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Seneca

Il documento riassume le principali opere di Seneca, tra cui i Dialoghi, le Consolazioni, il trattato sul tempo e altri scritti filosofici e politici. Le opere trattano temi etici come la morte, il dolore, la collera e offrono consigli sul buon governo.

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Il documento riassume le principali opere di Seneca, tra cui i Dialoghi, le Consolazioni, il trattato sul tempo e altri scritti filosofici e politici. Le opere trattano temi etici come la morte, il dolore, la collera e offrono consigli sul buon governo.

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LE OPERE

Seneca non si è mai dedicato nella vita solo ad un genere letterario, prevalgono quelle di ambito
filosofico morale, e rimangono poi 9 tragedie, la satira e una raccolta di epigrammi elegiaci.
 I Dialoghi. Furono scritti tutti e 10 in diversi anni, ma concepiti e pubblicati solo dopo la sua
morte. Nonostante il nome non si tratta di veri e propri dialoghi, poiché il filosofo costituisce
la voce narrante in prima persona senza che nella trattazione vi siano interventi diretti né di
sostenitori né di contraddittori delle tesi esposte nei dialoghi (fatta eccezione per il De
tranquillitate animi, in cui Seneca immagina un colloquio fra sé e l'amico Sereno).
Alcuni hanno la forma della "consolazione", un testo dedicato a persone sofferenti per un lutto
che vengono invitate alla riflessione su importanti temi come la morte e il dolore (ad esempio la
'Consolatio ad Marcia').
Ci sono parecchi temi da cui si può attingere: la fugacità del tempo, la precarietà della vita e
dei beni e l'imprevedibilità nel futuro (ad Marciam, ad Polybiume ad Helviam matrem).
I dialoghi di tipo speculativo, sono parte dei tre libri del De Ira , dedicati al fratello Novato e
pubblicati dopo la morte di Caligola. L’opera è una trattazione delle caratteristiche dell’ira,
passione considerata distruttrice della ragione, reputata come malattia dell’anima.
Dopo l’esilio troviamo il trattato De Brevitate Vitae, dedicato al suocero ed incentrato sul tema
della brevità del tempo concesso all’uomo. Mentre il dialogo De vita beata indirizzato al fratello
è dedicato alla discussione di problematiche dottrinarie dello stoicismo.
Le opere dedicate all’amico Anneo Sereno, vengono raggruppate in una trilogia: I dialoghi De
Costantia Sapientis, De Tranquillitate animi e De Otio, sembrano voler delineare una sorta di
percorso filosofico. Il primo mira a valorizzare la figura del saggio, nel secondo il problema che
Sereno espone è che, pur essendo convinto dell’opportunità di ricercare la virtù, tagliando via
l’attaccamento alle cose materiali, si scopre vulnerabile di fronte al fascino della ricchezza e,
affrontando la politica con l’obiettivo di fornire un servizio alla comunità, si scopre debole di
fronte agli attacchi esterni. All’interno di questo dialogo Seneca dimostra che la natura dispone
l’uomo tanto alla vita attiva quanto alla vita contemplativa, quindi invita il saggio, che non può
rendersi utile agli altri a causa delle contingenze politiche, a giovare almeno a se stesso,
rifugiandosi nella solitudine contemplativa. Il tema principale del terzo è l’otium, ossia il tempo
libero lasciato dalle attività politiche e militari o anche un’attività diversa, dedicata alla società,
tuttavia la scelta di dedicarsi all’otium non è più del tutto volontaria poiché il suo otium, o
meglio il suo “vivere appartato”, è diventato questione di sopravvivenza. Ciò nonostante egli
focalizza la sua attenzione sulla figura del saggio stoico e sulle molteplici possibilità che ha di
giovare agli altri.
Tra gli ultimi dialoghi a essere scritti troviamo il De Providentia, indirizzato a Lucilio dedicato
al tema della razionalità immanente al cosmo, tesa ad un fine ultimo e di natura divina. Nel
breve trattato, in sei capitoli, Seneca si occupa anche del problema del male, che parrebbe
inficia tutta la costruzione provvidenzialistica: la svenuta ha una valenza etica e pedagogica, è
una sorta di esercizio cui la divinità sottopone il sapiens, il quale lo accetta come via di
perfezionamento.
CONSOLATIO AD MARCIAM
È indirizzata alla figlia dello storico Cremuzio Cordo per consolarla della perdita prematura del figlio.
L’argomentazione addotta è quella tipicamente stoica della morte considerata non come un male ma
come liberazione della vita terrena; solo la morte rende infatti l’uom libero e padrone di sé.
- All’interno della consolatio però Seneca loda anche Cremuzio ed esalta la sua forza d’animo per
essere rimasto coerente e fedele a sé stesso; i libri di Cremuzio infatti erano stati bruciati
pubblicamente perché si opponeva ai modi tirannici degli imperatori e si scontrava con il potere
imperiale.
CONSOLATIO AD POLYBIUS
È indirizzata a Polibio, il liberto di Claudio, per consolarlo della morte del fratello avvenuta un anno
prima. Il vero scopo dell’opera è però quello di ottenere dall’imperatore la revoca dall’esilio.
- La consolatio si divide in due parti: nella prima vi è un’effettiva consolatio per il liberto; nella
seconda Seneca adula Claudio affinchè lo faccia tornare.
CONSOLATIO AD ELVIAM MATREM
Ha come intento quella di consolare la madre dopo essere stato esiliato in Corsica. Seneca si mostra
convinto che essendo un saggio lui non soffre la mancanza di casa perché non appartiene ad una sola
terra ma è “cittadino del mondo”, e che lui ha tutto ciò che gli serve: i suoi libri e sé stesso. In verità la
sicurezza di Seneca non era altro che una scena per non far preoccupare la madre, perché lui soffriva la
lontananza dalla vita politica e il divieto di tornare in politica.
IL DISCORSO SUL TEMPO
Il dialogo “La brevità della vita” è il decimo dei dialoghi. Risale probabilmente al 49, l'anno in cui
Seneca ritorna dall'esilio in Corsica, ed è dedicato al suocero. Seneca vi affronta il problema della
fugacità del tempo, contestando il luogo comune della brevità dell'esistenza umana e contrappone la
massa, vittima del tempo poiché ne fa spreco, al saggio, che invece riesce a dominarlo.
Seneca giunge alla conclusione che la vita è abbastanza lunga per chi sa vivere intensamente ogni
istante. Lo stolto si lamenta perchè invece di dominare le cose che lo circondano, ne è dominato e vive
in una condizione di perenne alienazione: come è schiavo delle passioni e impegnato nell'inseguire beni
che non gli appartengono, così non è padrone del suo tempo e paradossalmente può giungere alla fine
della vita senza aver mai davvero vissuto.
La visione di Seneca è ben distante da quella di Orazio, che era quasi spaventato dallo scorrere del
tempo, per Seneca “cogliere l’attimo” significa cogliere l’occasione di dimostrare che fino a quel
momento non si è vissuti inutilmente ma si è fatto tesoro di ogni istante.
Morte. Secondo Seneca la morte non è un evento terrificante ma una compagna costante dell’uomo,
infatti tutto ciò che è passato è già consegnato alla morte. È alla morte che tutta la nostra esistenza
tende: ogni uomo deve vivere preparandosi ad accettare la morte.
DE CLEMENTIA
Dedicato a Nerone, all’interno di quest’opera filosofica si concentra la concezione del potere di Seneca
e una traccia di programma politico basato sull’equità e la moderazione. Non viene messa in alcun
modo in discussione la legittimità del principato e la forma quasi completamente monarchica che sta
sempre più acquisendo. Al contrario tale ordinamento politico sembra ben adattarsi alla filosofia stoica,
la quale prevedeva la concezione dell’esistenza di un ordine cosmico governato dal logos; la monarchia
infatti si avvicina maggiormente a quest’idea di un universo cosmopolita sotto la figura unificante del
princeps.
Il problema è la figura del sovrano stessa. Trattandosi di un regime assoluto, privo quasi totalmente di
limitazioni, l’unico freno è la sua stessa coscienza, che dovrà trattenerlo dal diventare un tiranno.
È quindi necessario che sia dotato di clemenza, intesa come filantropica benevolenza, virtù
fondamentale che gli permetterà di costruire dei rapporti con i sudditi non basati sul timore ma sul loro
consenso e sulla loro dedizione che diventeranno garanzia di stabilità per lo stato. Sotto tale luce
importantissima la filosofia appare come guida e l’educazione del princeps, in quanto è a lui
solamente affidata la possibilità di instaurare un buon governo. Seneca coltivava quindi l’illusione di un
governo basato sull’equilibrata distribuzione del potere fra un sovrano moderato e il senato. Tuttavia la
rapida degenerazione del governo di Nerone mise in evidenza i limiti di tale progetto, così il ruolo della
filosofia venne quindi ridefinito e orientato sull’agire sulle coscienze dei singoli.
DE BENEFICIIS
Durante il ritiro a vita privata compone il De Beneficis. È dedicato a un suo amico, Ebuziuo Liberale.
E in 7 libri, tratta la natura del beneficio e i rapporti tra i beneficati. Ha risvolti politici, perchè Seneca
trasferisce sul piano della morale individuale e dei rappporti interpersonali quel progetto di principato
illuminato che avrebbe voluto realizzare con Nerone.
I temi. Vengono definiti i modi e le circostanze in cui fare benefici e per cui i beneficiati devono
esprimere gratitudine. Il beneficium a Roma era una pratica molto antica e radicata nella cultura, era
una forma di comunicazione sociale con effetti sulla società romana simili a quelli dell’amicizia, pero
l’amiciza per i romani era un legme politico prima che sentimentale e si esercitava tra eguali, invece il
beneficio è un ponte istituito tra figure sociali diverse, il benefattore e il beneficiato. Il beneficio si
inserisce nella rete dei rapporti sociali, ed innescare una serie di scambi di servizi tra figure di classi
sociali diverse crea un meccaniscmo di coesione nella comunità e Seneca intende con la sua opere
valorizzare il beneficio come strumento di costruzione di una societa coesa.
Due figure ideologicamente importanti del mondo romano sono presentati come esempio, Alessandro
Magno, di cui è stato ritratto il lato negativo perchè esalta un programma monarchico assoluto e
divinizzato, e Ercole, modello positivo per chi intende la sovranità come spirito di servizio filantropico
nei confronti dei sudditi.
APOKOLOKYNTOSIS
Seneca fu chiamato a comporre l’elogio funebre pronunciato da Nerone in occasione della morte
dell’imperatore Claudio (54 d.C.), proprio colui che lo aveva tenuto lontano da Roma per sette anni.
Parallelamente all’elogio ufficiale e alla laudatio al princeps circolò un altro scritto, composto da
Seneca, che concluse le relazioni problematiche tra Seneca e Claudio: si tratta del “Ludus de morte
Claudii”, meglio noto come “Apokolokyntosis”. Il titolo è letteralmente traducibile come “Satira sulla
morte di Claudio”, “Zucchificazione”, “Deificazione di una zucca”. L’imperatore viene infatti definito
come un povero zuccone. Lo scritto provocò ovviamente uno scandalo di corte per via della differenza
di toni tra le due opere, che risalgono allo stesso anno (54). L’Apokolokyntosis è mista di prosa e
versi, e si ricollega alla tradizione delle Satire Menippee, (componimenti polemici che mescolano toni
seri e comici). L’opera è inoltre un surreale tentativo di esprimere la condanna politica, personale e
umana.
- All’interno dell’opera è descritto l’arrivo di Claudio in cielo, le difficoltà che sorgono
nell’identificarlo a causa della sua balbuzie e la proposta dell’imperatore Augusto di trasferirlo negli
Inferi a causa dei suoi svariati assassinii. Agli Inferi viene portato in giudizio di fronte a Eaco (nonno di
Achille e giudice dei morti assieme a Radamanto e Minosse) che, ispirandosi allo stesso metodo con cui
Claudio giudicava i colpevoli, ascolta l’accusa e pronuncia la sua sentenza senza ascoltare minimamente
la difesa. Diventa così schiavo di uno dei suoi liberti e viene condannato a lanciare dadi da un barattolo
forato nel fondo.
EPISTULAE MORALES AD LUCILIUM
Scritte dal 62 al 65, si tratta di 124 lettere il cui destinatario è Lucilio, procuratore in Sicilia amico di
Seneca che condivideva i suoi interessi filosofici e letterari.
Nonostante la forma epistolare, si tratta di veri e propri trattati di filosofia morale e sono considerati il
capolavoro dell’autore. In esse Seneca affronta moltissimi temi come il tempo, la morte, la paura, il
dolore e la libertà individuale traendo spunto da fatti quotidiani e occasionali.
- EPISTOLA 47 – SULLA SERVITÙ
Seneca affronta un tema molto caro alla sua filosofia stoica; si rivolge au interlocutore immaginario la
cui opinione è in linea con l'idea comune romana secondo la quale gli schiavi venivano paragonati a
delle bestie. Secondo Seneca agli schiavi deve essere riconosciuta piena dignità e ritiene che tutti gli
uomini sono uguali e che la schiavitù o la libertà siano condizioni dipendenti dall'animo del singolo e
non dalla posizione sociale che ci viene assegnata dal fato. La lettera tratta per lo più del trattamento
degli schiavi descrivendo con grande realismo i comportamenti assunti dai padroni romani per poi
confutarli.
Seneca inizia affermando di aver sentito che Lucilio ha un comportamento cordiale con i suoi schiavi
a differenza della maggior parte dei romani, è usanza romana punirli; “così finisce che gli schiavi che
non sono autorizzati a parlare con il padrone sparlino del padrone stesso ma quelli a cui è concesso non
solo parlare ma anche cenare con il proprio padrone sono pronti ad allontanare ogni pericolo dal loro
padrone”.
Seneca continua la sua argomentazione passando alla rassegna dei compiti, spesso umilianti e crudeli,
imposti agli schiavi dai loro padroni come detergere gli sputi di una cena o servire del vino vestito da
donna e condanna queste usanze affermando che anche “gli schiavi vivono sotto il nostro stesso cielo ,
respirano allo stesso modo e muoiono come noi” ed invita i padroni a comportarsi cordialmente con gli
schiavi.
Nell'ultima parte della lettera Seneca invita l'amico Lucilio a non cercare gli amici nel foro dato che
questi sono già a casa tra gli schiavi e che tutti gli uomini, anche quelli più potenti possono essere
schiavi di passioni, di avidità e della paura. Il filosofo termina la propria lettera raccomandando ai
padroni di non usare la frusta per punire gli schiavi dato che con quest'ultima si richiamano gli animali e
di rimproverarlo con le semplici parole in modo da non suscitare ira e quindi vendetta.

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