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’^^ÙTECh^^',
4
SOFONTSBA^
tragedia e i simillimi commedia
di GUNG10R610 TRISSIIHO
aggiuDliYi a riscoDlro i lv
CIDI commedia di AGNOLO
riEENZGOLA imitata
1 SlMlLLrMI
ai MENECMI
p. DAEtLJmC
) BOiTOm I
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,
Milano — Or ‘DAlìIL»Ll<5c C. — Editori
L’ULTIMO BARONE
DRAMMA STORICO
trìtio dille cronache tenete del secolo XTIl
Pin
V. 13 A IL-» OMG n. O
É il Fornaretto celebrato dr «rama
rovescio della medaglia dal
dello stesso autore; e la controprova di una medesima tesi, l’aboU-
zione della pena di morte. Vie dipinto uno de’ numerosi condilti
deirurbitrio feudale coll’autorità della legge e vi è ritratta la società
veneta nel seicento, cioè in uno de’ suoi momenti caratteristici quando
gli assidui commerci e i ripetuti contatti aveano introdotto in [Link]
Insolite forme di vita e novelli costumi.
Uo tolome in-I6. — Presso, fr. I, 50.
^jAOXjO XjXO^
FRA LE ALPI
ROMANZO, ORtOlNALB
CON UN PROEMIO SUI ROMANZI CONTEMPORANB»
Un valoroso sciennato, qual è l’autore di questo libro, che ci scorge
fra le Alpi, non per istudiarvi i fenomeni della natura, ma quelli
del cuore,. non per narrarci i cataclismi del mondo fisico ma le pe>
ripezie delmondo morale, i tragici episodi d'una passione gagliarda
e indomita, ecco ciò che attrae alla lettura di queste pagine, ove con
meraviglia troviamo il romanziere degno dello scienziato. Preceda
uno studio sul romanzo contemporaneo, pagina di critica feconda ed
Ispiratrice.
Un TOlame io*I6. — Prezzo, fr. I, 50.
Dirigere dimaode e vaglia postali alK Editori G. OAELLI & C. a Milauo,
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Milano -G. DAEL.L1 de C. ~ Editori.
NIPOTI of PAOLO IV
STOItlOO OIMC3-33!TA.IìE:
DEL MARCHESE
cwNByvnBB *x*nxB'«rxs^z«rx
L'antore della Congiura di Pandolfo Pucci inteovle del romanzo
gli alti uffici, e pubblica ora questo con animo dì inaugurare una
serio di racconti sulla corte pontificia, i quali meglio accertino l'in»
compatibilità del potere temporale collo s]>irUuale. e che in ogni
tempo il poter temporale, anche dai papi meno rei , fu iniquamente
esercitato. Fra tanti episodi che servono ad illustrare o questa o
quella delle molte ragioni che militano contro l’infesto connubio della
potestà civile ed ecclesiastica, l’ autore scelse il presente ,
come per
ora il più accascio e conchiusivo.
Quattro ¥ 0 lnmi in-16. — Prezzo, fr. 6.
PER
VITTORNOTEBDOO
•ON PROSMIO ORiaiNALZ 8
Due gran nomi accoppiati; due intelligenze creatrici che si com*
piono e si giudicano a vicenda; il tragico più universale e il ro*
mauziere più umanitario, Shakespeare e Vittor Hugo Alla distanza I
di tre secoli queste due personalità si sono intese e rivelate, e ne è
uscito un libro, che è insieme una critica, una storia ed una profe-
zi*. Quest’opera, omaggio di un libero poeta ad un libero popolo,
rintraccia e studia in Shakespeare il genio dei secoli oggi più che ,
mai vìvo e attivo ne’ rivolgimenti e ne’ presentimenti umani.
Cinque volami in-16. — Prezzo, fr. 7, 5o-
Dirigere diinande e vaglia postali illi Editori 6. DAELLI di C. a Milano.
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BIBLIOTECA BABÀ
PUBBLICATA DA G. DAELLI
LA SOFONISBA
I SIMILLIMI E I LUCIDI
IhrOprtetÀ letteraria — G. DAELLi e
TIP. OUGLIELMINI.
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LA SOFONISBA
TRAGEDIA
JS
I S I M 1 L L I M I
COMMEDIA
D 1
G^IAIVC^IORC^IO TRlSSinfO
AGGIUNTIVI A RISCONTRO
I LUCIDI
COMMEDIA
DI
AGNOLO FIRENZUOLA
MILANO
G. DAELLI e C. EDITORI
MDCCCLXIV.
AVVERTENZA
DELL’ EDITORE.
Giovan Giorgio Tiissino nacque in Vicenza
di Gasparo, e di Cecilia di Guglielmo Be-
vilacqua veronese Taano 1448. Perde il padre
ili età di sett’anni: ma fu tuttavia nobilmente
instituito negli studj. In Milano diede opera
alla lingua greca, sotto Demetrio Calcondila,
ed ebbe per condiscepolo Lilio Gregorio Giral-
di. Al suo maestro fece egli poi ergere un
nobil deposito in S. Salvatore. D’ anni ven-
tidue si trasferì a Roma per avvantaggiarsi
della conversazione de’ molti letterati, che
quivi fiorivano. D’anni ventiquattro prese per
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VI AVVERTENZA
moglie Giovanna di Francesco Trissino; con-
tinuando intanto più che mai ad attendere
agli studj, singolarmente di poesia e anche
d'architettura, avendo edificato di suo dise-
gno un bel palagio nella sua villa di Cric-
coli vicina aH'Astego, e tenendo al suo ser-
vigio il Palladio, non ancora onorato di tal
soprannome, e che si tiene apprendesse da
lui i principj delFarte.
Perduta immaturamente la moglie, di cui
avea due figliuoli, Francesco e Giulio, per
confortarsi tornò a Roma, e vi scrisse la
Sofonisba, fatta rappresentare con grande
sfarzo da Leone X. Il quale poi, nel 1516,
lo mandò ambasciadore all' imperadore Mas-
similiano, al quale si rese tanto accetto, ch'ei
n' ebbe il Toson d'oro, ond' egli si soscrisse
ad una sua lettera: u G. G. Trissino dal
vello d' oro, e fu poi da lui, e successiva-
mente da Carlo V, spedito per gravi affari
a più principi. Dopo di che Clemente VII
lo chiamò a Roma, e lo mandò suo nunzio
a Carlo V o alla Repubblica di Venezia.
Mentre nel 1521 godea il riposo della pa-
tria s'era accoppiato in seconde nozze con
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dell’ editore VII
Bianca Trissino, vedova di Niccolò, da cui
ebbe un figliuolo, per nome Ciro, il che diede
poi motivo a discordie tra Giulio deir altra
moglie e la matrigna, indi ad aspre liti tra
il figliuolo e il padre, nelle quali avendo lui
avuto la peggio e privo di gran parte della
facoltà, pieno di dolore e di sdegno, abban-
donò la patria, e passò a Roma, dove il se-
guente anno 1550 mori, e fu sepolto nella
chiesa di Sant’Agata.
O
In una lettera che in data di Vicenza 16
maggio 1531 egli scrive al reverendo prete
Francesco di Gragnuola dice di se:
u Ebbi della prima moglie un figliuolo, il
quale è sano ed è arciprete di questa città,
in grado molto onorevole. Ho poi di que-
st’ altra moglie un puttino ed una puttina,
tutti dui bellissimi figliuoli, e più non ce ne
fa. Io sono stato per vari casi; prima per
queste guerre stetti ott’anni esule e privato
di tutte le mie facoltà, che per la benignità
della felice ricordazione di l^apa Leone mi fu
restituito ogni cosa, nel tempo eh’ io era le-
gato di sua Beatitudine a Massimiliano im-
peradore. Dappoi sua Beatitudine mi mandò
1*
vili avvertenza
ancora legato a Venezia, ove fui molto ben
veduto da quella Illustrissima Signoria. Ora,
sendo il Papa e l’Imperatore a Bologna,
l’anno passato presi licenza da sua Beatitu-
dine, e sono messo a ripatriare, stanco dal
travagliare e sazio delle corti: così me ne
sto nella patria riputato ed onorato quanto
ni un altro che vi sia. n
Il Trissino, di cui restano due grossi vo-
lumi in foglio, pare tuttavia uno di quei
grandi filosofi antichi, di cui vive il nome,
si citano le dottrine, si ritrovan 1’ orme da-
pertutto, ma son perduti gli scritti. Nessuno
lo legge, sebbene di quando in quando si
ristampi; al più si assaggia qua e là e si va
sbocconcellando per poter dire alcuna cosa
di un uomo che gittò tant’ombra nel secolo
decimosesto, ombra che gli fuggì sotto i piedi
mano mano che il sole sali al meriggio.
Gramatico novatore, drammaturgo timido,
epico servile, lucidò l’antichità anche in quelle
sue innovazioni, volendo metter la livrea
greca al nostro alfabeto. Egli si piccò di far
copie dall’antico, quando l’ Ariosto, come
Michelangelo e Raffaello nell’arte, creava.
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dell’ editore IX
Diche il suo stesso secolo, sebbene devoto
dell’ antichità, e fieramente imitatore, rifuggì
da quel gelo, che come gli amplessi della
Fidanzata di Corinto, davan la morte.
De’ lavori del Trissino, il meno gelido è
la Sofonisha, il cui pregio cresce di molto
ove si guardi alla data, e il Walker ^ ne parla
bene; se non che, come la più parte dei cri-
tici, egli riflette più l’entusiasmo onde pri-
mamente fu accolta, che la stima tranquilla
che ancora l’accompagna.
= Volgiam gli occhi, egli dice, a veder lo
splendore del di nascente. La Sofonisha del
Trissino, dice Voltaire, è la prima tragedia re-
golare che l’Europa, dopo tanti secoli di bar-
barie, rivide: e il Giraldi alla fine del suo
Orbecche ,
cosi si esprime in proposito di
quella :
E il Trissino gentil che col suo canto
Prima d’ ognun dal Tebro e dall’Ilisso
Già trasse la Tragedia all’onde d’Arno.
1 Memoria storica sulla tr gedia italiana. Brescia,
Bettoni, 1810.
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X AVVERTENZA
Nè il memorabile evento venne dalle in-
glesi muse passato sotto silenzio. Pope lo
celebra nel suo prologo alla Sofonisba del
Thomson.
u Quando il sapere, dopo la lunga notte
u gotica, sul mondo occidentale rinnovò la
u bella sua luce, surse Sofonisba insieme colle
u arti; e la reduce musa tragica pianse di
u nuovo i suoi infortunj.
u Con lei di nuovo tornarono anima e
u vita sulla scena italiana ,
e da lei appre-
u sero le prime lagrime a comparire sugli
u occhi. «
Quella Tragedia fu rappresentata in Roma
nel 1515, con grande magnificenza, dinanzi
a Leon X, a cui era dedicata, e sotto i suoi
auspicj era stata composta. Allor che nel-
l’anno 1562, si costruì nel Palazzo della Ra-
gione di Vicenza il modello in legno del fa-
moso teatro olimpico del Palladio, fu scelta
la Sofonisba del Trissino per fare in quello
la prova di una rappresentazione.
Gli storici di Vicenza si fermano con giu-
sto orgoglio e compiacenza sulla descrizione
di quel sontuoso spettacolo e sul gran con-
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dell’ editore XI
corso di nobiltà che dalle più lontane parti
di Lombardia venne a goderne.
La tragedia è scritta in verso sciolto.
L’autore, seguendo i greci esemplari ,
con-
duce rintreccio con grande semplicità, inter-
rompendo il corso deU’azIone con odi ed os-
servazioni analoghe di un coro che moralizza.
Fra i molti tratti di questo dramma, che
meritano giusta ammirazione ,
primeggia la
s^ena tra Sofonisba ed Erminia, dopo l’aver
quella votato il fatai nappo. « Un cuore non
u indurito da pregiudizi, dice un Critico ita-
ti liano, verserà pietose lagrime al racconto
tt del veleno preso dalla regina, a’ di lei di-
« scorsi ,
alla compassionevole contesa con
a Erminia, ed al quadro delle donne affollate
a intorno a Sofonisba che trapassa, di Er-
a minia che la sostiene, e del figliuolino clie
a bacia la madre ,
la quale inutilmente si
a sforza per vederlo l’ultima volta sul punto
a di spirare, n ^
Ma mettasi il 'lettore in
istato di giudicare del merito di quel tratto
da per sè stesso.
1 Slor. de’ Teatri, tom. Ili, pag. lofi.
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XII AV^^ERTEKZA
So/. Ache piangete? Non sapete ancora
Che ciò, che nasce, a morte si destina?
Cor. Ahi inè che questo é pur troppo per tempo;
I
Ch’ ancor non siete nel vigesim’anno.
So/. Il bene esser non può troppo per tempo.
Erm. Che duro bene è quel che ci distrugge!
So/. Accostatevi a me, voglio appoggiarmi.
Ch’io mi sento mancare, e già la notte
Tenebrosa ne vien ne gli occhi miei.
Erm. Appoggiatevi pur sopra ’l mio petto.
So/. O figlio mio, tu non arai più madre ;
Ella già se ne va; statti con Dio.
Erm. Ohimè! Che cosa dolorosa ascolto!
Non ci lasciate ancor, non ci lasciate.
So/, r non posso far altro, e son in via!
Erm. Alzate il viso a questo che vi bacia.
Cor. Riguardatelo un poco.
So/. Ahimè, non posso!
Cor. Dio vi raccolga in pace.
So/. Io vado ;
Addio !
Quel lettore, di cui u le lagrime non com-
pariscon su gli occhi n leggendo questo pas-
saggio, deve avere un cuore u indurito dai
pregiudizj. » Altro saggio vogliain trascri-
vere di questa celebratissima tragedia, e sarà
l’Ode all’Amore nel terz’ atto.
Amor, che nei leggiadri alti pensieri
Sovente alberghi, e reggi quella parte.
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dell’ editore XIII
Da cui non ti diparte
Rugosa fronte, o pel canuto e bianco;
Poi sì dolci lacciuoi con sì bell’arte
Poni d’intorno a quei, che son più fieri.
Che porgon volentieri
A le feroci tue saette il fianco;
Ogni valore al tuo contrasto è manco.
Né solamente a gli uomini mortali
Ti fai sentir, ma su nel ciel trapassi,
E l’arroganza abbassi
De' maggior Dei con li dorati strali ;
E piante, ed animali,
E che vive, cede a la tua forza;
ciò,
Che ne la resistenza si rinforza.
La tua più vaga e più soave stanza
È ne’ begli occhi de le donne belle ;
Ivi le tue facelle
Accendi, e d’indi la tua fiamma è sorta.
E come i naviganti per le stelle.
Che son dintorno al polo, hanno baldanza.
Che là, ov’ é lor speranza.
Potranno andar con quell’ altera scorta;
Così la gente presa si conforta,
E spera ogni suo ben da que’ bei lumi.
Che Tenttammaro ond’ or ne trae diletto.
;
Or lacrime, or sospetto.
Secondo il variar d’ altrui costumi.
Ben par che si consumi,
Se poi gli è tolto quel che la distrugge;
Onde ’l mal segue e ’l ben paventa e fugge.
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XIV AVVERTENZA
Rimane il far qui conoscere ai lettori un
notevole tratto di bella e commovente na-
tura nell’ ultima scena di questa tragedia.
Sofonisba sentendo avvicinarsi il momento
estremo, chiede istantemente perdono al se-
guito delle sue donne per qualunque man-
canza 0 trascuratezza de’ propri doveri verso
di esse, in cui fosse caduta.
0 donne mie.
Questo è l’ultimo dì eh’ i’ abbia a vedervi;
Restate in pace; e chiedevi perdono.
Se mai fatto v’ avessi alcuna offesa.
L’ amabile sventurata Regina di Scozia
una simile preghiera indirizzò alle sue donne,
che si struggevano in lagrime, la notte pre-
cedente alla sua morte.
u A cena, dice il Robertson, ella si cibò
a colla solita sua sobrietà, e tenne discorso
u non solamente con naturalezza ,
ma con
« giovialità: bevette alla salute d’ognuna
« delle persone della sua corte, e domandò
« a tutti perdono, se avesse mancato al pro-
ti prie dovere verso loro, n
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dell’editore XV
Non dee far maraviglia che questa trage-
dia cosi feconda di bellissimi momenti, che
la natura e 1’ arte in essa presentano ,
sia
stata tante volte imitata e tradotta: in poco
tempo acquistò fama e passò le Alpi, scen-
dendo in Francia. Madama iticcoboni nelle
sue Riflessioni storiche e critiche sui vari
teatri d’Europa ,
fa menzione di una tradu-
zione o piuttosto imitazione della Sofonisba
del Trissino, in francese, da Claudio Mermet,
stampata nel 1584. Comparve inoltre la Car-
taginese di Montchrétien 1619, della quale la
tessitura' e molte scene sono le stesse ,
che
nel Trissino. Mellin di San Celais, il primo
che fe’ sonetti in francese ,
tradusse quella
tragedia in prosa, ma v’appose i cori in
verso, perchè destinati a cantarsi. Così mi
dice il Signorelli in una sua lettera che ho
BOtt’ occhio. «Anzi, per quanto dice il Vol-
taire ,
i ^Francesi appresero le regole del-
l’arte drammatica sulla Sofonisba del Tris-
sino. n
u Un autore, detto Mairet, son parole di
« Voltaire, fu il primo, che imitando la So-
u fonisba ,
introdusse la regola dello tre
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XVI AVVKRTKXZA
:i unità, n ‘
Fu pubblicata per la prima volta
«quella tragedia in Roma nell’anno 1524. ^ =
Questa critica, ora sentimentale, ora in-
genua, non è più del nostro tempo. Tornato
in onore lo studio degli esemplari greci, in-
tesi ed esposti con un’ estetica alta come la
stessa invenzione; la paura d’essere tassati
d’ indurimento di cuore o d’ orecchio non ci
1 Discorso sulla tragedia antica e moderna ,
pre-
messo alla Semiramide. Vedi pure il Saggio sul genio
e gli scritti di Pope. Londra 1782, voi. II, pag. 348.
u É da notarsi , aggiugnc Io stesso Voltaire nel
« discorso sulla Medea, che in Italia ed in Francia
u la vera tragedia dovette il suo rinascimento a una
u Sofonisba. "
2 In fine di quella edizione si legge u stampata
« in Roma per Lodovico Scrittore e Lautizio Peru-
« gino intagliatore nel MDXXIIII, del mese di luglio,
« con proibizione che nessuno possa stampare que-
« st’opera per anni dieci come appare nel Brieve
,
u concesso al prefato Lodovico dal Santissimo No-
“ stro Signore Papa Clemente VII per tutte le
, ,
u opere che ’l stampa. « Il libro è in ottavo.W. Noi —
ci siamo valsi principalmente della ristampa fatta
in Verona dal V'aliarsi, tra le opere del Trissino, nel
17.9. E di là pure ricopiammo in parte le notizie
de la vita di lui.
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dell’ editore XVII
cava le lagrime alla morte di Sofonisba, nè
gli applausi alla fredda lirica de’ Cori. Ma
onoriamo l’iniziatore, acclamato dai vecchi
critici, e notiamo i deboli principj d’un’arte,
che dovea diventare sovrana con Shakespeare
e Manzoni.
I Simulimi sono di molto inferiori alla
Sofonisba, e pare veramente che il Trissino
non avesse punto ingegno comico. Diresti
eh’ egli è il vampiro di Plauto. Gli sugge
tutto il sangue e lo lascia cadavere. Ha cal-
zato il socco, e non sa muoversi per la
scena. Il Firenzuola orma Plauto, ma va
co’ suoi piedi. La forma è romana, la mate-
ria è moderna e toscana. La lingua soprat-
tutto è viva, frizzante, e si può dire che il
toscano abbia fatto una di quelle trascrizioni
alla Shakespeare e alla Molière, che spesso
abbelliscono il lavoro originale.
Confessando i difetti del Trissino, chè il
negarli poi non varrebbe a nasconderli, non
crediamo render meno importante la nostra
ristampa. Noi diamo i documenti giustifica-
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XVIII AVVERTENZA
tivi della critica italiana, ma documenti so-
lenni, documenti che hanno un valore intrin-
seeo, oltre la prova a cui servono. Mettiamo
a riseontro due imitazioni di una delle più
vivaci commedie di Plauto, e il pallore del
vicentino fa risaltare maggiormente il brio
del toscano. Un’altra imitazione, ma al tutto
ammodernata pei caratteri e gl’ incedenti, è
quella del Regnard, e Ippolito Lucas ha ben
tratteggiato l’intreccio della commedia origi-
nale e le variazioni del francese, che venendo
forse un secolo e mezzo dopo il Trissino e
il Firenzuola trovava il mondo assai più ca-
sto se non di vita, certo di linguaggio, e più
ritroso d’orecchio.
« Dans la pièce latine, Ménechme d’Épidamne, egli
dice, est marie, mais il femme pour sa mai-
néglige sa
tresse Erotie, belle courtisane qui demeure en face de
sa maison. Ménechme avoue sans dilHculté cette liai-
son à sa femme, dont la jalousie le tourmente: « Cessez
d’épier mes démarches, dit-il, et pour vous appren-
dre à ne plus perdre de temps à ce métier-là, je
vais passer la journée avec une maitresse à qui j’ai
donné rendez-vous pour souper. " On n’est pas plus
frane que ce Ménechme sa femme sait tout de suite
;
à quoi s’en tenir; mais ce qu’il ne dit pas, c’est
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Ì>ELL* editore XlJt
qu’il a enlevé une robe à l’épouse pour la porter à
la maitresse, car la femme aurait le droit de récla-
mer son bien au nom de la loi. Les inaris actuels
mettent un peu plus de dissimulation dans leurs
amours illégitimes. Les anciens toléraient parfaite-
ment cet instinct de volupté qui faisait rechercher
les courtisanes. Le pére de la femme de Ménechme
donne tori à sa Alle quand elle ne fait que se plain-
dre de l’infldélité de son mari; ne reproche à son
il
gendre que la robe dérobée. Arrive bientòt Mé-
nechme Sosiclés, le frére, que la courtisane trouve
sur le seuil de sa porte, et qu’elle accueille en
homme qui vient, ainsi qu’elle le croit, souper chez
elle. Ce Ménechme, aprés le premier étonnement,
proflte sans fagon de toutes les douceurs de cette
rencontre; il sort méme en emportant la fameuse
robe, qu’on lui a remise pour qu’il la confle au
brodeur la robe a besoin d’une nouvelle agrafe. Mé-
:
nechme Sosiclés, peu scrupuleux, considére ce dépót
comme une suite de sa bonne fortune. Son frére, at-
tardé au Forum par ses clients, reparait; la position
de Ménechme d’Épidarone ne laisse pas que d’étre
trés-iàcheuse sa femme et sa maitresse viennent
;
lui redemander la robe en question un parasite, fu-
;
rieux d’avoir manqué un excellent souper d’où l’a
banni le Ménechme Sosiclés, a dirigé contre l’autre,
son ancien ami, de perfldes dépositions. Cependant
Ménechme Sosiclés n’échappe pas aux reproches:
il se volt exposé à un torrent d’injures la femme ;
de Ménechme d’Épidamne le prend pour son mari.
Afln d’échapper à cette colére, il se met à contre-
faire le fou; un médecin commande qu’on le gar-
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XX AVVERTENZA
rotte et qu’on le transporte dans sa maison, les
plus grands soins paraissant nécessaires à son état.
Mais sur ces entrefaites il a disparu; c’est juste-
ment, et voici le plaisant, le Ménechme d’Épidamne
que les esclaves s’en vont saisir et lier. Le valet du
premier accourt, il délivre le patient, croyant sau-
ver son maitre, et réelame ensuite la liberté pour
prix de son Service; enfln les deux Ménechmes se
rencontrent et se reconnaisscnt aprés toutes ces
traverses.
Regnard n’a guère emprunté à Piante que la res-
semblance des deux frères; mais en homme Labile
qui sait son métier, il a ajouté sur-le-champ à cet
effet de la nature une grande dissemblanee de ca-
ractère. L’un de ses Ménechmes est poli, galani,
doucereux comme un offìcier du temps; l’autre est
brutal loup-garou , mauvais coucheur comme un
,
campagnard. Les méprises n’cn sont que plus amu-
santes. Le premier est dissipò, criblé de dettes; le
second est rangé, et mérae quelque peu avaricieux.
Un onde leur est mort; cet onde lalsse soixante
mille écus d’héritage. Le Ménechme homme d’ordre
est attirò du fond de sa province par la succession
qu’il se croit seni appelé à recueillir. Il vit dans la
douce persuasion que son frère jouit depuis vingt
ans du repos éternel. Sa valise, par hasard, est re-
mise à ce frére toujours vivant, et revenu de Fian-
dre à Paris par le méme coche.
Le « coche le plus rude où mortel puisse aller. »
Celui-cien ouvrant la valise trouve des papiers
, ,
dont on peut accaparer le susdit héritage. Les
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dkll’kditoijk XXf
héros de Ilegnard ue sont i>as trés-inéticuleux. Mé-
neclmie a bientòt obtenu du notaire les soixaiite
mille écus qui semblent lui appartenir aussi bien
qu’à son frére. Cela ne lui sudit pas, il veut eucore
enlever la main de la jeune Isabelle, aimable Alle
que, d’après la volonté du testateur, le campagnard
venait épouser. Isabelle se troiive ètre depuis qucl-
que temps, par la gràce de la comédie, l’objet se-
cret de sa tendresse. 11 réussit sans peine auprés
du pére de sa maitresse , quoique son frére, qu’on
prend pour lui, Vienne gàter un peu ses aflFaire par
ime étrange brusquerie. D’un autre cóté, son frére
lui rend le service de le brouiller avec uue vieille
comtesse, tante d’isabelle, qui s’est éprise de lui,
et qui ne veut le céder à personne, sous prétexte
qu’elle l’a acheté fort cher. C’est elle qui a payé
les frais de la guerre. Le Méneehme de province est
complétement sacriflé; il lui pleut des mystiflca-
tions. M. de Pourceaugnac auquel il ressemble
,
beaucoup, n’est pas plus malheureux. Tout le monde
s’attache à ses pas pour le désespérer, créanciers,
femmes de cinquante ans amoureuses, soubrettes
impertinentes, Gascons ferrailleurs. Ces quiproquo
ont un terme enflu. Les deux Ménechmes se ren-
contreiit comme dans la pièce latine, et les soixaute
mille écus sont partagés fralernellement. Isabelle
reste au galant offlcier son amant; la comtesse
s’empare du campagnard. n
Di queste quattro elaborazioni della favola
dei Menecmi la più piccante e divertente
rimane V antica di Plauto, a cui T energico
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XXri AVVEIRTEKZA DELL* EDITORE
e vibrato latino fa più potente la libertà del
dialogo. Il Regnard ne ritorce T acume e il
Trissino lo spunta. Solo il Firenzuola rinnova
in qualche parte con gli abbigliamenti del
suo secolo quelle antiche figure. Il parassito
soprattutto è benissimo emulato, e il nome
stesso ne scolpisce il carattere. Non è più il
riso franco ed osceno dei Satiri; ma l’arguta
beffa toscana, si bene resa dal Boccaccio e
dal Lasca.
Giulio Antimaco.
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SOFONISBA
TRAGEDIA
DI GIOVAN GIORGIO TRISSINO
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AL SANTISSIMO NOSTRO SIGNORE
PAPA LEONE DECIMO
GIOVAN GIORGIO TRISSINO
Avendo io già molti giorni, Beatissimo Pa-
dre, composto una Tragedia, il cui titolo è So-
fonisba, sono stato meco medesimo lungamente
in dubbio, s’ io la devessi mandare a Vostra
Beatitudine, o no; perciocché da l’un de’ lati
considerando 1’ altezza di quella, la quale è
tanto sopra gli altri uomini, quanto che il
grado, che tiene, è sopra ogni altra dignità;
e rimembrando ancora la grandissima cogni-
zione, che ha, così della lingua greca,
, come
della latina, e di tutte quelle scienze, che in
esse scritte si trovano; ed appresso vedendo
quanta occupazione continuamente le reca il
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4
governo universale di tutti i Cristiani, io sti-
mava non essere convenevol cosa il mandare
a sì alto luogo ,
ed a sì dotte ed occupate
orecchie questa mia operetta in lingua ita-
liana composta. Ma poi dall’ altro lato pen-
sando, che si come Vostra Beatitudine avanza
ogni mortale dì grandezza, così da nessuno
è di mansuetudine superata, e che, per quan-
tunque gravi, e necessarie occupazioni, mai
non si lasciò talmente impedire che non sce-
gliesse tanto spazio di tempo, che potesse leg-
gere alcuna cosa; e sapendo eziandio che la
Tragedia, secondo Aristotele , è preposta a
tutti gli altri poemi, per imitare con soave
sermone una virtuosa e perfetta azione, la
quale abbia grandezza; e come Poiignoto an-
tico pittore nell’ opere sue, imitando, faceva
i corpi di quello che erano migliori, e Pau-
Bon peggiori, così la Tragedia, imitando, fa
i costumi migliori, e la Comedia peggiori; e
perciò essa Comedia muove riso ,
cosa che
partecipa di bruttezza, essendo ciò, che è ri-
diculo ,
difettoso ,
e brutto ;
ma la Tragedia
muove compassione e tema, con le quali, e
con altri ammaestramenti arreca diletto agli
ascoltatori, ed utilitate al vivere umano; le
quali cose tutte (com’ io dico) dall’altro lato
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pensando, mi davano tanta confidenza ,
ed
ardire a mandarla, quanto queU’altre m’indu-
cevano a ritenerla. Cosi adunque tra sì fatti
dubbj dimorando, avvenne, che queste ulti-
me ragioni aiutate dai soavissimi costumi
di Vostra Beatitudine, e dalla ineffabile bontà
di quella, rimasero vincitrici. Laonde mi
diedero tal ardire, eh’ io feci deliberazione di
offerirle, e dedicarle la predetta mia fatica.
Alla quale non credo già, che si possa giu-
stamente attribuire a vizio, l’essere scritta in
lingua italiana, ed il non avere ancora, se-
condo 1’ uso comune, accordate le rime, ma
lasciatele libere in molti luoghi. Perciò che
la cagione, la quale m’ ha indotto a farla in
questa lingua, si è, che avendo la Tragedia
sei parti necessarie, cioè la Favola, i Costu-
mi, le Parole, il Discorso, la Rappresentazione,
ed il Canto; manifesta cosa è, che avendosi
a rappresentare in Italia, non potrebbe essere
intesa da tutto il popolo, s’ ella fosse in al-
tra lingua, che italiana, composta; ed ap-
presso i costumi, le sentenzie, ed il discorso
non arrecherebbono universale utilitate e di-
letto, se non fossero intese dagli ascoltanti.
Sì che per non le torre la rappresentazione,
la quale (come disse Aristotele) è la più di-
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letteYole parte della Tragedia, e per altre
cagioni, che sarebbono lunghe a narrare, elessi
di scriverla in questo idioma. Quanto poi al
non aver per tutto accordate le rime, non
dirò altra ragione; perciò eh’ io mi persuado,
che se a Vostra Beatitudine non spiacerà di
voler alquanto le orecchie a tal numero ac-
comodare, che lo troverà e migliore, e più
nobile, e forse men facile ad eseguire di
quello, che per avventura è riputato. E lo
vederà non solamente nelle narrazioni, ed ora-
zioni utilissimo, ma nel muover compassione
necessario; perciocché quel sermone, il quale
suol muover questa, nasce dal dolore, ed il
dolore manda non pensate parole, onde
fuori
la rima, che pensamento dimostra, è vera-
ramente alla compassione contraria. Adunque,
Beatissimo Padre, essendo (come disse Plu-
tarco) non minor laude ad un gran signore
l’ accettare lietamente le cose picciole ,
di
quello, che si sia il donare agevolmente le
grandi; ardirò di pregare Vostra Beatitudine,
che si degni di prendere questo mio picciol
dono; il quale da sincerità di mente, e da
fermissima fede, e da ardentissimo amore ac-
compagnato le porgo. Ed in questo già non
ardisco di dire, che Quella debba imitare
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Serse Re dei Re, al quale un povero villa-
nello, che passare lo vide, non avendo altro
che donare, corse ad un fiume vicino, e rac-
colse dell’ acqua con ambe due le palme, e
donogliela; la quale Serse molto allegra-
mente accettò; e fecegli dimostrazione, che
tal dono gli fosse stato gratissimo: ma ben
la esorto a fare, come fa il Re deU’Universo,
di cui è Vicario in terra, il quale risguarda
sempre all’amore, alla sincerità, ed alla fede
del donatore, e non alla qualità del dono.
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SOFONXSBA
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PERSONE
Che parlano nella Favola.
SOFONISBA.
Ermikia.
Cobo di donne Cirtensi.
Messo.
Massinissa.
Lelio.
Un altro Messo.
Catone.
Scipione.
Sipace.
Un famiglio di Sofonisba. '
Una serva di Sofonisba.
Sofonisba fa II prologo.
La Scena della Favola si pone in Cirta
città di Numidia.
SOFONISB A
soF. Lassa, dove poss’ io voltar la lingua.
Se non là 've la spinge il mio pensiero.
Che giorno e notte sempre mi molesta?
E come posso disfogare alquanto
Questo grave dolor, che ’l cor m’ingombra.
Se non manifestando i miei martiri,
I quali ad un ad un voglio narrarti?
ERM. Regina Sofonisba, a me regina
Per dignità, ma per amor sorella.
Sfogate meco pur il cuor, che certo
Non potrete parlar cou chi più v’ami;
Né che si doglia più de i vostri mali.
SOF. Questo conobbi infin da’ miei prim’anui,
Erminia mia, che siam nutrite insieme ;
E so, che il grande amor, che tu mi porti.
12 SOFONISBA
Più che nuli* altra affinità, ti spinse
A venir meco a la città di Cirta.
Però vo’ ragionar più lungamente,
E cominciar da largo le parole;
Né starò di ridir cosa che sai.
Perchè si sfoga ragionando il cuore.
Quando la bella moglie di Sicheo,
Dopo rindegna morte del marito
In Africa passò con certe navi.
Comprando ivi terren vicino al mare,
Fermossi, e fabbricovvi una cittate.
La qual chiamò Cartagine per nome.
Questa città, poi che s’uccise Dido,
(Che così nome avea
quella regina)
Visse continuamente in libertade;
E di tal pondo fu la sua virtute.
Che non sol da i nimici si difese.
Ma sopra ogni città divenne grande.
Or (come accade) ebbe una orribil guerra
(Ben dopo molto tempo) co i Romani,
Che discesero già da quell* Enea,
Il qual venne da Troia in queste parti.
Ed ingannando la infelice Dido,
Partissi, e fu cagion de la sua morte.
Questa guerra durò molti, e molt’anni;
Pur dopo il variar de la fortuna,
(Sì come piacque a Dio) sorse la pace;
La qual, durando un tempo, ancor si ruppe.
Allora incominciar più dure offese;
Perché Annibaie poi passando Talpe,
Giunse in Italia, e con favor del cielo
Sul Ticin, Trebbia, Trasimeno, e a Canne
Gli ruppe, e uccise un* infinita gente;
SOFOKIfiBA 13
E sedici anni son, ch’iTi dimora.
In questo tempo Asdrubale mio padre
In Ispagna n’ andò centra costoro.
Quivi prima gli arrise la fortuna.
Ma non molto da poi si volse in modo.
Che convenne per forza indi partirsi ;
E con sette galee passando il mare.
Venne a Siface qui Re de’ Numidi.
In quel medesmo giorno ancor vi giunse
Il superbo Roman , che l’ avea vinto.
Chiamato Scipione, il qual volea
Tirar Siface in lega co i Romani;
E tanto seppe far, che la conchiuse.
Or questa lega a’ nostri assai dispiacque.
E per guastarla, e rivocar costui
Ne la loro amicizia, a lui mi diero
Per moglie in sul fiorir de gli anni miei ;
Non avendo risguardo, che mio padre
M’avea prima promessa a Massinissa
Figliuol di Gala, già re de’Massuli;
Il qual sali per questo in tanto sdegno.
Che sempre ci fu poi mortai nimico.
Così ne venni a Cirta, ove son ora. ;
Ma questa dolce mia regale altezza
Tosto mi fu cagion d’amara vita,
Chè Scipione in Àfrica ne venne.
Centra del quale Asdrubale, e Siface
Con valorosa gente insieme andare ;
E nel campo una notte acceso il fuoco.
Ed assalito da i nimici armati.
Arsi, rotti, e sconfitti alfin fuggirò.
Quinci ’l principio ?u de i nostri affanni
Che '1 desir di vittoria, e la paura
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14 80P0NI8BA
Di servitù sì m’ occuparo il cuore,
Ch’ ad ogni altro pensier chiuser la via.
Pur dopo questo, un’ altra volta insieme
Posero gente, e ritornare al campo,
E combattere ancor poco felici.
Ma quei seguendo la vittoria loro,
Son giunti ne i confln del nostro regno.
Con Massinissa, il cui paterno impero
Era già pervenuto a nostre mani.
Or ce l’han tolto ne la prima giunta:
Onde Siface, accolta ogni sua forza.
Là se n’ é gito e da colui, che venne
;
Questa notte dal campo, mi fu detto.
Ch’oggi si dovea far nuova giornata.
Sì eh’ io temo dolente una ruina
Tal, che più non potrem levar la testa ;
Ché se vecchi soldati, integri, e freschi
Non vi poter durar, come faranno
Questi novelli, affaticati, o rotti?
Appresso un duro sogno mi spaventa.
Ch’io vidi innanzi l’apparir dell’alba.
Esser pareami in una selva oscura.
Circondato da cani, e da pastori.
Che avean preso, e legato il mio consorte;
Ond’ io, temendo l’empio suo furore.
Mi volsi ad un pasto r, pregando lui.
Che da la rabbia lor mi difendesse;
Ed ei pietoso aperse ambe le braccia,
E mi raccolse; ma d’intorno udia
Un si fiero latrar, eh’ ebbi temenza.
Che mi pigliassen fin dentr’ al suo grembo.
Onde mostrommi una spelonca aperta,
E disse: Poi che te salvar non posso.
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, ,
SOFONISBA 15
Entra che non potran pigliarti.
costi,
Ed io v’entrai ; cosi disparve il sonno
Che m’ha lasciato, oìmè, troppo confusa.
ERM. Veramente, regina.
Il parlar vostro mi dimostra chiaro,
Quant’ é grave il dolor che vi tormenta.
Pur tropp’ alta ruina
V’ imaginate, e senz’ alcun riparo.
Non piaccia a Dio, che tanto mal consenta.
A quel sogno crudel, che vi spaventa,
Non dovete prestare alcuna fede;
Ch’ ogni fiso pensier, che ’l giorno adduce.
Partita poi la luce
Con la notte, e col sonno a noi si riede;
E con varie apparenze allor c’inganna.
Si che lasciate ornai, donna, lasciate
La dolente paura che v’ affanna
, ;
Ché già non vi condanna
La sentenza del ciel, come pensate.
SOP.0 che felice stato
È ’l tuo! chequello i’ chiamo esser felice.
Che vive quieto scnz’ alcuna altezza;
E meno assai beato
È Tesser di color, a cui non lice
Far, se non come vuol la lor grandezza.
BKM. La gloria, e l’altro ben, che ’l mondo apprezza,
Si trova pur in quell’ altera vita.
SOP. Si, ma tal gloria è debile, e fallace.
Ildominar ti piace.
Mentre Taspctti, e par cosa gradita;
Ma come Thai, sempre dolor ne senti.
Or fame, or peste, or guerra ti molesta;
Or le voci importune de le genti.
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,
16 80P0N1SBA
Veneni, tradimenti;
E se tu fuggi l’un, l’altro t’infesta.
SRM. Questa yita mortale
Non si può trapassar senza dolore;
Che cosi piacque a la giustizia eterna.
Né sciolta d’ogni male
Del bel ventre materno usciste fuore;
Che ’n stato buono, o reo nessun s’eterna.
Di quel sommo Fattor, che ’l ciel governa.
Appresso ciascun piede un vaso sorge.
L’un pien di male, e l’altro è pien di bene,
E d’indi or gioia, or pene
Trae mescolando insieme, e a noi le porge.
Poi vi ricordo ancor fra voi pensare.
Che a valoroso spirto s’ appartiene
Porsi a le degne imprese, e ben sperare;
E da poi sopportare
Con generoso cuor quel, che n’avviene.
SOF. Ben conosch’ io, che quello
Si deverebbe far, che tu ragioni.
Ma ’l soverchio dolor troppo mi sforza;
E ’l senso, eh’ è rubello
De le più salde ed ottime ragioni.
Subitamente il lor volere ammorza;
Cosi mi trovo senza alcuna forza
Da contrappormi al duol , che mi distrugge.
Se ’l ciel pietoso questa mia sciagura
Non fa che sia men dura.
Ben sono al fin, per cui la vita fugge.
ERM. Andiamo adunque, e rivoltiam la mente
A pregar quell’ Iddio, eh’ ha di noi cura
Che ci conservi e questo mal presente
;
Fra la nimica gente
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SOFONISBA n
Sparga, e discioglia noi da tal paura.
SOP. Questo consiglio tuo molto mi piace;
Che solamente Iddio
Ci può mandar la disiata pace.
COK. Che farò io? debbo chiamar di fuore
Qualcuna de le serve.
Che a la nostra regina entro rapporto.
Come la terra è tutta in gran terrore.
Perché molte caterve
Nimiche giunte son presso a le porte?
0 pur debbo aspettar che qualche sorte,
Qualch’ altro caso a lei nel manifesti ?
•Acciò ch’io non molesti
Il suo riposo, 0 turbi la sua pace;
Che quel, che ti dispiace.
Non fu sì lungamente mai sospeso,
Ch’ a te noi paia aver per tempo inteso.
0 meglio é non aver tanto rispetto?
Che ’l non sapere il male.
Noi fa minore, anzi il consiglio intrica,
E benché allor non sturbi alcun diletto.
C’induce a caso tale.
Che ’l soccorso impedisce, e ’l mal nutrica;
Sì come l’ozio arreca al hn fatica.
Cosi simil diletto apporta noia.
O fuggitiva gioia,
O speme, sogno de la gente desta.
Quanto, quanto molesta
Pare a’ mortali vostra dipartenza !
Quanto meglio saria viverne senza I
Ché senza voi la nuova mìa regina
Forse nel nido suo paterno ancora
Si farebbe dimora,
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,
18 SOFONISBA
Sprezzando in tutto la reale altezza.
Onde saria di tanti affanni fuora.
Che tosto ara d’intorno. Ahi poverina.
Quanta grazia divina,
Quanta modestia è ’n lei, quanta bellezza!
Ed ora lassa, al dominare avvezza.
La servitù le parerla sì amara,
Ch’ assai più tosto eleggerla ’l morire.
Non far. Signor del ciel, non far servire
A gente iniqua una beltà si rara!
So eh’ esser ti dee cara.
Se mai cara ti fu e cosa terrena.
Ecco un famiglio del signor, eh’ appena
Può trarre il fiato, e ciò per lunga via,
O per altro disturbo, par che sia.
PAM. Donne?
COR. Che vuoi, che non ragioni?
PAM. Lasso !
Ch’ io non ho lena da parlar.
COR. Costui
M’empie di nuovo di paura.
PAM. Donne
Vero ornamento a la città di Cirta,
Ditemi, ove si trova la regina?
COR. Ecco, che ad ora ad or esce di casa,
E non è ben ancor fuor de la porta.
Ma d’onde vien tu sì affannato, e stanco?
PAM. Vengo dal nostro infortunato campo,
sop. Abbiate cura, come sia fornita
Quella vesta che Erminia apparecchiava
Per offerir al tempio , di chiamarmi ;
In questo mezzo vederò se mai
S’intendesse del re qualche novella.
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SOFONISBA 19
FAM. Aimé, che troppo mal ne intenderete.
COR. Aspettiam pur quel, che costui favelli.
Perchè deve saper distinte e chiare
Quelle cose, che noi sappiam confuse.
PAM. Regina Sofonisba, a voi rapporto
Contra mia voglia pessime novelle,
sop. 0 duro esordio! è vivo il mio consorte?
PAM. Morto non è, né vo’ chiamarlo vivo.
BOP. Che cosa, é ferit* egli, o rotto il campo?
PAM. Il campo é rotto, ed ei non è ferito.
Ma preso è ne le man de* suoi nimici.
BOP.O sventurata me, che gran mina!
Quest’ é quel dì, quel di, che m’ha distrutta!
Ma come rotto fu? come fu preso?
PAM. Questa mattina ne l’uscir del sole,
Certi nostri cavalli se n’andaro
Ad assalirne alcuni de i Romani;
Da cui scacciati, or runa parte, or l’altra
Si rinforzaro che tutte entrare
sì,
Le genti da cavai ne la battaglia.
Nel cui principio i nostri eran sì franchi,
Che i nimici n’ avean qualche spavento.
Né potean sostener la forza loro;
E già rotti sarian, s’ alcuni fanti
Non si fossero posti fra i cavalli;
Tal che quel nuovo guerreggiare alquanto
Ci raffrenò; ma poco stando poi
Le legioni ancor vennerci addosso.
Che rivoltor tutta la gente in fuga.
Il che vedendo il re, si pose avanti
Verso i nimici, per veder se mai
Con la vergogna, o con il suo perigliOi
Potesse rivoltar le genti sue.
,
20 SOFOKISBA
E mentre, ch’era intento a questa cosa,
Trovossi in mezzo de i nimici armati.
Che gli uccisero sotto il suo cavallo.
Poi con tanto furor gli andaro addosso,
Ch’ a viva forza nel menor prigione.
Allor fu il campo totalmente in rotta:
Onde molti di noi verso la terra
Fuggimmo, e pria non fummo in su le porte.
Che i Romani ci fur dietro a le spalle.
Tal eh’ appena potei (come fui dentro)
Chiuder la porta e far alzare i ponti;
Poi posi guardia intorno de la terra;
Eper questa ragion son giunto tardi.
COR. Lassa, eh’ io vedo il fin di quest’impero,
E la stirpe reai de’ miei signori
Eradicata fia, non che depressa.
BOP. Oimè infelice, oimè dove son giuntai
COR. Quanto di voi mi duole!
BOP. 0 misero Siface,
Dove, dove n’andrai, dove mi lasci 1
COR. Qual spirto al mondo é di pietà si nudo.
Che mirando or costei, tenesse il pianto?
BOP. 0 sventurata altezza.
Dove m’ hai tu condottai o duro sogno 1
Anzi più tosto Vision, che sogno.
COR. Giusta cagion a lacrimar vi muove,
sor. Qual trista piangeria, se non piang’ io?
Che ’n così brieve tempo.
Ogni allegrezza mia s’ è volta in doglia.
Turbato è ’l mare, e mosso un vento rio.
Pur troppo oimè per tempo
Che la mia nave disarmata inscoglia.
Deh foss’io morta in fasce 1
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SOFONISBÀ 21
Che ben morendo, quasi si rinasce.
COR. Ben areste cagion di pianger sempre.
Se 1 pianto vi recasse alcun rimedio;
Mase v’annoia più, meglio é lasciarlo,
sor. O padre, o caro padre.
Ove m’avete posta?
Come fallace fla vostra speranza.
La gioia a voi proposta
Di queste mie leggiadre
Nozze, sarà, che ’l sospirar m’ avanza;
Sarà ch’io lasci la regale stanza,
E lo nativo mio dolce terreno;
E ch’io trapassi il mare,
E mi convenga stare
In servitù, sotto ’l superbo freno
Di gente aspra e proterva.
Nimica naturai del mio paese.
Non fien di me, non fien tai cose intese;
Più tosto vo’ morir, che viver serva.
COR. Che cosa v’odo dire?
SOP. Che più tosto morire
Voglio , che viver serva de’ Romani.
[Link] è, buon é fuggir si crude mani;
Ma non già con la morte,
Ch’ ella è l’estremo mal di tutti i mali,
[Link] vita nostra é come un bel tesoro.
Che spender non si deve in cosa vile.
Né risparmiar ne l’onorate imprese;
Perché una bella e gloriosa morte
Illustra tutta la passata vita.
MBS. Fuggite, 0 triste e sconsolate dònne;
Fuggite in qualche più sicura parte
Che i nimici ^à sqn dentro a le mura.
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22 SOPONISBA
80 P. Ove si può fuggir? che luogo abbiamo.
Che ci conservi, o che da lor ci asconda.
Se l’aiuto divin non ci difende?
Ma come entrati son dentro la terra.
Per accordo, per forza, o per inganni?
MBS. Può dirsi accordo, e no.
sop. Parla più chiaro.
ME8. Io narrerò diffusamente ii tutto.
Come campo roman fu giunto appresso
’l
Le mura, mandò subito un araldo
Senz’ arme, a dimandar questa cittade ;
A cui risposto fu, che a nessun patto
Voleano darla, e eh’ era ognun disposto
Di far fin a la morte ogni difesa.
Né per minacce d’ardere il contado,
E por l’assedio intorno a la cittade;
Da quel primo voler si dipartirò.
Allora un capitan si fece avanti,
E chiamò i primi de la terra, e disse:
Qual speme, o qual pensier vi reca ardire,
O qual vostra sciagura vi conduce
Con gli occhi intenebrati a la mina?
Ilcampo è rotto, ed il re vostro è preso,
E fla qui tosto coi legami intorno;
E voi voletemantener la terra?
A cui? per cui volete esser disfatti?
Per gente che non v’ é? sappiate come
Massinissa son io re de’ Massuli
Di cui credo sarà questo paese;
Però mi duol mandarlo a fiamma e ferro.
Ma Dio m’ é testimon, che tutto il male.
Che arete, arete sol per vostra colpa.
E detto questo, al fin de le parole
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SOrOKISBA 23
L’Incatenato re menare,
ci fé’
A la cui vista lacrimò ciascuno;
E poi subitamente aperte foro
Le porte, e date in man di Massinissa.
80 F. 0 duro caso! ahi come é poco accorto.
Chi ne l’amor de’ popoli si fida!
Doveano pur tenersi almeno un giorno
E far più certi e più sicuri patti;
Ch’ io non sarei, come or senza consiglio.
M£S. Ecco i nimici qui presso a la piazza.
SOF. Mostrami Massinissa.
HES. Quel d’avanti.
Che sopra elmo ha tre purpuree penne.
l’
COR. Oimè, ch’io sento, oimé, giungermi al cuore
Una certa paura che mi strugge ;
Nè so che farmi; e sto come colomba.
Che vede sopra sé l’uccel di Giove.
soF. Signor, so ben che ’l cielo, e la fortuna,
E le vostre virtù v’hanno concesso
Il poter far di me ciò che vi piace;
Pur 8’ a prigion eh’ è posto in forza altrui.
Lice parlare e supplicare al nuovo
Signor de la sua vita, e de la morte.
Io chieggo a voi quest’una grazia sola ,
La qual é che vi piaccia per voi stesso
Determinare a la persona mia
Qualunque stato al voler vostro aggrada.
Pur che non mi lasciate ne le mani,
E ne la servitù d’alcun Romano.
Da lei, signor, potete liberarmi
Voi solo al mendo ed io di ciò vi priego
;
Per la regale e gloriosa altezza.
Ne la qual poco avanti anco noi fummo.
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,
24 SOFOKtSBA
E Dei di questi luoghi, i quali
per i
Ricevan entro voi con miglior sorte.
Di quella, eh’ ebbe a l’ uscir fuor Siface.
Se nessun’ altra cosa in me si fosse.
Che Tesser stata moglie di chi fui.
Più tosto mi vorrei por ne la fede
D’un nostro, nato in Africa, com’ io.
Che d’ un esterno, nato in altra parte.
Pensate voi quel ch’io mi debba fare,
Sendo Cartaginese, essendo figlia
D’Asdrubale, e s’io debba con ragione
Temer T orrendo arbitrio de’ Romani.
Appresso questo, anco a pietà vi muova
Il miserrimo stato, ove son ora,
E la felice mia passata vita.
COR. Non negate, signor, a tanta donna
Questa onesta dimanda, e giusti prieghi.
MAS. Regina, io non vo’ dir gli oltraggi, e Tonte
Che Siface mi fe’ molti e molt’anni,
Per non rinovellar vecchio doloro
Né far minore in voi qualche speranza.
Ma sian quante si furo il mio costume
,
È di perseguitar i miei nemici
Fin ch’io gli ho vinti, e poi scordar le offese.
Pur s’io ne le volessi innanzi agli occhi
Sempre tenere, e vendicarle tutte.
Io non sarei con voi se non cortese;
Però, eh’ esser non può cosa più vile.
Che offender donne, ed oltraggiar coloro.
Che sono oppressi senz’ alcuno aiuto.
Poi questa vostra giovanile etate.
Gli alti costumi, e le bellezze rare.
Le soavi parole, e i dolci prieghi
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SOPONISBA 25
Farian le tigri divenir pietose.
Sì che scacciate fuor del vostro petto
Ogni tristo pensiero, ogni paura.
Che da me non arete altro che onore.
Ben duoimi, che prometter non vi possa
Quel che m’avete voi tanto richiesto.
Di non lasciarvi in forza de’ Romani ;
Perch’ io non veggio di poterlo fare ,
Tanto mi trovo sottoposto a loro.
Pur vi prometto di pregarli assai.
Per porvi in libertà; benché son tali.
Che, quando ancor non foste in libertate.
Non dovete temer d’ alcun oltraggio.
COR. Rinforzate il pregare, alta regina;
Che l’arbore non cade al primo colpo,
sop. Signore, il vostro ragionar soave.
Che dimostra di me qualche pietade.
Mi desta dentro al cuor molta speranza.
E però quinci prendo tale ardire.
Che, lasciando da parte ogni paura.
Io parlerò con voi sicuramente;
Benché meco medesma mi vergogno.
Che, perch’io sono a questo passo estremo.
Non posso dir se non de le mie noie.
Che forse offenderan le vostre orecchie.
Pur mi conforta poi, che sempre un buono
Dà volentieri aiuto a l’iufelice,
E di far questo seco si rallegra.
Però, seguendo il ragionar di prima.
Vi ripriego ad aver di me pietade:
Ed a l’alta speranza, che mi date.
Deh giungete, signor, questa promessa.
Di non lasciar, eh’ io vada ne le mani.
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26 SOFONISBA
E ne la servitù d’alcun Romano.
Già non mi può caper dentr’ a la mente.
Che noi possiate far, volendol fare.
Qual é colui, ch’ardisca contraddirvi.
Che non debbiate fra cotanta preda
Prender una sol donna oltra la sorte?
E non dite, signor, che dai Romani
Non deggia dubitar d’alcuno oltraggio;
Che per la nimicizia di tant’anni.
Ornai ci é noto, quanto son crudeli;
E quanto aspro per loro odio si porta.
Ed al nostro paese, e al nostro sangue:
Anzi da lor senz’alcun dubbio aspetto
Vergogna, e strazio, intolerabil danno;
Cosa, eh’ é da fuggir più, che la morte.
Sì ch’io vi priego, e supplico, signore.
Che vi piaccia da questi liberarmi.
Fatemi questa grazia, eh’ io vi chieggio
Per le care ginocchia, che or abbraccio;
Per la vittoriosa vostra mano
Piena di fede, e di valor, eh’ io bacio.
Altro rifugio a me non è rimaso.
Che voi, dolce signore, a cui ricorro.
Siccome al porto de la mia salute.
E se ciascuna via pur vi fla chiusa
Di tormi da l’arbitrio di costoro.
Toglietemi da lor col darmi morte.
Questa per grazia estrema vi dimando.
La qual è in vostra libertà di certo;
Però, caro signor, non la negate;
Ed a sì glorioso e bel principio.
Che fatto avete per la mia salute.
Deh donate per fin questa promessa I
SOPONIBBA 87
COB. Gran forza aver dovrebbon le parole.
Che son mosse dal cuore, e dolcemente
Escon di bocca d’una bella donna.
MAS. Talora é buono aver molti rispetti,
E talor si richiede esser audace.
Ma se l’audacia mai si deve usare.
Usar si dee ne l’opere pietose.
10 so per me, che son di tal natura.
Che non m’allegro mai de l’altrui male,
E volentieri aiuto ognun eh’ è oppresso ;
Perchè null’altra cosa ci può fare
Tanto simili a Dio, quanto ci rende
11 dar salute a gli uomini mortali.
Ora, volendo dar nuova risposta
A’ vostri ardenti, e graziosi prieghi
(A cui se fosse il mio volere avverso.
Mi parrebbe di far cosa da Aera),
Dico che fermamente vi prometto
Di far per voi ciò che m’avete chiesto;
E se si troverà qualcun sì audace.
Ch’ardisca di toccarvi pur la vesta.
Io gli farò sentir, ch’io son offeso.
Se ben dovessi abbandonarvi il regno.
Eper maggior chiarezza, la man destra
Toccar vi voglio ed or per questa giuro,
;
E per quel Dio, che m’ ha dato favore
A racquietare il mio paterno impero.
Che servato vi fla quel che prometto;
E non andrete in forza de’ Romani,
Mentre, che sarà vita in queste membra.
COR. O risposta cortese, o parlar pio.
Degno di laude, e di memoria eternai
SOF. In che voce poss’ io scioglier ]a lingua,
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28 SOJ'ONISBA
Che degnamente a voi grazie ne renda
Di questa liberal vostra risposta?
La qual si vede veramente degna
Del nome, e de l’altezza, in che voi siete.
Però s’ io temo, e sto col cuor sospesa.
Nè so dov’io mi volga le parole.
Non sono (al parer mio) di scusa indegna.
Perchè a me pare un’ impossibil cosa.
Parlar di questo, quanto si conviene,
E non dir poche, nè soverchie lodi;
Benché nessuna laude esser soverchia
Puote a si degno, e glorioso fatto.
Pur molte volte un valoroso spirto
Si sdegna, s’ ei si loda oltra misura.
Si che per non mi porre in tal periglio,
Lascerò di lodarvi; e perchè ancora
Scema ogni laude in bocca d’una donna.
E solo io vi dirò, che tanta grazia
Non è mai per uscirmi della mente.
Mentre che di me stessa mi ricordi.
Ma, perchè m* ha l’estrema mia fortuna
Tolto ogni cosa, salvo che la vita
(La qual però da voi sola conosco,
E pronta son per voi spenderla ancora) ;
I* pregherò quel Dio, che su dal cielo
Risguarda, e cura l’opere mortali ;
Che ’n vece mia, per questa sì bell’opra.
Vi renda degno ed onorato merto.
MAS. Altro merto non vo’, però che ’l bene
Solo si deve far, perch’egli è bene;
Il ’l fin di tutte l’opre umane,
quale è
sor. premio è pur quel, che la gente invita
Il
Spesse fiate a l’onorate imprese.
SOFOKISBÀ 29
MAS. a cui non è ancor nota.
Sì, quella gente,
Quanta dolcezza del ben far si prende.
BOP. Sia pur, come si voglia, cb’ io ne priego
Iddìo, che renda a voi merto di questo.
Per onorar così pietoso aiuto.
MAS. Assai merto m’ha reso, ch’ei m’ha fatto
Grazia di dire, e poter forse fare
Cosa, che tanto a voi diletta, e piace.
sop. Or così sia, signor; ditemi poi
Che debbia far, che dal consiglio vostro
' I’ non intendo punto dilungarmi.
MAS. Parrebbe a me (s’a voi questo non spiace)
D’andare in casa, u’ penserem del modo
Da mantenervi la promessa fede.
SOP. Sì, caro signor mio, non mi mancate.
MAS. Di poca fedel adunque dubitate?
SOP. Io non dubito già, ma ’l gran desio
Mi sprona sì, che fa parer, ch’io tema.
MAS. Non dubitate, ch’egli è mio costume
D’attender sempre mai quel ch’io prometto.
Ed ho in odio colui che dentr’al cuore
Tien una cosa, e ne la lingua un’altra.
BOP. Andiamo adunque, e se alle buone imprese
Non è sempre contraria la fortuna,
Dobbiam sperar, che ci sarà seconda.
GOB. Almo celeste raggio.
De la cui santa luce
S’adoma il cielo, e si ristora il mondo ;
Il cui certo viaggio
Si belle cose adduce.
Che ’l viver di qua giù si fa giocondo ;
Perchè, sendo ritondo.
Infinito, ed eterno,
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so SOFONISBA
Il dopo la sera,
di
E dopo primavera.
Mena la state, e poi l’autunno, e ’l verno;
Onde la terra, e ’l mare
S’empie di cose preziose e rare.
Menaci un giorno fuore.
Che non sia tanto carco.
Come son questi di soverchi affanni.
Tu sai con qual dolore
D’un mal ne l’altro varco,
E già comincio a trapassarvi gli anni.
Ben come i primi danni
Si pose a far Slface
ÀI buon flgliuol di Gala,
Dissi, quest’opra mala
Ci sturberà la nostra antica pace.
Ahi troppo il divinai.
Che pace ferma poi non ci fu mai.
Lassai da indi in qua, quante rapine,
Quant’ire, quanti torti,
Quante ferite, e morti
Sison vedute in quest’ almo paese I
I più leggiadri giovani, e i più forti
Quasi son giunti al fine;
Da queste aspre ruine
Tutte Siam state lungamente offese:
Chi per soverchie spese
Ha visto il caro albergo impoverito ;
Chi ne le rotte squadre,
Lassa, v’ha perso il padre.
Chi ’l figlio, chi ’l fratello, e chi ’l marito;
Chi s’ ha visto di braccio
Tor la figliuola, e farne le sue voglie;
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SOrONISBA 81
Chi parve al sol di ghiaccio.
Vedendo ir carco altrui de le sue spoglie.
Se con ragion mi doglio,
Dical Muluca, e Tusca,
Che vider l’ acque lor di sangue tinte.
Non è deserto scoglio.
Né valle, o selva offusca.
Che non sian state a lacrimar sospinte;
Per vedersi dipinte
Di sangue i rami e ’l dorso;
E per udir sospiri,
E lacrime, e martiri.
Di chi fornia della sua vita il corso.
Lasciando i corpi loro
Preda di cane, e pasto d’avoltoro.
Ed or quando credea
Dever fornirsi i mali.
Veggio rinovellar le nostre piaghe.
Ahimè più non dovea
Con colpi si mortali
Ferirci il ciel, com’or par che c’ impiaghe.
0 nostre menti vaghe
D’ esser al fin felici.
Qual vi s’aggiunge peso?
Il re nel campo è preso,
E la cittate é piena di nimici:
Nuli’ altro più ci resta
Cosa crudele a sopportar, che questa.
Ben fra tante ruine una speranza
Ancor ne mostra il volto;
Che ’l nuovo re par volto
Al bene, ed a r aver d’ altrui pietate.
Con che parole ha la regina accolto I
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32 SOFONISBA
Con che dolce sembianza!
Che sè medesma avanza
Di grazia, gentilezza, e di bontate.
0 cara libertate.
Quinci prender tu puoi qualcuna speme.
Che se in buon stato sia
L’alta regina mia.
Forse rimoverà quel che or ci preme.
E perchè ha sempre avuto
Tanta cura di noi, qual di sé stessa.
Spero di fermo aiuto.
Se servata le fla l’alta promessa.
LBL. Ad ogni passo mi rivolgo intorno.
Mirando la grandezza, e la possanza
De la nimica terra, ove son ora;
E quasi, a dir il ver, meco mi pento.
Pensando al periglioso mio viaggio,
D’ esser con cosi pochi entro ridotto.
Onde s’io veggio alcuna gente armata.
Mi sto sospeso molto, perchè sempre
L’arme son da temer ne’ suoi nimici.
Oltre di ciò mi reca ancor paura.
Ch’io non riveggio alcun di tanta gente.
Che ne la terra entrò con Massinissa;
Però vo’ domandarne a queste donne.
Che di lor mi diran qualche novella.
Donne, chi siete voi, che ragionando
Vi state insieme sconsolate in vista?
COR. Cittadine siam noi di questa terra.
Che presa avete, nominata Cirta;
La cui novella, e subita presura
Ci fa cosi restar quasi confuse.
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S0P0NI8BA 83
LEii. Voi dovete sapere, ove si trove
Il nuovo re, ch’entrò con la sua gente
Poc’ ora fa qui nella terra vostra ;
Però vi piaccia d’ insegnarlo a noi.
COR. Dentr’ al-palazzo andò, non è gran tempo.
Con molta gente il re, che voi chiedete;
Ivi lo troverete, ivi dimora.
Ma nonsia grave ancor a voi di farci
Parimente sapere il vostro nome.
LEL. Lelio mi chiamo, la mia patria è Roma,
E dopo Scipion, eh’ é capitano.
Tengo nel campo il più sublime onore,
COR. Or mi ricordo, e so chi voi vi siete ;
Però che ’l glorioso nome vostro
È noto ornai dal Nilo alle Colonne.
Sì ch’io m’inchino a voi, facendo scusa,
S’io non v’avessi fatto quell’onore,
Ch’a la vostra grandezza si conviene:
Fu, ch’io non conoscea l’alta presenza.
LEL. Non accade scusar, che non v’é fallo.
Anzi gran gentilezza ho scorta in voi.
COR. Ecco un de’ vostri, ch’esce fuor di casa,
Ei dee sapeo* quel che là dentro fanno.
ME8.A tempo veggio Lelio, a cui n’ andava.
Signor, io v’ho da dire alcune cose.
LEL. Tu vuoi forse narrarmi la gran preda.
Che ritrovata avete entro al palazzo.
MES. Anzi non ho veduto alcuna cosa,
Ché non s’ha avuto ancor cura di questo.
LEL. Che face adunque dentro Massinissa,
Se non raguna ogni regai tesoro?
MBS. Eglisi sta con la novella sposa
Gioioso, e lieto fra piaceri e canti.
8
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84 SOPONISBA
liEii. Che nuova sposa
é questa, che tu parli?
MES. Di Massinissa, di chi voi chiedete.
LEL. Come di Massinissa, e chi è costei?
MES. Sofonisba, d’Asdrubale figliuola.
liEL. Sofonisba, la moglie di Siface?
MES. Quella istessa dich’ che fu regina.
io,
LEL. Questi ha tolta per moglie Sofonisba?
MES. Questi l’ha tolta, i’ non ragiono indarno.
LEL. 0 nuovo caso, o smisurato ardirei
MES. La cosa sta così, com’io vi conto.
[Link] dov’era costei, dove la vide?
MES, Ne la piazza, ch’é qui nanzi al palazzo.
LEL. E che le disse nel primiero incontro?
MES. La donna a lui parlò primieramente.
LEL. Ella gli parlò pria d’essergli moglie?
MES. No, ma chiese umilemente uu dono.
LEL. Forse la libertà, eh’ ognun desia?
MES. Sì, di non gire in forza de’ Romàni.
LEL. Ed egli le promesse arditamente?
MES. Anzi pur contradisse a questa parte.
LEL. Che fece poi, quando le fu negato?
MES. Nel ripregò con più soavi prieghi.
LEL. Ed e’ che .disse la seconda volta?
MES. Tutto quel che chiedea, tutto promesse.
LEL. 0 pensier vani 1 or come potea farlo ?
MES. Non saprei dir, che si sperasse allora.
LEL. Che ’l potè indurre a far questa promessa?
MES. Amore, e le dolcissime parole.
LEL. Com’ ebbe forza amor così fra l’arme?
MES. Non è pensier che ’l suo potere intenda.
LEL. Ma fatto questo, che seguì dappoi?
MES. Tutti n’andammo a compagnarli in casa.
LEL. Ed ivi la sposò secretamente?
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SOPONISBA 85
MES. Anzi pur in presenza di ciascuno.
LBii. Narrami un poco il matrimonio tutto.
MES. Dirollo, e sol per questo a voi venia.
Poi che noi fummo andati entr’ al palazzo.
La regina dal re prese licenza,
E se n’ andò disopra a riposarsi.
Allora il re stette sospeso alquanto.
Credo pensando a l’alta sua promessa ;
Dappoi chiamato un de’ più cari amici,
Mandòl disopra a dire a Sofonisba,
Che per cavarla fuor d’ogni sospetto,
Avea pensato prenderla per moglie,
E far le nozze in quel medesmo giorno,
Quando tal cosa a lei non fosse noia.
A cui la donna diè questa risposta:
Che Tesser moglie di sì gran signore,
Al qual fu primamente destinata,
Non le potea recar, se non diletto.
Ma che sanale infamia, abbandonare
Si tosto il preso suo primo consorte,
E gir volando a le seconde nozze;
Massimamente avendo un flgliolino
Di lui, che non arriva al second’ anno.
Però ne lo pregava, che volesse
Interponer più tempo a questa cosa.
Com’ ebbe intesa tal dimanda onesta,
A lei risponder fe’, che gli parea.
Che non dovesse aver tanti rispetti;
Però ch’appresso ognun saria scusata
Per la necessità della fortuna.
E poi con più ragione esser dovea
Moglie di quello, a cui la diè suo padre.
Che di Siface, a cui la diè il Senato.
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86 SOTOOTSBA
Oltre dì ciò, pensando, e ripensando,
Non trovava altra via da liberarla.
Come promesso avoa però prendesse;
0 questa, o Tesser serva de’ Romani.
Allor la donna sospirando disse :
r non risponderò più lungamente ;
Che si fatta dimanda è da seguire
Con l’opra ferma, e non con le parole.
Però gli potrai dir, come son pronta
Di far ciò, che comanda il mio signore.
Riferita che fu questa risposta.
Subito ilre n’ andò sopra la sala,
E poco stando venne la regina.
Con gli occhi ancor di lacrime coperti,
Ch’ a mal grado di lei si dimostrare.
-
Allor molti susurri infra le genti
Nacquer di queste repentine nozze ;
B secondo la mente di ciascuno.
Chi le lodava, e chi lor dava biasmo.
Talché un trombetta poi con gran fatica
Fece silenzio, e gridò ben tre volte.
Udite, udite, pria che si tacesse.
Ma racchetato il vulgo, un sacerdote
Si fece avanti, e disse este parole:
0 sommo Giove, e tu del ciel regina.
Siate contenti di donar favore
A queste belle ed onorate nozze;
E concedete ad ambi lor, ch’insieme
Possan godersi in glorioso stato
Fin a l’ultimo di de la sua vita.
Lasciando al mondo generosa prole.
Dipoi, rivolto a la regina, disse :
Sofonisha regina, ovvi in piacere
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SOFONISBÀ
Di prender Massinissa per marito,
Massinissa, eh’ è qui re de’ Massuli?
Ed ella, già tutta veririglia in faccia.
Disse con bassa voce esser contenta.
Poi questi dimandò, se Massinissa
Era contento prender Hofonisba
Per legittima sposa. Eie’ rispose,
Ch’ era contento, con allegra fronte.
E fattosi a la donna più vicino.
Le pose in dito un prezioso anello.
Appresso il sacerdote, riparlando.
Disse a gli sposi, pria che ’l sol s’ asconda.
Fate divotamente onore a Dio.
Ben questo era però da farsi innanzi.
Che si desse principio a cosa alcuna.
Pur or per fretta si farà da poi,
E Sofonisba onorerà Giunone
Con propri doni, e Massinissa Giove,
Poi, come tacque il vecchio sacerdote,
S’ udì la sala rimbombar di suoni,
E di soavi canti, ond’ io partimmi,
E venni fuori a voi, come vedeste.
Per raccontarvi ciò cho s’ era fatto,
LBL. L’intelletto, eh’ a l’uomo il ciel concesse,
Val più d’ ogni mondano altro tesoro ;
Ma la felicità spesso l’adombra.
Costui, che ci parca tanto prudente.
Or è caduto in periglioso errore.
Per la vittoriosa sua ventura.
Ben non é da tenere alcun per buono
Fin a l’estremo dì de la sua vita;
Che la prosperità maggior de’ merti
Suol esser causa a gli animi leggieri
88' SOFONISBA
Di pensare, e di far cose non buone.
MBS. Guardate Massinissa, che vien fuori.
LEL. r l’ho veduto, or te n’ andrai da parte
Nascosamente, perch’ io vo* mostrarmi
Di non saper di questo alcuna cosa.
MBS. Io farò sì, che non potrà vedermi.
MAS. Apparecchiate voi da gire al tempio,
Ch’ io vo’ far ciò che ha detto il sacerdote.
Come subitamente mi ritorni.
Or sono uscito per mandare al campo
Qualcun de’ miei. Va tu, fa diligenza
Di sapermi ridir ciò che si face.
LEL. Non bisogna mandare alcun per questo.
Perciò che or ora di costà ne vengo.
MAS. O Lelio, ancora non avea rivolti
Gli occhi verso di voi, ditemi adunque,
È giunto Scipion con la sua gente?
LEL. Poc’ ora fa, eh’ unò de’ suoi ne venne,
E disse, come egli è fuor de la porta,
Ch* è di riscontro; ond’io vo* gire a lui.
Ma qui dimoro perjmandargli pria
Siface, e gli altri ancor, che sono presi.
MAS. Sarà ben fatto; e non ci date indugio.
LEL. Cosi far voglio. Ecco che vien Catone,
Camerlingo del campo, ed halli seco.
meni
Dì, ch* egli aspetti alquanto, acciò ch* e*
Con questi insieme ancora Sofonisba.
MAS. Non accade mandarvi la regina.
LEL. Perchè non deve anch* ella andar con loro?
MAS. Perch* ella é donna e non è cosa onesta.
;
Che vada mescolata infra soldati.
LEL. Sarebbe vano aver questo rispetto.
Andando, come andrà, con suo marito.
SOFONI8BA 39
[Link] pur gli altri, che ’l mandar la donna.
Non è se non soverchio e 1’ uom eh’ è saggio.
;
Non deve operar mai cosa soverchia.
r^L. Sia che si voglia, i’ vo’ mandarla al tutto.
MAS. Lelio, non fare a me si fatta ingiuria;
Che infln a Dio non è l’ingiuria grata.
LEL. Che ingiuria vi face’ io, facendo quello.
Che si costuma far di gente presa?
MAS. Costei non si dee porre infra i prigioni
Per modo alcun, però eh’ ella è mia moglie.
LEL. Com 'esser può, ch’é moglie di Siface?
MAS. Voi dovete saper, come fu prima
Mia sposa, poi Siface me la tolse ;
Or col vostro favor l’aggio ritolta.
LEL. Non ho da ricercar che si sia fatto
Questi anni avanti; a me sol basta, ch’ella
È di presente moglie di Siface;
Ilqual esser intendo de i Romani
Col regno, con la donna, e coi tesori.
MAS. Non é più di Siface, anzi ella é mia ;
Ch’ io l’ho sposata, come ognuno ha visto.
LEL. Voi l’avete sposata? ed in che luogo?
MAS. Qui ne la casa, ond’or ne sono uscito.
LEL. Qui ne la casa de i nemici nostri?
Ah fatto avete un’ opera non degna.
MAS. Il fei con buona ed ottima speranza.
LEL. La speranza di quel, che non si deve,
£ spesso la mina de’ mortali.
MAS. Voglio più tosto che ’l ben far mi neccia.
Che avere utilità d’una mal’ opra.
LEL. So ben, che siete tal, che ornai v’ é noto.
Che non è ben alcun sopra la terra.
Che tanto util ci sia, quant’ é il sapere ;
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40 SOPOMISBA
E che non si dee aver alcun per saggio.
Se non é saggio ancora a sé medesmo.
Considerate adunque fra voi stesso
Quel ch’or avete fatto (depoiiendo
La passion però prima da canto,
Perch’ella inganna spesso la prudenza),
E vederete con che mal consiglio
Presa avete per moglie Sofonisha,
Che v’ è mortai nimica , e poscia è serva
Del popolo di Roma, il qual v’ ha dato
Il regno, e vi può dar cosa maggiore.
E questa voi sposaste in mezzo l’arme.
Senza aspettarci, e nel nimico albergo
Celebraste le nozze; ah non avete
Vergogna pur udendo raccontarlo?
Sì che lasciate lei eh’ è gran guadagno
,
L’abbandonare una cattiva impresa.
Questa sarebbe una facella ardente.
Che v’arderia la casa; questa ancora
Vi faria venir vecchio innanzi tempo;
E se pur vi fla noia abbandonarla.
Sopportatela alquanto, e muterassl;
Che ’n questa vita il dolce alcuna volta
Si face amaro, e poi ritorna dolce.
COR. Ahi come temo! che so ben, che spesso
Spesso sono impediti i bei pensieri.
MAS. Siccome non si dee senza gran causa
Reputar buono un che sia visse male;
Così non é da creder leggermente.
Che fatto sia cattivo un che fu buono.
Io, poi che son cattivo reputato
Per aver dato aiuto a la mia donna.
Di che me ne credea ricever laude
|
SOFOMISBA
Che ’l dare aiuto altrui, quando si puote.
Mi par che sia bellissima fatica;
Mi sforzerò con qualche più parole
Di dimostrar, eh’ io son ripreso a torto.
So, ch’egli a tutto il mondo è manifesto.
Come Asdrubale figlio di Gisgone
Mi diede già per moglie Sofonisba
Sua figlia; e fatto genero di lui,
Menommi seco a difensar la Spagna.
Allor Siface, a cui piaceva molto
Quesfta mia donna, e disiava averla,
SI fe’ nimico de’ Cartaginesi ;
Né stette molto, che con voi fe lega.
Onde ’l Senato lor, che pur voleva
Averlo seco, e far con voi la guerra.
Senza saputa mia, nè di suo padre.
Gli concesse per moglie Spfonisba.
Ond’io da poi da giusta ira commosso
Gli feci guerra; e per aver costei
Lasciaivi ’l regno, e quasi ancor la vita.
Or r ho riavuta, ben con vostro aiuto ;
E di ciò ve ne son molto obbligato,
E sarò sempre mai, mentre eh’ io viva;
Perchè la grazia partorir dee grazia;
E chi non si ricorda il beneficio,
È ben di spirto, e di natura vile.
Che mal dunque face’ io, s’ìo m’ho ritolta
Quella, che mi cercai sempre ritorre?
E 8’ io non ho nel prenderla servato
Il modo, e’ 1 tempo, che dovea servarsi.
Questo fu forse error, ma non già colpa.
Voi dite ancor, eh’ eli’ era mia nimica.
Il che niegh’ io, perciò che mai non ebbi
^ '
SOFONISBA
Gara alcuna con lei, ma con Siface.
Oltre di ciò, non vo* commemorarvi
Qual sia stato con voi, quanta v’ho fatta
Nel campo utilità con la mia g*ente;
Ma dico ben, eh* essendo vostro amico.
Sì compio son, che non è ben negarmi
La moglie, avendo a me donato un regno;
Chè chi concede un beneficio grande,
E poi niega un minore, ei non s’ accorge.
Che la primiera grazia offende e guasta ;
Sì che non m’esortate or di lasciarla.
Anzi datemi aiuto, ond’io la tenga,
COB. Abbi pietà, signor, del giusto amore
Di questo re, non lo voler privare
D’una sì cara, e valorosa donna.
LEL. Quand’un s’accorge del commesso errore,
E seco:stesso del fallir si pente.
Questi nierta perdono, e di costui
Si può sperar, che si ritorni al bene
;
Ma quel, che l’error suo scusa e difende,
É da pensar, che mai non si corregga.
Non voglio replicar con voi parole;
Che non é saggio il medico, che vede.
Che ’l mal vuol ferro, ed egli adopra incanti.
Ite, militi miei, dentro al palazzo.
Menate presa la regina fuore.
MAS. Nessun di voi, che qui d’intorno ascolta.
Presuma porre il piè dentro la porta;
Che la faria del suo sangue' vermiglia,
liEL. 0 che arroganza adunque voi credete
1
Far resistenza al campo de’ Romani ?
MAS. Non posso sopportar, che mi sia tolta
Costei, che m’ è, più che la vita, cara.
SOFONISBA
CAT. Guardate a dietro ben tutti e’ prigioni.
Ch’io vedo apparecchiarsi una contesa,
Da cui nascer poria molta mina ;
Però voglio cercar di rassettarla.
Catone, avete visto l’arroganza
Di Massinissa, e ciò, che ci minaccia?
CAT. Ho vista tutta la contesa vostra.
MAS. Piacemi, ch’ogni cosa abbiate visto.
Per saper ben da chi procede il torto.
CAT. Saria ben fatto di troncar la via
A questa vostra impetuosa lite,
E non giunger più legne a tanto fuoco.
Perchè la nimicizia de gli amici
É grave, e quasi mai non si racconcia.
Se la si lascia andar troppo di lungo.
Io dirò ’l vero a voi, sia che si voglia.
Che sempre si dee fare onore al vero.
Voi mi parete fuor di voi medesmi ;
E parmi, che cerchiate dar dolore
A i vostri amici, ed a i nimici riso.
Ove lasciate trasportarvi a l’ira?
Non vedete la terra, in che voi siete?
E fra che gente? A voi mi volgo prima,
Lelio,che avete qui maggior possanza,
E quel, che ha più poter, deve aver cura.
Che chi può manco non riceva oltraggio.
Non vogliate esser tanto pertinace
Di menare al presente Sofonisba;
Ma lasciatela qui; di lei furassi
Ciò che sarà il voler del capitano.
Voi poscia, Massinissa, che pensate?
Forse voler combatter co i Romani
Per questa donna? ah! non vogliate dare
44 SOFOMISBA
Sì duro premio al ricevuto impero;
Che quel, che sa remunerare altrui
Del ben, che ha avuto, veramente è degno
D’ esser amato sopra ogn’ altra cosa.
Non v’accorgete ancor, che simil guerra
Saria vostra ruina manifesta?
Ponete adunque giù, ponete l’ ire ;
E sarete contenti stare a quello.
Che dirà Scipion di questa cosa.
LEL. Caton, ciò, che voi dite, è si ben detto.
Che sarebbe vergogna a contradirli;
Ma questo nuovo re troppo é superbo,
E troppo vuole ogni cosa, che vuole;
Nondimeno io farò quel che vi piace.
MAS. Sarei ben vile, e veramente nulla,
mi lasciassi torre anche la moglie.
S’io
Pur mi contento di restare a quello.
Che dirà Scipion di questa cosa.
CAT. Non più contesa no, cessate ornai,
Chè (come vedo) voi siete d’accordo
Di stare a quel che dica Scipione.
Adunque i’ menerò la gente presa
A da poi voi ne verrete insieme.
lui,
Ben prima ch’io parta.
vi vorrei veder,
Toccar la mano, e far tra voi la pace.
ML. r son contento, e d’abbracciarlo ancora.
Perché con lui non tengo alcuna offesa.
MAS. Ed io similemente; ecco l’abbraccio.
CAT. Ben fate cosa d’animi gentili.
Come voi siete, ch’egli é somma laude
Por l’ofifese in oblio, non che placarsi.
Or io ne vado al campo, e vi ricordo
Di venirne più tosto, che potete.
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80P0NISBA 45
LEL. Subito ne verrò, ch’abbia vedute
Le stalle, e che cavalli entro vi sono.
CORO. Lassa, ben mi credeva esser venuto
11 fin de l’angoscioso mio dolore.
Che mi fa stare in lacrime, e sospiri;
Or, poi ch’io veggio che ’l novello aiuto
Si va fiaccando, in me nasce un timore.
Che mena dentr’ al cuor nuovi martiri :
Nè so dov’ io mi giri
La speme più, che ornai troppo m’inganna.
Ma se ’l ciel mi condanna.
So, ch’egli è vano ogni mortai consiglio;
Onde in si gran periglio
Sommergerem, se Dio non ci difende;
Ch’ogni ben di qua giù da lui dipende.
Dunque, signor, se non ti par molesto
Ilpregar, che li miei prieghi mortali
Possan venire a l’alta tua presenza.
Io te ne priego ; e ’l cuor, quantunque mesto.
Si sforzerà di far che non sien tali.
Che si disdica lor la tua clemenza.
So che conosci, senza
Che noi parliam, quel che ciascun disia:
Pur per l’antica via.
Ove n’andaro i buoni ingegni, e ’l volgo.
Con loro anch’io mi volgo;
E priegoti, signor, ch’abbi piotate
Di questa nostra giovanile etate.
Difendi, signor mio, con la tua mano
Questa nostra onestà, che abbiam difesa
Da mille insidie de l’umana vita.
Or veggio intorno lei di mano in mano
Apparecchiarsi una sì dura impresa.
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46 SOFONISBA
Centra cui sarà nulla ogni altra aita.
Se tua pietà infinita
Non la soccorre. Ornai, signor verace,
Concedi la tua pace
A questa nostra infortunata gente;
E poni entr’ a la niente
Di Scipion, che salvi la regina;
Tal che da noi s’allunghi ogni ruina.
In ogni parte, ov’io rivolgo gli occhi.
Veggio annitrir cavalli, e muover arme;
Onde mi sento il cuor farsi di ghiaccio;
E temo sì, che T campo non trabocchi
Ne la cittade, e centra noi non s’arme.
Che quasi di paura mi disfaccio.
Misera me, che faccio?
Che faccio qui? meglio è pur, ch’io ne vada
Per la più corta strada
Ad udir la sentenza de’ Romani ;
Perché se fien sì umani.
Che Sofonisba resti a Massinissa,
Forse quindi ara fine ogni altra rissa.
SCiP. Ecco i prigioni, e quel, che ’n più onorato
Luogo vien prima, è il misero Siface,
Di cui molta pietà mi giunge al cuore;
E, rimirando luì, penso a me stesso;
Che tutti, che vivem sopra la terra.
Non siamo altro però, che polve, ed ombra.
Oh come ’l vidi in gloriosa altezza.
I
Quando Asdr ubale ed io ne le sue case
Ci ritrovammo in un medesmo giorno !
Ben quanto è più il favor de la fortuna,
Tant’è più da temer, che non si volga;
Ché non fu alcun già mai si caro a Dio,
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S0P0NI8BA 47
Che vivesse sicuro un giorno solo.
CAT. 0 Scipion, quest’ é la gente presa;
Ordinate di lei ciò, che vi piace.
8CIP. Pongansi tutti gli altri in quelle tende,
Intorno de le quai si faccia guardia;
E solo il re se ne rimanga meco.
CAT. Tant’ è la turba de la gente intorno
Corsa qui per veder questi prigioni.
Che afatica n’andran fino a le tende.
8CIP. Qual avversa fortuna v’ha condotto,
Siface, a far accordo co i nimici.
Senza guardare a sacramenti e leghe,
Ch’eran fatte con noi primieramente?
Ed oltre a ciò v’ ha fatto prender l’arme
Centra la nostra gente, che per voi
L’aveva mosse già centra Cartago?
8IF. La causa fu la bella Sofonisba,
De l’amor de la qual fui preso, ed arso.
Sendo costei de la sua patria amica,
Quanto alcun’ altra mai, ch’indi n’uscisse,
E di costumi, e di bellezze tali.
Che potean far di me ciò eh’ a lei piacque,
Sì seppe dir, ch’ella da voi mi smosse;
Ed a sua tutto mi volse.
la patria
Cosi da quella mia vita serena
M’ha posto in la miseria, che vedete.
Ne la quale ho però questo conforto.
Che ’l maggior mio nimico ora l’ ha presa
Per moglie, e so ch’ei non sarà più forte
Di quel, che mi foss’ io ; ma per retate,
E per l’acceso amor forse più lieve;
Onde ne seguirà la sua ruina.
Che ’n vero a me sarà dolce vendetta.
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48 SOFONISBÀ
Ma voi, non riguardando
al nostro errore.
Vi potete mostrar più saldo amico,
scip. Sempre del vostro error mi dolse, e duole.
Così per voi, come per mio rispetto;
Perché aver non sì può piaga maggiore.
Nè che ci annoie più d’un mal amico.
Ecco siete ridotto a caso tale.
Ch’io non vi posso dare alcun aiuto.
SIP. Non chiedo libertà, ch’esser non puote;
Né schifo ancor la morte; che qualunque
Si ritrova nel stato, in che son io.
Sa che ’l morir non gli è se non guadagno.
Ma ben vorrei, che ciò, che si destina.
S’eseguisca di me senza tormenti,
scip. Non dubitate no di simil cose.
Levateli dattorno le catene,
E menatelo al nostro alloggiamento;
Nè stia come prlgion,ma come amico.
SIP. Dio vi faccia felice in questa impresa.
Ed in ogni altra; poiché siete tale.
Che, non che i vostri amici, ma i nimici
Sono costretti di portarvi amore.
COR. Quanto, quanto dolor, quanta piotate
Ho del misero stato di costui.
sì gran signor, che fu sì ricco
Che fu
Di tesoro, e di gente; or in un giorno
Si trova esser prigion, mendico e servo 1
sciP. Catone, udiste il ragionar, che ha fatto
Siface, e come il dir di Sofonisba
Gli fu centra di noi due sproni ardenti?
Però fia buon veder, che non ci teglia
Quest’altro con le dolci sue lusinghe.
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SOFONISBA 49
CAT. Son stato ne la terra, ed ho parlato
Con Massinissa; egli nai par disposto
Di voler stare a la sentenza vostra.
SCI. Parviche sia disposto di lasciarla?
CAT. Credo che lo farà, ben con dolore.
SOI. Faccialo pur; che de le medicine,
• Che si sogliono apporre a le ferite.
Quella dà più dolor, eh’ è più salubre.
CAT. Ecco, che e’vien; parlatene con lui.
COR. Ahimè, signor, ahimè, che s’apparecchia
Contro il vostro desio macchina grande !
scip. Ben venga Massinissa, il cui valore
É degno veramente d’ogni laude,
r sento commendar per tante lingue
Quel che ne la battaglia avete fatto
Con la vostra persona, e col consiglio,
Ch’a voi son per averne obligo eterno.
Ed oltre a questo, la città di Roma
Vi renderà di ciò condegno merto;
Che quella terra mai senza mercede
Non
lasciò rimaner chi ben la serve.
COR. Questo parlar mi dà qualche speranza.
MAS. Io non voglio negar, che non mi piaccia
D’avervi satisfatto in quel ch’io feci;
Che veramente il fei con molta fede,
E senza altra speranza di guadagno;
Che ’l maggior premio, eh’ io mi possa avere,
È ben servir quest’ onorata gente.
scip. Andate un poco voi tutti da parte.
Ch’io vo’ restarmi sol con Massinissa.
COR. Io mi dilungo, e quivi in questo canto
Separata starò, per fin ch'io senta
Quel che si debba far di Sofonisba.
4
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50 SOFONISBA
scip. Signore, io penso, che null’altra cosa.
Che ’l conoscere in me
qualche virtute
V’inducesse da prima a pormi amore:
Il quale amor da poi vi ricondusse.
Che riponeste in Africa voi stesso,
E le vostre speranze in la mia fede.
Ma sappiate però, che nessun’altra
Di quelle alme virtù, per cui vi piacqui.
Tanto m’allegro aver, nè tanto onoro
Quanto la temperanza, e il contenermi
D’ogni libidinoso mio pensiero.
Questa vorrei, che parimente voi
Giungeste a l’altre gran virtù, che avete.
Crediate a me, eh’ a l’ età nostra sono
Le sparse voluttà che abhiam d’intorno.
Di più periglio che i nemici armati;
E chi con temperanza le raffrena
E doma, si può dir che acquista gloria
Molto maggior, che non s’acquista d’arme.
Quello, che senza me per voi s’ è fatto
Con valore e con senno, volentieri
L’ho detto, e volentier me lo ricordo;
Ilresto voglio poi che fra voi stesso
Più tosto il ripensiate che a narrarlo
:
Vi faccia divenir vermiglio in fronte.
Questo vi dico sol, che Sofonisba
É preda de’ Romani, e non potete
Aver di lei disposto alcuna cosa.
Però v’esorto subito mandarla;
Perchè convien, che la mandiamo a Roma.
E voi, s’avete a lei volta la mente.
Vincete il vostro cupido disio;
Ed abbiate rispetto a non guastare
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SOFONISBA 51
Molte virtù con questo vizio solo;
E non vogliate intenebrar la grazia
Di tanti vostri meriti con fallo
Più grave, che la causa del fallire.
MAS. Io dirò, Scipìon, qua che parola.
Acciò che voi, così senza sentii ne
Alcuna mia ragion, non mi damiate.
Non fu pensier lascivo, che m’indusse
A far quel, che fec’io, con Sofoiiisba;
Ma pietà forse, e’I non pensar d’errare.
So che sapete ben, che i»rimamente
11 padre di costei me la oromess •.
;
Ma Siface da poi, perchè l’amava,
Tant’ operò, che da i Cartaginesi
A me ne fu levata, e a lui concessa.
Ond’io sali’ per questo in tal disdegno.
Che sempre mai da poi gli ho fatto guerra;
E con voi mi congiunsi ultimamente;
Con cui sapete ben quel, ch’io son stato,
E come presi Annone, e romper feci
I cavai di Cartagine a la terre.
Che fe’Agatocle re di Siracusa.
E poscia, quando Asdrubalo rompeste.
Sapete, ch’io vi dissi e’ lor consigli;
E sol m’opposi al campo di Siface.
Ma che bisogna dir, che ’n mille luoghi
V’ ho dato utilità con la mia gente?
Donde presa m’avea tanta baldanza.
Che senz’ altra dimanda mi ritolsi
La moglie mia, ch’altri m’avea ruba' a,
A questo ancor m’indusse, che più volte
^l’avevate promesso di l’idaimi
Tutto quel che Siface m’occupava;
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SOPONISBA
Ma se la moglienon mi fia rendala.
Che più debbio sperar che mi si renda?
L’Europa già tutta si volse a l’arme,
E passò il mar con più di mille navi
Centra de l’Asia, e stette ben dieci anni
Intorno a Troia, e poi la prese, ed arse.
Per far aver la moglie a Menelao,
Che già se ne fuggio con Alessandro,
E stata era con lui vent’anni interi;
E voi non mi volete render questa.
Che ancor non é ’l terz’anno, che Siface
Me la tolse per forza, e per inganni.
Nè con tanta fatica s’ é ritolta?
Deh non negate a me si caro dono ;
E non vogliate poi, che la vostr’ira
Centra i Cartaginesi si distenda
Con tal furore infln centra le donne.
Ma i beneflcj miei possano tanto.
Che r error di costei si le perdoni.
Se mai fatto v’avesse alcuna offesa;
Che ben conviensi per amor d’un buono
Perdonare ad un reo; ma non si deve
Punire un buon per il peccare altrui.
BCii», Chi non sapesse, ove si fosse il torto.
Ed udisse il parlar, che avete fatto.
Non si poria pensar, ch’io non l’avessi.
Ma non é giusto quel che parla bene
In ogni cosa, ove la mente volge;
Ma quel, che mai dal ver non si diparte.
Se Sofonisba fosse vostra moglie,
Senz’ alcun dubbio vi la renderci;
Che voi sapete ben, che già vi diedi
Annon Cartaginese; onde per cambio
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,
SOPONISBA 53
Di lui, color vi resero la madre.
E come prima il regno de’Massuli
(Ch’io sapeva esser vostro) si fu preso.
Senza punto tardar vi lo rendei.
Ma se vi fu promessa Sofonisba
(Come voi dite) avanti che a Siface,
Questo non fa però che vi sia moglie.
Perché una sola e semplice promessa
Non face il matrimonio; voi già mai
Non giaceste con lei, né aveste prole.
Come d’Elena avea già Menelao.
Oltre di ciò, s’ eli’ era moglie vostra.
Che vi accadeva risposarla ancora?
E sì subitamente far le nozze
Ne la nimica terra, e’n mezzo l’arme?
Che vuol dir poi, che nel principio, quando
Tutte le cose vostre mi chiedeste.
Non diceste di lei parola alcuna?
Quinci si può veder, eh’ era d’ altrui,
Com’ era veramente di Siface ;
Il quale è stato con gli auspicj nostri
E vinto, e preso; onde la sua persona.
La moglie, e le cittati, le castella,
E finalmente ciò eh’ ei possedeva,
È preda sol del popolo romano.
Ed esso, e la regina (ancora eh’ ella
Non fosse da Cartagine, nè avesse
Il padre capitano de i nimici)
É di necessità mandare a Roma;
Ov’ ella arà da stare a la sentenzia
Del popolo romano, e del Senato;
Imperò che si dice avergli tolto.
Ed alienato un re, che gli era amico
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#
54 SOPONISBA
E poscia averlo indotto a prender Tarnle
Centra di lor pn'cipitosamente.
Si ch’io non posso di costei disporre.
Dunque senza tardar ne la mandate;
Né più cercate a cosi fatto modo
Aver per forza le romane spoglie.
Ma se di lor vorrete alcuna cosa,
Dimandatela pur, che scriveremo
A Roma, e pregheremo, che ’l Senato
Per le vostre virtù vi la conceda.
MAS. Poscia eh’ io ve lo esser la voglia vostra
D’ aver costei, pi.'i non farò contrasto;
Ma vo’, che ancoi di questa mia persona
Possiate sempre lar quel che v’aggrada.
Ben io vi priego assai, che non vi spiaccia,
S’io cerco aver rispetto a la mia fede.
La qual troppo o’)ligai senza pensarvi;
E promessi a costei di mai non darla
In potestà d’altrui, mentre che viva,
scip. Questa risposta é veramente degna
Di Massinissa; or fate dunque come
Vi pare il meglio, purché abhiam la donna.
MAS. Anderò dentro, e penserò d’ un modo.
Che servi il voler vostro, e la mia fede.
COR. Amor, che nei leggiadri alti pensieri.
Sovente alberghi, e reggi quella parte.
Da cui non ti diparte
Rugosa fronte, o pel canuto, e bianco;
Poi sì dolci lacci Lioi con sì bell’arte
Poni d’intorno a quei, che son più fieri.
Che porgon volentieri
A le feroci tue saette il fianco;
Ogni valore al tuo contrasto é manco,
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,
80P0NISBA 55
Né solamente a gliuomini mortali
Ti fai sentir, ma su nel ciel trapassi,
E l’arroganza abbassi
De’ maggior Dei con i dorati strali ;
E piante , ed animali
E ciò che vive, cede a la tua forza;
Che ne la resistenza si rinforza.
La tua più vaga, e più soave stanza
È ne’ begli occhi de le donne belle ;
Ivi le tue facelle
Accendi, e d’indi la tua fiamma è sorta.
E come i naviganti per le stelle.
Che son d’ intorno al polo, hanno baldanza,
Che là, ov’ é lor speranza.
Potranno andar con quella altera scorta;
Cosi la gente presa si conforta,
E spera ogni suo ben da que’ bei lumi.
Che l’enfiammaro ond’ or ne trae diletto.
;
Or lacrime, or sospetto.
Secondo il variar d’altrui costumi.
Ben par che consumi.
si
Se poi quel che la distrugge;
gli é tolto
Onde ’l mal segue, e ’l ben paventa e fugge.
Io, che mi truovo fuor de le tue mani.
Sento però nel cuor molto dolore.
Udendo tanti gemiti e sospiri.
Che affettuosamente manda fuore
L’ acceso re. Forse forse fur vani
1 prieghi suoi, nè sa dov’ or si giri.
Ahimè ! quanto dolor, quanti martiri
Ara la donna mia, se questo è vero.
So che più volte chiamerà la morte.
O dolorosa sorte
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56 SOFONISBA
Di chi possiede un mal fondato impero.
Ma tu, possente amor, che hai prese, ed arse
Quell’anime gentil, non le lasciare
Senza ’l tuo aiuto; deh non voler dare
A si largo desio l’ore sì scarse.
Fa poi che quel che avemo visto andarse
Con quella coppa, andando a la regina.
Non le rechi dolor, ma medicina.
FAM. Donne dolenti, e lacrimose in vista.
Non state più di fuore.
Ma venitene ornai ne la cittade;
Che la regina già s’ è rivestita
Tutta di bianchi panni,
E s’apparecchia di voler portare
Obblazioni al tempio, al qual desia
Che vogliate ir con lei.
COR. Adunque tu non sai la cosa trista,
Che ci conturba il cuore?
Né forse quella, a cui più ch’altra accade
Saperlo, ancor l’intende. O nostra vita
Piena sempre d’affanni !
I’vengo teco, i’ vengo per placare
Insieme anch’io con la signora mia
( Se non siam tarde ) i Dei.
FAM. Io sono stato lungamente intento
A tir la casa colta.
Come ordinato aveva la regina;
Però non aggio inteso alcuna cosa
Di quel che si sia fatto
Di fuori; adunque a voi che lo sapete
(Poi che dolor vi dà) non sarà grave
Di farlo manifesto.
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80F0NI8BA 5 /
con. Ohimè, signora, ohimè, come pavento.
Che tu non mi sia tolta,
E vadi serva in terra peregrina!
E se ben la sentenza m’ è nascosa.
Pur vedo un pessim’ atto ;
Che quel eh’ è già ne l’amorosa rete.
Non par che si rallegri, anzi l’aggrave
Dolore aspro e molesto.
PAM. Dunque le nuove nozze non aranno
Il disiato effetto?
Che cosa dite voi, che cosa dite?
La promessa regai dunque s’inferma?
Gran cosa è, eh’ una moglie
Sì bella così tosto s’ abbandoni.
Ara ben mille modi di salvarla.
Pur che salvar la voglia.
COR. Ove manca la forza, arroge il danno;
E colui eh’ è suggetto.
Mal piiò lo suo signor vìncere a lite.
Già non avrebbe il re la mente inferma
Com’ ha, s’ a le sue voglie
Non vedesse seguir fatti non buoni.
Costei non ha qui amico ognun che; ,
parla
Di lei, le annunzia doglia.
PAM. Ahi! chi non ha favor de la fortuna.
Non creda avere amici ;
Ch’ai fin s’awederà quanto s’inganna.
Adunque al vostro dir le nozze nostre
Saranno disturbate?
Anzi averanno un doloroso fine?
O dura sorte! Or io ne vado in casa,
A dir che siete giunte.
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58 SOFONISBA
coH. Non son certa però di cosa alcuna;
Ma siamo si infelici.
Ch’ogni segno men buono il cuor m’ affanna.
Questo veder che ’l re non si dimostra,
Ma stia ne le serrate
Tende, e ne mandi fuor voci meschine.
Mi fa con le speranze esser rimasa
Da me tutte disgiunte.
O misera regina!
Mentre che t’apparecchi a far onore
Al nuovo sposo, arai nuovo dolore.
Oh che dura ambasciata sarà quella.
Che ti dirà, eh’ al campo
• Vadi per esser serva de’ Romani!
Lassa! pensando di disdegno avvampo,
Ch’ una donna sì bella
Divenga preda m si feroci mani.
0 Dio, fa che sian vani
«
Questi nostri sospetti! Ahi! che vien fuore
Serva, che piange, e si distrugge il cuore.
SER. Ohimè meschina, o trista la mia vita!
COR. Che vuol dir questo tuo si duro pianto?
SER. Io piango ognor eh’ io penso a quel che vidi.
COR. Che cosa hai tu veduto? 0 com’ io temo!
SER. Tosto la vederete ancora voi.
COR. Dilla, non ci tener tanto sospese.
SER. In brieve perderemo la regina.
COR. Come la perderemo? u’ deve andare?
SER. Andrà, donde già mai non si ritorna.
COR. Non torna mai colui, ch’esce di vita.
ser. Così farà costei.
COR. Dunque ella muore?
SER. Credo che tosto abbia a morire.
SOPONISBA
COR. O danno!
Danno più grave assai» ch’io non pensava.
Dimmi, ti priego» dimmi questa cosa,
E non t’incresca di narrarla tutta.
SER. Come usci Massinissa, la regina
Fe’ nel palazzo suo tutti gli altari
Ornar di nuovo d’edere e di mirti;
Ed in quel mezzo le sue belle membra
Lavò d’acqua di fiume, e poi vestine
Di bianche, adorne, e preziose veste;
Talché a vederla ognuno aria ben detto.
Che ’l sol non vide mai cosa più bella.
E mentre rassettava in un canestro
Alcune obblazioni, che volea
Fare a Giunone, acciò ch’ella porgesse
Favore a queste sue novelle nozze.
Ecco un di Massinissa, il quale un vaso
D’argento aveva in man pien di veneno;
E conturbato alquanto ne la vista.
Disse queste parole a la regina:
Madonna, il mio signore a voi mi manda,
E dice che servato volentieri
V’ aria la prima sua promessa fede.
Si come dovea far marito a moglie;
Ma poi che questo da la forza altrui
Gli è tolto, ecco vi serva la seconda.
Che non andrete viva ne le forze
Romano; e però
D’ alcun vi ricorda
Di far cosa condegna al vostro sangue.
Udito questo, la regina porse
La mano, e prese arditamente il vaso,
E poscia disse: Al tuo signor dirai.
Che la sua nuova sposa volentieri
00 SOFONISBÀ
Accetta primo don, eh’ a lei ne manda,''
il
Poi che non le può dar cosa migliore.
"Ver’ éche più le aggradiria il morire.
Se nella morte non prendea marito.
Poi con la tazza in man sospesa alquanto
Non si vuol lasciare
Si stette, e disse:
Di far onore a Dio per caso alcuno.
E posta quella giù, prese il canestro
Con altre oblazioni, e se n’ andoe
Pur là, dov’ era volta, e inginocchiata
Disse divotamente este parole:
O regina del cielo, anzi eh’ io muoia,
(Il che sarà, prima che ’l sol si corchi)
10 son venuta a farvi questi doni,
E quest’ ultimi prieghi assai diversi
Da quei ch’io dovea far poco davanti.
Or io vi priego, se vi fu mai grata
Alcuna oblazion, ch’io v’abbia offerta,
E se mai cura d’Africa vi punse.
Che vi piaccia servar questo mio germe,
11 quale e senza padre, e senza madre
Riman, prima che giunga al second’ anno ;
E fatei uscir poi di servitude.
Non già come n’ esco io, ma più felice;
E gli anni, che son tolti a la mia vita.
Siano aggiunti a la sua; tal eh’ e’ s’ allievi
Colonna a l’infelice suo legnaggio.
Appresso poi vi prenda ancor pietade
Di queste fide mie care conserve.
Ch’io lascio in mezzo d’ affamati lupi ;
Difendete suo onore, e la sua vita.
il
Fornito questo, quindi si partio;
E visitati poi tutti gli altari,
Dir by vjOOgle
S0P0NI8BA 61
Ne la camera sua fece ritorno ;
Ove senza tardar prese il veneno,
E tutto lo beveo sicuramente,
In fin al fondo del lucente vaso.
Ma quel che più mi par meraviglioso,
È, ch’ella fece tutte queste cose
Senza gittarne lacrima, o sospiro,
E senza pur cangiarsi di colore.
Da poi si volse, e trasse d’uua cassa
Un bel drappo di seta, ed un di lino,
E disse: Donne, quando sarò morta.
Piacciavi rivoltare in questi panni
Ilcorpo mio, e darli sepoltura.
E postasi a seder sopra il suo letto.
Sospirò forte, e disse: 0 letto mio.
Ove deposi il fior de la mia vita.
Rimani in pace ; da quest’ ora innanzi
Dormirò ne la terra eterno sonno.
D’indi rivolta al figlio, che piangea.
Nel prese in braccio, e disse: 0 figliolino.
Tu non conosci in quanto mal tu resti ;
E nel conoscer poco é ben dolcezza.
Ma pure è grave mal senza dolore.
Dio ti faccia di me più fortunato,
E di tuo padre; a cui, se poi somigli
Nel resto, forse non sarai da poco.
E detto questo se lo strinse al petto,
E lo baciò teneramente in fronte.
E mentre ciò facea la bella faccia
Di rugiadose lacrime bagnava;
E ciascuna di noi piangea sì forte.
Che non potea formare una parola.
A le quali ella volta, ad una ad una
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,
G2 80F0NISBA
Toccò la mano, e disse: O donne mie.
Quest’ é l’ultimo dì, eh’ i’ abbia a vedervi;
Restate in pace; e chiedevi perdono.
Se mai fatto v’ avessi alcuna offesa.
Poi non fu ne la casa alcun sì vile.
Che non chiamasse, e che non li porgesse
La man prendendo l’ultima licenza.
Pensate adunque voi, se giustamente
In tal calamità mi struggo e piango.
COR. 0 speranza fallace, o mondo cieco,
Ahi come ogni pensier tosto rivolgi!
Ma tu perché non sei con la regina?
SER. La regina era andata dopo questo
Nel più secreto luogo de la casa,
Per fare un sacrificio, che facesse
Proserpina benigna a la sua morte.
Il qual fatto che sia, verrà di fuore.
Per veder anco voi nanzi ’l suo fine;
E qui mandommi a far che l’aspettassi.
COR. Troppo l’aspetterem ; ma dimmi appresso
Erminia che facea, che tanto l’ama?
SER. La misera noi seppe se non tardi.
Ch’era disopra ed ordinava in tanto
Degno convito a le future nozze.
Ma come intese questo, furibonda
Corse piangendo, e con le man si straccia
I capelli e le guance, ed urla, e grida
In modo che faria pianger i sassi.
COR. Quando arà mai riposo
Questa infelice casa,
Ch’ognor s’empie d’affanni?
Chi più le fia pietoso?
Qual altra 1’ è rlmasa
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SOFONISBA 63
Speranza in tanti danni?
Temp* é d’ oscuri panni
Vestirsi tutte quante,
Per far quel sonuno onore.
Che merita il valore,
E Topre sante
illustri e
Di questa donna eletta.
Sola fra noi perfetta.
SER. Gravi, gravi punture
Son queste, o donne mie.
Che abbiam da la fortuna.
Ohimè quante sciagure.
1
Quante pene aspre e rie
Sono congiunte in una!
O stelle, 0 sole, o luna,
O Dio, che le governi,
Ilcui valor può fare
Ogni cosa mutare.
Rivolta gli occhi eterni
A la nostra signora,
Ch’ é presso a Pultim* ora !
COR. 0 sventurato figlio di Gisgone,
Che farai, come senti
La morte de la cara tua figliuola?
Farmi che ne, T orecchie mi risuone
Il suon de’ tuoi lamenti ;
E che nessuna cosa or ti consola.
O madre, o madre, sola
Sopr’ ogni madre già beata, e lieta,
Come viver potrai fra dolor tanto?
Ben fieno i giorni tuoi, se pur tu vivi
D’ogni allegrezza privi:
Ben verserai da gli occhi eterno pianto.
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64 SOFONISBA
Quest’ é pur la regina. O quanta pietà
Si move entr’al mio cuore! O morte avara!
Ci spogli ben d’ un’ eccellenza rara.
soF. Cara luce del sole, or sta con Dio,
E tu, dolce mia terra.
Di cui voluto ho contentar la vista.
Alquanto anzi eh’ io mora.
BRM. Voglio venir, voglio venire anch’ io
A star con voi sotterra.
Non vo’ restare in questa vita trista
Senza lamia signora.
SOF. Oimé! non son più forte:
Già si comincia a vicinar la morte.
COR. Sostenetela bene: ahi poverina.
Ponetela a sedere.
Non la movete no, non la movete.
Ecco, che pur le passa questo affanno,
sor. Donne, io vi lascio, e in man d’altro signore.
Che con miglior fortuna
Forse governerà questi paesi.
Pur non vi spiaccia ricordarvi alcuna
Volta del nostro amore,
E di qualche sospiro esser cortesi.
E priego Iddio, che la mia morte poi
Rechi pace e quiete a tutte voi.
COR. Le grazie e le virtù, che ’l del v’ ha date.
Non son mai per uscirci de la mente.
Mentre che viverem sopra la terra.
Ond’ ornerem la vostra sepoltura
De le lacrime nostre, e de i capelli;
E poscia ogni anno la coroneremo
Di fiori, e vi faremo quell’onore,
Ch’ ad una Dea terrestre s’ appartenga.
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80P0NISBA
SOP. Le cortesi proferte, e ’l parlar pio
M’obblig'an sì, ch’io son quasi confusa.
Né per la brieve mia futura vita
Vi posso altro offerir; ma priegro Iddio,
Ch’una tanta pietà risguardi, ed ami.
Tu poscia, Erminia mia, prenderai cura
D’allevar come tuo questo fanciullo;
Il quale io spero, che celatamente
Saprai condurre in più sicura parte.
EKM. Adunque, lassa, voi pensate, eh’ io
Mi debba senza voi restate in vita?
Crudele, or non sapere il nostro amore,
E quante volte ancor m’avete detto.
Che se voi nel ciel fossi regina,
Lo starvi senza me vi saria noia?
Or vi pensate andare ad altra vita,
E me lasciare in un continuo pianto.
Non sarà questo no, non sarà questo.
Perciò che al tutto ne verrò con voi.
Ben dovevate ben chiamarmi allora,
Crudel, quando il venen vi fu recato;
E darmi la metà, che morte insieme
AUor saremo in un medesmo punto,
E gite in compagnia ne l’altra vita.
Ma poi, che questo a voi non piacque fare.
Troverò un’altra via da seguitarvi.
Perchè non voglio mai, che s’oda dire,
Erminia é viva senza Sofonisba.
BOP. Erminia, deh non dir queste parole;
E non voler, possendo avere un male.
Ch’io n’abbia dui; basta una morte sola.
S’io non ti dissi nulla, quando presi
Il tosco, non voler averlo a sdegno.
66 SOFOMISBA
Che ’l feci acciò che tu non m’impedissi;
Che ben sapea, che non arei potuto
Far nulla resistenza a i prieghi tuoi.
E chi ben nasce deve o l’onorata
Vita volere, o l’onorata morte ;
Ond’io caduta in cosi basso luogo.
Per non voler lasciar si bella fine.
Questa de l’opre mie sola t’ascosi.
Ma tu pur cerca mantenerti in vita;
Che tosto aremo un lungo lungo spazio
Di stare insieme, e sarà forse eterno.
In questo mezzo a l’unico mio figlio.
Vivendo tu, non mancherà la madre.
Ed esso alleverai di tal maniera.
Che fia forse ristoro a la sua gente.
Appresso poi tornando (come spero)
Dopo alcun giorno ne la terra nostra.
Ivi a i parenti miei tu narrerai
11 modo, e la cagion della mia morte.
Sì come per fuggir la servitute,
E per non far vergogna al nostro sangue,
Ne la mia gioventù presi ’l veneno.
E stando in casa, ancor darai soccorso
A la mia vecchia e sconsolata madre.
Che già ti elesse moglie a mio fratello ;
Ed ora le sarai figliuola e nuora.
Sì che, sorellamia , se tanto m’ ami.
Come so, che tu m’ami, abbi pazienzia;
E fa, ch’io possa andar con la speranza
De la tua vita, a quell’estremo passo.
Che mi farà la morte esser soave;
Perché, vivendo tu, non moro in tutto ;
Anzi vive di
*
me l’ ottima parte.
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SOFONISBA
[Link] temerò di dire innanzi a lei;
Sì mi confido de la sua viriate.
Ben vi concederà questa dimanda.
ERM. Tant’è Tamor, ch’io v’ho portato, e porto
Ch’ogni vostro voler vorrei far mio;
Ma non potrò portar tanto dolore,
sop. Sì ben, fa pur, che ti disponghi, e vogli.
Che farai ciò, che vuoi di te medesma.
BRM. Mi sforzerò di far ciò, che volete.
Per rimaner nutrice al vostro figlio.
Ed a la madre serva, non che nuora.
Poi se qualche parola avessi detta
Troppo arrogante , chiedevi perdono ;
Che per dolor non so quel che mi faccia.
E perch’io temo, ch’ei non mi dispoglie
Del viver, che da voi tanto m’é chiesto.
Meco sempre terrò la vostra imago.
Che fu mandata al re, quando vi tolse;
E con essa li miei ragionamenti
Facendo (benché ’l sia freddo conforto)
Pur prenderò nel mal qualche ristauro.
Appresso i’ spero ancor, che venirete
La notte in sogno spesso a consolarmi;
Ch’egli é piacere assai vedere in sogno
Cosa che s’ami, e che ci sia negata.
Così passerò il tempo, in fin che giunga
Quel disiato dì, che a voi mi meni.
In questo mezzo ivi m* aspetterete ;
Ed io curerò poi, quando eh’ io muoia,
Ch’un medesmo sepolcro ambe noi chiuda;
Acciò che stiano eternamente insieme
I corpi in terra, e 1* alme in paradiso.
68 80F0NI8BA
sop. Molto mi piace che tu sia disposta
Di compiacermi; or morirò contenta.
Ma
tu, sorella mia, primieramente
Prendi ’l mio flgliuolin da la mia mano.
ERM. 0 da che cara man, che caro donol
BOP. Ora in vece di me gli sarai madre.
ERM. Così farò, poiché di voi fla privo.
BOP. O figlio, figlio, quando più bisogno
Hai de la vita mia, da te mi parto.
ERM. Ohimè come farò fra tanta doglia?
BOP. Il tempo suol far lieve ogni dolore.
ERM. Deh lasciatemi ancor venir con voil
BOP. Basta ben, basta de la morte mia.
ERM. O fortuna crudel, di che mi spogli 1
BOP. 0 madre mia, quanto lontana siete 1
Almen potuto avessi una sol volta
Vedervi, ed abbracciar ne la mia morte!
ERM. Felice lei, felice, che non vede
Questo caso crudel, ch’assai men grave
Ci pare il mal, che solamente s’ode.
BOP. 0 caro padre, o dolci miei fratelli,
Quant* é, eh’ io non vi vidi, né più mai
V’ aggio a vedere ;
Iddio vi faccia lieti.
ERM. O
quanto, quanto ben perderann’oral
BOP. Erminia mia, tu sola a questo tempo
Mi sei padre, fratei, sorella e madre.
ERM. Lassa, valessi pur per un di loro!
BOP. Or sento ben, che la virtù si manca
A poco a poco, e tutta via cammino.
ERM. Quant’ amaro è per me queéto viaggio!
BOP. Che veggio qui? che nuova gente é questa?
ERM. Ohimè infelice; che vedete voi?
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SOFONISBA 69
BOF. Non vedete voi questo, che mi tira?
Che fai? dove mi meni? io so ben dove;
Lasciami pur, eh’ io me ne vengo te co.
BRM. 0 che pietate, o che dolore estremo!
SOF. A che piangete? non sapete ancora.
Che ciò, che nasce, a morte si destina?
COR. Ahimè, che questo é pur troppo per tempo ;
Ch’ ancor non siete nel vigesim’ anno.
soF. bene esser non può troppo per tempo.
Il
ERM. Che duro bene è quel, che ci distrugge!
SOF. Accostatevi a me, voglio appoggiarmi,
Ch’ io mi sento mancare, e già la notte
Tenebrosa ne vien ne gli occhi miei.
ERM Appoggiatevi pur sopra ’l mio petto.
SOF. 0 figlio mio, tu non arai più madre;
Ella già se ne va; statti con Dio.
ERM. Ohimè, che cosa dolorosa ascolto!
Non ci lasciate ancor, non ci lasciate.
BOP. r non posso far altro, e son in via!
ERM. Alzate il viso a questo, che vi bacia.
COR. Riguardatelo un poco.
SOF, Ahimè, non posso!
COR. Dio vi raccolga in pace.
sor. Io vado; addio!
ERM. Ohimè, ch’io son distrutta!
COR. Eli’ è passata con soave morte.
Sarebbe forse ben di ricoprirla.
ERM. Deh lasciatela alquanto. O donna cara.
Luce de gli occhi miei, dolce mia vita.
Tosto m’avete, tosto abbandonata.
0 dolci lumi, 0 delicate mani.
Come vi vedo stare! 0 felice alma.
Udite un poco, udite la mia voce;
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70 SOFONISBA
La vostra cara Erminia vi dimanda.
COR. Lassa, che più non vede, e più non ode;
Coprila pur, e riporti amia dentro.
ERM. Ohimè! I
COR. Non la movete giù di questa sedia,
Ov’è, ma via portatela con essa.
ERM. Ohimei!
Ohimei !
COR. Tenetela da i lati. Or eh’ ella è dentro
Da r atrio, riponetela nel mezzo ;
E racconcisi poi, come ha da stare.
ERM. Ohinieil
Ohimei !
Ohimei !
COR. Ohimè signora, o sola mia speranza.
Che per voler fuggire
La servitù, ci avete morte tutte.
Nessun altro soccorso più n’avanza.
Megli’ è certo il morire,
Che’l viver troppo: a che slam’ or condutte?
Ohimè voi siete gita;
Ed io qui sono: o misera mia vita!
ERM. Ohimei!
Ohimei! perchè non moro.
Vedendovi in tal modo?
COR. Ben non è danno alcun, che sia maggiore
De la necessità de la fortuna;
Che ’l mal, quand' è senza speranza alcuna.
Ci reca intollerabile dolore.
ERM. O signora mia cara,
O signora mia dolce.
Come viverò mai senza vedervi?
COR. O sorte, sorte amara,
80F0NI8BA
Che mai non si rindolce;
0 fallaci diletti, o mal protervi.
Ben mi sperai d’ avervi
Regina in altra guisa.
Ma ben, ch’altrui
’l divisa,
È fragil come vetro ;
E ’l male è forte, e tosto ci vien dietro.
BRM. Ohimei, ben son venuta
Nel peggio stato, che mai fosse al mondo.
Corpo, a che non ti schianti?
A che non lasci st’ anima tenace?
A che in sospiri, e pianti
La carne, e ’l spirto ornai non si disface?
Si d’alto è la caduta.
Che la ruiua mia non trova il fondo.
OOB. Fon freno, Erminia, al grave tuo dolorò.
Che ti trasporta in troppo amaro pianto.
Già non sei tu la prima, nè sarai
L’ultima ancora, che la morte privi
Di regina sì cara, e di sorella.
Tu sai pur, eh’ a ciascun, che vive in terra,
È forza trapassar questo viaggio;
Però sopporta valorosamente
L’aspra necessità de la natura.
ERM. Ben conosch’io, che non si può far altro;
Ma son di carne; e s’io fossi anco pietra,
Penso, che sentirei questo dolore.
Priva priva son io d’ogni mio bene;
Onde vestirò sempre oscuri panni.
Né mai starò dove si suoni, o canti ;
Ma viverò tra lacrime e sospiri.
COR. Tacciam, donne, tacciam; però ch’io veggio
Massinissa venir verso ’l palazzo,
78 SOFONISBA
MAS. grave pianto, e ’l lamentar ch’udia.
Il
Mi fa molto temer, che yofonisba
Abbia preso il veneno; onde, ohimè lasso
Tardo giunto sarò nel suo soccorso.
COR. Non giova quasi mai lenta piotate.
MAS. Donne, che volean dir tanti lamenti?
COR. L’amore, e la pietà, signor, ci spinse
A lamentare, e pianger la regina.
MAS. Sarebbe uscita mai di questa vita?
COR. Adesso adesso ella se n’è passata.
MAS O misera Regina, o sventurato,
.
Anzi infelice matrimonio nostro!
Dunque il veneno?
ella prese subito
COR. Ella noi prese già subitamente,
Sì come intesi, ma non stette molto.
MAS. Il servo, che ’l portò, mi disse, come
L’aveva posto giuso; e se n’andava
A visitare in casa alcuni altari;
Ond’ io pensai, che prender noi dovesse.
COR. E’ fu ben vero ;
ma lo prese poi.
Come subitamente fe’ ritorno.
MAS. Troppo troppo fu presta, e io son stato
Fuori d’ogni dover tepido e lento.
Mentre cercava via da liberarla.
COR. Dunque le volevate dare aiuto?
MAS. Subitamente che appariva l’ombra,
ria volea mandar verso Cartago,
Per l’ oscuro silenzio de la notte;
Ed avvenisse poi quel, che poteri,
COR. Lassa, che quando il ciel destina un m«it>
Noi può schivar da poi consiglio umano.
MAS. Ove si giace l’infelice donna?
COR. In mezzo l’atrio sopra d’un tappeto.
80F0NISBA 73
MAS. Voglio vederla, prima che la terra
M’asconda eternamente il suo bel volto.
COK. Levate via quel panno, che la copre.
EBM. Ohimei!
mas. Cara consorte mia, come vi vedo!
Com’ho perso in un punto ogni diletto!
Ahi con quanto piacere era venuto
Quel matrimonio, eh’ io cercai tant’ anni I
Ed or, lasso, é disciolto in un momento
Senza recarmi refrigerio alcuno.
Che duro caso la seconda volta
L’ha disturbato! ohimè crudel fortuna!
Ohimè del dolor mio ministro fui;
Però me solo, e mia sciocchezza incolpo ;
Che mi sarà cagion d’eterno pianto.
COK. Spesso ci sta nascosto il ben che avemo;
Né si conosce mai, se non si perde.
MAS. Io voglio a lei toccare anco la mano.
BRM. Deh non fate, signor, s’avete cura.
Di non far noia l’anima disciolta.
MAS. Voi dite ben; perciò eh’ a lei molesta
Saria la man, che ne la morte sua
Ha parte, ed anco ne la mia mina.
Rimani in pace adunque, anima santa!
COK. Ogni cosa mortale il tempo abbassa,
E rilieva da poi, come a lui piace;
Ma la virtù, che avem, ci segue sola.
Sola vive con noi, nè mai si more ;
Onde spero ancor vita a questa donna.
MAS. Farete belle ed onorate esequie
A la diletta mia novella sposa.
Prima che’l sol s’asconda entro a l’Ibero;
E vestasi di nero ogni persona,
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74 soponisba
Che vestironne anch’io, perchè non sono
Per seppelir già mai cosa più cara.
Voi poscia, Erminia, in luogo di cognata
Sempre vi voglio aver tanto, eh’ io viva;
E se per voi, se per quest’ altre donne
Posso far cosa alcuna, richiedete.
Che mi sarà diletto il compiacervi;
Che l’amor, ch’ho portato a Sofonisba,
Mentre vivea, dopo la morte ancora
Vo’ che ne’ suoi più cari si trasfonda.
ERM. Signor, so che v’é noto il mio bisogno ;
E che sapete ancor ch’altro non bramo.
Che far ritorno ne la patria mia;
Però non porgerò più lunghi prieghi ;
Che chi vede ’l bisogno de l’ amico.
Ed aiutare il può, mai prieghi aspetta.
Costui, cred’io, tacitamente niega.
MAS. Mentre che la fredd’ ombra de la terra
Copra col manto l’ emisferio nostro.
Vi poterete uscir sicuramente
Di Cirta; e sono ancor molto contento.
Che menate con voi ciò, che vi piace ;
E darovvi cavalli, e compagnia.
Che guideranvi ne la terra vostra;
che, son certo, che sarà giocondo
Il
Udir ne 1* altra vita a Sofonisba,
ERM. Ed io v’arò di questo obbligo grande;
Che in cosi amara, e pessima fortuna
Ricever non potrei cosa più grata.
MAS. Andate dentro, ed abbiasi ogni cura
Di far r esequie sontuose e belle;
Che ben troverò modo al vostro andare.
Ma questo, donne, sia tra voi sepolto.
80F0NI8BA 75
Mandate ancor per tutta la cittade.
Che venga ad onorar la sua regina.
EBM. Parassi tutto quel che avete imposto.
COR. La fallace speranza de’ mortali,
A guisa d’onda in un superbo fiume.
Ora si vede, or par che si consume.
Spesse fiate, quando ha maggior forza,
E ch’ogni cosa par tranquilla, e lieta.
Il ciel ne manda giù qualche ruina.
E talor, quando il mar più si rinforza,
E men si spera, il suo furor s’acqueta,
E resta in tremolar l’onda marina;
Ché r avvenir ne la virtù divina
È posto, il cui non cognito costume
Fa ’l nostro antiveder privo di lume.
IL FINE DELLA SOFONISBA.
MODO
DI RECITARE LA PRESENTE TRAGEDIA
BIDOTTA
DA SCIPIONE MAFFEI.
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MODO
di recitare la presente Tragedia
ridotta
DA SCIPIONE MAFFEI.
Questa Tragedia può facilmente adattarsi all’uso,
presente della Scena nel modo che segue, secondo
il quale fu data in questa città (Verona) agl’istrioni
e da «ssi recitata con molto applauso.
PERSONAGGI.
SOPONISBA.
Erkikia, sua confidente.
Elisa, sua damigella.
Arbace, suo famigliare.
Scipione.
Lelio.
Catone.
Messo.
Massinissa.
SiPACB.
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80 80P0NI8BA
ATTO PRIMO.
Scena Prima.
80P0NISBA, ERMINIA.
Dopo il verso,
Perchè si sfoga ragionando il cuore,
segue,
Durò molti, e molVanni V aspra guerra.
Ch’ebbe la patria mia, l’alta Cartago
Con la superba, ed indomabil Roma;
Pur dopo il variar, ecc.
lasciando gli altri termina la Scena alle parole, la
:
disiata pace.
Scena Seconda.
elisa
Che farò io, Ano a quelle, par che sia.
Scena Terza.
AKBACE, ELISA, pw Bt>Pt>NtBBA.
ARB. Donna.
EL. Che voi, ecc., e segue sino a quelle
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SOPONISBA 81
cel di Giove, dicendo sempre Elisa ciò che diceva il
Coro, e avvertendo, che a quelle parole.
Eradicata fia non che depressa,
Arbace parte, e torna con quelle.
Fuggite o triste, o sconsolate donne,
facendo anche le veci del secondo Messo.
Scena Quarta.
SOFONISBA, ELISA, MASSINISSA.
Tutta come sta supplendo Elisa al Coro : si lascia
poi quanto diceil Coro da sé, dal verso.
Almo celeste raggio,
sino a quello,
Se servata le fla V alta promessa.
ATTO (DECOMBO.
Scena Prima.
LELIO, poi MESSO.
Dopo il verso.
Che ne la terra entrò con Massinissa,
esce il Messo con questi,
A tempo veggo Lelio,
82 80P0NI8BA
Qual dopo Scipion eh' è Capitano,
Tiene del nostro campo il primo onore.
Signor, i' v'ho da dire alcune cose.
E segue fino al verso.
Io farò d, che non potrà vedermi;
se non che dalle parole generosa prole, si può saltare
a quelle, Poi come tacque, se cosi a taluno paresse
bene.
éleena Seeonda.
MA8SINISSA, LELIO.
Va fino al verso,
Menate presa la regina fuore,
entrando allora in Scena Catone: si ommettono i
pochi versi del Coro.
Scena Terza.
CATONE e DETTI.
Come sta fino al Coro, che si tralascia.
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,
SOFONISBA 83
ATTO TERZO.
Scena Prima.
SCIPIONE, CATONE, SIPACE.
Come sta, dicendo Catone i primi versi del Coro,
e tralasciandosi gli ultimi due.
Scena Seconda.
Come sta, tralasciandosi i pochi versi frapposti
del Coro , e quelli , Anor che ne’ leggiadri ecc. fino
a quello. Non le rechi dolor, ecc.
Scena Terza.
ARBACE, ELISA.
EL. Donne dolenti, «cc. dopo di che in vece del Coro
dirà Arbace,
Adunque tu non sai l’alta sventura?
e risponderà Elisa,
Io sono stata lungamente intenta
A ciò, ch’avea ordinato la regina,
Però non aggio inteso alcuna cosa
Di quel che fuor s’ è fatto.
Non vi sia dunque grave
ffi fcario mii^feslo.
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84 SOFONISBA
Segue Arbace dicendo i versi del Coro, ed Elisa
quei del Famiglio. Si lasciano i due versi, 0 dura
sorte, ecc. e dopo, voci meschine, si segue,
0 misera regina,
Quanto dura ambasciata sarà quella.
Che ti dirà, ch'ai campo
Vada per esser serva de' Romani;
Lassa pensando; di disdegno avvampo.
Oh' una donna si bella
Rivenga preda in si feroci mani.
0 Dio, fa che sien vani
Questi nostri sospetti.
Scena Quarta.
ERMINIA e DETTI.
Come sta, se non che Erminia dice i versi della
Serva, ed Elisa quei del Coro. Il verso,
Erminia che facea, che tanto l'ama?
si muta
nel seguente.
Che facevi allor tu che tanto ^’ami?
risponde Erminia,
Misera i' corsi in vano,
E invan piangendo, e con le man stracciando
1 capelli, e le guance, urlai, gridai.
Gli ultimi versi della Serva son detti da Arbace,
che poi parte, ed 1 seguenti del Coro son detti da
Erminia.
Scena Quinta.
SOFONISBA, ERMINIA, ELISA.
Al Coro supplice Elisa : si lasciano i tre versi, Non
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SOPONISBA 85
tmerà Ai Aire, ecc. e finisce la scena a questo verso
d’Elisa,
Coprila pur, e si riporti Aentro.
Scena Sesta.
ERMINIA, ELISA.
EL. Oirnè Signora, ecc. si lasciano i versi, Oimè voi
siete gita, ecc. fino a quelli d’Erminia, Oimè ben son
venuta, a’ quali in vece del Coro, ripiglia Elisa, che
poi nel fine. Tacciamo ornai tacciam, ecc.
Scena Lltlma.
MASSINISSA e DETTE.
I versi del Coro son detti la prima, e seconda volta
da da Erminia, la quarta da Elisa, la
Elisa, la terza
quinta e sesta da Erminia, la settima da Elisa, la
ottava si tralascia , congiungendosi i tre versi di
Massinissa: la nona. Elisa in vece del verso. Levate
via, ecc. dice. Aprite pur, sì che si veggia ancora: la
decima e undecima parimente Elisa, e gli ultimi
versi del Coro son detti da Massinissa.
Si è qui partita in tre atti ,
perchè partendola in
cinque, dispiace a molti la brevità del primo, ed è
forza mutare alquanti versi : è però riuscita ugual-
mente bene, anzi meglio, anche divisa in cinque se-
condo l’antico, e classico uso. Bisogna allora termi-
nare il primo a que’ versi :
Non far, signor Ael ciel, non far servire
A gente iniqua una beltà si rara.
e cominciare l’atto secondo così.
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86 S0F0NI8BA
ARBACE, poi SOFONISBA COB ELISA,
ARB. 0 Citta sconsolata i or chi m'addita
Dove si trovi la regina, o dove
Cercarla possa? se non erro elVesce.
SOF, Bisogna pur cercar qualche più certa,
E distinta novella.
ARB. Ora pur troppo
V intenderete.
BL. Ecco tornato Arbace,
Egli ci saprà dir distinte e chiare
Quelle cose, che noi sappiam confuse.
La separazione poi del quarto dal quinto atto
ognun la vede da sé, come indicata dal Coro.
Per ultimo è da avvertire, che siccome si sono
troncati qui gli Oimè replicati , che secondo l’uso
Greco s’esprimevano verso la fine, così potrà dalla
prudenza de’ direttori mutarsi talvolta qualche pa-
rola, che in alcuni passi per avventura destasse riso
jTuor di tempo, o non sonasse bene in oggi alle più
pie , e dilicate orecchie diversissimo essendo ben
,
sovente l’effetto, che producon negli animi gli stessi
vocaboli in paesi vari e in età diverse. Nulla osterà
parimente; che non possano in recitandosi ridursi
all’odierna pronunzia quelle desinenze temperanzia,
prudemia, e altresì all’uso comune que’modi, le
perdoni, vi la renderei, vi lo rendei, o altri tali.
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87
INDICE
Prefazione. Pag. v
Sofonìsba » 3
Modo di recitare la presente Tragedia ri-
dotta da Scipione Maffei. ... « 77
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SIMILLIMI
COMMEDIA
GIOVAN GIORGIO TRISSINO
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Allo illustrUsimo e reverendissimo Signoro
il signor
CARDINAL FARNESE
GIOVAN GIORGIO TRISSINO
SI come la chiarezza del giorno suol ac-
’
crescere ornamento e vaghezza a tutte le
cose belle, che furono fra noi dalla natura
prodotte, cosi parimente lo splendore della
virtù suole accrescere grazia e maestà a tutte
le onorevoli operazioni dell’uomo. La quala
virtù, se cosi fosse dagli occhi dei mortali ve-
duta, com’è dagl’intelletti purgati solamento-
conosciuta, accenderebbe negli uomini un de-
siderio incredibile di seguirla sempre, e sem-
pre onorarla ed amarla; perciò che non ve-
drebbono essere in terra cosa alcuna, il cui
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4
acquisto sia nè più utile alla generazione
umana, nò più dilettevole, nè più glorioso di
questo. E però essendo la poesia una scorta
gentilissima da investigare questa virtù, ed
una maestra giocondissima da ritrovarla ed
insegnarla, ho tentato ancor io col mezzo suo
conoscerla, e se potrò, non voglio dire inse-
gnarla, che saria troppo ardire, ma a qual-
che persona studiosa e gentile accennarla:
conoscendo poi, che essa poesia non è altro
che uno imitare con parole dolcemente le-
gate in versi le azioni e’ costumi degli uo-
mini, i quali costumi comunemente si vedono
essere differenti tra sè in malizia ed in bontà ;
perciò che alcuni di essi sono viziosi e cat-
tivi, ed altri buoni e virtuosi. Laonde quei
divini ingegni, che primieramente costituiro-
no, e regolarono la poesia, si dierono parto
a laudare, imitando, ed ammirare lo coso
buone, o parte a dileggiare, imitando, e vi-
tuperare le cattive; e così da queste due
sorti d’ imitazioni nacquero quasi tutte lo
qualità dei poemi, che si sono come è
fatti,
r Eroico, la Tragedia, la Commedia, le Can-
zoni, e simili. E perchè la tragedia, imitando,
lauda, cd ammira gli atti virtuosi, e la coni-
jnedia, imitando, dileggia, c vitupera i vi-
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ziosi, avviene, che a questo modo e l’ima c
l’altra c’insegnano la virtù; la quale nel vero
non è altro che l’amare ed abbracciare il
bene ,
e ’l fuggire ed avere in odio il male.
Avendo adunque io in questa lingua italiana
composto e la tragedia, e lo eroico; l’uno
dei quali con la rappresentazione, c l’altro
con la enonziazione, imitando, trattano delle
azioni, e dei costumi degli uomini grandi ed
illustri, e fanno con la misericordia e con la
tema lo effetto della loro dottrina, mi è pa-
rato, oltra quelli, di abbracciare ancora que-
st’ altra parte di poesia, cioè la commedia,
la quale tratta delle azioni e costumi degli
uomini mediocri e bassi, e con parole ridi-
cole, e con burle fa lo effetto dell! suoi am-
maestramenti; e sì come nella tragedia, o
nello eroico, cercai di osservare le regole
scritte da Aristotele, e mostrate da Omero, e
da Sofocle, e dagli altri ottimi poeti, cosi
nella commedia ho voluto servare il modo
di Aristofane cioè della commedia antica.
,
Laonde, avendo tolta una festiva invenzione
da Plauto, vi ho mutati i nomi, ed aggiun-,
tevi persone, ed in qualche parte cambiato
l’ordine, ed appresso introdottovi il Coro; e
cosi, avendola al modo mio racconcia, voglio
6,
mandarla con questo abito nuovo in luce. Il
Coro veramente ve Tho aggiunto, perciò che
nell’antica commedia si usava d’ introdurve-
lo; il quale uso poi nella nuova commedia
fu lasciato forse per fuggire la spesa. Per-
ciocché i cori, i quali noi Intermedj nomi-
niamo, sono di spesa non picciola a chi gli
fa recitare; ma o per questa, o per altra ca-
gione che gli lasciassero, veggio che tal cosa
ad Orazio nostro non piacque, il quale nella
Poetica sua dice, Chorusque turpiter ohticuit,
che vuol dire, che fu brutta cosa, che ’l coro
tacesse, e non vi fosse; il cui giudicio ho
voluto ancor io in questa commedia seguire,
e ve l’ho, come dissi, aggiunto. Vi ho ancora,
secondo il costume degli antichi Greci, le-
vato il Prologo, ed ho fatto narrare lo ar-
gomento alle prime persone, che in essa par-
leranno, il che par che piacesse a Terenzio
nostro; quantunque per l’uso di quella età
vi ponesse alcuni prologhi superflui, e non
convenevoli alla favola, di che in qualche
loco se ne scusa.
Oltre di questo, considerando poi meco me-
desimo quanto V. S. R. ami la virtù; perciò
che molto più si diletta ornare l’animo suo
degli ornamenti di quella che il corpo di
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•7
ricchi e preziosissimi vestimenti, parendole
assai piu degni gli onori, che si danno alle
operazioni virtuose, che i titoli e le dignità,
che si conferiscono alle ricchezze (
come nel
santissimo Avolo vostro chiaramente si può
vedere, la cui amplissima virtù fece, che
concordemente da tutte le nazioni cristiane
fu eletto al sommo Pontificato, che è il mag-
gior grado, che si possa dare nel mondo; il
quale grado con quanta prudenza, e con
quanta dignità e maestà sia per Sua Beati-
tudine governato, penso esser noto ad ogni
uno, che viva sopra la terra )
e considerando
ancora che la poesia, come di sopra si è toc-
cato, con la suavità dei versi, e eon la va-
rietà delle favole piaeevolmente c’insegna essa
virtù; e sapendo appresso che questa festiva
azione delli due gemelli ci mostra quanto
si debbano teneramente ‘amare i fratelli; il
che facendo, al fine ce ne seguirà bene in-
sperato, cosa che mirabilmente per V. S. R.
si fa, la quale amando i fratelli suoi come
sè medesima, sempre cerca e procura il bene,
e la esaltazione loro; considerando io adun-
que meco stesso tutte le predette cose, ho
preso ardimento di dedicarle, e di donarle
questa mia piacevole fatica; sperando che
V
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8
non solamente per essei*le data da persona,
che sommamente l’onora, ed ama, ed osserva;
ma ancora per la festività di essa, e per la
novità deir ordine ,
e per la moralità delle
sentenze, ed ammaestramenti, che vi
sono, le debba essere gioconda
e grata.
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I SIMILLIMI
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10
PERSONE
CHE PARLANO NELLA FAVOLA.
SIMILLIMO SALVIDIO
CONSALVO suo famiglio
GARIFILO cuoco di ERICINA
FOLCHETTO famiglio di SIMILLIMO rubato
ERICINA cortigiana
CORO di marinari
SCOVOLETTO parasito
FROSINA fante di ERICINA
SIMILLIMO rubato
ALESA sua moglie
PACHINO famiglio di lei
PELORO padre di lei
DORIN famiglio di PELORO
SOSANDRO medico
FACCHINI
La scena si pone in Palenno città di Sicilia.
Similiimo Salvidio parla prima.
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,
VX/ vx/vx/vx/w/w/vx/vx/vx/vx/ V/VX^VWWVX/
I SIMILLIMI
di
Messer Giovan Giorgio Trissino.
SIMILLIMO SALVIDIO, CONSALVO famìglio,
GARIFILO, FOLCHETTO, ERICINA.
8IM. Il diletto maggior de i naviganti
Al mio parer, Consalvo, è di trovarsi
Vicini al porto, e risguardar la terra.
CON. Maggior diletto è ben senza menzogna,
Simillimo signor, vedere il fumo
Ch’esca dal tetto del nativo albergo,
E ritrovarsi dentr’ a la sua terra.
Ma noi si troviam or dentr’ a Palermo,
Né so pensar per qual cagione andiate
Continuamente trascorrendo il mare,
E dismontiate in questo porto e in quello,
E gite per le piazze, e per le strade,
E per le chiese, e non ci dite nulla ;
Poi ritornate mesto entr’ a la nave.
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12 I SIMIGLIMI
Come fa Tuom, che non sa che si faccia.
Deh! ditemi, signor, quel che vi muove
A far queste acerbissime fatiche.
siM. Vien pur con meco, e non mi dar più noia,
Ché l’uom, eh’ è servo, non dee mai cercare
D’intendere i secreti del patrone;
Si come ancor non li dee far palesi,
Quand’ ei gli sa, nè per disdegno, od ira.
CON. Signor mio caro, domando questo
i’ vi
Per vostro bene, non per farvi noia;
e
Perciò eh’ io v’amo assai, se ben non sono
Cinqu’ anni interi ancor, poi ch’io vi servo.
Onde m’incresce di veder pigliarvi
Tante fatiche indarno, e tanti affanni ;
Ma s’io saprò ciò, che v’affligge il cuore.
Potrò darvi rimedio; e non potendo.
Piangerò almen de le sciagure vostro.
SiM. Io ti conosco pien d’amore e fede
Più d’alcun altro de la mia famiglia;
Però voglio allargarmi a dirti il tutto,
E qual sia la cagion, che mi conduce
Con tanta affezion per questi mari.
Il padre mio, Ch’Emporio era nomato,
Figliuol di Filocriso da Trieste,
Com’ hai più volte udito ricordarlo.
Ebbe della sua moglie in un portato
Dui figli maschi, 1’ un de’ quai son iO,
Che fui chiamato al fonte del battesmo
Salvidio.
CON. Che dicete? Ho sempre udito
Simillimo chiamarvi da le genti.
6IM. Ascolta, che udirai tutta la cosa.
L’altro figliuol Simillimo era detto,
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X SIMILLIMI 13
Che venne dopo me dal matern’ alvo,
E fu così nomato da mio padre,
Perchè avea meco una sembianza istessa,
E tanta, ch’un per l’altro era pigliato
Fin da la madre con soave errore,
E da la balia, che ci dava il latte.
Or, come accade, Emporio nostro padre
Andò con mercanzie fino a Lanzano,
Ch’ ivi si face una famosa fiera ;
E menò seco il mio fratei gemello.
Che non avea forniti ancor sett’anni,
E me lasciò con la mia madre a casa.
Quivi faceasi una commedia allora.
Tal che per la commedia, e per la fiera.
Vera un concorso estremo di persone:
Per la qual cosa il misero fanciullo
Un giorno si perdéo tra quelle genti.
Che si sviò dal padre, e poi non seppe
La notte ritornar dentr’ a l’albergo ;
Che, come credo, fu condotto in nave
Da gente, che ’l rubò, perch’ era bello
E grazioso, e di costumi eletti ;
E fu condotto in qualche altro paese:
Onde mio padre nove giorni interi
L’andò cercando, e mai trovar noi potè.
Tal che per quello asperrimo dolore
D’aver perduto un sì gentil figliuolo,
O per qualche altro mal, che ’l soprappresc.
In brieve tempo condusse a morte,
si
E sepellito fu dentr’ a Lanzano.
L’avol mio Filocriso, che ad un tratto
Ebbe (piesto duo pessime novelle.
La morte del figliuolo, c che ’l nipote,
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14 1 SIMILLIMI
Ch’era le sue ’l suo trastullo.
delizie, e
Non si potea trovar vivo, nè morto.
Sentì dentr’ al suo cuor dolore estremo;
Onde per refrigerio di quei mali
Cambiommi il proprio nome, e volse ch’io
Fossi detto Simillimo; onde poi
Simillimo di Emporio da Trieste
Fui nominato, ed io così mi scrivo.
Nè per Salvidio mi conosce alcuno.
CON. Or so, patron, quel ch’ammirar mi fece
Del primo nome, che diceste avere.
siM. L’avolo mio dopo qualch’anno anch’egli
Satisfece al dever de la natura,
E mi lasciò d’ogni suo bene erede.
10 poscia spinto dal fervente amore.
Ch’io porto al caro mio fratei gemello.
Mi son posto a cercar per tutti i liti;
E così me ne vo con questa nave
Di terra in terra per veder se mai
Potessi ritrovarlo in alcun loco.
CON. Che fin vorrete porre a tal viaggio?
Già son quattr’ anni, che scorrendo andate
Gl’ Illirici, la Grecia, i Traci, e gl’Istri,
11 Ponto, e l’Asia, e col famoso Egitto
Libia, c Numidia fino a le colonne.
La Spagna, e Francia, c tutto ’l mar Tirreno.
E veramente se cercaste un ago
Per terra, un ago areste ornai trovato ;
Ma noi tra’ vivi andiam cercando un morto.
Che s’ei vìvesse, ornai sarebl)e apparso.
8IM. Così credo ancor io, eh’ c’ sia defunto;
Ma vo ’l cercando, e spero alnien trovare
Qualcun, che mi ragguagli ov’ c' sia tnorto^
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,
I SIMILLIMI
Per recar Tossa poi dentr* a Trieste,
Come fatto ho d’Emporio nostro padre;
E mai non sarò stanco di cercarlo,
Fin eh’ io non sappia chiaro ov’ è sepolto.
CON. Voi cercate trovar nel giunco un nodo;
Però meglio saria tornarsi a casa.
Se forse non andate per volere
Scrivere istoria a le future genti.
siM. Sta cheto, e taci, e non mi dar più noia.
Perchè non voglio far ciò eh’ a te pare;
Anzi vuo’, che tu siegua il mio volere.
CON. Questo mi fa saper, com’ io son servo.
Né si potea più brievemente dirlo.
Pur non posso restar, ch’io non vi dica
Patron, quel che mi muove. Io veggio ornai
La vostra borsa esser condotta al verde;
Né credo, che vi sian tanti denari.
Che ci possan ridur fino a Trieste:
Onde, quando sarem senza moneta.
Cercheremo il gemei, gemendo sempre.
Questo Palermo é una città, ch’é piena
D’ uomini alteri, dilicati, e ricchi,
E sonvi alcuni mariuoli, e bari
Avidi, e destri a tor la roba d’altri.
Tal che bisogna aver molti occhi in testa.
Sonvi puttane, e cortigiane assai,
Le più sagaci, e carezziere, e finte
Che si possan trovar sopra la terra,
Di cui bisogna aver paura estrema.
siM. Io mi guarderò ben; dammi la borsa.
CON. Perché?
siM. Perciò che per le tue. parole
Temo di te.
,
13 I SIMILLIMI
CON. Di me? che tema avete?
SIM. Tu sei grande amator di meretrici
Ed io soii prono agevolmente a l’ira;
Ma s’ io terrò la borsa, arò provvisto.
Che tu non falli, e ch’anch’ io non m’adiri.
CON. Pigliate, che mi fate un gran piacere.
GAR. Ho ritrovate tutte quelle cose.
Ch’io disiava, ed ottime, e perfette,
Folchetto mio; so che ara il tuo patrone
Molto ben da pransar questa mattina
Col parasito suo, che sempre è seco.
POL. Cancaro a i parasiti ; quel poltrone
Mangia per dicci, e sempre inforna, inforna,
E mai non lascia che ci avanzi nulla.
Perchè dolce è il mangiare a l’altrui spese.
11 mio patrone è troppo buono, e credo
Forse saziar quest’ affamato lupo.
Che dopo ’l pasto ha più fame che pria.
Appunto mi mandava a dire a casa,
Cile non venia questa mattina a pranso,
E presentir se la Madonna avesse
Suspetto alcun de la rubata vesta.
Che teme lei, come se fosse servo.
GAR. Che vesta? Saria forse quel robone.
Che Scovoletto, e ’l tuo patron portare
A la Signora mia questa mattina;
Onde m’ha fatto far sì bella sposa.
Per onorarlo d’onorato pranso?
POL. Deve esser quello di velluto, e d’oro.
GAR. Di vellut’ era, e d’oro avea le liste.
poii. Queir è.
GAR. Ma dimmi, che cagione il movo
Ad aver tanta tema dé la moglie?
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, ,
1 SIMILLIMI n
POL. Io ti potrei rispondere in un tratto,
Perchè l’uom, ch’ha mogliera, è sempre servo.
Ma ti dirò, tu sai, eh’ è forestiero,
E che adottato fu da Lilibeo,
Antico mio patron, quando ruhollo
Dentr’ a Lanzano e non avendo figli.
;
Poi lo lasciò d’ogni suo bene erede;
Onde Pelerò, suo fratei carnale.
Che si trovava una figliuola sola
Dotata, e ricca, nominata Alesa,
Per sposa glie la diè; però la teme.
Perchè si vede forestiero, ed ella
È cittadina, altera, e intolleranda.
Come esser suole ogni dotata moglie;
Ed egli è mansueto, e liberale,
E scherza volentieri, e burla sempre,
E di costumi a lei molto diversi.
Eccolo qui; penso che sia venuto ,
Per altra via, tanto l’ha spinto amore;
Onde secretamente vuo’ partirmi,
Prima ch’egli abbia a me rivolti gli occhi.
GAR. Il mio conviva è già presso a la porta,
Prima ch’io sia tornato con le robe
Comprate a casa; e pria che siano al foco,
Non vuol, ch’abbiam fatica d’aspettarlo.
Io voglio andarli appresso, e farli metto.
Simillimo gentil, Dio vi contenti.
siM. Dio vi contenti parimente; e come
Sapete voi, eh’ io sia?
GAB. Gran meraviglia
S’io so chi siete: ove sono i compagni?
siM. Che compagni son questi, che cercate?
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13 I SIMILLIMl
OAR. Il vostro parasito, il qual per dieci
Compagni può contarsi.
siM. Il parasito
Nostro? certo costui deve esser pazzo.
CON. Non vel diss’io, patron, che qui son bari
Astuti, e pronti ad ingannare ogni uno?
siM. Fratei, qual parasito addimandate?
GAR. Il vostro Scovoletto.
siM. Il Scovoletto
Nostro dev’ esser ne la mia valigia.
GAR. Siete or venuto per andare a mensa?
O pur volete far qualch’ altra cosa?
SIM. Ditemi, frate mio, quanto si vende
L’incenso, e ’l solfo in questa terra vostra?
Eccovi un grosso, andatene a pigliare,
E fatevi cacciar da dosso i spirti
A spese mie, perchè voi siete certo
Fuor di voi stesso, e date noia ad uno.
Che mai non ha sentito il vostro nome.
GAR. Garifllo son io; voi noi sapete?
8IM. Garifllo, o Garofolo, che siate
Non vi conobbi mai, né vi conosco.
GAR. So pur, ch’ognun Similiimo vi chiama.
siM. Questo non si può dir parlar da pazzo
A nominarmi per lo proprio nome.
Ove mi conosceste?
GAR. Ov’iovividi?
Qui ne la casa d’Ericina, vostra
Dilettissima amante, e mia patrona.
SIM. Amante non ho io; né so chi siate.
GAR. Non sapete ch’io sono? o bella cosa!
Io v’ ho pur dato mille volte bere.
L
I SIMILLIMI 19
CON. Deb! perché non ho io qualche bastone;
Che romperci la testa a questo pazzo.
SiM. M’avete dato bere? o Dio! che mai.
Se non oggi non fui dentr’ a Palermo.
GAR. Voi lo negate?
siM. Certamente il nego.
GAR. Non abitate in quella bella casa,
Ch’é lì vicina a l’abitanza nostra?
8IM. Sia maledetto chi v’alberga dentro.
GAR. Questi è pur pazzo a maledir sé stesso.
Simillimo ascoltate.
siM. Che volete?
GAR. Quel grosso, il qual voi v’ offeriste a darmi,
Spendetelo per voi, comprate incenso ,
E solfo da sanarvi; perché certo
Siete inspirtato a maledir voi stesso.
CON. 0 questo pazzo mi fa gran dispetto.
GAR. Ei suol scherzar con meco a questo modo;
Ch’egli é piacevolissimo, e giocoso.
Quando la moglie sua non v’ é presente.
SIM. Che dite voi?
GAR. Quel, che volete, io dico.
Questa roba, che ho qui, saralla assai
Per voi, per la Signora, e Scovoletto?
0 pur bisogna, eh’ io ne compri ancora?
SIM. Qual Scovoletto dite, e qual Signora?
CON. Ah sciagurato! non ci dar più noia.
GAR. Ch’hai tu a far meco? già non ti conosco,
Ma conosco costui, con lui favello.
SIM. Ed io conosco ancor, che tu sei pazzo.
GAR. Farò che queste cose saran cotte
Subitamente; non andate lunge.
Voletev’ altro da la mia persona?
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,
20 I SIMILLTMI
siM. Che tu vadi malanno,
in malora, e col
GAR. Meglio è eh’ io vada in casa a bere un tratto.
Mentre che stanno le vivande al foco.
Andarò adunque a dire ad Ericina,
Che siete fuori, e che vi chiami dentro.
siM. Or se n’è andato via: per Dio, per Dio,
Che le parole tue non son menzogne.
CON. State un poco da largo: io credo certo
Che qui debbia abitar qualche puttana.
Come disse quel pazzo onde vedremo ;
Qualche nuovo sermon; qualche bel giuoco.
8IM. M’ammiro assai, com’ ei sappia il mio nome:
CON. Non v’ammirate no, patron, di questo.
Perchè le cortigiane di Palermo
Mandano i servi, e le fantesche al porto;
E come un forestiero entro v’arriva,
S’informan de la patria e del suo nome;
Ed elle poscia vanno a ritrovarlo,
E se gli fan dimestiche, e parenti.
Tal che, se ’l forestier punto s’ invisca.
Ha perchè poi perde in un tempo
tratto,
L’onor, la fama, l’anima e la roba.
SiM. Cosi cred’ io.
CON. Guardatevi patrone ,
Che questo porto ha fuste di corsari.
Si ". Tu mi dai buon consiglio.
C(.N. Allor per buono
Lo crederò, quando Parete fatto.
BiM. Taci, ed ascolta, che la porta s’apre.
Vediam ciò, che vien fuori.
CON. In questo tempo
Porrò giù la valigia; o marinari.
Abbiatene la cura, se vi piace.
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I SIMILLIMl 21
CORO Noi n’ arem buona cura, .
Non dubitar di nulla.
Mira quella fanciulla,
Come é vaga, e sicura,
E sta su l’uscio ardita
Con la faccia polita.
ER. Lasciami qui, va pur a la cucina.
Ed apparecchia ben ciò che bisogna.
GAR. Così farò.
ER. Frosina, acconcia il letto
Ben profumato di soavi odori.
Che la mondizia è l’esca de gli amanti.
Che reca spesa a loro, a noi guadagno.
Ma dov’ é quel, che mi diceva il cuoco.
Ch’era fuor de la porta ? eccolo, il vedo.
Questo è l’amico mio, che mi fa bene,
E che mi porge ognor denari, e roba;
Però voglio, eh’ egli abbia il primo loco
Ne la mia casa, e voglio andarli appresso.
Signor mio dolce, animetta mia cara.
Perchè state di fuori, e non intrate
In questa vostra casa, che è più vostra.
Che la vostra medesma? abbiam parato
Il pranso, che diceste, e voi potrete
Quando vi piacerà ponervi a mensa.
siM. Con chi parla costei?
ER. • Con voi pari’ io,
siM. Che cosa avete, donna, a far con meco?
ER. Ch’amor vuol, ch’io sia vostra, e che voi solo
Abbiate a farmi gloriosa e grande.
siM. Certamente, Consalvo, questa donna
È pazza, od ebbra ;
poi eh’ ella mi parla
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22 I SIMILLIMI
Con tal dimestichezza, non m’avendo
Mai più veduto.
CON. Io v’ ho pur detto prima,
Che cosi soglion far queste puttane.
Le foglie caden or; ma se tre giorni
Staremo qui, verranvi arbori addosso.
Queste carezze oimè voglion denari:
Lasciate un poco, eh’ io le parli Donna. :
ER. Che vuoi?
CON. Dove vedeste mai quest’ uomo?
ER. Qui, dove anch’egli me, dico in Palermo.
CON. Come in Palermo? ei non vi pose i piedi
Mai, se nOn oggi.
ER. Orsù, so che volete,
Simillimo mio dolce, ora la baia.
Entriamo in casa, che starete meglio.
siM. Costei mi chiama col mio proprio nome.
Nè mi so immaginar ciò che sia questo.
CON. Egli è, che dee sentir la borsa a naso.
Tu mi ricordi ben; pigliala adunque,
E vedrò, s’ella m’ama, ovver la borsa.
ER. Andiamo entro a pransar.
siM. Quest’ è buon detto:
Gran mercè avoi, non mi bisogna nulla.
ER. Non bisogna nulla? perché adunque
vi
M’avete fatto apparecchiarvi il pranso?
siM. Io v’aggio fatto apparecchiarvi il pranso?
ER. Voi mel diceste, e ’l parasito vostro.
SiM. Qual parasito? questa donna è pazza.
ER. Il vostro Scovoletto.
siM. Il Scovoletlo
Nostro s'adopra a netteggiar le veste.
ER, Che venne vosco, quando voi mi deste
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,
I SIMILLIMI 23
Il robon, che rubaste a vostra moglie.
siM. Che robon v’ ho dat’ io? che moglie é questa,
A
cui lo tolsi? certo questa donna.
Secondo il parer mio, veggiando, sogna.
EK. A che mi dileggiate? a che negate
Quel che faceste?
siM. Dite quel, eh’ io niego.
EK. Voi mi negate non avermi dato
Quel robon , che rubaste a vostra moglie.
siM. Robon non rubo, e son libero, e sciolto,
'
Ch’ é meglio eh’ aver moglie e mai non posi
;
Dappoi ch’io nacqui in questa terra il piede.
Se non in questo giorno, ed in quest’ora.
Dormito ho in nave, ed indi uscito, poi
Qui son venuto, ecco la cosa tutta.
ER. Lassa! che nave é questa, che voi dite?
siM. Di legni, fitti con martello, e chiodi,
E coperti di pece intorno intorno.
ER. Anima mia, lasciate ornai le burle.
CORO Quest’ é pur cosa vera, e non é burla.
siM. Certo madonna, voi cercate un altro.
,
ER. Sì ch’io non vi conosco? Voi pur siete
Simillimo di Emporio da Trieste,
Che è sul mar d’Adria ne l’estremo golfo,
Ed è soggetta a la gran Casa d’Austria,
Di cui Ferando, eh’ è Re de’ Romani
E Carlo quinto Imperador di Roma
Hanno il dominio a questa nostra etade.
siM. Ella mi dice espressamente il vero
Del padre, de la patria, e de’ signori.
OON. Questa donna esser dee
di quel paese.
Poiché chiaramente vi conosce.
sì
91M. Così pepso ancor io, né vuò negarlo
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,,
I SIMILLIMI
A lei, ma vuò veder ciò , che vuol fare.
CON. Noi fate; che se intrate in quella casa,
Siete spacciato. • •
fiiM. Or taci, io vuò vederlo,
E voglio conflrmar ciò eh’ ella dice
Per poter acquistar sì caro albergo
D’industria. Anima cara, ho contraddetto
Unpezzo a voi; chè temea, che costui
Non dicesse del pranso, e del robone
A mia mogliera; andiamo adunque in casa.
ER. Non volete aspettare il parasito?
siM. Noi voglio, e non l’aspetto, e non lo stimo.
Nè vuò, che s’ apra ancor, se ben venisse.
ER. Lo farò volontier, ch’ei non mi piace,
Perch’ egli è un pappacchione.
siM. Ancor vorrei
Un’altra cosa.
ER. Dite pur eh’ io possa,
sm. Vorrei, che quel robon, ch’io v’ho donato.
Voi me lo deste, che portar lo voglio
Al sarto, e farlo rassettare in modo
E porvi appresso un’ altra lista d’ oro.
ERf Voi dite ben.
siM, Che se la mia consorte
Dappoi lo vederà, non lo conosca.
[Link] lo darò, come vogliate andarvi,
sm. Sta bene.
ER. Entriamo in casa,
sm. Io vengo or ora.
Voglio dir a costui dieci parole.
Vien qui. Consalvo.
CON. Che volete dirmi?
siM. Mena quest’ altri servi a l’ osteria ;
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,
I 8IMILLIMI 25
Poi lasciali star ivi, e viemmi contra,
Prima che a questo dì s’asconda il sole.
CON. Non conoscete, oimé! queste puttane?
siM. Taci, ti dico, che s’io farò male,
Non tu, ma io ne porterò la pena;
Ché la virtù del servo è 1’ ubbidire, .
E non il voler reggere il patrone.
Costei mi pare ed ignorante e sciocca,
E penso far con lei qualche guadagno.
CON. Son morto.
siM. Va con Dio.
CON. Son morto, io vedo.
La fusta de’ Corsari esserci appresso.
Deh ch’io son goffo, e governar vorrei
Il mio patron, che m’ha per servo tolto.
Perch’io lo serva, e non ch’io gli comandi.
Venite, andiamo a far ciò, ch’egli ha imposto.
Acciò che io possa ritornar a tempo.
Voi, marinari, o tornerete in nave,
0 resterete- qui fin ch’io ritorni,
cono. Noi starem qui fin che Similiimo esca
Fuor di questa magion, dov’ ora é entrato.
Vento vento marino’.
Che le veloci navi
Governi a tuo piacer per entro ’l mare
Spingi questo meschino
Da fatiche empie, e gravi
Oppresso, e fallo al suo paese andare,
Ov’ abbia a riposare
Le travagliate membra
Nel dolce letto, e ne l’amate case,
Che son di lui rimase
Sì lungo tempo vote,
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,
26 I SIMlLlilMI
Mentre che fra l’ignote
Genti dimora, navicando in vano.
O pensier nostro umano,
Non ti rimembra nn, non ti rimembra.
Che le fatiche, e ’l patir fame é sete.
Tutte si fan per acquistar quiete?
E tu la vai fuggendo.
D’uno in altro periglio
Entrando sempre, e mai non ti sgomenti;
Anzi ten vai seguendo
Un, che senza consiglio
Sen va girando, come foglia a i venti 1
Amor, tu mi spaventi.
Ch’io so quanto tu vali:
Onde ho timor, che la mia scorta ingombri
Sì che da sè disgombri
E l’affetto, e ’l disio
Del suo loco natio,
E poi non mi rimeni al nostro nido;
Però, signor mio fido.
Non far a noi si dolorosi mali,
E non lasciar, che prenda in lui radice
La grazia di sì dolce meretrice;
Ma svegliali nel cuore
Un desiderio ardente
Di ritornare a la sua patria antica. •
Quello è ’l verace amore.
Che ’l Re del Ciel consente
A ciascun’ alma di virtute amica.
Non mi sarà fatica
Se avrà questo pensiero.
L’andar fin al Cisano, ed al Lisoncio:
Acciò ch’ogni disconciq
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, ,
1 SIMILLMI
De ì marittimi inganni
E di tanti altri affanni
Possa disporre a la mia donna in grembo ;
E disprezzaudo in nembo.
Starmi al coperto con piacere intiero,
Perché ’l goder la sua nativa stanza
Ogn’ altro dolce di dolcezza avanza.
SCOVOLETTO, PARASITO, SIMILLIMO,
SALVIDIO, FROSINA.
La gioventù mi chiama Scovoletto
Per sopra nome, perch’io mangio bene,
E netto come un scovolo i taglieri.
Però vado sovente a casa altrui
Per non mangiare il mio, che compro caro;
Cosa, che spesso fa fuggir la fame
A chi ha, com’io, pochi denari in borsa.
Ma vo più volontier che ad altro loco
A casa di Simillimo, che sempre
Mangia assai cibi dilicati e buoni.
Pur molti giorni son ch’io non vi fui,
Ché stato in casa son con i miei cari.
Dico co i cibi, che mi costan cari.
E questi cari poi lasciato m’ hanno;
Ond’oggi, che doveva alzar i fianchi
Con Simillimo nostro, e gire a pranso
Da quella cortigiana sua vicina,
Son stato ritenuto entro al^a scola
Di San Bartolomeo fino a quest’ora.
Mal aggia chi trovò queste frataglie;
Cosa da gente scioperata e vile
Che mangiano un sol cibo, e mai non fanno
Conviti, e mai non son chiamati a pranso.
, , ,
28 I SIMIGLIMI
Questo m’ha ritardato; onde ho gran tema,
Che Similiimo, ed ella aran disnato
Senza aspettarmi; troppo li conosco ;
Pur ho speranza ancor sopra i ritagli.
Ma che vegg’or? Similiimo vien fuori:
Finito è il pranso, ed io non giungo a tempo.
SiM. Non vi date pensier, eh’ avanti sera
Vi porterò il robon sì ben racconcio,
Ch’ a gli occhi vostri non parrà più quello,
scov. Questi porta il robone a racconciarlo ;
Il pasto é fatto, ed è bevuto il vino
Ed han serrato Scovoletto fuori.
Ma non sarò eh’ io son, se la vendetta
Non fo di questo. Io vuò restarmi alquanto.
Ed udir ciò, che dice, e poi parlargli,
sm. 0 Dio del Cielo, a cui donaste mai
Più bene in un sol dì, senza sperarlo!
•
Ho disnato, ho bevuto, e son giaciuto
Con una bella, e dilicata donna.
Che m’ ha dato un robone il qual non credo
,
Che dopo questo dì più lo riveggia.
CORO Molto m’allegro anch’ io de la ventura.
Ch’avete avuta in questo nuovo albergo.
SGOV. Non posso ben sentir ciò, che favella:
Ma dee parlar di me, poi eh’ è pasciuto.
siM. Dice ch’io glie lo diedi, e che ’l rubai
A mia mogliera. Io che l’ error conobbi
,
Subito cominciai ragionar seco
Con gran dimestichezza, com’io avesse
Avuto a far con lei gran tempo avanti;
E secondarla in quel, che mi diceva.
Ma che bisogna dir? già mai non ebbi
Con manco spesa mia maggior diletto !
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I SlMILLiMI
CORO. Io goderò con voi del vostro bene;
Che ’l ben del suo signor non manco aggrada
Al suddito fedel, che 1 suo medesmo.
scov. Io voglio ire a turbar questo suo bene.
siM. Chi siete voi, che mi s’avventa centra?
scov. Chi sono? uomo leggier più che la piuma,
Scellerato, crudel, che v’ho fatt’ io.
Per ch’io debba patir tanta mina?
Vi rubaste da me, quand’ era in piazza
Per goder senza me si bel convito.
siM. Fratei, che cosa avete a partir meco?
Voi non mi conoscete e perchè dite
;
Ingiurie ad un , che poria forse darvi
Per acerbe parole acerbi fatti?
scov. Per Dio pur troppo me gli avete dati.
siM. Deh! ditemi, fratello, il vostro nome,
scov. Ancor mi dileggiate, e fate vista,
Che noto non vi sia com’ i’ abbia nome.
siM. Per Dio, non vi conosco, e non vi vidi,
Ch’ io sappia, mai, se non in questo giorno,
scov. Voi non m’ avete conosciuto?
siM. Certo
S’io v’avesse veduto, io vel direi,
scov. Vigilate, Simillimo, io vel dico.
SIM. Ed io rispondo a voi, ch’io veglio, e vedo,
scov. Non conoscete il parasito vostro?
SIM. Certo voi non avete il capo sano,
scov. Io non ho il capo sano? eh rispondete.
Rubaste a la consorte quel robone?
E ’l deste ad Ericina?
SIM. Mai non ebbi
Consorte alcuna, e non rubai roboni.
Né i diedi ad Ericina, m’intendete?
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,
30 • I [Link]
scov. Siete vu’ ora iu cervello? io pur vi vidi
Uscir di casa col robone in dosso.
siM. Voi mi vedeste col robone in dosso?
scov. Si, eh’ io vi vidi, e poi ve lo cavaste.
Quando poneste il pié fuor de la porta.
SIM. Deh fatevi guarir, ché siete pazzo.
scov. Non mi moverò mai per priego alcuno,
Ch’ io non dica ogni cosa a vostra moglie
La qual so, che farà la mia vendetta,
E vi farà parer quel pasto amaro.
SIM. Che cosa è questa, che ciascun, eh’ io vedo
Mi dà la baia? Ecco la porta s’apre:
Forse, che verrà fuor qualch’ altro giuoco.
PR. Simillimo, Ericina assai vi priega,
Che vogliate portar queste maniglie
A l’orefice vostro, che le acconcie,
E ponetele appresso un’ oncia d’oro.
SIM. E questo, ed altro, eh’ ella vuol ch’io faccia,
Farollo, e dille pur, che mi comandi.
PR. Sapete ciò che sian queste maniglie?
SIM. Non io ;
ma veggio sol, ch’elle son d’oro.
PR. Queste son quelle, che già voi diceste.
Aver furate a la consorte vostra.
SIM. Ciò non fec’ io.
PR. Non ve ne ricordate?
Datemi adunque le maniglie in dietro.
SIM. Aspetta un poco: ora mi torna a mente.
Che queste son le istesse, eh’ io le diedi ;
Ma dov’ è ancora la catena d’ oro,
Ch’ io le portai?
PR. Catena non le desti.
SIM. Si per Dio diedi in un medesmo giorno.
PR. Dice che usiate diligenza.
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1 SIMir^MMl 81
IM. Dille
Ch’ aràil robone, e le maniglie a un tempo.
PR. Deh! fatemi. Similiimo, un servizio.
siM. Tel farò volontier.
FR. Fatemi fare
Un bel par di oreechini, acciò che sempre
Vi veda con piacer quando venite.
siM. Io son molto contento; dammi l’oro.
FR. Ponetelvi del vostro, e renderolvi.
siM. Non r ho.
FR. Come l’abbiate, gliel porrete.
siM. Cosi farò.
FR. Voletev’ altro?
SIM. Digli
Ch’io arò cura e pensier di queste cose.
Come se fusser de la mia persona.
CORO Ella é tornata in casa, e chiuso ha l’uscio.
SIM. Veramente Dio m’ama, Dio m’aiuta,
Dio m’ augumenta, e vuol eh’ io abbia del bene.
Ma che sto a far più qui, mentre che ho tempo
Da dipartirmi fuor di questi lochi
Lascivi, e ruffianeschi? io voglio ir tosto
A ritrovar Consalvo; ch’ionon vedo
L’ora di con la propria lingua
dirli
Questa ventura mia, Questo diletto.
Voi, marinari, state ad aspettarlo,
E s’ei venisse, ditegli la strada.
Ove son ito, e non la dite ad altri.
CORO Alma fortuna, che governi, e giri
L’opre di noi mortali,
E nulla forza al tuo valor resiste;
Tu ne’ nostri dolori, e nostri mali
Qualche dolcezza spiri;
' Tu l’allegrezze fai noiose, e triste:
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,
32 1 SIGILLIMI
Da son miste
te sola
Le dolcissime cose con le amare;
Tu governi le navi in mezzo ’l mare;
Tu nella terra le battaglie orrende:
Da te sola dipende
La roba, e la superbia de le genti,
E T stato de i potenti.
Se t’accompagni poi con la'virtute.
Sei la gloria del mondo, e la salute.
Volgi le sante orecchie a i nostri prieghi,
E contra il tuo costume
Non ti mutare, anzi rafferma il passo;
E porgi a questo giovine un tal lume.
Che più non si ripieghi
Or che sormonta e non mini a basso
, ;
Ma torni a passo passo
Con quel, che dato gli hai, dentr’ a la nave.
Ogni leggiero ben diventa grave
Quando dal tuo favor non si diparte.
Lasci pur ir da parte
Ogni altro aiuto quel, che t’ ha seconda,
Chè tanta grazia innonda
Dal Cielo in lui, che ’l suo terreno stato
Si può dir veramente esser beato :
Ond’io ti riverisco, ihzi t’ adoro ;
Perchè la tua possanza
É la maggior, che si ritrovi in terra.
Tu de l’agricultor sei la speranza;
Tu dai l’argento, e l’oro
Al capitano, e la vittoria in guerra;
La tua chiave apre, e serra
Castelli, e torri; ognun di te paventa;
La fede senza te non s’ argomenta
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, .
I SIMIGLIMI 33
Di stare in quelle case, onde ti parti;
.
Ma vuole accompagnarti
Col vulgo infido, e meretrici a canto;
Gli amici stanvi alquanto
Con l’occhio sempre a la speranza intento.
Poi si dileguali, come nebbia al vento.
Fugge con la speranza ancor l’amico.
Amico de’ tuoi beni.
Ma non di quello, a cui mostrava amore.
Se tu volgi ad alcun gli occhi sereni.
Di vii, basso, e mendico.
Prestamente divien alto signore.
Dammi del tuo favore
Tanto, ch’ai nido mio mi riconduca;
Poi non abbandonare il nostro duca.
Da che gli hai fatto aver si care spoglie;
Mandalo in nave, e più non vada a torno
Perchè un sì lieto giorno
Poria talvolta divenirgli amaro;
E l’uomo dee ben guardar ciò, che gli é caro.
ALESA moglie di SIMILLIMO rubato,
SCOVOLETTO, SIMILLIMO rubato, EllICIN.'
AL. Meschina me! debbio restar mendica?
Che questo traditor di mio marito
Sempre mi ruba, e porta a le puttane.
. Forse vestita m’ ha de i suoi denari?
Ch’ io gli ho portata così bella dote
Quant’ altra cittadina di Palermo;
Né mai comprato m’ ha pur una benda ,
Anzi mi ruba ciò, che portai meco
3
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S4 I SIMILLIMI
Fuor de la dolce casa di mio padre;
E tutto tutto porta a quella trista ;
Con lei sta sempre, e spende, ed io sparagno,
E faccio la minestra per le gatte,
scov. Tacete pur, perchè con gli occhi vostri
Ve lo farò veder: venite meco. %
AL. Per qual strada il vedeste?
scov. A man sinistra
Penso, che’ e’ vada. Or eccolo, che torna
Senza il rohon.
AL. Che debbio far con lui ?
scov. Trattarlo male, e non lasciarlo in pace.
AL Così pare anche a me.
scov. Ma state cheta.
Ed attendete un poco ove si volga.
siM. R. 0 maledette sian tutte le liti.
Tutti i garbugli, e tutti gli avvocati
Nati a ruina de l’umane genti.
Che si nutriscon de gli altrui disconci.
Difendendo i ribaldi con gran cura.
Ed opprimendo i buoni chè i scelesti ;
Gli son più grati, e di maggior guadagno.
Nè cosa alcuna è scellerata tanto,
Che non ardiscan ricoprirla, e farla
Rimanere impunita da le leggi.
Di cui sono la peste, e la ruina.
Sono rapaci, e fraudolenti, e pieni
D’insidie, di periuri, e di bugie,
Senz’ alcuna vergogna, e senza fede.
Servi de l’avarizia, e del denaro.
Mentre che stato son sopra ’l palazzo
Quasi tutt’ oggi, in una lite lunga
D’un mio parente, l’ avvocato avverso
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,
I SIMILLIMI 35
Tanto ha che passato è il tempo
ciarlato,
Da gir a pranso con la mia signora.
So che m’aspetterà, so ch’ara sdegno
De la tardanza mia; ma quel rohone
Di velluto rosin listato d’ oro
Ch’ io tolsi a mia moglier , farà la pace,
scov. Forse che vi farà guerra più dura;
Alesa, che vi pare?
AL. Mi par male;
Ch’io son mal maritata, e mal condotta,
scov. Avete inteso ben le sue parole?
AL. Pur troppo, e non han parte, che mi piaccia.
siM. R. Io voglio entrar in casa, ed aver gioia
Con la diletta mia bella Ericina.
scov. Esser porla, che prima areste noia.
AL. Simillimo consorte, udite un poco.
siM. R. Che volete, mogliera, in questi lochi ?
AL. A me lo dimandate?
siM. R. Adunque è megljo
Ch’ io ’l dimandi a costui,
scov. Non mi stringete
La man.
siM. R. Ditemi ancora, perchè siete
Di mala voglia?
scov. Lo sa ben, ma fingo.
siM. R. Che cosa c’ è?
AL. robone? Il
siM. R. Qual robone?
AL. Il robon: che temete?
siM. R. Io nulla temo.
Se non che veramente quel robone
Miluba alquanto l’animo, e l’ardire/^
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36 I SIMILLIMI
scov. Voi non temeste a tranguiare il pranso
Senza aspettarmi. Ditegli pur male.
SiM. R. Taci;
SGOYi Non vuò tacer; non m’accennate*
siM, R. Ionon t’accenno, é non ti chiamo à Cena.
AL. Certo io son donna misera, e infelicé.
siM. R. Perché siete infelice? ditei chiaro.
SQoy. Non credo che sia al mondo uom più sfacciato
Che ardisce a dinegar ciò, che vedeste.
siM. R. Per Dìo, consorte mia, v’ affermo e giuro
eh’ accennato non gli ho.
AL. Non più di questo.
Tornate pur a quel eh’ importa,
siM. R, Dove
Volete eh’ io ritorni?
AL. Al sarto, e quindi
Riportatemi a casa ilmio robone.
siM. R. E che robone é questo?
AL. È ben eh’ io taccia.
Quando le cose sue non si ricorda.
$IM. R. Vi lamentate voi d’alcun famiglio,
0 d’alcuna fantesca? ditei chiaro,
Perché io gli punirò.
AL. Queste son ciance.
^iM. R. Veramente mi spiace assai vedervi
Così di mala voglia.
AL. Son pur ciance.
SiM. R. Siete voi corrucciata con alcuno
De la nostra famiglia?
AL. Ancor son ciance.
siM. R. Sareste forse corrucciata meco?
AL. Queste non son già ciance, questo é vero.
siM. R* Dite, consorte mia, che v’ho fatt’ io?
I SIMILLIiU 37
scov. Galante! or fa carezze a sua mogliera.
siM. R. Non mi dar noia, eh’ io non parlo teco.
scov. Tollete via la man; cosi si paga
Colui, eh’ ha senza me mangiato il pranso
E ch’usci fuor di quella casa allegro.
siM. R. Per Dio non ho mangiato in questo giorno,
E non ho posto in quella casa il piede,
scov. Voi lo negate ?
siM. R. Veramente il niego.
scov. Oh che uomo audace! Non vi vidi io stesso
Uscir di casa col robone in braccio,
E mostravate non saper ch’io fosse,
E fingendo esser forestier, diceste
A me, eh’ io non aveva il capo sano.
SIM. R. Come da te partimmi, allora andai
Al giudice, e pur ora mi ritorno,
scov. Ben vi conosco: voi non credevate
Ch’io potesse di ciò far mai vendetta;
Ho detto il tutto a la consorte vostra.
SIM. R. Che gli hai tu detto?
scov. Non lo so, ma voi
Dimandatene a lei.
SIM. R. Consorte mia.
Che cosa detto v’ ha questo ribaldo ?
Perchè tacete? perchè non mel dite?
Ali. Quasi che noi sappiate! Il mio robone
M’ è stato tolto.
SIM. R. Il robon vostro? e come?
AL. Lo dimandate a me?
SIM. R. S’ io lo sapesse.
Non lo dimanderei.
scov. Che mala carne!
Como sa simular!
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38 I SIMILLIMI
AL. Non mel negate ;
Perch’ io so il tutto,
scov. Io gli ho narrat’ il tutto.
siM. R. Che cosa v’ha narrato?
AL. Ora eh’ io vedo
Che siete un uom senza vergogna alcuna,
E non volete confessare il vero.
Dirò, perch’ io son mesta, e dirowi anco
Ciò, che costui m’ ha detto. Il mio robone
Di voluto rosin listato d’oro
M’ è stato tolto fuor di casa,
scov. Ah tristo.
Come la pigliai è stato tolto a lei.
Se ’l fosse tolto a voi, non saria salvo.
siM. R. Io non ho da far teco. Voi che dite?
AL. Io dico che il robon mi manca in casa.
siM. R. Chi l’ha furato?
AL. Quello il dee sapere,
Che ’l portò fuor di casa.
81M. R. Chi è costui?
AL. Simillimo.
siM. R. Nel vero ha fatto male;
Ma chi è questo Similiimo?
AL. Vui.'
SIM. R. Io?
AL. Vui.
siM. R. Chi lo dice?
AL. Io stessa.
scov. Ed ancor io,
Che so, che lo portaste ad Ericina.
SIM. R. lo gliel portai?
scov. Vui, vui glie lo portaste.
Meglio sarà, che vi si rechi un gufo,
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I SIMILIilMI 39
Che vi dica vui vui la notte, e ’l giorno,
Chè semo stanchi ornai di dirlo tanto.
SIM. R. Per l’alto Re del ciel, donna, vi giuro.
Che non ho dato via ’l vostro robone.
scov. Ed io vi giuro ancor per tutti i Santi
Che ciò, che detto v’ ho, non fu bugia.
SIM. R. Io non glie lo donai, ma gliel prestai
Da mascherarsi in questi giorni allegri.
AL. Io non soglio prestar le vostre veste
Mai fuor di casa, perch’ egli è il devere.
Che siano i vestimenti de la donna
Prestati da la donna, e quei de l’uomo.
Da l’uomo. Adunque voi dovete fare.
Che ’l mio robon mi sia tornato in casa.
SIM. R. Lo farò riportar.
AL. Farete bene,
E vostra utilità ;
perchè senz’ esso
Non lascerovvi entrare in casa.
SIM. R. In casa?
scov. Che arò guada gnat’ io de la fatica,
Ch’ i’ ho fatta in farvi aver questo robone?
AL. Quando vi fia rubata alcuna cosa.
Io m’ affaticherò farvela avere,
scov. Questo non sarà mai, eh’ io non mi trovo
Roba dimia moglier, che perder possa.
Dio vi confonda, femmina perversa.
Femmina ingrata! Io voglio andare in piazza;
So che perduti arò tutti costoro.
SIM. R. Mogliema crede farmi un gran dispetto
A non voler, che più ritorni in casa;
Come s’ io non avesse altro ridotto.
Ma s’io dispiaccio a lei, pazienza; io piaccio
A la mia dilettissima Ericina.
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40 I SIMILLIMI
Questa non scaccerammi, anzi terrammi
Ne le sue stanze tacito, e nascoso.
Io voglio ire a pregarla, che mi renda,
O presti quel robon, che già le diedi.
Che glie ne renderò certo un migliore.
Aprite, 0 là, chiamatemi Ericina.
ER. Chi mi dimanda? è forse alcun, che cerca
A la sua gioventù vergogna e danno?
Simillimo mio caro, entrate in casa.
Non state così fuori.
siM. R. Udite un poco:
Voglio un piacer da voi.
ER. So che volete,
Volete meco aver piacer d’amore.
siM. R. Anzi vogli’ altro. Io vuò che mi rendiate
Quel robon, eh’ io vi diedi, il quale io tolsi
A mia mogliera, ed ella ora l’ ha inteso,
E piange, e grida, onde vorrei placarla.
Ben darovvene un altro assai più bello,
E di doppio valor, quando vi piaccia.
ER. Noi vel died’io da riportarlo al sarto,
E farliporre appresso un’altra lista:
E lemaniglie ancor da farle nuove?
siM. R. Voi mi deste il robone, e le maniglie ?
Non troverete mai, che questo sia.
Che poi
eh’ io vel portai, ne venni in piazza.
Quindi mi parto, ed ora vi riveggio.
ER. Vedo ciò, che volete or sia con Dio.
;
La mia simplicità fatt’ ha la strada
A le vostre fallacie, a i vostr’ inganni.
6IM. R. Certamente noi fo per ingannarvi;
Ma perché mia moglier l’ ha risaputo.
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I SIMILLIMI 41 -
ER. Io non vel chiesi mai, né ven pregai.
Ma voi di vostra voglia mel donaste ;
Ora lo rivolete, io son contenta:
Godetel pur con la consorte vostra,
Tenetelvi, ponetelvi negli occhi ;
Ma non fate pensier d’intrarmi in casa
Mai più, se non con la moneta in mano.
Ché per farvi piacer son giunta a tanto
Dispregio, e a questo manifesto inganno.
Trovate pur un’ altra, in cui possiate
Spiegar le fraudi, e le fallacie vostre.
siM. R. Voi gite troppo in collera ;
ascoltate
Non vi partite, ritornate.
ER. Ancora
Voi state qui? sperate forse ancora
Tornar ne la mia grazia? andate, andate.
siM. R. È gita in casa dispettosa, e dura.
Io sto pur male, la moglier mi scaccia;
L’amica non mi vuole: è ben, ch’io vada
A consigliarmi un poco con gli amici
Di ciò, eh’ io debbio fare in questo caso.
CORO Quel, che dipinse primamente Amore,
E fecelo un fanciul con due grand’ ali.
Con l’arco in mano, e le saette al fianco.
Volse mostrarci apertamente i mali.
Che questa passion ci manda al cuore;
Che fa l’amante di prudenza manco.
Né mai si trova stanco
Di giuochi da fanciul vani e leggieri;
Che or di color di cenere, or di fiamma.
Come s’aggela, e infiamma;
Muta e rimuta il dì mille pensieri;
Ond’ in quel vano suo desir, che ’l preme,
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42 I SIMILLIMI
Consuma tempo, e la sua vita insieme.
il
E come il buon noccbier per entro al mare
Regge la nave sua con una stella.
Che non si lava mai ne Tonde salse.
Così la vista d’una donna bella
Regge un cortese amante, e fallo andare
Per l’ampio mar delle speranze false.
Nè tanto mai gli calse
Di non aver di sé medesmo cura, » ^
Quanto gli cal di non poter gradire
A chi lo fa languire.
0 vita de gli amanti acerba, e durai
Ben vano è quel, che spera esser contento
Da chi si muta più che foglia al vento.
Non è cosa fra noi tanto leggiera,
Quant’ é la donna, e più s’amor la scalda.
Che mille volte al di vuole, e disvuole;
Or ama, or odia, or è timida, or balda,
Or mansueta, or disdegnosa e fiera;
Or ti dispregia, ed or t’onora, e cole.
Ma non fa tanto il sole
Col suo girar discolorir le piante,
E rinverdire, e poi cader le foglie,
Quanti pensieri e voglie
Fa cangiar ella in un fedele amante.
Ben si può dir che queste cose vane
Son la mina de le genti umane.
Ecco costei, che ’l mio Signor discaccia;
E già lo ricevè sì caramente,
Come s’amasse lui più che sé stessa.
Mentre la meretrice il dono sente.
Ogni cosa, che fai, par che le piaccia.
Poi tutto manca, se l’argento cessa ;
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I SIMILLIMI 43
E con ingiuria espressa
Ti burla, ti motteggia, e ti rifiuta;
E siegue un altro, che le porge, e dona;
Con lui scherza, e ragiona;
E se tu le favelli, ella sta muta;
Nè vai bellezza, e nobiltà di sangue.
Nulla appo lei, quando la borsa langue. •
Quest’ altra donna poi, che par sì onesta
( Ma non so già pensar, perch’ ella il chiami
Marito, e per marito ei le risponda).
Vedo, che par pur che l’apprezzi, ed ami;
E poi da l’altro lato lo molesta,
Nè non come onda,
lo lascia posar, se
Ed seconda
egli la
Astutamente, ed or confessa, or niega
Ciò, che gli dice, onde mai non m’affermo.
Che l’occhio nostro infermo
S’accosta al senso, e la ragion noi piega ;
Tal che non so, se intendo quel eh’ intendo,
S’io vedo quel ch’io vedo, e ch’io comprendo.
SIMILLIMO SALVIDIO, ALESA,
PELORO, PACHINO.
siM. Troppo son stato pazzo a dar la borsa
Co i denari a Consalvo, il qual tutt’oggi
Rinchiuso si starà ne la taverna.
AL. Voglio veder se torna il mio marito;
Ecco che vien son salva, egli ha il robone.
:
8IM. Non so pensare ove Consalvo sia.
AL. Io vuò parlargli proprio, come merta.
Non avete vergogna, uomo da poco,
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Ai I SIMILLIMI
Venirmi avanti col robone in braccio?
8IM. Che dite, donna? che pensier v’ofifende?
Ali. Siete tanto però senza vergogna
Ch’abbiate ancor ardir di parlar meco?
SiM. Che ho fatt’io, perchè parlar non osi?
AL. Voi dimandate a me ? Che audacia d’uomo !
SIM, Sapete, donna, voi, perchè gli antiqui
Finser la madre d’Ettore una cagna?
AL. Io non lo so.
SIM. Perchè Ecuba faceva
Ciò, che voi fate. A chiunque ella parlava,
Dicea parole ingiuriose e fiere;
Però la nominarono una cagna.
AL. Io non posso patire, e vel confesso.
Sì fatte scelleraggini ; e più tosto
Vuò star senza marito, che patirle.
SIM. Ma che fa questo a me? che non possiate
Patir vostro marito, o che possiate,
0 vogliate lasciarlo, o non lasciarlo?
AL. Così fu sempre, e sarà sempre usanza.
Quando costumi son molto diversi.
i
SIM. Costei mi narra favole, e costumi.
Come suol farsi a un forestier, che venga.
AL. Che favole dlch’io? Non vuò patire
Più tempo i vostri pessimi costumi;
Ma vuò più tosto star senza marito.
SIM. State tanto per me senza marito.
Quanto ’l mar bagni i liti de la terra.
AL. Voi negavate non avermi tolto
Il mio robone ;
or mel portate avante,
E non avete ancor di ciò vergogna.
SIM. Voi siete molto audace, e molto falsa,
Ch’ avete ardir di dir eh’ io v’ ho rubato
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,
I SIMILLIHI 45
Questo robon , eh’ un’ altra me lo diede,
E vuol eh’ io ’l porti a raeeoneiare al sarto.
AL. Io vuò ehiamar mio padre, e voglio dirgli
Le belle seelleraggini, ehe fate.
Paehin, vien qui !
^AC. Madonna, ehe vi piaee?
AL. Trova mio padre, e priegaio, ehe venga *
Senza dimora alcuna a ritrovarmi.
8IM. Quai son le seelleraggini, ch’io faccio?
AL. Il mio robone, e le maniglie d’oro.
Che m’ avete furate, è questo il vero ?
8IM. Io non posso patir tant’ arroganza:
Chi credete eh’ io sia?
AL. Non vi conosco?
8IM. Sapete chi son io?
AL. Non so chi siete:
Mi dileggiate. Ecco che vien mio padre:
Guardatel ben, lo conosceste mai?
8IM. Lo conobbi quel dì, nel qual vid’ io
Ancora voi, prima che questo giorno;
Che vien a dir, eh’ io non v’ ho visti mai.
AL. Veduta npn m’avete, né mio padre?
SIM. Così dirò, se menerete l’avro.
AL. Sempre solete fare a questo modo.
Dileggiar tutti, e mai non dire il vero.
PEL. Che vuole, Alesa mia, che mi dimanda? _
PAG. Certamente noi so, perch’ i’ era in casa
Quando chiamommi, e mi mandò a trovarvi.
Ed a pregarvi, che veniste tosto.
PEL. Affretto il passo, e vengo al me’ eh’ io posso ;
Chè ’l corpo è grave, ond’ ho l’andar più lento
Ché l’età molta fa mancar le forze.
Mal peso, e mala merce è la vecchiezza'
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46 I SIMIIiLIMI
Che ognun la brama aver prima, che l’abbia;
Ma poi che l’ha, non si contenta averla:
E questo avvien, perchè non vien mai sola.
Ma mena tanti incomodi, e disturbi.
Che saria cosa lunga a numerarli.
Ben io m’ammiro assai, che mia figliuola
Mandi con tanta fretta a dimandarmi.
Senza farmi saper quel, eh’ ella voglia.
Quantunque io stimi ben ciò, eh’ esser deve ;
Che sia qualche discordia col marito.
Ché così soglion far queste mogliere.
Che superbe, e feroci per le doti,
Vorriano i lor mariti aver per servi.
Bench’eglino anco han parte de la colpa;
Chè non sanno por freno a i lor piaceri.
Né san che cosa sia l’aver misura,
Ch’ é la virtù di tutte l’opre umane.
Ma veggio lei, che è mesta avanti l’uscio ;
E suo marito ancor da l’altre parte
Non è giocondo : sarà quel, eh’ io penso
Senz’ alcun dubbio. Adunque io vuò parlargli.
AL. Dio vi contenti, padre.
PEL. Che bisogna?
Che vuoi da me, che dimandar m’ hai fatto?
Forse avete tra voi qualche contesa?
Parla, non mel celar: dov’è la colpa?
AL. Io non ho fatto errore, e questo prima
Vuò che sappiate, che son senza colpa;
Ma non posso durar più con costui.
PEL. Ecco la lite io t’ ho più volte detto
:
Che tu abbi cura, che nessun di voi
Mai non mi venga con querele avanti.
AL. Che cura aver poss’ io di questa cosa ?
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,,
I SIMILLIMI 47
PEL. Quante volte ho detto, che tu debbi
t’
Ubbidire al marito, e che non vogli
Cercar né dove vada, o ciò che faccia?
AL. Quest’ uomo, padre, é innamorato, e perso
In questa cortigiana qui vicina.
PEL. Egli la intende ed io, perch’ egli è accorto.
;
Parò che ancor le porterà più amore.
AL. Mangia, e beve con lei.
PEL. ’
Per tuo rispetto
Mungerà manco quivi, o manco altrove.
Che cosa acerba, o che imprudenza é questa!
Tu non vorresti che l’andasse a cena
Fuora di casa, nè menasse alcuno
A cena seco, e lo vorresti servo,
E ancor filar con le fantesche.
farlo
AL. Io v’ ho chiamato, padre, in mio favore
E parlate in favor di mio marito?
PEL. Io gli parlerò contra, quand’io veda
Ch’egli abbia il torto; egli ti tien fornita
Di belle veste, e di maniglie d’oro.
Di vittuarie, e di fantesche, e servi;
Ma tu devresti aver miglior pensieri.
AL. Egli mi ruba poi le veste, e l’oro,
E mi dispoglia, e porta a le puttane.
PEL. Se questo fa, fa male; e se noi face.
Hai torto ad accusarlo senza colpa.
AL. Vedete eh’ ha il robone, e le maniglie.
Che le portò ;
ma poi che me ne accorsi
E seco me ne dolsi, le riporta.
PEL. Voglio da lui saperlo, e vuò parlargli.
Deh, Similiimo, dimmi, che contesa
È questa vostra? e perchè sei tu mesto,
E per che causa ella s’adira teco?
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48 I SIMILLIMI
8IM. Padre, che siete di cortese aspetto,
Se ben non m’ è palese il vostro nome.
Per quel supremo Dio, che ’l ciel governa,
E per lo sol, per le sustanzie eterne
Vi giuro . . .
PEii. Di che cosa vuoi giurare?
siM. Ch’ io non ho fatto ingiuria a questa donna.
Nè le ho tolto il robon, di cui si lagna;
Ma certo è fuor di sé, che priego Iddio,
Che se mai posi in quella casa il piede,
Ch’ io sia infelice sopra ogni infelice.
PEL. Hai tu perduto il don de l’intelletto?
Poi che tu giuri di non esser stato
In quella casa, ov’ abiti? o che pazzo!
siM. Voi dite adunque, eh’ i’ abito là dentro?
PEL. Tu ’l nieghi?
8IM. 11 niego certo.
AL. Vuol dir forse
Che questa notte d’indi s’é partito,
E gito a stare altrove.
PEL. Dimmi adunque:
Sei tu partito d’indi, e gito altrove?
siM. In che luogo son ito? e per che causa?
PEL. Per Dio, noi so.
AL. Certo che vi dileggia.
PEL. Simillimo flgliuol, lascia le burle.
Non scherzar più, rispondi a quel, eh’ ho detto.
siM. Che ho da far vosco? ditemi chi siete,
E donde, e che v’ ho fatto, e perchè tanta
Noia mi date in queste vostre parti?
AL. Vedete come tira gli occhi, e come
Gli nasce un color verde per le tempie,
E per la fronte, e gli sfavillan gli occhi.
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I 8IMILLIMI 49
8IM. Credono, ch’impazzisca; sarà meglio,
Ch’ io mi finga impazzire, e gli spaventi.
AL. Lassa, come sbadiglia! che far deggio?
PEL. Sta pur, figliuola, più che puoi lontana.
siM. O Satanasso mio, so quel, che vuoi;
Ma non posso partirmi, ch’i’ho d’intorno
Questa cagna rabbiosa, e questo becco
Fetido, e vecchio, e pien d’inganni e fraudi.
PEL. Dio ti confonda.
siM. O diavoletti cari.
Datemi in man quelle facelle ardenti,
Ch’ io le voglio abbrusciar tutta la faccia.
AL. Padre, mi vuol brusciar tutta la faccia.
siM. Credono, ch’io sia pazzo, ed e’ son pazzi.
PEL. Figlia.
AL. Che c’é? che debbiam fare?
PEL. È meglio,
Ch’ io vada a ritrovar molti facchini,
E eh’ io faccia legarlo, e porlo in casa.
Prima che muova fuor qualche tumulto.
siM. S'io non sa ritrovar presto rimedio.
Mi legheranno, porterammi in casa
e
Contro mia carco di pugni.
la voglia
AL. Gli vedete alcun segno ne la faccia?
PEL. Si, vada pur con quegli occhi in mal ora.
8IM. Far voglio, o Satanasso, il tuo comando.
PEL. Fuggi, figliuola mia, quanto tu puoi;
Vattene in casa, eh’ ei non ti percuota.
AL. Io fuggo, padre, ma guardatel bene.
Che non si parta: o misera infelice
Donna ch’io sono! oimé! che cosa vedo
Di mio marito! o sventurato amore!
BIM. Uccider vuò questo nefario vecchio,
4
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50 I SIMILLIMI
Che trema tutto, poi che inel comandi.
Piglierò quel baston, che tien in mano,
E poi gli romperò tutta la vita,
E male il tratterò, ch’egli è un mal vecchio.
PEL. Se tu mi tocchi, e se mi t’avvicini...
siM. Farò quel che comandi; torrò in mano
Quella sicure, e taglierogli il collo.
PEL. Bisogna, che da lui certo mi guardi.
Poi che sì fieramente mi minaccia.
siM. 0 Satanasso mio, da che ti piace.
Io monto sopra il tuo cavai morello.
O Libicocco, allacciami gli sproni.
Tu, Draghinazzo, dammi l’asta in mano,
Perdi’ io possa ferir questo leone
Fetido, e senza denti, e poi ne vada
Con la fada Platina a farmi ricco,
E divenir Monarca, e Re del tempo.
Ma prima uccider viiò questo ribaldo, (za.
Poiché ognun grida ammazza, ammazza,
: ammaz-
Ahi, chi è colui, che m’ha per capelli, i
E mi trae da cavai, nè vuol ch’io possa
Eseguir, Satanasso, il tuo precetto?
PEL. 0 Signor Dio, che male acerbo è questo?
Costui, ch’ora impazzisce, poco avanti
Erasavio, e gentile. 0 vita umana!
Come in un stato picciol tempo duri!
Come sen vien subitamente il male!
Io voglio andare al medico, e menarlo,
Ché forse gli farà qualche rimedio.
BiM. Costor son pur partiti, ch’arian forza
Farmi impazzir con l’intelletto sano.
Voglio partirmi aneli’ io per gire al porto
Fin che son salvo, e fuor d’esto periglio.
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I SIMILLIMI 51
Ben priego ognun che, se ritorna il vecchio.
Non gl’ insegni la strada, ove son ito.
CORO Nessun, nessun gl’ insegnerà la strada;
Ma non è ben a gir senza Consalvo.
Ite in un loco salvo.
Che noi raspetterem flii a che vegna.
siM. Penso che s’io non torno dentr’ a l’alvo
Del mio naviglio, ove convien eh’ io vada,
Che nuU’altra contrada
Sarà, che mi nasconda, o mi mantegna
CORO Non dubitate no, che non vi tegna
Questo angiporto qui da lui nascosto,
Ché non è da partir senza la borsa.
Avendo ornai trascorsa
Tanta fortuna, e mal, che v’ era opposto.
siM. Così far voglio, e voglio andarvi tosto,
E nascondermi poi dietro a quel muro,
E star ad aspettare
Ciò, che si voglion fare :
O pur l’andar di lungo è più sicuro?
CORO O che partito duro.
Veder il male, e non saper schivarlo,
E sempre aver dentr’ al suo cuore un tarlo!
Ma tu, che sei dal ciel discesa in terra.
Divina Sapienza, per ornarci
D’ogni eccellenza, e farci
A le forme celesti in vista equali ;
Tu sola se’ colei, che può salvarci
Da i moti di là su, che ci fan guerra;
Da te sola s’atterra
La rabbia acerba dei terrestri mali.
Dio, che conosce sol ciò, che tu vali.
Sempre ti manda a quei, eh’ a lui son cari.
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62 1 SIMILLIMI
Per farli più de gli altri esser perfetti.
Tu ne’ nostri intelletti
Entri, e gli fai sì gloriosi, e rari,
Ch’ a le sustanzie angeliche son pari.
Nè mai t’accosti ad anima maligna;
Che sai ben, ch’ogni pianta.
Che ’n mal terren si pianta,
A mal grado di noi sempre traligna.
Tu dunque, alma, e benigna,
Non mi negare il tuo divia aiuto.
Che senza te son come un uom perduto.
Senza te poco vai fatica umana;
Chè se tu non governi i bei pensieri,
Son sì frali, e leggieri.
Che rare volte fan radice, o frutto;
Dietro a i vestigi tui fermi ed alteri
Va la dottrina, che racconcia, e sana
Ogni speranza vana,
Ch’ ha nel cuor nostro il mondo errante indutto.
Questa è d’ogni tuo ben dolce ridutto ;
E con la veritate, e la ragione,
Che son di lei santissime figliuole.
Tanto t’onora, e cole,
Ch’ adorna il mondo d’opre illustri e buone.
Nessuna avversitate a noi s’oppone.
Che non rimanga al fin battuta e vìnta
Da la potenzia loro ;
Però te sola adoro.
Te sola arò ne l’anima dipinta;
Per te fia sola estinta
Quest’ empia novità, che mi confonde,
£ le sciagure mie saran gioconde.
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I SIMIGLIMI 53
DORIN famiglio, SOS ANDRO medico, PELORO,
SIMILLIMO rubato, CONSALVO, FACCHINI.
DOR. Son stato a ricercar questo maestro
Al speziale, il qual m’ ha poi mandato
A casa d’un, ch’avea il mal francioso.
Che gli avea quasi divorato il membro;
Quivi son stato un’ora ad aspettarlo;
Al fine è pur uscito, e l’ho condotto
Con passi di formica al mio patrone ;
Ma tosto saran qui, chè fanno a gara.
Qual abbia di lor dui l’andar più lento.
SOS. Che volete da me, che con tal fretta
M’ha chiamato Dorin vostro famiglio?
PEL. Che curiate mio genero, che ha male.
SOS. Che male è il suo? saria la pelarella,
O le creste, o i caruoli, o le morene,
0 delirio, o vertigine, o mania?
PEL. Non so questi tai nomi, e vi ho chiamato.
Perchè me gli diciate, e che ’l saniate.
SOS. Lo farò facilmente, e vi prometto
•
Sopra la fede mia sanarlo tosto.
PEL. Vorrei, che medicaste con gran cura.
’l
SOS. Lasciate fare a me, non dubitate;
Perchè ogni dì gli metterò una cura
Di mele, e se bisogna anche un cristero.
CORO Ben si starà nascosto? ecco che torna.
PEL. Eccolo qui, guardiam ciò che vuol fare.
SIM. R. Per Dio, ch’io son confuso questo giorno;
‘
M’ è ben andato tutto alla riversa.
La cosa, eh’ io credeva esser celata.
Quel parasito tristo l’ ha ridetta.
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54 I SIMILLIMI
Ma s’io non moro, gli torrò la vita.
Nutrita de’ miei cibi, e del mio pane.
Da questa puttana
l’altro lato poi
Siegue il costume ben de le puttane;
Chè quando le dimando quel robone
Per riportarlo a casa a mia mogliera.
Non si vergogna dir, che me l’ ha dato.
Ben mi ritrovo misero e infelice!
PEL. Avete udito il suo parlare?
SOS. Io sento
Che si dimanda misero e infelice.
PEL. Parlategli.
SOS. Simillimo, buon giorno.
Non tenete quel braccio discoperto.
Perché é molto contrario al vostro male.
siM. E. Avete altri pensieri?
SOS. Come state?
siM. R. Come fa chi non siede.
SOS. Ci vorrebbe
Un buon campo d’elleboro a guarirlo.
Simillimo, che dite?
siM. R. Che volete?
SOS. Rispondetemi a quel, ch’io vi domando.
Il vin, che voi bevete, è bianco, o nero?
siM. R. Andate ad impiccarvi.
PEL. Ora comincia
Ad impazzire.
siM. R. A che non dimandarmi
S’io mangio pane azzurro, o cremesino,
O verde, o giallo, o pesci, ch’abbian piume,
0 ver squamosi uccelli?
PEL. Avete udito.
Maestro mio, queste pazzie, eh’ e’ dice?
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I SIMILLIMI 55
Dategli qualclic medicina tosto.
Prima eh’ e’ venga in quel furore estremo.
SOS. Adagio. Io voglio dimandargli ancora
Qualche altra cosa.
pel. M’uccidete.
SOS. Dite,
Soglion mai gli occhi vostri farsi duri?
siM. R. Sciocco, voi mi credete una locusta.
SOS. Soglion mai gorgogliarvi le budella?
SIM. R. Sì,quando ho fame, non quand’ho mangiato.
SOS. Questa risposta non é già da pazzo.
Vi corrompete spesse volte in sogno?
SIM. R. E voi pisciate spesse volte in letto?
SOS. Si, ch’io vi piscio, ma ne l’orinale.
Dormite poi la notte fin al giorno?
SIM. R. E voi dormite, medicando, mai?
SOS. r dormo, s’io ho miei debiti pagato.
i
SIM. R. Dio vi confonda, e mandivi il mal anno.
Con questo vostro dimandar merdoso.
PEL. Ora comincia ad impazzir. Guardate
Che non v’offenda, bench’egli è modesto
Ne le parole sue più che non era.
Poc’ora fa mi disse eh’ i’ era un becco
Fetido, e vecchio, e pien d’inganni, e fraudi,
E sua mogliera una rabbiosa cagna.
SIM. R. Io dissi questo?
PEL. Si, che tu ’l dicesti.
Che tu sei pazzo.
SIM. R. Ch’io son pazzo?
PEL. Sei.
Non m’hai tu minacciato di salire
Sopra un cavallo, e di mandarmi a morte?
Io, che lo vidi, il so, però tei dico.
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56 I SIMILLIMl
siM. K. Ed che toglieste in San Giovanni
io SO
Di sacrestia dui calici d’argento,
E che foste in prigion per quel delitto,
E frustato, o bollato; e so che foste
Un di quei, ch’ammazzar vostro fratello,
E vostro padre ancor mandaste a morte.
Parvi ch’io sia in cervello? e che io vi sappia
Risponder villanie per villanie ?
PEL. Noi vedete impazzir? Deh fate tosto,
Sosandro mio, quel, che devete fare.
SOS. Sapete voi che sarà buon che fate?
Trovate gente, che mel porti a casa;
Ch’ivi pdtrò curarlo a mio bell’agio.
PEL. Volete voi così?
SOS. Cosìvogl’io;
Fatei portarmi a casa da i facchini.
PEL. Quanti ce ne vorran?
SOS. Quattro, e non meno.
PEL. Vado per essi, voi lo guarderete
In questo mezzo.
SOS. Anzi vogl’ ire a casa
A preparargli e medicine, ed altro,
E voi farete poi portarlo quivi.
PEL. Così faremo.
SOS. Adunque vado.
PEL. Addio.
siM. R. Mio socero, ed il medico son iti.
Ed io son solo. 0 Dìo, che cosa è questa?
Non so pensar, perchè cagìon costoro
Mi tengano per pazzo. Io pur conosco,
E vedo, e parlo, e mi ricordo il tutto ;
Onde più pazzo è quel, che mi tien pazzo.
Che non son io, che so che non son pazzo.
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I SIMILLTMI 51
Che debbio adunque far? vorrei tornarmi
In casa mia; ma mia moglier non vuole
Ch’io v’entri, e fa tener la porta chiusa.
Voglio aspettar s’ alcuno uscisse fuori.
Per poter seco entrar, quando ritorni.
CORO L’officio del buon servo é d’aver cura.
Quando ’l patron non c’ è, de la sua roba,
E governarla, e conservarla meglio
Che s’ ei ci fosse, e sempre oprar le gambo
Più volentieri che la gola, e ’l ventre.
Ben si dee ricordar quel, che ha cervello
De i premj, che son dati da i patroni
A chi è da poco, e negligente, e pigro.
Che sono ingiurie, bastonate, e pugni ;
E che son dati a chi è dabbene,
di quei,
Veridico, amorevole, e fedele.
Che son carezze, vestimenti, e cibi.
Io dunque ubbidir voglio il mio patrone
Con diligenza, e far ciò, eh’ e’ comanda;
E non gli contraddir, quand’ egli è in ira,
E mi rabbuffa; perchè è manco male
Tollerar le parole, che le botte:
Ond’ ho sempre paura di fallire ;
Chè ’l servo, eh’ ha paura, poco falla
Onde suole esser utile al patrone.
Ma quel, che non ha tema di fallire,
Quando ha fallito, e merita la pena.
Temer comincia; ed io non temo allora.
Or eh’ i’ ho lasciato i fanti, e l’altro arnese,
Com’ ei mi comandò, ne l’osteria.
Gli torno contra, e vuò picchiar la porta,
E dirgli, eh’ io son qui, pur eh’ io non venga
Tardi, quand’ è fornita la battaglia.
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58 I SIMILLIMI
PEL. Abbiate cura a far con diligenza,
E con ardir la cosa, eli’ io comando.
Portate a casa ’l medico quest’ uomo,
A suo malgrado, su le vostre spalle ;
Nè risguardate a sue minacele, e ciance ;
Ché ’l poverino é fuor de l’intelletto.
Che state ad aspettar? di che temete?
medico vogl’ ire,
Tolletel su, eh’ al
Per esser quivi a la venuta vostra.
SIM. R. Son morto, oimé meschin, che cosa è questa?
Che gente è questa, che mi corre addosso?
Che volete da me? state da largo.
Perché m’avete preso? oimé son morto.
Ove mi trascinate? aiuto, aiuto.
Aiuto, o cittadini da Palermo.
CORO 0 Dio del cielo, « Dio, che cosa vedo ?
Costor portan di peso il mio patrone.
Né so per qual cagione.
SIM. R. Aiuto, aiuto.
CON. Non temiate, patron, non dubitiate.
O crudel cosa! O gente da Palermo !
Comporterete ne la vostra terra,
Che siamo assassinati in questo modo?
Lasciatelo.
SIM. R. . Fratei, datemi aiuto.
Non mi lasciate far sì grave offesa.
CORO Io vi difenderò, né vuò lasciarvi
Pigliar, ma voglio anzi morir per voi.
Correte, marinari, a darci aiuto.
Signor, cavate un occhio a questo cane,
Ch’ io gli pianterò pugni entr’ a la faccia.
Tirati indietro, lascialo, poltrone.
SIM. R, Gli ho preso l’occhio.
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1 SIMILLIMI 59
CON. Trattegliel di testa.
Sì che si veda il loco, ov’ e:a posto.
CORO A pugni, a pugni, ognun lavori a pugni
Con questi acerbi, e perfidi ladroni.
FAC. Noi siamo morti, oime, non più, non più.
CORO Lasciatel, ribaldoni.
SiM. R. Ancor mi tocca;
Piantagli un goffo.
CON. Su beccate questo.
CORO Andate, poltronazzi, ite a le forche.
* Fuggite, animalazzi.
CON. Io gli ho la faccia
Carca di pugni ben, com’ io volea.
Patrone, i* venni in tempo a darvi aiuto.
siM. R. Iddio vi faccia, giovane, ogni bene;
Ché non era il vostro aiuto.
certo, se
Non mai sin a la sera.
sarei visso
CON. Fatemi adunque libero, da poi
Ch’ i’ V* ho salvato.
siM. R. Libero vi faccia?
Voi v’ingannate, giovane.
CON. Io m’ inganno?
siM. Sì per Dio vero. Io non vi son patrone.
CON. Non mi siete patron?
siM. R. Certo non sono,
E mai non ebbi servo che facesse
Tanto per me, com* ora avete fatto.
CON. Se voi negate eh’ io non vi sia servo.
Lasciatemi ire adunque in libertade.
siM. R. Andate in libertà dove vi piace.
CON. Così volete?
siM. R. Così voglio, s’io
Mi trovo sopra voi dominio alcuna
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60 I SIMLLIMI
CON. Dio vi salvi, patron.
siM. R. Giovane, certo
Di vostra libertà molto mi allegro.
CON. Lo credo, onde vi priego che vogliate
Dispor di me, come qùand’ era servo.
Verrò abitarvi appresso, e accompagnarvi
A messa, e in piazza, e ritornarvi a casa
Né più né men, come s’ io stessi vosco.
siM. R. Questo non voglio.
CON. vado a l’osteria
Io
Per portarvi gli argenti con la borsa,
Ch’ i’ ho governata ben ne la valigia.
siM. R. Portatela.
CON. Aspettatemi, che tosto
Ve com’ eli’ era.
la riporterò sì
siM. R. Gran meraviglie certo in questo giorno
Mi sono occorse: altri niegan eh’ io sia
Colui, che sono, e mi discaccian fuori;
E questi dice poi ch’era mio servo.
Ed io r ho fatto libero; onde vuole
Portarmi anco una borsa con denari.
Rechila pur, ch’io lascerò eh’ e’ vada
Libero a suo piacer dove gli piaccia;
Ma vada lunge, che se mai ritorna
Da , non la dimandi.
poi nel suo cervel
Mio soccro mi dice ch’io son pazzo,
E parimente il medico: o che cose
Strane, che paion veramente sogni!
Ma vogiio andare a questa meretrice.
Se ben sdegnata è meco, e ripregarla
Che mi renda il robon, che già le diedi,
Ché pur vorrei portarlo a mia mogliera.
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1 SIMILLIMI 61
CORO Edipo, che intendea tutte le cose,
Tutto l’oscuro dir delle persone.
Non saprebbe di ciò render ragione.
Ognor più mi confondo.
Quanto più sento ragionar costoro.
Non credo che nel mondo
Sì strane cose più saran, né foro;
Ché l’intelletto, eh’ è ’l nostro tesoro.
Tanto comprende manco il lor sermone,
Quanto che in quel più diligenza pone.
SIMILLIMO SALVIDIO, CONSALVO,
SIMILLIMO rubato.
siM. Se’ tu sì audace ancor, che vogli dire
D’ avermi ritrovato da quell’ora
In qua, che ti mandai nell’ osteria,
E ti ordinai che mi venissi centra?
CON. Io pur vi liberai da quei facchini.
Che vi portavan via per forza; e voi
Gridavate, piangendo, aiuto, aiuto 1
Ed eravamo avanti queste case.
pugni, e calci ve tolsi
Onde con li
D’ attorno, e voi per questo mi
faceste
darvi
Libero, e franco; e come andai per
La borsa, prestamente vi pentiste,
E pigliaste la volta per trovarm',
E per dissolver ciò, che avete fatto.
siM. Io libero t’ho fatto?
CON. Dio.
siM. Per Dio, ti dico certo che più tosto
Vogl’i’ esser servo tuo, che liberarti.
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62 I SIMILtIMI
siM. R. Giurate pur per i vostri occhi quanto
Volete, ed anco per lo vostro petto,
Che non saprete mai d’ avermi dato.
Ribaldo, nè il robon, nè le maniglie.
CON. O Dio, che cosa vedo?
siM. C’hai veduto?
CON. Vedo il vostro ritratto, il vostro specchio:
siM. Che cosa?
CON. Io vedo un’ altra vostra forma.
siM. R. Dio vi contenti, giovane, che foste
Per2,vostra cortesia la mia salute,
CON. Non vi sia grave, giovane, di farmi
Chiaramente sapere il vostro^nome.
8IM, R. Tant’ è’l servigio, che m’avete fatto,
Che non m’aggrava cosa, che vi piaccia.
Similiimo mi chiamo da Trieste.
siM. Anch’io son da Trieste, ed ho quel nome.
CON. Ed io sciocco credea, che fosse questo !
siM. Che ciance hai detto? non sai tu, che uscisti
Questa mattina meco fuor di nave?
CON. 0 sommo Re del cielo, e della terra.
Deh fa, che vera sia la mia speranza.
Spero, che questo fla l’altro gemello,
Che^con tanto'dosio cercando andiamo.
Ma parlar voglio un poco al mio patrone
Simillimo.
siM. R. e siM. Che vuoi?
CON. Non ne vuò dui.
Chi usci di voi sta man meco di nave?
8IM. R. Non io.
siM. Son io.
CON. Venite qua da parte.
siM. Eccome qui.
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I SIMILLIMI 63
CON. Patrone, o questo è un baro
Meraviglioso, o egli é vostro fratello; •
Chè non fu latte mai simile al latte.
Né l’acqua a l’acqua sì, quant’é costui
Simile a voi; poscia ha l’istesso nome,
L’istessa patria. Andiamo a interrogarlo.
siM. Tu mi ricordi bene, io ti ringrazio.
Sicgui; che s’egli è mio fratei gemello.
Si com’ io spero, i’ vuò, che tu sii franco.
CON. Così spero ancor io. Ditemi adunque.
Non mi diceste voi, ch’avete nome
Similiimo, e che siete di Trieste?
siM. R. Sì dissi, e dico.
CON. Cosi ancora questi
Simillimo si chiama da Trieste;
Ma state attenti, c rispondete chiaro
A quel, ch’io vi dimando; perch’io spero
Trovar, che voi sarete ancor fratelli.
siM. R. Dio ve ne faccia grazia.
CON. Penso certo
Che la farà. Ditemi ancora il nome
Di vostro padre.
siM. R. Emporio da Trieste.
siM. Questo fu il padre mio.
CON. Ditemi l’avo.
siM. L’avo era Filocriso.
CON. E che altro poi
Vi ricordate de la terra vostra?
siM. [Link] nostro padre mi menò a Danzano
Ad una Aera, ove tra quelle genti
Mi persi, e fui condotto in queste parti.
SiM. 0 Re del Cielo, aiutami.
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64 I SIMtLLlMI
CON. Tacete,
Non gridate, patron. Ditemi appresso,
Di ch’età vi partiste da Trieste?
siM. R. Avea sett’anni, e cominciava allora
Mutare i denti.
CON. Quanti figli poi
Aveano vostro padre, e vostra madre?
siM. R. Un altro, ed io, che mi ricordi, solo.
CON. Qual era di più etate?
siM. R. Bramo pari;
Ché noi nascemmo in un istesso giorno.
siM. O sommo Re del ciel, donami aiuto.
CON. Tacerò io, se non tacete.
siM. Io taccio.
CON. Avevate un sol nome?
SiM. R. No, ma egli
Salvidio, ed io Simillimo era detto.
siM. Conosco i veri segni, e non mi posso
Tener, caro fratei, ch’io non t’abbracci.
10 son Salvidio, tuo fratei gemello, .
CORO Or sia lodato Dio, quest’ è ’l gemello.
Che tanto tempo ricercando andiamo.
siM. R. Ma perchè sei Simillimo nomato?
siM. Dirolti. L’avol nostro, che t’amava
Molto, credendo che tu fossi morto.
Mi pose il nome tuo per consolarsi.
CON. Così si dice. Nominatemi^anche
11 nome de la madre.
siM. R. Dorotea.
siM. Sta bene.
BiM. R. 0 frate mio, quanto diletto
Prendo a vederti qui dopo tant’anni.
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I SIMILLIMl 65
siM. Ed caro fratei, quanto m’allegro.
io,
Dopo tante fatiche, e tanti affanni
Di ritrovarti, e di vederti vivo.
Voglio abbracciarti mille volte, e mille,
E stringerti, e basciarti, o caro frate.
si>r. R. O caro frate mio, quanto ti vedo
Volentieri, e t’abbraccio, e ti favello !
COR. Quanto piacere ara tutta la ciurma.
CON. Questo fu quel, perchè la cortigiana
Vi nominò col nome del fratello,
E credendovi chiamovvi a pranso.
lui,
siM. R. Cosi certo esser dee, perciò che quivi
l’m’avea fatto apparecchiare un pranso.
Che noi sapeva mia mogliera, a cui
Avea tolto un robone, e l’avea dato
A quella amica mia.
siM. Sarebbel questo?
siM. R. Si ch’egli 6 desso;e tu come l’avesti?
siM. Questa mattina una leggiadra donna
A pranso mi chiamò, dappoi mel diede.
Perch’io ’l facessi racconciar dal sarto;
Onde mangiai, bevetti, e con lei giacqui,
E guadagnai la vesta, e le maniglie.
siM. R. Molto mi piace, che per mio rispetto
Abbi avuto buon tempo; perché certo
Quando parlava a te, credea parlarmi.
CON. Volete più indugiare a farmi franco?
siM. R. Questa è, fratei, giustissima dimanda;
Falla per amor mio.
siM. Ti faccio franco.
81M. R. De la tua libertà molto m’allegro.
CON. Ed io sempre sarò, mentre ch’io viva.
Vostro fedel cliente, e quasi servo.
R
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.
66 I SIMILLIMI
siM. Fratei, dappoi, ch’avem tanta ventura
D’averci salvi ritrovati insieme,
Vogliam tornarci ne la patria nostra?
siM. R. Farò, come tu vuoi venderò prima ;
Fra sette giorni prossimi futuri
Tutta la roba mia, ch’io mi ritrovo
Dentr’ a Palermo, e torneremo insieme
Gioiosi e lieti ne la patria nostra.
COR. Quante vane contese, e quanti inganni
Recan le somiglianze de le cose.
Che la natura, e Dio tengono ascose !
La simillima forma dei fratelli
Col medesimo nome
Ci han fatto abbarbagliar le menti e gli occhi.
Or che si son trovati esser gemelli.
Ci è manifesto come
Fummo ingannati, e perché parven sciocchi.
Forza è, che ’l tempo chiaramente scocchi
La verità, perciocché ’l ciel dispose.
Che si discuopra al fin ciò, che s’ascose.
Entrate in casa, ch’entreremo insieme
A questa vostra festa
Gioconda e lieta, a noi molto gradita;
Perché rinverde la perduta speme
De la partenza presta,
E di tornare a più gioiosa vita.
O spettatori, poi cli’avete udita
Questa Commedia, alcun di voi non pose
Lo palme, e lodi quel, che la compose.
IL PIKE^nEI STMTLLIMI.
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INDICE
Allo illustrissimo e reverendissimo signore,
il signor Cardinal Farnese. Pag. 3
I Rimillimi - 9
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I LUCIDI
COMMEDIA
DI
«
AQjSrOLO FIRENZUOLA
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IMTERIiOCVTORI.
SPARECCHIA, Parasito.
LUCIDO TOLTO.
FIAMMETTA, sua mogUe,
SIGNORA, cortigiana.
ROSSETTO, ragazzo della Signora,
GRATTUGIA, cuoco della Signora.
LUCIDO FOLCHETTO.
RETTO, servo di Lucido Folchetto,
ANCILLA della Signora.
BIAGINO, servo di Lucido Tolto,
CORNELIO, padre della Fianunetta.
MEDICO.
Quattko Facchini.
La Scena in Bologna.
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I LUCIDI
DI
AGNOLO FIRENZUOLA
ATTO PRIMO
Scena !•
SPARECCHIA solo.
E* mi fu posto questo nome Sparecchia, perciocché
quando i’ mi metto intorno a una tavola, i’ la spa-
recchio in modo, che non accade che la fante la spar-
reccliie altrimenti: e invero, che chi mel pose non
dormiva perché e’ mi quadra molto bene, in buona
:
fé. Ma vedi in che bella speculazione i’ son caduto
adesso, degna certo d’ogni sottil filosofo 1 e io giu-
dico, che coloro che legano i prigioni colle catene
di ferro, e pongon lor le manette, e i piedi ne* ceppi,
acciocché e’ non si fuggano, facciano una grande
sciocchezza; perché a uno che ha male, se tu gli
arrogi male a male, tu gli dai maggior cagione di
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4 I LUCIDI
cercar di fuggire; e per questo avviene che noi sen-
tiam dire spesso: il tale ha rotto la prigione, e s’ é
collato dalle mura; tanto ch’ogni di ne scappa. Ma
chi volesse tenere un prigione in modo che non si
fuggisse, bisognerebbe legarlo a’ piedi d’una botte
di trebbiano, digreco, o di malvagia, a una cassa
di pan bianco, a una stia di cappon grassi, ovvero
a uno stidione dove e’ fossero cotti appunto allora,
e meglio a un taglieri addove fossero belli e ta-
gliati; e se se ne fuggisse, appello a me, sebbene
e’ fusse in prigione per la vita : chè queste catene
della gola, quanto più le allarghi, più ti stringono.
Ecco che io me ne vo me stesso a met-
adesso da
termi in prigione in casa di Lucido, acciocché e’ mi
leghi alla tavola sua con una catena lunga lunga
d’un buon desinare, donde io non mi potrò mai par-
tire, infinch’ ella starà apparecchiata. E sai che a’
suo’ pasti non si solletican le gengive colla carne
minuzzata a uso di lusignuoli alla franzesa ogni: :
cosa intera in tavola, e ognun piglia quel che vuole.
I’ so che chi vi mangia spesso
come fo io, vi di- ,
venta più largo che lungo. Pongasi mente a me se
mi si pare o quante vivande pasti da preti Mafife,
: I !
e’ son parecchi giorni eh’ i’ non vi sono stato, che
me ne duole assai: e Dio ’l voglia che ’l mio dise-
gno mi riesca a bene, e che d’uno errore ch’i’ feci
iersera, la gola non ne patisca oggi la penitenza:
mai più m’intervenne. Che s’ha a fare? che chi ne
ferra ne inchioda. Ma lasciami vedere s’ i’ ho quel
madrigaietto ch’i’ feci fare in laude sua: eccolo ap-
punto: chi vuol fare un rilevato piacere a questi
amore, dica ben di loro o della lor
cruciflssi dallo
druda in su queste cartucce. E’ m’è giovato a dar-
ATTO PRIMO 6
gli ad intendere eh’ i’ abbia del poeta anch’ io per- ;
ch’i’ ho posto mente, che sempre ch’io gli porto
qualche cosetta in sua lode, che mi dà bere quel
vino che bee per sé proprio io, non che comporre,
;
non so a che ne sa manco di
fatica leggere; egli
me, se bee per miei, e io me lo beo e mangio
gli
per mio. Ma è però si gran fatto, che si creda che
un mio pari che ha sì buon ingegno, sia poeta? è
cuoco in corte, o monaca in monastero, che faccia
un erbolato come me? oimé! e’ compone tale, dice
tale improvviso, che non sa per che verso si abbi a
stare un verso. Ma che? ogni bue non sa di lettera:
e questi sciocchi lodan più le cose dozzinali, perchè
par loro intenderle, che le cose de’ valentuomini, che
nonne mangiano: e come e’ sentono rimare zoccolo
con moccolo, non domandare se ridono e se mai fu :
andazzo di poeti e di improvvisanti, n’é stato in
questa ten-a questo anno. Sta! e’ mi pare aver sen-
tito aprire il suo uscio : eccolo, che vien fuori colla
moglie. Che borbott’ egli? oh fa tuo conto, eh’ elle
saran delle nostre: mai più combatterono insieme.
Scena li.
LUCIDO TOLTO, FIAMMETTA SUR donna,
e SPARECCHIA.
Lucido Tolto. Femmina del diavolo.
Fiammetta. Tu dì bene il vero , che tu mi gli fai
dare spesso.
Lucido Tolto. Se tu non fai pensiero di accomo-
darti alla voglia mia, noi arem poco accordo in-
sieme.
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6 I LUCIDI
Fiammetta. Sì, e’ bisognerebbe eh’ i’ non avessi né
occhi nè orecchi.
Lucido Tolto. Io so che t’ha a piacer quel che mi
piace, e dispiacerti quel che mi dispiace; e così ha
ire: e ti prometto la fede mia, che da questa volta
in là, eh’ i’ non ci voglio aver più pazienza, e man-
derottene a casa tuo padre : deh va, indiavolata che
tu se’.
Fiammetta. A Dio piacesse eh’ i’ non ci fussi mai
venuta.
Lucido Tolto. No’ abbiam cominciato una bella tre
sca in verità. Com’ i’ voglio andar fuora: e dove vo-
lete voi andare? deh non andate ancora: deh state
ancora un poco: udite una parola: tornerete vo’
presto? non fate come l’ altra sera. Mona merda,
che ci hai oggimai fradicio! Che sarà? la tal che
vi vuole, e la qual che vi domanda: dove porta-
ste voi quella cotale? che facevi voi da san Fran-
cesco? e che avete voi a far con quella vestita di
bigio? che vi disse colei da san Giovanni? malan
che Dio ti dia, e la mala pasqua, scimunita, bestia
senza freno, e senza ragione.
Fiammetta. E’ mi dà tanto, che guai a me ma bi- :
sognerebbe eh’ i’ non ti volessi tanto bene.
Lucido Tolto. Oimè, i’ mi credeva aver menato in
casa una compagnia, e io ci ho menato un confes-
sore: che dich’ io? anzi un notaio, che mi esamina
ogni dì con mille martori: e sempre ho drieto le
spie,addove i’ vo, e dovunch’ i’ sto. Oh, che conti-
nuo flagello è questo, e che fradiciume, e che tor-
mento! e tutto questo mi avviene, perch’i’ te n’ho
comportate troppe.
Fiammetta. E io credetti aver preso marito, e aver
ATTO PRIMO 7
trovato la casa mia, e io ne son venuta in carcere,
stiava, e di continuo lacerata e maltrattata.
Lucido Tolto. E che ti manca? e’ ti dovrebbe pur
bastare, eh’ ti tengo come una regina
i’ tu famigli, :
tu fanti, tu veste di seta d’ogni colore, e di panno a
ogni foggia, anella, catene, pendenti, vezzi di perle :
o diavol empila: la non ha prima aperta la bocca,
che l’ha ciò che la vuole.
Fiammetta. Io non son venuta a casa tua per al-
tro, se tu ’l credi mi mancavano simil cose a casa
:
mio padre invero e tu lo sai. Eh Fiammetta, fra
: ,
tutte le riammette sventuratissima! che sia mala-
detto chi tal nome mi pose, ché non senza cagione ;
Fiammetta alle fiamme nata, e destinata sempre a
vivere in fiamma, fuoco e battaglia.
Lucido Tolto. Ben dice il proverbio eh’ egli è
: me-
glio abitar colle fiere in le spilonche che avere in ,
casa una femmina litigiosa e perversa, come se’ tu:
alla fè, alla fé, che se tu sarai savia, tu sarai manco
curiosa a ricercare i fatti del tuo marito.
Fiammetta. E fatti miei son questi: e a me tocca
a ricercarli, sai: e non ti pensare, che mai accon-
senta che vadi bussando gli usci altrui.
Lucido Tolto. Acciocché tu vegga quanta stima
i’ fo delle tue rampogne , che procedono da una
certa tua cattiva natura vo’ farti trovare quel che
,
tu vai cercando: che chi così vuol, cosi abbia. Le-
vamiti dinanzi, vanne in casa: se tu mi fai metter
mano a altro che parole...
Fiarmnetta. Liberami, Signore, da tanta furia; e
mandami la morte.
Sparecchia. Costui mostra di minacciare la moglie,
e minaccia me; perchè se desina fuor di casa, mal
ne fare’ io, e non ella.
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8 1 LÙCIDI
Lucida Tolto. Tu ti dai forse ad intendere, eh’ i’ sla
tuo schiavo, eh? e eh’ i’ abbi a fare a tuo modo, eh?
tu r arai errata, ti so dire ; tu hai trovato 1’ uomo,
per Dio.
parecchia. A lei non mancherà da desinare: pa-
trassi provvedere di compagnia, come le piacerà, alla
barba tua.
Lucido Tolto. Se a nessuno ha toccare a star sotto,
vo’ che tocchi a te; che così mi par dovere: a mio
modo vo’ far io, e vo’ che tu stia cheta, e faccia vi-
sta di non vedere, e vegga.
Sparecchia. Pazza sarà ella s’ ella non gli rende
,
pan per focaccia. La non mi ha però cera di sem-
plice: e sai che queste mone oneste quanto più
fanno dello schifo, tanto più... eccetera.
Lucido Tolto. Noi non siamo buoni ad altro , se
non a fare Io spasimato.
Sparecchia. Allor si dee guardar il marito, quando
la moglie mostra di essere spasimata di lui.
Lucido Tolto. A questo fiasco hai a bere , se tu
vorrai stare a mio pane e a mio vino.
Sparecchia. Io non conosco donna, per brutta che
la sia, che quando 1’ è moglie di questi primassi,
non trovi ricapito; che questi che vanno sul corpo
alle dame, come danno in una cittadina, e’ par loro
avere un San Gradano.
Lucido Tolto. Or vedi ve’, che con questa bravura
me r ho levata dinanzi la si é pur racchetata una
:
volta, ed è un gran miracolo per mia fè. Deh per-
ché non corrono adesso tutti i mariti, che hanno la
moglie superba e dispettosa, com’ é la mia? ma chi
è quel che l’abbi altrimenti?
Sparecchia. Come i poponi da Chioggia sono tutte
le donne.
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ATTO PRIMO 9
Lucido Tolto, Poiché io ho combattuto si viril-
mente con una moglie strana e perversa più che
tutti i ed bolla vinta, a pormi in capo una
diavoli,
corona d’alloro. Ma e’ ci è meglio ché io gli ho ;
carpito su questa vesta, senza eh’ ella se ne sia ac-
corta , la quale vo’ portare alla mia signora. Cosi
bisogna fare a queste segrenne, che ti hanno cura
alle mani: chi tutto vuole, nulla non ha: così inter-
verrà a lei. Oh questo é stato il bel colpo di mae-
,
stro! affé i’ mi sono così piaciuto! conciossiacosa-
ché io ho ributtato il nimico valorosamente io gli ,
ho detratte le spoglie, con le quali io possa rizzare
un trofeo in casa della mia signora e padrona , a
perpetua memoria della ricevuta vittoria contro alla
regina delle spigolistre.
Sparecchia. Olà, quel giovane: e qual parte sarà
la mia?
Lucido Tolto. 0 tristo a me, io sono scoperto!
Sparecchia. Anzi coperto: non dubitare.
Lucido Tolto. Chi é costui? 0 galantuomo,
Dio ti
ci ha mandato : tu se’ giunto a tempo.
Sparecchia. Cosi é 1’ usanza mia ha’mi tu a co-
:
noscere adesso?
Lucido Tolto. ìfion certo: che tu suol sempre giun-
gere in sul porsi a tavola. Ma vuoi tu intendere
una cosa che ti piacerà?
Sparecchia. Qual cuoco l’ ha cotta? che senza ve-
derla altrimenti, io ti saperò dire s’ella può essere
buona, o sì, o no.
Lucido Tolto. Hai tu mai veduto in casa quella
tavola, che vi é dipinto 1’ aquila che rapisce Gani-
mede, o quella dove Venere se ne porta Adone?
Sparecchia. Holle vedute ma che fanno a me que-
;
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10 I LUCIDI
ste dipinture, che non sono buone da mangiare?
Lucido Tolto. Guardami in viso e vedrane una di
,
rilievo simile.
Sparecchia. Che fardello è cotesto, che tu hai sotto?
qualche cosa che tu hai carpita a mugliata, évero?
Lucido Tolto. Gli altri indovinano alle tre, e tu
hai indovinato al primo. Non ti par eh’ i’ sia un va-
lentuomo?
Sparecchia. Lasciamo andar le baie. Dove abbiamo
noi a desinare stamattina?
Lucido Tolto. Rispondimi prima a quel che ti do-
mando.
Sparecchia. I’ ti rispondo , che tu se’ un valen-
tuomo: orsù, e poi?
Lucido Tolto. Non vuoi tu arrogere qualch’ altra
cosa?
Sparecchia. Un savio e provido viro bastati ? tocca
:
due parole della fine.
Lucido Tolto. E non altro?
Sparecchia. E non altro insin eh’ i’ non so dove
no’ abbiamo a desinare: ché, a dirti il vero, perch’io
ti poco fa garrir con mugliata, i’ ho paura
senti’
che in casa tua non sia più cattivo ordine che ’l
Venerdi Santo.
E questo é quel eh’ i’ attendo con
Lucido Tolto.
ogni diligenza, che noi ci ficchiamo in qualche lato,
se noi dovessimo ficcare in un forno, dove noi
ci
desiniamo a pié pari, senzachè quella fiera di mo-
gli ama lo possa spiare.
Sparecchia. Così si vuol fare a queste schifalpoco ;
non ne lassar lor vincere una per nulla, e bisogna
avvezzarle a buon’ ora.
Lucido folto. S’ i’ non la domo , mio danno : ma
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.
ATTO PRIMO 11
queste donne sono di tanta cattiva natura, ch’egli
è male in tutti i modi, che l’uomo la pigli co’ fatti
loro. Lasciamola andare: torniamo al fatto nostro:
fatti un poco più qua.
Sparecchia. Eccomi: vuo’ne tu più? Oh, tu faresti
bene l’ agnus deo.
Lucido Tolto. Perchè?
Sparecchia. Perchè tu ti rivolti indietro spesso :
eh’ ha’ tu paura, che mogliata non ti venga dietro?
Lucido Tolto. Or che di’ tu di questo fardello? ba-
stati l’animo, se tu l’odori, d’apporti quel che n’ab-
bia a riuscire?
Sparecchia. Sì, da mangiare.
s’ eli’ è cosa
Lucido Tolto. Fiuta un poco qui: di che ti sa?
eh’ ha’ tu paura? e’ par che gli abbi a fiutare . .
fiuta su, canchero ti mangi.
Sparecchia. Di grazia, non più: l’è una veste da
donna; levala via. E che sì, che se tu me la fai fiu-
tar più, e massime costì, che tu mi farai rivedere i
conti innanzi desinare?
Lucida Tolto. O diavol, di che può ella mai sapere?
non credo che l'abbi portata quattro volte.
Sparecchia. La non s’abbi: e’ basta una a una
donna: deh, di grazia, non più, se tu mi vuoi bene.
Lucido Tolto. Orsù, fiutala da quest’ altro lato : di
che ti sa?
Sparecchia. Buono, buono! di furto, di signora,
d’un desinare, d’una cena, d’un galdeamus.
Lucido Tolto. A dirti il vero, io l’ho imbolata alla
donna.
Sparecchia. Sapavancelo: vuo’tu dir altro?
Lucido Tolto. E portola alla mia signora : e voglio
che per quello amore la ci facci un desinare da cri-
stiani.
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12 I LUCIDI
Sparecchia. E anche cena.
Lucico Tolto. E anche cena. Ma vedi, io voglio che
noi attacchiamo i pensieri tutti alla campanella
dell’uscio, e che noi stiamo a tavola insino a do-
mattina a quest’ ora.
Sparecchia. E’ basta bene insino a domandasseraal-
TAve Maria.
Lucido Tolto. «Bene hai pensato : infine tu se’ una
buona testa.
Sparecchia. Buona testa dice e’ mi , I si pare al
viso; non vedi tu come io son grasso e fresco? Dio
mi benedica. Orsù adunque i’ picchierò l’ uscio per
avanzar tempo.
Lucido Tolto. Picchia, ma picchia piano. Sta fermo,
sta fermo, ecco che la vien fuora.
Scena III.
SIGNORA, SPARECCHIA, 6 LUCIDO TOLTO.
Deh cuor mio dolce , che tu sia il ben
Signora. ,
venuto e che vuol dire che tu non ti lassi più ri-
:
vedere? come hai tu potuto mai fare, che daiersera
in qua tu non ci sia pur arrivato altro che adesso?
Ah, i’ dico bene io, che lo amore di voi altri uomini
è come la bellezza del giglio.
Sparecchia, E il vostro é come il vino del fiasco.
Lucido Tolto. Una faccenda grande, speranza mia,
la quale e a te e a me assai importava, mi ha rite-
nuto insino adesso eh’ i’ non ci abbia dato volta.
Signora. E che hai tu sotto, riposo mio?
Lucido Tolto. Queste sono lè pompe tue, e le spo-
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ATTO PRIMO 13
glie de’ nimici nostri, rosa mia soavissima : una
delle veste di mogliama, la più bella.
Signora. E che bisognava che tu
ti pigliassi que-
sto sconcio? or non sapevi
che senza questo la
tu,
persona mia é la tua, e appo te io stimo tutti gli
altri amici, anzi il resto degli uomini, una vii pa-
glia? Tu solo se’ il mio bene, il mio riposo, il cuor
mio, e l’anima mia e cosi ti sarà sempremai aperta
:
la porta, quando ci verrai con le man vote, come se
tu ci venissi piene ehé io non ti voglio sì
con le ;
fatto bene per cotesto, amor mio: chè tu sai bene,
eh’ io non sono come queste altre , e massime con
esso teco.
Sparecchia. Tu ne menti per la gola: anzi gli farai
carezze insino a tanto, quanto tu vedrai di cavarne.
Signora. Io non voglio che per amor mio t.u facci
quistione in casa tua con la tua compagnia, ed esser
causa di farla vivere disperata a me basta aver te
:
e nè altro bramo che te, e tutto tengo e posseggo,
quando ho te, anima mia.
Sparecchia. S’ella ti volesse bene, com’ ella dice,
non ti arebbe guardato alle mani. —
Com’ ella lo
vide al primo: che hai tu sotto, speranza mia? come
resterà di darle, la troverà sue scuse per levarselo
dinanzi che venga
: il morbo a quante ne porta grem-
biule.
Lucido Tolto. Cuor mio caro, io conosco che que-
sto è poco guiderdone alli molti obblighi che io ho
con teco ; però non te la do per pagamento, ma per
usar ancor banda mia qualche parte di cor-
io dalla
tesia. Pigliala adunque volentieri; e ricordati che
io non ho altro bene che te.
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14 I LUCIDI
Signora. Gran mercé: veramente ch’ella è una bella
vesta.
Sparecchia. Dissi ben io, la non la vorrà (in com-
pera). Forsech’ella s’ è fatta pregare! al primo, gran
mercé.
Lucido Tolto. Ella è quella eh’ io le feci l’anno pas-
sato, quando l’ andò alle nozze della sorella e co- ,
stommi il drappo solo ben quaranta scudi.
Signora. Credulo: chè certo egli é un bel drappo.
To’ qui, Rossetto, portala su.
Sparecchia. Sì, presto, portala su, ché lo ’ndugio
piglia vizio; che non si pentisse.
Signora. Non vogliam noi andarcene in casa?
Lucido Tolto. Non adesso: ma sai tu quello ch’io
voglio da te? che tu faccia ordinare da desinare a
me e a questo buon compagno.
Signora. Oimé, e più che volentieri.
Sparecchia. Signora, ogni poco di cosa basta, che
voinon credeste che noi siamo di troppo gran pa-
sto duo paia di capponi arrosto, un paia allessi, con
:
un poco di vitella morbida per amor de’ lasagnotti :
qualche pollastro per cominciare: del cacio e delle
frutte; e sopratutto buon vino; e nel principio un
bicchier di malvagia non farebbe male.
Signora. E’ sarà fatto tutto quel che comandate.
Lucido Tolto. Orsù: mentre che tu farai ordinare,
noi andremo a far due faccenduzze inaino in piazza,
e sarem qui in un batter d’occhio.
Signora. Venite a vostra posta, chè ogni cosa sarà
in ordine.
Lucido Tolto. Addio adunque, vita mia. Andianne,
Sparecchia.
Sparecchia. Andianne; e per istamattina non aver
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ATTO PBIMO 15
paura di perdermi : che se fusse aperto il paradiso,
io non ti lascerei per entrarvi.
Seena lY.
SIGNORA, ROSSETTO SUO ragazzo, e grattugia
cuoco della signora.
Signora. Rossetto, o Rossetto.
Rossetto. Signora, che comandate?
Signora. Chiamami giù il Grattugia: spacciati: a
chi dich’io?
Rossetto. Grattugia, o Grattugia senza cacio 1
Grattugia. Chi è là? chi chiama?
Rossetto. Cammina, vien giù alla Signora: presto 1
trana: oh, ve’ cuoco freddo!
Grattugia. Eccomi, Signora: che comandi? ecc
nulla di nuovo?
Signora. Piglia la sporta : eccoti uno scudo, va in
piazza, e compera tanta roba da desinare, che basti
a tre persone fa eh’ ella non manchi , e anche che
:
ella non si abbia a gittar via.
Grattugia. B chi hanno a esser questi tre?
Signora. Va cercalo: che ne vuo’ tu sapere chi s’ab-
biano a essere? fa quel che ti è detto, e non cercar
più là.
Grattugia, Faceva per saper di che qualità e’ sono,
e ordinare secondo gli uomini.
Signora. Oh, ve’ dove l’aveva: abbiamo a esser.
Lucido, e il suo Sparecchia, e io.
Grattugia. Ecco a te: qui bisogna ordinare per
dieci, e non per tre.
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16 I LUCIDI
Signora. Perchè?
Grattugia. Perchè lo Sparecchia sparecchia per.
otto al sicuro.
Signora. Io ti ho detto chi noi abbiamo a essere ;
del resto io ne lascio la cura a te; e s’egli sparec-
chia, e se quello scudo non basta, eccotene un al-
tro: spendi il manco che lu puoi, e sia qui adesso.
Grattugia. Sì testé, corri; egli é già cotto ogni
cosa; di’ che si pongano a tavola.
Signora. Orsù, non tante ciaiice; va via e spac-
ciati avanza tempo, eh’ egli è tardi.
:
Grattugia. Non dubitare , io sarò qui ora , e sarà
fatto con prestezza, e bene.
ATTO SECONDO
Scena 1.
LUCIDO FOLCHETTO, e DETTO SUO SerVO.
Lucido Folchetto. A me pare che nel camminare as-
sai viaggio, non sia altro piacere, che quando il pel-
legrino arriva in quel luogo dov’egli desidera.
Setto. Sapete voi quando è ver cotesto? quand'egli
arriva a casa sua: ma che abbiam noi a fare di Bo-
logna, che lo arrivarci ci abbia a rallegrare? chè
abbiam oggimai cerco mei^o la cristianità senza
saper perché.
Digij odbyCoogl
ATTO SECONDO 17
Lucido FolcTtetto. Troppo lo so io il perché. Or non
ti par egli ch’io lo sappia, se io vo cercando d’un
mio fratello, non solo d’un medesimo padre e di una
medesima madre, nato meco in un medesimo parto?
Betta. E quando ha aver juai fine questa ricerca?
egli è oramai tre anni che noi siamo dietro a que-
sta tresca; in Levante, in Ponente, nell’Africa. E
che domin di paese non abbiam noi oramai rivol-
tato? e’ non ci é buco, e’ non ci é forno, dove noi
non abbiamo fitto il capo, Oimè! oh se noi avessimo
cerco d’un ago da dommasco de’ più sottili, io sono
chiaro che noi lo aremmo ritrovato. Ma volete voi
ch’io vi dica l’opinione mia? io per me credo die
noi cerchiamo d’un morto che cammini ;
che se fussi
vivo, oramai e’ si sarebbe ritrovato.
Lucido Folchetto. Se io trovassi almanco un che
dicesse che fusse morto e’ sarebbe fornito il dire
, :
ma per insino che io non ho altra certezza di quella
ch’io mi abbia adesso, io non resterò mai di cer-
carne: chè a me sol tocca a sapere quanto questa
cosa mi pesi.
Betta. Padrone, voi cercate della discrezione fra
le donne: e quanto fareste voi il meglio a tornar-
vene a casa!
Lucido Folchetto. Deh, di grazia, non mi torre la
testa, se tu non vuoi eh’ io ti spezzi il capo.
Betta. In questo mi posso io accorgere quanto è
misero lo stato di chi sta con altri alla prima pa- :
rola che io non ho detta a modo suo egli é mon- ,
tato in sulla bica; nondimeno non mi posso te-
io
nere che io non dica le cose come io le intendo.
Sapete voi ciò che io vi ho a ricordare? che voi con-
sideriate alla borsa, che comincia a esser leggieri :
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18 I liUCIDI
guardate che per cercare altrui voi non facciate come
gl’ innamorati, che perdono loro stessi ; e se mai fu
da aversi l’occhio , è testé in questa terra, dov’ è
una certa generazione, o volete di uomini, o volete
di donne, che chi va tra loro, e non inciampa, può
ir sicuro insino in Francia. Voi sapete che si dice
Bonoma docet, cioè ch’ella insegna vivere, ma alle
sue spese. Padrone, guardatevi da queste cortigiane,
ch’ell’hanno più trappole che topi.
Lucido Folchetto. Di questo io voglio che tu ne la-
sci il pensiero a me ; che se io ci sono colto , mio
danno. Ma vedi chi mel dicel sì, sto fresco 1 Dà un
po’ qua la borsa a me.
Setto. Che ne volete voi fare?
Lucido Folchetto, Le tue parole medesime mi hanno
fatto paura.
Setto. E di che avete voi paura?
Lucido Folchetto. Che in Bologna tu non sia Bolo-
gna, e ’nsegnimi vivere alle mie spese: ché tu sai
eh* i’ ti conosco mal’ erba ché tu andresti dietro a
;
un lucerniere insino in Fiandra, purch’egli avesse
un sciugatoio intorno; e non vorrei che tu facessi
a sicurtà con essa, e che poi io ti avessi a spezzar
le braccia.
Setto. J)\ grazia, togliete: guardatela adesso, che
ell’é quasi vota; ché a me non potete voi far il mag-
gior piacere. Egli ha fatto come quel Perugino, che
subito che gli fu rotto il capo, e’ corse a casa per
la celata.
Lucido Folchetto. Oh, basta mo, non tante parole.
Chi é questo che di qua viene? domandagli un poco
dove sono le stufe in questa terra.
Setto. Che volete voi fare adesso delle stufe? noi»
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ATTO SECONDO 19
sapete voi che le son lì vicine a dove alloggiati
siamo?
Lucido Folchetto. Se saputo l’avessi, non te n’arei
domandato: e non ti par forse che ne abbiamo di
bisogno?
Scena 11.
GRATTUGIA, LUCIDO FOLCHETTO, e SETTO.
Grattugia. Io ho provvisto un desinare da cristiani,
e così a mio modo: i’ ti so dire eh’ i’ gli farò sguaz-
zale. Ma
ecco Lucido, che mi è già alle spalle.
Lucido Folchetto. Betto, costui viene alla volta no-
stra.
Setto. Lasciatelo pur venire; state in cervello.
Grattugia. 0 la va di rondone: gli
osti tornano a
innanzi che vivande sieno in cucina.
le
Aspetta, i’ voglio un po’ di burla seco. Buon dì. Lu-
cido, tu se’ già tornato, eh? sollecita: addove sì ma-
nuca, Iddio mi vi conduca ;
e dove si lavora, mandi
fuora.
Lucido Folchetto. Che Dio ti dia ciò che tu desideri,
poiché tu mi hai chiamato per il nome mio: molto
l’hai saputo presto?
Grattugia. Gran fatto alla fé; ma dov’é ’l compa-
gno tuo?
Lucido Folchetto. Che compagno va’ tu cercando?
Grattugia. Il tuo Sparecchia vivande.
Lucido Folchetto. Che sparecchia, e che vivande?
tu debbi esser qualche sciocco: va pe’ fatti tuoi, e
farai bene.
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so I LUCIDI
Betto, Non vi ho io detto, padrone, che vo’ stiate
in su le vostre, e che non c’é se non trappole? Olà,
che compagno dicevi tu?
.Grattugia, Quel ribaldon dello Sparecchia, o del
Divora, che voi ve lo vogliate chiamare,
Betto, Che arte é la tua? deh, di’ ’l vero, giri tu
il filatoio, o macini a secco? che divorato sie tu da*
lupi.
E
tu sie divorato da’ cani, bagaglione.
Grattugia.
O uomo dabbene , di che mese
Lucido Folchetto.
viene la Befania in questa terra?
Grattugia. 0 to’ questa: perchè?
Lucido Folchetto. Perché, secondo eh’ i’ veggio, la
ci debbe esser di state, poiché le bestie ci favellano:
che a dirti il vero, alle cose che tu di’, tu mi pari
un leofante.
Grattugia. Io sono il Grattugia,
Lucido Folchetto. 0 caldaia, oh come tu mi bolli!
Chi tu ti sia, io non ti conosco, e non ti vidi mai:
e anche adesso, per lo piacere eh’ i’ me n’abbia, non
mi curo di conoscerti,
.
Grattugia. Diavol eh’ io non sappia che tu hai no-
me Lucido,
Lucido Folchetto. Di questo hai tu ben mille ra-
gioni ;
che nel vero io ho cotesto nome : ma dove
mi hai tu conosciuto?
- i’ ti ho conosciuto? 0 to’ se que-
Grattugia.' V>o\
sta sì dove tu hai conosciuto me: in casa
calza!
della Signora di chi tu se’ innamorato.
Lucido Folchetto. Di qual Signora?
Grattugia. Della Signora mia padrona di chi se’ ,
morto fradicio.
Lucido Folchetto. Io non sono innamorato , nè mi
ATTO SECONDO 21
pare esser morto, nè fradicio, e non conosco nè si-
gnora, nè padrona, e non so ciò che tu ti abbai.
Grattugia. Così non lo sapestu in tuo servigio!
che buon per te, e per quella poverina di mogliata,
chè il tuo varrebbe più qualcos a. La comare se u’ è
ben avveduta, che senza una discrezione al
ella
mondo pettina all’insù. Eh, pover’uomo, ti so dire
il
che tu tu non puoi far testamento. Lu-
stai fresco ;
cido non ti ricordi tu , che quando tu vi vieni la
,
sera a dormire, ch’io ti scalzo? ah Lucido.
Lucido Folchetto. Deh, vedi che bella festa è que-
sta! io non so chi mi tiene eh’ io non cavi il vino
del capo a costui. Tu mi hai scalzato eh? e non fui
mai più in questa terra.
Grattugia. Niega pur, baione: ho fatto a questa
volta come i pifferi di montagna; io voleva un poco
di burla del fatto suo, e se l’ha presa di me: di
i’
sorte eh’ i’ sto infra due se egli è lui egli
, o s’ ,
sono io me. Lucido, non se’ tu Lucido, che stai co-
laggiù in quella casa?
Lucido Folchetto. Io vorrei volentieri che quella
casa sprofondasse con chiunque vi ha dentro, o chi vi
stette mai e tu con esso loro insieme che m’ hai
, ;
fradicio. Levamiti dinanzi.
Grattugia. Oh, oh, costui è ito in villa con la bri-
gata: ah, ah, ah, e’ farebbe rider il pianto, ah, ah.
0 ve’bestemmia che si è mandata da sè a sè, senza
un al mondo. Lucido, sa’ tu quel eh’ i’ ti
proposito
vo’ dire adesso, senza darti la madre d’ Orlando?
tu avevi una gran ragione a domandare della Befa-
nia, chè tu sentivi bene come tu stavi dentro: oh,
io non conobbi mai la maggior bestia di te.
Setto. Deh levatici dinanzi , che tu ci hai oramai
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23 I LUCIDI
stracco , fastidioso importuno che tu se’, quando
l’uomo ti avesse assai sofferto.
Grattugia. Eh , e’ vuol la baia del fatto mio : egli
é usanza sua di motteggiar meco, e massime quando
gli è fuor della moglie.
Lucido Folchetto. Pur moglie I
Grattugia. Infine e’ non la vuol sentir ricordare:
sia per non detto lasciamola andare
:
,
che l’ ora si
fa tarda. Credi tu che queste cose bastino a dar
mangiare a Signora, e allo Sparecchia?
te, alla
Betto. Be, quanto ha a durar questa taccola, viso
di pazzo?
Grattugia. Ve’ questo fornimento da cuori? io non
favello teco; e non ti vidi mai più: bada a’casi tuoi,
e lasciami favellar con costui che conosce me , e
io lui.
Lucido Folchetto. Compare, tu debbi aver fatto co-
lezione a digiuno: io ti conosco bene io.
Grattugia. S’ i’ ho non l’ho fatta, i’ la farò. Addio:
tu hai fatto bene a ricordarmelo: lasciami andar a
ordinar da desinare. Vedi; in un batter d’occhio
sarà cotto ogni cosa; non ti discostar troppo.
Lucido Folchetto. Che tu rompa il collo al primo
scaglione.
Grattugia. Ah, tanto male? Io non son mogliata
io:vientene, vientene in casa a ’ntrattenere la Si-
gnora; e parte t’uscirà la stizza: cotesto è tutto
amore che ti scanna; i’ le vo’ dire che tu ci se’.
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,
ATTO SECONDO 23
Scena 111.
LUCIDO FOLCHETTO, 6 DETTO.
Lucido Folchetto. E’ ci pur levato dinanzi que-
sì é
sto pazzo. Alla fé , Detto , che tu non sognavi
quando tu dicesti, che ci era più trappole che topi :
costui mi voleva condurre in casa per scoccarmene
addosso qualcuna.
Setto. State in voi padrone ché io credo certis-
, ;
simo che in quella casa vi stia una cortigiana
,
come disse.
Lucido Folchetto. Io sto stupefatto solamente d’una
cosa; donde abbia saputo il nome mio.
Setto. Oh, non vi fate tanta maraviglia di questo;
ché le cortigiane hanno questo costume: le tengono
le spie per le strade, alle porte, e alle osterie, e come
viene una cavalcata di forestieri eh’ abbiano cera
d’aver qualche carlino, vogliono intendere donde
sono , com’ egli hanno nome donde vengono , e ,
dove vanno; e cosi poi quando le gli riscontrano,
0 che capitano loro a casa , le mostrano di cono-
scergli , informate del tutto benissimo , e di esser
loro amiche vecchie e così con queste ragie ven-
:
gono agli attenti loro; e in questo modo ogni cosa
é arte. E’ bisogna a chi va attorno stare in cer-
vello, e dormire la notte come la lepre.
Lucido Folchetto. Che dirai tu, che cotesta cosa mi
entra? non é maraviglia che mi dava di Lucido per
il capo.
Setto. Abbiatevi dunque cura.
Lucido Folchetto. Io me ne guarderò ogni volta
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24 I Lucroi
ch’io ne vedrò guardar te. Ma e’ mi pare sentir aprir
l’uscio: stiamo a veder chi ne vien fuora.
Scena Fi’.
SIGNORA, LUCIDO FOLCHETTO, e RETTO.
Signora. Apparecchiate la tavola pulitamente ; ras-
settate la camera, eh’ ella sia netta come uno spec-
chio; mettete la coltre di raso in sul letto,* e que’
guanciali lavorati d’oro in sul lettuccio; preparate
la cazzuola del profumo; e fate che ogni cosa sia
pulita e netta; ché la pulitezza, nelle donne mas-
sime, è la più bella e la più grata cosa che sia. Le
donne ordinariamente sono come le camicie, le quali
come hanno sudicio il collaretto, non sono da gen-
tiluomini. Infine le gentilezze, le maniere, le piace-
volezze , e certe accoglienze piene di arte e d’ in-
ganni, accompagnate con la pulitezza, sono la vera
rete da pigliare questi uccellacci ;
e son quelle mer-
canzie che tengono aperto il nostro fondaco. Ma
dov’ è Lucido , che ’l Grattugia diceva eh’ egli era
dinanzi alla nostra porta? ah, eccolo là, colui che
é l’utile e l’onore della casa mia, e, come merita, il
padrone della persona mia. Lucido mio dolce per- ,
ché stai così nella strada? perché non entri in casa?
tu sai pur che la porta di casa mia sta pili aperta
per te, che quella di casa tua. Ma che dich’io! or
qual é più casa tua che questa, essendo tua io?
Lucido Folchetto. Con chi favella quella bella gio-
vane?
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ATTO SECONDO 25
Signora. Teco favello, metà dell’anima mia: con
chi credi che io favelli? andianne in casa di fe^razia.
Lucido Folchetto. 0 che ebbi io mai a far teco? o
che faccenda ci ho io adesso che tu vuoi che io
venga in casa tua?
Signora. Perchè tu se’ il solo fra quanti amici io
avessi mai che dimostrassero co’ fatti di volermi
,
bene e perché tu solo mi hai arricchita e ridotta
;
nella grandezza che io sono e però hai a far meco
:
tutto quello che piace a te, delizia e struggimento
dolcissimo anima mia innamorata.
dell’
Lucido Folchetto. Detto mio, delle due cose è una ;
0 questa donna è pazza, o 1’ é imbriaca: la favella
con uno che la non ha più visto come se io fussi ,
stato seco mille volte.
Bello. Non vi ho che ci è pieno di queste
io detto
trappole? ecco che costei comincia a mettere il ca-
cio in una; e se noi badiamo troppo, la scoccherà,
e rimarrete preso per la borsa: ché queste così fatte
generazioni furan l’oro e l’argento con gli sguardi,
come fa la calamita il ferro. Ma lasciatemi parlare
con esso lei un poco a me. O quella giovane! io
dico a voi, sì.
Signora. Che cosa vuoi da me tu?
Bello. Dove avete voi conosciuto costui?
Signora. Dove egli ha conosciuto me; in questa
terra, in casa mia, un pezzo fa.
Lucido. (In questa terra, che ionon ci fu’ mai più.)
Signora. Eh, Lucido mio caro, che non entri tu
in casa? e quivi cianceremo a nostro bell’agio: ché
chi ci udissi, direbbe che noi fossimo imbriachi.
Lucido Folchetlo. La mi chiama pur per nome! Io
per me sto ammirato, e non posso pensare dove
questa cosa abbia a riuscire.
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26 I LUCIDI
Setto. Alla borsa ha a riuscire : dove credete ch’el-
r abbia a riuscire?
Lucido Folchetto. Alla fé, che tu hai tocco una
buona corda: tienla un poco tu, infinchè io mi chia-
risco.
Signora. Orsù, Lucido, andiamo, chè l’ora é tarda;
solleciteremo il desinare; benché sempre é meglio
aspettare le vivande, che le vivande aspettin altrui*
Lucido Folchetto, Mille grazie alla signoria vostra.
Signora. O
per che cagione mi richiedestu che io
ti ordinassi da desinare, stu non volevi Venire?
Lucido Folchetto. Io ti richiesi da desinare?
[Link] sta a vedere! vuo’ tu però la baia
del caso mio affatto affatto ? tu si , e ’l tuo Spa-
,
recchia.
Lucido Folchetto. Pure Sparecchia! leson di quelle
medesime. Infine io la credo a mio modo costei é :
pazza chiaro: e a vederla la ’ngaunerebbe ognuno.
— Chi è questo che sparecchia innanzi desinare?
Signora» La tua lancia spezzata, che era teco quando
tu mi arrecasti la vesta.
Lucido Folchetto. O to’ quest’ altra! io ti ho arre-
cato una vesta eh ?
le sono di quelle eh’ i’ dico : fan-
ciulla mia, tu se’ fuor di Bologna.
Signora. Eh, speranza mia, e perchè vuoi tu ora-
mai cosi gran baia del fatto mio , che mi nieghi
quelle cose che tu facesti pur ora? Che lo fai per
provarmi, e per vedere se io ti vo’ bene? 0 non sai
tu che Amore a nullo amato amar perdona, tradi-
tore? Attendi pur a far esperimento de’casi miei, a
negarmi quello che, quando volessi, non puoi.
Lucido Folchetto. Che cosa niego io aver fatta?
Signora. D’avermi data le veste: e te medeaimo a
me nieghi
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,,
ATTO SECONDO 2^7
Lucido Folchetto. E che mai; e
or lo niego più
non ti vidi mai più: né manco sono stato più in
questa terra, che adesso e la prima;
donna, poiché
io usci’ della osteria, a chi io abbia parlato, se’ stata
tu, e per il primo riscontro, gli é stato esso. Certo
io non mi dovetti segnare stamattina.
Signora. Trista alla vita mia oh che cose va di- !
cendo costui? deh, per quanto amore tu mi porti
non mi uccellar più così nella strada che ognuno ,
senta; entriamo in casa, e quivi fa di me ciò che
tu vuoi; ché io non me ne curo.
Lucido Folchetto. Bella giovane avreste voi man- ,
giato per sorte cosa che vi facesse vedere un per
un altro?
Betto. Favole: parti che l’abbia l’arte intera. Que-
sti non sono tratti di pazza, ma da far impazzare
altri, e vede lume pur troppo.
Signora. Si, sì, io veggio uno per un altro, come
se io ti avessi a conoscere ora. E sai s’io ne vengo
di bello , poveretta a me , forse eh’ i’ non mi tengo
astuta I
Lucido Folchetto. Ora mi avete voi a conoscere
essendo prima volta che voi mi avete veduto.
la
Signora. Deh guatate, che
io non ho veduto prima
che adesso Lucido di messer Agabito da Palermo!
Betto. Cacasangue, to’ su quest’aura; se non pare
che costei venga adesso di casa sua Ah , com’ ella !
fa ogni cosa per appunto !
Lucido Folchetto. Signora mia, io non posso negar
più ch’io non sia Lucido tuo.
Betto. Non fate, diavoli ché voi siete spacciato,
come voi ponete il pié insù la soglia dell’uscio.
Lucido Folchetto. Taci, matto, canchero ti venga;
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a
28 I LUCIDI
che ogni cosa va bene. Che poss’io perdere? io le
vo’ far buono ciò eh’ ella dice, per vedere se io me
ne potessi guadagnare una tornata di casa: un de-
sinare non può mancare.
Betto. Io me lo indovinai parti che la padrona ve
:
lo abbia giunto: eh, povero padrone, i’ vi veggo e
non vi veggo.
Lucido Folchetto. Padrona mia dilettissima, io di-
ceva poco fa a quella foggia perchè temeva che ,
colui non mi accusasse a mogliama: e però or che
si è avviato, andianne in casa a posta tua.
Signora. Aspetti tu lo Sparecchia?
Lucido Folchetto. Non io; se non ci é, non ci sia,
suo danno ;
fusse venuto a ora competente l’usanza :
mia non è mai persona.
di aspettare
Signora. Se tu con una mano, e io con due: eh’
dirti il vero, se non fusse stato per amor tuo , egli
è un pezzo che non mi entrava in casa.
Lucido Folchetto. Che vuoi tu fare con simili ge-
nerazioni? bisogna talvolta far vista di non vedere,
e aprire gli occhi per non far peggio.
Signora. La diritta sarebbe non si travagliare con
essi, né punto nè poco non si può se non perdere.
:
Lucido Folchetto. Io consento e ti prometto a fè ;
ilivero gentiluomo, dappoich’ io veggio fartene pia-
cere, mai più volerlo appresso di me.
Signora Io ve ne arò obbligo , chè non lo posso
patire.
Lucido Folchetto. Lassiamo andare , che a dove
hanno a essere i fatti, le parole sono superflue. Ma
innanzi che io me lo scordi , sai tu quello che io
voglio che tu facci? che mi dia quella veste, ch’i’la
vo portare al sarto , che le muti le maniche , e gli
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ATTO SECONDO 29
altri fornimenti, e rassetti gl’imbusti alla moderna :
acciocché , se la mia donna per sorte te la vedesse
indosso, non la riconosca.
Signora. Bene hai pensato: porteraila subito che
noi aremo desinato.
Lucido Folchetto. E così farò.
Signora. Orsù, entriamo in casa.
Lucido Folchetto. Avviati, ch’io ne vengo i’ vo’ dire :
una parola a uno eh’ i’ ho visto qua. Detto, o Detto ;
tu non odi?
Betto. Che cosa ci è? che comandate?
Lucido Folchetto. , Oh
io credo aver fatto il bel
colpo , s’ e’ non mi
guasto tornerati all’ osteria,
é !
e sul tramontar del sole se io per sorte non fussi
,
tornato vien per me che io sarò quivi o poco
, ; ,
lontano.
Betto. Eh padrone, guardate che ’l colpo ara fatto
ella enon voi: abbiatevi cura; voi non conoscete
ancor queste ribalde.
Lucido Folchetto. Sta cheto in mal’ ora tua: s’ io
farò male, e’ toccherà a piangerlo a me se si pen- :
sasse alla fine nel principio d’ una impresa , non si
farebbe mai niente. Io mi sono bene avvisto che
costei è una scioccherella, e si presume savia: io ho
fatto con essa cosi un pochetto del pratico con quat-
tro parole fondate in sul suo discorso, e di quell’altro
matto di stamattina; e veggo bene io, che l’è en-
trata nel pecorone benissimo; e se la veste viene,
come io credo, io mungerò il cacio, e porteronne la
trappola.
Betto. 0
trappola ne porterà voi. Andate put
la
là; se voi ve ne lodate, voi sarete il primo. Penti-* -
tevi, padronf', che voi slc'o ancora a tempo, •
. • >
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30 I LUCIDI
Inciela Folchetto. Orsù, su, non più parole, che mi
hai fradicio ; vaiti con Dio, e levamiti dinanzi.
Picena H.
BETTO solo.
Dio lo aiuti , che ne ha bisogno : e’ dice eh’ eli’ è
una scioccherella ;
ma Iddio ’l voglia, che e’ non la
insali alle sue spese : infine elle hanno il diavolo
nell’ampolla. Parti che l’abbia saputo tanto fare,
che la l’ha fatto impaniare: forsech’ i’ nonnelo feci
avvertito 1 nulla mi è valuto : or tant’ è ; faccia esso :
e’ mi dà le spese perch’ io lo serva, e non perch’ io
Io consigli. pur pazzo anch’ io a darmi le
Io son
brighe degli impacci lassami andare anche a me a
:
provvedere di qualcosa, acciocché e’ non sia solo a
aver bene, o a far male.
ATTO TERZO.
Picena 1.
SPARECCHIA solo.
-lo ho più di trent’anni parecchi, e non feci mai più
la maggiore scioccheria, né la maggiore poltroneria
di quella, ch’io ho fatta stamattina che per stare a ;
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,
ATTO TERZO SI
Udire una messa , io ho perduto Lucido di occhio ;
e benché io ne abbia cerco un pezzo , e per tutto
non l’ho mai potuto ritrovare. Chè ho io impazzato?
a che domin badav’ lo, scimunito eh’ i’ sono? Il tra-
ditore se ne dovette andare subito a casa la Signora
senza aspettarmi altrimenti, come quel che doveva
avere poca voglia di menarmivi che ’l diavol se ne :
possa portar lui, e quel frataccio che la diceva! E
forseché non penò un pezzo, e che non la prosava,
e che il vangelo non fu lungo , e per giunta che
non ci diede la Salveregina! Ma e’ non mi sarebbe
dato noia però di piantarlo sul bel del prefa zio; che
tanto mi bastasse un desinare! eh’ i’ aspettava pur
che Lucido tornasse per me ma ; io poteva aspettar
il corbo, che si era calato alla carogna: e ti so dire
che si ricorda di me non domandare. Mio danno
: :
se io faceva il non mi spiccare da lui,
debito mio di
come io gli promisi questo non mi interveniva. O
,
Dio, forseché non importava! io non lo posso smal-
tire questo desinare. Sia che vuole, io voglio andare
insin là domin, che e’ non vi sia rimasto qualcosa
:
da sbocconcellare qualcun di que’ rilievi che se
;
!
non fusse questa poca di speranza io credo certo ,
eh’ i’ mi strangolerei. Ecco appunto , che ’l valente
uomo vien fuora; o fortuna! io sono rovinato; il
desinare é fornito intrafatto ; vedi che si stuzzica i
denti : parti che me abbia fregata
che ti possa
1’ :
fare il mal prò a te e a quella manigolda, sacco d’in-
ganni e di tradimenti eh’ i’ son certo che n’ é stato
:
più causa lei che lui, che non mi abbia aspettato.
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32 I LUCIDI ,
Hcena 11.
LUCIDO POLCHETTO, 6 SPABECCHIA.
buona voglia, chè innanzi
Lucido Folchetto. Sta di
che sia sera che io te la riarrecherò acconcia in
,
modo che la non parrà quella dessa: e non voglio
che tu la riconosca. Addio , anima mia , rimanti in
pace.
Sparecchia* E’ debbe portar quella veste al sarto
per fargliene rassettare a suo dosso or che ’l coha- :
pare ha pieno lo Stefano , e trangugiato ogni cosa,
senza lasciar nulla da sparecchiare al povero Spa-
recchia, e’ rastia via: che venir li possa il mal della
affogaggine. Ma io giuro affé di gran mangiatore, che
io non possa mai più mangiare tordi grassi, né vi-
tella mongana, né cavo di latte con il zucchero, nè
coda di mannerino insù la graticola con. il pepe e
con lo aceto rosato, se io non me ne vendico a mi-
sura di carboni. Io voglio star prima a vedere dove
e’ va, e poi affrontarlo, e ’ntender da lui, se gli uo-
mini dabbene si trattano a questa foggia con pro- ;
testargli danno e interesse.
Lucido Folchetto, 0 fortuna, a chi destu mai tanto'
contento in un mese, quanto ne hai dato a me in
due ore? ho per un tratto alzato il fianco dare;
io
e poi al venirmene ho beccato su questa vesta, che
é nuova per mia fé e non credo ch’ella sia portata
,
due volte: e un buon raso é egli.
Sparecchia* r non posso udir di qui troppo bene
quel che si dica , ché ’ll traditore ha ingrossata la
lingua col vino che aveva a ber io.
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ATTO TERZO 33
Lucido Folchetto. Ella attendeva pure a diman-
darmi , come io feci a carpirla alla donna e lo te- ;
neva per certo, e ridevasene in modo, eh’ i’ mi ac-
corsi ch’ella mi avea colto in iscambio: e per man-
tenerla in quello errore ,
e per non esser colto in
frodo, senza lasciarmi troppo intendere, attendeva
a dir sì e no, secondoch’ io vedeva procedere il suo
parlare, per potermi salvare a mia posta: in modo
eh’ io la conficcai nel suo proposito di sorte, che se
io ne r avessi voluta cavare, la non ne sarebbe vo-
luta uscire a otta. Ma per un pezzo 1’ è stata una
festa. Vedi che ne giunsi un tratto una: gran fatto
affé, da metterlo in sul libro de’miracoli Rollo caro,
!
se non per altro, per poterlo dire, che mi sarà pia-
cer doppio.
Sparecchia. Io lo voglio affrontare il tristo, e gua-
stargli l’uovo in bocca. O corpo mio, odi com’ e’ gor-
goglia: o poverino a me eh’ i’ non sarò mai più
,
buono a nulla, e sono spacciato, sì mi muoio: e’ non
è uso a patire simili travagli ben he.
:
Lucido Folchetto. Chi sarà costui, che vien così
difilato alla volta mia?
Sparecchia. Olà, giuntatore, mancatore di fede, as-
sassino che dispiacer ti feci mai , che m’ hai fatto
:
cosi gran giunteria? perchè mi piantastu in chiesa
a quella foggia? che bisognava invitarmi, se tu non
volevi che io venissi a desinare ? che non so come
tu non te ne vergogni, a fare star digiuno un mio
pari insino a quest’ora: tu non mi hai fatto tu, che
tu vuoi così farmi morir di fame. Belle cose che si
fanno a Bologna, e sono comportate! e poi voglion
esser tenuti gentiluomini, e aver la coda dietro, ri-
baldonaccio eh’ ì’ non so chi mi tiene , che non ti
:
mangi il naso per la fame.
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84 I LUCIDI
Lucido Folchetto. Uomo
dabbene, che parole sono
le vostre? Che ho io mai avuto a fare con esso voi,
o voi con esso meco, che mi ingiuriate così, senza
un proposito al mondo? che se io guardassi alle
vostre parole io sarei forzato a far di quelle cose
,
che vi dispiacerebbono.
Sparecchia. Tu l’hai oggimai fatte le cose che mi
dispiacciono e che mi può’ tu far peggio , poiché
:
tu m’ hai fatto stare senza cena? Ma tu non la cor-
rai, che io ho chi me ne priega.
Lucida Folchetto. Di grazia, ditemi il nome vostro.
Sparecchia. Deh uccellamici sopra; che tu non lo
sai il nome mio.
Lucido Folchetto. Affé di gentiluomo, io non so
d’avervi mai più visto, altro che adesso e priegovi, :
che voi non mi vogliate ingiuriare più di quel che
vi abbiate fatto insino a qui, che io non potrei poi
avere tanta pazienza.
Me non hai più visto?
Sparecchia.
Lucido Folchetto. O perché lo direi? a che propo-
sito? che mi farebbe a me?
Sparecchia. Per il malanno che Dio ti dia: berteg-
giami pur bene.
Lucido Forchetto. Io non vi berteggio: sì voi ber-
teggiate me, a dir che io vi abbia veduto altra volta.
Sparecchia. tuo Sparecchia non hai più veduto
Il
eh? io son forse dimagrato per la fame in modo,
che io non paio più desso; che ne se’ causa tu; tu
tu ne se’ causa: senti il mio corpo come si ramma-
rica. O trippa mia, com’ell’ é guizza, eh’ ella pare
un tamburo stemperato.
Lucido Folchetto. Perdonatemi , e’ m’ incresce di
voi, e di avervelo a dire: si affé, voi non siete in
cervello.
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ATTO TERZO 35
Sparecchia. Tutti i proverbj sono provati; e dice
bene il vero: gli è ben male aver il male, ma gli è
peggio l’essere straziato: costui che è satollo, non
crede a me, che sono digiuno; anzi fa le vista di
non credere, per volere il giambo de’ fatti miei.
Vieni un po’ qua non se’ tu quel valente uomo che
:
togliesti cotesta veste a mogliata, e destila alla Si-
gnora?
Lucido Folchetto. Oh, ov’ io t’ ho! gli é il giuoco
di stamattina. Io non ho moglie nella mal’ ora, e
non r ebbi mai , né la voglio , che è più là : chè in
verità è bel guadagno ne’ casi loro ;
mercanzia, per
mia fé, da curarsene.
Sparecchia. Vorresti non la avere; ma bisognava
pensarvi prima : non sai tu, che le si tolgono a vita,
e non a prova? Ma tal noia dessi alla meschina,
che dà a te! che tu sai fare in modo che la ti dà
poca noia, perchè 1’ é pazza; che se la fusse savia,
tu daresti anche tu poca noia a lei. S’ ella se ne
consiglia meco , mio danno. Be’ conforti , e be’ ri-
stori, che li dà torli le veste o le catene, per darle
!
alla puttana: così si fa.
Lucida Folchetto. Pur lì. Io non ho tolto nè dato
veste a persona, nè so manco quel che vi diciate:
voi dite che non avete desinato, e siete imbriaco:
corno va questo fatto?
Sparecchia. Imbrìaco se’ tu, che hai bevuto la tua
parte e la mia: or non se’ tu] uscito stamattina di
casa tua con cotesta veste?
Lucido Folchetto. Eh, povero uomo, andate a dor-
mire, andate, inflnché vi esca il vino del capo.
Sparecchia. Tu ti dai forse ad intendere , per es-
serti cosi rinvolto, non esser conosciuto : e’ non mi
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36 I LUCIDI I
'
terrebbono le catene , eh’ io non andassi adesso a
dire a mogliata ogni cosa. Sta a vedere che la baia
che. tu vuoi del fatto mio, nella fine tornerà in capo
a te! E che sì, eh’ i’ troverò modo e via, che questo
. desinare ti farà il mal prò? e così si vedrà chi sarà
il cotto 0 il crudo, o tu o io.
Scena III.
LUCIDO FOLCHBTTO, e ANCILLA della SIGNORA.
Lucido Folchetto. O questa è ben oggi una cosa da
ridere, che chiunque io riscontro mi colga in iscam-
bio : e chi mi dice villania, e chi mi fa carezze : chi
mi dà , e chi mi toglie. Io per me non la so inten-
dere : forsechè ci é qualcuno in questa terra che mi
somiglia; o voglion tutti la baia del fatto mio, e
sonsi tutti accordati per farmi qualche giarda? Ma
a che fine? questo non lo crederò mai: pure ogni
cosa potrebbe essere. Sta , eh’ i’ sento far romore
all’uscio della Signora: verrannomi a torre questa,
veste, e diran eh’ io l’abbia rubata. Dio mi aiuti ;
e’
.mi starebbe molto bene affé; che chi tempo ha, e
tempo aspetta, tempo perde.
Ancilla* Lucido , la Signora mi manda a voi , e
dice che voi pigliate questa catena, e che voi vi fac-
ciate aggiugnere tante maglie, che arrivino al peso
di quattro scudi d’ oro e che voi le facciate rile- :
' gare questo rubino : e così le riarrechiate quel pen-
dente con due perle, che voi sapete, die le promet-
teste che r arebbe stasera: e che di grazia voi ab-
biate cura che non vadi a male, e che non vi fusse
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ATTO TERZO 37
scambiato: e che vi renderà quel tanto che voi
spenderete.
Lucido Folchetto. Di’ alla Signora da mia parte, che
coleste cose , e tutto quel che la vuole , io le farò
fare più che volentieri : e che la sa bene che la non
mi ha se non a comandare,
Ancilla. Uh , scimunita eh’ i’ sono , i’ mi era sdi-
menticata il più e ’l meglio la mi diede anche que- :
sta,che voi gliene faceste rassettare: sapete voi che
ghirlanda è cotesta?
Lucido Folchetto. Io so che 1’ é di oro smaltata, e
non so altro ;
e che bisogna farla rassettare.
Ancilla. Ella è quella che voi toglieste l’ altro dì
alla vostra donna, che ne fu tanto rumore.
Lucido Folchetto. Io non mi ricordo adesso di tante
cose: s’ eli’ è sua, basta.
Ancilla. Non ve ne ricordate? oh rendetemela, che
la non sarà forse quella.
Lucido Folchetto. Sta ferma; che adesso mi è tor-
nato nella mente tu di’ il vero, che 1’ è quella che
:
io le diedi insieme con quelle maniglie,
Ancilla. Voi non le avete mai dato maniglie voi ;
anzi un carcame volete dir voi , fatto alla foggia
della ghirlanda, ismaltati tutt’ a dua.
Lucido Folchetto. Mai sì, io gliene diedi in un me-
desimo di, e il carcame ancora, fatti tutti a una
medesima foggia ma maniglie la non
: le le ha mai
portate né mostre a persona, perché così le ’mposi,
Ancilla. Dice che voi gliene faceste rassettare pu-
litamente, e senza risparmio nessuno ;
e che voi non
guardiate in una coppia di scudi ;
e presto soprat-
tutto.
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88 I LUCIDI
Lucido Folchetto. Pulitamente e con garbo si farà
tutto , e stasera o domattina al più lungo se le ri-
porterà ogni cosa, e che non dubiti.
Ancilla. Deh, Lucido mio, donatemi per vostra
cortesia uno scudo che con duoi che io ne ho, possa
;
farmi un di questi cotali che si mettou nel buco
dell’ orecchio , acciocché io mi ricordi di voi che :
per quello amore io dirò mille beni di voi alla Si-
gnora; e tirerovvi la corda sempremai, sebben la
fusse accompagnata.
Lucido Folchetto. Dammi li due scudi; e io ce ne
metterò un d’oro di mio, e di soprappiù la manifat-
tura, e farottelo
fare , che sarà bello , e di buon
peso.
Ancilla. Di grazia, mettetevegli di vostro ; e come
voi me lo arrecherete , io ve gli renderò , che io li
ho su’n un cassettino, e non vo’ che la padrona lo
sappia.
Lucido Folchetto. Vatti con Dio: tu sarai servita,
non dubitare: raccomandami a lei. — Non la colsi:
la ne ha saputo più di me a questa volta: eh! Ha
ella serrato l’uscio? si.
Scena IV.
LUCIDO FOLCHETTO SOlO.
O mi ha pur oggi tolto a favorire
Dio, la fortuna
e’ mi mancava questo al buon desinare con una
buona carne e me’ da ’ntingere una bella vesta
, ,
una catena che dee valere quaranta scudi , un ru-
bino che vai dieci, una ghirlanda che debbo valere
altrettanto e questo mancava adesso, a volere clie
:
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,
ATTO TEKZO 39 •
lacosa andassse come l’aveva a ire. Vedi rovescio
che ha avuto questa medaglia: io sono stato uccel-
lato tutta mattina, come un uccel da gruccia; tal-
ché e’ fu otta eh’ i’ dubitai del fatto mio. Dio ci
mandi mal che ben ci metta; che a questa volta mi
pare che ’l pettirosso so ne porti la civetta, la gruc-
cia, e’ panioni: cosi andass’ella mai sempre! Ma che
fo adesso qui , eh’ i’ non mi vo con Dio ? Che
io
aspetto, che la cosa si scuopra, e che mi sieno tolte
queste cose, e datomici sopra un monte di basto-
nate? e sai se ognun direbbe: ben li sta. Lasciami
dar de’pié in terra, e levarmi questo mazzolino di
fiori eh’ i’ ho nella berretta, che mi diede la Signora.
Uh, uh, o buono! questo é un favorire da cittadine,
non da cortigiane. Oh quanti ce ne sono di questi
perdigiorni, e di questi be’ coramvobis! o che perloni
profumati , che si pascono peggio che il cavai del
Ciolle! che non hanno mai altro da loro, che tal-
volta, e ben di rado, un di questi mazzolini di fiori,
uno sguardolino a traverso quando le odon messa,
un risino dalla finestra, e una palla di neve la ver-
nata insù un occhio, e per carnovale la torcia: e con
questi favori, perchè le sono cittadine, gli tengono
per istiavi , e non vogliono dar loro altro del loro
e non consentono che ne cerchino da chi ne vende.
Bella discrezione che é la loro torna, vieni, aspetta,
!
c va, l’ha faccenda, ella non vi è. « Se le avessero
a far meco , la farebbon manco civetterie. E’ sarà
meglio che io mi getti qui da man manca, e i’ me
ne vada a man ritta acciocché se nessuno mi ve-
,
nisse dietro, si creda che io me ne sia ito di là. E’
mi par mille anni d’esser all’osteria per mostrare a
quel poltrone del mio garzone, che i bponi caqi
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40 I LUCIDI •
sanno anche talvolta pigliar delle golpi oh , come :
r ho io caro per amor suo , ma più. per mio. In ve-
rità che mi potrò pur vantare di aver fatto star
forteuna donna, e cortigiana vecchia: ma in verità
che non é però da avvezzarsi. Ecco di qua brigate ;
facciamo eh’i’ non dessi in un ventuno. E’ guar-
dano inverso me: sta, vengonmi dietro: bene, levo’
vedere.
Scena
FIAMMETTA, LUCIDO FOLCHETTO, E SPARECCHIA.
Fiammetta. Adunque, ho io a stare e stentare tutto
iltempo della vita mia, senza aver mai un contento
né di dì, né di notte acciocché questo diserto del
,
mio marito mandi male ciò che io ho, dietro a una"
ribalda a questa foggia?
Lucido Folchetto. Io non intendo il loro parlare, e
non me ne curo: basta eh’ i’ veggo che gli é quello
che poco fa mi disse sì gran villania; ed é seco
quella donna che diceva. Qui non sarebbe guada-
gno nessuno co’ fatti loro e però fle meglio darla
;
di qua.
Fiammetta. Eh , meschina a me che dice ben il ,
vero ; che chi mal si marita, non esce mai di fatica ;
e toccò bene a me. Perché nacqui io sì sgraziata a
questo mondo?
non far rumore; ch’egli era
Sparecchia. Di grazia
qui poco fa , e non
può essere discostato molto.
si
Vienne pur meco, che se tu hai un po’ di pazienza,
io ti farò vedere ogni cosa a tuoi occhi veggenti : e'
ne é ito al sarto con essa , chiaro. Andianne , che
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,
,
ATTO TERZO 41
noi lo carpiremo appunto in sul fatto, e non lo po-
trà negare, quando e’ volesse e forsechè non aveva
:
il mazzolino de’ fiori nella berretta , che gli aveva
donati la damai
Fiammetta. Dì il vero?
Sparecchia. Credi tu eh’ i’ tei dicessi, se non fusse
la verità?
Fiammetta. 0 Signore, costui bisogna che sia im-
pazzito: e’ non istima più né roba né onore.
Sparecchia. Oh, eccolo appunto, che gli é caduto:
parti eh’ i’ ti dicessi il vero? to’ qui; fiuta: di che
ti sa?
Fiammetta. Deh, non mi far dire, gettalo via, ch’i’
non lo vo’ vedere. Povera a me ,
tu dì eh’ i’ non ti
credo i’ ti credo davanzo
;
: e’ dovette adunque an-
dar di qua.
Sparecchia. Di qua, sì: lasciati pur guidar da me,
tutt’ é una.
Fiammetta. 0 Dio che , partito ha da esser il mio
col fatto di costui I
Sparecchia. Come gli è stato sempre, male: ma
de’ più cattivi partiti bisogna pigliare il migliore
e ’l darsi dispiacere non giova a nulla; bisogna far
altro.
Fiammetta. E come ho a fare? quale é la via ch’i’
ho a tenere? dì su; insegnami un poco.
Sparecchia. Io insegnerò ben io una medicina
t’
che tu lo farai fare a tuo modo non dubitare , se :
tu ti atterrai al consiglio mio. Andiam via ratti
che non si fusse partito dal sarto acciocché tu ri- ;
pari a questo la prima cosa, e poi penseremo al re-
sto; e de’ più cattivi partiti piglieremo il migliore.
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42 i LUCIDI
ATTO QUARTO.
Scena 1.
LUCIDO TOLTO, FIAMMETTA, 0 SPARECCHIA.
Lucido Tolto. In questa maladetta terra ci é un’u-
sanza assai cattiva, che non ci é gentiluomo che
non si voglia sentir dietro la coda de’ cagnotti ; e
per averne una gran brigata dattorno, si fanno
stiavi di mille ribaldi; perché le buone persone non
hanno bisogno del favore de* nostri pari, ché si
stanno a fare li fatti loro, senza dar briga a nes-
suno e non bisogna cavarli di prigione, o- pagar
;
loro i debiti, o levarli, e bene spesso, di ’n su le
forche, come interviene di questi furfanti, i quali
sotto il favore de* grandi fanno mille ribalderie; e
come sono chiamati alla corte , e’ par loro dovere
che noi li abbiamo a liberare subito. Noi che ab-
biamo paura di non ce gli perdere, non dimandar
se noi corriamo a pregar per loro; e quanto uno è
pid scellerato, tanto ha pid favore. Se a un povero
uomo, di questi che si vivono delle braccia, gli ac-
cade per sorte una disgrazia, e* non trova nè can
né gatta che abbai per lui: fa che uno di questi al-
tri abbia bisogno di portar l’arme per fare qualche
assassinamento, al primo si corre al governatore a
farli dar licenzia. E nondimeno a noi altri ,
se noi
vogliamo tenere il grado di gentiluomo, ci è neces-
*
sario far così perché chi non ha di queste gene-
;
razioni dattorno, non è stimato e se non li aiutiamo
;
con tutte le forze nostre, ci mettiamo dell* onore.
ATTO QUARTO 43
Questo lo dico, perchè stamattina i’ T ho provato ;
che ho avuto intorno il fratello di uno di questi ri-
baldi, il quale era stato messo in prigione, perché
stanotte e’ ruppe l’uscio a una povera fanciulla, ed
entrògli in casa per forza; e per questa cagione mi
è bisognato andare al governatore, e mettergli ad-
dosso tutta Bologna, acciocché e’ me lo renda; e ho
avuto a menar testimoni che dicessero a modo no-
stro , e farci tante storie , eh’ i’ non credetti mai
uscirne. E poiché il governatore me lo ebbe dato,
innanzi che si trovassero quelle benedette chiavi, e
che si fossero accordati i birri, i notai, tasse, can-
cellature, uscite, spese di vivere, e’ se n’ é ito il dì,
in modo che io non ho potuto godermelo con la
mia Signora.
Sparecchia. Zoccoli, Fiammetta! eccolo qua, che
viene inverso noi : tirianci qui da un canto, e stiamo
a udir così di nascosto quel che fa, e ciò che dice.
Lucido Tolto. Ben volse la mia disgrazia, eh’ i’ mi
scontrassi in colui: sempre qualche sciagura si at-
traversa ai comodi de’ poveri innamorati. Io so che
la Signora ara rinegato la fede tutto oggi e saralle ;
paruto strano l’aspettare; e Dio ’l voglia, che la
non sia adirata meco ma la: veste di mogliama farà
la pace.
Sparecchia. Che dì tu ora? se’ tu chiara?
Fiammetta. Dico che mio padre aveva pure il pozzo
in casa da affogarmivi dentro, senza mandarmi in
quel di questo sciagurato.
Sparecchia. E anche aveva la serva, che sapeva
egli
far l’uova affrittellate, senza aver bisogno di te.
Lucido Tolto. 11 meglio che io posso fare, si è pic-
chiar l’uscio, e andar dentro, eh’ i’ arò pur quivi
qualche sollazzo.
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44 -
I LUCIDI
Sparecchia. Fiammetta, va alla volta sua.
Fiammetta. Che dì tu?
Sparecchia. Dico, che tu vadia alla volta sua, e
che tu gli dica un carro di villanie: non senti tu
quel che dice?
Fiammetta. Così non l’udiss’io! Aspetta, aspetta,
traditore; alla croce di Dio, che tu non la corrai,
che quella veste ti costerà. Credimi ve’, sì è: tu
credevi far queste ribalderie sì di nascosto, eh’ i’ non
le avessi a sapere? ma non
ti è venuto fatto, io ne
ho saputo più questa volta.
di te
Lucido Tolto. Oimé, oh che cosa é quella che tu
mi di, Fiammetta mia? che ti muove a dir questo?
che ho io fatto?
Fiammetta. Me ne domandi?
Lucido Tolto, E chi vuoi tu eh’ i’ ne domandi ?
costui ?
Non accade adesso tante soie, no.
Sparecchia.
Lucido Tolto. E tu Sparecchia, che vuol dire che
tu mi guardi così a traverso? che hai tu meco da
stamattina in qua?
Fiammetta. A me bisogna voltarsi, non allo Spa-
recchia; ingrataccio.
Sparecchia. Hai tu veduto come e’ fa ben le vista
il ribaldone? Fa motto a lei, non a me: adagio, va
pur su.
Lucido Tolto. Be, che ci é di nuovo? eh’ avete voi,
che non favellate altrimenti?
Fiammetta. I.a mia veste: che la rivoglio; sai?
Lucido Tolto. Che vesta?
Fiammetta. La mia vesta di raso bianco, sì ; non
bisogna far le meraviglie: ve’com’egli è diventato
smorto.
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,
ATTO QUARTO 45
d’un marito! rubare
Spafecchia. Belle prodezze
una veste a una sua moglie per darla a una bal-
dracca.
Lucido Tolto, Eh sta cheto, cicalone: che pazzie
dì tu?
Sparecchia. Sì sì, e’ m’ accenna eh’ i’ non dica.
Lucida Tolto. Tu non dì tanto ver che basti.
Fiarmetta. Eh signore, io son pur una delle peg-
gio maritate femmine che sia al mondo.
Lucido Tolto. Di che ti rammarichi tu ? che ti man-
ca, dì su?
Sparecchia. Oh, io non mai il più estremo bu-
vidi
giardo di costui. Or non
ti ha ella visto con gli oc-
chi suoi accennarmi eh’ i’ stia cheto?
Lucido Tolto. Eh Fiammetta, lasciati dire, che vuol
la baia.
Fiammetta. Ah bugiardone: e’ mi guarda anche,
sfacciataccio.
Lucido Tolto. Ah, moglie mia dolce, i’ ti giuro per
quello amore ch’i’ti porto, che io non l’ho accen-
nato, e non so quel che il gracchione si voglia dire.
Fiammetta. Doh, che mi vien voglia ben testé... Dì
per lo amor che tu porti a quella sciagurata , dì
che a me non volestu mai. Torniamo al fatto mio.
Lucida Tolto. Dove vuoi tu che torni?
Fiammetta. Al sarto vo’ che tu torni, dove tu hai
portata la mia cotta.
Lucido Tolto. Cotta se’ tu, a come tu favelli: che
cotta vuo’tu dire intutto intutto?
Sparecchia. Per Dio eh’ i’ ho paura che la non sia
cotta tanto, che la sia disfatta.
Lucida Tolto. Almanco, sposa mia cara, dimmi la
cagione, perché tu se’ sì in collera?
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4C 1 LUCIDI
Fiammetta. Proprio cara: io non sono né cara nè a
buona derrata per te, mi pare a me; cara è la tua
mona merda, poich’ella vuole una veste per volta;
tu sai bene eh’ i’ non ho bisogno di queste tue ve-
sciche; oggimai noi ci conosciamo, sai?
Sparecchia. Deh vedi come il valent’uomo le sa
ben dare la carne della allodola.
Lucido Tolto. É possibil che questa bestia non vo-
glia star cheto! Io non chiamo te per testimone: e
che sì che innanzi che il giuoco abbia fine, ch’i’ ti
spezzo la testa?
Sparecchia. Chi la fa l’aspetti: e’ non si vuol fare,
chi non vuol che si dica: egli aveva la furia in gola
di andare a trangugiarsi quel desinare senza me.
Adesso si esce di casa la druda con il mazzolo dei
fiori nella berretta, eh!
Lucido Tolto. Oh, questa sarà l’altra scioccheria:
io ho trangugiato il desinare, e sono ancor digiuno :
esco di casa la druda, poiché druda si chiama, che
poi eh’ i’ usci’ stamattina della mìa, non ho messo
piedi altrove che ’n Palazzo.
Sparecchia. Oh gran cosa! ancor lo niega.
Lucido Tolto. Ancor lo niego si, perchè non é la
veiùtà.
{parecchia. No? non mi dicesti tu villania, quando
tu venisti fuori, e che eri un forestiero e mille al-
tre filastroccole ?
Lucido Tolto. Orsù, su, non più, eh’ i’ ti so dire
che tu ti puoi far canonizzare per pazzo a tua po-
sta alle scioccherie che tu dì.
Sparecchia. Tu credevi forse ch’i non me ne vendi-
cassi, eh, della burla che tu mi hai fatta? tu mi co-
nosci male alla fé: male mi vendicherei della morte
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ATTO QUARTO 47
d’un mio fratello, s’i’non mi vendicassi della per>
dita d’ un pasto principale, com’è il desinare. Come
io mi accorsi del tratto, io mene andai subito a casa
tua, e bo detto ogni cosa qui a mogliata.
Lucido Tolto. Fiammetta, che ti ha egli detto que-
sto parabolano?
Fiammetta. Sì sì, fa il balordo; vedesti voi mai
com’ e’ fa bene? la mia vesta mi ha detto, e dove
Fé ita, sai?
Lucido Tolto. La vesta ti è stata tolta? oh non ma-
raviglia! oh questo é altro eh’ una buccia di porro:
io la comincerò a’ intendere. E chi te l’ha tolta?
Fiammetta. Me ne domanda anche guarda se tu :
credi...
Lucido Tolto. Chi vuoi eh’ i’ ne domandi, viso di
pazza?
Fiammetta. Orsù, su, non più baie; ch’io so ogni
cosa.
Sparecchia. Non t’ho io detto, ch’i’le ho scoperto
tutta la trama? vedi, dall’ a insino alla z.
Lucido Tolto. E che le hai tu scoperto?
Sparecchia. 0 siam dentro, che tu l’hai
bc, noi ci
imbolata tu, le ho scoperto, e che stamattina di
buon’ ora tu la portasti da te a te, per non ti lidar
di persona, a quella tua buldriana. Bella cosa vedero
un gentiluomo con la soffoggiata andare a casa le
femmine: belle prodezze per Dio!
Lucido Tolto. Io gliene ho data?
Sparecchia. Tu, tu; parti eh’ i’ abbia paura a dir-
telo.
Lucido Tolto. Lasciati dir, Fiammetta affé eh’ : i’ non
gliene ho data.
Sparecchia. E che? gliene hai donata?
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48 I LUCIDI
Lucido Tolto. Gli é ben vero, che a riquisizioue
d’uno amico mio, io gliene ho prestata, perch’ella
se ne vuol far fare una a quella foggia.
Ftammetta. Orsù, mettiamo che sia vero: sai tu
quel eh’ i’ ti ho a dire ? io non presto i tuoi sai, nè
le tue cappe, né gli panni io alle donne
altri tuoi ;
è conveniente prestar le coseda donne, e agli uo-
mini quelle da uomini e però se tu non vuoi che
:
noi abbiamo a fare belle le piazze, fa che la mia
cotta torni : eh’ altrimenti io te lo dico, ve’.
Lucido Tolto. Or basta, non più rumore: io farò
ch’ella tornerà: questa è poca cosa.
Fiammetta. Tu farai il tuo meglio, eh ’i’ ti giuro in
coscienza, che per insino a tanto che tu non me la
riarrecherai, tu non se’ per entrare in casa, se già
tu non spezzi 1’ uscio.
Lucido Tolto. Non entrerò in casa! oh questo é
ben troppo, mogliama.
Sparecchia. Mona Fiammetta,e io che ho a gua-
dagnare, che sono stato cagione di farvela ritro-
vare?
Fiammetta. Aiuterò anch’ io te, quando mogliata
ti porterà qualcosa fuori di casa.
parecchia. Buon per Dio! forse che la disse, io
ti darò cena voi mi avete chiaro cotesto non ac-
: :
caderà mai, che in casa mia non è che torre, ogni
cosa vi è in caffo, e non arrivano a tre.
Fiammetta. E’ me ne sa male statti con Dio gran : :
mercè dell’opera tua: a ristorarti un’altra volta.
Lucido io me ne vo fa che la vesta torni innanzi
, ,
che sia sera: io te lo dico; non dir poi, tu non me
lo dicesti.
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ATTO QUARTO 49
Lwido Tolto. Non dubitare, vattene in casa, e sta
di buona voglia; cbè non cl va un ottavo d’ ora,
che tu riarai la tua vesta.
Sparecchia. Ognun dice che le donne son larghe:
e bene, pon lor mente: che spegner se ne possa il
seme. Io non arei dato una cena per manco un da-
naio infine i sogni non sono veri e’ pensieri non
:
,
riescono. Io ho ben potuto sonar nona quant’ i’ ho
voluto , che non è stato mai ora di desinare. La-
sciami andar a vedere s’ i’ truovo da sbocconcel-
lare in qualche lato, ché qui per oggi non è terren
da porci vigna.
Scena li.
LUCIDO TOLTO SOlO.
Pur mi si sono levati dinanzil e questa sciocca di
mogliama si crede avermi fatto una gran paura, col
dirmi che non mi lascerà entrare in casa, s’ i’ non
le riporto la veste ;
come s’ ella pensasse eh’ i’ vi
tornassi volentieri : possa morire di mala morte,
eh’ i’
se quando e’ viene l’ora di tornarvi, io non mi sento
rincirconire tutti i sangui. 0 Dio , e’ non la sa se
non chi ’l pruova, che cosa é avere una moglie su-
perba, strana, dispettosa , come è la mia : fatto sta
che io non mi avessi a ritrovar mai dove lei 1 che
la miglior novella che io potessi aver in questo mondo,
sarebbe l’ udir novelle che avesse rotto il collo.1’
Moglie fastidiosa, importuna, e caparbia, è un pur-
gatorio continuo: e certo che io non credo che le
pene infernali sien simili a queste; e non penso che
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50 I LUCIDI
«ipossa immaginare al mondo l«s maggior calamitài
nè la più misera servitù, che avere una moglie che
ti ami, o che ti voglia dare ad intendere, per parlar
retto, di volertibene che le par dovuto per questo,
;
che tu abbia a esser sempre suo mulattiere, dan-
doti per il capo: questo mi si viene per lo amore
eh’ i’ ti porto, col darti dell’ingrataccio, e dello sco-
noscente. E mia
è una di quelle , Dio lo sa
se la
egli : canchero a chi me la diede, a chi
che venga il
menò le parole, a chi ne fu inventore, e presso ch’i’
non dissi, a me che la tolsi. Si, che serrimi l’uscio
addosso a sua posta, per Dio sì , che non mi man-
cherà chi m’apra pur nondimeno, per ovviare alli
:
scandoli, io voglio andare dalla Signora, c pregarla
che sia contenta rendermela, chè io gliene provve-
derò una migliore, e di maggior valuta. Olà, di alla
Signora che si faccia in su l’ uscio , eh’ i’ gli ho da
parlare per cosa che importa.
focena 111.
SIGNORA, e LUCIDO TOLTO.
Signora. Lucido, perchè stai tu cosi ramingo nella
strada? c che vuol dire che tu non entri in casa
alla libera?
Lucido Tolto. Sai tu, ben mio, perché ti ho fatto
chiamare?
.Signora. Sì so; per dare un poco di contento al
cuor mio e al tuo.
Lucida Tolto. E per cotesto, e perché io vorrei che
di grazia, per levare scandolo, turni rendessi quella
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,
ATTO QUARTO 51
veste eh’ io ti diedi stamattina; che la donna 1’ ha
risaputo , e ha messo sottosopra ogni cosa e dice ,
che la rivuole; sicché di grazia, amor mio, rendi-
mela, eh’ i’ t’ impegno la fede mia eh’ i’ te nc farò ,
un’altra più ricca, e più bella il doppio, non ci passa
duo giorni.
Signora. Tu dei voler la baia, come tu facesti sta-
mattina, non è vero? Io ho paura di non girare: or
non te la diedi io dianzi ,come tu avesti desinato
perché tu la portassi al sarto con quelle altre cose?
Lucido Tolto. A me hai dato la veste con altre
cose? non mai: poiché io ti lasciai stamattina, data
eh’ io te r ebbi me ne andai in piazza , né mai ne
,
sono partito , se non ora , né ti ho poi più vista e ,
vedi che bella otta; e sono ancor digiuno.
Signora. Bene, bene, io ti ho inteso tu non me la ;
vuoi rendere, e non vuoi esser meglio che gli altri
tuoi pari anche tu vuoi eh’ i’ sappia che noi povere
:
donne possiam poco credere alle profferte di voi al-
tri. Ma che dico io alle profferte altrui? alle cose
mie proprie: e perché io mi sono fidata di te con
darti quelle mie dorerie, e tu mi vuoi giuntare ma :
io imparerò a vivere appoco appoco alle mie spese.
Al nome sia d’iddio, tu arai forse un dì caro di ri-
portarmele belle e profumate.
Lucido Tolto. Sogno io, o pur sono desto?
Signora. Ahimè che ci si vorria tagliare il collo,
,
se quando noi ne aviamo un di voi nelle forbice
noi non lo tosiamo a modo nostro; che tanto se
n’ è. Ma io invecchio e ’mpazzo guarda a chi io
, :
aveva posto amore, e chi credeva che mi avesse a
far regina!
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,
52 I LUCIDI
Lucido Tolto. O
che parole son queste? Dunque
pensi tu che il tuo Lucido sia venuto qui per ingan-
narti? non aver paura di questo, stanne sicura; chè
come io ti ho detto , non fo questo, se non perché
ladonna 1’ ha risaputo e s’ io non gliene riporto
,
non sono per aver pace seco questo anno.
Signora. Tu sai bene ch’io non te la chiesi, e che
tu me la portasti spontaneamente , donastimela li-
beramente; e adesso la rivuoi, e con le donerà. Ma
e’ non mi dà noia tanto la vesta, quanto l’atto, e il
potertene tu vantare. Ma io arò pazienza ,
per non
poter far altro ; tientela, fanne quel che ti pare, fic-
catela nel presso che tunon me l’ hai fatto dire e :
se tu hai punto caro l’onor tuo (che mal ti si pare),
rimandami le mie cose e guarda che da qui in-
,
nanzi tu non sia tanto ardito di mettermi mai più
piè in casa uomo senza vergogna e senza faccia.
,
Va via, va, cerca d’un’altra che si lasci assassinare,
come tu hai fatto me che quanto a me io non sono
;
più il caso. É gran cosa, che questi Bolognesi, come
si son cavati le lor voglie, le triste e le ribalde siam
noi.
Lucido Tolto. Eh
Signora, voi siete troppo presto
montata in collera; e avete mille torti. Voi vi adi-
rate, e non so il perché. Ascoltate di grazia. Si-
gnora, una parola, una parola in servizio.
Signora. Egli ba anche tanta faccia, che mi chiama,
il traforello: levamiti dinanzi.
Lucido Tolto. E’ r é paruto mille anni di serrar
l’uscio: e per dirne il vero, eli’ ha mille ragioni ; chè
questo rivolere i suoi santi come si guasta la festa,
è cosa da fanciulli; e massime eh’ i’ non ho avuto
punto del pratico : io ve gli doveva entrare in qual-
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ATTO QUARTO 53
che bel modo così da discosto, e non dirle a un
tratto: rendimi la mia veste: e certo che in questo
'
caso io conosco aver errato. La necessità mi ha
fatto errare che venga il canchero a quel poltrone
:
di quel parasitaccio ti so dire che mi ha pagato
:
di quella moneta eh’ i’ merito. Va, fa bene a questa
gente: e’ son pur tutti d’una buccia: gli è come
dar la treggea a’ porci. Guarda di quanto male è
stato cagion costui: e or flniss’ella quii poltrone,
asino, furfante. Che farò io adunque adesso? che
partito ha da essere il mio ? a casa non si può tor-
nar senza vesta , s’ i’ non vo’ mettere a rumor Bo-
logna: qua è conventata di noce: il me’ eh’ i’ possa
fare, è tornarmene in piazza, e consigliarmi con qual-
che amico mio, come io mi abbia a governare in que-
sta faccenda; che io per me per oggi ci ho perduto il
cervello ; e per ristoro ho una fame, eh’ i’ la veggio.
Sta, eh’ i’ sento aprir l’ uscio. Per Dio che 1’ é mo-
gliama: lasciami levar di qui, che noi ne faremmo
un’ altra presto presto. Costei si crede eh’ i’ le ri-
porti la vesta, come l’ le promisi : adagio, se tu non
hai altro assegnamento che questo, tu la farai male:
e io la farò male e peggio, senza 1’ amore, e senza
la vesta, e fuor di casa.
Scena IV.
FIAMMETTA, e LUCIDO FOLCHETTO.
Fiammetta. Vedi come Lucido ci torna con quella
vesta.
Lucido Folrhetto. Io ebbi ben dello scemo stamat-
tina, quando io rendei la borsa a Betto, che si
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,
54 I LUCIDI
sarà fitto, come è sua usanza, in casa di qualche
femmina, che non ne lo caverebbe il Bargello.
FimmtUa. Vi so dire che si ricorda di me, che è
un desio: fra un ottavo d’ora te la riporto, e bene.
Oh, la cosa ricordata per via va: eccolo appunto:
le cose passan bene 1’ ha sotto.;
Lucido Folchetto. Dove può egli essere entrato?
Fiammetta. E’ fa le vista di non mi vedere io gli :
vo’ andare incontro, e dirgli una carta di villanie.
Oh pur ci tornammo! non ti vergogni tu, matto
spacciato che tu se’, a venirmi innanzi a cotesta
foggia?
Lucido Folchetto. Che cosa ci è? che parole sono
le vostre ? siate voi fuori de’ gangheri ?
Fiammetta. E tu se’ fuor delle bandelle : egli ha
anche ardire di parlare.
Lucido Folchetto. E che io ho fatto, eh’ i’ non possa
parlare ? voi siate molto altiera : quella giovane
siate piacevole come voi siate bella.
Fiammetta. Vedi che prosonzion di uomini, e che
modo di parlare: dove ti par egli essere?
Lucido Folchetto. Madonna , andatevene in casa ;
non istate a cotesto vento; ché a come voi farne-
ticate, e’ vi debbe esser presa una gran febbre.
Fiammetta. Sì io farnetico , quand’ io ti riprendo :
ben sai che mi vien la febbre ogni volta eh’ i’ ti
veggio. Eh trista a me , eh’ i’ vorrei innanzi aver
consumata la mia giovinezza in casa di mio padre,
com’ una presso eh’ io non dissi che esser capi- ;
tata alle mani d’un che mi tratti come e’ mi tratta,
che par che mi abbia ricolta del fango.
Lucido Folchetto. Che mi fa a me , se tu vorresti
esser più presto vedova che maritata, o se tu se*
stata ricolta del fango o della mota?
Atto quarto **
Fiammetta. Io t’ho detto: così si fa. O va poi
e
e dàlia in
allieva una fanciulla con tanta fatica,
preda a un uomo simile I
Lucido Folchetto. E queste belle filastrocche
si
contano a’ forestieri, eh ?
Fiamraetta. E ben che le son filastrocche, vedi, io
te lo dico a buona cera io non le vo’ più soppor-
,
tare. Io me ne vo’ più presto andare
a casa di mio
con teco
padre, e rigovernare le scodelle, che star
oro a gola per avere a patire di
vedere an-
nell’ ,
mio a questa foggia. Eimei no , io non
darne il ,
ci vo’ più aver paziepza.
me taccivi stare Dio
Lucido Folchetto. Quanto a ,
enza marito, quanto voi volete.
dà qua la mia
Fiammetta. E venga il difetto da te:
vesta.
mona colei, questi non sono
Lucida Folchetto. Ah,
questo è
de’ [Link] siete troppo mala femmina:
tenete le mani
ben altro che farnetico, in buona fé :
che questa non e
a voi, e dite ciò che voi volete,
roba vostra. .
che vorresti far
Fiammetta. Oh, questa sarà beUal
di dianzi? Come non è roba mia ? oh, dàlia
la festa
qua, che ci hai fradicio.
costà : non in-
Lucido Folchetto. Adagio a darla
vostra? e adirvi
tendete voi me, che la non è roba
il vero, se voi vorrete delle
veste, e’ vi bisognerà
averete
menare se voi non sapete me’ fare, voi ne
:
poche in buona fè.
voglio fare
Fiammetta. Se lo dicesse il mondo , io
intendere queste tue valenterie. Sì, che io
ho a es-
E poteva pur
sere sbeffeggiata a questa foggia?
io
il collo, innanzi che arrivassi
in casa di
rompere
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36 I LUCIDI
questo sciagurato Ti so dire, eh’ i’ digiunai la vi-
1
gilia di Santa Caterina; che morta fuss’io al na-
scere, al men che sia!
Scena V.
FIAMMETTA, BIAGINO SUO SCrVO,
e LUCIDO POLCHETTO.
Fiammetta. Biagino, o Biagino, tu non odi? a chi
dich’ io?
Biagino. Chi mi chiama?
Fiammetta. Corri, vien giù.
Biagino. Eccomi, padrona ; che comandate ? eh’ a-
vete voi, che voi piangete?
Fiammetta Sta udir me: va insino a casa mio pa-
dre, e digli che venga insin qui adesso adesso per
una cosa che importa; e che non manchi per nulla :
muoviti, va via ratto, sie qui testé.
Biagino. Orsù io vo: che gli ho io a dire, se ben
mi ricorda?
Fiammetta. Il malan che Dio ti dia, e la mala pa-
squa, impiccatello e’ mi vien voglia... che tu vadia
:
a casa di mìo padre.
Biagino. Lo so quel eh’
: i’ gli ho a dire, dico io.
Fiammetta. Che venga insin qua or ora ; e che non
manchi; e spacciati.
Biagino. Umbé, orsù io vo : io non gli ho a dire al-
tro?E se non potesse venire?
Fiammetta. Fa quel eh’ i’ t’ ho detto ; che romper
postu la bocca: va via correndo; che non ci torni.
Biagino. Se nulla mi mancava, questo è il mio ri-
atoro.
ATTO QUARTO SI
Lucido Folchetto. Oh, questa è la più bella com-
media eh’ i’ vedessi mai , da crepar proprio della
risa: oh, oh, ridi.
Fiammetta. Furfantello, furfantello, se tu non vai
.dove tu hai a ire...
Biagino. Oh la sarebbe bella , eh’ i’ non andassi
dove io ho a ire.
Fianmetta Oh, pur si mosse nafife, non si può più :
con esso. E tu ne se’ cagione, che gli hai dato troppo
rigoglio ma se inio padre ci viene, io so che saprà
:
tutti i tuoi portamenti; pensati eh’ i’ vo pigliare il
sacco per il pellicino.
Lucido Folchetto. portamenti sono i miei in
tutto in tutto?
Fiammetta. Vedilo: gettar via il mio, stravestirsi,
e fare ogni dì mille scioccherie da fanciulli.
Lucido Folchetto. 0 Dio, che sent’ io oggi !
Fiammetta. La verità senti: non lo avessi ve-
s’ i’
duto co’ miei occhi, e toccolo con mano, e’ non mi
darebbe tanta noia, sai?
Lucido Folchetto. Almanco potess’ io aver tanta pa-
zienza, eh’ i’ potessi ridere delle cose eh’ i’ sento.
Che vi. date voi ad intendere eh’ i’ sia alla fine delle
fini, che non mi avete mai più visto?
Fiammetta. Dio ’l volesse eh’ i’ non ti avessi mai
,
più visto, e che mi fussi prima cascata la lingua,
eh’ i’ avessi detto di si. Ma aspetta: ecco mio padre:
egli, egli saprà dire chi tu sei.
Lùcido Folchetto. Io conosco così lui come voi , ;
che non vidi mai nè l’un né l’altro.
Fiammetta. Io ho paura di non impazzare e’ dice :
che non conosce nè me nè mio padre !
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58 I LUCIDI
Lucido Folehetto. Io ne son certissimo, che voi
siate impazzata: non ne state punto in dubbio.
Fiammetta. E non conosci né me nè mio padre?
Lucido Folehetto. E più oltre vi dico, che se voi
fate venir qui l’avol vostro, non che vostro padre,
io vi dirò il simigliante.
Fiammetta. Eh, aspetta pur che comparisca.
Lucido Folehetto. 0 madonna, voi vi siate sfilata
la corona.
Fiammetta. S’i’l’ho sfilata, mio danno: rinfile-
renla.
Lucido Folehetto. Io vo’ veder che fine ha aver
questa festa: e parte vedrò se Betto desse volta di
qua eh’ i’ non vorrei però esser veduto andare al-
;
l’osteria con questa vesta sotto.
Scena VI.
CORNELIO padre della piamjietta, e detti.
Cornelio. Come comporta 1’ età mia , e cpmo mo-
stran le parole di Biagino che ricerchi il bisogno
di questa faccenda , io solleciterò i passi , e sforze-
rommi di esser là presto: ma come questo mi sia
mie gambe il sanno, assai più atte a star
facile, le
ferme che a muoversi , perciocché la vecchiaia se
ne ha portate le forze , e lasciatomici dentro in
quello scambio una pigrizia, ch’egli è manco briga
muovere una macine. Ma che domin di cosa può
esser questa, che la mi abbia fatto chiamare con
tanta fretta! e’ non ci é mai altra faccenda. Che
credi? ara avuto parole col marito: che quando i
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,
ATTO QDAKTO 59
gioveni hanno un poco di aria, e che le fanciulle
sono un poco fastidiose, come è questa mia figliuola,
che che è, mettone a romor la casa. Or lasciamo
andare , torniamo al caso nostro presto il saprò :
eh’ i’ la veggio in su l’ uscio col marito tutta ma-
ninconosa guarda s’ i’ me lo indovinai.
:
Fiammetta. Voi siate il ben venuto, mio padre; vi
so dire che voi siate arrivato a tempo.
Cornelio. Che cosa ci è, che hai mandato per me
così in fretta e ’n furia? che sarà delle nostre cer-
vellinaggini? che ci avete oggimai fradicio. E tu. Lu-
cido, che hai, che tu parli così stizzato? che diffe-
renze sono le vostre?
Lucido Folchetto. Dite voi a me, buon vecchione ?
Cornelio. Favella, Fiammetta: chi ha il torto di
voi? ognuno, non è vero? di’ su ma spacciati, non ;
mi fare una bibbia, come è tua usanza.
Fiammetta. non ho il torto io ma
F so eh’ i’ :
quel eh’ i’ ho si è che non mi dà più il cuore di
,
viver cori costui: e vi dico, eh’ i’ non lo posso più
sopportare. Io sono diventata come una bestia. Sic-
ch’ i’ vi prego, che voi me ne lasciate venire a casa
vostra; eh’ i’ non vo’ più stare in questo inferno,
. con tanto fuoco.
Cornelio. Ch’abbiam fatto, duo letta?
Fiammetta. Eh, padre mio, e’ ci é troppo uno: co-
testo darebbe poca noia. Mal è, eh’ i’ sono straziata
come una pelle verminosa.
Cornelio. E da chi?
Fiammetta. Da questo tristo.
Lucido Fàlohetto. E che sì , eh’ i’ arò a tor donna
per forza.
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60 I LUCIDI
Cornelio. Delle nostre. Quante volte v’ ho io detto,
eh’ i’ non voglio attendere a vostre baie?
Fiammetta. £ come ho io a fare? io non gnene do
causa; egli è lui ; che rimedio ho io, senon mi aiu-
tate voi?
Cornelio. Se tu non volessi tu, queste cose non
t’ interverrebbono quante volte t’ ho io detto che
:
tu faccia a suo modo, pazzerella che tu se’, e che
tu non ponga mente a quel che si faccia, dove
e’ si vada, o donde e’ si venga? Egli è pur una
strana cosa, che questi poveri mariti non possan
trarre un peto, che queste mone merde non abbiano
lor dietro sei persone, che gliene ricolgano.
Lucido Folchetto. S’ i’ non facessi mai altro, impa-
rerò pur sei buon tratti.
Fiammetta. Be, mio padre, voi non sapete mezze
le messe : egli è innamorato fradicio di questa can-
toniera che sta qui vicina.
molto bene e se farà a mio senno,
Cornelio. E’ fa :
e’ ne farà più cose che mai, per farti dispetto.
Fiammetta. E vi cola ciò che può fare e dire; e vi
ricordo, che ne va il mio, e a me tocca a stentare.
Lucido Folchetto. Oh, questa va dove l’ha a ire.
Cornelio. Fa conto, che pel tuo cicalare e’ se ne .
rimarrà, se tu ’l credi: a mano a mano tu vorrai
che non ceni fuor di casa. Che pensier fa’ tu ? che
di marito e’ ti diventi famiglio? e che si stie ’ji cu-
cina aiutar rigovernar alla fante? che ci hai oggi-
mai fradicio.
Fiammetta. Io ho fatto qualcosa a mandar per lui,
concredendo che la pigliasse per me; e ’n quello
scambio e’ la piglia per lui e dice villania a me
, :
cosi vuol ella ire.
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ATTO QUARTO 61
Cornelio. E di che viio’ tu eh’ i’ dica villania a lui?
perchè ti tratta troppo bene? Che ti manca egli,
che se’ vestita come una signora? Eh pazzarella,
quanto faresti! meglio attendere a filare!
Fiammetta. Sì eh? oh s’ i’
non lio aver altro che
cotesto, voi potevi far senza maritarmi. Che in casa
vostra mancavami [Link]? e poi voi non dite, che
se mi toe le catene e le veste, e porta ogni cosa a
quella sua cristiana, no’ ce ne avvedremo.
Cornelio. Cotesto .se lo fa, e’ fa male: ma se non
10 fa, tu fai male e peggio a dirlo.
Fianm’ttta. Guardategli sotto, e vedrete la mia ve-
sta, che mi aveva carpita;
e perché io lo riseppi
presto, e leva’ne romore, egli me la riporta.
il
Cornelio. Io vo’ saper da lui, come sta questa fac-
cenda. Lucido, è ver quel ch’ella dice? mostra un
po’ qua: di’ hai tu sotto?
Lucido Folclietto. Io sono stato per dirvelo: quel
che ho sotto è mio, e volto per me.
io
Lucido, io son venuto qui per metter
Cornelio.
pace, e non per combattere in terzo.
Lucido Folchetto. Io vi giuro affé di gentiluomo,
babbaccione mio, che questa giovane non ha rice-
vuto da ine oltraggio alcuno , e questa vesta non
r ho avuta manco da lei, che me l’ha data un’altra
giovane, che .sta qui vicina. Ma .se io ne ho a dire
11 mio parere, ella mi par matta spacciata; tali cose
dice. O .se io messi mai piedi in casa sua, che’l foco
di Sant’Antonio abbruci le carni mie.
Tu mi par pazzo a me. Che (lazzie di’ tu?
Cornelio.
non vergogni tu a giurare di non essere stato in
ti
quella casa, dove tu abiti continuamente?
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62 I LUCIDI
Lucido Folchetto. Oh, oh, BonofUa docet; oimè io
non ne vo’ più. Anche tu, vecchio rimbambito , di’
che quella è casa mia?
Cornelio, Rimbambito se’ tu che lo nieghi e , , lo
giuri.
Lucido Folchetto. Io lo niego, perchè non è la ve-
rità; e anche questa matta, se la non fusse matta,
direbbe eh’ i’ non vi entrai mai.
Fiammetta. Nè col cervello, nè con l’amore, non
vi entrasti mai.
Cornelio. Fatti un po’ più là. Lucido: che di’ tu?
di’ tu che questa non è la casa tua?
Lucido Folchetto. Che casa e non casa? chè ci
avete oramai tolto il capo; andate pe’ fatti vostri.
Fiammetta. 0 bella cosa dir villania al suocero I io
non mi vo’ più maravigliar de* casi miei.
Cornelio. Eh Lucido, rispondimi a proposito.
Lucido Folchetto. Be, che ho io a far con voi? e
che volete da me, che voi mi date tanta ricadia?
Fiammetta. 0 Signore, gli è impazzato c^iptui non :
vedete voi, mio padre, ch’egli ha un par di occhi,
che pare spiritato?
LuHdo Folchetto. E che sì, eh’ i’ fo lor dire il
vero? che ne vadi?
Fiammetta. Vedete come gli sbaviglia: uh trista
alla vita mia; oh, mio padre, come farò io? che
dite voi ora? siate voi chiaro? meschina a me!
Cornelio. Figliuola mia, lievatigli dattorno; vien
qua da me, che non ti facesse qualche male.
Lucido Folchetto. E’ vogliono il giuoco del fatto
mio e dicon eh* i* sono spiritato. Aspetta se tu
,
vuoi ridere. 0 Farfarello, o Malacoda, acaiastontu,
ditemi, chi volete voi eh’ i’ strangoli stanotte?...
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ATTO QUARTO 63
Tutto intendo; ma io non posso partire di qui fin
a tanto eh’ i’ non cavo il cuor a quella bestia là,
Cornelio. Oh, figliuola mia, senti tu quel che dice ?
Fiammetta,. Oh, mio padre, io me ne vo’ire: ve-
nite meco: i peccati suoi... i’ ben lo diceva al mio
confessore; e però gli è entrato addosso il fistolo
di setanasso.
Lucido Folchetto. Barbariccia, tu mi comandi che
io gli tagli il naso, e eh’ io gli riempia tutti a dua
i buchi degli orecchi con uno tizzone di fuoco?
Fiammetta. Uh, uh, trista a me , mi minaccia di
cavarmi gli occhi col naso, e di cacciarmi un tiz-
zone di fuoco negli orecchi: che vogliam noi far
più qui? io tremo per la paura; e mi par tuttavia
vedermelo montare addosso con quel cotale. An-
dianne, mio padre.
Lucido Folchetto. Adagio al montar addosso ;
ogni
altra cosa.
Cornelio. Vattene in casa eh’ i’ voglio andar per
,
parecchi facchini, che lo menino in casa, e mandar
per il medico , per veder che cosa è questa eh’ io ;
non so se si è spiritato, o se si è pazzo, o che malanno
e’ s’ abbia.
Lucida Folchetto. Mi bisogna pensare com’ i’ ho a
fare, che costoro non mi trovin qui, o che mi ri-
scontrino per quella via, donde io me ne vo. Bella
cosa che é questa: costoro voglion pur ch’io sia
pazzo, e a me pare esser più in cervello del solito.
Lasciamene andar di qua, che non ci è nessuno, e
vassi inverso l’ osteria, poiché Betto non ci capita,
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64 I LUCIDI
ATTO QUINTO.
Seena 1.
BIADINO solo.
Io ho già fatto il callo al culo, come le bertucce
per il troppo sedere, e ho stracco gli occhi per
guardare se ’l medico ne viene, che dicon ch’egli è ito
alle cure. Che ne possa io fare una a lui con una
costola di cavolo cappuccio. Oh ringraziato sia la
croce di Corsignano, che aveva manico di perug-il
gine: eccolo qua, guata l’andare: oh ve’ figura! oh
che cera da castrar troie! Sta pur a vedere eh’ i’
crederò menare un medico e io merrò un ferra-
,
vecchio. Oh gli è seco il vecchio per mia fé: tanto
meglio, e’ mi hanno tolto briga; ti so dire che si
soqo accozzati,
Scena li.
MEDICO, e COHNELIO.
Medicò. Che malattia dite voi che era la sua ? con-
tatemela un poco, messer Cornelio, di grazia: pa-
tonv’eglino umori maninconici, o farnetico, o trama
di spiritato? ché se fusse spiritato, .e’ bisognerebbe
mandare qualche reliquia, o far qualche altra fac-
cenda.
Cornelio. Io vi meno a lui, perchè veggiate che
male è il suo, e diciat^ld à me, non per dirlo a
voi io.
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Atto Qumro 65
Medico. Se e’ fussero umori maninconicì, o frene-
sia, 0 simili accidenti, io ve lo darei guarito in un
baleno,
Cornelio. Maestro mio, vi prego che voi ci mettiate
tutta la vostra diligenzia, e lasciate fare- a me del
pagamento; ché voi non aveste mai a’ vostri dì la
miglior cura.
Medico. Lasciate il pensiero a me, vi dico; ché
per due mesi, quando e’ bisognasse, e anche quat-
tro, io non voglio attendere ad altro.
Cornelio. Prima la voleva guarire in un baleno, e
come e’sentì il suono del pagamento, e’ l’ ha allun-
gata insino a quattro mesi: infine chi vuol ch’una
piaga sfoghi bene, paghi bene il medico n’ é vero. :
Maestro? e chi vuol guarire, paghi male.
lo
Medico. Che dicevi voi, messer Cornelio?
Cornelio. Diceva, che ecco appunto qua l’infermo.
Medico. Osserviamo i gesti suoi, e il suo parlare,
s’egli svaria: e massime voi, che siete uso seco.
Scena III.
LUCIDO TOLTO, C DETTI.
Lucida Tolto. Quella giornata che io mi credeva
passare felicemente con la mia Signora mi è riu-
,
scita più infelice e fastidiosa che giornata -eh’ io
avessi mai alla vita mia: io mi credeva averla fatta
netta di quella vesta; e avevola, se quel poltrone
dello Sparecchia non le riflocava in cupola ogni
cosa: s’ i’ non ne lo pago, sputimi nel viso. E anche
questa [Link] ha fatto il dovere, a dir che me
r ha renduta: io ho fatto bene alla fé: la non pie
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66 I LUCIDI
ne sa grado nè grazia, in modo ho saputo fare. 0
sventurato tra tutti gli altri sventuratissimi!
Cornelio. Udite voi ciò che e’ dice, Maestro?
Medico. Dice che è sventurato; sarebbe eglimai
innamorato? ha egli a debito, che voi sappiate?
Cornelio. Che so io? parlate a lui più dappresso,
e andatelo interrogando, e vedete dove voi lo tro-
vate.
Medico. Bene stia Lucido, Iddio ti faccia sano;
perchè ti apri tu così nelle braccia? non sai tu che
cotesto moto è contrario di diretto alla tua in-
firmità ?
Lucido Tolto. Or vaiti impicca, pecora infreddata.
Medico. Che ti senti?
Lucido Tolto. Perchè non vuoi tu eh’ i’ senta? sono
io sordo ?
Medico. 0 Jesus, un sacco intero intero di elleboro
non basterebbe a cavargli la pazzia del capo. Lucido,
voltati un poco a me: che di’ tu?
Lucido Tolto. Che diavol vuoi tu eh’ i’ dica, viso
di barbagianni?
Medico. Rispondimi a proposito a quel eh’ i’ ti do-
mando: che ti sa migliore, o ’l vin bianco, o il ver-
miglio?
Lucido Tolto. Deh, va al bordello, ignorante, viso
di bue ;
va castra gli asini, or che gli è nugolo.
Medico. E’ comincia a svariare.
Zìccido Tolto. Sta a vedere che vorrà sapere s’ io
mangio i beccaflchi lessi , o l’uova nello stidione.
Giustizia povera! che venga il morbo a chi t’inse-
gnò cotest’arte.
Corìielio. Oh oh, udite che svarioni e’ dice: che
state voi a vedere, Maestro, che voi non gli date
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ATTO QUINTO 67
una presa di qualche lattovare, che gli lievi questa
frenesia della testa?
Medico. State fermo, che io gli voglio domandare
d’un’ altra cosa. Come tien tu volentier gli occhi
chiusi?
Lucido Tolto. Volentieri quando io dormo, scimu-
nito.
Medico. Gorgoglianti mai le budella?
Lucido Tolto. No quando io sono satollo: ma le
mi gorgoglian bene ora eh’ i’ son digiuno, me ico
da borse.
Medico. Per dirne il vero, questa risposta non è
stata da pazzo. Come dormi tu ben la notte?
Lucida Tolto. Io dormo il malan che Dio ti dia,
viso di pazzo; quando i’
t’avessi assai sofferto: che
fagiolate son queste? e che sì eh’ io ti cavo il vino
del capo guarda chi mi crede uccellare tu hai ben
1
1
viso di gufo. E quest- altro vecchio fantastico se ne
tien con esso.
Cornelio. Uh, i’ ti so dire eh’ egli ha cominciato a
dar nel pazzo ; a far come dianzi, quando e’ voleva
cavar gli occhi alla moglie.
Lucido Tolto. Questo sarà l’altra quando dissi mai
!
cotesto?
Cornelio. Eh poverello a te, tu non ti senti, e non
ti accorgi che tu sei pazzo.
Lucido Tolto. Io son pazzo?
Cornelio. Tu tu, che se tu fussi in cervello, tu non
aresti detto dianzi a quella poveretta le crudeltà che
tu le dicesti.
E io vi dico in quello scambio, ch’i’
Lucido Tolto.
vi ho veduto rubare un calice, e però portasti la mi-
tera; e so che voi ammazzasti vostro padre e vo-
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68 1 LUCIDI
stra madre; e che pazzo siete voi e tutti i vostri
parenti. Parvi eh’ i’ vi abbia saputo rispondere alle
rime?
Cornelio. Di grazia. Maestro, quel che si ha a
fare, si faccia tosto: non sentite voi le gran pazzie
che dice?
Medico. Sapete voi quel che è meglio che noi fac-
ciamo? che si faccia menare in casa, e rinchiudere
in una camera al buio, acciocché gli svarii la fan-
tasia il manco che si può; e io a bell’agio gli ordi-
nerò tutto quello che gli farà di bisogno.
Cornelio. Voi avete ben detto : taccisi adunque ciò
che volete.
Lucido Tolto. Se tu mi ti accosti, barba da ugnere
aringhe, per Dio, per Dio, i’ ti caverò un occhio.
Medico. E
io ti empierò cotesta golaccia di pillole.
[Link] basteranno a menarlo?
Lucido Tolto. E che baia é questa? costor voglion
pur ch’i’ sia pazzo, a dispetto ch’i’ n’abbia.
Medico. Quattro almanco.
Cornelio. Orsù, io gli merrò qui adesso : e voi in-
tanto guardatelo che non fuggisse.
Medico. E dove volete voi che vadia? e’ sa molto
dove e’ si è lui: io voglio andare, allo speziale a
ordinare quelle cose che .sono nella sua cura.
Cornelio. Andate: e io farò che sarà menato in
casa.
Medico. Lucido, addio; sta di buona voglia, che
tosto ti caverò di cotesta tua pazzia, a dispetto tuo ;
che tu hai troppo bel tempo.
Lucido Tolto. Io non so che mi si tiene, eh’ i’ non
gli dia un rifrusto di pugna.
Cornelio. Con diligenza e tosto soprattutto. Maestro.
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ATTO QUrNTO 69
Lucido Tolto. E’ mi
si son pur levati dinanzi tutt’a
dua. Che partito ha da essere il mio innanzi che ,
ritornino a farmene portar via? in ogni modo que-
sta è una bella festa, che costoro si sieno accordati
a voler eh’ i’ sia impazzato e io son pur quel me-
:
desimo che io mi era stamattina, o conosco come
io mi conosceva, e favello a proposito. Nondimeno
alle cose eh’ egli ha dette e’ bisogna o eh’ i’ sia
,
pazzo io, 0 che slan pazzi essi : io so eh’ i’ non son
pazzo. Adunque ne seguita che e’ sien pazzi essi:
e però è male aspettarli perchè con pazzi è poco
,
guadagno. E’ sarà meglio eh’ io ne vadia a casa, che
venendo coloro a menarmene, io non fussi sforzato
far qualche pazzia daddovero. Ma perchè io non ho
la vesta, quella bestia di mogliama non mi vorrà
aprire: dello andare in casa la Signora non accade
far conto. 0 Dio, io non so dove io mi abbia il cer-
vello, e se io non sono io : ho ben paura, senza bur-
lare, di non impazzare daddovero. I’ ti so dir, che
per un giorno egli è .stato esso, e non si troverebbe
pietra mai tanto nera, che fusse bastahte a segnare
la sua maladizione. Io sono risoluto di vedere s’ella
sarà più in collera, e se noi possiamo acquietare
questa cosa. Ma sta, chi è questo? e’ par che venga
inverso l’uscio suo: lassami star a vedere se picchia.
Scena IV.
SETTO solo.
L’uffizio del buon servidore, che ha cura delle
cose del padrone, è che egli molto meglio procuri
fatti del padrone in assenzia che in presenzia. A
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70 I LUCIDI
voler ch’un servidore7sia buono e’ gli bisogna ado-
perare più le gambe che la gola, massime a chi fa
punto stima dell’onore perché ancorché i servidori
:
si portin bene col padrone, e non ne sien sì remu-
nerati, hanno pur quel contento di poter dire d’aver
fattoil debito loro ; e però a me pare che ’l van-
taggio sia portarsi bene: e per questo io mi sforzo
far le faccende del padrone con più diligenza ch’io
posso ; e trovoci dentro contento non poco. Ora che
io ho assettato e fatto tutto quello che si ricercava,
e quanto da lui mi era stato imposto io gli sono ,
venuto incontro, appunto in su l’ora che mi disse.
Ma poich’io non lo veggio altrimenti, picchierò la
porta, dove io lo lassai; acciocché e’ sappia che io
sono arrivato.
Scena
CORNELIO, quattro facchini, lucido, tolto e retto.
è
Cornelio. Deh di grazia, per amor mio usateci di-
ligenzia, così nel pigliarlo come nel portarlo, chè
voi non gli storcessi qualche suo membro genitale,
ché non sarebbe mai più buono a nulla: e se voi
stimate le gambe e l’altre vostre membra , abbia-
,
tevi cura, chè vi bisognerà. Eccolo là, quello è desso;
andate alla volta sua. Su bene: e’ son quattro, e
hanno paura d’un solo. Levatei di peso, poltroni : e
io intanto andrò a casa a fare aprir l’uscio, e quivi
vi aspetterò.
Facchini. Che ce vuoi far far? che pigliamo que-
sto? no ci pensare: che te credi che siamo sbirri?
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ATTO QUINTO 71
0 vatelo mena da te stesso : camina, fraterno, andia-
moci Connio.
Corwlio. Udite di grazia: questo è un povero gen-
tiluomo che è impazzato per amore, e lo vogliam
rinchiudere per l’onore de’ parenti; chè non si ab-
bia a sparger la fama e sarete pagati bene ; non
:
dubitate : questo non
è ladro nè assassino.
[Link] su alto, Gianon piglia, uncica, tienlo
;
:
addove s’ ha da menare? sta forte, piglia lo braccio :
ora bene: ve’ che scappa: guarda lo grugno.
Lucido Tolto. Oimè, e che volete da me? perché me
ne menate voi? fassi così a’ mie’ pari? io me ne fa-
ceva beffe, e fanno pur davvero.
Setto. Che cosa è quella ch’i’ veggio? il padrone
n’ è portato di peso da non so che canaglia. Gli è
desso certo : e’ non debbon però esser birri, che non
hanno le chiaverine. Olà, che pensiero è il vostro?
Lucido Tolto. E chi è questo, che solo si muove a
pietà de’ miei affanni?
Setto. Padrone, che cosa è questa? A questo
modo eh, un povero forestiero di bel dì chiaro, a
questa foggia farnelo menar preso?
Lubido Tolto. Deh di grazia, io mi vi raccomando :
non mi lasciate far villania.
Setto. Che bisogna che voi usiate coteste parole,
padrone? Non sapete voi ch’egli è mio obbligo met-
tervi la vita,quando e’ bisognasse? Credete voi che
per quanto io possa, eh’ i’ sopporti mai che voi siate
assassinato a questa foggia ? Lassatelo, poltroni. Aiu-
tatevi, padrone, cavategli un occhio. To’ su questo,
manigoldo. Se voi non lo lasciate, io vi pesterò il
ceffo a tutti quanti: a questo modo si fa, eh?
Lucido Tolto. Io l’ho pe’ capegli: dategli, buon
compagno.
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72 I LtìCiDl
Setto. Strappategliene tutti, che non abbia fatica
di pettinarsegli ;
pelategli la barba; mordetelo: or
così, ladri assassini!
Facchini. Oimè, oimè: perdonate, messer, non è
stata colpa nostra questo: quello (addo ve è annate?)
ci ha menato. Non percotete noi, che vi lasceremo,
e che facemo quello che ci avia comandato quel
vecchiazzo poltrone.
andare alla mal’ ora.
Setto. Lasciateli
Cancher le magne Tossa. Vada al bor-
Facchini.
dello, vecchie furfante, boie, manigoldo.
Setto. Or andate, che ’l morbo vi spegna tutti
quanti. Affé, padrone, che voi non avevi bisogno
di manco; s’io non arrivavo, voi ne andavi di peso
come un cero.
Lucido Tolto. Io priego Iddio, quel giovane, che
te ne renda quel guiderdone che tu meriti: che a
me non basterebbe Tanimo di satisfarti di tanto be-
nefizio: chè se tu non eri tu, io era rovinato.
Setto._ E però se voi vorrete far cosa degna di
,
voi, e mostrarvi grato del servizio ricevuto, voi mi
farete un presente di que’ danari che voi mi presta-
sti per maritare quella mia sorella.
Lucido Tolto. Che ioti faccia un presente?
Setto. Sì, poiché voi dite che io vi ho fatto sì
gran servizio.
Lucido Tolto. E di che?
Setto. Di ciò che io vi ho detto.
Lucido Tolto. Avvertisci, quel giovane, che tu t’in-
ganni.
Setto. E perché m’inganno?
Lucido Tolto. Perché io non ti prestai mai danari,
e non se’ mio debitore di cosa alcuna.
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ATTO QUINTO 73
Setto. Oh, io non voglio altro che cotesto: a me
basta che voi diciate che io non vi ho a dar nulla.
Lucido Tolto. Se tu non vuoi altro, tu se’ esaudito:
che per mio conto io ti fo libera quitanza di ciò che
tu avessi avuto a far meco.
Setto. E così mi date la fede vostra?
Lucido Tolto. Così ti do la fede.
Setto. Gran mercé a voi.
Lucido Tolto. Eh non accade. Che bestia è questa!
Setto. Orsù, io mi avvierò aH’ostcria, e farò met-
tere a ordine da cena. Volete voi ch’io vi arrechi
la borsa, se voi aveste voglia di comperare niente
nel tornarvene?
Lucido Tolto. Si, va via tosto, e arrecamela.
Setto. E tanto farò.
Lucido Tolto. Io veggio le maggior maraviglie, e
le più strane cose m’incontrano, che io .sentissi
mai; e certo che se ne farebbe un mille novelle.
Chi mi vuol serrar fuori: chi dice eh’ i’ non son
desso chi vuol eh’ i’ sia pazzo, chi che io sia spi-
:
ritato: quest’altro sciocco voleva pur esser mio de-
bitore; e or dice che mi porterà la borsa: se me
l’arreca, e’ non mi manca a veder altro. Oh questa
sarebbe da ridere: aspettar lo voglio. In questo
mezzo che pena a tornare, vo tentare se la Signora
mi volesse aprire; e vedere se io le posso andar
tanto con le belle, che la mi renda la [Link], accioc-
ché io possa far la pace con la donna.
Picena \'I.
LUCIDO FOLCHETTO, 6 SETTO.
Lucido Folchetto. Sfacciato che tu se’, tu hai anche
tanto ardire', che tu dl’^ che poi che io ti dissi che
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74 I LUCIDI
mi venissi incontro, quando io ti lassai, che tu mi
hai parlato un’ altra volta?
Betta. Oh, credete voi eh’ i’ vel dicessi? di hel
patto dimandatene.
Lucida Falchetta. Chi, chi vuoi ch’i’ ne domandi?
Betta. Voi medesimo vo’ che ne domandiate, se
voi volete farmi questo piacere : ma più su sta mona
luna. O non v’ho io levato quattro d’addosso, che
ve ne portavano a pentolino come un bambino?
Lucida Falchetta. Sogni tu, o pure vuoi anche tu
mandarmi all’ uccellatoio , come gli uomini? Leva-
miti dinanzi, chè s’ i’ mi ti metto attorno, i’ ti ca-
verò forse il vino del capo. Costui è cotto fradicio:
tira via, va dormi, poltrone.
Betta. Padrone, perdonatemi; guardate che non
tocchi a voi cotesto: non vi ricordate voi per tal
segnale, perciocché io vi feci sì rilevato piacere, voi
mi faceste un mi presta-
frego di que’ danari che
sti per maritar mia sorella? E quando vi dissi vi
porterei la borsa, mi rispondeste pur allora a pro-
posito, che io ve l’arrecassi subito? Che avete voi
avuto da si poco in qua, che come uno ingrato vi
siete pentito della liberalità usatami, e cercate ca-
gione per far questione meco, per non mi mante-
nere la promessa?
Lucida Falchetta. Io ti ho promesso, o donato quel
credito ?
Betta. Voi sì; parvi ch’io sia .scilinguato?
Lucida Falchetta. Io lio paura che tu non dica ch’io
ti ho donata la borsa d’ avvantaggio. E che si che
quest’aria ci farà impazzar tutti ! Se fanno così que’
che ci vengono a studiare, la va bene.
'
Betta. Oli, questa è bene una cosa strana!'
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ATTO QUIHTO 75
Picena VII.
LUCIDO TOLTO, 6 DETTI.
Lucida Tolto. Se ci si peritasse il mondo, tu non
farai mai eh’ i’ l’abbia avuta , e portatoti via le
gioie : ma questo non è altro che un non me ne vo-
lere saper nè grado né grazia; anzi mi hai voluto
giuntare. Ma tu ne farai peggio di me, ribalda; che
s’io ci metterò una ve ta, tu ne perderai più di
quattro. È possibile ch’ella mi abbia fatto questo?
non me ne posso dar pace.
Betto. Oh gran cosa, oh gran cosa che vegg’io!
Lucido Folchetto. Che vedi tu, pazzaccio? costui
sogna, ed è desto.
Betto. Veggio voi medesimo in un altro.
Lucido Folchetto. Che cosa di’ tu?
La immagine vostra propia.
Betto.
Lucido Folchetto. Veramente che se io mi sono ,
tenuto bene a mente che mi somiglia tutto. Deh
,
di grazia, se non ti è grave, giovin dabbene, dicci
il nome tuo.
Lucido Tolto. Io non ho ricevuto cosa che mi ab-
bia a parer grave il compiacertene. Io mi chiamo
Lucido.
Lucido Folchetto. E io ho nome Lucido. E donde
siete ?
Lucido Tolto. Io sono Ciciliano.
Lucida Folchetto. E Ciciliano son io. E di che
terra?
Lucida Tolto. Di Palermo.
Lucido Folchetto. E di Palermo son io. Guardate,
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% I LUCIDI
quel giovane, di non pigliare errore. 0 Dio, che cose
sent’io oggi!
Lucido Tolto. La verità stessa.
Beffo. Oh, ve’ quanto sono stato a riconoscerlo:
egli è il mio padrone non vi maravigliate se la
; ,
campana non rendeva il solito suono. Io sto con
costui, e parevami stare con quest’ altro. Perdona-
temi s’io favellava dianzi a quella foggia fuor di
proposito: io credeva che voi fussi egli; e voi eri
voi ; sicché non vi maravigliate voi avevi mille ra- :
gioni.
Lncido Folc/ietto. Or sì che mi par che tu favelli
,uor di proposito: poiché tu vuoi che costui .sia il
tuo padrone; e non ti ricordi che noi entrammo
.stamattina in Bologna insieme.
Beffo. Ah sì sì , voi avete ragion voi : voi siate
voi, e non lui; sì sì, io aveva preso i cazzaba-
gliori. Sicché tu altro corcati un |garzone. Buon
dì, voi. Addio, tu: che questo é il mio Lucido,
non
tu. Non é ver, voi?
Lucido Tolto. E anche io sono Lucido.
Beffo. E tu se’ Lucido ?
Lucido Tolto. non mi sono dimenticato,
Sì, se io
io sono Lucido di messer Agabito da Palermo.
Lucido Folchetto. Adunque tu se’ figliuolo di mio
padre ?
Lucido Tolto. Io non dico di [Link] figliuolo di
tuo
padre; io dico che sono figliuolo di messer Agabito,
ché non ti vo’ torre il padre io.
Beffo. onnipotente, adempi la speranza che
O Dio
io ho conceputa che se la fantasia non m’inganna,
!
questi sono i duo fratelli che si van cercando; che
già già si riscontra la patria, l’eflagie, e la età: e
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ATTO QUINTO 77
certo che la cosa non può essere altrimenti. Ma
sta, io vo chiamare il padrone diavol eh’ i’ lo scambi
:
un’altra volta. O Lucido.
Lucido Tolto.
Che vuo’ tu? •
Lucido Folchetto. )
Setto. Un me ne basta, e troppo mi è egli. Io per
me non bisogna che conosciate me
so conoscere : e’
voi. Chi è il mio padrone lo dica, che me non cor-
rete voi in iscambio; che qui non è altri che io di
me. Chi di voi entrò meco in Bologna?
Lucido Tolto. Io no.
Lucido Folchetto. Io.
Setto. Voi voglio adunque, accostatemivi.
Lucido Folchetto. Ecco fatto: che diciamo?
Setto. Dico così, che se colui non è un mago (che
non ha viso), ch’egli è il fratei vostro: perchè nè
l’acqua all’acqua, nè il latte al latte è tanto simile,
quanto egli a voi, o voi a senza hinti altri ri-
lui,
scontri. Io voglio interrogare un poco lui senza voi.
Lucido Folchetto. Tu hai avvisato bene e lo credo ;
a cento per uno finisci di chiarirti, che buon per te.
:
Setto. O quel giovane, non ha’ tu detto che hai
nome Lucido, e che sei nato in Palermo?
Lucido Tolto. Lucido ho nome, e nato in Palermo,
e figliuolo di messer Agabito.
Setto. B questo ha nome Lucido, ed è nato in Pa^
si chiamò messer Agabito
lermo, e suo padre tutti :
adunque, come uno medesimo, mi potete dare quel
eh’ i’ desidero.
Lucido Tolto.I tuoi meriti verso di me son suti
tali,poiché tu mi liberasti delle mani di que’ quat-
tro, che tu non debba durare gran fatto fatica a
impetrar da me ciò che tu desideri.
10
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78 I LUCIDI
Betto. Io credo oramai potere aflTermaro che voi
siete fratelli , e questo desidero , nati d’ un mede-
simo padre, d’una medesima madre, e in uno me-
desimo parto e lo dico e lo credo più che mai.
: ,
Deh, discostatevi un poco Tun dall’altro, e rispon-
detemi sopra quello che io vi domanderò. Hai tu
nome Lucido in verità?
Lucido Tolto. Perchè te lo direi, se così non fusse?
sì ho.
Betto. E voi avete nome Lucido, per fede vostra?
Lucido Folchetto. Chi lo sa me’ di te ? hami tu a
conoscere ora?
Le cose van bene insino adesso. Non .senza
Setto.
causa ve ne dimando. Come se’ tu capitato in questa
terra? a te dico.
Lucido Tolto. Dirolloti. Sendo picciol fanciullo, io
venni con mio padre a Napoli per alcune faccende :
e da chi e
nel ritornarcene in Sicilia, io fui preso ;
come io fussi condotto qua, e quello che di mio
padre avvenisse, lunga storia sarebbe il raccon-
tarla ; bastiti che io capitai in questi paesi nel modo
che ti ho detto.
Betto. Quanti anni avevi ,
quando tuo padre ti
levò di Palermo?
Lucido Tolto. Sette anni pare a me, s’ i’ me ne ri-
cordo bene: appunto mi cominciavano a cadere i
denti.
Betto. Tuo padre in cotesto tempo aveva più fi-
gliuoli?
Lucido Tolto. Per quanto io mi posso ricordare,
egli ne aveva un altro mastio.
Betto. E chi era il maggiore ?
Lucida Tolto. Noi eravamo d’un tempo.
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ATTO QUINTO 79
Betto. O come poteva esser cotesto?
Lìicido [Link] essere, poiché noi eravamo
tutt’a dua nati a un corpo.
Beffo. Avevi voi un medesimo nome?
Lucido Tolfo. Ben sai clic no; io mi chiamava ben
Lucido, c queiraltro si addomandava Folchetto.
• Lucido Folchetto. Non più dico eh’ i’ son chiaro
, ;
chiarissimo. Io non mi posso più contenere egli è ;
forza ch’io ti abbracci, e che io ti baci: tu se’ il
mio fratello. O fratei mio dolcissimo, abbracciami,
desideratissimo mio, eh’ io sono quel Folchetto che
rimasi in casa, quello che nacqui t^co in un me-
desimo parto.
Lucido Tolto. O se tu avevi nome Folchetto, per-
chè hai tu detto poco fa, che avevi nome Lucido ?
Lucido Folchetto. Perchè, poiché tu o nostro padre
foste presi, l’avol [Link], che viveva allora, privato
di ogni speranza di averti mai più a rivedere, volse
che in memoria tua io mi chiamassi col nome tuo;
e così d’allora in poi sempre fui addomandato Lu-
cido.
Lucido Tolto. Oramai e’ non mi pare che sia da
ricercare segni più chiari.
come aveva nome vostra madre?
Betto. State:
Lucido Tolto. Madonna Lucrezia.
Lucido Folchetto. Indubitamente tu se’ il mio fra-
tello, ogni cosa riscontra. O fratello mio caro, io ti
ho pur ritrovato dopo tanti disagi, dopo tanti pe-
O che dolcezza, o che gaudio,
ricoli, e tanti affanni.
eguidardone delle mie lunghe peregrinazioni, o ri-
poso della mia stanchezza io manco per l’allegrezza.
:
Betto. Non vi affoltate tanto, padrone, contene-
tevi, disfogatevi afpoco a poco : eh’ i’ vi ricordo che
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80 I LUCIDI
la troppa allegrezza costringe a morte e’ ci sarà :
ben tempo, sì. Che bisognava tanti riscontri, poiché
dall’uno all’altro non é diiferenza alcuna? ancora
ancora sono io per iscambiarli. Or so io la cagione
perché questa mona colei vi colse in iscambio sta-
mattina, quando la vi chiamò a desinare seco: la
credeva che voi fusse lui.
Lucido Tolto. Certo la sta così: io gli aveva pro-
messo d’andare a desinar seco, e portatogli una
vesta.
Lucido Folchetto. Sarebbe ella mai questa?
Lucido Tolto, Questa é dessa: dimmi di grazia,
come ti é ella capitata nelle mani?
Lucido Folchetto, Dirotti. Accortomi che la mi aveva
còlto in iscambio, e ragionatomi di questa vesta,
feci pensiero di levargliene su, e cosimi venne fatto,
e di più certe altre dorerie.
Lucido Tolto. La doveva credere al fermo eh’ i’ fussi
io: come ti faceva ella carezze?
Lucido Folchetto. Io ne disgrazio una vedova ri-
maritata per capriccio a un giovane di fresco.
Betto. Tutto il mal non si fu vostro.
Lucido Tolto. Affé ch’i’ho il torto a dolermi di lei;
ella aveva ragione di crucciarsi meco. Oh, come la
vi aveva colto in iscambio I
Betto. Il martel lavora. Padrone, domin se voi vi
ricordate, che voi mi imprometteste di cancellarmi
quel debito?
Lu,cido Folchetto. Io non so s’io mi tei promisi:
ma io so bene che io tei voglio attenere, e di più
donarti tanta terra, che tu vi ri colg a su pane e
vino per tuo logorare e votti dare per donna
: una
fanciulla che ti piacerà.
ATTO QUINTO 81
Betto. Non parliam moglie adesso, che la non
di
mi aggrada: da moglie in fuori ogni altra cosa:
che insino a tanto eh’ i’ posso fare con quel di al-
tri, io non vo’ logorar del mio. Ahi buon padre, voi
me la vorreste pur attaccare; che ve la parrebbe
avere a voi. Guarda se mi vorrebbe cavar di ca-
pretto testé! io me ne maraviglio.
Lucido Folchetto. Basta, noi ci parleremo a bell’a-
gio: pensa eh’ i’ ti’ vo fare un uomo dabbene.
Setto. Un buon uomo avete voluto dir voi. Bel
principio, a far d’un povero compagno un uom
dabbene, a dargli moglie: toglietela prima voi, e
non fate come il fornaio, che mette ogni dì il pane
in forno, e mai non vi entra egli.
Lucido Tolto. Per ognun ce ne saj.à. Orsù, fratei
mio, andiamo in casa a riposarci, e manderemo per
yl mio suocero, che so che ne ara tanta allegrezza,
eh’ i’ noi potrei mai dire. 0 quanto ha egli a ridere
di quel che ci è accaduto tutt’oggi in questo scam-
biar l’un l’altro. l’ ti so dire, che per queste nostre
girandole noi dobbiamo aver dato da dire a più
d’uno. Picchia l’uscio, Betto, e piglia quella vesta,
acciocché la donna la vegga, che non facesse resi-
stenza allo aprire.
Lucido Folchetto. Andiam dove ti piace, fratei mìo
carissimo, ché io non mi posso saziare di vederti,
né di parlarti.
LICENZIA.
non vi partite ancora; stentate un poco
Spettatori,
di grazia, che or ne viene il buono. La commedia non
è fornita, ché i nostri Lucidi si voglion portar più
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82 I LUCIDI
da gentiluomini, che i Menemmi di Plauto, e mo-
strare ch’egli hanno molto migliore coscienza i
giovani del dì d’ oggi, che quelli del tempo antico.
La prima cosa, noi vogliamo rimandare una vesta
all»Signora, bella e nuova, e le altre sue bagaglie;
e anche andarvi una sera a cena tutti quanti in-
nanzi che passi questo carnovale e con questo, che
:
vi sia lo Sparecchia, e darengli tanto da mangiare,
che ristori la perdita del desinare di stamattina io :
gli voglio portar dieci scudi, eh’ egli ordini amodo
suo. Quelli scortesi di que’ Menemmi non usarono
alcuna di quelle gentilezze ché lasciaron la povera
;
Signora in asso, senza renderle niente; e quel po-
vero Peniculo dovette digrignare, che non lo chia-
marono a nulla. Sicché se voi aspettate insino a
domandassera, egli usciran tutti fuora, e andranno
dove io vi ho detto: e se voi non volete aspettare,
tal ne sia di voi chè per oggi la festa é finita qui
; :
non si ha a vedere altro. Se voi non siete stati a
vostro modo, vostro danno ; non ci fuste venuti ; che
chi fa quel che sa, non é tenuto a far più: io vi
ricordo che son fanciulli. Addio a ristorarvi un’al-
;
tra volta.
IL FINE DEI LUCIDI.
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I Lucidi Pag*.
CO^':}-c690D
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MILANO — 0. DAELLI C.*-ED!TO«»^
IL, [Link]
REPERTORIO MENSILE
4i ili^ìi ippiicati alla prosperila e celtira sociale
POLITECNICI II»; ftuu %r'jsv
_|,pl ir«<ioue d^l
^
yantio *1(11 u»l daflla più
oonvivensM. Laonde aUbrt
da non tolo le applicazioni del
«fcleiiie Saleha e B*«i«iiaai<
"ebe, ma etiandia reeoDomia,
lefilalazione e gli tUri aludj a,
ciait, l’educaiiona, la linguiatl
e le altra dUdpline che prom
Tono lo aWluppo della facollh I,
teitettiialii a Onalmenla l’ai
dalla parola a tutta la arti imitativa a la quali materia tre
fono ripartila In appoilte Sezioni.
In coll Tallo canipa, qneiio periodico a'Iropone perh aat
are lo itrallo incarico di farti inlrrprrie fra le aitratta loeculazlo
oal dotti e la pratica pioriialirra dell umTcrrala, e di condurre le d
Tene materie alla niappior |,oai>bile agevolezza e aemplicllh.
K propoalto del Itedaltori: l * di non amnietlere io generaleu
duil, ni le non d, tempi. ci oliate a di pruceitl indualrlalt; 1.* i
porgere nelle Rivlaia piultuito gli eitralti rugionali delle opere cl
un arido giudicio; li.* d iiiierire il Biag.<ior numero poailbile di m,
aorlo orlglMo H , dimodoché il IPollZoen Zoo poiaa col tempo acqt
alarti lo lUliile pregio d’una lloecolta d'opuaeoli.
Fidando ii' l Irioii Tulcre del dotti iUliaiil e itranlerl, I Redatte
operano di poter dare d'auno in anno tempre miggior incrameiilo
iTiluppo a queiU impreia. la quale uira a imprimere in tutti |
•tndj una tendenza pratica e fruttifera, ad aniuiart d'una TicandeTole hen
Tolenza e cnutldcra Ione I teguarl delle diverte diiciplinc. ed a propagai
Dalla aocietà civile l’amore e il culto della teienza e degli Ingegni.
Noitro iutendiiiifoio è periamo di farci iiiauzi coma nna delle mille va
4all'ltalia pentanle. Chi lia peniieri Tenga a noi; it il suo peniitro prava
al DOTt.o, egli ttré la guida dei noilri [Link], il timoniera dal nostro lego
Il poftu deiriden taré il pollo dall’uomo.
agioiiardi icieiiza e d'arte non è ivlare tementi dal supremo penilo
della tilveiza e dell'oimre della patr a. La legislazione é teienza: la milizia é aclenu
U navigazione é teienza; alla luce della flaica e della chimica al vanno Iraafarmvni
lune le arti onde ai nutrono I popoli a al Ingrotiano I narri della guerra. L’agrleulti
rt. Trinaia madre da!la uoitra nazione) ala par traduni tutta lo calcala acienUlc
(•'ieiira é forza.
.Nunclo a inlcrprata dalla arti utili a dalla arti halle il aoalra tan
fèda al tua noma.
Bua manallmaula In raaelcolt non minori di 7 fogli BUI di 11 pagina claacuno.
di plh, a le incliloni, viene [Link] g ratuiUmeiiie agli almonatl. Il prezzo d’abkouamao.
h luato come segue fracco a donilcilio:
ITALIA, fr. 36 I
EDBOPA. fr. 40 )
FUORI D'EUROPA. 50
RACCOLTA. COMPLETA DEL POLITECNICI
I8S9-I863: QUINDICI V O L U^M I
Abbiamo dliMuibili alcune copie cuiuplete delle Seria del Pulitesenle* loo i
ara uulta. La prima uria conila dì tetta groati volumi In ottavo, con uvola, lue
ainol aec. La aeconda conila di quallro volumi. La terza é in corto di publicazionr. 1
gene .1 vendono inehe lepin' • ti onipleltno i volomi incoininu li.
krifm 4ÌMi4d a ailì Uiuti fi. BiUlI a C < kiliM.
Prezzo: It. L. 3
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