Orazio con Virgilio è il più grande poeta dell'età augustea e in assoluto una delle personalità più significative
di tutta la cultura classica. La sua poesia si ispira all'aurea mediocritas, l'equilibrio etico e dei sentimenti
proposto dalla filosofia epicurica. Egli è un sublime maestro di stile: l'espressione sintetica ed essenziale, la
lingua nitida e precisa, la struttura compositiva ordinata e diretta, confluiscono in una poesia di grande
chiarezza e rigore formale, raffinata da un continuo "lavoro di lima".
La vita
La biografia di Quinto Orazio Flacco (Venosa 65-Roma 8 a.C.) è ricostruibile dai numerosi
riferimenti personali sparsi nella sua opera e da notizie ricavabili da una Vita tramandata insieme ai
suoi testi e risalente probabilmente al De poetis di Svetonio.
Gli anni di formazione
Orazio nacque in una colonia militare romana al confine tra Puglia e Lucania, vicino al fiume
Ofanto, da un liberto proprietario di un piccolo podere, esattore nella vendita alle aste pubbliche,
incarico redditizio, anche se socialmente poco stimato. Trasferitosi a Roma, il padre volle che
Orazio avesse un'accurata istruzione, come i giovani di famiglie aristocratiche. Studiò con il
grammatico Lucio Orbilio Pupillo, da lui definito nelle satire plagosus (manesco), a causa della
bacchetta usata sugli allievi distratti. In seguito, non si sa se prima o dopo il viaggio in Grecia,
frequentò a Napoli il circolo epicureo di Filodemo e di Sirone. Come i giovani dell'aristocrazia
romana si recò ad Atene per approfondire le sue conoscenze filosofiche e retoriche, frequentando le
lezioni di maestri come l'accademico Teomnesto e il peripatetico Cratippo di Pergamo. Incominciò
a scrivere i primi versi in lingua greca.
Portato dai suoi studi a ideali di libertà repubblicana, come tanti altri giovani romani, nel 44 si
arruolò nell'esercito che Marco Giunio Bruto stava raccogliendo in Grecia e in Macedonia per
affrontare i triumviri Ottaviano, Lepido e Antonio; col grado di tribunus militum comandò una
legione, ma fu travolto con l'uccisore di Cesare nella battaglia di Filippi (42). Il fatto che, costretto
alla fuga, avesse vilmente gettato lo scudo, è forse più che un dato storico un topos letterario,
ripreso dai greci Archiloco e Alceo.
La confisca del podere
Dopo il ritorno in Italia nel 41, godette di un'amnistia, ma si vide confiscare il podere in
Puglia per la distribuzione delle terre ai veterani. Costretto dalle precarie condizioni economiche,
trovò allora per vivere un impiego come archivista addetto ai questori (scriba quaestorius), con
l'incarico di compilare i registri della pubblica contabilità. Iniziò a scrivere le prime satire e i primi
epodi, composizioni di carattere polemico che lo fecero apprezzare da poeti famosi come
Virgilio e Vario con cui strinse amicizia; furono proprio loro che lo presentarono nel 38 a
Mecenate.
Nel circolo di Mecenate
Il potente collaboratore di Augusto, dopo un breve periodo di attesa e di prova, accolse Orazio nel
suo circolo; una profonda amicizia, fondata su una affinità spirituale li unì per tutta la vita;
con lui condivise gusti letterari e occupazioni di ogni giorno, scherzi e malinconie. Nel 37
accompagnò con Virgilio il suo protettore in un viaggio a Brindisi, in seguito al quale fu stipulata
un'effimera intesa tra Ottaviano e Antonio: il viaggio è descritto in una famosa satira. Da Mecenate
il poeta ebbe in dono nel 33 una villa con un piccolo podere in Sabina, nella cui quiete spesso trovò
rifugio, proteggendo la propria autonomia e le aspirazioni alla tranquillità, che lo indussero persino
a rifiutare, pur con devota gratitudine, l'importante incarico di segretario personale offertogli
da Augusto. Nel 17 Augusto gli conferì l'incarico di comporre l'inno a Diana e Apollo per i ludi
saecolares di Roma (il Carmen saeculare). Nessun avvenimento degno di nota, a eccezione della
pubblicazione delle sue varie raccolte poetiche, segnò il resto della sua vita, che si chiuse, come
profeticamente aveva cantato il poeta stesso, il 27 novembre dell'8 a.C., due mesi dopo quella di
Mecenate. Fu sepolto sull'Esquilino, vicino alla tomba del grande amico. Come Virgilio non si
sposò e non ebbe figli; era "piccolo di statura, incanutito precocemente, abbronzato dal sole",
scrisse di se stesso il poeta nella ventesima Epistola del I libro.
Nonostante le date di composizione indichino l'alternarsi di opere di vario genere, nell'attività
poetica di Orazio si possono individuare tre periodi, che sono indice di una evoluzione che è
insieme intellettuale, poetica e umana. A una fase di polemiche e di sfoghi giovanili, di cui sono
frutto le Satire e gli Epodi, segue una seconda più matura, di raffinato classicismo e di perfetta
elaborazione formale, rappresentata dalle Odi e, infine, l'ultima, in cui si dedica alle Epistole. Non
compreso nelle raccolte citate è il Carmen saeculare; autonoma, anche se posta in molte edizioni a
conclusione del II libro delle epistole, è l'Ars poetica o Epistola ai Pisoni. La prima raccolta poetica
di Orazio è costituita dagli Epodi (Epodon libri) alla cui composizione attese dal 41 al 30 circa. I
17 componimenti degli Epodi, di carattere satirico, si succedono secondo criteri non cronologici né
tematici, ma semplicemente metrici: il termine stesso di epodo (ritornello) indica uno schema
metrico formato da distici (o iambi) in cui a un verso lungo segue uno più breve. Orazio si vanta di
essere stato il primo a introdurre nella letteratura latina questo tipo di strofa. I primi 10 epodi
hanno un trimetro seguito da un dimetro giambico; altri 6 uniscono dattili e giambi; l'ultimo è un
trimetro giambico continuato, cioè non epodico. Sempre scrupoloso nel citare le fonti greche, quasi
a nobilitare la sua opera alla luce di un'ascendenza illustre, Orazio dice di aver mutuato da
Archiloco e da Ipponatte i metri e l'ispirazione, non gli argomenti. Altre fonti del poeta latino
furono gli epigrammisti ellenistici e il Callimaco dei Giambi. E in questo modo, iambi, li chiamò
Orazio: il termine Epodi comparve per la prima volta in Quintiliano.
Tematiche e stile
Alla composizione degli Epodi il poeta sarebbe stato spinto dalla "sfrontata povertà": in
essi domina la passionalità, il furore giovanile, il gusto per l'invettiva, che sono talora
espressione di sdegno e di rancore, ma più spesso raffinato gioco puramente letterario.
Gli strali di Orazio si appuntano contro la vanità dei nuovi ricchi o dei cattivi poeti, contro la
laida oscenità di qualche vecchia lussuriosa, ma anche, con voluta dissonanza tra l'enfasi
della scrittura e la modestia dell'episodio, contro l'offerta inopportuna, fattagli da Mecenate,
di una pietanza condita con troppo aglio. Alcuni componimenti si ispirano a temi politici, in
altri prevalgono riflessioni morali. Nell'epodo più noto, il II, il commosso elogio della vita
campestre è contraddetto a sorpresa, nei versi finali, dall'ambiguità di chi lo pronuncia: un
usuraio.
Iniziate come gli Epodi in un momento di preoccupazioni finanziarie e di amarezza in seguito alla
caduta degli ideali repubblicani a Filippi (42), le Satire (Saturae) furono composte tra il 41 e il 30
ca. Sono poesie di carattere satirico in esametri, ripartite in due libri, rispettivamente di 10 e di 8
componimenti. Il primo, dedicato a Mecenate, fu pubblicato tra il 35 e il 33, il secondo nel 30,
insieme con gli Epodi.
La poesia delle Satire
L'autore stesso definì Sermones (discorsi) le sue Satire, quasi a sottolinearne l'andamento
discorsivo e apparentemente dimesso. Definì anche pedestris (senza slancio) la propria
ispirazione poetica e giunse al punto di negare al genere satirico la dignità di vera poesia, mentre
invece i latini lo sentirono come proprio genere originale. Rivendicò però l'importanza del suo
predecessore Lucilio, al quale attribuì l'invenzione del genere, di cui si sentì erede: da lui apprese
l'aggressività dei toni e, soprattutto, l'intervento essenziale dell'esperienza personale,
della testimonianza autobiografica, ma non nascose pure quanto c'era da eliminare e da limare
nelle opere di Lucilio. La dichiarata modestia delle intenzioni del poeta è consapevolmente smentita
dalla grande abilità stilistica con cui usa il verso esametro, che Orazio sa modulare con arte
squisita, piegandolo a tutti gli effetti desiderati, passando dal tono colloquiale, a quello comico, a
quello polemico.
I temi
Gli argomenti sono tratti dall'osservazione della vita quotidiana, nella quale si stigmatizzano i
comportamenti, i vizi e le manie degli uomini: appunti di viaggio, cene, incontri più o meno graditi.
Non sono trattati con lo sfogo passionale deiGiambi, ma con un misurato equilibrio: infatti il tutto è
filtrato sempre attraverso una riflessione morale, che si caratterizza non tanto per l'amarezza o il
sarcasmo della denuncia quanto per l'indulgenza della condivisione o, al massimo, per il distacco di
un'ironia sorridente. Molti spunti sono tratti dalla filosofia epicurea, altri dalla polemica stoico-
cinica; talvolta il poeta si scaglia direttamente contro l'astratto rigorismo degli stoici; in ogni caso, i
temi filosofici sono proposti con la semplice naturalezza di un accostamento in prima persona.
Nella VI satira del primo libro, come nella corrispondente del secondo, l'autore parla
direttamente di sé, della propria modesta origine, della propria educazione, dei rapporti con
Mecenate: ne emerge, oltre che il ritratto cordiale e insieme pudico nell'uomo, il senso della sua
moralità, fondata sui valori della misura e dell'autosufficienza, la greca autàrkeia, cioè
l'autosufficienza interiore.
Le Odi (Carmina) furono pubblicate in due momenti diversi: i primi tre libri nel 23, il quarto
probabilmente nel 17. Nel complesso sono 103 odi: 38 nel primo libro, 20 nel secondo, 30 nel terzo
e 15 nel quarto. I primi tre libri furono dedicati a Mecenate. I lettori contemporanei accolsero con
grande entusiasmo l'uscita dell'opera; per tutti valga il giudizio di Ovidio: "Orazio con i suoi ritmi
perfetti affascinò le mie orecchie, mentre faceva risuonare i suoi canti raffinati sulla cetra italica".
La lirica
Orazio nelle Odi rappresenta se stesso più che nelle Satire. Emergono il suo mondo interiore, le
sue aspirazioni, la sua visione della vita, i sentimenti verso se stesso e gli altri. Le Odi tuttavia
risultano, più che una confessione intima o un monologo interiore nel senso moderno del termine,
l'espressione di un colloquio con gli altri; spesso, infatti, Orazio si rivolge a un interlocutore, un
amico, una donna o comunque un personaggio ora fittizio, ora storicamente definito. Pur nella
variegata pluralità dei temi, gli 88 carmi compresi nei primi tre libri costituiscono un insieme
unitario: non a caso la raccolta si apre con la declamazione, fatta a Mecenate, della propria
"vocazione" di poeta lirico e si chiude, nell'ultimo carme del III libro, con l'orgogliosa affermazione
"di aver per primo portato il carme eolico nei ritmi italici", la grande lirica greca cui si è ispirato,
quella soprattutto di Alceo, Saffo, Anacreonte, Simonide e Mimnermo; da loro mutua spunti, temi,
metri e persino alcuni incipit. Anche Pindaro è un modello ideale, ma la sua forza impetuosa non si
adatta alle scelte artistiche di Orazio, che richiedono un'accurata elaborazione e un incessante lavoro
di lima. La sua poesia si sviluppa poi in modo assolutamente originale, sia nella configurazione
tipicamente latina sia nella peculiarità del suo percorso sentimentale. Il IV libro, uscito dopo il I
delle Epistole, raccoglie i componimenti più tardi e riflette sentimenti e pensieri della senilità, per
questo staccandosi dai primi tre.
I temi
La fantasia del poeta spazia senza limiti, creando immagini che hanno sempre la caratteristica
dell'immediatezza, perché nascono dalla sua personale esperienza. La poesia scaturisce da
particolari precisi e concreti, con un'incredibile varietà di temi, spesso anche sapientemente
intrecciati tra loro. Gli argomenti sono molteplici e variano da quello dell'amicizia, con i suoi
legami affettivi, a quello della convivialità, con il classico motivo del vino, gioia del cuore e
rimedio per gli affanni. L'amore poi non è mai un sentimento intenso come nel liber di Catullo o
elegiaco come in Tibullo e in Properzio; è innamoramento, gelosia, abbandoni, personificato in una
galleria di figure femminili Lidia, Lalage, Cloe, Mirtale, Leuconoe... , fanciulle acerbe, donne
sensuali, quando non proterve, che sotto un nome fittizio forse celano persone realmente esistite
nella vita del poeta. Frequente è anche il tema del fluire inarrestabile del tempo, con la prospettiva
inevitabile della vecchiaia e della morte, il cui brivido inquietante si placa nell'accettazione serena
del destino e dell'imperativo del carpe diem, un invito a godere del tempo presente. È presente
anche il tema patriottico-politico, non solo nell'ode in cui esalta la vittoria di Ottaviano su Antonio
e Cleopatra (I, 37) "ora si può bere e si può danzare", perché è finito l'incubo della guerra , ma
anche nelle prime 6 composizioni del libro III, le cosiddette Odi romane, e in alcune liriche del
libro IV. In queste odi, l'adesione al programma culturale di Augusto si rivela, più che nella diretta
celebrazione delle gesta dell'imperatore, nell'esaltazione dei valori tipici del mos maiorum. E ancora
c'è il tema della natura, nella bellezza delle sue stagioni: l'inverno con la cima del Soratte innevata
e il mare in tempesta (I, 9), l'estate con il sole dell'ardente canicola (III, 13), gli zefiri primaverili e
l'autunno con i suoi frutti (IV, 7). Orazio ha coscienza del proprio valore poetico: nell'ultima ode
del III libro si gloria "di aver eretto un monumento più durevole del bronzo, più alto della mole
regale delle piramidi", destinato a vincere il tempo, sicuro che "non tutto perirà" di lui, "divenuto
potente da umile".
Lo stile e i metri
La disposizione dei carmi obbedisce, oltre che a una esigenza di equilibrio interno, a criteri di
ordine metrico: non è certo casuale che i primi nove componimenti del I libro presentino nove
forme diverse di metrica, come a sperimentarne tutte le possibilità oltre che a dar prova di grande
perizia tecnica. Orazio usa ben 24 tipi di versi, che associa in modo diverso: nel complesso
dell'opera, le strofe alcaiche, numericamente prevalenti, si alternano alle saffiche e ai sistemi
asclepiadei. Lo stile, sobrio e limpidissimo, costituisce l'espressione più matura del classicismo
latino: la semplicità del lessico si alterna al gioco raffinato di inediti ed espressivi accostamenti, in
un periodare che unisce la naturalezza con la stesura sempre attentamente disciplinata, con la quale
il poeta controlla sentimenti e passioni.
Dopo i primi tre libri dello Odi, Orazio si dedicò alle Epistulae, lettere rivolte ad amici o
conoscenti e in questo sta la ragione del titolo. Il primo libro, di 20 componimenti, dedicato a
Mecenate, fu pubblicato nel 20; il secondo libro di 3 lettere, composto presumibilmente tra il 19 e il
13, fu raccolto dopo la sua morte. A conclusione di quest'ultimo, a se stante è l'Epistola ai Pisoni,
detta comunemente Arte poetica.
Non compreso nelle raccolte citate è il Carmen saeculare, scritto per incarico di Augusto nel 17
con lo scopo di propiziare e ringraziare le divinità e destinato a essere cantato da due cori di 27
giovinetti e fanciulle per celebrare la conclusione dei ludi secolari.
Stile e temi
Orazio torna a usare lo stile discorsivo tipico dei Sermones; usa in prevalenza l'esametro e tratta
temi più elevati fra i quali prevale quello moraleggiante, anche se alcune di queste Epistole possono
sembrare niente più che lettere di amicizia. In corrispondenza di un atteggiamento di delusione e di
stanchezza il poeta, che sente l'avvicinarsi della vecchiaia ed è più insofferente verso gli impegni
della vita sociale, si ripiega sulle sue irrisolte inquietudini, rinuncia ai toni comici e talvolta
aggressivi delle Satire e accentua invece i momenti pensosi e didascalici. Orazio vanta ora la
propria autonomia di pensiero rispetto al dogmatismo delle scuole filosofiche: l'epicureismo gli
sembra insufficiente e accoglie elementi del pensiero stoico. Le sue intenzioni didascaliche si
accentuano nel II libro che comprende due lunghi componimenti ad Augusto e a Gaio Floro in cui
sono trattati argomenti autobiografici e soprattutto letterari, con un confronto tra la poesia arcaica e
quella moderna. A essi viene aggiunta la famosa Epistola ai Pisoni, sull'arte poetica.
Orazio dichiara con fermezza di essere pronto a seguire l'amico Mecenate nella guerra contro
Antonio e Cleopatra.
II In 33 distici fa un elogio entusiastico della serenità della vita agreste, messo ironicamente in
bocca a un usuraio ipocrita.
III Il poeta rimprovera Mecenate di averlo quasi avvelenato a una cena con una pietanza fortemente
agliata.
IV Invettiva contro un liberto arricchito, giunto alla carica di tribuno in virtù della rivoluzione
sociale, che ostenta per Roma il suo denaro.
V Invettiva contro la maga napoletana Canidia, macchiatasi di delitti orrendi per preparare le sue
pozioni magiche.
VI Invettiva contro un poeta che diffamava i deboli e non osava attaccare Orazio, conoscendone la
violenza dei giambi.
VII Rimprovero ai cittadini romani per aver ripreso le lotte civili dopo l'uccisione di Cesare;
condanna della guerra.
VIII Contro una vecchia donna lussuriosa e corrotta, cui il poeta scaglia ingiuriosi oltraggi.
IX Invito rivolto a Mecenate, rimasto a Roma, di festeggiare la vittoria su Cleopatra, di cui
compaiono chiari indizi.
X Augurio al poetastro Mevio, che criticava gli scritti di Virgilio e di Orazio, di far naufragio in
mare.
XI Confessione a Pettio in cui dichiara di non poter più scrivere versi perché preso da amore per la
giovane Licisca.
XII Invettiva contro una vecchia prostituta insaziabile di piaceri.
XIII Probabilmente il primo epodo a essere composto; è un invito ai compagni d'arme a brindare
sotto la tenda alla vigilia della battaglia di Filippi e ad approfittare di questa gioia perché la vita è
breve.
XIV È una lettera di scuse a Mecenate cui non ha inviato una poesia promessa, perché l'amore per
Frine gli ha impedito di scrivere.
XVTriste constatazione del tradimento di Neera che, dopo avergli giurato fedeltà, si è data a un
altro uomo.
XVIInvito ai concittadini, che hanno di nuovo ripreso la lotta fratricida, a lasciare Roma per recarsi
alle isole Fortunate, dove gli uomini non sono mai arrivati a portare disgrazie.
XVIIInvettiva ancora contro la fattucchiera Canidia, cui Orazio finge di chiedere perdono.
Libro primo
Satira I È dedicata a Mecenate e, prendendo lo spunto dell'incontentabilità di cui è causa l'avarizia,
tratta del "giusto mezzo", seguendo il quale l'uomo dovrebbe accontentarsi della propria sorte.
Satira II Si combattono gli eccessi amorosi, specialmente l'adulterio, che sono fonte di tormenti e
di rischi, e si consiglia di non avere avventure con le si donne sposate di classe elevata.
Satira III Poiché tutti hanno difetti, il poeta invita a essere indulgenti verso i peccati degli altri, non
applicando il rigorismo stoico secondo il quale tutte le colpe sono ugualmente gravi.
Satira IV È una difesa del genere satirico, che Orazio mutua dai poeti greci Eupoli, Aristofane e
Cratino e dal latino Lucilio, che però ritiene "fangoso" e poco attento al "lavoro di lima". Contiene
interessanti notizie autobiografiche riguardanti l'educazione ricevuta dal padre.
Satira V È una vivace descrizione del viaggio, di 15 giorni, da Roma a Brindisi, fatto nel 37 con
Virgilio per accompagnare Mecenate, inviato da Ottaviano a Taranto, per siglare un accordo con
Antonio. Spassosi e impensati incidenti accadono durante le varie tappe. Il modello è la satira del
viaggio da Roma in Sicilia di Lucilio.
Satira VI Orazio ringrazia Mecenate per l'amicizia accordatagli nonostante le sue umili origini,
mettendo in risalto la propria disinteressata devozione verso il suo protettore. È quasi
un'autobiografia e anche qui ricorda l'educazione morale ricevuta dal padre.
Satira VII È la descrizione brillante e comica dello scontro in tribunale (43), davanti al propretore
d'Asia Marco Bruto, tra il romano Publio Rupilio Re e il greco Persio, ricco levantino di
Clazomene. Forse Orazio aveva veramente assistito all'episodio.
Satira VIII La statuetta del dio Priapo racconta in prima persona come egli stesso abbia messo fine,
con uno sconcio rumore, alle repellenti pratiche magiche sull'Esquilino di due fattucchiere, Canidia
e Sagana, già ricordate dal poeta negli Epodi.
Satira IX In forma dialogica il poeta racconta come sia stato importunato, lungo la pubblica via, da
un seccatore, che chiedeva con insistenza una raccomandazione presso Mecenate. Nello stesso
tempo, loda l'illustre amico che sa ben distinguere negli uomini i veri pregi.
Satira X È una polemica letteraria contro coloro che esaltavano Lucilio a suo danno e
un'esposizione delle idee del poeta riguardo all'arte poetica. Il poeta attenua il duro giudizio
pronunciato in precedenza su Lucilio.
Libro secondo
Satira I Il poeta difende il genere satirico, rispondendo al giureconsulto Gaio Trebazio Besta, suo
amico, che lo metteva in guardia contro i rischi, in sede giudiziaria, derivanti dalle sue satire.
Satira II Orazio, tramite Ofello, modesto possidente terriero di Venosa, condannando i bagordi,
esalta la vita semplice della campagna e la tradizionale temperanza del popolo latino.
Satira III È la più lunga, 326 versi; Orazio finge di ricevere la visita di un certo Damasippo che,
economicamente rovinato e pronto al suicidio, era stato salvato dallo stoico Stettino con una
dissertazione sulla pazzia universale. Il poeta prende lo spunto dalla sentenza stoica che ogni vizio è
pazzia e tutti sono pazzi tranne il sapiente.
Satira IV Dialogo tra il poeta e un certo Cazio, che descrive una serie di raffinate e complicate
ricette di cucina, apprese da un esperto, forse Cazio Milziade, liberto e scrittore di arte culinaria,
ricordato da Cicerone.
Satira V È rivolta contro i cacciatori di testamenti. Il poeta immagina un incontro agli Inferi tra
Ulisse e l'ombra dell'indovino Tiresia, che consiglia all'eroe, per rifarsi dalla rovina dei suoi beni
sperperati dai Proci, di farsi nominare erede da un vecchio ricco e senza figli, non badando a
scrupoli morali.
Satira VI È divisa in tre parti: nella prima il poeta esprime a Mecenate la sua gioia per il dono della
villa e descrive con vivacità i fastidi della vita cittadina; nella seconda esalta la tranquilla vita di
campagna; nella terza narra la favola del topo di città e del topo di campagna.
Satira VII In un giorno delle feste Saturnali di dicembre, in cui veniva concessa libertà agli schiavi,
Davo, servo di Orazio, fa la predica al suo padrone. Gli rimprovera tutte le contraddizioni della sua
vita, servendosi di precetti appresi dal portiere del filosofo stoico Crispino.
Satira VIII Il poeta Fundanio descrive a Orazio una cena offerta da Nasidieno Rufo, un volgare
arricchito. Fra i convitati ci sono, fra gli altri, il poeta Vario e lo stesso Mecenate. L'ospite pretende
di essere un raffinato signore, mentre non manifesta che rozzezza e maleducazione.
Primo libro
Epistola I a Mecenate: giustifica l'abbandono della lirica con il nuovo interesse per la filosofia e
dichiara di non seguire nessuna dottrina in particolare: il sapiente è libero e onorato.
Epistola II a Massimo Lollio: rivolge al giovane amico consigli di virtù che si possono ricavare
dalla lettura di Omero.
Epistola III a Giulio Floro: chiede al giovane notizie sui letterati che avevano accompagnato
Tiberio in Asia e lo esorta allo studio della filosofia.
Epistola IV ad Albio Tibullo: è una lettera spiritosa, in cui esorta l'amico poeta a godere la vita e lo
invita ad andare a trovarlo.
Epistola V a Torquato: invita il famoso avvocato, la sera precedente il compleanno di Ottaviano, a
casa sua per una cena frugale, ma allietata da sereni conversari.
Epistola VI a Numicio: tratta il tema dell'imperturbabilità e lo consiglia a tenere l'animo libero
dalle passioni o, almeno, di essere coerente nel perseguire l'ideale di vita scelto.
Epistola VII a Mecenate: si giustifica per la sua prolungata assenza da Roma e riafferma con garbo
la sua esigenza di libertà e autonomia.
Epistola VIII a Celso Albinovano: dichiara di trovarsi in un periodo di crisi spirituale e si
congratula per il suo nuovo incarico.
Epistola IX a Tiberio: è un biglietto di raccomandazione per l'amico Settimio, del quale mette in
buona luce le qualità.
Epistola X ad Aristio Fusco: sostiene che la felicità consiste nella vita agreste e nell'accontentarsi di
poco.
Epistola XI a Bullazio: gli consiglia di trovare uno scopo nella vita, senza cercare lontano la
tranquillità dello spirito che forse è vicina.
Epistola XII a Iccio, amministratore dei beni di Agrippa in Sicilia: è una lettera di
raccomandazione in favore di un amico, Pompeo Grospo.
Epistola XIII a Vinio Asina: gli affida l'incarico di consegnare ad Augusto i volumi delle sue Odi.
Epistola XIV dedicata al fattore della sua villa in Sabina, che desiderava vivere in città: tratta della
bellezza della vita di campagna rispetto a quella della capitale.
Epistola XV a Numonio Vala: chiede informazioni sul clima di Salerno e Velio, perché gli è stato
consigliato di andarvi per ragioni di salute.
Epistola XVI a Quinzio Irpino: ribadisce la serenità della vita di campagna e lo esorta a essere
virtuoso e saggio.
Epistola XVII a Sceva: gli dà una serie di consigli sul come comportarsi con i potenti, esortandolo
a non rinunciare alla propria libertà e offre se stesso come esempio.
Epistola XVIII a Lollio: tratta ancora del modo di comportarsi con i grandi e gli consiglia di
valutare i vantaggi e gli svantaggi, di essere cauto e discreto.
Epistola XIX a Mecenate, in difesa della sua poesia lirica contro imitatori e detrattori.
Epistola XX è un congedo rivolto dall'autore alla sua opera e una raccomandazione all'attenzione
dei lettori.
Secondo libro
Epistola I ad Augusto: è una lunga lettera di 270 versi nella quale Orazio lamenta che i lettori
preferiscano i poeti arcaici a quelli viventi senza rendersi conto dei loro difetti e descrive lo
sviluppo della letteratura latina contemporanea; si scusa infine di essere incapace di celebrare
degnamente le gesta di Augusto.
Epistola II a Giulio Floro: è una specie di commiato dalla poesia perché ha raggiunto una certa
agiatezza e preferisce dedicarsi allo studio e alla meditazione filosofica nella quiete della sua casa di
campagna.
Epistola III ai Pisoni o De arte poetica: è un trattato organico sulla poesia, che illustra il pensiero
estetico oraziano secondo la concezione di Aristotele, al quale il poeta si riferisce, soprattutto per il
genere epico e drammatico: tragedia, commedia e dramma satiresco, del quale non è pervenuto
nulla. Fonte delle teorie furono, con buona probabilità, gli scritti del peripatetico Neottolemo di
Pario, vissuto nel sec. III a.C. Il poeta ribadisce anche la sua concezione di una poesia raffinata,
frutto di un paziente labor limae.