I
A7lfc
Yd CARLO RASCAL
DIONISO
Saggio sulla religione
e la parodia religiosa in aristofane
CATAN I A
FRANCESCO BATTIATO, EDITORE
1911
PROPRIETÀ LKTTKRARIA
C'ATAMA, Tip. Monaco & Mou-tcA
AI COLLEGHI E DISCEPOLI
DELLA FACOLTÀ LETTERARIA CATANESE
IN MEMORIA DEGLI OTTO ANNI
TRASCORSI CON ESSI
IN SALDO AMORE AGLI STUDII
IN ONESTO DESIDERIO DI BENE.
Pavia, Ottobre i9i0.
Carlo Pascal
,
i:n^troduzione
Kon può comprendere appieno Aristofane chi non
parta dallo studio della commedia popolare. I critici (1)
hanno molto ben mostrato che i personaggi, i quali piìi
spesseggiano in Aristofane, sono in realtà i tipi delle
farse e delle commedie ,
tradizionali fin da tempi re-
motissimi e giunti attraverso la civiltà classica , sino
ai tempi nostri: sono in realtà vere maschere. Il ghiot-
tone, V ubbriacone, il pedante, il servo ladro, il gioco-
liere di piazza, il campagnuolo ingenuo, e così via, si
presentano di volta in volta agli spettatori sotto le
sembianze dei vari personaggi aristofanèi , ed anche
oggi sono fra i tipi piìi esilaranti e piìi grati alle plebi.
Gli strani bisticci nati dalP uso, che qualche perso-
naggio fn, di lingue straniere, solevano, come sogliono,
mandare in visibilio gli uditori. Che più ? Uno dei
mezzi usati per eccitare P ilarità del popolo, quasi ri-
Ci) Cfr. ad es. Poppelreuter, De comoediae atticae primordiia
Berlin, 1893 (II parte) ; Romagnoli, Origine ed elementi della com-
media di Aristofane (Studi ital. di Filol. classica, voi. XIII) e Com-
medie di Aristofane tradotte (Torino, Bocca, 1909), Introduzione al
Voi. I.
vili INTRODUZIONK
scuotendolo dalla illusione scenica, era di interrompere
bruscamente tale illusione , rivolgendosi direttamente
agli spettatori e ritornando al linguaggio della vita
reale. In una scena del Dedalo^ commedia perduta di
Aristofane, Giove, dovendo tornare in cielo, dopo una
delle sue solite scappatelle, pregava il macchinista che
lo sollevasse e facesse funzionare la carrucola ; nelle
Ecclesiazuse un giovane volendo gareggiare con una
vecchia rivale nelP arte del canto , si raccomanda al
flautista perchè si avvicini e lo accompagni; nelle Rane
Dioniso rispondendo alla domanda del servo suo, se
avesse ritrovato nelPiuferno i parricidi e gli spergiuri,
annunziatigli da Ercole, si volge poco garbatamente
agli spettatori e dice di ritrovarli anche fra essi ! Gli
elementi della commedia aristofanèa sono dunque, su
per giti, quelli della commedia di tutti i tempi; i mezzi
tecnici adoperati, gli scherzi messi in atto, sono quelli
che più tornavano accetti all' anima popolare e che
anzi erano scaturiti appunto dalle ingenue primitive
rappresentazioni del popolo.
Ma tutta questa materia tradizionale, che vita, che
atteggiamenti, che forme di arte assume, quando è ela-
borata dal grande poeta I Non vi fu problema sociale
o quistione della vita politica , nella quale non inter-
venisse, con la sua satira mordente , il terribile ate-
niese. Dilapidatori del pubblico denaro, scienziati ciar-
latani, oratori arrufifapopoli, poeti vacui e parolai, filo-
sofi acchiappanuvole, donne i)ettegole e viziose, tutti
i personaggi della Atene dei suoi tempi , sfilano in
questo grande quadro della vita cittadina. E per flagel-
INTRODUZIONE IX
lare tutti quei personaggi il poeta noa deve fare che
uiia sola cosa: ritrarli con verità. La grandezza <li A-
ristofane sta appunto in questo: nella verità cruda, direi
quasi brutale, delle sue rappresentazioni; una verità
detta senza riserve, senza pudiche reticenze, senza ri-
guardo ad alcuno. Oh ! quella Lisistrata meravigliosa,
nella quale le donne sono rappresentate in tutto il fervo-
re impuro della loro libidine, e gli uomini in tutta la
balordaggine della loro stupidità intellettuale I Eppure
il poeta, feroce nemico delle femmine aspiranti alla
partecipazione della vita pubblica, il poeta che certo
vagheggiava Pideale antico della donna chiusa nel breve
ciclo della vita familiare ed intenta ai doveri domestici,
non si perita punto, per umiliare ancora dippiù gli a-
teuiesi suoi contemporanei, di far fare ad essi molto
meschina figura di fronte alle donne. Quando il com-
missario, npprendendo le nuove pretese donnesche, do-
manda con meraviglia a Lisistrata: tesoriere voi altre ?
Lisistrata risponde:
Noi si, qual meraviglia ?
Non s'amministra pure la cassa di famiglia ?(1)
E quando il commissario, sentendo le severe parole:
s^addice agli uomini il pensiero della guerra ! esclama
tutto contento: ben detto ! sangue di Giove ! Lisistrata
prorompe contro di lui:
Come bene, se, maledetto,
Neppure potevamo dare un consiglio a voi,
(1) Le traduzioui in versi riportate in questo volume sono, salvo
contraria indicazione, di Ettore Romagnoli.
X INTRODUZIONE
Cosi mal consigliati ? Ma quando udimmo poi
Dire un per via: « rimasto non c'è un uomo in paese ! »
E un altro: « neppur un per dio ! » tosto si prese
Il partito noi femiue, raccolte in assemblea,
Di trarre in salvo l'Eliade. Che mai piti s'attendea ?
Noi non diremo dunque cosa che non profitti :
Se a vostra volta udire volete, e stare zitti,
Vi si rimette in piedi.
Ed in generale si può dire che in tutti i suoi di-
scorsi Lisistrata dimostri senno pratico. Un pò dell'a-
nima del poeta è nelle sue parole, quando ella consi-
glia di purgare la città di ogni sozzura, sbacchiando i
farabutti e scardassando tutti i peli, che s^aggrumino su-
gV impieghi o s^ accozzino addosso Vuno aW altro. Eccolo
dunque, questo spietato odiatore delle novità, questo lo-
datore sistematico di tutte le cose passate, ecco come
rappresenta i suoi concittadini: qual branco imbelle di
uomini, cbe deve la sua salvezza e la saggezza di qualche
pratico consiglio ad una femmina ! Ed anche il mezzo
vittorioso escogitato dalle donne per ritrarre gli uomini
dalla guerra, quello cioè di negare loro recisamente
Pamplesso, vale a mettere in maggior rilievo la eftem-
miuata mollezza dei cittadini.
Come nel discorso di Lisistrata è un po' delPanima
di Aristofane, benché Lisistrata simboleggi il tipo della
donna piìi a lui inviso, e cioè della donna politicante,
così anche in un'altra tìgura a lui molto invisa è un
pò del suo pensiero: in una figura mitica, Dioniso, il
giovane audace dio della Tracia, il cui culto insinua-
tosi a poco a i)oco nella Grecia, aveva diffuso per tutte
le città un delirio di rapimenti mistici, di frenesie or-
INTRODUZIO^'E XI
giasticbe e di i)ervertimenti morali, cbe preoccuparo-
no di volta in volta vivamente i reggitori delle città.
Nelle Rane Dioniso, amatore appassionato di Euripide,
inveisce contro i nuovi poeti ed Aristofane gli pone
in bocca queste acerbe rampogne, cbe certo rispecchia-
no il sentimento suo:
RaspoUini sono,
Chiacchierini, assemblee di rondinelle,
Guastamestieri Appena hanno ottenuto
!
Un coro ed insozzata una sol volta
Di piscio la tragedia, eccoli a secco I
Cercalo pure, non lo trovi mica
Un poeta di razza, che ti butti
Là qualche frase virile !
Come si vede il dizionario di Aristofane non è po-
vero, specialmente quando si tratta di vituperi. Il no-
stro poeta sa trarre dalParte sua tutte le risorse, per
trasportarci tra quelle lotte e tra quelle passioni, per
farci sentire tutto l'impeto di quegli odii, tutta la gran-
dezza di quelle lotte e di quei problemi sociali, tutto
lo spirito cbe animava cbi ne ebbe la visione e ne pro-
vò angoscie ed ire ed acri desiderii di miglioramenti
civili.
Col nostro poeta noi possiamo rivivere i momenti di
fervida eccitazione aggressiva e quelli di puro abban-
dono lirico. Il lirismo in Aristofane ! Come è potente,
eppure talvolta come è misurato, e come sembra at-
tingere forza appunto dalla opportunità e dalla sobrie-
tà dell'espressione! A poco a poco il poeta va dispo-
gliando il dramma comico di questo elemento lirico,
XII INTRODUZIONE
che pur tingeva di così accesi colori le sue prime coin-
niedie. Qualche volta il lirismo si riduce a semplici
spunti, per così dire, a semplici accenni fugaci. Si con-
sideri il principio di un coro nella parabasi delle Rane:
Al santo mio coro t'appressa,
O Musa; lusinga soave — nel canto ch'io levo tu infondi.
E si vegga qual freschezza popolaresca è nel canto
di Imeneo, che chiude la commedia della Pace:
Vi saluto, genti belle 1
Chi mi segue fino a casa
Mangerà delle ciambelle !
Del resto, come il Komagnoli ha notato nella intro-
duzione del Fiuto, Peccitamento lirico che distingue le
prime commedie di Aristofane si va a mano a mano
calmando nelle ulteriori, lasciando luogo a quel buon
senso e a quella placidità borghese, che trionferà poi
nella commedia nuova. Ed anche un antico scoliasta di
Aristofane, Platonio, in uno scritto sulle differenze tra
i vari generi di commedie, nota che fine della commedia
antica era dileggiare demagoghi, giudici e strateghi;
ma che poi, dopoché ne incolse male ad Eupoli, gettato
in mare dal dileggiato nemico, Aristofane per paura
si volse ad altro genere, ed iniziò quasi il tipo della
commedia di mezxo con VEolosicon, una commedia nella
quale si poneva in derisione il tipo di Eolo, quale era
tratteggiato dai tragici. Eh sì ! Possiamo esser sicuri
che Aristofane, pur trattando di miti o di questioni
letterarie, era pur sempre il terribile flaggellatore, che
aveva spezzato la fronte ai despoti della politica.
INTRODUZIONE XIII
Il vecchio calvo uou aveva già spuntato i denti !
L'esperienza era diventata piìi matura, il colorito liri-
co andava illanguidendosi, la figurazione dei caratteri
personali era forse piìi esatta e condotta, se pur vuoisi,
con pili fine studio di verità; ma Fimpeto aggressivo e
la ferocia del sarcasmo non dovevano esser venuti me-
no. I molti frammenti che delle sue commedie perdu-
te, ci rimangono, possono farne qualche attestazione.
* #
Di questo singolare scrittore noi studieremo la con-
cezione e la parodia religiosa. Studio che ci pare tra
i più importanti e per la comprensione delF arte ari-
stofanèa, e per la cognizione del mondo in cui quella
vive e da cui trae ispirazione e materia. Di piìi, que-
sto studio ci mostrerà sotto qual forma si erano atteg-
giati, nella tradizione popolare e nella letteraria, i va-
rii tipi divini ; e fino a qual punto Aristofane avesse
usufruito quella forma, e quali nuovi elementi vi avesse
introdotto, e come insomma tutta questa vita religiosa
fosse diventata una potenza operosa ed attiva nel suo
cervello e vi si fosse trasformata in materia di arte.
Certo tra i varii fenomeni dello spirito, individuale e
collettivo, il fenomeno religioso è appunto quello che
piti attrae 1' attenzione del pensatore e del critico, sì
perchè la religione è come il deposito sacro, ove son
conservati gli affetti, le tradizioni, le tendenze di un
popolo , sì perchè P efficacia di essa sulP opera e sul
pensiero individuale è costante, o che si manifesti nella
forma del mistico ossequio, o in quella della incredu-
lità e dello scetticismo. In un genere letterario come
XIV INTRODUZIONE
la commedia , che vive iu mezzo al popolo , ma die
cV altra parte è pure opera di un artista (e, nel caso
di Aristofane, quale artista!) si può cogliere quasi sul
fatto quel giuoco reciproco di azione e riazione, dello
individuo sul popolo e del popolo sulP individuo, che
ci fa assistere allo sbocciare della creazione artistica
ed al suo determinarsi in una forma o in una altra.
Ben a ragione osserva il Farnell che V ultimo campo
della vita greca ad attrarre la seria attenzione e lo
studio della critica moderna è stato quello della reli-
gion(' ; e che tale studio ha rivelato i molteplici punti
di contatto con le energie morali e spirituali e con i
monumenti artistici e poetici dell' antica razza elle-
nica. (1) E la mancanza di uno studio sul pensiero re-
ligioso degli scrittori della nuova commedia, è appunto
il difetto che piti si ravvisa nel recente insigne volume
del Legrand, dedicato a quegli scrittori. (2)
Infine una osservazione, che riguarda il metodo della
ricerca. Il Farnell stesso, di cui ho citato sopra alcu-
ne parole, e nell'articolo stesso, enuncia alcune norme
o canoni, che egli dice abitualmente ignorati, per lo
studio dei contatti tra la religione e h\. tragedia. Per
la parte che riguarda lo studio mio, mi trovo averli
(1) Lewis R. Farnell, Evidence of Greek Religion on the Text
and interpretation of Attic Tragedy, in Classical Quarterìy (IV, 3),
luly 1910, p. 178.
(2) Legrand Ph. E. Daos. Tableau de la Comédie grecque pendant
la periodo dite « nouvelle ». 1 voi. gr. in 8° Lyon, A. Rey. Paris,
Foutemoing. 1910 (Annales de V Universitè de Lyon. Nouvelle sèrie,
IL fase. 22 ; p. 674).
INTRODUZIONE XV
abitualmente applicati: sono infatti tali canoni che val-
gono non solo per Io studio della tragedia, bensì pure
della commedia, e tanto più per la commedia aristota-
nèa, la quale appunto dalla tragedia trae tanta mate-
ria di novelle invenzioni e tanti spunti comici. Lo scrit-
tore drammatico , tragico o comico che fosse, concor-
rendo alle gare poetiche , voleva naturalmente essere
inteso dal popolo ; e quindi deve presumersi che egli
usasse frasi e nomi religiosi nel senso che il popolo
ad essi dava. Ecco il primo canone, naturalissimo, del
Farnell. E riportiamo gli altri : per V interpretazione
degli epiteti divini non è sufficiente lo studio etimolo-
gico, ma occorre quello dei culti locali ; il mistero di
cui si avvolge il linguaggio poetico non autorizza il
commentatore a veder dappertutto allusioni ai misteri
greci ; il linguaggio rituale va interpretato alla luce
delle iscrizioni rituali greche. — Naturalmente non in
pari misura la nostra materia ci ha offerto occasione
di rivagliare la bontà di tali canoni ; e per quanto ri-
guarda anzi gli epiteti divini la condizione nella quale
si trova Aristofane è affatto diversa da quella dei tra-
gici, sì perchè Aristofane storpia a suo modo per di-
leggio i veri epiteti divini, torcendoli ad una signifi-
cazione ingiuriosa, sì perchè predomina spesso in lui
V intento di porre in canzonatura le spiegazioni etimo-
logiche, delle quali i tragici, e specialmente Euripide,
avevan fatto abuso.
Pavia, Ottobre 1910,
CARLO PASCAL
Al XàpiTC^ xé[j-£vó(; ti ^.a^sTv, ^Tuep oòyii ^edsTTai,
ZYjTOUdai, 4*^XYiv sSpov 'Api(7T09àvou(;.
Platonk, Eingrammi.
I.
Rappresentazione generale del mondo divino
Gli dèi stranieri.
Sommario — 1. Le difese della religione in Aristofane. — 2. De-
risione degli dèi. — 3. Gli dèi patrii di Atene. — 4. La caricatura
del culto divino. — 5. I Tvihalìi degli Uccelli — 6. Gli dèi
barbari nella Pace e nelle Horae. Il dio Sabazio. — 7. I Cori-
banti. — 8. La dea Bendis.
1. La rappresentazione generale degli dèi in Aristofa-
ne è condotta in maniera, da rivelare, o almeno da
far trasparire, un riposto pensiero di derisione e d'iro-
nia (1). I passi nei quali il poeta sembra quasi assume-
re le difese della religione non ci debbono trarre in
inganno. Vuol dire clie una passione più forte lo muove.
Egli ha i suoi chiodi fìssi : Socrate, Eurii)ide, Gleone.
Se per combattere quest'ultimo, gli conviene, nei Cava-
lieri^ deridere le superstizioni degli oracoli, sui quali
si fondava molta parte della sua potenza, i)er combattere
i primi gli conviene per contro rialzare il concetto degli
dèi. E perciò verso la fine delle Nuvole (v. 1476 segg.)
(1) È da vedere sul nosiro tema V opuscolo di C. Kock, Ari-
stophaues und die Gòtier des Folksghiuhens, 1, 1857 ( 43 pag. ).
L' argomento fu trattato breTemente da Carlo Augusto Boetti-
ger nella dissertazione Aristophanes impìiniius deorum geniilium ir-
risor {Opmc. editi da I, Sillig. Dresdae, 1837), e dal Behagol,
De veiere comoedia deos irridente, (Particula prior. Aristophanes).
Gottingae. Dietericli, 1856, (pagine 43); più diffusamente dallo
Hild, Arintophaues impieiaiin rcus, (Vesontione, E tyi)is Jacquin,
1880, p. 131).
4 RAPPRESENTAZIONE GENERALE DEL MONDO DlVlKO
Strepsiade si pente amaramente di aver dato nn calcio
agli dèi, per seguire Socrate e ne chiede perdono.
Di tal genere è anche una parte del dibattito tra
Eschilo ed Euripide nelle Rane. Eschiìo (v. 886) invoca
Demetra, che già nutrì la mente sua, perchè il faccia
degno dei suoi misteri. Ed Euripide osserva con aria
di trionfo, che egli ha ben altri dèi da invocare (889).
Dèi tuoi proprii, di nuovo stampo ? gli domanda Dio-
niso. Appunto, dice Euripide, e spiega poi in seguito
che l'etere è il suo pascolo, e la volubil lingua eTin-
tendi mento e le acute nari (892 893). Questa idea del
porre Paria come nutrimento alla intelligenza è anche
altrove attribuita ad Eurii)ide (Acarncsl 397-400)^ e
negli Uccelli (1380-90) è ripetuta a proposito del poeta
Cinesia; ma quel che importa a questo punto di notare
è che il poeta delle Rane pone in dileggio Euripide,
appunto perchè parla con aria di superiorità e di sprez-
zo dell'antica religione di Demetra. E contro Euripide,
e per la medesima ragione, è diretto anche un passo
delle Tesmoforiaziise. Ivi la venditrice di corone si lagna
amaramente, che ella non abbia più affari e non possa
Xnìi mantenere i suoi cinque figli, da che Euripide ha
persuaso gli uomini, che non vi sono i Numi (443 sgg.) (1)
Né bisogna farsi trarre in inganno da quei luoghi,
ove l'esaltazione degli dèi è attribuita al coro ed è
naturale quindi nel canto un tono più elevato e quasi
di solennità ieratica. A tal concetto è informato il co-
ro delle Tesmoforiazuse^ ov'è predicata la necessità di
(1) Allusione al Bellerofonie di Euripide, fr. 286 Nauck f
GLI DÈI STRANIERI. 1. 2. 5
dare un esempio, affinchè ciascuno fugga le opere tri-
sti e aifenni che esistono veracemente i lN"umi e porga
ad essi il debito ossequio : se V empio sarà colto nel
momento delhi sua rabbiosa follia, potrà vedere che il
dio stesso scende a punirlo (667-684).
2. Ma, all'infuori di questi casi, gli dèi sono mate-
ria di riso per il poeta, non oggetto di venerazione (1).
Le altezze misteriose dell'Olimpo par che sieno per lui
terii torio ove si svolga la vita comune, cui può giun-
gere il lazzo e la facezia del poeta, e che egli fa ri-
suonare del suo cachinno insolente. Gli dèi vedono ogni
tanto messo a repentaglio il loro dominio sugli uomini.
Ora è Pluto che li sbalza di seggio, ed ora è Polemo,
ed or sono gli uccelli. Non bastano ad essi le minac-
ce di punizioni terribili: è in realtà un affar da nulla
il trarli giù dal loro trono. " Credi tu, dice Cremilo a
Plnto {Plnf. 124 sg.), che l'impero e i fulmini di Zeus
varranno tre oboli, se tu riacquisterai, anche solo i)er
breve tempo, la vista ? ". Gli dèi sono anzi in certo
modo in una condizione di soggezione all'umanità, giac-
ché essi si nutrono dei sagrifizii offerti loro dagli uo-
(1) Leggende divine erano certamente trattate anche nei 08Oi
di Ennippo e negli "Hocoe^ di Cratete ; ma non se ne può dir
nulla di preciso. "Hpcoeg era anche intitolata una commedia di
Aristofane; ed alcuno sospettò che vi si riprendesse la crescente
incredulità religiosa degli Ateniesi, sospetto che mal si avvalora
dal frammento citato da Diogene Laerzio Vili, 34; noi sappiamo
anzi che anche nella commedia più spregiudicata non manca, in
bocca a qualche personaggio, la nota religiosa.
.
6 KAPPRESENTAZIONE GENERALE DEL MONDO DIVINO
mini (1). Basta dunque clie gii uomini trascurino queste
pie pratiche, perchè tutto l'Olimpo sia messo a rumo-
re: nelle Nubi sono rappresentati gli dèi che minac-
ciano la luna, perchè gli Ateniesi calcolando il tempo
secondo il giro lunare sbagliano spesso e omettono le
feste e li frodano dei sagrifìzii (615 620). Il Trigeo della
Pace trova l'Olimpo vuoto e desolato: alle poche mas-
serizie fa la guardia Hermes, gli dèi se ne sono iti,
perchè soffrivano ormai la fame. Nel Fiuto Hermes
\iene ad annunziare a Oarione i terribili propositi di
Zeus, j)erchè i Numi sono ormai affamati: dacché Pluto
ha riacquistato la vista, non si offre piìi ad essi nò
incenso, uè alloro, né vittima, né focaccia (1111 1116).
Oarione osserva che ciò è giusto, perchè Numi han i
mal provveduto alle cose umane; ed Hermes allora gli
dichiara che degli altri Numi non gì' importa niente:
sol si preoccupa per sé, che è ormai spacciato (1118-
1119). Un putiferio maggiore ci è descritto negli Uc-
celli(1515 1524J. « Ninno degli nomini, dice Prometeo,
fa più sagrifìzii agii dèi, non sale piti ad essi il profumo
delle cosce arrosto; e noi senza vittime, facciamo di-
giuni, come nella festa delle Tesmoforie. E intanto gli
Dèi barbari, affamati, urlando come Illirii, minacciano
muovere guerra a Zeus^ se egli non fa riaprire 1 mer-
cati, ove sieno esposti i)ezzi di vittime ». Tutto POlim-
po a subbuglio dunque per la fame ! Per quanto si
voglia attenuare il significato di siffatte dipinture (2),
(1) Pace, 406; Uccelli, 1516; Pluto, 1113.
(2) V. ad es. Comparetti nella Introduzione agli Uccelli (trad.
Franclietti). Città di Castello, 1894, p. L-LIII
GLI DÈI STBAXIERI. 2. 7
pur non si può disconoscere che nulla della maestà di-
vina rimane piìi in questi dèi, che dalla imperturba-
bile serenità della concezione antica sono passati or-
mai agli spasimi della fame. E il tema di cotali dèi
affamati fu poi ripreso nel Simposio platonico, ov^e in-
sieme con esso si ritrovano nella rappresentazione de-
gli dèi tanti altri motivi comici e tratti e immagini e
comparazioni, che fanno appunto pensare alla comme-
dia aristofanèa (1).
Questi dèi così presi per fame vengono sempre a patti
con gli uomini. Le fortezze dell'Olimpo capitolano. Essi
minacciano e rivelano truci disegni, ma i vincitori sono
gli uomini. Intermediario delle trattative è per tradi-
zionale ufficio Hermes, come nella Pace e nel Fiuto;
ma nell'una commedia e nell'altra Hermes finisce per
pensare agl'interessi suoi e poco si cura degli altri
IS'umi. Più grave affare è nella commedia degli Uccelli,
Qui si tratta di una nuova dinastia, quella di Nuhicu-
cìilia^ che si vuol far succedere alla dinastia divina.
Non basta dunque un solo messaggero, non basta Hermes;
ci vuole una intera legazione. E la legazione dei tre
dèi non ha in realtà esito diverso delle missioni parti-
colari affidate ad Hermes: Eracle che con la sua gros-
solana astuzia finisce per governare le trattative, pensa
solo ai casi suoi e cioè ai buoni manicaretti che lo a-
spettano e per la lusinga di essi cede a tutte le pre-
tese di Pistetero (1674, 1685). Gli dèi hanno dunque
(1) Cfr. Romagnoli, Introduzione alle Tesmoforiasuse, in Com-
medie d' Aristofane II, p. 235.
8 RAPPRESENTAZIONE GENERALE DEL MONDO DIVINO
iu queste commedie cattivo giuoco a minacciare le lo-
ro vendette e ad esaltare la loro potenza (1), ad an-
nunziare morte, pene, distruzione; soii tutte bravate;
nel fatto i vincitori sono gli uomini; e gli dèi sono av-
vezzi a cotali bravate, giaccliè anche nella pianura di
Flegra, dice Pistetero negli Uccelli (823-25), gii dèi
vinsero i giganti a fanfaronate (àXa^ov£uó[X£Voi) ! Tale
nei suoi tratti principali questa singolare dipintura del
mondo divino, ove gli dèi non hanno piìi alcuna influen-
za sui destini umani; anzi la stessa vantata loro in-
fluenza vien derisa (2).
Questi ridicoli simulacri di dèi, quali li lia ridotti
lo spirito caustico della commedia, non hanno più nep-
pure l'antica gioconda libertà nelle loro furtive scap-
pate terrene; Pistetero consiglia di mettere sotto sigillo
una parte del loro corpo, perchè non scendano piìi a
stuprare le Alopi, le Semeli e le AlGmane {Uccelli òòQ-
500). Gli stessi attributi divini son presi talora di
mira dal poeta e volti al ridicolo. Perchè si rappre-
senta Zeus con l'aquila e Atena con la civetta e Apollo
col falco '^ Perchè, quando uno sagrifica, gii uccelli ab-
bian prima degli dèi la loro parte di viscere (514-519).
E per gii uccelli si giurava prima che i)er gli dèi (520),
e il regno degli uccelli fu di molto anteriore a quello
(1) Fiuto, 1107, Ucc. 1238, Pace 871.
(2) Cfr. il passo degli Ucc. 577-587. Gli uccelli inghiottiscano
la semente, e poi vada Demetra a sx)artire il grano ! I corvi ca-
vino gli occhi ai bovi, e x>oi vada Apollo a guarirli ! Y. il capi-
tolo su Zeus, in line.
.
GLI DÈI STRAM ElU. 3. 9
degli dèi: giaccliè gli uccelli precedettero Zeus e Orouo
e i Titani e la Teira (467-470). Il poeta che diceva
tutte queste cose per celia, uou poteva certo supporre
che veramente le forme zoomorficlie del culto precedet-
tero di gran lunga quelle antropomorfìcbe e non tra-
montarono interamente mai.
3. Ora è da notare, che Aristofane presenta in modo
ridicolo l'una divinità o Pai tra, a seconda che i tratti
fissati dalla tradizione popolare si prestavano piìi o
meno ad una elaborazione ridicola; ma non esclude de-
liberatamente alcun dio dalla sua caricatura. Si è piìi
volte pensato che Aristofane per religioso rispetto non
toccasse nella satira sua gli dèi patrii di Atene, i Oso!
7:a-pwoi (1). Ma quali sono questi Gsoì, TuaTpwoi ? Di A-
tena e di Apollo non v'ha alcun dubbio: Atena era la
dea %oliou-/oq, e 'AxóXlwv TuaTpGo:; aveva un tempio in
Atene (2). Ma tra gli dèi patrii di Atene era anche
Zeus. Gli dèi i)atrii formavano una triade. La triade
Zeus, Atena ed Apollo era in un verso di Omero (3),
(1) Cfr. Bt^hagel, De vetere comoedia ecc., p. 7 sgg.
(2) Cfr. Demostene, C. Etihul. 54 : 'A.-róÀ?>,o)vog jraTQ(óov ìiYOV ;
Polluce Vili, 85; Platone, Euiidemo, 302 e.
(3) Iliade II, 271 : Zeìj te TiàisQ, xal AOrivaiii xai "[Link].
Scoliasta Veu. a q. 1. : èvTeùOév Tivsg [Link]^ovaLV 'AOipmov y^YO"
vévai TÒv 7ioiì]Tì')V : ijiarpioi yÙQ outoi xolq 'AOiìvaioig Oeoi.
Molto si è discusso sulla (inferenza tra -tcxtqiol e nratQcoGi, ma
non par che lo due jìarole sieno sostanzialmente diverse. Pro-
priameutc n;aTQq)oc vaio 'tramandato ex -laTéocov ', e n;dxQioc va-
le '
della città '
10 KAPrRESKNTAZIONE GENERALE DEL MONDO DIVINO
e lo Scoliaste dà notizia che alcuni da quel verso ar-
gomentavano che Omero fosse Ateniese di nascita. E
ZsOg TuaTpwog troviamo nominato dai tragici Ateniesi,
e da Platone nelle Leggi (1), e da Aristofane stesso
nelle ìisuhi (2). Si è osservato che il passo di Aristo-
fane è probabilmente desunto dal verso di un poeta
tragico, e non prova quindi -cbe Aristofane ponesse
Zeus tra gli dèi patriij e che Socrate stesso u^WEuti-
denio platonico nega che gli Ateniesi abbiano uno Zsòq
TzccTpmc, (3).
Come abbiamo visto, Platone stesso nelle Leggi attri-
buisce a Zeus tal soprannome; e quanto poi al passo
ùeWJEatidemOf se è vero che Socrate sottilizza sul so-
prannome, non è men vero che Dionisodoro, quando ha
sentito il suo diniego, gli dice: « tu sei un miserabile
uomo e punto Ateniese, tu che non hai né dii paterni
né sacri riti, né alcun'altra cosa bella e buona » j
il
che prova che, se non presso qualche filosofo, almeno
nel sentimento popolare, che solo importa. Zeus era a-
dorato come dio patrio di Atene. Del resto quelli che
a cagione di quel passo deWLJutidemo ciò negano, do-
vrebbero, per essere logici, negarlo anche per Atena
stessa; dice infatti Socrate: « Zeus da noi non si chia-
ma i)aterno, ma domestico o della curia, e Atena del-
(1) Sofocle, Truck. 288, 753; Euripide, Elettra, 671; Platone,
Leggi 881 d.
(2) Nubi, 1468 e 1469. Ivi lo Scoliaste: JlaxQiòoq Zeùg xai *A-
nóXXoiv év 'A6T)vatg Tifiwvtat, ecc.
(3) Platone, Eutidemo, 302 B-C.
GLI DÈI STRANIERI. 3. 11
la curia ». E del resto, da quel passo stesso risalta
che, a i)i'esciudere da questa obbiezione sui sopranno-
mi, gii dèi aviti di Atene sieno per Socrate Zeus, A-
pollo ed Atena; giacché quando Dionisodoro gii doman-
da se egli insomma abbia questi tre dèi, Socrate lo
conferma e li chiama suoi progenitori e padroni (302
D) (1). E quanto ad Aristofane, non è dubbio che, se
anche il verso delle N'ubi si vuol supporre desunto da
una tragedia, la parodia non è per il soprannome di
Zeus, ma è per Fidippide, che riteneva roba ormai an-
tiquata lo Zeus paterno e vi sostituiva il Turbine (1469-
1471). A noi non par dubbio quindi che nel tempo
d'Aristofane la triade suddetta fosse quella degli dèi
patri i di Atene. Ora come Aristofane abbia trattato
Zeus si vedrà nel capitolo che gli è dedicato. Certa-
mente egli non ebbe dunque scrupoli o riserve. E del
resto si possono dire proprio ispirati a reverenza gli
scherzi dei Cavalieri (1168 sgg.) sugli epiteti e gii at-
tributi di Atena o quelli del Plato (8 sgg.) sopra A-
pollo augure? Se la caricatura comica per questi due
dèi non è, almeno nelle commedie superstiti, vivace
come per altri, ciò è da attribuire dunque al fatto che
una vera elaborazione scherzosamente e confidenzialmen-
te popolare di quei due tipi divini, non si era formata,
ed il poeta non avrebbe potuto atteggiare quelle figu-
re mitiche, in maniera che esse trovassero eco nel sen-
(1) Sulla (luestioiie dello Zeùg ;raTQà>oi; è un Excursus del Vin-
ckelmanu, nella sua edizione ddl'Eutidcmo.
12 RAPPRESENTAZIONE GENERALE DEL MONDO DIVINO
timento popolare. E si noti clic le commedie eran date
in feste^ alle quali accorrevano da o^ni parte i fore-
stieri; sicché la divinità di Atena poteva sembrare il
simbolo stesso della patria; pure il poeta non si lascia
sfuggire l'occasione di ridevoli accenni; e ad es. negli
Uccelli (829 83 1\ Pistetero domanda :
''
Come mai può
essere bene ordinata una città, dove una dèa, che è
donna, porti l'armatura, e distene porti la spola ? ".
4. Il poeta che fa così mal governo degli dèi, lancia
qua e là qualche punta contro le cerimonie stesse del
culto: tema molto più periglioso e scabroso. Nei sagri-
fizii, ad esempio, si usava tagliare a parte la lingua
della -vittima, per l'araldo (1). Aristofane accenna a
quest'uso negli Uccelli (1704-1705) e ne dà una spie-
gazione che nella sua grottesca ridicolaggine ben pa-
lesa il sentimento suo, e sulla quale torneremo altra
volta.
Anche nelle Tesmoforiazuse si può ravvisare m\ ri-
I)Osto pensiero di parodiare i riti sagrilicali. Nelle par-
ti corali il carattere sacro e solenne viene osservato;
ina il sagrifizio è offerto da Mnesiloco travestito da
donna; ed egli nell'offrire In torta sacra, nel pronun-
ziare le formole rituali, nel mandar via la schiava tra-
cia, perchè alle schiave non può esser permesso di u-
(IJ O i)er Hermes, il dio araldo, corno si ha nel Fiuto, 1110.
Cfr. Eschiiie I, 172; Sofocle, Aiace 238, Omero, Odiss. Ili, 432,
341. Cfr. Aristofaue stesso, Pace 1060.
GLI DÈI STRANIERI. 4. 13
dire, nel sostenere insomma il suo travestimento, si
burla in sostanza allegramente del sacrilegio che com-
mette (279 294). Ed è impossibile non ravvisare il con-
trasto tra la solennità gonfia e magniloquente, con cui
comincia la invocazione della sacerdotessa (331 e sgg.):
KìjytG^z TOic, GeoTcji zoiq 'OX!j[X7:ioig,
7.0C1 TaTq ^0X'j\}.7:i(xiGi zai zoiq IIdOioi^,
xai TaTcrt ITuOiaLGi, xai toT^ ^rìkioiq,
e la ridicolaggine grottesca di alcuni dei desideri enun-
ciati, ad esaudire i quali s'incomodano tante somme
d eità: come, ad es. che vadano alla malora chi denun-
zia un bimbo comprato di nascosto, e la serva che fa da
mezzana con la moglie e da spia col marito, e la vecchia
che mantiene un drudo, e la giovane che riceve 1' a-
mante di nna amica sua e Poste l'ostessa che ruba-
no sulla misura del vino. In fine del discorso la sa-
cerdotessa ripiglia un tono pili alto: ^oac, B'à>.Xai<7iv ^\}Xy
Toò^ Geo'jg E'j/sgGs ZT-caiq r^oXkà Bouvat xaYaOà. Ma, anche
a prescindere dai tratti comici, la parodia acquista sala-
cità dalla riproduzione esatta della realtà. Giacché ap-
punto nei riti di tal genere s'invocavano tutti i beni
alle donne pie e celebranti le Tesmoforie, e il contrario
alle altre, come si vede, ad es. da questa iscrizione (1):
TÒv ^è YOvaLXOv6[[Link] tòv òtcò toG ByÌ[[Link] atpoó[JLevov toT(; àyvKJ-
[[Link] ToTg TTpò TWV 0£G[XO(pOpl(OV llZZ'jytG^ai TOiq l[J.{X£VOL>(JLV
xcà TaTg ::£iGG[JÌvai^ twBs tw vóp.w zZ etvai xai twv uTuapyovTwv
(1) Fellowes^ Asia JUinor, p. 31.
14 RAPPRESENTÀZIONK GFNERALE DEL MONDO DIVINO
àyaOwv ovy^cjiv, zqXc, Vz [jly) 7U£tGo(J.£voig \kr\bì zcac, èjxpxvodcaig
Tàvavrta, xai [j.y] ocjiov auTaTg slvat wBs àaepouaaig Oueiv
[XTjBsvi Gswv. Così, aucbe per quanto riguarda la serie
delle divinità, posta in principio, è da notare che tale
uso di lunghe serie di nomi divini era rituale nelle in-
vocazioni (1).
Un sagrifizio è anche descritto nella Pace (968 segg.).
La descrizione è precisa: si riportano anche le formole
rituali, con le quali si cominciava il sagrifizio. Il sacer-
dote domandava: Tiq Tuàpsdiriv ; e i presenti rispondeva-
no: TzoXkoi xàyaGoL (v. scolio, ivi ). E continua la ceri-
monia sacra. Ma la fine è ridicola: non si può sgozzare
il becco, perchè la Pace non vuol sangue (1036). Così
il becco rimane sano e salvo pel corego, che natural-
mente lo sgozzerà e mangerà. Altro sagrifizio è nelle
Ecclesiazuse (128 e segg.). Prassagora, prima che cominci
l'assemblea delle donne, vuol celebrare la cerimonia di
purificazione, ma invece del lìorcellino, fa sagrificare
una gatta.
Dei sagriflzii ad Asclepio descritti nel Fiuto parlere-
mo in seguito. Carione e il sacerdote fanno a gara a
chi rubi di piri le sacre focacce del dio, e Carione te-
me solo che il dio abbia gli stessi costumi del suo sa-
(l) Cfr. Demostene, 1072 (Adversus Macariatum) : Ovovra? xa^-
XieqeIv Alt •uiTraTcp, 'AOt^vq. vndxr], *
ÌÌQaxXei, 'AtcóXXoòvi acotfjQi xal
ó.7to:tÉ\JLJtsi\ àficpl òvTJoei, e più appresso : ©Eotg 'OXv\imoiq xal
'OXviJiniaic, nuvxeooi xai ndoaiq (da un oracolo delfico); Eschiue,
In Ct€8. 108, 4 B : ùvaOeTvai T(p 'AtzóXXcòvi tw IlijOiq) xal 'Aqté-
fiiòi xal At]ToI xal 'AOì]và IlQovoia.
ÒLI DÈI STRANIEEI. 4. 5. 1d
cerdote e giunga prima nel prendere le focacce dagli
altari (6 75 87). E ne] Fiuto stesso, quando Carione, tor-
nando incoronato dal sacro oracolo di Apollo, dice al
suo padrone: « Or non puoi bastonarmi, perchè Lo il
serto in capo ! » Cremilo, il padrone, risponde: « Ti ba-
stono, se mi annoi, e per far meglio, ti levo anche il
serto ! » (22-23).
Una commedia libera e spregiudicata dunque quella
di Aristofane; e che anzi toglie da tutto occasione e,
quasi direi pretesto, per far comparire grottesco il mon-
do degli dèi e ridicola la venerazione ed il sacro ter-
rore che essi ispirano.
5. Tra i passi piìi notevoli degli Uccelli è P amba-
sceria degli dèi a Pistetero, verso la fine della com-
media. I tre dèi jjrescelti come ambasciatori sono Po-
seidone^ Eracle e Triballo. La scelta non è senza ra-
gione. Essi rappresentano in certo modo tre ordini di
divinità. Poseidone è il rappresentante delle vecchie
divinità dell'Olimpo; è il « Nume dei vecchi », come lo
chiama Aristofone stesso nel Fiuto (1050), ed è il solo
dell'ambasceria che conservi contegno dignitoso e che
difenda i diritti degli dèi.
Eracle è invece il rappresentante delle divinità gio-
vani, degli eroi divinizzati, e della sua figura discorria-
mo in apposito capitolo. Ma v'è anche un terzo dio am-
basciatore, Triballo: è il rappresentante degli dèi bar-
bari. Contro costoro Aristofane scaglia tutte le sue
saette. Già nel culto nazionale di Atene si erano in-
t ruse iiarecchie divinità dei popoli barbari e vi aveva-
16 EAPPKESE^;TA^10NE GEKEEALE DEL MONDO DIVINO
no importato riti esotici e strani. In questa miscela e
confusione di religioni diverse Aristofane vedeva a po-
co a poco venir meno 1' antica purità di costumi e
corrompersi il carattere nazionale (1); e vedeva alcuni
stranieri acquistare autorità e credito nella patria sua,
e dirsi cittadini ateniesi, adducendo il loro dio avito,
cui ormai si prestava culto anclie in Atene. Tale in
questa commedia degli Uccelli è Esecestide, un citari-
sta, che si vantava ateniese, benché fosse di origine
barbara . A lui si riferiscono due passi della commedia
(v. 11 e 527), e nell'uno e nell'altro gli si rinfaccia che
egli sia forestiero^ e che abbia tratto dal numero degli
dèi barbari il dio degli avi, e che si spacci ateniese.
Si comprende facilmente come con questa disposizione
di spirito, turbato anche da j)reoccui)azioni di ordine po-
litico, forse disgustato dall'assurdità e stranezza dei
riti barbarici, sia implacabile contro questi dèi intrusi
la satira del nostro poeta. Già quel che ne rapporta
Prometeo li fa parere estremamente ridicoli. Poiché gli
uccelli intercettano il profumo delle cosce arrosto, gli
dèi barbari affamati strillano come Illirii e se la pi-
gliano con Zeus (1520-4). Come Illirii è paragone molto
spregevole nelP uso del linguaggio greco: giacché quel
popolo aveva trista fama di inciviltà e furfanteria. E il
(1) La rappresentazione delle nazionalità straniere nel dramma
greco, e principalmente nella tragedia, e cioè del loro carattere,
modo di pensare e di agire, religione, lingua, costumi, è studiata
da R. Hecbt, Die Darsiellung fremder NationalUàten ini Drama der
Griechen, Progr. Kònigsberg, 1892.
GLI DÈI STRANIERI. 5. 17
campione di quegli dèi stranieri mandato come ambascia-
tore è la figura più grottesca, che Aristofane potesse
presentare. Quel campione è Triballo. Pistetero appena
sente quel nome, comincia a scherzarvi sii, giacché il
nome gli rammenta P imprecazione èTzi'Zpi'^ziz(;^ che è a
un di presso il nostro ^
va alla malora '
(1530). Xè meno
ridicola è la figura di Triballo durante il corso dell'am-
basceria. Di volta in volta interrogato sulle trattati-
ve di pace tra gli dèi e gli uccelli, rispoiule nel suo
stranissimo gergo; sicché le sue parole vengono prese
nel senso che piìi accomoda a chi il richiede (1615,
1G29). Se il fraintendere le parole straniere fu sempre
uno dei mezzi comici più usati sulle scene poi)olari, tan-
to più ridicolo doveva essere in questa scena, giacché
il fraintendere non era ingenuo, bensì malizioso e vo-
luto; e la persona delle cui parole si «abusava rimane-
va inerte e stupido, senza nulla comprendere.
Di più, come abbiamo detto, gli dèi barbari o Triballi
sono rappresentati come affamati ed urlanti per fame
(520-524). E qui è da notare che '
Triballi '
si diceva,
no per disprezzo in Atene, gl'individui dell'infima pie
be, che andavan raccattando cibi sozzi ed abbietti, le
cosiddette ^
cene di Ecate '
(1).
(1) Cfr. il passo di Demostene LIY, 39; e Naber, in Mnemosyne,
1904, p. 29; sg. e Van Leuwen, a Plutus, 594-596(p. 93), e Boi-
ìeiiino di Filol. classica, Geuu. 1910.
Alle cene di Ecate si riferisce anche uno scolio Teocriteo, ore
è rapportato un frammento dei AaitaXelg di Aristofane. Eccolo
Pascal- 2.
18 [Link] GENEHALE DKL MOKDO DIVINO
6. Anello iielhi Face Aristofane sca<»'liii le sue ire con-
tro gii dèi barbari, ed anche ivi è evidente che quelle
ire muovono da preoccupazioni politiche. Acco<»:liere gii
dèi barbari significa tradire ai barbari la patria.
Certamente Aristofane vedeva che insieme con i culti
religiosi erano importati usi, costumi, istituti civili, di-
ritti cittadini, i)arole e particolarità di linguaggio; e
così s'imbarbariva la patria. Trigco, per cattivarsi il
favore di Hermes vuol rivelargli un gran segreto (Pace,
406-413). La Luna, egli dice, e quel briccone di Sole
vanno insidiando da molto teujpo agli dèi e tradendo
ai barbari la patria; perchè noi, aggiunge Trigeo, sa-
grifìchiamo a voi, ed i barbari sngrificano a loro. È na-
turale quindi che essi vi vogliano far tutti perire, per
l)rendersi essi tutti i sagrifizii (1)
(Scoi. ToocT. II, 12;: 'ZxvXaxeq 8ià tò oxvXaxaq éxcpÉQeaOai SeÌJiva
TT) 'ExcLTTì. 'A()iaxo(pdvT]g èv AaiTaÀeìiai. Ti bai; xvviÒiov Ketitòv
Ètcqio) t\] Oeò) xàc, XQióòovq ;
(1) 111 questo tradimento del Sole e della Luna lo Scoliaste antico
(v. J*ace 406) vede un' allusione alle ecclissi «vvenuto durante la
guerra del Peloponneso, e così pensa anche lo Zielinski, sì per que-
sto passo, sì per quello delle Nubi 581-58G. Lo Herwerden, cn ri-
ferinieuto al v, 414, vede un'allusione di altro genere. ' Procul
dubio agitur de teniporum rrtiouibus ante cyclum Metonis bello
Peloponnesiaco nondum pubi ice introductum misere perburbatis,
qua de re satis liabeo lectorem relegare ad Kockii annotationem
iìdNuh. 61;") sgg., ubi eandeni perturba tionem poeta facete ridet
et ad ea quae Useiier disputavit in Mus. Kh. a. 1879, p. 388-441
(Van Heiwcrden, 'AQioxocfdyovg Eìqì'jvt), Lugduiii Batav. 1897,
Pars 11, p, 68). È da notare che il i)asso delle Nubi non può es-
ser invo<ato, perchè dice cosa allatto diver!-:a: ivi gli Dei antichi
GLI DÈI STRANIERI. 6. 19
Aristofìme assisteva dunque al leuto tramonto degli
antichi dèi nazionali, ed al crescente favore, con cui si
accoglievano i culti e le divinità forestiere j e vedeva
in questo fatto un inquin;imento di costumi ed un pe-
ricolo di barbarie. Mosso appunto da tali sentimenti
Aristofane scrisse una commedia, per cacciarli tutti in
blindo cotesti intrusi. È la commedia or perduta delle
^Qzxi. Le Rome sono le Stagioni^ dee compagne di Pal-
lade Atena, e largitrici agli Ateniesi di tutti i beni. Un
lungo frammento (1) conservatoci da Ateneo (2) enu-
mera appunto tutti i beni largiti dagli dèi agli Ate-
niesi j mentre un altro personaggio, clie risponde, ir-
ride quei beni. Chi li enumera è certo un antico dio,
forse Pallade Atena, chi risponde un dio straniero, for-
se Sabazio, contro cui specialmente si appuntano le
ire di Aristofane. E lo stesso Ateneo altrove (XIY, 653
F) ci dice che Aristofane nelle Eorae esaltava la feli-
cità naturale di Atene : ''Oti Bs sv TaT^ "AOrjvaK; Bi"/]V£xsT(;
?)(7av ai OTTwpai 7:a(jai [[Link]£T 'Apt-dirocpàvr^^ ev "Qpai^. Ma
se la pigliano con la Luna, perchè gli Ateniesi, per seguire il ca-
lendario lunare li defraudano, nei giorni fissati, dei sagrifizii do-
vuti; nella Pace inrece la Luna e il Sole si danno ai barbari e
vogliono assoggettare ai barbari Atene stessa, per togliere i sa-
grifizii agli dèi ed averli essi soli.
È probabile che lo scoliaste antico abbia ragione: egli uon parla
solo di ecclissi, ma anche di altri infausti presagi : toùto Xéyei.
òvà TÒg èxÀEnpEig xal xàz, akXaq 8ioai]fXLag rag [Link]à tòv 7uóÀ[Link]
TÒv T{z\o7(.oyyy\o\juy.o\ yevoitévag. Cfr. Tucid. I, 23, 3; VII, 50, 4.
(1) Fr. 476 Dind., 559 Blaydes.
(2) Atheu. IX, 372 B.
20 KAri'lJKSKNTAZlONK GENERALE DEL MONDO DIVINO
la couiinedia non era solo diretta a tal fine. Uno dei
frammenti, conservatoei dallo scoliaste (ad Vcc. 874) è:
Tòv <I)pUYa, '^òv atj).Y|TYÌpa, tòv Sapà^iov. È da mettere a
confronto con tal frammento il passo di Cicerone (J)e
leg. II, 15) :
" Novos vero deos et in his colendis noctnr-
nas pervigildtlones sic Aristopliancs, facetissimns poeta
veteris comoediac, vexat ut apud cum Sahazius et quidam
aia dii peregrini indicati e civitate eiciantur ". Si trat-
tava dunque di un vero pubblico dibattimento, nel qua-
le gii dèi nazionali e gii stranieri arringavano ai giu-
dici ed esponevano le loro benemerenze. La principale
rappresentanza degli dèi stranieri era tenuta da Saba-
zio, come risulta dal luogo di Cicerone. Gli Ateniesi
par cbe fossero fanatici di culti forestieri e di ciò ap-
punto li accusa Strabone, il quale anche riferisce cbe
per questo furono posti in commedia (1). Cfr. X, 364
(ediz. Tauclinitz): 'AOY)vaToi B'w(77uep Tuspl xà olXKol cpiXo'Js-
vouvTEQ BiaT£7^ou(7tv, ouTco xaì, ;u£pt Toòg Geoug. TzoXkk yàp
Twv (^evixwv lepwv TrapeBé'^avTO, wots xat £xo)[j.a)^TqG"rja"av. Con
questo exo)[j.(o^-/]9'/](jav Strabone alkide certo ad Aristo-
fane (2), a Gratino, ad Eupoli e forse anche ad Apollo-
(!) In derisione dei culti traci scrisse Gratino le l'hressae, "Eu-
poli la commedia liaptae, Aristofane le Lemniac. V. in seguito.
(2) É possibile che anche in un'altra commedia Aristofane in-
veisse contro gli dèi stranieri, i Bahilonesi. L'occasione gli si pre-
stava, giacché nei Bahilonesi metteva in guardia gli Ateniesi con-
tro le insidie e le lusinghe dei barbari. Al fanatismo delle donno
per le festività orgiastiche allude Aristofane nella Liaistrata. Que-
sta, appena compare sulla scena, comincia a lagnarsi del ritardo
delle altre (v. 1 sgg.) ; si sarebbero affrettate, ella dice, se si
fosse trattato di orgie bacchiche.
GLI DÈI STRANIERI. 6. 7. 21
fané, il quale par che trattasse lo stesso soggetto degli
dèi stranieri nei suoi Cretesi. Ciò ne dice Esichio (s.
V. Oeot csvixoi) : — oj:; x'xzoikéyzi 'ATUo'Xlocpàv/)^ Iv Kpvicji.
Apollofane prendeva dunque particolarnìente di mira i
culti cretesi, Aristofane quelli di Frigia e, come tosto
vedremo^ quelli traci. Giacché frigio era Sabazio, e da
un passo dello storico Eracleote sappiamo che era iden-
tificato con Dioniso (1), il che è confermato anche dal-
lo scoliaste di Aristofane (a Lisistr. 388). Il poeta non
si lasciò sfuggire occasione per allusioni, più o meno
salaci, a onesto dio frigio. Negli Uccelli (874) chiama
lapajio^ l' uccello Opt^yi^og; e nella Lisistrata (388) ha:
Xw TU[j.7:avi(7[iò(; yol z'J'avoì Sa(3à^ioi, che lo scoliaste spie-
ga 01 òpyioLG\Lrj\ Toti Ea[3a^iou E par che il perseguisse
l)ure negli altri suoi soprannomi. Jj^ JEtymologiciim Ma-
gnum (775, 5) ha che Aristofane annovera tra gli dèi
stranieri anche Tr^^ (2). Ora Tr^c^ o 'Taq era appunto
un soprannome di Sabazio, come ci riporta lo Scoi, ad
Ucc. 874 : 6 aÒTÒ^ (Sabazio) Bs ^Tag xai Euaiog xa>.£Ti:ai.
7. Nelle Ves2)e (8-10) Sosia, al compagno Xantia, che
(1) Scoi, ad Ucc. 874 : rig òè èanv ODtog ó Geòg ( Sabazio ó
'HpaxXfojTTig jcepl 'HQaxXeiag èv tw (3' cprjai'v ovtco?" « cpaivetat
yàg è| wv evQÌoxo\iev [Link]<^6^Byoi :ioX)\.ay^óf)ey ori Aióvvcsoq xal
2a(3dtiog elq èoxi Deòg tv/eìv 8è Tfjg ;tQoar|YOQia<; TaOtris -tapà tòv
Yivóiievov :ieQÌ aÙTÒv Oeiaai-tóv. xò yàg eùd^eiv ol pdoPaQOi aa|3d-
teiv q:aoiv. oGev xal tcòv 'EÀ?.t)V(ov Tivèg dxoXoijOoih'Te; tòv eùaajiòv
oapaafiòv Xéyouaiv ».
(2) Cfr. anche Fozio, 616, 14. Non ha ragione di essere la con-
gettura del Meineke (Qnaest. scen. IT, p. 73) che ad 'AQiaTO(pdvi]g
vuol sostituire 'An;oXXo(pdvT]g.
22 RAPPRESKNTAZION^K GENERALE DEL MONDO DIVINO
gli aveva doiiiaiidato se egli farQeticai>S3 davvei'O o fosse
preso da frenesia coribaiitica, risponde che no, ma che
il sonno di Sabazio lo invade. Qui P agitazione orgia-
stica delle cerimonie di Sabazio è in certo modo pari-
ficata a quella dei Ooribanti. Un altro culto frigio,
quello di Gi-bele ! Questo culto però aveva preso da lun-
go tempo stanza in Atene ed a Oibele era dedicato il
MvjT-paiov, ed ivi si celebravano le sue cerimonie. Ma le
orgie coribantiche non isfuggirono alla satira aristofa-
nóa. Nelle Ecclesiazuse (1069) vengono invocati i Oori-
banti: ma l'occasione stessa dell'invocazione fa traspa-
rire l' intenzione dileggijitrice del poeta; così nella Li-
sistrata (557) si deridono le loro cerimonie e le armi
che essi portano per onorare la dea; e nelle Fes2>e (119)
è rappresentato giocosamente Filocleone, che iniziato
ai misteri dei Ooribanti dal figlio, che sperava farlo
guarire della sua mania, non ne guarisce punto, anzi
col timpano stesso scappa in i)iazza.
8. Nell'OlImp. 92 incominciò pubblicamente in Ate4)e
un altro culto straniero, quello della Dea Tracia Ben-
dis, che prima era stata onorata solo privatauìente (1).
Era una divinità corrispondente al hi Oibele dei Frigi^
una forma dunque della Magna Mater ; ed ò naturale
che il culto ne fosse celebrato con tutti quegli eccessi
(1) Nel principio della liqì. Platone dice essere stata allora pri-
maniente celebrata la festa BevSifteia. Il dialogo non pnò portarsi
al di qua, degli anni 2-1 dcll'Olinip. 02; cfr. Boeckli, Pr. Lcct.
Beri, a 1839.
GLI DÈI STRANIERI. 8. 23
e frenesie, che ermi proprie dei Traci e proprie della
religione di Cibele. Ecco dunque un'altra dea barbara
onorata in Atene ! È probabile, come pensò il Bergk ,
clie a questo tempo debba farsi risalire la perduta com -
media di Aristofane AvijJLViai. Sofocle nelle Lemnie aveva
narrato la favola de<;ii Argonauti^ accolti amorosamen-
te dalle donne di Lemno. Che bella ispirazione al no -
stro poeta per deridere la libidine delle donne ateniesi!
Giacché anche di questo si faceva certamente parola
nella commedia. Uno dei frammenti (1) ci dice che ^ tutta
la casa è ])iena di uomini avventizii '; ed un altro (2)
così suona: ai yjv'xi'[Link], ty^v BopiaXXov 'fp^yv^vrat, ove Bo-
ptaXlov vale YuvaizsTov aiBoTov, come spiega VEtymol. Ma-
gnuììi (283, 45).
Ma il soggetto ])rincipale era certamente Pimporta-
zione del nuovo culto in Atene. Ce lo dice espressa-
mente Snida, citando un verso delle Lemnie^ (3) in cui
il poeta parlava della '
potentissima dea, di cui ora
ferve l'ara '. Fotentissima è detto ironicamente. Snida
aggiunge (4): '
vuol mostrare che presso gli Ateniesi era
seujpre onorato qualche dio straniero.' E che si tratti
della dea Bendi risulta da due passi, insiem combinati.
(1) Framm. 327 Diiulorf, 359 Rock.
(2) Fr. 336 Diudorf, 367 Kock.
(3) Framm. 332 Dindorf, 365 Kock.
(4) Riportiamo tutto il passo. Suida s. v. 'Q vùv 08Q|xoI pcofioi'.
[Link] tojv hià yqóxov OTcovbr]q Tvyyavóvxoìv. 'AQLaTocpdvrig 8é èv
ATjfivi'aig* Ti]v xQaTiaTTjv Òai^iov', y\q vùv OeQf^ióg éaO' ó (3o)fióg' 8ì]?.oI
6é OTi dei Tiveg -Tupà toI^ 'AOiivaioig ^tvoi OeoI è.TiTifiwvTO.
24 RAPPRESENTAZIONE GENERALE DEL MONDO DIVINO
di Fozio e di Esichio (1). Non v'ha dubbio quindi che
le Lcmnìe di AristofiUie fossero ia parto dedicate a far
cadere iu ridicolo questa nuova religione tracia, tema
a cui probabilmente s' ispirò anche Gratino nelle sue
Thressae; mentre Eupoli nella commedia Bà^TTai pren-
deva di mira un altro culto tracico, quello della dea
Cotys, alle cui orgie si erano dedicati Alcibiade e 1 suoi
compagni.
(l) Fozio, 251, 7: M^yóXy\\ Ogóv : 'Apiarocpaviì? év Arijwi'aK;
loojg TT)V BevÒIv. 0QaxiO(; yà^ flez. del Kock, ecc. iuvece di l'awg
TÉÀPaivav). Esichio : Mtydl.^ Oeó<;. 'Aoiarocpavrìc ecpT] tt)v Bév8iv.
0()axta YÙQ T| Oeóq. Cfr. Stefano Bizanzio, s. v. Afjiivog. vfiaog
KQhc, x\\ 0()dxx) — an;ò xy\q f^i8YaXT)g XeYOfxévT]? Ofoìj, ì^v Afi|Ltvóv cpaai.
Forse è da leggere tìv BévÒiv cpaoi.
IL
Dioniso.
Sommario — 1. Le Fané di Aristofaue. — 2. La figura di Diouiso nel-
le Eane. — 3. Opi)osizioiie al culto di Dioniso nella Grecia. — 4.
Le Baccanti di Euripide. — 5. La difesa di Dioniso in Euripide.
Il carattere del dio in Eubulo e in Antifaue. — 6. Rozzezza e
brutalità del culto di Dioniso anche nell'epoca classica. Il cai
rattere di Dioniso in Aristofane. — 7. La rappresentazione di
Dioniso presso gli altri poeti delP antica commedia. — 8. Gl-
elementi della rappresentazione comica di Diouiso erano già
nella tragedia e nella epopea. — 9. Dioniso nel dramma sati-
rico. — 10. Conclusione sul tipo di Dioniso presso Aristofaue.
i
1. Le Eane di Aristofane 8ono comniiiente conside-
viite sotto il riguardo della critica letteraria die vi è
svolta, e die occupa tutta la seconda parte della com-
media. La contesa tra Esdiilo ed Euripide è il fondo
di quest' azione scenica, e il fine cui tende il poeta ò
manifestamente il riconoscimento della superiorità di
Esdiilo, anche da parte de<;li avversarli suoi. È noto
con quanta vivezza di movimenti e quanta varietà di
ragioni sia condotta la polemica tra i due poeti; e con
quanta crudezza di tratti sia rappresentata 1' arte di
Euripide, un'arte secondo Aristofane tutta piena di miti
immorali e delle rappresentazioni di amori incestuosi (1);
un'arte adatta all' ultima feccia sociale, la vile plebe
degli uomini scellerati e delittuosi, die i magistrati si
affrettano a mandare all'Ade e dei quali perciò è ora
gran moltitudine colaggio (v. 774). Tutti costoro ora
nell'Ade, sentendo le invenzioni e gii avvolgimenti e le
contorsioni del linguaggio euripideo, van matti per lui
(1) Vedi V. 1043-4, 1080-1. Allude ai due Ipiìoliti euripidei, al-
la Stenebea e al Belltro fonte.
28 D I O N I s o. 1.
e lo giudicano sapientissimo; sicclic- egli no prende ar.
dimento ad occupare il trono, su cui era assiso Escliilo
(778 9). Non istai'cmo qui a notare le altre taccie mosse
ad Euripide nella commedia; delle quali ò particolar-
mente singolare in bocca ad Aristofane quella che Par-
te di lui sia immorale. Il poeta, così Eschilo rampogna
il suo avversario (v. 1053), deve nascondere il male,
non presentarlo nò insei,narlo. Ed aggiunge (1030) :
deve adoperare parole piii grandiose delle comuni. Cer-
tamente Aristofane ha il pensiero al noto giudìzio di
Sofocle (Aristot. Post. 25), (1), il quale diceva che egli
rappresentava i personagf^'i quali debbono essere ed
Euripide quali sono; ma non è meno strano che fticcia
base alla sua critica letteraria questo giudizio il poeta
che rappresentava la vita con i tratti della maggior cru-
dezza realistica, che mai si abbia. E la stranezza è at-
tenuata, non eliminata, dalla considerazione che la sce-
na tragica deve disdegnare IMmmagine della vita co-
mune ed i modi del linguaggio familiare, e conservare
sempre ai personaggi certa dignità di portamento e di
contegno esteriore, quella dignità appunto che faceva
da Orazio ad Escliilo attribuir lode come personae pai-
l^eqne repertor honestae (Ad Pison. 278j; dove invece la
commedia più si piega al fare plebeo, ed a ritrarre,
quale essa veramente è, la vita del popolo.
In tutta la prima parte delle Rane non è però que-
stione di critica letteraria. L' assunto del poeta è più
(1) 2!ocpoxXf|<; ecpT) avzòq [lèv oiovq 8eT .Toielv, Eùqljti8iiv Se oToi
statv.
DIONISO. 1. 2. 29
arduo. Ed è quello appunto che a parer mio costituisce
la maggiore iiiii)ortanza della commedia, ed a cui pe-
raltro con meno acuta curiosità si sono volti gii sguardi
degli studiosi. C;iin[)eggia in quiilla prima parte la fi-
gura non di un uomo, bensì di un dio; e vi campeggia
con i tratti ridicoli che il vivace spirito sa suggerire
al comico ateniese. Perchè mai Aristofane abbia scelto
Dioniso come giudice della contesa tra Eschilo ed Eu-
ripide e lo abbia poi rappresentato in sì triste figura,
è un problenui cui non parmi si sia data adeguata ri-
sposta. La soluzione di questo problema ci discoprirà
ancora uno dei principali intenti propostisi dal poeta
nello scrivere le Rane^ e ri(;hiamerà la nostra attenzio-
ne sopra uno dei piiì vivaci dibattiti, che ci presenti
la storia dei culti in Atene.
2. Esaminiamo la figura di Dioniso nella commedia
aristofanèa.
Il mito attribuiva a Dioniso, come ad Eracle, una
lunga serie di avventure e di perigliosi viaggi.
Il poeta par che tenda quasi a considerare questa
passione di Dioniso come una riproduzione della ^^«s
sione di Eracle, e a dispogliare il nume di ogni carat-
tere divino. Il Dioniso delle Berne è in realtà un uomo,
che furbescamente si presenta sotto le mentite spoglie
di un dio, è un mistificatore volgare, che si vuol far
credere Eracle, e fa lo spavaldo e alla prova del fatto
si addimostra timido e vile, quanto il vero Eracle era
ardito e coraggioso. Tutti i tratti della sua rappresen-
tazione, le sue parole, i suoi gesti, gli atti suoi, sono
30 D IO NI s o. 2.
escogitati per gettare il ridicolo e rendere spregevole
la sua figura. Già iu principio della favola Dioniso in
tono enfatico si annunzia al servo Xantliias, che ben
lo conosce, come figliuolo di Boccale, oiòc, ìlTOL\kyioo (v.
22), invece che figliuolo di Giove. Subito dopo, quando
Eracle vede Dioniso stranamente camuffato alla sua
foggia, con la pelle del leone e la clava, e per mera-
viglia indietreggia, Dioniso ne fa il gradasso col ser-
vo suo. Hai visto ? gli dice. Che cosa ? domanda Xan-
tbias. Come ba avuto paura di me! risponde Dioniso.
E il servo: Paura sì, che tu non ammattissi ! Ed E-
racle intanto non finisce dal ridere: non so proprio te-
nermi, egli dice (vv. 46-48). A vedere una pelle di leo-
ne Sulla zafferanina ! (trad. Romagnoli). Eracle comin-
cia poi a interrogare Dioniso. Questi gli dice di botto
che ba già affondato dodici o tredici legni nemici (v.
49-50), provocando l'incredulità di Eracle e le burle di
Xantbias. E segue la parte nelle quale è descritto il
viaggio di Dioniso nel mondo infernale. Dioniso ò un
malato di Euripide e vuole avventurarsi fra le tenebre
dell'Ade per ricercare il suo poeta e richiamarlo a vi-
ta (1). E ])oichè Eracle era stato vincitore dei mostri
{[) Questo motivo comico dei patiti di Euripide fu rij^reso poi
anche da Fileraoae. « Se veramente, dice un suo personaggio, i
morti, come dicono, conservassero i sentimenti, io mi appiccherei
per vedere Euripede ,,. Cfr. Kock,II, p. 519, fr. 130 di Filemone:
el xaXq diÀT]08iaiatv ol TeOvr)xÓT8s
aXo()r]oiv elxov, avègeg, ó')g cpaoiv uve?,
ciscr]y'^u^7\y uv ojot' lòely EvQuriòrjv.
D I O N 1 s o. 2. 31
inferuali, egli stabilisce di assumere appunto l'abito e
le insegue di Eracle, e ad Eracle stesso cbiede consi-
gli \)ev il viaggio (1). Ma alle i^rime descrizioni di lui
tosto diviene smorto di paura (v. 143-144). Ogni volta
ebe riprende un pò di coraggio, gli ritorna Puzzola di
atteggiarsi ad Eracle. " Pagberei, per averlo, un brutto
incontro „ egli dice (v. 283 84). Ma quando il servo gli
annunzia il brutto incontro, giacché si app^ressa l'Em-
pusa, egli pensa subito a scappare (v. 296), né si ras-
sicura se non quando si é fatto giurare dal servo che
l'Empusa non c'è piìi (v. 305). Xanthias stesso lo e-
sorta a sostenere bene la parte di Eracle, che egli si
é assunta: Abbi cuore e cipiglio degni di Eracle ! gli
dice (v. 463). E Dioniso al portinaio di Plutone si an-
nunzia per Eracle il forte (v. 464). Ma alle minacce
del portinaio, ob come poi si accoccola pieno di spa-
(1) È da notare che il mito attribuiva a Dioniso stesso una di-
scesa alFiuferno, per liberare la madre Seraele. Anzi in alcune
cerimonie sacre a Dioniso era rito che si dovesse richiamarlo dai
regni dell'Ade con lo strepito delle trombe. Gli Argivi per pla-
care Hodcs Pylaochos, il guardiano della porta infernale, precipi-
tavano una pecora nera nella palude di Lerna, e dalla jialude
invitavano il dio a venir fuori. Cfr. Plutarco, Is. e Osir., 35 e
36; Schol. Pind. 01. 7, 60; Poli. IV, 86. In questi riti Dioniso è
considerato quale divinità del mondo infero. A tal carattere del
dio si riferiva una cerimonia di signitìcato funebre, che è men-
zionata nelle Rane (219-220), 1' offerta dei sacri yyxQOi, o pen-
tole di legumi cotti, offerta che il popolo faceva nel vecchio tem-
pio di Dioniso, che era év Ai{xvaig, luogo pnludoso di Atene. Le
rane delle paludi e Dioniso e l'Ade hanno dunque molteplici rap-
porti vicendevoli, che dettero origine all'invenzione aristofanéa.
32 I) I o N I .s o. 2.
vento, e cliiama con lamentevole voce il servo e scam-
bia con lui le vesti (v. 4G5-78), clic tosto poi riprende,
appena la fantesca di Persefone gli fa balenare la spe-
ranza di un buon pranzo e di gioconde ballerine, die
dentro lo attendano (v. 528). Poco appresso nuove mi-
nacce, da ])arte della ostessa infernale, nuove paure di
Dioniso, nuovo scambio di vesti (v. 615 622). Messo a
dura prova dal portinaio (clie segue appuntino il con-
siglio (li Xantbias: " bisogna frustarlo dunque ! È un
Dio ì ^on sentirà !
,,
(v. 633 34) egli lagrima alle fru-
state, pur dissimulando le lagrime (v. 654). Tale è la
figurazione del Dioniso delle Rane. È un tipo volgare
di spavaldo e di vile, grossolano di modi, di abitudini
e di gusti. Il servo Xantbias lo definisce, quando dice
al portinaio di Plutone, clie egli sa fare due cose sol-
tanto: trincare e godere donne (740). Nò vale cbe in-
fine Aristofane attribuisca a Dioniso la sentenza, che
è secondo il sentimento suo, la sentenza cioè favore-
vole ad Escliilo. Anche tal sentenza egli finge sia frutto
di un tradimento. Dioniso dà la i)alma ad Escbilo, solo
perchè spinto dalla propria malvagia indole ad ingan-
nare Pamico, cui aveva giurato salvezza (1). E quando
Euripide gli rammenta i giuramenti fatti, egli si scu-
sa ritorcendo contro di lui un verso euripideo :
" La
lingua sola giurò (vv. 1469 1471; v. verso 102). È, nel-
la mente di Aristofane, un tipo di Dio cotesto ? Già
(1) lu verità Dioniso dou nasconde la sua preferenza per Euri-
pide. Cfr. V. 914, 921-2, 931-2, 1023-4, 1132-3, 1149,1158-9. V.
anche l'incertezza finale del suo giudicare, vv. 1411-13.
D I ON I s o. 2. 3. 33
abbiamo visto com^egli rappresenti fallita la prova del-
la sua divinità, giaccLè il fa lagriruante alle frustate del
portinaio. E quando Euripide rampogna Dioniso per il
tradimento, lo cliiama uomo scelleratissimo, w [iiaowTaT»
àvQpwTTOJV (v. 1472), appellazione cotesta che in bocca di
lui, già difensore della divinità di Dioniso, ha un par-
ticolare significato, come ora vedremo. Tutto dunque
induce a creder che Aristofane abbia voluto rappresen-
tare Dioniso come uq dio falso e bugiardo. Ciò pone
nella sua vera luce la commedia delle Rane. La prima
parte di essa svolge una tesi riguardante dibattiti re-
ligiosi^ nella quale Euripide appunto ebbe la sua par-
te. Il rapporto tra le due figure di Dioniso e di Euri-
pide nelle Rane si comprende appieno, solo tenendo
conto di tali dibattiti.
3. Il culto di Dioniso non potè trionfare nella Gre-
cia, venendo dalla originaria Tracia, se non dopo vi-
vissime opposizioni e contrasti.
Veri contagi di pazzie dionisiache si erano andati di
volta in volta diffondendo tra le donne greche. Le donne
dei Lacedemoni e dei Gliii furono invase, dice Eliano
(Var. hist. Ili, 42) dall'estro bacchico. Così Erodoto
parla della frenesia delle donne di Argo (IX, 34). Na-
turalmente l'opposizione ad un tale culto, sovvertitore
di ogni ordine morale e sociale, dovè essere antichissi-
ma (1). Un fondo di verità storica si deve ritrovare in
(1) Cfr. Rhode, Psyche •', II, p. 40-41.
Pascal— 3.
34 D I o N I s o. 3. 4.
tutte quelle leggende, che ci narrano appunto le lotte
intraprese contro il nuovo nume da vari personaggi mi-
tici e le atroci punizioni del nume irato. Perseo vinse
bensì le Menadi delle isole Egee, ma espiò poi la col-
pa del suo combattimento, introducendo il culto del dio
ed innalzando un santuario a Dionysos Kresios (1).
Le vendette del dio offeso (2) si manifestavano in ter-
ribile maniera : o condannando a morte atroce gli an-
tichi oi)positori, o invadendoli di tal follia da spingerli
a strangolare i proprii figli. I miti delle Proetides, di
Pentheos, di Lykourgos si ricollegano appunto a queste
credenze sulla implacabile ira del dio offeso. E lascian-
do da parte le leggende mitiche, anche nei tempi sto-
rici si ebbero follie collettive, forme morbose di frene-
sia orgiastica, prodotte dal culto di Dioniso (3).
4. Ohe nel quinto secolo le preoccupazioni ispirate da
tal culto non fossero pur anco sopite, ci mostra mani-
festamente la tragedia delle Baccanti di Euripide.
Questa tragedia si propone appunto il fine di difen-
(1) Pausania, 2, 20, 4; 22, 1; 23, 7-8. Nonno, 7;io>n/s. 47, 475
741; Apollod. 3, 5, 2-3; Scbol. V. lUad. 14, 319. Altra redazione
della leggenda parlava della disfatta di Dioniso nel combattimento
contro Perseo (Dinarco presso Eusebio, Chron. II, p. 44-45 ad a.
Abr. 718).
(2) Una caricatura di tali leggende sulle vendette del dio è forse
nelle parole di Dioniso nelle iiflife (628-631), cbe sgomentato dalle
minacce del portinaio di Plutone grida: « Chi mi tocca la paga:
io sono un Dio ! » (trad. Romagnoli).
(3) Cfr. Diodoro 4, 68, 4, Apollodoro 2, 2, 2, 5; Pausania 2,
18, 4. Vedi Nonno, Dionys. 47, 481 segg.
D I O N I 8 o. 4. 35
dere il colto di Dioniso e di confermare l'origine divi-
na di lui. A tal fine opportunamente si prestava lo
svolgimento della favola di Penteo (1). Ma il poeta La
saputo fare in maniera da informarci indirettamente di
tutte le ragioni clie si apportavano dagli oj>positori del
culto baccliicOj per infirmare la sua origine divina. Sic-
ché dal dramma stesso noi possiamo trarre i partico-
lari di questa polemica religiosri. Già in principio della
tragedia Dioniso stesso si lagna delle opposizioni che
egli incontra: andavano spargendo che egli non fosse fi-
glio di Zeus^ che Semele si fosse unita ad un mortale
ed avesse attribuita a Zeus la sua colpa (v. 25-30). È
facile riconoscere qui una delle spiegazioni razionali-
stiche, che dei miti antichi si dava, quella che vedeva
in essi altrettanti adombramenti di fatti umani. Penteo
si scaglia con veemenza contro questo giovane effemi-
minato, che introduce riti funesti e corruttori. Le don-
ne, col pretesto di essere Menadi^ si danno alle disso-
(1) Le favole di Penteo e di Licurgo, col mostrare le puni-
zioni terribili toccate ai dispregiatori del culto, erano invocate
per incutere il sacro terrore del dio, e furono perciò spesso argo-
mento di tragedie, delle quali toccheremo in seguito. La favola
di Penteo è trattata anche nell'Idillio XXVI di Teocrito, che do-
po la narrazione dell'orrendo supplizio toccato al re, anche con-
chiude con la esortazione finale ad esser pii ed a venerare Bacco
e Semele. È la conclusione che scaturisce dal dramma delle 7?ac-
canti, un dramma che celebra in sostanza il miracolo di Dioniso,
e che dal miracoloso trae tutta la potenza e il fascino straordi-
nario della rappresentazione drammatica. Cfr. Dalmeyda, Les liac-
chantes, Introd. p. 8-9.
36 D I ON I 8 o. 4.
lutezze sessuali (v. 215-225) (1). È Dioniso quell'ospite
depravato, clie introduce nella città un nuovo malanno
e corrompe i connubii (v. 353-354:). Egli e un pellegri-
no, impostore, prestigiatore, die si va spacciando per
dio (233-242). Questo culto selvaggio, secondo Penteo,
è un culto da barbari, non degno di Greci (v. 483).
Non è qui V eco delle ragioni apportate dagli uomini
politici contro le orgie dionisiache? Ha un bel rispon-
dere Dioniso clie in questo i barbari sono piìi assen
nati dei Greci (484); un ateniese avrebbe certo prote-
stato contro tale ragione. Tutte le argomentazioni svol-
te da Cadmo e da Tiresia per combattere e vincere
Pavversione di Penteo, sono a dir vero molto fiacche.
Si sente bene che Euri})ide ha scarsezza di ragioni. Il
poeta filosofo ricorre all'importanza politica del culto,
all'onore che può venirne a tutta la stirpe, se si rico-
(1) Le donno attiche si recavano ogni duo anni alle cime del
Parnaso per prendere parte alle feste di Dioniso ; cfr. Pausania,
X, 4, 3. Queste donne appartenevano al collegio delle Thyiadi.
Sono da accettare con molte riserve e restrizioni le conclusioni
del Rapp, che le cerimonie delle Thyiadi fossero di sagrifìzii, di
preghiere e di canti rituali, più che di esaltazioni e frenesie. Cfr.
Rapp, Die Mànadc, in Bhein. Mus. Ili, 27, p 1-22; 562-611. È
da notare che Eurii)ido stesso non disconosce le intemperanze don-
nesche (cfr. V. 314-316). V. anche Diodoro Siculo IV, 3; e le
osservazioni del Viirtheim, De Eurìpiilis Bacclùs, p. 69 sgg. Si
consideri anche il carattere impetuoso e violento del culto in va-
rie località: a Orcomeno (Plut. Qu. (jr. 38; Sympos. VIII, princ),
ad Argo (Plut. Qu. conv. 4, 6; In. et Onir. 35 e 36; Schol. Pind.
01. 7, 60; Poli. IV, 86J, ecc. Cfr. Girard, Dionysia in Daremberg
ot S aglio, Dict. (Ics antiq. II, 1 part., p. 231.
DIONISO. 4. 37
uosce che essa è nata da un dio; così infiitti dice Cadmo
a PeQteo: « se anche egli uou è un dio, tu dovrai dir-
lo tale e sarà un utile inganno il tuo! » (v. 333-337).
La debolezza di cotesto argomentazioni ha fatto sap-
porre che Euripide volesse in realtà fare intravedere
un ])eusiero riposto, che fosse in contraddizione con
quello espresso. Secondo il Masqueray (1), il vero pen-
siero di Euripide si manifesta nella parte che egli as-
segna al re Peuteo, ravversario e la vittima di Dioni-
so. Penteo è il difensore della fede coniugale in peri-
colo, è il rappresentante dello spirito greco, preoccu-
l)ato di questo culto effeminato che veniva dall'Asia.
Nel duello ineguale tra l'uomo e il dio, le nostre sim-
patie, dice il Masqueray, sono per Penteo.
Eiservato è il giudizio complessivo che dà il Dal-
meyda (2); ma anch'egli ammette in sostanza nii^arrière-
lìcnsée ironique, che si manifesta specialmente nelle ra-
gioni stranamente volgari, che Tiresia apporta in difesa
delia religione di Dionysos. Pivi giusto è il notare co-
me invece il carattere di Penteo vi sia rappresentato
odioso e violento, e come tutto lo svolgimento della fa-
vola sia stato congegnato in modo da attirare la sim-
patia del pubblico sopra Dioniso e il suo culto (3).
Obe poi Euripide stesso non creda alla divinità di
Dioniso, ò cosa che non infirma il carattere della tra-
(1) Masciaeray, Enr'qnde et sea idées. Paris, 1908, i).
147- 149.
(2) Euripide, Lcs Bacchanles, par Georges Dalmeyda. Paris, Ha-
chette, 1908.
(3) M. Croiset, in Jounial (Ics Savanis, Juìn, 1909, pag. 249 sgg.
38 DIONISO. 4.
gedia e gPinteudimenti suoi (1). La tragedia vuole ra})-
presentare artisticaiiieute il fascino e Piniiebbriameuto
mistico del culto dionisiaco, ispirando il pensiero e il
desiderio di una purilìcazione ed elevazione di esso. In
questo caso la tragedia è veramente, nel fatto e nella
intenzione del poeta, una catarsi.
È, possiam dire, una difesa ufficiale del culto, fatta
per ragioni politiche ed artistiche, e che non impegna
per nulla il pensiero filosofico dell'autore. Il voler ar-
gomentare dalle Baccanti che Euripide verso il termi-
ne di sua carriera fosse stato proclive a sentimenti di
pietà religiosa e convertito alla fede (2), sarebbe tanto
strano, quanto argomentare della conversione del Leo-
pardi dall' Inno ai Patriarchi o della conversione del
(1) Lo scetticismo di Euripide fu messo in rilievo da Gilbert
Norwood, uel volume The Biddle of the « Bacchae » (Manchester,
University Press, 1908). Ma il Norwood stranamente esagera, quan-
do suppone che Euripide abbia voluto mostrarci come si forma
la credenza a divinità personali : mediante cioè V opera di sug-
gestione esercitata da persone furbe sopra nature eccitabili ed
impressionabili. Notevole nel lavoro del Norwood è la ricca bi-
bliografia.
(2) Fu idea sostenuta da parecchi; cfr. le citazioni presso Viir-
theim, De Enripidis Bacchis, (Harlem, 1898) p. 17-18. La confu-
tazione di tale idea fu fatta da parecchi; cfr. M. Croiset, Liti.
gr. Ili 2, p. 302, Decharme, Euripide et l'esprit de son theàtre, p. 87
sgg.; Girard, La Trilogie chez Euripide (Revue des Études </r. XVII,
1904), j). 180 seg.; Nestle, Euripides, der Diehter der griech. Anfìdd-
ruìig (Stuttgart, 1901) e Die Bakchen des Euripides (Philologus, 58,
1899) p. 326 sgg.; Masqueray, Euripide et scs idées, Paris, 1908,
p. 149; Dalraeyda, Euripide, Lea Bacchantes, Paris, 1908, p. 13 sg.
DIONISO. 4. 39
Carducci dalla Chiesa di Polenta. Nel foQdo di queste
anime si agita e si dibatte l'eterno eni<2^ma delle cose,
e la loro arte lia di tanto intanto trasporti e rapimenti
mistici. Ma tosto die il fascino cessa e si risveglia il
genio filosofico, la negazione scettica ritorna. Presso gli
antichi poi è più clie mai comune il caso di pensatori
clie sentano, ed anche dichiarino, di aver quasi, per
così dire, nell'anima loro doppia personalità; sicché in-
torno ai problemi religiosi altro possano o debbano di-
re in pubblico, altro in privato; altro in un'opera arti-
stica, altro in una discussione filosofica (1). Ed in Eu-
ripide, e nel dramma stesso delle Baccanti, non tarda
a risvegliarsi il filosofo. Agave rapita nel furore bac-
chico aveva fatto a pezzi le membra del figliuol suo.
Quando ricupera la ragione e si accorge del suo spa-
ventevole delitto, sembra volere a Dioniso stesso rim-
l^roverare l'atrocità della sua vendetta. L'ira degli dèi^
ella dice, non dovrebbe assomigliare a quella degli uo-
mini. ^'
Ella oppone bruscamente, nota il Croiset, (2) al-
l'antica concezione degli dèi crudeli e implacabili quel-
la di un ideale tutto nuovo di giustizia e d'indulgen-
za ,,. Ma Euri])ide non si ferma a svolgere questa nuo-
va concezione. Tutto al più egli ne trae una sola con-
clusione, che non sia da discutere tanto sulle cose di-
vine e che la soverchia sapienza tragga in errore. Me-
glio accettare quello a cui il popolo nella semplicità
sua crede. Dalle esitanze angosciose del dubbio egli si
(1) Cfr. Dèi e diavoli (1904), p. 28-39.
(2) Journal des Sav. Juiu 1909, p. 253.
40 DIONISO. 4. 5.
rinfranca, o dice esser bello rinfrancarsi, nella fede po-
polare. Il succo morale del suo dramma è nelle parole
del coro (v. 426 sgg.):
« Il sottile indegno e la mente tieni lontano dagli
uomini troppo sapienti: quel che l'umile volgo approva
e segue, quello io vorrei consigliarti ». È in sostanza il
pensiero che era espresso anche nelle Baccanti di Io-
fonte: anche ivi un personaggio ammoniva che chi più
cerca penetrare i misteri divini, meno ne comprende.
Questi poeti per difendere il culto dalle poderose cri-
tiche, di cui essi stessi sentivano il vigore, intonavano
lo « State contente, umane genti, al quia I »
5. Euripide assunse dunque nelle Baccanti la difesa
del culto dionisiaco, e l'assunse non come filosofo con-
vertito, bensì solo come artista e come cittadino. Come
artista, giacché quel culto appassionava il popolo e ne
eccitava vivamente la fantasia e il sentimento ;
come
cittadino, per l'importanza politica che il poeto, come
abbiamo visto, connetteva alla religione.
Ma v'era una parte della favola, contro cui riluttava
il buon senso di ognuno, e che eccitava anzi il ridi-
colo: Dioniso cucito nella coscia di Giove. Qui il filosofo
razionalista tenta una spiegazione etimologica e la po-
ne in bocca a Tiresia. Dioniso infante sarebbe stato
dato da Giove in ostaggio, '^\).ripor^ alla terra, e ciò per
calmare le ire gelose di Hera; dalla confusione tra g[XY)po?
*
ostaggio '
e [xripóq, 'coscia' sarebbe nata la favola (1).
(1) Bacch. 286-297. Il Weil, Journal dea Savants, Agosto 1893,
DIONISO. 5. 41
Ma rimane 1' obbiezione del pervertimento morale ca-
gionato dai riti orgiastici. Euripide se la svigna non
considerando le condizioni di fatto, ma opponendo au-
stere sentenze. Accusano Dioniso, dice Tiresia, di ren-
dere intemperanti le donne nelle voglie amorose. Ma
non è Dioniso che a ciò le spinge, è uelP indole loro
di essere intemperanti nell'uso di tutte le cose (314-316).
Doni di Dioniso sono invece condurre i cori nei tiasi,
allietare col suono delle tibie e dar tregua agli affanni
(378 sgg.) (1). E quiisi per ribattere l'accusa, asserendo
cose affatto ojìposte, aggiunge che Dioniso raccomanda
anzi la tranquillità e la tem[)eranza, che è tutela delle
famiglie (v. 388 segg.). Le frenesie orgiastiche, egli di-
ce, sono modi da forsennati e da stolti, a parer nìio !
(V. 398-390) (2).
p. 486 difende Paiitenticità del passo, sospettato dal Dindorf e dal
Wecklein. Di cotali spiegazioni etimo! ogiclie dei miti gli esempii
sono antichi nella poesia greca. La Teogonia esiodea (v. 197) spiega
il nome di 'AfpQo8m], ouvex/ èv àcpQÒ) OqÉcpGtì. V. Decharrae, La
cì'itiqne des iraditiou.'^ relìgieuées clicz ìes Grecs (Paris, Picard, 1904),
pag. 291 sgg.
(1) Un poeta della Nuova Commedia, Difìlo, riprende, ma in senso
che può parere anche canzonatorio, le lodi di Bacco: '
O carissimo
a tutti i saggi, Dioniso, e tu stesso sapientissimo, quanto tu sei
soave! Tu solo fai levare in superbia il meschino, e fai deridere chi
toglie in alto le sopracciglia, ed insegni al debole a tentare qualche
impresa ardita e del vile fai un audace' (^presso Ateneo 2,35 D;
Kock, II, 569). Dioniso stesso infatti, così vile, ò rappresentato
dai comici tutto bramoso di imprese audaci.
(2) È da notare che una purilìcazione del culto dionisiaco rap-
presentava la religione orfica, che predicava l'ascetismo e l'asti-
42 DIONISO. 5.
In questa concezione più mite e moderata del carat-
tere di Dioniso, Euripide ebbe continuatori, nella stessa
commedia, che già aveva sperimentato contro il dio eb-
bro e fanatico tutte le armi sue. Così il Dioniso di
Eubulo, un poeta della commedia nìedia, raccomandava
la sobrietà e la temperanza, livella commedia 2£[j.£Xy) y]
AióvucToq il dio stesso compariva sulla scena ad ammonire
clie tre soli crateri di vino egli permetteva agli uomini
prudenti: il primo della salute, il secondo della voluttà
e del piacere, il terzo del sonno, bevuto il quale i saggi
tornano a casa. 11 quarto, continua Dioniso, non è più
nostro, ma è dell'intemperanza. E continua col quinto
e col sesto; enumerandone i mali, fino al decimo, che
è della pazzia, giaccliè, egli dice, molto vino versato
nenza. Nei Cretesi Euripide rappresentava il misfe o profeta di
Zeus Ideo, che avendo compiuto i riti sacri, è ormai ijurificato
(óaicaOeig) e divinizzato (|3d%/^og), e coperto di bianche vesti vive
austera vita : Pax^og èxh'\(ìif]v óaiwOeig. |
JtdÀÀeuxa ò'èxoìv gifxaxa
q)8i3YW I
yéveaiv te (3qotcòv xal v8XQoOr|Xi]g |
ov xQi|.UT;TÓfxevog xrjv
t'èfxipijxwv I
Pqojoiv èòeoxà)\ JteqpijÀaYf-iai (fr. 472 Nauck -; v. 15
sgg.; da Porfirio, de nhst. 4, 19). Soggetto dei Cretesi era propria-
mente la favola di Pasifae ( cfr. Koerte, Die Kreter des Euripides
in Histor. pJiilol. Aufsdtze E. Curtius getvidmet, Beri. 1884, p. 197-
208); ed anche questa favola Euripide trattava con intendimento
morale, giacché mostrava la casa di Minosse caduta nelP onta e
nella vergogna per l'insano amore di Pasifae. Cfr. Libanio, De-
clam. voi. Ili, p. 64: oì»/ ÒQÙxe tòv Mivco òeivà Ttdayoyxa èm Tfjg
O'/.ììvfjg, xal TTiv oLxiav aìitoi) 8ià toO rfjg liaonfà^g ÈQCoxog èv
aloy\r\'w yeye\r\iié\T]\ ;
DI ONi s o. 5. 43
iu un vaso anche piccolo, con grande facilità sconvolge
le menti dei bevitori (1).
Eccoci dunque giunti a tal i)unto che perfino un poeta
comico porta sulla scena non piìi il Dioniso ridicolo ;
die era stato già così accetto ai volghi, ma un Dioniso
saggio, che dà consigli pieni di assennatezza. E come
Eubulo, si ricordò forse di Euripide anche un altro
poeta della commedia di mezzo, An tifane, nelle sue Bac-
canti. Kelle Baccanti di Euripide Penteo faceva molte
querimonie sopra i pericoli che aHa fede coniugale ed
all'integrità della famiglia venivano dal culto dionisia-
co. Il poeta comico prese forse da quelle occasioni a
un suo tratto ridicolo. Xelle Bax/ai un personaggio
(forse Penteo stesso ?) osservava che ormai è cosa molto
(1) Presso Ateneo II, 36 B : 'Ev^ovXog 8è jzoiel xòv Aiovijaov
Tpelg Y<^9 iióvov [Link]\Qaq è[Link]ì
Tolg ev (fQOxovoi, xòv i^iÈa vyieiaq 8va
"OV TTQCÒTOV èxTlivOVOl' TOV 8è 8eUT£Q0V
EQCoxoc riSovfig te* xòv tqltov ò'ujtvov,
"ov 8x;rióvT8g ci aocpoi X8XÀT)iiévoi
oixaòe ^aòCCovo'. 'O 8è xéxaQxoc; o^xén
i\\iéxEQoq èaO', àXk' v^Qeoq' ó 8è JcéfUiTog ^or\g,
exTOc TE x(ófio)V 8(38o|.iO(; 8'i)jr(on;icov,
ó 8'6Y8oog [Link]\xr\Qo:;' ó b'èvaxoq '/o}S]C,
8éxaxóg T8 iiaviac, cóaxe xal pdÀÀ8iv JioieT.
:ioXvc, yÙQ elg ev [.iix.qòv otYY8Ìov yyfìeìq
vTiooy.eìd'i^fi Q^oxa xovq JteJicoxÓTag.
44 DI o N I s o. 5. 6.
triste il prender moglie, sai vocile presso gli Sciti, poi-
cliè ivi non fiorisce la vite (1).
6. Per tornare ad Euripide, egli aveva dunque ten-
tato nel suo dramma la difesa del culto di Dioniso.
Una difesa languida e die non muoveva da suo in-
timo sentimento di fede, (2) bensì da ragioni politiche
ed artistiche e da argomentazioni razionalistiche. Di
I)iù egli si era fatto eco della tendenza a dispogliare
quel culto di tutto quanto aveva di pericoloso, di ecci-
tante, di frenetico, ed a purificarlo, riducendolo ad una
forma di asi^irazione verso la vita tranquilla e serena (3).
(1) Presso Ateneo, X, 441 D :
'En;EÌ òè toìjt' oùx èan, xa'/vo8ai|LUov acpóÒQa
òoTiq yaiiel YDvatxa, jiÀì^v èv toTi; 2xijOai(;,
èxeX i-ióvov yÙQ ovyl cpvex' a|xac8Àog.
Prendiamo occasione per rammentare che altra commedia del
titolo Bcxx/ai era di Diocle, un poeta della commedia antica. Ne
rimangono insignificanti frammenti ; e così pure dei 2dTUQ0i di
Ecfantide, che certo anche era di argomento bacchico.
(2) Euripide seguiva in realtà V interpretazione allegorica, per
la quale, ad es., sotto il nome di Bacco si rappresentava V idea
del vino. Quindi egli dice :
( fyhig. Taur. 953) Baxyiou [iÉXQy][ia
' una misura di vino '
e nelle stesse Baccanti (v. 284) dico che
Bacco « è offerto in libazione agli altri dòi » (ouTog Oeotai ajiév-
Serat OEÒg yeydìg). E in questa medesima tragedia delle Baccanti
spiega appunto Déméter come nome della terra, ed aggiunge es-
sere indifferente adoperare anche altro nome (_v. 276 Aiip'|XTi() Oed.
yf] 8'èaTLV òvojxa b'ònóxeQov f^ov}^.r] xdXei).
(3) Un altro poeta tragico, lofonte, aveva forse tentato una giu-
stificazione del culto dionisiaco, ai^pellandosi all'incapacità umana
D I O N I 8 O. 6. 45
Aristofane em certamente, come ci mostrano appunto
le Rane^ un oppositore dei riti dionisiaci. In genere
tutto il partito conservatore non doveva guardare di
buon occhio questi inebbriamenti religiosi, che eccita-
vano il popolo. Giacche le cerimonie bacchiche parvero
in tutte le epoche avere anche una importanza ed un
significato politico. Otto Eibbeck (1) ha ben mostrato
come le tendenze democratiche in ])m occasioni si mani-
festassero con lo sviluppo maggiore dato a quel culto (2).
L' adorazione di Dionysos Eleuthereus in Atene, la
festa Lenaia^ la venerazione delle forme cretesi della
divinità, Zagreus, Jakchos, e la loro introduzione nei
di penetrare entro i misteri divini. Nelle sue 5acc/?ae una donna,
probabilmente Agave, diceva: '
Io, pure essendo donna, questo so,
che chi più cerca sapere le cose degli dèi, tantomeno ne saprà':
'Enitarafiai 8è xal tdò' ouad tizq Y^^'^b
cog j^ià?.Xov, oarig £Ì8évai tà tcòv Oeciiv
ti]TeI, TQGOijTq) |.ià?JwOV rjoaov eiaetai.
(pr. Stobeo, Ed. II, 1, 9). Probabilmente le Baccanti di lofonte
erano tutta una cosa col Fenico dallo stesso autore ; cfr. Nauck,
Trag. fragm.^, p. 761. Scrissero tragedie col titolo di Bdxyai an-
che Eschilo e Xenocle ; cfr. Nauck, p. 9 e 770 ; e Cleofonte (V.
Snida, s. v.); col titolo di ITevOeug anche Eschilo e Licofrone (v.
Nauck, p. 60 e Snida s. v. Avxóq)QO)v), per non dire del Penteo
del preteso Tespi. Anche il Aióvuaog di Chaereraon (^Nauck', p,
783) sembra essere stato di argomento affine a tutte queste tra-
gedie.
(1) Anfànge und EnUvicklung dea jyionysoskultus in Attica, Kiel,
1869.
(2) Si noti che di essere il poeta della democrazia si vanta ap-
punto Euripide nelle liane, v. 951.
46 D I o N I s o. 6.
misteri eleusiiiii, la formazione del coro dionisiaco, l'in-
troduzione di quel coro in Sicione, con cui distene ce-
lebrò il crollo della nobiltà dorica e l'avvento della de-
mocrazia ionica (Erod. Y, 67), segnano altrettanti mo-
menti di trionfo delle fazioni poi)olari.
Che anche nell'epoca classica il culto di Dioniso con-
servasse i caratteri di brutale impudenza, che esso ebbe
sin dalle origini, ci attestano parecchi fatti. Eiti fallici
erano celebrati nelle feste di Dioniso, quali ad es. nelle
Lenèe di Argo, (1) riti fallici nelle Dionisie rurali dei
villaggi dell'Attica, ed Aristofane in una scena degli
Acarnesi (v. 241 sg.), a cui è dedicato in questo vo-
lume un apposito capitoletto, descrive appunto, senza
riserve e senza veli, una processione falloforica. Nel-
1' Atene colta e civile del Y secolo tali cerimonie do-
vevano sembrare uno stridente anacronismo; ma esse
continuarono ancora per lungo tempo, per la vitalità
che è propria di tutti gli atti consacrati dalla tradi-
zione religiosa, difficilissimi a sradicare dagli usi popo-
lari. Ed Aristotele ci attesta che ai suoi tempi le fe-
ste falliche si celebravano ancora in parecchie città (2}.
Nella rozzezza della sua prima concezione ci compa-
risce appunto Dioniso nelle Rane^ grosso d'intelligen-
za, pauroso, volgare, intento solo al bere ed ai piaceri
(!) Cfr. I. Girard, in Daremherg et Saglio, Dict. II, 1, p. 230-231.
(2) Aristot. Poet. 4: (tà i^akXv/Sj.) a eri xal vìiv év nol-Xalc, tcòv
jióXecov Sta^iFVEi. Si tratta verisimilmente appunto Jei Aiovtjoia
D I o N I s o. 6. 47
sessuali (1). Enripide pur ponendo in bocca a Peuteo
le rampogne contro Dioniso, attribuisce a costui ben
altra finezza di tratti. Egli ha, dice Peuteo, bene as-
settata la chioma e biondi i ricci, e nera la i)upilla ed
ha negli occhi le grazie di Venere e notte e giorno con-
versa con le giovani donne, spiegando loro i misteri di
Bacco.
Il culto di Dioniso e la stessa divinità di lui era
dunque avversato da quelli che vi vedevano un sim-
bolo di trionfo democratico ed una minaccia per V or-
dine pubblico. Questi sentimenti furono quelli appunto
che ispirarono le Rane.
E lo spietato lìoeta fa che in fìue Euripide stesso, il
difensore di Dioniso, debba nell'Ade chiamarlo scellera-
(1) Si noti anche ^allusione ai rapporti osceni con distene, al
quale ultimo il poeta non risparmia occasione di siffatta accusa;
efr. V. 57 e 422; Uccelli 831, Lys. 1092; e con men palese allusione
Ach. 117 sgg. Cavalieri 1374, Nuhi, 355 ; Tesmof. 235, 575 sgg. ;
e framm. 407. Cfr. anche Gratino fr. 195. A proposito degli amori
puerili di Dioniso nota che un frammento delP Adone di Platone
comico (Kock, I, 601) parla di due numi, che si struggevau d'a-
more per Adone; ed Ateneo, che lo riporta (10, 456 A) commenta
così: ?uéYei Sé 'Aq:Qo8iTr,v xal AiÓvdoov à|a,q:ÓT8Qoi yàg Ì]Qcov toù
'AStóviSo^. Dell'amore di Dioniso per Adone parlava anche il poeta
Fanocle, di cui Plutarco (Quaest. conviv. IV, 5) riporta i versi:
Elòcag OeIov *'A8coviv ÒQEiqpoiTT]? Aióvvooq
riQTcaoev, f)YOL0éT]v Kv:iQOV £:n:oixó(.i£VO(;.
Il mito narrava anche degli amori di Dioniso per Statilo. Scoi.
a Fiuto, 1021 : 'E-xeI yÙQ èv Gdoco òV/.ei 'Zxdc^vXog ó é QcófiEvog toìj
Ato\T3aou.
48 DIoN I s o. 6.
tissimo tra gli nomini (v. 1472) [[Link] àvGpcóxwv, pa-
role nelle quali, si badi, più vale il jiiapwTaTs che l'àv-
GpcÓTUcov, che sembra di uso convenzionale, cfr. Ucc. 1638
(') Bat[[Link]' àvOpcÓTicov detto a Poseidone, e PUito 78 o) [Link]
TraTE àvBpwv àTuàvTOJV detto a Plato.
* *
Kon è possibile dubitare che Aristofane abbia co-
nosciuto il dramma delle Baccanti. Si è osservato
(Yiirtheim, De Euripidìs BacchiSj p. 56) che nelle Rane
son citate venticinque tragedie di Euripide, e non le
Baccanti. La citazione del titolo, sì, manca ; ma tutta
intera la prima parte delle Eatie sembra un' allusione
continua alla difesa del culto di Dioniso fatta da Eu-
ripide. Le Baccanti furono composte dal poeta in Ma-
cedonia, ma per opera di Euripide minore rappresen-
tate poi in Atene dopo la. morte del padre. Ciò atte-
sta lo Scoi, ad Aristoftine, Bane^ 67 : Al ^i^aaxaXiai
(pépoudt 'zzkzuzriGOL^zor EupiTCìBou TÒv ulòv aÒToQ BeBt^aj^svai
6[xovU[j.(og £v à(7T£i 'Icpiyéveiav ty]v èv Au).i^i, 'Alz^xaicava,
Bàx/ag. Dioniso dunque che ha sentito nella nuova o-
l)era la sua difesa vuole andare all' inferno i)er ritro-
varne l'autore ed attestargli la sua riconoscenza. Non
sembra che proprio a questo alluda Aristofane, quando
fa dire a Dioniso: « tale desiderio di Euripide mi dila-
nia ì (v. 71: ToiouTGcri toivuv [J.e BapBaTrTst TróGog EòpiTtiBou).
Del resto le allusioni di Aristofane sono di tre generi:
o citazioni di titoli, o riproduzioni di i^arole, o liberi
riferimenti. Quest'ultimo è il caso delle Tesmoforiazuse
( 14 - 18 ) risiìetto alla Melanippide eurii)idea ( fr. 484
Kauck)^ ed è il caso di tutta la prima parte delle Rane.
DIONISO. 7. 4d
7. La rappresentazione ridicola di Dioniso ha anche
presso gli altri poeti delFautica commedia i tratti prin-
cipali, che vediamo in Aristofane. Il dio vi è sempre
raffigurato in modo volgare e grossolano, qual dedito
ai piaceri del ventre; pauroso e millantatore, ansioso
di mostrarsi adatto ad opere forti e tanto piti ridevole
quanto più vi si riveli inetto. Ciò possiamo dire per quan-
to n' è dato giudicare dai laceri frammenti, che del-
Pantica commedia attica ci son pervenuti. E dico del-
l' antica commedia attica, perchè nulla possiam dire
della commedia sicula. Un tratto di grossolanità troppo
X)opolare, se non volgare, sembra essere attribuito a
Dioniso in quel frammento di Epicarmo^ in cui esso
ci è presentato quale amnnte delle fave abbrustolite.
Il frammento è presso Ateneo (II, 56 A): (j^olgì^Kouc, cpwys
GaoTdov, ai /' 6 Atovucoi; cpiX^t (1). Ma oltreché si tratta
di troppo poco, per inferirne alcuna conseguenza, altri
crede corrotto il (piXYJt, e sostituisce o (pXéY]i '
si vitis
florescat ' (Bergk) o cpXuyjt '
effervescat '
(2) (Kaibel).
Ad ogni modo solo nell' antica commedia attica si
fissò quel carattere costante di Dioniso, che derivava
dall' esagerazione e dalla caricatura dei suoi attributi
mitici. Dioniso fu il dio ghiottone, millantatore, vani-
toso e femminiero. Aristofane farà ancora un passo su
(1) Kaibel, Comic, fr. 1, fr. 151, Lorenz, Lchcn und Schriften
des Eoers Epich. p. 280, fr. 72. L'Ahrens invece di ai, dq. ^dGì]Xoq
* fagiuolo ' e anche ' fava '.
(2) ' Nam ebrietatis remedia frnges tostae ' Kaibel, 1. e.
Pascal— 4.
60 D I ON I s o. 7.
questa via, iiifirmaudo, per quanto scherzosamente, la
divinità stessa del Nume.
Importantissimo è quel clie noi ora sappiamo del
Dionysaléxandros di Gratino. Sul soggetto di questa
commedia si era molto esercitata V industria e la fa-
coltà inventiva dei critici ; ma or la tela ce n'è stata
restituita da un papiro di Oxyrhynchus (1). Dioìiysale-
xandros è Dioniso camuffato con le sembianze di Ales-
sandro, cioè di Paride. Sotto queste fìnte spoglie, egli
rapisce Elena e se la trae seco sul monte Ida per go-
dersela. Ma gli Achei invadono il paese. Allora Dio-
niso tutto impaurito fugge nella capanna di Paride,
dove traveste Elena da oca, e la ficca in un cesto, sé
stesso da montone; sicché il coro gli dà la baia, e lo
chiama sciocco come un pecoro, che va dicendo beh
beh ! (2) Intanto Paride scopre gii amanti, li fa i>rendere
l'uno e 1' altro, ed ordina nel primo impeto d^ ira che
sieno conseguati agii Achei. Poi cambia pensiero, si fa
intenerire dalle moine di Elena, e se la tiene, mandando
agli Achei il solo Dioniso, accompagnato dal corteo dei
satiri (3). Tale era questa grossa fiaba mitica, che do-
veva presentare certamente molti episodii esilarantis-
simi. Intanto anche dal riassunto rimastoci, é facile ve-
(1) The Oxyrhynchus Papyri, IV, p. 61 sg.
(2) Fraram. 43 Kock, (Ì^WElym. Magnum, 196, 7 : 'O h'r\ki^ioc,
ùamQ :n;QÓj3aTov Pfj ^r\ ?>,éY(ov ^abiC,ei.
CS) Questa tela è esposta con garbo e brio dal Romagnoli, nel-
rintrod. alle Commedie d'Aristofane, p. 4.
DION I s o. 7. 51
dere con quali tratti vi fosse rappresentato Dioniso.
È l'impenitente femraiuiero, che ricorre ad ogni trap-
pola ed astuzia per godersi la donna desiderata^ ed è
in pari tempo il i)usillanime, che fugge sempre dinanzi
ad ogni pericolo e ad ogni minaccia. E possibile che
in fìne^ quando Dioniso era mandato i^rigioniero agii
Achei, si rivelasse in qualche modo la sua potenza di-
vina 5 ma i caratteri della sua raffigurazione comica
convenivano piuttostochè ad un dio, alla caricatura di
un dio.
Una commedia Dìonysos è attribuita, in forma du-
bitativa, da Ateneo al poeta comico Magnete (1); Pol-
luce trovandosi a citare due versi che anche Ateneo
riporta come appartenenti a questa commedia, li attri-
buisce a Cratete (2). Or di questa commedia Dìonysos^
qual che ne fosse l'autore, si han due frammenti. Nulla
si può cavare da uno di essi: un personaggio si lagna
essersi aggiunto nuovi mali a tutti i suoi guai (3); per
quanto anche qui sia diffìcile vincere Pimpressione che
il personnggio sia proprio Dioniso e che il poeta lo
(1) Ateneo 9, 367 f : ó rà zlq MdyviìTa àvacpepóiieva 7tou\oac, ev
Aiovijafp n;QO)Ta). 14, 646 e : jxvT]^ov8\j8t (se. TayriviTOD) Mdyvi-ig f)
ó nou\oaq zie, avxòv dvacpeQO^évai; xo)|icp8iag ev Aiovuaco òevrégcù.
Come si vede, Ateneo cita due commedie di nome Aiówaoq, che
forse erano due redazioni della stessa commedia. Le altre testimo-
nianze sopra Magnete, vedi citate in Kock, Com. fragm. I, 7.
(2) Polluce, 6, 79: KpaTi^TO? f| Àé|ig.
(3) Presso Ateneo, 9, 367 f : xal xaiJTa \ii\ fioi Ttov xaxóiv no.-
poii^iSeg, e cioè, come spiega il Meineke : « sunt haec malorum meo-
rum additamenta ».
52 D I ON I s o. t.
presenti comicamente ridotto a mal punto. Piti conclu-
sivo per la raffigurazione del carattere di Dioniso ò
l'altro frammento, in cui iin personaggio addita a un
altro la frittura cbe cigola calda nella padella, quando
vi si versa il miele ; si tratterà di leccornie, cbe Dio-
niso si prepara (1).
Niun frammento possediamo del Dionysos di Cratete,
eccetto cbe a lui si attribuisca quest'ultiuio frammen-
to, come sopra abbiam detto (2). Ma nei Taxiarclii Eu-
poli aveva presentato sulla scena un Dioniso, quanto
alcun altro mai, ridicolo, nelP inane tentativo di ap-
prendere V arte militare. Uno scolio alla Face di Ari-
stofiine ci dà notizia cbe il maestro doveva essere For-
mione (3), famoso generale la cui virtù rifulse durante
la guerra del Peloponneso. Formione morì o nelPultimo
anno dell'Olimpiade 87* o nel primo dell'88* (4); sic-
cbè, se nella commedia Formione era rappresentato an-
cor vivo, essa dovè esser portata sulla scena prima di
tal tempo. È quello appunto che crt de il Meineke ;
mentre il Wilamowitz suppone cbe la commedia fosse
data in pubblico dopo la morte di Formione (5). Se-
(1) Presso Ateneo 14, 646 e : Tayriviag t]8tì xeOéaaai f\\xxQOvc,
Si'QovTa?, òxav avToIoiv kmyi'wc, [xÉai.
(2) Cfr. Kock, [Link]. I, 131 e gli autori ivi citati; Fritzscli,
Quaest. Arisi. I, 240 adn. 45; Meineke I, 64.
(3) Schol. Aristoph. Pac. 347 : Aióvvooq èv Ta%idQxoiq fiav-
Òdvon- TcaQà xo) ^OQfiiovi toix; tcòv arpaTiìvian- xal jroXé|io)v vó|i,oug.
( 4) Ciò senilira desumersi con probabilità da Tucidide 1, 103.
(5) Vedi Kock; Comicor. fragm. I, 325. Il Wilamowitz ritiene
Dioniso. 7. 53
coikIo quest'ultima ipotesi, la scena è da collocare nel-
V Ade, come ai)i)uuto nelle Eane aristofanée. Dioniso,
niollissimo ed effeminato, è tutto impacciato nelle ar-
mature postegli addosso da Formione. In uno dei fram-
menti un personaggio sgrida l'altro, che non porti così
malamente lo scudo (1). Si tratta certamente di una
sgridata del maestro al malcapitato alunno. In altro (2)
si dice che Bacco segue le guerre e le milizie, i)ortando
Formione morto uelP Olimpiade 87, anno 4°, la commedia rappre-
sentata nell'Olimpiade 88, anno l".
(1) Frammento : Oux,, f]y (fv/MXTj] y', co8' e^cov tt]v àoTciòa. Il
Kock (fr. 257) togliendo le virgole, spiega : « non te vulnerabit
hostis,8Ì sic ut tibi moiistro clipeum ienens ab impetu eius cai'e&is ».
(2» "Ooxiq vTij£?tOv f^xEig 8/(ov vai xa?.xLOv, "[Link] ?w8x(o OTQa-
TiòJTig k.\ 'loYiag. Cfr. Kock, fr. 256. Si vuol significare che Bacco
anche alla guerra si voleva recare con tutti i comodi e le deli-
catezze. Della mollezza attribuita a Dioniso fa anche fede lo
axidèiov o '
parasole '
con cui i comici lo rappresentavano ; così
Eiipoli stesso (pr. Fozio 520), e Strattis nella commedia Psycha-
8t(ie (pr. Poli. 10, 127). Cfr. Polluce 7, 174, Kock, I, 367 e 728,
Gonze, Heroen -und Gòttergest. LX e LXXIV. Di piìl egli fu rap-
presentato con lo specchio, simbolo della delicatezza e mollezza
femminile. Un poeta comico d'incerta età, Alessandro, nel Dio-
nysoH, faceva che un personaggio gli rivolgesse le parole : 'lòoù
[Link] . EUTB uoi, TOUT(p TI /Qi) ;
(pr. lo Scol. Yen. ad Iliade
I, 2l6j. Al qual proposito è da rammentare che Aristofane nelle
Tcsnwfvriazuse (v. 140) pone il verso : Tig bi\ y.(xxó:iXQOV xal li'qpou?
xoivwvia ; e lo pone in quel tale jjasso che egli, come tosto ve-
dremo, tolse da una scena di Eschilo, nella quale Licurgo doman-
dava a Bacco perchè fosse venuto in quella foggia. Già dunque
presso Eschilo Licurgo faceva a Dioniso la domanda, che cosa
avesse a fare lo specchio con la spada f
54 DIONISO. 7.
1' urna e il vaso di bronzo, come una puerpera della
Ionia.
In un passo uno dei soprannomi mitici di Dioniso
slpacpiwTYiq ''cucito nella coscia ' è mutato in (jxsDocpopiwTY)!;
* valletto d'armata '
(1).
In altro si oppone al variegato vestito di Bacco
quello squallido di Form ione (2). In quasi tutti gli al-
tri frammenti si parla di mangiare e di bere. Il Dio-
niso era dunque quale fu poi quello di Aristofane :
quasi tutti i tratti di quella rappresentazione ridicolis-
sima già ci erano: la mollezza del carattere^ la brama
di comparire forte, la ghiottoneria.
Del tipo di Dioniso in Platone comico i)ossiamo dire
solo questo, cìie esso vi era rappresentato quale dedito
agii amori puerili. Un personaggio dell' Adone di Pla-
tone acclamava a Ci u ira, '
re dei Oiprii dalle pelose
natiche ', perchè gli era nato un figliuolo di meravi-
gliosa bellezza, per il quale si dovevano poi struggere
d'amore due divinità; e le due divinità erauo Afrodite
e Dioniso (3).
Se è lecito argomentare qualche cosa dal titolo, il
Atóvuao^ àjXYjT'/iq di Aristomene era forse una rap])re-
sentazione ridicola di Dioniso, bramoso di brillare nelle
(1) Cfr. Polluce 10, 17. Kock, I, p. 330.
(2) Presso Polluce 7, 168. Circa il vestito e gli oniaraouti di
Bacco, e tra gli altri il Jtoixt?iov, vestito variegato, cfr. Gratino
nel Dioìiysalexandros :
A. 2T0?k,Tiv 8è 8t] Ti'v' el/e ; toùtó j^ioi qpodoov.
B. BvQOov, xQoxcoTÒv, TcoixiXov, y,aQ'/^ì]aioy.
(3) Presso Ateneo, 10, 456 A. Cfr. Koch, I, 601.
DIONISO.?. 55
esercitazioni atleticlif^; e clie appunto di queste si trat-
tasse, sembra anche indicare la parola (7(paipo[JLa;(ta, che
costituisce uno dei tre frammenti (1).
Altro dei poeti notevoli dell'antica commedia, e forse
dei pili audaci_, fu Ermippo. Una sua commedia aveva
titolo GoOi ;
e per quanto dai frammenti non ci sia dato
asserir nulla di sicuro circa V argomento e lo svolgi-
mento, pure è chiaro che materia mitica e religiosa do-
veva essere quella trattatavi, e che doveva esservi trat-
tata in tal modo, da trarne occasione e ragione di riso.
Nei Cercopes aveva parte, come uno dei personaggi, Dio-
niso. Probabilmente si trattava di una commedia di ca-
rattere politico: sotto il nome di quei folletti giocosi e
scaltri, che, incatenati da Herakles, riuscirono con i
loro scherzi e con le loro arguzie a vincerne 1' animo
e farsene liberare, erano flagellati gPimpost'"»ri e i ne-
biiloni della vita pubblica. Xon sappiamo in qual guisa
Dioniso entrasse nelhi commedia; uno dei personaggi a
lui si rivolge, per dirgli che ora i suoi adoratori son
poveri, e gli offrono vittime già mutilate, più magre di
Leotrofide e di Tumantide (2). Questi due nomi son già
(1) Presso Polluce 3, 150. Gli altri due frammenti sono presso
Ateneo 14, 650 D, e 14, 658 A. Cfr. Meineke I, 212 e Kock, I, 692.
(2) Ateneo, 12, 551 B: tcóoù) otjv [Link]\.o\, myò\iE\o\ elvai Àe^ttó-
T8QOV o)V xaTa^éysi "EQjiuiJtog èv KtQxoij^iv f] \)K?QK'kovxo\)\xac, Tcp
TavaYQaio) xi'jtei éoix.évai !... cpi]al. fi'ouTcog ó "Equ. -TQÒg tòv Aió-
vi'oov TÒV P.ÓYOV rroiouixevog.
Oi yà.Q vTEvó^evoi
ùvdL-rriQd ooi Ououoiv ^\h\\ Poi5ia,
AecoTQGcpiSou ÀfJTTÓieQa [Link] 0oufidvTi8og.
56 DIONISO. 7.
conosciuti nella commedia antica: si tratta di due uo-
mini famosi per la loro macilenza (1).
Qui Pobbietto e la mira del poeta non sembra essere
il nume, bensì i mortali, dileggiati per la grettezza e
povertà delle loro offerte ; sicché non è dato da tal
passo concbiudere nulla circa il carattere della rappre-
sentazione di Dioniso, né conoscere se anche per Er-
mippo egli fosse il volgare crapulone che dagli altri
poeti ci è raffigurato. E meno ancora possiamo trarre
da altri due frammenti, delle MoTpoci e dei <|)op[j.o(pópoi,
di Ermippo stesso: nell'uno un personaggio professa di
voler dedicare a Dioniso tutte le sue ricchezze, se qual-
che cosa gli accadrà dopo aver tracannata una lepasta;
nell'altro si rammenta la navigazione di Dioniso sopra
il mare '
color del vino '
(2).
Neppur nulla di sicuro possiam dire circa il Dioniso
di Polizelo, del quale non rimane che un solo fram-
mento (3). Ma il titolo Aiov!j(70u yovai è già abbastanza
significativo, per indicare le avventure amorose del dio;
e quell'unico frammento contiene la menzione dì uten-
sili della cucina, marmitte e casseruole; onde si legit-
(1) Sopra Leotrofido vedi anche Teoporapo, fr. 24 Kock e Ari-
stofane, Uccelli 1406 ; sopra Tumantide Aristofane, Cavai. 1268 od
ivi lo scoliaste.
(2) Presso Ateneo, 11, 48G B e 1, 27 D.
(3ì Presso Polluce 10, 109. Il fiamm. è : ovjreQ al x^XQai xpé-
jxavrai [Link] xò cpQiJYETOV. Una commedia del medesimo titolo è pur
rammentata in C. I., I, 230, p. 853; e si tratterà della stessa di
Polizelo. Cfr. Meineke I, 262 e Kock, I, 791.
DI o N I 8 o. 7. 8. 57
ti ma r ipotesi che anche Polizelo abbia rappresentato
Dioniso qual femminiero e ghiottone.
8. Si può affermare con sicurezza che la commedia
antica non trasse il tipo comico di Dioniso dalla sua
fantasia, o direttamente dalla rappresentazione e rafiì-
gurazione mitica i^opolare. La tragedia stessa forniva
già gli elementi alla libera elab)razione comica. Non
v^era ueppur d'uopo che di gran lunga si esagerassero
i tratti leggendarii del nume : bastava semplicemente
che se ne ravvisasse e se ne mettesse in rilievo P a-
spetto comico. Da piìi passi appare evidente lo studio
dei poeti comici di riferirsi appunto ai caratteri attri-
buiti al dio nella tragedia (1).
Parecchie allusioni necessariamente ci sfuggono, per
essere periti i passi, cui appunto i poeti volevan rife-
rirsi. E v'ha qualche luogo, nel quale ninno sospette-
rebbe un'allusione maliziosa ed una intenzione satirica^
eppur basta un opportuno riscontro ad accertarsene.
(1) Naturalmente i)er le origini loro tanto la tragedia quanto il
dramma satirico trattavano di preferenza soggetti dionisiaci. Dal-
Pobbligo di questo tema fisso tentarono a più riprese liberarsi,
ed il popolo ne rampognava gli autori col noto x>roverbio Oijòèv
jtQÒg TÒv Aióvvaov, '
non ha che far niente con Dioniso'; proverbio
a spiegare il quale gli scrittori antichi apportano più aneddoti, ri-
ferentisi ad Epigene Sicionio, a Tespi, ai poeti dei ditirambi sa-
tirici, a Frinico ed Eschilo. Cfr. Fozio e Snida, s. Ou6èv .tqò?
TÒV Atóvvaov, Mich. Apost. XV, 13, Zenobio V, 10; Plutarco,
Sym}). I, 1, 5. Trattandosi di un proverbio, non è strano che
fosse ripetuto a più riprese ed in occasioni diverse.
58 DIONISO. 8.
Cosi l'invocazione a Bacco nelle Nìibi (603 sgg.) :
Ilapvaaiav G' oq xaT£)(wv
TUSTpav (7ÙV 7usuxai<; (jeT^aysT
Bàx)(aiq AsXcptaiv s[[Link]é7uoiv
X(0[j.a(7TY](; Aióvudo^
sembra tale, che non sia facile ravvisarvi un elemento
comico. Ma il poeta vuol forse riferirsi al principio
della Ipsipile euripidea :
AióvuTOf; oq Gup(70t'ji xat vs^pcav BopaTg
xaOaTUTÒ^ èv Tueuxaai napvacòv xdcTa
TnqBoc )^op£a(ov (1).
Questo principio Aristofane stesso riporta nelle Rane
(vv. 1211-1213), e dallo scoliaste sappiamo che esso ap-
l^artiene alla tragedia euripidea, della quale recente-
mente sono tornati in luce altri frammenti (2). Così
negli JEdoìiiy tragedia perduta di Escliilo, della Trilogia
Licurgeaj era rappresentato Bacco che si presenta alla
(1) Sulla cima del Parnaso si recavano ogni anno lo donne at-
tiche appartenenti al collegio delle Thyiadi, e vi celebravano con le
tede la festa di Dioniso, detta appunto AajSoq^ÓQia, cfr. Ditten-
berger, Syll. -, 438; Plutarco, De Is. et Ohìv. 35.
(2) Scoi, a V. 1211: 'Yy\)i7iv'kY\q i] àQ^f). I nuovi frammenti vedi
in OxyrhìjnchuH Papi/ri VI. Edited by B. P. Grenfell and A. S.
Hunt. London, Egypt Exploration fund, 1908. Vedi H. Weil in
Bevue des études grecques XXII, N. 96, 1909, p. 1 sgg. ; A. Tac-
cone, Atti R. Acc. Torino, Marzo 1909 e lUvista di Filologia, XXXVII
(1909), p. 230 sgg., Memorie della citata Accad. Serie II, t. LX,
1909, Bollett. di Filol. classica. Luglio 1909; Menozzi, in Studii
ital. di Filol. classica, voi. XVIII, p. 1 sgg.
DIONISO. 8. 69
casa di Licurgo (1). Ad uu uimzio che forse gli aveva
raccontato meraviglie sulla potenza delPiuatteso ospite,
Licurgo domandava se quel selvaggio non avesse le
gambe lunghe: MoLxpoGyizkr^c, [xsv ocpa [jly] yXoóyric, Tiq r^v; (2) —
Già qui sembrano disegnarsi gli elementi del comico,
che pur traspaiono dall'altro frammento, in cui è detto
che tutta la casa è invasa da furore, e pure i tetti
sembrano presi da mania bacchica: 'EvOoD(7ia ^y) Bco[xa,
(3ax/£y£t GTÌ^f{] (p. 21 ^auck). Certo Aristofane si ricordò
di questa tragedia eschilea. La scena nelUi quale Li-
curgo interrogava Bacco, per sapere chi fosse (3) e per-
chè venisse in quella foggia di vesti, fu anzi da lui
(1) Alla Licurgea di Eschilo appartenevauo gli Edonì, le Bassa-
ridi e i Xeanisci. È difficile dir qualche cosa di sicuro circa il
probabile argomento di tali tragedie; per quanto sia ovvio sup-
porrò che nei Xeanisci avessero parte i nuovi iniziati nel culto
bacchico. La favola satirica era il Lycurgus, di cui rimangono solo
tre piccoli frammenti. Cfr. Nauck, Trayicorum graeconun fragm. ^,
p. 40. Circa qualche analogia della Licurgea con le Baccanti eu-
ripidee, vedi Dalmeyda, Les Bacchantes (Paris, 1908) p. 21. — U-
n'altra trilogia eschilea di soggetto dionisiaco era formata delle
tragedie Se^iéXì], Bdxxai, ITevOEug ;
dramma satirico forse le Hdv-
TQiai. Qualche discreta ipotesi sul soggetto vedi presso Dalmeyda,
p. 20-21.
(2) Presso lo Scoi, ad Iliade, I, 535.
(3) Secondo la leggenda omerica (//. VI, 131) Licurgo sapeva
di contendere con un dio. Ma nella tragedia eschilea, come ri-
sulta dai frammenti, Licurgo non sapeva chi fosse il nuovo ve-
nuto. Cfr. Ovidio, Metam. Ili, 652. La lez. del v. non è sicura;
v. Nauck, Tr. fragm. p. 22.
60 DIONISO. 8.
riprodotta nelle Tesmoforiazuse^ e cou espressa citazione
dalla Licurgea di Eschilo (1).
Che pili ì NelP Edipo Be di Sofocle è rappresentato
Bacco, come intento massimamente a divertirsi cou le
ninfe Eliconidi (v. 1105-1106):
slO' 6 Bax)(£Tog Gsòq vaiwv Itu' àxpwv èpswv
Nuiicpav 'EXixcovlBwv, alq TiXsTcTTa (7U[j.7:ai^£i.
Di qui a farne il tipo del dio femminiero era breve
il passo.
Nellii stessa tragedia il coro invoca Bacco in aiuto,
lo invoca percbè egli abbatta il dio stesso della poten-
za guerresca, l'infame Ares (v. 209 sgg..) :
(1) Tesmoforiaz . v. 134 sgg.:
Kal o' o) veavtox' òoxiq e\ xat' AloyvXov
ex xf\g AvKovQyeiag èpéaGat ^ovXoiiai.
IloòaKÒg ò yvr\'u; ; xic, jtdtQa ;
zig f| oxoXr\ ;
xu; f) xdpa'^ig xoìi |3ioi> ; ti |3dQpiT0i;
?caA,ET xQOXooTcp ; ti 8è XvQa xexQDcpdXo) ;
TI Àì'ixuOog xal OTQÓcpiov ; cóg ov |v|icpoQOv. ecc.
Nou 8Ì ]}uò conoscere sino a qual punto continui la citazione
eschilea; secondo alcuni essa si limita al solo A'crso noSaJtòg ó
Yijvvig ; xiq naxQa ;
Tig r] oxoXr\ ; — Ad altra scena e forse a un dia-
logo tra Licurgo e un nunzio, appartengono le altre parole di Li-
curgo : Tig jcoO' eaO' ó fiouoófiavTig ulaloq ;
dpQÒg oaov aOévei.
(lez. Ahrens). — Simile a questo è il caso della parodia eschilea
negli Uccelli. Al v. 1247 gli scolii annotano 'Ex Nió|3tì(; AlayyXov;
ina anche, come dice il Nauck {Trag. fr. 2, fr. 160) « in his quid
Aeschyleum sit, quid Aristophanes mularit, parum constai » (Altre
due parodie eschilee negli Uccelli sono nei versi 807-808 e 1420).
DIONISO. 8. 61
TÒV /p'J(70{[Link] ZZ XIxXyì<7X0),
Ta(7^ è7U(óvu[iov yaq,
oìvw;ua Bax/ov sutov,
MaivdcBwv òp-ócrirolov,
TusTwaorOyjvai (^ìsyowz
àylcctxiizi * * *
Tce'Jxa 'tu! tòv à7wÓTi[xov èv OsoT^ Geóv.
La tragedia stessa offriva dunque il carattere del dio
amante delle grandiose imprese. Ma la tragedia pre-
sentava una coDtraddizione nel carattere: il dio molle
ed effeminato come poteva compiere sì grandi gesta ?
Il Licurgo escLileo aveva notato la contraddizione :
« chi è questo prestigiatore? » egli domandava. « Pure
essendo così molle, quanta potenza egli ha 1 » (1)
La commedia non aveva a fare altro che a combi-
nare i due caratteri del nume e a metterli in armonia.
Egli era femminiero e molle, e d'altra parte desideroso
di grandi imprese. Ed ecco il tipo del gradasso vana-
glorioso, che va fanfaronando di sue vittorie, e fa me-
schine figure in ogni cesa che imprenda. Ai caratteri
di effeminatezza e mollezza andavano necessariamente
connessi quelli di viltà e di paura. Ma neppur questi
ultimi caratteri erano un semplice sviluppo una le-
gittima interpretazione dei poeti comici. Dioniso pau-
roso e fuggiasco era già nella più veneranda tradizione
poetica, quella di Omero. Quando il forte Licurgo per-
ei) Presso lo Scoi, ad Aristof. Uccelli, 277: Ti^ :ro6' eoO' ó
H0V0Ó[La\Tu; alalo:; ; à^QÒq oaov oOtvEi (Nauck, Tr. fragni.'- p. 21:
T l'g jtot' £o6' ó fiovoójiavxig aXXo à^Qaxevq ov aOévei).
^2 D I oN I s o. 8. 9.
seguitò con vigorose nerbate le nutrici di Dioniso, que-
ste fuggendo gettarono a terra i tirsi e Dioniso per la
paura andò a rifugiarsi in fondo al mare, ove Teti lo
accolse tutto tremante nel suo seno (1). Si aveva già
qui evidentemente lo spunto per la rappresentazione
comica.
9. Intimamente connesso con le trilogie tragiche era
il dramma satirico (2), nel quale è naturale avessero
molta parte gli elementi comici; sicché dagli stessi au-
tori delle tragedie dovette esser tentata la rappresen-
tazione ridicola dei miti bacchici (3). Si rammentano il
Licurgo di Eschilo e il Dionisiaco di Sofocle ; ma né
per Puno né per l'altro è prudente avventurarsi a con-
ci) Iliade VI; 130 sgg.; cfr. 135 :
Aicóvuaog 8è qpoj3iì6sig
hiìOEx" àkàg [Link]à y.v[ia' Qéxiq ò'vTieòé^axo xóÀJCCp
SEiòiÓTa* XQareQÒs yàg 8X£ TQÓ[xog àvÒQÒq ÓjioxIy).
Cfr. Rohde, Psyche II, 2 5^ 2. Le nutrici (TiOf]vai) sono forse le
Menadi, con cui Andromaca vien paragonata : II. XXII, 460 jxai-
vd8i iaì\.
(2) Acrone ad Horat, A. F. 230: « Tragoediis satira dicitur ama-
ta, in quibus salva maiestate gravitatis iocos exercebant, secundum
Praiinae institutionem ».
(3) La connessione di argomento del drammo satirico con le
trilogie eschilee di soggetto unico è più che probabile , benché
ammessa da alcuni critici con molte riserve; cfr. ad os. Welcker,
Xachtrag zu der Schrift iiber die Aeschylische Trilogie, ecc. Frank-
furt a. M. 1826, p. 121 sg.. Mancini, Il dramma satirico greco;
Pisa, 1896, p. 96 ecc .; vedi però anche L. Levi, /uforwo aZ <?ram»ia
satirico, 1908 {Biv. di Storia antica, XII, p. 242).
1) I oN I s o. 9. 63
getture circa le favole svoltevi ; né ci soccorrono gli
scarsissimi frammenti.
Lo Hermann, che trattò in apposito lavoro della Li-
curgea di Eschilo suppose che nel dramma finale Li-
curgo riconciliato col dio apparisse come suo profeta {l)j
altri, sul fondamento di un passo di Apollodoro {2),
suppose vi fosse trattata la dimora dei Satiri e delle
Baccanti presso Licurgo, che li aveva fatti suoi pri-
gionieri (3).
Nel Dionisiaco Sofocleo si suppose essere stata trat-
tata in modo ridicolo la scoperta del vino ; certo un
passo di grammatico ci attesta che vi erano rappresen-
tati i Satiri che gustavano primamente il vino (4). Co-
munque sia, è sicuro che anche il dramma satirico pre-
fi) Hermann, De Jeschyli Lycurgia, in Opusc. voi. V, u. 1; Rapp
in Roscher, Lexilon, x. Lycurgus, p. 2193.
(2) Apollodoro III, 5, 1.
(3) Levi, Intorno al drama saiirico, Ixìv. di St. antica 1908, p. 239,
Atene e Roma XII, 1909, p. 246. In quest'ultimo scritto è presen-
tata l'ipotesi che Xonno (Dionysiaca XX, 226-27; 248-50) abbia
avuto dinanzi il modello eschileo. Che Apollodoro nel narrare il
mito di Licurgo abbia seguito la trilogia eschilea, pensarono non
pochi; ctr. ad es. WelclieT, Die Aeschylische Trilogie p. 320; Rohde,
Psyehe *, II, p. 40, n. 2, ecc.
(4) Gramm. pr. Bekker, Anecd. 385, 23: "AXvjrov avOog dvi'ag
fi OéXoig eì^reXv krii tlvo? T(.QÓ.y[i(ixoc, o "Kvkt^c, àjtaÀÀdTxei, OL'Tca(;
dv xQì'iaaio, mc, [Link] 2ocpoxÀf](; èv tc5 Aiovi^aiaxò) aaiupixcò é-il oivov
7iq(x)X0\ ye^ocJ^H-fc'vcov tojv xaxà tòv yoQÒy aaiuQcov.
nóOev --tot' d^cU-iov wòe
evQOv avOog dviag ;
Cfr. Nauck, Trag. gr. fr. 2, p. 170.
64 DiON 1 so. 9. 10.
sentava e quasi offriva alla commedia molti elementi
(li ridicolo rifereiitisi al mito bacchico.
Ne abbiamo un'attestazione nel Ciclope euripideo. Ivi
è una discussione tra Polifemo e Ulisse sulla natura
divina di Dioniso (v. 521 sgg.). La discussione si svol-
ge in maniera da far ravvisare in Polifemo Pempio di-
spregiatore degli dèi ed in Ulisse Puomo astuto ed ac-
corto, che sa sgusciare dalle reti delle obbiezioni al-
trui; ma sotto alle interrogazioni un pò grossolane del-
l' uno ed alle risposte prudenti,, ma frigide delP altro,
par di scorgere un sorriso di celia e di derisione. Po-
lifemo dopo aver saputo da Ulisse che Dioniso è un
grandissimo dio, per la giocondità della vita umana,
osserva: Eppure, io lo erutto volentieri ! (523). Tale è
il dio, gii rejdica Ulisse: non nuoce ad alcun mortale.
Ma come mai, domanda il Ciclope, un dio gode ad abi-
tare in un otre ì Ed Ulisse, con sentenza solenne: O-
vunque alcuno lo ponga, ivi è benefico ! E quando il
Ciclope incalza : Ma agii dèi non s' addice tenere il
corpo entro le pelli ! Ulisse se la svigna così : Perchè,
se egli ti dà la giocondità ? Ti è forse molesta la pelle?
Evidentemente in questo singolare dialogo Euripide
parla per bocca del Ciclope, non di Ulisse.
10. Aristofane usufruì, ai fini della sua polemica ci-
vile, letteraria e religiosa, il tipo di Dioniso già fissatosi
nella trtìgedia e nella commedia, in tal modo metten-
done in rilievo i particolari, da replicare, per così dire,
ed opporsi, alla difesa che del culto di Dioniso aveva
tentato Euripide.
ùioKiso. lO. 65
Probabilmente egli non vedeva in Dioniso che un
dio barbaro. Sappiamo che era questa un' accusa che
a Dioniso si faceva, ed abbiamo visto che da tale ac-
cusa s'industriava di difenderlo Euripide. Or contro gli
dèi barbari il nostro poeta è implacabile, e nella com-
media or perduta delle "^Qooli li cacciava tutti in bando
da Atene. Ma fra gli espulsi primeggiava un dio, che
appunto era identificato con Dioniso, Sabazio, tòv Opuya,
TÒv (X-òX-fi^ripoL TÒv Hapà^iov, come diceva Aristofane stesso
nella citata commedia (1). Cfr. lo Scoliaste ad Ucc. 874:
TÒv AióvuGOv leycuai' capoug Bs iXz'^ov xai tolk; à'-fiepo^iJ-s-
voug aòrw tóxguc, xal toÙ(; (3àxy^ouq toG Osolì' 6 aÒTÒg Bs
Tac; xoci E5aio^ xcclstTai (2). Contro le stranezze dei culti
e dei riti barbarici si esercita la sua vena comicn. La
stessa fantasia del coro di rane, si collega a questo
medesimo intendimento. Quella fantasia, che dà il titolo
alla commedia, è un tratto ridicolo cbe si riferisce
agP inizii del culto dionisiaco in Atene. Il dio vi era
adorato solennemente una volta all' anno, nella festa
delle Antesterie, in un antico tempio che gli Ate-
niesi avevano elevato in un luogo paludoso, detto ap-
punto Limne '
palude '. Quella località suggerisce V i-
dea delle rane, che vivono nello stagno; sono esse che
celebrano le lodi del dio, esse, le rane limnée, che tra-
sportate dopo la morte nella palude acherontéa, can-
(1) V. il capitolo sugli Dèi stranieri.
(2) V. il cap. ora cit.
Pascal— 5.
é6 biONiso. 10.
taiio Parrivo all'Ade del loro coinquilino ! (v. 209 sgg.) (1).
Ma auclie per uu' altra ragione la fantasia delle rane
è appropriata alla commedia: giacche essa è altresì un
tratto di satira religiosa. Poiché Dioniso doveva re-
carsi all' Ade, era naturale che trovasse colà le rane,
poiché negre rane la fantasia popolare poneva appunto
nella palude Stigia (2).
Del resto è opportuno notare che in questa fantasia
del coro di rane gli fu precursore Magnete. Aristofane
stessa nella Parabasi dei Cavalieri e propriamente in
quel passo (507-547) nel quale parla dei suoi predeces-
sori Magnete, Gratino, Cratete, dice che Magnete i)er
divertire il popolo emise tutte le voci, e suonando la
cetra^ e ponendosi le ali, e vestendosi da Lido, e ca-
muffandosi da moscone e tuffandosi tra le rane, quan-
do poi divenne vecchio e fu a corto di frizzi, non ebbe
pili il favore del popolo (3). Yuol dire che introdusse
coreuti uccelli, mosconi, rane.
Anche a proposito cade opportuna una osservazione,
che avremo occasione di fare spesso durante il corso
di queste ricerche. E cioè, che nelle parti corali, negli
inni di ringraziamento o d'invocazione rivolti alle va-
rie divinità, dovendo il poeta rispecchiare il sentimento
popolare e non una sua particolare concezione paro-
dica dei fenomeni religiosi, la caricatura è smorzata o
{1) Cfr. Girard J. in Bevue dee deux Moìides, 1878, p. 614-615.
(2) Vi acceDua Giovenale; certamente da fonte più antica; II,
1 50 : « Et Siygio ranas in gurgite nigras ».
(3) Cavai. 522-525.
DIONISO. 10. 67
eliminata affatto. Alcuni di questi canti corali hanno
anzi P impeto e il fervore sacro di veri inni religiosi,
e sono passi di vero ed ispirato lirismo. Tale il canto
a Dioniso che è nelle Tesmoforiaztise, e che a noi piace
qui riprodurre nella bella traduzione italiana del Ko-
magnoli, così balda e fresca di movimento, e così per-
vasa del sentimento poetico antico.
Ys. 987 sgg. Corifeo,
Tu stesso, o cinto d'ellera
Signor, Bacco, ne guida:
T'esalterò con agili
Danze e festose grida.
Coro
Dioniso, evoè !
Corifeo
Semele, o Bromio, o figlio
Di Zeus, te a luce dette :
A te fra i balli F animo
Gode : su alpestri vette,
Tu fra soavi cantici
Movi di ninfe il pie !
Covo
Evoè, evoè !
Corifeo
D'intorno a te risuonano
Gli echi del Citeroue,
Le negre fronde fremono sui vertici,
E ti circonda dei suoi tralci Pellera
Da la vezzosa fronda.
HI.
Dionysia rurali.
Sommario — 1. La descrizione della festa negli Acarnesi. -- 2. La
descrizione in Plutarco. — Il racconto di Erodoto. — 3. La fal-
lanroffia nelle cerimonie bacchiche. — Particolarità della descri-
zione Aristofauèa.
1. Auche uelle forme esterne il culto di Dioniso non
aveva smesso quei particolari, che rammentavano il
suo primo significato brutalmente naturalistico. Dalle
origini del suo culto nell'Attica, o, se pur vuoisi^ della
sua importazione, Dioniso rappresentava la virtìi pro-
creatrice e fecondatrice, ed il suo simbolo era il fallo.
È possibile anzi die in principio V adorazione del
fallo, come simbolo della procreazione, sia stato affatto
indipendente; e che, solo dopo l'introduzione del culto
di Dioniso, le due personalità divine, si sieno congiunte
in una sola (1). Comunque sia, a Dioniso attico tro-
viamo sin dalle origini dato il soprannome di 'OpGó^,
il cui significato è di così intuitiva evidenza. Il re Am-
fizione, ci rapporta Filocoro, aveva dedicato una statua
a Aióv(j(7og 'Op06(;; e spiega con una bizzarria stranissi-
ma l'origine del soprannome (2). Or questo antico Dio-
nysos 'OpOó^ ebbe un continuatore nell'Attica, nel dio
(1) È quel che pensa, pur con qualche riserva, il Nilsson, 5/m-
(lia de Dionysiis atticis, p. 102, ed a noi par probabile opinione,
specialmente per quel che poi diremo circa riuvocaziono a <^a?vrj(;.
(2) Fragm. histor. graetor. (Miiller), I, p. 387.
72 DIONYSIA RURALI. 1.
'OpGdtvvY)^, die Strabone dice un genio del tiaso di Dio-
niso, simile a Priapo (1), e cbe uni iscrizione dei cle-
rucbi ateniesi residenti ad Iinbro cliiania dio, e dà no-
tizia di un sagrifizio e di una processione celebrata in
suo onore (2). Eiti fallici erano celebrati nelle feste
Lernee di Argo, nelle quali Dioniso era considerato
specialmente come dio della vita animale e vegeta-
tiva (3) ; e riti fallici eran celebrati ancbe in Atene,
nei Dionysia xoct' àypou^, e cioè nella festa rurale a
Dioniso (4).
La festa aveva conservato tutto il suo carattere di
semplicità rozza e quasi brutale, e come tale appunto
ci è descritta da Aristofane negli Acarnesi. Questa com-
media è tra le jjrime del grande comico, e come le due
(1) Strabene, XIII, 1, 12.
(2) Bull, de con-, hellén. 1883, p. 166. — Secondo alcuni altro
dio fallico era TQitpdh]Q,nome che ci rimane come titolo di una
commedia di Aristofane. Della commedia rimangono pochi ed in-
significanti frammenti, (542 sgg. Kock 535 sgg. Blaydes), dai ;
quali è impossibile trarre alcun dato sicuro per desumere il sog-
getto della favola. Altri suppongono che Tgicpabi? fosse detto da
Aristofane Alcibiade, e adattano a tal supposizione un passo di
Esichio, introducendovi moltissimi mutamenti. Triphallus ò il ti-
tolo di una favola Neviana e di una Menippea di Varrone. Nel
TQi(pdXT)g Aristofane motteggiò pure di altro genio fallico, chia-
mato l?.do)V, figlio di Poseidone; anzi chiamò 'IT-dovag i Falli (toù?
^d?.TiTac; cfr. Esichio, voce 'lÀdwv). Esichio aggiunge: uUoi 8è
Oeòv Ji;Qia:ra)8i] cpaaiv.
(3) Cfr. I. Girard, in Daremberg et Saglio, Dici. II, 1, p. 230-231.
(4) Si celebrava nel mese Posideone (Dicembro-Gennaio). Teo-
frasto. Carati., 3: riooiSeojvog 6è tà xar' dyQOÙs Aiovuata.
DI0NY8IA RUBALI. 1. 73
che la ]irece(.lettero, i Daetalenses e i Babyloniìy fu pre-
sentata non col nome di Aristofane, bensì con quello
(li Callistrato (1). In quest'epoca il nostro poeta non si
preoccupa di critica religiosa, ma è già cominciata^ vi-
vace ed arguta, la critica contro Euripide. Del resto
i dibattiti i)olitici e la vita agitata della repubblica lo
assorbon tutto. E commedia eminentemente politica è
questa degli Acarnesi. É diretta contro il partito delle
avventure guerresche, partito forte delle astuzie di
Oleone e dell'autorità di Lamaco e di Alcibiade. Il pro-
tagonista è nn uomo fatto all'antica, semplice e probo
agricoltore, Diceopoli, il quale propugna la pace ed
anzi a proprio nome la conclude coi Lacedemoni; e do-
lente che vadano a poco a poco disparendo le festività
e gli usi antichi, e che le feste Dionisie sieno state
per sei anni neglette, a cagione della guerra, vuole re-
staurarle e ne comincia perciò la celebrazione. Questa
è poi disturbata dal coro degli Acarnesi,, che 1' accu-
sano di tradire la patria, per l'alleanza fatta con gii
Spartani, e il vogliono a morte. Ma la favola si chiude
col trionfo di Diceopoli nella festa dei Boccali, come
diremo in altro capitolo. Nessun iut(;nto quindi di sa-
tira religiosa; bensì solo la rappresentazione realistica
(1) Nelle Nubi, v. 531, il poeta paragona queste commedie pre-
sentate cou altro nome ai parti clandestini di ragazza n©n maritata.
Per qual ragione abbia ciò fatto, ignoriamo ; troppo tenue motivo
sembra quello indicato nella Parabasi dei Cavai. 512 sgg. e cioè
l'incostanza del favore i^opolare. Diverso è il caso di Eschilo, So-
focle ed Euripide, che presentarono sotto il nome dei loro figliuoli
alcune tragedie.
74 DIONYSIA RUBALI. 1.
(li ima festa popolare. Li Pesta ci è descritta ìq due
passi, clic qui è importante addurre. L' uuo è di Plu-
tarco (L), e descrive la festa antica, quale certamente si
era conservata nei villaggi dell'Attica: si portava in pro-
cessione un'amfora di vino e un sermento secco, dietro
di essi uno traeva un caprone, un altro lo accompagna-
va, portando un paniere di fichi secchi; ma primeggia-
va nella cerimonia il fallo. L'altro racconto è in Ero-
doto, ma vi è introdotto solo per una ragione analo-
gica. Erodoto assistette alle processioni egiziane in o-
uore di Dioniso, cioè di Osiride, e fu meravigliato della
grande rassomiglianza che esse avevano con le proces-
sioni greche a Dioniso. Egli non si dissimulò le difte-
renze tra le une e le altre (2), ma le somiglianze gli
parvero tali, che egli pensò che il culto di Dioniso
fosse stato importato in Grecia dall'Egitto, e che l'im-
portatore fosse stato il vate Melanipo (II, 49) (3). La
(1) Plutarco, De cupid. divit. 8 : IldtQiog xGìv Aiovuaiwv éopiT]
lò .-ia?caiòv Ì7ii\imxo òri fxotixcog xal lÀaQc5g, à|.icpoQEÙs oivoij xaì
xXriiiaTig, eira tQayov xiq elÀxev, oXkoq ìo//i8cov [Link] oy r)XO?*,ouOFi
xo^i^cov, ejrl Jtàai ò'ó i^oXXóc,.
(2; II. 48 :xoQwv xatà taiiiTà a x e S ò v ;7tdvTa "EXA,T|at.
jikr^y
(3) Anclie qualche critico moderno crede alla derivaziouo egi-
zia del culto di Dioniso; il Foucart anzi (Le cultc de Dioiiytsoti oac.
p. 80; nel mistero menzionato a proposito di questa festa, vedo
il mislero di Osiride, e cioè la sua resurrezione momentanea e la
sua unione con Iside; insomma il suo trionfo sulla morte. La ^iro-
coHsione greca del Fallo è troppo semplice e troppo primitiva, pt;r
vedervi così ascose profondità, di filosofia naturale; nò ci par giu-
sto n3lle spiegazioni mitologiche escogitarne tanto più sottili e
recondite, quanto più si rimoati indietro nei secoli. Diffidiamo poi
DIONYSIA RURALI. 1. 2, 75
narrazione sua importa quindi per Pobbietto nostro solo
in quanto vi si descrive una cerimonia che P autore
stesso riconosce similissima a quella greca. Nella pro-
cessione egizia le donne stesse portavano in giro si-
mulacri, dell'altezza di un cubito, aventi un fallo, che
non era molto minore di tutto il resto del corpo. Pre-
cedeva un flautista, poi seguivan le donne cantando
l'inno a Dioniso (Osiride). La somiglianza sostanziale è
solo nel concetto di venerare l'immagine fallica: un ele-
mento questo che si trova nei primordii delle religioni
di molti popoli antichi.
2. In Grecia non una immagine avente il fallo pro-
teso, bensì solo il fallo, era i)ortato nella processione.
Il fallo, dice lo Scoliaste ad Aristofane (Acarnesi, 243)
era (^!j>.ov l7ui[iY]X£^, e/ov ev tco à/^pto ax'JTivov alBoTov è^Y]p-
TY)[JÌvov. Ed era portato non dalle donne, bensì dal mi-
nistro del dio. Lo scoliaste aggiunge che era dedicato a
Dioniso, secondo un mistero (1). Si trattava dunque di
in genere delle identificazioni mitiche. Sulla base di singoli rap-
porti di somiglianza le identificazioni si possono fare anche tra
figure mitiche diverse; e pur quando le figure sono molto simili
non è dato concludere da ciò, che si tratti d' importazioni reli-
giose. La verità è che la coscienza religiosa mossa in luoghi e
tempi di vaerei da identiche osservazioni ed impressioni delle cose,
crea personalità mitiche con identici attributi divini; e si può ad
es. con altrettanta ragione identificare Dioniso all'egizio Osiride,
che al vedico Soma o all' avesti co Haoma, o al frigio Sabazio.
(1) Scolio ad Acarn. 243: 'ìoTaTo bì. ó ipahXòc, X(h Aiovùoo) y,axu.
n fl,UOTì]QlOV.
76 DIONYSIA RURALI. 2.
UH (Irainiiìji sacro, di un racconto mistico riguardante
Dioniso, e che certamente lo rappresentava come dio
della generazione. Probabilmente nella brutale sempli-
cità del culto primitivo il genio della procreazione era
solo (^(xXXóc, o Oa^.YJq, rappresentato appunto nella im-
magine descritta sopra; e perciò rimase tradizionale che
a <ì)[Link](; si rivolgesse l'inno della processione; e ^odriq
nell'inno degli Acarnesi (v- 263) è anzi chiamato com-
pagno di Bacco (1). Quando cominciò a fiorire in Gre-
cia il culto di Dioniso, la vita avventurosa del dio ben
si prestava a quest'altro ufficio, di nume tutelare della
procreazione : i due culti si fusero in uno solo, ed il
fallo rimase come simbolo delle onoranze tributate a
Dioniso (2). A giustificare tal simbolo gì' ierofanti do-
vevano rappresentare nelle cerimonie segrete qualche
fatto che attestasse la prodigiosa forza virile del dio:
il [[Link] cui accenna lo scoliaste. D' altra parte il
carattere proprio del dio faceva sì che questa forza si
spiegasse con la virtìi inebbriante ed afrodisia'a del
vino, ed è questa appunto la spiegazione che dà lo
scoliaste (1. e); inoic, Vz 7.0C1 ^^ti TratBwv ysvsTswg outioc, 6
Osó^. '/iBovTjV yàp xa\ à'-ppoBiTia ^ìOy] s'^av^<TTY)(n. Noi anzi
riteniamo probabile che questa virtìi afrodisiaca del
(1 Nel oarmo itifallico presso Ateneo, 622 B, il fallo è cliia-
iiiiito Dio: éOéXei yàQ ò Oeòg òqOò? èacpuQOfxtvo; |
8ià |.i£00\j |3a8i^eiv.
(2) Cfr. Luciano, de S. D. 28 : ipaXXovz, 0001 Aiovuao) éyeiQouoi.
A Aióvvaog be07iÓTi]q rivolge la sua preghiera Diceopoli prima del
canto fallico (247-252), ed a lui dedica la processione sperando
gli torni gradita : xexaQiafxévog aoi Trjvòe tt]v K0\i7ti]\ i\ik JtÉfATpavta,
t)ION"Ì'SlA RURALI. 2. 11
vino fosse l'oggetto del p'[Link] (1). E ne abbiamo una
prova indiretta nei misteri di Priapo. Questo dio della fe-
condità animale era da alcuni identificato con Dioniso (2);
e nel culto diLampsaco era rappresentato com piccolo
corpo, ma con enorme fallo. Lo ierofante dei nefandi '
misteri ' di Lami)saco spiegava appunto che la voluttà
che tien dietro all' ebbrezza produce la tensione degli
organi generativi (3).
La descrizione della faUagogia (4) negli Acarnesi è
forse la più compiuta che noi abbiamo e nei singoli
particolari è diversa dalle due fin qui vedute. D'ceo-
poli comincia la cerimonia col sagritìzìo (5) ed intima
perciò ai presenti di sòcpYjixsTv, favere lingiiis latino, cioè
pronunziare parole fauste, o tacere (6).
(1) Lo scoliaste apporta prima un'altra spiegazione del \ivoTr\-
Qiov, una favola riguardante un contagio di malattie ai genitali,
eh e Dioniso sdegnato arrebLe mandato agli Ateniesi, i quali poi,
in memoria della malattia, avrebbero consacrato al dio in pub-
blico e in privato, l'immagine del fallo. È da ritenerne forse sol
questo, che a Dioniso, ccme protettore del genitale maschile, si
portava in dono votivo Fimmagine di esso, nel caso di malattia.
(2) Scoi. Teocr. I, 21: jiap' èvioig 6è ó avxòq èoxi xtp Aiovuaco.
(3; Teodoreto, IV, 820 (Migne): 'KSovi] yÙQ JiQooXa^jovoa fiéOìiv
TT]v Tcàv jraiSoYÓvcav fiOQicov eviaoiv druEQYoitETai. Teodoreto rife-
risce la spiegazione dell' ó xtòv jiuaaQcòv |xuott]qicov leQOcpdvTi]?.
(4) Il nome si trova in una iscrizione attica, C. I. Ali. II, 321.
(5) Il coro ai suoi atti ed alla sua intimazione comprende che
egli si appresta al sagriiizio. V. 240 Ouaov yàQ àvi]Q, tbg eoixe,
èlÉQXeTCii. Scolio a 237: toùio ó [Link]ó;roXic {.léXÀcov tcoifìv Ouoi'av
<pT]ai. Toìrro yàQ 7]V e6og.
(6) È la prescrizione rituale dei sagrifìcanti, ed è la parola so-
lenne. Cfr. Pac. 434, Cavai. 1316, Tesmof. 39, ìsuU 263, ecc.
^^ t>10NVSIA RURALI. ^.
E coiiiiucia la processione. Va un poco innanzi agli
altri la canefora (242). Dallo scoliaste (a l. e.) sappia-
mo elle i canestri eran d'oro (1) e che vi eran le pri-
mizie di tutti i prodotti campestri, e che le giovani
scelte all'ufficio di cauefore dovevano essere di nobile
nascita (ai eòysvsTg TuapGevoi). Certo all'ufficio di canefore
nelle processioni sacre si sceglievano giovanette di spec-
chiata condotta morale; e par che ve ne fossero, qualche
volta, escluse per indegnità (2).
Il poeta nostro^ forse per ragione di contrasto co-
mico, fa che la madre della canefora le dica molte
sguaiate sconcezze (253-258). Alla madre la giovane
domanda la caldaia dei legumi, per versarne la broda
U(;lla focaccia (v. 245 G). Era la focaccia che, secondo
l'uso sacro, si portava all'altare (3). Al servo Xanthias
Diceopoli ripetutamente raccomanda (243, 259-60) di
seguire la canefora, portando ben dritto il fallo : egli
stesso accompagnerà la processione cantando il carme
fidlico. Ed incomincia infatti ad intonare il canto a
(^o(lri(Z, oscenissimo, che comincia (263) : <Da>.Y)c, sTaTps
B'[Link] 5^Yxw|j,£, vuxT07uept7u>.àvY]T£, [J-oi)(é, TuaiBepadxà. La
C(^rimonia è poi turbata dalla irruzione degli Acarnesi
che assaltano Diceopoli. — Il carme fallico è natural-
(1) Scoi.: TJv 8È EX YQvoov 7i;87ioiii|j.éva là xavà. Licofrone presso
Ateneo 564 B JiapOévov tcòv xQvooipÓQOiv.
(2) Tucidide, VI, 56 : à8£?cq)Tiv yàg aiiTOii xÓQr)v ènayyei'kayxeq
r[[Link] xavoOv oloovoav èv JCOfiTrfj tivi ànr\'kaGav "KéyovTec, ovòè ÈTiay-
yel^ai ttjv cxqx^'v Sia tò [li] d|iav elvai.
(3) Scoi, a 246 : èoTi 8è (éÀaxTjg) aQXoq nXaxvg, èv & tò èrvog
tTiOeaav xal nQoofiyov ria ^cofi^.
DiONYSlA BURÀLI. 2. 3. t9
mente adattato alle circostanze presenti e cioè al de-
siderio di esser liberato dal pensiero ^lugoscioso della
guerraj anzi Diceopoli si dice ormai sciolto da quelle
cure, 7:paY[xàTa)v ts xal [[Link] y.cà Aajxàj^wv aTcaT^layeiq
(270).
3. In conclusione la descrizione Aristofanea non cor-
risponde a quella di Plutarco e di Erodoto. In quella
di Aristofane, dopo il sagrifìzio rituale, si avvia la
pompa sacra ;
precede la canefora, clie nel canestro
d'oro i)orta le primizie dei prodotti, e la focaccia col
brodo di legumi, da oifrire sull'altare del dio; segue il
servo col fallo, indi i cantori dell'inno fallico. Plutarco
descrive le cerimonie dei piccoli paghi attici, Erodoto
quelle egiziane, paragonate con le greche, Aristofiine
quelle di Atene. Le differenze quindi si comprendono.
Le feste variavano d'importanza e di i^articolari rituali
da villaggio a villaggio: sol carattere comune era la
processione fallica. Xei villaggi più ricchi cominciò a
poco a poco la festa ad avere uno svolgimento mag-
giore; furono pagati i cori dei cantori, e stando a quel
che dice Aristotele (Poet, 4) da questi canti appunto
nacque la commedia. Si tratterà dunque di primitive
rappresentazioni campestri delle gesta di Dioniso; e i
devoti assistevano forse anche al p(7TY)piov, cioè al dram-
ma mistico, di cui abbiam fatto sopra cenno. Ma la
festa andò acquistando a poco a poco importanza ;
ed
un passo di Iseo (70, 23) ce ne fa attestazione.
Quanto agli epiteti, da Aristofane attribuiti a Oa>.rjC,
neppure in essi è da vedere intenzione satirica, o co-
Èó DIONYSIA KÙRALI. 5.
iiìunque ravvisarvi uu disgusto per una cerimonia di
così impudente e primitiva rozzezza : il poeta vuol ri-
trarre soltanto con veraci colori la giocondità chias-
sosa e licenziosa della festa; e ciò già vide lo Scolia-
ste antico (a v. 265): AeT Bs vosTv o^i TatJxa oòy^ dx; sv
(3}va(7(pY)[xia XeysTai zò [x o i
)(
é xaì, 7uai^£pa(7Tà, àXkò^,
tò
%pòq ^KxyuGiy xai i>.apóirY]Ta tou (paXXoU. —
Si può essere
anzi sicuri cbe il poeta lia esagerato le tinte, per ac-
crescere la salacità comica. Egli rappresenta la festa
celebrata da un campagnuolo rozzo ed ignorante, ed è
naturale cbe in bocca a lui ed alla donna sua non si
faccia scrupolo di porre ogni sguaiataggine. Il discorso
della donna alla figliuola, come abbiamo già accennato,
è tutto pieno di maliziose allusioni; peggio ancora quel
di Diceopoli. Quando, ad esemi)io, questi ordina a Xan-
tia (259 260):
*Q EavGia, dcptov B'èaTiv òpGò^ s/wTsog
6 ocùXò'^ è^ÓTuiaGs tyj^ xav/]9Ópou,
non è possibile non rilevare cbe l'accorta disposizione
delle parole è stata scelta per fare intravedere, al di
là del significato comune, nn altro significato, oscenis-
simo, come bene spiegò lo scoliaste antico (a v. 259):
y.oà TouTO Bs Tuat^si xto|[Link])C, ^^éyojv ttòv cpa).Xòv òpOòv xaTé-
yziy ottktGsv TYJq TuapGsvGu.
IV.
La festa dei boccali.
Sommario. — 1. La descrizione della festa negli Acarnesi. — 2. I
passi riguardanti il personaggio Oreste. — 3. Spiegazione della
leggenda di Oreste nella festa dei boccali.
Pascal— 6.
1. Verso la fine degli Acarnesi è rappresentata la
cosiddetta cerimonia dei Xós!;. il concorso dei boccali.
La cerimonia faceva parte della festa Dionisiaca degli
'AvOsGTYjpia. Apollodoro ci dice cbe la festa risultava di
tre cerimonie: ITiOoiY^a, Xóat, ILù-^^oi (1). Di queste due
ultime discorreremo nei riguardi di Aristofane. La pri-
ma era una cerimonia molto semplice, cbe si compiva
nel giorno 11 del mese di Antesterione, e consisteva
nell'apertura dei 7:C9oi o dolii di vino. Era naturalmente
una festa di lieto augurio (àyaCoO [Link] era chiamata
in Beozia) (2).
(1) Scoliaste ad Acarn. 961: cpiiat 8è 'An;oÀXó8coQog 'AvOeoTT'iQia
xa^eloGai xoivcò? ti^v oàtjv éoQTTiv Aiovuaq) àyoiiévr[X. yjixà fiépog
bè riiOoiYiav, Xóag, Xijtqqv (correggi IIiOoiYta, Xóac, Xutqous).
(2) Il Foucart {Le cnlte de IJionysos en Attique, p. 113) ha giu-
stamente osservato che dal passo di Eustazio [ad Iliade, XXIV,
926) non si trae che la festa fosse da porre tra le nefaste, bensì
precisamente il contrario. Se si aprisse il vaso di Pandora, que-
sta non sarebbe, dice Eustazio, una festa gioiosa, come quella di
cui parla Esiodo, cioè l'apertura dei dolii, nella quale conveniva
satollarsi del vino nuovo; ma sarebbe interamente nefasta.
84 LA FESTA DEI BOCCALI. 1.
Della festa dei boccali i maggiori particolari ci sono
dati appunto da Aristofane. Questi rappresenta negli
Acaniesi (1084 sgg.) la partecipazione di Diceopoli al
banchetto sacro. Viene a gran corsa un araldo del sa-
cerdote di Dioniso, recando P invito a Diceopoli d' in-
tervenire al sacro banchetto, nel quale però ciascuno
aveva la sua tavola e il suo boccale, e portava seco
le sue provviste (1), e mangiava e beveva in silenzio.
I boccali erano riempiti di una eguale quantità di vino:
era dichiarato vincitore dai giudici colui che primo ave-
va vuotato il suo boccale. La festa si chiudeva con
danze e canti di riconoscenza a Dioniso (2). Diceopoli
ha tutto pronto ed Aristofane ci descrive appunto la
sua copiosa provvista (v. 1084 1093) : letti, guanciali,
tappeti, tavole, corone, incensi, dolci, cortigiane, pa-
nini ripieni, focacce, pan di sèsamo, pasta frolla, stiac-
ciate, danzatrici belle, delizia di Armodio.
Avviene un gran battagliare dì iiarole e dMnsulti
tra Diceopoli e Lamaco, l'uno tutto lieto per la festa
cui s'incammina, l'altro tutto irato di dovere andare a
montar la guardia. E infine si avviano e il coro li sa-
luta: Quale diversa via voi prendete ! dice loro: questi
va a bere cinto di corone, e tu vai a patire il gelo e
a far la guardia: questi va a dormire con una formosa
(1) Corone, incensi, dolci ed altre cose simili erano fornite dal
sacerdote convitante; cfr. Scoi, ad Acarn. 961.
(2) Fanodemo : 'llohé^Tsq ov\ Tfj XQotoei èv wSalg efie^ov tòv
A i ówoov xoQeiovTEg yai dvaxaÀoCvxeg EiiavOf) xal AiOTjgafiPov xal
Bpó^iov (pr. Ateneo XI, 465 a.).
LA FESTA DEI BOCCALI. 1. 85
ia.q:azza, clie gli strofinerà qualche cosa ! (1) Neil' epi-
logo ritornano Laniaco e Diceopoli. L' uno si è ferito
malamente, cadendo al valico di una fossa: l'altro torna
ubbriaco, ma vincitore della festa^ perchè per primo
ha visto il fondo del boccale (v. 1202). Egli è circon-
dato di cortigiane e le prega di condurlo ai giudici ed
al re, che gii deve consegnare Potre della vittoria (2). E
mentre Lamaco continua a lagnarsi, l'azione finisce col
trionfo di Diceopoli, che prega il coro di seguirlo, can-
tando Finno trionfale. E il coro cauta:
^AW i'\)ó\kZG^cc (7Y1V xàpiv
BovTsg ai y.oà tòv à(7xóv-
Tale la rappresentazione aristofanea, dalla quale si
possono trarre le notizie sulla festa dei Xosg ;
sicché
ben i)oco se ne può aggiungere da altre fonti. Tra que-
ste il principale scrittore è Fanodemo, autore di un''Ai:Oiq,
un i)ersonaggio molto importante in Atene, conoscitore
delle C(;rimonie religiose e di tutte le forme del rituale
sacro, e incaricato parecchie volte di ufìicii e missioni
in materia religiosa (3).
(1) V. 1144-1147 : 'Qg àvoiioiav èQyeo^ìox óòóv. Tò) fièv .Tiveiv
oreipavcoaa|Ltévq), Sol §£ Qiycòv xaì jiQocpvXaTTELv, Tò) 8è xaOeuSeiv,
Metù n;ai8iOHi]5 cópaioiciTT]?, ^VvaroiPo^Évo) te tò belva.
(2) V. 1221: 'Q toù.; XQiidq, f^i' éxqjÉQETE. n:oO 'otiv ó ^aoiXevq;
I
'AjtóòotÉ j.101 TÒv ùaxóv. Secondo Li narrazione di Fauodenio, il
vincitore aveva in premio una torta (Fragm. Hist. (jr. I, p. 368,
fr. 13 : TÒ) JiQo'jTO) £x.t:ióvti uO^^ov ÒoOì'ioeoOui jr>.aHoOvTa), o al-
meno tale era stalo il bando dell'aulico re Demofoute,
(3) Vedi C. lìibcript. tir. Scpt. 4252-4; C. I. A. II, 114;
86 LA FESTA DEI BOCCALI. 1. 2.
Dai due frammenti elio ne rimano^ono relativi alla
festa dei Xósg (1), risulta come egli si preoccupasse di
rendere spiegazione delle singole parti della cerimonia,
rimontando alle origini di essa e addncendo le pretese
ragioni, cLe avrebbero indotto il re Demofoute a isti-
tuire tali pratiche.
2. Dalla rappresentazione della cerimonia dei Boccali
fatta da Aristofane, parrebbe che il poeta, salvo qual-
che esagerazione di particolare comico o grottesco, non
vi abbia messo alcun tratto satirico o parodiaco. So-
uonchè la parodia o la satira si appiatta in Aristofane
là ove meno si crederebbe. Non bisogna far troppo a
fidanza con sì terribile canzonatore. Trattandosi di una
cerimonia dei misteri dionisiaci, è naturale che molti
riguardi il poeta dovesse imporsi, se non voleva cor-
rere qualche brutto rischio; ma egli ha però immesso
nella sua così vivace azione scenica qualche tratto, che
sembra investire la cerimonia nelle credute origini sue,
e cioè nell'occasione che secondo la leggenda le avrebbe
dato nascimento. Questo tratto è quello riguardante
Oreste nel canto del Corifeo (v. 1165 sgg.). Mentre La-
maco e Diceopoli si allontanano, l'uno per andare a far
la guardila, l'altro alla gara dei Xósg, il Corifeo nell'in-
termezzo comincia un'acre invettiva contro Antimaco,
il quale essendo corego nelle feste Lenóe lo rimandava
Bull, de Corr. héll. 1896, j). 667 ; Foucart, Le eulte de Dìomjsos,
p. 117.
(1) Fragni. Hintor. graecor. 1, p. 268.
LA FESTA DEI BOCCALI. 2. 87
a ventre vuoto. E tra gli altri malanni gli augura an-
ello questo: clie qualche notte tornando a casa febbri-
citante da una cavalcata, Oreste furioso ed ubbriaco
lo pesti ben bene : egli volendo raccattare una pietra
nelle tenebre, prenda in mano un pezzo di sterco re-
cente, e con esso si precipiti, ma sbagli il colpo e col-
pisca Gratino (1).
Quest' Oreste è nominato altre due volte, iiegli Dc-
celliy iti passi che tra i)Oco esamineremo. S'intende co-
munemente che si tratti di un famoso ladro notturno
dei tempi di Aristofane, e che il poeta scherzi per
P omonimia con V eroe njatricida. I critici moderni
che ciò affermano (2), traggono la notizia dagli Scolii
(1) Acanieffi 1165-1170. Chi è Gratino? Lo Scoliaste esclude che
si tratti di Gratino poeta, e riferisce il motteggio atroce a un al-
tro Gratino à?.a^óva xaì Ogaaìn' (xal fiaivó|X8vov) [Link] jiéOuaov; no-
tizia che per la sua indeterminatezza è priva di ogni autorità. Il
Romagnoli (I, p. 91) riferisce a Gratino poeta. Ma quale poeta ?
Il poeta comico famoso o V ignoto poeta melico, al quale il Ro-
magnoli seguendo lo Scoliaste riferisce il v. 849 ? (v. nota del
Rom. a pag. 60). Io credo che nell'un caso e nell'altro, gli Ate-
niesi, sentendo semplicemente Gratino, non potessero pensare che
al famoso poeta comico. Ghe altrove (Cai'. 526 sg.) le parole di
Aristofane non sieno aspre per Gratino, non mi par che conti
troi)po. La menzione in liane, 357, ha tutta Paria di una canzo-
natura.
(2) Gfr. ad es. Brunck. ad Aves, 712: « nocturnus illius tem-
pori» grassator, de quo faceta mentio rursus occurrit infra 1490
et Acharn. 1167 ». Gomparetti, ad fJcc. (t rad. Franchetti), v. 712:
« Questo ladro notturno è ricordato, come ben noto, dal Poeta,
anche altrove, in questa stessa commedia (v. 1491) e negli Acar-
88 LA FESTA DEI BOCCALI. 2.
antichi ad Aristofane. Ora gli Scolii parlano di un O
reste, il quale nell'oscurità si fingeva pazzo per dispo-
gliare delle vesti chi gii venisse incontro (1). La noti-
zia sembra strana : che bisogno aveva egli di fingersi
pazzo, e per giunta nell' oscurità della notte, e couìc
mai ricorreva a tal mezzo per avere il sopravvento sui
viandanti ? E come mai contro un pazzo così noto e
così pericoloso, vero o simulato che fosse, non si j)rcn-
devano provvedimenti di sorta ? Certamente deve trat-
tarsi di ben altro. E la spiegazione, credo, ci può cs
sere fornita da uno dei due frammenti di Fanodemo
sulla festa dei Xóeg. L'origine della festa è rapportata
da Fanodemo all'epoca eroica, e con gii ordini e le di-
sposizioni date dal re Demofonte (2) in quell'epoca egli
nesi ». Romagnoli, ad Acani. 1166 : « Quest' Oreste è il famoso
ladro notturno, di cui si fa menzione anche negli Uccelli, » ecc.
(1) Scoi, ad Acarn. 1167 : ó 8è 'Opéarr]? oiJTog ;TQoajioio\3fxevo<;
jxooQiav xovQ, JtaQióvtag àTréS-uev. fjv yàp \i(ìT(,ob\)xr[C, {f\ KQÒq tijv
ò[L(oyv^iav àvxi xov 'O naiv6\iEVoq) — ad Ucc. 712: 'Opéatiig \xaviav
7tQo07ioiov\ievoq èv x(ò axórei xoùg àv^QMKOvi; ànéòvev.
(2) In altre redazioni il nome varia. Si tratterebbe di Pandione.
Così in Apollodoro, onde attinge lo Scoliaste ad Aristofane, Acarn.
961 e Cav. 95. Basterà apportare il primo di tali scolii: xal aijOi(;
(rpr^ai Sé 'Ajro^iÀóòcoQog) oti 'OQéox^g iiexà xòv (póvov elq 'AOriva?
àq)ixófi£VO<g, fiv 8è eoQxri Aioxvoov ATìvaiou, d)g |it] yévoito acpioiv
ò\i6oKovòoq ttjrexTovÒDg xr]v \x'ì]xéQa, èiiiy/^avr\aaxo TOióvSe ri Ilav-
8Ì0JV yoà oivoD twv òaixviióvoìx éxàaTO) 7taQaoxì]aaq, è% aÙToO m-
veiv éxéÀevae fir)8èv vKO[iiyyvvxaq dX^rjXoK;, ax; fxr]Te aitò xov av-
xov XQUxfiQoq Jtiot 'OQéoxr[q \ir\xe èxeìvos axOoiTO xaO' auTÒv jcivov
[ióvoq. xaì òjc' èxeivcu 'AOrjvaioig éoQxi] èvopiiaOri oi Xóei;* toìjto
6' i]\iiv xal èv xolq JCQÓoOev (a Cav. 95) eiQriTai.
LA FESTA DEI BOCCALI. 2. 89
spiega tutte le usanze e i riti del tempo suoj o per dir
pili esattaineute, per ispiegare queste usanze e questi
riti, suppone ordini e disposizioni dell'antico re. Narra
dunque Fanodemo cbe il re Demo fon te, volendo dare
ospitalitfà ad Oreste, che era venuto a trovarlo in A-
tene, ma non volendo cbe egli si avvicinasse ai tem-
pli, uè che fosse compagno di libazione, non essendo
stato ancora giudicato, comandò cbe si cbiudessero tutti
i templi, e cbe si apprestassero boccali di vino, pro-
mettendo in premio una torta a cbi primo bevesse; pre-
scrisse cbe dopo aver bevuto i baucbettanti non collo-
cassero nei templi le corone, per essere stati nel bere
compagni ad Oreste, ma ciascuno la ponesse attorno al
proprio boccale e tutte, le corone si portassero poi nel
temenos di Limne, alla sacerdotessa di Dioniso, di poi
si versassero nel tempio i resti del vino bevuto (1).
Ecco dunque un Oreste sin dagl'inizii della cerimonia
dei Xósq; e credo mi si ammetterà facilmente cbe l'al-
tro Oreste, quello di Aristofane, cbe solca fingersi pazzo
(1) Fragm. hist. gr. I, p. 368, fr. 13 : ^^avéòriiióg (pr^ai Aii|.io-
cjpwvxa TÒv ^aoiXéa (3oD?.ó[Link] {in:o8é^aaOai .Tapayerój-ievov tòv
'OpéatT^v 'A0i')va^8, TZQÒq òk là lega ov OéXcov aùtòv .TQoaiévai, ovò'
óiió[Link] YevéaOai j^i)]n;(o SixaaOévia, éxéÀeuoe [Link])r\yai xe
xà lEQà xaì xóa oivou niagateOfivai, ecc. Cfr. Apollodoro, in Fragm.
hist. gr. I, p. 433; Scoi, ad Aristof. Acarn. 9Gl; Cav. 95 Suida ;
8. V. Xóeg ;
Plutarco, Quaest. conviv. I, 2 {Moral. G13=p. 742 ed.
Didot). Neil' Ifigenia in Tauride, 9t9-960 Euripide fa che Oreste
stesso racconti il triste caso toccatogli, e il banchetto cui egli as-
sistè in disparte da tutti gli altri, ed aggiunga aver saputo che
tuttora in Atene è diventata rituale quella cerimonia.
90 LA FESTA DEI BOCCALI. 2.
e derubare i passanti, iiou sia che il continuatore e rap-
l)resentante di quello. Fanodemo anzi avrà voluto spie-
gare l'uso per cui nella festa dei Xósg compariva que-
st' altro Oreste, e sarà ricorso alP Oreste mitico. Per-
chè il 12 del mese Antesterioue i templi erano chiusi ?
Perchè il re Demofonte non aveva voluto che vi en-
trasse Oreste, il matricida ! Perchè comparivano nella
festa persone che si fingevano pazzi furiosi 'ì
E perchè
si chiamavano Oreste ì Perchè nell'origine stessa della
festa vi aveva preso parte l'eroe Oreste. Perchè que-
ste persone potevano impunemente spogliare i vian-
danti ? Perchè tutto ciò che avesse toccato il matricida
era contaminato e doveva quindi essergli abbandonato.
Tali certamente erano le spiegazioni che dava Fano-
demo di questo strano uso dell' Oreste. Ecco come il
famoso ladro notturno dei tempi di Aristofane sparisce:
rimane un i)articohire del rito. — Si può esser sicuri
che la spiegazione non fu escogitata da Fanodemo. Essa,
chi ben guardi, è in Aristofane stesso. Nell'ultima parte
degli Uccdlij prima che giunga Prometeo a complot-
tare con Pìstetero un'azione a danno degli dèi, il Coro,
qnasi per annunziarne la venuta, parla degli eroi. E
cosi dice (1482-1493): « V'è una terra lontana, presso
le tenebre, i^riva di ogni face. Quivi insieme con gli
eroi gli uomini siedono a mensa e conversano, fuorché
di sera. In quest'ora non sarebbe sicuro fare incontri.
Giacché S') alcuno dei mortali di notte s'imbattesse nel-
l'eroe Oreste, ne sarebbe spogliato e ferito in qualche
parte vitale del corpo ». Lo Scoliaste per giustificare
lo scherzo dice che qui Aristofane ha chiamato eroe
LA FESTA DEI BOCCALI. 2. 91
l'Oreste dei suoi tempi per omonimia con V Oreste fi-
glio di Agameiinoue. Ed agginiige poi che gli eroi souo
iracondi e tristi con quelli che ad essi si avvicinano,
come dice Menandro nei Si/nephehi (1). Ora in verità
Aristofane non dice che gli eroi sieno iracondi e tristi
cou gli uouìinij dice anzi il contrario; giacché gii uo-
mini in quel luogo lontano possono banchettare e cou-
versare con gii eroi siuo a sera; ma a sera poi se qual-
cuno s' imbatte nell'eroe Oreste^ gli capita il malanno.
A me par cbe qui Aristofane espressamente dica clie
quell'Oreste, che è pazzo furioso e pericoloso di notte
ai viandanti, è veramente, nel senso religioso, l'eroe an-
tico e cioè P incarnazione di esso. Fin dai tempi di
Aristofane dunque si ricollegava lo strano uso dell'O-
reste, notturno grassatore, con la leggenda dell' eroe
antico; ed Aristofane ne prese argomento alla sua pa-
rodia comica per mettere in guardia gli uomini contro
tal razza di eroi.
Ma che è poi mai questo passo così oscuro degli
Uccelli aristofanei ? Qual'ò questo luogo lontano, i)resso
il regno delle tenebre, e privo di ogni face (1482 1484)?
E che significa che gii uomini vi banchettano tutto il
giorno con gii eroi, eccetto !a sera?
È da notare che la cerimonia dei Xóeq prosegue tutto
il giorno, ma finisce alla sera, perchè è continuata dal-
(1) Ad Ucc. 1490 : et yàg èvTTjyoi ne, fjQcoi: "HQ(oa aùtóv cfTiat
ÒKÌ TT]v ófiwvDjxiav T))v ."Toòg TÒv 'AyotiiÉfivovog mòv '0()ÉaTì]v. Oì
fJQcoeg 8è SvaÓQYT'^oi [Link] j^aA,8n;oi rolg èf^ute^d^ovoi YiyvovTai, xa-
6a:i:eQ MévavòpOs èv Suvecp/ifioK;.
92 LA FESTA DEI BOCCALI. 2.
l'altra cerimonia (1) dei XuTpoi, la festa delle marmitte.
Aristofane stesso cita le due feste insieme, come con-
tinuazione l'uua d(^iraltra: Acarnesi 1076: 67:0 zoòc, Xóaq
xai XuTpou^. E Didimo espressamente attesta (2) : èv
|[Link] %£pa àyovira!. ol ts X'JTpoi xai ol Xósc; èv 'AO-/]vai(;. I
XuTpoi erano festa funeraria, e cioè l'offerta delle mar-
mitte con i cibi bolliti alle divinità dei morti, e piìi
propriamente a Dioiiysos e ad Hermes Obtlionios (2).
E probabilmente carattere funerario aveva tutta la fe-
sta degli Antbesteria (3). Ora il luogo lontano che è
presso al regno delle tenebre, e dove non sono faci (4),
(1) La festa dei Xijtqoi si celebrava di notte, e cioè nella notte
che seguiva al giorno dei Xósq. L' interpretazione giusta dello
Scoi, ad Aristofane, Rane, 218 secondo il cod. Ven. Marc. 475,
di cui il cod. Ravennate non è che un iinj)erfetto riassunto) vedi
in Foucart, Le culi e de Dionysos, p. 134.
(2) Presso lo Scoi, agli Acarnesi, 1076, e Snida sotto v. Xxjtqoi.
Tanto gli Scolii quanto Suida attingono a Didimo, che è citato
dagli Scolii, e a Teopompo, che è citato da tntti e due. Secondo
Teopompo gli scampati dal diluvio sacrificavano con tal festa ad
Hermes, l?.aoxojAévo'u<; tòv 'Egfif^v xal 7t8QÌ twv àjtoOavóvTcov. Di-
dimo nomina oltre Hermes Ohthonios anche Dionysos.
(3) Cfr. Harrison, Frolegornena io the Sindy of Greek licJigion,
Cambridge, 1903, cap. II. Diès, Le cyclc vrystujue, p. 30-31. Il
Foucart, che ammette il carattere funerario dei Xutqoi, lo nega
poi (p. 122) per i Xóeg. Ma troppi testi fan contro a tale opinione
(cfr. ivi, nota 1) ; ed il Foucart non è giunto a dimostiaro che
essi fossero interpretazioni tardive; né è punto vero quel che egli
dice, e su cui si fonda, che nell' epoca classica non si credeva
che le anime dei morti andassero vagando. Ma di ciò altrove.
(4) Ucc. 1842-4. Il Bakhuyzen, De jìarodia in com. Arisloph.
p. 97, accetta l'antica interpretazione, che si tratti del paese de-
LA FESTA DEI BOCCALI. 2. 9S
non può essere se non luogo di cerimonie funerarie. Si
tratta forse del temenos di Limnae. Ivi presso si ce-
lebrava la festa dei Xóeg (1), ivi certamente anche
quella dei XuTpoi, giacché Aristofane fa dire al coro
delle Rane (215 segg.) che esso canterà l'inno che già
fece risuonare per Dioniso Niseo a Limne (èv Aipaig)
quando turba ebbra di popolo va nel suo temenos, alla
festa dei sacri Xu^poi. Limne era luogo paludoso lon-
tano dalla città, ed ivi era il Dionysion. Si vede dal luo-
go degli Uccelli che nella cerimonia notturna non era
permesso accendervi fari (v. 1484 èv t^I Xu/vwv èp"r][[Link],
nel deserto d'ogni face) (2). Si trattava infatti di fe-
stività sacra ai signori delle tenebre. In questo luogo
dedicato alle divinità della morte e perciò vicino al re-
gno delle tenebre, si poteva tutto il giorno banchet-
tare con gli eroi, e cioè con Oreste; giacché il re De-
mofonte lo aveva ammesso al banchetto sacro, ed alla
prova dei boccali. Ma alla sera tutto pieno del vino,
egli era invaso da furiosa pazzia: allora cominciava il
suo vero carattere di Oreste ; ed era prudente scan-
sarlo, per non averne a provare le sanguinose carezze.
E la punta aristofanea sta proprio in questa rappre-
sentazione dell' eroe, ridotto ormai ad essere un gras-
satore notturno.
gli Sciti^ della regione degl' Iperborei, rammentata da Pindaro,
Pyth. X, 30. Ma perchè tal regione 8i abbia a dire ' deserta di
faci ' non so vedere.
(1) Fanodemo : .tgòg xò èv Ai|j,vaig TÉ^ievo? {Frag. Bist. gr. I,
p. 368, fr. 13).
(2) Franchetti, Gli Uccelli p. 107 (S. Lapi, editore).
94 LA FESTA DEI BOCCALI. 3.
3. Un'ultima osservazione che non riguarda più Ari-
stofane, ma riguarda i)ur sempre Oreste. Chi è vera-
mente costui ? Da tutta la dimostrazione fatta, risulta
che dopo la cerimoiiia dei boccali, vi era un uomo, il
quale assumeva il nome di Oreste, e si fìngeva pazzo
furioso, ed al quale era lecito e spogliare e battere i
passanti (1); di piti, che questo uso risaliva alle origini
prime della cerimonia. Il nome di Oreste non deve
preoccuparci: era un pazzo furioso? quindi era un Ore-
ste. Ed i teologi per ispiegare che ei fosse p}»zzo, e
che fosse dal popolo chiamato Oreste, ricorsero all'an-
tico eroe matricida. In verità il nucleo di tutto questo
racconto è un particolare della cerimonia, e che cioè
a sera un uomo nelle furie frenetiche del vino assa-
lisse, spogliasse e battesse i passanti. Si trattava di
una cerimonia di purificazione. É opportuno il riscon-
tro con ciò che avveniva nella cerimonia romana dei
Lupercali. In essa uomini nudi correvano e percotevauo
con sferze di cuoio chiunque venisse loro incontro (2).
Ed anche i Lupercali erano festa di lustrazione (3); e si
celebravano il 15 febbraio e cioè in uno dei dies fé-
(1) È da notare che a tutti quelli che prendevano parte al ban-
chetto dei boccali era lecito dall' alto dei loro carri inquietare e
motteggiare i passanti ; cfr. Suida : 'AOriviiai èv tt) tmv Xowv
éoQixi 01 xwfxd^ovteg èi/rì tòìv dfAa|o)V xovq àTcavxOSvxaq eo'[Link]Óy
Te xal èÀoiSÓQOUv. Fozio, 565: tà ex xcóv ài^a^cov oxóì^inaxa.
(2) Cfr. Plutarco, liom. 21 : y^H^'voì Totg oxijt£Oi tòv èji7ro8(ì)v
jiaiovxei;, Plut. Cues. 61.
(3) Vairone, L. L. VI, 34: lupercis imdis luatratur antiquom op-
pidum Falaiinum; Ovidio, Fasti II, 32.
LA FESTA DEI BOCCALI. 3. 96
rales che correvano dal 13 al 21 febbraio; erano dun-
que ancLe festa dei morti secondocLè abbiamo altrove
dimostrato (1) : erano anzi la cerimonia di lustrazione
durante la festa dei morti, giacché in onore degli dèi
inferi bisognava lustrare la terra, che era la loro sede,
e gli nomini che vi abitavano.
(1) Studii di antichità e mitologia (Milano, Hoepli, 1896Ì, p. 149-
172 : Le divinità infere e i Lupercali, e specialmente p. 170. A quel
che ivi (p, 171) è detto circa la coppia infera Lupercus e Luperca
o Lupa, circa la derivazione di tali parole dall'etrusco lupu ' mor-
to', e quindi circa il carattere e il significato originario della
Liqya romana, quale divinità infera della Terra Madre, mi piace
aggiungere ora un argutissimo riscontro, che mi è fornito da Sa-
lomone Reinach, Hn Eevue Archéologique, Paris, 1909, p. 421).
Lihilina è, com'è noto, divinità della morte, una specie di Afro-
dite funeraria, iTiixvn^ia. Gli antichi sognarono della sua connes-
sione con libido (Varrone, L. L. VI, 47), ma la derivazione vera
è dall' etrusco ìnpti '
morto ', che dette luputna, donde latinamente
libitina.
V.
Le nozze di Regina.
Sommario. — 1. La scena finale degli Uccelli. — 2. Il matrimonio
di Dioniso con Regina nella festa delle Antesterie. — 3. La Re-
gina nel passo degli Ucceìli. La divinità BaaiXt] o BaaiÀeia in
Atene.
Pascal— 7.
1. Alla fine della commedia degli Uccelli è la scena
del matrimonio di Pistetero con Regina {Ba(7L>.£ia). Quel
matrimonio era stato consigliato a Pistetero da Pro-
meteo, che per Pantico odio contro gli dèi si era fatto
spontaneamente consigliere di Pistetero e della nuova
città di NìibicncnUa. « Verranno, egli aveva detto, i
legati di Zeus e dei Triballi a trattar la pace con gli
uccelli; ma voi non concludete la pace fino a che Zeus
non dia lo scettro agli uccelli, e Regina in isposa a
te » cioè a Pistetero (vv. 1535 sgg.). Ed alla domanda
di Pistetero chi sia Eegina, risponde che è una bel-
lissima giovane, la quale somministra a Zeus il fulmine
e tutte le altre cose, i retti consigli, le eque leggi, la
moderazione, i cantieri, il pagatore pubblico, il trio-
bolo, le male parole. Alle meraviglie di Pistetero, che
gli domanda : « ma dunque gli somministra tutto ? »,
rincalza la sua affermazione dicendo: « se da Zeus la
otterrai, otterrai tutto » (1543). Durante le trattative
di pace si fa un grande e comico battagliare intorno
a Regina : « io lascio a Zeus la sua Era, dice Piste-
100 LE NOZZE DI REGINA. 1. 2.
tero, ma si dia a me in moglie la giovaDe Eegina 1 »
(1633 sg.). Ed infine la spunta, dopo un pò di tira e
molla; e la commedia finisce appunto con la cerimonia
nuziale di Pistetero con Eegina. — Ora anche noi, a no-
stra volta, domanderemo : chi è Eegina ? Lo scoliaste
antico dette ambigue e varie risposte, accennando pri-
ma ad una personificazione, e poi citando Eufronio, cLe
la faceva figliuola di Zeus, il quale le aveva, come ad
Atena, attribuito Pimmortalità; aggiunse che anche in
una commedia di Gratino compariva un personaggio
Ba(7t7.£ia, e che alcuni identificavano senz'altro Eegina
con la immortalità (1).
2. Leggendo la cerimonia nuziale di Eegina con Pi-
stetero, il pensiero naturalmente ricorre alla cerimonia
delle Antesterie ateniesi, nella quale si celebrava il ma-
trimonio di Dionysos con la Eegina. Di cotal rito ab-
biamo sicure testimonianze, che ci scorgono anche a
ravvisare il significato di esso ; e perciò le esporremo
qui brevemente. L' autore del discorso contro Neera
dice che Fano, che aveva sposato Parconte re, fu da'ta
in isposa a Dioniso (2). Un passo della Uokizzicc di Ari-
(1) Scoliaste a Uccelli, 1536: xal ttjv Baadeiav ooi yi'vaix' exeiv]
2o)|-iaT07cot£i TTiv BaodeiVxv avxò xò 7CQcly\ia ox; yuvalxa. EvcpQÓviog
ÒTi àiòc, hvydxriQ f) Baadeta, xal SoxeX xatù tò xi\v cxOavaaiav av-
TQ olxovo[^i£lT, f^v naQÙ BayiyyUòxi i] 'AOi]|và tm TvÒeX
èysi xal
bdioovoa TT)v àOavaaiav. coti 8è xal nuQÙ Kgaxivtp f| BaoiXeia*
EVioi 8è aÙTTjv à6avaoiav xaXovoi.
(2) In Neaeram 73 e 118 èleSóOr] xw Aiovvato y\m\. 76 xr)V xq)
Aiovi'ao) SoO-riaoj^ttvriv y\y\'aly.a. — Cfr. Esichio, ^iovvoov yà\jioc; xr\c,
xoù |^aai?.fwg yv\u.\y.òc, xal xov Oeoì) yivzxai ydfiog.
LE NOZZE DI REGINA. 2. 101
stotele anche parla di questo matrimonio della Regina,
ed aggiunge clie la cerimonia si comi)iva in un luogo
presso il Pritaneo, detto BguxóXlov (1). Il matrimonio
dunque avveniva non nel tempio, bensì nella casa nu-
ziale, dove era trasportata per Pocjcasione V immagine
del dio; e d'altra parte se si considera clie Aristotele
trae dii questa cerimonia un argomento per Panticliità
della carica di arconte-re, si può giudicare a quale an-
tichità rimonti tutta intera la religione del Dioniso di
Limne (2). La Regina, oltre la cerimonia delle nozze,
ne compiva un' altra molto importante, quella dei riti
segreti; cerimonia che si celebrava nel Dionysion, il piìi
antico e venerando tempio di Dioniso in Atene, il 12
del mese Antesterione (3). Di questa cerimonia ci dà
qualche informazione il discorso del ps. Demostene con-
tro Neera (4).
Xe risulta che la Regina offriva al dio un sacrificio
segreto a nome della città (sOus Tà àpp-/]Ta Ispà ÒTuep zr^q
Tzólzoic) \ essa sola aveva il diritto di entrare nel tem-
l)i(), e di vedere cose che agli stranieri erano inter-
dette e di couipiere cerimonie tramandate sin dagli an-
tenati, sacrosante e che non si potevano rivelare (irà
TcdcTpia Tà TTpòg Toùg Geoùg, %oXkù xoà &^{icc Y.oà àTTÓ^pYjTa).
(1) Aristotele, 'AOr]v. TioXixeia, 3 : ó {.lèv fìaoiXexx; elxe tò vùv
xaXov^evov Bovxó^iov, 7zKr\oiov xov JTQVTaveiov. or\\iEiov be' oxi xal
vOv yàg xr\q xov ^aoiXéoyg y^^^^'-^òg fj oufifxeilig èvraùOa yiyxexai
x(^ Aiovvacp >cal ó y'ÌFio?-
(2) Cfr. Foucart, Le culte de Dionysos, p. 130.
(3) Ps. Demostene, In Neaeram 76.
(4) Ivi, 78.
102 LB NOZZE DI REGINA. 2.
Il carattere simbolico del personaggio di Eegina in
tutte queste cerimonie non può sfuggire ad alcun os-
servatore; ma qual'è il significato di questa figurazione
simbolica ? Per alcuni l'unione del dio con la Regina
rappresenta il governo del mondo, da Zeus riservato
al figliuol suo (1); per altri la fecondità della terra da
Dioniso assicurata agli Ateniesi (2); per altri il ricordo
di un'antica unione del dio con una mortale o con una
dea, determinata variamente per Semole (3) o per Core (4)
o per Déméter (5). Non è qui il luogo di esaminare cia-
scuna di cotali opinioni. Certamente quella che piìi ba
le seduzioni o le sembianze del vero è che la Regina
dell'arconte simboleggiasse Déméter. Il Foucart invoca
il confronto con i drammi sacri di Eleusi. In quelli i
l)ersonaggi eran considerati essi stessi quali divinità :
« essi ne riproducevano, senza alterarli, parole ed atti.
E perciò appunto non erano attori, bensì membri del
sacerdozio eleusinio, che esercitavano cotal funzione ».
Il Foucart a rinsaldare la sua tesi avrebbe potuto forse
utilmente apportare come Dioniso e Déméter fossero
appaiati nel culto dei misteri a Lerna, secondochè ri-
(1) Aug. Mommson, Feste der Stadi Athen p. 395.
(2) Nilsson, Sttidia de Diovysiis atticis p. 118. L'idea del Nilssou
ha molto di vero per quanto riguarda quella specie di contratto
magico del popolo con la divinità, di cui le nozze erano appunto
sanzione.
(3) Maass, Orpheus p. 58.
(4) Gerhard, Griech. Myihol. p. 454.
(5) Foucart, Le eulte de Dionysos en Attique, p. 151. Il Foucart
è stato più sviato che illuminato dal confronto con i miti egizii.
LE NOZZE DI REGINA. 2. 103
sulta da più testimonianze (1), ed anche da una iscri-
zione che comincia (2);
(jTàdavTO AtjOlIi; £v xaTYjps'fsT B6[j.&).
Con tutto ciò, noi non crediamo die l' ipotesi sia
giusta e che nella moglie dell'arconte gli Ateniesi ve-
dessero veramente simboleggiata la divinità di Démé-
ter. Le particolarità stesse del culto si oppongono a
tale interpretazione. Come mai delle due divinità, Dio-
niso e Béméter, 1' una sarebbe stata rappresentata da
uua statua e l'altra da una i3ersona reale ? Nel dramma
sacro di Eleusi Zeus e Déméter erano entrambi per-
sone reali : Zeus era lo ierofante e Déméter la sacer-
dotessa ! Ma nel caso delle nozze della Kegina è piìi
che certo, che gli Ateniesi non pensavano affatto, che
sotto la i)ersonalità umana della Eegina si dovesse ve-
dere una personalità divina; mentre invece nei misteri
eleusini i gli spettatori, « non per l'illusione volontaria
del teatro, ma per un privilegio che lor conferiva il
compimento dei riti sacri, credevano assistere alla vita
stessa degli dèi ». (3)
Il ps. Demostene per ispiegare la parte della Eegina
nella festa delle Antesterie dice che anticamente, quando
in Atene era la dinastia, il ftfxaikzùq compiva tutti i
(1) Pausauia, II, 37, 1 sg.; Orelli, Tnscrqjt. 2361; C. I. A. Ili,
718 (Kaibel, Fpigr. 866).
(2) Fraeiikel, Inscript. graecac. (C. laser. <jr. Pcloi)onnesi et In^
sularum) I, p. 115.
(3) Foucajt, op. cit. p. 151.
104 LE NOZZE DI REGINA. 2.
sagriflzii e la donna di lui i riti piìi venerandi e se-
greti (1). È dunque una ragione storica ch'egli appor-
ta : niun sospetto egli ha che nel personaggio della
Eegina si debba vedere una rappresentanza diviua. Si
jDUÒ pensare che il primo significato sia caduto a poco
a poco in oblio nelle coscienze. Ma sarebbe rimasto
nelle forme esteriori del culto qualche segno di ono-
ranza divina al personaggio della Regina: ed oltre a ciò,
essa durante il tempo della cerimonia avrebbe proprio
assunto il nome di Déméter, come la sacerdotessa l'as-
sumeva ad Eleusi, e come il cultore stesso di Bacco,
il mystes, si chiamava pàxj^o^, appunto perchè penetrato
della natura divina del dio.
La spiegazione dunque del rito delle nozze noi cre-
diamo sia tutt' altra. Le nozze divine sono V essenza
stessa dei misteri sacri. I misteri consistono o nelPap-
propriarsi la natura e la forza del dio, mediante 1' as-
sorbimento delle varie sostanze in cui il dio risiede, o
nel propiziarne la potenza, concedendosi alla divinità
nelle nozze sacre (2). La Regina, come la donna più
elevata di grado sociale, ed in qualche modo P erede
delF antica assoluta potestà dinastica, era dunque un
simbolo, giacche rappresentava tutte le donne ateniesi,
che con Pofferta di sé stesse nelle mistiche nozze, pro-
piziavano il dio.
(1) In Neaeram, 74.
(2) Diès, Le cycle mystique, p. 36 e 40; Gnippe, Griech. Myth.
865 ; HarrisoU; Prolegomena, p. 564.
LE NOZZE DI REGINA. 3. 105
3. Ed ora torniamo al nostro primo quesito. Si rife-
riva dunque a queste nozze della Eegiua ateniese Ari-
stofane ? Per quanto 1' idea si presenti subito al pen-
siero, pure, dopo quanto abbiamo detto, crediamo do-
verla senz'altro eliminare. Anzitutto in Aristofane non
è questione di Dioniso, bensì di Pistetero, un mortale,
e di Zeus; poi, benché esplicitamente non sia detto, pur
sembra che la Regina sia considerata come divinità,
giacché Pistetero la contrappone ad Era, che egli la-
scia, bontà suo, quale moglie a Zeus (v. 1633); infine
la Regina deve essere datrice di tutti i benetìzii, come
appunto spiega Prometeo ( v. 1636 segg. ). IS^oi cre-
diamo sia da volgere altrove lo sguardo. I Greci ave-
vano appunto una divinità che essi chiamavano Bacri-
Xsia. Questa parola, in questa forma, o in quella affine
Badiliq, comparisce come soprannome di divinità (Era,
Artemide, Afrodite); ma la parola stessa, anche sotto
l'altra forma Baai^v], comparisce come nome di vera e
propria divinità. BaaiXeia è la divinità del mondo in-
fero (1), sulle tavolette auree pertinenti alla religione
orfica. Così nella prima delle tre tavolette Compagno (2)
si fa parlare il defunto, che a lei si presenta e la
chiama « la regina pura di quelli che abitano sotto la
terra » (xoOapà yOoviwv padtXsia). (3) Sulla tavoletta aurea
(1) Erronea è certamente l'opinione dell' Usener {Gòtternamen,
227), il quale vede in BaoiXeia la divinità del ciclo. Cfr. Kern,
in Pauly-WÌ880"wa, Real-Enlcyk. I, p. 44.
(2) Kaibel, C. I. G. I. S., 481 a.
(3) Cfr. nella «tessa tavoletta : òeajzoiyac; . . . .yjìoyiaq ^aaiKeiag.
106 LK NOZZE DI EEGINA. 3,
di Thurioi, i cui versi sono ispirati appunto alla reli-
gione orfica, anche è soprannominata '
Regina ^ la dea
del mondo sotterraneo (1). Un rilievo rappresentante
un banchetto funebre è dedicato tw ZsuBtc^uw xaì. tsi
^(XGikzioL (2); ora Zz6'E,i'k%oc, è certamente Hades, sopran-
nominato anche il yXuTÓ'KOò'koq. Sotto la forma BaaiXiq
comparisce questa medesima divinità in una iscrizione
tessalica, nella quale si impreca l'ira degli dèi contro
i violatori di un sepolcro, e cioè coloro che osassero
seppellirvi alcun uomo o donna che
altro,, sia: costoro
abbiano irato il Re Dio Massimo signore di tutto e
creatore di tutte le cose e gli dei tutti e gli eroi di-
vini, e la stessa signora Regina. Con queste parole si
vuol significare certamente la divinità sotto la cui pro-
tezione è il morto, quindi la dea del mondo infero (3),
Ba(ji>.£ia è dunque la regina del mondo infero e la
divinità dei misteri. Il Loeschcke volle identificarla con
la Gran Madre, la jjiyaXv) [j.Y]TY]p (4); ed il Kern (5) ag-
(1) /. G. S. 1, 641.
(2) Gonze, S.—Ber. Akad. Wien, LXXI, 1872, 320. C. I. A. II,
1573.
(3; Inscr. Gr. Voi. IX, Pars II, ( Ed. Otto Kcrn )
[Link] 1201 :
'Ev xauTTì TT] Oi'i'/.i] ovx e^eaTiv ovòèv aX'koy ovxe àvÒQo. ovxe yv-
vttlxa Tacpfjvai. 'Eàv bé zig uno\oi](i\g TO?t|iii'ioii dvolle, elei xe^o-
Xcofiévov BaoiXéa Oeòv néyioxov naxxoxQdxoQa axioxr^v òÀcov xal
Oeoùg :xà\xag xaì Ofov? fJQCoag xal aiJTriv xiyv 6éa:n;oivav BaaiÀiÒa
Òwx TÒ ajial [Link]'r]yoQevo()ai, exbqov ow/ia jieià toi)t(ov xeOfjvai;
(4) Vermuihuìigeu zur griech. Kunsigescìiichie und zur Topograiìliie
Athens. Dorpater Progr. 1884, p. 14 segg.
(5) Pauly-Wissowa, 1. e.
LE NOZZE DI REGINA. 3. 107
giunse clie da iscrizioni di Pergamo risulta come vi
fosse celebrato uq culto di misteri alla [jlyìt/)p -?) (33C(7i-
XzKX, (1). Ora a proposito di tali ideatificazioui, non bi-
sogna dimenticare una osservazione pregiudiziale: clie
esse sono opera della teologia e non bau che fare col
sentimento religioso popolare. Il popolo adora quella
tale divinità in quel tale santuario, con gli attributi,
che la tradizione le ha dato: il teoKogo trova che que-
gli attributi sono identici o simili a quelli di un'altra
concezione divina; ma provatevi a far sì che il popolo
accetti la sostituzione ! iSTel culto cristiano, ad es., la
Madonna è una sola ; ma il popolo di un luogo adora
la sua Madonna miracolosa, e ad essa eleva preghiere
e ad essa porta le offerte. Noi quindi non c'indugere-
mo più oltre a discutere questi tentativi d' identifica-
zione, che solo fanno scoprire le identiche forme nella
concezione popolare delle varie personalità divine, ma
nulla dicono per la storia reale dei sentimenti religiosi.
(l) Iscrizioui u. 334. 481-83. -Il Kern accetta l'ipotesi del Loe-
scheke clie a questa [leydXif] |-iì'itt|q si debba identificare la Regina
di Aristofane. In ogni caso noi crederemmo molto più naturale
identificarla con Demetra. Nel luogo delle Rane, ove si leggono
le invocazioni alle divluità del misteri, lacco e Demetra, quest'ul-
tima è invocata così (v. 382-385). aye vvv ÉTÉpav vuvcov I8éav xiiv
xaQjtocpÓQOv PaoiXetav, | Aij^t-nxQa Oedv, èjtixoa^oOvTeg ^aOéoig \ioX-
TioXc, xeXaòeìTe. | Aì'miixeQ, àyv'còv òqyuov |
avaaoa, oufuraQaaTdTei.
Demetra dunque, regina delle sacre orgie, è chiamata PaoiXeta !
Ma si tratta qui di un soprannome, comune, come abbiamo visto,
anche ad altre divinità. Del resto la Regina d' Aristofane ò bel-
lissima fanciulla; a Demetra si addice più il tipo di bella matrona.
108 LE NOZZE DI REGINA. 3.
La BoLGikzKx, aveva una personalità divina sua propria.
Sappiamo di un piccolo santuario che le era dedicato
nell'isola di Thera (1). In Atene fra il teatro di Dio-
niso e Pllisso fu trovata una iscrizione, dell'anno 418
av. C, la quale fa attestazione di un tspòv e di un
Té[j.£vog di Ba(7i>.Y) (2). Questa forma equivale appunto
all'altra Baailsia (3). BadXr] o BocGilzia è la regina del
mondo infero. In un rilievo votivo dedicato ad Hermes
ed alle Ninfe e trovato nel 1893, è rapf)resentata Ba-
giKy] e l'iscrizione ci assicura appunto che essa è divi-
nità sotterranea (4).
Come tale è anche divinità dei misteri; e Bs(77roiva è
chiamata nel culto dei misteri orfici (5) e [xy)ty)p nel
culto dei misteri di Pergamo (6). È dunque^ per così
dire, una variante di Kore o Persefone.
Certamente a questa BugìXziol si riferisce la parodia
aristofanèa negli Uccelli. L'ardimento del i)oeta attinge
fin le ascose profondità dei misteri sacri. Le attinge
(1) Inscr. Gr. Ivs. Ili, 416 : Geo. Baadeia, ecc. C. 1. G. II,
2465 e, Ross, Ann. dUnst. XIII (1841), 21; Preller-Robcrt, Griech.
Myth. K , tj50, 1 ; Gazetie Ardi. YIII (1883), tav. 37 ;
Keru, in
Pauly-Wissowa, l. e.
(2) C. I. A. IV, 2, 53 a. Cfr. Platone, Charmides 153 a: eig
TT]V xov TavQÉov TiakaioxQav X'ì]v KaxavxixQv xov rfig [Link]]q Ieqoù
eiof\)Sov (lez. del Wilamowitz, secondo il codice Bodleiauo).
(3) Cfr. Esichio I, 362, v. BaoO^r] : Baoi'Àr]" Bacicela. llo(poxXf\q
'Jcpiyeveia (Nauck'^, fr. 289). Stefano Bizanzio, sotto v. BaaiÀeia
xaià ov\akoi(pi\y ^aoiXr].
(4) Kern, in Pauly-Wissowa, v. BaGÌXr[.
(5) Tavoletta aurea Compagno, Kaibel, oj>. cit. 481 a.
(6) V. le iscrizioni di Pergamo sopra citate.
tfi ifOZZE DI REGINA. 5. 1Ó0
in una forma garbata e con allusioni un pò coperte^
giacché col culto dei misteri non era lecito senza gra-
vissimi pericoli trascendere a troppi scherzi. Pure, se
si guardi bene addentro al passo aristofanèo, è lecito
cogliere qualche perspicuo riferimento. La Regina, dice
Prometeo (1537) è una bellissima fanciulla^ il che ben
si adduce al carattere tradizionale delle divinità del
mondo infero (Kore, Persefone). Pistetero (v. 1633) la
contrappone in qualche modo a Hera^ la divinità del
cielo (1). Somministra il fulmine a Zeus, dice Prometeo
(1638)^ particolare questo che si comprende per chi
governa i regni tenebrosi, ove sono le mitiche fucine.
Essa dà tutti i beni, dice Prometeo ; se la ottieni da
Zeus tu avrai tutto (v. 1643). La dèa del mondo in-
fero è infatti protettrice della fecondazione terrestre ed
animale e datrice dei beni agli uomini. Infine la ceri-
monia nuziale che chiude la favola può essere una al-
lusione finissima, che forse per il carattere ascoso dei
misteri neppur tutti potevano ravvisare. Pistetero sposa
(1) Il coro nel cantare l'imeneo, mette anzi in rilievo il carat-
tere di dea olimpia, proprio di Hera : 1731 "Hga . . . 'OÀvfXJiiq:.
Basilela è, dice il poeta n;dQ88Q05 Aiòg (1755). Qualcuno inter-
pretò: ' figliuola di Giove ', unendo direttamente Paoi^Etav Aiòg, e
riferendo jrdQEÒgov a Pistetero, non a Zeus. La quale interpreta-
zione, diceva il Wieseler, Adv. p. 129 (presso il Blaydes, Comra.
p. 453), « eo ducit ut eum (Aristoph.) nullam nisi Minervam in
mente hahuisse probabile ducamus » ! Basileia si asside presso
Zeus, come ad es. Aixi] è n;dQe8Q0(; di Zeus (Plut. Mex. 52) o
^uveSpog Zrivóg (Sofocle, Edipo Col. 1384), anche essendo divinità
infera (Sofocle. Ant. 451 t] |\jvoixog tcùv xato) 6ecì)V Ai'xt]).
Ilo tB NOZZE tu REGINA. È.
dunque Eegina. Ma sposare la regiua del mondo in-
fero significava morire. E questo tanto più nel linguag-
gio dei misteri: alle mistiche nozze allude certamente
Pespressioue di una tavoletta aurea^ nella quale si fa
dire- al morto che egli è passato sotto il seno della
regina Ctonia (1). Naturalmente la divinità la quale è
considerata come nuova sposa del defunto è comune-
mente Persefone o Kore; tale è ad esempio nelP epi-
taffio di Adone di Bione (2).
In conclusione, Aristofane, dopo aver fatto trionfare
quelPinsigne gabbamondo di Pistetero, trova poi alla
fine della commedia il modo di mandarlo garbatamente
all'altro mondo.
(1) Kaibel, op. e. 481 a : òeonoiyaq ò'vnò xóXjtov èòvy xOoviag
PaaiXeiag.
(2) Cfr. Bione, Id. I, 54 e 94-96. Vedi anche Maass, Orpheus,
p. 219.
VI.
Zeus.
Sommario. — La figura di Zeus nel Fiuto, negli Uccelli e nella
Pace. — 2. Zeus irato. — 3. La potenza di Zeus.— Zeus adul-
tero. — 4. Gl'inganni e le trasformazioni di Zeus. — 5. Altre
parodie di Zeus.
1. Zeus La nella commedia aristofanea una figura-
zione arditamente comica. Egli è il nemico del genere
umano. Egli ba teso agli uomini ogni insidia ed lia
procurato loro ogni malanno per renderli infelici. Xella
prima scena del Fiuto, dopo cbe Cremilo e il servo suo
Carione, incontrato sulla via campestre un veccliio
cieco e male in arnese, han saputo cbe egli è Pluto,
Cremilo domanda al veccbio la cagione della sua ce-
cità. E Pluto così risponde (87 sgg.) : « Zeus mi ba
fatto cieco per odio contro gli uomini. Quando io ero
giovanetto^ minacciavo cbe mi sarei recato solo alle
persone giuste e sapienti ed a modo j ed egli mi ac-
ciecò, affincbè ninna io ne potessi ravvisare. Tanta è
l'invidia cb'egii ba degli uomini probi ! ». Al cbe Cre-
milo tra indignato e stupito osserva : « Eppure sono
solo gli uomini probi e giusti cbe lo onorano ! » (93-
94). E quando poco dopo Cremilo promette guarirlo di
sua cecità, Pluto ne è tutto sgomento, per il terrore di
Zeus. « Se Zeus sa le pazzie di costoro, egli dice (119-
120), mi annienterà », alludendo alle proposte di gua-
PA8CAL— 8.
1Ì4 ZEUS. 1.
rigione cLe gli fan Cremilo e il servo. Ed anzi esplici-
tamente dichiara (122): « io ho terrore di lui ».
Questa scena ne richiama subito al pensiero un' al-
tra, quella di Prometeo negli Uccelli (1494-1552). An-
che Prometeo, nel dare i consigli a Pistetero, dice tutto
tremebondo (1494) : « Purché Zeus non mi scorga ! »
Quel che è da porre in rilievo nella rappresentazione
del PUito è che Zeus vi è considerato come il nemico
degli uomini probi ed onesti. Il dramma eschilèo attri-
buisce bensì a Zeus carattere duro e spietato: ma al-
tresì nna intenzione di bene: Zeus avrebbe voluto mi-
gliorare la vita umana, togliendo via i cattivi e creando
una nuova umanità (Prom, 232 s.). (1) Invece nel Fiuto
Zeus figura come nemico dichiarato degli uomini giu-
stij afiSnchè essi non abbiano bene e fortuna Zeus ac-
cieca Pluto. É del resto una conseguenza logica delle
idee sulP antica felicità del secolo aureo; allora Pluto
era giovinetto e si recava presso i probi ed i buoni.
Poi, caduto il regno di Crono e cominciato quello di
Zeus, si scatenarono sul mondo tutti i mali e dominò
V ingiustizia. Lo stesso dramma eschileo sembrava in
qualche parte giustificare una tal concezione. In esso
il coro così canta (148 segg.) : « ì^Iuovi signori ormai
reggono l'Olimpo: Zeus governa capricciosamente, con
nuove leggi: quelli che prima avevano imperio or non
sono piùl »
(1) Sulla rappresentazione di Zeus nelle tragedie eschilee, credo
ntile rimandare al Terzaghi, Fronieteo, p. 67-68 (Firenze, dStuii
religiosi, 1904).
25 E US. 1. 2. 115
Questa figura eli Zeus sistematicamente Demico degli
uomini ritcìna anche nella Face. Quando Zeus sa che
Trigeo si sta adoperando a far ritornare la pace in
Atene, manda Hermes a Trigeo a minacciarlo di morte
(371-372). Ed Hermes va e dà il fatale annunzio; e
solo dopo molte lusinghe e molte promesse di donativi
s'induce a cooperare al trionfo della Pace.
2. Anche però l'altra concezione, che abbiamo visto
adombrata in un passo eschilèo, di Zeus che i)er isde-
gno ed ira contro i delitti dell' umanità^ vuole crear-
ne una nuova, dà occasione ad Aristofane di qualche
spunto e motivo comico. Negli Uccelli quando Tris ha
sentito da Pistetero che gli uomini non adorano più
Zeus, bensì gii uccelli, comincia a spaventarli con le
minacce (1238 sgg.), pronunziate con tragico tono: che
badi Pistetero a non muovere l'ira degli dèi, affinchè
la Giustizia col piccone di Zeus non sovverta e mandi
a rovina tutta la sua schiatta (1). Il piccone di Zeus
è il fulmine ; e la frase è parodia di altre di Eschilo
e di Sofocle (2) ; ed in questo caso la parodia risulta
tanto più salace, in quanto che si sa bene a che cosa
vadano a finire quelle minacce e come Zeus debba in-
(1) TJcc. 1238 segg.: 'Q ^cóqe jxcoqe, jatj Gecov xivei qppévag |
Aei-
vàg, ojiwg \i\\ oo\} Yévog JtavcóAEÒQOv |
Aiòc \iay.éìXr\ ;tàv avaaipéipEi
Ami, ecc.
(2) Eschilo, Agam. 535 : xaì TtavcóXEÒQOv [
aiJTÓxOovov TraxQwov
éOqujev Sófiov. 525 : Tpoiav xataaxdipavTa xoO 8ixr](pÓQ0u Aiòg
fiaxéXXx]. — Lo scoliaste antico : Tomo q:Tioi no.QÒ. xò 2oq:óxX£iov
« XQvofi fiaxÉXXxi Zr^vòg è%a\aoxQa(f^,
né 2 EU 8. 2. 3.
fine venire a patti con gli uccelli. Né allusione di gran
lunga diversa si ha nella preghiera di Trigèo, nella
Pace (v. 59) ; Zeus vuole togliere dalla Grecia tutti i
bricconi ? ma deponga la sua scopa, altrimenti minac-
cia di spazzarla tutta^ la Grecia !
3. La parodia della potenza di Zeus è negli Uccelli
e nel Pluto. Ed è parodia, sotto la quale s^ intravede
la soluzione piìi scettica, che mente di filosofo abbia
mai concepito. In sostanza per Aristofane Zeus è man-
tenuto in onore ed è temuto, solo per la stoltezza de-
gli uomini, che continuano a fargli sagrifizii. Baste-
rebbe dunque non offrirgli piti niente, per trarlo giù
dal suo trono. È un far capitolare la rocca per fame.
Ed alla fame cede infatti Zeus, quando s'induce a man-
dare ambasciatori agli Uccelli. Poiché questi hanno
messo casa nelParia, spiega Prometeo aPistetero(1515-
1524 degli Uccelli), ninno degli uomini fa più sagrifizii
agli Dei, né più sale ad essi il pingue profumo delle
carni arrostite^ gli dèi, senza offerta di vittime, digiu-
nano; gli dèi barbari, affamati, strillano come Illirii, e
minacciano Zeus. Di una simile rivoluzione nell'Olimpo
dà notizia Hermes nel Pluto. E come negli Uccelli la
messaggera Iris, per sgomentare Pistetero, comunica
le minacce di Zeus, qui nel Pluto é il messaggero Her-
mes che si assume tal parte (1107 sgg.) : Zeus, egli
dice, ha l'intenzione di rimpastarvi tutti quanti in un
catino e poi gettarvi giù nel Baratro; e ciò perchè sin
da quando Pluto ha riacquistato la vista ninno più
offre sagrifizii ai I^umi. Oh, le lunghe lamentele che
ZEUS. 3. 117
Hermes stesso fa delle condizioni, cui ormai egli è ri-
dotto, senza quelle offerte ! (1120-1138). Ma le minacce
di Zeus cadono invano; e come negli Uccelli Pistetero
celebra infine il suo trionfo, qui, nel Pluto^ Zeus, chia-
mato per maggiore ironia Salvatore^ è abbandonato da
tutti, fin dal suo sacerdote, che lascia il tempio, ormai
squallido e deserto, e si reca a Pluto, il nuovo dio, ed
api)rende.... che anche Zeus vi si era recato prima di
lui! (1178-1190). (1) E qual mai la cagione di tanto
tracollo ? É spiegata a lungo nel Pluto stesso. Con che
comanda Zeus ai Numi ì col denaro. E i sagrifizii co-
me li ha ì Li lia appunto in grazia a Pluto. Pluto è
autore di tutto, il bene ed il male ; è il piìi possente
degli Dèi (130-230). Ei)pure non era conscio della sua
potenza, perchè cieco. Eiacquistata la vista, egli si reca
solo presso gli uomini pii, e si vergogna anzi delle
pessime compagnie, che prima j^raticava senza avve-
dersene (774 sg.); i pii non hanno quindi più bisogno
di offrire sagrifizii a Zeus, gli empii non li offrivano
nepi)ur i)rima, e Zeus quindi muore di fame e deve
capitoh\re. Questa garbata finissima ironia non riguarda
la figurazione del tipo mitico, bensì il concetto stesso
del hi venerazione religiosa, che qui viene considerata
(1) Un altro detronizzamento di Zeus non riesce, quello delle
Nuvole (1468 8gg.). Doveva essere soppiantato da una novella
deità, il Turbine ; ma Strepsiade si accorge infine di aver fatto
male a dare un calcio agli antichi numi e ne chiede perdono ad
Hermes (1476 sgg.). Nella Pace Zeus è raffigurato come sceso giù
dal trono, giacché gli Ateniesi or non adorano che Polemo (IIó-
Xe^og).
118 ZEUS. 3. 4.
come uno sfi'uttameiito organizzato dai furbi ai danni
degli uomini pii e dabbene. Basterebbe cLe ci fosse
un pò di giustizia sul mondo, che i buoni non fossero
travagliati e godessero la prosperità meritata, che i
tristi fossero veramente miseri, basterebbe insomma
che Pluto aprisse gli occhi, per vedere crollare P im-
pero della religione. Ecco la tesi di questo i)reteso
conservatore, di questo cosiddetto spirito retrivo! Il
quale se col procedere delParte sua ha ormai dimesso
un pò di acrimonia nella satira politica, tanto maggiore
audacia ed altezza d'intendimento ha acquistato nella
satira religiosa e sociale.
4. Ma naturalmente anche la figura mitica di Zeus,
con i suoi attributi tradizionali, si prestò alla parodia
comica di Aristofane. Lo Scoliaste alla Pace (741), dice
che i caratteri tradizionali delle commedie sono quelli
di Eracle affamato, di Dioniso vile, e di Zeus adul-
tero (1). Aristofane non sembra avere dato gran rilievo
al tipo di Zeus adultero, probabilmente per quel disde-
gno delle vie troppo trite, per il quale egli si vantò
{Pace, 741 sgg.) aver coperto d' infamia e cacciato in
bando tutti quegli Eracli divoratori e quei servi fug-
giaschi, che formavano infatti le misere risorse del-
(1) Sono famosi i versi di Senofane circa le invereconde azioni
attribuite agli dèi :
jtdvta Oeoli; dvéOT)>tav "OfiTiQog 'Koioòóq te,
oooa tzuq' àvOQWJroiaiv òveibsa xal li^óyog èatl,
a'kÉTiXEW, iioiyeveiv re xai àkh']'kovq ourcaTeijeiv.
(presso Sesto Emp., Adv. Phys. I, 193).
ZEUS. 4. 119
l'arte comica (1). Ma naturalmente Zeus ne aveva fatte
tante, che pur mettendosi di proposito a non parlarne,
qualche allusione dweva pure sfuggire. E così nelle
Nubi (1080 sg.) il Parlare Ingiusto consiglia al giova-
netto che vuol menare bella vita e divertirsi, che se
gii accadrà di esser colto in fallo da un marito, porti
l'esempio di Zeus, per sostenere che non gli ha recato
torto : anche Zeus si dava sempre vinto a donne ed
amori. E così negli Uccelli^ e propriamente nel passo
in cui è indotto Pistetero a consigliare i provvedimenti,
perchè gli uomini sieno obbligati ormai a sagrifìcare
a^:::!! uccelli (554 sgg.), è detto che si deve ormai in-
tercettare il cammino ai Xumi, affinchè più non av-
vengano gli stupri delle Alópi, delle Sémeli e delle
Alcmene (2). E Pistetero prescrive anche, tra le altre
cose, che quind'innanzi chiunque voglia sagriflcare al
Re Zeus, sngrifichi anzitutto alPuccello archilo (lo scric-
ci(>lo), il cui nome rammentava quello di orchis^ e pareva
quindi un'allusione alle scappate amatorie di Zeus (3).
Aristofane adunque per il desiderio di non calcare
le vie comuni, non dette sviluppo a questa parte della
parodia mitica di Zeus, salvo<;hè forse nel Dedalo ; di
(1) Nella Nemesi di Gratino Zeus era camuffato da cigno, e rac-
comandava a Leda l'uovo perchè lo covasse; nella Notte lunga di
Platone comico eran rappresentati gli amori con Alcmeua, nel-
V Europa la trasformazione del dio nel toro, per amore della ignara
fanciulla, ecc.
(2) Delle favole qui accennate la prima non riguarda Zeus, bensì
gli amori di Poseidone con Alope.
(3) Scoi, ad Ave8. 568.
120 ZEUS. 4.
cui parleremo tra poco. Ben altrimenti era trattato il
dio da altri comici ; ed anzi sappiamo che uno di essi,
Teleclide, prendeva occasione ai suoi scherzi anche da^ii
amori puerili di Zeus (1), dei quali anche probabilmente
trattava la commedia Ganimede di Alceo.
Ma per molti altri rispetti Aristofiine si fa giuoco
del re degli Dei. La fiaba degli Uccelli si conclude in
sostanza con lo spodestamento di Zeus: tutte le armi
di costui, folgori, fulmini e tuoni sono attribuiti a Pi-
stetero (17481754). E nelle Vespe, Filoc^eone (2) il tipo
del fanatico di processi assomiglia sé stesso comica-
mente a Zeus (619-625): « Non ho io un grande impe-
rio, che non è punto inferiore a quello di Zeus! Giac-
ché io sento di me quel che Zeus sente di sé. Infatti
se noi facciamo rumore, ciascuno dei passanti dice: co-
me tuona forte il tribunale, o Zeus re ! »
Ma a Zeus era dedicata una commesiia or perduta
di Aristofane, il Ao^.ihodoq (3). Ed in questa commedia
il dio era proprio trattato assai male. Zeus con Paiuto
di Dedalo assumeva varie forme e compiva ogni sorta
d'inganni, imbrogli e tradimenti. Sappiamo anzi che vi
era chiamato Eòpu[3aTog. tipo di uomo frodolento e im-
(1) Pollux, 3, 76: ó [lévxoi Tiaiòégctìq Zevg naqà icp Trì^ex^eiòn
jTÉJraixTai.
(2) Filocleone è il popolo Ateniese, amante di Cleone. E Cleone,
per l'eloquenza rumorosa appunto, oltreché per tutto il resto, era
deriso da Aristofane e chiamato col nome di un fragoroso tor-
rente, il Kv'iilo^ÓQOC,, nei Cavalieri (137), e in un frammento di
commedia perduta (fr. 636 Kock).
(3) Cfr. i frammenti (14) in Blaydes, Fragm. p. 90-95 in Kock, ecc.
ZEUS. 4. 121
broglione; e Snida, per ispiegare appunto la voce Eò-
pupaToq, ci dà qualche notizia sulPargomento della com-
media; un'altra piccola notizia aggiunge anche lo Sco-
liaste a Luciano (1).
In quale relazione fosse questa commedia col AaiBa-
Xoc, tragedia di Sofocle, non potrebbe dirsi. Certo
molta relazione aveva la commedia aristofanèa con al-
tra simile di Platone comico: il passo di Clemente Ales-
sandrino che ciò attesta non ci fa comprendere se fosise
Aristofane o Platone il plagiario ( Strom. VII, 753 ) :
nXdcTwv Bs 6 >ta)|JLixòg v.oà 'ApKJTO^dcv/]^ sv tw AaiBocXo) Tà
àlX'fikoò'j 6(paipoUvTat. Comunque sia, il soggetto delle tra-
sformazioni di Zeus poteva fornire ampia materia di
scherzo comico. Giacché quelle trasformazioni erano pa-
recchie: in cigno per amor di Leda, in toro per amor
di Europa, in satiro per amor di Antiope, in oro per
amor di Danae. Tra queste la favola del cigno e del-
l' uovo di Leda fu la più gradita ai comici ; ed uno
dei frammenti appunto della commedia ad essa si ri-
(1) Suida, ExiQv^axog: :io\r\QÓq — xal 'AQiaTqpdvTi(; AaiSctXcp ijjto-
6é^ievO(; tòv Aia elq noXkà eavròv [iexa^uX'koxTa xal :rXoiJTOi>vTa
xai .TavovQYoijvTa. El 8r| xiq ufxcòv elòev EvQu|3aTov Aia.
Schol. Luciani Alex. e. 4. ó 8è 'EvQvfiaToq o)? :ra)VT]QÒ<; xal :ta-
voC'QY^?, ^QÒq 8è xaì xal n:Qo8ÓTT)g eìadyeTai 'ApiaToqpdvei T(p xco-
(xixq) xal AtìliooOévì^ to) qì'jtoqi. —
Nulla di nuovo aggiunge Eusta-
zio (1864, 31). Euribato e BYinonda erano tipi proverbiali di bric-
coni; cfr. Eschine C. Ctes. 137: àXX' olfiai, ovxe ^Qv\'ióyòaq ovx*
EvQv^axog cut* ulloq oùSelg tcòv n;[Link] JtovriQtóv TOioÙTog ^ayog
xal yór]q ève veto.
122 ZEUS. 4.
ferisce (fr. 237 Dindorf, 186 Blaydes) (1). In questa
commedia dunque campeggiava sulla scena lo Zzòc, \koiy6q
della costante tradizione comica ; ed uno appunto dei
frammenti a ciò si riferisce (236 Dind.^ 185 Blaydes):
YlÓLGCCiq yuvai^tv l'È, svóg ys tol> TpÓTUOU
Ancora una osserv- azione. In Aristofane si ritrovano
qua e là, senza ombra di x)arodia comica (2), e specie
nelle parti corali, gli epiteti più onorandi della divi-
nità di Zeus ; cosi Trupì. (p'Xsyó[Link] (Lisistr. 1282), j3a-
aiXzùq (Nubi 2, 153 ; Vespe 625), 'O'kùik'Kioq (Nubi 306,
817; Ucc. 130), 'EXT^àviog fOat). 1253), TuayxpaxY)!; (Thesm.
368), BiÓTrTY]^ xai xaTrÓ7rirY)g (Acarìi. 435), Oswv Tupavvoq
(Ntib. 564), ecc. Ma pure, anche dagli epiteti di Zeus
(1) Contiuiii sono i rapporti di queste farse mitiche con le rap-
presentazioni fliaciche; di che vedi il Romagnoli, Elementi ed ori-
gine della commedia di Aristofane, in Studii italiani di Filologia
class. XIII, 86 sgg., P Introduzione alle Commedie di Aristofane
tradotte, I, p. XXXVI sgg., Soggetti e fantasie della commedia at-
tica antica f p. 29,
(2) Così non pare che ahhia intenzione parodica il passo degli
Uccelli, nel quale si descrivono le nozze di Zeus e di Hera (1731-
1741 ) ; sì però quello delle Nuhi ( 904 sg. ), nel quale è ram-
mentato come Zeus mettesse in catene il padre suo e non ne
fosse punito; e il passo della Face, 133 sgg., nel quale, paro-
diando la favola dell'aquila di Zeus, Trigeo spiega alla figlia che
una volta lo scarafaggio salì sino al cielo, e si accoccolò in grembo
a Zeus, lasciandovi le uova; e quello degli Uccelli (865) nel quale
per la fondazione della nuova città si fa invocare non Zeus del
focolare, bcusi il Nibbio nume del focolare, il nibbio, uccello
rapace.
ZEUS. 4. 5. 12S
Aristofane trasse una volta occasione ad uno scherzo
feroce. Nella Pace (42) mutò Zslk; xaTai(3àTY](; in Zsòq
(jxairaipàTYig, da (jxwp, (jxaTÓq '
fango ' !
5. In altra commedia perduta, i TayYìvidTai, induceva
il paragone tra ID^ooircov e Zsu^, scherzando facetamente
sopra i due dèi : egli metteva in relazione HXoijtcov col
nome TuXouTog ^ ricchezza ', e confermava l'osservazione
col notare che dei due piatti della bilancia quello pieno
va in giìi e quello vuoto va in alto, verso Zeus !
(1)
IN'è reverente certo per Zeus è tutto il dialogo che
si legge nelle Nubi (386 sgg.) circa i tuoni ed i ful-
mini di Zeus. Aristofane, come suol fare, pone anche
in bocca ai personaggi che egli dileggia e schernisce
cose sentiate e che colpiscano altri in i^ieno petto^ così
come tante idee seunate pone in bocca a Lisistrata. E
qui è Socrate che vuole dimostrare a Strepsiade che
non è Zeus che scaglia giù i fulmini e che questi non
cadono sugli spergiuri. La dimostrazione è trionfale ;
com'è mai che non ha ancora colpito Simone e Teoro
e Cleonimo (v. 398 sgg.) ? E com'è mai che fulmina i
suoi stessi templi e Sunio e le alte querce ì Spergia-
ran forse le querce ? ( 401-2 ). Strepsiade si arrende a
Socrate, o meglio ad Aristofane ! I medesimi argomenti
e pel medesimo fine apporta Lucrezio (VI, 416 sgg.) (2).
Se qui il fulmine di Zeus serve ad una critica, che
(1) Presso Stobeo CXXI, 18 (IleQl auYXQiaecog ^coii<; xai Gavatou).
(2) Cfr. anche Seneca, Nat. Quaest. 2, 24 : « quid euim tam
imperitum quam credere fulmina e uubibus loveiu
est, mittere,
columuas, arbores, uonnunquam statuas suas petere ? »,
124 ZEUS. 5.
non riesce meno spietata e stringente, solo perchè at-
tribuita ad un avversario, per contro nella Pace serve
ad una. fiera parodia. Trigeo dopo esser montato al cielo
e aver concliiuso il matrimonio con Pomoua, chiama il
suo scarafaggio per ritornare a casa (720 sgg.). Ma sa da
Hermes che non e' è più j
perchè è andato ormai sotto
il cocchio di Zeus, ed ivi gli porta i fulmini, ed ivi
liba Pambrosia di Ganimede. Sicché Hermes deve cer-
care altro mezzo, non ben chiaro, per discendere (1).
Non è possibile non ravvisare una intenzione ironica
in quello che gli uccelli promettono agii uomini circa
il governo che essi terranno (Ucc. 726 sgg.). Essi di-
cono che non audranno a nascondersi superbamente
tra le nuvole, come fa Zeus; ma invece presenti sulla
terra daranno agli uomini ed ai loro figli ed ai figli
dei loro figli ricchezza, salute^ felicità, vita, pace, gio-
vinezza, riso, danze, conviti e latte d'uccelli I Quello
Zeus inaccessibile, nascosto nelle impenetrabili profon-
dità dei cieli, era troppo lontano, troppo indifferente
alle sorti umane; nella Face (207 sg.) il poeta dice che
gli dèi si sono rincantucciati più su, quanto han po-
tuto, nei cieli, per non veder combattere gli uomini e
non sentire le loro suppliche ; e negli Uccelli stessi
(v. 1607) dice che ora^ nascosti sotto il riparo delle
Nuhi^ i mortali possono impunemente spergiurare !
(1) Della |LiT|xavo7T;oia della Pace e specialmeute di questa di-
scesa, operata sul teatro, molto fu disputato dal Richter, dal
Paley, dal Robert, ecc., nei riguardi dei mezzi scenici degli an-
tichi : le loro opinioni riporta ed esamina Van Herwerden,
il
*AQiaTO(pdvov(; 'EilQr\\y\. Lugd. Batav. 1897, Praef. XIX-XXXIX.
VII.
Er a e 1 e.
Sommario. — 1. Il tipo di — 2. Il disde-
Eracle nella commedia.
gno di Aristofane per questo tipo convenzionale. — 3. Eracle
neW Alcesti euripidea. — Eracle divoratore. — 4. Eracle nelle Bane
e negli Uccelli.
1. Uno dei tipi divini piti caratteristici e piìi accetti
all'anima popolare era certamente quello di Eracle. Un
tipo, in fondo, di bonaccione, i)ronto ad accorrere in
altrui difesa, amatore di donne, infaticabile nel durare
i disagi i)iìi aspri e nel perseguire le imprese piìà ri-
schiose; pieno di furie tremende nelle lotte e di slanci
generosi nelPaccingervisi. Ma egli era il lottatore im-
perterrito e il vincitore; egli era il difensore degli uo-
mini e degli dèi (1), ed è naturale quindi che ad un
tal tipo arridesse il favor popolare (2).
La commedia non doveva fare che mettere in parti-
colare rilievo alcune caratteristiche del dio per trarne
(1) Cfr. le Eoeae esiodee, Scudo, 27. Eracle era invocato come
d^lixaxog ed a Kos aveva il soprannome di "AXelig.
(2) Cfr. Wilamowitz-Moellendorff, Eerakles, Zw. Bearh. (1909),
p. 37 : « (i?we|ixaxo5 ist das beiwort, welches das wirken bezeich-
net, das der Athener von Herakles er-^artet ; xaXXivixog ist das
beiv\ort, in welchem er seine gottliehe verklaruug ausspricht. ó
Tov àiòc, naiq xaXXivixog 'HpaxXfig EvGdSe xaiDixel' fAT]8èy eìaix co
xaxóv schreibt der Athener auf seine schwelle : damit ist allea
wesentliche gesagt ».
128 fi RACLE. 1. ^.
V effetto comico. Questo tipo di prodigiosa forza e di
immani membra non doveva esser molto fino d' intel-
letto : indi quella figura così grossolana, che compa-
risce sulla scena comica. Insieme con la forza straor-
dinaria e con la incredibile resistenza alle fatiche, do-
veva esser congiunto un formidabile appetito j ecco il
tipo di Eracle divoratore che vuota tutte le marmitte.
Di pili questo eroe, nelle avventurose vicende di sua
vita, era stato preso spesso da furie tremende e for-
sennate: ed anche la tragedia aveva reso tradizionale
il tipo delP 'Hpuyikfiq [[Link]ó[JL£vo(; (1) ;
quelle furie dove-
van produrre naturalmente negli altri effetto di ter-
rore e di fuga tremebonda; ed ecco un^altra fonte ine-
sauribile di ridicolo. Così si andò delineaudo con tratti
precisi, e che rimasero costanti, il tipo di Eracle nella
commedia.
2. Aristofane nella prima Parabasi della Pace parla
con disdegno di questo tipo convenzionale di Eracle nella
commedia. Egli si dà, tra gli altri vanti, quello di
avere bollato d'infamia e cacciato in bando tutti que-
gli Ercoli divoratori, e quelli sempre affamati, e quei
tipi di fuggitivi, d' ingannatori, di presi a nerbate, di
servi, ecc. (741 segg.):
(1) Pandokeutria delle Eane 564, ricorda le furie di Eracle lag-
giù nelP Ade : xal tò ^l'cpog y' eoJiàTO fxaiveaOai Soxcàv. É da esclu-
dere però un'allusione diretta all' 'Ilpax^fig ^.aivójxevog euripideo;
cfr. Wilarnowitz-Moellendorif, Herakles, (Zw. Bearh.), p. 137, no-
ta 31.
BRACLE. 2. 129
Probabilmente si ha qui allusione ad Eupoli e a Gra-
tino, i quali avevano forse troppo abusato di siffatto
tipo (1); ed alP uno o all' altro si accenna anche nelle
Vespe (60), ove si parla con certo disdegno di uno dei
motivi comuni, e quasi convenzionali, della commedia:
Eracle defraudato della c(3na CHpazlYiq irò BsTtuvov è^aTua-
Toj[j.£voq). Si tratta^ come spiega lo Scoliaste (a v. 60)
di Eracle invitato a cena e clie poi monta in collera,
perchè tardano a portargli i cibi. Ad ogni modo Ari-
stofane stesso rappresentò il tipo di Eracle ghiottone
e divoratore anche nelle Rane, negli Uccelli^ di cui to-
sto vedremo, e nella perduta commedia Alo>.0(7txa)v (2).
Ad un grosso convito, cui occorra tutta una notte, si
riferisce un frammento superstite di questa commedia (3).
11 suo vanto e il suo disdegno non è dunque del
tutto giustificato. Si può pensare ad una discrezione
maggiore nelP uso di siffatti tipi, ma non si può dire
0*
(1) Scoi, a Pac. 741: xo\)C, 'Kpax^éag : (Mcìtteiv tò 'xoX'kò. èa-
6i£iv. òjiò xf\q ^aTTo^iévT|g ^vfiTig. alviTTEiai 8è laùra el<; Ei5;roXiv,
oq èn;oiTiaev 'HgaxXéa Jietvcjvra xai Aióvvaov 8ei?.òv xai Aia {.lotxòv
[Link] 8oìjXov xXai'ovta. xi\èq 8é cpaoiv elg Kpatlvov aìviTTeaOai, wg
TOtaÙTa Jioioùvia ÒQd[iaxa. è:ie:i6kaoE 8è TaOia tote tà h]iinaxa.
(2) Scoi, a Pac. 741 : xal avxòq 8È ó 'AQiaToq)d\i]g (hq yaoxQi-
HttQYOV TÒv 'HQay.kéa xa)|.iq)8El xal èv "Opviai xal èv AloXoaixcovi.
(3) Presso Ateneo, VII, 276 C. Vedi Blaydes, Ariafophanis Frag-
menta (Halis Saxonum, 1885), p. 4.
Pascal — 9.
130 ERA e LE. 2. 3.
che li abbia addirittura cacciati iu bando. Ed anche
gli altri vanti clie in quella Parabasi Aristofane si dù,
non rispondono interamente al vero. Egli dice di aver
rimosso dal teatro i servi maceri di busse,
che fiottando
Sempre uscian su la scena, sì che delle percosse
Beffandoli un compagno, Misero, che t'occorre?
Gli dicesse. Qualche istrice ti piombò sulle coste
E a ferro e a fuoco il dorso ti mise ? Tai zavorre,
Tali sconcezze ignobili tenne da sé discoste.
(Trad. Romagnoli)
Opportunamente osserva a tal proposito il Roma-
gnoli : « A dispetto di simil protesta, appartengono
proprio a questo genere i duetti clic aprono i Cavalieri,
le Vespe e la Face, e che, come ricordano assai preci-
samente quello biasimato da Aristofane, così rassomi-
gliano, anzi son quasi identici Puno all'altro, rivelando
anche in ciò il loro carattere convenzionale » (1).
3. DionivSO nelle Eane vuole trarre sii dalle ombre il
suo poeta prediletto, imitando Eracle. Ora appunto quel
poeta aveva lappresentato Eracle, che trae dalle om-
bre dicesti, per gratitudine verso Admeto.
Le superbe ambiziose parole, con le quali Eracle an-
nu nzia il suo indomabile proponimento, si prestavano,
I)er più di un verso, alla parodia comica. « Io andrò,
egli dice (2), e apposterò la Morte, che tiene impero
sui defunti, cinta di neri veli : la troverò, penso, vi-
(1) Cfr. Romagnoli, Le commedie di Aristofane, I, p. 101.
(2) Alceati, 843 sgg.
KRACLE. 3. 131
ciiio al tumulo, a bere il sangue delle immolate vitti-
me. E se, tese a lei le insidie, sUinciandomi dal mio
a<^gnato, la potrò afferrare ed avviugliiarla colle mie
braccia, non v^ è chi possa cavarmela dalle unghie, di-
vincolandosi coi fianchi, prima che rilasci in mio \)0-
tere la donna. Ohe se mai resterò defraudato di que-
sta preda, e la Morte non trarrà alla sanguigna liba-
zione, anderò laggiuso alle tenebrose stanze di Perse-
fone e del Rt3 e la richiederò, e confido che ricondurrò
sii Alcesti ». E in fine del dramma infatti Eracle
narra all'attonito Admeto la sua vittoria sulla Morte,
su Thanatos, ghermito con stretta poderosa, sbucando
fuori dall'agguato (1).
Ohe anzi nelP Alcesti tutta la rappresentazione del
carattere di Eracle ha particolari ridicoli e rammenta
la commedia. Eracle giunge nella casa desolata di Ad-
meto, e gli si prepara subito il banchetto, ed egli beve
allegramente, e s'incorona, e suona e gavazza e se la
prende col servo, che egli vede scuro nel viso, e gli
ordina di scacciare i tristi pensieri e di divertirsi con
le donne e col vino, di cingere alla fronte una ghir-
landa e di essergli compagno nel bere ( v. 779 796).
Tanto si era fissata nella tradizione questa figurazione
un po' ridicola di Eracle, da invadere anche il camino
della tragedia! (2)
(1) Alcesti, 1140-1142.
(2) Hild, Aristoph. impietatis rcus, p. 53 chiama a torto 1' Al-
cesti una tragedia comica, ma giustamente osserva che Euripide
in essa « solitam eius (Herculis) roracitatein non dubiiavit gravissi-
mo argumento consociare ».
Ià2 E RAG LE. 3.
Questo tratto dunque della grossolana ghiottoneria e
della prodigiosa voracità di Eracle, era nel sentimento
popolare. Anzi era uso ad Atene eleggere in ciascun
l^igo della città dodici uomini clic in un determinato
giorno banchettassero nel tempio di Eracle in onore
del dio (1). Questi si chiamavano i '
parasiti '
di Era-
cle (2), o AaiTalsTt;, sui quali è insigne un frammento
di Diodoro, poeta della commedia di mezzo (3); e Aai-
TO(Xztq era anche intitolata la prima commedia di Ari-
stofane (4), nella quale certo non dovevano mancare
frequenti allusioni ai colossali banchetti del dio (5).
La figura straordinaria del dio, nelP atto della sua
(Ij Cfr. tutto il passo presso Ateneo VI, 235 A-C, ed Iseo, de
Jsiyphili hereditaie ^ 30.
(2) Ateneo VI, 235 A : KX8i8r)[Link] 8' ev ty) 'AtOi8i cprioi' Kaì na-
QdaiTOi 8' fiQéOrjoav tw 'HpaxÀEl. Ivi C : taijTa tatopel xai ^iXó-
XOQoq èv Tfi èjTiYQCtcpo^évT) TexQajró^ei |.ivi] fioveijcov twv xaTa?^EYO-
|xévcov T(5 'HgaTiKel Jiapaoitcov.
(3) Presso Ateneo, VI, 239 D.
(4) Vi accenna Aristofane stesso nelle Nubi, v. 528. Cfr. Scoi,
a q. 1. TcpcóTOV bQà\ia yQoÌ'vì^ok; è^éOrixev ó Ji;oiT]Tr|(; xovq AaiTaXelg.
Rimangono della commedia quarantotto brevi frammenti ; cfr.
Blaydes, Aristophanìs deperditarum comoediarum fragmenta, p. 96-123.
(5) L'argomento principale della commedia era il contrasto tra
due sistemi di educazione: vi entravano in iscena il giovane sag-
gio e il dissoluto, ó ooicpQcov te y^ù) xaxaiTiuYCOV, come dice Aristo-
fane stesso nelle Nubi (v. 529). Ma che le allusioni alla voracità
di Eracle fossero frequenti è probabile ; al qual proposito è da
richiamare quel che dice lo Scoliaste a Vespae, 60 (ouO' 'lÌQa'KXr\q
TÒ 8£lJivov è^anaxdì^eyog): iv toÌs tcqò toutou 8£8i8aYfA£VOi5 8Qd-
y,aa\.\ elg tì\\ 'HQaxÀÉoug djiÀrjoTiav noXkà 7iQO£ÌQr\xai.
ERACLE. 3. 4. 133
prodigiosa voracità era stata plasticamente ritratta in
una commedia dell'antico Epicarmo, il Biislride ;
Tu lo vedessi quando mangia ! C^è
Da scoppiar dalle risa ! Il gorgozzule
Dentro gli freme, le mascelle suonano,
Batte il molare ed il canino scricchiola,
Le nari friggono e Poreccliie s'agitano. (1)
4. Nelle Rane la caricatura non investe soltanto la
figura di Dioniso^ ma altresì quella di Eracle. Questi
è rappresentato coi soliti tratti di persona rozza e gros-
solana^ fornito di prodigiosa forza, e che perciò sparge
dappertutto il terrore. Quando Dioniso si annunzia
per Eracle, avviene un grande scompiglio nelP Ade,
giaccliè tutti sono memori della i)rima discesa di Era-
cle, e delle meravigliose prove di forza e di voracità
fatte allora. La discesa di Eracle all'inferno troviamo
rappresentata sopra un vaso arcaico, ove si vede Hadès
che per lo spavento lascia il suo seggio e scappa via (2).
Un' altra commedia aristofanèa, nella quale i carat-
teri tradizionali di Eracle sono rappresentati nella mag-
giore vivacità della parodia comica è quella degli Uc-
celli. L'ambasceria dei tre dèi, Poseidone, Eracle e Tri-
ballo, si presenta al popolo degli uccelli, ormai tutto
(1) Il frammento è presso Ateneo, X, 411. La traduzione è del
Romagnoli, in Soggetti e fantasie^ ecc. p. 33.
(2) Jrchaeol. Zeit., 1859, tav. 125. — Si hanno altresì rappresen-
tazioni ceramiche isjiirate probabilmente a commedie popolari,
poiché vi campeggia in modo ridicolo la figura dell'eroe. Di al-
cune di esse fece una briosa descrizione il Romagnoli in Soggetti
e fantasie della commedia attica antica, p. 34-35.
134 ERACLE. 4.
adunatosi nella città di Nuhicucidia^ per conchiudere le
condizioni di i)ace. Pistetero a nome degli uccelli fa la
richiesta: Zeus deve rendere lo scettro a noi; se ci ac-
cordiamo in questo, invito i legati a desinare. Quando
Eracle sente parlare di desinare dà subito il suo con-
senso : « Questo basta per me, egli dice, e do il mio
voto » (1).
E quando Poseidone rompe l'accordo^ e Pistetero con
altezzosa noncuranza dice che poco gliene importa e
si volge al cuoco per dare ordini di cucina^ di nuovo
Eracle si sente venir l'acqua all'ugola, e cerca d'in-
durre il compagno a più miti consigli. Ma che ti gira,
gran buon uomo che sei ? dice a Poseidone. Per una
sola donna dovremo noi fare la guerra ? (2) E quando
infine l'accordo è concluso e i tre ambasciatori debbono
tornare al cielo per prendervi Regina e condurla sposa
a Pistetero, Eracle prega che gli altri vadano, ed egli
resti, i)er badare all'arrosto ) ma Poseidone, che il sa
ingordo e ghiottone, noi consente (v. 1690-2). Amenis-
simo è poi il modo onde Eracle si lascia ingarbugliare
da Pistetero, dando ascolto a tutte le sue ragioni e
decidendo a beneplacito di lui (3); e il modo onde in-
terpreta all' ingrosso e sempre a sproposito, le parole
(1) V. 1603: èfiol fxèv àjróxQTì taiJTa xaì olnicpi^Oj-tai.
(2) V. 1638-1639:
(0 Sai^óvi' àvOpomov ITógeiSov, :tot cpÉQei ;
fjfAelg JiEQÌ Ywaixòg ^itàg jtoXejiìjaof^iev ;
(3) V. 1626; 1674-1675; 1685-87.
ERACLE. 4. 135
barbare di Triballo (1). In coQclusioae uq tif)o rozzo
e grossolano d'intelligenza e di modi, una vera incar-
nazione di carattere buffonesco e ridicolo, che doveva
tornare naturalmente graditissimo alle scene popolari.
Appunto per questo anzi, i tipi di Eracle divoratore
e femminiero, come quelli di Dioniso pauroso e di Zeus
adultero, divennero sulle scene ateniesi comunissimi
sino al fastidio, socondochò ci attesta lo Scoliaste di
Aristofane (2).
(1) V. 1629, 1679.
(2) Scoi, a Pace, 741 : £;uEn;óXa^e yàQ tote laùia, 'ìlQax,Xr\q Jtet-
vojv, xttl Aióvojoog beiXòq xal m-O'-XÒ'b Zeùg, wate xal aùrolg 8oxeìv
tty,6ea6at Kpatìvog.
'Yn:ò 8* 'HpaxXéoug :reivcòvTOi; ayciv
raijia xal ax(ón;TovTog ov Picotóv èariv.
Questo siugolare tipo divino era ritratto anche iu una comme-
dia di Platone comico, Zevq xaxov^evog (o xaXoijf^ievog). Il re de-
gli dèi era cliianiato in causa per le scappatelle del figlio, che
era andato a divertirsi ed a giuocare il cottalo con una etèra (fr.
46-49 Kock).
—
vili.
Hermes.
Sommario. —1. Hermes nel Phito e nella Pace. — 2. Hermes nei
Comestae di Frinico. — 3. Hermes Chthonios. Hermes pauroso.
4. Hermes tricefalo.
1. Nell'ultima parte del Fiuto campeggia la figura di
Hermes. Il giovane dio greco nou ha piìi nulla della
grazia agile e dell' astuzia sottile e garbata, con cui
era stato concepito dagli artisti greci. È un tipo piut-
tosto grossolano ; e sembra quasi che Aristofane per
dargli un aspetto comico abbia preso a prestito per
lui qualcuno dei tratti, ond' egli aveva dato colore e
carattere alla figura di Eracle negli Uccelli (1). Her-
mes va a fare tutte le sue confidenze a Carione, il
servo di Cremilo : dacché Pluto ha riacquistato la vi-
sta, i numi non hanno piìi né incenso, né alloro, né
vittima, né focaccia, ed egli rammenta tutte le leccor-
nie di un tempo, e se ne rammarica. Gli si offre in-
fine a compagno: egli vuole ora disertare i Numi, giac-
ché presso gli uomini le cose vanno molto meglio. Alle
esitanze di Carione comincia ad enumerare tutte le
sue attitudini, aftinché si trovi una occupazione anche
(1) Non è giusto il giudizio dello Hild, {Aristophanes impietatis
reu8, p. 47): « Mercurius ille Aristophaneus, quem eadem specie
expressum iu Pluto habemus, alacris aliquid et iocosi prjié se fert,
quo iure Figaro nostro mutatis mutaudis conferri potest ».
140 HERMES. 1.
per lui; e viene infine accettato e destinato a lavar le
trippe (1111-1170). Lo spirito e Pinteuzione scettica che
domina innegabilmente in tutta la commedia del PlutOj
dà speciale colore e significazione a questa figura di
Hermes; la punta satirica non è solo contro quelli che
si burlavano di tutti gli antichi dèi, e sostituivano ad
essi unicamente il Dio Denaro, bensì anche contro la
concezione, così per se stessa comica, di un dio, che
si adatta a tutti i mestieri, pure ai piìi umili e vili; e
questa intenzione satirica è messa in rilievo dalla ras-
segna appunto di tutti gli attributi del dio (1153 e
segg.)- E il dio stesso va enumerando i suoi attribu-
ti di (jTpocpaToc, £[[Link]}^aToc, ^ólioq, ^yz\k6vioq, svaywvio^,
per offrirsi a girare i battenti della porta, a fare il
mercatante, il maestro di furberia, la guida, il sopra-
stante dei giuochi; finché poi si adatta a far da sguat-
tero. Tutta questa rassegna di attributi divini avrebbe
potuto fornire larga materia di comico; ma Aristofane
non ne ha tratto se non la punta finale, la degrada-
zione ultima del dio. Invece anche altrove ha messo
in rilievo Paltra figurazione comica, che tanto lo rav-
vicina al carattere di Eracle, Piugordigia e la golosità.
Infatti nella Pace è introdotto Trigeo, che si reca al
cielo sur uno scarabeo, per interrogare Zeus sulle sorti,
che egli serba alla Grecia. Ma trova il cielo vuoto di
abitatori (1); e solo sulla x)orta trova Hermes a custo-
dire le poche masserizie rimaste ; Hermes lo accoglie
(1) È probabile che si abbia q^ui parodia dell'Iliade, I, 423-4,
come pensò il Behagel, De vetere comoedia ecc. p. 6, nota.
1
HERMES. 1. 2. 141
111 al amen te, ma Trigeo per rabbonirlo gii offre una bi-
stecca, il che vale subito a conquistarne il cuore (v. 192
sg.). Poco dopo anche il Coro tenta, e con successo_, le
stesse arti per trarre dalla sua parte Hermes e gli ri-
corda il porcellino immolatogli (385-387) e gli promette
in ogni tempo sagrifizii e grandi processioni (396). Ma
il colpo finale e decisivo lo tenta Trigeo. Egli farà de-
dicare ad Hermes tutte le feste di Atene, le Panate-
nee^ i Hermes
Misteri, le Dipolie, le Adonie^ tutte ad
scacciatore dei guai (422). E gli offre infine un calice
d^ oro. A questa offerta Hermes si commuove. Come
m' intenerisco sempre, egli dice, per le cose d' oro !
Oi\k^óìC, èlzr^\ìMv £X[k àz\ Twv j^puaiBwv (425). Doveva na-
turalmente dire, come dio: jier le pregliiere dei supplici !
2. In conclusione un tipo beffardo di avaro, di ghiot-
tone e di cinico. Intimo rapporto con questa rappre-
sentazione un po' grossolana del dio ha quella che di
esso era nei Ka)[[Link] di Frinico. Secondo Pipotesi che
sull'argomento di tal commedia ci par la piìi probabile,
Hermes interveniva ad un festivo banchetto, e quando
poi, levatosi madido di vino, camminava barcollando,
i commensali lo avvertivano di non cadere, giacche ca-
dendo, e rompendosi qualche membro, avrebbe fornito
nuova materia di accusa ai malevoli. E il dio rispon-
deva tranquillandoli, giacché egli non voleva che Teu-
cro, esecrabile straniero, prendesse un premio di dela-
zione. Ecco questo importante frammento, che ci è con-
servato da Plutarco {Aìcib. 20):
142 11 KR M E s. 2. 3.
*Q cpiX^aG' 'Kp[x9], xairacpuldcTTOU [xy] tusctwv
aÒTÒv Tuepi/wpouaY) xat 7uapà(7)(Yi(; Bia[3o}^*/iv
sTepw Ato>t).£iBa PodXojjlsvco xaxóv ti Bpav.
Herm. OuXà?o[[Link]. Tsuxpco yàp oòyX pouXofJLai
[XYJvuTpa Bouvai, tw 7ua}.a[xvaico ^svco.
Di Dioclide e di Teucro sappiamo da Andocide la
parte avuta nel processo degli ermocopidi. Il quadro di
Hermes barcollante e la preghiera che gli si fa di non
cadere è una felicissima invenzione, per colpire i sico-
fanti di quel processo: quel che*a noi importa dimet-
tere in rilievo è questa figura di Hermes, banchettante
ed ubbriaco, figura che molto si avvicina a quella de-
lineata da Aristofane.
3. La rassegna degli attributi di Hermes che abbiam
sopra visto fatta dal dio stesso nel Fiuto , è in verità
molto incompleta. Ed Aristofane istesso ha tratto al-
trove buon i)artito di spunti e motivi comici da altre
caratteristiche di quella moltiforme natura divina. Nella
Pace 648-650, quando Hermes allude a Cleone ne ha
sùbito per risposta di lasciar Cleone, giacché questi è
ormai cosa sua, ed egli ne può fare il governo che
vuole. Il passo si riferisce a Hermes j^Góvioq, divinità
delmondo infero, e dio dei morti. Ma nella Pace stessa
Hermes comparisce in un ufficio, che molto si assomi-
glia a quello del boia. Quando egli sbuca improvvisa-
mente davanti a Trigeo e gli annunzia che è bello e
morto, Trigeo gli risponde : « Certo, se sarò estratto
a sorte I Ma già, tu, essendo Hermes, mi estrarrai »
(362 sgg.). In Atene era sacrilegio fare più di una ese-
HlCRME s. 8. 4. 143
dizione capitale al giorno; e nel caso che più fossero
i condannati, ne veniva estratto a sorte uno: gli altri
erano salvi. Or questa funebre estrazione era appunto
sacra ad Hermes, il quale si riteneva che scegliesse
la sua vittima: di qui la punta del poeta (1).
È nella Face un passo riguardante Hermes, che ri-
chiama immediatamente al pensiero la scena di Pro-
meteo negli Uccelli. Prometeo è tutto pauroso che Zeus
lo scorga e sappia del suo tradimento : chiamato per
nome da Pistetero, lo supplica di tacere, affinchè Zeus
non senta; e si nasconde sotto l'ombrello : se Zeus lo
vedesse, lo fulminerebbe !
Una simile scena abbiamo nella Pace^ ma le parti
ne sono divise fra Trigeo ed Hermes. Quando Hermes
rivolto verso il cielo invoca Zeus fulminatore, Trigeo
lo prega: « Deh, per gli Bèi, ti supplico, non ci sco-
prire, o Signore ! » (376). E quando Trigeo insiste nel
pregarlo di star zitto, in grazia delle carni che gli por-
tava, Hermes gli risponde: « Ma Zeus, caro mio, mi
riduce in polvere se non gli grido tutto quello che av-
viene! » (380 sg.).
4. Da un passo di Esichio risulta che Aristofane
motteggiò un'altra volta di Hermes, in una commedia
(1) É facile ravvisare 1' origine di questo rito. Il condannato
doveva essere sagrificuto al dio dei morti, ad 'EQjifjq x^óviog ; ed
appunto per questo egli prendeva il nome del dio cui era sacro;
efr. Scoi, a Pace 365 : oi yÙQ xXfiQoi toO 'EgfioO leQol òoxoùoiv
Elvai, òOfv xal tòv tcqcòtgv xXTjQoijfievGV 'EQfifjv cpaai òelv xaXelv.
144 HERMES. 4.
ora perduta, dal titolo Tpi(pà>.Y)g. Questo nome secondo
alcuni significava un genio fallico, secondo altri Alci-
biade (1). Certo nella commedia si parlava di parec-
chie trinità; e cioè oltre al TpicpàXYic^, di Hermes trice-
falo, delle tre mura delP Attica, di tre àXapadTpoO/ixai,
e si alludeva al proverbio twv Tpiwv xaxwv Iv (2).
Di Hermes vi si parlava a proposito della statua
clae a lui tricefalo era stata elevata nel trivio del Ce-
ramico. Eiportiamo il i^asso di Esicbio : 'Ep^JiYJg Tptx£cpaXo(;*
'Api(yTOcpàvY)^ èv TpicpàXYiTi touto s'fv] Tuai^wv xcojiixwf;, Tia-
póaov TpixécpaXo? (3) 'Ep[j.YÌq sv ty] TpióBw zr\ èv Kspaixeixw (4)
tBpUTO.
(1) V. Blaydes, Fragni, p. 275-276.
(2) Framm. 537, 536, 541, 539 Blaydes; 553, 556, 548, 549 Kock.
(3) Così giustamente il Botbe, invece di xexQaxécpaXoq.
(i) Correz. del Meineke invece di tf) KeQttjieixw.
IX.
Prometeo.
Sommario. — 1. Le paure di Prometeo. — 2. La divinità di Pro-
meteo.— 3. La parodia della figura di Prometeo. — 4. I caratteri
tradizionali di Prometeo.
Pascal —10.
1. Come abbiamo detto iu altro capitolo, la scena
del Fiuto aiistofaneo, nel quale è rappresentato Pluto
invaso del terrore di Zeus^ che non lo annienti, se
egli tenti riacquistare la vista, richiama al pensiero
quella di Prometeo negli Uccelli (1494-1552). In questa
commedia Prometeo è già raffigurato come tornato alle
sedi celesti e ridiventato dio; ma egli tradisce la causa
divina, e per l'antico amore che egli ha degli uomini,
scende, tutto tremebondo, a dare a Pistetero i suoi
consigli, i)er la lotta iniziata contro gli Dèi. Anch^egli
ha un gran terrore che Zeus lo veda. « Povero me 1
egli dice (1494), purché Zeus non mi scorga ! ». Al sa-
luto di Pistetero che lo chiama per nome, si sgomenta:
non dica forte, che Zeus non senta ! (1604-1505). E ri-
pete ancora (1506) : « M' avrai rovinato , se Zeus mi
scorgerà qui I » Ed infine, per essere piti sicuro dagli
sguardi dei Numi, prega che gli aprano sulla testa un
ombrello : una pensata cotesta , che fa andare in sol-
lucchero Pistetero sugl'ingegni di Prometeo (1510-1511).
Dopo i suggerimenti dati a Pistetero, Prometeo muove
al ritorno, ma prende le stesse precauzioni; si fa dare
148 PR OMK TK O. 1. 2.
V ombrello, affinchè Zeus possa scambiarlo per un' an-
cella che segue la canefora ; e Pistetero, affinchè P il-
lusione sia più piena, gli dà anche una sedia (1550-2);
giacché ombrello e sedia portava infatti alla canefora
V ancella che la seguiva. La fantasia comica è felicis-
sima ; e la parodia investe insieme 1 due tipi divini,
Zeus e Prometeo. Zeus è anche qui il nemico degli uo-
mini; e Prometeo invece dichiara (1545): « Sempre io
sono stato affezionato agli uomini », ed aggiunge (1547):
« Odio tutti gli dèi come tu ben sai »; al che Pistetero
acconsente, chiamandolo un vero Timone (1548 Ti[[Link]
xaGapót;). Come infatti Timone uomo era pdavGpcoTuog,
così Prometeo dio era ^to\}.i<yriq (1).
2. Questo contrasto fra i due tipi, onde rampolla
l'effetto comico, copre di ridicolo l'uno e l'altro, l'uno
cui si tendono inganni ed ai cui danni si complotta,
1' altro che nella piccola insidia del complotto è così
grottescamente pauroso. E si trattava di due dèi. L'uno
occupava il primo posto nella gerarchia divina; ma per
(1) Nel Protagora di Platone (320 d, sgg.) anteriore di certo
agli Uccelli, è detto che Zeus dette incarico a Prometeo ed Epi-
meteo di fornire gli esseri mortali testé venuti in luce di varie
doti; e Prometeo, per rimediare alla trascuranza di Epimeteo, che
aveva dato tutto agli animali e niente agli uomini, rubò per essi
il fuoco ad Efesto, le arti e le scienze ad Atena. Zeus compì l'o-
pera, mandando Hermes a distribuire Parte politica. Qui dunque
Zeus è amico degli uomini ; ed anzi nel Fileho platonico (16 e)
Prometeo è in certo modo ministro della sua volontà, giacché il
fuoco è considerato come dono degli dèi, largito per mezzo di
Prometeo.
PROMETEO. 2. 149
i personaggi comici di Aristofane tirarlo giù da quel
seggio è, come vedemmo, un affar da nulla. Ma anche
Prometeo era dio. Sofocle lo chiama « Titano Prome-
teo, dio apportatore del fuoco » (1). E P epiteto di
Tuupcpópo^ gli fu attribuito, non solo nel perduto dramma
eschileo, bensì anche nel culto e nell'uso popolare, cui
appunto si riferisce forse Filostrato col chiamarlo IIpo-
[xtqGsu BaBou/s xai :uup(póp£ (2).
La statua di questo dio era nell'Accademia di Ate-
ne, accanto a quella di Efesto, sopra una base di al-
tare (3); altra statua era nel borgo di Colono. In me-
moria del fuoco rubato da Prometeo al cielo e portato
sulla terra si celebrava nel Ceramico la festa delle lam-
pade (4): Eschilo e Pausania ne han lasciato descri-
(1) Oed. Col. 55: Titàv IlQO^TiGeijg TcvQcpÓQOc, 6eóg.
(2) Filostrato, V. S. XX, 3.
(3) Schol. Sofocl. Oed. Col. 55 = Lysimacb. fr. 20 Muollor.—
Il ritorno di Prometeo alP Olimpo vuoisi dai piti raffigurato in
una famosa statua di Vulci, ora a Parigi; cfr. Terzaghi in St. e
materiali di archeol. Ili (1905), p. 214.
(4) Tre lampadedromie erano celebrate nel Ceramico; cfr. Scoi,
a Rane, 131 : Xaiin;a8r|8QOniat 8è yt^vovrat XQelc; èv xcp KeQa^eixo),
*A6ìp'à(;, 'Hcpcdoxov, 'ITQOLiriOÉcog. — La festa era in ricordo della lam-
pada portata primamente da Prometeo: Eurip. Phoen. 1121: Se|i$
8è XaitrtàSa Titàv nQOLiT)0EÙg ecpepev. Secondo la leggenda Prometeo
portò il fuoco in una ferula o voIqOt]! (Esiodo, Teogonia 567, Opere
€ giorni 52); Servio ad Ecl. VI, 42, il Milogr. Vatic. II , 63, ed
I, 1 (Bode) parlano di una facula. Circa le rappresentazioni figu-
rate del furto del fuoco fatto da Prometeo vedi Terzaghi, in Riv.
di Filologia, 1904, p. 260 segg. ; e sopra i monumenti in genere
riguardanti Prometeo (punizione, liberazione, deificazione) il me-
-
150 PROMETEO. 2. 3.
zionì (1). Ma sopratutto era la figura grandiosa dell'e-
roe, che aveva molto sofferto per il bene degli uomini,
che eccitava la fantasia ; compenso alle catene, ond'e-
gli era stato avvinto, parve la corona di vittoria, on-
d^egli si raffigurava cinto la fronte: ed Escliilo stesso
nel Prometeo liberato esaltava così le sue gloriose sof-
ferenze (2). Ecco dunque presso Aristofane questo tii)o
della ribellione magnanima e vittoriosa ridotto a na-
scondersi sotto un ombrellino, e a tener presso di se
una sedia, nell'intento di farsi scambiare per l'ancella
di una canefora !
3. Si è sospettato in tutto questo passo una parodia
escliilea. Prometeo, si è detto, rapì il fuoco XàOpa Aiòg;
se abbia coperto il capo o qual forma abbia assunto
per nascondersi agli dèi ci è ignoto j ma è certo che
appunto nell'atto di nascondersi agli dèi lo raffigurava
il mito (3).
desimo Terzaghi in Studii e materiali di Archeologia pubblicati da
L. A. Milani, III (1905), p. 199-215.
(1) Cfr. Eschilo, Agam. 312 sgg. Pausania, I, 30, 2. Il passo
di Eschilo è una crux interpretum] cfr. la recente edizione dell' U-
baldi, (Eschilo, Agamennone, Torino, 1909, p. 70).
(2) Ateneo XV, p. 674 D : AXoyyl^oc, 8' èv tcò A,uojj-évo) IlQOfniOeX
oacpcòg q)Tialv ori zn\ tijxtj toù IlQOfxriOÉojg tòv otécpavov jcepiTiOefiev
Tf) xe(pa?.fì àvTijroiva xoù èxeivou Seoiioù. Igino, Poet. astron. II,
15: « (Fromethea) non nulli etiam coronavi hahuisse dixeruni, ut se
inctorem impune peccasse diceret : itaque homines in maxima laetitia
victoriisque coronas hahere instituerunt : id in exercitationibus et con
viviis perspicere licehit ».
(3) Cfr. Bakhuyzen, De parodia in comoediis Aristophanis, p. 96:
PROMETEO. 3. 151
In verità la parodia si dilarga molto più, che al sem-
plice particolare del nascondersi a Giove. Tutta la fi-
gura mitica, quale si era ormai fissata nella tradizione
popolare e letteraria, è volta da Aristofane a carica-
tura comica: e i singoli elementi di tal caricatura sono
precisamente gli elementi di quella tradizione (1). Que-
sto lavoro di redazione comica della leggenda di Pro-
meteo risale ad Eschilo stesso. Nell'argomento dei Per-
siani leggiamo che Eschilo ottenne il premio (nel quarto
anno delPOl. 76) con i drammi Otvs^?, Il£p(jai, rXaUxot;,
npo[jLY)9£ij(;. Questo FrometeOj di cui non è aggiunto Pafc-
« Sed perspicua fiunt omnia et salva est facetia, si sub Aristo-
phauis Prometheo delitescit Aeschyleus — Quaranam sibi ille in-
duerit speciem, an velari t caput ne a Diis agnosceretur, non tra-
diderunt mythographi, sed XdOga Aiò<; (Apoll. Bihl. 1, 7, 1) eum
egisse notum est ».
(1) Secondo il Bakhuyzen, op. cit., p. 96-101 gli elementi della
parodia aristofauea sono tutti tratti dalla trilogia eschilea. Nei
versi 1534 sgg., 1.547, 1553, 1701, 1706-1719, 1715, 1717, 1750
egli vede allusione alla tragedia o riferimenti dei versi di quella,
sì per la espressione tragica, sì per la congruenza con la dizione
eschilea. L' invocazione degli uccelli celebranti il matrimonio di
Pistetero (1750-1751) :
oj \iÉya xQuoeov à[Link]? (pao?,
w Aiòg ufxPQOTOv eYXog TcvQqpÓQOv
sarebbe nel Prometeo JcvQ(pÓQog 1' invocazione degli uomini cele-
branti il fuoco. È ipotesi attraente, ma che non può avere alcuna
conferma di prove. Gli scoliasti non indicano questi versi e gli
altri citati come eschilei; indicano il 276 come tratto dagli Edoni
di Eschilo, i versi 800, 807, 1420 come tratti dai Mirmidoni, e il
verso 1247 dalla Niobe.
152 PROMETEO. 3.
tributo, era certamente dramma satirico (1). Or di questo
dramma satirico eschileo uoi abbiamo qualche cosa di più
del semplice titolo. Dei tre frammenti che gli si possono
con probabilità attribuire (205-207 Nauck 2) è principal-
mente notevole uno, a proposito del quale conosciamo an-
che la scena cui esso riferivasi. Il protagonista, il satiro,
al primo apparir del fuoco, si slanciava i^er baciarlo, e
Prometeo lo avvertiva di non farlo, per non bruciarsi il
mento (2). Se a questo dramma satirico si riferisce anche
un passo di Epifanio, da esso conosciamo anche un altro
particolare. Zeus si sarebbe abbruciata la mano per toc-
care il fuoco; giacché non sapeva che il fuoco scotta, e
non aveva la preveggenza di colui che avvertì il satiro
di non toccar la sua persona. (3). L'allusione finale al
dramma satirico sembra evidente; le parole del satiro
(1) Argument. Per 8. : 'Etti Mévcovog TQayfpSwv Axo'/yiXoc, èvixa
<&ivel, néQaai<;, rA,aijx(p, ngofiriOeL [altra redaz.: $iveì, IléQoaig,
TXavxfù IIoTVieì, nQO|i,r]0eL]. Si è supposto con verosimigliauza
che questo dramma satirico sia il IlQOfXTìOeijg IlTjQxaeùg citato da
Polluce, 9, 156 e 10, 64. Altri identificano il nQ0fXT]6Eij(; nvQ^>ÓQOc,
al IIvQxaeTjg : altri credono dovuto ad un errore di Polluce que-
st'ultimo nome. Se alla favola di Prometeo Eschilo aveva consa-
crato tre tragedie, se risulta che vi dedicò anche un dramma sa-
tirico, come non esser convinti della corrispondenza di questi
quattro drammi ai quattro titoli rimastici ?
(2) Plutarco, De utilitate ex inimicia percipieuda e. 2 p. 86 F :
xov 8è oaTUQOu tò tcvq, d)g nQ(x)XOv coqjOri, PouPiO^fvgu cpiÀfjaai xal
jreoipa?.ETv, ó nQOfiT]0ev(; 'xQayoq 'ecpi^ 'Y^veiov àpa 7ievOy\oeiq ov
ye. Eust. II. p. 415, 7, riporta il verso, per la forma del voca-
tivo xQuyog, e lo spiega : o> TQfxye, ndw oxeQ^o-w yEveiov, eì ttìv
(pXóytt (f>0^r]aeig.
(3) Epifanio Ancor, p. 109 A (voi. I p. 208 sg. ed. Dind.), a
PROMETEO. 3. 4. 153
sono però riportate secondo il senso, non testualmente.
Se questo passo si riferisce veramente al npo[XY)0£U(; Tuup-
xasuq di Escbilo (
giacché nelle citazioni che abbiamo
visto, il nome di Eschilo non e' ò), erano dunque nel
dramma satirico rappresentati tanto Zeus, quanto Pro-
meteo, e se questo conservava il carattere suo di pre-
videnza e saggezza, l' altro era raffigurato grottesca-
mente imprudente. Non sappiamo in quali termini si
determinasse in questo dramma satirico hi parodia co-
mica di Prometeo 5 ma da quel che abbiamo detto ri-
sulta intanto, per lo meno, che già in Eschilo stesso,
la leggenda ^veva avuto una elaborazione parodica.
Come abbiam sopra accennato, la commedia non do-
veva altro fare, che usufruire gli elementi, che, a pro-
posito di tal leggenda, le forniva la stessa tradizione
letteraria e popolare. Esaminiamo ora partitamente tal
punto.
4. Prometeo è, per antonomasia, V accorto e il pre-
vidente. Tale è anche in Aristofane, e come tale si fa
consigliere a Pistetero, si i)er annunziare il crollo del
regno di Zeus, sì per suggerire vantaggiose condizioni
durante le trattative con gli ambasciatori degli dèi. la
due frammenti superstiti delP antica commedia questo
carattere di saggezza e prudenza anche vien messo in
proposito dei diversi Zfjveg : àXXoc, 8è ó TpaytoSòi; ó xal tt]v x^iqol
avToO xavoaq' xdya 8È Oeòi; wv è-te^.dOeTO ori 8dxvei tò tzvq xaì
oùx elxe Tip' rcQÓyvoìaiv xoO ^véyovTog tgayo) T(p aaii'Qcp óowvti
JiQcoTov TÒ nvQ xal jiqooeXOóvti qpiXfjaai 'fiV) aipìj, TQdyf. dVpdfievog
ydp ^Lov èfu-iQrjoeig xà yéveia \
154 PROMETEO. 4.
evidenza. Nell'uno, che è di Platone còmico, si spiega
etimologicamente il nome dell' eroe, come equivalente
a \fouc, :
npo[j,Y)Oia yotp è^J'c-iv àvOp(ó:uoi:; 6 voug (1).
L'altro passo è citato da Luciano (2); e lo scoliaste
di Luciano ci dice a tal proposito che esso è di Eu-
poli ; Luciano dice semplicemente 6 xo)[[Link]óg. È diretto
contro Gleone, di cui V autore dice che esso diventa
Prometeo, quando i fatti sono già avvenuti :
K'kéiùw npo[JLY)9£ug è(yi:t [xsTà uà Tupày^aaTa.
Gli è come dire che del senno di poi son piene le fosse.
Un altro elemento del carattere di Prometeo: il suo
sviscerato amore per gli uomini, in contrasto all' odio
di Zeus. Già in Esiodo è tal contrasto. Tanto nelle
Opere e i Giorni^ quanto nella Teogonia, è narrato del-
l' ira veemente di Zeus contro gli uomini ; a renderli
infelici eternamente l' implacabile dio pensò di man-
dare sulla terra Pandora col vaso fatale. E per contro
è narrato delle segrete industrie, cui dovè far ricorso
Prometeo, per favorire gli uomini, largendo loro il fuoco.
La figura torva ed iraconda passa nel Prometeo eschi-
leo, con tutti i tratti piìi accesi, che dàn potenza dram-
(1) Pr. Syncellus, Chronogr. p. 149 Par. p. 282 Diudorf. Dalla
commedia Socpiaxai. Il passo è citato anche dallo Scoi, ad Esch.
Provi. 114 pr. Cobet, Obs. p. 190, così : 'O yàq IlQGfxrjOeùg èoriv
dvOQcóJtoi? ó voij*;.
(2) Luciano, Prom. cap. 2. Da quel che aggiunge Luciano (aù-
Tol 6è 'AOr|vaiot roùg yyx^iaq xal ÌKvoKOxohc, xal :n;dvTag òaoi
n;T)?.ovQYO'' nQ0}4.T]'iéag àKzy.6.\ovy) par che vi sia anche doppio
Benso, tra 'accorto' e '
vasaio'.
PROMETEO. 4. 155
matica al prorompere dell'ira sua. Zeus è spietato, im-
placabile ;
governa capricciosamente (v. 148 s.) ; ne la
crudeltà sua sarà sazia fino a che alcuno non lo get-
terà giti dal suo trono (v. 165 s.). È vero che tutta
Pira sterminatrice di Zeus muoveva da un desiderio
di bene; egli avrebbe voluto migliorare la vita umana,
togliendo via gii uomini presenti, perversi e malvagi e
creandone nuovi (232 s.)^ ma è evidente che la sua fe-
rocia di distruzione è repugnante; e cbe l'animo dello
spettatore partecipa al sentimento che fa prorompere
il povero tormentato in audaci bestemmie contro que-
sto dio dispregiatore e degli uomini e delle antiche
leggi e degli antichi dèi.
Di fronte a Zeus è Prometeo. Egli tutto soffre per
gli uomini; per essi ha tutto inventato, e vanta i suoi
benefizii (Proni. 436 segg.): l'astronomia, la scrittura,
la memoria, i farmachi, la divinazione, tutto ciò insom-
ma che è utile all'umanità: (1) il Pistetero degli Uccel-
li (1546) si contenta di rammentare solo 1' arrosto ! È
una invenzione infatti, che va giustamente ascritta al-
l'apportatore del fuoco.
Nel Prometeo V eroe incatenato i)regusta la voluttà
della sua vendetta, quando Zeus avrà bisogno di lui,
e la annunzia alle Oceaniue, quando queste esprimono
il voto, clic alcuno getti già dnl suo trono Zeus (165
(l) Le iiiveuzioni e i heiiefizii che si dicevau largiti da Prome-
teo all'uraauità aumentarono col procedere della tradizione lette-
raria; cfr. Terzaghi, Prometeo, (cstr. dagli Studii religiosi, Firenze
1903 e 1904), p. 23 e 24 doli' ostr.
156 PROMETEO. 4.
s.); negli Uccelli Prometeo è giù rapiìacilìcato con Zeus,
e già assunto all' Olimpo ; ma non gli è passata P uz-
zola di veder detronizzato Zeus, e lo annunzia a Pi-
stetero (Ucc. 1514): Zeus è spacciato! (àizóXiù'kzv 6 Zsóq),
e consiglia poi il modo per spacciarlo davvero (1).
Negli Uccelli Prometeo, venendo a tramare insidie
contro Zeus, si addimostra fallace e traditore. E sem-
bra anche che bugiardo, almeno in parte, si addimo-
strasse in un'altra commedia, ignota, di Aristofane. Ab-
biamo infatti un frammento (fr. 880 Blaydes, 645 Kock)
che cosi suona :
Il Kock cosi interpreta : (dispeream), ni Prometheus
sum (de quo alter dubitaverat) : celerà qnae dixi men-
dacia esse concedo. (2) Se l'interpretazione è giusta, po-
trebbe riferirsi a questa medesima parte del dialogo
l'altro fr. aristofaneo (655 Kock, 686 Blaydes): aò
B'6[Ji(7TLog btoic, ; 7uóQ«sv ;
(sarebbero le parole di diniego
o di dubbio dell' alt io personaggio).
(1) Secondo il Bakliiiyzea, Bc lìarodia in comocdiin Aristophanis,
p. 96, auche questo, (sotto la forma ò?>,a)?cev ó Zevg) sarebbe im
tratto desunto probabilmente dal IlQOfiììOeùg TCuotpÓQog.
(2) Potrebbe però IlQOfiTiO^eiig essere in si«?ni(icato jicenerico di
'nomo accorto, i>rudente' ; e il passo significare :
'
possa io morire,
se iu ciò sono falso i)rofeta'. Ed anche un'altra interpretazione
è possibile. Gli Ateniesi, almeno dell' epoca di Luciaiio, chiama-
vano 'Prometei' i vasai (cfr. Luciano, Prom. 2), perchè lavora-
tori di terra cotta. Che la denominazione sia antica si può cre-
dere, chi ripensi al passo di Eupoli, che abbiamo sopra apportato.
Quel personaggio giuocherebbe dunque sul doppio senso.
PROMETEO. 4. 157
Comunque sia, il tipo di Prometeo ingannatore era
un elemento dato dalla tradizione. Nella Teogonia si
danno a Prometeo gli epiteti di astuto, scaltro, ingan-
natore di Zeus; ed è narrato l'inganno. (1) Era que-
stione se gli uomini o gli dèi dovessero avere i più
grandi onori. Prometeo ,
per decidere la contesa fece
due parti del bove immolato : una parte , coperta di
viscere, e di aspetto men promettente , conteneva la
carne, V altra parte era rilucente di grasso , ma sotto
non era che un mucchio di ossa. Zeus tolse questa se-
conda parte! Cominciò a tramare le sue vendette. Tutto
questo racconto sembra già una scena di commedia.
Aristofane dovè certamente essere impressionato da quel
conflitto tra gli dèi e gii uomini, per la conquista dei
primarii onori. Il tema degli Cccelli è in sostanza lo
stesso : agii uomini sono sostituiti gli uccelli.
Un altro elemento comico infine: il Prometeo di Ari-
stofane è così grottescamente pauroso , e si nasconde
sotto l'ombrellino, per non essere veduto da Zeus. Do-
ve è più il superbo magnanimo del dramma eschileo,
che sfidava imperterrito le minacce di Zeus, e che al-
l' annunzio dei nuovi supplizii che lo aspettano, escla-
ma, chiamando in testimonio il cielo e la luce comune
(1) Sul mito di Prometeo nella Teogonia (521-616) v. Puntoni,
Il racconto del mito di Prometeo nella Teog. Esiodea (Rend. Accad.
Torino, 1888), e Terzaghi, negli Studii italiani di Filologia clas-
sica, voi. XII, p. 139 sgg. Facciamo però ogni riserva sì circa
la divisione strofica del passo, sì circa il sistema dei rappezzi e
spostamenti, fatti per ottenere la i)rete8a congruenza logica e l'or-
dine espositivo nelle opere antiche prese ad esaminare.
158 PROMETEO, i.
a tutte le cose, che egli soffre ingiustamente (v. 1091
s.) ? Sì, ma dopo quelle superbe proteste. Prometeo era
stato scaraventato giti nel Tartaro : non era prudente
ora ritentare la prova.
Del resto nel Prometeo liberato Teroe doveva essere
molto piti conciliante e scendere a molto piiì miti con-
sigli. Il nocciolo del secondo dramma doveva essere
nelle parole del coro, che trova necessario che Pro-
meteo ceda al volere di Zeus (178 s.) ed altrove dice
essere il meglio vivere in i)ace con gli dèi (526 s.). Se
possedessimo quel dramma ed altresì il terzo, il Tcup-
(pópog, troveremmo forse in essi qualche tratto di cui
questo aristofaneo potrebbe dirsi la parodia comica.
Ma, anche a prescindere da Eschilo, il mito stesso,
come abbiam sopra visto, presentava il tipo di Prome-
teo, operante sempre nascostamente da Zeus ( XàGpa
Ató(;). Perchè dunque se non per paura ? E del resto
questo carattere di i)auroso era anche naturale svolgi-
mento degli altri caratteri, con cui l'abbiam visto rap-
l)resentato: astuto, ingannatore e falso.
Concludendo, anche la figura amenissima di Prome-
teo, non è capricciosa invenzione del poeta : non è
frutto della sua fantasia ; è invece tratta dal mito e
dalla tradizione letteraria, e niun elemento o partico-
lare è in essa, che in quelli non si trovi; ma tutti gli
elementi e i particolari sono in tal guisa presentati,
che ne scaturisca l'effetto comico; e cioè che subito si
ravvisino in essi parodiate le credenze poiiolari e le
oj)ere letterarie che ad esse si erano ispirate.
X.
Santuari! oracoli e superstizioni popolari.
Sommario. — 1. Descrizione delle cerimonie di Asclepio. — 2. Ca-
ricatura del culto. — 3. I misteri di Samotracia. — 4. Il culto
di Amfiarao. — 5. Gli oracoli. — Gli oracolisti e i vati mitici. —
6. Cleone e gli oracoli. — 7. Forma data da Aristofane alle
caricature degli antichi oracoli. — 8. I genii della superstizione
popolare. — 9. Credenze e pratiche superstiziose.
1. Nel Fìnto Aristofaneo è descritta la guarigione
miracolosa di Pluto, che cieco da lunghi anni x>er la
malvagità di Zeus, è tratto poi da Cremilo e dal servo
suo Carione al tempio di Asclepio , ed ivi pratica il
rito della incubazione. La descrizione aristofanea è una
vivace rappresentazione realistica, condita di sali e di
facezie e di particolari ridicoli, che non sono tutti di
buon gusto. (1) Carione stesso ha accompagnato il ma-
lato al tempio ed egli descrive minutamente la ceri-
monia all:« moglie di Cremilo, che accorre per aver no-
tizia della guarigione del suo ospite prezioso (641-747).
L' incubazione qui si finge avvenuta in uno dei due
templi ateniesi di Asclepio ,
quello del Pireo. Altrove
Aristofane accenna alPincubazione nel tempio di Egina.
Nelle Vespe il servo Xantia, narra i costumi di Filo-
(1) Facciamo nostre le parole del Van Leeuweu, scritte a pro-
posito (lei versi 698-704: « SceDam atticain et Aristophanis se-
uescentis fabulas talia invasisse qualis est Blepyri in Ecclesiazu-
si8 monologia (311 sqq.) vel Cariouis hae facetiae, id dolemus et
indignamnr » (Ediz. del Plutua, Lugduni Batav. 1904, p. 107).
Pascal — 11.
162 SANIUARII ORACOLI K SCPEUSTiZlOXl POPOLARI . 1.
cleoiie, nome sotto il quale è siiiibolejigiato il popolo
Ateniese; e tra le altre cose dice cbe il figlio per gua-
rirlo dalla smania dei processi e persuaderlo a buttar
via la toga, tentò varie arti miracolose e tra le altre
cose lo condusse ad Egina, a pernottare nel tempio di
Asclepio. Ma ancbe ciò fu inefficace ; non era ancor
giorno, cbe già il rissoso m:ilato si era presentato alla
barra ! (Y. 120 124).
Della religione di Asclepio siamo informati meglio
cbe di molte altre, sì per le fonti letterarie, sì per il
gran numero di monumenti epigrafici venuti in luco. (1)
I riti non differivano sostanzialmente dalPuno alKaltro
tempio. La descrizione aristofanea riguarda , come ab-
biamo detto , il tempio del Pireo. DelP altro tempio ,
suir Acropoli , abbiamo qualcbe notizia per gli scavi
praticativi (2). Pausania (II, 26, 8) lo pone tra i più
celebrati del suo tempo.
(1) Panofka, Askìepios und Askiepiaden , in Ahhaììdl. der Beri.
Alad. 1846 : Herzog R., Coische Forschungen uììd FiDìde, Leipzig,
1899; KaPPaSiac, Tò ifpóv toO 'AoxXiì.tioù év 'En:i8ai»Q(p' 'A6ì)-
\niaiv 1900 (anche in fr. Cavvadias, Les fouiUes d' Épidaure : 2
voi.) ; Fraeukel, C. Inscript. Gr. Pelop. et Ina. I p. 185 e segg.
(Asclepieum Epidaurium) ; Festa N. in Atene e Roma, Anno III,
n. 13, p. 7 e segg.; ecc. Le due grandi stele di Epidauro , col
racconto delle guarigioni miracolose, anche presso Collitz e Bech-
tel, Sammlung der griechischen Dialekt-Inschriften, voi. Ili, n. 3339
e 3340.
(2) Cfr. Ulrich Kohler, in Athenische Mittheil. II (1877), p. 241
Bgg. Korte, ivi, 1893, p. 231 sgg., 1896, p. 314 sgg. Sul tempio
del Pireo v. C. I. Att. II, 1651. Asclepio era pure onorato insie-
me con "Afim'O^ in un antico tempietto sulla parte occidentale
SANTUARI! OKACOLI E SUPERSTIZIONI POPOLARI. 1. 163
Alla moglie di Cremilo Carione racconta (PhUo, 653-
657): « Come primamente giungemmo al tempio del
dio, menando V uomo che allora era infelicissimo, ed
ora è, quant' alcun altro mai, beato e felice, per prima
cosM lo conducemmo al mare e lo lavammo ». Alla qual
notizia osserva meravigliata la donna : « sì, per Zeus,
proprio felice quel vecchio immerso nella fredda acqua
del mare!». Pare infatti cLe la i^rima operazione, cui
si dovessero assoggettare i malati che ricorrevano ad
Asclepio, fosse appunto 1' immersione nel bagno. Isella
l)arte meridionale dell' Asclepieo di Epidauro, era un
l)ozzo d' acqua viva, che e^siste tuttora e che serviva
certo a questa cerimonia preliminare di lustrazione ,
che era in pari tempo necessaria alP igiene in località
così affollata. NelP Asclepieo delP Acropoli par che il
bagno fosse caldo ; cfr. Senofonte , 31em. Ili, 13, 3 :
nÓTspov Be, scp-/], TÒ Tuapà aoì uBwp D'SpiJ.ÓTepov tuisTv èdxiv
"?] TÒ £v 'A(7xXY)7rtou ;
Nel tempio del Pireo era naturale
che per le lustrazioni i sacerdoti si servissero dell'ac-
qua del mare (656 stuI 0«à>vaTTav yÌyo[j.£v) ; (1) ed anche
naturale che la moglie di Cremilo ne mostrasse stupore.
Indi i devoti si recano nel recinto esterno del tem-
dell'Acropoli i^Korte, /. e. p. 287 seg.). All' Asclepieo èv àoxei il Korte
{Atheìì. Mitth. 1893, XVIII, p. 249) assegna la data delP arcon-
tado di Astililo (420 a C); il Marindiu {Class. Beview. XII, 1898,
p. 208) lo crede posteriore al 388, e fa risalire quello del Pireo
agli auui tra il 422 e il 388. Ma vedi Holziuger in Bursian's Jah-
reah. 1904, p. 272.
(l) Cfr. Eurip. Jfig. Taur. 1193 OdXaaaa yJ^v^ei JtdvTa tàvOpcó-
:ia)v xaxd. Cic. Uose. Amcr. 26, 71 : mura quo celerà quae violata
164 8ANTUAR1I OKACOLl E SUPKIJSTIZIONI POPOLARI. 1.
pio, a fare un piccolo SJìgrifizio propiziatorio^ facendo
bruciare sull' altare la focaccia , detta TuéXavot;. Tutto
questo passo, nella intonazione generale e nelle esprCvS-
sioni adoperate, accenna alla caricatura del linguaggio
tragico, (1) e certamente per porre in maggior rilievo
comico V umiltà dell' offerta. Indi comincia il rito della
incubazione. Pluto e i suoi compagni si posero cia-
scuno in un letto (662-663), ed erano molti ed aventi
8unt, expiari putantur, Tac. Ann. XV, 44 (apud proximum mare),
Graz. Carni. Ili, 24, 47.
Credo probabile che il naióiviov rammentato in un frammento
dei -O-riQia di Cratete, sia proprio PAsclepieo del Pireo. ITaKÓviov
vale 'sanatorio* ; cfr. Snida e Fozio (ìaTQFtov, ^EQajtevxr\Qiov). In
quella commedia un personaggio vanta la vita molle ed agiata
(come si deduce da Ateneo VI, 268 A) e promette che a quelli
che staranno dalla sua parte egli darà nel Jtaicóviov lavacri caldi,
derivandovi con acquedotti V acqua del mare. Si tratta dunque
di un sanatorio presso il Pireo, e dove non erano ancora i bagni
caldi. Esso è dunque quello del Pluto. Ecco il passo di Cratete
(Kock, Comicorum fragmenta 1, p. 133) Tà 'd^eQpià Xcutgà jtqcStov
a|(X) ToXg é^otg |
ini xióvoìv ìùoneQ 8ià toìj ;7taicoviou |
ànò Tfjg
OaXdxTTig, woO' ey.àaT(^ QFvaexai |
elg ttjv nveXo'v (arcò correzione
del Bergk, per èni).
(1) Ciò ha molto ben provato il Van Leeuwen, nella sua edi-
zione (Lugduni Batavorum, 1904), p. 102. Sono parole di uso
tragico nQO^vyiaxa, JcaOcDaicóOri, néXavoq, 'ììcpaCaxov cp)\.oyL II Jté-
Xavo? è il nome della focaccia offerta agli dèi , fatta di orzo e
frumento, anzi della parte più scelta del frumento, come conse-
gna una iscrizione del 5° secolo (Dittenb. Syll. 13.36). Perciò il
comico Sannirione fa dire ad uno degli dèi : néXavov xaXoùjiev
fmelg 01 6eoi |
a xaXeu' àaé^vcog a^qjiO* v\iéig et Pqotoi (fr. 1).--
Espressioni simili a quelle del nostro passo si trovano in Euripi-
de, Iphig. Aul. 1543 sg. 1601 sg.
SANTUARII OJtACOLl E SUPERSTIZIONI POPOLARI. 1. 165
o«:ni specie di inali (665 8). (1) Il miiiistfo del tempio
spegne intanto le lucerne e comanda a tutti di dormire
(668 71). Segue la scena del furto delle focacce, di cui
poi toccheremo. Intanto si avanza il dio stesso, ad esa-
minare in ordine tutti i malati. Grli tenea dietro un gar-
zone portando un mortaio ed un pestello, per preparare
medicinali contenuti in una cassetta (709-711). Ed in-
comincia la prima cura, per Neoclide cieco. La cura è
descritta comicamente , e con V intendimento di giun-
gere al risultato prefisso, che cioè IS'eoclide diventi più
cieco di prima. Il dio si ai>pressa a Neoclide, pesta nel
mortaio tre capi d' aglio di Tino ,
insieme con silfio e
con Scilla stempera tutto in forte aceto, arrovescia le
palpebre al disgraziato, e gli versa dentro una cotal
mistura ! L' aceto par che molto bene si prestasse alle
caricature comiche delle cure d'occhi di Asclepio. Infat-
ti ad un passo di commedia risale certamente un'altra
cura, di cui ci ha lasciato ricordo Snida, s. v. Ilaujcav:
6 A(7x}vY)7:iòg xàv Ilauawva zai'Ipov... Jàdaixo* ócpO^aXi^w yàp
7ui[j.£>.Yiv xàTa ÒTualeC^acyQ^at. Qui il nome na(j(7a)v, le vestigia
degli anapesti, e la cura stessa ci riportano ad una com-
media. (2) L'oftalmia di Pausone fu da Asclei)io curata
(1) È naturale supporre che fossero frequentatissime da turbe
di malati questi santuarii di Asclepio; per Epidauro e per tempi
diversi ciò è attestato da Strabone (II, 531), che dice quel tem-
pio « pieno sempre di malati e di tavole esposte, nelle quali sono
notate le guarigioni ottenute, come a Cos ed a Tricca ».
(2) Cfr. Fritzsche, a Thesmof. p. 381 ; Vau Leeuwen, Plutiis,
p. 110.
166 SANTUARII ORACOLI E SUPERSTIZIONI POPOLARI. 1.
dunque, secondo l'ignoto poeta comico con «grasso di cin-
ghiale stemperato nell'aceto! La verità è che ninno sape-
va i particolari dei farmaci adoperati, e delle pratiche
fatte sopra i malati, giacché quello che avveniva nel-
P àpaTOv era un mistero per tutti ; ed anzi nella prima
stele di Epidauro è narrato il caso disgraziato di uu
certo Eschine, che salito sur un albero cercava curio-
sare quel che avveniva nelV abaton (1). Ad ogni modo
ecco su quella prima stele due casi di cure d' occhi,
che noi apportiamo ,
perchè si veda quanta verità di
tratti è nella descrizione aristofanéa. Ambrosia di A-
tene (cieca d'un occhio), dormendo uell'abaton , ebbe
una visione: le parve che il dio le si presentasse e le
dicesse che P avrebbe sì guarita, ma ella sarebbe stata
tenuta a dedicare nel tempio un porco d' argento, co-
me ricordo della propria ignoranza (perchè aveva messo
in ridicolo i miracoli). E detto ciò le fece un taglio
all' occhio malato e vi versò dentro un farmaco. E ve-
nuto il giorno, ella uscì guarita. (2)
Altro esempio sulla stessa stele : (3) un uomo, cui
parve in sogno che il dio facesse cuocer'^ un farmaco
e poi allargando le palpebre glielo versasse dentro.
l!^ell' uu caso e nell' altro la cura ci si presenta come
una visione o un sogno; vale a dire era stata operata
durante il sonno ipnotico; nel nostro la visione manca,
che anzi Neoclide sembra sveglio ,
giacché immediata-
(1) Cura n. 11 Cavvadias ; cfr. Collitz, o}). e. 3339.90-W
(2) Trad. Festa, l. e. p. 13 ; Collitz, op. e. 333933-41
(3) Collitz, ivi, lin. 72 seg.
SANTUARII ORACOLI E SUPERSTIZIONI POPOLARI. 1. 167
mente bestemmiti e seliiamazza e scappa via; ma è da
notare che anclie sulla stele di Epidauro sono rammen-
tate alcune cure senza clie vi si faccia menzione del
sogno. (1)
Ed ora veniamo alla cura di Pluto (727-738). Il dio
va a sedersi accanto a Pluto, gli tocca il capo, gli a-
sciuga le palpebre; poi Panacea gli avvolge la testa e
la faccia in un panno di i)orpora ; e ad u'i fischio del
dio sbucano due serpenti enormi , i quali strisciano
sotto il panno e vanno a leccare le palpebre al malato,
sicché questi riacquista tosto la vista. Garione si die
allora a batter le mani per la contentezza, svegliando
anche il padrone. Il dio ed i due serpenti si dilegua-
rono tosto nel temp'o.
Di questa cura del serpente troviamo qualche esem-
pio anche sulle due stele di Epidauro. Il serpente è
Daturalmente o il dio stesso, il quale soleva api)unto
sotto tal forma i)resentarsi, o un ministro del dio; vale
;i dire insomma che gli addetti alle cure mediche del
tempio si camuffavano sotto tali spoglie. Or sulla pri-
ma stele di Epidauro (2) si legge di un uomo, il quale
soffrendo orribilmente per una piaga al dito del piede,
fu portato fuori di giorno dai suoi servi e adagiato
sopra un sedile. Ivi fu preso dal sonno, ed un serpente
uscito dall' abaton lo curò con la lingua e fatto ciò si
ritirò di nuovo uelF abaton. Se in. questo caso P ope-
razione non fu molto piacevole pel pover'uomo camuf-
(1) Collitz, /. e. lin. 90-94 ; 107-110.
(2) Collitz, Op. cit. 3339, liu. 113-119.
168 SANTUARII ORACOLI K SUPERSTIZIONI POPOLARI. 1.
fato da serpente, in altri per contr > fu giocond i. Nella
seconda stele (1) si leggono le cure di due donne, af-
fette di sterilità : il serpente si giacque con loro e le
guarì. Quel furbacchione di Asclepio !
Abbiamo visto che nella cura medica di Pluto Ari-
stofane assegna una parte anche a Panacea (v. 730).
E quando Oarione descrive l'entrata del dio, dice (702)
che era accompagnato da laso e da Panacea. Sono due
personaggi del seguito di Asclepio (2). Aristide nomina
come Asclepiadi laso, Panacea, Egle ed Igieia (3). Un
rilievo delP Asclepieo sulT Acropoli nomina Machaon,
Akeso, laso, Panacea (4). Nel tempio di Munichia, che
è quello ove si svolge la scena del Pluto, le Asclepiadi
erano laso e Panacea, quelle appunto nominato dal
nostro poeta (5). Nel tempio di Epidauro troviamo varii
Asclepiadi; un posto segnalato vi avevano Igiea e Te
lesforo (6); vi erano onorate, come nelI'Asclepieo delFA-
croi)oli, le divinità eleusinie (7); a Panacea era dedicato
(1) Collitz, Op. cit. 3340, liu. 116-119; 129-132.
(2) Ed anche di Amfiarao, come diremo in seguito.
(3) Aristide I, p. 79 ed. Diudorf. : èri 8è {ijitcòv re avxGìv xal
àSeXcpcòv, ole, 'laocó te xal Ilavàxeia xal AXyXr] ovveoxi xal 'Yy^eict,
f) JtdvTwv èTcìQQOTCoq, 'HaiovTjg bi] Jtaì8e<; èjtcavufxoi.
(4) Cfr. Kohler in Athenische Mitiheil. (1877), p. 241.
(5) C. I. AH. II, 1651.
(6) Fraenkel, C. I. G. Pelop. et Jm. I, 1209— Cavvadias, FouUles
d'Épidaure 78: 'AoycXr\7iwì xal 'Yy^eta xal TeÀaaq)ÓQCp àA,8|i7róvoig.
(7) Fraenkel, op. cit. 1040— Cavvadias, oj). e. I, 72: IlavTe^ixi
Bd^xo) (aie) re xal aùrf) ^eQOE(povei]\.
8ANTUAI11I ORACOLI K SUPERSTIZIONI POPOLARI. 1. 2. 169
uu edificio ove si adunava il tiaso degli Asclepiasti (1).
2. Abbiamo visto con quale verità di rappresenta-
zione e cura minuta di particolari Aristofane descriva
l'incubazione di Asclepio. Tanto più notevole è quindi
cbe la sua rappresentazione sia ferocemente satirica.
Se si trattasse di particolari inventati, non ci parrebbe
ardita quella vsatira, che invece colpiva in pieno petto
gli sfruttatori della pubblica ignoranza, in un tempo
in cui il culto di Asclepio, di recente importato nel-
PAttica, aveva già acquistato straordinaria diffusione e
favore. Infatti quando furono rappresentate le Vespe
non v' erano ancora nelP Attica santuarii del dio (2).
Ben presto il culto di Asclepio fu associato a quello
di Amyno ("A^auvo;;) in un antico tempio nella parte
occidentale dell'Acropoli (3) ;
poi sull' Acropoli stessa,
nel lato meridionale sorse il grande Asclepico (4); ol-
tre il quale vi era pure quello del Pireo. Il culto s'in-
grandiva sempre piìi di giorno in giorno. Il poeta che
nelle Horae dava spietatamente il bando a tutti i culti
forestieri importati in Atene, è ora implacabile contro la
religione di questo santuario, che diffondeva la credulità
più stolta e la superstizione i)iù assurda. Tutte le opera-
zioni del culto sono messe in burletta. S' incomincia
dal caustico sorriso del hi donna sul bagno freddo, cui
(1) Fraenkel 1450 — Cavvadias I, 211 : 'A auvoSog d tc5v 'AoxXa-
jctaatàv lòiv èv Ilavaxeicjt.
(2) Cfr. Vespe 123.
(3) Cfr. Athen. Miith . 1885, p. 97 sg., 255 sg.; 1896, p. 287 8g.
(4) Korte, Ath. Mitt. 1893, p. 231 8gg., 1896, p. 314 sgg.
170 SANTUARII ORACOLI E SUPERSTIZIONI POPOLARI. 2.
è assoggettato il povero Pluto (658). ladi è la scena
delle focacce. È rappresentato l'ingordo sacerdote che
ruba le focacce e fa il giro di tutti gli altari, se mai
ne avesse dimenticato qualcuna (676 sgg.) ; e Oarione
che non si lascia sfuggire 1' occasione e ne ruba an-
cli'egli una; e alla domanda, se non temeva il dio, ri-
sponde che sì, lo temeva_, che non giungesse prima di
lui, giacché il suo sacerdote glielo aveva insegnato (685-
687). Indi è Paccoglienza che Oarione fa al dio ed alle
due Asclepiadi, un' accoglienza a suon di TuopBai (699-
703); ed Asclepio neppur vi fece caso (704), come chi
pensi solo al lucro ed è abituato ad ogni mortificazione
ed avvilimento. E Oarione non si perita punto di of-
fendere sanguinosamente il dio, e chiamarlo (y>taT09àY0^
(706). Tutta la scena quindi dell'incubazione di Ascle-
l)io è un' acre sprezzante satira contro questo nuovo
culto ateniese.
3. Di un altro santuario di Asclepio, quello di Egi-
na, fanno menzione le Vespe (122). Evidentemente quan-
do Aristofane scriveva le Vespe, non erano sorti an-
cora i santuarii di Atene. Ma in quel medesimo passo
è menzione pur di un'altra religione, quella dei misteri
di Samotracia. È Xantia, che narra tutti i tentativi
fatti dal figlio di Filocleone per guarire il padre della
sua pazzia e cioè del fanatismo per i processi. E così
il passo enumera cure che dagli antichi si facevano
per curare la pazzia. Riuscito inefficace l'uso dei pur-
ganti, il figlio si decise a condurre Filocleone (che sim-
boleggia il popolo Ateniese), ad iniziarsi nei misteri
—
SANTUARII ORACOLI E SUPERSTIZIONI POPOLARI. 3. 171
dei Coribfiuti (119), e fallitii anche tal prova ricorse
all'aiuto di Asclepio in Egina. Dal passo par risultare
che si trattava di misteri che si celebrassero in Ateue
stessa ; uuo dei culti stranie; i contro cui protestava
tanto Aristofane ! Ma non sappiamo dove fosse la loca-
lità Kaivóv, che vi è nominata (1). ;N"ella Pace (2 77-78)
anche allude ai medesimi misteri dei Coribanti, ma in
Samotracia. Nei due brevi passi uon era possibile che
il poeta sviluppasse una larga parodia comica. Filocleone
per iuiziarsi ai misteri prese il tamburo dei Coribarjti,
ma anche allora per la sua funesta follia ricominciò a
giudicare. Nella Pace è rappresentato Trigeo, che per
augurare ad un fuggitivo di non tornare più si rivolge
ai presenti : « se qualcuno di voi fu iniziato ai misteri
di Samotracia, ora preghi che egli si pigli una storta !
(277-278). Per iscorgere la punta bisogna ricordare che
i misteri di Samotracia valevano secondo la supersti-
zione del popolo a salvaguardare dai pericoli : Tupòg
àX£^icpàp[jLaxà Tiva xivB'Jvwv, dice lo Scoliaste (a v. 277).
Quelli che erano stati iniziati invocavano gli dèi dei
misteri, perchè si rivelassero e li salvassero dai peri-
coli (Scoi, ivi s-icpavYivoci xai àXe^YJdat). Qui la preghiera
di Trigeo tende appunto a scongiurare il pericolo mas-
simo per Atene, e cioè il ritorno di chi tenta spin-
gerla continuamente alla guerra.
(1) Fcape 119 :
Metà xam exoQvpdvxi^' ! ó 8'aì)T(p n;[Link];dv(i3
a^ag èSixa^ev eì<; tò Kaivòv é|.in:eacóv
"Ote 8i] 6É rauiaig ratg leXeialg ovv. (orpéXei
172 SANTUARII ORACOLI K SUPERSTIZIONI POPOLARI. 4.
4. Molto affiae alla relìgioue di Asclepio era quella
di Amfiarao. Questo antico eroe aveva un famoso san-
tuario presso Oropo, nei confini delP Attica e della
Beozia; e nel santuario non solo si davano oracoli, ma
si curavano anche i malati. La cura avveniva mediante
l'incubazione, e cioè propriamente mediante la rivela-
zione, fatta nel sogno, della volontà del dio. Pausania
ci descrive brevemente il santuario e le cerimonie pra-
ticatevi (I, 34, 1 sgg.). Queste erano molto simili a
quelle dei varii santuarii di Asclepio. Pausania dice
che precedeva una cerimonia di purificazione, il sagri-
fizio di un montone, e poi si stendevan le pelli per
dormire ed aspettare la rivelazione del sogno. Certo
precedeva il bagno, come negli Asclepiei. Era presso
il tempio un fonte sacro, dal quale secondo la favola
Amfiarao era tornato dal mondo infero (Paus. I, 34, 4).
Il bagno quindi era freddo, come abbiamo visto che
avveniva nel tempio di Asclepio al Pireo ; e lo dedu-
ciamo anche da Senofonte, Memor. Ili, 13, 3: nóirepov
Be XoÙGOLa^cci ^u)^pÓT£pov TÒ Trapà Goi ^ zò èv 'Aacptapcicou;
Tò £v 'A[[Link]àou, scpY]. Della incubazione abbiamo noti-
zia da una epigrafe. Si ponevano a dormire separata-
mente gli uomini e le donne : quelli nel dormitorio
verso oriente, queste ad occidente (1). Anche i perso-
naggi divini del tempio di Amfiarao rammentavano
(1) Ditteub. Syll.f n. 589, lin. 44-46: év Ttp yotfxr]TT)Qt(p xa6ei3-
6etv x^ìQic, [iÈ\ Tovc, IxwÒQag, xaygiq 6è rò^ y^^^^'^oig, xovq fièv av-
ÒQac; èv tcò KQÒq T)0Ì5g toìj Pojfxoij, xàq 6è y^^"'''*^? Èv rcp tiqòq
SANTUARII ORACOLI E SUPERSTIZIONI POPOLARI. 4. 173
quelli di Asclepio: Panacea, Igea e laso erano comu-
ni (1). laso è appunto nominata in un frammento del-
VAmJiarao Aristofaneo, e pare, anzi, come figlia di Am-
fìarao (2). Nel Fiuto (v. 701), come abbiamo visto, essa
è compagna e ministra d'Asclepio. Di piìi, da un fram-
mento di Aristofane risulta che anche nel santuario
di Amfìarao si praticavano le guarigioni mediante 1
serpenti. Un personaggio ivi dice ad un altro di con-
trassegnare nella cista i serpenti che egli manda, e
smettere di adoperare cotali farmaci (3). È certamente
un personaggio che parla al dio stesso ; ma qual per-
sonaggio ed in quale occasione non sappiamo : mere
fantasie sono le ipotesi presentate.
jyéìVAmfiarao abbiamo ventidue brevi frammenti. Si
tratta certamente di un vecchio che accompagnato dalla
moglie si reca al santuario, ed ottenutone il responso,
e forse anche fatte le pratiche prescritte, ritorna in
gagliarda virilità. Le cure di tali specie di debolezze
par che fossero una specialità di Amfìarao. Tra doni i
votivi offertigli troviamo anche, ad es., 'Apdtvou al^oTov,
(Kyì)7Uwvo(; atBoTov. A ravvivare la virtù del vecchio par
che nella commedia aristofanea l'oracolo suggerisse alla
(1) PauRania, I, 3i, 3: xeTcxQTT) òé éan toO PoDfxoi) {.(oTpa 'AqpQO-
6iTTìg "^'^^ Ilavaxeiag, Iti 8è 'laaoOg '/.ai 'Yyiéiai; xaì 'AOr^vài;
IlaKoviag.
(2) Fr. 83 Dind., 35 Blaydes, 21 Kock : 'AU', w bvyaxEQ, èle%e,
*IaooT, :iQEv\xe\Y\q.
(3) Fr. 95 Dindorf, 32 Blaydes, 28 Kock. Da Polluce, X, 180.
174 SANTUAKII OKACULl K SUPKKSTIZIONl l'[Link]. 4.
moglie di battergli i lombi (1). E forse suggeriva an-
che peggio, se a questa parte della commedia si rife-
risce il passo di Polluce (11^ 176) : Tò Bè èTieyeipstv tò
a?BoTov TaTv /epoTv àvacp).av xai àvaxXav 'Apto"TO'fàvY](; sv
^A[;.(piapà(i) 'kzyzi. Certo tutte le operazioni della lustra-
zione e della incubazione vi erano, come nel Fiuto, de-
scritte. Le parole 'Axpaicpvèg 3Bo)p '
acqua i)ura, non
mescolata ', che ne vengono citate, si riferiranno al ba-
gno nel fonte di Amfiarao (2) ; alla incubazione si ri-
ferisce forse P ordine di portar dalla casa guanciali e
materassi (3). Le parole (jTuupiBa ò^jjwvaBóxov citate da
Polluce (X, 92) possono riferirsi alla cesta contenente
le focacce pel sagrifìzio. Le parole poi di vituperio*Q
\[Link]ì y.cà OpuvwvBa xai ::ovY;p£ g6 (4), furono forse dette
al dio stesso, come altre molto simili a Dioniso, cre-
duto Eracle, nelle Rane, 465-66.
In qual modo si svolgesse la satira contro le pra-
tiche superstiziose non sappiamo; ma da quel che ab-
biamo detto si può già ravvisare una gran somiglianza
con la scena del Fiuto. Si sui)pose che tutti la cari-
catura comica delV Amfiarao fosse diretta contro Nicla,
(1) Fr. 94 Dindorf, 18 Blaydes, 29 Kock. Presso Eliano, De N.
A. XII, 9.
(2) Fr. 98 Dindorf, 19 Blaydes, 32 Kock. Dall' Antiatt. Bekk.
p. 81, 24.
(3) Fr. 84 Dindorf, 27 Blaydes, 19 Kock. Da Erodiau. Ilepl \io\.
lèi. 39, 15.
(4) Fr. 92 Dindorf, 39 Blaydes, 26 Kock. Da Snida, v. ^qv-
vwvSag. Frinonda ed Euribato sono tipi proverbiali d'imbroglioni.
V. il cap. su Zeus.
SANTUARll ORACOLI E SUPERSTIZIONI POPOLARI. 4. 5. 175
di cui è nota l'indole superstiziosa da quel che ne rac-
conta Tucidide (VII, 50 e 86). Ma l'obbietto è tutto il
popolo ateniese. Esso era travagliato nel tempo della
guerra del Peloponneso, da una graude superstizione
e da una fede cieca nei vati ed indovini. Questi vati-
cinavano i loro oracoli, ci rapporta Tucidide (II, 21)
« e il popolo era appassionato di sentirli » (1). E Tu-
cidide stesso (Vili, 1) riferisce che poi gii Ateniesi
se n'ebbero a pentire. Il loro poeta li aveva avvertiti
a tempo, ma essi non dettero ascolto. Il vecchio del-
l' Amfiarao che, non sì sa come, ridiventa giovane, e
forse in fine insulta il dio stesso, è forse il popolo
stesso Ateniese, che nel precoce desiderio del poeta è
rappresentato libero ormai dai vincoli della supersti-
zione e dalle ingorde brame degP indovini^ come nei
Cavalieri^ Demo è il popolo che rinsavisce dall' amore
di Cleone, o nelle Vespe Filocleone è il popolo che gua-
risce dalla mania dei processi.
5. É ovvio il congetturare che anche nella corame-
dia intitolata TsX[[Link](79]^ Aristofane abbia assalito que-
sto strano fanatismo degli Ateniesi per gii oracoli.
Nulla dai frammenti si può dedurre; ma il titolo è già
abbastanza signijQcativo. Telmesso era città della Ca-
ria, « qua in urbe, dice Cicerone (2), excellìt haruspi-
cnm disciplina », e poco dopo aggiunge che i suoi cit-
tadini furono « in ostentis animadvertendis diligentes » (3).
(1) V. anche Plutarco, Nicla, e, 8, ed Aristofane, Cai*. 61.
(2) De Divin. I, 41.
(3) Ivi, cap. 42. Cfr. Eliaco, V. hist. XII, 64.
176 SANTUARII ORACOLI K SUPERSTIZIONI POPOLARI. 5.
La eommedia prendeva forse il nome da nn coro di
aruspici Telmesesi (1).
Né Aristofane risparmiò mai punte contro gli ora-
coli ed i loro ministri. Così negli Uccelli l'oracolista
viene violentemente scacciato dalla nuova città (955-
991), (2) e nella Pace è la caratteristica figura di le-
rocle, che doi)o aver cercato in varia guisa d'ingarbu-
gliare Trigeo, facendo pompa della sua scienza augu-
rale e dando consigli e precetti per il sagrifìzio, ruba
in fine un pezzo di carne e scappa (v. 1117), tra le
ingiurie di Trigeo e del servo, che lo chiamano ghiot-
to, gabbamondo e imbroglione. E forse in un'apposita
commedia si assunse di rendere ridicole le antiche fi-
gure venerate dei vati mitici. Questa commedia era il
rioXuTBoq. Poliido era un vate ricordato da Omero (3).
A lui si attribuivano miracolosi fatti: e si narrava di
Glauco figlio di Minosse, che caduto in un dolio pieno
di miele ed annegatovi, fu da lui risuscitato (4). La
sua favola fu trattata dai tragici : da Eschilo forse
nelle Kpviddat, da Sofocle nei Móiwziq, da Euripide nel
IIoXuTBo^ (5). É probabile che Aristofane abbia elabo-
rato a suo modo V antica leggenda, e per deridere i
(1) Cfr. gli Acarnesi dai carbonai di Acume.
(2) Negli Uccelli etessi .,520 sg.) chiama imbroglione l'indovino
Lampone, e il deride perchè, affettando religiosità giurava Ma
TÒv yr\yo. invece di Ma tòv Zfjva.
(3) Iliade XIII, 663.
(4) Igino, fab. 136.
(5) Nauck, Tragicoruni fragni. ^ p. 38, 216, 558.
SANTCARII ORACOLI E SUPERSTIZIONI POPOLARI. 5. 6. 177
vati, e per inveire come al solito contro Euripide (1).
6. Non solo negli Uccelli e nella Pace Aristofane
mise in guardia i snoi concittadini contro gV inganni
e le furfanterie di quelli cbe facevano professione di
indovini, ma sempre, ogni volta che gii se ne presentò
1' occasione, bollò come si conveniva, questi sfruttatori
della ingenuità e della ignoranza umana. Caratteristica
sotto questo rispetto è la commedia dei Cavalieri. Con
questa commedia il poeta vuol colpire in pieno petto
Cleone e coloio che favorivano le arti sue. I Cavalieri
erano mille giovani di famiglie distinte^ che costitui-
vano la milizia stabile di Atene. Ad essi si affida il
poeta per liberare la città dalP aborrito demagogo. Per
la commedia dei Babilonesi Cleone lo aveva tratto in
giudizio, accusandolo di crHunniare la città dinanzi agii
stranieri, ed Aristofane a fatica aveva potuto salvar-
si. (2) Ma non si ritrasse dalla buona battaglia e negli
Acarnesi e nei Cavalieri continuò indomito la lotta
contro il potentissimo avversario, sfidando, con nobile
esempio per un artista , il sentimento popolare , che
(1) Aristof. fr. 389 sgg. Dindorf, 448 sgg. Blaydes. Uno dei
frammenti (390 Dind., 456 Bl. 452 Kock) sembra appunto accen-
nare alla caricatura euripidea: vedi il framm. 638 Nauck^: tic,
S'oISev Ei TÒ tfjv ecc.
(2) Aristofane stesso negli Acarnesi, (379-384) dice che Cleone
lo trasse innanzi ai giudici con calunnie e menzogne, V inondò
con 1' impeto del torrente Cicloboro, sicché poco mancò che egli
perisse tra i sudici gorghi.
Pascal — 12.
178 SANTUARII OliACOLI K SUPERSTIZIONI FOPOLAlil. 6.
dopo V esimgiiazione di Sfacteria era stato preso da uu
vero fanatismo per Cleoue. Or Oleone favoriva ed au-
mentava la sua popolarità, appunto lusingando ed inco-
raggiando le tendenze superstiziose degli Ateniesi. Tan-
to più notevole è quindi che anche per questa i)arte
Io colpisca Aristofane e faccia la caricatura degli ora-
coli. E si rammenti clie Cleone stesso, insieme con Dio-
peite, aveva levato contro Anassagora l'accusa di atei-
smo, e lo aveva fatto cacciare in bando da Atene.
Nei Cavalieri il Paflagone (Oleone) e il salsicciaio,
per assicurarsi la preminenza negli affari pubblici non
gareggiano solo di lusiuglie e di promesse al popolo,
di grossolanità e d' ignoranza ,
(giacche , dice uno dei
servi della commedia, Demostene (v. 191 sgg.), guidare
il popolo non è più affare per un uomo colto e di buo-
ni costumi , bensì per un ignorante ed un sozzo), ma
gareggiano anche di oracoli. Uno dei servi, Nicia, che
rappresenta poi il famoso generale così superstizioso (1)
anche lui, giunge a rubare al Paflagone , mentre dor-
miva ubbriaco, un oracolo che egli teneva gelosamente
custodito, e lo legge alP altro servo, Demostene, e lo
interpreta nel senso che , dopo Pericle ,
prima dovrà
governare Atene uno stoppalo, poi un pecoraio, e che
questi comanderà fino a che giunga un altro più schi-
foso di lui : il Paflagone. (2) Ma la serie non è finita:
(1) Cfr. Cavai, v. 30 sgg.
(2) Lo stoppai© è Eucrate, il pecoraio è Lisicle. Ad Eucrate il
poeta accenna anche nei Cavalieri (253) e in due frammenti (134
e 871 Blaydes 143 e G96 Kock), dei quali uno della commedia
SANTUAUII OKACOLI E SUPERSTIZIONI POPOLARI. 6. 7. 179
che se ne aspetta anccrii un altro, il salsicciaio (130 sj;g.)
Oh ! non blandiva davvero le passioni popolari questo
terribile canzonatore ! Ma il Paflagone non può rasse-
gnarsi ad essere sbalzato di seggio dal salsicciaio. E
comincia la lotta, clie, come dicemmo, è pur lotta di
oracoli. L' uno ne ha una cassetta piena, V altro una
soffitta e un paio di magazzini. E recitano, ciascuno
un oracolo, e per dare ad esso autorità lo riferiscono
agli antichi indovini : il Paflagone a Bacide, e il sal-
sicciaio di rimando a Glauide, fratello di Bacide (1003).
E i due gabbamondo passano poi ai sogni rivelatori ;
e la lotta continua fino a che Demo, il popolo Atenie-
se, non li prenda in uggia entrambi (1158). Questa volta
forse Aristofane fu verace profeta: abbiam sopra visto
come Tucidide (Vili, 1) attesti che il popolo Ateniese
si pentì di aver prestato orecchio a vati e indovini.
7. Or la forma che Aristofane suol dare agli oracoli
che egli inventa è particolarmente notevole. La sala-
cità della parodia è aumentata dal fatto che il trave-
stimento, per così dire, è perfetto, e tutte le caratte-
ristiche del linguaggio profetico vi sono osservate. (1)
Anzi tutto gli oracoli sono sempre in forma confusa,
rfjQag. Sopra questi capi del partito democratico dopo Pericle
vedi raccolte le testimonianze in Ribbeck, Die Bitter d. Aristoph.
p. 236-237.
(1) Cfr. Rochel, Aristophanes poeta quihus causis commoins ora-
cula.... irriserit. Progr. Gymn. Neustadt Westpr. 1870. Da lui
togliamo i riscontri che qui seguono tra la forma degli antichi
oracoli e le parodie aristofanee.
180 SANTUARII ORACOLI E SUPKRSTIZIONI TOPOLARI. 6.
ingarbugliata , enigmatica , e die si può trarre a più
sensi. A sentire recitare uno di essi, quello rubato a
Cleone, il servo Demostene esclama: « Affé dei Numi, è
un bell'indovinello. Tutto complicazione e sottigliezza!
(Trad. Romagnoli). « (1) Ciò era naturalmente neces-
sario a questi sfruttatori della credulità pubblica i^er
aver modo d' ingarbugliare, sempre che volessero, le
cose, e volgere gli oracoli al significato che loro con-
venisse. E infatti nella stessa commedia dei Cavalieri
si legge la disputa tra i due avversari! sul significato
di un oracolo , che Oleone tentava trarre a suo prò,
sopprimendone una parte (1025).
Molto spesso gli oracoli posti da Aristofane sono
anzi mutazioni di antichi oracoli, veramente dati, e più
o meno famosi. Così l'oracolo detto da Cleone (Gav.
1036 sgg.) è nel primo verso ("Egti yuwri, ts^si Bs XsovG'
lepaTg èv 'AOr^vai^) mutazione di un oracolo corinzio :
AisTÒq £v 7wSTpY](Ti xu£i, TSi^st Bs XsovTTa, (2) (i ucl quarto
verso (zziy^oc, izoiriGtxc, ^ulivov ecc.) imitazione del famoso
oracolo interpretato da Temistocle prima della batta-
glia di Salamina (TsT/og TpiToyevet ^ó^^ivou BiBoT sòpuoTua
Zz6q).
Neil' oracolo detto dal y^pr^G\>.olóyoq degli Uccelli (967
sgg:) a Pistetcro, il secondo verso, che ricorda la terra
fra Corinto e Sicione (£v TaÒTw tò \}.ztccE,ò KopivOou xai
fi) Cav. 195: ev \i] xovc, Oeoùg xal JCOixiXcog tzmc, xaì oofpòSg
fjviyfiévog.
v2) Erodoto, V, 92. Questo riscontro od altri che qui seguono
sono del Behagbel, De vciei'e comoedia ecc. p. 22.
SANTUARI! OllACOLI E SUPERSTIZIONI POPOLARI. 7. 181
Sixnwvoq) ricorda im oracolo dato dal dio ail Esopo, e
citato dallo scoliaste : zìe, tò [jt.£(70v "htìgcci KopivOou v.cà
Si/vUcovo^. Degli oracoli sali' aquila tra le nubi e sulle
tre Pilo, vedremo tra poco. Xella forma degli oracoli
Aristofane riproduce spesso frasi ed emisticliii omerici,
e certo per imitazione di quel che veramente si faceva
negli oracoli. (1)
La maggior parte degli oracoli antichi come si vede
da Erodoto, (2) cominciavano con le formole àXX! oxav,
àW ÓTUÓTav, cppà^so, cppàddai. L' esattezza della parodia
aristofanea non si smentisce neppure in questo parti-
colare. Ecco i principii degli oracoli da lui coniati :
Ucc. 967 àW OTav Gi/wTj(jw(7t [Link] izoXicci zz xopoivai
Lis. 770 àXX' ÓTUÓTav tutyi^w^i ^(eXiSóvsg sì^ Iva ^capov
Cav. 196 àW ÓTuÓTav [J.àp4''fl PupdaisTog àyxuXoyYjXYig
Cav, 1015 (ppdc^so, 'Epe/OsiBy), ^.oytwv, 6Sóv, -i^v o"ot 'AtcóXXwv
Ottt;. 1030 cppà^sy, 'Eps/Ost^Y], xjva Kép[3£pov àvBpa7uoBi(7iry)v
Cav. 1058 àXXà tó^s 9pà(j(jai, Tcpò HtjXov JIuXou y] aoi s'f pa^sv
''Egti nj}.og 7:pò IlyXoio (3)
Cao. 1067 AiysiBy], cppàdcjai xuvaXcÓ7:£/wa. [xy] cs ^oXwjy]
(1) Tale V oracolo simulato da Trigeo {Pace 1090 sgg.) ed at-
tribuito appuuto ad Omero. Col v. 1090 cfr. Iliade XVII, 273 e
XVI, 301 ; col 1092 cfr. II. I, 464; col 1093 Odiss. VII, 173, ecc.
Ripetiamo che il riscontro è jierò di singole frasi, non di tutto
il verso: v' è insomma il colorito della dizione omerica.
(2) I, 55. Ili, 57. VI, 77. Vili, 20,77.
(3) L' oracolo sulle tre Pilo (due dell'Elide ed una di Messenia)
di cui (juesto è caricatura, è citato daZlo Scoliaste così :
"Eoxi riu^og TiQÒ nu>.oto, nuXog Y^ f'-^'v coti /cal aXXì\.
182 SANTUARII ORACOLI E SUPERSTIZIONI POPOLARI. 7.
Pace 1100 cppà^so By), [j.-/) %<x)Q gz ^óXcù cppsvag èXccKcczTiGOLq
L' indovino lerocle nella Pace parla sempre grotte-
scamente, in tono solenne ed in forma involuta; e dice
cose che non bauno senso, ma che richiamano al pen-
siero le predizioni oscure, nelle quali si cercavano pro-
fondi riposti significati. « Fino a che la blatta fuggen-
do tragga orribili fetori, e la gatta frettolosa generi
ciechi piccini , non conviene conchiudere la pace »
(Pace 1078). (1) E in questo linguaggio continua anche
doi)0 : che invano Trigeo lo invita a smettere e a non
imbrogliar più la gente.
Queste parodie dunque degli oracoli sono piene di
tratti realistici. Gli oracoli dei due avversarli nei Ga-
valieri blandiscono e lusingano il popolo, e gli promet-
tono beni, ricchezze, fortune, imperio su tutta la terra
(968), mantelli di porpora e carri d' oro (967). Un ora-
colo paragonava l'imperio di Atene a quello dell'aquila
sugli altri augelli ; ed il poeta fa che Demo preghi
che appunto quell'oracolo gli si legga, di cui egli prova
tanto gusto (1013). L' oracolo è ripetuto anche da un
altro indovino, come sempre imbroglione, a Pistetero,
negli Uccelli (977). Mentre Pistetero sta sagrificando,
l'indovino vuole indurlo a dargli parte della vittima, e
vesti, e gli ripete 1' oracolo : 'se cosi farai come io ti
prescrivo, sarai aquila tra le nubi, o divino giovane.
E se no, non sarai né tordo, né aquila, né picchio' —
(1) Giustameote dice lo scoliaste, che queste parole sono à8ia-
vÓT]Ta, ma dette ad imitaziouo dei yiQr]a[Ji(^boi.
SANTUARII ORACOLI E SUPERSTIZIONI POPOLARI. 7. 183
Sarai aquila tra le nubi faceva parte delP oracolo an-
tico, (1) che tanto lusingava la vanità degli Ateniesi,
e dava modo al poeta di rampognarne la credula stol-
tezza e la cieca fiducia nei suoi lusingatori e ingan-
natori. E perciò nei Cav. (1013) il popolo stesso (Demo)
dice: Sarò aquila tra le nubi!
Quanto più dunque gli Ateniesi diventavan fanatici
per gV indovini ed i vati, tanto piii diveniva sangui-
nosa l' irrisione del poeta e contro questi e contro il
l)opolo. (2)
Sappiamo anzi dallo Scoliaste che il vate Lampone
fu perfìn ritenuto degno di esser mantenuto a pubbliche
(1) Scoi, ad Ucc. 977, Il terzo verso dell' oracolo è appunto ;
aÌETÒ? èv vecpÉ^rìOL yeATiaeai l'ijxata :i6.\xa.
(2) AlP oracolo delfico accenna qualche volta il poeta [Ucc. 618,
716, Fiuto 8 sgg. Vespe, 158) e forso con intenzione ironica, ina
senza tratti di satira violenta. Le parole del Fiuto, pronunziate
da Carione contro Apollo sono cosi commentate da Tzetze (Zu-
retti, Analecta Aristophanea, p. ì 55) : oi |.ièv y^Q a^?.oi aocpòv av-
TÒv Xéyovoi\, iyò) òè cui' eQycov cov P^étcco xqivco toìjtov atexvov
(xctvTiv x.aì arexvov latQÓv. Negli Uccelli (581) Pistetero tratta A-
pollo come un medico ciurmadore. I corvi, egli dice, cavino gli
occhi ai bovi, e poi Apollo, che è medico, li guarisca! (elO' 'A^cóA,-
)m\ iaxQÒq y' wv ìdaOco). — Degli altri oracoli è notevole quello
dell' antro di Trofonio, cui si allude scherzosamente nelle Nubi
(508). Strepsiade prima di entrare nel Fensatoio di Socrate vuol
provvedersi di una focaccia e trema come se dovesse entrare nel-
V antro di Trofonio. Quest' oracolo era soggetto di una commedia
di Gratino. L' antro di Trofonio, descritto da Pausania, era uno
degli aditi al mondo infero.
184 SANTUARII ORACOLI E SUPKRSTIZIONI POPOLARI. 7. 8.
si)ese nel Pritaneo (1), uè v^era pubblico affare iu Atcue
iu cui uou iuter venisse la loro opera nefasta (2).
Alla venerazione degli Ateniesi per quegli emeriti
gabbamondo fa nobile contrasto ^ardimento del poeta,
che d'accordo, questa volta, con Euripide, li rappresenta
come impostori, ingordi, avidi di denaro, fanfaroni (3),
e finisce per scacciarli con nerbate e vituperii dalla
città (4).
8. Com'è naturale aspettarsi, l'accenno a credenze o
pratiche superstiziose è frequentissimo in Aristofane. La
vita comune dà a chi vuol ritrarla veracemente centi-
naia di occasioni per menzionare gli usi e gli atti della
superstizione volgare. Nella religione greca al di sotto
delle grandi e famose divinità dell' Olimpo, v' è una
efflorescenza più umile, ma non perciò meno vasta e
diffusa, di piccoli genietti e dèmoni, aventi efiBcacia e
natura diversa nel bene e nel male, di mostri favolo-
si, di ombre moleste, di spauracchi spesso grottesca-
mente ridicoli nelle loro figure e nei loro atteggiamenti.
La natura e 1' origine di alcuni di cotali demoni fu
sagacemente indagata dal nostro Ettore Romagnoli. (5)
(1) Scoi, ad Ucc. 1084.
(2) Cic. De Divin. 1, 43.
(3) Face 1087, 1105, 1109; Ucc. 975.
(4) Face 1119.
(5) Cfr. Origine ed elementi della commedia di Aristofane in Stu-
dii italiani di Filologia classica, XIII, 86 segg. ; Ninfe e Cahiri, in
Ausonia^ 1908. Riassunto dei due lavori è V Introduzione alle Com-
medie di Aristofane tradotte (Torino, Bocca, 1909j. È da vedere
anche Ermanno Reich, Der Mimus, Berlino, Weidmann, 1903.
SANTUABII ORACOLI E SUPERSTIZIONI POPOLARI. 8. 185
A questo strato inferiore dallii vita religiosa si collega
tutta una serie di pratiche, di riti, di scongiuri, di e-
sorcisnii, che dovevano esser naturalmente usuali nel
popolino, tanto piìi tenace uelPosservanza di essi, quanto
più rozzo ed incolto. Aristofane però, almeno nelle com-
medie superstiti, non sembra dare a cotali credenze ed
usi uno speciale rilievo comico. Sono sparsi e fugaci
accenni qua e là e sembran fatti, piìi per verace rap-
presentazione della vita anziché per una particolare in-
tenzione d' ironia e di satira. Cratete invece scrisse
tutta intera una commedia intitolata Lamia (1). Ben si
prestava alla satira comica questo stranissimo mostro
femminile della fantasia popolare, di cui si raccontava
che fosse insaziabile nelle voglie erotiche, e che ucci-
desse gli uomini per cibarsene, e che a casa riponesse
gli occhi in un v;iso e che uscendo di casa se li ripo-
nesse a posto (2). Di più nella credenza popolare La-
mia era genio femminile essenzialmente malefico, e co-
me tale, nota il Komagnoli (3), comparisce in alcuni
vasi del Museo di Bari. Nelle Vespe Aristofanee (v. 1177
(1) Kock, Com. fr. 1, p. 136.
(2) Philostr. ApoUon. 4,25, p. 165: fiia twv 'Efutouacòv èanv,
ag Attjj-iag . . . . ol teoXXoì fiyoOvTai. ègcòai 8' autai xal aQQoSiOLOjv
\ié\, aaQXÒJv 8é iiàXiaza àvOpconieicov eQcàai , xai Tia'kEvovoi lolg
àcfQoòiOLOi';, ovq av èOéXcoai 8aiaaaOai. Plut. Moral. 515 f. xr\v
Admav Kéyovoiv oixoi fxèv [Link]\ xvq>Xr\v, èv àyyeic^ rivi xovc, òq)Oa?i-
fioùg è'/ovoax àjTOX8i|iiFvovg , e|o) Sé .TQOiovaav é;riTiOeoOai xai.
pXéjiEiv.
(3) Ninfe e Cabiri in Ausonia, 1908, p. 164. Cfr. M. Mayer, La-
mia in Arch. Zeit. 1885, p. 122 e Noeh einmaì Lamia iu Athen.
Mitth. 1891, p. 300 8g.
186 SANTUAKIl ORACOLI E SUPERSTIZIONI POPOLARI. 8.
sg.) il popolo Ateniese eflSgiato iu Filocleone, si vanta
di saper dire tante belle cose, ed invitato a dirle, co-
mincia a rammentare Lamia, che a furia di TcopBai si
salvò dalle strette di chi l'aveva ghermita. Era certa-
mente una favola popolare : la lotta di qualche perso-
naggio a noi ignoto con la vecchia ed odiata megera,
ma Aristofane vuole evidentemente colpire il popolo
ateniese, che si diletta di favole così vili ed abbiette.
E nelle Vespe stesse (1035) uno strano particolare at-
tribuito a Lamia serve a comi)iere il ritratto di Cleone.
Egli ha, dice Aristofane, la voce di un torrente, lo
scroto di Lamia, ecc. Limia è genio femminile^ e per
quali deformazioni gli si attribuisca qui un organo ma-
schile, non sappiamo.
Di questi piccoli e ignorati genii della superstizione
è frequente menzione, in Aristofane. Nelle Vespe stesse
(1178) troviamo menzionato Cardopione, certamente un
genietto della madia (xàp^OTUoq), come ve ne avevano
della farina ('AX<piT(ó), del carbone ( AvOpaxia), di*i mu
lini Cl^odiix) ecc.j e gli yjmaXot e i [Link] (1037) rispet-
tivamente demoni dei brividi e della febbre. Genio di
carattere eroico è il KovidaT^oq della Lisistrata (1). De-
moni della superstizione popolare sono gli SxiTaT^ot, i
Oévaxec;, i Bepéfr^sOot, i Kó^a^oi e MóOcov (2) che il Sal-
(1) Cfr. Romagnoli, o}). cit. (Ausonia, 1908, p. 148). *Hjiia?LOg
e rivQETÓg sono anche in un ir. (332 K.): a\ia ò'r\maXog tivqexov
TCQÓÒQOliOq.
(2) Per tutta questa parte ci basterà rimandare a Romagnoli,
Origine ed elementi^ \i. 213 sgg., Ninfe e C'abiri (Ausonia, 1908),
p. 149 8g.
SANTUARI! ORACOLI K SUPERSTIZIONI POPOLARI. 8. 187
sicciaio (lei Cavalieri (634 sgg.) invoca suoi protettori,
per averne audacia e lingua sciolta e voce sfasciata,
ecc. ne so vedere perchè non debba ritenersi demone
popolare ancbe K.o6Ckt]^oc, (221) 'Balordo', cui il salsic-
ciaio secondo il consiglio del servo Demostene deve far
libazioni_, per tener fronte <il Paflagone. E demone po-
polare di testa canina era anciie probabilmente il Ci-
nocefalo (Cav, 416) cui Oleone, per spaventare Pavver-
sario, rassomiglia se stesso. Così la Murena delle Rane
(475 TapTYjaia [Ji:jpaiva) era, dice lo Scoliaste, Bai|[Link] 'fo-
Pspdc, ed invece demone giocondo, e propriamente di
natura fallica, era 'I>.àa)v, rhe nella commedia Tpt?à>.Y)(;
Aristofane adoperava per il Genio fallico stesso (1).
Spauracchio era il Mormone, che è nominato negli A-
carnesi (582) e nella Pace (473) sempre a j)roposito di
Lamaco. Diceoi)oli nelFuno e Trigeo nelFaltro lo invi-
tano a smettere di fare spauracchi; anzi nel primo lo
scudo di Lamaco cou su rappresentatavi la testa della
Gorgone è chiamata ty]v [[Link][J.óva. Si tratta anche qui
certamente di un demone poj'Olare (2), ed Aristofane
n^iW Amfiarao e i)ropriamente nella parabasi chiamava
la sua ojiera di poeta comico xto([Link]!,ywòv [j,09[xo)w(jx£Tov,
certanumte perchè tornava molesta a tanta gente (3).
(1) Esichio, s. V. 'I?,dcov f^pcog noaeiòcòvoq móq, dq)' ov 'Aqi-
OToqpdvT]g èv TQupdXiiti UAoydq ècpr] xovq (pdXriTag.
(2; Scoi, a Pace, 473: MoQjióvog: — ouTcog Se EÀevov xb èxqjó-
Pì]TQOT, xai id jrQoacoTcela td aLo^Qd fxoQ^ioXvxela.
(3) Presso lo Scoi, alla Pace 473: fr. 97 Diudorf, 31 Kock, 34
Blaydes.
188 SANTUARII ORACOLI E SUPERSTIZIONI POPOLARI. 8.
Della Umpusa parleremo uel capitolo riguardaute PA-
de. A Gei-ione, il terribile mostro tricorpore della leg-
genda, accenna negli Acarnesi (1075 sgg.), per burlarsi
di Lamaco. Diceopoli gli presenta una locusta con le
quattro ali aperte e gli domanda se egli vuol combat-
tere con quel Gerione a quattro penne. IN^e fa così una
caricatura di Eracle. La burla non è per il mito an-
tico, sì per Lamaco. Altra superstizione popolare era
quella degli dèi àXs^ixaxoi, che salvavano invocati nei
pericoli imminenti. Erano specialmente onorati 'Hpax^YJq
àXe^ixaxog (1) ed 'Ep[JL^g àXs^ixaxoc;. All'uno si riferisce
il passo degli Acarnesi, 284, all'altro quello della Face
422. A superstizione di altro genere si riferisce il '
bic-
chiere del buon demone ', l'ultimo bicchiere, con cui si
ausi)icava a sé stesso prosperità e buon esito nelle
azioni intraprese. Se ne trova piii volte menzione presso
i comici : Bai^ovo^ aYaGotj [xsTaviTCìrpov nell' unico fram-
mento della commedia Kol^%6lc, di Antifane ; àyaOoO
Baifxovoq àxpaTOv in due frammenti della WoL^t^Oct] di
Teopompo. Anche il servo Demosteue dei Cavalieri
(103-115) liba al buon dèmone ed attribuisce quindi a
lui la buona ispirazione di rubare al Paflagone, che
dorme e russa, gli oracoli suoi. Alla credenza popolare
della nottola , che couje uccello sacro ad Atena era
ritenuto felice augurio dagli Ateniesi, si riferisce un
passo della Vespe (1085-86) ; ed aUa incredibile stol-
tezza del popolino, che traeva augurii anche dal tim-
(1) Cfr. Wilaraowitz - Moelleudorff, Herakles, Zw. Bearbeituny,
190y, p. 37.
SANTUARII ORACOLI E SUPERSTIZIONI POPOLARI. 8. 189
b ro della voce umana o dallo starnuto, si riferisce un
passo degli Uccelli, (715-720) ; come agli augurii che
si traevano dal volo degli uccelli per la scoperta dei
tesori nascosti il passo degli Uccelli^ 598-601. — Nelle
Nubi (749) è rappresentato Strepsiade che ricorre alle
stregonerie di una maga tessalica. Nella Lisistrata (v.
758) si allude per dileggio ad un' altra superstizione
popolare ; il pericolo di morte che soprastava a chi a-
vesse visto sulP acropoli il serpente custode.
Come i politicanti sfruttino la superstizione popolare
si vede da quel che pretende Diceopoli negli Acarnesi
(170-171); egli vuole far subito sciogliere P assem-
blea, perchè una goccia di x)ioggia P ha colpito: e la
pioggia era infatti triste presagio. (1) Alla supersti-
zione degli anelli magici si accenna nella Lisistrata
(1027) e nel Fiuto (883). E questo nostro elenco po-
trebbe pur continuare, ma senza frutto adeguato per
il fine di questo nostro volume. (2) Dagli esempii che
abbiamo addotto risulta però chiaro che per questa
parte non si può quasi mai parlare dì una vera paro-
dia o satira comica. Certo in passi come quello degli
Uccelli (715-22) è evidente che il poeta vuole muovere
rampogna ai suoi concittadini, giunti ormai a tal gra-
(1) La credulità degli Ateniesi in simili puerili presagi è lepi-
damente canzonata anche altrove: Lisistr. 339 sgg., Cav. 639, Ve-
spe 260 8gg., 1084, Fiuto, 82.
(2) Altre superstizioni e credenze popolari vedi in E. Kiess.
Superstiiioìfs and popuìar beliefs in Greek Comedy {Jmerican Journal
of Philoìogy, XVIU, 1897, ^. 189-205: framra. 306, 389, 530,
532 Kock.
190 SANTUARII OJJACOLI K SUPERSTIZIONI POPOLARI. 8.
do di grettezza e piccineria intellettuale da far rego-
lare tutti gli atti della propria vita, anche minimi,
dalP assurdità degli augurii. Ma a prescindere da tale
esempio e da altri pochi tra quelli che abbiamo sopra
apportato, è evidente che la maggior parte degli ac-
cenni a pratiche e credenze superstiziose è dovuta alla
necessità della imitazione scenica, piuttostochè ad un
intendimento satirico o morale. Il poeta vive in mezzo
alla vita del suo popolo e ne ritrae le abitudini ,
le
usanze e le credenze; e pur sorridendo, o forse anche
sdegnandosi, delle sue piccole gi-ettezze e meschinità
intellettuali, riserba, su questo campo, le sue forze a
pili ardua lotta, contro la comune concezione religiosa
e le importazioni pericolose dei culti stranieri, e le fi-
gure, per tanti rispetti indecorose , degli antichi dèi
nazionali.
XI.
I misteri eleusini!.
Sommario — 1. La rappresentazione del Tartaro e dei prati fioriti
nelle Bane sono imitazioni dei misteri eleusinii ? — 2. Conce-
zione alta del culto dei misteri. — Particolari realistici tratti
da tale culto. — 3. I misteri di Eleusi e Dioniso. — 4. lacco.
— 5. Il bando del Corifeo. — 6. Le punte satiriche contro il
poeta Cratino e contro il dio lacco.
1. La commedia delle Rane è preziosa per gli stu-
diosi di antichità sacre poiché vi è contenuta la rap-
presentazione di alcune parti delle cerimonie di Eleu-
si. (1) Tra le altre informazioni che Eracle dà a Dioni-
so sul suo infernale viaggio, è anche questa, che egli
vedrà gP iniziati, i [j,£[[Link][À£vot, e ne sarà avvisato da
una melodia dolcissima di flauti, che gli si effonderà
attorno, e vedrà una luce chiarissima , e i tiasi dei
beati (154 8). Giunti infatti presso alle porte di Plu-
tone ,
pare ai due viaggiatori, Dioniso e Xantia, di
ravvisare gV indizii dati da Eracle, e si mettono in
disparte, per udire e veder meglio (312-320). Par che
i due si appiattino, come paurosi del mistero sacro ]
(1) Ai misteri di Eleusi si hanno fuggevoli allusioni anche al-
trove presso Aristofane. In Fiuto 845 si allude al costume che
par che avessero gì' iniziati di dedicare ad una divinità il man-
tello col quale si erano recati ai misteri ; ed in 1013 è rappre-
sentata la vecchia lussuriosa che in elegante cocchio si reca ai
Grandi Misteri ; il che era proprio della gente doviziosa, come
di quel Midia di cui parla Demostene (XXI 158).
Pascal — 13.
194 I MISTERI ELEFSINII. 1.
ed è vivo il contrasto tra la grottesca comicità e gros-
solanità di quei due tipi, e la grandiosità solenne della
cerimonia d'invocazione, che Aristofane ritrae con com-
mosso lirismo. Il poeta dovendo descrivere il viaggio
nel mondo infero, non ha voluto tralasciare la rappre-
sentazione della sede dei beati; ma se nelle altre parti
della descrizione dell' Ade, non manca mai la nota
ironica o la facezia, qui, se si eccettui il brano che
contiene il bando dello ierofante (353-371), tutto è in
stile più alto e grave, qual si conveniva alla gran-
diosità del soggetto. Sulla scorta del dramma aristofa-
nèo e di alcune pitture vascolari (1) si è supposto che
nei misteri di Eleusi si rappresentassero agP iniziati i
supplizii del Tartaro e le delizie dei campi elisii. A
noi par molto probabile tale ipotesi. Il dramma sacro
medievale, con le figurazioni delle macabre danze e
del fuoco infernale , sarebbe in certo modo la conti-
nuazione di tale uso. I viaggiatori nei regni della mor
te ritratti da Aristofane, trovavano ivi, ammessa tale
ipotesi, V originale di ciò che si praticava sulla terra.
Eracle avverte Dioniso (v. 162-163) che gP iniziati ri-
siedono su quella via, vicinissimo alle porte di Plutone.
Si avrebbe qui un' allusione alle figurazioni reali dei
misteri ? Si rappresentavano in questi la casa dell'Ade
e le porte di Plutone, e a poca distanza da questi i
(1) Cfr. Gerhard, Arcliaeol. Zeit. , 1843-1844, tav. XI-XV. Si è
osservato uon esser dimostrato che tali pitture si riferiscano ai
misteri ; cfr. Daremherg et Saglio, Diet. I, p. 577. Non è dimo-
strato, ma è probabile. Non conosco Fritzsche, De Carmine Ari-
8io^hanÌ8 mystico, Kostock, 1840.
Il
I MI8TEBI ELEUSINII. 1. 195
prati fioriti, ove si fermavano gl'iniziati? (1) Ammessa
sempre tale ipotesi, qual colore e significazione diversa
acquista la scena del morto che immediatamente segue!
Anche quella scena sarebbe riproduzione di una scena
dei misteri ; si sarebbe rappresentato cioè un miste
i\i.6a'criq) ,
un 0ia(ja)TY|(;, che (per parlare il linguaggio
delle tavolette orfiche) abbandonava il ciclo doloroso
delP esistenza, ed era portato per la via della morte
sino ai prati fioriti della beatitudine. Si comprendereb--
be allora meglio la spiritosa scena aristofanéa: il morto
è diretto per la stessa via dei due viaggiatori: Xantia
gli propone un compenso, purché lo alleggerisca di un
pò di peso, ma il compenso è tenue , ed il morto ri-
sponde che, piuttosto che accettarlo preferirebbe tor-
nare alla vita (v. 177). Il morto è dunque certamente
uno che si avvia ai beati cori, giacché il ritorno alla
vita sarebbe per lui una pena.
In conclusione, trattandosi di un poeta cosi verace-
Diente realista, quale Aristofane, P ipotesi più probabile
è che nel porre sulla scena i misteri di Eleusi egli li
abbia ritratti dalla realtà ; e che cioè nei misteri vi
fossero appunto cotali figurazioni dei regni oltremon-
dani. (2)
(1) Coloro che s'iniziavano ai misteri credevauo di essere poi
accolti tra i beati. Scoi, a Pace, 374:... SoxoìJoi 8è ci fxvoujxevot
BÌq xovq evoe^elq xdxxeohai. E perciò appunto Trigeo nel 1. e.
della Pace sentendo da Hermes l'annunzio che egli deve morire,
gli dice : « Prestami per comprare un porcellino Tre dramme al-
lora. Prima di morire Mi devo iniziare » (trad. Romagnoli).
(2) Si noti ancora. In Eane 330, il Coro invita lacco a venire,
i
'
196 1 MISTERI ELEUSINII. 2.
2. È nelle Rane un passo, nel quale sembra aversi
una concezione molto alta del culto dei misteri, e sem-
bra espresso un pensiero di purità morale, che ad esso
si connetta. Durante la cerimonia mistica d'invocazione
a lacco,, il Coro enuncia le regole per la esatta osser-
vanza dei riti sacri e per la esclusione di quelli cbe
sieno indegni di i)arteciparvi. E così dice (353-370) :
« Convien che si taccia e che esca dai nostri cori
chiunque sia inesperto delle nostre parole, o non abbia
pura la mente, o chi non mai vide né danzò le orgie
delle sacre Muse, né fu iniziato nei misteri bacchici della
lingua di Gratino taurofago, o chi si allegra di carmi
abbietti, e inopportuni, o chi blandisce ostile sedizione,
e non è benevolo ai cittadini, ma li eccita e soffia nel
fuoco, volendo poi pescar nel torbido, o chi essendo al
governo di una città afflitta come nave in tempesta, si
lascia comprar dai doni, o chi introduce in contrabban-
do merci da Egina, novello Torichione, pernicioso ricetta-
tore delle ventesime, mandando ad Epidauro cuoia e lini e
pece, o chi vuol persuadere a fornir denaro per le navi
dei nemici, o chi va insozzando le immagini delle E-
cati, cantando cori ciclici , o chi essendo oratore , si
rode poi il salario dei poeti, prendendo parte ai patri
riti di Dioniso. A costoro io do il bando e una volta
scuotendo sul capo la sua corona di mirti. Di mirti, dice lo sco-
liaste, erano coronati gl'iniziati (Scoi, a Bau. 1. e). Perchè? Non
forse perchè di mirto si raffiguravano coronati anche i morti, ed
il mirto era sacro alle divinità sotterranee? Cfr. Scoi. l. e: on
xdiq xOovioi^ àqjiÉQCOTO, e poco appresso: f) [xuqoivt] àxeicotat TO15
yOovioig OeoXg.
I MISTERI ELEUSINII. 2. 197
e due e tre, che si alloatanino dai mistici cori ». — Il
IDasso è tutto pieno di allusioni personali. Il i)oeta vo-
leva colpire sfrontati e corrotti e traditori degl'interessi
pubblici e trovò questa ingegnosa maniera , di farli
escludere dai cori dionisiaci. La cerimonia si compie
laggiù, nel Tartaro , nella palude stigia , ove si sono
recate le rane della palude Limnea, ad accogliervi Dio-
niso , il loro signore , che si recava alP Ade. Benché
però la scena sia immaginata nelP Ade , è chiaro che
essa è una imitazione, adattata, s' intende, al genere
comico, di una cerimonia reale. Ciò vide già lo Sco-
liaste antico, e riferì la cerimonia ai misteri di Eleu-
si. (1). A questi certamente fan pensare molti partico-
lari. Il Dio è invocato sotto il nome di lacco ("lax^og),
ed è invitato a venire per danzare nelle sedi venera-
tissinie, nei sacri prati, insieuie coi suoi santi Ota(7coTat
(i partecipanti al tripudio bacchico), scuotendo la co-
rona di mirto che gli cinge la fronte (324-330). E Xan-
tia invoca intanto la veneranda figliuola di Demetra,
cioè Kore, altra divinità del ciclo eleusinio (v. 337).
Poi il coro riprende V invocazione a lacco: egli venga
agitando la fiaccola : già risplende Pastro del notturno
mistero, e tutto il prato è sfavillante di luce; già par-
tecipano alla danza anche i vecchi j dunque tu splen-
dente di fiaccole guida la gioventù danzante sul molle
strato erboso (340-352). Indi il coro passa dalla invo-
(1) Scoi, a Rane, 354 : [aréov 8è oti eI xaì 8ià xovq év. "AiSou
^ivotag cpaivETai \iyz\.\, àWà x\\ àÀìiOeir^ 8tà toù<; èv 'EXeucìvi.
EVTaOOa xaì ùcpiaxato f) ay.r\\i\ toG 6gd|iaTog.
198 I MISTERI ELEUSINII. 2.
cazioue di lacco a quella di Demetra : « Su via, altra
forma di iiini^ celebrate la regina apportatrice dei frut-
ti, la Dea Demetra , lei adornando di divine lodi »
(382-383). Ora appunto Demetra è la divinità eleusinia.
Di più Eracle così annunzia a Dioniso (154 - 164) :
« Dipoi un fiato di tibie ti si aggirerà intorno e ve-
drai bellissima luce come qui, e mirteti e beati tiasi
di uomini e di donne e molto strepito di mani ». E a
Dioniso che domanda: E questi chi sono? Erac^le ri-
sponde : Gl'iniziati ; al che Xantia osserva : ed io sono
l'asino che porta i misteri. Questo tratto direttamente
ci riporta ai misteri eleusinii ;
giacché tutto 1' occor-
rente per la cerimonia si caricava appunto a dorso
d'asino^ per trasportarlo da Atene ad Eleusi (1).
Nelle Rane (145-151) sono anche descritte, con bre-
vissimi tocchi, le pene dei dannati. Dov'era la rappre-
sentazione della felicità d'oltretomba, non poteva man-
care quella della dannazione eterna.
Eracle così annunzia a Dioniso: « Dipoi (dopo il tra-
gitto nella barca di Caronte) è molta melma e fango
infinito. E in esso vedrai giacenti tutti quelli che han
fatto ingiuria agli ospiti, o defraudato il loro amasio
del compenso, o battuta la madre o schiaffeggiato il
padre, o giurato falso giuramento, o trascritto qualche
squarcio di Morsimo ». Come si vede 1' enumerazione
ha qualche tratto di parodia ; ma le colpe capitali vi
(1) Scoi, a Rane, 159 : Toli; \ivoxr\QÌo\,q k% ftateog elg 'EXevaXva
8ià Tòiv 6vo)v cpÉQOvai rà elg ttiv xpeiav. óOev r\ Tragoifita, Sui tò
xaxon;a6etv [làXioxo. xovq ovovg dxOocpogoOvTag.
I MISTERI ELEU8INII. 2. 199
souo : le offese ai genitori e la violazione dei diritti del-
l'ospite: le colpe stesse, di cui già nell'epopea omerica
api)aiono vendicatrici imiDlacabili le Erinni. A cagione
appunto di questo passo riguardante le pene d'oltretom-
ba, si è qualche volta elevato dubbio circa il riferimento
della descrizione aristofanèa alla religione eleusinia. Per
qual ragione però questo lago di sterco e di fango per
i dannati, non possa essere credenza eleusinia, non è
stato ancor detto (1) ; e che ne manchi d'altronde noti-
zia non è una prova. Ma nella parte almeno, che riguar-
da la felicità degP iniziati, nessun dubbio è possibile.
La stupenda invocazione del coro a celebrare la sa-
cra danza della dea, nei roseti e nei prati fioriti, ove
solo agli iniziati splende purissima luce (4:40-459) non
può essere riferita se non ai misteri di Eleusi, ed è
piena di quella medesima esaltazione lirica per le
sacre cerimonie, che ispirò il carme di Pindaro e di
Sofocle (2). « O tre volte felici, dice Sofocle, quelli
che discendono nell'Ade dopo aver contemplato questi
spettacoli: solo essi hanno la vita, per gli altri non vi
sono che dolori (3) ».
(!) Ciò fu già osservato dal Maass, Orjj^eus, p. 112-113. — È no-
tevole, a proposito di queste pene infernali il passo, Pace 49. Ivi
è detto che Cleone ora impudentemente ingozza sterco. Vuol forse
significare che ò morto ed è nell' Orco tra i dannati. Infatti a
Cleone già morto allude nella Face nei versi 313 e 648-650.
(2) Cfr. Pindaro, Olymp. II, 61 segg . (B.) Sofocle, presso Plut.
De aud. poet. 4 (p. 2.5-26, ed. Didot); Axiochos, p. .515, ed. Bek-
ker; Inno a Demetra, 480-482; Platone, Phaed. p. 69 e.
(3) Sofocle, 1. e.
200 I MISTERI KLKUSINII. 3.
3. Il terribile canzonatore innanzi ai misteri eleu-
sinii provò dunque quel medesimo rapimento mistico,
onde furono compresi i maggiori si)iriti dclHantichità (1\
1 quali vi sentivano come una efficacia di purificazione
morale; e questo esaltamento lirico di Aristofane fa in
questo punto tanto più stridente il contrasto con la
rappresentazione grottesca del ridicolo dio, che nulla
comprende a quei misteri e solo pensa a farsi aprire
la porta da Plutone. Si ponga anzi mente ad un par-
ticolare importante: la figura di Dioniso (2). I misteri
eleusinii avevano indubbii rapporti col culto di Dio-
niso in Atene. Infatti i quattro epimeleti dei misteri
eleusinii insieme con P arconte-re, davano tutte le di-
sposizioni per la processione delle feste Lenee (3) ; ed
in una cerimonia di queste feste figurava probabilmente
anche il daduco di Eleusi.
(1) Nelle Bane (887) fa che Eschilo preghi Demetra di renderlo
degno dei suoi misteri e questa religione augusta di Demetra con-
trappone alle grottesche deità (P etere, la lingua, V intelligenza,
le fini narici) vantate in seguito da Euripide (892-893). — Non so
comprendere come lo Hild, Aristophanes impietatis reus, p. 73,
vegga anche in questa j)arte delle Rane una i)arodia. Ad ogni
modo anch' egli scorge come sì nelle Teamoforiazuse, sì nelle Rane
Aristofane « solitam temperarit procaciam » (p. 76).
(2) Cfr. Stallbaum, De persona Bacchi in Bania [Link].
in 4», 1839 (32 p.).
(3) Cfr. Foucart, Les Granila Myatèrea d'Éleuaia, p. 76-79. Nota
pure che gli epistati del tempio di Eleusi iscrivevano nei loro
conti una spesa per le feste dionisiache del Pireo, per lo Lenee,
e per la cerimonia dei Xóeg, C. I. Alt. IV; p. 202, 1. 29; II, 526
1. 46; II, 527, 1. 68. Cfr. Foucart, Le eulte de Dionyaoa en Atti-
gue, p. 52 8g.
I MISTERI KLEUSINII. 3. 201
Alle cerimonie di Limne era presente lo IspoxYJpu? di
Eleusi, ed assisteva al giuramento delle yspaTpat (1),
donne investite temi^oraneamente di carattere sacro ed
incaricate del servizio divino a Dioniso.
In una iscrizione di Eleusi le divinità eleusinie ven-
gono appunto congiunte con Dioniso (2) 5 in un^ altra,
anche di Eleusi, si parla di un Tràrpioq àywv irwv Aiovu-
(71WV (3) 'j presso Tlielpusa in Arcadia (4) e presso Si-
clone (5) anche troviamo le divinità del ciclo eleusinio
congiunte con Dioniso ; e questa unione è indubbia-
mente provata anche nei riguardi del Dioniso attico (6)
e dei misteri di Lerna (7).
Di più, nei piccoli Misteri^ che si celebravano ad
Agra, sulla riva sinistra delPIlisso, Dioniso aveva gran
parte. I piccoli misteri erano feste della religione di
Eleusi, e servivano anzi come iniziazione ai Grandi
Misteri. Ora Stefano di Bizanzio ci dice che i Piccoli
(1) Cfr. ps. Demostene, In Neaeram, 73. Anche le particolarità
del culto eleusinio penetrarono a poco a poco nei misteri dioni-
siaci. Il collegio degli 'lópax^oi dell'epoca imperiale (cfr. Piscriz.
in Athen. Miti. 1894, p. 249 segg.) nominava tra le sue cariche
i personaggi che dovevan rappresentare Aióvuaog, KÓqi], riQOjTeu-
QijO(.iog (forse una varietà di IIqcotÓyovoc), divinità del ciclo eleu-
sinio.
(2) Eevue dea études grecques, 1893, p. 335 sgg.
(3) 'Ecpim. àQxato?i. 1883, p. 83.
(4) Pausania Vili, 25,3.
(5) Pausania II, 11,3.
(6) V. Wide, Ath. MiUheil. 1894, p. 279.
(7) Fraenckel, C. I. G. Felop. et Ins. I, p. 115, iscriz. n. 666,
ed autori ivi citati.
202 I MISTERI ELEUSINII. 3. 4.
Misteri erano un [j.i[jly)[X5c dei fatti di Dioniso, e cioè la
rappresentazione del dramma mistico sulla vita o sulla
morte del dio (1).
Ma nella rappresentazioue aristofanea Dioniso non
ha che far nulla con quei misteri: egli non sa neppure
che cosa sieno ; e solo da Eracle apprende che vedrà
gP iniziati ed assisterà alla festa (v. 154-158). In tutta
la celebrazione di lacco niun indizio vi ha, che accenni
alla sua identificazione con Dioniso. Anzi Xantia spie-
ga chi sia lacco al suo padrone (320). Quando questi
comincia a sentire i canti ed a vedere gP iniziati, si
nasconde insieme col servo (v. 315, 323). In conclu-
sione Dioniso è rappresentato come affatto estraneo ai
misteri che si celebrano. Solo le rane lo onorauo laggiiì,
col loro Ppsxsxs? xoà| xoà$, che eccita tanto la stizza
di Dioniso.
4. II poeta non tiene conto della divinità di Dioniso
nei misteri, appunto perchè^ in grazia di lacco, la tria-
de fondamentale di Eleusi ,
Demetra, Kore e Dioniso,
non era più fermamente stabilita. Quella triade era
diventata per molti Demetra, Kore e lacco. In Atene
nel tempio di Demetra, eran le statue di Demetra stes-
sa, di Kore e di lacco, portante in niauo la fiaccola (2);
tutto il temi)io anzi par che si cìiiamasse 'Ia>t)(sTov.
(1) Stefano Biz. 8. v. "AyQa xal "AyQai- yo)QÌo\ tcqò tf)? KÓle-
0)?, Èv 4> TÙ ^iiXQà \ivaTr\Qia è;iiT8?.EtTai, [ii\xr]\ia xojv jteqI tòv
Aióvvoov.
(2) Pausania I, 2 : n^cTiaiov vaóg èoxi ^r'wiyiXQoq, àyàliiaxu 8è
aÙTi'i Te xal f\ Tiaiq xal ò^Òa èxcov "lax^og.
I MISTERI KLEU8INII. 4. 5. 203
Nel peaae delfico di Filodamo anche troviamo, come
appunto nelle Rane, associato lacco al culto delle divi-
nità eleusinie (1). La terza strofe delP inno finisce, ri-
volgendosi a lacco: ppoxoTi; tuóvov wi^Lag B'6p][xov à[>.u7U0vJ.
Non istaremo qui a notare onde nacque questo nuo-
vo personaggio divino , e come primitivamente esso
fosse denominazione del canto mistico che si levava a
Dioniso (2), e denominazione del genio persoiiificante
il canto stesso, poi diventasse il dio o genio duce dei
misteri di Demetra (3), poi un dio stesso dei misteri (4).
Quel che a noi importa far considerare è che siccome
la parte di lacco era indispensabile nel culto eleusinio^
esso giunse fino ad eliminare Dioniso, col quale alcuni
bensì lo identificavano, ma altri negavano tale identi-
ficazione (5). Ed appunto per questo, nella rappresen-
tazione aristofanèa, Dioniso assiste estraneo , ed anzi
grottescamente stupido alla celebrazione dei misteri.
5. Si noti ancora: il bando del Corifeo per la esclu-
(1) Cfr. Weil, Bull. con-, hell. XIX, 1895, p. 393; Diels, Sitz.—
Ber. Akad. Beri. 1896, p. 459.
(2) Elevare il mistico canto si diceva iu.y.'^fó.X^Zì.y . Erodoto Vili,
45. Cfr. Arriano , Anah. II, 16 : xaì ó lax^^og ó iivoxi'KÒq toijtcj)
T(p Aiovuaq), ovyl Tcp 0r]Paicp eK^-òexai.
(3) Strab. X, 3, 11 : aQy^TiYETTig tcòv i^idotiìquov xf\q A^ii^XQoq
(4) Il Foucart, CuUe de Dionysos , p. 59-60 ha tentato negarlo,
ma, ci sembra, con poca fortuna.
(5) Scoi, a Rane 334 (a proposito di lacco) : Elai yovrv 6i tpaoi
nepoecpóviig aùtòv et vai* ol 8è tf) Ai]|.uìtqi air/yEvéoOaf u.}[Link] 8è
exeQov Aiovi3ao\j elvai tòv "lax^ov, ol 8è tòv aùióv.
204 I MISTERI ELEUSINII. 5.
sione di tutti gì' indegni, che abbiamo sopra visto, è
un tratto realistico. Nel primo giorno delle feste la
proclamazione dello ierofante e del daduco (BaBou;(og)
escludeva dalla festa i barbari, gii omicidi, i cospira-
tori e traditori (1) ; si domandava ai misti la purità
delle mani e dell' anima (2). Così appunto il coro ari-
stofanéo vuole allontanare tutto ciò che è impuro, e
comincia ad enumerare le varie specie d' impurità e
ciò dà naturalmente occasione al terribile poeta di far
la rassegna di tutti i bricconi, i corrotti e i corruttori
della vita pubblica ateniese. I primi versi che conten-
gono ingiunzioni generiche per tener lontani quelli che
non sieno esperti delle sacre parole, e non abbian pura
la mente, serbano forse qualche traccia delle genuine
formole sacre (v. 353 sgg.):
òcjTig aTceipog TOiwvBs Xóywv, •?) y^^[j.Y) [J-yj xaOapsósi.
Anche nella cerimonia ateniese delle Antesterie vi era
qualche cosa di simile. Si può supporre che quando si
fissarono nel rito religioso i rapporti tra le feste eleu-
sinie e quelle ateniesi di Dioniso, un maggior rigore
morale s'imponesse anche a queste. L'ufficio segreto a
Dioniso nel Dionysion di Limne era celebrato dalla Re-
gina, cioè dalla moglie dell'arconte- re, ed essa era as-
sistita in tal missione dallo tepoxvjpu'^ di Eleusi e d^
quattordici donne, designate dall'arconte-re, che si chij
(1) Isocr. Paneg. 157 ; Libanio, Omz. Corint. p. 356 ; Pollux,^^
Vili, 90; Celso presso Origeuo III, 49.
(2) Libauio e Celso, 11. ce; cfr. Lobeck, Aglaophamus, p. 15 sgf
il
I MISTERI [Link]. 5. 205
niavano yzpoapo(.i (1), ed erano investite temporaneamen-
te di carattere sacro (yuvaTxsc; tspai).
Or queste yuvaTxeg ispat prestavano un giuramento
che era tenuto segreto^ ma del quale lo ps. Demostene
nell'accusa contro Neera (78) riporta solo quel tanto
che era indispensabile ai fini giudiziarii. E quel tanto
è che la yepaTpa giurava di viver casta, e di esser pura
e immacolata da ogni contatto immondo e dalPunione
con uomini, e di celebrare a Dioniso i Osoivia e gli
'Iopàx)(£ia secondo i riti patrii e nei tempi convenienti.
Di pili da una iscrizione di ^ndania(2) anche risulta
che nei misteri si facevano cotali prescrizioni di pu-
rità morale. Il giuramento era prestato tanto dagli Ispo^
quanto dalle tepat, ed era parte solenne del rito. In una
iscrizione dell'epoca imperiale, trovata al sud-ovest del-
l' acropoli, e che contiene il regolamento del collegio
degli lópax/oi, è tra le altre cose prescritto che ninno
possa appartenervi, se il collegio non decida con vota-
zione, che egli sia degno e adatto al culto bacchico (3).
(1) Eiym. Magnum ed Esichio, s. r. -^ZQoiQai; Polluce Vili, 108
(VEpapai).
(2) Cfr. Foucart, Inscript. du Péloponnèse, 326 a.
(3; Athen. Mitth. 1894, p. 257, lin. 30 sgg. ; Mt]8£vI é|écn:co
lópax/ov elvai, éàv [li] :jiq(x)xov àKoyQd^^Exai -Tapà Tcp lepet ttiv ve-
vofiiafiéviiv OLTOYQacpTìv xai [Link] un;ò tcòv lo|3dxy/ov ipì'ìfpw et
a|iog (faivoiTO "/.al £.-ciTì'j6eiog tcò [Link]. — GÌ' 'Iój3axxoi eraDO
certamente incaricati, insieme con le yeQoÌQai (In Neaer. 78) della
cerimonia degli 'loPax^eia, di cui parte principale dovevano es-
sere gl'inni al dio, con 1' acclamazione iìo ^6.'/.yE. GÌ' inni stessi
erano chiamati lò^[Link] (Stef. Biz. s. v. BéxeiQ ;
Efest. 94) e pare
che il nome se ne estendesse al culto di Eleusi, giacché in alcuni
206 I MISTERI ELEUSINII. 5.
Questa rappresentazione delle cerimonie" eleusinie
contiene, come si è detto, più punte contro alcuni uo-
mini molto noti nella vita di Atene; ma non sembra
essere stata scritta con intento di satira religiosa. Se-
nonchè Aristofane è un terribile canzonatore. Guai a
cLi s'illuda che egli parli a lungo sul serio I Nella pro-
clamazione del Corifeo, immediatamente doi)o le i)arole
di così grave solennità, nelle quali si enuncia in for-
ma generica il bando dai misteri di tutti coloro che
non sieno esperti delle sacre parole e non abbiano pura
la mente, segue quest'altra esclusione (356-7): « o cbi
né conobbe uè danzò le orgie delle nobili Muse, né fu
iniziato ai misteri bacchici della lingua di Gratino tau-
rofago (1) ». Le allusioni particolari ci sfuggono ; ed
anche la farragine degli antichi scolii non porta spie-
gazione che interamente soddisfi.
Quel che risulta sicuro è che '
taurofago ' è cogno-
me che si dava a Dioniso (2). Qui invece é attribuito
a Gratino. Perché? Era amante del vino, dicono alcuni
scolii, e perciò gli si dà V epiteto di Dioniso. Ed al-
lóJ3axyoi, che si attribuivano ad Archiloco, erano onorate anche
le divinità del ciclo eleusinio, Demetra e Kora. Efest. 94 : oTov
TÒ èv TOÌQ dvacpeQOfxévoig eig 'Aqxiàoxov 'Io|3dxxoig. Arinr]TQog àyvY[g
xal KÓQTig TT]v na\r\yvQiy 0é(3cov. In questo senso dunque sarebbero
*IóJ3axxoi presso Aristofane non solo i canti delle rane per Dio-
niso NiseoCiJane 212-2 19j, bensì anche quelli degl'iniziati a lacco
(cfr. 316-352, 395-413) ed a Demetra (382-394).
(1) i\ Yewaicov opyia Modocov [iì\x' elòev p'ii' eyiÓQevQev \
firiSè
Kpaiivou TcO xavQocfjdyov y'kó)TT'ì]q Pax/eX' éTeÀéaOr).
(2) Vedi i passi nella nota seguente.
I MISTERI ELEUSIXII. 5. 207
tri dicono : i)ercbè era amante delle contese. Ed altri
altro (1).
A dir vero la spiegazione s'ha da cercare altrove.
Il cultore della divinità prendeva il nome dell'animale
sagiificato, appunto perchè si cibava delle sue carni, ed
in lui quindi si credeva riprodursi quella tal virtìi o
forza divina, di cui l'animale vivente era una mani-
festazione. Il sagrificaute si chiamava dunque TatJpo^,
perchè Taupo^àyoc, o Tpàyog perchè TpayocpaYoc, e così
via (2). Stando a tale spiegazione Gratino sarebbe qui
(1) Scoi, a Fané Sol : [ir\xF KQarivov lÌQÒq xovq Tcegi 'AgioraQ-
yov oloné\ovg ori xavQoq fiv avxolg lò èn;a6Xov. eiQTìtai 8è Jiapà
TÒ SoqpoxÀéoug ex T\^qoìj<; « AiovijaoiJ tov xavQO^)dyov ». f] oti cpi-
Xoivog fiv xal 8tà toOto 8n;i6£TOv toì5 Aiovijaov avxca :zeQixi^éaaw.
(ol 8è 5ti TZEQiEQyóxeQoy oXov tòv Xóyov obioSiSóaai, \ir\xe Kgaxi-
\ov Pax^ela èxeXéobx], a èaxi xov ixoaxocpdyov Aiovvoov). \ir]òè Kpa-
xi\ov. xivèq ^o-vXoYzai tt]V cpiXoveixiav avTOÌI 8rìXoi5a6ai ex xov
xavQOcpdyov, o èoxi Aiovuaoi». TauQÓxepco? yàg ó Geòg. E{>Qun:L8iì<;
(Bacch. 918) xaì xavQoq r\[àv TCQÓobev r\yEiobai Soxel. ol 8è outcog.
^iiìSè KpaTivov Paxxeìa exeXéob^, a èoxi xov xavQOC()dyov Aiovvoov,
àjiò toìj aufi^aivovro*; xali; pdxyaig. 8ièan;cov yàQ ^ovq xaì fjaOiov
d)[ià xQÉa. *A7ioXX(i}\ioq 8é q)T]ai xavQOcpdYOv tòv Aióvvaov ojtò tcòv
8i8o^év(ov xolc, bihvQan^ou; Powv.
(2) Nella iscrizione degli 'lópax/oi (Ath. Mitth. 1894, p. 249
sgg.) ai sacri ministri vien dato il nome di ittttoi. Le ministre di
Artemide Brausouia erano aQXTOi (Aristof. Lisistr. 645, ed ivi
scolio; Snida, v. aQXTOc, dQxxeùoai ), le sacerdotesse di De-
meter in Lacouia jrcòXoi (C. I. G. 1449), i ministri di Poseidone
in Efeso xaiJQGi (Ateneo X, 425 e), gì' iniziati nei misteri dioni-
siaci póeg o xQdyoi, i misti di Mitra héoxxeq, Xéaivai, i ministri
xÓQttxeg (cfr. Dieterich, De hymìtis orjyhicìs, p. 5). Traggo questi
esempii dal Wide, Athen. Mitth, 1894, p. 281. --Nei misteri era
208 I MISTERI ELKUSINII. 5.
detto Taupocpàyog come partecipante ai misteri di Bacco
o devoto del dio (1). Ma ciò meno importa. Più im-
porta il considerare chi è Gratino. Niun dubbio cbe
qui si tratti del poeta comico famoso. Nei Cavalieri^
526 sg. la menzione di Gratino è scevra di ogni in-
tenzione aggressiva (2); ma è quello il passo nel quale
il poeta rammenta coloro che godettero il favore po-
polare e poi a poco a poco V andaron perdendo I In-
vece fiera rampogna è in due passi degli Acarnesi (849
e 1170) e nel secondo anzi è atroce espressione di
sprezzo, augurandosi a Gratino che gli si getti sulla
faccia sterco recente. Gli antichi scoliasti favoleggia-
rito fondamentale Pomofogia. Il dio stesso s'incarnava nelP ani-
male: mangiare l'animale significava assorbire la forza del dio e
trasformarsi nella sua natura. Perciò il miste prendeva il nome
del dio: pdxxog era il miste di Bacco. Cfr. per tutto questo Har-
rison, Prolegomena, p. 265, p. 432 sgg., Diès, Le cycle mystique^
p. 38-39. — Appunto Dioniso è considerato ordinariamente come
toro; cfr. Stratone X, p. 470 {Edoni di Eschilo); Plutarco, Quest.
Gr. XXXVI ; e sotto la forma di toro le Baccanti sbranavano
Dioniso per mangiarne la carne cruda (Scoi, a Rane, 357: Siéojtwv
yÙQ ^ovg xaì T]a6iov wj^à xpéa).
(1) Nella Pace (701-705) Aristofane fa morire Gratino di crepa-
cuore vedendo andare in pezzi un otre di vino. È possibile clie
ciò sia detto di Gratino ancor vivo.
(2) Cosi almeno pare a noi ; ma così non la pensava Gratino,
che sdegnato con Aristofane per quella parabasi, nella favola
Pythinc disse di Aristofane xà lEvJió'kiboq Xéyeiv (Scoi, a Cav. 531).
Girca le mutue accuse di plagio tra Eupoli ed Aristofane vedi
Van Leeuwen, Prolegomena alle Nubes (Lugduni Batav. 1898),
p. XIV. Girca Gratino e la sua Pythine vedi ivi, XXIX-XXX.
I MI6TBBI ELEUSINII. 5. 209
roiìo di varii Gratini; e qualche moderno vi assentì (1).
A noi pare evidente che il popolo ateniese dei tempi
di Aristofane, assistendo alla rappresentazione di una
commedia, e sentendo menzionare semplicemente Gra-
tino, non potesse pensare che al poeta comico.
Intanto si noti qual vivace tinta satirica dà al passo,
che esaminiamo, questa punta fieramente aggressiva
contro Gratino. Questi è a])ertamente accusato da Ari-
stofane {Acarn. 850 sgg.) di sozzi costumi e cioè di
esser cinedo, ed è chiamato Artemone, tipo proverbiale
di effeminatezza e mollezza (1). Ed Aristofane fa che lo
ierofante esiga, dagli accorsi alla sacra cerimonia, que-
sta condizione, tra le altre: che essi abbiano avuto a
maestro, nella iniziazione dei bacchici misteri, questo
Gratino appunto, questo cinedo, cui augura altrove una
manata di sterco !
Un^altra punta riguarda lacco, associato, come ab-
biamo visto, al culto dei misteri di Eleusi. Il poeta non
si lascia sfuggire V occasione di rammentare con un
cenno fugacissimo la fiera critica che del culto dioni-
siaco aveva fatto Diagora di Melo. Quando il servo
Xantia ode da lungi un coro d' iniziati, che cantano
(1) Giustamente, credo, riferì i due passi degli Acarnesì al -poeta
comico il Bergk, Com. Att. Bel. p. 202. Nei Cavalieri stessi del
resto (v. 400) v'è una forte allusione alle continue ubbriacature
di Gratino : « Se io non t'odio, dice il coro a Gleone, possa io
servire di giaciglio a Gratino ! » Evidentemente le ubbriacature
avevano conseguenza sul suo giaciglio.
Pascal —14.
210 1 MISTERI ELEUSINII. 5.
lacco, così V annunzia al padrone : « Cantano lacco,
quello che Diagora » (v. 320 àBoudi youv iròv ^Iax)^ov
6v7ucp Aiayópag ). E si ferma: è pericoloso procedere.
Diagora, da religioso e pio che era^ diventato ateo, mi-
se in derisione i misteri dionisiaci ; e per 1' accusa di
averli divulgati^ condannato a morte, scampò nel Pe-
loponneso, invano raggiuntovi dalle richieste degli A-
teniesi ai magistrati di Pellene, che lo restituissero in
I)atria, per farlo ivi sottostare alla pena.
J
XII.
La parodia teologica. Cosmogonie e teogonie.
Sommario — 1. I giuochi di parole. — 2. Le etimologie dei nomi
divini. — 3. Cosmogonie e teogonie. — 4. Parodia della Ifekyia
omerica.
1. Aristofane si giova, per le sue caricature, di tutti
i mezzi intrinseci e formali che la spigliata fantasia e
lo spirito caustico gli apprestano. Tra i mezzi sono
frequentissimi i giuoclii di parole (1). O traendo una
parola a doppio significato, o facendo confusione tra
due parole affini, o rimontando al significato origina-
rio delle parole, alla loro etimologia, e da tal senso
etimologico traendo qualche conseguenza circa la na-
tura e il carattere delle cose, Aristofane ottiene 1' ef-
fetto di ravvivare e colorire qua e là la materia co-
mica, con balenìi e guizzi di allusioni satiriche e di
affermazioni ironiche. Ma, specialmente le facezie eti-
mologiche sono frequentissime nel nostro poeta. A-
goracrito, secondo lui, è così chiamato, perchè £v xà-
yopS xptvó[X£vo^ (Cavai. 1257-1258); Dercete Filasio chia-
ma sé stesso il bifolco negli Acarnesi (2), rivolgendosi
a Diceopoli, e vuol dire: '
se ti preme il veggente tuo
(1) Cfr. Holzinger C, De verhorum lusu apud Ariatophanem. Pr.
1876, (54 p.).
(2) Acarn. 1028: ^SQxéxov $[Link].
214 LA PARODIA TEOLOGICA. COSMOGONIE K TEOGONIE. 1.
compaesano \ cioè :
'
se ti preme la luce degli occhi
miei da Bspx
^ — '
guardare ' e (puXv) ^
borgo \ E negli
Acarnesi stessi (724), Diceopoli per tracciare i segni
terminali della vendita pubblica nella piazza, brandisce
tre scudisci di Lepra estratti a sorte, TpsTq Toòg Xa/óv-
Tac, Toò^ ^' hm^Tocq ex AsTupwv. Lepra è scelto per il ri-
cordo di Xéizziy '
scorticare '.
Immediatamente dopo (726) si parla di un sicofante
ed insieme di un Oaonavò*; àvYJp, un uomo di Fasi, nella
Scizia. È per affinità con cpa^vw '
denunziatore '. Pieno
di cotali giuochi di parole e calemhours è tutto il passo
degli Acarnesi dal v. 603 al v. 614. I nomi ivi pre-
scelti hanno tutti qualche ragione per affinità o deri-
vazioni etimologiche, credute o intraviste dalPautore. (1)
In Tt(7ap.svocpatvi7:7uoiK; si sente la radice cp aiv— ' denun-
ziare ', in riavoupYiTCTuapxiBag è evidente navotipYoq ^ bric-
cone ', in rspY)To6eo^wpou(; si scorge il yipo(.(z e il ^wpov,
due allusioni a corrotti e corruttori; in Ato|j.£ia>.a^óvaq
si sente V à>va^wv '
fanfarone \ Nel v. 606 che fluisce
xàv FéXa xàv KoLTO^yélu si sente lo scherzo con YeXàw
'
ridere ' e V allusione maliziosa a KaTÒcva. Nel passo
609-614 sono tre nomi di Acarnesi. Ora gli Acarnesi
erano dediti al mestiere di carbonai, ed il poeta conia
quei nomi così: MoLpikà^riQ, ApàxuT^Xog, OpivC^Y]^. Il Bo-
magnoli traduce: Bracino, Leccio, Oarbonello.
Esaminiamo un altro passo, quello degli Uccelli, 1148
(1) Adotto qui tutte le spiegazioni date dal Romagnoli {St. Hai.
di fil. class. X, 1902, p. 151 sgg.). V. anche Pasquali, in Riv. di
Filol., 1908, XXXVI, p. 581.
LA PARODIA TEOLOGICA. COSMOGONIE E TKOGONIK. 1. 215
segg., Lanto per ravvisare a quali sottigliezze giunga
in tal genere Parte aristofanóa. Si tratta degli uccelli
affaccendati a costruire la nuova città. Perchè alle ci-
cogne (7U£>.apYoO è riserbato di fabbricare i mattoni 1
Lo scoliaste (a v. 1139) pensa al TzzkoLpymò'j Ttiypq del-
P acropoli : ben piuttosto si tratterà dell'affinità delle
due parole T^sXocpyoi e 7rr]>.oupYOi (1). I tusXsxoJvts^ (v. 1155)
sono maestri d'ascia, certamente per V affinità con tus-
[Link](Z 6 Tze'[Link]. Questa smania degli scherzi etimolo-
gici porta il nostro poeta alla ricerca degli scambi ma-
liziosi di parole, dei fraintesi, che sono uno dei mezzi
pili abusati della commedia di tutti i tempi. Così in
Pac3 453 il frainteso è tra Tcatwv e Tuaistv; in Gav. 954
lo scambio é tra Byj^xoì; ^ popolo ' e By)[jlÓ!; '
grasso di
bue ', in Acarnesi 850 tra TC£pi7cóvr]pog e TuspicpópviTog (detto
di ' ApTé(X(ov) ; ivi, 234, il demo attico Pallene è trasfor-
mato in BaX>.YjvY] (BaX>.Y]vàBe) da pàXXw ' lanciar pietre \
in Gav. 954 ^wpixw;; è trasformato in BwpoBozKTTt per
allusione a BwpoBoxsTv corrompere dai doni \
'
1 (Sciarsi
ed ivi stesso, 959, SjjixuOoq è trasformato in SjxixuOy], per
dargli un nome di cortigiana. In questi ultimi esempii
il dopi)io senso ò ottenuto col mutare la parola. Altre
volte invece la parola rimane intatta ed è evidente
l'intenzione di creare il doppio senso. Lasciando stare
i frequenti esempii tratti dal verbo cpatvo), di cui i varii
significati si abbinano di volta in volta con quello di
*
denunziare ' con allusione ai sicofanti, citiamo Acani.
(1) Cfr. Piccolomiui, in Rendiconti della R. Accad. dei Lincei,
1893, voi. II {Classe Se. mor. cccj p. 103.
216 LA PARODIA TEOLOGICA. COSMOGONIE K TEOGONIE. 1. 2.
1210-11, ove (7D[iPo>Y) è in doppio senso :
'
scoatro '
e
^
quota di pagamento ad un banchetto comune ', Uc-
celli 1553 ove (jju^aywysTv oltre al suo significato di
* evocare le anime dei morti ' lia quello di ^
attrarre
a sé le anime ', di che si vantava Socrate, cui si rife-
risce quel passo j Acarnesij 46 sgg., 175-176 ove 'A[x-
cpiOeo^ vale tanto ' doppiamente divino ^ quanto '
dop-
piamente corrente. '
(1)
2. Crediamo inutile indugiarci piìi oltre in molti e-
sempii. Aristofane amava dunque questa forma di fa-
cezie verbali, e, come Poccasioue gli si prestava, ado-
perava anche questo mezzo di scherzo comico. Ma l'oc-
casione gli si doveva prestare spesso, quando egli toc-
cava di argomenti riguardanti i miti o la religione.
Giacché uno dei metodi piti accreditati per la spiega-
zione dei fenomeni mitici e dei nomi divini era appunto
questo: la derivazione etimologica. Dei teologi antichi,
i quali si erano messi su questa via, si erano fatti eco
i poeti tragici, e specialmente un poeta, al quale Ari-
stofane non risparmiò mai le sue frecciate, Euripide (2).
Che bella bazza dunque per il nostro poeta comico!
Le spiegazioni scientifiche dei miti che davano le scuole
dei filosofi erano di due specie: quelle prettamente ra-
(1) Cfr. Dario Arfelli in Atene e Roma XII (1909), p. 239.
(2) Cfr. Lersch, Die SprachpMlosopMe der Alien (1841), voi. Ili,
p. 3-18; Patin, Études sur les tragiques grecs, I, 320, n. 2 ; Fuo-
chi, Le etimologie dei nomi proprii nei tragici greci (Studii italiani
di filologia classica^ VI, p. 273-318). Decharrae, La antique dea tra-
ditions religieuses chez les Grecs. Paris (Picard, 1904), p. 291 sgg.
LA PARODIA TEOLOGICA. COSMOGONIE E TEOGONIE. 2. 217
zionalisticlie e quelle etimologiche. Le uue e le altre
foruirono materia alla caricatura aristofauèa.
Nel nostro poeta v'è ampia messe da raccogliere di
cotali caricature della scienza teologica.
Qualche volta Aristofane cerca l'effetto comico dando
alla parola il significato precisamente opposto a quello
etimologico. Il nome del re mitico Toante era stato
spiegato da Euripide come '
corrente '
(Géw correre) ;
egli aveva anzi detto che il nome gli era venuto dalla
velocità, che era pari a quella del volo degli uccelli
{Iphig. Taur. 31):
Sóccq, '^j% wxòv TUÓBa TiOetq itov TZ'zt^oic,
Aristofane per deridere ^etimologìa, ne fa un tardi-
grado (fr. 324 Dindorf, 357 Kock):
evTauOa B'^TupavvEUsv T'j»i:ruXY)g T^av/ip
0óac, ppaB^TaToq àv ev àvGpwTTOig BpajxeTv.
Più frequente è il caso, in cui Aristofane non ricorra
a questa ragion dei contrarli.
Il nome di Plutone veniva così da lui spiegato nella
perduta commedia TaYY)vt(7Ta^ :
Kat [jlV tuóOsv Wko6^iù\f yày òvoixà^sTO,
zi [XYi Tra PeXtkjt' ela/sv; Iv Bé aot cppàdco,
6(T(j) Ta zaTco xpsiiTTco '(7TIV a)v 6 Zsòg e)(ei.
ÒTav yàp tT'rac, ::oi) ToclàvTOu tò ^stcov
xàxoj paBi^ei, tò Bè xevòv zpòg tòv Aia (1).
(1) Presso Stobeo CXXI, 18.
218 LA PARODIA TEOLOGICA. COSMOGONIE E TEOGONIE. 2.
Certamente la connessione di I[Xo6t(ù^ con TuXouTog
doveva esser frequente nell'antichità (1); ma il para-
gone aristofanèo dei due piatti della bilancia, di cui
quello pieno tende verso Plutone, e quello vuoto verso
Zeus, dà intonazione parodica a tutto il passo.
Negli Uccelli Pistetero vuol dare ad Evelpide la di-
mostrazione che il dominio degli uccelli è molto ante-
riore a quello degli dèi. E così spiega : V allodola fu
prima di tutte le cose; ma il padre suo morì, quando
non ancora la terra era formata, sicché Pallodola, non
sapendo come fare, se lo tumulò sulla testa. Al che
osserva Evelpide: Perciò il padre dell'allodola ora dopo
morte è sepolto nei Cefali, 476: 6 Tuair-^p àpa TYJg xopu-
BoQ vuvt xsiTai, TsOvswg Kt(^(xlriai^. A parte l'allusione ad
un fatto reale, ad una reale sepoltura nel demo attico
di KscpaXat, allusione che a noi sfugge, ed a parte an-
che la caricatura dei sistemi cosmogonici, si ha qui
una parodia delle spiegazioni etimologiche del mito :
la sepoltura del padre delKallodola nella testa dell'uc-
cello sarebbe nata appunto dalla sepoltura di KecpaXai.
Così poco appresso (481 sgg.) spiega il nome di Ilep-
(Tixò^ ò'pvK; dato al gallo, appunto col rammentare che
il gallo fu il primo a signoreggiare i Persiani, ^pyi ts
Tlspdfiiv TupÓTepov Tudcvirwv, Aapsiou xai Msyapà^ou (484). Ya-
rii soprannomi ed attributi divini sono inventati dal
poeta, per avere il modo di applicare le sue spiega-
zioni etimologiche. Poseidone è detto (869) àva(J IlsXap-
Ytxóg (da TueXapyòq '
cicogna '). Più forse che alla con-
ci) Cfr. Aosch. Prometeo 806 ecc. vedi Preller, Myth. l^, p. 801, 4.
LA PARODIA TEOLOGICA. COSMOGONIE E TEOGONIE. 2. 219
fusione con ^éXayog ^ mare ', è ria pensare al probabile
soprannome di Poseidone Uzk'xayiY.óq (1). Pelasgo era
nno dei figli di Poseidone (2). Aristofane sclierza su
quel soprannome, lo muta lievemente e ne dà la spie-
gazione dal nome della cicogna (3). Latona è detta ma-
dre delle qnaglie, OpT'jyo^xTjTpa (870). (4) È per is;>ie-
gare il soprannome 'OpTuyia (Ortigia era l'antico nome
dell' isola di Delo) (5). Men felice è lo scherzo sopra
Artemide KoXoliwìq, da lui mutata in 'A>ta>.avOi(; (6). Così
il cppuyt'Xog è detto 2]aPà^iog : par cbe il poeta voglia
spiegare l'origine frigia del dio col rammentare il no-
me dell'uccello.
Altra caricatura di spiegazione etimologica: il nome
(1) Il Wieseler (Adv. p. 110) crede TLeXaGyiyiòq fosse chiamato
Poseidone del promontorio Sunio. Il Beutley crede che tutto il
verso (0 SouviÉQax.e, xal^', axaE, TLe'kaQyi'KF sia parodia di Co 2od-
vuiQaTe yojLQ' àxaE, Ue)Mayi'/,é.
(2) Dionigi di Alicarnasso I, 17.
(3) IXe^.aQYOi è il titolo di una commedia perduta di Aristofa-
ne. Il Fritzsche, Quaest. Aristoph., 25, interpretò vi si parlasse
dei Pelasgi Tirreni; i più suppongono vi fossero svolto le favole
circa la pietà dello cicogne per i genitori. Cfr. Sueverne, De avi-
hu8 p. 83, Kock, Com. fr. I, p. 502.
(4) 'OQTiryojxr'iTQa è il nome di una grossa quaglia. Esichio oqxv\
VJreQ(j,eYéOT](;. Fozio 350, 22 bQXvyo\i\\iQa bQXv\ [li'^o.q. Cfr. Ate-
neo IX, 392 F, Aristotele, H. a. Vili, U, 16.
(5) Sofocle, Tr. 214.
(6) Oltreché nome di uccello (cardelliua ?) par che fosse nome
di cagna, il che molto bene converrebbe al culto di Artemide.
Scoi, a q. 1. : 'H xucov, TtaQÒ. tò alxdXXeiv locog toÙs Y'^'^'^QH^^o^?»
uXa>cTeìv 8è T0Ù5 \iyovc,.
220 LA PARODIA TEOLOGICA. COSMOGONIE E TEOGONIE. 2.
del dio barbaro Triballo. Pistetero {Ucc. 1530) vi rav-
visa conuessioue etimologica con £7ULTpij3£tY](;, impreca-
zione che serviva per mandare alla malora. L'etimologia
d(.'\VMymologicon Magnum non vale molto di piti: Tpi-
Po(Xkoi ol sv iroTg ^(xXoLvzioic, àvaYwya)^ BiaTpipóp-svoi.
Ma v' era un' altra serie di spiegazioni scientifiche ;
quelle che volevano spiegare i fatti mitici o le opera-
zioni del culto razionalmente, adducendo gli ordinarli
fatti naturali ed umani. Caratteristico è in tal genere
il passo degli Uccelli (1700) nel quale si spiega l'o-
rigine del rito sacrificale di tagliar via la lingua della
vittima per riserbarla all' araldo, che doveva presen-
ziare i sagrifizii pubblici (1). É, dice l'imperterrito can-
zonatore, un uso importato da Gorgia, da Filippo e
dagli altri retori, che lian fatto della lingua un pezzo
eletto, e cioè han fatto la loro fortuna con l'arte della
parola.
Nelle Nubi anzi la lingua è pure una delle nuove
divinità di Socrate, accanto al Caos e alle Nuvole (v.
424); e nelle Rane (v. 892) Euripide invoca come suo
nume ty]v y^^tty](; airpócptYY^ (^)-
(1) Da una iscrizioue del III sec. av. C. appartenente al san-
tuario di Dioniso in Mileto sappiamo che la donna la quale vo-
lesse offrire un privato sagritìzio al dio, doveva dare alla sacer-
dotessa lo seguenti i)arti : onXdyyixa, vecpQÒv, axóÀiov, lepàfi \ioi-
Qttv, y)Maoa\, CKÉXoq eìg xoxvX^bóxa èHTeT|Lir|fxévov (Un. 16-18 della
iscriz. pubblicata da Tb. Wiegand, in Ahhandl. d. Akad. Berlin.
Philo8.—hÌ8t. Classe 1908, Anhaang I, p. 22).
(2) È notevole però che Euripide stesso, quello vero, non quello
Aristofaneo, ha uno scherzo simile, nel CÌGloj)e. Sileno consiglia
I
LA PARODIA TEOLOGICA. COSMOGONIE E TEOGONIE. 3. 221
3. Naturalmente anche contro le cosmogonie e teo-
gonie si esercita la satira del poeta. Esiodo (Teog. 116)
aveva detto : ^^pwTidTa "^àoq, yévsTO. Pistetero degli Uc-
celli (471) dovendo ora sostituire al regno degli dèi
quello degli uccelli fa un' altra cosmogonia : Pallodola
fu prima di tutte le cose : xopuBòv tuocvtwv 7upwTY)v òpviOa
Y£vé(7Gai. Sì questa strana invenzione dell' allodola , sì
l'altra, ancor i)iti strana, dello scarafaggio che sale al
cielo sino al grembo di Zeus, che troviamo nella Pace,
Aristofane stesso dichiara aver tolto da Esopo.
Ma una vera cosmogonia, comi)iuta in tutte le sue
linee, è quella cantata dal Coro degli Uccelli (v. 685
sgg.). La cosmogonia è in gran parte caricatura di quel-
la di Prodico (1), sofista che aveva allora acquistato
in Atene gran fama, e che è espressamente nominato
(v. 692) ; ma vi sono commisti, com' è naturale aspet-
tarsi, elementi diversi: V uovo della cosmogonia orfica,
opportunissimo trovato, trattandosi in questo caso di
uccelli, V Amore di Empedocle ,
gli antichi elementi
Esiodei. In prima erano il Caos, la Notte, il fosco E-
rebo e V ampio Tartaro : non erano né Terra né Aria
nò Cielo (693 sg.). Secondo la cosmogonia orfica era
prima di tutti il Tempo senza principio : e da esso
vennero fuori l'Etere e il Caos. Acusilao ed Epimenide
facevano uscire tutte le cose dalla Notte o Èrebo. La
Teogonia esiodea poneva prima di tutte le cose il Caos;
a Polifemo: « Non lasciar bricciola delle carni di costui. Se poi
mangerai la sua lingua, diventerai ampolloso e loquacissimo ».
(1) Cfr. Piccolomini, Riv. di Filol. V, 192.
222 LA PARODIA TEOLOGICA. COSMOGONIE E TEOGONIE. 3.
indi la Terra e il Tartaro ed Eros; e dal Caos faceva
nascere PErebo e la nera Notte; e dalla Notte, mesco-
latasi in amore con Èrebo, PEtere e il Giorno. Aristo-
fane sembra quasi che per burlarsi di tutte queste
teorìe, ove gli stessi elementi ritornano^ ma sempre in
ordine diverso, li metta tutti insieme a casaccio. Egli
continua (694 sgg.) con lo spiegare che la Notte depose
nel seno delP Èrebo un uovo fecondato dai venti. L^i-
nione della Notte con P Èrebo è, come abbiamo visto,
in Esiodo, P uovo è nella cosmogonia orfica.
DalPuovo uscì ^Epwg 6 7coGetvó(;, che Esiodo (Theog. 119)
aveva chiamato ^'Epo^ v.óCk'kKs^oc, èv àB'avàT0t(7t OsoTdi.
Ma Eros uscì 'simile a celeri turbini', eJxw^ àv£[xwxect
BCvai^ (697). È uno spunto empedocleo. In Empedocle (1)
quando POdio ha pervaso tutto lo ScpaTpog ed è giunto
sino alle ime profondità del vortice, in mezzo al tur-
bine nasce P Amore: èv Bè [xédY) (piXÓTY)^ (5i:^o^óCkv{^i yi-
vY]Tai. E così è fatta tutta intera questa parodia cosmo-
gonica di Aristofane , tutta richiami ed allusioni ad
antiche dottrine di filosofia naturale, insieme accozzate
e messe deliberatamente alla rinfusa. E di tal genere
è anche la bellissima apostrofe agli uomini, che dà i-
nizio a questa parodia cosmogonica. Il nostro comico
aveva osservato presso poeti e filosofi le più strane e
piti diverse definizioni della razza umana. Per Omero
gli uomini erano '
come le generazioni delle foglie ', o?y)
(1) V. 163 sgg. Mullach ; fr. 35 Diels, Poetarum philosophorum
fragmenta.
LA PARODIA TEOLOGICA. COSMOGONIE E TEOGONIE. 3. 223
Tuep cp(jX>.(ov yzvtri ; (1) per la leggenda mitica di Pro-
meteo e per la filosofìa di Empedocle erano impasti di
terra (2) o di fango, per Euripide (fr. 636) erano terra
ed ombra ;
per Sofocle erano simulacri e vane ombre;
per Pindaro sogno di un' ombra, (3) e così via. Il no-
stro poeta mette tutte in un fascio queste definizioni,
e fa che gii uccelli così si rivolgano agii uomini (Uec.
685 sgg.):
Uomini, cui natura dannava a cieca notte,
Stirpi di fronde lievi, effimeri, senz' ali,
Di vita breve, impasto di fango ; o vane frotte
D' ombre, o simili ai sogni, sventurati mortali !
(^trad. Romagnoli)
Molta affinità con le antiche cosmogonie hanno an-
che le genealogie degli dèi. E qui Aristofane trovava
da sfogarsi contro il suo prediletto bersaglio, Euripide.
(1) Iliade, VI, 146.
{2) Per Empedocle gli uomini eran formati di terra, acqua e
vapore caldo, cfr. fr. 62 e 73 Diels. Prometeo e| ufiaTog xaì yr\g
à\ fìQéTcovq" nXdoaq (Apollodoro I, 7, 1); cfr. Callimaco fr. 87 e
133 Schneider (Callim, voi. II, p. 252 sg.); Marz. epigr. X. 39, 4,
Fedro Fah. V, 13, 5, ecc. ecc. La leggenda era forse già in Eschilo;
giacché il mito di Prometeo ha relazione con quello di Pandora,
della cui schiatta così dice un framm. di Eschilo (fr. 369 Nauck^):
Toù TZ^XoTzXdoTOv o:iéQ[iaTO(; OvriiT] yv\r\. È caratteristico che gli Ate-
niesi chiamassero Prometei i vasai e lavoratori di creta ecc. Cfr,
Luciano, Prora. 2 : xal aÙTol 8è 'AOiìvatoi To-ùg yyxQéaq xal utvo-
rtoiovg xal Jidviag oaoi irtTìÀovQYOÌ nQO|xì]0éag (XTcexdXom'.
(3) Sof. Aiace 125 ÓQcò yÙQ r]\id.g ovòèv ovxag &ÀÀo n'ki\\ \
etScoXa,
oacuTEQ ^ài(iev f\ xoi3q)T)V axidv ; v. 1236; fr. 13 ecc. Pindaro,
Pyth. vili, 135: écpdfieQoi. ti 6e xig; ti 6'ouTig; oxiàq ovag &v6Qcon:os.
224 LA PARODIA TEOLOGICA. COSMOGONIK E TEOGONIE. 3.
Questi era famoso per le genealogie divine, messe in
princii)io dei prologhi suoi. Lo Scoliaste (ad Acam. 47).
cita quella dell' Ifigenia Ta urica) :
Hélo^» 6 TavTà>.eiog zlq IlTcrav [xoXwv
0oaT(ytv iTu^coiq Otvo[j.àoL> yo^fJ^s'i xópYjv,
s^ ^c, 'Axpsòg e[3Xa(jT£V Arpstog Bs izcaq
Mzyé'[Link] 'AYa[j,é[xva)v Tre* irou B' ecpuv eycó.
Simili genealogie pone Euripide nelP Ecuha, nelP 0-
reste, nelle Fenicie, nelP Ercole furioso, nelP Elena, nel-
P io?ie^ nelP Elettra, nelle Baccanti ; e fra le tragedie
perdute nel Te7e/o (fr. 697) nelP Eolo (fr. 14), nel Me
leagro (fr. 519), nel Frisso (fr. 816). Era dunque uno
dei mezzi convenzionali della tragedia euripidea.
Ohe bella bazza per Aristofane I II quale fa che Eu-
ripide stesso dichiari nelle Rane questo vezzo e se ne
vanti: il primo che veniva sulla scena, egli dice, espo-
neva tosto in ordine tutta la schiatta cui il mio dram-
ma si riferiva (946) : àW oG^twv TupwTKJTa [xév pi tò
yévoq elTu'àv eòOòg tou Bpà[[Link](^. E negli Acarnesi intro-
duce una tale genealogia alla maniera euripidea :
(y. 47 segg.) : « Fu Amfiteo prole
Di Trittolemo e Demetra. Da lui
Nacque Celèo. Celèo condotta sposa
Fenarete, ava mia, n' ebbe Liciuo.
Io da questo immortai nacqui : e i celesti
Solo a me concederon che la tregua
Stringessi col Lacon....
(trad. Romagnoli)
Oeleo è personaggio omerico, o almeno pseudomerico,
LA PARODIA TEOLOGICA. COSMOGONIE E TEOGONIE. 3. 4. 225
dell' iuno a Demetra (1). Era re di Eleusi, quando vi
giiiuse Demetra e fu accolta in Eleusi dalle figlie di
lui, ed al figlio di Celeo insegnò Pagricoltura. Il poeta
si burla allegramente dell'antica leggenda e su di essa
innesta le sue fantasie parodiacbe.
4. Anche il regno dei morti e la tradizione omerica
della Nekyia si prestano alla canzonatura di Aristo-
fane. Gli danno anzi occasione ad una felicissima fan-
tasia. Il poeta vuol prendersela con Pisandro, uomo
politico ateniese, che al tempo della guerra pelopon-
nesiaca abbattè il governo democratico in Atene, ma
poi al mutar delle cose fuggì a Decelea (2). Par che
fosse uomo di gran corporatura (3), ma vile e pusilla-
nime j e ignavo nella milizia ce lo rappresenta Seno-
fonte (4).
Dai comici fu preso spesso di mira (5)^ ed a signi-
(1) V. 96: K8?.E0L0 òaUfQOvoq — oq tòt' '[Link]; òvoéoor\q xoi-
Qavoq r\e\. 105 Ke?.eoIo 'EÀ£i;aivi8ao. 474 TQurT0À8jj.(p t8 — KeÀew
6* f)Yì')TOQi Àac5v.
(2) Tucidide Vili, 65, 68, 98.
(3) Cfr. framm. di Ermippo pressoio Scoi, ad Ucc. 1556.
(4) Senofonte, Symp. II, 14.
(5) Eupoli negli 'AoxQdxevTOi e nella comm. Mapix.à, Platone nel
nEiaavépog, Aristofane nei Bahilonesi: f[ ÒGìq 'alToijvTeg (xqxtiv tto-
Xé|xoD :iOQÌoeiey ^exà UeiodvÒQOV. Confronta anche su lui Aristof.
Pace 395 ; fraram. di Eupoli : neiaavòpog elq IlaxTcoXòv èaxQa-
TEUETO I
y.àvxavba xr\q oxgaxiàq xdxiOTO? riv à\r\Q (presso lo Scoi,
ad Ucc. 1556). È il framm. degli 'AoTQaTEVTOu
Pascal — 15.
226 LA PARODIA TEOLOGICA. COSMOGONIE E TEOGONIE. 4.
ficare V opinione che se ne aveva basta il motto ITsi-
ffàvBpou B£i>vÓT£po(; (1). A bollarne appunto la viltà Ari-
stofane immagina che egli, ancor vivo, avesse perduto
l'anima. Per richiamarla allora egli si reca da Socrate,
il quale faceva professione di t^uiocyoiyéiWj cioè di at-
trarre a sé le anime. Ora ^i)jo(,y(ùyzi'^ significava anche
'
evocare le anime dei morti ', come aveva fatto Ulisse
{Odiss. XI, 24 sgg.) recandosi nei regni inferi ed ivi
sgozzando le vittime sacre sopra la fossa, per richia-
mare sii le anime dei defunti. E ciò dà al poeta l'oc-
casione di parodiare il racconto omerico ( (Tccelli^ 1553
sgg.). Pisandro si reca nel paese favoloso degli Scia-
podi, ov'è^Socrate, che Aristofane colloca colà per si-
gnificare che sono fantastiche e favolose tutte le cose
che egli pretende insegnare. Ivi era uno stagno onde
si evocavano le anime; e Pisandro, per evocare P ani-
ma sua scanna un enorme agnello (2), e poi si trae da
parte, come fece Ulisse (3); ma gli viene sii a bere il
sangue della vittima non V anima sua, ma Cherefonte
il pipistrello, un discepolo di Socrate. Così con una
sola fantasia Aristofane colpisce tre persone, Socrate,
Pisandro e Cherefonte; V uno per le sue pretese frot-
(1) Suida, s. V.
(2) Così interpreto il )cdfXT]?v,ov à^,vóv, 1559. Kà\ir{koq per ' gran-
de, ingente'; cfr. Filillio presso lo Scoi. & PI. 179: fj ti? y.à\ir\-
"Koc, etexe tòv $iXa)vi8riv. Lo scoi, al nostro passo interpreta ap-
punto 7ia\i\i£yi^y\<;. È allusione all' enorme corporatura di Pisan-
dro. A V. 1563 leggo jrpòg xó y'6X\iia (cfr. Blaydes, p. 157).
(3) Cfr. 0di88. XI, 35.
LA PARODIA TEOLOGICA. COSMOGONIE E TEOGONIE. 4. 227
tele, l'altro per la sua viltà, il terzo per Paspetto suo
di allampanato, che il faceva comparire sempre come
venuto dai regni d'oltretomba (1).
(1) Cfr. V. 1296 da cui risulta che wuxeqìc; ' pipistrello ' era
il nomiguolo di Cheiefoute. Nelle 'Qpai ( fr. 571 Blaydes, 573
Kock) Aristofane lo chiamaya 'figlio della notte'. In Nubi, 104
dice che Socrate e Cherefonte hanno le facce gialle e i piedi scalzi.
1
.
XIII.
La parodia delle spiegazioni scientifiche
Sommario — 1. Il significato delle Nubi. — 2. L' interpretazione
simbolica e il tipo reale di Socrate. — 3. Le dottrine scientifi-
che e teologiche parodiate nelle Nubi
J
1. La commedia tutta dedicata alla parodia scienti-
fica è quella delle Nubi. Parecchie scuole filosofiche,
quali quelle di Anassimeue, Anassagora, Archelao, Dio-
gene, avevano affermato la natura aerea o eterea del-
l' animo umano. Aristofane vi accenna anche negli Uc-
celli (1380-1390). TI poeta Cinesia, che desidera diven-
tare canoro usignuolo vuol volare sino alle nubi, per
trarne 1' ispirazione ai suoi ditirambi, ed afferma che
di là pende V arte sua. (1) Non altrimenti negli Acar-
nesi il servo annunzia a Diceopoli che Euripide è den-
tro casa, ma la sua mente sta fuori, sta nelFaria, per
comporre una tragedia (397-400). Si comprende quindi
anche la strana fantasia delle nubi (2), che perseguita-
no i cattivi e li costringono a temere gli dèi. Se V a-
niììio hi la natura delF aria, ed anzi dell'aria si pasce,
bisognerà appunto nell'aria ravvisare la sede dei ri-
morsi e della coscienza persecutrice dei delitti.
(1) Anello Euripide nelle Rane (892j dice: alOì]Q, è^,òv póax7]}ia.
(2) Nubi, 1458 agg.
232 LA PARODIA DELLeJsPIEGAZIONI SCIENTIFICHE 1.
Nel sistema scientifico di cui le N^ubl fan la parodia
la critica teologica è così connessa con quella scienti-
fica, che le due trattazioni sono inscindibili. E noi ap-
punto per questo dobbiamo fermarci brevemente sopra
questa famosa commedia.
Ohe le N'ubi colpiscano la prima attività scientifica
di Socrate, e sieno una parodia reale, non fantastica,
del suo insegnamento non credo possa revocarsi in dub-
bio ; ma ad ogni modo è opportuno richiamare la
attenzione sopra alcuni riscontri coi dialoghi socratici
di Platone. Questi riscontri furono già notati da pa-
recchi, ed io li accenno brevemente, (1) a documentare
e rinsaldare le conclusioni nostre, che il Socrate delle
Nubi sia la caricatura del S )crate reale della prima
maniera e non del tipo generico del filosofo.
Quando il portinaio di Socrate (v. 137) si lagna col
contadino che batte furiosamente alla porta, e dice che
così facendo ha fatto '
abortire ' un trovato dei Socra-
tici, egli riproduce scherzosamente un genuino concetto
di Socrate, il quale soleva assomigliare il proprio la-
voro intellettuale ad una [laisucTK;, come si vede dal
Teeteto platonico.
La figura del sapiente nelle Nubi (227 sg.) quale è
tracciata da Socrate è la caricatura precisa della figura
del sapiente, che Socrate delinea nel Teeteto (172 sgg.).
L' uno non potrebbe esplorare le cose celesti, se non
mescolando la sua mente sottile alP aria che è di si-
(1) V. i Froleffomena all'edizione del Van Leeuwen, p. XXXII-
XXXIII,
LA PARODIA DELLK tìPIEGAZlOXI SCIENTIFICHE. 1. 2. 233
mil uatiira; giaccliè stautlo sulla terra e iudagando dal
basso le cose celesti, non troverebbe mai nulla. E co-
si il Socrate del Teeteto solo col corpo sta sulla terra,
ma con la mente va pervagando le vie del cielo, e in-
vestigando la natura universale delle cose. È questa
appunto la TUTspwcTK; twv ^ux^^ ^^' ^^^^ parla il dialogo
Fedro (p. 246) ; così come il Socrate Aristofaneo dice
che egli tiene sospeso per aria il suo intelletto (229
xpeixàaaq tò vÓYiixa), e consiglia a Strepsiade di non te-
nere stretto a se il pensiero, ma dargli libera via per
l'aria (761-762). Infatti l'anima òpGwg cpiVv(T090U(7a se-
condo il Sicrate Platonico (Fedone 80 sg.) è quella che
si purifica, liberandosi dai vincoli del corpo, xaSapà
Nella caricatura dei versi 232 sg., ove è detto che
la terra con la sua forza trae a so l' umore della me-
ditazione, i)Ossono ravvisarsi due parodie dello insegna-
mento socratico: trarre dalla vita quotidiana gli esempii
per illustrare le quesiioni piìi diftìcili; e dalle cose vi-
sibili trarre argomento alle invisibili.
2. Tutti questi sono dunque tratti realistici ed altri
ne ravviseremo in seguito. Vuol dire che queste parti
dell' insegnamento rimasero immutate dalla prima al-
l' ultima fase dell' attività socratica, dal Socrate delle
Nìihi al Socrate del Fedone. Ma nelle Nubi è anche
ciò che più non si ritrova nella successiva fase del
pensiero Socratico. Intanto tutte le osservazioni fatte,
ed altre die seguiranno qui appresso, mostrano quanto
poco possa sostenersi la tesi, cui teste anche il nostro
234 LA PAHODIA DELLE SPIEGAZIONI SCIENTIFICHE. 2.
Gentile ha dato il suo assentimento (1), clie vorrebbe
vedere nel Socrate aristofanèo non la caricatura della
persona reale, ma in genere del tipo di filosofo. Que-
sta interpretazione simbolica dei tipi aristofanèi ripu-
gna ai caratteri più accertati dell' antica commedia e
di quelli di Aristofane in ispecie. Come nota il Siiss (2),
gli Hegeliani, ai quali aveva preparato il campo fin
dal 1827 il Suvern, volevano vedere nelle Nubi il do-
cumento di una lotta tra V antica irriflessiva moralità
e la dialettica socratica, arguta nella sua parte nega-
tiva. Era un porre i simboli, i principii, al posto delle
persone. Eecentemeute si è andato molto al di lànel-
Pavventatezza di siffatte ipotesi. Le Nubi rappresente-
rebbero la lotta della piccola borghesia di campagna
alleata con la nobiltà contro la politica della guerra 1 (3)
Contro questo sistema d' interpretazioni simboliche
sta tutta la storia della commedia antica. Questa pre-
senta sul teatro tipi o maseliere, che hanno bensì i
tratti comici costanti, ma hanno anche tratti specifici,
secondo i varii personaggi reali dei quali si tenta la
caricatura. Strepsiade e Socrate sono due tipi: il tipo
dell' ingenuo e il tipo del dottore. Il tipo del dottore
si presenta di volta in volta nella commedia aristo-
fanòa: si chiama Socrate nelle Nubi j
Euripide ne-
gli Acarnesi e nelle Tesmoforiazuse, Metoue e Ciuesia
(1) La Critica, 1909, p. 282.
(2) Berline)' philologische Wochenschrifi 1909, p. 1075.
{'ò) E. Wust, Aristojìhanes - Studien (Progr. Wittelshacher-Gymii.
ili MUuclieu;, 1908.
-
LA PARODIA DELLE SPIEGAZIONI SCIENTIFICHE. 2. 235
uegli Uccelli (1). Ed era uiia maschera già tradizioiiale
iiella commedia. Ili un mimo di Sofroue compariva col
uome di Bulìas; iu uaa commedia di Epicarmo il dot-
tore era uu eracliteo che spiegava ad uq suo scolare
il mutare perenne delle cose. E lo scolare profittava
della lezione, e ad un suo creditore rispondeva che
quando egli aveva contratto il debito era un altro (2).
Ora tutti questi personaggi hanno comune l'àXoc^oveia,
e la magniloquenza e le pose solenni, e Poscurità del
linguaggio, che fa impressione alle meuti volgari. Tutto
ciò appunto costituisce il tipo generico, la maschera ;
ma di volta in volta che questo tipo s'incarna nell'una
l)ersona o nell'altra, acquista i tratti particolari a quella
persona. Il dottore di Epicarmo espone vere e genuine
dottrine eraclitèe; Euripide nelle commedie aristofanee
è il vero Euripide, o per dir meglio, la caricatura del
vero Euripide^ con le sue sottili questioni^, col suo lin-
guaggio altisonante, col suo amore dei contrapposti,
con le sue frasi talvolta ambigue, coi suoi ripieghi sce-
nici, con la sua critica filosofica, coi soggetti stessi da
lui prescelti pei drammi, con centinaia e centinaia di
versi testualmente riprodotti. E così, Socrate è il vero
Socrate. Solo chi non tiene conto di questi procedimenti
dell'antica commedia può i)arlare di simboli, e può ve-
dere nel Socrate delle Nubi un' astrazione, una figura
generica di filosofo. È invece una persona reale, è il So
(1) V. Romagnoli, Commedie di Aristofane, Iiitrod. voi. I, p. IV.
(2) Cfr. Siiss, De persoimrum aiitiquae comoediae atticae usu nique
origine, 34 sg.
236 LA PARODIA DELLE SPIEGAZIONI SCIENTIFICHE. 3.
orate vero, nella prima fase della sua attività filosofica.
3. È ormai generalmente riconosciuto che in questa
prima fase della sua operosità filosofica Socrate si volse
anche a ricerche e ad insegnamenti fisici e naturali,
sicché all'epoca delle rappresentazioni delle N'ubi (423
a. G.) doveva essere già matura la leggenda di un So-
crate che presumesse di scoprire e rivelare i segreti
della natura (1).
È bensì vero che le testimonianze di Senofonte e di
Platone parrebbero escludere il sospetto che Socrate
abbia mai atteso a cotali studi. ''
Egli non discorreva
della natura delle cose, dice Senofonte (Memor. I, 1,
11), né come fosse il mondo, né per quali necessità ac-
cadessero i fenomeni celesti, anzi chiamava matti quelli
che attendevano a siffatti problemi ''. Né meno espli-
cito è Platone, neW Apologia che egli mette in bocca a
Socrate (cap. Ili, 19 OD) j
''
Avete visto voi stessi,
egli dice, nella commedia di Aristofajie, portato lì at-
torno un Socrate, il quale dice di camminare per aria
e ciancia di molte altre ciancie delle qnali io non in-
tendo nulla né molto né poco. E non dico ciò come a
dispregio di tale scienza, se v'ha chi sia dotto di tali
cose;... ma il caso è, o cittadini di Ateoe, che son cose
con le qnali non ho niente a fare. E ne offro a testi-
moni i ])iù di voi ed esigo che v'informiate a vicenda
(1) Cfr. ad es. Chiappelli in Archiv. fiir Gesch. der Philos. IV,
1891, p. 369 Hgg. ; Rostagno, Ancora del naturalismo di Socrate,
Torino, 1904; Rivoiro in Classici e Neolatini II, 1, p. 1 sgg. 1906.
Non conosco Gerlach, Arisioph. und Socrates, Basel, 1876.
LA PARODIA DELLE SPIEGAZIONI SCIENTIFICHE. 3. 337
e v'JDteiTogLiate, quanti mai mi avete sentito discorrere:
e (li questi ve D'ha molti tra di voi: dimandate, dunque,
gli uni agli altri, se giammai alcuno di voi m'ha o
molto o poco sentito discorrere di siffatte cose; e da
ciò conoscerete che è altrettanto vero anche tutto l'altro
che la gente dice di me ,, (tradnz. Bonghi, p. 211'. Cer-
tamente tale attestazione, specialmente per il richiamo,
che Socrate stesso vi farebbe, alla fede degli uditori
passati e presenti, dovrebbe eliminare ogni dubbio, se
VApoìogia platonica fosse precisamente quella che fu
detta da Socrate dinanzi ai giudici; ma ogni piti legit-
tima presunzione ci porta a credere che quell'apologia
non fu se non un' affettuosa elaborazione delle difese
del maestro fatta dal suo grande discepolo; una elabo-
razione nella quale il discepolo, pure usufruendo gli e-
l^menti della verità e della diretta profonda conoscenza
ch'egli aveva del suo soggetto^ non riprodusse già ma
ricompose, secondo l'arte sua, i tratti apologetici, piìi
mirando alla glorificazione dinanzi alla posterità che
alla difesa dinanzi ai giudici; presunzione questa che
acquista tanto maggior valore in quanto che nella let-
teratura filosofica fu uno dei temi favoriti la difesa di
Socrate: basta rammentare l'apologia che scrisse Lisia,
e quella che ancora abbiamo tra le opere di Senofonte,
e quelhi di Teodette e quella di Policrate e quella di
Demetrio Faleseo. Le attestazioni diinquj di Senofonte
e di Platone valgono per l'epoca in cui essi poterono
sentir Socrate, ma non per 1' epoca in cui Aristofane
scrisse le Nubi, epoca nella quale Senofonte aveva a
un dipresso sette anni, e Platone sei. E se si consideri
338 LA PARODIA DKLLE SPIEGAZIONI SCIENTIFICHE. 3.
die dalla rappresentazione delle Nubi al processo cor-
rono ventiquattro anni, si pnò spiegare la mutazione
avvenuta in Socrate, per quanto riguarda gV intendi-
menti e Poggetto della ricerca scientifica. La comme
dia aristofanea conserva dunque tutto il suo valore co-
me documento storico. Niun dubbio che Aristofane ab-
bia direttamente conosciuto Socrate e la sua scuola,
e cbe la sua commedia sia piena di tratti realistici,
usufruiti maliziosamente dal poeta, e volti ad interpre-
tazioni sfavorevoli, con esagerazioni di tinte, con rap-
presentazioni ridicole, con tutti i mezzi e i ripieghi
dell'arte comica (1). Non è possibile ammettere che A-
ristofane, per deridere con efficace vivezza la scuola di
Socrate, abbia a lui attribuito, dinanzi al poi)olo, che ben
lo conosceva, tutto un ordine di studi che gli era estra-
neo, e di là abbia tratto le principali ragioni per deri-
derlo. La derisione sarebbe caduta nel vuoto o si sarebbe
creduti applicabile a tutt'altro, che a colui cui mirava
il poeta; e si tratta di tal poeta, che non era avvezzo
davvero a sbagliare il segno. Nell'epoca dunque ante-
riore alla composizione delle Nubi, anche Socrate con-
tinuava la tradizione dei filosofi naturalisti e faceva
oggetto principale della sua scuola le ricerche Tuspt cpucjewg.
Probabilmente, come poi vedremo, non furono su tal
campo fruttuosi gli studi suoi: certo non furono origina-
li. Il giudizio stesso, che come abbiamo visto dal luo-
go di Senofonte, egli dette dei ftlosofi della natura, im-
putando di pazzie le loro ricerche, fa supporre che egli
(l) Cfr. anche Kralik, Sokraies, Wieu, 1899, p. 136 Hgg.
LA PARODIA DELLE SPIEGAZIONI SCIENTIFICHE. 3. 239
non ^inngHsse in tal campo a una concezione propria,
e elle dopo aver sa^^giato i vari sistemi, li abbandonas-
se tutti e prendesse la sua via* gloriosa delle ricerche
morali.
#
* #
Di questa prima attività scientifica di Socrate noi
non abbiamo altro documento che la commedia di A-
ristofane, nella quale la figura del filosofo, ed anche il
suo carattere morale, sono così miseramente straziati.
Pure, io credo che qua e là sia dato raccogliere da tale
commedia qualche indi/.io più che probabile circa certe
particolari tendenze, che Socrate, in quella sua prima
fase, seguiva. E bisognerà leggere sotto al velame delli
versi strani: sceverare in essi quel che ancora vi sia ri-
masto dMntatto delle primitive linee di una dottrina da
tutto quel che vi abbia aggiunto o mutato una pervi-
cace volontà di dileggiarla; tener conto insomma, in
tutto questo esame, dell'esigenza, che a sé imponeva il
poeta comico, di presentare non una dottrina, ma la
caricatura di una dottrina, e cioè di sformarne le sem-
bianze, di esagerare le proporzioni, di dar nomi ridico-
li alle cose. E quando tal preoccupazione del poeta ha
preso il sopravvento ed ha eliminato pure ogni minimo
nocciolo di verità, non è allora possibile istituire sopra
i suoi accenni derisorii alcuna fruttuosa ricerca; e così,
ad es. meri dileggi rimangono ne alcun dato di verità
ci rivelano, le spiritose invenzioni sul salto della pulce
(143 segg.) e sul canto della zanzara (157 sgg.). Ma
vi sono altri hanno contenuto più verace.
passi che
Socrate viene mostrato come scrutatore del cammino e
240 LA PAKODIA DELLE SPIEGAZIONI SCIENTIFICHE. 3.
dei giri delln luna in 171-2; e i suoi discepoli, curvi
i\ indagare dentro la terra, come investigatori delle vie
sotterranee (187 188). Il discepolo mostra alP attonito
Strepsiade gli struuìcnti per gli studi astronomici egeo
metìici (vv. 201-204); e riguardo a questi due studi sap-
piamo che anclie in seguito Socrate 1' raccomandò pur-
ché fossero contenuti in discreti limiti; cfr. Senofonte.
Memor. iv, 7, 2 e iv, 7, 4; e sappiamo pure che la
tradizione di tali studi continuò nella scuola platonica
(cfr. Rep. VII, 517; Legg. vii, 809; ecc.). Osservatore
del sole si professa Socrate nel verso comicamente so-
lenne (225): àepopaTw xai Trepicppovw tòv -^Xiov, verso al
quale allude Platone nelP Apologia 19 C: iJcoxoàirY) Ttvà
ixeT (èv TY) 'AptaTOcpàvouQ xa)[j,wBia) 7U£picpepó|jLevov, cpà(jxovTà
T£ àepo^aTsTv xai S(Xkf\'j 'KoXkriw (p>.uap(av (p>.uapouvi:a.
In conclusione la figura del filosofo ci apparisce qui
sotto una luce diversa da quella che ci è data dalla
tradizione posteriore. Sapijiamo infatti da Senofonte co-
me egli si astenesse dallo studio delle cose celesti, per-
chè negate alla umana conoscenza e stimasse anzi quasi
un'offesa agli dèi il volerne penetrare il mistero. Ofr.
Meni. IV, 7, 6. E può esser vero, nel senso che egli,
sfiduciato dalle varie dottrine, fosse giunto alla con-
clusione della fatale ignoranza nostra in tal campo; e
che tal conclusione appunto egli manifestasse nella sua
scuola, nel tempo che gii fu discepolo Senofonte.
Sicché la lode tradizionale che a Socrate si dette e
che Cicerone nel primo degli Academica (i^ 15) così e-
spresse: "a rebus occultis et ab ipsa natura involutis...
avocavisse philosophiam et ad communem vitani ad-
LA PAKODIA DKLLK SPUGAZIOKI SCIENTIFICHE. 3. 241
d nxisse ,^ rignaicla il secoDdo periodo dell'attività sua,
quello in cui egli trovò la sua via gloriosa; ed è na-
turale cbe ciascun pensatore sia ricordato e glorificato
solo per quello cbe egli ha importato di nuovo e di o-
riginale nel mondo delle idee (1).
Ed ora passiamo da queste designazioni generiche dei
primi suoi studi all'esame di alcune particolari dottri-
ne, cbe s' intravvedono attraverso le facezie del suo
spietato dileggiatore.
Quando Strepsiade vuol persuadere Fidippide a re-
carsi a scuola da Socrate, gl'indica la casupola cbe è
il suo (ppovTKJTYÌpiov, e COSÌ dice (94-97): ''
È il Pensatoio
Di sapienti spiriti; ci stanno Uomini i quali provan,
ragionando, die il cielo è un forno — posto a noi din-
torno. — E noi carboni „ (trad. Francbetti). Anche qui
v'è un tratto specifico, che caratterizza una conoscen-
za diretta: la scuola di Socrate è chiamata <ppovTi(7i:-^piov,
perchè cppovTiaTYig era detto per antonomasia Socrate;
Senofonte, Symp. vi, 6: àpa aù, o) Hw/cpaTsq, 6 <ppovTicnr?i(;
èmyiccko6\i,eyoq. (2) Qual'è la dottrina accennata nei versi
del poeta ? I commentatori giustamente osservano che
un altro personaggio aristofanéo, Metone, degli Uccelli
(1) In tal senso non contraddice alla nostra tesi quel che dice
Aristotele, Metaph., i, 6. 987b 1: ^[Link] bè izegi jièv xà fjGixà
jiQay\iaTevo\ié\ov, 7zeQ\ 6è xr\g oÀi^g cpuoecog ovòév,
(2) Al (pQOVTiaTi]Qiov di Socrate si allude pure negli Uccelli,
1553 sgg., ov'è un altro tratto specifico: Socrate i|>u;(aYCOYeI, cioè
trae le anime a sé, come appunto egli professava di fare.
Pascal — 16.
242 LA PARODIA DELLE SPIEGAZIONI SCIENTIFICHE. 3.
(v. 1001) dice qualche cosa di simile: aÒTixa yàp àvip
£(7Ti TY)v iBéav 6X00, 1
xaxà Tuviyéa [JLàXi(Jira. Ma qual dot-
trina si adombra mai sotto questa strana immagine
della fornace del cielo ? L'antico scoliasta ad Aristofa-
ne vede qui una dottrina del filosofo Ippone e ram-
menta che pur Gratino la j)ose in dileggio: TaGira Bs
TupÓTspog KpaTivog £v UavÓTUTaiq [Link] Tuepl "iTTTUWvoq tou
cpi'Xodócpou xo)[[Link])v aÒTÒv XiyzL Spero aver dimostralo
altrove die lo scoliasta s'ingannò e pose per isbagiio
il nome di Ippone invece del nome di Ippaso (1). Ora
per stare alPobbietto della presente ricerca, mi limite-
rò a dire che la dottrina accennata da Aristofane non
poteva essere quella di Ippone. Non è possibile infatti
che questi dicesse che noi siamo come carboni che ci
accendiamo del fuoco dell'etere che ne circonda, giac-
ché anzi egli riteneva, V anima umana avere origine
dall'elemento acqueo; cfr. Aet. iv, 3, 9: ^'Itcttwv è^ uBaTO?
tJ)v ^oyriY, Aristotele, De Anima 406^ 1 ecc. (Diels, Vor-
soTcratikeVy p. 233).
La dottrina cui qui si accenna è di Anassagora. L'im-
magine del forno e dei carboni è dovuta alle esigenze
comiche ed è posta cioè per render ridicola la teoria;
ma al disotto di tali immagini è facile scorgere la dot-
trina anassagorea; giacché per quanto è del forno, bi-
sogna rammentare che Anassagora diceva essere igneo
l'etere che ne circonda- cfr. Aet. ii, 13, 3: 'Ava^ayópag
TÒv 7cepixei|j-£V0v aiOépa Tcupivov |j.èv elvai itaTà r?)v oòa^av.
(1) Cfr. Studii Ital. di Filol. class. 1906. La mia ipotesi non fu
accettata dal Diels; ma di ciò altrove.
LA PARODIA DELLE SPIEGAZIONI SCIENTIFICHE. 3. 243
Per quanto poi riguarda i carboni, si tratta di un mo-
do canzonatorio, per esprimere quel clie Anassagora
diceva, che cioè in noi è una particella del fuoco ete-
reo: Censorino, 6, 2: ^' sunt qui aetherium calorem inesse
arhitrentur f qui membra disponat, Anaxagoram secuti ,^.
E ad Anassagora fanno pensare pure le altre tracce
che abbiamo di questa prima dottrina di Socrate. In
yub. 227 segg. è rappresentato Socrate che giustifica
a Strepsiade il suo andar per l'aria e prender di mira
il Sole. Io non potrei, egli dice, investigare le cose ce-
lesti se non tenessi sospeso l'intelletto e se non me-
scolassi il sottile mio pensiero insieme con 1' aria che
è di simile natura: oò yàp àv tuots | è^viupov opOwq Tà
[j-e-recopa TupàyiiaTa | zi [J-Y] xp£[xàc7a(; tò vÓY)[j.a xai t?)v
(ppovTiBa I
XsTUTYjv ywaTa{j.i5a^ eg xòv 6[jt,oiov àépa. E in 761
Socrate, per ravvivare V intelligenza a Strepsiade, lo
consiglia a non tenere a sé stretto il pensiero, ma a
dargli libera via per l'aria: [j.y) vuv Tuepi cauTÒv eTklzz^^
Yvw[XY]v Iti I àXk' àTzoyjkXcc ty]v (ppovTi^'lg tòv àépa. (1)
La dottrina che dai due passi si ricostituisce è dun-
que, che l'animo abbia la medesima natura che l'aria,
e che apjmnto perciò le sue facoltà si ravvivino in co-
municazione con essa. Ora Aezio discorrendo sulla na-
tura dell'anima informa, iv, 3, 1: 'Ava5i[jLé*yY](;, 'Ava^ayó-
pag, 'Ap/é>^aog, Aioyéyr^q àspcó^Y) (ty)v oudiav ^uyriq)] e in
lY^ 5, 11 accenna alla comunicazione con l' esterno:
(1) V. anche i passi sopra citati Ucc. 1380-1390; Bane, 892;
Acarneai 397-400.
244 LA PARODIA DELLE SPIEGAZIONI SCIENTIFICHE. 3.
HvGayópac, ^ Awof.'^oiyópOLC, GupaOsv eÌGxpiwzG^oci tòv voGv (1).
Nelle Nubi si attribuisce a Socrate la dottrina che
il Turbine abbia gran parte nella formazione delmon
doj siccliè il poeta celia su ciò, come se il Turbine
(ATvoi;) avesse tolto di seggio l'antico Giove: (v. 381)
6 Ztòc, oòx wv, òiXV àvT"' aÒTOu àXwoq vuvl paaiT^euoiv, cfr.
pure 828. Il Turbine è il vortice, origine del movimen-
to circolare, ed è appunto dal movimento dell'etere in-
torno alla terra che Anassagora faceva nascere gli a-
stri: Aet. li, 13, 3: 'Ava^ayópa*;. • • . zr\ Bs sÒTOvia Tr\(^
TuepiBivYÌdecoq (tòv 7C£pix£i|xsvov atOépa) àvfxpizóiGcc'JTX TzézpooQ
àTuò 'zriq yr\c, %où xaTacplé^avira zoózouq vjjTspwxsvai (D.
Vors. p. 319, Box. 341) (2). Se il Turbine è stato ca-
gione del formarsi degli astri, si comprende la punta
di Aristofane, che esso abbia soppiantato Giove.
Ma Socrate presenta anche le Nubi quali possenti
deità (vv. 327-28, v. 424), le Nubi che sono datrici della
pioggia (vv. 370-71). Per ispiegarsi questa invenzione
delle Nubi basterà rammentare la parte che era riser-
bata all'acqua nella xoajJiOTuoiia anassagorea. Platone nel
Fedone (98 B) f'd dire a Socrate che Anassagora poneva
come cagioni delle cose àépa<; ts xa\ a^Oépaq xai SBaira...
xal àXXa TcoDvà xai àTOTua.
Ed ora vediamo l'origine del tuono. Socrate così la
spiega a Strepsiade (vv. 376-8):
^'
Quando le nubi sono piene di molta acqua e sono
(1) Diels, Voraokratiker, p. 323; Box. 387 e 392 n.
(2) Cfr. Hippol. Befut, i, 8 (Box. 561) xaì xà \ikv xatà tòv ovQavòv
xexoofifiaOai vnò tfig [Link] xivrioecog (detto di Anassagora).
LA PARODIA DELLE SPIEGAZIONI SCIEXTIFICIIK. 3. 245
Costrette a muoversi, debbono per necessità calarsi,
così piene di pioggia quali sono, e poi col loro peso
vanno a cadere l'uua contro Paltra e scoppiano e pro-
ducono fragore ". È appunto la dottrina di Anassago-
ra, presso Diogene L. II, 9: àvsjxou^ Y^Y^^^^^^^ Xstutuvo-
[xévou àépQc, (jizò zo\j ^Xioo' ppovràt; (jtjyxpOLxriv vscpwv.
Passiamo alla spiegazione del fulmine (403-407). So-
crate così illustra il fenomeno: " Quando uelP aria un
vento arido si chiude dentro le nubi, le fa gonfiare co-
me una vescica_, e poi per la violenza rompendole esce
fuori con furia per la densità di esse e si accende da
sé stesso con stridore e con imi)eto ". E si vegga la
spiegazione di Aiiassagora, Aet. Ili, 3, 4 {Dox. 368)
OTav TÒ SepiÀÒv ( = Aristof. àvejjiog "i'fipóq) zìe, zò 'i^ny^pòy
è\k%éGr\ (tolIto B' IgtÌw aiOspiov [xépo^ eig àspwBs^) t6) [xsv
^j>ÓcpW TY)V PpQVTYjV àlZOTzkziy TW Bs TUapà TY]V [XsXaViaV TOU
vecpwBou^ /pw^aaTL tyjv à(7rpa7rY]v, tw Bs xapà ty)v [isysQs'' '^O'J
'fwTÒg TÓv xspauvóv; Seneca, Xat. Quaest. Il, 19: " Ana-
xagoras ait omnia ista sic fieri ut ex aetbere alìqua
vis in inferiora descendat: ita ignis impactus nubibus
frigidis sonat. At cuin illas interscindit, fulget et mi-
nor vis ignium fulgurationes facit, maior fulmina '^
Vi è poi qua e là qualche altro accenno che sembra
specifica allusione ad Anassagora. In v. 264 seg. So-
crate così comincia una invocazione : co Bé(y7U0T' àva^
à[j.éTpyjT' 'Ay]P, 6q lyziz '^^'^
Y^''
[J-STscopov |
latj.7upòg T'A^Orip...
Non sembra questo un richiamo delle parole stesse di
Anassagora? Ofr. ad es. il passo presso Simplicio, P^y*'.
155, 23 : Tcàvra yàp àr,p ts xal a?OY]p xaTsT/sv, à[[Link]ó-:epa
OLZtipy, £óvTa. E cosi i)ure ad Anassagora ci riporta l'ini-
246 LA PARODIA DELLE SPIEGAZIONI SCIENTIFICHE. 3.
niagine dell' Etere che fa fiammeo^gìare il mondo ; ctV.
285: o[X[xa yÒLp odHpoq à>tà[xaTOv (TsXaysTTai |
[xap[JLap£ai<7tv
OLÒyoaz; cfr. Aristotele, De coelo, I, 3.270^ 24: Ava^a-
yópccQ Bs xaTaxéj^pvjTTai tw òvó[xairt touto) (del nome aì9"/ip)
oò xaXw!^, òvo[j.à^£i yàp aiOépa àvirt Tuupóq.
Socrate è dunque presentato nelle Nubi come seguace
delle dottrine fìsiche di Anassagora. La qual cosa sug-
gerisce al pensiero una lunga serie di considerazioni.
Ne esporremo quelle che a noi paiono le principali. Ed
anzitutto rammenteremo la tradizione che Socrate fosse
stato discepolo o di Anassagora, o dello scolare di A-
nassagora, Archelao: cfr. Diog. Laerzio, II, 19; I, 13.
Questa tradizione per quanto riguarda Anassagora non
è credibile; ma ninna ragione v'è, come già vide il Gom-
perz {Grlech. Denk. lib. IV, cap. 3, n. 3) per dubitare
della notizia riguardante Archelao, la quale è confer-
mata anche da un frammento di Jone di Ohio, pr. Dio-
gene Laerzio, II, 23; cfr. pure Teofrasto, in Diels, Do-
ccogr. Gr. 479, 17. In secondo luogo accenneremo ai
rapporti di Socrate con Euripide, il grande scolaro di
Anassagora (Diodor. I, 7, 7 EupiTuiBr)*;. . . [JLaGY)TY)<; wv 'Ava-
(^ayópou TOtj cpLXTtxou) (1). Le testimonianze antiche si ac-
cordano nel parlarci delle relazioni tra il poeta e il fi-
losofo. Secondo Aristone, citato da Diogene Laerzio, fu
Euripide che portò a Socrate gli scritti di Eraclito e
ne richiese il giudizio (cfr. Diog. L. ix, 11; ii, 22). Ed
Aristofane nelle Rane, (v. 1532) ci presenta Euripide
(1) Cfr. Fiat, Socrate (Alcan, 1900), p. 65.
LA. PARODIA DELLE SPIEGAZIONI SCIEJJTIFICHE. 3. 247
solito a StózpdcTsi TrapaxaO/iixsvo^ XaXsTv. Nelle yubi poi,
(1365-1372), Socrate è rappresentato come spregiatore di
Eschilo ed ammiratore di Euripide: una delle idee fisse
di Aristofane! Or si noti che queste dottrine fisiche
di Anassagora ispiravano spesso il genio poetico di
Euripide. Così V immagine anassagorea delP aere che
circonda tutta intorno la terra faceva scrivere ad Eu-
ripide i versi (fr. 941 Nauck^ : òpag tòv b'^ou TróvB'òcTust-
pov aspa I
xa\ y^i^ TzépiS, £/ovO' òypaTg sv àyìcdcXaK;. I
zo^^o^
vófxi^s Zrjua, tóvB' yjyoD Osóv (1) E così all'idea del Tur-
bine etereo ci richiama 1' altro frammento di Euripide
(fr. 596) GÌ TÒV auTO'pDY], tòv èv aìOspico |
py[Xp(o tuòcvtwv
(p(j(jiv i\i%ké^(xvz(x,. Anzi a proposito del Turbine è pur
da rilevare un notevole riscontro. In Nubi^ (380) So-
crate spieg}» a Strepsiade come sia il turbine dell'aria
che faccia muovere le nubi. È l' idea che troviamo in
Euripide^ Ale. 251 àXis — oòpàviai ts Btvai vscpsT^ag Bpo-
aaiou. Così a fonte anassagorea sono attinte le dottrine
fisiche esposte da Euripide in Oreste, 982 segg., nei
frammenti della MzkoL^ÌT.%'fi, n. 484, e del XpudiTUTuoq, n. 839
(vedi anche Diels, Vorsokr. p. 318 e 325). Insomma ad
Aristofane pareva che Euripide e Socrate si muoves-
sero nello stesso ambito di dottrine e di tendenze scien-
tifiche; e se noi siamo sicuri che per Euripide egli non
(1) Questa identificazione di Zeus con V Etere è anche in un
fraram. di Eschilo (fr. 295) Zeug éaxiv aiOrjQ, Zeùg 6è yì], Zevq
ò' 0VQa\6q. Ma Aristofane prende di mira P^uripide, giacché gli fa
dire nello Tesmof. (272); "Ofai^fii toivuv alOÉQa, oTxiiaiv Aiò^ (cfr.
Rane, 100, aìOépa liòq Òcofidtiov.
248 LA PARODIA DELLK SPIEGAZIONI SCIENTIFICHE. 3.
s'ingannava, giacché ce ne fan fede i suoi scritti, non
so vedere per qual ragione non dovremmo credergli
pure per quanto riguarda Socrate.
Un' altra osservazione clie a noi suggerisce la con-
clusione cui giungemmo, riguarda V accusa di empietà
fatta a Socrate. Anassagora fu soprannominato '
ateo '
(Ireneo n, 14, 2 = Box. 171) ; e s' intende bene clie
il volere scorgere sotto i nomi divini figurazioni e si-
gnificazioni di fenomeni celesti non potesse essere in-
terpretato se non come un tentativo di scalzare tutti
gli dèi. Se Zeus non è una persona divina, ma è Paere,
come abbiamo visto nel passo ora citato di Euripide
(cfr. 935 Touzo'j vófxi^s Zvjva), 1' antica concezione popo-
lare del Zzòq Tuairpwof; (Nubi 1468) vien meno. Seguì
Socrate, per un certo tempo ootali concezioni della na-
tura divina ì Ohe il suo pensiero nel seguito fosse al
tutto diverso, non v'ha alcun dubbio; ed anche nello
Eutidemo platonico (302 e) Socrate nega bensì che gli
Ateniesi abbiano uno Zzòc, -jraTpwog, ma solo perchè tal
soprannome egli noi ritiene proprio dello Zsòg adorato
dagl' Ioni; non perchè sotto il nome di Zzòc, egli vegga
un simbolo naturalistico. Ma nella prima fase dell' at-
tività scientifica sua, nell' epoca anteriore alle Nubi,
non seguiva Socrate la spiegazione scientifica degli dèi
data dalla scuola di Anassagora ? Quando pur non si
voglia prestar fede alle accuse di empietà che gli muo-
ve Aristofane (Nub. 1606 sgg.), v' è un passo della
Alcologia platonica, il quale ci conferma nel sospetto
che appunto quella scuola ci seguisse. Quando Meleto
accusa Socrate di non credere che esistano gli dèi, e
LA PARODIA DELLE SPIEGAZIONI SCIENTIFICHE. 3. 249
dà a riprova delT accusa la sua asserzione che sia un
sasso il sole e terra la luna, cosi si scagiona Socrate
(26 DE): « Anassagora, caro il mio Meleto, tu t'im-
magini di accusare: e così disprezzi costoro e li credi
privi di lettere, da non sapere che i libri di Anassa-
gora, il Olazomenio, sono ripieni di tali discorsi ? Oh !
sta a vedere : i giovani apprendono da me dottrine, le
quali v' ha modo, chi vuole, al prezzo, il piìi più, di
una dramma, di comperare al teatro e di dar la baia
a Socrate quando egli le spacci per sue e cosi singo-
lari di giunta » (trad. Bonghi). Ohi ben guardi ,
qui
non nega di avere esposto cotali dottrine ; solo avoca
da sé la paternità di esse, e vuol persuadere che i gio-
vani non avevano bisogno di apprenderle da lui, giac-
ché a vii prezzo si ritrovavano dap[)ertutto. Egli è ora
un espositore ed un critico, non un seguace di cotali
dottrine, che egli qualifica anzi di singolari.
Ma nella vita del suo i)ensiero Anassagora aveva
avuto gran parte. Già nel Fedone (97 b) si legge la
impressione che a lui fece V idea di Anassagora del
Noii(; ordinatore dell'universo, idea che fu forse il ger-
me delle nuove tendenze che egli dette ai suoi studi
ed alla sua attività filosofica. Ad ogni modo, pur du-
rante cotale attività, se quelle dottrine fisiche non fu-
rono più da lui accettate , non per questo però ogni
ricerca ed ogni studio su di esse fu dismesso. Ed è
uotevole il fatto che Senofonte in quel medesimo passo
(Meni. IV, 7, 6) in cui dichiara che Socrate non si oc-
cupava punto delle cose celesti, dimostra che egli se
ne occupava ancora nel tempo che gli fu niaestro, giac-
250 LA PARODIA DELLE SPIEGAZIONI SCIENTIFICHE. 3.
che riferisce tutte le critiche che Socrate faceva ad
alcune coucezioni fìsiche di Anassagora. Che tra tutti
i molteplici ideatori di sistemi della natura, del solo
Anassagora si faccia ivi menzione, non può essere sen-
za ragione. Il filosofo dichiarava , secondo Senofonte ,
r impossibilità umana di giungere a discovrire il mi-
stero delle cose e voleva dimostrare che pure ad Anas-
sagora era fallita la prova. Anch' egli ora dunque si
ritirava, sfiduciato, dal vano arringo. É un passo co-
testo che sembra indicarci la fase di passaggio di So-
crate dalle ricerche fisiche alle morali e le ragioni anzi
per cui a ciò si decise. Dopo avere studiato ed accolto
la dottrina del filosofo Olazomenio, or l'antico seguace
ne fa la critica e perciò l' abbandona. Le sue argo-
mentazioni sono, a dir vero, un po' ingenue e ci fan
capire che il grande Ateniese non era nato per le in-
dagini fisiche ; sicché egli, sfiduciato di quelle, trasse
la filosofia dal cielo alla terra e si mise per la via di
quelle ricerche morali, che furono la sua gloria immor-
tale.
CONCLUSIONE
Lo stadio dell'elemento mistico e religioso in Aristo-
fane ci ha portato a riconoscere qualche tratto carat-
teristico, non solo della fisionomia morale ed intellet-
tuale dello scrittore , bensì anche dell' arte sua. Che
Aristofane sia interamente spregiudicato in fatto di
religione, sia anzi un audace spregiatore delle credenze
popolari, è cosa certa, e che del resto nei riguardi del-
l' arte poco interessa : tutt' al piìi sarà stato bene a-
verlo provato con un minuto esame, giacché uno dei
luoghi più comuni della letteratura, è che di Aristo-
fane si faccia un feroce retrivo, pavido odiatore di ogni
novità. Invece quanta libertà ed indipendenza in ogni
suo pensiero , in ogni suo atteggiamento di fronte ai
problemi della vita pubblica! Ed anche nell'arte, quan-
to desiderio di sfuggire le vie trite e comuni e le for-
me convenzionali ! Noi abbiamo visto infatti (1) con
quale superbo sdegno egli parli di quei tipi consueti
che formavano le misere risorse dei poeti suoi prede-
cessori, di quei servi maceri di busse, che uscivano
sulla scena e prendevano la baia dai compagni, di quei
Zeus adulteri, di quegli Eracli affamati , di quei Dio-
nisi paurosi, che formavano la delizia del volgo nei
(1) Vedi pag. 128-130.
252 CONCLUSIONE
teatri popolari ; e bencbè qua e là anche cotali tipi
appaiano nella commedia aristofauèa, pur non si può
neo^are che il poeta ne fa ora uso molto piti discreto
e limitato. Inoltre di qualche persona divina egli pre-
senta sulla scena un carattere affatto singolare, come
ad esempio di Hermes. Questi non è più il giovane
dio, garbato, astuto e sottile, quale lo consacrò l'arte
greca; ma è un tipo invece che molto si avvicina a
quello di Eracle, e che ha la stessa grossolanità e roz-
zezza, la stessa ingordigia e golosità. Ma ad ogni mo-
do una cosa è risultata palese dal nostro studio : che
cioè gli elementi della figurazione comica delle varie
persone divine erano già in germe nella tradizione let-
teraria e popolare e segnatamente nella tragedia. An-
che per Hermes, cui abbiamo testé accennato, gli spunti
alla parodia comica sono tratti e dagli uffici tradizio-
nali del dio e dai soprannomi che gli si attribuivano.
Ed abbiamo anzi visto come qualche tragedia conte-
nesse delF una divinità o dell' altra caratteristiche e
tratti, che potevano già dirsi comici : sicché al poeta
comico non rimaneva che porli in ispeciale rilievo. Ma
Aristofane, cui la tragedia fu appunto bersaglio favo-
rito del suo dileggio, tanto più volentieri vi ricorreva
per renderne ridicoli i personaggi ,
contraffacendone i
discorsi e caricando le tinte.
Un' altra osservazione risulta da tutto il complesso
dello studio nostro : che cioè Aristofane , come tanti
altri antichi, ha della religione un concetto esclusiva-
mente politico. La religione non acquista grazia ai suoj
occhi, se- non è subordinata all'idea della patria:
CONCLUSIONK 253
quella religione che dod vi è subordinata deve essere
odiata e cacciata iu bando. La maestà degli dèi non
viene valutata in ragione della loro creduta potenza,
della estensione del loro culto, dell' antichità dei loro
templi, della solennità delle loro cerimonie: bensì uni-
camente in ragione della loro origine : e contro quelli
di origine straniera è implacabile la satira del poeta.
Aristofane è sopratutto, e contro tutti, ateniese: i dub-
bii recentemente sollevati sulla patria di Aristofane (1)
non sembrano aver fondamento; si può esser sicuri (2)
che, ahneno quando Aristofane iniziò la sua carriera,
egli era considerato come cittadino ateniese ed era i-
scritto nel demo di Kydathenaeou. Ad ogni modo, a-
vessero pur fondamento, ciò nulla toglierebbe al fatto
accertato : che in Aristofane il preconcetto ateniese
domina tutto, e subordina a sé stesso ogni altra atti-
vità dello spirito ed ogni altra concezione, anche nel
campo della vita religiosa.
Del resto, in mezzo a cosi vivaci dibattiti ed a que-
stioni così irte e spinose, che prese da altri come ar-
gomenti di commedia, avrebbero certamente finito per
sopraffare l'arte con la preoccupazione soverchia della
tesi politica o sociale, quale scioltezza, quale disinvol-
tura, quale libertà di movimenti hanno queste opere,
ove la forza della passione dà colorito e vivacità alla
azione, ma non la intorbida e non la oscura, ed ove
(1) Starkie, The Acarnan of Ariatophanea, London. Macmillan^
1909, lutrod.
(2) Croiset M., Aristoph. et lea parlia à Athenies, p. 14.
254 CONCLUSIONE
le scene di transazione, abilmente disposte, sembrano
togliere allo svolgimento ogni durezza ed ogni sforzo
e preparare la soluzione. Aristofane non è poeta che
interamente si gusti alla prima lettura; ma, come ap-
punto i grandi poeti, riserba ai suoi fedeli sempre nuo-
ve e piti riposte bellezze, e discopre qualche altro an-
golo di tutto il mondo interiore , che si agitava nel-
P animo suo, ed al quale egli trovò una espressione
immortale. Ed è appunto una piccola parte di questo
mondo interiore quella che abbiamo studiato noi, cer-
cando d'indagare quale vita, quali spiriti e quali forme
di arte assumessero nella mente del poeta le credenze
popolari e le tradizioni letterarie sulle divinità e sui
loro miti.
AVVERTENZA
Non ci si accusi d'incongruenza nella trascrizione dei nomi de-
gli dèi. Scrivemmo, ad es. Eracle, e scrivemmo Hermes. Ma Eracle è
la riduzione popolare del nome del dio; mentre non ci parve che
anche Hermes avesse nell' uso comune tal riduzione popolare,
essendo affatto inusitato Erme.
NDICE
INTRODUZIONE pag. vi
I. Rappresentazione generale del mondo divino. Gli dèi
stranieri » 1
I. Le difese della religione in Aristofane. — 2. De-
risione degli dèi. — 3. Gli dèi patrii di Atene. —
4. La caricatura del culto divino. — 5. I TribaUi
degli Uccelli. — 6. Gli dèi barbari nella Pace e nelle
Horae. Il dio Sabazio. — 7. I Coribanti. — 8. La
dea Bendis.
II. Dioniso » 25
1. Le Rane di Aristofane. — 2. La figura di Dio-
niso nelle Rane. — 3. Opposizione al culto di Dio-
niso nella Grecia. — 4. Le Baccanti di Euripide. -
5. La difesa di Dioniso in Euripide. Il carattere del
dio in Eubulo e in Antifane. — 6. Rozzezza e bru-
talità del culto di Dioniso anche nell'epoca claecica.
Il carattere di Dioniso in Aristofane. - 7. La rap-
presentazione di Dioniso presso gli altri poeti del-
Pantica commedia. — 8. Gli elementi della rappresen-
[Link] comica di Dioniso erano già nella tragedia
fi nella epopea. — 9. Dioniso nel dramma satirico.
— 10. Conclusione sul tipo di Dioniso presso Ari-
stofane.
258 INDICB
III. Dlonysia rurali pag. 69
1. La descrizione della festa negli Acarnesi. — 2. La
descrizione in Plutarco. — Il racconto di Erodoto. —
3. La fallagogia nelle cerimonie bacchiche. — Partico-
larità della descrizione Aristofanèa.
IV. La festa del boccali » 81
1. La descrizione della festa negli Acarnesi. -2. I
passi riguardanti il personaggio Oreste. — 3. Spie-
gazione della leggenda di Oreste nella festa dei boc-
cali.
V. Le nozze di Reaina » 97
1. La scenu finale degli Uccelli. — 2. Il matrimo-
nio di Dioniso con Regina nella festa delle Anteste-
rie. — 3. La Regina nel passo degli Uccelli. La di-
vinità BaaiÀT] o BaoLÀeia in Atene.
VI. Zeus » HI
1. La figura di Zeus nel Fluio, negli Uccelli e nella
Pace. — 2. Zeus irato. — 3. La potenza di Zeus.—
Zeus adultero. — 4. GPinganni e le trasformazioni
di Zeus. — 5. Altre parodie di Zeus.
VII. Eracle » 125
1. Il tipo di Eracle nella commedia. — 2. Il di-
sdegno di Aristofane per questo tipo convenzionale.
— 3. Eracle nelP klcesti euripidea. — Eracle divora-
tore.— 4. Eracle nelle Bone e negli Uccelli.
VIII. Hermes » 137
1. Hermes nel Fiuto e nella Pace. — 2. Hermes
nei C'owicsfflc di Frinico.— 3. Hermes Chthonios. Her-
mes pauroso. — 4. Hermes tricefalo.
IX. Prometeo » 145
1. Le paure di Prometeo.— 2. La divinità di Pro-
—
INDICE 259
meteo. — 3. La parodia della figura di Prometeo.
4. I caratteri tradizioDali di Prometeo.
X. Santuarii oracoli e superstizioni popolari . . . pag. 161
1. Descrizione delle cerimonie di Asclepio. — 2.
Caricatura del culto. — 3. I miiteri di Samotracia.
— 4. Il culto di Amfiarao. — 5. Gli oracoli. — Gli
oracolisti e i vati mitici. — 6. Cleono e gli oracoli.
— 7. Forma data da Aristofane alle caricature de-
gli antichi oracoli. — 8. I genii della superstizione
popolare. — 9. Credenze e pratiche superstiziose.
XI. I misteri eleusini! » 191
1. La rappresentazione del Tartaro e dei prati fio-
riti nelle Bane sono imitazioni dei misteri eleusinii?
— 2, Concezione alta del culto dei misteri. — Parti-
colari realistici tratti da tale culto. — 3. I misteri di
Eleusi e Dioniso. — ^4. lacco. — 5. Il bando del Co-
rifeo. - 6. Le punte satiriche contro il poeta Gra-
tino e contro il dio lacco.
XII. La parodia teologica. Cosmogonie e teogonie . » 211
1. I giuochi di parole.— 2. Le etimologie dei no-
mi divini. — 3. Cosmogonie e teogonie. — 4. Parodia
della Kekyia omerica.
XIII. La parodia delle spiegazioni scientifiche .... » 229
1. Il significato delle Nubi. —2. L'interpretazione
simbolica e il tipo reale di Socrate. — 3. Le dot-
trine scientifiche e teologiche parodiate nelle Nubi.
CONCLUSIONE » 251
AVVERTENZA » 255
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