TUCIDIDE (20-21/09/2021)
IntroduzioneTucidide nella sua opera non inserisce racconti allettanti, come faceva Erodoto, ma riporta i
fatti esattamente come sono accaduti.
Tucidide quindi rispetto ad Erodoto, che risentiva dell’influenza dei logografi, ha una storiografia più
matura.
Tematiche tratta di politica e di imprese militari, informandosi accuratamente. Mentre Erodoto riportava
più versioni di un fatto e lasciava la decisione di scegliere quale fosse più plausibile al lettore, Tucidide
sceglie con accuratezza la versione più verosimile e accettabile e la vaglia con obiettività.
Tucidide narra di vicende molto vicine al suo tempo e contemporanee a lui perché pensa che, se si narrano
cose troppo lontane, il ricordo sarà sbiadito e quindi incorretto.
Nel proemio delle Storie ci dice che ricava le vicende che in seguito narrerà (la guerra del Peloponneso) o
dalla sua memoria diretta o da persone che le hanno vissute. La sua storiografia è quindi laica e obiettiva.
La mancanza del mito Tucidide non inserisce niente che sia fantastico né derivante dalla mitologia ed è
consapevole che questa storiografia risulti meno piacevole rispetto a quella di Erodoto.
Si rivolge infatti ad un pubblico ristretto di persone interessate ad argomenti specifici.
La lingua usa molti arcaismi come εσ al posto di εισ, ρσ al posto di ρρ, σσ al posto di τ τ ecc. Sallustio si
ispirerà a lui.
Un insegnamento per sempre studiando i meccanismi della storia, questi si ritroveranno anche in futuro
perché la natura umana non cambia. Per cui si può trarre un insegnamento, un “possesso per sempre”.
Come infatti il medico dai sintomi riconosce una malattia, così lo storico da alcune particolari vicende può
capire come le cose si evolveranno.
Questi meccanismi si svolgono sempre allo stesso modo.
Il fine della sua storiografia nella storia bisogna ricercare quello che è utile e non quello che è dilettevole,
come faceva Erodoto. Il fine della sua storiografia è quindi l’utilità.
Vita si sa poco e tutto quello che sappiamo lo ricaviamo dalla sua opera.
Nacque ad Atene e prende parte alla vita politica della sua città. Tra il 424-423 divenne stratega e fu
mandato a difendere Anfipoli nell’Egeo settentrionale dagli Spartani. Siccome strateghi si diventava ad
almeno 30 anni, si presuppone che Tucidide sia nato all’incirca nel 460 a.C.
Ad Anfipoli riuscì ad evitare l’invasione del porto fluviale, l’Elione, ma non la presa della città da parte degli
spartani.
Nel V libro delle Storie al capitolo 26 si trova un secondo proemio (il primo si trova all’inizio dell’opera)
dove riporta (o chi per lui) che venne mandato in esilio o si auto esiliò per 20 anni. Fonti non certe
tramandano che in questo periodo visse in Tracia, Italia e Peloponneso raccogliendo materiale storiografico
per la sua opera.
La sua famiglia era aristocratica, si pensa quella dei Filaidi. Il padre infatti si chiamava Oloro, nome per
niente comune ad Atene, e quindi si è ipotizzato che fosse un discendente del re di Tracia Oloro. La figlia
del re poi sposò Milziade e dalla loro unione nacque Cimone, che poi avrebbe conquistato per Atene le
miniere del Pangeo che davano molto profitto alla città.
Tucidide venne colpito dalla peste del 430 a. C. ma guarì.
Non sappiamo con certezza la data della morte che fu improvvisa ma non necessariamente violenta.
L’unica cosa che sappiamo è che morì dopo la fine della guerra del Peloponneso perché molto spesso fa
riferimento precisamente ad eventi riguardanti l’ultima parte del conflitto (ci dice ad esempio che la guerra
durò 27 anni).
Le Storie l’opera è suddivisa in 8 libri ed è scandita secondo il metodo annalistico, scandendo l’anno in
due semestri, estate e inverno. Per indicare la cronologia, enumera gli anni di guerra e al termine di ogni
anno ricorre la formula “e finiva il n° anno di guerra narrato dall’Ateniese Tucidide”, poiché ogni città aveva
un calendario diverso (basato sugli arconti che davano il nome all’anno). Solo in casi eccezionali fa
riferimento agli arconti delle città coinvolte (Atene, Sparta e Argo).
Qualche volta fa riferimenti concreti per indicare il periodo dell’anno, come alla vendemmia o alla
maturazione del grano.
La scansione dell’opera gli 8 libri si dividono in 4 sezioni (la divisione in 8 libri è alessandrina):
o 1° libro: qui si trova il primo proemio, dove espone il suo metodo storiografico, un’archeologia, che
riguarda storia antica e antefatti del conflitto, e la pentecotechia, cioè il riassunto in sintesi dei 50
anni tra le guerre persiane (dove si era fermato Erodoto) e la guerra del Peloponneso.
o 2°-paragrafo 25 del 5° libro: si narra la guerra Archidamica, prima fase della guerra del
Peloponneso.
o paragrafo 26 del 5° libro- 7° libro: qui si ha un secondo proemio, che farà sorgere la questione
tucididea, e si procede dalla narrazione della pace di Nicia (421) fino alla disastrosa spedizione in
Sicilia (413).
o 8° libro: vicende degli anni compresi tra il 412-411 dove si interrompe bruscamente la narrazione di
Tucidide, che farà sorgere la questione tucididea, e dove si parla del colpo di stato e del regime
oligarchico dei 400, che in breve tempo verrà sostituito da quello dei 5mila.
La questione tucididea alcuni si sono chiesti il perché Tucidide abbia inserito due proemi e abbia
terminato la narrazione della guerra 7 anni prima che finisse, nonostante fosse ancora vivo.
o Ulrich: era un filologo tedesco che nel 1845 prese in esame l’opera di Tucidide e denominò la
complessità dell’analisi tucididea. Secondo lui Tucidide avrebbe realizzato l’opera in due fasi, la
prima dopo la pace di Nicia, quando sembrava che la guerra fosse finita, la seconda dopo il 404,
ritornato dall’esilio. Nella seconda fase avrebbe ripreso la narrazione dal 421, ma si sarebbe
interrotto al 411 perché morì. È possibile quindi che il secondo proemio fosse stato inserito nella
seconda fase.
o Gli analisti: si sviluppano sulla scia di Ulrich e credono nella stratigrafia compositiva di Tucidide, cioè
che abbia scritto le storie in periodi diversi. Questa teoria è basata sul fatto che ci siano delle parti
meno rifinite di altre, quindi nuclei non omogenei. Nel 5° e 8° libro mancano i discorsi diretti,
peculiarità di Tucidide che li inseriva in bocca ai personaggi per riferire un concetto centrale.
Questi due libri quindi non rispettano il metodo tipico di Tucidide.
o Unitari: le storie sono state composte insieme sulla base di materiale storiografico raccolto in
precedenza.
o Ziegler (Teoria più accreditata): ormai tutti ritengono che Tucidide abbia lavorato alla sua opera
costantemente, durante tutta la sua vita. Importante è l’ipotesi di Ziegler secondo cui nel primo
libro si ha un grande numero di digressioni perché Tucidide risente dell’influenza di Erodoto. Si
staccò poi gradualmente dal metodo erodoteo.
o Canfora: Analizzando l’opera di Tucidide dal paragrafo 26 del 5° libro, pensa che questa seconda
parte sia opera del redattore di Tucidide che avrebbe pubblicato la sua opera dopo la sua morte.
Diogene Laerzio ci tramanda che “fu Senofonte a creare la fortuna di Tucidide” perché
probabilmente fu lui a pubblicarla. Canfora pensa inoltre che Senofonte, entrato in possesso del
materiale tucidideo, lo pubblicò annettendo un proemio e appropriandosi dell’ultima fase
dell’opera, quella che appunto va dal 411 al 404.
Siccome l’esilio di Tucidide è poco documentato e si pensa che durò poco perché nei 20 anni
successivi alla sconfitta ad Anfipoli si trovava ad Atene (descrive i fatti troppo precisamente per
essere lontano da Atene), Canfora ritiene che l’esilio di cui si narra in realtà era quello
(documentato) di Senofonte. Inoltre, nelle Elleniche, Senofonte riprende la narrazione dal 411, data
anomala. Così si spiegherebbe la mancata conclusione dell’opera di Tucidide, l’esilio di cui si parla e
il secondo proemio.
Metodo storiografico ci sono termini che sono indicativi nel metodo storiografico di Tucidide.
o Εργα sono azioni ed imprese militari perché Tucidide nella guerra del Peloponneso parla
solo di imprese belliche e politica, anche se nel primo libro delle storie si nota che c’è un
procedimento differente. È come se fosse molto vicino al modo di procedere di Erodoto. Si
ha infatti un premio, un’archeologia degli eventi che precedono la storia che si narrerà, cioè
la storia antica greca, e la pentecotechia, che va dalla fine delle guerre persiane all’inizio
della guerra del Peloponneso e che Tucidide inserisce per ricollegarsi alla narrazione di
Erodoto.
Lo stesso Canfora parla di storiografia ciclica. Successivamente le digressioni sintetiche
successivamente non si trovano più.
o L’argomento sceglie per la sua narrazione un argomento contemporaneo e recente, cioè
un fatto a cui lui direttamente ha partecipato (autopsia) o se ne informa da testimoni
oculari. Non si contenta del primo che capita, ma di persone affidabili da cui ricava
informazioni che in seguito vaglia e analizza. Riporta infine la versione più plausibile. Il
compito dello storico infatti è ricercare la verità.
o Il metodo storiografico come scientifico il suo metodo è lo stesso della scienza medica.
Come il medico fa un’anamnesi del paziente per capire la malattia, così lo storico interpreta
gli indizi della storia e da questi è in grado di capire come si evolveranno. Dai sintomi che
vede è in grado di capire come andranno le cose. Certi meccanismi infatti si ripetono e per
questo la sua opera si chiama κτῆμα ἐς αἰεί. Inoltre come il medico giova di casi simili che ha
studiato, lo storico si serve delle analogie e dei confronti, per cui per comprendere i fatti,
confronta passi simili.
Può affermare nel proemio che la guerra del Peloponneso ha un’importanza particolare
perché sia i greci sia gli spartani erano al culmine del loro potere, quindi questa guerra era
superiore per grandezza a quelle già combattute.
o Ακριβειαe l’accuratezza con cui sceglie la versione più plausibile.
o La consapevolezza di un’opera meno piacevole e consapevole che la sua opera è meno
piacevole per la mancanza del mito e del favoloso punto tutto quello che ha vieni e da
riferire all’uomo. L’unico spazio di imprevedibilità lo lascia alla Τύχη.
o L’importanza dei discorsi Tucidide usa riprodurre in modo diretto i discorsi di
personaggi illustri, come se li avessero pronunciati loro stessi. Li inserisce perché
servono a chiarire gli eventi narrati così da portare sulla scena il loro modo di pensare.
Cerca di stare il più vicino possibile al contenuto e al senso generale di quei discorsi. E’
consapevole che non sono identici a quelli pronunciati realmente, ma contengono il
senso generale (συμπασε).
Sono presenti tutti tipi di discorsi, epidittico, giudiziario, deliberativo (un esempio è
discorso di Pericle di commemorazione dei caduti del primo anno di guerra).
o L’utilità della storiografiala storiografia deve essere utile, cioè deve avere uno scopo
pratico e non deve essere una ostentazione di bravura.
o I destinatariil pubblico a cui è destinata l’opera è un pubblico ristretto di uomini
eruditi interessati ad eventi singoli della storia.
o Le cause Tucidide fa una distinzione tra le cause che portarono alle guerre:
- Cause occasionali (aitiai): determinano i fatti in modo apparente;
- Cause vere (profasis): sono cause più nascoste, ma sono la ragione profonda per
cui gli eventi si sviluppano.
Es. aitiai: tra Atene e Corinto, alleata di Sparta, si sono verificate scaramucce per cui
Sparta è dovuta intervenire
Profasis: Sparta è preoccupata del crescente potere di Atene.
la natura umana la natura umana è sempre uguale ed è questo che permette di riconoscere i
meccanismi uguali in tutti i tempi. Gli uomini, posti di fronte a situazioni simili, si comportano nello stesso
modo. Gli sviluppi degli eventi sono prevedibili.
La cattiveria della natura umana la natura umana non è buona. Per Tucidide infatti è naturale che il più
forte domini sul più debole e un esempio di questa legge di natura sono i Meli. Tucidide riporta che i Meli,
essendo neutrali, vennero sterminati da Atene come dimostrazione dell’imperialismo ateniese. Può darsi
che nella narrazione non sia stato tanto oggettivo, ma sia stato influenzato dall’essere stato un ateniese.
Infatti noi non abbiamo altre testimonianze. Canfora ha ipotizzato che Melo in un primo momento
appoggiasse gli Ateniesi, ma poi li avrebbe traditi volgendosi a Sparta.
Comunque Tucidide ce lo riporta come se volesse criticare l’imperialismo ateniese.
I giudizi sull’opera abbiamo principalmente due giudizi sull’opera di Tucidide, uno positivo e uno
negativo:
o Luciano di Samosata: dice che Tucidide in ambito del genere storiografico sia il legislatore
(νομοτης), cioè colui che ha dato le regole alla storiografia.
o Dionigi di Alicarnasso: critica Tucidide perché:
- Ha scelto un argomento non adatto, infatti non mette in buono luce Atene. Critica anche il fatto
che Tucidide disapprovi Erodoto, che invece ha narrato le vittorie della città.
- Scrive male: il metodo annalistico risulta troppo frammentario. Capita infatti che gli eventi
vengano interrotti alla fine dell’anno e ripresi nell’anno successivo.
- E’ inconclusa perché non ha avuto la rifinitura finale. Ci sono parti non curate ed altre lasciate a
metà.
La testimonianza di Diogene Laerzio Diogene Laerzio scrisse le vite dei filosofi e vi inserisce anche
Senofonte, che aveva avuto come maestro Socrate. Diogene ci dice che Senofonte fu il primo a dare lustro
all’ opera di Tucidide, pubblicandola. Senofonte avrebbe avuto la possibilità di impadronirsi delle carte
dello storico. Il Fatto che l’opera di Senofonte inizi con “dopo queste cose” e poi finisca la narrazione della
guerra del Peloponneso, per poi parlare di argomenti di tutt’altro tipo, confermano questa ipotesi.
Il pensiero politico di Tucidide Tucidide è un democratico moderato e nella sua opera ci sono indizi che
avrebbe apprezzato Nicia e Pericle. Apprezzava in particolare Pericle perché riteneva fosse volitivo e
un’ottima guida per il popolo. Diffidava delle masse contadine e riteneva che queste fossero irrazionali. È
molto critico sui successori di Pericle, che porteranno Atene alla rovina con la spedizione in Sicilia.
Anche se è moderato, pensa che un regime oligarchico sia impossibile (quello dei 400 fu un disastro) se
non c’è una guida valida. Ritiene che ci sia bisogno di una fusione tra oligarchia e democrazia improntata
alla moderazione, il governo dei 5000 che subentrò dopo i 400.
La lingua scrive in attico e ci sono elementi arcaizzanti, come ξ al posto di σ, ρσ invece che ρρ, σσ al
posto di ττ eccetera. Usa spesso dei termini poetici accostati a tecnici. Ama molto le espressioni astratte e i
sostantivi che terminano in -σις e -μα, molto usati nei termini scientifici. Fa una commistione tra linguaggio
tecnico e poetico. Usa molto figure retoriche e participi. Si possono trovare periodi non conclusi perché
non gli diede l’ultima mano.
Gli ammiratori di Tucidide la prima edizione delle storie è del 1502 dell’editore veneziano Aldo Manuzio,
su traduzione di Lorenzo Valla. A Tucidide si ispirò Polibio, che riprese il metodo di concentrarsi solo su
eventi politici e bellici e il rigore dell’analisi storiografica.
Altri grandi ammiratori sono Machiavelli e Hobbes, soprattutto nel discorso che l’animo umano non è
buono e che l’uomo agisca solo per sé stesso.
TRADUZIONE DEL TESTO A PAG.455
IL PROEMIO
“ Tucidide Ateniese ( aoristo da συγγράφω ) compose la guerra dei Peloponnesiaci e degli
Ateniesi, come combatterono ( aoristo da πολεμέω) reciprocamente, cominciando
(participio aoristo singolare maschile riferito a Tucidide, da ἄρχω) subito quando la guerra
iniziò (participio, genitivo assoluto con seoggetto sottinteso) e prevedendo (partcicipio
aoristo sigmatico da ἐλπίζω) che sarebbe stata (infinito futuro da εἰμί) un’impresa grande e
la più famosa di quelle avvenute prima (participio perfetto sostantivato da προγίγνομαι e
genitivo partitivo), congetturando che entrambi giungevano a questa (imperfetto da εἶμι
“andare”) quando erano al culmine della potenza (da ἀκμάζω) in tutta la preparazione
militare e vedendo (partcipio da ὁράω) che una parte dei Greci si schierava (da συνίστημι,
participio predicativo ) con entrambi , una parte subito, l’altra meditando (di farlo).
[2] Infatti questo sconvolgimento fu (γίγνομαι) senza dubbio il più grande per i Greci e per
una parte dei barbari e, per così dire (ὡς ειπειν), anche per la maggior parte degli uomini.
[3] Infatti era impossibile (lett. Erano cose impossibili) (vb. Al singolare per soggetto neutro)
trovare (infinito aoristo forte da εὑρίσκω) con chiarezza gli eventi prima di questi e quelli
ancora più antichi per il lungo periodo di tempo trascorso (lett. Per la gran quantità di
tempo), e sulla base di indizi (εκ τεκμήριον) sui quali a me che indago (σκοπέω) in modo
molto accurato, accade (συμβαίνω) di prestare attenzione (πιστεύω), io ritengo che non ce
ne siano stati grandi né per le guerre né per altre cose.”
È un testo caratterizzato da variatio: si hanno 3 infinitive costruite in modo diverso (infinitiva implicita,
esplicita e con participio predicativo)