Un maestro cristiano quiestista
FRANCO MICHELINI-TOCCI
Discorso tenuto a Roma il 2 febbraio 2002.
La quiete o la pace interiore è un elemento base di ogni
forma di spiritualità. Nel cristianesimo orientale essa dà il
nome alla pratica meditativa che caratterizza i monaci del
Monte Athos. Da hesichìa , che vuol dire appunto pace,
viene il nome di esicasti, dato a quei monaci. S. Paolo la
considera un dono dello Spirito, insieme allamore, alla
gioia e agli altri elencati nella lettera ai Galati . Dono: quin-
1
di qualcosa che si accompagna alla presenza dello Spirito di
Dio allinterno delluomo e che segnala questa presenza.
Oppure, più precisamente, essa è una delle caratteristiche
inerenti allo stesso Spirito.
Se così è, ed è così per la grande maggioranza delle
scuole mistiche cristiane, la quiete abita nel profondo del
cuore ed è compito delluomo, che generalmente non ne è
consapevole, ritrovarla allinterno di sé e custodirla come un
dono prezioso. Da questo punto di vista, è esemplare linse-
gnamento di S. Teresa dAvila, che chiamò orazione di quie-
te il momento centrale del cammino spirituale. Ma questo
fatto così apparentemente semplice e lecito, la ricerca della
quiete, ha sempre comportato una conseguenza e, connesso
alla conseguenza, un problema per lautorità ecclesiastica.
La conseguenza è che una volta individuata la quiete
interiore come presenza di Dio, il mistico la ricerca con ogni
mezzo, si sforza di entrare in contatto con essa, di sintoniz-
zarsi, si potrebbe dire. Egli così si esercita nellascolto della
propria interiorità, e piano piano si accorge che questo
22 ascolto, che egli chiama ascolto della voce di Dio, trasforma
la sua vita, rendendolo più attento, più consapevole e quin-
di anche più comprensivo nei confronti del mondo che lo
circonda. Egli sente, in altre parole, che la pratica dellascol-
to del silenzio, e la pace interiore, lo rendono più disposto
alla pratica delle virtù: la pace si accompagna spontanea-
mente alla carità e, più in generale, a una vita morale.
Un maestro buddhista contemporaneo, Buddhadasa,
che è stato anche un ottimo illustratore del cristianesimo ai
buddhisti, sosteneva che contemplazione e morale sono
ununità inscindibile, ma diceva anche, differenziandosi in
questo dallinsegnamento di altri maestri buddhisti, che far
precedere linsegnamento della morale alla contemplazione
è come pretendere che una palla posta su un piano inclinato
rotoli allinsù.
Tutto ciò, che al mistico appare come la conseguenza
evidente di unesperienza vissuta, è sentito e giudicato in
modo assai diverso dallautorità morale. Ed ecco nascere il
problema. Lautorità morale, infatti, ha sempre visto con
sospetto laffermazione, frequente negli scritti dei quietisti,
che prima è necessario sperimentare lamore, o la quiete,
nella propria interiorità e che solo dopo, come naturale con-
seguenza, viene la pratica delle altre virtù. In tale affermazio-
ne si vedeva un attacco alla morale, una possibile giustifica-
zione del peccato e di tutti gli eccessi, confortata, a dire il
vero, da antichi e recenti abusi in tal senso. Ma così si
dimenticava di fatto che S. Agostino aveva detto: Ama e fai
quello che vuoi, intendendo che il comportamento morale
è la naturale conseguenza di unessenziale modificazione
interiore.
Forme varie di quietismo, come fu chiamato in senso
denigratorio questo aspetto fondamentale del misticismo,
furono condannate dalla chiesa durante tutta la storia del
cristianesimo. Una vittima fu, fra le tante, Margherita Porete,
una mistica francese che aveva dettato un libro rimasto
famoso, Lo specchio delle anime semplici, e che, per soste-
nere che lamore veniva prima di tutto il resto, fu condanna- 23
FRANCO MICHELINI-TOCCI: UN MAESTRO CRISTIANO QUIETISTA
ta al rogo allinizio del Trecento. Ma la condanna definitiva
del quietismo in senso stretto si ebbe alla fine del grande
secolo della mistica, il Seicento, con la messa in carcere, nel
1687, di un grande maestro spirituale spagnolo, Miguel de
Molinos, autore di una rinomata Guida spirituale, e con la
vittoria del vescovo Bossuet nella disputa contro il mistico
Fénelon (vescovo anche lui, ma di tuttaltra stoffa).
In questultimo caso, quello di Fénelon come anche
della sua amica spirituale Madame Guyon, gli storici parlano
di semi-quietismo, ma la moderazione non valse ad evitare
neanche a loro la condanna, che fu comminata da
Innocenzo XII nel 1699. Tale condanna ebbe effetti deva-
stanti. Da allora, come afferma giustamente lo studioso di
mistica M. Vannini , il misticismo è definitivamente uscito
2
dalla chiesa cattolica, nel senso che, se anche in essa soprav-
vivono grandi figure di mistici, queste sono fenomeni indivi-
duali e isolati, mentre appare del tutto assente qualunque
tentativo di indicare la mistica come via universale alla sal-
vezza.
Una curiosità di tipo filosofico-culturale è di riflettere
sul fatto che la mistica, espulsa dalla chiesa cattolica, non ha
tuttavia cessato di vivere in Occidente o quantomeno di
lasciare una traccia importante di sé nel pensiero laico
moderno, oltre che nel protestantesimo (Pietismo,
Quaccheri). Nel pensiero di Schopenhauer e di Nietzsche vi
sono tracce importanti lasciate dal misticismo occidentale e
orientale, in particolare proprio sul problema della volontà,
di cui ora parleremo.
È proprio sul problema della volontà, infatti, che sono
nati i maggiori equivoci sul quietismo. Lequivoco più gran-
de, oltre quanto abbiamo menzionato più sopra, è stato
quello di ritenere che il quietista, affermando che nessuno
sforzo umano può ottenere la salvezza, perché essa può
essere solo concessa per grazia divina, intendesse con que-
sto dire che non occorresse nessuno sforzo da parte delluo-
24 mo. Se si legge, per esempio, la definizione del quietismo
data dallEnciclopedia Britannica, apprendiamo che questo
sarebbe un movimento nel quale la perfezione consiste
nella passività dellanima, nella soppressione di ogni sforzo
da parte delluomo, così che solo lazione divina possa com-
pletamente dispiegarsi. Affermazioni del genere si ritrovano
ovviamente negli scritti quietistici, come in tutta la letteratu-
ra mistica, ma lerrore fu, ed è, quello di interpretarle come
affermazioni di astenia spirituale, di accidiosa indifferenza e,
ciò che la chiesa cattolica avvertiva con maggiore sospetto,
come pericolosa vicinanza ai fondamenti del protestantesi-
mo e alla dottrina della giustificazione sola fide. Invece non
cè contemplativo che non sappia quanto latteggiamento di
ascolto attento e di abbandono, definiti in genere come pas-
sivi, comportino in realtà, almeno allinizio, lo sforzo più
serio e che solo in seguito, come spiega benissimo S. Teresa,
lo sforzo iniziale si attenui fino ad estinguersi nella pienezza
della contemplazione e dellunione.
Fatta questa premessa generale, ora possiamo avvicinar-
ci agli insegnamenti di un quietista francese che ebbe molto
ascolto anche tra noi, in Italia, fino a coinvolgere, prima
della messa allindice, vari strati del quietismo italiano, arri-
vando fino ai livelli più alti della gerarchia ecclesiastica. Si
tratta di François Malaval, una figura molto gentile di sacer-
dote, nato a Marsiglia nel 1627 e morto vecchissimo, a quasi
92 anni. Cieco fin dalletà di appena nove mesi, a seguito di
un incidente, grazie alla fortuna familiare poté essere aiutato
negli studi. Fu autore di vari scritti di soggetto mistico, il più
importante dei quali si intitola Pratica facile per elevare la-
nima alla contemplazione . Una prima parte di questo
3
scritto fu stampata nel 1666 e subito tradotta in italiano.
Il libro fu messo allindice dalla chiesa nel 1688, nono-
stante i tentativi di difendere Malaval compiuti anche da per-
sonaggi importanti del cattolicesimo e nonostante una
appassionata difesa di quelle tesi fatta da lui stesso. Il titolo
del libro, scritto in forma di dialogo tra un direttore spiritua-
le e una discepola, Filotea, ricalca molte operette mistiche 25
FRANCO MICHELINI-TOCCI: UN MAESTRO CRISTIANO QUIETISTA
dello stesso genere scritte in quel periodo. Si voleva dire fin
dal titolo che per entrare in contatto con Dio non cera
alcun bisogno, come voleva la tradizione ascetica, di un
duro e continuo esercizio, riservato a poche personalità
eroiche, ma che la chiamata di Dio si rivolgeva a tutti, senza
distinzioni e che quindi tutti erano intitolati a rispondere,
qualora lo desiderassero, con i semplici mezzi che ciascuno
aveva a disposizione. Ecco perché ci fu una specie di moda
nel parlare di metodo semplice, metodo facile, metodo
breve.
Ma di che si trattava? Si potrebbe sintetizzare così: rac-
coglimento e ascolto, o anche: raccoglimento e preghiera
fatta non di parole ma di semplice sguardo.
Seguiamo ora Malaval in alcune delle varie tappe che ci
propone.
1. Il metodo. Il silenzio interiore è la condizione essen-
ziale per entrare nella contemplazione. Il maestro chiede a
Filotea se ha provato a stare nel silenzio, ed essa risponde
che sì ci ha provato, ma che varie cose le passavano per la
mente, ostacolandone le intenzioni. Si pone dunque qui il
consueto problema della quiete mentale, in assenza della
quale non può esservi contemplazione. La risposta di
Malaval è classica: ogni pensiero è un disturbo della quiete,
anche i buoni pensieri. Questi perciò, gli eventuali buoni
pensieri, non devono diventare contenuti della contempla-
zione ma semplici strumenti per indurre al raccoglimento.
Lautore raccomanda perciò di seguire il metodo della
cosiddetta lettura puntuale, che consiste nel trarre ispira-
zione da una lettura spirituale qualunque e di soffermarsi di
tanto in tanto, interrompendo la lettura, sulla semplice
osservazione del sentimento così suscitato. Non si tratta qui
evidentemente di una semplice emozione, che sarebbe poca
cosa, ma di una ispirazione, piccola o grande, da prendersi
etimologicamente come qualcosa che soffia dentro, in altre
26 parole che è Spirito. Il metodo semplice è dunque tale
perché permette un facile accesso alla contemplazione; che
altro è infatti la contemplazione se non osservare lo Spirito
di Dio presente nel cuore delluomo? E lo Spirito Santo si
manifesta nei sui doni, uno dei quali è proprio la quiete. Si
potrà forse anche chiamare sentimento, ma sarà allora una
facoltà noetica, nel senso che gli dà Jung per distinguerlo da
un impulso emotivo qualunque. Osservando la quiete si
conosce lo Spirito. Nelle parole di Malaval, si tratterà di
gettare uno sguardo amoroso su Dio presente, che essendo
dappertutto sarà anche nella vostra anima, e fermare questo
semplice sguardo su di lui per tutto il tempo che sarà possibi-
le, senza pensare o desiderare altro
Una volta raccolti, si
deve restar fermi, senza sforzarsi di raffigurarsi Dio, ma con-
cepirlo come incomprensibile in se stesso, al di là di ogni rap-
presentazione, di ogni immaginazione, di ogni comprensione,
e come colui che solo può farci intendere ciò che è 4.
Quanto al pensiero iniziale, alla lettura di partenza,
esso verrà abbandonato come si lascia una scala a pioli di
cui ci si è serviti (analogo il noto paragone buddhista della
zattera da abbandonare dopo che si è attraversato il fiume,
riferito, ancor più radicalmente, allintera dottrina). E dal-
tronde a un certo punto non sarà più necessario alcun pen-
siero che predisponga alla contemplazione perché, con la
pratica, essa si stabilirà spontaneamente non appena il ricor-
do o la semplice posizione (come linginocchiarsi) la richia-
meranno alla mente. È questo il senso della pratica cristiana
tradizionale della memoria Dei, un richiamarsi alla consape-
volezza della presenza dello Spirito.
Il silenzio interiore (silenzio di immagini, di pensieri) è
dunque come dotato di una sfumatura affettiva che lo rende
attraente e che perciò vincola lattenzione.
Nulla esprime Dio più chiaramente del silenzio
Oggetto
della perfetta contemplazione è Dio nel Silenzio interiore, ma
un Dio sperimentato, un Dio gustato, un Dio che attrae ed
eleva in modo molto puro e spirituale 5.
Quanto alla passività, essa è descritta molto bene 27
FRANCO MICHELINI-TOCCI: UN MAESTRO CRISTIANO QUIETISTA
come un modo che in realtà è assai attivo nel collaborare a
ricevere e ad accogliere lo stato contemplativo, ma non a
produrlo, così che quando lo stato finisce, non bisogna ado-
perarsi per ristabilirlo, ma basterà restare tranquilli, con la
sola intenzione di mantenersi aperti e disposti a un suo
nuovo manifestarsi .
6
Con ciò sono stati esaminati i primi due livelli del per-
corso, chiamati rispettivamente
1) meditazione (riflessione su una lettura spirituale) e
2) orazione daffetto (inizio dello stato contemplativo).
Lautore però precisa che si tratta di una classificazione
non sempre confermata dai fatti, nel senso che si può avere
direttamente la seconda senza passare per la prima. In que-
sto secondo caso si dovrà allora parlare di contemplazione
soprannaturale, mentre nel primo di contemplazione
acquisita, anche se nella pratica esse non differiscono
molto e possono produrre i medesimi effetti . A un
7 8
livello più progredito, rispetto alle precedenti, troviamo la
3) contemplazione ordinaria e infine la
4) contemplazione infusa.
Pur affermando che tutte possano trovarsi nella stessa
persona in momenti diversi, egli lascia intendere che linfusa
non richiede più nessuno sforzo da parte delluomo ed è
quindi lunica che possa chiamarsi correttamente passiva.
Tutto liter contemplativo, ciò nonostante, appare più segna-
to dallabbandono che non dallo sforzo, con alcune inevita-
bili conseguenze. Una è che le pratiche esteriori della reli-
gione vengono raccomandate solo se portino acqua al muli-
no della contemplazione (il pensiero corre allattaccamento
ai riti, cioè allattribuire valore ai riti in quanto tali, che il
buddhismo considera uno dei legami inferiori,
samyojana ). Unaltra conseguenza è il rifiuto dellasceti-
9
smo estremo:
non servono a nulla le orribili penitenze dei santi: sono vie
straordinarie che essi facevano spesso per scuotere la pigri-
28 zia, altre volte per abbattere il fervore di spirito ed equilibrare i
rapimenti 10
e quindi anche estasi e rapimenti sono considerati ines-
senziali e devianti, da lui come da tutti i mistici autentici,
perché possono eccitare il nostro orgoglio (anche qui si
11
può fare un ovvio paragone con latteggiamento buddhista,
tenendo presente però che in esso lestasi è assente negli
stati più alti della contemplazione, gli ultimi due jhána, ma
presente nei primi due , e che quindi non è cosa da princi-
12
pianti inesperti, come, nel cristianesimo, la ritengono p. es.,
oltre il nostro Malaval, S. Giovanni della Croce e molti altri).
2. Gli equivoci sullimmagine. Nella tradizione mistica
cristiana cè un altro problema che spesso ha creato diffi-
coltà nei confronti dellautorità ecclesiastica. Questa ha
accusato i mistici, o buona parte di essi, di non essere buoni
cristiani dal momento che parlavano molto di Dio e poco di
Gesù. La posizione dei mistici è rappresentata assai bene da
una frase di Malaval che dice così:
Quando siamo in Dio che è ciò che desideriamo quando
consideriamo la vita o la passione del Salvatore non biso-
gna più tornare indietro, ricominciando con le meditazioni o le
riflessioni ragionate sulla sua vita e la sua passione, e non
bisogna lasciare il fine per il mezzo 13.
Egli semplicemente ripete quanto altri avevano già
detto, e cioè che il pensiero di Gesù, non diversamente da
tutti gli altri pensieri buoni che abbiamo menzionato più
sopra, può essere utile ad introdurre lanimo alla contem-
plazione, e che quindi è anchesso un utile mezzo per un
cristiano, ma il fine della contemplazione è quello di non
avere alcun contenuto conosciuto e tale dunque non può
essere altro se non ciò che, come si è visto, è incomprensi-
bile in se stesso, al di là di ogni rappresentazione, di ogni
immaginazione, di ogni comprensione, che è quanto la tra-
dizione cristiana chiama Dio. Ciò significa dunque che Gesù
entrerà nella contemplazione cristiana solo in quanto Dio 29
FRANCO MICHELINI-TOCCI: UN MAESTRO CRISTIANO QUIETISTA
che si è fatto uomo (o umanità che si è fatta divina), mentre
di scarso valore saranno, da questo punto di vista, gli episo-
di relativi ad infanzia, morte, ecc.
Qualunque oggetto creato può essere strumento di raccogli-
mento, ma Gesù ha un ruolo speciale purché ci si riferisca
non ai suoi stati (infanzia, morte, azioni, parole) ma alla sua
persona di uomo-Dio, allammirazione della sua divinità
14 in
lui lumanità si è fatta divina ed è in questo che consiste il suo
aspetto più prezioso: Dio si è fatto uomo perché luomo
diventasse Dio
15 Il cristiano medio non penetra questa
verità, non conosce il mistero divino che porta in sé e così si
impone atti faticosi fatti di preghiere vocali, di meditazioni e
oblazioni che lo inaridiscono 16. Strano accecamento, Filotea,
di non conoscere la felicità e di cercare incessantemente fuori
di noi un fondo che portiamo in noi stessi 17.
Parole di grande significato, queste: scopo del mistico
cristiano è farsi Dio come il Cristo, o anche prendere
coscienza del fatto che Dio già lo si porta in se stessi, in quel
fondo di cui avevano parlato i mistici renani.
3. La preghiera continua. Si arriva così alla preghiera
continua, unespressione evangelica (Luca, 18, 1-8) che è
stata interpretata in vari modi ma che i mistici interpretano
alla lettera. Bastano 2-3 giorni di esercizio al semplice
sguardo, dice Malaval, e questo esercizio diventa unabitu-
dine:
Ogni volta che ci si presenta alla preghiera, ci si presenta col
desiderio di essere unito a Dio, e questo desiderio produce
un sottile e tranquillo ricordo di Dio, e infine, a forza di ricor-
darsi di Dio così spesso, si arriva a ricordarsene sempre, seb-
bene non sia più un ricordo ma una presenza continua e un
atto che non passa
Diventa come un istinto che spinge (chi
lo fa) al suo esercizio ordinario. Sente Dio presente e, mentre
ha cura di scartare tutti gli altri pensieri di cui può essere
ingombro in quel momento, sa che quello di Dio resta da solo
e che si trova al fondo dellanima dove le nuvole della distra-
zione e degli affari lo tengono coperto e gli impediscono di
30 mostrarsi efficacemente. Da ciò deriva che a tutte lore, in tutti
i luoghi, in tutte le compagnie e in tutte le occasioni, lanima
può gioire di Dio in segreto, se si abitua a ritirarsi al fondo di
se stessa e a prestare alle occupazioni esterne solo lattenzio-
ne che non può rifiutare. Consegue da ciò, Filotea, che una
persona pigra o torpida non saprebbe contemplare 18.
(La preghiera continua) è una preghiera che ha il privilegio di
essere perpetua e di potersi fare dappertutto. In verità è
opportuno prescriversi una o due ore al giorno, durante le
quali ci si libera di ogni occupazione o affare, per dedicarsi
particolarmente a questo santo esercizio. Tuttavia, anche in
mezzo agli affari e alle occupazioni, si può contemplare, più o
meno attentamente, secondo lo spirito, la disposizione e la
professione di ciascuno
Basta allora sentire Dio nella punta
dello spirito e mantenere la ferma volontà di non perderlo mai
di vista, senza che sia necessario averlo distintamente pre-
sente come se si stesse nel proprio luogo di preghiera, lonta-
no dalla conversazione e dagli impegni
Ogni tanto bisogna
fortificare questa presenza di fede con un piccolo raccogli-
mento, interrompendo per un attimo il lavoro o la conversazio-
ne o la lettura 19.
Quando la grazia ha elevato la natura, il lavoro cessa e ci
resta unabitudine soave e pacifica dellatto che abbiamo così
spesso reiterato
Lo stato in cui sono sembra essere di per
sé uninvocazione perpetua e attuale dello Spirito divino,
anche se non faccio atti espressamente per invocarlo. Come
non sentire il suo aiuto in ciò che faccio? E di cosa mi potrei
sentire imbarrazzato se porto nel mio cuore la gioia e la
pace?
La contemplazione è un gustare sperimentalmente
Dio presente. È un gustare perché lanima fa con diletto ciò
che prima faceva per disciplina. È un gustare perché lanima
si sente più forte e più sostenuta di quanto non fosse con la
semplice luce. È un gustare perché ella stempera e insapori-
sce con la sua dolcezza tutto ciò che fa 20.
La conseguenza di questa preghiera continua si fa senti-
re, come dicevamo allinizio, su tutto il comportamento
morale con più forza di tutte le regole che potreste osserva-
re , ma questo non significa passività, dice lautore preve-
21
nendo le accuse ben note:
La contemplazione non è altra cosa che uno sguardo fisso su
Dio presente, tutto il resto non essendo altro che conseguen-
ze ed effetti. Comunque sia, se ne ricevono sempre i frutti. 31
FRANCO MICHELINI-TOCCI: UN MAESTRO CRISTIANO QUIETISTA
Infatti alloccasione si ha più forza per fare il bene e per
respingere il male. Capita che una certa buona abitudine o
una virtù difficile si riceva quasi senza aver fatto sforzo, e dal-
tra parte ci può essere un vizio o una cattiva abitudine di cui
ci si trova liberi senza capire come sia successo. Questo per-
ché lo spirito di Dio diventando più di prima signore dellani-
ma grazie allabbandono che noi gli facciamo delle nostre
facoltà e delle nostre azioni, opera ciò che gli piace, non
essendo la sua azione impedita dalla nostra, che a volte è
precipitosa, a volte tardiva, e a volte contraria a ciò che egli
vuol fare in noi. Eppure, Filotea, nessuno potrà dire che noi
non operiamo in questoccasione. Infatti noi già da prima
abbiamo, con desiderio e gioia del cuore, abbandonato la
nostra anima allazione di Dio, più o meno come i religiosi
abbandonano la loro volontà allobbedienza della regola
Così lanima del contemplativo in seguito alla sua santissima
decisione. Per di più qui lanima coopera ricevendo volonta-
riamente e senza resistenza gli effetti di Dio in sé. E in terzo
luogo ella coopera assai, dal momento che, nella sua condot-
ta, ella mette in pratica le illuminazioni e i consigli che ha rice-
vuto durante lorazione 22 (corsivo nostro).
Come si vede, il segreto di una retta pratica consiste
essenzialmente nella rinuncia al volere del proprio Io, non
al volere in assoluto, che verrà a coincidere con il volere di
Dio. Si entra così in quello stato particolare che è il fondo
dellesperienza mistica e che nella tradizione cristiana pren-
de il nome di distacco o abbandono. Distacco dal proprio
io e abbandono alla volontà dellEssere.
Si può dire, in conclusione, che il metodo quietista,
quale si trova in Malaval e in molti altri seguaci della pratica
facile, ha certamente caratteristiche distintive che è il caso
di considerare in rapporto ad altri metodi. Se per esempio si
tiene conto del fatto che, in una pratica di meditazione
come quella buddhista, si consiglia di usare il respiro come
oggetto di concentrazione, proprio perché in sé è qualcosa
di neutro e di consueto, che non offre stimoli particolari, è
evidente la differenza con la tecnica qui ricordata che parte
da una sensazione interna di carattere gioioso o attraente o
32 comunque significativo, che viene addirittura sollecitata con
il tramite di una lettura o di un ricordo. Loggetto non è
dunque neutro ma anzi deve suscitare interesse. Ma anche
se si guarda più in generale alla mistica cristiana, certe diffe-
renze saltano agli occhi. Si pensi per esempio allinsegna-
mento di S. Giovanni della Croce e alla sua insistenza sul
fatto che al vertice dellesperienza si è perduta ogni sensa-
zione di realizzazione, e che la misura della realizzazione si
ha esclusivamente negli effetti e nelle conseguenze che si
manifestano nelle occasioni pratiche della vita quotidiana,
come la capacità di discernimento, e sembrerà di essere
mille miglia lontani da una mistica che, almeno in parte, si
basi invece sulle sensazioni, siano pure interiori.
Si noti però che quelle sensazioni hanno un carattere
particolare, impossibile da confondere con qualcosa di
superficiale o di connesso con un qualunque desiderio ego-
centrico. Questo è dovuto al fatto che in realtà, come diceva-
mo allinizio, si tratta di ciò che il cristianesimo designa
come doni dello Spirito. In questottica, sensazioni di
pace, amore, gioia, benevolenza, bontà, mansuetudine e
dominio di sé (lettera ai Galati che abbiamo citato allinizio)
hanno la caratteristica di qualità, ancor più che di doni,
dello Spirito risultando quindi assai vicine alle dimore subli-
mi del buddhismo (benevolenza, compassione, gioia com-
partecipe, equanimità) allorché pervengono a un certo
grado di spontaneità. Vogliamo dire insomma che, si tratti di
doni o di dimore , la caratteristica distintiva di tutti è
quella di non avere, a differenza degli stati più superficiali,
un contrario che ad essi si opponga come laltra faccia di
una medaglia. Cè indubbiamente un amore che si caratte-
rizza per essere il contrario dellodio, una pace che è il con-
trario della guerra, una gioia che è il contrario della tristez-
za, ecc., ma ci sono anche un amore, una pace e una gioia
che sono tali e basta e che in quanto tali sono individuabili
senza esitazioni come qualità dellEssere .
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FRANCO MICHELINI-TOCCI: UN MAESTRO CRISTIANO QUIETISTA
NOTE
1. 5, 22.
2. M. Vannini, Il volto del Dio nascosto, Milano, Mondadori, 1999, p. 22.
3. F. Malaval, La belle ténèbre. Pratique facile puor élever lâme à la con-
templation (testo, presentazione e note a cura di M.-L. Gondal),
Grenoble, J. Millon, 1993.
4. p. 66.
5. p. 188.
6. p. 66.
7. p. 168.
8. p. 171.
9. Cfr. La rivelazione del Buddha, I, I testi antichi (a cura di [Link]),
Milano, Mondadori, 2001, p. 1354 s.v.
10. p. 230.
11. p. 241.
12. Cfr. Gnoli, cit., p. 922 s.
13. p. 84.
14. Ibid.
15. p. 198.
16. p. 204.
17. p. 211.
18. p. 72.
19. p. 91. Lultima affermazione ha una certa analogia con quanto racco-
manda il maestro buddhista Gunaratana:
prendetevi limpegno di
meditare un minuto allora durante il giorno
Trascorrete 59 minuti di
ogni ora facendo quel che dovete fare
Ma un minuto di quellora inter-
rompete qualunque cosa stiate facendo e meditate. Potete anche fare in
modo che il vostro orologio da polso o il computer facciano un beep di
avvertimento ogni ora (H. Gunaratana, Eight Mindful Steps to Happiness,
Boston 2001, p. 23).
20. p. 136.
21. p. 96.
22. p. 106.
23. E. Tolle, The Power of Now, London 1999, p. 24, (tr. it. Il potere di
adesso, Milano, Armenia, 2000).
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