FFRR
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Pascià di Giannina
In carica 1788-1822
Indice
Nascita Tepeleni, 1744, forse
Biografia
1750[1]
Le origini
Il regno Morte Giannina, 5 febbraio
La corte di Ali Pascià 1822 (24 gennaio 1822
Le atrocità del calendario giuliano)
Lo scontro con Istanbul Sepoltura Giannina
Eredi Padre Veli Bey di Tepeleni
Cultura di massa Consorte Kyra Vassiliki (ultima
moglie)
Note
Bibliografia Figli Ahmed Mukthar Pascià
Fonti Veli Pascià
Studi Salih Pascià
(tutti e tre i figli maschi
Voci correlate
vennero giustiziati dai turchi,
Altri progetti fallendo nel tentativo di
Collegamenti esterni organizzare una dinastia vera
e propria[2][3])
Biografia
Le origini
Suo padre, Veli Bey (morto nel 1762), e suo nonno, Mukthar Bey
(morto nel 1716 combattendo contro i veneziani a Corfù), erano stati
entrambi governatori di Tepeleni[4] motivo per cui Ali finì con
l'indicare la città come suo luogo d'origine. La loro tribù, i Lab, era
molto malvista dal resto degli albanesi per via del brigantaggio da Scettro di Ali Pascià - Institut et
loro praticato per sopravvivere all'indigenza[5]. Musée Voltaire di Ginevra.
Il prestigio e la fama guadagnati da Ali nel corso della sua vita portò,
inevitabilmente, all'accumulo di fantasiose dicerie relative alle sue
origini ed al suo lignaggio. Si diffuse, per esempio, la convinzioni
(dimostrata come infondata da Ahmet Uzun[6]) che la famiglia di Ali
discendesse da un derviscio chiamato Nazif giunto in Albania
dall'Asia Minore[7]. Del pari, piuttosto contraddittorie sono le notizie
precise relative ai suoi primi anni da uomo. Il dato certo è che Ali
restò orfano di padre in tenera età (10[7], più probabilmente 12 anni),
molto probabilmente a causa di una faida, e si diede al brigantaggio
per sopravvivere, affiancato dalla madre, tale Hanko/Kanko[4].
Nel corso degli anni, il giovane bandito raccolse intorno a sé una
banda di armati sempre più numerosa riuscendo a crearsi un centro
di potere che comprendeva alcuni villaggi. Tra il 1764 ed il 1770
(prob. 1768), Ali sposò Emina[8], la figlia di Capelan Pascià di
Delvina[1], città sulla quale aveva brevemente regnato suo padre Veli
Bey[9]. Fu a questo punto che Ali entrò nel numero dei piccoli capi- Un firmano di Ali Pascià del 1810
guerra al servizio dei locali potentati dell'Impero ottomano e che, scritto in lingua greca.
presumibilmente, approcciò la fratellanza sufi dei Bektashi, cui
sarebbe rimasto fortemente legato per tutta la vita[4].
Tepeleni combatté (1772) i Sulioti d'Epiro, una enclave cristiana
montana gravitante intorno al centro di Suli che aveva sino a quei
tempi resistito alla conquista ottomana, per conto del Agha di
Margariti, Solimano[10]. Nel 1775 venne arrestato dal governatore di
Berat, Kurt Ahmed Pascià, insignito dell'autorità di Dervenci-paşa
("guardiano delle vie"), ma già l'anno dopo era al suo servizio nella
guerra contro Mehmed Bushati Pascià di Scutari[11]. Nel biennio
1778-1779 servì il nuovo Dervenci-paşa in qualità di luogotenente
(Kehaya), posizione che gli permise di accrescere ulteriormente il
numero di mercenari (musulmani o armatoli greci) al suo servizio,
ma, al ritorno al potere di Kurt Ahmed Pascià, chiuse i suoi rapporti
formali con le autorità ottomane della regione, tornando al Ali Pascià e la sua Favorita, la
brigantaggio. cristiana Kyra Vassiliki - quadro di
Paul Emil Jacobs.
A partire dagli anni '80 del XVIII secolo, Ali cominciò la sua scalata
al potere.
Nel 1783 prese contatti con i veneziani, supportandoli nella lotta contro il nuovo governatore di Delvina,
Mustafa Kokka Pascià (un protetto di Kurt Ahmed Pascià), in cambio del loro supporto politico: mentre
Tepeleni screditava il potere di Mustafà seminando il caos nella regione da lui controllata, il bailo della
Serenissima perorava la candidatura di Ali a nuovo Pascià di Delvina presso la Sublime Porta. La mossa
riuscì. Le autorità costantinopolitane stavano in quegli anni chiudendo i loro debiti con i capi-guerra
albanesi (dovuti alle prestazioni militari fornite durante la Rivolta Orlov del 1770) saldando il dovuto con
onori e titoli: l'accomodamento con Ali Pascià non era dunque
affatto nuovo. Nel marzo 1784, Ali ottenne dunque dal sultano
Abdul Hamid I il titolo di Pascià ed entro agosto occupò Delvina[4],
dopodiché ottenne da Istanbul la nomina a Mutasarrıf della
roccaforte di Giannina[12]. Il dominio su Giannina gli venne subito
revocato ma Ali rifiutò di abbandonare la città e ne venne cacciato
con la forza da Kurt Ahmed Pascià. Continuò la sua scalata al potere
ottenendo la nomina a Pascià del Sangiaccato di Trikala nel 1786.
Ali Pacha à la chasse - quadro di
Il 1787 fu l'anno della svolta, per Tepeleni. Si distinse per alcune
Louis Dupré (1825)
operazioni militari nel Banato durante la Guerra austro-turca (1787-
1791) e mosse poi guerra a Kara Mahmud Bushati Pascià di Scutari
(erede di Mehmed Bushati). La contestuale morte di Kurt Ahmed
Pascià diede ad Ali la possibilità di rioccupare con la forza Giannina
e fece di lui il miglior candidato quale nuovo Dervenci-paşa. Entro il
1788, il sultano aveva formalizzato la nomina di Tepeleni a Pascià di
Giannina e Dervenci-paşa.
Il regno
È nota l'influenza che ebbe sul Leone San Cosma d'Etolia, in onore del quale fece costruire un
monastero[34][35]. Cristiana era poi la favorita di Tepeleni, Kyra Vassiliki, una ragazza greca da lui sposata
nel 1808, alla quale non venne chiesto di abiurare la sua fede e per la quale una stanza del Castello di
Giannina venne tramutata in una chiesa.
Ali Pascià era poi fortemente legato a vari ordini di sufi. Dato certo è la sua adesione alla setta sufi dei
Bektashi, cui venne introdotto dal maestro Baba Shemin di Fushë-Krujë[36] e che con il suo patronato si
diffuse largamente in Tessaglia, nell'Epiro, nel Sud dell'Albania e a Kruja[37][38][39][40][41]. La lapide di Ali
Pascià venne non a caso decorata con la Corona Taj dei Bektashi[42]. Sufi Nasibi Tahir Babai è poi ricordato
come una delle guide spirituali del Leone[43]. Tepeleni non fece poi mancare il suo appoggio anche ai sufi
Naqshbandiyya (Naqshbandiyya erano appunto gli altari sufi di Giannina e di Parga[37]), Khalwatiyya,
Sâdîyye e Alevi[34].
Nonostante le continue tensioni tra Tepeleni e le minoranze greche soggette al suo dominio (fu Ali Pascià ad
ordinare la morte per tortura del clefti Antonio Katsantonis), la sua corte ospitava un nutrito numero di
uomini d'affari ed intellettuali greci. Il greco veniva abitualmente parlato da Ali a corte e sopra i cancelli del
palazzo di Giannina era incisa un'iscrizione nella quale Tepeleni veniva presentato come un discendente di
Pirro[44][45]. Sempre in greco venne scritto dall'albanese Haxhi Shehreti il poema celebrativo di Tepeleni, la
Alipashiad[46].
La presenza di Ali Pascià e del suo entourage a Giannina, nonostante le ripetute e ben testimoniate violenze
perpetuate dal despota a danno di ribelli ed oppositori, non solo non ridusse il fermento culturale "elleno"
della città (uno dei principali centri di sviluppo e diffusione del nuovo illuminismo greco) ma finì per
giocare un ruolo primario nell'affermazione del sentimento nazionale greco. Nel 1818, infatti, Kyra Vassiliki
venne reclutata da Nikolaos Skoufas[47] ed iniziò un'attiva militanza nel movimento rivoluzionario greco, la
Filikí Etería[48].
Le atrocità
Le crudeltà inflitte da Ali Pascià ai suoi sudditi ribelli o a chiunque tentasse di opporsi al suo dominio
divennero ben note nei dintorni del suo regno e ci vengono tramandate dalla poesia e dal folklore locale
(fondamentale, in questo senso, il lascito culturale degli arumeni): l'esecuzione di massa dei giovani uomini
delle città di Gardhiq e Hormova, rei di discendere dagli uomini che avevano ucciso il padre di Tepeleni e
stuprato sua madre; l'espulsione degli arumeni da Moscopoli; l'esecuzione di massa di un gruppo di giovani
donne cristiane di Giannina, sommariamente processate come adultere ed affogate nel Lago Pamvotida[49];
la pubblica esecuzione del clefti Antonio Katsantonis, massacrato a colpi di maglio[50].
Le informazioni più dettagliate riguardano le barbarie commesse dalla truppa di Ali Pascià alla presa di
Prevesa[51].
La sempre più marcata presa di potere del sultano Mahmud II, animato da prepotenti propositi di Renovatio
Imperii, comportò una sistematica battuta d'arresto all'astro di Ali Pascià. Le prime avvisaglie si ebbero nel
1812, quando il sultano destituì Veli dalla Morea e lo fece Pascià di Larissa come punizione per le atrocità
commesse da Tepeleni contro la popolazione di Gardiki (vicino Trikala)[52].
Il Leone non diede probabilmente troppo peso alla cosa, proseguendo nella costruzione di uno stato sempre
più solido.
Nel 1813, Tepeleni dovette gestire lo scoppio di una epidemia di peste bubbonica nella Tessaglia, regione
già provata dalle repressioni perpetratevi e dall'inasprimento delle tasse con cui Ali Pascià finanziava le sue
campagne militari[53]. Ancora in buoni rapporti con l'Impero britannico, il Leone accettò poi di riconoscere il
protettorato inglese sulle Isole Ionie in cambio della cessione del fiorente porto di Parga, ratificato con il
Trattato di Giannina del 17 maggio 1817[54].
Il formale ingresso di Tepeleni nella scena diplomatica internazionale fu probabilmente la goccia che fece
tracimare il vaso.
Nel 1819, Mahmud tornò a colpire il Leone tramite i suoi figli: in risposta alle lamentele degli abitanti di
Larissa, gravati dal ferreo controllo di Veli, il sultano tornò a "demansionare" il figlio di Ali facendone il
Pascià di Lepanto (titolo prettamente onorifico ma privo di effettivo potere politico). Nel frattempo, per
bocca dell'ambasciatore ottomano Halet Efendi (attivo in Francia), il sultano venne messo a parte
dell'effettiva estensione, anche internazionale, del potere che Ali Pascià aveva accumulato nel corso degli
anni. L'esistenza di una compagine statale semi-autonoma cresciuta all'ombra del Serraglio fu chiaramente
intollerabile per l'osmanide che iniziò a preparare lo scontro risolutivo.
Per parte sua, ormai deciso a staccarsi completamente dai turchi e, molto probabilmente, incitato dalla
moglie Kyra, il Leone allacciò contatti formali con la Filikí Etería, riunitasi a Tripolizza nel 1820. Ali
incontrò l'emissario del Direttorio rivoluzionario, una sua vecchia conoscenza di nome Ioannis
Paparrigopoulos, a Prevesa, promettendo supporto all'Etería anche e soprattutto per guadagnarsi l'appoggio
della Russia contro il sultano[55]. Tepeleni commise a questo punto l'errore di organizzare un attentato ai
danni di un suo rivale rifugiatosi a Costantinopoli, Ismaël Pascià, e l'insuccesso dell'operazione provocò la
rottura definitiva con gli ottomani. Mahmud II pretese le dimissioni di Tepeleni e, al suo rifiuto, organizzò la
spedizione punitiva contro il ribelle.
Il 23 marzo 1820, Ali Pascià annunciò apertamente che si sarebbe fatto liberatore dei greci. Paparrigopoulos,
dopo i fatti di Costantinopoli, gli comunicò il sostegno dell'Eteria[56].
Mahmud II inviò contro Tepeleni proprio Ismaël Pascià, al comando di una eterogenea armata reclutata con
la leva feudale, ed una seconda armata al comando di Pehlevan Pascià, un veterano della guerra russo-turca,
mentre la flotta ottomana al comando del Capitan Bey ("vice-ammiraglio") Kara Ali dirigeva verso Prevesa.
Una terza armata di rinforzo arrivò da Scutari, al comando di Bushati.
Da Giannina, il Leone schierò le sue truppe: da Berat, Mukhtar avrebbe difeso l'Albania centrale;
Androutsos avrebbe difeso la Focide e la Beozia da Livadeia; Veli Bey avrebbe presidiato le coste da
Lepanto; Alexis Noutzos, Tahir Abbas e Omer Vrioni avrebbero bloccato i passi montani del Pindo. Il
coordinamento di tutto lo scacchiere restò in capo, chiaramente, ad Ali Pascià, convinto di poter vanificare
l'assalto ottomano grazie al suo agguerrito esercito ed all'impervia natura del terreno di scontro.
Sfortunatamente per Tepeleni, la totale mancanza d'impegno da parte dei suoi ufficiali vanificò qualsiasi
scelta strategica.
Nel nord, Bushati attaccò Elbasan senza incontrare resistenza significativa. Abbandonò la lotta per interessi
propri, accampando come scusa con la Porta una ribellione dei montenegrini. Androutsos, cacciato da
Livadeia dagli abitanti della città, disertò, lasciando Pehlevan Pascià libero di penetrare nella Grecia
centrale. Veli Bey abbandonò Lepanto e ripiegò su Arta, salvo poi portarsi a Prevesa dove fu rapido a
negoziare un armistizio con il Capitan Bey. Ismaël Pascià attraversò indenne il Pindo, si abboccò a Metsovo
con Vrioni e lo convinse a tradire Tepeleni in cambio della nomina a Pascià di Berat[57], città nel frattempo
abbandonata da Mukhtar che si era prima trincerato ad Argirocastro e poi, come il resto degli alti ufficiali
del padre, aveva avviato negoziati con i turchi invece di combattere.
In settembre, l'armata ottomana si schierava intorno a Giannina, cominciando l'assedio.
Il centro del potere di Ali Pascià, pesantemente fortificato e ben rifornito di derrate, offrì ai turchi la prima
vera resistenza della campagna. Ismaël Pascià si dimostrò incapace di giungere rapidamente alla conclusione
dello scontro e commise alcuni errori strategico-politici che permisero a Tepeleni di veder tornare nei ranghi
gli ufficiali che avevano disertato al principio della guerra. Non solo. Il 4 dicembre, Ali prese contatto con i
Sulioti che militavano nelle file dell'armata di Ismaël e promise loro la restituzione della terra natia in
cambio di aiuto. Gli epiroti (3000 uomini in tutto) disertarono il campo ottomano e si schierarono al fianco
del Leone[58]. Continuando a giocare d'astuzia, Ali Pascià cercò di rappacificarsi con il sultano e, nel
gennaio 1821, gli inviò delle lettere nelle quali denunciava i piani della Filikí Etería ed i suoi membri. Il
risultato della manovra fu però inconcludente per Tepeleni e questo tradimento fu uno nei numerosi elementi
che contribuiranno ad informare la Sublime Porta sulle trame che si ordivano, obbligando l'Etería ad
accelerare il naturale corso degli avvenimenti[59]. In marzo, Hursid Pascià, futuro governatore della Morea,
subentrò ad Ismaël Pascià (ricollocato alla testa del presidio di Arta) nel comando delle forze sultanali e
ridiede vigore alla lotta, sia sul piano militare sia su quello politico. Entro novembre, numerosi albanesi
musulmani agli ordini del Leone disertarono le sue file e si schierarono sotto il vessillo sultanale quando
l'eco della guerra d'indipendenza greca, abilmente manovrato da Hurshid, raggiunse Giannina[60].
Nel gennaio del 1822, Hursid Pascià aveva occupato la maggior parte delle fortificazioni di Giannina. Ali
Pascià, asserragliato nel suo palazzo tramutato in una cittadella ed in grado di protrarre ulteriormente la
lotta, accettò di aprire i negoziati. Le parti s'incontrarono nel Monastero di San Pantaleone, su un'isola del
Lago Pamvotida, già in mano turca. Attirato dalla promessa di un perdono completo (5 febbraio, 24 gennaio
del calendario giuliano), Ali Pascià si vide circondato dai turchi che gl'intimarono d'inginocchiarsi per essere
decapitato. A questo punto, secondo Alexandre Dumas, avrebbe aggredito i nemici dopo aver risposto "La
mia testa non si piegherà come la testa di uno schiavo!"[61]. Gli spararono attraverso il pavimento,
spacciandolo. La sua testa venne portata su di un piatto d'argento ad Hursid Pascià che ne baciò la barba in
segno di rispetto prima d'inviarla a Costantinopoli.
La testa di Tepeleni e quelle dei suoi figli vennero esposte all'ingresso del Palazzo Topkapı per ordine del
sultano. I feticci vennero poi interrati presso le mura di Costantinopoli. Le spoglie di Ali Pascià vennero
sepolte nella Moschea Fethiye di Giannina, presso la quale riposano oggi.
Nel 2006, la Facoltà di Teologia dell'Università di Yalova, durante un progetto di censimento delle 3500
lapidi del cimitero Ayvalık di Istanbul, ha scoperto un sepolcro titolato a Tepeleni. In data 11 febbraio 2013,
il governo albanese ha conseguentemente aperto i negoziati con il governo turco per la restituzione delle
spoglie del Leone di Giannina[62][63].
Eredi
Ali Pascià ebbe tre figli maschi, tutti giustiziati dai turchi insieme al padre[2][3]:
Ahmed Mukhtar (1768-1822), figlio della prima moglie ufficiale di Tepeleni, Emina di Delvina[8],
Pascià di Berat;
Veli (1773-1822), figlio della prima moglie ufficiale di Tepeleni, Emina di Delvina[8], Pascià di
Morea; e
Salih (1800-1822), Pascià di Valona.
Cultura di massa
Lord Byron fece visita ad Alì Pascià nel 1809 a Giannina e scrisse le sue memorie dell'incontro
nell'opera Childe Harold's Pilgrimage (Il pellegrinaggio del giovane Aroldo), mostrando
sentimenti contrastanti nei confronti del tiranno: da un lato l'ammirazione per lo splendore della
corte e per l'aver incoraggiato il risveglio della cultura albanese a Giannina, dall'altro il biasimo
per la sua crudeltà.
Nel romanzo Il conte di Montecristo, Dumas descrive in modo estremamente romanzato la fine
di Ali Pascià per bocca della figlia scampata al massacro, la principessa Haydée, protetta del
protagonista Edmond Dantès.
Mór Jókai dedicò a lui il romanzo Il leone di Giannina.
Note
1. D.N. Skiotis, From Bandit to Pasha: First Steps in the Rise to Power of Ali of Tepelen, 1750-
1784, in International Journal of Middle East Studies, vol. 2, n. 3, 1971, p. 228.
2. Ibrahim Manzour, Mémoires sur la Grèce et l'Albanie pendant le gouvernement d'Ali Pacha,
Parigi, 1827, p. 232.
3. R. Sellheim, Oriens, BRILL, 1992, p. 303, ISBN 978-90-04-09651-6. URL consultato il 21 ottobre
2010.
4. Robert Elsie, A Biographical Dictionary of Albanian History, [Link], 2012, pp. 7–8,
ISBN 978-1-78076-431-3.
5. ^ George Bowen, Mount Athos, Thessaly and Epirus: A Diary of a Journey, Londra, Francis &
John Rivington, 1852, p. 192.
6. ^ (EL) Ahmet Uzun, Ο Αλή Πασάς ο Τεπελενλής και η περιουσία του [Ali Pasha from Tepeleni
and his fortune] (PDF), su [Link], p. 3.
«Εξαιτίας της μοναδικότητας του ονόματος μιας οικογένειας που μετανάστευσε από την
Ανατολία στη Ρούμελη και εγκαταστάθηκε στο Τεπελένι, υπάρχουν ισχυρισμοί που τον θέλουν
Τούρκο. Εντούτοις οι ισχυρισμοί αυτοί είναι αβάσιμοι αφού στην πραγματικότητα είναι
αποδεδειγμένο ότι καταγόταν από τη νότια Αλβανία.».
7. H. T. Norris, Islam in the Balkans: Religion and Society Between Europe and the Arab World,
C. Hurst & Co. Publishers, 1993, pp. 231-, ISBN 978-1-85065-167-3.
8. Richard Alfred Davenport, The Life of Ali Pasha of Tepeleni, Vizier of Epirus, surnamed Aslan
or the Lion, Murray's Family Library, 1837, p. 36.
9. ^ (SR) Društvo istoričara Srbije, Iz istorije Albanaca (From the history of Albanians), Zavod za
izdavanje udžbenika SR Srbije, 1969, p. 78. URL consultato il 14 settembre 2011.
«родио се 1744. године у околини Тепелене, од оца Вели-бега, госпо- дара Тепелене,
односно управљача делвинског санџака. (He was born in 1744 and his father was lord of
Tepelene and lord of the Sanjak of Delvina)».
10. ^ Skiotis, Op. Cit., p. 230.
11. ^ Davenport, Op. Cit., pp. 35-36.
12. ^ Elevating and Safeguarding Culture Using Tools of the Information Society: Dusty traces of
the Muslim culture, Earthlab, pp. 364–, ISBN 978-960-233-187-3.
13. ^ Raymond Zickel and Walter R. Iwaskiw, Albania: A Country Study ("Local Albanian Leaders
in the Early 19th Century"), su [Link], 1994. URL consultato il 9 aprile 2008.
14. Historia e Popullit Shqipetar, Tirana, Albania, Shtepia Botuese Toena, 2002.
15. ^ Universiteti Shtetëror i Tiranës e Instituti i Historisë, Studime Historike, vol. 41, 1987, pp. 140.
URL consultato il 17 agosto 2010.
16. ^ [1] ([Link]
17. ^ Thomas Keightley, History of the War of Independence in Greece, vol. 1, Edimburgo,
Constable, 1830.
18. ^ Tom Winnifrith, Vlachs: The History of a Balkan people, Duckworth, 1987, p. 130, ISBN 978-
0-7156-2135-6.
19. ^ Enciclopedia «Rizzoli-Larousse», pag. 1203.
20. ^ Copia archiviata, su [Link]. URL consultato il 25 agosto 2010 (archiviato dall'url
originale il 31 luglio 2011).
21. ^ Fleming, Op. Cit., p. 95 e s.
22. ^ Suli, su [Link]. URL consultato il 15 aprile 2013.
23. ^ M.V. Sakellariou, Epirus: 4000 Years of Greek History and Civilization, Ekdotike Athenon,
1997, ISBN 960-213-371-6.
24. ^ J.W. Baggally, Ali Pasha and Great Britain, Oxford, Basil Blackwell, 1938, p. 86.
25. ^ Fleming, Op. Cit., p. 73.
26. ^ Riccardo Church, Relazione dei fatti accaduti al tenente generale Riccardo Church, Napoli,
dalla Tipografia Francese, 1820. Fornisce una dettagliata descrizione dell'accordo tra Ali
Pascià ed i britannici.
27. ^ Yves Benot, La démence coloniale sous Napoléon, Parigi, La Découverte, 1992, ISBN 2-
7071-2098-7.
«De plus, le fameux pacha de Janina, Ali de Tebelen, auprès de qui Napoléon a un consul,
Pouqueville, est de plus en plus hostile à la France : il est juste en face de Corfou et peut
empêcher l'île de se ravitailler sur la terre ferme. À son habitude, Napoléon tempête et
menace. À titre d'exemple, cette lettre du 15 mars 1811 au ministre des Affaires étrangères qui
est maintenant Maret : "Mon intention est de déclarer la guerre à Ali Pacha si la Porte ne peut
réussir à le retenir dans le devoir. Vous écrirez la même chose à mon consul près d'Ali Pacha
afin qu'il lui déclare que la première fois qu'il se permettra d'empêcher l'approvisionnement de
Corfou, et refusera le passage aux bestiaux et vivres destinés pour cette place, je lui déclarerai
la guerre." Facile à dire ou à écrire. Un jour, Pouqueville se retrouvera en prison […]».
28. ^ Finlay, George (1861), History of the Greek revolution, Londra, Blackwood and sons, v. 1, p.
86.
29. ^ Georg Wilhelm von Valentini, Précis des dernières guerres des Russes contre les Turcs,
avec des considérations militaires et politiques traduit de l'allemand du Général Valentini par
Eugène de La Coste, Parigi, Schubart & Heideloff, 1828, p. 126.
30. ^ Tepeleni sarebbe stato uno dei molti proprietari del leggendario "Diamante del fabbricante di
cucchiai", n.d.r. Margherita Grillo, Archeo-storie: Gialli e misteri dal passato, Città Nuova, 2000,
p. 83, ISBN 9788831181280. Ed anche in Turchia. Arte e storia, Bonechi, 1986, p. 19,
ISBN 9788880295624.
31. ^ Helley(?), H. Portrait of Kira Vassiliki. [1850], Sotheby's. URL consultato l'11 agosto 2015.
32. ^ È comunque ancora in discussione l'effettiva pratica dell'omosessualità da parte di Tepeleni.
Gli osservatori europei, forviati dai loro preconcetti sull'Oriente, potrebbe aver con buona
probabilità confuso dei giovani eunuchi dell'harem con degli efebi veri e propri - v. Murray, SO
[e] Roscoe, W (1997), Islamic Homosexualities : culture, history, and literature, New York
University Press. Parimenti, bisogna però anche segnalare che il fenomeno della pederastia
"istituzionalizzata" era molto diffuso in Albania (vedi Pederastia albanese) e che la propensione
pederasta di Alì Pascià è stata oggetto di diverse composizioni musicali folkloristiche albanesi,
quali, ad esempio:
Originale Traduzione in italiano
C'e pandeh, o, Ali Pasha? Cosa pensi, o Ali Pasha?
Mos jemi çupa nga Narta Non siamo le ragazze venute da Arta
edhe djemi nga Gjirokastra e i ragazzi venuti da Argirocastro
të loç ti me 'ta nga nata come quelli con cui giochi di notte
v. Pyrrhus, Ruches (1967), Albanian historical folksongs, 1716-1943 ([Link]
ooks?hl=el&id=XTTbHjuB6usC&dq=Pyrrhus+J.+Ruches&q=proclaims&pgis=1#search_ancho
r): a survey of oral epic poetry from southern Albania, with original texts, Argonaut, p. 19.
33. ^ Katherine Elizabeth Fleming, The Muslim Bonaparte: Diplomacy and Orientalism in Ali
Pasha's Greece, Princeton University Press, 1999, p. 32, ISBN 978-0-691-00194-4.
34. Pierre Savard, Brunello Vigezzi (Commission of History of International Relations), Le
Multiculturalisme Et L'histoire Des Relations Internationales Du XVIIIe Siècle À Nos Jours,
Milano, Edizioni Unicopli, 1999, p. 68, ISBN 978-88-400-0535-5, OCLC 43280624.
«Tepedelenli Ali Pasa, governor of Yanya (Yannina) who was an Alevi-Bektashi and who
also had great love for the Saint.».
35. ^ Geōrgios K Giakoumēs, Grēgorēs Vlassas e D. A. Hardy, Monuments of Orthodoxy in
Albania, Athens, Doukas School, 1996, p. 68, ISBN 978-960-7203-09-0, OCLC 41487098.
«KOLIKONTASI Monastery […] thirty-four years after his tragic end, on the orders of "his
highness the Vizier Ali Pasha from Tepeleni"».
36. ^ Miranda Vickers, The Albanians: A Modern History, London, I.B. Tauris, 1999, p. 22,
ISBN 978-1-4416-4500-5.
«Around that time, Ali was converted to Bektashism by Baba Shemin of Kruja...».
37. Natalie Clayer, III, in Stephanie Schwandner-Sievers e Bernd Jürgen Fischer (a cura di),
Albanian Identities: Myth and History, Indiana University Press, 2002, p. 130, ISBN 978-0-253-
34189-1, OCLC 49663291.
«He seemed to have been closer to the Sadiyye, the Halvetiyye or even the
Nakshibendiyye (the tekke of Parga was Nakshibendi, as well as a well-kbown tekke of
Ioannina) […] Ali Pasha was considered to be 'responsible for the propagation of Bektashism'
in Thessaly, in South Albania and in Kruja».
38. ^ Robert Elsie, Historical Dictionary of Albania, European historical dictionaries, n. 42,
Scarecrow Press, 2004, p. 40, ISBN 978-0-8108-4872-6, OCLC 52347600.
«Most of the Southern Albania and Epirus converted to Bektashism, initially under the
influence of Ali Pasha Tepelena, "the Lion of Janina", who was himself a follower of the order.».
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«Bektashism was widespread during the reign of Ali Pasha, a Bektashi himself, […]».
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«The most illustrious among them was Ali Pasha (1740-1822), who exploited the
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«The great expandion of Bektashism in southern Albania took place during the time of Ali
Pasha Tepelena, who is believed to have been a Bektashi himself».
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«…and the tomb of Ali himself. Its headstone was capped by the crown (taj) of the Bektashi
order.».
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45. ^ Henry sostiene che Tepeleni ricorreva al greco quando s'intratteneva con degli ospiti
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«Ma dal 1818 in poi, la società ha cominciato un ampio reclutamento includendo un certo
numero di donne. Prima della sua morte, nel mese di luglio 1818, Skoufas, uno dei tre
fondatori della società, ha suggerito sistematicamente di mettersi in contatto con tutte le donne
che, per la loro vicinanza alle istituzioni del potere, avrebbero potuto essere utili alla causa.
Egli ha specificamente menzionato il nome di Vassiliki.».
48. ^ Per completezza d'informazioni va però ricordato che fu proprio Vely Pascià, figlio di Ali
Pascià, a scacciare da Giannina uno dei soci fondatori della Filikí Etería, Athanásios Tsákalov,
agli inizi del XIX secolo, vedi C.W. Crawley, John Capodistrias and the Greeks before 1821, in
The Cambridge Historical Journal, vol. 13, n. 2, 1957, 162-182.
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Voci correlate
Guerra d'indipendenza greca
Storia dell'Albania
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