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LATINO

Lucio Anneo Seneca nasce in Spagna e vive a Roma dove ricopre incarichi politici. Filosofo stoico, è consigliere dell'imperatore Nerone ma in seguito viene accusato di cospirazione e costretto al suicidio. Le sue opere principali includono lettere, trattati e consolatorie in cui espone la filosofia stoica e offre consigli per raggiungere la saggezza e la serenità interiore.

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LATINO

Lucio Anneo Seneca nasce in Spagna e vive a Roma dove ricopre incarichi politici. Filosofo stoico, è consigliere dell'imperatore Nerone ma in seguito viene accusato di cospirazione e costretto al suicidio. Le sue opere principali includono lettere, trattati e consolatorie in cui espone la filosofia stoica e offre consigli per raggiungere la saggezza e la serenità interiore.

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SENECA

Lucio anneo Seneca nasce a Cordova attorno al 4 a.C. in Spagna e compie i suoi studi a
Roma. Tra il 41 e il 49 a.C venne esiliato in Corsica dall'imperatore Claudio con l'accusa di
adulterio con una sorella di Caligola. Con l'ascesa di Nerone nel 54 d.C. viene nominato
consigliere dell'imperatore, e rimane a corte fino al 62 d.C. quando si ritira a vita privata.
Seneca muore suicida nel 65 d.C. per ordine dell'imperatore Nerone con l'accusa di aver
preso parte alla congiura dei Pisoni.
Lo Stoicismo:
La filosofia senecana deriva soprattutto dallo stoicismo, la corrente filosofica nata ad Atene
alla fine del IV secolo a.C. con Zenone di Cizico (che sosteneva il dominio sulle passioni
attraverso la razionalità e il raggiungimento della beatitudine attraverso l'imperturbabilità
dell'anima, ciò si poteva ottenere solo vivendo in conformità al Logos, il principio razionale
che governa l'universo). Dello stoicismo Seneca recepisce soprattutto l'importanza riservata
all'otium (la vita contemplativa, dedicata alla ricerca del sommo bene), è l'esaltazione della
libertà interiore (con l'abbandono delle passioni e delle paure irrazionali.
In Seneca tuttavia sono presenti anche spunti della filosofia epicurea, in particolare
l'importanza legata alle lettere come strumento di educazione morale e spirituale e l'uso
della sententia cioè di un'espressione breve e incisiva per rendere il pensiero penetrante.
Lo stoicismo di Seneca si basa sull'idea che le emozioni distruttive come il dolore è la rabbia
dovrebbero essere indebolite fino a quando non vengono eliminate; la ricchezza e la virtù si
completano a vicenda; l'amicizia e la gentilezza sono importanti e quando si incontrano
difficoltà, bisogna accettarle attivamente piuttosto che. Ogni volta che incontrava difficoltà,
Seneca cercava di vivere rigorosamente secondo questi principi stoici.
Il fine della filosofia stoica, e più in generale della filosofia antica, è la saggezza: il filosofo è,
appunto, colui che ha imparato a essere «saggio», sapiens. La figura del saggio non è certo
un'invenzione di Seneca: tutte le filosofie ellenistiche proponevano quest'ideale. il saggio è
colui che non si lascia turbare dalle circostanze, ma si mantiene saldo e fermo nell'anima.
Ciò non significa, per lo stoicismo, che il sapiente deve scegliere di condurre le proprie
riflessioni nell'isolamento; per Seneca il sapiente stoico deve essere soprattutto un vir
bonus, Perciò, come si è detto, è nella pratica, non nella teoria, che secondo Seneca si
consegue la saggezza: conversando con uomini buoni e imitandone l'azione, educando la
propria anima alla moderazione e alla forza davanti ai casi della vita. In questo modo un
uomo raggiunge la serenità d'animo, e attraverso di essa la sapienza, acquistando
consapevolezza di valori come l'amicizia, il dovere, il senso del tempo e della propria
posizione nel mondo.

Consolationes:
Non presentano assolutamente una struttura dialogica, l'autore si rivolge ad un destinatario
che cambia di libro in libro. Scrive dunque le Consolationes, che sono tre: Consolatio ad
Marciam, Consolatio ad Helviam Matrem e Consolatio ad Polybium. La consolatio si
consolida come pratica di scrittura che utilizza precetti filosofici, con l'obiettivo di liberare i
suoi destinatari dal degrado che il dolore può causare attraverso una serie di strategie
razionali. La struttura retorica sfrutta le emozioni del destinatario, lo guida verso la saggezza
e guarisce il suo lutto malato. Attraverso il genere ci si rivolge al proprio destinatario con
l’intento di consolarlo per un qualsiasi dolore.
De consolatione ad Marciam (37-41 d.C o dopo il 49):
Seneca si rivolge a Marcia, nobildonna romana amica di Livia (moglie di Augusto). Ella
aveva perduto il figlio, Metilio, a cui era fortemente legata. Seneca le dimostra come il dolore
sia un impulso irrazionale e contro natura e quindi vada frenato. L’uomo è del resto sotto
l’inflessibile dominio della sorte, la quale ha decretato che la vita è una lunga serie di
sventure e di mali. Dopo avere elencato alcuni modelli di uomini illustri che sopportarono
virilmente le perdite dei loro cari, l’autore afferma che l’esistenza è una successione di eventi
tristi ai quali solo la morte, termine naturale che ristabilisce l’eguaglianza tra gli uomini, pone
fine. All’impulso irrazionale del dolore è contrapposta la razionalità dei sentimenti.

De consolatione ad Helviam matrem (42-43 d.C.)


Elvia, madre di Seneca, è una donna già provata da numerose sventure che ha sempre
saputo sopportare: ora l’esilio del figlio sembra averla stroncata e, per questo, Seneca cerca
di confortarla. L’esilio, in fondo, è un cambiamento di luogo ed è sopportabile se l’animo è
fortificato dalla virtù e la mente è capace di innalzarsi allo studio delle cose eterne. Solo chi
ama le ricchezze e non sa accontentarsi del poco troverà l’esilio insopportabile. La madre,
donna colta e sensibile, viene incitata a riprendere gli studi interrotti e a godere dell’affetto
degli altri due figli, dei nipoti e della sorella.

De consolatione ad Polybium (dopo il 43 d.C.)


Polibio è il potente segretario e favorito dell’imperatore Claudio, e nel 43 d.C. perse un
fratello. Dall’esilio Seneca gli indirizza questa consolatoria che mira ad essere una supplica,
non troppo sottintesa, al potente liberto ed al suo imperatore, per ottenere la grazia e tornare
a Roma. Solo la ragione si può opporre al dolore dell’inesorabile sorte: risparmiamo le
lacrime che non servono a nulla e che ci portano all’amaro compiacimento della sofferenza.
Compiangere una persona cara che è ormai in pace, che è felice e libera da ogni male, che
ha perduto la luce del giorno ma ne ha acquistata un’altra più intensa non è un controsenso,
una cosa ingiusta e sciocca? L’esaltazione che Seneca fa del talento di Polibio come
letterato e poeta quale egli non era indica scopertamente lo scopo di questo scritto e rivela
un Seneca debole, un uomo che adula e lusinga, che utilizza lodi non certo sincere al solo
scopo di ottenere il ritorno a Roma.

Rapporto di Seneca con gli imperatori:


Nei suoi primi anni di carriera, il noto autore latino venne eletto come funzionario pubblico e
senatore romano. Il successo che ottenne al Senato grazie alla sua abilità oratoria rese
geloso l’imperatore Caligola, che ordinò a Seneca di suicidarsi.
Più tardi, Caligola ritirò il suo ordine, convinto che Seneca, già gravemente malato, sarebbe
morto presto per cause naturali.
Nel giro di quattro anni, intorno al 41 d.C, Claudio divenne il nuovo imperatore, e Seneca era
ancora in vita. Ma la terza moglie di Claudio, Messalina, per scopi politici accusò Seneca di
adulterio: così il filosofo venne condannato all’esilio in Corsica.
Seneca rimase in esilio per otto anni finché Claudio sposò la sua stessa nipote Agrippina,
che fu in grado di usare la sua influenza per far tornare Seneca a Roma.
A Roma, Seneca fu nominato insegnante del figlio di Agrippina, Nerone. All’inizio, Nerone fu
fortemente influenzato dal suo maestro Seneca. I primi cinque anni della sua dominazione
su Roma furono infatti un successo grazie alle reminiscenze stoiche dell’insegnamento di
Seneca.
In seguito, Nerone si allontanò sempre più dal suo maestro. Nel 59 d.C, l’imperatore ordinò
che sua madre fosse giustiziata, e Seneca fu costretto a scrivere una lettera che
giustificasse l’esecuzione al Senato. Lucio Anneo Seneca venne accusato anche di altri
crimini, ma si attenne sempre ai suoi principi stoici.
Esausto, Seneca tentò per due volte di ritirarsi dalla sua posizione, ma Nerone respinse la
sua richiesta entrambe le volte. A questo punto, il noto filosofo romano iniziò ad allontanarsi
dal Senato e a condurre una vita tranquilla e di studio. E fu proprio in questo frangente che
creò la sua opera filosofica principale, Lettere a Lucilio, una ricerca razionale della
perfezione morale.
Nerone tuttavia accusò Seneca di essere coinvolto nella Congiura di Pisone, una congiura
per assassinare l’imperatore. Lo condannò quindi a morte per suicidio, ma gli storici
dubitano del coinvolgimento di Seneca in quella congiura.

La morte di Seneca
Seneca fu spinto al suicidio da Nerone, che lo accusava di aver partecipato alla congiura dei
Pisoni, una trama ordita per abbattere Nerone e innalzare al trono un giovane senatore,
Gaio Calpurnio Pisone.
Questi i fatti: era il 65 d.C., da tre anni ormai, da quando era morto Afranio Burro e Seneca
si era ritirato a vita privata, Nerone, finalmente libero da ogni tutela e sotto l’influsso del
famigerato Tigellino, il nuovo prefetto del pretorio, imperversava con la sua crudeltà e dava
scandalo per atti di assoluta immoralità.
Gli eccessi dell’imperatore, sfuggito ormai a ogni controllo, spinsero un gruppo di senatori,
cavalieri e intellettuali a ordire una congiura; la guidava il nobile Gaio Calpurnio Pisone. I
cospiratori furono traditi dal liberto Milico. La reazione di Nerone fu energica e spietata:
alcuni furono processati e condannati a morte, altri furono mandati in esilio o costretti a
suicidarsi: in quest’ultimo contesto si colloca la morte di Seneca.
Seneca sicuramente era a conoscenza della cospirazione, ma con ogni probabilità non vi
partecipò. Conosciamo bene gli ultimi momenti della sua vita dal racconto di Tacito, che vi
dedica cinque capitoli Tacito racconta che Seneca si provocò un taglio, ma dal momento che
sanguinava lentamente, assunse anche del veleno, la Cicuta, e fu adagiato in un bagno
caldo per accelerare il processo.

De Ira: Nei tre libri del De Ira, trattato che il filosofo scrisse nel 41, poco dopo la morte di
Caligola, dedicandolo al fratello Novato, viene affrontato appunto l'argomento sull'ira.
Famosa è la definizione di ira data da Seneca: " l’ira è una pazzia momentanea" (brevem
insaniam). In generale, la sensazione di un'offesa subita, una iniuria, è la causa di questa
follia passeggera. La prima reazione all'offesa può essere un moto di rabbia, come sono
automatiche le vertigini davanti al voto; Tuttavia Questa non è ancora ira, essa subentra
quando nasce la consapevole volontà di nuocere agli altri. Perciò, uno degli scopi del trattato
E dimostrare che l'offesa per il saggio non esiste: e gli deve Infatti rendersi imperturbabile in
modo che, qualsiasi sia l'offesa, questa non lo tocchi nel profondo dell'anima.

De brevitate vitae: è il decimo dei Dialoghi di Seneca. L'opera è dedicata a Pompeo


Paolino, cavaliere originario di Arles e prefetto dell'Annona. Scritto attorno al 49. Seneca
afferma che il senso della vita non sta nella durata (che non dipende dall'uomo) ma nella
qualità (che invece dipende dalle scelte etiche che vengono compiute): nessuna vita infatti è
veramente breve, se viene riempita di un significato. Al contrario, la maggior parte degli
uomini La dissipa in occupazioni inutili e poi si lamenta di non avere a disposizione un tempo
infinito, che comunque continuerebbe a dissipare. Perciò c'è chi è vittima del tempo, e sono
gli occupati, coloro che lo riempiono di attività futili giorno dopo giorno, mentre il sapiente è
capace di dominarlo perché sa utilizzare consapevolmente i giorni che il destino ha messo a
sua disposizione.

Naturales Questione: Verso la fine della vita, quando si era ritirato a vita privata, Seneca
diede vita ai suoi interessi naturalistici raccogliendoli nei 7 libri delle naturales quaestiones,
che sono un compendio divulgativo di storia naturale, in cui si trattano vari problemi naturali,
dalle comete ai fulmini, ai terremoti, ai fiumi; Seneca si occupa anche di problemi geografici,
come la questione, che sarebbe stata risolta solo nel XIX secolo, delle sorgenti del Nilo.
L'opera è frutto delle letture dei fisici greci, in particolare dello storico Posidonio. Non è però
scienza vera e propria, ma una sintesi di conoscenze scientifiche, divulgate con finalità
morali ed educative. Lo studio della natura, dice Seneca, serve Infatti al miglioramento
dell'anima, perché combatte l'ignoranza è libera l'uomo dalle superstizioni che gli vengono
dal non conoscere le cause dei fenomeni naturali. Le Naturales quaestiones furono
largamente usate nel Medioevo come libro di studio per la storia naturale.

De Clementia: Il De clementia («Sulla clemenza», pubblicato nel 56) è, in questo senso,


l'espressione più completa del pensiero politico di Seneca, quasi un manifesto sui rapporti
tra filosofia e potere. L'opera era divisa in tre libri, di cui ci restano solo il primo e una parte
del secondo, e fu dedicata al giovane Nerone, allora diciottenne. Si tratta del manifesto di
quello che per Seneca doveva essere il «buon governo» di un principe moderato: l'esatto
opposto di ciò che Nerone avrebbe dimostrato di essere di lì a poco. Il buon principe, per
Seneca, doveva essere il contrario di quanto erano stati l'efferato Caligola e l'odiato Claudio.
La trattazione è tutta ispirata alla dottrina stoica del potere e si fonda su questo principio:
come tutto l'universo è diretto da una forza divina che lo amministra e lo governa (Lògos),
così in uno Stato il monarca deve assicurare la pace e la prosperità ispirandosi alla Ragione,
la stessa che il dio usa per amministrare l'universo. Bisogna praticare giustizia,
moderazione, mansuetudine. Solo così gli uomini, che sono «animali ribelli», accetteranno
l'autorità del sovrano.
Epistulae morales ad lucilium: fu probabilmente l'ultima opera di Seneca, una raccolta di
124 lettere riunite in 20 libri. Esse non sono concentrate su un solo argomento ed è quindi
impossibile tracciarne un quadro unitario: sono, per certi versi, un diario privato, sono un
vero e proprio testamento spirituale, la sede dove Seneca esprime la somma di tutta la sua
dottrina. La scelta della forma epistolare era stata già compiuta, ma Seneca fu il primo
autore latino che la adottò sistematicamente. Il destinatario delle lettere era un amico, poeta
e politico, Lucilio che aveva ricoperto alcune significative cariche pubbliche. In realtà, più che
a lui, Seneca scriveva a se stesso e al Vasto pubblico dei posteri punto non bisogna però
pensare che le Epistolae siano una conversazione privata. Le lettere erano ideate già in
origine per una pubblicazione, o quantomeno per una diffusione. Il rapporto tra i due
corrispondenti è squilibrato: non sono due interrogatori alla pari, perché Seneca e il maestro,
Lucilio l'allievo. Nelle epistulae ad lucilium si trovano intrecciati eventi quotidiani ai temi
morali elevati. Spesso è dall'esperienza quotidiana che Seneca parte verso riflessioni più
Generali. Quando Seneca iniziò a scrivere queste lettere, erano appena iniziati gli assassini
politici di Nerone; Seneca assisteva dunque al fallimento della sua opera di maestro di
Nerone. Come altri senatori, anche lui era sospettato, spiato, calunniato; Nerone vedeva un
pericolo nell'antico maestro e non credeva nel desiderio di Seneca di vivere appartato.
Occorreva dunque dare un messaggio di speranza e di forza morale ed è appunto questo
che emerge dalla corrispondenza. Allontanandosi dalla vita pubblica, Seneca si sentiva
purificato e più vicino alla sua vocazione di filosofo. Il punto fondamentale di queste lettere è
che gli uomini felici sono i più infelici. Perché l'umanità comune vive per dei beni falsi, che
sono illusioni effimere, mentre non conosce quelli autentici, dai quali soltanto può derivare la
vera felicità. Naturalmente il tempo e la morte sono temi sui quali Seneca torna e ritorna
sistematicamente, dare un senso alla vita come dare un senso alla morte. Per Seneca non
dobbiamo cercare di vivere a lungo, ma di vivere quanto basta. Man mano che l'epistolario si
sviluppa gli orizzonti intellettuali di Seneca sembrano aprirsi ancora. La scrittura è varia, è
uno stile che tende a emozionare, immaginifico, fatto di antitesi, anafore, interrogazioni.
Seneca rivendica agli schiavi pari dignità rispetto ai liberi, ogni anima è uguale a un'altra, la
sola differenza è tra chi è buono e chi è malvagio. Le Lettere a Lucilio sono dunque un
concentrato di temi senecani e costituiscono la sintesi del suo pensiero.

LUCANO
Marco anneo Lucano nacque a Cordova nel 39 d.C. dal fratello di Seneca, era il nipote.
Grazie al brillante talento e raccomandato dallo zio entrò presto nella cerchia di amici di
Nerone. A causa dell'invidia per la sua intelligenza da parte di Nerone, e gli cadde in
disgrazia presso l'imperatore. Nel 65 d.C. fu condannato per aver preso parte alla congiura
di Pisone e costretto al suicidio. Morì tagliandosi le vene.

PHARSALIA
È la sua opera principale, nonché l'unica giunta fino ad oggi. È un poema epico storico che
narra la guerra civile tra Cesare e pompeo. La narrazione si interrompe al decimo libro ma
doveva averne 12.
Viene a prendere il nome di Anti Eneide per via dell'intento dell'autore di concerpirla come
un'opera speculare all'eneide. A differenza dell'opera di Virgilio, Lucano rifiuta la concezione
provvidenziale della storia. infatti Lucano sceglie proprio la guerra civile tra Cesare e
Pompeo che ha portato alla distruzione delle istituzioni repubblicane. Egli denuncia la crisi
dell'unità del popolo romano che arrivò a combattere persino i propri parenti (Pompeo era
genero di Cesare). A differenza dell'eneide, il tono celebrativo cede spazio al tono cupo e
disperato, la provvidenza cede il posto al caso cieco (i protagonisti non sono guidati dagli dei
ma semplicemente tutto è causa delle loro azioni), le divinità permettono il massacro
rimanendo impassibili di fronte alla distruzione. Il soprannaturale non è però del tutto
assente dal poema, e si manifesta in racconti mitologici, visioni e profezie, pratiche magiche.
La fine della guerra, per Lucano, rappresenta una pace ma garantita dal dominio di un solo
uomo (dominus=signore).

Nel sesto libro del poema, si narra del figlio di pompeo, Sesto pompeo, e del suo viaggio in
tessaglia, presso la maga Eritto: La strega, una negromante, che resuscita, con la magia
nera, il cadavere di un soldato che profetizza la sconfitta di pompeo.
Questo racconto rappresenta chiaramente un tentativo, da parte dell'autore, di opporsi al
capolavoro virgiliano, poiché non si racconta di un vivo che discende negli inferi ma di un
morto che ritorna dagli inferi, secondo un'azione contro la natura. Lucano non vuole quindi in
alcun modo, giustificare gli eventi storici.
I PERSONAGGI
Il bellum civile non ha un unico eroe positivo, i protagonisti sono Cesare e Pompeo, ma
nessuno dei due ha un ruolo principale.
I 2 hanno caratteristiche molto diverse ma li accomuna il desiderio di vincere per instaurare
un dominio assoluto a Roma.

● CESARE: È molto chiaro che il poeta sia ostile a Cesare, che è presentato come
un'incarnazione del male, spinto da una brama di potere che lo porta a travolgere
tutto ciò che si trova davanti. Cesare possiede uno straordinario valore militare ma le
sue azioni, inarrestabili e dalla portata distruttiva, lo rendono un portatore di rovina,
connotandolo come un tiranno.
● POMPEO: Le simpatie dell'autore vanno all'anziano pompeo, difensore delle
istituzioni repubblicane e spesso definito Magnus. Tra i 2 egli è il più debole,
incapace di reagire alla ferocia di Cesare. Lucano lo paragona ad una vecchia
quercia, spoglia e dalle radici deboli, che si regge sul suo peso senza crescere
ancora. Per Lucano, Pompeo gode della gloria passata ombra di un grande eroe.

● CATONE: Morto Pompeo, egli si pone alla testa dei repubblicani, essendo l'unico
personaggio positivo del poema. Egli era un seguace della filosofia stoica. Catone
incarna i valori della repubblica Romana, perciò si schiererà dalla parte di Pompeo e,
dopo la sconfitta, si darà la morte. Lo stoico riconosce che l'indifferenza degli Dei e la
malvagità del fato stanno conducendo Roma alla distruzione. A Questi egli
contrappone la sua rigorosa virtù.

IL GUSTO DEL MACABRO: Il linguaggio è consono all'atmosfera Cupa che investe tutto il
poema: l'orrore dell'argomento esposto Si propone anche nel gusto del Macra Bo e del
truculento. Indulgere su particolari raccapriccianti, descrivere le morti più atroci e paradossali
significa ancora una volta denunciare La perversione della guerra civile punto così per
esempio, un Anonimo rievoca il supplizio inflitto da Silla a Marco gratidiano, figlio adottivo di
Mario.
PETRONIO
È considerato il primo autore di un romanzo latino, il Satyricon, ma su di lui abbiamo poche e
incerte notizie biografiche.
Petronio nasce forse nel 27 d.C. a Marsiglia, nel 54 entra a far parte della corte di Nerone
sotto il ruolo di arbiter elegantiae (un esperto di etichetta di corte).
Nel 66 Petronio muore suicida per ordine di Nerone, egli si fa tagliare le vene e si lascia
morire seduto a banchetto.

SATYRICON
Fu scritto da Petronio, è un romanzo prosimetro che comprende sia prosa che versi, il titolo
dell'opera significherebbe "libri di storie Satiriche".
Il Satyricon era un'opera molto estesa di cui resta solo una piccola parte relativa ai libri
14,15 e 16, si sa quindi per certezza che le parti superstiti erano precedute da almeno 13
libri andati totalmente perduti.
L'opera si può considerare una specie di Odissea burlesca, Molte sono le similitudini Infatti
con l'Odissea. Ad esempio vi è uno strano Ulisse che vaga per mare perseguitato dal Dio
Priapo, così come Poseidone perseguitava Ulisse.
Attraverso la lettura della Trama il Satyricon si colloca nel genere del romanzo.
Si tratta infatti di una narrazione che comprende vicende d'amore.
Non tutti però lo definivano un romanzo, Anzi si pensava fosse una parodia degli antichi
romanzi greci.
Il romanzo di Petronio è incentrato intorno all'amore infedele tra Encolpio e Gitone. Il
Satyricon però non è da considerare un Unicum ma si inserirebbe in un filone di letteratura
umoristica. D'altro canto la mescolanza di prosa e versi avvicina il romanzo di Petronio a
un'ulteriore genere, La Satura Manippea. Il Satyricon, quindi, si colloca al di fuori di un
genere letterario, non rientra in nessuna classificazione soddisfacente.
Il mondo di Petronio, dai frammenti che possediamo, è popolato da figure basse e Miserabili;
gente dedita alla truffa e all'imbroglio, parassiti e adulatori. Nessuno dei personaggi può
essere considerato positivo: è il ritratto di un mondo da bassifondi, di gente che vive ai
margini della legge.
L'approccio di Petronio, però, rispetto ai fatti indecenti che narra, non è mai di condanna.
L'autore Si colloca al di sopra dei suoi personaggi e delle loro vicende, con sguardo ironico e
divertito. Il Satyricon è infatti un'opera comica, e come tale, si basa sulla realtà e coinvolge
soprattutto gli strati più bassi della società. Lo stesso personaggio narratore, encolpio, da un
lato si rivela un ribaldo pronto a tutto e dall'altro è imbevuto di letteratura e retorica e tende
reinterpretare le proprie disavventure con cliché libreschi. Il realismo del Satyricon,
insomma, non si limita ai singoli quadretti o a scene precise.
Tuttavia accanto al registro comico è presente un altro, il grottesco. Esso consiste in una
deformazione esagerata di situazioni e personaggi, in cui al ridicolo si mescola il
paradossale. Non vi è nulla di tragico in quest'opera: tutte le situazioni, anche le peggiori,
finiscono in una risata liberatoria. Persino l'unico personaggio che muore, Lica, viene
commemorato con un epitafio burlesco.
● CENA TRIMALCHIONIS: L'episodio più celebre dell'opera è cena trimalchionis.
Esso rappresenta un racconto nel racconto che occupa buona parte del testo
superstite. Il protagonista è Trimalchione, un Liberto che ha circuito il padrone e ne è
diventato l'erede per poi arricchirsi ulteriormente. La letteratura Antica ambienta
molte opere in sala da pranzo, quella di trimalchione è la parodia di questo genere
letterario. Trimalchione ci viene presentato in tutto il suo splendore, la negazione del
saggio: è un uomo molto chic (in senso ironico). Nella sala da banchetto tiene un
orologio è un suonatore di tromba. Possiede terme private; di lì esce in un dato di
profumo, si fa massaggiare da tre massaggiatori nello stesso tempo e avvolgere da
un asciugamano di porpora, poi si fa caricare su una splendida lettiga assieme al suo
favorito, un ragazzino cisposo. Accanto gli sta l’attempata moglie fortunata,
anch'essa una liberta e anch'essa rozza e volgare come il marito.
È un banchetto da Ghiottoni, esagerato, non certo da Buongustai: Poggio di stoviglie
preziose; torte enormi da cui escono stormi di tordi svolazzanti. Un gigantesco
maiale arrosto viene posto al centro della sala e quando il cuoco inizia a tagliarlo ne
esce una cascata di salsicce, gli antipasti sono offerti in un asino d'argento di
grandezza naturale con inciso il nome di Trimalchione e il suo peso in argento.
Trimalchione si fa portare a tavola sulla lettiga, accompagnato da Musicanti, mentre
sta terminando una partita a dama in cui, al posto delle pedine bianche e nere,
stanno monete d'oro e d'argento. Durante la cena, trimalchione fa anche sfoggio di
una cultura raccogliticcia, dimostrandosi un uomo assolutamente ignorante.
Questo episodio è, si può dire, un'escursione antropologica nella tribù dei Liberti
arricchiti e dei loro codici esistenziali. Vi si coglie la decisione dell'aristocratico verso
un ceto sociale che aveva via via preso piede nella Roma dell'epoca e verso cui i
senatori ostentavano il più sovrano disprezzo.
La cena di trimalchione Valletta anche come la descrizione di un mondo deformato,
in cui ogni cosa assume un aspetto grottesco e paradossale, E persino le riflessioni
sulla morte assumono un tono surreale, come quando Trimalchione piangendo calde
lacrime, legge in pubblico l'iscrizione funebre che si è fatto preparare.
QUINTILIANO
Quintiliano oratore e insegnante di retorica di grande successo sotto i Flavi, al punto che
Domiziano lo fece precettore di due suoi nipoti. Marco Fabio quintiliano nacque a Calagurris,
nella Spagna settentrionale, intorno al 35. Figlio d'arte, si trasferì a Roma per perfezionare i
suoi studi; qui fu allievo del grammatico Remmio Palemone e del retore Domiziano Afro. In
seguito, fatto ritorno in Spagna, iniziò a praticare l'attività forense; nel 68, Tuttavia,
l'imperatore galba lo richiamo nella capitale, dove iniziò, contestualmente all'attività di
avvocato, a insegnare retorica. Il successo del suo insegnamento fu grande e richiamò
anche discepoli illustri, tra cui Plinio il Giovane. Vespasiano istituì per lui Una cattedra di
retorica a spese dello Stato. Dopo vent'anni, lasciò l'attività di insegnante e di avvocato,
Salvo accettare nel 94 l'incarico di educare due nipoti di Domiziano. Questo compito Waltz e
tra l'altro a Quintiliano gli ornamenta consularia (insegne consolari). Dopo il ritiro dal
pubblico insegnamento, si dedicò soprattutto ai suoi studi e alla composizione delle sue
opere. Ignoriamo la data di morte, Ma senz'altro fu di non molto posteriore alla fine della
dinastia Flavia (96).

ISTITUTIO ORATORIA
Si è conservata la sua opera Maggiore, l'istituzione oratoria, in 12 libri, composta
verosimilmente tra il 90 e il 96. Il venir meno della Libertas repubblicana aveva annullato lo
spazio di un autentico confronto politico puntoevirgola l'andamento dei processi era per lo
più condizionato dai desideri della famiglia Imperiale, così anche l'oratoria giudiziaria vedeva
ridimensionato il suo valore. Preclusi Dunque all'oratorio il foro e i tribunali, il solo spazio
rimasto per l'esercizio dell'eloquenza è erano le scuole, dove si declama vano esercitazioni
retoriche su temi fittizi. Quintiliano non manca di prendere posizione in questo acceso
dibattito, lo fa soprattutto con la istituzione oratoria. In quest'opera Quintiliano rivela una
visione estremamente moderna dei metodi educativi, come la secondarie le propensioni
naturali degli allievi e le punizioni corporali sono tutt'altro che efficaci, perché
l'apprendimento non può essere frutto di costrizione. Il rapporto maestro allievo, dunque,
non deve essere improntato alla paura, ma alla reciproca fiducia e anche il gioco può essere
utilmente spruzzato nelle prime fasi dell'apprendimento, che deve essere graduale e
commisurato alle capacità propria di ogni età. Quintiliano inoltre propugna una scuola
pubblica, in cui i ragazzi possano competere tra loro in modo sano, perché è più gradito ai
ragazzi emulare un modello alla loro portata. Queste idee erano tutt'altro che scontate
all'epoca e fanno di Quintiliano un precursore della pedagogia moderna.
Quintiliano ripropose la figura del perfetto oratore come vir bonus discendi peritus, uomo
onesto, esperto nel dire. L'oratore ideale delineato da Quintiliano somiglia a quello di
Cicerone per la vastità delle competenze culturali richieste. Oltre che un uomo di cultura,
però, il perfetto oratore è un cittadino al servizio del bene comune, capace di orientare le
scelte del Senato e del Popolo.
L'insegnamento deve essere pubblico
Quintiliano prosegue nella sua perorazione degli Studi effettuati presso le scuole, piuttosto
che nel chiuso dell'ambiente domestico, da soli. Egli argomenta con la constatazione che
l'oratoria è un'arte Social e, e dunque deve essere appresa è praticata in compagnia, Senza
contare che così i ragazzi sono stimolati nel contesto di una competizione sana e che per
emulare i compagni di studio più bravi, per il resto degli alunni sarà un compito più facile che
quello di imitare il maestro.
Il maestro deve essere un modello
Quintiliano delinea Il Ritratto del buon maestro, da un lato per fornire un metro di giudizio
alle famiglie che dovevano scegliere a chi affidare i propri figli, dall'altro per indirizzare sulla
buona strada gli aspiranti maestri di retorica. Il criterio di base è quello della moralità
assoluta; poi viene una serie di raccomandazioni, secondo le quali il maestro deve essere
come un padre per i propri discepoli, agli occhi dei quali dovrà costituire un modello oggetto
di ammirazione, perché si imitano più volentieri con loro per cui proviamo simpatia e
ammirazione.
Seneca pieno di difetti
Quintiliano Lancia i suoi strali contro il suo principale bersaglio polemico: Seneca. Come
tiene a precisare, la condanna non riguarda ha fatto i contenuti, moralmente raccomando
abilissimi, ma esclusivamente lo stile, che, nel pur breve Passo, definisce più di una volta
corrotto. Il principale difetto rinfacciato a Seneca è quello di praticare uno stile corrotto e
frammentato, spezzato in minute frasette.

TACITO
Tacito è lo storico di età Imperiale che si distingue per il suo rigore e la profondità di
indagine, la capacità di analizzare i meccanismi politici e per il valore artistico della sua
opera.
Cornelio Tacito nasce forse a Roma tra il 55 e il 58 d.C. da una famiglia di elevata
condizione sociale. La sua carriera politica si svolge tra il 69 è il 96 d.C. sotto la dinastia dei
Flavi. Con la morte di Domiziano, nel 96 dopo Cristo, Tacito comincia la sua opera perché
solo da quel momento gli intellettuali possono di nuovo avere libertà di parola. Nel 97 dopo
Cristo, Tacito e Consul suffectus sotto Nerva. Muore in una data imprecisata sotto il regno di
Adriano, tra il 117 e il 138 d.C.
Tacito nelle sue opere esprime il punto di vista dell' Élite senatoria, che avverte come ormai
inesorabile la crisi dello Stato, Ma a differenza di Livio o Sallustio, non ha più fiducia nella
missione civilizzatrice dell'espansionismo Romano ed è animato da un profondo
pessimismo.
Tacito nei proemi delle sue opere dichiara di voler esprimere i fatti in modo veritiero e
imparziale. Anche se non riesce a nascondere il suo giudizio personale. Egli formula infatti
Severi giudizi di condanna sugli avvenimenti e sui loro protagonisti, lasciando trasparire un
forte moralismo e pessimismo sulla natura umana. Tacito rimpiange il periodo repubblicano
ma è ormai consapevole che non si può più tornare indietro e che il Principato è una realtà
storica necessaria.
Questa visione di Tacito si manifesta soprattutto nella sua ricerca delle cause delle azioni
nell'animo umano, motivo per cui spesso si sofferma si sofferma sul Ritratto dei personaggi,
sulle loro qualità e difetti morali. Ciò conferisce alle sue opere un accentuato senso di
drammaticità favorito dal ricorso a frequenti discorsi diretti e alla descrizione di scene
tragiche, per suscitare nel lettore una forte partecipazione emotiva.

AGRICOLA: è la biografia encomiastica del suocero di Tacito, Giulio Agricola. Ripercorre il


suo cursus honorum, con particolare riferimento alla sua campagna militare in Britannia.
Nella prefazione, Tacito esprime la sua condanna verso il regime di Domiziano ed espone il
suo programma storiografico.
Si compone di 46 capitoli e traccia un profilo delle Virtù morali, militari e politiche di agricola.
Lo ritrae come un funzionario alieno da servile adulazione, un uomo dalla morale
irreprensibile. Dopo aver parlato della gioventù e degli Studi del suocero, Tacito ne descrive
la carriera militare, la campagna militare in Britannia e il governatorato. Le operazioni di
guerra condotte dal suocero offrono l'occasione per digressioni geografiche e etnografiche.
Tacito narra poi Il ritorno del suocero a Roma; il trionfo declassato gli Dal Senato e la fredda
accoglienza dell'imperatore, geloso della sua gloria; il ritiro a vita privata e la morte per
cause non chiare, Secondo alcuni per mano di Domiziano.
In realtà, lodando la figura del suocero, tacito lodava indirettamente anche se stesso e
questa fu un’operazione tutt’altro che casuale. 
L’opera infatti, è scritta nel 98, quando dopo la morte di Domiziano, erano succeduti prima
Nerva e poi Traiano. In questo circostanze occorreva depurare la memoria di Agricola (e
quindi la famiglia di Tacito). 
Proprio per questa ragione la figura del suocero è vista come una vittima, più che un
complice del vecchio regime di Domiziano. 
Agricola è raffigurato come un rappresentante dell’antica Virtus romana non contaminata
dalla corruzione. 
LA GERMANIA: ha carattere geografico ed etnografico il popolo dei sul popolo dei germani.
Qui Tacito analizza le cause della corruzione dei costumi romani, mettendoli a confronto con
quelli del Popolo Barbaro, non ancora interessato dalla decadenza.
L’opera fu scritta nel 98 e forse per un’occasione specifica: Traiano stava infatti preparando
una grande spedizione in Germania, anche se se poco dopo cambia strategia iniziò la
vittoriosa conquista della Dacia. Tacito in 46 capitoli, non vuole solo descrivere gli usi e
costumi della popolazione bensì c’è un problema storico di grande importanza: per quale
ragione il potere inarrestabile di Roma si è bloccato davanti alle popolazioni germaniche da
circa 210 anni? La risposta si troverebbe nel fatto che i germani posseggano la fierezza che
anche romani di un tempo possedevano. 
L’autore infatti esalta la serietà e il rigore di questo popolo, introvabile anche nei matrimoni
(le donne sono di assoluta pudicizia, differentemente da quelle romane nei numerosi
banchetti). Perché però l’autore esalta questa popolazione? Questo perché tacito ha fiutato
un pericolo; da questo popolo potranno infatti venire pericoli grandissimi e cerca di mettere
in guardia i romani.

LE HISTORIAE: Furono scritte intorno al 105 d.C. l'opera tratta i fatti del 69/70 d.C.: dal
famoso anno dei 4 imperatori, succeduti a Nerone, alla prima guerra giudaica con l'assedio
di Gerusalemme. Dei 12 o 14 libri di cui era composta, che probabilmente narravano anche
tutto il periodo della dinastia Flavia, ce ne sono pervenuti solo i primi 4 e 26 capitoli del
quinto.
Libro I: le regioni della Germania acclamano imperatore Vitellio, rifiutando di giurare fedeltà
a Galba. Galba viene ucciso a Roma dai pretoriani e al suo posto proclamano imperatore
Otone. Otone muove contro Vitellio, che dalla Germania sta marciando verso l'Italia.
Libro II: Vespasiano e suo figlio Tito sono impegnati nella rivolta giudaica. In Italia le truppe
di vitello e otone si scontrano a bedriaco e Otone, conflitto, si suicida. Si apre la guerra civile
perché le legioni orientali proclamano imperatore Vespasiano.
Libro III: le truppe di Vespasiano Marciano sull'Italia e vincono una sanguinosissima
battaglia a Cremona contro le forze di Vitellio. A Roma i seguaci di Vitellio attaccano quelli di
Vespasiano e ne uccidono il fratello Flavio Sabino, mentre il figlio Domiziano si salva
rifugiandosi nel Tempio di Iside. La battaglia viene vinta dai seguaci di Vespasiano e Vitellio
viene preso, giustiziato e torturato in pubblico.
Libro IV: scoppiano le rivolte in Gallia e in Germania; Senato elegge Vespasiano e Tito
prosegue la guerra contro i Giudei. Alcuni eventi miracolosi nel tempo di Serapide gli
preannunciano il destino Imperiale.
Libro V: Tito assedia Gerusalemme e Tacito, a questo punto, traccia una breve storia dei
Giudei, partendo da Mosè. Negli ultimi capitoli prosegue il racconto della guerra in Germania
che sta volgendo alla fine.

GLI ANNALES: Gli annales sono stati composti in 16 libri e pubblicati tra il 115 e 117.
Narrano gli avvenimenti interni ed esterni di Roma dalla morte di Augusto a quella di
Nerone. La narrazione inizia con la trattazione degli ultimi anni del regno di Augusto e delle
circostanze che portano il vecchio Imperatore a ripiegare su Tiberio. Del regno di Tiberio,
Tacito distingue due periodi. Dei primi 9 anni da un giudizio sostanzialmente positivo:
l'imperatore mantiene la dignità delle magistrature, rispetta la divisione dei poteri, e
ossequioso delle leggi, morigerato nei costumi. Ma col passare degli anni Tiberio si ritira
progressivamente dalla politica e delega il tutto alla sinistra figura di Seiano. Da allora sia,
dice Tacito, un'involuzione dei rapporti politici con l'aristocrazia senatoria e anche un
peggioramento del carattere dell' imperatore che mette in luce quella che è sempre stata la
nota più saliente della sua personalità, cioè la simulazione. Se Tiberio è il simulatore,
Claudio è il debole, il succube delle donne e dei Liberti. Nerone invece è il folle.
Tacito tratta la progressiva involuzione della personalità di Nerone. Finché rimane sotto
l'influsso della madre agrippina e di Seneca le sue manie vengono contenute. Ma il principe
si fa via via più indipendente, e allora i suoi crimini non contano più. Motivo costante degli
annales è che tutti gli imperatori dall'inizio del loro regno sono animati da buoni propositi che
poi finiscono per tradire. Inoltre il passaggio di regno si risolve in un passaggio verso
tirannidi sempre più feroci e di conseguenza la libertà diventa sempre più una parvenza.
Rispetto alle historie, negli annales cresce il gusto per il macabro e l'orrido. Tacito indugia a
rappresentare le beghe, la sete del potere, il clima di sospetti Ele atroci morti. Inoltre molto
più marcata è la polemica contro quella parte della classe senatoria che, adulatrice e
arrivista, ha dato così squallido esempio dell'antica dignità.

IL DISCORSO DI CALGACO: Ne l'agricola Tacito scrive di due dialoghi, quello di agricola


che esorta il suo esercito e quello di Calgaco comandante dei caledoni.
Fra i due discorsi, però, di maggiore fascino per il lettore è il discorso che Tacito pone in
bocca al comandante dei Caledoni.
Le sue parole sono quelle di un uomo fiero è libero, verso il quale sembra quasi che Tacito
orienti la sua simpatia, un uomo che si batte insieme al suo popolo per la Libertà contro gli
invasori. Il discorso di calgaco contiene parole che possono valere a commento di qualsiasi
imperialismo di qualsiasi epoca: i romani, dice calgaco, sono i rapinatori del mondo,
devastano depredano, sottomettono sia i popoli ricchi che quelli poveri, per smania di
potere. Non c'è terra che li Fermi, E, ora che sono arrivati sino Ai confini del mondo, rubare,
trucidare, rapinare loro lo chiamano impero e là dove fanno il deserto dicono di aver portato
la pace. Tacito riporta questo discorso ma rovescia la prospettiva, ponendosi dalla parte dei
nemici sconfitti. In fin dei conti egli nutriva rispetto per Questi barbari, che difendevano la
loro Libertà ed erano sì Feroci e selvaggi, ma non ancora corrotti dalle mollette e
dall'opportunismo dilaganti a Roma.

LA MORTE DI AGRIPPINA:
«In un primo momento pensò al veleno» – scrive Tacito – ma dopo l’avvelenamento di
Britannico la sua morte non sarebbe apparsa accidentale. Così Nerone ricorse a uno
stratagemma teatrale, di cui lui fu il regista e il liberto Aniceto l’esecutore.
Nerone si trovava nella stazione balneare di Baia per festeggiare Minerva. Si fece
raggiungere dalla madre, facendole credere di volersi riconciliare. Ella Lo raggiunse dopo 2
giorni e la sera stessa Nerone La riempiva di attenzioni. Aniceto intanto fece preparare la
nave per il ritorno. A poppa, dov’era il letto su cui Agrippina avrebbe riposato, era stato
ammassato sul tetto un enorme carico di piombo.
Agrippina salì sulla nave. E ad un segnale dato, il tetto della cabina dove riposava,
appesantito dal piombo, crollò.
Uno dei familiari di Agrippina, Creperio, morì sul colpo. Agrippina e la sua governante
Acerronia furono invece salvate dalle alte spalliere del letto tanto robuste da resistere al
peso. La nave sbandò, Agrippina e Acerronia finirono in acqua. Ma Acerronia si mise a
gridare che Agrippina era lei e che salvassero la madre dell’imperatore: perciò fu finita a
colpi di remo. Mentre Agrippina, che era una brava nuotatrice, riuscì a sgusciare in silenzio
nel buio e ad arrivare alla riva; da lì, imbattuta in alcune barche da pesca, raggiunse il lago
Lucrino e si fece accompagnare alla sua villa.
Nerone, terrorizzato che si scoprisse in lui l’autore dell’attentato e temendo la vendetta di
Agrippina, si consultò con Seneca e Burro, suoi precettori, e diede l’ordine ad Aniceto di
uccidere la madre. Questa, quando vide sfondata la porta della sua camera e apparire
Aniceto coi sicari, rivolta a lui, disse: «Colpisci al ventre che generò Nerone». E fu trafitta.

L'INCENDIO DI ROMA: Tacito descrive lo spaventoso incendio che colpì Roma sotto il
regno di Nerone e di cui lo stesso Princeps venne accusato di essere l'autore. Lo storico si
sofferma sulla velocità con cui Ampi tratti della città venivano invasi dalle fiamme e sulla
disperazione di vecchi, donne e bambini che cercavano di fuggire. Visto che ogni cosa era in
balia del fuoco, la gente si riversava nelle strade e nei campi e anche chi era sopravvissuto
preferiva morire perché aveva perso tutto. Tacito afferma che nessuno provava a spegnere
le fiamme e che, anzi, c'erano persone che si impegnano a prorogare le per poter
approfittare della situazione e rapinare abitazioni oppure perché quello era l'ordine che
avevano ricevuto. Ancora una volta lo storico si mostra favorevole a l'opinione di chi
considera Nerone colpevole della sciagura.
LA MORTE DI PETRONIO: la narrazione della morte di Petronio propone Innanzitutto un
ritratto paradossale: Tacito lo descrive come un raffinato gaudente dedito alla vita notturna e
a Iozzi, colto ed i modi squisiti, libero da pregiudizi e da convenzioni sociali, tanto esperto dei
piaceri della vita che, entrato nelle grazie di Nerone, divenne arbitro e maestro di Buongusto.
un uomo dedito a ogni tipo di piacere, che tuttavia, nel momento in cui è chiamato a ricoprire
cariche importanti, mostra grandi capacità e energie.
Egli fu accusato di aver preso parte alla congiura organizzata contro Nerone da Pisone e
decise egli stesso di uccidersi facendosi recidere le vene, prima che giungesse l'ordine di
morte.
LA MORTE DI SENECA: Seneca fu spinto al suicidio da Nerone, che lo accusava di aver
partecipato alla congiura dei Pisoni. Seneca sicuramente era a conoscenza della
cospirazione, ma Con ogni probabilità non vi partecipò. Tacito ci racconta gli ultimi momenti
della sua vita. Un giorno, mentre Seneca si trovava a 4 miglia Da Roma e cenava con la
moglie Paolina e due amici, si presentò il tribuno dei pretoriani Gaio Silvano, incaricato da
Nerone di intimare la morte a Seneca. Egli comincia ad abbracciare i parenti ei convitati e
mentre questi si abbandonano alla disperazione, Seneca è imperturbabile e dice di lasciare
loro in eredità d'esempio della sua vita in continua tensione verso il raggiungimento della
virtù. Come ebbe rivolto a tutti le proprie riflessioni, abbracciò la moglie e, un po' commosso
dinanzi alla sorte La pregò di placare il suo dolore. La moglie dichiarò che anche lei era
destinata a morire e chiese la mano del carnefice. Seneca non si oppose alla Gloria della
moglie e le disse che le aveva mostrato Come alleviare il dolore della vita ma lei aveva
preferito l'onore della morte. Tacito racconta che egli si suicida tagliandosi le vene dei polsi,
Ma essendo vecchio e deperito, il sangue non defluisce in modo abbastanza veloce, perciò
si fa tagliare le vene dietro il ginocchio intanto regala ai suoi amici le ultime riflessioni e per
non far soffrire ulteriormente Paolina la invita a cambiare stanza. Perché la morte tarda ad
arrivare, si fa preparare un bagno caldo ed il sangue riesce a defluire e Seneca muore.
Poiché Nerone non aveva alcun rancore verso Paolina, diede l'ordine di impedirne la morte
in modo da non accrescere l'odiosità della sua ferocia.

LUCANO: Tacito descrive la morte di Lucano: si fece tagliare le vene e con la mente ancora
lucida recitò dei versi da lui composti su un soldato che era morto nello stesso modo.
Queste furono le sue ultime parole. Così morirono anche altri che erano stati accusati di
aver preso parte alla congiura di Pisone.

APULEIO
Apuleio è una delle figure più rilevanti del II secolo d.C. I suoi vastissimi interessi spaziarono
dal campo giuridico a quello retorico-oratorio, dall’ambito filosofico-religioso a quello magico-
misterico. Fu un seguace della corrente del platonismo che univa le idee di Platone con le
dottrine mistico-religiose provenienti dall’Oriente. Non fu un vero e proprio filosofo, ma
piuttosto un divulgatore di cultura.
Nacque intorno al 125 d.C. a Madaura in Numidia (l’odierna Algeria) da una famiglia molto
facoltosa. Compì i suoi studi di grammatica e di retorica a Cartagine. Ad Atene studiò
eloquenza e approfondì gli studi filosofici; venne a contatto con il platonismo, le correnti
mistiche, l’aristotelismo.
Fece poi numerosi viaggi, anche a Roma e numerose volte in Oriente, tenendo conferenze
di grande richiamo e successo in varie località.
Tornato in Africa conobbe la ricca vedova Pudentilla, la madre di Ponziano, suo compagno
di studi, e la sposò. Nel 158, morto l’amico Ponziano, i parenti della moglie gli intentarono un
processo. Lo accusarono di aver plagiato e sedotto Pudentilla con filtri malefici e formule
magiche e dell’omicidio dello stesso Ponziano.
Apuleio si difese da solo con un’orazione pervenuta dal titolo Apologia o De magia, in cui
rigettava l’accusa, dimostrando l’ignoranza e la malafede dei suoi accusatori e impostando
la sua difesa sulla distinzione tra filosofia e magia. Apuleio trascorse gli anni restanti della
sua vita a Cartagine. Qui esercitò le professioni di avvocato, medico, bibliotecario e
conferenziere. Morì presumibilmente non oltre il 170 d.C.
Di Apuleio ci sono giunte diverse opere e di vario genere.
METAMORFOSI
Come Petronio aveva fatto nel Satyricon, anche Apuleio nelle Metamorfosi scelse di rac
contare la storia attraverso le parole di un personaggio protagonista e narratore (Lucio) e di
innestare sulla vicenda principale (le avventure di Lucio) una innumerevole serie di racconti
d'altro genere. La trama si sviluppa a partire da un viaggio che il protagonista-narratore, un
giovane greco di nome Lucio, compie alla volta della Tessaglia. La curiosità di Lucio per il
mondo affascinante e tenebroso della magia lo porteranno a trasformarsi per errore in asino,
e i capricci della sorte gli sottrarranno per lungo tempo l'antidoto capace di riportarlo alla
forma umana (le rose). Poiché Lucio-asino mantiene le facoltà intellettive umane, la
metamorfosi gli consente di sperimentare situazioni diverse e di conoscere gli uomini per
quello che sono, perché al suo cospetto essi non si danno pensiero di nascondere la loro
vera natura. Lucio acquisisce un'esperienza del mondo profonda e variegata. La
benevolenza della dea Iside consentirà infine a Lucio di recuperare la forma umana, a patto
che egli accetti di consacrare il resto della propria vita al suo servizio, facendosi
successivamente iniziare ai Misteri di Iside e a quelli di Osiride, in un'ultima – e definitiva -
metamorfosi

La complessità strutturale dell'opera e la sua estrema varietà tematica e stilistica trovano un


elemento unificante nel punto di vista del narratore, Lucio, e nelle riflessioni con cui
accompagna e commenta le vicende di cui diventa protagonista o testimone. Ma è
soprattutto la curiositas di Lucio il vero motore del lungo e articolato itinerario, che lo porta a
conoscere e a sperimentare ogni bassezza, ma anche a giungere, infine, a una salvezza
religiosa. La conclusione, peraltro, è anticipata proprio nel cuore del romanzo dall'ampia
storia di Psiche.
Nei libri I-III del romanzo assistiamo alle prime avventure di Lucio e ne conosciamo il
carattere. Il giovane ci racconta di un suo viaggio d'affari verso la città di Ipata e manifesta
immediatamente quella che si rivelerà la sua caratteristica più spiccata, vale a dire una
incontenibile curiosità.
Dopo l'incauta magia operata da Fotide, Lucio apprende che per ritornare uomo gli basta
mangiare delle rose, ma il rimedio agognato è ottenuto solo dopo una interminabile serie di
peripezie, che costituiscono la gran parte del romanzo. Sistemato nella stalla insieme al suo
cavallo e all'asino di Milone, Lucio-asino viene infatti catturato da un gruppo di briganti che
saccheggia la casa (al termine del libro III) e trasportato in una caverna, dove gli capita di
ascoltare la storia di Amore e Psiche. Si tratta ancora una volta di un racconto nel racconto,
ma questa volta di eccezionale estensione.
Terminato il racconto di Amore e Psiche riprende la narrazione delle peripezie di Lucio-
asino. Dopo una fuga rocambolesca, in compagnia di Carite e Tlepolemo, giunto per salvare
la ragazza dai briganti, Lucio-asino viene mandato in campagna dai due fidanzati
riconoscenti, dove, però, la moglie del fattore lo maltratta all'insaputa dei padroni. Giunge poi
una triste notizia: Tlepolemo è stato ucciso a tradimento dall'amico Trasillo, Carite si è
vendicata dell'assassino accecandolo e poi si è uccisa sulla tomba dello sposo. Lucio, allora,
è venduto a un gruppo di sacerdoti imbroglioni, che si dicono seguaci della dea Siria; dopo
l'arresto di questi ultimi, sono un mugnaio, un ortolano, un soldato romano, e due fratelli, ad
avvicendarsi nel possesso dell'insolito animale. Le abitudini in verità troppo umane dell'asino
contribuiscono a farne un'attrazione, fino a che una matrona lussuriosa non si invaghisce di
lui. Di qui il passo è breve: il padrone decide di trasformare in spettacolo pubblico le audaci
prestazioni di Lucio, facendolo esibire nel teatro di Corinto. Tuttavia, proprio mentre si
avvicina il momento di avere un rapporto sessuale con una condannata a morte, Lucio
fugge, raggiungendo di corsa la spiaggia di Cencre, dove si addormenta. Dopo aver
supplicato la luna, affinché gli ridoni forma umana, Lucio vede in sogno la dea Iside, che gli
trasmette istruzioni sul comportamento da tenere l'indomani, in occasione di una festa
religiosa nel corso della quale Lucio potrà finalmente mangiare le rose che il sacerdote della
dea avrà provvidenzialmente tra le mani. Alla fine, dopo essersi trasformato nuovamente in
uomo, attraverso un articolato percorso iniziatico, Lucio diviene sacerdote di Osiride e, per
volontà del dio, si dedica con successo alla professione di avvocato.

l'opera è progettata in modo tale che sul racconto principale si innestino innumerevoli altri
racconti, che riguardano i personaggi che Lucio incontra sulla sua strada, oppure i
personaggi e le vicende di cui qualcuno racconta a Lucio. Gli argomenti degli inser ti
narrativi sono prevalentemente la magia, l'adulterio, l'inganno e l'omicidio. La scelta di
situazioni e ambienti è destinata ad accompagnare e sottolineare il progredire della storia
principale.
I diversi racconti che Lucio ascolta in veste di asino e riferisce in qualità di narratore interno
ci inducono a riflettere nuovamente sulla funzione della sua curiosità. Tale caratteristica
infatti non è soltanto rovinosa per Lucio, ma è anche la sua consolazione, allorché gli
permette di distrarsi e ricavare soddisfazione e piacere, ascoltando le vicende altrui.
Speculare a quella di Lucio è, ancora una volta, la condizione del lettore del romanzo, che,
attraverso i racconti che gli vengono offerti, è chiamato a farsi compartecipe della curiosità
del protagonista e a condividere con lui distrazione, svago e consola one dai casi della vita
AMORE E PSICHE
La favola di Amore e Psiche è una novella compresa nell’opera maggiore di Apuleio, Le
Metamorfosi o L’asino d’oro.
Costituisce tuttavia un racconto completo e autonomo all’interno dell’opera.
L’incipit del racconto è quello tipico delle favole popolari di tutti i tempi. Un re e una regina
avevano tre figlie, delle quali l’ultima, Psiche ( che in greco significa «anima»), era la più
bella. L’ammirazione di tutti per la fanciulla suscitò la gelosia di Venere; la dea, per punirla,
chiese al figlio Cupido di farla innamorare di un uomo bruttissimo. Cupido, invece, quando
vide Psiche rimase tanto colpito dalla sua bellezza che la freccia, gli cadde sul piede
innamorandosi egli stesso.
Senza mai apparire a lei, la condusse in un palazzo incantato dove la fece sua sposa. Le
fece giurare che mai avrebbe tentato di scoprire chi era l’uomo che di notte giaceva con lei,
aggiungendo che se, per caso, lo avesse veduto, egli subito sarebbe scomparso e lei non lo
avrebbe rivisto mai più.
Le due sorelle maggiori di Psiche, gelose della fortuna a lei capitata, la persuasero che, per
non volersi far vedere, lo sposo doveva essere un mostro orribile. Psiche rimase
ossessionata dal dubbio, così, ansiosa e spaventata, una notte, mentre Amore dormiva, si
avvicinò al suo letto con una lampada e vide che, anziché il mostro che si era aspettata di
trovare, il suo sposo era bellissimo. La lampada che reggeva in mano s’era inclinata e da
essa era caduta su Amore una goccia d’olio caldo che lo aveva colpito sulla spalla. Amore si
svegliò, Vide la sposa con la lampada in mano e si rese subito conto che Psiche aveva
mancato al giuramento. Si alzò dal letto e si levò in volo, scomparendo.
Psiche disperata tentò di togliersi la vita gettandosi nel fiume. Sul ciglio del fiume c’era il dio
Pan; questi la dissuase e la convinse a provare a far riavvicinare Amore.
Psiche iniziò a camminare e giunse nella città dove regnava il marito di una delle due
sorelle. Le raccontò che ogni notte aveva giaciuto non con una belva, ma con il figlio di
Venere, bellissimo; ma lei aveva rotto il giuramento e Amore l’aveva scacciata e ora voleva
sua sorella come sua degna sposa: Zefiro l’avrebbe condotta da lui.
La sorella, presa da una «frenesia lussuriosa» e da una «malvagia invidia», mentì al marito
dicendogli che le erano morti i genitori e s’imbarcò su una nave. Si diresse alla rupe dalla
quale, come le aveva detto Psiche, si doveva gettare, per poi essere presa in volo da Zefiro
e portata da Amore. Invece si sfracellò sulle rocce e i suoi resti furono spartiti tra uccelli e
bestie feroci. La stessa vendetta e sorte toccò alla seconda sorella.
Intanto Venere, informata di quanto era accaduto al figlio, giurò vendetta. Psiche chiese
aiuto a Cerere ma questa, temendo d’incorrere nelle ire di Venere, rifiutò. Si rivolse allora a
Giunone, che fece altrettanto.
Stanca di fuggire e abbandonata da tutti, mortali e dèi, Psiche decise di presentarsi umile e
supplichevole, a Venere.
La dea la consegnò alle due ancelle Angoscia e Tristezza perché la torturassero. Dopodiché
le impose di superare una serie di prove. L’ultima di queste consisteva nello scendere
nell’Ade e farsi consegnare da Persefone un vasetto nel quale richiudere una parte della
bellezza della dea degli inferi.
Psiche, stanca e avvilita, si recò su una torre altissima, con l’intenzione di buttarsi giù dalla
cima. La torre però cominciò a parlarle e le suggerì la strada da percorrere per arrivare nel
regno dei morti senza per questo suicidarsi e condannarsi così a restare per sempre negli
Inferi. Le raccomandò inoltre di non aprire il vasetto.
Psiche seguì alla lettera i consigli ricevuti. Ritornò dal regno dei morti con un vasetto
contenente la divina bellezza, ma la curiosità la vinse di nuovo e aprì il vasetto.
Dentro il vasetto c’era il sonno mortale che l'avvolse e Psiche cadde a terra esanime.
Ma intervenne Amore che la svegliò, pungendola con la punta di una delle sue frecce.
Subito dopo egli volò da Giove e lo pregò affinché sua madre Venere lasciasse libera Psiche
e acconsentisse alle nozze. Così fu, ma prima Giove rese immortale Psiche, innalzandola al
rango degli dèi.
La favola si estende per ben 63 capitoli e Apuleio le ha affidato una funzione ben più
complessa di quella riservata alle altre novelle.
La favola rappresenta il destino dell’anima (si ricordi che psiche in greco vuol dire “anima”)
che per aver commesso peccato di hybris (tracotanza, superbia), tentando di penetrare un
mistero che non le era consentito svelare, deve scontare la sua colpa con umiliazioni e
affanni d’ogni genere prima di rendersi degna di ricongiungersi col dio (e dall’unione
dell’anima e dell’amore nasce il piacere).
È la stessa sorte toccata a Lucio (protagonista delle Metamorfosi, di cui la favola fa parte),
che deve scontare la sua curiositas attraverso peripezie inaudite, prima che, purificato,
possa guadagnarsi l’unione mistica con Iside.

APOLOGIA
Se gli scritti filosofici, dunque, ci permettono di ricostruire la dottrina filosofica abbracciata da
Apuleio, dall'Apologia emergono, invece, alcune preziose informazioni sulla vita privata e sui
suoi interessi. In quest'opera - tramandata anche con il titolo di Pro se de magia liber o De
magia liber- Apuleio risponde alle accuse dei parenti della moglie Pudentilla, madre del suo
compagno di studi Ponziano, da lui sposata quando era vedova ormai da molti anni e non
più giovane, e proprio per insistenza dell'amico. Alla morte di Ponziano, Apuleio fu accusato
da un altro figlio di Pudentilla di aver fatto ricorso alle arti magiche per sedurre e sposare la
donna, spinto da ragioni di interesse, ossia per impadronirsi del patrimonio.
Decisiva nel rivelare l'inconsistenza delle accuse fu la lettura che Apuleio diede del
testamento di Pudentilla, la quale designava come erede non lui, bensì il figlio minore
Pudente. Tuttavia, prima di giungere a presentare il documento risolutivo, Apuleio si dilunga,
facendo sfoggio di cultura e di competenza scientifica e abbandonandosi a digressioni
filosofiche, mediche o a pezzi di bravura retorica, come quelli sull'igiene della bocca, sullo
specchio, sull'elogio della povertà. Solo a questo punto Apuleio si adopera a respingere
l'accusa di magia, cercando di presentarsi piuttosto come un filosofo; egli, inoltre, respinge
le accuse di possedere o di essersi procurato oggetti destinati a compiere incantesimi e
stregonerie, dimostrando che si tratta o di simboli sacri dei numerosi culti a cui era stato
iniziato, o di acquisti effettuati a scopo di studio. Infine, nell'ultima parte, il discorso si
concentra sui fatti che hanno determinato il processo, benché, ogni qualvolta gli sia
possibile, Apuleio non rinunzi a esibire la propria multiforme preparazione.

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