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Il Duecento
Romano; troviamo poeti italiani che scrivono essi stessi in provenzale, imi
tando i trovatori. I poeti siciliani fecero qualche cosa del genere, in quanto
imitarono la poesia provenzale: ma (qui sta l’importante innovazione) ebbero
l’idea di sostituire a quella lingua forestiera un volgare locale, il volgare di
Sicilia. Per quanto il poetare rientrasse in un semplice gioco di corte, questa
sostituzione fu decisiva per la nostra tradizione poetica, come dimostra fra
l’altro il giudizio molto positivo che Dante diede di quella scuola e come
attesta l’eredità (anche linguistica, oltre che di temi e motivi) che essa lasciò
alla nostra letteratura.
Per apprezzare appieno il significato della scelta linguistica compiuta dai poeti
della corte di Federico, occorre tener presente che l’adozione del siciliano
non era affatto dettata da un gusto per la popolarità «naturale». Ci si può
chiedere anzi perché fosse adottato proprio il siciliano insulare e non uno
degli idiomi del Meridione continentale. Lo stesso imperatore Federico poetò
in lingua di Sicilia, benché non fosse siciliano di nascita. La corte federiciana
era un ambiente internazionale, disponibile persino agli apporti della cultura
araba, che il sovrano apprezzava. Egli era (ovviamente) in grado di usare il
latino, come si vede tra l’altro nella prosa del suo trattato di falconeria, De
arte venandi cum avibus («L’arte di cacciare con gli uccelli da preda»). Alcuni
tra i poeti siciliani non sono affatto siciliani: Percivalle Doria (che affianca
il siciliano al provenzale) è ligure, e i nomi stessi sembrano rivelare l’origine
continentale di Giacomino Pugliese (se è un etnico e non un patronimico),
di Rinaldo d’Aquino, dell’Abate di Tivoli. Ciò dimostra che la scelta del
siciliano fu dotata di valore formale, e infatti il volgare della poesia siciliana
(coerentemente con la tematica di quella poesia d’amore) è altamente forma-
lizzato, raffinato. Grazie all’influenza della letteratura d’oc, la nuova poesia
volgare nacque già matura. Vi entrarono in gran numero termini provenzali
o arieggianti la lingua provenzale, come le forme in -agio (coragio ‘cuore’) e in
-anza-. amanza, intendenza, allegranza, speranza, dimoranza, credanza, leanza.
Le forme provenzali o comunque francesizzanti, benché frequenti, non sono
obbligate: a volte si alternano a quelle italiane.
Testi a pp. 125- Il corpus della poesia delle nostre origini, compresa quella dei Siciliani, è stato
134 trasmesso da codici medievali scritti da copisti toscani. Nel Medioevo copiare
non era operazione neutrale, che garantisse sempre il rispetto dell’originale.
I copisti toscani intervennero appunto sulla forma linguistica della poesia
siciliana con una vera operazione di traduzione, eliminando per quanto
possibile i tratti siciliani che stridevano alle loro orecchie. Essendosi perduta
quasi subito la coscienza di questo intervento, la forma toscanizzata fu presa
per quella originale. Già Dante la riteneva tale, senza ombra di dubbio. La
sconfitta degli Svevi e l’avvento degli Angioini portò con sé anche la distruzione
fisica dei manoscritti di origine siciliana o meridionale, e dunque i manoscritti
toscani restarono gli unici a conservare quella tradizione. Dante, addirittura,
potè costruire la propria teoria linguistica basandosi sulla certezza che i poeti
siciliani si fossero totalmente liberati dai tratti locali: in realtà la pulizia (se
vogliamo chiamarla così) era stata fatta da altri.
Il Duecento 113
quando si è trovato di fronte il miso, non gli ha sostituito messo, troppo distante
dal modello (così avrebbe distrutto totalmente la rima, perché preso e messo
non rimano tra loro). D’altra parte, meso non esisteva in toscano. Il copista,
allora, bloccato da questa difficoltà, ha lasciato la parola come l’aveva trovata,
dando però luogo alla rima imperfetta preso : miso. E questa la spia dell’o
perazione di travestimento in panni toscani. Altri casi simili hanno prodotto
rime come conduce : croce, ora : pintura, uso : amoroso, avere : morire, le quali
diventano perfette solo se riportate alla lingua originale {conduci : cruci, ura :
pintura, usu : amurusu, aviri : muriri). Un curioso esempio può dimostrare
la lunga durata della rima siciliana nel linguaggio letterario. Sulla collina di
Torino un grande Parco della Rimembranza ricorda i caduti della Prima guerra
mondiale. Un’ara che si incontra in questo parco (la cui costruzione risale al
periodo tra le due guerre, quindi alla prima metà del Novecento) reca incisi
i seguenti tre versi, qualitativamente modesti, ma assai interessanti:
La rima fiume : nome, benché probabilmente inedita nella prassi dei poeti
italiani, risulta accettabile ed anzi elegante proprio per la tradizione della
rima siciliana, la cui memoria, evidentemente, era ancor viva quando venne
collocata l’iscrizione.
1 Vìgili è aggettivo. Il senso dei versi è il seguente: ‘Sotto lo sguardo attento dell’Alpe che
ci è madre (le Alpi che si vedono attorno) e del fiume (il Po) la città di Torino esalta con
gli alberi sacri che sono stati piantati nel parco il sacrifico e il nome dei suoi figli (morti
nella Prima guerra mondiale)’. Ovviamente qui non interessa il valore letterario dei versi,
ma la scelta linguistica di chi li compose.
Il Duecento 115
gua, tuttavia, deve prendere atto di una sostanziale continuità con la tradizione
poetica anteriore. Permangono cioè gli elementi che abbiamo già avuto modo
di mettere in evidenza: i gallicismi, i provenzalismi, i sicilianismi. Possiamo
citare i seguenti gallicismi presenti in Guinizelli: riviera ‘fiume’, rempaira ‘ri
torna’, feresmire ‘specchiarsi’, giano ‘giallo’; i seguenti provenzalismi: sclarisce,
enveggia ‘invidia’, oltre alla serie in -anza (i consueti allegrarmi, intendanza,
amanza ecc.); sono sicilianismi le forme saccio ‘so’, aggio ‘ho’, have ‘ha’, miso
‘messo’, feruta ‘ferito’, sorpriso ‘sorpreso’. Nella miscela linguistica di Gui
nizelli, in cui entrano i citati elementi, segno di una lingua illustre, entrano
anche alcune forme che richiamano il bolognese, come saver ‘sapere’, donqua
‘dunque’, cò ‘capo’, come i gerundi volgiando, siando, comel’assibilazione di c
davanti a vocale palatale (dise ‘dice’). In Guido Cavalcanti, l’amico di Dante,
troviamo, come in Guinizelli, le forme suffissali in -anza, i meridionalismi di
origine siciliana (come ave, feruta, saccio, prisof le rime siciliane del tipo noi :
altrui, i consueti provenzalismi. Sono presenti anche tratti toscani, come il
condizionale in -ebbe (accanto a quello di origine siciliana in -zh), il pronome
personale io a fianco del siculo-toscano eo, la i prostetica listar ‘stare’), le
forme dittongate come priego,fuoro, la forma fue ‘fu’.
In linea generale le prime esperienze poetiche di Dante appaiono ben inserite
nella poesia volgare di Firenze, sia per i temi, sia per le forme linguistiche.
Prevedibile, dunque, la presenza di sicilianismi e gallicismi di vario genere;
ma, al tempo stesso, il lessico della poesia (pur nella sua relativa limitatezza)
segna una crescita quantitativa, e le possibilità linguistiche sono affidate anche
a una struttura della frase più variata. Nella Vita nuova Dante, commentando
in prosa una scelta delle proprie poesie, realizzò un connubio particolare tra
i due generi, e divenne egli stesso uno dei fondatori della prosa in volgare.
Anche il Convivio rappresenta un’unione del genere, tra la poesia e il com
mento dottrinale in prosa. Nella Vita nuova la priorità va comunque alla lirica,
perché la prosa è posta al servizio della poesia, in funzione gerarchicamente
subalterna e ancillare.
Dante non solo fu grande poeta e padre della lingua italiana, ma fu anche Testo a pp. 161-
il primo teorico del volgare, nel senso che gli dedicò attenzione, cercò di 164
comprenderne l’origine e di stabilire quale dovesse essere per raggiungere i
massimi risultati d’arte. Le idee di Dante sul volgare si leggono nel Convivio e
nel De vulgari eloquentia. Nel Convivio il volgare viene celebrato come «sole
nuovo» destinato a splendere al posto del latino per un pubblico che non
è in grado di comprendere la lingua dei classici: il giudizio di Dante nasce
dunque, oltre che da una profonda fiducia nelle possibilità della nuova lingua,
da un’istanza di divulgazione più larga ed efficace. Altra questione toccata
in entrambi i testi (ma risolta nell’uno e nell’altro in maniera diversa) è la
maggiore o minore dignità dell’una e dell’altra lingua: nel Convivio, scritto
118 Capitolo 6
francesismi, quali giadì ‘un tempo’ (fr. jadis) e (comunissimi, questi ultimi,
anche in altri testi) argento per ‘denaro’, vile per ‘città’ (cfr. fr. argent e
ville).
È importante ricordare che, nel Duecento, alle due lingue di comune impiego
nella prosa, cioè il latino e il francese, non si contrappone ancora un tipo
unico di volgare, e predomina anzi una sostanziale varietà. Wartburg [1940,
8] non a caso ebbe a scrivere che «è evidente a chi cerchi di scrutare il passato
dello spazio linguistico italiano, che nessun altro paese romanzo è stato meno
predestinato a diventare un’unità linguistica». Questo dato di fatto, valido
dalla romanità ai longobardi, venne superato gradualmente proprio alla fine
del Medioevo, ma sempre in condizioni in cui prevaleva la variabilità, dav
vero notevole nel XIII secolo. Ci sono testi in prosa dall’aspetto fortemente
settentrionale. Una posizione di prestigio va assegnata a un centro di cultura
Testo a pp. 134- come Bologna, città di Guido Faba, autore della Gemma purpurea (trattato
136 di retorica con alcune formule in volgare) e soprattutto autore dei Parlamenta
et epistole, modelli di prosa epistolare e di oratoria. Il volgare presente nel
latino della Gemma si riduce a ben poca cosa, mentre i Parlamenta contengono
modelli di oratoria e di lettere in lingua bolognese illustre, fortemente esposta
all’influenza del latino. Si tratta di un esperimento tanto più notevole, perché
l’autore vuole applicare al volgare le regole retoriche, offrendo al pubblico
modelli di prosa elegante. In questa prosa i tratti dialettali vengono in gran
parte eliminati, anche se non schivati del tutto.
Abbiamo detto che non esiste una prosa-modello che in questo secolo sia
in grado di imporsi su quella delle altre regioni. Di fatto però, il ruolo della
Toscana stava delineandosi, pur se Firenze non aveva ancora assunto la
funzione egemonica che avrebbe avuto in seguito; centri diversi da Firenze,
tuttavia, hanno un rilievo notevole: Guittone è di Arezzo, come è di Arezzo
frate Ristoro, autore dell’importante trattato scientifico intitolato la Compo
sizione del mondo (1282), unico libro di scienza dell’epoca che tenti la via
del volgare. In questo testo, in cui larga parte ha l’astronomia, troviamo già
diversi tecnicismi che saranno presenti poi nella Commedia di Dante, come
epiciclo, equatore, zodiaco ecc.
La nostra attenzione si è concentrata soprattutto sulla prosa letteraria, ma
non dobbiamo dimenticare che le occasioni nelle quali si prendeva la penna
erano sovente determinate da interessi pratici, quotidiani, economici. Le
scritture mercantili, ad esempio, sono importanti per la documentazione
dell’antico fiorentino. Abbiamo poi conti di spese amministrative comunali,
ma anche documenti privi di legame con questioni di denaro: così l’interes
sante trattato di pace fra i pisani e l’emiro di Tunisi, risalente al 1264, in cui i
titoli dei vari capitoletti, inizialmente in latino («Prologus pacis», «Terminus
pacis»), passano poi al volgare (tra essi: «Di non fare male», «De li fonda
chi», «De li corsali pisani»). Il testo, comunque, è tutto in volgare, fino alla
formula notarile finale, in cui si accenna all’opera di traduzione «ufficiale»
dall’arabo, secondo una procedura (ovviamente) necessaria per un trattato
internazionale.
CAPITOLO
Documenti letterari
dalle Origini al Duecento
I poeti siciliani e la prima prosa
Dichiara insomma di non capire la sua lingua, così come non intenderebbe un
tedesco, un sardo o un nordafricano. E appunto un’allusione alla differenza
di lingua. Il testo è divertente, vivace, pieno di inventiva, perché le differenze
di linguaggio sono utilizzate come espediente d’arte.
Analoga vivacità anima il secondo componimento, che dovrebbe essere ante
riore al 1202: si tratta di un discordo plurilingue nel quale Rambaldo adopera,
1 Traduzione di Berghin [1956, 35], ripresa anche da Còveri [1994, 61]: «Non ti capisco
meglio d’un tedesco o d’un sardo o d’un moro e di te niente m’importa».
124 Capitolo?
in una stessa poesia, ben cinque idiomi, una strofa per ciascuno, più la strofa
finale, in cui tutti i linguaggi sono riuniti assieme: il provenzale, l’italiano, il
francese, il guascone, il galego-portoghese. Ecco la strofa in italiano, la seconda
del componimento, tratta da Linskill [ibidem, 192-193]2:
2 Edizione anche in Monteverdi [1948, 61], il quale, come Lazzeri [1942, 133-134] e come
Ugolini [1944, 7], riprende il testo di V. Crescini. Traduzione di Berghin [1956, 53]: «Io
son uno che bene non ha; né mai l’avrò, in aprile né in maggio, se non per madonna.
Certo è che nella sua lingua non so dire la gran bellezza di lei. Più fresca è del fior di
giaggiolo, per tanto da lei non mi allontano». Si noti che aprile e maggio sono i mesi della
primavera, favorevoli all’amore; si noti ancora una volta il riferimento al linguaggio della
donna, una lingua diversa dalla propria, forse l’italiano, che il poeta ammette di non usare
così bene da essere adeguato al compito di cantare la bellezza di lei.
Documenti letterari dalle Origini al Duecento 125
Salvo quel poco che si può collocare alla fine del XII secolo, il patrimonio della
nostra poesia più antica risale al Duecento: solo a quell’epoca troviamo vere
«scuole», cioè ambienti in cui il volgare venne impiegato sistematicamente nella
lirica d’amore, così come avevano fatto in precedenza i provenzali. La maggior
parte del patrimonio della poesia in volgare del XIII secolo ci è tramandata
da tre manoscritti, di grande importanza per lo storico della letteratura, per
il filologo, e anche per lo storico della lingua. Essi sono i seguenti:
• il Canzoniere Vaticano latino 3793, conservato alla Biblioteca Apostolica Fig. 7.1, p. 126
Vaticana3;
• il Laurenziano Rediano 9, conservato alla Biblioteca Mediceo-Laurenziana Fig. 7.2, p. 128
di Firenze;
• il Palatino 418, ora Banco Rari 217 della Biblioteca Nazionale di Firenze. Fig. 7.3, p. 129
Senza questi preziosi codici, di cui esistono ottimi facsimili fotografici [cfr.
Leonardi 2000], noi avremmo perduto quel nostro antico patrimonio di poe
sia, cultura e lingua. Sarebbe impossibile ricostruirlo in altro modo, se non
per labili tracce, e non sapremmo ordinare e verificare le notizie storiche sulla
prima poesia non religiosa della nostra tradizione letteraria, di cui Dante ci
fornisce informazioni nel De vulgari eloquentia.
Dei tre codici sopra menzionati, il più importante è il primo, per ragioni
quantitative: ci trasmette un migliaio di componimenti, mentre gli altri due
ne contengono, messi assieme, circa la metà. E stato osservato da Gianfranco
Folena che se mancasse il Vaticano latino 3793 la produzione poetica del
Duecento risulterebbe dimezzata. Di molti autori non sospetteremmo neppure
l’esistenza. Non solo il Vaticano latino 3793 è un codice toscano, come gli altri
due, ma in più è fiorentino, scritto da due copisti non professionisti di cui
non conosciamo il nome (non sono stati identificati con certezza, nonostante
le molte ipotesi formulate). Il primo dei due ha lavorato a cavallo dei secoli
XIII e XIV. La scrittura è quella che si definisce «(proto)mercantesca», in uso
nell’ambiente della borghesia mercantile e finanziaria fiorentina. Il codice va
dunque riportato proprio alla classe sociale dei mercanti. In questo ambiente,
qualcuno sentì il bisogno di allestire per uso personale una raccolta ampia
della poesia del tempo in lingua volgare, distendendola in ordine storico,
con un rigore che stupisce, in particolare nella sezione dedicata alle canzoni
(che sono tenute distinte dai sonetti: si tratta dunque di una raccolta ordinata
in base alla forma metrica, oltre che in base alla cronologia). In apertura, ci
sono appunto i poeti siciliani, alla fine ci sono i toscani. Di sicuro Dante, al
tempo in cui scriveva il De vulgari eloquentia, ebbe tra le mani un codice molto
simile a questo, più che affine, addirittura «gemello» (per usare le parole di
3 II codice si chiama «latino» non perché sia scritto in lingua latina, ma perché i codici
della Biblioteca Vaticana sono classificati in base alla scrittura, che in questo caso è in
caratteri latini (cioè non greci o altro).
126 Capitolo?
Antonelli [1992, 28]). La fotografia che riproduciamo (fig. 7.1) è tratta dal
facsimile del manoscritto [Leonardi 2000, I, f. 32r]. Nella parte alta della
pagina, dopo i primi due blocchi di testo, posto al centro del rigo ed eviden
ziato da un tratto di penna, sta il nome dell’autore della canzone che segue,
cioè «Ser Nascimbene di Bologna» (Sernascimbene dibolongna, nella grafia
originale). I nomi degli autori, in questo codice, sono evidenziati appunto in
questo modo. Al primo nome seguono cinque strofe, poi si incontra un altro
poeta, Messer Tomaso da Faenza.
Osservando la figura, si noterà che il copista non va a capo a ogni verso, ma
a ogni strofa, e ogni strofa inizia con una lettera grande (il nome tecnico è
«capolettera»); la fine del verso è però segnata da un puntino. Il codice non
ha figure destinate a ornarlo, vi sono solo i testi. La pagina che abbiamo
riprodotto contiene fra l’altro una canzone di Re Enzo (il figlio naturale di
Federico II), che però qui è attribuita a Ser Nascimbene di Bologna. Su di
essa ritorneremo tra poco. Per ora basti averla individuata nella fotografia: è
l’unico componimento completo della nostra figura, e comincia «Seo trovasse
pietanza».
Il secondo codice che ci ha trasmesso l’antica poesia italiana è il Lauren-
ziano Rediano 94. Contiene soprattutto l’opera di Guittone d’Arezzo (non
solo poesia, ma anche la prosa delle sue lettere), e solo secondariamente altri
autori: su 434 testi lirici, 232 sono appunto di Guittone. Anche questo can
zoniere, così come il Vaticano latino 3793, ordina i testi per forme metriche,
e dunque è ripartito tra canzoni e sonetti, secondo l’uso del tempo. Fu scritto
da mano pisana e continuato da due mani fiorentine. Ne riproduciamo qui
una pagina in cui si notano i nomi di alcuni autori, in rosso al centro del rigo
(nella riproduzione in bianco e nero appaiono di color grigio), seguiti dai
loro sonetti (fig. 7.2). I primi due autori il cui nome compare nella figura 7.2
sono Massarello da Todi e Ser Polo da Bologna; seguono due componimenti
di «Notar Giacomo», come si legge nel testo, cioè di Giacomo da Lentini,
il più celebre tra i poeti della Scuola siciliana. Anche qui, non si va a capo
alla fine del verso, ma sono evidenziate le due quartine con una parentesi
sulla destra che le unisce, le due terzine con due segni, uno per ciascuna,
dN incipit. La scrittura è diversa da quella del Vaticano latino 3793: questa è
una scrittura «gotica».
Il terzo canzoniere, di provenienza pistoiese, il Palatino, è il meno esteso, ma
è quello esteticamente più bello, perché miniato. Vi si riconosce un prodotto
di lusso, diverso dai manoscritti descritti in precedenza. E il più antico dei tre
codici che stiamo esaminando. Dedica uno speciale tributo a Guittone, che
apre la raccolta, ma subito largo spazio hanno anche i Siciliani. La mano che
ha scritto il testo è stata riconosciuta come pistoiese. Oltre a far parte della
serie di facsimili curata da Leonardi [2000], lo si può consultare facilmente
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Documenti letterari dalle Origini al Duecento 129
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f ig. 7.3. Una pagina del Palatino 418 (ora Banco Rari 217).
la forma linguistica nella quale tale poesia è stata letta e conosciuta nel resto
dell’Italia, e ciò fin dal Duecento. Lasciamo la parola al grande filologo Ca
stellani [2000, 488]:
Vi è dunque una complessa questione filologica che pesa sulla trasmissione dei
testi degli antichi poeti siciliani. Di qui l’importanza delle «carte Barbieri»,
sulle quali ora ci soffermeremo per completare il quadro.
Giovanni Maria Barbieri era uno studioso del Cinquecento, esperto di poe
sia provenzale. Egli ebbe tra le mani un codice in cui le poesie dei Siciliani
comparivano in una forma diversa da quella nota. Barbieri lesse quei testi,
provenienti da quello che chiamava il Libro siciliano, e ne trascrisse alcuni.
In seguito tale Libro siciliano andò perduto: non è mai ricomparso. Tuttavia
Barbieri non fu l’unico ad aver incontrato versi siciliani in forma diversa da
quella corrente. Anche un altro letterato del Cinquecento, Ludovico Castelve-
tro, doveva aver visto un codice simile (o un frammento di esso): ci racconta
che gli era stato mostrato da Pietro Bembo, il quale sembrava credere per
davvero all’autenticità della veste linguistica siciliana di quei componimenti .
Castelvetro, invece, se ne fece beffe, convinto che si trattasse di versi che erano
stati tradotti successivamente in siciliano [cfr. Marazzini 1989a, 202-203].
Le trascrizioni del Barbieri, benché cronologicamente molto tarde (risalgono al
Rinascimento), restano la fonte più consistente per ricostruire la veste lingui
stica originale di quelle poesie, sempre che ad esse si dia fede. Bisogna tener
presente che uno stesso testo può essere trasmesso in maniera diversa dai vari
codici che lo tramandano. Prendiamo come esempio la canzone di Re Enzo
(figlio naturale di Federico II) che incomincia con S’eo trovasse Pietanza («Se
io trovassi Pietà»). S’eo trovasse Pietanza è «tra i casi più intricati, e intriganti,
dell’intera tradizione siciliana, sia per la costruzione del testo sia per l’attribu
zione di paternità», come si legge nella più recente edizione dell’intero corpus
6 Bembo, però, non parla in alcun luogo di questo codice: la notizia è tramandata solo
dal Castelvetro.
Documenti letterari dalle Origini al Duecento 131
fig. 7.4. Trascrizione diplomatica della canzone di Re Enzo (Vaticano latino 3793).
della poesia dei Siciliani [Antonelli, Di Girolamo e Coluccia 2008, II, 729].
Esamineremo solo la parte finale della canzone (l’ultima strofa di cinque).
Prima di tutto dobbiamo affrontare un problema attributivo, per stabilire chi
sia l’autore della canzone, perché, come già abbiamo potuto notare, questa
poesia, nel codice Vaticano latino 3793, non è attribuita a Re Enzo, ma a Ser
Nascimbene da Bologna. La si trova in altri due canzonieri del Duecento dei
quali abbiamo parlato, il Palatino e il Rediano, e anche in altri antichi mano
scritti, ma la questione non si semplifica, perché si danno svariate combina
zioni di autori: è via via attribuita a Re Enzo con il notaio Semprebene (due
autori), o a Enzo solo, o al solo Semprebene, o persino a Enzo e Guinizelli.
Nel codice Rediano e nel Palatino (e in altri codici) manca la parte finale,
proprio quella che noi riporteremo. Invece nel Vaticano latino 3793 le strofe
ci sono tutte e cinque, ma in forma toscanizzata.
Vediamo dunque i versi della strofa finale di S’eo trovasse Pietanza così come
sono nel Vaticano latino 3793, nella trascrizione diplomatica di Egidi [1908,
99] : si legga il testo della figura 7.4. Questa sarà anche l’occasione per accostarci
alla terminologia delle discipline filologiche, e per conoscere vari tipi di edi
zione possibili. Diciamo subito chela trascrizione diplomatica si caratterizza
per il rispetto in tutto e per tutto della forma originale: non separa le parole,
non interpreta il testo, ma dà un’immagine, per dir così, «fotografica» del
manoscritto. Non ci sono gli a capo di fine verso, mancano la punteggiatura,
gli accenti e gli apostrofi, oltre la completa divisione delle parole: tutti questi
elementi erano assenti nel manoscritto, dunque sono assenti nell’edizione
diplomatica, anche a rischio di rendere poco comprensibile il testo.
Cerchiamo ora una trascrizione dei medesimi versi che li renda un po’ più
chiari per il lettore di oggi. Nella figura 7.5 abbiamo la trascrizione ancora
molto fedele al manoscritto, ma già interpretativa, di Avalle [1992, 348],
Nell’edizione interpretativa vengono sciolte le abbreviazioni e sono intro
dotti elementi moderni: troviamo la separazione tra le parole, la punteggiatura
e gli a capo a fine di verso, là dove il testo originale segnalava il cambio di
verso unicamente mediante un puntino.
Abbiamo dunque imparato a riconoscere i primi due tipi di edizioni, la fe
delissima trascrizione diplomatica, e l’edizione interpretativa, in cui il testo
viene già adattato in modo da renderlo per noi più comprensibile e più leggi-
132 Capitolo?
bile, cioè viene «interpretato». Ma Torniamo ora alla lingua del testo. Questi
versi non sono siciliani, come già abbiamo detto; tuttavia si notano alcune
forme meridionali, come auso ‘oso’, agio (aggio) per ‘ho’. Sono presenti anche
francesismi: così alingni ‘accoppi’ (nel senso di ‘unisca’); -ngn- nelle parole
sdingni e alingni è. grafia del tempo per -gn- (abbiamo già trovato «Bolongna»
nel rigo in cui il codice Vaticano 3793 indicava l’autore della canzone). Diamo
una parafrasi in italiano moderno:
Non oso dire a voce la forza che lei ha di uccidermi e di guarirmi, per il gran
timore che ho di provocarne lo sdegno, per cui soavemente prego Pietà che
si muova per andare e faccia sosta presso di lei, e a lei per accompagnarla si
accoppi docilmente Mercede, così che la donna sia misericordiosa verso di
me, perché non mi dispiace morire, se lei ne ha gioia; ché mi piace vivere solo
per servire lei sinceramente e non per altro servire che mi possa avvenire.
I versi, così come li abbiamo letti, non si presentano in veste siciliana. Per
ritrovare questa veste, dobbiamo ricorrere a una diversa fonte: appunto la
trascrizione del Barbieri, dal perduto Libro siciliano, trascrizione che è ben
più tarda, perché risale al XVI secolo (ricaviamo la trascrizione delle carte
Barbieri da De Bartholomaeis [1927, 91, vv. 57-70], ma introducendo le cor
rezioni di Contini [2007,1, 280], verificando con l’apparato di Di Girolamo
[2008, 735-36]):
La virtuti ch’ill’àvi
D’alcìrim’e guariri
A lingua dir nu l’ausu
Documenti letterari dalle Origini al Duecento 133
questo come in altri casi. Per compiere osservazioni linguistiche, occorre co
noscere tutti i problemi testuali e disporne di un testo affidabile e corretto,
frutto di un buon lavoro di revisione filologica.
Veniamo ora al più antico autore italiano in prosa, Guido Faba (o Fava, come
alcuni preferiscono chiamarlo), della prima metà del XIII secolo. Egli scrisse le
proprie opere in buona parte in latino, Summa dictaminis, Dictamina rhetorica
ecc. Erano il frutto del suo insegnamento di retorica a Bologna. Accanto a
queste opere latine, però, con notevole spirito innovativo, ne produsse altre,
in cui le tecniche della retorica, in forma di prontuari e di esemplificazioni
pronte per l’uso, erano applicate anche alla lingua volgare. Nella Gemma
purpurea si trovano suggerimenti per scrivere lettere, con esempi in latino e
in volgare. Daremo un breve saggio della Gemma purpurea, riproducendo,
da Segre e Marti [1959, 7-8], una delle formule epistolari in volgare, la VE:
' Parafrasi in italiano moderno: «Quando io vedo la vostra splendente persona, per la
grande allegrezza mi pare che io sia in paradiso; così tanto mi conquista il vostro amore,
o donna gentile, più bella di tutte».
Documenti letterari dalle Origini al Duecento 135
Flore (rigo 3) è plurale ‘fiori’, e si spiega con la scarsa percezione dei settentrio
nali per le vocali finali atone. Il tema del fiore è uno dei caratteri retorici del
testo: ci sono il «prato» della filosofia, i «fiori» colorati, la «corona» di fiori.
Si noti la forma non dittongata in vole ‘vuole’ (rigo 7). Tra i settentrionalismi,
si osservino: amisi ‘amici’ (rigo 4), vegna con la palatalizzazione della n di
vema(m) (rigo 7). Sci per ‘sì’, con passaggio di v a ve davanti a i (rigo 8) non
è solo settentrionale, ma Dante considerava Deusci ‘Dio sì’ una caratteristica
forma romagnola [cfr. Rohlfs 1966-1969,1, 165]. Molti sono i latinismi, an
che grafici: conservazione del nesso -et- in delectevele, fructo, -ti- in gratioso,
pretioso, -fi- in flore, i termini unde, pecunia. Altre grafie latineggiami sono:
phylosophyia con il phy- (rigo 2), honesti e honore con Yh- iniziale (righi 6 e
7). Altri editori hanno trascritto normalizzando queste grafie alla maniera
moderna [cfr. Segre e Marti 1959,17]. Bisogna prendere atto che la tendenza
è oggi verso una maggiore conservazione, anche negli elementi grafici, in
base alla convinzione che «il sistema scritto di una lingua da un lato presenta
caratteristiche storicamente e culturalmente motivate e dall’altro tende a
8 Parafrasi in italiano moderno: «Il figlio al padre per (avere) denari. Sono andato al prato
della Filosofia, piacevole e apportatore di fama, e ho voluto cogliere fiori di diversi colori,
acciò che io facessi una corona di meravigliosa bellezza con tutto questo sapere, la quale
risplendesse sul mio capo e nel nostro paese facesse una bella impressione su parenti e
amici. Ma il guardiano del giardino [sarà il professore] si mise contro, se non gli facessi
doni piacevoli e onorevoli. Quindi poiché non ho di che spendere, se la vostra liberalità
vuole [cioè: se voi, nella vostra liberalità, volete] che io raggiunga tale onore, vogliatemi
mandare denaro subito, così che io possa stare nel giardino in cui sono entrato e cogliere
il frutto prezioso».
136 Capitolo?
9 Cesare Segre ha scritto che il testo risultante dal manoscritto del 1523 è «complessi
vamente soddisfacente, e [...] conserva abbastanza fedelmente l’ordine originario (ordine
e numero delle novelle, infatti, sono altrove differenti)» [Segre e Marti 1959, 1098], Gli
altri testimoni (quattro manoscritti grosso modo trecenteschi, e un altro sicuramente
quattrocentesco), benché più antichi, risultano meno affidabili.
Documenti letterari dalle Origini al Duecento 137
Quando lo Nostro Signore Gesù Cristo parlava umanamente11 con noi, infra
l’altre sue parole, ne disse che dell’abondanza del cuore parla la lingua. Voi
ch’avete i cuori gentili e nobili infra li altri, acconciate le vostre menti e le
vostre parole nel piacere di Dio, parlando, onorando e temendo e laudando
quel Signore nostro che n’amò prima che elli ne criasse, e prima che noi
medesimi ce amassimo. E [se] in alcuna parte, non dispiacendo a lui, si
può parlare, per rallegrare il corpo e sovenire e sostentare, facciasi con più
onestade e [con] più cortesia che fare si puote. E acciò che li nobili e gentili
sono nel parlare e ne l’opere quasi com’uno specchio appo i minori, acciò che
il loro parlare è più gradito, però ch’esce di più dilicato stormento, facciamo
qui memoria d’alquanti fiori di parlare, di belle cortesie e di belli risposi e
di belle valentie, di belli donari e di belli amori, secondo che per lo tempo
passato hanno fatto già molti. E chi avrà cuore nobile e intelligenzia sottile
sì l[i] potrà simigliare per lo tempo che verrà per innanzi, e argomentare e
dire e raccontare in quelle parti dove avranno luogo, a prode e a piacere di
coloro che non sanno e disiderano di sapere [...].
XXXV
10 risposi-, risposte.
11 umanamente-, essendosi fatto uomo.
138 Capitolo 7
vero, però ch’io l’hoe provato, e non sono matto. - E pure alzasi e mostrolli
il culo. - Scrivete, - disse il maestro - che tutto questo è del petronciano12 e
provato è; e facciasene nuova chiosa.