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Opere di Pier Paolo Pasolini poesia La meglio gioventi (1954 Le ceneri di Gramsci (1453) Lusignolo della Chiesa Cattolica (1958) La religione del mio tempo (1961) Poesia in forma di rasa (1964) ‘Trasumanar e organizzar (1971) } Gaidersn (1973) Ragazzi di vita (1955) ‘Una vita violenta (1459) 1 sogno di una cosa (1962) All dagli occhi azaurri (1965) Teorema (1968) critica ) Passione ¢ ideologia (1960) La poesia popolare italiana (1960) Ennpirismo eretico (1972) | sceneggiature It Wangelo secondo Matteo (1964) Uccellacei e uceellini (1965) | Exipo re (1967) Medea {1970} Pier Paolo Pasolini Ragazzi di vita romanzo Garzanti up ick NI‘Nella collezione « 1 bianchi » 1 edizione: febbraio 1970 im edizione: gennaio 1974 © Aldo Garzanti Editore, 1955 goi esensplare di quest'opera fh ella Societa Italiana degli Autori ed Ealitor dove ritenersi contraffatto Printed in Tealy 1 Il ferrobedd E sotto er monumento de Mazzini.. Canzone popolare Era una caldissima giornata di higlio. I Riccetto che doveva farsi la prima comunione e la cresima, sera al- zato gid alle cinque; ‘ma mentre scendeva git per via Denna Olimpia coi calzoni lunghi grigi e la carnicetta bianca, piuttosto che un comunicando o un soldato di Ge- sh pareva un pischello quando se ne va acchittato pei lun. goteveri a rimorchiare, Con una compagnia di maschi uguali_a lui, tutti vestiti di bianco, scese git alla chiesa della Divina Provvidenza, dove alle nove Don Pizauto ali fece la comunione ¢ alle unclici il Vescovo lo cresimd. Tl Riccetto perd aveva una gran prescia di tagliare: da Monteverde giti alla stazione di Trastevere non si sentiva che un solo continuo rumore di macchine. Si sentivano i clacson e i motori che sprangavano su per le salite ¢ le curve, empiendo la periferia gia bruciata dal sole della prima mattina con un rombo aS6rdante: Appena figito, | il sermoncino del Vescovo, Don Pizauto ¢ due tre chierict giovani portarono i ragazzi nel cortile del ricreatorio per fare le fotografie: il Vescovo camminava fra loro bene- dicendo i familiari dei ragazzi che s‘inginocchiavano al suo passaggio. I] Riccetto si sentiva rodere, Ii in mezzo, esi decise a piantare tutti: usci per la chiesa vuota, ma sulla porta incontrd il compare che gli disse: « Adh, ad- dd vai? > « A casa vado, » fece il Riccetto, « tengo fa- me. » « Vie’ a casa mia, no, a fijo de na mignotta, » gli gridd dietro il compare, « che ce sta er pranzo. » Ma il Riccetto non lo fild per niente € corse via sull'asfalto che 5™ 5 Lenotti calde Panza piena nun crede ar diggiuno. GG. Bent Il Lenzetta intanto se ne stava ad aspettare il Riccet- to € Alduccio, seduto sulla polvere sotto un muretto, tutto acchittato, coi calzoni di velluto e con Pamerica~ na rossa e nera che, secondo lui, spaccava il c... a tutta la Maranella, Era fradicio di sudore, perché aveva dato dlue calci al pallone con dei maschi che aclesso continua~ vano a giocare, li sotto, in un praticello tra via dell’Ac~ qua Bullicante ¢ il Pigneto. Sopra il muretto, a godersi il passeggio, accucciata sul tctto di latta della sua abi- tarione che pareva tno stabbio per le pecore, se ne stava la Elina, con due cerchi di oro falso che le ciondolavano agli orecchi, e con in braccio il pupo pitt piceolo che fa- ceva la lagna. Tl Lenzetta non la filava per niente, ¢ se ne stava anche lui in contemplazione della vita, dicendo Ogni tanto i morti al Riccetto che ancora non arrivava. Ma era discretamente allegro. Cantava con la nuca pic- na di riccioletti appoggiato al muretto scrostato, facendo ogni tanto franare qualche tocco di cappellaccio 0 di polvere, perché cantando muoveva con gran passione Ia testa da manca a dritta ¢ da dritta a manca, piano piano. Gli occhi li teneva mezzi chiusi, € siccome can- tava a voce bassa, come se si confessasse, 0 volesse solo dare un piccolo saggio di quello che avrebbe saputo fare, uno che gli fosse stato a neanche quattro passi di distanza, avrebbe soltanto visto la sua bocca che si apri- va e si chiudeva, ¢ le corde del collo‘che gli si tiravarte fino. a spezzarsi intorno al gargarozzo. 114 Ogni momento sinterrompeva, sul pitt bello d’un gor- gheggio, per gridare qualcosa a quelli che stavano a gio- are al pallone tignosi e sfiatati; ce n’era uno, di manco una tredicina d’anni, che giocava fumandosi un mozzo- ne, ¢ un altro tutto allaccato che stava lungo per terra, alzando moina contro quelli che correvano, «A morti de debbolezza! » faceva il Lenzetta senza alzar troppo la voce per non far fatica. « Ma si nun te regi pit in piedi, ma che wai da noi, > rispondeva il portiere, che stava disoccupato tra i pali, tendendo in avanti il corpo coi calzoncini mezzi sbottonati e sbrillen- tati ¢ mettendosi a imbuto davanti alla bocea le mani con dei guanti trovati in qualche immondezzaio. Quello che se ne stava sdraiato in mezzo al campo, venne su sulla strada, mandando al fascio il pallone e quegli altri che ci si ammattivano dietro: si tird su i calzoni sfilando del tutto la canottiera zozza ¢ lasciandola ondeggiare sopra le chiappe, ¢ andé incontro a un altro maschietto come lui, che veniva avanti allegro come un rondinino, con sotto il braccio la bottiglia del latte. Si misero a gio- care a palline poco distanti dal Lenzetta, sotto la Elina, che, seduta sul tetto di bandone, si disegnava contro il cielo bianco come la statua della madonna in una pro- cessione. « Li mortacci sua, » disse ancora una volta in- fregnato il Lenzetta alla volta del Riccetto e d’Alduccio; ma con tutto cid non riusciva a perdere il suo buon umo- re, disposto a fregarsene di tutto. Il ragazzetto arrivato per ultimo, che giocanclo cinguettava allegro anche quan- do s'arrabbiava con Paltro, che cercava di fare il dritto, gli cra entrato in simpatia, e si mise a proteggerlo. L’al- tro si feee subito bone bono e comincid a giocare leale, senza cercar di fregare il piccoletto. Si accucciavano, prendevano la mira, e zac, col palmo della mano puntato a terra, la pallina schizzava in buca. I Lenzetta guar- dava paterno. II piccoletto quando vinceva faceva una 15specie di danza intorno alla bottiglia del latte abban- donata per terra alla supina; e si rimetteva subito git, con le gambette larghe e il sedere sui calcagni, a sparare ‘in buea. «Vinci, eh, fringuelli? » gli faceva il Lenzetta con aria di benefattore: L’altro giocatore masticava amaro: ‘e, incarognito, comincid a vincere lui. « Adh, mbe? che te fai fA °a rapina, a fringuelli? » diceva allora il Len- zetta scherzoso. Poi passd davanti a tutta callara un’auto funebre vuota, filando sotto i gran palazzoni e poi con- tro le siepi fangose dell"Acqua Bullicante. «Addio, mia bella addio! » gridd il Lenzetta, per tutto commento, alla volta del cadavere che quella an- dava a raccoglicre in qualche parte; e subito gli rivenne in mente il Riccetto, che pure lui era andato a un fune- tale. «Sto stronzo, » fece, arrossendo di collera. Tl Lenzetta se n’era andato di casa per paura del fra- tello pit grosso: ¢ non c'aveva mica torto daverla, per- ché ne aveva combinata una che a pensarci non ci si capacitava nemmeno lui ¢ si sarebbe sputato in un oc- chio. Mica s'era comportato male, secondo lui, in senso morale... Si! morale! Che c... gliene fregava a lui e al fratello della morale! Era stata una quistione d’onore, ¢, per dire la sincera verita, mica una stupidaggine da niente. Che cavolo s’eta messo nella capoceia quella not- te il Lenzetta... Boh, si vede ch’era rimasto un po’ sonato per le botte che gli avevano dato prima in camera di si- curezza € poi a bottega... Come era stato portato a bot- tega — a Regina Coeli, non a Porta Portese, perché con tutto che pareva ancora pischelletto, era gia entrate in diciott’anni — grattandosi la capoccia tutta riccia, fece: «Mo qua so’ c... mia!» E non sera sbagliato, perché una delle prime parole che si senti dire appena dentro, da un tizio che pareva Lazaro appena sortito dalla cassa da morto, fu: « Che ber culetto che t'aritrovi, a more. » 116 Ma per fortuna sua, il fratello, il Lenzetta numero 1, era uno dei ladri pity autorevoli a Regina Coeli: e per rispetto del fratello fu rispettato pure Tui, carincllo co- m’era. Dopo qualche settimana se ne sorti con la con- dizionale, ¢ tornd a Torpignattara. La prima cosa che sua madre gli disse, fu: « Chi nun lavora nun magna, sa’! » «E famme riposa un pochetto, no! » fece lui con- giungendo le mani a scodella sotto il mento, « so” appe- na sortito de bottega, so'! » EB quella sera s’andé a diver- tire con gli amici al «Bar del Tappeto Verde » chia- mato anche il «Bar della Pugnalata » dove avevano ritrovo quelli che si chiamavano da s¢ gli avviziati della Maranella, giovincelli sui sedic’anni che avevano appena cominciato a frequentare i locali e a giocare al biliardo, Fece un po’ di moina con loro, si dette delle arie perché era stato a Regina Coeli ¢ armai per questo gli si doveva una certa considerazione; si bevvero un mezzo bicchiere di vino ciascuno, e se ne andarono cosi a dormire ubbria- chi fracichi. Il Lenzetta dormiva con suo fratello pit grande, in un camerino senza finestre, uno in un letto vecchio come una gondola, altro s'una branda. Quando fu verso la mezzanotte, il Lenzetta che non riusciva a prendete son- no, € era arrazzato per il vino, buttd per aria le vecchie lenzuola rattoppate, ¢ si mise a cantare. Tl fratello dor- miva come una cucuzza, con la bocca mezza,aperta ¢ le lenzuola intorcinate tra le gambe, ma dopo’ un po’ co- mincid a dare segni di fastidio: e si rivoltd di colpo, por- tandosi tutte Je lenzuola sotto la pancia. I Lenzetta, ub- briaco fracico, continud a cantare a tutto gasse. L’altro allora si sveglid di botto e fece: « Adh? » « Vaffan... » rispose il Lenzetta alzandosi in piedi. Il fratello si rese conto di cid che succedeva, lo guardd, gli diede una spinta che lo spiccied contro il muro e si riappennicd. Il mattino dopo il Lenzetta scendendo in strada vide il 17)fratello che lo stava a aspettare con la lambretta. « Sa- li,» gli fece. Il Lenzetta locco locco obbedi e Paltro a tutta callara attraversd in mezzo al traffico del mattino presto la Maranella, taglid pei vicoletti di Torpignatta- ra, che in mezzo a quell’ora non ci si passava perché Cera il mercato, si lancid a settanta allora verso il Man- drione, lo passd, e come uno scellerato arrivd all Acqua Santa. Mica scese o rallentd su per i viottoli coperti di quattro palmi di polvere, si spinse dentro in quarta, ¢ come furono in mezzo alle praterie ¢ alle caverne, sotto tuna torraccia, spense il motore, scese ¢ disse al Lenzetta : « Mttete ’n guardia. » Si pestarono per mezzora, ¢ final- mente il Lenzetta, tutto sderenato, era riuscito a ta- gliare. Il Riccetto © Alduccio se ne venivano piano piano, perché se l'erano fata a fette da Pietralata, ¢ strasci- navano i piedi come se non fossero i loro, con le schie- ne dritte sulle gambe rammollite come stracci, metten- do in mestra perd con aria fanfarona la loro fiacca di paraguli. Si dovevano esser fatti almeno almeno quattro chilometri, venendo da via Boccaleone, per la Prenestina, alAcqua Bullicante, da una prateria piena di m..., a un villaggetto di catapecchie, da un palazzone grande come un monte a una fabbrichetta arruzzonita. E anco- ra non era finita, il piti importante veniva adesso, che si dovevano fare tutta Ia Casilina. Il Lenzetta, fresco co- me un fiore, dopo aver baceajato per bene contro i due pellegrini ed essersi preso per questo del disgrazziato e dello stronzo, camminava avanti a passo spedito, con gli altri due che gli zoppicavano dietro, incazzati per la stanchezza ¢ il male ai piedi. Il posto Ni a via dell’Amba Aradam, il Lenzetta c’ veva inzeccato, era proprio gajardo. Un po’ fuori mano, proprio sul punto dove la strada inerociava col viale di San Giovanni, lungo le mura verdi e marrone, tra giar- 18 ii zeppi di piante spelacchiate € delle vecchie villette signorili un po’ malandate, Sopra una scarpata c'era tutta una fila di costruzioni basse, coperte di bandoni arrugginiti ¢ luccicanti agli ultimi bagliori del sole, Pro- prio in fondo, li all’angolo, c’era Voffieina pit. piccola, ma con un gran cortile recintato tutto pieno di ferro. C’era un gran silenzio, ma da dentro le baracche, 0 tra i mucchi di rottami dei depositi, si sentiva qualche fi- schio tranquillo di operai, 0 qualche voce che chiamava » che rispondeva, I tre malviventi ci passarono davanti all'indiana, uno canticchiando ¢ uno fischiettando: solo come furono un po’ pid git, sotto i ruderi, fecero qual- che osservazione aprendo appena la bocca: « Ammaz- za, » fece il Riecetto, « che saracche de semiassi! » « Che te dicevo io? » fece trionfante il Lenzetta. « Si, ma mo & ancora ggiomo, » disse il Riccetto per non dargli troppa soddisfazione, « E ppoi, qua, senza un triciclo nun se fa un ¢...> « See! un tricielo! ¢ adda ’o rimedi, un triciclo, ascemo, » bofonchid il Lenzetta toncendo la bocca. « An- namo ggitl a ’a Maranella e ’o domannamo a Remo er stracciarolo, » fece Alduccio, pigliando subito d’aceto per la cattiva accoglienza che aveva avuto la sua idea, I] Lenzetta lo guardo fisso, corrugando la fronte con aria di commiserazione, poi fece schioccare la lingua e nem- meno lo degnd d’una risposta, « A ciocco! » fece dopo un po’ di scatto, «che ce voi fA anna tutt’e ttre ar For- lanini? Fassela n’antra vorta appiedi, da qua a ’a Ma- ranella... ¢ ritorno! che te da de vorta er cervelletto? » « Ma chi te dice de fassela n’antra vorta a ppiedi, ma chi te ‘a sta a ff& sta propozta !» disse rosso € disgustato Alduccio, « An vedi questo! » « Embé? » fece interro- gativo e gid un po’ pitt interessato laltro. Il Riccetto sta- ya a ascoltare la discussione chiotto chiotto. « Rimedia- mo un po’ de grana, no? » gridé Alduccio. «’See! » fece il Lenzetta deluso. « Namo! » fece Alduccio, E senza 119manco yoltarsi si incammind verso San Giovanni. « Ma add va ‘sto ‘ncefalitico, » fece il Lenzetta trottandogli dietro col Riccetto, «ma che s@ ammattito? » « Nun s’@ ammattito, nun s’é ammattito, » fece il Riccetto. Non ci voleva molto a svagare qual cra 'intenzione d’Alduccio. Ma come furono sul piazzale di Porta San Giovanni, trovarono che non c’era un’anima. $i, li sulle panchine lungo il muretto che da sullo strapiombo delle mura, ‘c’era qualcuno, ma non quelli che i tre compari andavano cercando, Ci stava una donna grassa con la ciccia che schizzava sotto il vestito di seta crema, con le labbra ancora sporche dello zucchero dei maritozzi, con una facia da pesce lesso, ¢ accanto a lei un cosetto brut- to, forse il marito, con una faccia da pesce fritto, pove- ro cristo, che smaltiva la tropea. E qua e 14 qualche ra- gazzino ¢ qualche serva. Ormai, dictro il muretto che come una terrazza dava sul quartiere tuscolano, oltre a dei campi di tennis ¢ a delle distese di terra battuta, scen- deva ormai Ia sera, calda e rossa, facendo brillare le finestre sulle cataste di palazzi celestini, che parevano un panorama di Marte: mentre al di qua del muretto, do- ve Alduccio ¢ gli altri s'erano andati a sbragare, si sten- devano altrettanto malinconici i giardinetti di San Gio- vanni, pieni di aiuolette ¢ di alberelli, sfiorati dal ultima luce che andava a sbattere sulle logge e le statuone della cattedrale ¢ a listare d’oro il granito rosso dell’obelisco. Scoraggiati, ¢ mettendo in mostra ghignando il loro scoraggiamento, i tre malfattori se ne stavano addosso al muro: il Lenzetta disteso sopra, a panza in aria, con le mani sotto la nuca impolverata, a cantare; il Riccetto seduto sull’orlo con le gambe penzoloni; soltanto Alduc- cio stava in piedi, appoggiando Yanca ¢ un gomito al muro, ¢ tenendo nervosamente le gambe incrociate, Era unico che non facesse lannoiato, e stesse ad aspettare con qualche speranza gli avvenimenti, Se ne stava li, 120 con una mano sprofondata in saccoccia, che pareva il fi glio dello sceriffo, con le grosse labbra ombreggiate dalla peluria nera, ¢ gli occhi lucidi ¢ cupi come due cozze stil- lanti di limone. E la sua fede ebbe una ticompensa. Quando il Len- zetta ¢ il Riccetto, che con improvvisa decisione se n°e- rano andati a farsi una bevuta alla fontanella, piano piano, e perdendo tempo, ritornarono li ‘al muretto, vi- dero Alduccio gid pronto ad andarsene, tutto felice. «Namo, daje,» fece: affond’ una mano in saccoccia © mostrd tre piotte tutte ciancicate. «B passato uno, » spiegd, «cme l'ha date senza niente, pe’ simpatia, boh. » «Pe’ tasti un momento, > aggiunse tutto allegro. Gli altri non stettero a cercare tante spiegazioni: erano cose che succedevano. Non perdettero tempo, ¢ gridando ¢ parlando forte per farsi sentire, andarono alla fermata del tranvetto, I! gid, presso la porta di San Giovanni, ¢ dopo una mezzoretta rierano alla Maranella. Remo lo stracciarolo fu un macello. Tl triciclo gia Paveva portato a casa, dentro un cortile pieno di gente come un formicaio, al Pigneto, ¢ lai se n’era andato al- Posteria. Stava a un tavolino tarlato, rosso come un’a- ragosta sotto due dita di barba bianca nera, ¢ gonfio come se invece di sangue, sotto la pelle, avesse del gas, Chiacchierava con un vecchietto secco come uno stoc- cafisso, che aveva ancora Ia calata burina dopo cento anni che abitava a Roma: e, tra loro due, un altro di cui non si vedeva la faccia perché s'era addormito so- pra il tavolo e s’era ridotto a un mucchietto di stracci. Il Lenzetta apparve sulla porta, ¢ diede un’occhiata pro- fessionale dentro l'ambiente: smiccid subito Remo, ¢ confidenzialmente: «A Remo, » fece paragulo, « per- metti na parola? » Remo interruppe la discussione in- tellettuale che aveva col neno. « Scusateme a sor mad, > fece, «fateme senti che vole sto stronzetto. » L’altrofece la faccia ci chi resta di botto solo, ¢ inghiotti muo- vendo il gargarozzo una sorsatella di vino. Fuori dalla porta, sul marciapiedino sgretolato lungo il binario del tranve, c’erano gli altri due. « Te presento zti amichi mia, » fece il Lenzetta sempre pitt astuto e con la faccia rossiccia. « Piacere, » fecero i tre stringendosi la man «A Re’, » fece ipocrita il Lenzetta, entrande subito in argomento, « tu ce doveressi da fA un piacere. » « Come no,» fece Taltro, tra ironico ¢ cortese. «Ce doveressi da impresta er triciclo, si @ possibile, ch! » Remo non disse né si né no: aveva subito svagato tutto, ¢ ancora pitt svelto aveva fatto i suoi calcoli: il compenso per il triciclo, prestato per favore, doveva essere che la roba la venissero a vendero a lui, e ci avrebbe pensato Iui a mettere il prezzo. Con un sorriso careratesco tird fuori una cartina e leceando e sputando comincid a farsi una sigaretta: piano piano, attento a non farsi urtare, per- ché alla Maranella li all'incrocio delf’Acqua Bullicante ¢ la Casilina c’era pitt via vai di machine e di gente che in via Veneto.. Saranno state le undici, undici ¢ mezzo, quando il Riccetto ¢ gli altri, pedalando a turno il triciclo, con uno disteso dentro a pancia in alto e le gambe penzoloni sulle sponde, ¢ un altro dietro al trotto con una mano attaccata al sellino, dopo essersi rifatti tutta la Casilina, ci arrivarono morti di stanchezza. A un pelo dalle mura e dai villini tutti traforati co- me tombe di famiglia 0 pagode di stazioni balneari — che i ricchi s’erano costruiti al tempo' di Mussolini, quan- do il Riccetto non ne sapeva niente, come del resto non ne sapeva niente manco addesso ch’era al mondo — s'af- facciava a far luce una luna grossa come un bidone Alduccio rest’ fuori col triciclo sotto la scarpata: il Ric~ cetto ¢ il Lenzetta entrarono ventreterra nel cortile per un buco che c’era nella rete vicino alofficina, tra tre o 122 quattro zeppi e un po’ di poreacchia tutta spiaccicata ¢ secca. Appena che strisciando sotto l'apertura e rizzans dosi poi sul busto come baccarozzi schiacciati, dall’altra parte, furono dentro e si guardarono intomno, il Lene zetta non poté stare senza fare un po’ di retorica: « Qua semo ner paradiso der ferro! » fece. Soddisfazione e pane ra erano dipinte sulle face dei due gangster benché questi non volessero esprimere altro che una giusta preoc- cupazione professionale, specie il Lenzetta, che si sentiva il capo delPimpresa. « Daje, » fece, senza pitt perder tem- Po, con un soffio di voce. E siccome Paltro restava un po? indeciso, con le orecchie dritte come un cane, per ve- dere se si sentiva qualche rumore balordo, s'incazzd: «A francobollo, » fece, « e daje. » S'accostd al muechio che gli pareva pit nutrito, Pispeziond, prese in mano qualcosa, lo gettd dopo averlo esaminato alla luce della luna, si mise a girare tra gli altri mucchi come un fanta- sma. I] Riccetto gli andé dietro guardando anche lui, senza far rumore. Lasciati da parte i mucchi di coperto- ni, di ruote ¢ altre cose che non gli interessavano, trova- rono in mezzo al cortile il reparto buono. E cominciaro- no il trasporto: prima, un pezzo alla volta, ammucchia- Tono tutto presso il buco, poi il Riccetto, attraverso il bu- co usci, ¢ il Lenzetta, rimasto dentro, gli passd Ia roba Quando fu tutto fuori, usci anche il Lenzetta, ¢ insieme, a tutta callara, corsero su e giti dalla scarpata al triciclo, dal triciclo alla scarpata, con le corde del collo tese ¢ le schiene rigide per lo sforzo, rossi come peperoncini. Al- duccio non gli pareva vero a veder venire avanti quelle saracche di batterie di machine, di corone di bronzo, di tubi di ferro, di semiassi, e, alla fine, pure una cinquan- tina di chili di piombo: aiutava a caricare, mettendo a posto i pezzi nel fondo del triciclo mentre gli altri anda- vano € venivano. «Ce n’entra ancora de robba, » disse al ritorno dell'ultimo viaggio. « Mettece questa!...» fe- 123ce, pieno di arie il Lenzetta; ma non aveva neppure fi- nito di dire queste parole, che i suoi occhi si puntarono con un’espressione densa verso via dell’Amba Aradam. Gli altri s’azzittarono, facendo un po’ di moina intorno al triciclo. Chi veniva avanti, era un tipo con un‘ameri- cana bianca. Quando fu presso si distinse ch’era un gio- ‘vinottello grassoccio con una faccia liscia come un din- darolo ¢ gli occhi fessi; il Lenzetta, vedendo ch’era un figlo di papa d’uno studente, riprese quota ¢ puntando- gli addosso gli occhi che per la fifa gli erano andati in acqua, gli fece: « Che c’hai te da guard? » « Niente, » fece Yaltro, andandosene via dritto dritto, come se le loro battute fossero state un puro e semplice scambio di cortesie, il pitt naturale del mondo, a quell’ora ¢ in quella situazione. Ma il Lenzetta, rivolto a quelle due spalle che se ne andavano in Ia piccole ¢ tonde insistette: « Adh, a cic- cid, si nun guardi niente, taja, che sinnd te faccio guard ’e stelle. » E quello zitto. Quando perd se ne fu abbastanza lon- tano si volto di sguincio ¢ strilld: « Sti ladri! » « Mo quello fa ’a spia a quarcheduno, » fece perden- do di botto tutta la sicurezza Alduccio, con voce spa- ventata. « Cammina, a Ardi, e aspettace davanti all’o- spedale, » fece anche lui del tutto smontato il Lenzetta, e prese la corsa verso il ciccione, mentre Alduccio peda- lava dall'altra parte, e il Riccetto non sapeva a chi andar dietro. I ciccione che non si immaginava di sicuro che il Lenzetta gli correva dietro per fargli le sue scuse e per raccomandarsi, si mise a scappare come uno scellerato lungo le mura di Porta Metronia. Allora il Lenzetta vol- td un’altra volta, riprese il Riccetto che l’aspettava, e poi, insieme s’accodarono a Alduccio che ci dava sotto tutto sudato e bianco in faccia per lo sforzo. Si diedero il cambio un poco ciascuno e pedalando e correndo arri- 124 varono all’Appia Nuova. « Ahioddio, » fece il Lenzetta buttandosi alla supina ia mezzo alla strada proprio su una rotaia del tram. Se ne stette li con le gambe larghe ¢ le mani sul pet- to, come un cadavere, « Si fo ancora cinque metri te sa- luto, » gridd. Gli altri due lasciarono ridendo il tricicle e fecero co- me lui, rotolandosi sui sampietrini dell’ Appia, sotto gli alberelli che si perdevano in. due file interminabili nel centro della strada. «Che, te sci cagato satto, a Lenzé? > gridava il Ric- cetto con la capoccia tra le ruote del triciclo. Per la stra- da a quell’ora non passava pitt quasi nessuno, tranne i giovanotti in lambretta che s’erano portati all’ Acqua Santa la mecca. Vedendo passare le coppic, sbragati I per terra in miezzo alla strada, quelli strillavano: «Via! » oppure: «Nun je da retta, sa’! > Un militare che filava con dietro una zozzetta @’una puttanella che gli si attaccava ai calzoni, volle fare il dritto ¢ gridlé con una calata mezza napoletana: «FE fatela finita! » Quelli scattarono come se gli avessero punto il secle- re con una spilla; s'alzarcno a met puntando a terra il gomito sulla polvere: « A burino, che a Roma te sei ci- vilizzato? » strilld Alduccio. «’A vedi quella? > aggiunse il Riccetto urlando con aria didascalica, con le mani a imbuto intorno alla boc- ca. « Quella, é la basilica de San Giovanni! » «Che, ar paese tuo é ancora de moda er tam-tam. me? » urld per rincarare 1a dose il Lenzetta, mettendost in ginocchio. «Namo, daje, » disse Alduccio come si furono un po’ calmati, « che, dovemo f& nuttata qua, mo? » 125Il Lenzetta si rialzd ¢ s'accendette una paglia. « Famme fuma, » fece Alduccio riprendendo la mar- cia. Dopo qualche boccata il Lenzetta gli passd burbero la cicca, ¢ Alduccio, fumando, nemmeno aveva dato quattro pedalate, che crac, scric, scrac, la ruota del tri- ciclo s‘incastré nella rotaia del tram e si ridusse a un colabrodo. Macché, niente! Na cosetta senza nessuna importan- za! Tanto da li alla Maranella che ci voleva? E poi ne avevano fatta poca di strada, il Riccetto ¢ il Lenzetta, quel giorno! Mentre Aldo, tutto incazzato ¢ invelenito, se ne restava li a guardia del triciclo ¢ della roba ch’ave- vane ammucchiato su un marciapiede in una strada che sboceava sull'Appia, poco pi git, il Riccetto ¢ il Len- zetta, un passo appresso V’altro, se ne tornarono fino alla Maranella ¢ ardarono dal carrettinaro. Ma il carretti- naro perd era chiuso. «Li mortacci sua de sto fregno- ne!» disse arrotando i denti il Lenzetta alla volta del facocchio che chissa dov’era andato a far danno. « Ah, cosi? lui chiude a st’ora? » fece vendicativo il Riccetto, « ¢ noi lo fregamo, cosi se impara. » Era mez- zanotte passata, a dire il vero; ma a loro non gliene fre- ¥ava niente; entrarono nel cortiletto del facocchio ¢ gli portarono via il meglio carrettino, «Domani nun je lo riportamo, che? » fece il Lenzet- ta, soddisfatto, oltre tutto, di avere pure la coscienza a posto. Sull’Appia dove avevano lasciato Alduccio non si ve- deya un cane. Ma poco prima d’arrivare all’angolo di via Camilla, si fece avanti un’ombra che, man mano che s'accostava, prendeva la figura di un vecchio scarni- to con in testa un cappellaccio a cencio: in mano teneva un semiasse, che, come scorse i due ragazzi, cercd di nascondere, Tl Lenzetta arrossi come un tacchino, ¢ senza tante 126 storie ’abbordé: « A sor maé, » fece, « indd Tavete tro- vato, quer semiasse? » I] Riccetto aspettava con le mani sulle stanghe alzate del carrettino. Il veechio prese un’aria furba e confidenziale, che gli affild la faceia bianca sotto le falde floscie del cappeilo. «Lo sto a nisconne, » fece ammiccando, « perché na guardia notturna voleva aresté er compagno vostro, Io Paiuto, pud esse che ’a guardia ¢ annata a chiama quar- cheduno. » « Ma vaffan..., va, » pensd tra sé il Lenzetta, perd non i, e si diresse di corsa, seguito dal Riccetto ¢, poco piti dietro, dal neno col semiasse in mano, verso dove avevano lasciato Alduccio. Ma quel broccolo d’Alduccio non cera: cercarono dietro i portoni, contro le saracinesche: « Ardo, Ardo! » si misero a chiamare. Finalmente Alduccio spuntd fuori di corsa da un vieoletto buio dove sera andato a na- scondere. : «Che, é passata na madama?» indagé il Riccetto. «Bo, che ne so io,» disse Alduccio, «ho tajato su- bito per vicoletto. » T tre non continuarono l'inchiesta ¢ fecero finta d’aver creduto al vecchio. Questo se ne stava li appresso a loro, con le gambe larghe, la faccia da impunito, ¢ sempre col semiasse stretto in mano. Sorrideva e i labbri tirandosi rientravano dentro le ma- scelle tra le gengive sdentate. « Caricamo, daje, » fece prescioloso il Riecetto. Intan- to che Alduccio trascinava il triciclo dentro il vieoletto, in un punto sicuro, il Riceetto ¢ il Lenzetta, aiutati dal veechio cominciarono a caricare la merce sul carrettino. Come Tebbero caricato, il Riecetto strizzd Vocchio al Lenzetta, ¢ quello fece a Aldo con aria pensierosa: « A Ardo, va avanti te cor carrettino da solo, che si & che ce vedeno tutti assieme swagano. » Aldo controvoglia ¢ protestando un poco, obbedi, ¢ ammusato ¢ prudente, i san 127cominci marcia. Gli altri gli andarono dietro, a una certa distanza, pronti, in caso di allarme, a tagliare pei vicoletti e a piantarlo. I] Lenzetta guardava rossastro il Riccetto, soddisfatto, ridacchiando fece, con un cenno del capo verso Alduccio: « Forza, schiavo.» Pure il Riccetto a quella sparata ridacchid, e, sentendosi fijo de na mi- gnotta associato, Sillumind tutto. Il vecchio camminava a fianco a loro a gran passi, trascinando pel marciapie- de le scarpe di pezza. Sotto il braccio sinistro, ben stret- to contro Tascella, teneva un sacco arrotolato, che gli dava un’aria quasi sbarazzina e sportiva. « Do’ te ne vai co’ sto sacchetto? » gli fece il Lenzetta, tanto per occu- parsi di lui, con Paltro che ghignava leggermente alle sue spalle. « Vado a rubba li cavoli fiori pe da da ma- gna a cinque bocche, » rispase il veechio. « Cinque fiji? > chiese il Lenzetta, «No, cinque fije, » rispose il vecchio. Tl Lenzetta e il Riccetto drizzarono Vorecchi. « E quanti anni channo? » s'informd indifferente il Riccetto, per tastare il terreno. Intanto il Lenzetta s’era messo a cam- minare con pitt convinzione, come un asino che sente Vodore della stalla. « Una venti, una diciotto, una sedici ¢ altre due che ancora so’ regazzine, » fece il vecchio, con aria ciocca, ma giobbando perd. Il Riccetto ¢ il Lenzetta si scambiarono un’occhiata. Camminarono ancora un pochetto, poi il Lenzetta dan- do piano piano una gomitata al Riccetto si fermé per farsi una pisciata. Il Riccetto si fermd pure lui, e si mise accanto al Len- zetta, mentre il yecchio trasportato in avanti dal suo pa: so, andd ancora qualche metro avanti, prima di rallen- tare, «Scaricamo Arduccio, » sussurrd rapido il Lenzetta. « si senti in dovere di spiegare al yecchio il Riccetto, « che si ce vedrebbero tutt’e tre assieme potrebbero pure sva- gal» « Avete fatto bbene, » disse il veechio. Erano ormai quasi all'altezza dell’ Acqua Santa, a de- stra cerano tutte le praterie deserte ¢ le marane, a si- nistra cominciava via delPArco di ‘Travertino, che pun- tava dritta verso Porta Furba, ¢ da li al Mandrione ¢ alla Maranella. In fondo a via dell’Arco di Travertino, e’erano qua € due grandi ammucehiamenti di bicocche di cui, cam- minando per la strada, si godeva magnificamente la vi sta. Erano tante casupole rosa 0 bianche, con in mezzo baracche, catapeechie, carrozzoni di zingari senza ruo- te, magazzini, tutti mescolati insieme e sparsi sopra i 129prati, in parte, in parte ammucchiati contro i muraglio- ni dell’Acquedotto, nel disordine pitt pittoresco. ‘Tra queste case ce n’era una, sotto Pargine della stra- da, un poco meglio delle altre, con una frasca e un car- tello davanti, dove cera scritto in rosso a caratteri infan- tili: « Vino». Da una fessura della porticina usciva an- cora un po’ di luce. « & aperto, » fece il Lenzetta, dan- do una rapida occhiata, per rassicurarsi, al Riccetto. Tl Riccetto gli fece pronto Pocchietto, battendosi una mano in fondo alla saccoccia quasi sul pisello. « Che, cavete prescia dannd a preleva sti cavoli fiori, a sor mae?» fece il Lenzetta. «None, nun c’ho prescia, » fece tutto disponibile il vecchio. «E poi, in caso mai, ve venimo a da na mano noi due, si nun ve dispiace, ch! » disse il Lenzetta. « Anzi, » fece il neno, «me fa piacere. » «Ce credo, » pensi tra sé il Lenzetta. E forte: « Che Paccettate prima un goccio de vino, a sor maé? Cosi ve lubrificate un pochetto, co tutta sta umidit& che ce sta per li prati! » Quello non chiedeva di meglio, ¢ Pocchio gli brillé astutamente, perché, pur facendo la parte dello stronzo, non era che rinunciasse del tutto a far capire che, tra loro, serano capiti. A ogni modo prima daccettare, per cortesia, fece qualche complimento: « Ma perché ve vo- lete disturba, » fece, passandosi il sacco da un’ascella al- Paltra. « Ma quale disturbo, » fecero i due, correndo git per la scesa dell’argine, ¢ siccome il vecchio veniva git pia- no, il Lenzetta disse al muro delosteria: « La vita & amara pe’ chi ha li piedi dorci. » Dopo cinque minuti i due malandri gia s'erano imbri cati. Cominciarono a parlare di Dio e di religione. Il vecchio era testimone. Fu il Riccetto, che arrossendo di 130 piacere per la sua originalita, sottopose al Lenzetta una | questione, ¢ il Lenzetta lascoltd attento per farci una | bella figura: « Adh, » disse, « dimme na cosa, tu ce credi | a Maria, quella che chiamano la Madonna, Ia? » | «Bo, che ne so,» rispose pronte il Lenzetta, «nun | Vho vista mai! » E guardé tutto contento verso il veechio. « Be, ce stanno dei fatti, » disse il vecchio, « che dimo- strano che la Madonna ce sta. » Ma al Riccetto stava a cuore un particolare dettaglio della cosa: si mise una mano a ventaglio contro la boc- ca: «Ce lo sai si, »:confidé al Lenzetta, « ch’era vergine c’aveva un « Ammavzete, » fece il Lenzetta diventando ancora pitt rosso con tutt’e due le mani tese verso di lui, « che, no lo so? » «Che, voi ce credete, a sor maé? » indagd ancora il Riccetto presso il vecchio. Tl vecchio allunge la faccia, insaccandola tra le spalle: « E tu ce credi, su sto fatto, a moré? » chiese eludendo la domanda. I] Riccetto tutto soddisfatto parti: « Bisogna vede,» fece, « secondo li punti de vista... come donna umana pud pure esse esi- stita, dal punto di vista della santité e della verginita pud anche esse de no... Della santita, pud anche esse vero, ma della verginita! Mo hanno inventato i fatti de fi fiji artificiali co le provette, ma se pure na donna | fa li fiji co le provette, vergine nun ce rimane... Poi c’a- | vemo la fede verso Cristo, verso Dio, verso tutti questi... Ese te metti sul raggionamento della fede allora ce cre- di, alla verginita della Madonna, ma scientificamente io per me credo che nun se possa dimostra... » Guardd gli akri tutto soddisfatto, come sempre quando ripeteva que- sto pezzo, che aveva imparato da un giovanotto di Ti- burtino e pareva in campana a prendere pure a cazzott’ uno che lo venisse a contraddire: il Lenzetta s'attaced invece con tutte ¢ due le mani al bordo del tavolino, e 131comincid a fare « Pf pf pif», che parevano sbruffi di vapore che uscivano di sotto un coperchio chiuso male. «Me pari un reggista, » fece, trattenendosi a fatica dallo sbottare completamente a ridere. «A ignorante testa de c..., » fece il Riccetto, dosi giustamente offeso. «Ma famose n’antro mezzo litro, » gridd il Lenzetta, e alii tese la mano, « te sta bbene? » Ma il Riccetto diede uno schiaffetto sopra la mano tesa: « Mo te sputo in un occhio, mo! » gli fece. Tl Lenzetta apri le braccia: « Ma che voi parla de Gesii Cristo e de la Madonna, co sta fame che t’aritro- vi, » fece, con una faccia ch’era una braciola. Poi, guar- dandolo fisso, sbottd a ridere pitt forte: < Ma perché voi beve er latte, » fece, « mentre hai bevuto sempre l’ac- qua pura dei ruscelli! de Ii scoli neri! » « Tu statte zitto, » ribatté il Riccetto, « che c’hai le patate a li piedi, che ‘potessi anna a chiede la stozza! » Ma il Lenzetta lo guardava sempre fisso, e preso da un’idea che gli dava una irresistibile voglia di ridere, gri- dd, agitando davanti al Riccetto tutt’e due le mani con le dita strette: « Ma te ricordi quanno che annavi a cer- ca li baratoletti yoti, ¢ li annayi a vende pe ‘no scudo Tuno, pe piacere! » Pure al Riccetto scappé da ridere. Il Lenzetta si sta- va schiattando, S'alzd in piedi per parlare meglio. « Ma nun te la ricordi, » riprese, «quanno che annavi a la maternita, a lo smistamento de li morti de fame, che te facevi da due tre baratoletti..., » imitd i gesti del Riccet- to, tutto abbacchiato, che si fa dare dai portantini un baratoletto di minestra, « ... uno te lo magnavi, e quel- Paltri facevi lostruzzionismo, ¢ li annavi a vende ai de- relitti morti de fame come tte! » Tutt’e due a quella sparata si misero a ridere come due sfondati. Il Lenzetta fece qualche movimento falso, senten- 132 © a uno zompo che fece sbellicandosi dal ridere, si senti un colpetto secco ai suoi piedi sotto il tavolo. Il Riccet- | to abbassd gli occhi, ¢ scorse sul pavimento di mattoni la Berretta del Cappellone, che era caduta di sotto ai cal- woni del Lenzetta. «Sto fijo de na mignotta! » pensd. « Allora sara stato lui a fregamme ’e scarpe a Villa Bor- ghese! » Il Lenzetta svelto svelto si chind sotto il tavolo ¢ rinfild la rivoltella nella cinta. Il vecchio faceva la faccia d’uno ch’é stato appena preso a pedate nel sedere ¢, rigirandosi, vede che quello che gliel”ha ammollate s@ storto un piede e sta baccajan- do dal dolore. « Che ce Phai un par de fotografie de le tu fije? » gli chiese rialzandosi il Lenzetta, sempre allegramente. ¢ Si so’ brutte, » pensd, « je famo paga pure er litro, € spe samo!» Il vecchio, con la faccia allungata ¢ imbobita dal vino, sotto la lampadina tutta piena di cacate di mosche che gliela sbiancava, caccid il portafoglio, ¢ do- po averlo esplorato con i diti zozzi reparto per repa:to, mostrd la fotografia d’una ragazzina col vestito della pri- ma comunione. «E com’é adesso? » chiese il Riccetto che c’era rima- sto un po’ male. «Noo! No proprio com’é adesso! » fece il vecchio, € imestd ancora nel portafoglio. Non resistette alla debo- lezza di mostrare la sua carta (identita: era li, tutto ripulito, col colletto e Pabito nero, ¢ un’espressione ella Rudi. Bifoni Antonio, fu Virgilio, nato a Ferentino, il 3-11-1896. Poi dentro il portafoglio c’erano due tre li- rette spiece, la tessera di comunista, due domande per Bea ¢ la carta della disoccupazione. Finalmente caccié fuori Paltre fotografie. Tl Lenzetta e il Riccetto si getta- rono a pesce. «An vedi quanto so” bboneee! » fece il Riecetto con un soffio di voce, quasi piti coi gesti che con Ie parole. ec«Io me pijo questa, » fece piano piano pure lui il Lenzetta, voltando le spalle al vecchio, « tu te piji quel- Valtra. » Dall’osteria, per andare dove dovevano andare, si pas- sava da Porta Furba, si svoltava giit verso il Quadraro, si tagliava in mezzo a delle casette isolate come capanne c si arrivava allorto, che da una parte era limitato da una stradina bianca, dall’altra si perdeva per delle pra- terie con in fondo una villa e una pineta. ‘Cera puzzo di stabbia ¢ di paglia al macero, ¢ un gran profumo di finocchi, che si vedevano distendersi come una nuvola verde, con in mezzo la cappuccina, oltre la ramata, tutta scassata, tra gli squarci della siepe di cannacce fradice che la costeggiava. «Namo de qqua, » fece con una faccia da lupo man- naro il vecchio, andandosene ingobbito a passi felpati pit git, dove finiva la ramata, tutta contorta ¢ comincia va una parata Passi fradice ¢ disuguali, fino a che arri varono davanti alla scalarola: tra questa ¢ la parata, cera una specie di passaggio, un buco, coperto con degli zeppi spinosi ¢ un po’ di cane. Il vecchio comineid a ra- sparei intorno per allargarlo, in ginocchio sulla lingua di cane, la porcacchia, la malva, ¢ i bietoni del fossatel- Io, tutti zuppi di guazza, Attraverso quel buco sinfila- rono nelVorto La luce della luna lo investiva tutto, grande com’era, che non i si vedevano i recinti delValtra parte. La lu- na cra ormai alta alta nel cielo, s’era rimpiceiolita pa- reva non volesse piti aver che fare col mondo, tutta as- sorta nella contemplazione di quello che ci stava al di Ia. Al mondo, pareva che ormai mostrasse solo il sedere; e, da quel sederino dargento, pioveva giti una luce grandiosa, che invadeva tutto. Brilluccicava, in fondo al- Porto, sulle persiche, i salei, i petti d’angelo, le cerase, i sambuchi, che spuntavano qua ¢ 14 in ciuffi duri come 34 il ferro battuto, contorti ¢ leggeri nel polyerone bianco, Poi scendeva radendo a far sprizzare di luce, 0 a pati- narlo di lucore, il piano dellorto: con le facciatelle cur- ve di bieta cappuccina meta in luce e meta in ombra, ¢ gli appezzamenti gialli della lattughella ¢ quelli verde oro dei porri ¢ della riccetta, E qua ¢ Ia i mucchi di pa- glia, gli attrezzi abbandonati dai burini, nel pid pittore- sco disordine, che tanto la terra faceva da sola, senza doversi tanto rompere il c... a lavorarla. Ma il vecchio aveva allumato i cavoli fiori, ¢ solian- to quelli. Seguito dai due soci, senza perdere tempo, at- traversd il solco, e si caccid git’ per la spranga, ch’era come un viottoletto con un dito d’acqua in mezzo al- Pappezzamento di cavoli fiori, e da dove a destra e a sinistra partivano gli scrimoli, acquitrinosi pure loro, di- videndo l'appezzamento in tanti riquadri. Su questi sal- ineavano, grossi come pavoni, i cavoli fiori in filari di quattro 0 cinque metri. « Daje, » fece il vecchio, che gid teneva aperto in mano il coltello, E, cacciandosi dentro per uno scrimolo, si immerse tra i filari dei cavoli fiori che gli arrivavano fino alla cintola, e comincid a farli fuori a colpi di coltello. Li tagliava e li cacciava dentro il sacco incareandoli con le mani ¢ coi piedi. I due com- plici, restati pitt in dietro in osservazione, si guardarono in faccia ¢ sbottarono a ridere, sempre pid forte, fino a che Ie loro sghignazzate si sarcbbero sentite al Quadra- ro. « StAteve zitti, adh, » fece il vecchio affacciandosi im- pensierito tra le cimette turchine dei cavoli fiori. Quelli dopo un po’, passato il primo entusiasmo, s'azzittarono : poi piano piano si decisero a far qualeosa, e strapparono un po’ di cavoli peruno, senza muoversi dalla spran- ga, ¢ scegliendo i primi che gli capitavano sottomano, Infilarono il loro bottino, strappato dalla terra grassa con la cimetta, il torso ¢ tutto, dentro il sacco del neno, schiacciando © mezzo rovesciando il carico ¢ prenden- 133 -dolo a calci. « Fate piano, » si raccomandava il vecchio. Ma quelli senza filarlo si divertivano a far stare dentro il sacco pitt cavoli che potevano, facendosi due risate, Ma finalmente il vecchio si prese il sacco, se l'incolld e parti a zig zag sotto il peso verso il buco. Il Lenzetta perd fece tranquillo tranquillo: « Adh, a mori, aspetta- te un momento che cho da fa un bisogno », ¢ senza aspettar risposta, si slaccid la cinta, si cald i calzoni ¢ si mise spensieratamente a compiere il lavoro di sgancio sull’erbetta bagnata. Pure il Riccetto ¢ il sor Antonio, stando cosi le cose, limitarono, ¢ si misero tutti tre in fila sul solco, coi sederi alla luce della luna, accucciati sotto un gran ceraso. Tl Lenzetta, adempiendo la bisogna, si mise a canta- re. Il vecchio allora lo guard6 di sguincio, accucciato come stava accosto al suo sacco pieno, ¢ tutto preoccu- pato fece: «A. coso, ce lo sai che mi’ nipote per un ca- volo, ma uno de numero, s°@ fatto sei mesi de priggione? Ghe, ce voi fa carcerA tutti quanti? » Tl Lenzetta a quelle assennate parole s‘azzittd. « A sor maa, » fece allora il Riccetto approfittando di quel mo- mento confidenziale, mentre che il Lenzetta gia si stava tirando su i calzoni, « che @ fidanzata vostra fija? » Al Lenzetta scappd da ridere, ¢ fece il suo solito «Phhh, phh, phh, > mettendo la scusa che rideva per Ia puzza ¢ stringendosi il naso; il vecchio, inghiottendo paragulo la parte da micco che le circostanze lo costrin- gevano a fare, rispose affabile: « None, nun & fidanza- ta. » Si tirarono su i calzoni, strinsero le cinte e a peco- rone andarono dietro al Lenzetta che gia s’era infilato nel buco della parata. Come furono sulla strada, i due fiji de na mignotta non vollero, capirai, che il vecchio facesse lui Ja fatica, ¢ Soffrirono loro a tutti i costi d’incollarsi il sacco pieno. Lo portarono un po’ peruno sulle spalle, mostrandosi 136 tutti allegri ¢ indifferenti, ¢ facendo una gran moina, mentre camminavano tutti sderenati e bestemmiando dentro di sé per lo sforzo che gli toccava fare, dietro al sor Antonio, che costretto a far la parte del micco, ora aveva i micchi che gli portavano il carico. Quando ch’ebbero lasciato alle spallle, passo passo, Porta Furba furono bene internati in mezzo a una Shanghai di orticelli, strade, reti metalliche, villaggetti di tuguri, spiazzi, cantieri, gruppi di palazzoni, marane, ¢ quasi erano arrivati alla Borgata degli Angeli, che si trova tra ‘Tor Pignattara ¢ il Quadraro, il veechio fece con con- tegno di persona compita ¢ di mondo: « Perché nun sa- lite su casa? » « Grazie, come no, » risposero i due sca- ghozzi tutti sudati, e dentro di loro pensavano: «Ce mancava mo’ che nun c’invitasse a sall, sto froscio! » La Borgata degli Angeli era tutta deserta a quell’ora, ¢ tra i grandi scatoloni delle case popolari costruite in tante file regolari, si vecevano, gitt, quattro strade di ter- ra battuta piena di zozzerie, ¢ in alto, il cielo senza una nuvola con una lunetta che locca locea tramontava. La porta di strada del palazzone dove abitava il sor Antonio, era aperta. Entrarono, ¢ cominciarono a salire una rampa, due, tre, con un macello di pianerottoli, por- te, finestre che davano sui cortilett terni, tutto scro- stato:e coi disegni sporchi dei ragazzini a carbone sui muri. I] vecchio suond il campanello all’interno settanta- quattro, con dietro i due aiutanti in attesa, e venne ad aprire dopo un po’ proprio la figlia pitt grande. Era una bella sorcona di manco vent’anni, con una vestaglietta che le cadeva giti per le spalle, tutta seap gliata e con gli occhi gonfi ¢ la carne calda per il sono. Allumati i due ospiti, taglié dietro un paravento tutto straceiato ch’era li in mezzo all’ingresso. Il sor Antonio entrd, appoggid il sacco presso il pa- ravento, e chiamé a voce alta: «A Nadia! » Non sor- 37\ U fuori nessuno, ma di lA dalla parete si sentiva fare sei sci sci come fanno le donne quando stanno in tre 0 quat- | tro assieme. «Ammappete, » pensd il Riccetto, « che, ce sta na tribbit, qua dentro? » «A Nadia! » ripeté il sor Antonio, Si senti smucinare pitt forte, poi venne fuori un’altra volta la figlia pit: grande, con la vestaglia stretta, con le scarpe e pettinata. «Te presento sti amichi mia,» fece il sor Antonio. Nadia s’accost con un sorriso, tutta vergognosa, tenen- dosi una mano contro la scollatura della vestaglia e I'al- tra allungata verso di loro, con certi ditini stretti, teneri ¢ bianchi come il burro, che arrapparono subito i duc compari. « Mastracca Claudio, » fece il Riccetto, stringendo quella bella manina. «De Marzi Arfredo, » disse il Lenzetta, facendo al- trettanto, con la faccia rossastra ¢ liquefatta che aveva nei momenti d’emozione; lei si vergognava tanto, che si vedeva che quasi le veniva da piangere, tanto pitt che se ne stavano tutti ¢ quattro li in piedi, senza muoversi, a guardarsi in facia. « Accomodateve, » fece il sor Antonio, ¢ li precedette, attraverso una porta coperta da una tenda, nella cucina. Li tra il fornello e la credenza in mezzo a quattro 0 cinque seggiole, c’era pure, contro la parete, una bran- dint dove rosse © sudate una da testa € uma da piedi dor- mivano due ragazzine, con le lenzuola tutte intorcinate € pitt grigie che bianche. Sopra il tavolo c’erano dei tega- mi ¢ dei piatti sporchi, ¢ una nuvoletta di mosche, ri- svegliate dalla luce, gironzolava ¢ ronzava come in pieno mezzogiorno. La Nadia era entrata per ultima, ¢ se ne stava in di- sparte, accanto all’uscio. 138 « Nun ce fate caso, » disse il sor Antonio, « & na casa de lavoratori! » « Allora, si vedete casa mia! » fece il Lenzetta ridac- chiando, per fargli coraggio, ma come farebbe un r: gazzino, abituato a discorrere con altri ragazzini zellosi come lui, I] Riccetto ridacchid pure lui alla mezza spa- rata del compare. Il Lenzetta, preso. dalPentusiasmo, continud senza pitt nessuno scrupolo come se ragionasse al Bar della Pugnalata, pisciando ironia dagli occhi: «La cueina de casa nostra, me pare un cacatore, ¢ nel- la camera da letto ce sta lo smistamento de li sorci in va~ canza! > Intanto il sor Antonio aveva preso una improvvisa de- cisione: balzd nellingresso ¢ trascind dentro in eucina il sacco dei cavoli fiori, sistemandolo tutta soddisfatto sot- to il secchiaio. «Sti due bravi ragazzi m’hanno aiutato, » comunicd alla figlia, « sinnd quanno ce ’a facevo a portalli qqaa cosi presto! a Natale! » A quella uscita del padre, a Nadia, che faceva del tutto per mostrarsi sorridente, tremd la scucchia, che pareva che stesse per sbottare a piangere, e voltd la fac- cia dall'altra parte. «Eeeh! » fece cordialone, mettendo la pancia in fuo- ri ¢ alzando le braccia il Lenzetta, « mica se metterA a piagne per cosi poco! » ‘Ma quella, come se non aspettasse altro che queste pa- role, sbottd proprio a piangere, ¢ corse via dietro il pa- ravento, «A matta, a sonata!» si senti gridare dopo un mo- mento la di dietro. «E mi moje, » fece il vecchio. Infatti, non era passato un minuto che venne fuori, pure lei in vestaglia, ma tutta ben pettinata con la croc chia piena di spille, sora Adriana, con davanti due re- Bdspingenti che non ayeyano niente da invidiare al sacco dei cavoli fiori. « Bona pit: la madre che le fije, » pensd il Riccetto. Lei entrd sparata in cucina ancora tutta vi- brante di sdegno, continuando il discorso che aveva. inco- minciate di 14: « Sta scema, che la possino ammiailla! Ma che, uno s'ha da mette a piagne perché se deve da arrangia pe vive, ma guarda si che robba! Ai tempi d’og- giggiomo! Ma da chi avr& preso, sta fija mia, io no lo 50... > S'interruppe, un poco calmata, ¢ studiando, con due rapide occhiate, gli ospiti che le si offrivano tutti sman- drappati e filoni allo sguardo. « Te presento sti amichi mia, » rifece il vecchio. « Piacere, » fece lei, aggrottando un po’ le ciglia compiendo sbrigativamente quel dovere mondano. « Ma- stracca Claudio, » ripeté il Riccetto, « Di Marzi Arfre- do, » ripeté il Lenzetta. Compinta la necessaria paren- tesi della presentazione, lei ricomincid coi discorsi che importavano, se pure con un tono pil confidenziale ; « Ma guarda si s'ha da vede na fija de vent’anni che pia- ge come na fagazzina, e ppe quale motivo poi! Pe quattro cavoli fiori fracichi! Ma che, c’é da vergognasse ct? » E sollevé la testa in segno di sfida, con gli occhi che le fiammeggiavano e le mani sui fianchi, contro un invisibile uditorio, probabilmente di signori. « A Na- dia!» fece poi, sporgendo la testa oltre lo stipite del- Tuscio. « A Nadiaaaa! » Nel frattempo le due ragazzine che dormivano una da testa ¢ una da piedi, s’erano svegliate, ¢ restandosene Ii distese con gli occhietti aperti si stavano a godere le novit’. Nadia dopo un po’ ritornd, ancora vergognosa, asciugandosi la punta degli occhi con una mano, ¢ sor- ridendo per la sciocchezza del suo comportamento di po- co prima, con l’aria di dire: « Nun ce fate caso! » «A matta! » ripeté la madre, sempre in tono di sfida contro 140 quelle persone che sapeva lei, «che c’@ de vergognasse cee? » «E, noi forse nun c’annamo a rubba? » fece sempre per tirarla su di morale, con la sua solita delicatezza, il Lenzetta, « semo clisoccupati, semo! > «Nun c’ da meravijasse, » aggiunse con aria quasi salottiera il Riccetto, « tutti rubbano, chi pitt chi meno. » ‘A quelle belle consolazioni la ragazza stette quasi qua si per farsi riprendere clal mammatrone: per fortuna che in quel momento entré tutta acchittata la sorella, quella di diciotto anni. C’aveva messo tanto a presentarsi per- ché aveva indossato la veste bona, di seta nera, e s'era persino dato un po’ di rossetto. Calcolava sulla sorpresa della sua apparizione, e si fece avanti tutta modesta. «Te presento sti du’ bravi ragazzi, amichi mia, » rifece per la terza volta cerimonioso il vecchio. « Questa é lal- tra fija mia.» « Lucian-na, » lei disse con voce strascicata, facendo la cucciolona come le ragazze dei giomaletti. « Mastracca Claudio, » « Di Marzi Arfredo, » ripete- rono i due bravi ragazzi. « Piascere, » lei fece, tirandosi indietro con una mano i capelli, « Molto lieto de fa la sua conoscenza, » ciancicarono: il Riccetto ¢ il Lenzetta, compiaciuti ¢ rossi come due gallinacci. Poco dopo venne pure la terza figlia, una ro- scietta, con la faccia piena di lenticchie, e con un nastro sui capelli, che non entrd in cucina, ma se ne stette mezza fuori é mezza dentro a guardare i due bravi ragazzi senza dire una parola, come le due ragazzine nel letto. E infatti era poco piti che una ragazzina pure lei, con la vesta a fiorellini, liscia come quella dei frati, che c’ave- va, e sotto le due gambette secche ¢ nodose. La madre intanto aveva ricominciato con la sua moina fuoriscena, spinta a parlare da una convinzione profonda e¢ ben ra- 141
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