ALFIERI
Vittorio Alfieri nasce ad Asti nel 1749, e dopo essersi arruolato nell’esercito, viaggiando
per tuta Europa, torna a Torino nel 1772, dove si dedica alla letteratura. Scrive le sue prima
opere, tra cui una tragedia intitolata “Antonio e Cleopatra”, ma sente la necessità di
affinare le sue conoscenze culturali tramite lo studio dei classici greci e latini, e decide di
trasferirsi in Toscana, liberandosi dai vincoli piemontesi del ducato sabaudo. A Firenze si
lega con Luisa Stolberg e nel 1783 vengono stampati il primo e il secondo volume delle sue
tragedie, mentre nel 1785 viene stampato il terzo volume. L’anno successivo si trasferisce a
Parigi, lasciando poi la Francia nel 1792, per via delle pressioni della Rivoluzione Francese,
stabilendosi definitivamente a Firenze, dove morirà nel 1803.
Il poeta incarna l’idea del pensatore razionale e solitario, che seppe però far convivere i
valori dell’illuminismo e l’armonia dell’età classica. Per far ciò egli si serve di un genere
tipicamente classico, la tragedia, all’interno della quale cala però temi molto
contemporanei, come la libertà, il suicidio e il tirannicidio. Egli, infatti, in opere come “Della
tirannide” si ispira ai valori di libertà degli uomini contro la tirannide, ma riflette anche sulla
libertà della scrittura e sul ruolo del letterato nella società, affermandone l’indipendenza e
la superiorità rispetto ai poteri del tempo, concetto che riprenderà anche nel trattato “Del
principe e delle lettere”.
Aspetto fondamentale della letteratura di Alfieri è il titanismo, ossia l’affermazione
dell’individuo contraddistinto da tratti eccezionali, spesso analizzato dall’autore in ogni suo
dettaglio ed emozione. La definizione del singolo e della sua personalità si riscontra anche
nei generi letterari, da lui toccati, dell’autobiografia e della raccolta di “Rime”. Grazie a
questi caratteri, sin da subito, Alfieri ottenne la fama di essere un individuo, caratterizzato
dal genio e dall’impegno nella difesa di fondamentali valori civici e morali.
Per le sue nuove tragedie, Alfieri ricerca una lingua e uno stile totalmente nuovo: sceglie
l’endecasillabo sciolto, spezzato da frequenti enjambement, all’interno del quale troviamo
molti accostamenti e antitesi, che caratterizzano un linguaggio quasi oscuro e duro.
Sceglie, poi, di creare delle tragedie basate più sulla parola che sull’azione, per agevolare i
vari attori. Mantiene un’impostazione classica che segue 3 caratteristiche fondamentali: la
divisione in 5 atti, il rispetto delle unità aristoteliche di luogo, tempo e azione, e la
presenza di soggetti tratti da miti o dalla storia, a cui aggiunge però una tipica semplicità e
asciuttezza del teatro.
Testo scheda Alfieri: “Dell’impulso naturale”
In questo testo tratto dall’opera “Della tirannide” Alfieri ragiona sulla grandezza degli
uomini, e afferma che tra tutti quelli citati, tra cui troviamo scienziati politici, legislatori,
artisti e capitani, nessuno è in grado di diventare veramente grande senza la presenza di un
impulso naturale: per Alfieri questo impulso è un bollore di cuore e di mente, dal quale non
si trova mai pace, che spinge gli uomini ad agire secondo il bene e la gloria, e che li porta a
contraddistinguersi dalla massa, secondo i modelli del titanismo.
Nella seconda parte egli afferma che questo impulso non è di tutti i letterati, ma appartiene
solo ad alcuni di loro, a coloro che sono riusciti ad esprimersi al meglio tramite il mezzo
elogiato della scrittura. Successivamente egli afferma che per capire se un letterato
possiede questo impulso è necessario solamente provare a leggere i più grandi libri della
letteratura: se la lettura suscita sensazioni che vanno oltre alla semplice meraviglia, allora è
molto probabile che il lettore sia dotato di questo impulso naturale.
Testo scheda Alfieri: “Secondo viaggio letterario in Toscana”
Nel testo Alfieri spiega il proprio modus operandi, ossia il suo modo di operare nella
scrittura e chiarisce che è formato da 3 momenti: ideare, stendere e verseggiare. Questi 3
momenti sembrano una ripresa della retorica antica, costituita dalle 3 fasi dell’inventio, del
dispositio e dell’elocutio.
Ideare per Alfieri significa creare la storia, i personaggi e le prime idee sui dialoghi,
successivamente stendere significa scrivere una prima versione in prosa del testo, e infine
verseggiare significa, non solo riscrivere in versi l’opera rendendola bella e leggibile, ma
anche individuare le idee corrette e scartare quelle non interessanti.
Alfieri sembra anticipare e intuire il funzionamento del cervello umano, che nel tempo,
riconosce 3 fasi di pensiero: una prima fase più rapida del pensiero, il pensiero
propriamente detto e un registro che rimugini sulle cose. È possibile definire quindi che vi
siamo una “mente tartaruga” e un “cervello lepre” ed è fondamentale chiarire che nessuno
dei due va scartato (questa ultima parte non è citata nel testo di Alfieri ma è un
collegamento che ci ha fatto leggere)