Facci
Facci
di Sanremo
di SERENA FACCI
La curiosità di approfondire con questo studio quale sia stato il rapporto tra gli artisti
napoletani (cantanti, autori e compositori) e il Festival della Canzone Italiana di
Sanremo nasce dalla mia precedente esperienza confluita nella pubblicazione del
volume Il Festival di Sanremo. Parole e suoni raccontano la nazione, scritto nel 2011
con lo storico Paolo Soddu. Durante la ricerca che ha preceduto la stesura di quel libro e
le diverse giornate passate a rivedere le puntate del Festival disponibili presso le teche
Rai, mi aveva incuriosito sia la frequente “riconoscibilità” degli artisti napoletani, sia il
ricorrente riemergere di Napoli e della sua lingua in canzoni di periodi diversi.
Certo, qua e là anche altre città e natalità degli interpreti hanno fatto sentire il loro
peso, caratterizzando le canzoni in gara. Ma la quantità e qualità della “riconoscibilità”
partenopea è fenomeno più imponente, e racconta una delle tante storie del complesso
rapporto della città con la nazione. Un rapporto che passa attraverso la canzone:
“Perché la canzone? – si chiedeva anni orsono anche Stefano De Matteis nel suo
saggio di apertura a un volume significativamente intitolato Concerto Napoletano –
Perché la cultura napoletana, nella sua diffusione in strati e segmenti diversificati, segue
principalmente i canali dell’espressione orale e, quindi, non è un caso che questa
particolare cultura abbia individuato nella canzone e nel teatro i due canali privilegiati
di autorappresentazione, che hanno funzionato, e funzionano ancora, anche come
comunicazione e riconoscimento, diffusione interna e dialogo o scambio verso
l’esterno” 1 .
1
S. De Matteis, Tra spaesamento e appartenenza, P. Aiello et al., Concerto napoletano, La canzone
dagli anni Settanta a oggi, Lecce, Argo, 1997, p.10. Di Stefano De Matteis si veda anche il più recente
Serena Facci
Da non napoletana sono sempre stata colpita dai modi con cui, nonostante la nascita
dei media nazionali e della internazionalizzazione (e poi globalizzazione) dei linguaggi
musicali popolari, i musicisti napoletani continuassero ad avere un rapporto strettissimo
con il loro pubblico, locale, di riferimento. Non scevra di implicazioni dai connotati
talvolta discutibili 2 . la contestualizzazione locale della produzione musicale a Napoli, le
conferisce una forza intrinseca, che si basa probabilmente su un bisogno e un’abitudine
genuina dei napoletani a farsi rappresentare anche dalle loro canzoni. Non può sfuggire,
per esempio, la forza con la quale i cantanti di Napoli in gara a Sanremo siano stati
appoggiati dal voto dei conterranei (laddove i dati siano stati resi noti), a cominciare da
Sergio Bruni nei primi anni Sessanta.
1. Prologo
C’è un prologo nel racconto del rapporto tra l’ambiente canoro napoletano e il
Festival della Canzone Italiana.
Tra il 1931 e il 1932, presso il Casinò Municipale di Sanremo, che circa vent’anni
dopo avrebbe visto la nascita della gara nazionale, fu organizzato, a più riprese, un
Festival Napoletano. La direzione artistica era di Ernesto Murolo e quella dell’orchestra
di Ernesto Tagliaferri. La ricostruzione dello spettacolo, riportata minutamente da
Antonio Sciotti attraverso le parole dello stesso Murolo3 , descrive una carrellata, in due
tempi e otto quadri, di testimonianze musicali dal golfo, presentate secondo una
sequenza cronologica (dal Seicento al Novecento). Scenette di commedia dell’arte,
esecuzioni di tammurriate e tarantelle, ambientazioni folkloristiche secondo il gusto
oleografico dell’epoca, come il mercato o la locanda con pellegrini diretti a Monte
Vergine, erano intercalate da canzoni eseguite da un gruppo consolidato di cantanti.
Questi erano in maggior parte napoletani, come Ada Bruges, Marta Adda, Nicola
Napoli in scena. Antropologia della città del teatro, Donzelli, Roma 2012, in cui il rapporto tra la città e
la sua produzione culturale è inquadrato in una lettura antropologica della teatralità diffusa e quotidiana
attraverso la quale la città e i suoi cittadini si autorappresentano.
2
Ci riferiamo a tutti gli aspetti controversi della relazione tra il mondo della canzone napoletana e la
malavita organizzata, descritto per esempio in M. Ravveduto, Napoli… serenata calibro 9. Storia e
immagini della camorra tra ciname, sceneggiata e neomelodici, Liguori editore, Napoli 2007; A. De
Pascale, Telecamorra. Guerra tra clan per il controllo dell’etere, Lantana, Roma, 2012.
3
A. Sciotti, Ada Bruges. L’ultima sciantosa di Cantanapoli, Rabò, Napoli 2010, pp. 46 e segg.
298
Le canzoni dei napoletani al Festival della Canzone Italiana di Sanremo
Maldacea, Mario Pasqualillo, Vittorio Parisi, ma, come era ormai consuetudine anche
nelle Piedigrotte, ve ne erano di non napoletani come il fiorentino Carlo Buti.
Nella cittadina ligure, apprezzata dai villeggianti stranieri per il clima mite anche
d’inverno, il Casinò era stato inaugurato all’inizio del Novecento col chiaro intento di
attrarre maggiormente i turisti, così come avveniva a Venezia. Nel 1927, con un Regio
Decreto, lo Stato (allora fascista) impose che una parte degli introiti derivati dal gioco
d’azzardo fossero destinati a iniziative culturali 4 . Un’apposita istituzione, la Società
Anonima Casinò Municipale di Sanremo fondata l’anno successivo, fu preposta
all’organizzazioni di eventi, tra i quali, anni dopo, i Premi Sanremo 5 .
Non può passare inosservato che, tra le iniziative promosse nella cittadina ligure, con
l’intento di ampliare l’offerta turistica e culturale a un pubblico benestante e di diversa
provenienza, ci fosse la produzione del Festival napoletano. Non gara canora, ma
spettacolo, come si è detto, vera fiera della “napoletanità” musicale a tutto tondo. Alla
produzione, che ebbe successo e fu ripresa diverse volte, collaborarono vari sponsor, tra
cui la casa discografica Voce del Padrone e le Radiolette della RCA 6 . L’istituto Luce
fece le riprese in sonoro e produsse un documentario che fu presentato nelle sale
cinematografiche 7 . Ci troviamo dunque davanti a una produzione che va ben oltre il
gemellaggio musicale tra due realtà locali o la spettacolarizzazione di una qualsiasi
cultura regionale, come era d’uso negli anni del Regime. La musica di Napoli era un
prodotto più universalmente conosciuto, apprezzato e vendibile.
Era del resto usuale che le canzoni nate a Napoli fossero esibite fuori dalla pur
vivace scena cittadina. Gli spettacoli di Piedigrotta erano da tempo portati in tournée.
Un recital intitolato Piedigrotta fu presentato regolarmente da Elvira Donnarumma alla
Sala Umberto di Roma a partire dal 1913. Dopo la Grande Guerra le si affiancarono
altri interpreti (Pasqualillo, Gabré tra gli altri) e lo spettacolo fu replicato, sempre nella
capitale, anche al Salone Margherita fino al 1923 8 . È ancora Aldo Sciotti a raccontare
4
R.D. 22 dicembre 1927, n. 2448.
5
D. Lauria, Pittura e scultura ai Premi San Remo di arte, musica e letteratura 1935-1940, in Turismo
d’autore. Artisti e promozione turistica in Liguria nel Novecento, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo
(MI), 2008, pp. 218-223.
6
Radiolette era la marca degli apparecchi radiofonici prodotti dalla RCA.
7
Archivio storico dell’Istituto Nazionale Luce, Casino Municipale di San Remo – Festival
Partenopeo, 1932, D035905.
8
D. Orecchia, Sala Umberto. Vita di un teatro, storia di un’epoca, Edizioni Progetto Cultura, Roma
2012.
299
Serena Facci
come, nello stesso anno della produzione sanremese, il 1932, una compagnia in cui
figuravano Ada Bruges e Carlo Buti, girò in diversi teatri italiani presentando una
rassegna canora ispirata alla Piedigrotta “unificata”, ovvero una produzione a cui
avevano partecipato congiuntamente le tre maggiori case editrici musicali partenopee
del momento, La Canzonetta, Gennarelli e Santa Lucia 9 .
Napoli era allora un’indiscussa capitale della canzone, ed Ernesto Murolo, al debutto
del Festival Napoletano di Sanremo, dichiarò: “Non è soltanto questa l’esaltazione della
canzone di Napoli, ma è anche un soffio della sua anima musicale che rende universale
il sentimento dell’arte e affratella popoli e nazioni in una sola parola: Poesia!” 10 .
Questa aspirazione all’universalità e questa celebrità nazionale e internazionale della
canzone “di Napoli” sopravvivevano, nel comune sentire italiano, ancora dopo la
seconda guerra mondiale, quando, nel clima euforico e contraddittorio che accompagnò
la ricostruzione e l’avvio del processo di modernizzazione del paese, nacque il Festival
della Canzone Italiana.
9
A. Sciotti, Ada Bruges…, cit., p. 45.
10
Ivi, p. 47.
300
Le canzoni dei napoletani al Festival della Canzone Italiana di Sanremo
Tra gli autori di queste quattro canzoni l’unico napoletano era Salvatore Mazzocco,
che sarà ancora a Sanremo nel 1962 e parteciperà molte volte al Festival di Napoli, ma
che nel 1951 era pressoché esordiente. Firmò la canzone, probabilmente come paroliere,
con Mario Ruccione, uno dei più noti compositori di canzoni sia prima, sia dopo la
guerra, autore di Faccetta nera, ma anche di Serenata celeste e successivamente di
Buongiorno tristezza oltre a diverse canzoni in parlata romanesca. Mia cara Napoli è
una delle tante canzoni “cartolina” dedicate a Napoli (“Per te Napoli mia / dipinse un
angelo uno scenario di poesia”), in cui la città e il suo golfo paiono il prodotto di divini
gesti d’arte (“Musica arcana / scritta da Dio / mia cara Napoli questo sei tu”).
Musicalmente, con un languido ritmo di bolero e il solo di oboe iniziale che introduce la
voce calda di Nilla Pizzi, gli autori, con Cinico Angelini che dirigeva l‘orchestra, hanno
giocato la carta della sensualità, culminante nella frase del “ponte” 12 : “Laggiù, tra
Sorrento e Margellina, voluttuosa sirena, dorme Capri sul mar”.
Simile per contenuto e messaggio, in uno slow leggermente swingato, è Oro di
Napoli, che contiene un invito amoroso: “E io che voglio vivere con te / ti porto a
Napoli con me”. Dei due autori è più noto il paroliere, Umberto Bertini, collaboratore di
Ruccione in diverse canzoni romanesche (Casetta di Trastevere, Tutti ar mare), che a
Sanremo vincerà nel 1954 con Tutte le mamme.
Anche Sorrentinella fa ricorso a un tema ricorrente, quello della giovane che
abbandona abiti e abitudini locali per adeguarsi a modelli stranieri. In questo caso le
“deliziose” tarantelle, il “tamburello coi campanelli e il putipù” sono accantonati per
ballare “la samba, la raspa e il fox trot”, in omaggio a una modernità d’oltreoceano che
aveva ormai completamente sostituito i modelli francesi della protagonista di Reginella
11
Ricordiamo che nelle prime edizioni del Festival di Sanremo Nilla Pizzi, Achille Togliani e il Duo
Fasano furono gli unici interpreti, in omaggio a una prassi ancora molto consolidata in base alla quale i
cantanti della radio, assunti regolarmente, avevano il compito di promuovere le canzoni edite, le cui
partiture erano poi destinate alle molteplici esecuzioni sia dal vivo sia su disco, cfr. S. Facci e P. Soddu, Il
Festival di Sanremo. Parole e suoni raccontano la nazione, Carocci, Roma, 2011.
12
Come buona parte delle canzoni in voga in quel periodo, diverse canzoni sanremesi seguivano la
forma del song americano classico, in uso prevalentemente nel musical, con un nucleo di 32 battute in
forma AABA, in cui la B, elemento contrastante era chiamata bridge o, in italiano, “ponte”.
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Serena Facci
di Libero Bovio. A quest’ultima gli autori di Sorrentinella sembrano fare cenno, “Gli
occhi tuoi belli sorrideranno come quei dì / nessuna regina sarà certo più felice di così”.
La canzone è briosa nell’interpretazione del Duo Fasano, su un ritmo in 6/8 buono per
una coreografia di tarantella, come per una quadriglia o, volendo, anche per una raspa.
Tutte queste canzoni contengono dunque un esplicito riferimento non solo a Napoli,
ma all’apparato di oggetti e topoi della sua musica, tra i quali lo stesso corpus della
canzone napoletana “classica”, che viene citata e parodiata. In Famme durmì, il titolo in
napoletano è ripreso esplicitamente da Maria Marì, di Vincenzo Russo e Eduardo di
Capua, che i due autori Vittorio e Dante (Danpa) Panzuti, di area milanese,
scimmiottano allegramente e con ironia su ritmo swing. L’intento parodistico è anche
più evidente nel ponte che, abbandonata la leggerezza dell’orchestrazione all’americana,
si trasforma in una citazione testuale del celebre verso di Salvatore di Giacomo
“Quando spunta la luna a Marechiaro”, così come fu musicato da Paolo Tosti. Del resto
i due fratelli Panzuti, che hanno firmato molti titoli famosi tra gli anni Quaranta e
Cinquanta, avevano scritto anche Che bella cosa, un altro swing con palesi riferimenti a
O’ sole mio.
Se Napoli era ritenuta, anche da autori non di area, una carta da giocare all’interno
della gara canora, bisogna però dire che due autori importanti di scuola napoletana,
Enzo Bonagura e Carlo Alberto Rossi, presentarono Eco tra gli abeti, un duetto
amoroso interpretato da Achille Togliani con un effetto di eco realizzato dalla Pizzi, che
sembra fare omaggio a un ambiente di tutt’altro tipo, quello montanaro-alpino.
Si deve a Diego Carpitella l’acuta osservazione che, negli anni Cinquanta, le
rappresentazioni musicali delle culture locali che si davano in contesti nazionali (quali
appunto Sanremo) si limitavano a “due tipi di esecuzione standard: una alla
‘napoletana’, l’altra alla ‘alpina’” 13 . Il Sanremo del 1951 sembra dargli pienamente
ragione e Bonagura-Rossi preferirono, in trasferta, guardare alla seconda soluzione.
Anche se musicalmente, come in alcune delle canzoni “alla napoletana”, i riferimenti
ritmico-armonici sono più che altro americani.
13
D. Carpitella, Musica popolare e musica di consumo, Id., Conversazioni sulla musica. Lezioni,
conferenze, trasmissioni radiofoniche 1955-1990, Ponte alle Grazie, Firenze 1992 (1955), p. 47.
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Le canzoni dei napoletani al Festival della Canzone Italiana di Sanremo
In questo primo Festival, infine, alcuni elementi melodici e armonici frequenti della
canzone napoletana classica 14 , come i cromatismi e le seste napoletane già migrati nella
canzone italiana degli anni Venti-Trenta, sono rintracciabili nella vincente Grazie dei
fiori, che invece non fa alcun riferimento esplicito a Napoli.
Il non previsto successo di ascolto radiofonico del Festival indusse, come si sa, la
RAI a investire maggiormente nella manifestazione già a partire dall’anno successivo 15 .
Nel 1952, l’anno della vittoria di Vola colomba, Nunzio Filogamo così presentò
Malinconica tarantella, di Gian Carlo Testoni e Ceragioli: “I napoletani veraci li
ricordano ancora forse: il signore della romanza da camera che cantava alla ribalta
pensando ad altro, il cocchiere che seguiva il pedone esortandolo a salire in vettura, il
guappo col tubo e i calzoni a campana, le prime notti di Piedigrotta… La vecchia
Napoli, dicono, se ne va con i suoi organetti, le sue tarantelle, la sua fenestra ca luciva e
mo’ non luce, il suo grosso Pulcinella…”.
La canzone proponeva nuovamente il tema della nostalgia: “O triste tarantella tu /
perché non mi sorridi più all’ombra te ne stai e zitta te ne vai / e piangi”.
L’arrangiamento era il risultato di un’interessante mescolanza di stilemi bandistici sud-
italici, per esempio negli interventi del flauto che impersona la “tarantella-pazzerella”, e
armonizzazioni da jazz-band. Gli autori, Giancarlo Testoni ed Enzo Ceragioli,
quest’ultimo una delle figure importanti per l’introduzione del jazz in Italia, erano
anch’essi non napoletani.
14
Traendo spunto da una consuetudine ormai attestata, in questo articolo utilizzo “canzone napoletana
classica” in riferimento al florido repertorio che si colloca tra la fine dell’Ottocento e la prima parte del
Novecento. Per i brani successivi ho preferito ricorrere di volta in volta a descrizioni pertinenti alle
singole canzoni trattate: con riferimenti alla lingua - canzoni in napoletano in un contesto nazionale come
quello dei festival -, o alla provenienza degli autori - canzoni, anche in italiano, di autori e interpreti
napoletani a Sanremo. Ringrazio Maurizio Agamennone e Raffaele Di Mauro per lo scambio di idee sulla
sempre spinosa questione delle definizioni.
15
G. Borgna, L’Italia di Sanremo. Cinquant’anni di canzoni, cinquant’anni della nostra storia,
Mondadori, Milano 1998.
303
Serena Facci
molte canzoni napoletane classiche, era abbastanza complessa. Nelle strofe in forma
AABA un io lirico descrive e mette in scena il passaggio di un carretto, “che ogni notte”
sente passare. Alle strofe si alterna lo stornello del trainante, autonomo per melodia e
metro. L’uso del modo lidio conferisce inoltre un’impronta inequivocabile.
Il filone nostalgico ritornò nel 1953 con Pianola stonata di Ettore Mura e Marcello
Gigante, un valzer nel quale un pianoforte, a imitazione, dei pianini di strada interviene
con passaggi solistici realisticamente stonati.
Nel 1952, la Rai decise di inaugurare a Napoli il Festival della canzone napoletana,
non tra polemiche nella stessa città perché si temeva potesse minare, come fu, il
successo delle Piedigrotte.
In un articolo sul “Radiocorriere”, riportato da Irene Piazzoni in La musica leggera
in Italia dal dopoguerra al boom, si dice chiaramente che il Festival nasce “per
incrementare lo sviluppo qualitativo e quantitativo della canzone italiana” 16 . Era dunque
un festival “nazionale”, con giurie dislocate in 18 sedi RAI. La lingua ufficiale delle
canzoni era il napoletano (come l’italiano lo era a Sanremo), ma gli interpreti venivano
da tutta Italia a cimentarsi con la canzone napoletana, ancora percepita come bene
nazionale.
Le somiglianze tra i due Festival erano diverse, per esempio a Napoli sul palco
c’erano due orchestre come a Sanremo: una era quella stabile di Peppino Anepeta
(napoletano) e l’altra di Cinico Angelini. Venne dunque proposta in chiave locale-
nazionale, la dicotomia nazionale-internazionale della doppia formazione sanremese che
vedeva Angelini o altri direttori di formazioni più “liriche” affiancati, di volta in volta
da Semprini, Trovajoli o altri, con i loro ensemble più swingheggianti 17 .
Impegnati a pieno ritmo per il Festival di Napoli gli autori e cantanti napoletani
continuarono comunque a partecipare anche al Festival di Sanremo con canzoni,
italiane, di varia natura: tra i tanti nel 1954 partecipò come autore anche Antonio De
16
Piazzoni I., La musica leggera in Italia dal dopoguerra al boom, L’Ornitorinco, Milano 2011.
17
S. Facci e Soddu P., Il Festival di Sanremo…, cit.
304
Le canzoni dei napoletani al Festival della Canzone Italiana di Sanremo
Curtis, in arte Totò, che firmò parole e musica di una languida e appassionata canzone
d’amore, Con te.
Il picco di questo processo arrivò nell’inverno tra il 1964 e il 1965, nel periodo del
resto più florido sia del Festival di Sanremo sia di quello di Napoli, con la trasmissione
Napoli contro tutti, abbinata alla Lotteria di Capodanno, in sostituzione di
Canzonissima 18 . Era condotta da Nino Taranto e ogni sabato sera proponeva la gara tra
canzoni napoletane, anche classiche, e canzoni di altra origine e natura. Tra le prime
classificate (vinse O sole mio, cantata da Claudio Villa in sostituzione di Mario del
Monaco, seconda fu la russa Mezzanotte a Mosca) figurava ben due volte Gigliola
Cinquetti. La giovanissima cantante veronese, che nel 1964 aveva vinto sia il Festival di
Sanremo sia l’Eurofestival (Eurovision Song Contest), era una star nazionale e
partecipò a due trasmissioni: nella prima, tra le fila dei napoletani, cantò Anema e core,
nella seconda, nella competizione che quella sera Napoli aveva con Milano, interpretò
la sua Non ho l’età. La canzone fu introdotta da un breve scambio di battute con Nino
Taranto, durante il quale il presentatore mostrò apprezzamento per come la cantante
aveva interpretato nella puntata precedente la famosa canzone di D’Esposito e Manlio.
Anema e core restò per qualche anno nel repertorio della Cinquetti, anche in apparizioni
televisive all’estero dove ancora funzionava l’equazione canzone italiana=napoletana.
18
Canzonissima, che durò dal 1956 al 1975, fu sospesa e sostituita con altri format dal 1963, ovvero
dopo l’edizione nella quale furono espulsi Dario Fo e Franca Rame. Tornò in onda nel 1968.
305
Serena Facci
Nel 1965, del resto, Napoli ospitò l’Eurofestival, confermandosi città italiana della
canzone a livello internazionale.
Sergio Bruni, presenza fissa al Festival di Napoli fino al 1968, si presentò a quattro
edizioni consecutive di quello di Sanremo tra il 1960 e il 1963 presentando ogni volta
due canzoni, di cui una almeno di autori napoletani: Il mare (Vian, Pugliese 1960), È
mezzanotte (Testa, Cozzoli, Compare 1960); Mandolino, mandolino (Vian, Pugliese
1961), Carolina dai (Pace, Panzeri 1961), Tango italiano (Pallesi, Malgoni 1962),
Gondolì gondolà (Nisa, Carosone 1962), Sull’acqua (Pagano, Maresca 1963), Un
cappotto rivoltato (Leuzzi, Specchia 1963).
Di ognuna il cantante dette un’interpretazione adeguata allo spirito e al senso della
canzone stessa. Indulgeva nei suoi famosi filati e legatissime appoggiature laddove il
testo lo richiedeva, come in Il mare e Sull’acqua 19 . Qui la voce purissima sembra
adagiarsi sulla superficie fluida seguendone il movimento. Altrove infondeva vitalità e
brio in esili testi scherzosi, come Carolina dai e Gondolì Gondolà.
Le canzoni erano in gran parte nel genere “cartolina”, in particolare Il mare,
Mandolino, mandolino, Tango italiano e Gondolì gondolà un quadretto a metà tra
l’idiozia e l’ironia, ambientato a Venezia, congegnato da due autori di qualità come Nisa
e Carosone. Parlavano sicuramente più al pubblico estero degli emigrati che agli italiani
che si preparavano al boom economico. Infatti, nonostante la grande popolarità di Bruni
che in quegli anni era all’apice della sua carriera, la critica non fu molto tenera:
“[Mandolino, mandolino] sfrutta l’eterno, inesauribile filone lirico della canzone
napoletana, anzi la sua degenerazione”, fu il commento di Arturo Gismondi sull’Unità
nel 1961 20 .
Proprio quell’anno fu introdotto al Festival il voto popolare, attraverso la schedina
dell’Enalotto. Sergio Bruni ottenne il maggior numero di consensi solo in Campania,
19
Sull’acqua è la versione in italiano di ‘Ncopp’all’acqua, che lo stesso Pagano presentò quell’anno
al Cantagiro, in versione più marcatamente cha-cha-cha.
20
A. Gismondi, Furoreggia Milva più di Mina e Miranda Martino è eliminata, “Unità”, 28 gennaio
1961.
306
Le canzoni dei napoletani al Festival della Canzone Italiana di Sanremo
mentre altre regioni preferirono Celentano che avevo esordito al Festival con 24.000
baci. Emergeva quella particolarità tutta napoletana di cui si è detto: unico caso in Italia,
un gruppo di musicisti ha continuato ad avere un pubblico locale di riferimento, mentre
altrove si creava una omologazione nazionale e internazionale.
Di converso lo stesso Sergio Bruni commentò a posteriori il ruolo contraddittorio dei
Festival nella sua carriera. L’intervista è del 1977, Il Festival di Napoli era stato sospeso
dalla RAI nel 1971 e Sanremo viveva un periodo di abbandono da parte del servizio
televisivo: “[I festival di Napoli e di Sanremo] mi hanno fatto soffrire molto, ma mi
hanno dato anche molte soddisfazioni: se io sono conosciuto ancora oggi a livello
nazionale lo devo ai festival. Dobbiamo anche considerare che quando si facevano
questi Festival l’Italia era più piccola e si formava la nazione. Sono stato a Sanremo
quattro volte e tutti ascoltavano le canzoni. A livello culturale non c’è niente da dire:
funzionavano male. Ma bisogna comunque aggiungere che i festival hanno abbreviato
la vita della canzone, a livello nazionale, perché una manifestazione che si ripete ogni
anno sempre uguale finisce per stancare: i festival hanno stancato e non servirebbe a
nulla riprenderli” 21 .
21
P. Aiello et al., Concerto napoletano…, cit., p. 130.
307
Serena Facci
esordisce con un topos napoletanesco: un nonsense sulle sillabe la, la la, in minore su
ritmo di tarantella, dal sapore esuberante e spensierato. Peppino di Capri, rappresentava
una musicalità diversa, arrivò a Sanremo nel 1967, quando era già molto famoso per i
suoi twist e il suo repertorio da night, così in tono con lo spirito ottimista e divertito del
periodo che la nazione stava vivendo. Ha partecipato a molte edizioni del Festival di
Napoli e di Sanremo dove negli anni Ottanta ha portato due canzoni con sostanziosi
inserti in lingua dialettale napoletana (E mo’ e mo’, 1985, Nun chiagnere, 1988).
5. Napoli spaccata e inclusiva negli anni di svolta del Festival: Massimo Ranieri e gli
Showmen a Sanremo e a Speciale per voi.
22
Cfr. in particolare M. Santoro, Effetto Tenco. Genealogia della canzone d’autore, il Mulino,
Bologna 2010.
308
Le canzoni dei napoletani al Festival della Canzone Italiana di Sanremo
23
Massimo Ranieri a Speciale per voi, Link, 27 maggio 2013; The Showmen Mario Musella e James
Senese, Link, 27 maggio 2013.
309
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Nel 2010, per volere dei rappresentanti della Lega Nord al comune di Sanremo e su
sollecitazione dello stesso Umberto Bossi, è stato cambiato l’articolo 6a del
regolamento del Festival, introducendo la possibilità di presentare “canzoni in lingua
24
P. Aiello, La comprensibile esistenza di una musica inaccettabile, P. Aiello et al., Concerto
napoletano…, cit., p. 42 e segg.
25
S. Facci e P. Soddu, Il festival di Sanremo…, cit.
310
Le canzoni dei napoletani al Festival della Canzone Italiana di Sanremo
dialettale italiana”, in quanto considerate “appartenenti alla lingua italiana” 26 . Per anni
lo stesso comma aveva previsto solo la possibilità di usare qualche parola o locuzione in
dialetto.
In quell’anno l’unico ad approfittare della novità fu Nino d’Angelo che cantò Jammo
jà con Maria Nazionale. Ma bisogna dire che Nino utilizza il napoletano fin dalla sua
prima apparizione al Festival con Vai nel 1986. Infatti evidenti interpretazioni lasse del
regolamento ci sono state, seppur sporadicamente, quasi esclusivamente per le canzoni
napoletane 27 . Negli anni Cinquanta e Sessanta alcune, come Famme durmì, in omaggio
al regolamento, di napoletano avevano solo il titolo, o “qualche parola o locuzione
idiomatica”.
Il 1978 fu l’anno della svolta. Fu inserita una categoria “Cantautori”, che,
evidentemente lasciò più libertà all’espressione idiolettica di autori e cantanti, compresa
la lingua 28 : Ciro Sebastianelli cantò in napoletano l’intero ritornello di Il buio e tu
(arrivata quarta), che scrisse con Avogadro e Pace, autori di mestiere e non napoletani.
Nello stesso anno, e nella stessa categoria, il salentino Roberto Carrino firmò e
interpretò, con qualche incertezza nell’accento, la prima canzone per buona parte in
dialetto, o per meglio dire in quel’ita-napoletano che gli italiani, almeno i meridionali,
capiscono: ‘Naddore ‘e castagne, su testo di Mario Coppola, compositore, napoletano,
di innumerevoli canzoni italiane e suo produttore.
Quelli erano gli anni del debutto di Pino Daniele, che era andato in classifica nel
1977 con Napule è, e alle spalle c’era il revival di De Simone e la NCCP – La Gatta
Cenerentola era stata a Spoleto nel 1976. L’esperienza jazz-rock di Napoli Centrale,
inoltre, era stata accompagnata da commenti che sostenevano come per il rock, come
era stato per lo swing, il napoletano suonava meglio dell’italiano, e così via. Non era la
prima volta che il Festival promuoveva sul suo palco le esperienze più vivaci che negli
anni precedenti si erano imposte sulle scene e nel mercato nazionale e internazionale.
Fatto sta che il rinnovato successo del napoletano tra gli italiani concesse,
stabilmente, ai napoletani di cantare nella loro lingua: Napule cagnarrà, una canzone
“impegnata” di Wanda Montanelli, anch’essa di origini napoletane, fu cantata nel 1979
26
Il regolamento del 2010 è scaricabile dal sito: Il Festival di Sanremo.
27
Canzoni parzialmente in sardo e veneto sono state presentate rispettivamente dai Tazenda e dai
Pitura Freska.
28
Utilizzo la formula dubitativa perché non sono riuscita a reperire il regolamento di quell’anno.
311
Serena Facci
da Massimo Abbate, il figlio di Mario. E poi via via, tra gli anni Ottanta e Novanta sia
debuttanti della sezione dei Giovani – Antonio Murro con ‘A paura – sia stelle tra i Big
cantarono in ita-napoletano più o meno profondo e integrale. Oltre il già citato Peppino
di Capri, ricordiamo due signore della scena partenopea, Lina Sastri e Marisa Laurito,
che si esibirono in canzoni diverse per stile e per tema, ‘E fimmene ‘e mare del 1982 e Il
babà è una cosa seria, 1985.
Era quello, l’ultimo degli anni del Sanremo senza orchestra. Carosone si presentò
comunque seduto dietro al pianoforte, laddove tutti gli italiani erano abituati a vederlo, e
suonò accompagnato dalla base preregistrata. Non credo sia scevro da allusioni l’incipit
della canzone: “Aggio girato ‘o munno sott’ en coppa/ e camminanno so’ arrivato qua/
me porto siempr’appress’ ‘o pianoforte/ perché nun sacce sta’ senza suna’”. Vinse il
Premio della Critica “Mia Martini”. L’anno dopo l’orchestra tornò, in una cornice di
rifondazione della manifestazione.
Nel 1993, Roberto Murolo, anche lui omaggiato dal Premio della Critica, gareggiò
con una canzone di Carlo Faiello, L’Italia è bbella. Erano gli anni delle prime cospicue
ondate di immigrazione dal Nord Africa, ma anche di diffusione della word music.
Molti musicisti napoletani, anche esponenti negli anni Settanta del movimento del folk
312
Le canzoni dei napoletani al Festival della Canzone Italiana di Sanremo
Il riferimento alla word music è calzante anche per la canzone Pe’ dispietto, con la
quale la NCCP portò a Sanremo, per la prima volta nel 1992, il suo particolare sound,
ancora tributario della impostazione originaria di Roberto De Simone: voci espressive e
ben concertate, melodie modali, strumenti acustici a corda e percussione, con inserti
mediterranei, però, in questo caso flamenchi. Ovviamente anche il napoletano era
d’obbligo. Nel 1998 lo stile del gruppo era completamente rinnovato. Cantarono Sotto il
velo del cielo in italiano, ad eccezione del ritornello.
Un ulteriore omaggio a Napoli e alla particolarità della sua musica è venuto, per
restare nell’ambiente folk-world, ma stavolta con testo italiano, da Eugenio Bennato e
Tony Esposito nel 1990. In una breve intervista del presentatore Jonny Dorelli, prima
della loro esibizione, spiegarono alcune particolarità della musica napoletana, come la
scala frigia, anche se questa non compare nel loro brano, ‘900 Aufwiedersehen, uno dei
primi omaggi al secolo che stava per finire e che pure contiene qualche particolarità
modale.
313
Serena Facci
Bennato tornò nel 2008 con musicisti salentini, dopo la sua esperienza con il progetto
Taranta Power. La canzone Grande Sud su ritmo di pizzica, toccava nuovamente il tema
dell’emigrazione su scala mediterranea.
7. Napoli melodica
29
P. Aiello, La comprensibile esistenza…cit.
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Le canzoni dei napoletani al Festival della Canzone Italiana di Sanremo
Il primo è stato Nino D’Angelo, che con le sue cinque apparizioni, diluite negli anni,
ha manifestato agli italiani sia il suo strabordante successo, sia la sua evoluzione
stilistica, raccontando, ancora una volta, la particolarità di Napoli e della sua musica.
Esordì quando ancora aveva il caschetto biondo e aveva ottenuto già da qualche
anno, a partire da ‘A discoteca, un successo nazionale facendo impazzire le ragazzine
con i film che lo vedevano protagonista. Cantò – realmente perché quell’anno fu vietato
il playback che impazzava dal 1983 – un veemente brano sull’abbandono amoroso, Vai,
musicato da Antonio Annona. Il luogo, reale o metaforico, in cui la ragazza sta
fuggendo, è descritto con qualche stereotipo relativo a non nominate città del nord,
“Dove il sole non c’è mai, tra la nebbia te ne vai”, per sostanziare le previsioni di
disperata solitudine che l’innamorato deluso immagina per la donna.
La lingua era un inconsueto miscuglio tra l’italiano e il napoletano parlato. Infatti,
con un meccanismo contrario a quanto era avvenuto altre volte a Sanremo (ricordiamo
Il buio e tu dei non napoletani Avogadro e Pace), la strofa aveva consistenti
30
Ivi, p. 47.
315
Serena Facci
scivolamenti verso le inflessioni locali, mentre il ritornello era in italiano: “Vai, quante
storie inventerai / con il vento parlerai / senza tempo correrai / addo’ nisciune ce sta”.
Questo ultimo verso, nuovamente in dialetto, riconduce alla tonalità d’impianto di La
minore e all’inizio della nuova strofa, dopo una serie di cadenze sospese ed evitate.
Suona come una modulazione testuale, un ritorno a casa dopo la trasferta nella lingua
nazionale.
Questo rovesciamento nell’uso alternato dell’italiano e della lingua dialettale è il
segno di una differente prospettiva soggettiva: potremmo definire una “napoletaneria” 31
lo sfoggio del dialetto nel ritornello, che a Sanremo funge da gancio quasi per statuto,
mentre è un naturale atto comunicativo il desiderio di un cantante napoletano, che usa
comunemente la sua lingua, di far capire a tutti quando è in trasferta almeno il cuore
della sua canzone.
L’esibizione era espressiva e disinvolta e tale sarà anche quella di altri neo-melodici
esordienti, che sono arrivati al Festival dopo consistenti gavette nei matrimoni e nelle
difficili piazze, scene e tv locali.
D’Angelo tornò tredici anni dopo con Senza giacca e cravatta di cui firmò anche la
musica insieme a Carmine Tortora e che pubblicò nelle sue edizioni Biondo. Cantava
con lui Brunella Selo. Difficile che gli ascoltatori di Sanremo potessero cogliere tutte le
parole del testo, questa volta tutto in napoletano, ma l’incipit “Quanta strada aggiu fatte
/ pe’ saglì ‘sta fortuna” suonava come una dichiarazione autobiografica. Nella seconda
strofa, il cantante si rivolse palesemente al pubblico quando disse: “Senza giacca e
cravatta / accussi' so' venuto / miez' e facce 'mportante / c'hanno tuccato 'a luna / guardo
areto ogni tanto / pe' capi' addo' so' ghiuto”.
Diverso ormai era il look e lo stile, con consistenti caratteri world
nell’arrangiamento. Il cambiamento piacque particolarmente alla critica nazionale.
Ernesto Assante e Gino Castaldo su “la Repubblica” lo inserirono al quarto posto della
loro classifica: “D'Angelo e la "world music", mettendo insieme la tradizione
napoletana con i ritmi e la passione mediterranei. Una vera sorpresa” 32 .
31
La definizione, come si ricorderà, è di Raffaele La Capria e indica l’indulgere, da parte degli artisti
napoletani, in atteggiamenti stereotipati, che non appartengono più alle loro abitudini espressive, per
compiacere il pubblico di non napoletani. R. La Capria, L’armonia perduta. Una fantasia sulla storia di
Napoli, Rizzoli, Milano 1999.
32
La [Link], 25/5/2013.
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Le canzoni dei napoletani al Festival della Canzone Italiana di Sanremo
Seguirono a breve distanza Marì nel 2002 e ‘A storia ‘e nisciuno nel 2003. La più
recente partecipazione di Nino d’Angelo è del 2010 con Jammo jà. Fu quella
un’occasione per Maria Nazionale, anche lei enumerata nella schiera dei neomelodici,
di debuttare a Sanremo, dove è tornata nel 2013, con Quando non parlo di Enzo
Gragnaniello e È colpa mia di Peppe Servillo e Fausto Mesolella. La seconda,
prevalentemente in napoletano, è stata scelta dalla giuria stampa e dal televoto affinché
continuasse la gara.
Se dovessimo descrivere il neomelodismo sulla base della vocalità di questa artista
dovremmo dire che l’ingrediente più importante è l’uso “napoletano” della fonetica
italiana, un’inflessione si direbbe a proposito del parlato, che rende anche la lingua
nazionale più rotonda e fluida. A questo si aggiungono le indubbie qualità e competenze
della cantante: un controllo rigoroso e contemporaneamente rilassato della tenuta del
fiato e un vibrato misurato, con una risonanza leggermente nasale, quella anch’essa
caratterizzante soprattutto dell’insegnamento di Mario Merola.
Anche Gigi D’Alessio, quando debuttò a Sanremo nel 2000, con Non dirgli mai da
lui composta su testo di Vincenzo D’Agostino, aveva alle spalle una lunga storia.
Musicista, compositore e produttore aveva messo in musica moltissime canzoni,
lavorando negli ambienti popolari dove fiorisce la canzone neomelodica e anche la
malavita organizzata o meno 33 . Aveva pubblicato già sette album, gli ultimi con la BMG
che, probabilmente, favorì la sua ammissione a Sanremo.
La sua canzone, che entrò presto nelle orecchie degli italiani, era riconoscibile, oltre
che per l’inconfondibile inflessione partenopea del cantante, anche per l’ambientazione
e il riferimento esplicito a Napoli, cornice complice per l’amore ormai finito e ricordato
con struggimento. Però rientrava nelle caratteristiche che in genere associamo allo stile
melodico-sanremese, più che al neo-melodico napoletano. E D’Alessio, abbandonati il
dialetto e i tratti più connotati del suo precedente repertorio, cercò di mettere da parte
anche qualunque rischio di “napoletaneria”. Del resto in diverse interviste uscite prima
o dopo il Festival dichiarò chiaramente di non sentirsi più un cantante “napoletano”, e
33
M. Ravveduto, Napoli… Serenata calibro 9, cit., pp. 193 e segg.
317
Serena Facci
men che meno neomelodico, ma di volersi misurare con gli artisti nazionali, come
Biagio Antonacci 34 .
I critici non furono bonari, ma alla giornalista delle pagine napoletane del quotidiano “la
Repubblica” D’Alessio rispose con un’autoproclamazione di autenticità: “Perché c'è chi
apprezza uno come Masini, tanto per fare un nome, e poi fa le pulci a me? Meno male che i
dischi non li comprano solo i critici ma la gente. Sono a Sanremo perché sono un cantante
vero e non un fenomeno costruito a tavolino dalle case discografiche. Dietro di me c'è
l'affetto della gente” 35 . In quello stesso articolo si parlava anche della folta pattuglia,
quell’anno, di napoletani a Sanremo. Oltre D’Alessio c’erano due giovani, Luna Di
Domenico, la figlia di Enzo, e Alessio Bonomo ambedue con canzoni “impegnate”, e gli
Avion Travel che vinsero con Sentimento. Un’offerta variegata e qualificata.
Tra tutti i partecipanti a Sanremo il maggior numero di dischi li avrebbe venduti
D’Alessio, ottavo nella classifica dei primi 100 album dell’anno 36 . Tornò l’anno
successivo con Tu che ne sai, e poi a partire dal 2005, ormai nella veste matura del
personaggio televisivo nazionale, in progetti di collaborazione con i cantanti della
trasmissione Amici, con Gigi Finizio, di cui parleremo, con Sal da Vinci che
accompagnò nella serata dei duetti dell’edizione 2009 – avevano scritto insieme Non
riesco a farti innamorar, che arrivò terza –, in ultimo con Loredana Berté nel 2012.
Sempre con D’Agostino ha firmato anche diverse canzoni per Anna Tatangelo.
Pino Daniele ha partecipato a Sanremo solo una volta come autore di In questa città,
cantata da Loredana Berté nel 1991 37 . La canzone non nomina esplicitamente Napoli,
inoltre la Berté non è napoletana, né, tanto meno, la musica di Daniele in questo caso
richiama alla memoria nulla che possa essere specificamente associato alle varie anime
della canzone napoletana.
34
Ibidem 196.
35
F. De Lucia, D’Alessio: Effetto Sanremo, “La Repubblica”, 23 febbraio 2000.
36
Hit Parade Italia, 10 giugno 2013.
37
In quell’anno, come nel precedente, le canzoni erano reinterpretate da un ospite straniero che
cantava nella sua lingua, la versione inglese All that we are fu scritta e interpretata da una cantante
inglese, Harriet (Roberts).
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Le canzoni dei napoletani al Festival della Canzone Italiana di Sanremo
Il testo del ritornello racconta di una città, potrebbe essere una qualunque metropoli
malata, eppure il pensiero va a Napoli inevitabilmente:
In questa città
si cresce in fretta
in questa città
la vita è stretta
in questa città
si incrociano le braccia
cercando qualcuno che ti faccia
guardandoti in faccia
In questa città si inserisce in un filone di denuncia, di cui fanno parte anche altre
canzoni di napoletani negli ultimi decenni del Festival. La droga, la povertà, la violenza
sui minori, l’inquinamento sono temi-problemi non solo napoletani ovviamente, ma
alcuni personaggi e alcuni scorci che si intravedono nei testi fanno facilmente pensare,
come nella canzone di Pino Daniele, alla città e ai suoi figli con le loro storie minime, di
dolore e rabbia, raccontate tante volte non solo nelle canzoni, ma anche nel teatro e nel
cinema.
Il “Ciccio” di Antonio De Carmine e Mauro Spenillo (Principe e Socio) in Targato
NA del 2001 e il “Nino” dei versi di Claudio Mattone in Cronaca, cantati da Luna Di
Domenico nel 2000 sono le vittime di una realtà difficile da vivere, ingiusta e violenta
fino a morirne:
319
Serena Facci
e fu come un inferno
che si scatenò.
Quel giorno Dio non era lì.
La famiglia, la scuola,
tutta la città
non sapevano niente,
forse, chi lo sa...
38
A. D’Agnese, Prodotti da Gigi D'Alessio, 17 ragazzi del quartiere più duro di Napoli approdano al
Festival, Kataweb, 13 giugno 2013.
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Le canzoni dei napoletani al Festival della Canzone Italiana di Sanremo
dei ragazzi, che però si conclude con la modulazione italiano-dialetto, che abbiamo già
notato in Nino D’Angelo, prima dell’ultimo ritornello cantato:
Qui però i due ultimi versi in lingua dialettale suonano come un’affermazione
plateale – altro topos ricorrente – non tanto di identità, quanto di esistenza nel mondo
con “quella” identità, di ragazzi sani in un luogo ferito.
Il debutto sanremese fu accompagnato dall’interesse della stampa 39 , che pose in
primo piano il “problema Scampia”, urgenza locale e nazionale. Musica e speranza fu
presentata nella sezione Gruppi, nella quale arrivò terza, non classificandosi dunque per
la finale in base alle complicate regole di quell’anno che prevedevano quattro categorie
con due finaliste – il risultato di tutto fu la vittoria di Povia…–.
Finizio e i Ragazzi di Scampia pubblicarono un album e fecero diversi concerti dopo
l’esibizione di Sanremo 40 . In quello stesso anno uscì Gomorra il celebre primo libro di
Roberto Saviano.
Quando nel 2010 D’Angelo si presentò al Festival con Jammo Jà, canzone che
rientra in questo filone di denuncia e speranza, sembrò dire, rigorosamente in
napoletano, a tutti gli italiani soprattutto del sud, che tanti problemi, dal lavoro
all’inquinamento, non riguardano solo Napoli e che da tutta questa brutta storia
bisognerebbe uscirne tutti insieme:
39
Sono ancora online alcune interviste ai ragazzi fatte dal Corriere della Sera: Link1, 14 giugno 2013;
Link2, 14 giugno 2013.
40
Gigi Finizio, concerto live, Musica e speranza 2006, Link, 14 giugno 2013.
321
Serena Facci
Nel ritornello di Jammo Jà, inoltre, appare, nemmeno troppo nascosta, una citazione
della melodia che informa le cosiddette “tarantelle del Gargano”, un hit che tanto ha
marcato il folk revival “storico” e il più recente neo-folk di oggi.
Nel 2013 sono stati gli Almamegretta, in Mamma non lo sa, a parlare di uno sviluppo
sbagliato, di un territorio scippato e di una cultura violata, in una prospettiva non
necessariamente napoletana, che riguarda l’attuale crisi dei modelli economici basati sui
consumi e da cui si deve uscire forse con un passo indietro:
Sì! Mamma sì lo sa
tutto è vanità di vanità
tienimi la mano se po' fa
riprendiamoci l'umanità
9. Epilogo
L’ultima edizione del Festival della canzone italiana, 2013, ha nuovamente ben
rappresentato Napoli, ma potremmo anche dire che Napoli, con la partecipazione degli
Almamegretta, di Maria Nazionale e degli autori che hanno scritto per lei, ha
ampiamente collaborato alla manifestazione.
In conclusione di questo sguardo retrospettivo sul rapporto tra le canzoni dei
napoletani e il Festival della Canzone Italiana ho la sensazione di aver ripercorso la
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Le canzoni dei napoletani al Festival della Canzone Italiana di Sanremo
storia di un intreccio costante tra due cammini paralleli, dei quali però l’uno non è
sempre e solo la versione parziale del secondo. Talvolta mi è tornata alla mente la
possibilità che la “metafora” (quella classica un tempo soprattutto per gli stranieri, che
confondevano la canzone napoletana con quella italiana) fosse ancora utilizzabile,
perché, almeno per la storia della canzone in Italia, Napoli continua a rappresentare un
luogo cruciale.
L’Appendice allegata a questo testo contiene una tabella in cui ho inserito l’elenco,
diviso per decenni degli interpreti e gli autori, nati a Napoli, che hanno partecipato al
Festival, oppure che hanno scritto e interpretato canzoni “esplicitamente” connesse a
Napoli e alla sua lingua dialettale. La fonte principale per reperire i dati è stato il
prezioso volume di Eddy Anselmi, Festival di Sanremo. Almanacco illustrato della
Canzone Italiana, integrato con mie personali ricerche sulle biografie degli artisti
contenute in altre fonti bibliografiche o in Internet. È possibile che qualche dato sia
errato e che la tabella sia incompleta. Sarei grato a chi volesse fornire suggerimenti,
correzioni o integrazioni.
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Le canzoni dei napoletani al Festival della Canzone Italiana di Sanremo
1952 Sanremo 1952, Cari amici vicini e lontani Festival di Sanremo 1952, cd doppio, Twilight
Music-Via Asiago10, twi cd AS0733, note di Dario Salvatori, 2007.
1961 RAI Centro Archiviazione Milano, 1961, P61028/002 Quarta serata finale del festival di
Sanremo del 1961, contenente l’esibizione di Sergio Bruni in Mandolino, mandolino.
1970 Massimo Ranieri a Speciale per voi, Link, 27 maggio 2013.
1970 The Showmen Mario Musella e James Senese, Link, 27 maggio 2013.
1990 RAI Centro Archiviazione Roma, M90059/24 Festival della canzone italiana, prima
serata, 28 febbraio 1990, contenente l’esibizione di Eugenio Bennato e Tony Esposito in
‘900 Aufwiedersehen.
2006 Gigi Finizio, concerto live, Musica e speranza 2006, Link, 14 giugno 2013.
2006 Intervista a Rocco, Link, 14 giugno 2013.
2006 Intervista a Denise, Link, 14 giugno 2013.
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Gagliardi Peppino 1965, 66, 68, 72, 73, 93. Autore-interprete Ti credo
Se tu non fossi qui
Che vale per me
Come le viole
Come un ragazzino
L’alba
Maresca Franco 1963, 65, 66 Autore Sull’acqua
Vieni con noi
Quando vado sulla riva
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