. ann. 1380.
299
Guindazzo, il quale seguitando con molta costanza le parti
d'Urbano; e prevalendo a' suoi tempi la parte Angioina, non potè
godere la possession pacifica della sua Chiesa: poichè confinata
la Regina Margarita e Ladislao in Gaeta, ed ubbidendo Napoli ed
il Regno al Re Luigi ed al Pontefice Clemente, l'Arcivescovo
Guglielmo era riconosciuto da' Napoletani314.
Papa Clemente non volle essere riputato meno di Urbano in
opporsi a' disegni di Ladislao che fatto adulto s'accingeva
all'Impresa del Regno, per discacciarne Luigi suo competitore;
onde pure egli residendo in Avignone, diede licenza al Re Luigi
ed a coloro che governavano il Regno suoi partigiani, che per la
guerra contro Ladislao potessero valersi di tutti i vasi d'argento e
d'oro delle chiese per coniar moneta per stipendio de' soldati: e
così fu fatto, perchè tutti i vasi delle chiese furono parte coniati e
parte venduti, con inestimabile danno di quelle315. Non si legge
però essersi praticate da Clemente contro i Vescovi ed Abati,
partigiani del suo Competitore, quelle crudeltà che usò Urbano
per mezzo del Cardinal di Sangro.
Rimase il partito di Clemente in fiore per tutto l'anno 1389
quando Ladislao rinvigoritosi, e prendendo forza il suo partito
riacquistò buona parte del Regno; ed allora li disordini si viddero
maggiori nelle nostre Chiese, poichè ardendo la guerra, al variar
della fortuna de' Principi contendenti, variavano le condizioni ed i
Prelati delle Chiese. Nè bastò, per far cessare lo Scisma, la morte
d'Urbano seguìta dopo di quella di Clemente; poichè siccome i
Cardinali della fazione d'Urbano elessero per suo successore
Bonifacio IX, così morto Clemente in Avignone nell'anno 1394 i
suoi Cardinali tosto vi rifecero Benedetto XIII, e siccome
Bonifacio favoriva il Re Ladislao, così Benedetto prese le parti di
Luigi, al quale confermò la Corona del Regno, concedendogli
nuova investitura. E stando il Regno diviso, Bonifacio era da' suoi
314
Chioc. in Archiep. Guglielmo ann. 1380.
315
S. Antonin. in 3 p. Hist. lit. 12 cap. 2 § 14. Collenuc. lib. 5. Comp. Regn.
300
riconosciuto, e Benedetto che resisteva in Avignone avea sotto la
sua ubbidienza tutti coloro che seguitavano la parte Angioina; ed
i prelati erano sempre in forse ed in timore di non esserne
cacciati; onde è che Ladislao per accrescere il suo partito
assecurava i timidi, che i loro parenti non sarebbero stati scacciati
dalle Sedi: come fece a Galeotto Pagano, assicurandolo che
Niccolò Pagano suo fratello ch'era nell'ubbidienza di Benedetto
XIII non sarebbe stato cacciato dalla Chiesa di Napoli, ma ch'egli
l'avrebbe ad ogni suo costo fatto mantenere; siccome parimente
promise a Giacomo di Diano di far rimanere in Arcivescovo di
Napoli Niccolò di Diano suo fratello, e di là non farlo rimovere o
transferire per qualunque occasione o tempo; siccome si legge ne'
diplomi di questo Re rapportati dal Chioccarello316. E per tutto
quel tempo che la parte Angioina potè contrastare a Ladislao,
furono non meno che le città, combattute le nostre Chiese, insino
che abbassata la parte Angioina, e tornato il Re Luigi in Francia,
Bonifacio IX, Innocenzio VII e Gregorio XII suoi successori,
affezionati del Re Ladislao non ripigliasser nel Regno maggior
forza e vigore.
Mentre in Avignone sedeva Benedetto XIII, ed in Roma
Gregorio XII, i Cardinali d'amendue i Collegi, per togliere lo
Scisma, presero espediente d'unirsi in un Concilio a Pisa, e crear
essi un nuovo Papa, e deporre Benedetto e Gregorio e così fecero,
creando Alessandro V; ma questo Concilio ebbe per noi inutile
successo, perchè ciò non ostante, il Re Ladislao continuò
nell'ubbidienza di Gregorio e l'accolse nel Regno; ordinò a' suoi
sudditi che lo riconoscessero per vero Pontefice, e gli assegnò la
Fortezza di Gaeta per sicuro suo asilo, dove dimorò per lungo
tempo, malgrado d'Alessandro, il quale perciò gli mosse contro
Baldassar Cossa Cardinal Diacono, che trovò ben presto il modo
d'impadronirsi di Roma, di cacciare gli Ufficiali di Ladislao, e
stabilirvi Paolo Orsino. Ma Alessandro, che quando fu eletto
316
Chiocc. de Archiep. Neap. ann. 13, 9 fol. 257 et ann. 1412 fol. 266.
301
Papa era settuagenario, non sopravvisse gran tempo alla sua
elezione: morì egli in Bologna l'anno 1410, ed in suo luogo fu
rifatto Baldassar Cossa, fiero nemico di Ladislao, che prese il
nome di Giovanni XXIII. Costui che nella sua elezione ebbe il
favore e la raccomandazione del Re Luigi II d'Angiò emolo di
Ladislao, il primo disegno, che concepì giunto al Pontificato, fu
di spogliar Ladislao del Regno di Puglia: ed in effetto pose in
piedi un esercito contro lui, andò verso Capua, lo sconfisse, e
ritornò trionfante in Roma. Ma Ladislao, ch'era un Principe
d'animo invitto, tosto si ristabilì, sicchè ridusse il Papa a voler
pace con lui, la qual si fece con condizione che cacciasse da' suoi
Stati Gregorio, e facesse in quelli riconoscer lui come vero
Pontefice. Ladislao eseguì il trattato: onde Gregorio cercò il suo
rifugio nella Marca d'Ancona sotto la protezione di Carlo
Malatesta, dove dimorò sino al Concilio di Costanza. Così
discacciato Gregorio, il quale insino all'anno 1412 era stato
adorato in Napoli, fu da poi riconosciuto per Pontefice Giovanni
insino all'anno 1415 quando dal Concilio di Costanza fu egli
deposto; il quale finalmente acquetandosi alla sentenza di quel
Concilio si spogliò l'abito pontificale.
Non riconobbe poi il nostro Reame niun altro Pontefice per
tutto il tempo che corse dalla deposizione di Giovanni, insino
all'elezione fatta dal Concilio di Costanza di Papa Martino V,
seguita in novembre dell'anno 1417, tanto che quasi per due anni
e mezzo si riputò appresso noi vacare la Sede Appostolica: onde
nelle scritture fatte in Napoli in questo tempo, non si metteva
nome d'alcun Pontefice, ma si diceva, Apostolica Sede vacante317;
poichè siccome dopo deposto dal Concilio Giovanni, non fu
riputato Pontefice, molto più deposti Gregorio e Benedetto, non
furono da noi per niente riconosciuti. Ma eletto dal Concilio
Martino V, siccome questi fu riconosciuto da quasi tutto il Mondo
cattolico per vero e legittimo Pontefice, così da' nostri Principi e
317
Chioc. de Archiep. Neapol. fol. 256.
302
da tutte le Chiese e Popoli del Regno, in Napoli, e da per tutto fu
adorato ed avuto per solo e vero Pontefice; e quantunque il Re
Alfonso per tener in freno il Pontefice Martino sostenesse ancora
il partito di Benedetto XIII, e costui morto nell'anno 1424, quello
di Clemente VIII suo successore, eletto da due soli Cardinali
ch'erano rimasi appresso di esso; nulladimanco ciò presso di noi
non apportò alterazione alcuna, così perchè Alfonso non impedì a
suoi sudditi il riconoscer Martino, come anche perchè si sapeva il
fine che lo spingeva a proteggere il partito di Clemente: essendosi
ancora Alfonso sdegnato con Martino, perchè avea investito
Luigi III del nostro Regno suo emolo e competitore. Ma cessate
infra di loro le discordie e rappacificati, Alfonso mandò il
Cardinal di Foix Legato in Ispagna, perchè Clemente cedesse, il
quale nell'anno 1429 fu costretto nelle mani del Legato
renunziare ogni suo diritto, siccome i Cardinali ch'egli avea
creati, anche volontariamente rinunziarono al Cardinalato; ed in
cotal maniera terminossi interamente lo Scisma che per lo spazio
di cinquantuno anni avea miseramente lacerata la Chiesa; e
Martino V restò solo ed unico Papa, riconosciuto da tutto
l'Occidente.
Fu data perciò pace alle nostre Chiese, le quali non furono in
niente turbate per lo Scisma rinovato dal Concilio di Basilea, il
quale nell'anno 1439 avendo deposto Eugenio IV successor di
Martino, avea confermata l'elezione fatta da' suoi Commessarj
d'Amedeo Duca di Savoja, che si faceva chiamare Felice V
poichè sebbene Alfonso per le cagioni, che si diranno nel
seguente libro, lo favorisse, non fu mai dalle nostre Chiese
riconosciuto per Pontefice, rimanendo sempre nell'ubbidienza di
Papa Eugenio: siccome dopo la di lui morte, accaduta nel 1447]
di Niccolò V successore, per l'elezione del quale finì anche lo
Scisma, perchè essendo costui un uomo mite e pacifico, ascoltò
volentieri le proposizioni d'accordo che gli furono fatte da'
Principi cristiani; e dall'altra parte Felice, ed i suoi aderenti
303
trovandosi parimente disposti alla pace, s'indusse a rinunziare alla
pontifical dignità, e gli fu accordato che sarebbe egli rimaso il
primo fra' Cardinali e Legato perpetuo della Santa Sede in
Alemagna.
Il Concilio di Costanza rimediò ancora a' disordini preceduti
delle nostre Chiese; poichè, per lo ben della pace e per togliere le
dissensioni fra due partiti, sul dubbio di chi de' due Contendenti
dovesse riputarsi il vero e legittimo Pontefice, e per conseguenza
quali elezioni e provisioni da essi fatte dovessero rimaner ferme,
previde che i Cardinali, Vescovi, Abati, Beneficiati e tutti gli
Ufficiali delle due Ubbidienze fossero mantenuti nel possesso de'
loro posti, e che le dispense, indulgenze e l'altre grazie concedute
da' Papi delle due Ubbidienze, come pure i decreti, le disposizioni
ed i regolamenti che avessero fatti, dovessero avere la loro
sussistenza318. In cotal guisa rimasero le nostre Chiese in pace;
siccome la Chiesa di Roma dopo l'elezione di Niccolò V insino
alla fine di questo secolo fu in pace; ed i Pontefici furon da poi
occupati più nelle guerre d'Italia, e nella cura di sostenere la lor
potenza temporale, e di stabilire la propria famiglia, che negli
affari ecclesiastici. Erano ancora occupati per cagion di coloro,
che d'ordinario si portavano in Roma per le Canonizzazioni de'
Santi: per ottener privilegi a' monasterj: per gli affari degli Ordini
di tante e sì varie religioni: per ottener indulgenze e dispense: per
le liti fra le Chiese e gli Ecclesiastici che si tirarono tutte a Roma,
dove parimente si tirarono le collazioni di tutti i beneficj, colle
riserve, grazie, aspettative, prevenzioni, annate e tutte l'elezioni
de' Vescovadi e Badie, ed altre provisioni di beneficj; per i litigj
fra Curati e Religiosi sopra l'amministrazione de' Sacramenti e
sopra tante altre faccende; onde lor si diede occasione di stabilire
tante Bolle e lettere, le quali col correr degli anni crebbero in
tanto numero, che ora se ne veggono compilati ben cinque
318
V. Baluz. in Praefat. ad Vitas Papar. Aven.
304
volumi, sotto il titolo di Bullario Romano319.
319
V. Struv. Hist. Juris Canon. c. 7 § 32.
320
Summon. tom. 2 lib. 4 cap. 620.
305
confermò al monastero di S. Martino sopra Napoli, li privilegi e
concessioni fatte al medesimo dalla Regina Giovanna I di
governare lo spedale dell'Incoronata da lei fondato e dotato,
facendo franca la chiesa e sue robe d'ogni ragion fiscale, affinchè
gl'infermi fossero ben trattati; ora i beni donati e le franchigie
concesse son rimase, ma lo spedale, come dice il Summonte321, è
dismesso; e dove si governavano gl'infermi, ora vi sono
magazzini di vino.
Favorì ancora questa Regina Giovanni da Capistrano, Terra
posta nell'Apruzzo Ultra, Frate Minore e discepolo di S.
Bernardino di Siena, il quale datosi nella sua giovanezza agli
studii legali, vi riuscì eminente e fu creato Giudice della Gran
Corte della Vicaria; ma da poi abbandonando il secolo, si fece
religioso di S. Francesco, e fu più celebre per le sue spedizioni,
che per li suoi trattati di legge e di morale che ci lasciò, de' quali
il Toppi322 fece catalogo. Egli si fece capo d'una Crociata contro i
Fraticelli e gli Ussiti, ed andò in persona alla testa delle truppe
che guerreggiavano contro i Boemi. La Regina Giovanna gli
diede anch'ella commessione di proibire ai Giudei del nostro
Regno l'usure, e che potesse costringergli a portare il segno del
Thau, perchè fossero distinti da' Cristiani. Fu ancor rinomato per
lo spaventoso soccorso, che diede alla città di Belgrado assediata
da Turchi, e per gli altri impieghi marziali, ch'ebbe in Ungheria,
dove nell'anno 1456 finì i giorni suoi.
(La morte di Giovanni da Capistrano, secondo che rapporta
Gobellino323, bisogna riportarla ne' seguenti anni; poichè questi lo
fa intervenire nel Concilio di Francfort, celebrato nell'anno 1454,
scrivendo ancora, che le sue prediche poco profittarono nella
guerra contro a' Turchi. Aderat et Johannes Capistranus ordinis
minorum Professor vitae sanctimonia, et assidua verbi Dei
321
Summ. loc. cit.
322
Toppi de Orig. Tribunal. part. 1. 3 c. 10 pag. 107 et segg.
323
Lib. 1 p. 23.
306
praedicatione clarus, quem populi velut prophetum habebant,
quamvis in bello contra Turcas suadendo paucum proficeret).
Un nuovo Ordine, che surse a questi tempi fra noi, diede
occasione a nostri Principi Aragonesi, perchè non fossero riputati
meno degli Angioini, di accrescere anch'essi gli acquisti de'
Monaci. Fu questo l'Ordine di Monte Oliveto istituito in Italia da
tre Sanesi, i quali ritiratisi nel contado di Monte Alcino a menar
vita solitaria in un Monte chiamato Oliveto, essendo stati accusati
al Pontefice Giovanni XXII come inventori di nuove
superstizioni, fur costretti giustificare il loro instituto a quel
Pontefice, il quale diede commessione al Vescovo d'Arezzo, nella
cui Diocesi era Monte Oliveto, che prescrivesse loro la regola,
colla quale dovessero vivere: il Vescovo gli fece vestire di un
abito bianco, dando loro la regola di S. Benedetto; ed avendo essi
edificato in quel Monte un monastero ch'ora è rimaso capo di
questa Congregazione, fra poco tempo se ne edificarono in Italia
degli altri: onde nel 1372 Papa Gregorio XI approvò il nuovo
Ordine, e Martino V parimente lo confermò. In Napoli furono
questi novelli Religiosi introdotti da Gurrello Origlia Cavalier di
Porto, Gran Protonotario del Regno, e molto familiare del Re
Ladislao, il quale nel 1411 dai fondamenti gli edificò chiesa e
monastero, dotandolo di 133 once d'oro l'anno per vitto di 24
Monaci e 14 Oblati. Assegnò loro anche molti poderi e censi, e
fra gli altri li feudi di Savignano, di Cotugno e di casa Alba nel
territorio d'Aversa: li territorii d'Echia colle grossissime rendite
che da quelli si traggono, non riserbandosi altro per se e suoi
successori, se non che i Monaci gli dovessero ogni anno nel dì
della Cerajuola, presentare un torchio di cera d'una libbra, in
segno del padronato che e' si riserbava, come fondatore di quella
chiesa324.
Ma da poi ne' tempi de' nostri Re Aragonesi crebber assai più
gli acquisti e le lor ricchezze; ed Alfonso II sopra gli altri
324
V. Engen. Nap. Sacr. di M. Oliveto.
307
affezionatissimo di quest'Ordine, gli arrichì estraordinariamente;
poichè oltre d'aver loro donate molte preziose suppellettili e vasi
d'argento, ed ingrandite le loro abitazioni, ed adornate con
dipinture eccellenti, donò loro anche tre castelli cioè Teverola,
Aprano e Pepona, con la giurisdizione civile e criminale. Ciò che
fu imitato anche dagli altri Re Aragonesi, il Regno de' quali
saremo ora a narrare:
308
STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI
LIBRO VENTESIMOSESTO
309
regia, e quivi volle menar il rimanente di sua vita, e finire quivi i
suoi giorni: e quasi dimenticatosi degli altri suoi paterni Regni,
tutte le sue cure, e tutti i suoi pensieri furono verso questo Reame
drizzati. La Sicilia vicina, che divisa dal Regno fin dal famoso
Vespro siciliano, ora s'unisce, a lui accrebbe parimente utilità e
grandezza. Quindi avvenne che per essersi nella sua persona
riuniti questi Regni, cominciò a chiamarsi Re dell'una e l'altra
Sicilia, ut et hinc, come dice il Fazzello325, Pontificum
Romanorum authoritatem non improbare, et vetustam
observationem non negligere videretur, non ignarus, cum
eruditissimus esset, illius usurpatam esse, et novitiam vocem.
Ciocchè poi usarono gli altri Re suoi successori che dominarono
l'uno e l'altro Reame. Ma la principal cagione, onde anche dopo la
di lui morte questo Regno mantenesse la sua propria dignità, e
che conservasse i suoi proprj Re, e non dipendesse da Principi
stranieri, li quali tenendo altrove collocata la Regia loro sede, per
mezzo de' loro Ministri soglion governare, come avvenne dal
tempo di Ferdinando il Cattolico in poi; fu l'avere Alfonso
proccurato per via di legittimazione, d'investiture e acclamazione
de' Popoli che il Regno di Napoli, mancando egli senza figliuoli
legittimi, non passasse con tutti gli altri Regni ereditarj sotto la
dominazione di Giovanni suo fratello e degli altri Re d'Aragona,
ma ne fosse investito ed acclamato per suo successore
Ferdinando d'Aragona suo figliuolo bastardo, il quale sino a
Federico d'Aragona ultimo Re di questa linea, perpetuò per molti
anni nella sua discendenza questa successione in guisa che il
Regno ebbe insino al Re Cattolico proprj Principi, anzi più che
Nazionali; poichè non avendo essi in altre parti altri Stati e
dominj, il Regno di Napoli era la loro unica sede e la propria
Patria.
Molto dunque deve Napoli ed il Regno ad Alfonso, il quale
posponendo gli altri suoi Regni, in questa città fermò il suo
325
Fazzel. de Reb. Siculis, decad. 1 lib. 1 c. 3.
310
soglio, ed all'antica nobiltà normanna, sveva e franzese
aggiungendovi altra nuova ch'e' portò di Spagna, di nuove illustri
famiglie l'accrebbe e adornò. Egli vi portò i Cavanigli, i Guedara,
i Cardenes, gli Avalos e tante altre, che ancora ci restano, e che
rischiarano colla nobiltà del loro sangue questo Regno: oltre a'
Villamarini, Cardona, Centeglia, Periglios, Cordova e tante altre
famiglie nobilissime che son ora tra noi estinte. Egli riordinò il
Regno con frequenti Parlamenti, con nuove numerazioni e con
migliori istituti e nuovi Tribunali.
Non è mio proponimento, nè sarebbe dell'istituto della mia
opera, voler in questa Istoria narrare i magnifici ed egregj suoi
fatti: ebbe quest'Eroe particolari Autori, che di lui altamente e
diffusamente scrissero, due Antonj, Zurita e Panormita,
Bartolommeo Facio, Enea Silvio, poi Papa Pio II, il celebre
Costanzo, Spiegello, Gaspare Pellegrino e tanti e sì illustri che
empierono le loro carte de' suoi famosi gesti. A noi, perciò che
richiede il nostro istituto, basterà rapportare ciò che appartiene
alla politia, colla quale questo Principe governò il Regno: che
cosa di nuovo fuvvi introdotto, e quali fossero le sue vicende e
mutazioni nello stato, così civile e temporale, come ecclesiastico
e spirituale.
CAPITOLO I.
311
confusione. Lo intimò a Benevento, e per questo mandò per tutte
le province lettere a' Baroni ed alle Terre demaniali che ad un dì
prefisso ivi si trovassero; ma i Napoletani mandarono a
supplicarlo che trasferisse il Parlamento nella città di Napoli
ch'era capo del Regno, e così fu fatto: v'intervennero due Principi,
poichè in questi tempi non ve n'eran più nel Regno, il Principe di
Taranto Balzo e quello di Salerno Orsino, il primo Gran
Contestabile e l'altro Gran Giustiziere: v'intervennero tutti gli altri
cinque Ufficiali della Corona: quattro Duchi, quel di Sessa
Marzano, il Duca di Gravina Orsino, il Duca di S. Marco
Sanseverino, ed il Duca di Melfi Caracciolo (poichè il Duca
d'Atri Acquaviva ed altri Baroni che aveano seguita la parte di
Renato, ancorchè chiamati, non s'assicurarono venire innanzi al
Re): due Marchesi, quel di Cotrone Centeglia e l'altro di Pescara
Aquino: molti Conti, e moltissimi Baroni e Cavalieri dei quali il
Costanzo ed il Summonte fecero lungo catalogo.
In questo Parlamento propose il Re che avendo liberato il
Regno dall'altrui invasioni, per poterlo nell'avvenire mantener in
pace e difenderlo da chi cercasse turbarlo, era di dovere che si
stabilisse per tutto il Regno un annuo pagamento per mantenere
uomini d'arme per la difensione di quello: consultarono sulla
richiesta, e si conchiuse di costituirli un pagamento d'un ducato a
fuoco, da pagarsi ogni anno per tutto il Regno, con che il Re
dovesse all'incontro dar ad ogni fuoco un tomolo di sale, e levar
ogni colletta, colla quale prima si vivea326. Si fece al Re l'offerta
con chiedergli ancora alcune grazie. Alfonso l'accettò, promise
tener mille uomini d'arme pagati a pace ed a guerra, e diece galee
per guardia del Regno, e concedè magnanimamente quelle grazie
che gli furon dimandate.
Molti furon i privilegi che si veggono ora impressi in un
326
Michael Riccius lib. 4 de Regib. Neap. et Sic. Cum prius unaquaeque
Civitas, Oppidumve pro numero, amplitudineque, et opibus, stipendia pen-
deret pro collectas, ut ajunt.
312
particolar volume: fra gli altri fu stabilito di dar udienza pubblica
in tutti i venerdì a' poveri e persone miserabili: fu lor costituito un
Avvocato con annuo soldo da pagarsi dalla Camera del Re: che
nella Gran C. della Vicaria in luogo del Gran Giustiziere dovesse
continuamente assistere il suo Luogotenente, ovvero Reggente
con quattro Giudici per l'amministrazion della giustizia: che alli
Baroni si conservassero li privilegj delle giurisdizioni a loro
conceduti: che fossero sciolti da ogni pagamento d'adoa: che
pagandosi per ciaschedun fuoco carlini diece, se gli
somministrasse un tomolo di sale: che s'assegnasse a spese del
regio Erario un avvocato a' poveri: ed altri privilegj e grazie
concedette non meno alla città di Napoli che a tutte l'Università e
Terre del Regno.
L'orme d'Alfonso furon da poi calcate dagli Re suoi
successori, i quali in occasioni simili, avendo dal Regno richieste,
ed essendo loro state accordate o nuove imposizioni o donativi di
somme considerabilissime, concederon essi altre grazie alla città
e Regno. Molte se ne leggono di Ferdinando I, d'Alfonso II, di
Ferdinando II, di Federico, di Ferdinando il Cattolico, o del suo
Plenipotenziario Gran Capitano, di Carlo V e di Filippo II. Tanto
ch'essendo nell'anno 1588 cresciuto il lor numero, ebbe il
pensiero Niccolò de Bottis di raccoglierle in un volume che fece
imprimere in Venezia, e lo dedicò al Presidente de Franchis,
allora Consigliere.
Ma in decorso di tempo, essendone state altre concedute dal
Re Filippo II, da Filippo III e IV, da Carlo II e ne' nostri tempi
dall'Imperador Carlo VI con grande utilità del pubblico si è
proccurato nei passati anni, farne altra raccolta in un altro volume
che si è fatto imprimere in Napoli (ancorchè portasse il nome di
Milano) nell'anno 1719, dove sono stati impressi li rimarchevoli
privilegi e segnalatissime grazie concedute ultimamente alla città
e Regno dal nostro augustissimo e clementissimo Principe; delle
quali secondo l'opportunità se ne farà in quest'Istoria ricordanza.
313
CAPITOLO II.
327
Vien rapportato da Chioccar. tom. 1. M. S. giurisd.
328
Capit. Reg. Alphonsi.
314
Duca di Calabria immediato erede e successore di questo Regno,
e si contenta se gli giuri omaggio dal presente dì. Fu subito con
gran giubilo gridato Ferdinando Duca di Calabria e successore
del Regno, e da tutti gli Ufficiali e Baroni suddetti gli fu giurato
omaggio e ligio di fedeltà ore et manibus; e ne fu fatto pubblico
istromento in presenza di molti Baroni in quest'anno 1443 che si
legge impresso nel volume de' privilegj suddetti. Nel seguente
giorno, il Re con Ferdinando accompagnato dal Baronaggio andò
nel monastero delle Monache di S. Ligoro, e poichè fu celebrata
con pubblica solennità la messa, diede la spada nella man destra
di Ferdinando, e la bandiera nella sinistra, e gl'impose il cerchio
Ducale su la testa, e comandando che tutti lo chiamassero Duca
di Calabria, e lo tenessero per suo legittimo successore: di che
anche ne fu fatto pubblico istromento che parimente ivi si legge.
Ma tutto ciò non bastava per assicurar la successione del
Regno nella persona d'un figliuolo bastardo, ancorchè legittimato,
se questo giuramento e dichiarazione non fosse stata approvata
dal Papa, il quale per l'inimicizia che teneva con Alfonso non gli
avrebbe data mai l'investitura; ed il mal animo del Papa era
evidente, poichè avendo tutti i Potentati di Italia mandato a
congratularsi con lui della vittoria, e della quiete e pace del
Regno, solamente il Pontefice Eugenio non vi mandò; anzi
mostrò dispiacer grandissimo della ruina di Renato e della sua
uscita dal Regno. Perciò Alfonso, che avea bisogno di lui, non
solo per istabilire più perfettamente la pace, ma per ottenere
l'investitura del Regno per lo Duca di Calabria, rivoltò tutti i suoi
pensieri per riconciliarsi con lui, e adoperò ogni mezzo por
conseguirlo.
Avea prima Alfonso, come si disse, vedendo l'avversione
d'Eugenio, tenuto secreto trattato con Amedeo duca di Savoja
Antipapa, e non per altro che per ottenere da quello ciò che dal
vero Pontefice non potea conseguire. Lo Scisma che s'era
rinovato nella Chiesa dopo la morte di Martino V per lo Concilio
315
di Basilea, avea posto in disordine ogni cosa. Ciò che il Papa
Eugenio stabiliva, il Concilio dichiarava nullo; ed all'incontro il
Papa tenendo per Conventicola quella radunanza, tuttociò che in
quella si determinava, lo dannava ed anatematizzava. Il Concilio
citò il Papa e non comparendo, lo dichiarò contumace; finalmente
que' Prelati ch'eran rimasi in Basilea, de' quali componevasi il
Concilio, lo deposero il dì 25 giugno dell'anno 1439 e deputarono
alcuni Commessarj per eleggere un nuovo Papa. I Commessarj
elessero Amedeo Duca di Savoja, che, come fu detto, s'era ritirato
nella solitudine di Ripaglia, nella Diocesi di Ginevra, dove vivea
come Romito. La sua elezione fu confermata dal Concilio, e fu
nomato Felice V, il quale tosto portossi in Basilea a presiedere in
quello. Papa Eugenio ne teneva aperto un altro in Fiorenza, e
vicendevolmente si condennavano l'un l'altro. La Francia
continuò a riconoscere Eugenio per Papa. L'Alemagna però
cominciava a vacillare, e propose di tenere un nuovo Concilio per
giudicare sopra il diritto de' due eletti. Il Re Alfonso durando
nell'inimicizia d'Eugenio, per dargli di che temere, mandò Luigi
Cescases per suo Ambasciadore appresso Felice, e permise che
alcuni Prelati suoi sudditi l'ubbidissero e riconoscessero per vero
Pontefice. All'incontro Felice per tirar scovertamente Alfonso nel
suo partito, e tutti i sudditi de' di lui Regni alla sua ubbidienza,
offeriva a Luigi suo Ambasciadore ch'egli avrebbe confermata
l'adozione fattagli dalla Regina Giovanna II, conceduta
l'investitura del Regno, ed oltre ciò gli offeriva ducentomila
ducati d'oro329. Ma il prudentissimo Re scorgendo che di giorno in
giorno il Concilio di Basilea andavasi debilitando, e che Felice
erasi a' 20 novembre dell'anno 1442 con una parte de' suoi
Cardinali ritirato in Lausana, e che a lungo andare si
dissolverebbe ogni cosa: pensò destramente di rivoltarsi alla parte
d'Eugenio, e per tenere intanto a bada Felice, fece rispondere dal
suo Ambasciadore alla profferta fattagli che li ducentomila ducati
329
Zurita Annali d'Aragona.
316
d'oro bisognava che se gli pagassero in una paga: che si
contentava di ritenersi la città di Terracina per la somma di 305
mila ducati di Camera in parte di ciò che se gli dovea per la
guerra mossagli dal Patriarca Vitellesco, quando gli ruppe la
tregua, e che allora vi fu condizione che dovesse aver Terracina
fin che ne fosse interamente soddisfatto: che se Felice era
contento di ciò ed adempiva a queste condizioni, egli non avrebbe
mancato di difenderlo e di prestargli co' suoi fratelli ubbidienza;
ed oltre a ciò che avrebbe inviati al Concilio suoi Ambasciadori, e
proccurato che i Prelati de' suoi Regni ancor vi venissero; ed
anche si studierebbe che il medesimo facessero il Re di Castiglia
ed il Duca di Milano, e co' suoi fratelli si sarebbe confederato
ancora con la Casa di Savoja.
Questi trattati teneva egli aperti con Felice, prolungandogli
con destrezza, perchè non si venisse a veruna conchiusione; ma
nell'istesso tempo avea dato incarico al Vescovo di Valenza D.
Antonio Borgia, che fu Cardinale e poi Papa, detto Calisto III che
s'adoprasse con Eugenio per la sua riconciliazione, il quale
incominciò a sollecitare il Papa, che si degnasse trattare di pace e
ricevere il Re per suo buon figliuolo e buon feudatario. Agevolò
ancora il trattato, ed ammollì l'animo d'Eugenio Lodovico
Scarampo Patriarca d'Aquileia Cardinal di S. Lorenzo in Damaso
suo Camerlengo, con cui solea egli conferire de' più gravi ed
importanti affari; onde Eugenio mosso dalle loro insinuazioni, e
considerando altresì che non poteva giovare al Re Renato, e che
l'inimicizia del Re Alfonso gli poteva nuocere, voltò l'animo alla
pace; ed a' 9 aprile di quest'anno 1443 spedì una Bolla di
legazione e commessione in persona del Cardinal suddetto,
inviandolo a trattare col Re della pace e dell'investitura del Regno
da concedersi al medesimo. La Bolla di questa legazione è
rapportata dal Chioccarello, e si legge nel primo volume de' suoi
M. S. giurisdizionali.
Trovavasi allora il Re a Terracina, dove ricevè il Legato con
317
molto onore; e dopo molti dibattimenti fu a' 14 giugno del detto
anno la pace conchiusa con questi patti.
Che il Re con dimenticanza perpetua di tutte l'ingiurie ed
offese passate, e con rimessione di quelle, riconoscesse Eugenio
per se e per tutti i suoi Regni per unico, vero e non dubbioso
Pontefice e Pastor universale di S. Chiesa, e che come a tale gli
prestasse egli ed i suoi Regni ubbidienza.
Che dovesse tenere per Scismatici tutti i Cardinali aderenti
all'Antipapa Amedeo.
Che all'incontro il Papa dovesse dar l'investitura al Re Alfonso
del Regno di Napoli, con la conferma dell'adozione ed
arrogazione, che la Regina Giovanna II aveale fatta con clausola,
che non gli ostasse avere acquistato il Regno colle proprie armi.
Che trasferisse in Alfonso tutta quella autorità che era stata
conceduta da' Pontefici passati agli antichi Re di Napoli; e che
abilitasse D. Ferrante Duca di Calabria alla successione dopo la
morte del padre. E dall'altra parte il Re si farebbe vassallo e
feudatario della chiesa, con promettere d'aiutarla a ricovrare la
Marca, la quale si tenea occupata dal Conte Francesco Sforza.
Che quando il Papa volesse far guerra contra Infedeli, avesse il
Re da comparire con una buona armata ad accompagnare quella
del Papa.
Che il Re dovesse ritenere in nome della chiesa la città di
Benevento e di Terracina in governo per tutto il tempo di sua vita,
e per lo medesimo tempo lasciava il Re al Papa Città ducale,
Acumoli e la Lionessa, terre importantissime della provincia
d'Abruzzo.
Che il Re dovesse servire al Papa con sei galee per sei mesi
nella guerra contro il Turco. E per ricuperare le città e fortezze
che teneva occupate nella Marca il Conte Francesco Sforza, si
convenne, che il Re dovesse inviare quattromila soldati a cavallo
e mille a piedi.
Che il Papa dovesse concedere la Bolla di legittimazione per
318
D. Ferdinando suo figlio che fosse abilitato per l'investitura, in
guisa che tanto egli, quanto i suoi eredi potessero succedere al
Regno.
Che al censo, che dovea pagar il Re per l'investitura, s'avessero
da scomputare le spese, che si facessero nelle sei galee e nella
gente d'arme, che dovean andare alla Marca.
Che le città di Benevento e di Terracina si darebbero in
governo a D. Ferdinando e suoi successori perpetuamente, e
dell'istesso modo avesse la chiesa in governo la Città ducale,
Acumoli e la Lionessa.
Questi capitoli di pace furono a' 14 giugno di quest'anno 1443
conchiusi in Terracina dal Re e dal Legato appostolico Cardinal
d'Aquileia; nella conchiusion de' quali intervennero solamente
Alfonso Covarruvias famoso Giurista e Protonotario appostolico
e Giovanni Olzina Segretario del Re; e sono rapportati dal
Chioccarello nel tomo I de' M. S. giurisdizionali.
Papa Eugenio con sua particolar Bolla spedita a' 6 luglio del
detto anno, parimente rapportata da Chioccarello, confermò i
capitoli suddetti, ed in esecuzione di quelli, in questo medesimo
anno, spedì più Bolle rapportate anche dal medesimo Autore.
Primieramente a' 13 luglio diede fuori una Bolla preliminare,
colla quale assolvea il Re ed i suoi Ministri da tutte le
scomuniche e censure, nelle quali fossero incorsi per le guerre ed
offese fatte alla chiesa romana nel tempo dello Scisma, e per
l'invasione dei beni ecclesiastici. Dopo tutto ciò, residendo
Eugenio in Siena, a' 15 del detto mese spedì la Bolla
dell'investitura, per la quale concedè al Re Alfonso l'investitura
del Regno di Napoli per se, suoi eredi mascoli e femmine
legittimi discendenti dal suo corpo per retta linea.
Di questa investitura variamente parlarono i nostri Autori:
Scipion Mazzella330 dice, che abbracciava ancora il Regno
d'Ungheria, di cui il Papa ne investì Alfonso per le ragioni di
330
Mazzel. Descriz. del Regno.
319
Giovanna sua madre adottiva; e che nella medesima si concedeva
ancora, che Ferdinando suo figliuol naturale potesse succedere
nel Regno. Il Cardinal Baronio331 credette, che per questa Bolla il
Re Alfonso fosse stato da Eugenio investito non solo del Regno
di Napoli, ma anche di quello di Sicilia. Ma non men l'uno che
l'altro vanno di gran lunga errati. L'investitura non fu che del solo
Regno di Napoli, chiamato nelle Bulle pontificie, Regnum
Siciliae et Terram citra Pharum. Nè della Sicilia ultra Pharum, e
molto meno dell'Ungheria si fece parola, come nè tampoco
dell'abilitazione di Ferdinando. Ciò è evidente dalla Bolla, che
ora leggiamo impressa nel III tomo del Summonte, e che
manuscritta fu dal Chioccarelli ancor inserita fra l'altre di questo
Papa nel tomo primo de' suoi M. S. giurisdizionali: dove Eugenio,
numerando le cagioni, che lo moveano a dar l'investitura, cioè
l'adozione della Regina Giovanna II, li travagli d'Alfonso sofferti
in tanti anni per mettersene in possesso, la vittoria riportata de'
suoi nemici, la pace data al Regno, la volontà dei Baroni che lo
consideravano e che l'aveano ricevuto per loro Re e Signore,
datogli ubbidienza e prestatogli il giuramento solito di fedeltà
(cose tutte riguardanti il solo Regno di Napoli), i meriti proprj e
del Re Ferdinando suo padre, per tutte queste ragioni l'investiva
del Regno colle clausole solite, che furono apposte in quella
conceduta al Re Carlo I con il censo di ottomila once d'oro l'anno:
e che i Baroni e popoli del medesimo Regno non potessero
gravarsi di nuove taglie, ma godessero quella libertà, franchigia e
privilegi che goderono a tempo del Re Guglielmo II.
Non poteva in questa investitura parlarsi del Regno di Sicilia
ultra Pharum, di cui i Re di Sicilia predecessori d'Alfonso, sin dal
famoso Vespero Siciliano, non ne richiesero mai investitura; ed
Alfonso era a quello succeduto per la morte del Re Ferdinando
suo padre sin dall'anno 1416, e di cui era in possesso prima della
sua adozione. Lo convincon ancora le parole della Bolla
331
Baron. Ann. Eccles. discurs. de Monarchia Siciliae, tom. 11.
320
dell'investitura, conceduta pro Regno Siciliae, et tota terra ipsius,
quae est citra Pharum, usque ad confinia terrarum ipsius
Ecclesiae. Ciò che si conosce più chiaramente dal giuramento di
ligio omaggio, che Alfonso poi nell'anno 1445 diede ad Eugenio
con queste parole: Ego Alphonsus dei gratia Rex Siciliae plenum
homagium, ligium, et vassallagium faciens vobis Domino meo
Eugenio Papae IV et Ecclesiae Romanae, pro Regno Siciliae, et
tota terra ipsius, quae est citra Pharum332.
Mette poi la cosa in maggior evidenza, e non lascia punto da
dubitare la data di questo giuramento, dove per lo Regno di
Sicilia, et tota terra citra pharum, non si denota, che questo solo
Regno di Napoli. Ecco ciò che ivi leggiamo: Datum Neapoli per
manus nostri praedicti Regis Alphons, anno a Nativitate Domini
1445, die vero secundo mensis Junii octavae Indictionis. Regnum
nostrorum trigesimo; hujus vero SICILIAE, ET TERRAE CITRA
PHARUM anno Regni XI. Non è dunque da dubitare, che questa
investitura fu del solo Regno di Napoli, siccome per cosa fuor di
dubbio scrissero il Costanzo, il Summonte, il Chioccarelli, e tutti
i più rinomati e gravi nostri Autori.
Oltre di questa investitura, nel medesimo anno furono da
Eugenio spedite altre Bolle in favor d'Alfonso; nel dì 4 di
settembre ne diè una per la quale gli rimette e dona il pagamento
di non picciole somme di marche sterline, che era tenuto pagare
alla Camera Appostolica per cagion della concessione, ed
investitura del Regno di Napoli. E nel dì 29 del medesimo mese
con altra Bolla gli rimise tutta la somma di denari, che gli dovea
per li censi passati del Regno di Napoli; e tutta la somma, che il
Re, e suoi Ufficiali e Ministri in suo nome aveano esatta insino al
detto dì, da qualunque ragioni, e crediti della Camera
Appostolica, ovvero da prelature e dignità, beneficj e persone
ecclesiastiche di qualsivoglia modo. Parimente nel medesimo
giorno ne spedì un'altra, colla quale promette al Re di mandargli
332
Vien rapportato dal Chioccar. tom. 1. M. S. Giurisd.
321
il Cardinal di S. Lorenzo in Damaso, o altra persona per
coronarlo solennemente quando e dove il Re vorrà; ma questa
coronazione poi non si fece, non essendo stato Alfonso mai
coronato333.
Poi in un medesimo giorno de' 13 decembre del suddetto anno
furono spedite nove altre Bolle in favor del medesimo. Per la
prima, si concede che la pena della privazione del Regno in caso
di contravenzione alli patti dell'investitura, possa permutarsi in
pena pecuniaria di ducati 50 mila da pagarsi dal Re alla Camera
Appostolica; durante però la vita d'Alfonso. La seconda, gli
proroga per due altri anni il tempo di dare il giuramento alla Sede
Appostolica per l'investitura del Regno, non ostante, che in quella
si dica, doversi dare fra sei mesi, se il Papa sarà in Italia ed
essendo fuori d'Italia, fra un anno. La terza, gli rimette le 8 mila
once d'oro l'anno, che gli doveva per lo censo, durante però la vita
d'Alfonso. La quarta gli dà facoltà di non ricevere i suoi ribelli
nel Regno, e di cacciargli, con confiscare i loro beni, non ostante
il giuramento dato dal Re per osservanza dell'investitura fattagli,
di ricevere detti ribelli nel Regno e di restituire a' medesimi i loro
beni, assolvendolo dal detto giuramento. Per la quinta, se gli
concede, che se bene nell'investitura vi sia patto, che non possa
imponere taglie e collette alle chiese, monasterj, luoghi pii e
religiosi, cherici e persone ecclesiastiche, e loro beni, eccetto che
ne' casi permessi de jure, ovvero per antica consuetudine di detto
Regno, tuttavia che possa il suddetto Re per tutto il tempo della
sua vita imponere taglie e collette a detti luoghi e persone
ecclesiastiche, essendovi necessità, non ostante li patti di detta
investitura. Nella sesta, si dice, che essendosi dal Re Alfonso
esposto, che per antica consuetudine del Regno poteva imponer
taglie e collette alle chiese, monasterj, Luoghi pii, religiosi,
cherici e persone ecclesiastiche e loro beni, e che non era tenuto
ricevere, nè ammettere Prelati eletti, nominati e provisti in detto
333
Tutin. de' M. Giustiz. pag. 78.
322
Regno, se probabilissimamente gli eran sospetti di Stato: il Papa
gli concede, che possa imporre dette taglie e collette, e non
ricevere detti Prelati, se per consuetudine del Regno gli era lecito,
non ostante li patti apposti in detta Investitura. Per la settima, ad
istanza del detto Re se gli concede e dispensa, che possano anche
succedere nel Regno i trasversali, non ostante li patti di detta
Investitura, che chiamava solo li mascoli nati e nascituri,
legittimamente discendenti per linea retta dal detto Re. Per
l'ottava, se gli conferma l'adozione, ovvero arrogazione per figlio
e successore nel Regno di Napoli fattagli dalla Regina Giovanna
II. L'ultima, rimette al Re li 300 soldati armati, che avea da tenere
in campagna, e che avea promesso alla Sede Appostolica a sue
spese per tre mesi per cagione dell'Investitura concessagli.
Da poi nel seguente anno 1444 a' 14 Luglio in esecuzione de'
capitoli accordati col Cardinal Legato in Terracina, spedì Eugenio
la Bolla della legittimazione a favor di Ferdinando Duca di
Calabria, per la quale lo legittimò e l'abilitò a succedere nel
Regno di Napoli; ed a primo Aprile dell'anno seguente con altra
Bolla si commette a Don Giovanni Abate del monastero di S.
Paolo di Roma, a ricercare dal Re Alfonso in nome della Sede
Appostolica il giuramento ch'era tenuto dare per cagion
dell'Investitura, il quale fu dato in mano del medesimo con quelle
parole di sopra riferito.
(La formola del giuramento di fedeltà prestato da Alfonso,
siccome i Brevi, ed altre Bolle d'investitura e sua estensione a'
collaterali, di remission di debiti alla Camera Appostolica, di
riunione nel Regno dei Beni distratti e di conferma dell'adozione
fatta dalla Regina Giovanna II in favor d'Alfonso, sono rapportate
anche da Lunig334, il quale trascrive eziandio una bolla d'Eugenio,
spedita in Roma nel mese d'Ottobre del 1443 per la quale gli
concede facoltà di potere per tutto il futuro anno 1444 impor
taglie e collette, ed esigere sopra tutti i frutti de' Beni degli
334
Tom. 2 pag. 1239, 1246, 1248 e 1249.
323
Ecclesiastici de' suoi Regni la somma di ducentomila fiorini d'oro
di Camera; cioè da' Regni d'Aragona, Valenza, Catalogna,
Majorica e Minorica fiorini cento quarantamila; dal Regno di
Napoli trentamila e da quello di Sardegna diecimila. Comanda,
che niun Ordine regolare o secolare sia da ciò esente; ma tutti gli
Ecclesiastici, ospedali ed altri luoghi pii debbano contribuire,
eccettuandone i soli Cardinali, per quella ragione che Eugenio
esprime nella suddetta sua Bolla, dicendo: Venerabilibus
Fratribus nostris S. R. E. Cardinalibus, qui in partem nostrae
sollicitudinis, divina miseratione vocali, grandia ad eorum
statum decenter tenendum expensarum onera quotidie subire
noscuntur dumtaxat exceptis).
CAPITOLO III.
324
l'obbligò a cedere il Cardinalato, e a ritornare nel suo
Arcivescovado di Palermo, dove morì di peste l'anno 1445. Ma
vedendo che D. Ferdinando non era molto amato da' suoi vassalli,
per essere di natura dissimile a lui, siccome colui che s'era
scoverto superbo, avaro, doppio e poco osservatore della fede,
cominciò a dubitare non il Regno dopo la sua morte venisse in
mano aliena; onde trovandosi averlo destinato per successore,
cercò di fortificarlo di parentadi, ed inteso che il Principe di
Taranto teneva in Lecce una figlia della Contessa di Copertina
sua sorella carnale, giovane di molta virtù e da lui amata come
figlia, mandò a dimandarla per moglie del Duca di Calabria; ed il
Principe ne fu contentissimo, e la condusse molto splendidamente
in Napoli. Parve al Re di avergli con ciò acquistato l'ajuto del
Principe di Taranto; e per maggiormente fortificarlo, cercò di
stringerlo anche di parentado col Duca di Sessa che era pari di
potenza al Principe: e diede a Martino di Marzano, unico
figliuolo del Duca, D. Lionora sua figlia naturale, assegnandogli
per dote il Principato di Rossano con una parte di Calabria.
Ma mentre Alfonso è tutto inteso a stabilire la successione del
Regno per suo figliuolo, a soddisfare il Papa di quanto ne' capitoli
della pace erasi convenuto: ecco che Eugenio, infermatosi
gravemente, venne a morte il dì 23 di febbraio di quest'anno
1447. Per questa morte si levarono in Roma grandi tumulti,
perchè gli Orsini dall'una banda ed i Colonnesi dall'altra,
sforzavano i Cardinali che avessero creato Papa a volontà loro;
ma ritrovandosi il Re a Tivoli, spedì tosto suoi Ambasciadori al
Collegio de' Cardinali ad esortargli che nell'elezione non s'usasse
alcun maneggio, perch'egli non avrebbe fatta usare alcuna
violenza, ma che procedessero a farla con tutta la libertà senza
passione o timore. Assicurati i Cardinali da Alfonso, tosto con
gran conformità elessero il dì 6 marzo il Cardinal di Bologna
uomo mite e pacifico, il quale si può porre per uno de' rari esempj
della fortuna, perch'essendo figliuolo d'un povero medico di
325
Sarzana, castello piccolo posto ne' confini di Toscana e di
Lunigiana, in un anno fu fatto Vescovo, Cardinale e Papa che
nomossi Niccolò V. Il Re di questa elezione restò molto contento,
e mandò quattro Ambasciadori che si trovassero alla coronazione,
e gli dassero da parte di lui ubbidienza.
Mutossi in un tratto lo stato delle cose d'Italia; poichè ad un
Papa di spiriti bellicosi essendone succeduto un altro tutto amante
di quiete e di pace, in breve tempo si vide il riposo d'Italia e della
Chiesa di Roma; poichè subito cominciò a trattare la pace tra'
Veneziani, Fiorentini ed il Duca di Milano. Estinse tosto ogni
reliquia di Scisma, che eravi rimasa, poichè ascoltò volentieri le
proposizioni d'accordo che gli furono fatte da' Principi cristiani.
L'Antipapa Felice ed i suoi aderenti, trovandosi parimenti disposti
alla pace, facilitarono l'accordo, il qual fu fatto con condizioni
vantaggiose per amendue i partiti, cioè che Felice avrebbe
rinunziato alla pontifical dignità; ma che sarebbe il primo fra i
Cardinali, e Legato perpetuo della Santa Sede in Alemagna: che
sarebbero rivocate dall'una e dall'altra parte tutte le scomuniche e
l'altre pene fulminate da' Concilj o dai Papi contendenti contro
quelli del partito opposto: che i Cardinali, i Vescovi, gli Abati, i
Beneficiati e gli Ufficiali delle due ubbidienze, sarebbero
mantenuti ne' loro posti: che le dispense, indulgenze e l'altre
grazie concesse da' Concilj, ovvero da' Papi delle due ubbidienze,
come pure i decreti, le disposizioni ed i regolamenti che avessero
fatti, avrebbero sussistenza: in fine che Niccolò V adunerebbe un
Concilio generale in Francia sette mesi dopo l'accordo: e tutte
queste condizioni, alla riserva dell'ultima, furono eseguite. Felice
rinunziò il Pontificato, e Niccolò fu da tutti riconosciuto per Papa,
il quale impiegò il rimanente del suo Pontificato ad acquietare le
turbulenze d'Italia, e da questo tempo, fino alla fine del secolo, si
vide in pace la Chiesa di Roma.
Col Re Alfonso fu tutto mite e pacifico; non pur confermò
quanto erasi pattuito col suo predecessore, ma per le molte spese
326
che il Re avea sofferte nella guerra della Marca, e per altri
soccorsi somministratigli pochi giorni dopo il suo ingresso al
Pontificato, a' 22 marzo di quest'istesso anno gli spedì Bolla,
colla quale gli restituì le Terre d'Acumulo, Cività Ducale e
Lionessa nella Montagna dell'Amatrice335, date da Alfonso ad
Eugenio in iscambio della città di Benevento e di Terracina, con
rimanere le suddette città ad Alfonso e suoi successori nel Regno
(toltone il tributo di due sparvieri l'anno) senza pagamento di
censo alcuno; assolvendolo anche nell'anno 1452 con altra
particolar Bolla dal suddetto tributo di due sparvieri, che detto Re
dovea alla Sede Appostolica in quell'anno, e per tutto il tempo
passato, per le città suddette di Benevento e Terracina.
Confermò poi a' 14 gennajo dell'anno 1448 con altra Bolla
tutte le grazie e concessioni che tanto ad Alfonso, quanto a
Ferdinando suo figliuolo erano state da Eugenio concedute; ed a'
27 aprile del seguente anno con altra Bolla confermò, e di nuovo
concedè la legittimazione e successione del Regno di Napoli fatta
dal detto Papa Eugenio a Ferdinando Duca di Calabria, con
ampliarla di più che detto D. Ferdinando potesse succedere negli
altri Regni d'Alfonso suo padre.
(Oltre i suddetti privilegj e concessioni, Niccolò V spedì da
Assisi nell'anno 1454 Bolla ad Alfonso, per la quale gli concede il
dominio d'un'isola nell'Arcipelago, vicina all'isola di Rodi, con un
castello diruto che s'apparteneva alla religione de' Cavalieri di S.
Giovanni, affinchè potesse fortificarlo, empir d'abitatori l'isola e
valersi del suo porto, per far argine alle incursioni de' Greci e de'
Saraceni. Leggesi la Bolla presso Lunig336).
Così Alfonso, secondandolo la fortuna in ogni cosa, disbrigato
da tutte le cure della guerra, e riposando in una placida e
tranquilla pace, dopo avere scorsa la Toscana, ritornò in Napoli,
dove giunto trovò che la Duchessa di Calabria sua nuora avea
335
Chioc. l. 1. M. S. giurisd.
336
Tom. 2 pag. 1254.
327
partorito un figliuolo che poi fu Re Alfonso II, che nel tempo del
parto apparve in aria sopra il Castel Nuovo un trave di fuoco, che
fu presagio della terribilità che avea da essere in lui. I Napolitani
fecero molti segni d'allegrezza per lo ritorno del Re, il quale
fermatosi in questa città, quivi lungamente si stette, attendendo
parte a' piaceri, parte a fabbriche e parte a riordinare i Tribunali di
giustizia.
CAPITOLO IV.
328
Si videro perciò fiorire Gaza, Argiropilo, Fletone, Filelfo,
Lascari, Poggio, Valla, Sipontino, Campano, Bessarione e tanti
altri337: tanto che alla caduta di Costantinopoli si deve, essersi in
Italia restituite l'erudizione e le lettere più culte e tolta la barbarie.
Alfonso nella sua Corte n'accolse molti, in guisa che quella
fioriva non meno d'eccellenti professori Latini che Greci. Tenne
presso di se il famoso Trapezunzio, Crisolora, Lascari e dei Latini
il celebre Lorenzo Valla, Bartolommeo Facio, Antonio da
Bologna detto il Panormita, Paris de Puteo e tanti altri. Ebbe pur
anche presso di se uomini di fina prudenza e consiglio, e fra gli
altri il famoso Alfonso Borgia Vescovo di Valenza: questi nato in
Xativa nella diocesi di Valenza, coltivò nell'Università di Lerida i
suoi studj, dove avendo fatti mirabili progressi, prese il Dottorato
e ne divenne eccellente Cattedratico. Fu poi eletto Canonico di
quella città, e per la fama della sua dottrina entrato in somma
grazia del Re Alfonso, fu da costui creato suo intimo Consigliere
e Cappellano; non molto da poi fu eletto Vescovo di Valenza; e
mentre reggeva questa chiesa, avendo Alfonso intrapresa
l'espedizione del Regno di Napoli, lo condusse seco, della di cui
opera, come si è detto, molto giovossi, quando mandato in Roma,
fu impiegato nel gravissimo affare della pace col Pontefice
Eugenio, la quale felicemente condusse a fine.
Quando Alfonso, dopo tanti travagli si rese pacifico possessore
del Regno, e voltò i suoi pensieri a ristabilirlo, ad introdurvi
miglior forma di governo e a riordinare i nostri tribunali, il suo
principal Ministro e Consigliere era il Vescovo di Valenza: costui
nelle deliberazioni più gravi v'avea la maggior parte, ed il Re da'
suoi consigli pendea più che da qualunque altro. Diedero
occasione all'erezione di questo Tribunale del S. C. gli abusi, che
si vedeano introdotti in Napoli per cagion de' ricorsi, che dalle
determinazioni del Tribunale della Gran Corte della Vicaria si
facevano al Re. Questo Tribunale composto, come s'è detto, di
337
V. Giovio negl'Elogj degl'uom. illustr.
329
quello della Gran Corte e dell'altro del Vicario, era in Napoli e nel
Regno il Tribunal supremo, ed i suoi Giudici che lo
componevano, erano i Magistrati ordinarj: dalle determinazioni di
quello non vi era appellazione, poichè sopra di lui non si
riconosceva altro Tribunale superiore ove potesse ricorrersi per
via d'appellazione. Non avea la retrattazione, che ora appelliamo
reclamazione, e la quale presso i Romani era solamente del
Prefetto Pretorio; onde per riparare alle gravezze non vi restava
che un rimedio, fuori dell'ordine de' giudizj ordinarj, e questo era
ricorrere al Re per via di preghiere e di memoriali. Il Re soleva
alle volte destinar certe persone, alle quali rimetteva i memoriali
ad esso portati, perchè gli riconoscessero, e fattogliene informo,
di sua autorità emendassero le gravezze; e queste persone erano
chiamate Giudici d'appellazioni della Gran Corte, ond'è, che
prima dell'erezione di questo Tribunale, nelle scritture di quei
tempi spesso di questi Giudici fassi memoria. Più frequentemente
però i Re, senza legarsi a certa persona, mandavano i memoriali
ora ad uno ora ad un altro Giureconsulto per sapere il lor parere, i
quali da poi ch'aveano inteso il lor consiglio e letto il voto,
determinavano essi, e la decisione usciva sotto il nome regio338.
Questo costume portava degli abusi e de' disordini; poichè
sovente affari importantissimi erano risoluti secondo il parere
d'un solo. Crescevano ancora i ricorsi, venendo non pur da'
Tribunali della città di Napoli, ma ancora dalle province del
Regno; onde si vedea gran disordine, che senza una particolar
ragunanza di più savj, avessero da emendarsi le tante gravezze
per voti di particolari Giureconsulti.
In altra guisa praticavasi nel Regno di Valenza, dove vi era
particolar Consiglio assistente presso il Re, di cui egli era capo,
dove i ricorsi che da tutti i Tribunali ordinarj di quel Regno erano
al Re portati, s'esaminavano in quel Consiglio, da cui
procedevano le ammende e le retrattazioni. A somiglianza dunque
338
V. Tappia Jus Regni, in rubr. de Off. S. R. C. num. 6.
330
del Consiglio di Valenza, il Re Alfonso, guidando ogni cosa il
Vescovo Borgia, pensò stabilirne un consimile in Napoli, il quale
si componesse di più insigni Giureconsulti e di più gravi e savj
uomini, che assistendo presso la sua regal persona conoscessero
sopra tali ricorsi, e volle dichiararsene egli capo, siccome ne fu
autore.
Il Cardinal di Luca339 portò opinione, che il Vescovo Borgia,
poi Cardinale e Papa, formasse questo Consiglio non pure
secondo l'idea di quello di Valenza, ma anche essendo egli
dimorato lungo tempo in Roma, molti istituti e modelli prendesse
dal Tribunale della Ruota romana, che allora era in fiore e che
alla formazione di questo Senato vi ebbe parte, non meno il
Consiglio di Valenza, che la Ruota di Roma; ed in effetto,
siccome questo Tribunale da quello di Valenza prese il nome di
Consiglio, così ancora il luogo ove si tenne, prese da Roma il
nome di Ruota; e siccome nella Ruota romana non v'è uso di
libelli, o come ora diciamo d'istanze, ch'è de' Magistrati ordinarj,
ma di preci o suppliche o memoriali, che si drizzano al Papa, il
quale per mezzo del Prefetto della Signatura di giustizia, le segna
e commette; così ancora in questo Tribunale non vi han luogo
libelli, siccome negli altri Tribunali inferiori della città e del
Regno, ma le suppliche che si drizzano al Re, il quale per mezzo
del Presidente del Consiglio, le segna e commette.
Fu adunque questo Tribunale del Consiglio eretto in Napoli
principalmente per li ricorsi, che al Re portavansi dalle
determinazioni della Gran Corte della Vicaria e delle altre Corti
inferiori, non meno della città che delle province del Regno. Fu
detto perciò il Tribunale delle appellazioni; poichè costituito
supremo a tutti gli altri, poteva in conseguenza da questi a lui
appellarsi. Questo Tribunale riconoscendo per suo capo il Re
istesso, e le sue membra essendo di persone per nobiltà e dottrina
illustri, venne ad acquistare le maggiori prerogative e preminenze
339
Card. de Luca Relat. Cur. Rom. lib. 13 disc. 32 n. 13.
331
sopra tutti gli altri. Quindi, come s'è detto, non cominciano in
esso le cause per via di libelli, ma di suppliche che bisogna
indirizzare al Re, le quali poi segnate e commesse acquistano
forza di libelli. Quindi nasce, che dalle sue determinazioni non si
dà appellazione, ma solamente retrattazione, ovvero come
chiamiamo reclamazione, a somiglianza del Prefetto Pretorio.
Quindi acquistò il nome di Sacro per la sacrata persona del Re,
che se ne dichiarò capo, e per esser suo proprio e particolar
Consiglio presso la sua regal persona assistente: onde avvenne,
che per consimil cagione all'Audienza d'Otranto si diè anche il
nome di Sacra Audienza, perchè un tempo presedè a quella il Re
Alfonso II d'Aragona340; e perocchè questa provincia fu poi divisa
in due, cioè d'Otranto e di Bari, quindi anche quella di Bari si
disse Sacra341. Quindi le sentenze si promulgano sotto il nome del
Re, e si veggono ancora molte sentenze sottoscritte dall'istesso Re
Alfonso; onde se accade in quelle nominarsi il Vicerè e alta
persona illustre, non altro titolo se gli dà, se non quello con cui
dal Re vien chiamata342. Quindi in questo sacro Auditorio non è
permesso, nè tampoco a' Nobili entrare cinti di spada o d'altre
arme, nemmeno a coloro, che possono portarle sin dentro il
gabinetto del Re. Quindi egli solo tien la campana, e conosce
delle cause di tutti i Tribunali della città e del Regno; le sue
sentenze s'eseguono manu forti et armata; e vien adornato di
tante altre prerogative e preminenze, di cui il Tassoni343 ed il
Toppi344 ne tesserono lunghi cataloghi: e a' dì nostri il Dottor
Romano345 ne compose un ben grosso volume.
Ma infra l'altre sue prerogative, la maggior fu quella di
conoscere per via d'appellazione delle cause di tutti i Tribunali
340
Tappia loc. cit. n. 10.
341
Tasson. de Antef. vers. 3 obs. 7 p. 111.
342
Tasson. l. c. n. 75 et vers. 7 obs. 3 n. 70.
343
Tasson. de Antefato loc. cit.
344
Toppi de Orig. S. R. C. lib. 1 cap. 4.
345
Roman. de praeem. S. R. C.
332
della città e del Regno, ed in questi principj a quello s'appellava,
anche de' decreti interposti dalla Regia Camera della Summaria,
siccome testificano Marino Freccia346, e Giovan Battista Bolvito
in un breve discorso latino, che compose sopra questo Tribunale,
che M. S. si conservava nella Biblioteca de' SS. Appostoli di
questa città, il qual fu dal Summonte trascritto nella sua Istoria347;
ed apparisce ancora da una lettera348 del Re Alfonso rapportata
dal Toppi, il quale Autore fa vedere ancora, che qualora nel
Tribunale della Summaria dovea decidersi qualche articolo di
ragione, s'avea ricorso al Consiglio di S. Chiara, che vi giudicava
per via d'appellazione349.
Ma ciò, che deve riputarsi degno d'ammirazione, si è il vedere,
che questo inclito Re pose in tanta eminenza questo Tribunale,
che ordinò, che anche le cause degli altri suoi numerosi Regni e
province, potessero riportarsi a quello per via d'appellazione.
Ecco ciò, ch'egli dice in una sua regal carta de' 13 agosto del 1440
rapportata dal Toppi350, parlando di questo Consiglio e de' suoi
Ministri: Quibus decrevimus omnes causas Regnorum nostrorum
Occiduorum et Regni nostri Siciliae ultra Pharum, esse
remittendas. E siccome si è veduto, possedeva questo gran Re in
quel tempo i Regni d'Aragona, di Valenza, di Majorica e di
Sardegna, possedeva la Corsica, il Contado di Barzellona, e 'l
Rossiglione e la Sicilia di là dal Faro; e finch'egli visse, avendo
fermata la sua sede regia in Napoli, insino da sì remote parti si
portavano per via d'appellazione le cause in questo Consiglio; e ci
restano ancora i vestigj di molti processi, donde appare questo
Tribunale essere stato in quel tempo Giudice d'appellazione di
tutti que' Regni e Signorie. Donde si convince quanto sia vano il
346
Freccia lib. 1 de Subfeud. de Offic. M. Camerar. n. 15 et 16.
347
Summon. tom. 3 pag. 99.
348
Litera R. Al. apud Toppi, pag. 442 tom. 2 de Orig. Tribunal.
349
Toppi tom. 2 de Orig. Trib. lib. 1 cap. 4 n. 34 et 35 ivi: in quibus de jure
disceptabitur, etc.
350
Toppi tom. 2 p. 442 et 496.
333
credere, che questo Regno sin da' tempi d'Alfonso fossesi reso
dipendente dalla Corona d'Aragona. Si perdè poi questa
prerogativa, quando succeduto Ferdinando figliuolo d'Alfonso nel
solo Regno di Napoli, non ebbe più che impacciarsi negli altri
Regni di Spagna, ne' quali succedè Giovanni d'Aragona fratello
d'Alfonso.
Teniamo l'origine, il nome e l'occasione per cui fu questo
Tribunale istituito; teniamo ancora il tempo e l'Autore; ma intorno
a quest'ultimo, pare, che la prammatica 2 collocata sotto il titolo
de Ufficio S. R. C. ce ne metta in dubbio. Il Surgente351 su tal
appoggio credette, che non già Alfonso ne fosse stato l'autore, ma
Ferdinando I suo figliuolo: ma questa prammatica o è apocrifa o
scorretta; ripugnando ciò alla testimonianza degli Autori
contemporanei e ai pubblici documenti.
Michiel Riccio352 celebre Giureconsulto ed Istorico, Autor
prossimo ad Alfonso, che fiorì nel Regno di Ferdinando I, e fu
Presidente e Viceprotonotario di quest'istesso Tribunale, lo
testifica nella sua grave e dotta Istoria, che compose de' Re di
Napoli e di Sicilia; ecco le sue parole: Alphonsus, etc. reddendi
juris adeo studiosus, ut Consilium constituerit, quod omnes
appellarent ex toto suo Regno; cui praefecit Episcopum Valentiae
(qui postea Nicolao V successit, et Calistus est appellatus) cum
prius ad Vicariae Tribunal, aliosque minores Regni Judices
confugere cogerentur, et inde jus petere.
Il nostro famoso Matteo d'Afflitto353 che fiorì nei medesimi
tempi, e che sotto l'istesso Ferdinando fu Consigliere di questo
Consiglio pur dice: Sic fuit sententiatum in Sac. Consilio tempore
immortalis memoriae Regis Alfonsi I de Aragonia, tempore quo
praesidebat Episcopus Valentiae, qui postea fuit Papa Calistus
III. Marino Freccia354 colle stesse parole di Michiel Riccio
351
M. A. Surg. de Neap. illust. cap. 17 n. 45.
352
Ricc. lib. 4 de Reg. Neap. et Sicil.
353
Afflict. decis. 291 n. 3.
354
Freccia de Subfeud. lib. 1. cap. de Antiq. Statu. Regni n. 38.
334
rapporta il medesimo: e così tennero i più appurati Scrittori delle
nostre memorie, il Summonte355, il Chioccarello356, il Reggente
Tappia357, il Tassone358 e tutti gli altri insino al Toppi359, che fu
l'ultimo, che scrisse dell'istituzione di questo Tribunale.
I diplomi d'Alfonso I inseriti nelle loro opere da questi Autori,
ne' quali questo Re fa menzione di questo Tribunale da lui
instituito, convincono il medesimo: il Chioccarello360 ne rapporta
tre, due in novembre e dicembre dell'anno 1449, l'altro in febbrajo
del 1450; il Summonte361 due altri, uno de' 23 novembre del 1450,
l'altro de' 2 agosto dell'anno 1454, e molti altri possono vedersi
presso Toppi ne' luoghi allegati.
La prammatica, che s'attribuisce a Ferdinando I, Toppi362
credette che fosse apogrifa e supposta; poichè in niuno degli
antichi volumi impressi delle Prammatiche si vede, e sol si legge
senza giorno ed anno nell'ultime edizioni; testificando in oltre
quest'Autore, che per esatta diligenza ch'egli avesse fatta in
Cancellaria, ove sono notate tutte le prammatiche del Regno, non
la ritrovò mai. Comunque ciò sia, egli è più tosto da credere, che
questa prammatica per errore de' compilatori o degl'impressori, in
vece di portar in fronte il nome d'Alfonso, se gli fosse dato quello
di Ferdinando. E veramente chiunque considera le parole di
quella, non possono a patto veruno convenire a Ferdinando, ma sì
bene tutte acconciamente si adattano ad Alfonso. Questo Re
poteva nominare i Re d'Aragona suoi predecessori, non già
Ferdinando, il quale non fu mai Re d'Aragona, nè succedè ne'
Regni paterni di Spagna, ma solo nel Regno di Napoli per ragion
355
Summonte tom. 3 lib. 5 p. 69.
356
Chiocc. de Episc. Neap. in Gaspare de Diano p. 277.
357
Tappia in rub. de Offic. S. R. C. in Jur. Reg.
358
Tasson. de Antef. loc. cit.
359
Topp. tom. 2 de Orig. Trib. lib. 1 cap. 1.
360
Chiocc. loc. cit.
361
Summ. loc. cit.
362
Toppi loc. cit. cap. 2.
335
d'investitura, della legittimazione fattagli dal padre e per
l'acclamazione de' Napoletani. Molto meno possono a lui
convenire quelle parole: Igitur cum Neapolis Siciliae Regnum,
jure quodam legitimo, et haereditario nobis debitum nostrae
nuper ditioni restitutum sit, idque non armis tantum nostris,
quantum immortalis Dei beneficio, etc. Ciò che s'avvera
d'Alfonso, che più per le arme, che per lo titolo d'adozione se ne
rese padrone. Ferdinando ebbe a guerreggiare co' suoi Baroni più
tosto che con nemici stranieri, e mal si godette il Regno
acquistato colle armi e sudori di suo padre. Non è dunque da
dubitare, che Alfonso fosse stato l'Autore di sì illustre Tribunale,
e che tutta la sua disposizione e forma si debba al Vescovo di
Valenza, a cui meritamente Alfonso ne diede la cura e
sopraintendenza.
I. Del luogo ove fu questo Tribunale eretto; della dignità e
condizione delle persone, che lo componevano, e del lor numero;
e come fosse cresciuto tanto, che in conseguenza portò la
multiplicazion delle quattro Ruote, delle quali oggi è composto.
Essendo già per lungo tempo Napoli stabilita Sede Regia, e
costituita metropoli e capo di tutto il Regno, non in altra città che
in quella dovea collocarsi un Tribunal sì supremo, ove doveano
riportarsi tutte le cause del Regno, e del qual il Re istesso se n'era
dichiarato capo, e che fosse suo Consiglio Collaterale. Quindi
Alfonso nella riferita prammatica363 disse: Sacrum eodem in
Regno, supremumque Consilium ordinavimus, cui sedem,
locumque in Urbe Neapolitana, et Regni Urbium omnium
suprema, ac Metropoli constituimus. Le contrade della città, nelle
quali questo Tribunale fu retto non furon sempre le medesime, ma
si variarono secondo la condizione de' tempi e de' Presidenti, che
lo ressero. Sovente Alfonso lo tenne nell'ospizio di Santa Maria
coronata, chiesa regia, ove i Re suoi predecessori con solenne
pompa solevansi coronare. Alcuna volta nel castel Capuano, e più
363
Prammatica 2 de Offic. S. R. C.
336
frequentemente nel Castel Nuovo, e vi sono lettere del 1449 del
Re Alfonso riferite dal Toppi364, nelle quali si prescrive, che si
dovesse congregare nel Castel Nuovo, essendo egli in Napoli: ed
in sua assenza nelle case del suo Vicecancelliere, ovvero in altro
decente luogo a suo arbitrio. Spessissime volte si ragunava nelle
case de' Presidenti di quello: così leggiamo, che nel 1457 fu retto
nelle case del Patriarca d'Alessandria Vescovo di Urgello, che
n'era Presidente, poste nella regione di Porto. Altre volte nel
Palazzo Arcivescovile, siccome fu in tempo d'Oliviero Caraffa
Arcivescovo di Napoli, e poi Cardinale che fu parimente
Presidente di questo Tribunale: nel 1468 sendone Presidente D.
Giovanni d'Aragona figliuolo di Ferdinando I, perchè questi
teneva il suo palazzo nel Monastero di Monte Vergine, di cui
n'era Abate Commendatario, si vide questo Tribunale anche nella
di lui casa essere stato retto. Matteo d'Afflitto365 ci testifica
ancora, che ai suoi tempi questo Tribunale soleva anche reggersi
nel convento di S. Domenico Maggiore di questa città. E così
trasportato in varj luoghi, che piacque al Toppi troppo sottilmente
ricercare, finalmente nel 1474 fu trasferito nel monastero di Santa
Chiara, ove sino all'anno 1499 fu tenuto. Ma da poi il Cardinal
Luigi d'Aragona Luogotenente del Regno lo volle nel suo
palazzo; fin che nell'anno 1501 restituito di nuovo in Santa
Chiara, quivi lungamente durò insino all'anno 1540. Per questa
lunga dimora fatta quivi acquistò il nome di Consiglio di S.
Chiara, che lungo tempo ritenne. Finalmente nel suddetto anno
1540 trasferito da D. Pietro di Toledo con tutti gli altri Tribunali
nel Castel capuano, lungamente quivi durando, ed ove ancor oggi
s'ammira, acquistò presso noi il nome di Capuana.
Diede Alfonso a questo Gran Consiglio un Presidente 366, al
quale diede la soprantendenza del Tribunale. L'adornò, tanto egli,
364
Toppi loc. cit. cap. 3.
365
Affl. decis. 304 in princ.
366
Pramm. v. de Offic. S. R. C. ivi: Ubi praesidebit unus.
337
quanto i suoi successori Re aragonesi, di molte prerogative, delle
quali il Tassoni367 ed il Toppi368 ne fecero lunghi cataloghi.
Trascelse sempre a tal carica uomini insigni non meno per
dottrina, che per gravità di costumi, per chiarezza di sangue e
d'eminenti posti adorni. Vi furono de' Vescovi ed Arcivescovi ed
altri insigni Prelati della Chiesa. Il primo fu il famoso Alfonso
Borgia Vescovo di Valenza, che lo resse insino al 1444, nel qual
anno fu creato Cardinale, e poi nel 1455 Papa, chiamato Calisto
III. In suo luogo fu rifatto Gaspare di Diano Arcivescovo di
Napoli, Giureconsulto di quei tempi, prima Vescovo di Tiano,
indi Arcivescovo di Consa, e finalmente nel 1437 di Napoli. Fu
costui da Alfonso creato Presidente nel 1446, e durò il suo
Presidentato fin che morì nell'anno 1450369. A costui succedette
Arnaldo di Roggiero Patriarca d'Alessandria e Vescovo di Urgell.
Fuvvi ancora creato da Ferdinando I nel 1465 il famoso Oliviero
Caraffa Arcivescovo di Napoli, il quale ancorchè da Paolo II
fosse stato nel 1467 creato Cardinale, non lasciò la presidenza di
questo Tribunale, finchè, chiamato dal Papa, non gli convenne
andare in Roma370. Ad Oliviero succedette Don Giovanni
d'Aragona figliuolo di Ferdinando I Arcivescovo di Taranto,
Commendatario perpetuo de' monasteri di M. Cassino, della Cava
e di Monte Vergine, e poi Cardinale ed Arcivescovo di Salerno.
Fuvvi ancora nel 1499 Don Lodovico di Aragona nipote del Re
Ferdinando I Vescovo d'Aversa e poi Cardinale.
Ma ciò, che ridonda in maggior splendore di questo Tribunale,
è il vedersi essere stati eletti Presidenti di quello i propri figliuoli
de' Re ed i primi Baroni del Regno.
Il Duca di Calabria Primogenito del Re Alfonso fu Presidente
del S. C. col titolo di Luogotenente generale del Re suo padre
nell'anno 1454, siccome vi furon Giovanni d'Aragona figliuolo di
367
Tasson. de Antef. vers. 3 rub. 3.
368
Toppi de Orig. Trib. tom. 2 lib. 2 cap. 6.
369
V. Bartol. Chiocc. de Episcop. et Arch. Neap. pag. 277.
370
V. Chiocc. de Archiep. Neap. in Oliverio, pag. 287.
338
Ferdinando I poi Cardinale, Lodovico d'Aragona suo nipote già
detti, e Ferdinando d'Aragona figlio di Ferdinando, fratello del Re
Federico. De' primi Baroni vi fu nel 1550 Onorato Gaetano Conte
di Fondi e Ferdinando d'Aragona nel 1479 figliuolo naturale di
Ferdinando I Conte di Nicastro: oltre tanti altri di chiarissima
stirpe nati.
Furonvi ancora eletti i migliori Giureconsulti e letterati di que'
tempi, che o colle opere o colla gravità de' costumi, o colla
prudenza civile se l'aveano meritato. Michiel Riccio famoso
Giureconsulto ed Istorico, Giovan Antonio Caraffa gran Dottore
di que' tempi, cotanto celebrato da Matteo d'Afflitto; Luca
Tozzoli, di cui presso lo stesso Autore fassi sovente onorata
memoria; il famoso Antonio d'Alessandro, Andrea Mariconda,
Antonio di Gennaro, Francesco Loffredo, Giacomo Severino,
Tommaso Salernitano, Gio: Andrea di Curte, Antonio Orefice,
Gio: Antonio Lanario, il cotanto rinomato Vincenzo de Franchis,
Camillo de Curte, Marc'Antonio de Ponte, Pietro Giordano
Ursino, Andrea Marchese, Francesco Merlino, ed altri, de' quali il
Summonte371, e poi più accuratamente il Toppi372 fecero distinto e
minuto catalogo.
Oltre il Presidente, tenevano il secondo luogo in questo
Consiglio due gran Baroni del Regno, che da Alfonso furono
aggiunti a' Consiglieri Dottori per Assistenti a questo Tribunale;
poichè sovente in quello non pur dovea trattarsi di cose
appartenenti alla Giustizia, ma di cose di Governo e di Stato.
Questi erano per lo più eletti dell'Ordine di Baroni, non eran
Giureconsulti, ma militari, de' quali il maggior soldo era di ducati
mille l'anno, quando agli altri Consiglieri Togati non era più, che
di cinquecento. Eran chiamati Consiglieri Assistenti; e finchè
durò il Regno degli Aragonesi, il S. C. si vide anche adorno di
questa prerogativa, e ne' suoi Consiglieri vide il pregio della
371
Summ. lib. 5 tom. 3 pag. 190.
372
Topp. tom. 2 de Orig. Trib. lib. 3 cap. 1.
339
nobiltà migliore.
Furonvi ne' tempi d'Alfonso per Consiglieri Assistenti, oltre
Onorato Gaetano Conte di Fondi, che ora come Gran
Protonotario, ora come Presidente, ed ora come Consigliere
Assistente illustrò questo Tribunale; il famoso Petricone
Caracciolo Conte di Burgenza; Niccolò Cantelmo Conte d'Alvito
e di Popoli e poi Duca di Sora; Marino Caracciolo Conte di
Sant'Angelo, e Giorgio d'Alemagna Conte di Pulcino, li quali
furon creati Consiglieri Assistenti da Alfonso nell'anno 1450.
Nel 1458 a' 23 gennaio leggiamo ancora Francesco del Balzo
Orsino Duca d'Andria, figliuol del Principe di Taranto, essere
stato creato da Alfonso Consigliere Assistente373, e nel medesimo
anno a' 5 novembre fu da Ferdinando I fatto Consigliere Innico
d'Avalos. Orso Ursino de' Conti di Nola fu parimente da
Ferdinando nel 1473 fatto Consigliere Assistente374, e per ultimo
Pietro Bernardino Gaetano Conte di Morcone figliuolo del Conte
di Fondi nel 1485 dei quali lungamente ragiona Toppi nel suo
secondo volume dell'Origine de' Tribunali.
Tra le persone, che componevano questo gran Tribunale, vi era
ancora il Viceprotonotario. Questo è un punto d'Istoria molto
intrigato e tanto difficile, che il Toppi375 non se ne seppe
sviluppare. Il Re Alfonso nell'erezione di questo Tribunale e nella
scelta che fece de' Consiglieri, che dovean comporlo, si protestò
sempre, che egli per questo nuovo Consiglio non intendeva recare
alcun pregiudicio alle preminenze del Gran Protonotario del
Regno: ecco come egli dice in un diploma rapportato dal
Chioccarelli376 e dal Toppi377 spedito a' 20 novembre dell'anno
1449. Postquam reformationi nostri Sacri Consilii debito
libramine moderavimus, in quo salva praeminentia officii
373
Alphonsi diploma penes Toppi de orig. Trib. tom. 2.
374
Ferdinandi diploma penes Toppi loc. cit.
375
Toppi lib. 2 cap. 5 num. 1.
376
Chiocc. de Archiep. Neap. pag. 297.
377
Toppi tom. 2 de orig. Trib.
340
Logothetae, et Prothonotarii Regni huius, et praesidentiae Rev. in
Christo P. Gasparis Archiepiscopi Neapolitani ejusdem S. C.
Praesidentis, nonnullos famosissimos U. J. D. fideles nostros
elegimus, et deputavimus, ec. Ed altrove in un altro diploma378 de'
12 agosto del medesimo anno: Salva tamen in omnibus, et per
omnia praerogativa, et praeminentia Officii Logothetae, et
Protonotarii hujus citra Farum Siciliae Regni, vel Reverendo
Archiepiscopo Neapolitano, cum in Curia praesentes fuerint. Il
Toppi pien di maraviglia dice, che cosa avea che fare in questo
nuovo Consiglio il Gran Protonotario, ovvero il suo
Luogotenente, e che vi era di comune fra di loro? ma gli nacque
tal maraviglia, perchè il Toppi riguardava questo ufficio secondo
l'aspetto, che teneva ne' tempi, ne' quali scrisse e che ancor oggi
ritiene, non già ne' tempi d'Alfonso e degli altri Re aragonesi suoi
successori. Presentemente il Gran Protonotario è un nome vano e
senza funzione: ed al suo Viceprotonotario, che nè meno è creato
da lui, ma a dirittura dal Re, delle tante prerogative che teneva,
non gli è rimaso altro, come fu detto altrove, che la potestà di
crear i Notari ed i Giudici a' contratti, chiamati dal dritto de'
Romani, Giudici cartularj: di visitare i loro protocolli, ed
invigilare a tutto ciò, che appartiene al loro ufficio: aver la
cognizione delle loro cause, così civili come criminali: e
legittimare i figliuoli naturali, secondo che per le nostre novelle
prammatiche fu stabilito379.
Ma nel Regno de' Normanni, de' Svevi, Angioini ed
Aragonesi, l'Ufficio e potestà del Gran Protonotario era pur
troppo ampia: la principal sua cura era non già della creazione de'
Notai e Giudici, ma, come altrove si disse, di ricevere i memoriali
e le suppliche che si davano al Re: per le sue mani passavano tutti
i Diplomi, ed egli gl'istromentava: tutte le nuove leggi,
Costituzioni, editti e prammatiche, che si stabilivano, eran da lui
378
Questo diploma si legge presso Toppi tom. 2 de orig. Trib. p. 441.
379
V. Tasson. de antef. vers. 3 obs. 3 pag. 168.
341
formate ed istromentate: ciocchè il Principe, o nel suo Concistoro
o in ogni altro suo Consiglio sentenziava o statuiva, egli riduceva
in forma o di sentenza, o di diploma, o di privilegio: ed in mano
del famoso Bartolommeo di Capua si vide quanto quest'Ufficio
fosse ampio ed eminente.
Per questa cagione avvenne, che avendo Alfonso istituito
questo nuovo Tribunale, ove di molte cose dovea trattarsi, che
toccavano l'Ufficio del Gran Protonotario, come di riceversi le
preci, ch'erano drizzate al Re, d'istromentar le sentenze, che da sì
alto Pretorio uscivano, e di molti affari al suo ufficio
appartenenti; ancorchè Alfonso avesse conceduta al Presidente
ugual potestà di poter egli da se solo spedirgli, nulladimanco non
volle, che perciò si pregiudicassero le preminenze del Gran
Protonotario o suo Luogotenente, quando interveniva nel
Consiglio: talchè trovandosi in quello presente il Gran
Protonotario ovvero il Luogotenente, non loro s'impediva che far
non potessero tutto ciò ch'era della loro potestà ed incumbenza.
Quindi è che sovente negli antichi diplomi leggiamo Onorato
Gaetano Conte di Fondi aver preseduto a questo Tribunale, come
Gran Protonotario, o come Presidente di quello, e sovente ancora
esservi intervenuto come Consigliere Assistente. Quindi eziandio
leggiamo, che nel proferirsi delle sentenze v'eran presenti insieme
co' Consiglieri il Gran Protonotario o suo Luogotenente. Così,
secondo la testimonianza che ce ne dà l'istesso Toppi380, in una
sentenza del S. C. proferita a' 29 gennaio del 1452 v'intervennero
Onorato Gaetano Conte di Fondi Gran Protonotario del Regno e
Giorgio d'Alemagna Conte di Pulcino Consigliere Assistente; anzi
l'istesso Conte di Fondi, come Gran Protonotario, non già come
Presidente, che non lo era allora, nel 1474 commise una causa a
Lucca Tozzoli suo Viceprotonotario. Parimente nel 1485 il Conte
di Morcone Gran Protonotario col suo Viceprotonotario e
Consiglieri intervenne nelle sentenze profferite in questo
380
Toppi tom. 2 de orig. Trib. fol. 483.
342
Tribunale nel dì 20 settembre del medesimo anno.
Da questo costume nacque ancora, che quando il promosso
all'Ufficio di Gran Protonotario dovea prendere il possesso della
sua carica, poichè i Gran Protonotari nel S. C. facevano le loro
maggiori e più solenni funzioni, in questo Tribunale pigliavano il
possesso con intervenire nelle sentenze, che dal medesimo si
profferivano: e questo era l'atto del loro possesso. Così leggiamo,
che Don Ferdinando di Toledo essendo stato creato Gran
Protonotario dall'Imperador Carlo V, ne prese il possesso a' 22
maggio del 1537 nel S. C., ed in quella giornata intervenne a tutte
le sentenze, che profferì il Tribunale; ed Antonio di Gennaro, che
si trovava allora Presidente del Consiglio fece una molto dotta ed
elegante orazione in sua commendazione381. Parimente Don
Ferdinando Spinelli Duca di Castrovillari e Conte di Cariati,
quando dall'Imperador Carlo V fu fatto Gran Protonotario
nell'ultimo di Giugno del 1526, come rapporta il Passero382,
ovvero a' 26 aprile, come dice il Rosso383, ne prese il possesso nel
S. C. ed intervenne insieme col Presidente e tutti gli altri
Consiglieri in tutte le sentenze, che si profferirono quella
giornata.
Quindi nacque ancora il costume che ora abbiamo, e che fu
introdotto fin da' tempi de' nostri Avoli, che nella persona del
Presidente del S. C. siasi ora indissolubilmente unito il posto di
Viceprotonotario; poichè i Gran Protonotari, personaggi d'alta
gerarchia, non volendo più intervenire di persona a risedere nel S.
C. come ad altri affari implicati, e che cominciavan a sdegnarlo,
mandavano i loro Viceprotonotari al Tribunale, i quali così bene
che il Presidente adempivano le sue veci, tanto che il Consigliere
381
Toppi tom. 2 de orig. Trib.
382
Passer. in diar. Reg. Neap.
383
Giornali di Gregorio Rosso, pag. 3 ann. 1526 alli 25 d'Aprile lo Duca di
Castrovillari pigliò possesso nel S. R. C. di S. Chiara dell'Ufficio di
Protonotario, e Logoteta del Regno con molta solennità, ed accompagnato
da tutta la nobiltà e signoria.
343
Matteo d'Afflitto384 in più sue decisioni ci assicura, che il famoso
Antonio d'Alessandro, ancorchè allora non fosse Presidente,
come Viceprotonotario interveniva nel Consiglio, ed insieme con
gli altri Consiglieri votava nelle cause, e reggeva il Tribunale.
Michiel Riccio non ancor Presidente, come Viceprotonotario
commise varie cause a' Regj Consiglieri385. Di Luca Tozzoli pur si
legge il medesimo, e così di molti altri. Quindi avvenne, che
potendosi da un solo ciò adempire, essendo nel S. C. pari
d'autorità, l'ufficio di Viceprotonotario venga ora sempre unito
nella persona del Presidente.
Egli è però ancor vero, che prima non era così, poichè
portando il posto di Viceprotonotario la creazion de' Notari e
Giudici, funzione totalmente distinta ed independente dal S. C. e
per conseguenza grandissimi emolumenti, alcuni, ancorchè non
Presidenti, se lo proccuravan per essi, e molti Reggenti
l'ottennero. Così il Reggente di Cancellaria Girolamo Colle
ottenne, non essendo Presidente, nel 1540 questo ufficio, che
l'esercitò fin che nel 1549, creato Vicecancelliere in Ispagna, ivi
si portasse386. E vacato in cotal guisa questo posto, fu poi
provveduto nella persona di Girolamo Severino, che allora era
Presidente. Ma avendo questi per la sua vecchiaia e continue
indisposizioni deposta la carica di Presidente, si ritenne quella di
Viceprotonotario, come più utile e men faticosa, la quale ritenne
finchè visse nel 1558, dopo la di cui morte fu provveduta in
persona d'Alfonso Santillano allora Presidente, che la ritenne
finchè morì nel 1567.
Ma morto Santillano, il Duca d'Alcalà allora Vicerè la provide
per interim al Reggente Villano; ed essendo stato rifatto
Presidente del S. C. in luogo del Santillano Tommaso Salernitano,
questi vedendo che l'Ufficio di Viceprotonotario era esercitato dal
384
Afflict. decis. 1.
385
V. Toppi lib. 2 de Off. S. R. C. pag. 165.
386
Toppi lib. 2 de Off. S. C. Cap. 5 num. 5 et seq. fol. 111.
344
Reggente Villano, mandò in Ispagna al Re sue allegazioni, colle
quali studiossi fondare, ch'essendo il Viceprotonotariato ufficio
unito e congiunto a quello di Presidente, non dovesse da quello
separarsi, e nella sola persona del Presidente dovesse sempre
unirsi. Mentre egli aspettava dal Re la determinazione, venne a
morte il Reggente Villano, ed egli ottenne il posto; ma poi da
Presidente essendo stato creato Reggente della Cancellaria, si
ritenne il Viceprotonotariato, lasciando Gio. Andrea de Curte, che
gli succedette nel Presidentato l'anno 1570 senza quello. Il
Presidente de Curte ebbe ricorso in Ispagna valendosi
dell'allegazioni istesse formate dal Salernitano suo competitore; e
dal Re ottenne la riunione, avendo l'allegazioni suddette al
Consiglio di Spagna fatta gran forza, sicchè reputò doversi questi
due ufficj unire; ond'è, che fin da quel tempo insino ad ora si
siano veduti sempre congiunti in una medesima persona. Egli è
vero, che il Re nel regal diploma gli concede ambedue al
provisto, non bastando, che se gli spedisca il privilegio di
Presidente per potersi dire, che vada in quello inchiuso anche il
Viceprotonotariato. Sono due ufficj che s'uniscon sì bene insieme
in una persona, ma fra di loro sono distinti, avendo diversa natura
e varia funzione, almeno per quel che riguarda la creazione dei
Notai e Giudici: ond'è, che negli ultimi nostri tempi, essendosi
dalla nuova Cancellaria dal Re spedito privilegio di Presidente al
Reggente Aguir, senza in quello nominarsi l'ufficio di
Viceprotonotario, fu d'uopo al medesimo ricorrere di nuovo al Re,
che glie lo concedette.
Abbiamo adunque In questo nuovo Tribunale il Presidente,
due Consiglieri militari Assistenti, e sovente ancora il
Viceprotonotario: sieguono ora i Consiglieri Dottori, che per la
maggior parte lo componevano, dei quali il numero era maggiore.
Si trascelsero sempre per Consiglieri di questo Senato i migliori
Giureconsulti, che fiorissero in ogni età. Alfonso, Ferdinando suo
figliuolo e tutti gli altri Re loro successori in questa elezione vi
345
usavan ogni scrutinio e diligenza. Vollero che fossero i più dotti
Giureconsulti: Viri juris insignibus decorati, docti, graves, severi,
insontes, mites, justi, faciles, lenique, qui in judicibus exercendis,
non precibus, non pretio, non amicitia, non odio, neque denique
ulla re corrumpantur, come sono le parole d'Alfonso387. Quindi è,
che fin dal tempo della sua istituzione leggiamo, che vi sedettero
uomini dottissimi e savissimi, un Michiel Riccio, un Francesco
Antonio Guindazzo, un Nicol'Antonio de' Monti, un Paris de
Puteo, un Antonio d'Alessandro, un Gio. Antonio Caraffa, un
Matteo d'Afflitto, un Giacomo d'Ajello, un Antonio Capece, un
Loffredo, un Salernitano, un Tappia, un Gamboa, un Miroballo e
tanti altri, dei quali presso Toppi388 si legge numeroso catalogo, e
de' quali, secondo che ci ritornerà l'occasione, faremo ne' tempi
che fiorirono, onorata memoria.
In questi principj, sino al Regno degli Austriaci, non eran
perpetui, ma ad arbitrio del Re389, il quale fidando nella loro
dottrina, integrità e prudenza civile nel medesimo tempo ch'eran
Consiglieri, gli creava Presidenti di Camera, adempiendo con
molta esattezza ambedue le loro cariche. Severino di Diano,
Pietro Marco Gizzio, Bartolommeo di Verico, Andrea e Diomede
Mariconda e moltissimi altri, siccome osservò Toppi390,
nell'istesso tempo ch'erano Consiglieri, furon creati Presidenti di
Camera, ed esercitavano amendue queste cariche. Ciò che non
deve parere impossibile, poichè in questi tempi solamente tre dì
della settimana, cioè il martedì, giovedì e sabbato si reggeva
Consiglio391.
Sovente i pubblici Cattedratici eran creati Consiglieri; ma non
perciò lasciavano le loro Cattedre, ed i loro talenti gl'impiegavano
non meno nell'Università degli Studj, che nel Senato. Tale fu il
387
Prammatica 2 de Off. S. R. C.
388
Toppi lib. 1 de Orig. Trib. cap. 7.
389
V. Toppi lib. 2 cap. 1 num. 112.
390
Toppi loc. cit. cap. 11.
391
Pragmatica 6 de Off. S. B. C.
346
Consigliere Matteo d'Afflitto, tale Camerario e moltissimi altri,
che possono vedersi presso Toppi392.
Intorno al lor numero, fu fin dal suo nascimento sempre vario
ed incerto, da poi si stabilì certo e determinato. Alfonso I quando
istituì questo Tribunale, oltre del Presidente, scelse nove Dottori
per Consiglieri393. Poi nell'anno 1449 riformandolo in miglior
forma, istituì due Titolati per Consiglieri Assistenti, e riformò il
numero de' Dottori; ordinando che non fossero più che sei. Poco
da poi, rivocando tal proibizione, v'aggiunse il settimo. Ma in
decorso di tempo, nel 1483 ed 84 il lor numero era di diece e
sovente arrivò a dodici. S'univan tutti in una Sala; onde è, che
spesso nelle decisioni del Consigliere Afflitto, leggiamo essersi
talora qualche causa concordemente decisa per totum Sacrum
Consilium.
Carlo V fu il primo che con suo diploma, spedito in Bologna,
sotto li 26 febbrajo dell'anno 1533, ordinò, che si dividesse in due
Ruote, in ciascheduna delle quali, oltre il Presidente, dovessero
assistere quattro Dottori Consiglieri, determinando in cotal guisa
il lor numero ottonario394: ciò che nel castel di Capuana fu
eseguito dal suo Vicerè D. Pietro Toledo. Ma crescendo tuttavia il
numero delle cause, fu dal medesimo a preghiere della città e
Regno conceduto a' 2 marzo del 1536, che vi s'aggiungessero due
altri Consiglieri, da dovere assistere cinque per ciascheduna
Ruota. Ne furon poi aggiunti due altri, i quali dovessero assistere
a' Giudici criminali della Vicaria, mutandosi a vicenda in ogni
biennio, con rimaner sempre nelle due Ruote del Consiglio
cinque per ciascheduna395.
Da chi da poi fosse stato accresciuto il lor numero, ed aggiunta
la terza Ruota, niente può recarsi di certo. È verisimile, che ciò
accadesse nel Regno di Filippo II, giacchè egli in sue regali carte,
392
Toppi lib. 4 cap. 1.
393
Pragm. 2 de Off. S. R. C.
394
Prag. 4 de Off. S. C.
395
Pragm. 2 de off. S. C. n. 5.
347
spedite a Madrid li 24 decembre del 1569, fa menzione di questa
terza Ruota396.
Ma chi avesse aggiunta la quarta, è troppo chiaro che fu il Re
Filippo II, il quale alle preghiere fattegli ne' Parlamenti dell'anno
1589 e 1591 dalla città, per lo maggior disbrigo delle cause, con
sue regali lettere spedite a' dì 7 settembre del 1596, accrebbe il
numero de' Consiglieri, ed ordinò che alle tre s'aggiungesse la
quarta Ruota, dove parimente dovessero assistere cinque altri
Consiglieri. In guisa che restò il numero de' Consiglieri a
ventidue, de' quali venti si dovessero distribuire per le quattro
Ruote del Consiglio, e due assistere nella Ruota criminale della
Vicaria, per raddolcire il rigore di quel Tribunale, come ora
tuttavia si osserva. Ve ne sono due altri, che non risiedono in
Napoli, uno è preposto al governo di Capua che di biennio in
biennio si muta; l'altro, o è destinato in Roma per assistere in
quella Corte per affari di giurisdizione, o al governo di qualche
provincia, ovvero per altre incombenze, che al Re piacesse di
altrove loro commettere. Questo al presente è il numero ordinario
de' Consiglieri, due parti de' quali doveano esser Regnicoli, e la
terza ad arbitrio del Re397. Ma ora per le novelle grazie398 sei
solamente sono riservati al beneplacito Regio. I Re alcune volte
gli han tolti e ridottigli al numero ordinario, secondo che han
portato le contingenze, il favore o il merito di qualche eminente
soggetto.
Questi sono i Ministri, che compongono un tanto Tribunale.
Ebbe ancora, siccome ancor ritiene, i suoi Ufficiali minori, un
Secretario, un Suggellatore, tredici Mastrodatti, molti Scrivani,
sedici Esaminatori, un Primario, nove Tavolarj e quattordici
Portieri.
Da questo Tribunale, che fu quasi sempre composto di
396
Pragm. 68 de off. proc. Caesar.
397
Pragm. 1 de Offic. Prov.
398
Grazie dell'Imp. Carlo VI tom. 2 pag 255.
348
Giureconsulti assai celebri, nacquero quelle tante decisioni, delle
quali ora abbiamo tanti Compilatori. Le sue decisioni, fin dal suo
nascimento ebbero tanto applauso ed autorità, che non pur appo i
nostri, ma anche presso i Giureconsulti stranieri acquistarono
somma stima e venerazione, di che ne può essere buon testimonio
infra gli altri, Filippo Decio. Il primo, che le compilasse, fu il
famoso Matteo d'Afflitto, il quale per questo solo merita essere
sopra tutti celebrato; perchè egli fu il primo in Italia che
introducesse questo instituto di notare le decisioni de' Tribunali, e
farne particolari raccolte. Il Cardinal de Luca399 portò opinione,
che questo Giureconsulto avesse in ciò imitato lo stile della Ruota
romana, le di cui decisioni prima dell'erezione di questo nuovo
Tribunale del S. C. eransi rese già celebri, ed erano allegate da
molti Scrittori. Ciò che ne sia, non può dubitarsi ch'egli fu il
primo che introducesse questa nuova maniera di scrivere, e queste
private collezioni. Il di lui esempio seguiron da poi, non meno gli
altri nostri Autori regnicoli, che i Giureconsulti d'altre nazioni.
Fra' nostri i più vicini a lui furono, Antonio Capece, due
Tommasi, Grammatico e Minadoi, ed il famoso Vincenzo de
Franchis. Seguiron poi gli altri, de' quali il Toppi400 tessè lungo ed
acculato catalogo. Onde dopo gli antichi Glossatori, dopo i
Commentatori, i Repetenti, gli Addenti, i Trattanti ed i
Consulenti, surse fra noi un'altra classe di Scrittori chiamati per
ciò Decisionanti: di che altrove ci tornerà occasione di ragionare.
CAPITOLO V.
399
Card. de Luca Rel. Cur. Rom. lib. 15 disc. 32 num. 13 et seq.
400
Topp. lib. 1 cap. 15 tom. 2.
349
Fra le molte virtù d'Alfonso non tralasciarono i nostri
Scrittori401 notare un vizio, nel quale la stessa troppa sua liberalità
e magnificenza lo fecero cadere. Egli donando profusamente ed
innalzando pur troppo alcune famiglie, ridusse il regio Erario in
angustie tali, sicchè gli fu duopo per supplire agli eccessivi doni e
spese, pensare a nuove imposizioni e ad inventare altri gravosi
mezzi per congregar tesori. Volse per tanto i suoi pensieri a
riordinare il Tribunale della regia Camera, perchè i suoi Ministri
stessero più accorti ed intenti a procacciar danari.
Questo Tribunale, non meno di quello della Gran Corte della
Vicaria, lo compongono due Tribunali che prima divisi, poi col
correr degli anni s'unirono e ne formarono un solo, dove si tratta
del patrimonio del Re, nella maniera che oggi si vede. I M.
Razionali, come fu da noi rapportato ne' precedenti libri di questa
Istoria, formavan il lor Tribunale che si chiamava il Tribunal della
Zecca, ed essi erano anche chiamati Razionali della Gran Corte402.
Qual fosse la loro autorità ed incombenza fu a bastanza da noi
esposto altrove. Era una dignità assai onorevole, e per ciò veniva
conferita per lo più a' Nobili, ed a' primi Giureconsulti di que'
tempi. Fu alcun tempo, che i M. Razionali reggevano questo lor
Tribunale nel castello di S. Salvatore a Mare, che ora diciamo il
castello dell'Uovo, come si vide nel Regno di Carlo I d'Angiò; ed
il di lor numero fu assai maggiore di quello che ora si vede. Sotto
il Re Ladislao se ne contavano sino a sessantacinque; sotto
Alfonso il di lor numero fu ridotto a trentasei, e poi nel 1585 non
eran più che diciotto403.
La Regina Giovanna I nel 1350 spedì loro ampissimo
privilegio, che vien rapportato dal Reggente Capece Galeota404;
401
Michel Riccio lib. 4 de Reg. Neap. et Sic. Fazzello de Reb. Sicul. decad. 2
lib. 7 in Alphonso.
402
Surg. de Neap. illustr. cap. 7 n. 1, 2.
403
V. Topp. de Orig. Trib. tom. 1 lib. 4 cap. 3 num. 8 et 11.
404
Reg. Cap. Galeot. resp. fiscal. 1 num. 51.
350
ma poi i Razionali di quello abusandosi, e volendo stender la loro
giurisdizione nelle cause, le quali non eran della loro incombenza,
narra il Sargente405, che l'istessa Regina nell'anno 1370 ristrinse la
loro autorità, proibendo loro d'impacciarsi nelle cose altrui, e di
stender le mani più di quello che comportava il di lor posto.
Oltre a questo Tribunale, eravi sin da' tempi antichissimi
l'altro, in cui parimente trattavasi del patrimonio regale, chiamato
regia Camera ovvero regia Audientia, Curia Summaria, e
finalmente nomossi la regia Camera della Summaria, nome che
anche oggi ritiene406. Era amministrato da' Magistrati, i quali
prima erano chiamati Auditori (onde fu il Tribunale anche detto
regia Audientia) e poi si dissero Presidenti della regia Camera.
Poichè gli Ufficiali di questi due Tribunali, per trattar d'un
medesimo soggetto, riconoscevano un sol Capo, qual'era il G.
Camerario o suo Luogotenente, e sovente doveansi assembrar
insieme, divenne perciò più facile l'unione, e che di due si fosse
fatto un sol Tribunale, e che le prerogative degli uni con facilità
passassero agli altri.
La maniera colla quale questi Ufficiali trattavano gli affari del
regal patrimonio, così nel Regno degli Angioini come degli
Aragonesi, ce la descrive l'istesso Re Alfonso in un suo diploma
rapportato dal Toppi407, oltre il Surgente408 e gli altri Scrittori del
Regno che lo seguirono. Tutti coloro che amministravano le
ragioni fiscali ed esigevano le rendite regali, eran obbligati
portare i conti in particolari quinterni nella Camera regia. Questi
conti portati in Camera, doveansi vedere da' Presidenti e
Razionali insieme aggiunti, ma sommariamente, cioè separar
tosto le partite dubbie dalle liquide, e ciò che rimaneva di debito
liquido, mandar subito in esecuzione l'esazione, onde si spedivan
dal Gran Camerario e Presidenti lettere significatoriali dirette al
405
Surg. loc. cit. Reg. Cap. Galeot. loc. cit. num. 37.
406
Topp. loc. cit. cap. 1 num. 12.
407
Questo diploma si legge presso Toppi de Orig. Trib. tom. 1 pag. 259
408
Surg. loc. cit. num. 2.
351
Tesoriere ch'esigesse tosto da' debitori le somme in quelle
significate. Le partite dubbie si rimettevano a' M. Razionali,
affinchè pienamente le rivedessero, le discutessero, riassumessero
i dubbj e finalmente le determinassero. Solamente quando
occorrevan delle difficoltà intorno al dritto, le comunicavano a'
Presidenti, i quali anche sommariamente doveano giudicarle:
Hinc evenit (come ben a proposito scrisse il Surgente409) ut
Camera Summariae sit appellata, cum prius Audientia Rationum
appellaretur.
Nel Regno del Re Ladislao cominciò ad introdursi, che i
Presidenti, non meno che i Razionali dovessero anch'essi
pienamente discutere e determinar i dubbj e spedir le quietanze.
Ma Alfonso in questo suo diploma dato nel Castel Nuovo a' 23
novembre dell'anno 1450 comandò, che i conti riportati nella
regia Camera si dovessero da' Presidenti non pur sommariamente,
ma pienamente discutere, e finalmente terminare, senza che i M.
Razionali s'intromettessero nella decisione, e determinazione di
quelli; trasfondendo a' Presidenti tutta l'antica autorità che in ciò
tenevano, e tutte le loro prerogative e preminenze, succedendo
essi in luogo di coloro; onde avvenne, che poi solamente il di lor
ministero si restringesse in riferire e proporre i dubbj ed
aspettarne da' Presidenti la decisione. Quindi è nata la gran
differenza, che ora si vede tra' M. Razionali antichi ed i moderni
dei nostri tempi.
Prima a' M. Razionali s'apparteneva interamente la cura del
regal patrimonio, ma poi Carlo I d'Angiò la commise alla Camera
regia410. Ed Alfonso innalzò poi sopra tutti gli altri Re questo
Tribunale, poichè stese la sua cognizione a molte cause, che
prima si appartenevano al Tribunale della G. Corte, o al sagro
Consiglio. Ordinò, secondo che narra il Costanzo411, che avesse
409
Surg. loc. cit. num. 2.
410
Surg. loc. cit. num. 3.
411
Costanzo lib. 16.
352
cura non solo del patrimonio regale, ma che conoscesse delle
cause feudali. Quindi avvenne, che imitando gli altri successori
Re l'esempio d'Alfonso, favorissero tanto questo Tribunale, con
estendere la sua giurisdizione in tutte le cause, ove il Fisco, attore
o reo, v'avesse interesse; di conoscere delle Regalie, delle cause
giurisdizionali quando si tocasse il suo interesse, dell'investiture
de' Feudi, delle cause di successioni feudali, de' giuramenti di
fedeltà e di ligio omaggio, de' relevj, di adoe, delle devoluzioni
de' Feudi; de' padronati regj, delle dignità ecclesiastiche ed altri
beneficj di collazione, o presentazione regia: d'aver la
soprantendenza sopra tutti gli ufficj vendibili: la cura delle regie
galee, de' regj castelli, delle torri, delle loro provvisioni così da
bocca come da guerra, de' cannoni, della polvere, del nitro, e di
tutto ciò che riguarda il provvedimento degli arredi militari: la
soprantendenza dell'amministrazione dell'Università del Regno,
delle tratte, de' dazj, delle gabelle e delle risulte del Cedulario.
Conoscere de' conti di tutti i Ministri regj, della dogana, delle
miniere, de' tesori, delle strade, de' ponti, de' passi: in breve di
tutto ciò che tocca il suo regal patrimonio e sue ragioni fiscali.
Tenendo la conoscenza e giurisdizione sopra tutto ciò, quindi
avvenne che soprastasse a molti altri Tribunali inferiori, i quali
alla regia Camera sono perciò subordinati, come alli Tribunali
dello Scrivano di Razione, del Tesoriere generale del Regno, della
dogana grande e di tutte l'altre dogane del Regno: del Montiere
maggiore: del Portolano di Napoli, e di tutti gli altri Portolani
delle province, de' Vicesecreti, de' Fondachi del sale e di tutti gli
altri del Regno; della regia zecca: delle monete, de' pesi e misure:
dei Capitani della grassa: della custodia de' passi e dei Consulati
delle nobili arti della seta e della lana. Conoscesse di tutti i
Percettori, ovvero Tesorieri del Regno, de' Commessari proposti
all'esazioni fiscali, de' Maestri di Camera, de' Segretari, delle
regie Audienze, del Percettore della Gran Corte della Vicaria e
del Segretario del Sagro Consiglio: soprastasse alli Tribunali
353
dell'Arsenale, della regia cavallerizza, della gabella del vino, del
giuoco; e ad infinite altre cose a ciò attenenti soprantendesse.
Angelo di Costanzo412 narra che avendo il Re Alfonso stesa
cotanto la giurisdizione di questo Tribunale, avessegli perciò
costituiti quattro Presidenti Legisti, o due Idioti ed un Capo, il
qual fosse Luogotenente del Gran Camerario, e che il primo
Luogotenente fosse stato Vinciguerra Lanario Gentiluomo di
Majori, del quale s'era servito avanti in molte cose d'importanza.
Ciò che non concorda co' cataloghi dei Luogotenenti e Presidenti
che tessè il Toppi413; poichè prima d'Alfonso era questo Tribunale
governato dal Gran Camerario, ovvero dal suo Luogotenente che
n'era Capo; e Vinciguerra Lanario vi fu Luogotenente molto
tempo prima d'Alfonso. Il primo Luogotenente nel Regno
d'Alfonso, si porta in quest'istesso anno della riforma di questo
Tribunale 1450. Niccolò Antonio de' Monti patrizio di Capua che
fu Luogotenente di Francesco d'Aquino Conte di Loreto Gran
Camerario, il qual in niun conto volle assistere al Tribunale,
pretendendo, che come persona illustre potesse servire per mezzo
del Luogotenente suo sustituto, e l'ottenne414; onde fu creato
Luogotenente Niccolò Antonio, e da questo tempo in poi i Gran
Camerarj non assisterono più nel Tribunale, ma i loro
Luogotenenti, de' quali insino a' suoi tempi Niccolò Toppi tessè
lungo catalogo; quindi in discorso di tempo, i Gran Camerarj non
molto impacciandosi di questo Tribunale, avvenne che i Re
creassero i Luogotenenti, ed a' Gran Camerarj non rimanesse se
non questo nome vano senza funzione, e sol per titolo d'onore e di
preminenza.
Il numero de' Presidenti, non meno che quello dei Consiglieri,
fu sempre vario, ed erano parimenti amovibili ad arbitrio del Re,
passando vicendevolmente gli uni nel Tribunale degli altri.
412
Costanzo lib. 18.
413
Toppi tom. 1 de Orig. Tribunal. cap. 7 et 8.
414
V. Tasson. de Antel. vers. 3 obs. 3 nu. 142.
354
Secondo che narra il Costanzo, in tempo d'Alfonso non eran più
che quattro Togati e due Idioti; poi crebbe a meraviglia il di lor
numero, tanto che nel 1495 si videro reggere questo Tribunale
ventisei Presidenti tutti uomini insigni non men per nobiltà di
sangue, che per lettere415.
Questo eccesso fece pensare alla riforma; onde nel medesimo
anno 1495, sotto Ferdinando II, fu riformato il Tribunale, e si
lasciarono solamente cinque Presidenti, i quali in una Ruota,
come costumavano i Consiglieri di S. Chiara s'univano. Ma in
discorso di tempo, crescendo tuttavia nel Regno l'entrate regali,
fu bisogno ampliar il numero, e per conseguenza non capendo in
una Ruota, il Re Filippo II con sua carta de' 24 dicembre del 1596
drizzata al Conte d'Olivares Vicerè416, ordinò che il Tribunale si
dividesse in due sale, in ciascheduna delle quali assistessero tre
Presidenti Togati ed uno Idiota, e il Luogotenente ora in una, ora
in altra, secondo la maggior gravità ed occorrenza del negozio, vi
soprastasse. Nè ciò bastò all'immensità degli affari del Tribunale;
ma fu d'uopo che nel 1637, per la più pronta spedizione di quelli,
il Conte di Monterey Vicerè aggiungesse la terza Ruota. Ora il di
lor prefisso numero è di dodici, otto Togati, e quattro Idioti, i
quali, toltane la dignità della toga, e d'astenersi al votare nel caso
che s'abbia a decidere qualche punto di ragione, hanno le
medesime prerogative che i Togati, e siedono dopo di questi.
Filippo II, nel 1558, ne' privilegi conceduti alla città e Regno,
dispose che de' Presidenti di Camera due parti fossero Nazionali;
e la terza ad arbitrio del Re417: ma nel Regno degli altri Austriaci
s'è veduto sempre questo Tribunale essere stato governato da
quattro Italiani, e quattro Spagnuoli; ed ancorchè i Presidenti
Idioti fossero stati per lo più Nazionali, pure sovente se ne videro
Spagnuoli. Ora per le novelle grazie418, tre Togati ed uno Idiota
415
Toppi tom. 1 de Orig. Tribunal. cap. 2 lib. 4 n. 3 et cap. 14 n. 1 et 3.
416
Si legge nel tom. 1 del Toppi de Orig. Tribunal. pag. 97.
417
Tasson. de Antef. vers. 3 obs. 3 n. 140.
418
Grazie dell'Imper. Carlo VI tom. 2 p. 255.
355
sono rimasi ad arbitrio del Re.
Tiene questo tribunale un Avvocato fiscale, ed un Proccuratore
che alla gran mole degli affari appena basta, tanto che il Tassone
desiderava fin da' suoi tempi, che almeno fossero due Fiscali. Fu
a' dì nostri ciò posto in effetto, ma da poi si ritornò ad uno, come
ora si vede. Egli è vero, che in parte fu provveduto a questo
difetto, per essersi con nuova provvisione aggiunto un Fiscale
detto de' Conti, che chiamiamo di Cappa corta, il quale siede
dopo l'Avvocato fiscale togato, e tien soldo di mille ducati419.
Teneva ancora questo Tribunale venti Razionali; ma ora il di lor
numero è ristretto a quindici: dodici destinati per gli affari delle
dodici province: due per lo regal patrimonio, ed uno per la
dogana di Foggia; l'autorità de' quali, ancorchè sia molto
diminuita, e per la maggior parte sia stata trasferita a' Presidenti,
pure nella relazione e discussione de' Conti è grande. Sono non
meno che i Presidenti e l'Avvocato e Proccuratore fiscale, creati
dal Re, ed è lor facile l'ascendere da Razionali a Presidenti Idioti,
ciocchè, siccome ci testimonia Toppi420, si praticava ancora in
tempo degli Aragonesi e di Carlo V, e godono tutte le prerogative,
preminenze ed esenzioni, che tutti gli altri Ufficiali del Tribunale.
Tiene il suo Notajo, ovvero Segretario, che quantunque sia
ufficio vendibile, nulladimanco la confirma pure dipende dal Re.
Tiene tre Archivarj secondo i tre archivi che vi sono: quello della
regia zecca, l'altro de' Quinternioni, ed il terzo del Gran Archivio,
de' quali e delle loro preminenze il Toppi421 tessè lunghi discorsi e
copiosi cataloghi.
Tiene parimente il Suggellatore, gl'Ingegnieri, che fanno le
veci de' Tavolarj e quattro principali Mastrodatti, i quali han
facoltà di creare otto Attuarj, due per ciascheduno, oltre dodici
altri, che ne crea il Luogotenente, tutti nazionali: molti Scrivani
419
V. Capece Galeot. resp. fisc. 2 nu. 7.
420
Toppi tom. 1 de Orig. Trib. lib. 4 cap. 7 num. 11.
421
V. Toppi loc. cit. lib. 2 cap. 2 ad 9.
356
ordinarj approvati con decreto del medesimo, precedenti debiti
requisiti: moltissimi estraordinari e più portieri; sopra de' quali
tutti il tribunale tiene la cognizione delle loro cause, così civili
come criminali.
Ecco in qual'eminenza oggi sia questo Tribunale, arricchito di
tanti privilegi e prerogative non meno da' Re aragonesi, che da'
successori Principi austriaci, tanto che si è reso per se stesso
Tribunal supremo, ed indipendente da qualunque altro per ciò che
riguarda l'amministrazione del regal patrimonio. È assomigliato al
Procurator di Cesare de' Romani. Ha la retrattazione, come il S.
C. in guisa che non può dalle sue determinazioni appellarsi ad
altro Tribunale, ma per via di reclamazione, egli stesso le rivede,
non impedita l'esecuzione. Non meno che il Tribunal del S. C. da
esso escono le decisioni, e gli arresti, ed i decreti generali che nel
Regno han forza non inferiore alle leggi ed a' riti e costumanze
degli altri Tribunali supremi. Quindi oltre i riti, gli arresti ed i
decreti generali, de' quali abbastanza fu da noi discorso nel libro
XII di quest'Istoria, tiene particolari Scrittori che compilarono le
sue decisioni, come il Reggente Revertera, Ganaverro, Moles,
Ageta ed altri. E nel Regno degli Aragonesi, prima che nel 1505
si fosse da' Spagnuoli eretto il Consiglio Collaterale, teneva
questo Tribunale il secondo luogo dopo quello del S. C. di S.
Chiara, da cui in ogni tempo ed in ogni luogo, fuor che in casa
propria, dove i Presidenti siedono al lato destro ed i Consiglieri al
sinistro, è stato sempre preceduto.
CAPITOLO VI.
357
e terra che lo compongono.
422
Freccia lib. 1 de subfeud. tit. de Prov. et Civ. Reg. num. 16.
423
Mazzella nella descrizione del Reg. Prov. d'Apruzzo ultra.
424
Tutin. de' M. Giustiz. pag. 80.
358
mancano ancora le città demaniali, per le quali bisogna credere
che si fosse fatta tassa separata. I registratori però commisero
errore in notarne la rubrica, perchè in vece di dire: Triumphi
Regis Alphonsi, dissero: Tassa Collectarum felicis Coronationis
Regis Alphonsi noviter imposita ad recolligendum a Baronibus
Provinciarum Regni, ultra Terras demaniales; poichè ancor che
Alfonso nel 1445 avesse ottenuta Bolla da Papa Eugenio, per la
quale se gli prometteva di mandargli il Cardinal di S. Lorenzo o
altra persona per solennemente coronarlo; nulladimanco non fu
mai questa solennità celebrata in tutto il tempo che visse. Si
registrano in questa cedola, toltane Terra d'Otranto, tutte l'altre
undici province, colle città e terre baronali ed i loro baroni con
quest'ordine e nomi: Principato citra, et ultra: Basilicata: Terra
di Lavoro e Contado di Molise: Apruzzo citra: Apruzzo ultra:
Provincia Calabriae Vallis Cratis: Provincia Calabriae ultra:
Capitanata: Provincia Terrae Bari.
Ecco dunque che nel Regno d'Alfonso le province del Regno
non erano minori di quel che vediamo ora. Nel che si convince
parimente l'errore del Guicciardino425, il quale scrisse che
Alfonso avesse variata la denominazione antica delle province, ed
avendo rispetto a facilitare l'esazioni dell'entrate, avesse diviso
tutto il Regno in sei province principali; cioè, in Terra di Lavoro,
Principato, Basilicata, Calabria, Puglia ed Apruzzi; delle quali la
Puglia era divisa in tre parti, cioè in Terra d'Otranto, Terra di Bari
e Capitanata. Errore quanto degno di scusa a questo Scrittore, che
come forestiere non potè averne esatta notizia, altrettanto da non
condonarsi a Marino Freccia Scrittor nazionale e regio Ministro
di Napoli.
Ma ciò che dovrà notarsi nel tempo di questo Re, sarà il vedere
che non pure tutte le isole a queste province adjacenti, delle quali
si parlerà più innanzi, ma anche l'isola di Lipari, non già alla
Sicilia, ma alla Calabria era attribuita.
425
Guicciard. lib. 5. Istor.
359
Accrebbe ancora questo Principe la provincia del Principato
ulteriore, col nuovo acquisto della città di Benevento, e distese
sopra lo Stato della Chiesa romana li confini di Terra di Lavoro
più di quello che ora sono; ed aggiunse parimente al Regno la
Sovranità sopra lo Stato di Piombino.
La città di Benevento, come si è potuto vedere ne' precedenti
libri di quest'Istoria, per le cagioni ivi rapportate, fu lungamente
posseduta da' Pontefici romani; ed ancorchè sovente fosse stata
interrotta la loro possessione da Roberto Guiscardo, da Ruggiero
I Re di Sicilia, da Guglielmo II, dall'Imperador Federico II e da
altri Re, secondo che le congiunture della guerra o d'inimistà
portarono; nulladimanco sempre poi ne' trattati di pace fu alla
Chiesa restituita, riputandosi questa città come fuori del Regno;
poichè quando di queste province se ne formò un Regno, si
trovava già da quella divisa e separata, e sotto l'ubbidienza de'
romani Pontefici; ond'è, che in tutte le investiture fu sempre
quella eccettuata. Nel Regno di Carlo III di Durazzo, Urbano VI
la diede in governo a Ramondello Orsino, che fu poi Principe di
Taranto, per averlo liberato dalle mani di Carlo, quando lo teneva
assediato in Nocera. Chiamato Alfonso alla conquista del Regno
per l'adozione della Regina Giovanna II essendo insorti que'
contrasti che finalmente proruppero in sanguinose guerre;
Alfonso che tenne contrarj due Papi, occupò Benevento, senza
che pensasse di doverla mai restituire, come avean fatto gli altri
Re suoi predecessori. Ne' trattati di pace che si s'ebbero in
Terracina col Legato di Papa Eugenio, fa molto dibattuto sopra la
sua restituzione, la quale non fu accordata dal Re; e sol si
convenne che insieme con Terracina dovesse ritenerla in nome
della Chiesa per tutto il tempo di sua vita: ma che all'incontro si
lasciassero sotto il governo del Papa Città Ducale, Acumoli e la
Lionessa, terre importantissime della provincia d'Apruzzo
ulteriore. Ma da poi essendo ad Eugenio succeduto Niccolò V,
furono ad Alfonso restituite le suddette Terre della Montagna
360
dell'Amatrice; ond'è che il Contado di Acumoli, confinando con
quello di Norcia, perchè si togliesse ogni occasione di
controversia di confini fu dal Conte di Miranda, nell'anno 1389,
pubblicata prammatica426, colla quale fu proibita ogni sorte
d'alienazione de' territorj d'Acumoli, che sono ne' suddetti
confini, a' forestieri, e specialmente a' Norcesi; e rimasero
parimente Benevento e Terracina in potere del Re, assolvendolo
ancora dal tributo de' due Sparvieri, che per dette due città dovea
alla Sede Appostolica: onde la provincia di Principato ultra in
tutto il tempo che regnò Alfonso, riconobbe, anche perciò che
riguarda la politia temporale, Benevento per suo capo e
metropoli. Nè dopo la morte d'Alfonso fu restituita alla Chiesa,
ma Ferdinando I suo successore parimente la ritenne per lungo
corso di tempo: in appresso dopo varj trattati avuti col Pontefice
Pio II la restituì al medesimo; dal qual tempo in poi, con non
interrotta possessione, insino ad ora si vide sotto il dominio della
Sede Appostolica, e riputata città fuori del Regno. Della
medesima avea a' tempi de' nostri avoli tessuta una esatta e piena
istoria Alfonso di Blasio gentiluomo Beneventano; ed il quarto
volume conteneva quest'ultimo stato, nel quale giacque suddita a'
Papi. Secondo una sua epistola del 1650 rapportata dal Toppi427,
nella quale ci dà l'idea di quest'opera, egli v'avea travagliato
trent'anni, e secondo i varj suoi stati (prima d'essere stata
soggiogata da' Romani, nel tempo che fu dominata da' medesimi
in forma di Colonia, sotto i suoi Duchi e Principi, e finalmente
sotto i Papi) l'avea divisa in quattro volumi. Sosteneva che
l'antichissima città di Sannio fosse stata Benevento, rifiutando
l'opinione di Cluverio e di Salmasio che negarono la sussistenza
della città di Sannio. Ma morto al piacere dell'immortal suo nome
che senza dubbio per cotal opera avrebbesi acquistato, non potè
vederne il fine; ed i suoi manuscritti con tanta trascuraggine non
426
Pragm. 10 de empt. et vendit.
427
Toppi Biblioth. Neap. fol. 356.
361
curati, giacciono ora sepolti in profonda caligine, senza che vi
fosse stato chi se ne avesse presa cura o pensiere di fargli
imprimere.
La provincia di Terra di Lavoro nel Regno d'Alfonso distese
molto più i suoi confini sopra lo Stato della Chiesa romana che
ora non tiene. Li Pontefici romani pretesero che la città di Gaeta
s'appartenesse allo Stato della lor Chiesa; e fondavano questa lor
pretensione, come si disse ne' precedenti libri di quest'Istoria,
nella liberalità di Carlo M. quando pretese toglierla a' Greci per
farne un dono alla Chiesa di Roma, siccome avea fatto di
Terracina e dell'altre spoglie de' Greci. Ma essendosi in que'
tempi opposto Arechi Principe di Benevento, frastornò ogni lor
disegno, e proccurò che tosto questa città ritornasse sotto la
dominazione degl'Imperadori d'Oriente, i quali vi mandavano i
Patrizj loro Ufficiali per governarla. Ma non per ciò si astennero i
Pontefici romani, quando le congiunture lo portavano, di far
dell'intraprese, e quando vedevano non poterle mantenere, ne
investivano un Principe più potente. Così leggiamo che Giovanni
VIII la concedè a Pandolfo Conte di Capua, che morì nell'anno
882428; e Lione Ostiense429 scrive, che Gaeta in que' tempi serviva
al Papa; ma ritornò ben tosto sotto gl'Imperadori d'Oriente, e ne'
tempi seguenti, avendo i Normanni spogliati i Greci di ciò che
loro era rimaso in queste nostre province, essi se
n'impadronirono; ond'è che s'intitolavano ancora Duchi di Gaeta.
A' Normanni essendo succeduti i Svevi, e poi gli Angioini, ed a
questi ora Alfonso, e poi gli altri Aragonesi e finalmente gli
Austriaci, questa città fu con continuata e non interrotta
possessione da' nostri Re ritenuta, e come una delle città di questa
provincia fu sempre riputata.
Ma la medesima sorte non ebbe Terracina se non a' tempi
d'Alfonso. Questa città pure come spoglia de' Greci fu da Carlo
428
Erchemp. num. 63.
429
Ostiens. lib. 1 cap. 43.
362
M., avendola tolta a' medesimi, donata alla Chiesa romana430; ma
i Normanni, discacciati i Greci, in lor vece la pretesero431. Non
l'abbandonaron con tutto ciò i Pontefici e la riebbero: tanto che
con interrotta possessione ora da Papi, ora da' nostri Re fu
occupata e sempre combattuta, finchè solamente Alfonso per via
d'accordo e di capitolazioni avute con due Pontefici, stabilmente
non la unisse a questa provincia; e per lungo tempo i confini del
Regno verso quella parte si distesero sino a questa Città. Eugenio
IV come si è veduto, in iscambio d'Acumoli, città Ducale e
Lionessa, diede in governo ad Alfonso, Benevento e Terracina per
tutto il tempo di sua vita; da poi s'ampliò la concessione a
Ferdinando ed a' suoi successori perpetualmente. Niccolò V suo
successore confermò quanto Eugenio avea fatto; anzi restituì ad
Alfonso quelle Terre, e volle che Benevento e Terracina
rimanessero a lui senz'alcuna obbligazione di censo. Fu Terracina
nel Regno d'Alfonso, e ne' primi anni di Ferdinando suo figliuolo
ritenuta. Ma poi Ferdinando per tenersi amico Pio II, che gli
diede l'investitura, negatagli da Calisto, bisognò che la
restituisse432 insieme con Benevento; onde i romani Pontefici di
nuovo l'incorporarono al loro Stato, donde mai da poi potè
divellersi: sursero quindi le tante controversie ne' confini tra la
Sede Appostolica ed i nostri Re, i quali conservarono sempre
queste ragioni per riaverla secondo che le congiunture portassero;
ed il Chioccarello nel ventesimoprimo tomo de' suoi M. S.
Giurisdizionali di tutte queste ragioni ne fece particolare ed
accurata raccolta433.
Non trascurò Alfonso le sue ragioni sopra altri luoghi di
quest'istessa provincia pur pretesi ed invasi da' romani Pontefici.
Il Castello di Pontecorvo, non più che otto miglia lontano da
430
Hadrian. epist. 64 et 72.
431
Camill. Pelleg. fines Duc. Ben. ad merid. p. 27.
432
Summ. tom. 3 pag. 249.
433
Chiocc. loc. cit. de Juribus, quae antiqui Neapolitani Reges habuerunt in
Civitate Terracina, quam nunc Apostolica Sedes possidet.
363
Monte Cassino434, dove ora risiede il Vescovo d'Aquino, era
certamente dentro il distretto di questa provincia di Terra di
Lavoro. Fu edificato nel tenimento d'Aquino presso un ponte
curvo, onde prese il nome, da Rodoaldo Castaldo, ne' tempi
dell'Imperador Lodovico, siccome narra Lione Ostiense435. Il
monastero Cassinense, a cui fu poi nel 1105 conceduto da
Riccardo Principe di Benevento, per lungo tempo lo tenne436: ma
gli Abati di questo monastero eran in que' tempi entrati in
pretensione di posseder tutte le terre del loro monastero, come
Signori assoluti, senza dipender da altro Principe, nè riconoscere
altro supremo ed eminente dominio: perciò independentemente
ne infeudavano gli altri con farsi prestare il giuramento di fedeltà
e di ligio omaggio, de' quali giuramenti l'Abate della Noce437 ne
porta due formole. Porta ancora questo Autore l'investitura, che
l'Abate Oderisio fece della metà di questo castello a Giordano
Pinzzast durante la sua vita solamente, ma che dopo la sua morte
tornasse al monastero. Questa pretensione certamente in que'
tempi se la fecero valere, poichè eran entrati in tanta alterigia, che
poser eserciti armati in campagna, e mosser guerre in que' tempi
turbolentissimi, difendendosi i loro castelli con mano armata. Ma
in decorso di tempo, sterminati da queste province tanti piccioli
Signori e ridotte quelle in forma di Regno sotto il famoso
Ruggiero I Re di Sicilia, le Terre di questo Monastero furono
trattate da' Re normanni, da' Svevi ed Angioini non meno che
l'altre Terre degli altri Baroni, delle quali i Re aveano il supremo
ed eminente dominio ed alta giurisdizione. Quindi noi leggiamo,
che gli Abati di Monte Cassino nel Regno di Carlo I d'Angiò,
volendo tornar all'antiche pretensioni fur ripressi da questo
Principe, il quale nell'anno 1275 scrisse a' suoi Ufficiali, dicendo
loro, che le Terre che possedeva il monastero Cassinense erano
434
Abb. de Nuce in Not. ad Cron. Cass. lib. 1 cap. 38.
435
Lione Ostiense lib. 1 cap. 38.
436
Cron. Cass. lib. 4 cap. 25.
437
Abb. de Nuce in Chron. Cass. lib. 3 cap. 52.
364
soggette al Re, come tutte l'altre Terre e vassalli del Regno, e che
quel monastero e suo Abate non v'aveano altro che il
vassallaggio: onde ordina ad essi, che non facciano aggravare i
suddetti vassalli dall'Abate. Carlo II suo successore, nel 1292,
mentre questo Monastero era amministrato nel temporale e
spirituale dal Vescovo di Tripoli, mandò due Commessari a
distinguere i confini de' Territori tra le Terre di Rocca Guglielma
e Pontecorvo, e porvi i termini: e nel 1307 scrisse al Giustiziere
di Terra di Lavoro e Contado di Molise, che rendesse giustizia
all'Abate e monastero suddetto di non fargli molestare nella
possessione d'alcuni beni stabili, ragioni e vassalli, che tenevano
nel distretto di Pontecorvo, spettanti al suddetto monastero, ma
che gli mantenesse nella possessione, nella quale si trovavano.
Il Re Roberto nel 1311 ordinò all'abate Cassinense che tenesse
ben guardate le fortezze e luoghi di detta Badia esposti all'offesa
de' suoi nemici, e spezialmente S. Germano e Pontecorvo; e nel
1324 essendo di nuovo insorta lite de' confini tra Rocca
Guglielma e Pontecorvo, commise al Giustiziere di Terra di
Lavoro e Contado di Molise, che dividesse i confini dei territorj
delle Terre suddette e vi ponesse i termini.
La Regina Giovanna I nel 1343 ordinò al Giustiziere di Terra
di Lavoro e Contado di Molise, che non procedesse ex officio
contra agli uomini della Terra di Pontecorvo vassalli del
monastero Cassinense negli loro delitti, eccettuatine quelli, che
de jure spettano. E la Regina Giovanna II, nel 1431, creò
Capitano di Pontecorvo per lo rimanente di quell'anno Niccolò di
Somma di Napoli Milite.
Ancora dagli antichi Cedolarj regj si ricava, che la Terra di
Pontecorvo, dalli tempi del Re Carlo I insino alla Regina
Giovanna II, fu sempre tassata nelle tasse generali a pagar le
collette alla Regia Corte, conforme tutte l'altre Terre del Regno,
come nell'anno 1274, 1275, 1292, 1295, 1304, 1306, 1309, 1316,
1319, 1320, 1321, 1322, 1323, 1324, 1328, 1333, 1335, 1339,
365
1395 e 1423, li quali documenti furon tutti raccolti dal
Chioccarello nel tomo 18 de' suoi M. S. Giurisdizionali.
Ma il monastero Cassinense, avendo patite varie mutazioni, e
dalla Corte romana ora dato in Commenda a qualche Vescovo o
Cardinale, ora restituito nel suo primiero stato, disponendone i
Pontefici romani a lor talento, fu molto ben da essi estenuato con
appropriarsi buona parte de' suoi dominj, tanto che Pontecorvo
tolto a' Monaci, finalmente pervenne in mano della Sede
Appostolica. I Papi non vollero riconoscere i nostri Re per
supremi Signori della Terra, come prima gli riconoscevano gli
Abati di quel monastero, ma s'usurparono sopra quella ogni
diritto. Ma il Re Alfonso in tempo dell'inimicizia, che ebbe con
Eugenio IV gli tolse colle armi Pontecorvo, e fin che regnò, lo
tenne, e dopo la sua morte lo trasmise al Re Ferdinando suo
successore. Nella guerra poi, che questo Re ebbe con Giovanni
figliuol di Renato, cotanto ben descritta dal Pontano, gli fu tolto
da Giovanni; ma avendo Ferdinando fatta lega col Pontefice Pio
II, il quale contro Giovanni pose in piedi un fioritissimo esercito,
l'esercito del Papa discacciò Giovanni da que' luoghi che avea
presi, e Pontecorvo ritornò in questa guerra a Ferdinando suo
vero padrone438. Ma i Pontefici Romani, che mai trascurano il
tempo e l'occasioni di riacquistar ciò, che una volta possederono,
vegghiaron sempre per riaverlo, e secondo le congiunture
portarono, con non picciola trascuraggine de' Ministri de' nostri
Principi, se n'impossessarono di nuovo, e con non interrotta
possessione lo tennero lungamente, ed in fine giunsero, che
nell'investiture del Regno se l'han riserbato, non meno che fecero
di Benevento439; ed ultimamente, perchè il Vescovo d'Aquino
dimorasse in più sicuro luogo, han mutata la sua residenza, ed in
vece di farlo risiedere in Aquino antica Sede Cattedrale, oggi
risiede in Pontecorvo, Terra da essi pretesa fuori del dominio de'
438
Summ. tom. 3 lib. 5 pag. 421.
439
Chioccar. loc. cit.
366
nostri Re440. Anzi rinovando l'antiche contese de' confini,
intrapresero estendergli sopra Rocca Guglielma, tanto che nel
Ponteficato di Paolo V fu d'uopo al Vicerè D. Pietro Conte di
Lemos, mandar in S. Germano il reggente Fulvio di Costanzo
Marchese di Corleto, il quale coll'Arcivescovo di Chieti
Commessario appostolico mandato dal Papa, composero queste
differenze, ed a' 31 maggio 1762 ne fu in S. Germano stipulato
istromento tra il suddetto Arcivescovo e 'l Reggente per la
distinzione de' confini suddetti tra Pontecorvo e Rocca
Guglielma, nel quale furono inserite le loro commissioni sopra di
ciò ricevute441.
Vindicò Alfonso da' Pontefici romani non meno Pontecorvo,
che le picciole isole adiacenti ne' mari di Gaeta. Sono in questo
mare quattro isolette chiamate Ponza, Summone, Palmerola e
Ventotene. In alcune carte Summone e Palmerola, son dette S.
Maria e le Botte. Pure sopra quest'isole i Pontefici romani
tentarono dell'intraprese, ancorchè comprese nel Regno di Napoli,
e fossero riputate sempre della diocesi di Gaeta, e da' nostri Re
sempre dominate.
Il Re Carlo I nel 1270 ordinò a' suoi Ufficiali di Terra di
Lavoro, che non facessero molestare l'Abate e Convento del
monastero di S. Maria dell'isola di Ponza dell'ordine Cisterciense
della diocesi di Gaeta, sopra alcuni beni che possedeva nella
diocesi di Sessa; ed il nostro Re Alfonso, avendo Fr. Marcellino
d'Alvana ottenuto da lui sorretiziamente un ordine, che fosse
posto in possesso della Badia del monastero di S. Maria di Ponza,
scoverto l'inganno, ordinò che se gli levasse tosto il possesso e la
riscossione de' frutti di detta Badia.
Seguendo in ciò l'esempio d'Alfonso, li successori Re
mantennero in quest'isole il lor possesso; e, regnando l'Imperador
Carlo V, abbiamo, che il Conte di S. Severina Vicerè del Regno
440
Abb. de Nuce loc. cit. lib. 1 cap. 18.
441
Chioccar. loc. cit. tom. 18.
367
nel 1525 spedì più ordini a' Castellani di Ponza e Ventotene, che
le guardassero attentamente, e con vigilanza contro i Turchi.
Ma nel Regno di Filippo II i Pontefici romani avanzarono le
loro pretensioni, e oltre averne spedite concessioni al Cardinal
Farnese ed al Duca di Parma, i Romani attentarono di fare alcuni
Forti nell'isola di Ponza, di che avendone il Duca d'Ossuna
avvisato il Re, Filippo nel 1584 gli rescrisse, che stasse in ciò con
molta avvertenza, in non permettere, che alcuno usurpi la sua
giurisdizione, e che perciò voleva che pienamente l'informasse di
tutto con suo parere. Il Vicerè fece far consulta dalla Regia
Camera, nella quale fu con molta esattezza dimostrato, che l'isola
di Ponza con altre Isole convicine, cioè Summonte, Palmerola e
Ventotene erano comprese nel Regno, nè il Papa poteva avervi
alcun dritto, nè il Duca di Parma, il quale non era che un semplice
e nudo affittatore, avendosele nel 1582 affittate per scudi 13000
per ventidue anni: onde il Re con altra sua carta de' 3 novembre
del medesimo anno 1584 in vista di detta consulta gli ordinò, che
continuasse a conservare le ragioni che egli vi tenea, nè
permettesse che altri sopra quelle facessero innovazione alcuna.
Succeduto poi al governo del Regno il Conte di Miranda, il
Cardinal Farnese mosse trattato col Re Filippo, per mezzo del
Conte d'Olivares allora Ambasciadore in Roma, che queste isole
si concedessero in feudo al Duca di Parma suo fratello cugino: ed
inclinando il Re per le condizioni di que' tempi a farlo, scrisse al
Conte nel 1587, che l'informasse con particolarità di ciò che
poteva occorrere in contrario, ma che fra tanto non permettesse in
dette isole vi si facesse fortificazione alcuna, nè molo nè porto nè
cosa simile, insino che informata del tutto potesse risolvere quel
che più conveniva al suo regal servigio. Ed avendogliene il Conte
di Miranda fatta piena relazione, risolvè il Re d'infeudarle al
Duca di Parma con darne avviso al Vicerè di questa sua
risoluzione; ed a' 22 settembre del 1588 ne scrisse anche al Conte
di Olivares suo Ambasciadore in Roma, che in conformità di quel
368
che avea scritto al Vicerè, veniva a concedere dette isole in feudo
al Duca di Parma con ergerle in Contado442.
Accrebbe finalmente Alfonso il Regno colla sovranità, che
acquistò sopra lo Stato di Piombino (posto presso il mare tra il
Pisano ed il Sanese), e coll'acquisto della picciola isola del
Giglio, di Castiglione della Pescara e di Gavarra. Nella guerra che
Alfonso mosse in Toscana per indurre i Fiorentini alla pace, ed a
richiamare le loro truppe dall'assedio di Milano, essendogli da'
Senesi dato il passo, pensò, che non per altra parte potesse più
utilmente muovere le sue forze contro i Fiorentini, se non per lo
Stato di Piombino, nel cui Porto potesse far venire da Sicilia la
sua armata di mare. Rinaldo Orsino erane allora Signore, il quale
se ben prima avesse seguita la parte d'Alfonso, cominciò da poi
ad aver intelligenza coi Fiorentini, co' quali finalmente si unì
contro il Re. Fece per tanto che Alfonso deliberasse di fargli
guerra; onde dopo aver per tutta la primavera dell'anno 1488
guerreggiato in Toscana, nel principio di luglio andò a poner il
campo contro Piombino, cingendolo di stretto assedio. Rinaldo
chiamò i Fiorentini che venisser tosto a soccorrerlo, i quali non
furon pigri a farlo443; ed azzuffatesi le due armate, riuscì ad
Alfonso di batter in mare i Fiorentini, ed introdurre le sue navi
nel Porto di Piombino, le quali s'impadronirono ancora della
vicina isola del Giglio. Fece dar l'assalto alla città per ridurla; ma
sopraggiunta in quell'està una gran pestilenza nel suo esercito, fu
d'uopo levar l'assedio: trattatasi poi la pace tra 'l Re ed i
Fiorentini, con gli altri Potentati d'Italia, Alfonso l'accettò con
queste condizioni, che rimanessero sotto il suo dominio
Castiglione della Pescara, il Giglio, lo Stato di Piombino e
Gavarra: ciò che gli fu accordato; ma i Fiorentini vollero, che in
questa pace si includesse anche Rinaldo Orsino, e fu accordato
che Rinaldo rimanesse Signore di Piombino, con riconoscere il
442
Chiocc. tom. 18. M. S. Giurisd.
443
Summ. tom. 3 lib. 5 pag. 88.
369
Re per sovrano, a cui pagasse per tributo ogni anno un vaso d'oro
di 500 scudi.
Era questo Stato della nobilissima famiglia Appiano, e
Gherardo Lionardo Appiano ne fu l'ultimo Signore. Questi
essendosi casato con Paola Colonna, dal cui matrimonio non
essendone nati maschi, ma una sola femmina chiamata Catterina
Appiana, ordinò che nello Stato succedesse non Catterina, ma
Emmanuele suo fratello, nel caso, che Giacomo altro suo fratello
morisse, come avvenne, senza figli maschi. Ma morto Gherardo,
Paola sua moglie, avendo casata Catterina sua figliuola con
Rinaldo Orsino, proccurò che Rinaldo suo genero si fosse reso
Signore dello Stato, escludendone Emmanuele e per mezzo de'
Fiorentini ottenne, che Alfonso gli lasciasse lo Stato col tributo
del vaso d'oro, come si è detto.
(Gherardo a Roo444, e per la costui testimonianza, Struvio
Syntag. Hist. Germ. dissert. 30 §. 22 rapportano, che gli Orsini
collo sborso di quindicimila ducati, che pagarono all'Imperadore
Federico III, ebbero dal medesimo il Principato di Piombino; il
quale Alfonso rese a se tributario).
Essendone da poi morto Rinaldo, Catterina sua moglie mandò
Oratori al Re Alfonso, pregandolo a non darle travagli per li
misfatti del marito; poichè ella seguiterebbe a riconoscerlo per
sovrano con prestargli ogni ubbidienza e pagargli il tributo. Il Re
ne fu contento, e fin che visse Catterina rimase Signora dello
Stato; ma quella poco da poi morta, i Cittadini di Piombino
chiamaron subito Emmanuele, e come loro legittimo Signore
l'invitarono allo Stato. Ritrovavasi questi in Troja città del Regno,
posta nella provincia di Capitanata, ove erasi ricovrato sotto la
protezione d'Alfonso: il ricevette molto contento dell'invito
fattogli da' suoi vassalli445, e per tenerlo più fermo in suo servizio,
quando bisognasse contro i Fiorentini, inviò un suo Segretario a
444
Lib. 5 pag. 188.
445
Summ. loc. cit. pag. 91.
370
coloro dello Stato, dichiarando il contento, che teneva così per
aver essi fatto il lor debito in richiamarlo, come anch'egli avea
molto caro, che quello Stato fosse ricaduto ad Emmanuele, che
avea sempre tenuto sotto la sua protezione sopra a qualunque
altro; onde Emmanuele, avendogli giurato omaggio, e promesso
di pagare a lui e suoi successori ogni anno un vaso d'oro di 500
scudi, fu stabilito ancora con coloro dello Stato, che tutti gli altri,
che succedessero in quella Signoria, fosser obbligati di
riconoscere il Re e suoi successori nel Regno per lor sovrano con
restar esenti e liberi d'ogni altro vassallaggio. Giunto Emmanuele
a Piombino fu salutato e riconosciuto da tutti per lor Signore, il
quale governò i suoi popoli con molta prudenza ed amore, e fu
sempre carissimo al Re Alfonso; e morto che fu, lasciò suo
successore Giacomo suo figliuolo, e per molti anni in appresso si
vide la Gente Appiana signoreggiare questo Stato. Ma poi quella
estinta, insorsero varie contese fra' Pretendenti, nella
determinazione delle quali vi ebbero sempre gran parte i nostri
Re, come successori di Alfonso, a' quali s'appartenevano le
ragioni di sovranità, onde narra il Summonte446, che a' suoi tempi
il Vicerè di Napoli mandò a sequestrarlo e tenerlo in nome del Re
Filippo II. Quindi son derivate le ragioni a' nostri Re sopra la
sovranità di questo Stato, e le investiture, che poi di quello si
fecero a varie altre famiglie.
Lo Stato adunque delle province ond'ora si compone il Regno,
ne' tempi d'Alfonso, si vide nel suo maggior vigore ed ampiezza;
e poichè la soverchia sua generosità l'avea portato ad invigilar pur
troppo ad accrescere il regal patrimonio, il Tribunale della regia
Camera, che soprastava all'esazione de' regali diritti, ed avea la
soprantendenza sopra i Doganieri, Tesorieri e sopra tutti gli altri
Ufficiali minori delle Province destinati a questo fine, si vide più
numeroso, e d'affari più carico. Quindi nacque lo stile, che ancor
oggi dura, di distribuire le province fra' Presidenti e Razionali
446
Summ. loc. cit. pag. 91.
371
della medesima, acciò ciascheduno ne avesse particolar pensiero,
e di mandare un Presidente in Foggia a sopraintendere al governo
della regia dogana della mena delle pecore, donde il Re ne ricava
somme immense di denaro, e che oggi vien riputata per una delle
maggiori rendite del regal patrimonio.
Accrebbe parimente Alfonso il regal Patrimonio coll'esazione
del ducato a fuoco, onde s'introdusser nel Regno le numerazioni.
Prima sotto i Re normanni l'entrate del Fisco si riscuotevano per
apprezzo; cioè per ogni dodici marche d'entrate si pagavano tre
fiorini447, e quest'esazione per licitazione soleva affittarsi a'
Pubblicani; il che durò fin al tempo dell'Imperador Federico II.
Questo Principe, acciocchè i poveri non fossero oppressi da' più
ricchi e potenti, proibì l'esazione in questo modo; ed avendo nel
1218 nel castel dell'Uovo convocato un general Parlamento di
tutt'i Baroni e Feudatari del Regno, con i Sindici delle città e
Terre, stabilì, che per l'avvenire l'entrate regie si riscuotessero per
collette, in guisa, che chi più possedesse roba, più pagasse; chi
meno, meno, chi nulla, nulla. Furono imposte in cotal maniera le
prime collette assai moderate; ma poco appresso, non bastando a
sovvenire alle necessità del Regno, si venne alle seconde, e così
di mano in mano insino alle seste collette chiamate pagamenti
fiscali ordinarj, secondo ci testificano Andrea d'Isernia448, Luca di
Penna449, Antonio Capece450, e Fabio Giordano nella sua Cronaca.
Durò questo modo fino al tempo d'Alfonso, il quale, siccome
fu detto, nel primo Parlamento, che convocò in Napoli nel 1442,
stabilì, che in iscambio delle sei collette, si riscuotessero da ogni
fuoco carlini diece. Nell'anno poi 1449 come si nota ne' Registri
della regia Camera451, resedendo Alfonso nella Torre del Greco,
447
Mazzel. tratt. dell'entrade, etc.
448
Andr. in cap. 1 § et extraordinaria, in princ. et num. 2. Quae sint regal.
449
Luc. de Pen. l. 1 n. 3. C. de indebit lib. 10.
450
Ant. Capec. Invest. Feud. claus. vers. collectis, col. 5 in fin. et in princ.
451
Registro intitolato Literarum Curiae secundi anni 1451 fol. 133 riferito dal
Mazzel. loc. cit.
372
fece radunare un altro Parlamento, ed avendo proposto, che
mantenendo egli grossi eserciti così terrestri come marittimi per
custodire il Regno, non essendo l'entrate regie bastanti, era
forzato quelle accrescere; onde avea pensato, che per beneficio
universale fosse bene, che s'imponessero cinque altri carlini al
fuoco, oltre a' diece, e che all'incontro e' promettea di dare a tutti i
fuochi del Regno un tomolo di sale per ciascheduno: ciò che fu
con consentimento di tutti stabilito.
Furono perciò nel Regno introdotte le numerazioni, e la prima
cominciò dall'istesso Alfonso nell'anno 1447, la qual si trova
intera nel grande Archivio. Le altre si fecero ne' tempi de' Re suoi
successori, e la seconda fu fatta nel 1472, la terza nell'anno 1489,
la quarta, che non fu compita, si fece nel 1508, la quinta nel 1522,
la sesta nel 1532, la settima nel 1545, e l'ottava nel 1561, le quali
si trovano, ancor che alcune non intere, nel grande Archivio.
Seguirono da poi le altre, che si conservano presso i Razionali,
cioè degli anni 1595, 1642, 1648 e 1699 ch'è l'ultima, che ora
abbiamo452. Oltre di questi pagamenti ordinari, che ad esempio
d'Alfonso furon da' suoi successori da tempo in tempo sempre
accresciuti, tiene il Re moltissimi altri fonti perenni, onde
riscuote dalla città di Napoli, dalle province e Baroni grandissime
entrate, delle quali il Mazzella tessè lungo catalogo; le quali, ora
dopo un secolo che lo scrisse, sono cresciute in immenso; ma in
gran parte dalla Corona distratte ed alienate, avendo gli Spagnuoli
invogliati i Nazionali istessi a comprarsi le proprio catene, perchè
non potessero mai disciorsene.
CAPITOLO VII.
ALFONSO accrebbe il numero de' Titoli e de' Baroni, a' quali diede
452
V. Toppi de orig. Trib. tom. 1 lib. 2 cap. 6 n. 3.
373
la giurisdizion criminale. Sua morte, e leggi che ci lasciò.
453
Summ. tom. 3 lib. 5 cap. 1 pag. 18 et 229.
454
Costanzo Ist. Nap. lib. 18.
374
concedè la giurisdizione criminale455; e gli altri Re, siccome s'è
veduto ne' precedenti libri, molto di rado, e solo in premio d'una
eminente virtù a qualche loro benemerito ed a qualche segnalato
Barone, solevano concederla; ond'era, che le concessioni ed
investiture, fatte prima che regnasse Alfonso, non abbracciavano
la giurisdizione criminale, essendo delle cose eccettuate e
riservate; poichè l'uso di que' tempi era, che i Feudatari, che
possedevano Terre con vassalli, non potevano esercitare, se non
quella bassa ed infima giurisdizione indrizzata a sedar le liti e le
discordie, che sogliono nascere tra gli abitatori de' luoghi; e
perciò i Baroni ed i Feudatari, non eleggevano se non
Camerlenghi annuali, i quali esercitavano giurisdizione in
conoscere e giudicare di quelle brevi liti e cause sommarie456:
poichè la G. C. esercitava la giurisdizione sopra tutti i luoghi e
Terre del Regno. E la ragione era, perchè, siccome fu saviamente
considerato dal Consigliere Giuseppe di Rosa nostro acutissimo
Giureconsulto457, nelle città e Terre con vassalli, era solamente
quella giurisdizione, che infima si chiama e che, secondo il diritto
de' Romani, s'amministrava da' minori Magistrati, che si
chiamavano Defensores, e consisteva nella cognizione delle
Cause civili: in luogo de' quali, secondo notò Andrea d'Isernia458,
nel nostro Regno succederon poi i Baglivi de' luoghi, i quali
conoscevano delle cause civili, dei furti minimi, de' danni, de'
pesi e misure, e d'altre cause leggiere e di picciolo momento459;
ma le cose più gravi e massimamente quelle, che risguardavano il
mero imperio e la giurisdizion criminale, s'appartenevano,
secondo il diritto de' Romani, a' Presidi delle province, in luogo
de' quali nel nostro Regno furono, come si è veduto ne' precedenti
455
Freccia lib. 2 auth. 2 nu. 21.
456
Franc. de Amic. ad tit. de his, qui feud. dar. poss. in cap. sumus modo, fol.
43 n. 2 et seqq.
457
Rosa in praelud. feud. lect. 11 num. 10.
458
Andr. in Constit. locorum Bajuli.
459
Constit locor. Baju. et ad officium Bajul.
375
libri, costituiti i Giustizieri460, che ora pur Presidi appelliamo, da'
quali per via d'appellazione si riportavano alla G. C. della Vicaria,
Tribunale supremo sopra tutti i Giustizierati del Regno. Così le
investiture, che prima d'Alfonso eran concedute a' Baroni delle
città e Terre con vassalli, abbracciavan solo quell'infima
giurisdizione come a loro coerente e da esse inseparabile, e non il
mero imperio e la giurisdizion criminale, che non poteva dirsi alle
medesime coerente, siccome quella, che non da' proprj
Magistrati, ma da' Presidi prima soleva esercitarsi, e da poi non
da' Baglivi de' luoghi, ma da' Giustizieri delle province.
Ne' tempi d'Alfonso e degli altri Re aragonesi suoi successori,
cominciò a porsi in uso nell'investiture de' Feudi la concessione
della giurisdizion criminale461 e delle quattro lettere arbitrarie
ancora, come fu da noi altrove rapportato. Quindi in decorso di
tempo fu veduto quel che ancor oggi si vede, che qualunque,
benchè picciol Barone, abbia ne' suoi Feudi il mero e misto
imperio, con non picciol detrimento delle regalie del Re, e danno
de' suoi sudditi. Ben Carlo VIII Re di Francia, in que' pochi mesi
che vi regnò, pensò di toglierlo affatto a' Baroni, con ridurgli
all'uso di Francia462; ma il poco tempo, che vi ebbe, e per le
difficoltà che s'incontravano, non potè mettere in esecuzione
questo suo disegno; molto meno oggi è ciò da sperare, che il male
è antico, e che senza grandi ravvolgimenti e scompigli non
potrebbe ridursi ad effetto.
Dopo avere questo Principe in cotal guisa riordinato il Regno,
ancor che negli ultimi suoi anni si fosse rinovata la guerra co'
Fiorentini, ed ultimamente per non aver voluto far restituire
alcune navi predate dai suoi legni a' Genovesi, se gli avesse resi
nemici; nulladimanco invilito negli amori di Lucrezia d'Alagno
proccurò tosto pace co' primi, nè molto curò de' secondi, ed attese
460
Const. Justitiarii nomen, et normam Constit. Justitiarii per Provincias
Constit. Praesides. Constit. Capitaneorum.
461
Franchis decis. 510 nu. 4.
462
Affl. in prooem. Constit.
376
il rimanente tempo di sua vita in cacce, conviti, giostre ed altri
piaceri; e mentre era già vecchio, il Duca di Milano mandò
Ambasciadori a trattare doppio matrimonio con la sua casa
regale, perchè dubitava molto, che il Re di Francia non pigliasse a
favorire il Duca d'Orleans, che pretendeva, che il Ducato di
Milano toccasse a lui per esser figlio di Valentina Visconte
legittima sorella del Duca Filippo463; ed in tal caso gli parea di
non potere avere più fedele ajuto che da Alfonso, il quale avea
sempre in sospetto Re Renato, che ancor teneva in Italia molte
pratiche. Così in breve fu conchiuso matrimonio doppio, ed
Ippolita Maria figliuola del Duca fu data per moglie ad Alfonso
primogenito del Duca di Calabria; e Lionora figliuola del Duca di
Calabria fu promessa a Sforza figliuolo terzogenito del Duca di
Milano, e tanto gli sposi, come le spose, non passavano l'età di
otto anni.
Successe in questo anno 1455 la morte di Papa Niccolò V, e
dopo 14 dì, che vacò la Sede Appostolica, fu nel mese d'aprile
eletto in suo luogo il Cardinal di Valenza Alfonso Borgia, che,
come si disse, era stato molti anni caro al Re Alfonso e suo
intimo Consigliere, che Calisto III nomossi. Costui, benchè fosse
d'età decrepita, fece gran disegno di fare cose che avrebbono
ricercata un'età intera d'un uomo. Come suole avvenire che i più
confidenti ai Principi, quando sono elevati al Papato, sogliono
divenire i più fieri loro nemici; così Calisto assunto al trono
cominciò a pensar nuove cose, e ad opporsi ai disegni d'Alfonso:
e non piacendogli questo nuovo parentado conchiuso col Duca di
Milano, fece ogni sforzo per disturbare le nozze; ma Alfonso,
avendo conosciuto l'animo del Papa, tanto più lo sollecitava: onde
nel principio dell'anno seguente 1456 furono solennemente
celebrate, ed Elionora fu condotta a Milano al suo sposo Sforza.
A questi tempi medesimi Giovanni Re di Navarra, fratello
secondogenito del Re Alfonso, stava in gran discordia con D.
463
Costanzo lib. 19.
377
Carlo suo figliuolo primogenito che s'intitolava Principe di
Viana; e la cagione della discordia era, perchè il Regno di
Navarra era stato dotale della madre del Principe ch'era già morta,
ed il Re Giovanni avea tolta per seconda moglie la figliuola
dell'Ammirante di Castiglia. Il Principe non poteva soffrire di
vedere la Regina sua matrigna sedere, dove avea veduta sua
madre, ed esso vivere privatamente; perchè la matrigna s'era in tal
modo fatta Signora del marito, già vecchio, che tanto nel Regno
di Navarra, quanto in Aragona, dove il padre era Vicerè, non si
faceva altro che quel che volea la matrigna, e per questo avea
tentato nel Regno di Navarra farsi gridare Re, perchè era molto
amato per le virtù sue e per la memoria della madre, Regina
naturale di quel Regno. Il disegno non gli riuscì, onde venne ad
accostarsi col Re Alfonso suo zio, il quale gli costituì dodicimila
ducati l'anno pel vivere suo; ma perchè vedeva ch'era di corpo
bellissimo e di costumi amabili ed atto ad acquistare benevolenza,
non gli piaceva che dimorasse molto in Napoli; ma lo mandò al
Papa a pregarlo, che pigliasse assunto di ridurlo in concordia col
padre. Il Principe andò, ed il Papa lo ricevè con gusto, e gli diede
trattenimento da vivere; ma poichè vide che Calisto per l'età
decrepita era tardo a trattare la riconciliazione sua col padre, e
che Re Alfonso era assai declinato di salute, e non potea molto
vivere, si fermò in Roma, con speranza che i Baroni del Regno
che stavano mal soddisfatti delle condizioni del Duca di Calabria,
chiamassero lui per Re dopo la morte di Alfonso. Intanto Alfonso
ne' principj di maggio di quest'anno 1458 cominciò ad ammalarsi,
e peggiorando tuttavia, s'incominciò a pubblicare che il suo male
era pericoloso, di che avvisato il Principe di Viana venne tosto da
Roma a visitarlo, ciò che rese più travagliato il fine di così gran
Re; perchè giunto il Principe a Napoli tre giorni avanti che
morisse, essendo già disperato da' Medici, gli raddoppiò l'agonìa
della morte, sapendo ch'era venuto per tentare d'occupar Napoli; e
perchè conosceva che morendo al Castel Nuovo, donde non potea
378
cacciare il Principe, avria potuto il Castellano più tosto ubbidire
al Principe, che al Duca di Calabria massimamente essendo la
guardia del Castello tutta di Catalani che restavano vassalli del Re
Giovanni, il qual avea da succedere ne' Regni d'Aragona e di
Sicilia; fece subito dire ch'era migliorato, e che i medici lodavano
che si facesse portare al Castello dell'Uovo per la miglioranza
dell'aria, il che s'eseguì subito, lasciando al Duca di Calabria la
cura di guardarsi il Castel Nuovo; e da poi giunto al Castello
dell'Uovo il dì seguente morì a' 27 giugno di quest'anno 1458,
essendo giunto all'anno 64 di sua vita464.
Questo fu il fine di sì gran Re; Principe celebratissimo per
infinite virtù che l'adornavano, e sopra tutto per liberalità e
magnificenza. Egli liberalissimo arricchì molti con preziosi doni,
ed ingrandì altri assai, donando loro grandissimi Stati. Fu
magnificentissimo nel dare al Popolo spettacoli, ne' quali si
sforzò di emulare la magnificenza de' Romani, come si vide
quando ricevè in Napoli Federico III, designato Imperadore e
Lionora figliuola del Re di Portogallo, e di sua sorella, che dovea
sposarsi con Federico.
(Il matrimonio tra Federico III e Lionora, fu trattato in Napoli
da Alfonso suo zio, da' Legati mandati dal Re di Portogallo e da
Enea Silvio Piccolomini, poi Papa Pio II, dove dopo quaranta
giorni fu conchiuso; siccome narra Gobellino, lib. 1, p. 16. Quam
rem, e' dice, diebus quadraginta tractatam, cum denique
conclusissent coram Rege, Cardinale Morinensi Apostolico
Legato, Clivensi, Calabriae, Suesae, Silesiaeque Ducibus, et
Magna Praelatorum, Comitumque multitudine, in Curia Novi
Castri Neapolitani; Aeneas Sylvius de Nobilitate, virtuteque
contrahentium orationem habuit, quae postmodum a multis
transcripta est. Lo stesso narra Nauclero pag. 1056 e Fugger. lib.
5, c. 7, n. 1. Anzi Enea Silvio stesso Hist. Friderici p. 82 rapporta
che, dopo i travagliosi viaggi della sposa, accolta da Alfonso in
464
Ricc. de Reg. Neap. et Sic. lib. 4.
379
Napoli, nella dimora, che quivi fecero gli sposi, fu il matrimonio
consumato, siccome scrisse anche Struvio Syntag. Hist. Germ.
Diss., 30, § 22. Invitatus inde ab Alphonso Siciliae Rege cum
nova nupta, et reliquo comitatu suo Neapolim venit, ubi
matrimonium demum fuit consummatum).
Si conobbe ancora Re Alfonso nelle alte gran feste, cacce,
giostre e conviti, dando spesso diletto al Popolo napoletano
vaghissimo di simili divertimenti. Tenne il palazzo
abbondantissimo di tappezzerie di lavoro d'oro e d'argento, e
d'arredi ricchissimi e preziosi. Splendidissimo ancora negli
edificj, onde adornò Napoli a pari di qualunque altra illustre città
del Mondo: fece ingrandire il molo grande, e diede principio alla
gran sala del Castel Nuovo, che senza dubbio è delle stupende
macchine moderne che sia in tutta Italia: fortificò il castello con
quelle altissime torri che ora s'ammirano: fece ampliare l'Arsenale
di Napoli, la Grotta onde da Napoli vassi a Pozzuoli, e fece un
fondaco reale e molti altri edificj per diversi usi.
La sua morte fu amaramente pianta da' Napoletani, come
quella che non solo gli privò di tante grandezze e felicità, e che
disturbò la pace del Regno; ma che poi dovea recar loro una
lunga guerra, e porgli in nuove calamità e disordini. Non
abbastanza compianto, fu il suo cadavere, con funerale
superbissimo, rinchiuso dentro un forziere che rimase in deposito
nel Castello dove morì; e benchè nel suo testamento avesse
ordinato che fosse portato alla Chiesa di S. Pietro Martire, e di là
quanto prima si mandasse in Ispagna al monastero di Santa Maria
a Pobleto, ove sono sepolti gli antichi Re d'Aragona; nulladimeno
restò il suo deposito in Napoli, ov'era additato da' Padri
Domenicani nella Sagrestia della lor chiesa di S. Domenico
Maggiore di questa città con molti segni di stima e di
venerazione.
Non avendo avuti figliuoli dalla Regina Maria, figliuola
d'Errico III Re di Castiglia, nel suo testamento, che fece il dì
380
avanti di morire, istituì e nominò per successore nel Regno di
Napoli D. Ferdinando Duca di Calabria suo figliuolo naturale,
legittimato; e ne' Regni della Corona d'Aragona e di Sicilia D.
Giovanni Re di Navarra suo fratello secondogenito e suoi
discendenti, conforme avea anche disposto nel suo testamento D.
Ferrante suo padre, che si conservava nell'Archivio reale di
Barcellona, donde prima di morire avea voluto Alfonso che se
gliene inviasse copia; ed ordinò in quello molti legati indrizzati
ad opere di pietà465. Narra S. Antonino Arcivescovo di Fiorenza,
che prima di morire non lasciava di ricordare al Duca di Calabria,
ch'egli gli lasciava il Regno di Napoli, ma che per potervi
quietamente regnare, bisognava che tenesse lontani, e s'alienasse
da tutti gli Aragonesi o Catalani ch'egli avea esaltati, e che in lor
vece si servisse d'Italiani e di questi componesse la sua Corte, e
principalmente amasse quelli del Regno, a' quali conferisse gli
ufficj e non gli riguardasse, come faceva, di mal viso e come
sospetti. Che egli conosceva avere gravato il Regno con nuove
gravezze ed esazioni, alterando anche le antiche, e ch'eran tante
che i Popoli non potevano sopportarle: che però l'ammoniva che
le levasse tutte e le riducesse all'usanza antica. E finalmente che
coltivasse la pace, nella quale egli l'avea lasciato colle
Repubbliche e Principi d'Italia, e sopra tutto si tenesse amici i
Pontefici romani, da' quali in gran parte dependeva la
conservazione o la perdita del suo Regno: soffrisse con pazienza
il lor fasto ed alterezza, e loro si mostrasse per non isdegnarli,
sempre umile e riverente, perchè egli non avea conosciuti altri
mezzi per rintuzzare la loro ambizione.
(St. Antonino in Chron. part. 3, tit. 22, cap. 16 ad A. 1458
scrisse così: Rex vero Aragonum graviter infirmatus Neapoli in
fine mensis Junii ejusdem anni diem clausit extremum; qui ante
mortem Ferdinandum filium suum, etsi illegitimum, jam uxorat-
um, et filios habentem, dimisit haeredem, et Regni Apuliae suc-
465
V. Summon. tom. 3 lib. 5 pag. 121.
381
cessorem, cum maximo thesauro congregato. Quem etiam ut reg-
nare posset quietius, et obstacula non haberet, admonuit, ut viam,
quam in Regno tenuerat, non sequeretur in tribus, sed oppositum.
Prima quidem, ut omnes Aragonenses et Cathalanos, quos ipse
exaltaverat; et totum se eis crediderat, exosos hominibus, a se
abjiceret, et in curia sua Italicos, et praecipue Regnicolas, dili-
gere ostenderet, et ad officia promoveret, quos tamen ipse, ut sus-
pectos non laeta facie respiciebat. Secundo, ut nova gravamina et
exactiones, quas instituerat, et antiqua auxerat, quae tanta erant,
ut homines respirare non possent, omnia removeret, et ad morem
antiquum deduceret. Nimiae enim fuerunt extorsiones ejus ab ho-
minibus Regni, et (ut de caeteris taccam) beneficia vacantia
etiam minora nullus obtinere valebat in curia, nisi prius manus
Regis implesset et quantitate non modica. Tertio ut pacem confec-
tam per se cum Ecclesia, et aliis communitatibus, et Principati-
bus ipse servaret, nec a pacis foederibus declinaret).
Re Alfonso, oltre d'averci lasciate tante illustri memorie, e
tanti buoni istituti e nuove riforme, ci lasciò anche alcune leggi.
Secondo che narrano alcuni Autori, questo Principe dopo tante e
sì lunghe guerre, che sostenne in vita della Regina Giovanna II, e
dopo la costei morte con Renato suo competitore, avendo
finalmente trionfato de' suoi nemici, resosi pacifico possessore
del Regno, pose tutto il suo studio a riordinarlo ed a dargli ristoro
de' passati danni e disordini che le succedute guerre aveanvi
recati. Stabilì pertanto molte Costituzioni, cominciando
dall'erezione del Tribunale del S. C. alle quali da poi molte altre
ne aggiunse. Queste Costituzioni, che, come dice Toppi466, prima
si vedeano in Napoli, ora non l'abbiamo, ma per sinistro fato si
sono perdute. Ne sono solamente a noi rimase alcune che ora si
leggono sparse ne' registri del G. Archivio e ne' volumi delle
nostre Prammatiche467. La prima si legge sotto il titolo de
466
Toppi de Orig. Trib. par. 2 lib. 2 cap. 2. num. 12.
467
Prag. 1 tit. 129 de Possessorib. non turban.
382
Possessoribus non turbandis, che in altre edizioni porta questa
epigrafe: Edictum Pentimae Gloriosissimi, et Divi Alphonsi
Regis clementissimi. Fu questo editto promulgato da Alfonso nel
secondo anno del suo pacifico Regno nel 1443, dopo finita la
guerra con Renato, per cui comandò, che per la preceduta guerra,
essendo insorte molte liti fra suoi sudditi intorno al possesso de'
loro feudi e beni, non si turbassero i possessori, ma che si
lasciassero possedere come si trovavano, nè i Giudici si
proccurassero commessioni di queste cause, senza consultarne
prima lui. Nè procedessero in quelle, se non precedente sua
commessione. Ciò che fu steso anche nelle moratorie prima a'
medesimi possessori concedute468. Fu questa legge data nel
campo di Pentima, luogo posto in Apruzzo presso Sulmona469.
Un'altra consimile, ch'estratta dal registro de' Capitoli
d'Alfonso, si vede anche impressa nelle nostre prammatiche470 fu
da questo Re stabilita nel 1446 nel Mazzone delle rose presso lo
Spedaletto, non molto da Capua lontano; e letta e pubblicata con
gli altri capitoli nel castel Capuano, dove ordinò che non
dovessero inquietarsi coloro, che innanzi la morte del Re Ladislao
aveano continuamente per se e per loro legittimi antecessori
posseduto e possedevano terre, castelli ed altri beni; nè astringersi
a portare originalmente i loro titoli, e vedere ed esaminare i loro
antichi diritti, che sarebbe sovvertire diversi stati e condizioni di
molti nel Regno; della qual legge fu anche ricordevole Capece
nelle suo decisioni471. La prammatica 2 che leggiamo sotto il tit.
de Off. S. C. pure fu d'Alfonso, non di Ferdinando, come si è
detto.
L'altra472 che parimente si legge nelle nostre prammatiche è
quella notissima che tratta de' censi, nella quale Alfonso inserì la
468
Prag. 2 cit. tit.
469
Costanzo lib. 20.
470
Pragm. 3 cit. tit.
471
Capec. decis. 86 num. 13.
472
Pragm. 1 de Censib.
383
Bolla di Niccolò V, stabilita a sua richiesta dal medesimo per li
suoi Regni, in Roma nel 1451, per regolare i censi. Questo Re per
mezzo di tal prammatica confermò la Bolla, e volle che ne' suoi
Regni avesse forza e vigore non meno che le altre sue leggi e
statuti, aggiungendo altri suoi ordinamenti intorno alla validità e
modo da tenersi nella costituzione de' censi suddetti. Fu questa
statuita nella Torre del Greco, ove il Re dimorava negli ultimi
anni di sua vita per avere più dappresso la sua Lucrezia d'Alagno,
e porta la data de' 20 ottobre dell'anno 1451. Altri editti, privilegi
e diplomi d'Alfonso si veggono ne' suoi registri nel Gran
Archivio, de' quali alcuni, secondo il soggetto, che aveano per le
mani, furono impressi nelle loro opere da diversi Autori: molti ne
fece imprimere Toppi nei suoi tomi dell'Origine de' Tribunali:
alcuni altri, gli Reggenti Moles, Tappia, Galeota ed altri
moltissimi: ma i riferiti, come posti nel corpo delle prammatiche
hanno fra noi forza e vigor di legge: degli altri può aversene buon
uso, per quanto conduce all'istoria dei tempi, all'istituzione de'
Tribunali, alle riforme dei medesimi e per illustrazione dell'altre
sue leggi ed editti.
384
TAVOLA DE' CAPITOLI
CONTENUTI
LIBRO VENTESIMOSECONDO
385
Estravaganti
LIBRO VENTESIMOTERZO
LIBRO VENTESIMOQUARTO
386
competitore di Ladislao
Cap. IV. Nozze tra il Re Ladislao e la figliuola di Manfredi di
Chiaramonte. Morte d'Urbano, elezione in suo luogo di
Bonifacio IX e venuta del Re Luigi II in Napoli
Cap. V. Divorzio del Re Ladislao colla Regina Costanza, e suoi
progressi nell'impresa del Regno, che finalmente ritorna sotto
il suo dominio
Cap. VI. Nozze di Ladislao, prima con Maria sorella del Re di
Cipro, e poi con la Principessa di Taranto: sua spedizione nel
Regno d'Ungheria, ch'ebbe infelice successo
§. I. Spedizione del Re Ladislao sopra Roma
§. II. Concilio convocato a Pisa per torre lo Scisma, ch'ebbe
infelice successo
Cap. VII. Ritorno del Re Luigi II nel Regno per gl'inviti di Papa
Alessandro, il quale scomunicò e depose Ladislao, dandone
nuova investitura a Luigi
Cap. VIII. Re Ladislao tenta nuove imprese in Italia: sua morte,
sue virtù e suoi vizj; ed in che stato lasciasse il Regno alla
Regina Giovanna II sua sorella ed erede
LIBRO VENTESIMOQUINTO.
387
Cap. IV. Discordie tra Alfonso e la Regina Giovanna, la quale
rivoca l'adozione fattagli, e adotta Luigi per suo figliuolo
Cap. V. Alfonso parte da Napoli, e va in Ispagna; e Napoli si
rende alla Regina Giovanna. Insolenze del G. Siniscalco, sua
ambizione, ed infelice morte
Cap. VI. Re Alfonso tenta rientrare nella grazia della Regina, ma
invano. Nozze di Re Luigi con Margarita figliuola del Duca di
Savoja; sua morte, seguita poco da poi da quella della Regina
Giovanna
Cap. VII. Politia del Regno sotto i governadori deputati da
Giovanna. Governo che da poi vi tenne la Regina Isabella
moglie e Vicaria di Renato d'Angiò. Guerre sostenute da
costui col Re Alfonso; da cui in fine fu costretto ad uscirne ed
abbandonare il Regno
Cap. VIII. De' Riti della Gran Corte della Vicaria; e de'
Giureconsulti, che fiorirono nel Regno di Giovanna II e di
Renato; e da' quali fosse compilata la famosa Prammatica
nominata la Filingiera
I. De' Giureconsulti di questi tempi, e dai quali fu compilata la
Prammatica detta la Filingiera
Cap. IX. Istituzione del Collegio de' Dottori in Napoli
Cap. X. Politia delle nostre Chiese durante il tempo dello Scisma,
insino al Regno degli Aragonesi
I. Monaci e beni temporali
LIBRO VENTESIMOSESTO.
388
Cap. III. Nozze tra Ferdinando Duca di Calabria con Isabella di
Chiaramonte nipote del Principe di Taranto. Morte del Papa
Eugenio, ed elezione in suo luogo del Cardinal di Bologna
chiamato Niccolò V, che conferma ad Alfonso quanto gli avea
conceduto il suo predecessore Eugenio
Cap. IV. Origine, ed istituzione del Tribunale del S. C. di S.
Chiara, ora detto di Capuana
I. Del luogo ove fu questo Tribunale eretto: della dignità e
condizione delle persone, che lo componevano e del lor
numero; e come fosse cresciuto tanto, che in conseguenza
portò la moltiplicazion delle quattro Ruote, delle quali oggi
è composto
Cap. V. Alfonso riordina il Tribunal della Regia Camera, e come
si fosse riunito col Tribunale della Regia Zecca retto da M.
Razionali
Cap. VI. Disposizione e numero delle province del Regno sotto
Alfonso, ed in che modo si fossero dalla Regia Camera
amministrate; e come fossero numerati i fuochi di ciascuna
Città e Terra, che le compongono
Cap. VII. Alfonso accrebbe il numero de' Titoli e de' Baroni, a'
quali diede la giurisdizion criminale. Sua morte e leggi che ci
lasciò
FINE DELL'INDICE.
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