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CAPITOLO

Il Duecento

1. IL LINGUAGGIO POETICO DAI PROVENZALI AI SICILIANI

Vi è differenza tra l’uso occasionale del volgare all’interno di documenti


notarili o giudiziari e la sua adozione nella letteratura d’arte. L’impiego nella
poesia promosse la nuova lingua a un livello più elevato, con una formaliz­
zazione più complessa. In passato, si è discusso su di una questione che non
riguarda solo l’italiano: ci si è chiesti se fosse nata prima la lingua della prosa
o quella della poesia. Un tempo si rispondeva al quesito immaginando, con
spirito romantico o ispirandosi al pensiero del filosofo Giambattista Vico,
che le prime fasi di una civiltà fossero caratterizzate dallo ‘spirito poetico’:
per questo la lingua greca avrebbe i poemi di Omero tra i suoi monumenti
più antichi. Anche in Italia la più remota produzione letteraria medievale
in lingua volgare fu poetica: la prima scuola di cui si abbiano notizie certe e
sistematiche fu quella siciliana, fiorita all’inizio del XIII secolo nell’ambiente
colto e raffinato della Magna curia di Federico II di Svevia. Siamo lontani da
ogni esperienza popolare, anzi siamo vicini a un potere altissimo, alla persona
dell’imperatore. Il regno di Federico aveva come centro la corte di Sicilia,
come ci conferma Dante nel De vulgari eloquentia, 1.12: «regale solium erat
Sicilia», ‘la Sicilia era il seggio reale’. Altre due letterature romanze si erano
già affermate, riscotendo notevole successo al di qua delle Alpi: la francese in
lingua d’oil e la provenzale in lingua d’oc. La lingua d’oc, in particolare, eser­
citava un grande fascino: era essa stessa, per eccellenza, la lingua della poesia,
una poesia incentrata sulla tematica dell’amore, un amore intellettualizzato,
espresso in forme raffinate e stilizzate (non troppo vicine, in realtà, all’idea
romantica della poesia primitiva).
La poesia in lingua d’oc si era sviluppata nelle corti dei feudatari di Pro­
venza, Aquitania e Delfinato, poi la sua influenza si era estesa al di qua
delle Alpi: troviamo poeti provenzali ospitati in Italia settentrionale presso
famiglie nobili come i marchesi di Monferrato, i Malaspina, gli Estensi, i da
112 Capitolo 6

Romano; troviamo poeti italiani che scrivono essi stessi in provenzale, imi­
tando i trovatori. I poeti siciliani fecero qualche cosa del genere, in quanto
imitarono la poesia provenzale: ma (qui sta l’importante innovazione) ebbero
l’idea di sostituire a quella lingua forestiera un volgare locale, il volgare di
Sicilia. Per quanto il poetare rientrasse in un semplice gioco di corte, questa
sostituzione fu decisiva per la nostra tradizione poetica, come dimostra fra
l’altro il giudizio molto positivo che Dante diede di quella scuola e come
attesta l’eredità (anche linguistica, oltre che di temi e motivi) che essa lasciò
alla nostra letteratura.
Per apprezzare appieno il significato della scelta linguistica compiuta dai poeti
della corte di Federico, occorre tener presente che l’adozione del siciliano
non era affatto dettata da un gusto per la popolarità «naturale». Ci si può
chiedere anzi perché fosse adottato proprio il siciliano insulare e non uno
degli idiomi del Meridione continentale. Lo stesso imperatore Federico poetò
in lingua di Sicilia, benché non fosse siciliano di nascita. La corte federiciana
era un ambiente internazionale, disponibile persino agli apporti della cultura
araba, che il sovrano apprezzava. Egli era (ovviamente) in grado di usare il
latino, come si vede tra l’altro nella prosa del suo trattato di falconeria, De
arte venandi cum avibus («L’arte di cacciare con gli uccelli da preda»). Alcuni
tra i poeti siciliani non sono affatto siciliani: Percivalle Doria (che affianca
il siciliano al provenzale) è ligure, e i nomi stessi sembrano rivelare l’origine
continentale di Giacomino Pugliese (se è un etnico e non un patronimico),
di Rinaldo d’Aquino, dell’Abate di Tivoli. Ciò dimostra che la scelta del
siciliano fu dotata di valore formale, e infatti il volgare della poesia siciliana
(coerentemente con la tematica di quella poesia d’amore) è altamente forma-
lizzato, raffinato. Grazie all’influenza della letteratura d’oc, la nuova poesia
volgare nacque già matura. Vi entrarono in gran numero termini provenzali
o arieggianti la lingua provenzale, come le forme in -agio (coragio ‘cuore’) e in
-anza-. amanza, intendenza, allegranza, speranza, dimoranza, credanza, leanza.
Le forme provenzali o comunque francesizzanti, benché frequenti, non sono
obbligate: a volte si alternano a quelle italiane.
Testi a pp. 125- Il corpus della poesia delle nostre origini, compresa quella dei Siciliani, è stato
134 trasmesso da codici medievali scritti da copisti toscani. Nel Medioevo copiare
non era operazione neutrale, che garantisse sempre il rispetto dell’originale.
I copisti toscani intervennero appunto sulla forma linguistica della poesia
siciliana con una vera operazione di traduzione, eliminando per quanto
possibile i tratti siciliani che stridevano alle loro orecchie. Essendosi perduta
quasi subito la coscienza di questo intervento, la forma toscanizzata fu presa
per quella originale. Già Dante la riteneva tale, senza ombra di dubbio. La
sconfitta degli Svevi e l’avvento degli Angioini portò con sé anche la distruzione
fisica dei manoscritti di origine siciliana o meridionale, e dunque i manoscritti
toscani restarono gli unici a conservare quella tradizione. Dante, addirittura,
potè costruire la propria teoria linguistica basandosi sulla certezza che i poeti
siciliani si fossero totalmente liberati dai tratti locali: in realtà la pulizia (se
vogliamo chiamarla così) era stata fatta da altri.
Il Duecento 113

Per ricostruire la fisionomia originale della poesia della Magna curia di


Federico II, è fondamentale ricorrere alla testimonianza di Giovanni Maria
Barbieri. Vissuto nel Cinquecento, questo studioso della poesia provenzale
aveva avuto per le mani un codice, il Libro siciliano poi definitivamente
perduto, contenente alcuni testi poetici siciliani, i quali lì si presentavano in
una forma vistosamente diversa da quella comunemente nota. Barbieri aveva
trascritto alcuni di quei versi durante il lavoro per un libro che non concluse
mai, intitolato XArte del rimare. Le sue carte rimasero inedite fino al Settecento.
Il Libro siciliano non è più ricomparso.
Vediamo dunque in quale forma sono trasmessi i pochi testi e frammenti
trascritti dal Barbieri. Tra essi, vi è l’intera canzone di Stefano Protonotaro
Pir meu cori alligrari, oltre a un frammento del figlio di Federico II, Re Enzo.
Ecco questo frammento di Re Enzo così come si trova nelle carte di Barbieri
[ed. De Bartholomaeis 1927, 88]:

Alegru cori, plenu


Di tutta beninanza,
Survegnavi s’eu penu
Per vostra inamuranza;
Ch’il nu vi sia in placiri
Di lassarmi muriri talimenti,
Ch’iu v’amo di buon cori e lialmenti.

La sicilianità è vistosa: si notino le vocali finali -u e -i al posto delle -o ed -e


toscane (il vocalismo atono siciliano prevede in posizione finale solo tre vocali,
a, i, u); si notino: la u al posto della o in inamuranza e muriri (qui anche la i
atona finale; il toscano avrebbe morirei la i al posto di e toscana, in posizione
tonica in placiri (il toscano avrebbe piacere o piacere). Benché sostanzialmente
fedele all’originale, il testo Barbieri ha pur qualche menda che rende necessario
l’intervento del filologo per ristabilire la forma antica: amo al settimo verso
(al posto di amiì), ad esempio, non è un tratto siciliano.
Si trova traccia della sostituzione dei tratti siciliani con quelli toscani anche
nelle rime imperfette presenti nelle versioni toscanizzate dei poeti siciliani.
I copisti procedettero nel modo che ora esemplificheremo. Prenderemo in
esame alcuni versi di Giacomo da Lentini, così come si presentano nel codice
Vaticano Latino 3793, nella forma toscanizzata:

Madonna, dire vi voglio


come l’Amore m’à preso-,
inver lo grande orgoglio
che voi, bella, mostrate, e’ non m’aita.
Oi lasso, lo me’ core
ch’è ’n tanta pena miso,
che vede che si more
per non amare, e tenolosi [= tenelosi ‘se lo tiene’] in vita.

Abbiamo evidenziato con il corsivo la rima imperfetta preso : miso. Il copista


deve aver corretto l’originale priso in preso, così come amuri in amore-, ma,
114 Capitolo 6

quando si è trovato di fronte il miso, non gli ha sostituito messo, troppo distante
dal modello (così avrebbe distrutto totalmente la rima, perché preso e messo
non rimano tra loro). D’altra parte, meso non esisteva in toscano. Il copista,
allora, bloccato da questa difficoltà, ha lasciato la parola come l’aveva trovata,
dando però luogo alla rima imperfetta preso : miso. E questa la spia dell’o­
perazione di travestimento in panni toscani. Altri casi simili hanno prodotto
rime come conduce : croce, ora : pintura, uso : amoroso, avere : morire, le quali
diventano perfette solo se riportate alla lingua originale {conduci : cruci, ura :
pintura, usu : amurusu, aviri : muriri). Un curioso esempio può dimostrare
la lunga durata della rima siciliana nel linguaggio letterario. Sulla collina di
Torino un grande Parco della Rimembranza ricorda i caduti della Prima guerra
mondiale. Un’ara che si incontra in questo parco (la cui costruzione risale al
periodo tra le due guerre, quindi alla prima metà del Novecento) reca incisi
i seguenti tre versi, qualitativamente modesti, ma assai interessanti:

Vigili1 la materna alpe ed il fiume


Torino esalta in santità di fronde
Il sacrificio dei suoi figli e il nome.

La rima fiume : nome, benché probabilmente inedita nella prassi dei poeti
italiani, risulta accettabile ed anzi elegante proprio per la tradizione della
rima siciliana, la cui memoria, evidentemente, era ancor viva quando venne
collocata l’iscrizione.

Non sono stati tramandati frammenti antichi, scritti su carte o pergamene


d’epoca medievale, in quella lingua siciliana dalla caratteristica forma «dia­
lettale», a parte le già citate carte di Barbieri, e a parte un solo reperto, forse
ancora duecentesco o dell’inizio del Trecento: è il distico «Aulenti primavera
I ki rinova la priata», vergato ai margini di un registro di cancelleria angioina
distrutto dalle truppe tedesche nel 1943. Ora al piccolo elenco si è aggiunto
il cosiddetto frammento zurighese, che ha suscitato notevole interesse. Fra
il 1234 e il 1235, un ignoto amanuense di origine forse tedesca o italiana set­
tentrionale trascrisse in un foglio di quello che è l’odierno codice C88 della
Zentralbibliothek di Zurigo, in calce a un documento giuridico emanato da
Enrico VII, primogenito di Federico II e re di Germania dal 1220, la prime
quattro stanze della canzone Resplendiente di Giacomino Pugliese (conser­
vata nella sua interezza solo dal Vaticano latino 3793). Questa è la più antica
testimonianza di lirica siciliana giunta sino a noi, praticamente coeva alla pro­
duzione originaria della Magna curia, ma con la sovrapposizione di una patina
settentrionale. Il testo non è affatto un «originale» della scuola poetica siciliana,

1 Vìgili è aggettivo. Il senso dei versi è il seguente: ‘Sotto lo sguardo attento dell’Alpe che
ci è madre (le Alpi che si vedono attorno) e del fiume (il Po) la città di Torino esalta con
gli alberi sacri che sono stati piantati nel parco il sacrifico e il nome dei suoi figli (morti
nella Prima guerra mondiale)’. Ovviamente qui non interessa il valore letterario dei versi,
ma la scelta linguistica di chi li compose.
Il Duecento 115

nonostante la sua vetustà; tuttavia mostra qua e là (e quindi li conferma) i tratti


siciliani, per la presenza di rime come albur : amur (alhun : amurì), lu articolo e
pronome, e forse anche eu ‘io’ e meu ‘mio’, che pure potrebbero essere spiegati
diversamente [cfr. Formentin 2007, 213-239, con edizione dell’intero testo
e accuratissimo commento]. Dunque, nonostante queste nuove acquisizioni,
le trascrizioni del Barbieri, benché cronologicamente molto tarde (visto che
risalgono al Rinascimento), si confermano fonte necessaria per ricostruire la
veste linguistica originale delle poesie della Scuola siciliana.

2. DOCUMENTI POETICI CENTRO-SETTENTRIONALI

Con la morte di Federico II (1250) e il tramonto della casa Sveva, che


comportò la fine dei focolai di cultura i quali avevano alimentato la prima
scuola poetica italiana, venne meno la poesia siciliana, anche se forse ne restò
localmente qualche ricordo. La sua eredità passò in Toscana e a Bologna,
con i cosiddetti poeti siculo-toscani e gli stilnovisti. Prima di seguire questa
migrazione della poesia, andando dietro ai codici che l’hanno trasmessa,
prima di esaminare il linguaggio poetico della lirica cosiddetta siculo-toscana
e della lirica stilnovista, è necessario un cenno ad alcuni generi particolari,
diversi dalla lirica d’amore, primo fra tutti la poesia religiosa. Il Cantico di
frate sole di san Francesco, noto anche con il titolo latino Laudes creaturarum,
è databile al 1223-1224. E scritto in un volgare in cui si riconoscono elementi
umbri. Oggi lo consideriamo un monumento insigne di poesia, ma per molti
secoli fu tramandato in ambiente francescano assegnandogli solo il valore
di preghiera religiosa e di memoria del santo Francesco, ma non fu preso
affatto in considerazione come documento letterario (venne trascurato ad
esempio nella Storia della letteratura italiana di De Sanctis). La tradizione delle
«laudi» religiose {Laudes, abbiamo visto, è il titolo latino del Cantico) ebbe
comunque un grande sviluppo, oltre che nel Duecento, anche nel Trecento
e nel Quattrocento, quando i testi laudistici (dedicati a Gesù, alla Madonna,
ai santi ecc.), trascritti in appositi quaderni {laudari), furono utilizzati dalle
confraternite come preghiere cantate. Poiché la poesia laudistica è di origine
centrale, con forte prevalenza umbra (ma anche marchigiana e toscana), e
poiché i laudari nel Trecento e nel Quattrocento si diffusero capillarmente
nell’Italia settentrionale, le laudi stesse, comprese alcune di Jacopone da Todi
(1230-1306), ben presto circolanti in veste toscanizzata, finirono per esercitare
una funzione linguistica importante, diventando uno dei canali di diffusione
di moduli centrali in area settentrionale. Il riferimento a Jacopone, poeta di
eccellente levatura, rappresenta un caso particolare: la maggior parte delle
laudi erano infatti componimenti anonimi di modesta qualità letteraria, in una
lingua quotidiana assai poco ricercata. Molte comunità religiose utilizzavano
un loro laudario manoscritto, realizzato attingendo a quello di altre comunità.
Di comunità in comunità, i testi si diffondevano, arrivando anche in luoghi
distanti dal punto di origine.
116 Capitolo 6

In Italia settentrionale fiorì inoltre nel Duecento una letteratura moraleggiante


in volgare, molto diversa da quella amorosa sviluppatasi nel raffinatissimo
ambiente della corte di Federico II. Tra gli autori di questa letteratura in
versi di carattere educativo e religioso, ricorderemo Girardo Parecchio,
Uguccione da Lodi, Giacomino da Verona e il milanese Bonvesin de la Riva.
Come si vede, l’area prevalente di questa letteratura è «lombarda». La lingua
di questi scrittori è fortemente settentrionale, non essendo ancora in nessun
modo presente l’imitazione dei modelli letterari toscani, perché la letteratura
toscana, a quest’epoca, doveva ancora affermarsi. Dobbiamo dunque tener
conto di una situazione geograficamente complessa, dove valgono senza
dubbio le differenze tra Nord, Centro e Sud Italia, ma dove hanno peso
anche altre distinzioni più precise: ad esempio, l’area toscana in cui si ebbe
la prima notevole espansione dell’uso del volgare scritto è quella occidentale,
fra Pisa e Lucca. In quest’area si sviluppò la poesia detta «siculo-toscana»,
che ebbe i suoi centri in Pisa (con Tiberio Galiziani, Pucciandone Martelli)
e Lucca (con Bonagiunta e Inghilfredi) ; un altro centro fu Arezzo, con Guit-
tone. Firenze si affermò solo nella seconda metà del Duecento: tra il 1260 e
il 1280 (si rammenti che Dante nacque nel 1265) a Firenze vi erano diversi
rimatori (tra i quali Chiaro Davanzati, Monte Andrea, Neri de’ Visdomini,
Rustico Filippi). Il loro stile (a parte il caso un po’ diverso di Rustico Filippi,
che usa un fiorentino più idiomatico nella poesia comica, differente anche nel
linguaggio da quella «cortese», pure da lui praticata) riflette quello dei poeti
siciliani. Ciò vale anche per la forma metrica: si pensi alla fortuna del sonetto,
utilizzato poi largamente per secoli. Giacomo da Lentini ne è unanimemente
considerato l’inventore e ne ha lasciate le prime prove.
In tutti i poeti del Duecento toscano si ritrovano gallicismi e sicilianismi. Tra
i sicilianismi si possono notare le -i finali al posto di -e in sostantivi singolari
come calori, valori, siri (‘sire’) e nella terza persona singolare presente dei verbi
(ardi ‘arde’). Alcuni sicilianismi dei poeti siculo-toscani passarono poi agli
stilnovisti e a Dante, a Petrarca, e di qui si diffusero stabilmente nell’intera
tradizione lirica italiana: nei poeti fiorentini del Duecento (Chiaro, Neri de’
Visdomini, Monte Andrea), troviamo -i per -e finali in parole come calori,
valori, siri-, Camino Ghiberti usa la forma meridionale chiaceriami, con chi-
iniziale al posto di pi--, la stessa origine hanno molte altre forme che è dato
incontrare più o meno comunemente nella tradizione poetica italiana, quali
i condizionali in -la (crederla per crederei), gli imperfetti in -ia (avia ‘avevo’),
i futuri in -aio (verraio per verrò), i participi passati analogici in -uto, e, in
generale, le i e u toniche dove il fiorentino ha e e o toniche chiuse. In Toscana
si stava in sostanza immettendo nella lingua locale tutta la tradizione lirica
disponibile, attingendo oltralpe e alla Sicilia. Questo fece sì che la lingua
letteraria grazie al riferimento alla tradizione precedente si sviluppasse in
qualche misura già «matura» e non strettamente locale, ad onta della sua
novità e della sua collocazione geografica toscana.
Dante attribuì a Guido Guinizelli la svolta stilistica che avrebbe portato alla
nuova poesia d’amore, nella quale egli stesso si collocava. Lo storico della lin-
Il Duecento 117

gua, tuttavia, deve prendere atto di una sostanziale continuità con la tradizione
poetica anteriore. Permangono cioè gli elementi che abbiamo già avuto modo
di mettere in evidenza: i gallicismi, i provenzalismi, i sicilianismi. Possiamo
citare i seguenti gallicismi presenti in Guinizelli: riviera ‘fiume’, rempaira ‘ri­
torna’, feresmire ‘specchiarsi’, giano ‘giallo’; i seguenti provenzalismi: sclarisce,
enveggia ‘invidia’, oltre alla serie in -anza (i consueti allegrarmi, intendanza,
amanza ecc.); sono sicilianismi le forme saccio ‘so’, aggio ‘ho’, have ‘ha’, miso
‘messo’, feruta ‘ferito’, sorpriso ‘sorpreso’. Nella miscela linguistica di Gui­
nizelli, in cui entrano i citati elementi, segno di una lingua illustre, entrano
anche alcune forme che richiamano il bolognese, come saver ‘sapere’, donqua
‘dunque’, cò ‘capo’, come i gerundi volgiando, siando, comel’assibilazione di c
davanti a vocale palatale (dise ‘dice’). In Guido Cavalcanti, l’amico di Dante,
troviamo, come in Guinizelli, le forme suffissali in -anza, i meridionalismi di
origine siciliana (come ave, feruta, saccio, prisof le rime siciliane del tipo noi :
altrui, i consueti provenzalismi. Sono presenti anche tratti toscani, come il
condizionale in -ebbe (accanto a quello di origine siciliana in -zh), il pronome
personale io a fianco del siculo-toscano eo, la i prostetica listar ‘stare’), le
forme dittongate come priego,fuoro, la forma fue ‘fu’.
In linea generale le prime esperienze poetiche di Dante appaiono ben inserite
nella poesia volgare di Firenze, sia per i temi, sia per le forme linguistiche.
Prevedibile, dunque, la presenza di sicilianismi e gallicismi di vario genere;
ma, al tempo stesso, il lessico della poesia (pur nella sua relativa limitatezza)
segna una crescita quantitativa, e le possibilità linguistiche sono affidate anche
a una struttura della frase più variata. Nella Vita nuova Dante, commentando
in prosa una scelta delle proprie poesie, realizzò un connubio particolare tra
i due generi, e divenne egli stesso uno dei fondatori della prosa in volgare.
Anche il Convivio rappresenta un’unione del genere, tra la poesia e il com­
mento dottrinale in prosa. Nella Vita nuova la priorità va comunque alla lirica,
perché la prosa è posta al servizio della poesia, in funzione gerarchicamente
subalterna e ancillare.

3. DANTE, PRIMO TEORICO DEL VOLGARE

Dante non solo fu grande poeta e padre della lingua italiana, ma fu anche Testo a pp. 161-
il primo teorico del volgare, nel senso che gli dedicò attenzione, cercò di 164
comprenderne l’origine e di stabilire quale dovesse essere per raggiungere i
massimi risultati d’arte. Le idee di Dante sul volgare si leggono nel Convivio e
nel De vulgari eloquentia. Nel Convivio il volgare viene celebrato come «sole
nuovo» destinato a splendere al posto del latino per un pubblico che non
è in grado di comprendere la lingua dei classici: il giudizio di Dante nasce
dunque, oltre che da una profonda fiducia nelle possibilità della nuova lingua,
da un’istanza di divulgazione più larga ed efficace. Altra questione toccata
in entrambi i testi (ma risolta nell’uno e nell’altro in maniera diversa) è la
maggiore o minore dignità dell’una e dell’altra lingua: nel Convivio, scritto
118 Capitolo 6

fig. 6.1. L'Europa linguistica secondo Dante.

Fonte: Marazzini-Del Popolo [1990,2],

in volgare, il latino è reputato superiore in quanto utilizzato nell’arte, nel De


vulgari eloquenza, invece, la superiorità del volgare viene riconosciuta in
nome della sua naturalezza, ma la letterarietà della lingua latina diventa uno
stimolo per la regolarizzazione del volgare.
Il De vulgari eloquenza, composto in latino durante l’esilio, ma prima della
Commedia, lasciato interrotto al II libro, è il primo trattato sulla lingua e
sulla poesia volgare ed è un saggio avanzatissimo nel quadro della cultura
europea del Medioevo. Nonostante ciò, fino al Cinquecento esso rimase sco­
nosciuto, o fu citato in maniera vaga. Non ebbe dunque, a differenza di altre
opere di Dante, una sorte molto felice. Fu «riscoperto» nella prima metà del
Cinquecento, e allora pubblicato in traduzione italiana dal letterato vicentino
Trissino, uno dei protagonisti del dibattito sulla «questione della lingua»:
questa traduzione è stata riproposta in ristampa anastatica in una recente
ricchissima edizione annotata e commentata del De vulgari eloquentia [Fenzi
et alii, 2012]. Anche dopo la pubblicazione avvenuta nel Cinquecento, però,
la fortuna del trattato non fu pacifica, né completa, né senza contrasti, perché
le sue tesi furono utilizzate in chiave polemica nelle dispute sulla «questione
della lingua», tanto che il De vulgari eloquentia finì per essere uno dei testi
fondamentali nel dibattito linguistico del Rinascimento. Nel corso di queste
discussioni, alcuni insinuarono il sospetto che il trattato non fosse autentico.
Dante, procedendo secondo la logica della cultura del suo tempo, ma con
un’originalità eccezionale nell’impianto e nello sviluppo delle argomentazioni,
e cosciente della novità del tema scelto ad oggetto di indagine, muove dalle
origini prime, dalla creazione di Adamo: stabilisce che fra tutte le creature
Il Duecento 119

l’unico essere dotato di linguaggio è l’uomo; dunque il linguaggio stesso ca­


ratterizza l’essere umano in quanto tale, diversificandolo dagli animali bruti,
gerarchicamente più in basso di lui, e dagli angeli, posti più in alto. L’origine
del linguaggio e delle lingue viene ripercorsa attraverso il racconto biblico:
nodo centrale è l’episodio della Torre di Babele. La storia delle lingue naturali,
nella loro varietà, incomincia proprio qui: loro caratteristica è il mutare nello
spazio, da luogo a luogo, e nel tempo, visto che le lingue medesime sono tutte
soggette a continua trasformazione. La grammatica delle lingue letterarie,
come quella del greco e del latino, secondo Dante, è una creazione artificiale
dei dotti, intesa a frenare la continua mutevolezza degli idiomi, garantendo la
stabilità senza la quale la letteratura stessa non può esistere. Anche il volgare,
per farsi letterario, per arrivare a una dignità paragonabile a quella del latino,
deve acquistare stabilità, distinguendosi dal parlato popolare.
Per definire i caratteri del volgare letterario, Dante procede in maniera Fig. 6.1, P-118
ordinata, seguendo la diversificazione geografica delle lingue naturali e
concentrando la sua attenzione su spazi geografici via via più ristretti. La sua
attenzione si concentra sull’Europa, dove nei paesi del Nord e del Nord-Est
(che noi diremmo germanici e slavi) si parlano lingue in cui sì si dice zò; nei
paesi del Centro-Sud si parla la lingua d’oil (il francese), la lingua d’oc (il pro­
venzale), il volgare del sì (l’italiano); in Grecia e nelle zone orientali è diffuso
il greco. Questa è l’Europa linguistica secondo Dante, individuata in base al
modo di dire sì. Sempre procedendo dal generale al particolare e avendo come
obiettivo una trattazione approfondita dell’area italiana, Dante si avvicina
passo passo al suo scopo, venendo a trattare del gruppo linguistico costituito
da francese, provenzale e italiano. Questi volgari hanno a suo giudizio una
comune origine, come dimostrano le concordanze lessicali di parole come
Dio, amore, mare, terra, cielo ecc. La descrizione giunge finalmente all’area
italiana, diversificata al suo interno in una quantità di parlate locali. Dante le Fig. 6.2, p. 120
esamina alla ricerca del volgare migliore, che definisce illustre (e anche aulico,
curiale, cardinale). L’esame viene condotto in base a criteri che a noi possono
sembrare stravaganti e troppo personali, ma che dimostrano comunque un
eccezionale interesse per la realtà empirica delle lingue viventi. Ciò fa di
Dante un dialettologo ante litteram. L’esame delle varie parlate si conclude
con la loro sistematica eliminazione: tutte, nella loro forma naturale, sono
indegne del volgare illustre. La condanna colpisce non solo volgari «impuri»,
di confine, come il piemontese; il giudizio è negativo per il friulano, il sardo,
il romanesco, il marchigiano e via dicendo. Tra le più severe condanne c’è
quella per il toscano e il fiorentino. Migliori degli altri risultano il siciliano e Testo a pp. 161-
il bolognese, ma - si noti - non nella loro forma popolare, bensì nell’uso di 164
alto livello formale fattone rispettivamente dai poeti della corte di Federico
II e da Guinizelli (cfr. cap. IX, § 4). Il discorso si sposta ora dalla lingua alla
letteratura: Dante, abbiamo detto, sta cercando una lingua ideale, «illustre»,
priva di tratti locali e popolari, selezionata e formalizzata ad un livello «alto».
Le realizzazioni di questa lingua vengono identificate nei modelli di stile a
cui gli stilnovisti e Dante stesso guardavano con maggior ammirazione. La
120 Capitolo 6

fig. 6.2. L'Italia dialettale del «De vulgari eloquentia».

nobilitazione del volgare deve avvenire dunque attraverso la letteratura. Ecco


perché il toscano viene condannato, al pari delle altre parlate italiane: Dante (in
questa fase, per lo meno) non apprezza la lingua popolare toscana, e dunque
condanna poeti come Guittone d’Arezzo, caratterizzati da uno stile rozzo
e plebeo, ben diverso (nel giudizio di Dante) da quello dei siciliani e degli
stilnovisti. Il trattato De vulgari eloquentia, da libro di linguistica, si trasforma
dunque in trattato di teoria letteraria, oltre che in profilo militante di storia e
di critica (se vogliamo usare delle categorie moderne): viene passata al vaglio
la tradizione poetica volgare, giudicata nei suoi risultati qualitativi, allo scopo
di tracciare una linea che conduca a Dante stesso e al suo gruppo.
Il Duecento 121

4. LA FORMAZIONE DELLA PROSA

Confrontata con l’alto sviluppo qualitativo della poesia, la prosa duecente­


sca appare in ritardo. Se si prende in esame quello che può essere definito
il testo narrativo più interessante e originale del XIII secolo, il Novellino, Testo a pp. 136-
si può osservare una vistosa semplicità sintattica, quasi una povertà, per 138
quanto l’autore possa essere al corrente delle regole retoriche e ami il «bel
parlare» di cui i racconti vogliono essere esempio. A quest’epoca, il latino
detiene ancora il primato assoluto nel campo della prosa, come strumento
di comunicazione scritta e di cultura: sono in latino quasi tutti i documenti
giuridici, giudiziari, amministrativi, contabili, oltre alle scritture filosofiche,
religiose, mediche ecc. A volte si tratta di un latino che assume forme do­
mestiche, in cui affiorano tracce di un espressivo parlato in lingua volgare:
così è ad esempio nella Chronica di frate Salimbene de Adam (1221-1287),
in cui ricorrono parole come assaxinis («ab assaxinis fuit occisus»), casale
‘casolare’, cavagna ‘cesta’, merda, montanea ‘montagna’, putana. Il volgare
influenza il latino, ma a sua volta esso stesso è necessariamente influenzato
(e non poco) dal latino. Lo dimostrano i volgarizzamenti, un genere costi­
tuito da traduzioni, rifacimenti e imitazioni di testi, prima di tutto classici. Il
volgarizzamento non equivale esattamente a quello che noi intendiamo per
traduzione, perché l’uomo medievale aveva nel rapporto con le sue fonti un
atteggiamento molto libero. Nel volgarizzare, cioè nel trasporre in volgare
partendo da un testo latino o francese, si realizzava di fatto una scrittura
di alto valore sperimentale e si stabilivano le strutture della prosa italiana.
Niente di strano, dunque, che le traduzioni di cui stiamo parlando risentano
degli originali latini o francesi: molto spesso il verbo viene posto in clau­
sola, alla latina; anche la sequenza determinante-determinato viene ripresa
dal latino, per cui non si dirà «erano desiderosi di lode, e larghi donatori
di pecunia», ma piuttosto «erano di lode desiderosi, e di pecunia larghi
donatori», seguendo il latino, che dice «laudis avidi, pecuniae liberales
erant». La prosa italiana, dunque, nasce nutrita di quello stesso latino che
sta cercando di soppiantare. In confronto al grande debito della prosa del
Duecento nei confronti del latino, minore risulta l’influenza del francese,
anche se esso fu addirittura usato da alcuni scriventi italiani: basti pensare
alla stesura originale del Milione da parte di Rustichello da Pisa, nel 1298,
sotto la dettatura di Marco Polo nel carcere di Genova (il Milione, opera
che godette di immediata fortuna, si diffuse poi in volgarizzamenti anche
toscani). Tra coloro che scrissero in francese ricordiamo ancora Martino da
Canal, autore de Les estoires de Venise, e anche il toscano Brunetto Latini,
il maestro di Dante, autore del Tresor. Se alcuni italiani usavano il francese
addirittura per scrivere le loro opere, riconoscendogli il pregio di essere la
più piacevole tra le lingue, niente di strano che il francese influenzasse i
volgarizzatori. L’influenza del francese sul volgare italiano si può verificare
nel gran numero di prestiti lessicali: attingendo a una traduzione del Tesoro
di Brunetto Latini, si possono citare come esempio alcuni di questi vistosi
122 Capitolo 6

francesismi, quali giadì ‘un tempo’ (fr. jadis) e (comunissimi, questi ultimi,
anche in altri testi) argento per ‘denaro’, vile per ‘città’ (cfr. fr. argent e
ville).
È importante ricordare che, nel Duecento, alle due lingue di comune impiego
nella prosa, cioè il latino e il francese, non si contrappone ancora un tipo
unico di volgare, e predomina anzi una sostanziale varietà. Wartburg [1940,
8] non a caso ebbe a scrivere che «è evidente a chi cerchi di scrutare il passato
dello spazio linguistico italiano, che nessun altro paese romanzo è stato meno
predestinato a diventare un’unità linguistica». Questo dato di fatto, valido
dalla romanità ai longobardi, venne superato gradualmente proprio alla fine
del Medioevo, ma sempre in condizioni in cui prevaleva la variabilità, dav­
vero notevole nel XIII secolo. Ci sono testi in prosa dall’aspetto fortemente
settentrionale. Una posizione di prestigio va assegnata a un centro di cultura
Testo a pp. 134- come Bologna, città di Guido Faba, autore della Gemma purpurea (trattato
136 di retorica con alcune formule in volgare) e soprattutto autore dei Parlamenta
et epistole, modelli di prosa epistolare e di oratoria. Il volgare presente nel
latino della Gemma si riduce a ben poca cosa, mentre i Parlamenta contengono
modelli di oratoria e di lettere in lingua bolognese illustre, fortemente esposta
all’influenza del latino. Si tratta di un esperimento tanto più notevole, perché
l’autore vuole applicare al volgare le regole retoriche, offrendo al pubblico
modelli di prosa elegante. In questa prosa i tratti dialettali vengono in gran
parte eliminati, anche se non schivati del tutto.
Abbiamo detto che non esiste una prosa-modello che in questo secolo sia
in grado di imporsi su quella delle altre regioni. Di fatto però, il ruolo della
Toscana stava delineandosi, pur se Firenze non aveva ancora assunto la
funzione egemonica che avrebbe avuto in seguito; centri diversi da Firenze,
tuttavia, hanno un rilievo notevole: Guittone è di Arezzo, come è di Arezzo
frate Ristoro, autore dell’importante trattato scientifico intitolato la Compo­
sizione del mondo (1282), unico libro di scienza dell’epoca che tenti la via
del volgare. In questo testo, in cui larga parte ha l’astronomia, troviamo già
diversi tecnicismi che saranno presenti poi nella Commedia di Dante, come
epiciclo, equatore, zodiaco ecc.
La nostra attenzione si è concentrata soprattutto sulla prosa letteraria, ma
non dobbiamo dimenticare che le occasioni nelle quali si prendeva la penna
erano sovente determinate da interessi pratici, quotidiani, economici. Le
scritture mercantili, ad esempio, sono importanti per la documentazione
dell’antico fiorentino. Abbiamo poi conti di spese amministrative comunali,
ma anche documenti privi di legame con questioni di denaro: così l’interes­
sante trattato di pace fra i pisani e l’emiro di Tunisi, risalente al 1264, in cui i
titoli dei vari capitoletti, inizialmente in latino («Prologus pacis», «Terminus
pacis»), passano poi al volgare (tra essi: «Di non fare male», «De li fonda­
chi», «De li corsali pisani»). Il testo, comunque, è tutto in volgare, fino alla
formula notarile finale, in cui si accenna all’opera di traduzione «ufficiale»
dall’arabo, secondo una procedura (ovviamente) necessaria per un trattato
internazionale.
CAPITOLO

Documenti letterari
dalle Origini al Duecento
I poeti siciliani e la prima prosa

1. VERSI INVOLGARE ITALIANO SCRITTI


DA UNO STRANIERO: RAMBALDO DI VAQUEIRAS (XII SEC.)Il

Il primo autore di versi in volgare italiano a cui possiamo far riferimento,


per la verità, non è propriamente italiano, e inoltre precede il XIII secolo:
Rambaldo di Vaqueiras (pron. vakèiras-, oggi è la località di Vacqueyras, nel
sud della Francia) era infatti provenzale, tuttavia soggiornò in Italia, alla corte
del Marchese di Monferrato, nell’odierno Piemonte. E autore di alcune tra le
prime e più belle strofe regolari in un volgare italiano, che impiegò in contesti
plurilingui caratterizzati da un notevole sperimentalismo.
Faremo riferimento a due distinti componimenti di Rambaldo. Il primo è un
contrasto biligue, scritto prima del 1194, in cui è messo in scena un giullare
che fa profferte d’amore a una donna la quale lo respinge con spirito e iro­
nia: il giullare parla provenzale, la donna risponde in un genovese intriso di
provenzalismi e di italianismi. Tra l’altro, la donna gli dice (strofa VI, vv. 4-6;
riprendiamo il testo da Linskill [1964, 101])1:

No t’entend plui d’un Toesco


o Sardo o Barbari,
ni non ò cura de ti.

Dichiara insomma di non capire la sua lingua, così come non intenderebbe un
tedesco, un sardo o un nordafricano. E appunto un’allusione alla differenza
di lingua. Il testo è divertente, vivace, pieno di inventiva, perché le differenze
di linguaggio sono utilizzate come espediente d’arte.
Analoga vivacità anima il secondo componimento, che dovrebbe essere ante­
riore al 1202: si tratta di un discordo plurilingue nel quale Rambaldo adopera,

1 Traduzione di Berghin [1956, 35], ripresa anche da Còveri [1994, 61]: «Non ti capisco
meglio d’un tedesco o d’un sardo o d’un moro e di te niente m’importa».
124 Capitolo?

in una stessa poesia, ben cinque idiomi, una strofa per ciascuno, più la strofa
finale, in cui tutti i linguaggi sono riuniti assieme: il provenzale, l’italiano, il
francese, il guascone, il galego-portoghese. Ecco la strofa in italiano, la seconda
del componimento, tratta da Linskill [ibidem, 192-193]2:

Io son quel que ben non aio,


ni jamai non l’averò,
ni per aprii ni per maio,
si per ma donna non l’ò;
5 certo que en so lengaio
sa gran beuta dir non so,
ghu fresca qe fior de glaio,
per qe no m’en partirò.

La testimonianza è di grandissimo interesse dal punto di vista linguistico,


ma non va considerata autentico e genuino specchio del parlato, non solo
perché di poesia si tratta, ma soprattutto perché chi scrive non è italiano,
e dunque può risentire dell’influenza di altre lingue di cui ha competenza,
il provenzale, il francese, oppure può aver inventato liberamente forme
linguistiche che gli parevano, a orecchio, simili alle italiane, tanto più che
in quest’epoca non esisteva ancora un vero concetto di «italiano» distinto
dalle parlate locali. Si noti che beutà ‘beltà’ (v. 6) non ha riscontro con
forme italiane coeve e assomiglia invece al francese beauté', il possessivo
sa ‘sua’ (v. 6), oltre che in francese, ricorre nel dialetto del Piemonte. Tra
le forme presenti nel testo, lengaio ‘linguaggio’ (v. 5) è tipicamente non
fiorentino: nei dialetti settentrionali abbiamo appunto lenga per ‘lingua’; la
vocale e è l’esito regolare del latino, mentre a Firenze lengua diventa lingua
per anafonesi (cfr. cap. II, § 3.1.3). La grafia qe (v. 8) si legge ‘che’ (come
del resto in que, v. 1). La grafia ghu (v. 7) potrebbe valere come il ligure e
basso piemontese ciù per ‘più’.
In sostanza, l’esperimento compiuto da questo poeta di Provenza è notevo­
lissimo, e dimostra una sua familiarità con l’Italia settentrionale, oltre che la
sua propensione allo sperimentalismo. Però non si tratta ancora di un impiego
reale e sistematico del volgare nostrano nella letteratura.

2 Edizione anche in Monteverdi [1948, 61], il quale, come Lazzeri [1942, 133-134] e come
Ugolini [1944, 7], riprende il testo di V. Crescini. Traduzione di Berghin [1956, 53]: «Io
son uno che bene non ha; né mai l’avrò, in aprile né in maggio, se non per madonna.
Certo è che nella sua lingua non so dire la gran bellezza di lei. Più fresca è del fior di
giaggiolo, per tanto da lei non mi allontano». Si noti che aprile e maggio sono i mesi della
primavera, favorevoli all’amore; si noti ancora una volta il riferimento al linguaggio della
donna, una lingua diversa dalla propria, forse l’italiano, che il poeta ammette di non usare
così bene da essere adeguato al compito di cantare la bellezza di lei.
Documenti letterari dalle Origini al Duecento 125

2. LE PRIME RACCOLTE POETICHE E IL PROBLEMA DELLA


LINGUA DEI SICILIANI

Salvo quel poco che si può collocare alla fine del XII secolo, il patrimonio della
nostra poesia più antica risale al Duecento: solo a quell’epoca troviamo vere
«scuole», cioè ambienti in cui il volgare venne impiegato sistematicamente nella
lirica d’amore, così come avevano fatto in precedenza i provenzali. La maggior
parte del patrimonio della poesia in volgare del XIII secolo ci è tramandata
da tre manoscritti, di grande importanza per lo storico della letteratura, per
il filologo, e anche per lo storico della lingua. Essi sono i seguenti:
• il Canzoniere Vaticano latino 3793, conservato alla Biblioteca Apostolica Fig. 7.1, p. 126
Vaticana3;
• il Laurenziano Rediano 9, conservato alla Biblioteca Mediceo-Laurenziana Fig. 7.2, p. 128
di Firenze;
• il Palatino 418, ora Banco Rari 217 della Biblioteca Nazionale di Firenze. Fig. 7.3, p. 129
Senza questi preziosi codici, di cui esistono ottimi facsimili fotografici [cfr.
Leonardi 2000], noi avremmo perduto quel nostro antico patrimonio di poe­
sia, cultura e lingua. Sarebbe impossibile ricostruirlo in altro modo, se non
per labili tracce, e non sapremmo ordinare e verificare le notizie storiche sulla
prima poesia non religiosa della nostra tradizione letteraria, di cui Dante ci
fornisce informazioni nel De vulgari eloquentia.
Dei tre codici sopra menzionati, il più importante è il primo, per ragioni
quantitative: ci trasmette un migliaio di componimenti, mentre gli altri due
ne contengono, messi assieme, circa la metà. E stato osservato da Gianfranco
Folena che se mancasse il Vaticano latino 3793 la produzione poetica del
Duecento risulterebbe dimezzata. Di molti autori non sospetteremmo neppure
l’esistenza. Non solo il Vaticano latino 3793 è un codice toscano, come gli altri
due, ma in più è fiorentino, scritto da due copisti non professionisti di cui
non conosciamo il nome (non sono stati identificati con certezza, nonostante
le molte ipotesi formulate). Il primo dei due ha lavorato a cavallo dei secoli
XIII e XIV. La scrittura è quella che si definisce «(proto)mercantesca», in uso
nell’ambiente della borghesia mercantile e finanziaria fiorentina. Il codice va
dunque riportato proprio alla classe sociale dei mercanti. In questo ambiente,
qualcuno sentì il bisogno di allestire per uso personale una raccolta ampia
della poesia del tempo in lingua volgare, distendendola in ordine storico,
con un rigore che stupisce, in particolare nella sezione dedicata alle canzoni
(che sono tenute distinte dai sonetti: si tratta dunque di una raccolta ordinata
in base alla forma metrica, oltre che in base alla cronologia). In apertura, ci
sono appunto i poeti siciliani, alla fine ci sono i toscani. Di sicuro Dante, al
tempo in cui scriveva il De vulgari eloquentia, ebbe tra le mani un codice molto
simile a questo, più che affine, addirittura «gemello» (per usare le parole di

3 II codice si chiama «latino» non perché sia scritto in lingua latina, ma perché i codici
della Biblioteca Vaticana sono classificati in base alla scrittura, che in questo caso è in
caratteri latini (cioè non greci o altro).
126 Capitolo?

fig. 7.1. Una canzone di Re Enzo nel Vaticano latino 3793.

Fonte: Leonardi [2000, l,f. 32rJ.


Documenti letterari dalle Origini al Duecento 127

Antonelli [1992, 28]). La fotografia che riproduciamo (fig. 7.1) è tratta dal
facsimile del manoscritto [Leonardi 2000, I, f. 32r]. Nella parte alta della
pagina, dopo i primi due blocchi di testo, posto al centro del rigo ed eviden­
ziato da un tratto di penna, sta il nome dell’autore della canzone che segue,
cioè «Ser Nascimbene di Bologna» (Sernascimbene dibolongna, nella grafia
originale). I nomi degli autori, in questo codice, sono evidenziati appunto in
questo modo. Al primo nome seguono cinque strofe, poi si incontra un altro
poeta, Messer Tomaso da Faenza.
Osservando la figura, si noterà che il copista non va a capo a ogni verso, ma
a ogni strofa, e ogni strofa inizia con una lettera grande (il nome tecnico è
«capolettera»); la fine del verso è però segnata da un puntino. Il codice non
ha figure destinate a ornarlo, vi sono solo i testi. La pagina che abbiamo
riprodotto contiene fra l’altro una canzone di Re Enzo (il figlio naturale di
Federico II), che però qui è attribuita a Ser Nascimbene di Bologna. Su di
essa ritorneremo tra poco. Per ora basti averla individuata nella fotografia: è
l’unico componimento completo della nostra figura, e comincia «Seo trovasse
pietanza».
Il secondo codice che ci ha trasmesso l’antica poesia italiana è il Lauren-
ziano Rediano 94. Contiene soprattutto l’opera di Guittone d’Arezzo (non
solo poesia, ma anche la prosa delle sue lettere), e solo secondariamente altri
autori: su 434 testi lirici, 232 sono appunto di Guittone. Anche questo can­
zoniere, così come il Vaticano latino 3793, ordina i testi per forme metriche,
e dunque è ripartito tra canzoni e sonetti, secondo l’uso del tempo. Fu scritto
da mano pisana e continuato da due mani fiorentine. Ne riproduciamo qui
una pagina in cui si notano i nomi di alcuni autori, in rosso al centro del rigo
(nella riproduzione in bianco e nero appaiono di color grigio), seguiti dai
loro sonetti (fig. 7.2). I primi due autori il cui nome compare nella figura 7.2
sono Massarello da Todi e Ser Polo da Bologna; seguono due componimenti
di «Notar Giacomo», come si legge nel testo, cioè di Giacomo da Lentini,
il più celebre tra i poeti della Scuola siciliana. Anche qui, non si va a capo
alla fine del verso, ma sono evidenziate le due quartine con una parentesi
sulla destra che le unisce, le due terzine con due segni, uno per ciascuna,
dN incipit. La scrittura è diversa da quella del Vaticano latino 3793: questa è
una scrittura «gotica».
Il terzo canzoniere, di provenienza pistoiese, il Palatino, è il meno esteso, ma
è quello esteticamente più bello, perché miniato. Vi si riconosce un prodotto
di lusso, diverso dai manoscritti descritti in precedenza. E il più antico dei tre
codici che stiamo esaminando. Dedica uno speciale tributo a Guittone, che
apre la raccolta, ma subito largo spazio hanno anche i Siciliani. La mano che
ha scritto il testo è stata riconosciuta come pistoiese. Oltre a far parte della
serie di facsimili curata da Leonardi [2000], lo si può consultare facilmente

4 Si chiama «Rediano» perché fu di proprietà di Francesco Redi, scienziato e scrittore del


Seicento, e «Laurenziano» perché è conservato alla Biblioteca Laurenziana di Firenze. Si
stima che risalga all’ultimo decennio del Duecento.
128 Capitolo?

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fig. 7.2. Una pagina del Laurenziano Rediano 9.

Fonte: Cecchi e Sapegno [1965,tav.f.t.,fra le pp.304-305].

in Internet, splendidamente riprodotto, a colori, nella Biblioteca digitale


della Biblioteca Nazionale di Firenze5. Ne riproduciamo una pagina in cui,
nel capolettera miniato, si vedono due amanti abbracciati. In rosso (ma nella
nostra riproduzione in bianco e nero tale colore appare grigio), si leggono i
nomi di due autori della Scuola siciliana, Pier delle Vigne (alla seconda riga)
e Guido delle Colonne (alla sestultima; fig. 7.3).

5 All’indirizzo [Link]
[Link] (ultimo accesso: marzo 2014).
Documenti letterari dalle Origini al Duecento 129

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a irmrr -oh-i>rjxt tOT.'CO coi fi Ut’.T.e-

f ig. 7.3. Una pagina del Palatino 418 (ora Banco Rari 217).

Fonte: Biblioteca digitale della Biblioteca Nazionale di Firenze.

Esaminati i tre principali codici che trasmettono il patrimonio poetico delle


Origini, e presa coscienza del fatto che i testi medievali si trasmettevano attra­
verso copie manoscritte, veniamo alla questione filologica legata alla Scuola
siciliana. La sorte ha voluto che proprio la trasmissione dei testi, attraverso
codici toscani, e soprattutto attraverso il Vaticano latino 3793, condizionasse
130 Capitolo?

la forma linguistica nella quale tale poesia è stata letta e conosciuta nel resto
dell’Italia, e ciò fin dal Duecento. Lasciamo la parola al grande filologo Ca­
stellani [2000, 488]:

È ragionevole pensare che i Siciliani scrivessero in siciliano. Un siciliano colto,


letterario, «illustre», con latinismi, gallicismi, prestiti dai dialetti continentali;
ma dai tratti fondamentalmente siciliani. Tuttavia i loro componimenti non
ci sono giunti quasi mai nella veste linguistica originaria, ma in canzonieri
toscani o settentrionali (solo toscani quelli ancora dugenteschi: il Vaticano
latino 3793, fiorentino, il Laurenziano Rediano 9, pisano e in parte minore
fiorentino, il Banco Rari 217 [già Palatino 418], pistoiese), dove i sicilianismi
sono presenti, sì, ma in misura ridotta, e il colorito prevalente è toscano. Di
qui la convinzione, presso alcuni studiosi delle generazioni passate (Gaspary,
Monaci, De Bartholomaeis, Bertoni) che i poeti della scuola siciliana avessero
usato una lingua simile a quella che ci appare nei canzonieri, una coinè a base
toscana (secondo il Monaci formatasi a Bologna, dove poterono incontrarsi,
intorno al secondo decennio del Dugento, il pisano [ma più probabilmente,
invece, messinese] Iacopo Mostacci, il campano Pier della Vigna da Capua
e il siciliano Giacomo da Lentini [...].

Vi è dunque una complessa questione filologica che pesa sulla trasmissione dei
testi degli antichi poeti siciliani. Di qui l’importanza delle «carte Barbieri»,
sulle quali ora ci soffermeremo per completare il quadro.
Giovanni Maria Barbieri era uno studioso del Cinquecento, esperto di poe­
sia provenzale. Egli ebbe tra le mani un codice in cui le poesie dei Siciliani
comparivano in una forma diversa da quella nota. Barbieri lesse quei testi,
provenienti da quello che chiamava il Libro siciliano, e ne trascrisse alcuni.
In seguito tale Libro siciliano andò perduto: non è mai ricomparso. Tuttavia
Barbieri non fu l’unico ad aver incontrato versi siciliani in forma diversa da
quella corrente. Anche un altro letterato del Cinquecento, Ludovico Castelve-
tro, doveva aver visto un codice simile (o un frammento di esso): ci racconta
che gli era stato mostrato da Pietro Bembo, il quale sembrava credere per
davvero all’autenticità della veste linguistica siciliana di quei componimenti .
Castelvetro, invece, se ne fece beffe, convinto che si trattasse di versi che erano
stati tradotti successivamente in siciliano [cfr. Marazzini 1989a, 202-203].
Le trascrizioni del Barbieri, benché cronologicamente molto tarde (risalgono al
Rinascimento), restano la fonte più consistente per ricostruire la veste lingui­
stica originale di quelle poesie, sempre che ad esse si dia fede. Bisogna tener
presente che uno stesso testo può essere trasmesso in maniera diversa dai vari
codici che lo tramandano. Prendiamo come esempio la canzone di Re Enzo
(figlio naturale di Federico II) che incomincia con S’eo trovasse Pietanza («Se
io trovassi Pietà»). S’eo trovasse Pietanza è «tra i casi più intricati, e intriganti,
dell’intera tradizione siciliana, sia per la costruzione del testo sia per l’attribu­
zione di paternità», come si legge nella più recente edizione dell’intero corpus

6 Bembo, però, non parla in alcun luogo di questo codice: la notizia è tramandata solo
dal Castelvetro.
Documenti letterari dalle Origini al Duecento 131

auertute chilaue . dancidere me eguerire . alingua dire


L nonlaufo . p grante | menza cagio nolafdingni . onde
prego foaue . pietà chemoua agire . efaciaui | illei ripofo .
emerzede umile mente feglialingni . ®1 Si chefia pietofa . dime
chenOme | noia . morire fella nagioia . che folo uita mipia-
cie . plei feruire ueracie . enom | paltro feruire chemauengna.

fig. 7.4. Trascrizione diplomatica della canzone di Re Enzo (Vaticano latino 3793).

Fonte: Egidi [1908].

della poesia dei Siciliani [Antonelli, Di Girolamo e Coluccia 2008, II, 729].
Esamineremo solo la parte finale della canzone (l’ultima strofa di cinque).
Prima di tutto dobbiamo affrontare un problema attributivo, per stabilire chi
sia l’autore della canzone, perché, come già abbiamo potuto notare, questa
poesia, nel codice Vaticano latino 3793, non è attribuita a Re Enzo, ma a Ser
Nascimbene da Bologna. La si trova in altri due canzonieri del Duecento dei
quali abbiamo parlato, il Palatino e il Rediano, e anche in altri antichi mano­
scritti, ma la questione non si semplifica, perché si danno svariate combina­
zioni di autori: è via via attribuita a Re Enzo con il notaio Semprebene (due
autori), o a Enzo solo, o al solo Semprebene, o persino a Enzo e Guinizelli.
Nel codice Rediano e nel Palatino (e in altri codici) manca la parte finale,
proprio quella che noi riporteremo. Invece nel Vaticano latino 3793 le strofe
ci sono tutte e cinque, ma in forma toscanizzata.
Vediamo dunque i versi della strofa finale di S’eo trovasse Pietanza così come
sono nel Vaticano latino 3793, nella trascrizione diplomatica di Egidi [1908,
99] : si legga il testo della figura 7.4. Questa sarà anche l’occasione per accostarci
alla terminologia delle discipline filologiche, e per conoscere vari tipi di edi­
zione possibili. Diciamo subito chela trascrizione diplomatica si caratterizza
per il rispetto in tutto e per tutto della forma originale: non separa le parole,
non interpreta il testo, ma dà un’immagine, per dir così, «fotografica» del
manoscritto. Non ci sono gli a capo di fine verso, mancano la punteggiatura,
gli accenti e gli apostrofi, oltre la completa divisione delle parole: tutti questi
elementi erano assenti nel manoscritto, dunque sono assenti nell’edizione
diplomatica, anche a rischio di rendere poco comprensibile il testo.
Cerchiamo ora una trascrizione dei medesimi versi che li renda un po’ più
chiari per il lettore di oggi. Nella figura 7.5 abbiamo la trascrizione ancora
molto fedele al manoscritto, ma già interpretativa, di Avalle [1992, 348],
Nell’edizione interpretativa vengono sciolte le abbreviazioni e sono intro­
dotti elementi moderni: troviamo la separazione tra le parole, la punteggiatura
e gli a capo a fine di verso, là dove il testo originale segnalava il cambio di
verso unicamente mediante un puntino.
Abbiamo dunque imparato a riconoscere i primi due tipi di edizioni, la fe­
delissima trascrizione diplomatica, e l’edizione interpretativa, in cui il testo
viene già adattato in modo da renderlo per noi più comprensibile e più leggi-
132 Capitolo?

57 La vertute eh’ il’ ave


58 d’ ancidere -me e guerire,
59 a lingua dire non 1’ auso,
60 per gran temenza c’ agio no la- sdingni;
61 onde prego soave
62 Pietà che mova a gire
63 e facia -vi i[«]] Ilei riposo,
64 e Merzede umilemente se- gli- alingni,
65 siché sia pietosa
66 di me, ché non m’ è noia
67 morire, s’ ella n’ à gioia:
68 ché solo vita mi- piacie
69 per lei servire veracie
70 e nom per altro servire che m’ avengna.

fig. 7.5. Trascrizione interpretativa della canzone di Re Enzo.

Fonte: Avalle [1992].

bile, cioè viene «interpretato». Ma Torniamo ora alla lingua del testo. Questi
versi non sono siciliani, come già abbiamo detto; tuttavia si notano alcune
forme meridionali, come auso ‘oso’, agio (aggio) per ‘ho’. Sono presenti anche
francesismi: così alingni ‘accoppi’ (nel senso di ‘unisca’); -ngn- nelle parole
sdingni e alingni è. grafia del tempo per -gn- (abbiamo già trovato «Bolongna»
nel rigo in cui il codice Vaticano 3793 indicava l’autore della canzone). Diamo
una parafrasi in italiano moderno:

Non oso dire a voce la forza che lei ha di uccidermi e di guarirmi, per il gran
timore che ho di provocarne lo sdegno, per cui soavemente prego Pietà che
si muova per andare e faccia sosta presso di lei, e a lei per accompagnarla si
accoppi docilmente Mercede, così che la donna sia misericordiosa verso di
me, perché non mi dispiace morire, se lei ne ha gioia; ché mi piace vivere solo
per servire lei sinceramente e non per altro servire che mi possa avvenire.

I versi, così come li abbiamo letti, non si presentano in veste siciliana. Per
ritrovare questa veste, dobbiamo ricorrere a una diversa fonte: appunto la
trascrizione del Barbieri, dal perduto Libro siciliano, trascrizione che è ben
più tarda, perché risale al XVI secolo (ricaviamo la trascrizione delle carte
Barbieri da De Bartholomaeis [1927, 91, vv. 57-70], ma introducendo le cor­
rezioni di Contini [2007,1, 280], verificando con l’apparato di Di Girolamo
[2008, 735-36]):

La virtuti ch’ill’àvi
D’alcìrim’e guariri
A lingua dir nu l’ausu
Documenti letterari dalle Origini al Duecento 133

60 Per gran timanza ch’azo nu ll’isdegni;


Però prego soavi
Piata che mov’a giri
E faza in lui ripausu
E merci umilmenti si s’aligni,
65 Sì che sia piatusa
Ver mi, chi nu mi voglia [noglia]
Morir, si ll’ardor coglia;
che sol vivri mi plaze
Pir lei servir virazi,
70 Piu chi per altrui beni chi m’avegna.

Qui, finalmente, la traccia della veste linguistica siciliana è riconoscibile: si


notino le vocali i e u al posto delle toscane e e o, in posizione tonica e anche
atona. Questa sarebbe dunque la forma quasi autentica dei versi. Il quasi è
d obbligo, perché in realtà il testo contiene diverse probabili scorrettezze:
benché la veste siciliana nella trascrizione di Barbieri sia visibile, ci sono alcuni
elementi che non sono affatto meridionali e anzi si riconoscono come forme
del Settentrione d’Italia: così, al v. 69, virazi ‘verace’, in cui viene fra l’altro
a cadere la rima con il v. 68 (con plaze). Questo settentrionalismo, assieme
ad altri analoghi nel resto del componimento, prova che le carte Barbieri o
il Libro siciliano in suo possesso non trasmettono in tutto e per tutto la vera
forma originale della poesia siciliana, ma un’immagine di essa già deformata
da copisti settentrionali.
E possibile trarre alcune conclusioni generali dalla nostra esemplificazione,
utili per farci comprendere scopi e problemi della filologia, la disciplina che
si occupa dell’edizione dei testi, ed è strettamente legata alla storia della
lingua. Abbiamo esaminato i caratteri dell’edizione diplomatica e di quella
interpretativa. Più avanti vedremo in che cosa consiste l’edizione critica. In
riferimento alla poesia di cui ci stiamo occupando, osserviamo che:
1. la sua attribuzione non è uniforme nei vari codici, che suggeriscono a volte
un solo autore, a volte più d’uno, tanto che si è pensato persino che si tratti
di una poesia scritta da Re Enzo, e magari completata da altri, o addirittura
scritta a quattro mani, lontano dalla Sicilia (Enzo fu prigioniero a Bologna
dal 1249 fino alla morte, nel 1272, e Bologna divenne presto, con Guinizelli,
la capitale dello stilnovismo, quindi il centro della nuova poesia italiana);
2. anche prendendo per buona la versione di Barbieri, che si presenta in lingua
siciliana, si riscontrano alcuni errori, che non possono essere propri della forma
siciliana originaria; il filologo deve dunque intervenire anche in questo caso.
3. la veste sicilianizzata si trova solo nelle carte Barbieri, nelle ultime due
strofe della canzone, strofe che invece mancano in diversi codici; il codice
Vaticano latino 3793, prezioso per la sua antichità, contiene le strofe, come
abbiamo visto, ma in forma toscanizzata, cioè in una forma che non riteniamo
quella originale, ma risale ai copisti toscani del XIII secolo;
4. a questo punto, stabilire la «verità» di un testo risulta operazione assai
complessa; filologia e storia della lingua risultano strettamente collegate, in
134 Capitolo?

questo come in altri casi. Per compiere osservazioni linguistiche, occorre co­
noscere tutti i problemi testuali e disporne di un testo affidabile e corretto,
frutto di un buon lavoro di revisione filologica.

3. GUIDO FABA: LA PRIMA PROSA

Veniamo ora al più antico autore italiano in prosa, Guido Faba (o Fava, come
alcuni preferiscono chiamarlo), della prima metà del XIII secolo. Egli scrisse le
proprie opere in buona parte in latino, Summa dictaminis, Dictamina rhetorica
ecc. Erano il frutto del suo insegnamento di retorica a Bologna. Accanto a
queste opere latine, però, con notevole spirito innovativo, ne produsse altre,
in cui le tecniche della retorica, in forma di prontuari e di esemplificazioni
pronte per l’uso, erano applicate anche alla lingua volgare. Nella Gemma
purpurea si trovano suggerimenti per scrivere lettere, con esempi in latino e
in volgare. Daremo un breve saggio della Gemma purpurea, riproducendo,
da Segre e Marti [1959, 7-8], una delle formule epistolari in volgare, la VE:

VI. Quando eo vego la vostra splendiente persona, per grande alegranca me


pare ch’eo scia in paradiso; sì me prende lo vostro amore, donna fengore,
sovra onne bella.

Il tema è l’amore: le alate parole ricordano la poesia cortese, visto che ci si


rivolge a una bellissima «donna gentile». In altri casi Faba suggerisce formule
di complimento, di preghiera, di amicizia, di raccomandazione, secondo un
repertorio consueto al genere retorico e all’epistolografia, che resterà stabile
per secoli. La lingua usata, benché caratterizzata da forti settentrionalismi
ed elementi dialettali, è pur sempre un volgare illustre, nutrito di latinismi,
ben distinto dalla comune parlata dialettale del tempo, come era adoperata
nella vita quotidiana: basti pensare alla presenza delle vocali finali, che nella
parlata dialettale settentrionale sarebbero verosimilmente cadute, dando luogo
a forme come «paradis», «amor» ecc.
L’altra opera di Faba in cui entra il volgare sono i Parlamenta et epistole, modelli
di discorsi e lettere. Si tratta di discorsi realistici e adatti alla vita pratica,
ma anche, in taluni casi, di giochi retorici: vi è ad esempio un contrasto tra
la Quaresima e il Carnevale, trasformati in figure personificate le quali si
accusano reciprocamente delle proprie colpe: la Quaresima è triste e noiosa,
il Carnevale è peccatore e sconsiderato (non si tratta di un tema insolito nella
letteratura medievale romanza).
Presenteremo un solo esempio di queste lettere di Faba, un argomento di
carattere studentesco relativo alla vita universitaria medievale, ma ancora oggi

' Parafrasi in italiano moderno: «Quando io vedo la vostra splendente persona, per la
grande allegrezza mi pare che io sia in paradiso; così tanto mi conquista il vostro amore,
o donna gentile, più bella di tutte».
Documenti letterari dalle Origini al Duecento 135

attuale: si tratta della richiesta di denaro rivolta al padre da un giovane che è


andato a Bologna a studiare filosofia. Il giovanotto, rimasto senza quattrini,
batte cassa in forma elegante, in maniera consona ai dettami della retorica.
Si tenga presente che la lettera è fittizia: si tratta di un modello fornito dal
maestro di retorica. Il titolo è in latino, ma il testo prosegue in volgare. Segui­
remo l’edizione allestita da Castellani [1997,247], la quale si caratterizza per
la fedeltà alla grafia originale. Si noteranno, entro parentesi tonda, le abbre
viazioni sciolte dall’editore, il quale ha anche introdotto un segno speciale
FI per contrassegnare «lettere o parole congetturali o ricavate dal confronto
cogli altri testimoni» [Castellani 1997,232]. Il segno / è usato per espungere
il testo incluso tra le due barre8* il
.

D (e) filio ad patre(m) p(ro) pecunia.


Andato sono al prato d(e)la phylosophya, bello, delectevele (e) glorioso, (e) volsi
coglere flore d(e) div(er)si colori a 50 ch’eo fecesse una corona d(e) mereveglosa
belleca, la quale resplendesse i(n) lo meo capo (e) i(n) la n(ost)ra terra ali amisi
(e) pare(n)ti reddesse odore gratioso. Malo guardiano del cardino (con)tradis-
se s’eo no li facessi doni placeveli (e) honesti. Unde, i(n) p(er) quello che n lol ò
/ne/ che despendere, si la vostra lib(er)alita vole che vegna a cota(n)to honore,
voglatime ma(n)dare pecu(n)ia i(n) p(re)sente, sci che i(n) lo cardino i(n) lo
quale sono i(n)trato possa stare e coglere fructo p(re)tioso.

Flore (rigo 3) è plurale ‘fiori’, e si spiega con la scarsa percezione dei settentrio­
nali per le vocali finali atone. Il tema del fiore è uno dei caratteri retorici del
testo: ci sono il «prato» della filosofia, i «fiori» colorati, la «corona» di fiori.
Si noti la forma non dittongata in vole ‘vuole’ (rigo 7). Tra i settentrionalismi,
si osservino: amisi ‘amici’ (rigo 4), vegna con la palatalizzazione della n di
vema(m) (rigo 7). Sci per ‘sì’, con passaggio di v a ve davanti a i (rigo 8) non
è solo settentrionale, ma Dante considerava Deusci ‘Dio sì’ una caratteristica
forma romagnola [cfr. Rohlfs 1966-1969,1, 165]. Molti sono i latinismi, an­
che grafici: conservazione del nesso -et- in delectevele, fructo, -ti- in gratioso,
pretioso, -fi- in flore, i termini unde, pecunia. Altre grafie latineggiami sono:
phylosophyia con il phy- (rigo 2), honesti e honore con Yh- iniziale (righi 6 e
7). Altri editori hanno trascritto normalizzando queste grafie alla maniera
moderna [cfr. Segre e Marti 1959,17]. Bisogna prendere atto che la tendenza
è oggi verso una maggiore conservazione, anche negli elementi grafici, in
base alla convinzione che «il sistema scritto di una lingua da un lato presenta
caratteristiche storicamente e culturalmente motivate e dall’altro tende a

8 Parafrasi in italiano moderno: «Il figlio al padre per (avere) denari. Sono andato al prato
della Filosofia, piacevole e apportatore di fama, e ho voluto cogliere fiori di diversi colori,
acciò che io facessi una corona di meravigliosa bellezza con tutto questo sapere, la quale
risplendesse sul mio capo e nel nostro paese facesse una bella impressione su parenti e
amici. Ma il guardiano del giardino [sarà il professore] si mise contro, se non gli facessi
doni piacevoli e onorevoli. Quindi poiché non ho di che spendere, se la vostra liberalità
vuole [cioè: se voi, nella vostra liberalità, volete] che io raggiunga tale onore, vogliatemi
mandare denaro subito, così che io possa stare nel giardino in cui sono entrato e cogliere
il frutto prezioso».
136 Capitolo?

rappresentarne la fonologia» [Coluccia 2002, 114]. Quanto al tono retorico


elevato, si noti l’incipit (esordio), in cui lo studio della filosofia è descritto
metaforicamente come un prato in cui si colgono fiori per fare una corona
che risplende sul capo dell’allievo e lo rende ammirevole a parenti e amici.
La metafora continua nella figura del guardiano del giardino.
In sintesi: questa è la prima prosa italiana, e viene da una città del Setten­
trione, Bologna, famosa come centro di cultura e di studi. Sono presenti tratti
settentrionali e locali, e non potrebbe essere altrimenti, ma allo stesso tempo
l’autore, che mira a un risultato alto, di prosa formalmente elaborata, si è
sforzato di staccarsi dalla parlata strettamente locale, aiutandosi in ciò con il
latino. La sua è insomma una lingua illustre, non popolare.

4. LA PRIMA PROSA NARRATIVA TOSCANA: IL NOVELLINO*Il

Il Novellino è molto importante per la prosa dell’italiano antico, in quanto


primo esempio di testo narrativo con intento d’arte. Il genere è la novella.
Certo, la prosa di Boccaccio avrà ben altra complessità, ma qui si raggiungono
già risultati di rilievo. Per di più, la lingua è fiorentina: ad essa fu precocemente
riconosciuto (fin dai tempi di Bembo) il pregio della buona qualità letteraria.
Per secoli, in quest’opera si riconobbe un modello di «bel parlare», cioè di
prosa elegante e pura.
Il testo, anonimo, presenta un problema filologico: la vulgata non è legata ai
codici più antichi che ci hanno trasmesso la raccolta di novelle, ma alla stampa
cinquecentesca. Il Cinquecento fu secolo decisivo per la storia di questo li­
bro: basti pensare che persino il titolo con cui lo designiamo comunemente,
Novellino, risale al 1525 : fu usato da Giovanni Della Casa in una lettera al
Gualteruzzi, curatore della prima stampa. Nei manoscritti la designazione
invece era Libro di novelle et di bel parlar gientile (si noti il riferimento al
«bel parlare») o Cento novelle. Nel 1523 il letterato Giulio Camillo Delminio
fece fare una copia manoscritta dell’opera per Pietro Bembo, molto simile
al testo della princeps, stampata nel 1525 a Bologna a cura del Gualteruzzi
[cfr. L.B. Ricci in Asor Rosa 1992, 61-83]. Illustri filologi hanno comunque
dato fiducia all’accoppiata costituita dal manoscritto del 1523 e dalla stampa
del 1525, dietro alla quale sta verosimilmente un codice comune, perduto9.
Ricaviamo il testo da Segre e Marti [1959, 797 e 828], scegliendo una parte
dell’introduzione e una novella molto breve, la XXXV.
L’introduzione documenta un momento retoricamente alto. Prima di tutto
viene spiegato quale sarà il contenuto del libro: tratterà di cortesie, bei motti,
atti di valore, di generosità, amori; sono temi che ricorreranno poi largamente

9 Cesare Segre ha scritto che il testo risultante dal manoscritto del 1523 è «complessi­
vamente soddisfacente, e [...] conserva abbastanza fedelmente l’ordine originario (ordine
e numero delle novelle, infatti, sono altrove differenti)» [Segre e Marti 1959, 1098], Gli
altri testimoni (quattro manoscritti grosso modo trecenteschi, e un altro sicuramente
quattrocentesco), benché più antichi, risultano meno affidabili.
Documenti letterari dalle Origini al Duecento 137

anche nelle novelle di Boccaccio. Si descrive al lettore la teoria del parlare


fiorito ed elegante, apprezzato in quanto tale, come cosa preziosa, perché in
esso parla il cuore, e inoltre la narrazione ha il potere di rallegrare gli uomini
in maniera onesta e cortese. In realtà certe novelle della raccolta, come quella
che abbiamo scelto, non evitano un linguaggio realistico e vivace. Assistiamo
qui a una contesa tra il maestro, il famoso professore di medicina Taddeo
Alderotti, e un anonimo allievo. L’allievo nella sostanza ha ragione, avendo
sperimentato la falsità della tesi del professore, ma nella contesa fa uso di un
gesto scurrile, quasi per far trionfare così pubblicamente i propri argomenti.
Lì sta l’errore: il maestro lo batte in eleganza e il «bel motto» premia chi è
più cortese, a danno del più rozzo. Si noti come la storia venga narrata in
pochissime battute, e su di esse si concentri. L’introduzione al libro prende
le mosse dalla citazione di un passo del Vangelo, da Luca 6,45, dove si legge
che «Con la bocca si esprime tutto ciò che si ha nel cuore».

QUESTO LIBRO TRATTA D’ALQUANTI FIORI DI PARLARE, DI BELLE CORTESIE E


E DI BELLE VALENTIE E DONI, SECONDO CHE PER LO TEMPO
DI BE’ RISPOSI1011
PASSATO HANNO FATTI MOLTI VALENTI UOMINI

Quando lo Nostro Signore Gesù Cristo parlava umanamente11 con noi, infra
l’altre sue parole, ne disse che dell’abondanza del cuore parla la lingua. Voi
ch’avete i cuori gentili e nobili infra li altri, acconciate le vostre menti e le
vostre parole nel piacere di Dio, parlando, onorando e temendo e laudando
quel Signore nostro che n’amò prima che elli ne criasse, e prima che noi
medesimi ce amassimo. E [se] in alcuna parte, non dispiacendo a lui, si
può parlare, per rallegrare il corpo e sovenire e sostentare, facciasi con più
onestade e [con] più cortesia che fare si puote. E acciò che li nobili e gentili
sono nel parlare e ne l’opere quasi com’uno specchio appo i minori, acciò che
il loro parlare è più gradito, però ch’esce di più dilicato stormento, facciamo
qui memoria d’alquanti fiori di parlare, di belle cortesie e di belli risposi e
di belle valentie, di belli donari e di belli amori, secondo che per lo tempo
passato hanno fatto già molti. E chi avrà cuore nobile e intelligenzia sottile
sì l[i] potrà simigliare per lo tempo che verrà per innanzi, e argomentare e
dire e raccontare in quelle parti dove avranno luogo, a prode e a piacere di
coloro che non sanno e disiderano di sapere [...].

XXXV

Qui conta del maestro Taddeo di Bologna.


Maestro Taddeo leggendo a’ suoi scolari in medicina, trovò, che [chi]
continuo mangiasse nove dì petronciano, diverebbe matto. E pro [va] vaio
secondo la fisica. Un suo scolaro, udendo quel capitolo, propuosesi di vo­
lerlo provare. Prese a mangiare de’ petronciani, e in capo de’ nove dì venne
dinanzi al maestro, e disse: - Maestro, il cotale capitolo che leggeste non è

10 risposi-, risposte.
11 umanamente-, essendosi fatto uomo.
138 Capitolo 7

vero, però ch’io l’hoe provato, e non sono matto. - E pure alzasi e mostrolli
il culo. - Scrivete, - disse il maestro - che tutto questo è del petronciano12 e
provato è; e facciasene nuova chiosa.

Nel brano I ricorrono diversi termini toscani: acconciare ‘preparare’, sovenire


‘sostenere’, sostentare ‘confortare’, appo ‘presso’, acciò che nel significato di
‘poiché’, che si ritrova anche in Dante, però che ‘poiché’, donari ‘doni’ infinito
sostantivato, simigliare ‘emulare, imitare’, a prode ‘a vantaggio’. In stormento
(‘strumento’) si ha l’esito irregolare in o da U pretonica latina (come in altre
parole italiane: si pensi all’arcaismo romoref e la metatesi di r. In belli amori
‘begli amori’ la forma plurale regolare belli non è palatalizzata.
Il Qui conta del titoletto di XXXV di fatto ha valore impersonale, anche se il
soggetto può essere ‘il libro’. In XXXV spicca il toscanismopetronciano (‘me­
lanzana’). Propuosesi ‘si propose’ è forma dittongata e con pronome enclitico.
In hoe ‘ho’ compare una vocale parassita dopo la tonica, secondo un uso non
inconsueto nel toscano. Ricorrono anche interessanti termini tecnici che ricon­
ducono all’uso accademico, visto che l’aneddoto è ambientato nell’università
di Bologna, dove il fiorentino Alderotti insegnava: Maestro, titolo di rispetto
riservato a chi padroneggiava una disciplina e la insegnava, leggendo ‘tenendo
una lezione universitaria’, provavaio secondo la fisica ‘lo dimostrava secondo
l’arte medica’ (non si intende la fisica in generale, ma in maniera specifica la
scienza relativa alla salute dei corpi), provato è ‘è dimostrato’ (mentre, riferito
allo studente, significa piuttosto ‘metterlo alla prova’), capitolo ‘argomento di
lezione’, chiosa ‘aggiunta, commento’ secondo l’uso scolastico, come si usava
fare in riferimento agli autori classici, per spiegarli e confermarli. In questo
contesto accademico, è ovvio che il crudo termine realistico spicca ancor
meglio, per contrasto. Si noti il repentino cambiamento del tempo verbale
in XXXV: alzasi e mostrolli. In sostanza, questa è la prima prosa novellistica
italiana, e viene da Firenze, la città che stabilirà un duraturo primato nella
novella grazie a Boccaccio.

12 è del petronciano'. è provocato dalle virtù della melanzana.

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