ProbStat PDF
ProbStat PDF
Lezioni di
Calcolo delle Probabilità
e
Statistica
I
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
II
Indice
Prefazione I
2 Condizionamento e indipendenza 11
2.1 Probabilità condizionata . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 11
2.2 Indipendenza . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 13
3 Variabili aleatorie 17
3.1 Variabili e vettori aleatori . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 17
3.2 Funzioni di distribuzione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 20
3.3 Leggi discrete . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 22
3.3.1 Legge degenere . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 23
3.3.2 Legge di Bernoulli . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 24
3.3.3 Legge binomiale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 24
3.3.4 Legge di Poisson . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 26
3.4 Leggi continue . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 27
3.4.1 Legge uniforme . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 29
3.4.2 Legge normale o Gaussiana . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 29
3.4.3 Leggi del chi-quadro, di Student e di Fisher . . . . . . . . . . . 31
3.5 Quantili . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 35
3.6 Leggi multivariate . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 39
III
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica INDICE
5 Teoremi limite 55
5.1 Convergenza . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 55
5.2 Legge dei Grandi Numeri . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 56
5.3 Teorema Limite Centrale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 60
5.4 Teorema di Poisson . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 64
II Statistica 67
6 Statistica descrittiva univariata 69
6.1 Dati e frequenze . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 69
6.2 Tabelle e grafici . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 73
6.3 Moda, media e varianza . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 77
6.4 Mediana, quartili e quantili . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 85
6.5 Momenti, asimmetria e curtosi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 89
6.6 Medie generalizzate . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 90
IV
INDICE INDICE
B Schemi 241
B.1 Formulario di Statistica Inferenziale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 243
C Domande 247
C.1 Calcolo delle probabilità . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 249
C.2 Statistica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 252
D Richiami 255
D.1 Calcolo vettoriale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 257
E Tavole 259
E.1 Legge Normale standard N (0, 1) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 261
E.2 Legge di Student T (n) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 262
E.3 Legge del chi-quadro χ2 (n) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 263
E.4 Legge di Fisher F(n, m) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 264
E.5 Valori di e−λ . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 266
V
Parte I
1
Capitolo 1
Spazi di probabilità
3
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
4
1.2 Eventi
Ω = {T, C} ; N =2,
e cosı̀ via. Si noti che in generale gli elementi ω di Ω non sono numeri, ma oggetti
astratti, anche se nel seguito avremo a che fare per lo più con insiemi numerici.
I possibili spazi dei campioni Ω, inoltre, non si limitano a quelli finiti considerati
finora: i casi più noti di spazi dei campioni infiniti che saranno adoperati nel corso di
queste lezioni sono in particolare l’insieme dei numeri interi N (ad esempio nel caso
in cui l’esperimento consista in conteggi che non prevedono un limite superiore), o
l’insieme dei numeri reali R (nel caso di misure di generiche quantità fisiche)
1.2 Eventi
Definizione 1.5. Chiameremo evento ogni sottinsieme A ⊆ Ω del quale è possibile
calcolare la probabilità.
Abbiamo già visto alcuni casi negli esempi della sezione precedente. Se poi consi-
deriamo il caso di tre lanci di una moneta lo spazio dei campioni sarà composto di
N = 23 = 8 elementi
Ω = {T T T, T T C, . . . , CCC} ,
e il sottinsieme
A = {T T T, T T C, T CT, CT T } ⊆ Ω
rappresenterà l’evento “T appare almeno due volte su tre lanci”. Le osservazioni
della Sezione 1.1 mostrano anche come calcolare la probabilità di tale evento sotto
l’ipotesi di equiprobabilità, ma per il momento rimanderemo questo punto alla se-
zione successiva. In ogni caso gli eventi cosı̀ definiti possono essere considerati come
rappresentazioni delle proposizioni logiche formulabili in merito alle nostre misure,
e conseguentemente le corrispondenti operazioni tra eventi (intese come operazioni
tra insiemi) saranno un modello per i connettivi logici che uniscono delle proposi-
zioni. Cosı̀, ad esempio, i connettivi oppure (OR) ed e (AND) sono rappresentati
rispettivamente dalle operazioni di unione ed intersezione:
A ∪ B = {ω : ω ∈ A oppure ω ∈ B}
5
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
W W
A B A B
AÜB AÝB
W W
A A B
A A-B
A ∩ B = {ω : ω ∈ A e ω ∈ B} .
A = {ω : ω ∈
/ A} ;
A − B = A ∩ B = {ω : ω ∈ A , ma ω ∈
/ B} .
Diremo anche che un evento A si verifica quando l’esito del nostro esperimento è un
ω appartenente ad A. Si noti che in questo contesto Ω rappresenterà l’evento certo
(nel senso che qualunque risultato cade per definizione in Ω), e ∅ rappresenterà
l’evento impossibile (dato che nessun risultato appartiene a ∅). Diremo inoltre che
i due eventi A e B sono disgiunti (o anche incompatibili) quando A ∩ B = ∅ (cioè
quando un risultato ω non può mai verificare contemporaneamente gli eventi A e B).
Un evento può anche ridursi ad un solo elemento A = {ω}, nel qual caso parleremo
di evento elementare.
In generale non saremo interessati a considerare come eventi tutti i possibili sot-
toinsiemi di Ω: quando ad esempio Ω = R l’insieme di tutte le parti di R sarebbe
eccessivamente grande e si rivelerebbe anche poco maneggevole. Per questo moti-
vo spesso si preferisce invece selezionare opportune famiglie di tali sottoinsiemi da
considerare come eventi. Bisogna però, per ragioni di coerenza, garantire che tali
6
1.3 Probabilità
Una decomposizione non è un’algebra: essa, ad esempio, non contiene le unioni dei
suoi elementi. Sarà facile però convincersi del fatto che da una decomposizione si può
sempre generare un’algebra aggiungendo opportunamente gli elementi mancanti. In
particolare, se A ∈ Ω, la famiglia
DA = {A, A}
1.3 Probabilità
La probabilità P è una regola che consente di attribuire un peso probabilistico
P {A} (un numero fra 0 e 1) ad ogni evento A ∈ F . Il modo in cui tale regola
viene assegnata varia secondo la natura del problema considerato. In particolare,
se Ω è un insieme finito di cardinalità # Ω = N (numero dei casi possibili ) e se
i suoi elementi ωk possono essere considerati equiprobabili, si può far ricorso alla
definizione classica (vedi Sezione 1.1): si assegna ad ogni evento elementare ωk la
probabilità P {ωk } = 1/N , e ad ogni evento A ∈ F la probabilità
NA
P {A} = (1.1)
N
7
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
1. P {∅} = 0 , P {Ω} = 1 ;
{ }
2. P A = 1 − P {A} , ∀A ∈ F ;
3. P {A ∪ B} = P {A} + P {B} − P {A ∩ B} , ∀ A, B ∈ F ;
8
1.3 Probabilità
9
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
10
Capitolo 2
Condizionamento e indipendenza
P {B ∩ D}
P {B|D} =
P {D}
11
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
∑
n
P {B} = P {B | Di } P {Di }
i=1
Dimostrazione: Siccome
( )
∪
n ∪
n
B =B∩Ω=B∩ Di = (B ∩ Di )
i=1 i=1
P {B ∩ Di } = P {B | Di } P {Di } i = 1, . . . , n
Dopo aver effettuato la prima estrazione senza rimessa (ma senza guardarne il
risultato), enumerando i casi possibili e i casi favorevoli otterremo che
m−1 { } m
P {B | D} = P B|D =
M −1 M −1
Utilizzando allora la formula della probabilità totale (2.1), troviamo che
m−1 m m M −m m
P {B} = + = = P {D}
M −1 M M −1 M M
Potremo pertanto dire {che la probabilità
} di B dipende dalle informazioni disponibili
(infatti P {B | D} e P B | D sono diverse da P {B}) e dipende anche dai risultati
{ }
della prima estrazione (perché P {B | D} è diversa da P B | D ); essa tuttavia non
è influenzata dal risultato della prima estrazione quando questo è sconosciuto: infatti
in questo caso P {B} = P {D}, cioè la probabilità di trovare una pallina bianca alla
seconda estrazione resta invariata come se non avessimo eseguito la prima estrazione
Teorema 2.5. (Teorema di Bayes) Dati due eventi B, D con P {B} ̸= 0, P {D} ̸=
0, risulta
P {B | D} P {D}
P {D | B} = (2.2)
P {B}
Inoltre, se D = {D1 , . . . , Dn } è una decomposizione di Ω con P {Di } ̸= 0, i =
1, . . . , n, risulta anche
P {B | Di } P {Di }
P {Di | B} = ∑n i = 1, . . . , n (2.3)
j=1 P {B | Dj } P {Dj }
Dimostrazione: La dimostrazione della (2.2) si basa sul fatto che dalla Definizio-
ne 2.2 di probabilità condizionata si ha
P {D | B} P {B} = P {B ∩ D} = P {B | D} P {D} ;
2.2 Indipendenza
Due eventi sono indipendenti quando il verificarsi di uno di essi non ha alcun effetto
sul valore della probabilità che viene attribuita all’altro. Sulla base del concetto di
13
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
probabilità condizionata introdotto prima potremo quindi dire che l’evento A è in-
dipendente dall’evento B quando P {A | B} = P {A} e quindi, dalla Definizione 2.2
di probabilità condizionata, se P {A ∩ B} = P {A} P {B}. È facile peraltro, data la
simmetria di queste relazioni, verificare che se A è indipendente da B, anche B è indi-
pendente da A. Il concetto di indipendenza può poi essere esteso anche al caso in cui
il numero di eventi è maggiore di due, ma bisogna notare che in questo caso sarà pos-
sibile parlare e di indipendenza due a due, nel senso di P {A ∩ B} = P {A} P {B},
di indipendenza tre a tre, nel senso di P {A ∩ B ∩ C} = P {A} P {B} P {C}, e cosı̀
via. Questi diversi livelli di indipendenza, però, non si implicano l’uno con l’altro:
infatti, ad esempio, tre eventi possono essere indipendenti due a due senza esserlo
tre a tre e viceversa. Per questo motivo l’indipendenza di n ≥ 3 eventi dovrà essere
sempre dichiarata esplicitamente a tutti i livelli possibili: due a due, tre a tre, e cosı̀
via fino a n a n. Queste osservazioni sono raccolte nella seguente definizione
Definizione 2.6. Dato uno spazio di probabilità (Ω, F, P ) diremo che n ≥ 2 eventi
A1 , . . . , An sono indipendenti se, comunque sceltine k fra di essi (diciamo Aj1 , . . . , Ajk ,
con 2 ≤ k ≤ n) risulta
P {Aj1 ∩ . . . ∩ Ajk } = P {Aj1 } . . . P {Ajk }
ossia se essi sono indipendenti due a due, tre a tre, . . . , n a n, in tutte le combina-
zioni possibili. In particolare se n = 2, i due eventi A1 e A2 si dicono indipendenti
quando
P {A1 ∩ A2 } = P {A1 } P {A2 }
Si può mostrare – ma noi trascureremo di farlo – che se due eventi A1 , A2 sono
indipendenti, allora lo sono anche A1 , A2 , e cosı̀ pure A1 , A2 , e A1 , A2 . Analoghe
relazioni valgono anche nel caso tre o più eventi. Utilizzeremo ora questi concetti
per costruire un importante modello che troverà applicazione nel seguito
Teorema 2.7. (Modello di Bernoulli) Sia data un’urna contenente palline bian-
che e nere, e sia p ∈ [0, 1] la proporzione delle palline bianche: se si eseguono n
estrazioni con rimessa, e se con 0 ≤ k ≤ n si definisce l’evento
B = sulle n estrazioni si trovano k palline bianche, in un ordine qualsiasi
risulta ( )
n k
P {B} = p (1 − p)n−k (2.4)
k
Dimostrazione: Per definire lo spazio dei campioni Ω adotteremo la convenzione
secondo la quale il simbolo 1 indicherà il ritrovamento di una pallina bianca, e il
simbolo 0 quello di una pallina nera: in questo modo Ω sarà composto da tutte le
possibili n-ple di simboli 0, 1, cioè ω = (a1 , . . . , an ) dove le aj assumono i valori 0, 1
in tutti i modi possibili. Siano poi A1 , . . . , An gli n eventi
Aj = si trova pallina bianca nella j-ma estrazione j = 1, . . . , n
14
2.2 Indipendenza
Siccome però, per un fissato k, i k simboli 1 possono essere disposti in vario modo
nella n-pla ω, l’evento B consisterà di un certo numero di eventi elementari tutti
con la stessa probabilità (2.5). Si può dimostrare – ma noi trascureremo di farlo –
che il numero di queste diverse combinazioni è dato dal coefficiente binomiale
( )
n n! n(n − 1) . . . (n − k + 1)
= = (2.6)
k k! (n − k)! k(k − 1) . . . 2 · 1
P {D1 } = P {D2 } = 1
/2
È però intuitivo pensare che per saperne di più sull’urna scelta basterà eseguire un
certo numero di estrazioni con rimessa: infatti l’osservazione di un numero elevato
15
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
di palline bianche ci farebbe propendere verso l’idea di aver preso D2 , e viceversa nel
caso contrario. La formula di Bayes (2.3) e i risultati del Teorema 2.7 ci permettono
ora di dare una veste quantitativa a queste considerazioni rimaste fin qui puramente
qualitative. Supponiamo, infatti, per fissare le idee, di eseguire n = 10 estrazioni
con rimessa dall’urna scelta, e di trovare k = 4 volte una pallina bianca, e n − k = 6
volte una pallina nera, cioè che si verifichi l’evento
Abbiamo già osservato che, nei due casi possibili di scelta delle nostre urne D1 e D2 ,
le probabilità dell’evento B sono date dalla formula (2.4) rispettivamente con p = 21
e con p = 32 , cioè sappiamo che
( ) ( )4 ( )10−4 ( )
10 1 1 10 1
P {B|D1 } = =
4 2 2 4 210
( ) ( )4 ( )10−4 ( ) 4
10 2 1 10 2
P {B|D2 } = =
4 3 3 4 310
P {B|D1 } P {D1 } 1
P {D1 |B} = = 210
P {B|D1 } P {D1 } + P {B|D2 } P {D2 } 1
210
+ 24
310
310
= = 0.783
310 + 214
214
P {D2 |B} = 10 = 0.217
3 + 214
Come si noterà, l’aver osservato un numero relativamente scarso di palline bianche
favorisce – ma ora con una stima numerica precisa delle probabilità a posteriori –
l’ipotesi di aver preso l’urna D1 che contiene la proporzione più piccola di palline
bianche. Naturalmente ulteriori estrazioni produrranno delle modifiche di questa va-
lutazione anche se, a lungo andare, ci attendiamo intuitivamente una stabilizzazione
del risultato
16
Capitolo 3
Variabili aleatorie
17
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
x
R
X
x = XHΩL
W
Ω
essa quindi che vale 1 per tutti i risultati ω che verificano A, e 0 in tutti gli altri
casi. Si verifica facilmente che si tratta di una v-a secondo la Definizione 3.1 perché
tutti gli insiemi del tipo {IA ∈ [a, b]} sono A, A, ∅ e Ω, e quindi sono certamente
elementi di F dato che A ∈ F
La Definizione 3.1 con la precisazione (3.1) è fondamentale perché consente di as-
sociare una probabilità agli insiemi B di R, ad esempio agli intervalli [a, b]: in
pratica – come vedremo nella definizione seguente – la v-a X proietta sull’insieme
R un’immagine PX della probabilità P inizialmente definita su Ω
PX (B) ≡ P {X ∈ B} (3.2)
La relazione (3.2) definisce quindi una nuova PX che permette di attribuire una
probabilità agli insiemi B di valori assunti da X: per lo più essi saranno intervalli
di R. In questo modo l’insieme R, i suoi intervalli e PX costituiscono a tutti gli
effetti un nuovo spazio di probabilità. Si noti che la Definizione 3.3 è coerente proprio
perché la precedente Definizione 3.1 garantisce che {X ∈ B} sia un elemento di F
per cui ( ) ( )
PIA [2 , 4] = PIA (−∞ , −3] = 0
18
3.1 Variabili e vettori aleatori
Ogni v-a attribuisce in generale al medesimo intervallo una probabilità diversa, per
cui v-a diverse X, Y, . . . hanno, in generale, leggi diverse PX , PY , . . .. Non è però
vietato che ci siano v-a differenti (nel senso della Definizione 3.1) ma dotate della
medesima legge: in questo caso si parlerà di v-a identicamente distribuite (id )
Esempio 3.5. Per costruire un esempio di due v-a distinte, ma id si consideri
un dado equo e si definiscano
{ {
1 se esce II,IV oppure VI, 1 se esce I, II oppure III,
X= Y =
0 altrimenti. 0 altrimenti.
X ed Y sono ovviamente v-a diverse: ad esempio, se esce I, X prende valore 0
mentre Y vale 1. Ciononostante esse sono id . In effetti X ed Y sono gli indicatori
di due eventi, rispettivamente A = “esce II,IV oppure VI” e B = “esce esce I, II
oppure III”, che pur essendo diversi hanno la stessa probabilità 1 /2 . Pertanto X
e Y assumono ambedue valore 0 oppure 1 con la medesima probabilità 1 /2 . Ragio-
nando come nell’Esempio 3.4 si può allora mostrare che esse attribuiscono la stessa
probabilità a tutti gli intervalli di R, cioè PX = PY
In molte situazioni sarà necessario associare ad ogni ω ∈ Ω non un solo numero, ma
un intero vettore di m numeri: questo avviene, ad esempio, quando si misurano con-
temporaneamente diverse quantità fisiche. In questo caso avremo una applicazione
da Ω in Rm , e ciò in pratica equivale a definire m v-a X1 , . . . , Xm che possono essere
pensate come le componenti di un vettore X. Riassumendo queste osservazioni sarà
opportuno pertanto introdurre anche la definizione seguente
Definizione 3.6. Chiameremo variabile aleatoria m-dimensionale (o vettore
aleatorio) un vettore X = (X1 , . . . , Xm ) le cui componenti Xj sono m v-a nel senso
della Definizione 3.1.
Ovviamente, dalle componenti di un dato vettore aleatorio X = (X1 , . . . , Xm ), po-
tremo sempre generare non solo gli eventi {X1 ∈ B1 }, . . . , {Xm ∈ Bm } già introdotti,
ma anche gli eventi congiunti, cioè quelli del tipo
{X1 ∈ B1 , . . . , Xm ∈ Bm } ≡ {ω ∈ Ω : X1 (ω) ∈ B1 , . . . , Xm (ω) ∈ Bm }
= {X1 ∈ B1 } ∩ . . . ∩ {Xm ∈ Bm }
Questo ci consente ora di assegnare una probabilità anche ai sottoinsiemi di Rm del
tipo B = B1 × . . . × Bm (in particolare, se i Bi sono intervalli di R, il sottoinsieme
B sarà un rettangolo m-dimensionale)
19
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
Le leggi PXi (Bi ) delle singole componenti Xi (ottenute dalla Definizione 3.3) si
chiameranno invece leggi o distribuzioni marginali
Siamo ora in grado di adattare alle v-a il concetto di indipendenza di eventi della
Definizione 2.6: come sarà precisato nella definizione che segue, infatti, due o più
v-a sono indipendenti quando tutti gli eventi da esse generati sono indipendenti nel
senso della Definizione 2.6
Definizione 3.8. Diremo che le componenti di un vettore X = (X1 , . . . , Xm ) sono
v-a indipendenti se tutti gli eventi {X1 ∈ B1 }, . . . , {Xm ∈ Bm } da esse generati
sono indipendenti nel senso della Definizione 2.6, comunque scelti i sottoinsiemi
numerici B1 , . . . , Bm ; cioè se
Teorema 3.10. La FDC FX (x) di una v-a X gode delle seguenti proprietà:
1. 0 ≤ FX (x) ≤ 1, per ogni x ∈ R;
20
3.2 Funzioni di distribuzione
In tal caso, però, FX (x) sarà continua solo da destra nel senso che FX (x+
0 ) = FX (x0 ),
−
mentre invece FX (x0 ) < FX (x0 )
21
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
cioè se la FDC congiunta si fattorizza nel prodotto delle sue FDC marginali
Dimostrazione: Omessa
Da quanto precede si ricava che la conoscenza della FDC è tutto quello che serve per
conoscere completamente la legge di una v-a o di un vettore aleatorio. Non sempre,
però, la FDC si rivela lo strumento più comodo per eseguire i calcoli pratici. Nelle
sezioni seguenti introdurremo pertanto anche gli ulteriori concetti che saranno poi
utilizzati. Prima però sarà opportuno aggiungere che spesso ci capiterà anche di
utilizzare v-a Z ottenute come funzioni, somme o altre combinazioni di altre v-a:
ad esempio, data la v-a X, possiamo essere interessati ad esaminare la v-a Z = X 2 ,
oppure Z = cos X, o altre funzioni di X. Analogamente, date due (o più) v-a X e
Y , potremmo voler eseguire dei calcoli sulla v-a Z = X + Y , oppure Z = XY e cosı̀
via. La v-a Z in tutti questi casi avrà una sua legge e una sua FDC FZ (z), e vi sono
tecniche particolari che consentono di ricavare FZ (z) a partire dalle FX (x), FY (y), . . .
iniziali. Noi non entreremo in questi dettagli, ma ci limiteremo, ove necessario, a
ricordare i risultati più importanti senza dimostrazioni
pk = P {X = xk } , k = 1, 2, . . .
22
3.3 Leggi discrete
con la precisazione che, nel caso in cui X assume un insieme infinito numerabile
di valori, la somma nella relazione precedente è in realtà una serie della quale deve
essere ovviamente assicurata la convergenza. Quando le xk e le pk sono note anche
la legge PX è completamente determinata: dato ad esempio intervallo B = [a, b],
la probabilità PX (B) = P {X ∈ B} si otterrà sommando le pk relative alle xk che
cadono in B ∑
PX (B) = P {X = xk }
k: xk ∈B
Da quanto precede si ricava che la FDC FX (x) di una v-a discreta X è sempre
una funzione a scalini : essa presenta delle discontinuità (salti) nei valori xk assunti
da X, e rimane costante fra due valori consecutivi xk e xk+1 ; inoltre l’altezza del
salto in xk coincide proprio con la probabilità che X assuma il valore xk : infatti,
tenendo conto della (3.5), si ha
pk = P {X = xk } = FX (xk ) − FX (x−
k ) = FX (xk ) − FX (xk−1 ) (3.7)
Nel seguito esamineremo alcune importanti leggi discrete di v-a che assumono solo
valori interi 0, 1, 2, . . . e mostreremo anche le loro rappresentazioni grafiche mediante
grafici a barre consistenti in diagrammi nei quali ad ogni xk viene semplicemente
associata una barra verticale di altezza pari a pk . Si noti che in realtà ogni esempio
tratterà non una sola legge, ma una intera famiglia di leggi caratterizzate da distri-
buzioni che differiscono fra loro per il valore di uno o più parametri: ad esempio le
leggi Binomiali B (n; p) sono classificate dai due parametri n ∈ N e p ∈ [0, 1]; le
leggi di Poisson P(λ) sono invece classificate da un solo parametro λ > 0, e cosı̀
via. La stessa osservazione si applicherà al caso delle leggi di v-a continue nella
successiva Sezione 3.4
Definizione 3.15. Chiameremo moda (o mode) di una legge discreta il valore
(i valori) xk in cui il grafico a barre presenta un massimo (o dei massimi relativi):
si tratta quindi del valore (dei valori) più probabile (i). In caso di ambiguità (barre
adiacenti della stessa altezza) si sceglie convenzionalmente un valore intermedio
23
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
FX
p
1
1- p
1- p
x x
-1 1 2 0 1 2
Figura 3.2: FDC e grafico a barre di una legge di Bernoulli. Nel caso in figura la
moda è 1
p 0 = P {X = 0} = 1 − p , p 1 = P {X = 1} = p . (3.8)
Nella Figura 3.2 è mostrato prima di tutto il grafico della FDC di una legge di
Bernoulli B (1; p): esso presenta due discontinuità in 0 e 1; inoltre le altezze dei due
salti coincidono proprio con le probabilità 1 − p e p che X prenda rispettivamente
i valori 0 e 1. Sempre nella Figura 3.2 sono poi direttamente rappresentati in un
grafico a barre i valori delle probabilità p e 1 − p che X prenda rispettivamente i
valori 1 e 0. Nell’esempio considerato la moda è 1
24
3.3 Leggi discrete
FX
p2
1
p1
p0 + p1
p0
p0
x x
1 2 n 0 1 2 n
Figura 3.3: FDC e grafico a barre di una legge binomiale B (n; p). Nel caso in figura
la moda è 2
Si verifica anche facilmente che la legge di Bernoulli B (1; p) della Sezione 3.3.2 non
è altro (come peraltro rivela la notazione adottata) che una legge binomiale nel caso
di n = 1
Nella Figura 3.3 è rappresentato il grafico della FDC della legge B (n; p): esso
presenta n + 1 discontinuità nei punti 0, 1, . . . , n, rimane costante fra due successive
discontinuità, vale 0 per x < 0 e 1 per x ≥ n; inoltre l’altezza di ogni salto nel
punto k coincide con la probabilità pk . Nella medesima figura è rappresentato anche
il grafico a barre dei valori pk : per l’esempio considerato la moda è 2. L’andamento
di questi grafici ovviamente cambia al variare dei valori di n e p : in particolare
il grafico a barre è simmetrico quando p = 1 /2 ; viceversa, quando p è prossimo
a 1 (rispettivamente a 0), le pk più grandi si spostano verso i valori più elevati
(rispettivamente meno elevati) di k
Sarà importante osservare a questo punto che la legge (3.9) coincide con quella
già introdotta nella (2.4) del Teorema 2.7. Infatti l’evento B introdotto in quella
occasione altro non è che un evento del tipo {X = k} se X conta il numero delle
palline bianche trovate in n estrazioni indipendenti e con rimessa: il Teorema (2.7)
in altri termini afferma che X ∼ B (n; p). Per dare veste più generale a questo
risultato, consideriamo un esperimento consistente in n tentativi indipendenti di
verifica di un dato evento A che ogni volta si realizza con P {A} = p: potremo
allora definire da un lato n v-a di Bernoulli B (1; p) indipendenti Xk , k = 1, . . . , n
che assumono valore 1 se A si verifica nel tentativo k-mo e 0 in caso contrario; e
dall’altro la v-a X che rappresenta il numero di successi sugli n tentativi. È intuitivo
che fra queste v-a sussista la relazione X = X1 + . . . + Xn mentre la relazione fra le
loro leggi è oggetto del seguente Teorema
25
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
FX
1
p2
0.5 p1
p0
x x
1 2 3 k 0 1 2 k
Teorema 3.16. Se n v-a X1 , . . . , Xn sono iid con legge di Bernoulli B (1; p), la
loro somma X = X1 + . . . + Xn sarà distribuita con legge binomiale B (n; p). Vice-
versa, ogni legge binomiale B (n; p) è la distribuzione di una v-a X somma di n v-a
X1 , . . . , Xn iid con leggi di Bernoulli B (1; p)
Dimostrazione: Omessa
λk −λ
pk = P {X = k} = e , k = 0, 1, 2, . . . (3.10)
k!
È facile verificare anche in questo caso che la somma di queste infinite pk vale
esattamente 1 quale che sia il valore di λ: infatti dal ben noto sviluppo in serie di
Taylor dell’esponenziale eλ si ha
∑
∞ ∑
∞
λk
−λ
pk = e = e−λ eλ = 1
k=0 k=0
k!
Nella Figura 3.4 è rappresentato il grafico della FDC della legge P(λ): esso pre-
senta infinite discontinuità nei punti 0, 1, 2, . . . , rimane costante fra due successive
discontinuità, vale 0 per x < 0 e tende asintoticamente verso 1 per x → +∞; inoltre
l’altezza di ogni salto nei punti k coincide con la probabilità pk di (3.10). Nella
medesima figura è rappresentato anche il grafico a barre di alcuni dei valori pk , ma
per l’esempio rappresentato la moda è ambigua perché ci sono due valori (3 e 4) con
la stessa probabilità: in questo caso si può prendere convenzionalmente come moda
il valore 3.5. L’andamento di questi grafici ovviamente cambia al variare del valore
di λ: in particolare al crescere di λ il massimo del grafico a barre si sposta verso
26
3.4 Leggi continue
fX f X HxL
b f X HxL dx
à f X HxL dx
a
x
a b x x+dx
Figura 3.5: L’area fra a e b al di sotto della curva fX (x) è la probabilità che X assuma
valori fra a e b (vedi equazione (3.13)); inoltre fX (x) dx rappresenta la probabilità
infinitesima che X stia nell’intervallo [x, x + dx].
e tale che ∫ x
FX (x) = fX (t) dt fX (x) = FX′ (x) (3.12)
−∞
dove FX (x) è la FDC di X. Le leggi delle v-a continue si chiamano leggi continue
Abbiamo visto nella Sezione 3.3 che la legge delle v-a discrete è determinata dal-
l’associazione ai valori xk di numeri pk che soddisfino le proprietà (3.6). Nel caso
di v-a continue, invece, questa procedura elementare non è più praticabile e biso-
gna passare invece all’uso degli strumenti del calcolo differenziale e integrale. Più
precisamente la Definizione 3.17 chiarisce che la legge di una v-a continua X è carat-
terizzata dall’assegnazione di una opportuna fdp fX (x) mediante la quale è possibile
eseguire tutti i calcoli necessari. In particolare le relazioni fra la fdp fX e la FDC
27
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
fX FX
1
1
b-a
x x
a b a b
∫
( ) b
P {a ≤ X ≤ b} = PX [a, b] = FX (b) − FX (a) = fX (x) dx (3.13)
a
Si noti però che – a differenza da quanto avviene nel caso generale (3.4) – per le
leggi continue non è più necessario precisare se l’intervallo considerato è chiuso o
aperto. Infatti per v-a continue la FDC (3.12) è sempre una funzione continua in
ogni x, e quindi da (3.5) deriva che la probabilità di assumere un singolo valore è
rigorosamente zero: pertanto aggiungere o togliere gli estremi a e b all’intervallo
di integrazione in (3.13) non cambia il risultato. D’altra parte è bene osservare
che il valore non nullo di fX (x) in x non rappresenta affatto la probabilità che la
v-a X assuma il valore x: si potrebbe infatti far vedere con dei banali esempi che
una fd può assumere anche valori maggiori di 1, e quindi non può in nessun modo
essere una probabilità. Piuttosto è la quantità infinitesima fX (x) dx che può essere
interpretata come la probabilità (infinitesima) che X prenda valori nell’intervallo
infinitesimo [x, x + dx] (vedi Figura 3.5)
Il calcolo delle probabilità con l’integrale in (3.13) non è sempre un’operazione
elementare: in mancanza di opportuni strumenti di calcolo si usano delle apposite
Tavole (vedi Appendice E) nelle quali sono elencati i valori delle FDC FX per le
leggi più usuali. Il calcolo di P {a ≤ X ≤ b} potrà allora essere effettuato mediante
la differenza FX (b) − FX (a)
28
3.4 Leggi continue
Queste due funzioni sono rappresentate nella Figura 3.6. Ovviamente le relazio-
ni (3.11) sono sempre soddisfatte dato che l’area di un rettangolo di base b − a e
1
altezza b−a è sempre 1. Si vede inoltre dall’equazione (3.13) che con c e ∆ tali che
a ≤ c ≤ c + ∆ ≤ b si ha P {c ≤ X ≤ c + ∆} = b−a ∆
indipendentemente dal valore
di c; pertanto a intervalli di larghezza ∆ interni ad [a, b] viene attribuita sempre la
∆
stessa probabilità b−a indipendentemente dalla loro collocazione: questo è in defini-
tiva il significato della uniformità della distribuzione. Dalla Figura 3.6 si può anche
vedere che la collocazione della moda è ambigua perché la fdp assume valori massimi
in tutto l’intervallo [a, b]: in questo caso si può convenzionalmente assumere che la
moda sia il punto di mezzo a+b 2
1
fX (x) = √ e−(x−µ) /2σ
2 2
(3.15)
σ 2π
Queste fdp soddisfano le relazioni (3.11) per ogni valore di µ e σ, ma noi non lo
verificheremo; ci limiteremo invece a dare una descrizione qualitativa del compor-
tamento di queste funzioni che sono rappresentate nella Figura 3.7. La fdp di una
normale N (µ, σ 2 ) è una curva a campana, simmetrica attorno ad un massimo nel
punto x = µ (moda). La funzione va rapidamente verso zero allontanandosi dal
centro della curva e la larghezza della campana è regolata dal valore di σ : grandi
valori di σ corrispondono a curve larghe e piatte; piccoli valori di σ corrispondono
a curve strette e alte. Si può mostrare che la curva presenta due flessi proprio in
x = µ ± σ. La FDC ∫ x
1
e−(t−µ) /2σ dt
2 2
FX (x) = √ (3.16)
σ 2π −∞
29
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
fX FX
1 1
!
!!!!!!!
Σ 2Π
0.5
x x
Μ -Σ Μ Μ +Σ Μ -Σ Μ Μ +Σ
Figura 3.7: fdp e FDC della legge Normale N (µ, σ 2 ). La moda di queste leggi è µ
1 x2
φ(x) = √ e− 2 (3.17)
2π
è detta anche legge normale standard e riveste una importanza particolare perchè,
come vedremo, il calcolo delle probabilità relative a leggi normali generiche può
sempre essere facilmente ricondotto all’uso delle Tavole dell’Appendice E per la
FDC della legge normale standard
∫ x
1 t2
Φ(x) = √ e− 2 dt (3.18)
2π −∞
aX + b ∼ N (aµ + b, a2 σ 2 )
X + Y ∼ N (µ + ν, σ 2 + τ 2 )
30
3.4 Leggi continue
fX (x) = n = 1, 2, 3, . . . (3.21)
An
dove le costanti An valgono
{ √
√ (n − 2)!! 2π per n = 3, 5, 7, . . .
A1 = 2π A2 = 2 An =
(n − 2)!! 2 per n = 4, 6, 8, . . .
31
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
fX FX
1
x x
n- 2 n- 2
Figura 3.8: fdp e FDC della legge del chi-quadro χ2 (n) con n > 2.
I grafici di questa fdp e della sua FDC del tipo mostrato nella Figura 3.8 quando
n > 2: invece per n = 1 la fdp diverge per x → 0+ , mentre per n = 2 si ha
fX (0) = 1 /2 . La fdp è diversa da zero solo per x ≥ 0, mentre è rigorosamente
nulla per x < 0; sul semiasse reale positivo il grafico è asimmetrico e presenta una
una lunga coda che si annulla asintoticamente per x → +∞. La moda si trova in
x = n − 2, e tende ad allontanarsi dall’origine per n crescenti. I valori della FDC
di χ2 (n) possono essere trovati sulle opportune Tavole nell’Appendice E e saranno
usati per il calcolo delle probabilità (3.13)
Teorema 3.20. Se X1 , . . . , Xn sono v-a iid tutte normali standard N (0, 1), allora
cioè la v-a Z, somma dei quadrati di n normali standard indipendenti, segue la legge
del chi-quadro con n gradi di libertà
Dimostrazione: Omessa
Diremo che una v-a X segue una legge di Student T (n) con n ∈ N gradi di libertà,
e scriveremo anche X ∼ T (n), se essa è caratterizzata dalla fdp
( ) n+1
n 2
fX (x) = Bn n = 1, 2, 3, . . . (3.22)
n + x2
32
3.4 Leggi continue
fX FX
1
0.5
x x
-1 1 -1 1
Figura 3.9: fdp e FDC della legge di Student con n gradi di libertà T (n). Le curve
più sottili sono la fdp e la FDC della N (0, 1) e sono qui riportate per confronto.
Una legge di Student T (n) con n = 1, 2, . . . gradi di libertà ha una fdp e una FDC
del tipo mostrato nella Figura 3.9. La fdp di T (n) è una funzione a campana,
simmetrica attorno alla moda in x = 0, e per alcuni versi simile alla N (0, 1). Come
si vede dalla (3.22) e dalla Figura 3.9 la fdp di T (n) si annulla per x → ±∞ più
lentamente della fdp della N (0, 1). Quando però il valore di n cresce la fdp della
legge T (n) diviene sempre più simile alla fdp normale standard, e al limite le due
funzioni coincidono. I valori della FDC di T (n) possono essere trovati sulle Tavole
nell’Appendice E e saranno usati nel calcolo tramite l’equazione (3.13).
X
T =√ ∼ T (n)
Z/n
Dimostrazione: Omessa
Diremo che una v-a X segue una legge di Fisher F(n, m) con n, m ∈ N gradi di
libertà, e scriveremo X ∼ F(n, m), se essa è caratterizzata dalla fdp
n−2
x 2
fX (x) = Cn,m n+m n, m = 1, 2, 3, . . . (3.23)
(m + nx) 2
e una FDC del tipo mostrato nella Figura 3.10. La fdp di F(n, m) somiglia a quella
di una χ2 (n): essa è diversa da zero solo per x ≥ 0 mentre è rigorosamente nulla
per x < 0; sul semiasse reale positivo il grafico è asimmetrico e presenta una una
33
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
fX FX
1
x x
m Hn - 2L m Hn - 2L
Hm + 2L n Hm + 2L n
Figura 3.10: fdp e FDC della legge di Fisher con n ed m gradi di libertà F(n, m).
lunga coda che si annulla asintoticamente per x → +∞. La moda si trova nel
m(n−2)
punto (m+2)n . I valori della FDC di F(n, m) possono essere trovati sulle Tavole
nell’Appendice E e saranno usati nel calcolo tramite l’equazione (3.13).
Teorema 3.22. Se Z ∼ χ2 (n) e W ∼ χ2 (m) sono v-a indipendenti, allora
Z/n
F = ∼ F(n, m)
W/m
cioè la v-a F segue la legge di Fisher F(n, m) con n, m gradi di libertà
Dimostrazione: Omessa. Si noti che il simbolo F(n, m) non è simmetrico nei suoi
due parametri n e m: è importante sottolineare quindi che in questo teorema il
primo parametro n della legge di Fisher F(n, m) indica sempre il numero di gradi
di libertà della v-a χ2 (n) che si trova al numeratore, mentre il secondo indice m si
riferisce sempre alla v-a χ2 (m) al denominatore
1 ∑ √
n
Yn
Yn = X1 + . . . + Xn Xn = Sn2 = (Xk − X n )2 Sn = Sn2
n n − 1 k=1
allora
Yn − nµ Xn − µ√
Yn∗ ≡ √ = n ∼ N (0, 1)
σ n σ
n ( )2
Sn2 ∑ Xk − X n
Zn ≡ (n − 1) 2 = ∼ χ2 (n − 1)
σ k=1
σ
Yn − nµ X − µ√
Tn ≡ √ = n n ∼ T (n − 1)
Sn n Sn
cioè le v-a Yn∗ , Zn , Tn definite come sopra seguono rispettivamente le leggi normale
standard N (0, 1), del chi-quadro χ2 (n − 1) e di Student T (n − 1)
34
3.5 Quantili
fX FX
1
x x
qΑ qΑ
Dimostrazione: Per semplicità dimostreremo solo che Yn∗ ∼ N (0, 1): siccome le
Xk sono tutte iid con legge N (µ, σ 2 ), da un’applicazione ripetuta del punto 2 del
Teorema (3.19) si ha innanzitutto che
Yn = X1 + . . . + Xn ∼ N (nµ, nσ 2 )
e quindi utilizzando (con una opportuna identificazione dei simboli) il punto 1 del
medesimo teorema
√
∗ Yn − nµ 1 µ n
Yn = √ = √ Yn − ∼ N (0, 1)
σ n σ n σ
Omettiamo invece la dimostrazione degli altri due risultati
3.5 Quantili
In questa sezione, per semplificare definizioni e notazioni, supporremo sempre che
X sia una v-a continua con fdp fX (x) e FDC FX (x): inoltre – come si vede dagli
esempi della Sezione 3.4 – nei casi di nostro interesse FX è una funzione strettamente
crescente su tutto R (leggi normale e di Sudent), o almeno sul semiasse x ≥ 0 (leggi
del chi quadro e di Fisher). Preso allora un numero 0 < α < 1 uno sguardo ai
grafici delle Figure1 3.7– 3.10 ci convincerà del fatto che esiste sempre una e una
sola soluzione dell’equazione
FX (x) = α (3.24)
In tutti questi casi avrà allora un senso preciso introdurre la seguente definizione
Definizione 3.24. Data una v-a X continua con fdp fX (x) e FDC FX (x), chia-
meremo quantile di ordine α il numero qα soluzione dell’equazione (3.24), cioè
tale che FX (qα ) = α. Il quantile di ordine α = 1 /2 si chiama mediana; i quantili di
ordine α = k /4 con k = 1, 2, 3 si chiamano quartili; i quantili di ordine α = k /10
con k = 1, . . . , 10 si chiamano decili, e cosı̀ via
35
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
In questo quadro la mediana q 1 /2 , che divide esattamente a metà l’area sotto la fdp,
rappresenta un primo indicatore di centralità della distribuzione, mentre invece
la differenza fra il primo e il terzo quartile q 3 /4 − q 1 /4 costituisce un indicatore di
dispersione
Naturalmente, siccome la fdp è una funzione monotòna crescente, anche i quantili
qα saranno monotòni crescenti nella variabile α ∈ [0, 1]. Nel seguito indicheremo con
delle notazioni specifiche i quantili delle leggi più usate: cosı̀ φα sarà il quantile di
ordine α della legge normale standard N (0, 1); χ2α (n) quello della legge del chi-
quadro con n gradi di libertà χ2 (n); tα (n) quello della legge di Student con n gradi
di libertà T (n); e infine fα (n, m) quello della legge di Fisher con n e m gradi di
libertà F(n, m)
Siccome abbiamo una unione di eventi disgiunti, segue dalla additività (1.3) della
probabilità che
{ } { } { }
P X ≤ φ1− α2 = P X ≤ φ α2 + P |X| ≤ φ1− α2
36
3.5 Quantili
Α Α
2 2
x
j Α2 j1- Α2
da cui si ottiene la (3.26) tenendo anche conto della Definizione 3.24 di quantili:
{ } { } { } ( α) α
P |X| ≤ φ1− α2 = P X ≤ φ1− α2 − P X ≤ φ α2 = 1 − − =1−α
2 2
Ovviamente nella Figura 3.12 questa probabilità corrisponde all’area sotto la fdp
compresa fra i due quantili
Infine per grandi valori di n i quantili di T (n) possono essere approssimati con quelli
della normale standard N (0, 1)
tα (n) ≃ φα (3.29)
37
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
Inoltre per grandi valori di n i quantili di χ2 (n) possono essere approssimati con
( √ )2
φα + 2n − 1
χ2α (n) ≃ (3.31)
2
dove φα sono i quantili della normale standard N (0, 1)
Dimostrazione: Le leggi del chi-quadro χ2 (n) – vedi Figura 3.13 – non hanno le
stesse proprietà di simmetria di quelle normali o di Student, e pertanto anche i loro
quantili non obbediscono più a regole di simmetria e l’equazione (3.30) non può
essere scritta in termini di valori assoluti. Ciononostante la sua dimostrazione segue
un percorso molto simile a quello della (3.26): infatti, essendo i quantili crescenti
con l’ordine, per 0 ≤ α ≤ 1 si ha innanzitutto χ2α (n) < χ21− α (n), e quindi potremo
2 2
scrivere
{ } { } { }
Z ≤ χ1− α (n) = Z ≤ χ α (n) ∪ χ α (n) ≤ Z ≤ χ1− α (n)
2 2 2 2
2 2 2 2
con i due eventi del secondo membro disgiunti. Segue allora dalla additività (1.3)
della probabilità che
{ } { } { }
P Z ≤ χ21− α (n) = P Z ≤ χ2α (n) + P χ2α (n) ≤ Z ≤ χ21− α (n)
2 2 2 2
da cui si ottiene la relazione (3.30) tenendo conto della Definizione 3.24 di quantili
{ } { } { }
P χ2α (n) ≤ Z ≤ χ21− α (n) = P Z ≤ χ21− α (n) − P Z ≤ χ2α (n)
( α) α
2 2 2 2
= 1− − =1−α
2 2
Ometteremo invece la dimostrazione della relazione di approssimazione (3.31)
38
3.6 Leggi multivariate
Α
1-Α Α
2
2
x
Χ 2Α HnL 2 Α
Χ1- HnL
2 2
pX (x1 , . . . , xm ) = P {X1 = x1 , . . . , Xm = xm }
39
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
la loro formulazione richiede l’uso del calcolo differenziale con m variabili. Cosı̀ ad
esempio per un vettore X = (X1 , X2 ) con due componenti e legge continua le regole
di marginalizzazione (3.34) si modificano in
∫ +∞ ∫ +∞
fX1 (x1 ) = fX (x1 , x2 ) dx2 fX2 (x2 ) = fX (x1 , x2 ) dx1 (3.36)
−∞ −∞
Anche in questo caso dal Teorema 3.13 si può infine dimostrare che le componenti
Xi sono indipendenti se e solo se
0 ≤ qi ≤ 1 , i = 1, . . . , m ; q1 + . . . + qm = 1 .
X1 + . . . + Xm = n (3.38)
n!
pX (k1 , . . . , km ) = P {X1 = k1 , . . . , Xm = km } = q k1 . . . q m
km
(3.39)
k1 ! . . . km ! 1
detta legge multinomiale. È immediato verificare peraltro che si tratta di una ge-
neralizzazione della legge binomiale dell’Esempio 3.3.3 che si ottiene come caso
particolare con m = 2
Un ovvio esempio concreto di legge multinomiale è fornito da n lanci di un dado
con m = 6 facce numerate a1 , . . . , a6 . Se in generale il dado non è ben bilanciato le
probabilità qi di ottenere il risultato i-mo saranno diverse fra loro: detta allora Xi la
v-a che rappresenta il numero di volte in cui su n lanci è uscita la i-ma faccia ai , la
legge del vettore X = (X1 , . . . , X6 ) è proprio (3.39) con m = 6. Se poi in particolare
il dado è bilanciato, allora q1 = . . . = q6 = 1/6 e quindi la legge multinomiale (3.39)
si riduce a
n! 1
pX (k1 , . . . , k6 ) = P {X1 = k1 , . . . , X6 = k6 } =
k1 ! . . . k6 ! 6n
40
3.6 Leggi multivariate
Esempio 3.30. (Legge Gaussiana bivariata) Per dare un esempio di legge con-
giunta continua si consideri un vettore aleatorio X = (X1 , X2 ) con due componenti
dotato di fdp congiunta bivariata
[ ]
(x1 −b1 )2 (x −b )(x −b ) (x −b )2
− 1
−2r 1 a1 a 2 2 + 2 2 2
2(1−r 2 ) a2 a2
e 1 1 2
fX (x1 , x2 ) = √ (3.40)
2πa1 a2 1 − r2
41
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
42
Capitolo 4
se invece X è una v-a continua con fdp fX (x) l’attesa sarà definita da
∫ +∞
µX = E [X] = xfX (x) dx (4.2)
−∞
Si noti che nella definizione (4.1) di attesa per una v-a discreta X non abbiamo
indicato esplicitamente i possibili valori di k perché non è stato precisato quanti
valori X assume: va però aggiunto che se X assume infiniti valori la somma è in
realtà una serie, e pertanto la definizione ha senso solo quando tale serie converge
verso un valore finito, oppure diverge verso +∞ o −∞. In questi casi diremo che la
v-a discreta X possiede un valore d’attesa, finito o infinito. Nei casi in cui invece
la serie (4.1) né converge, né diverge (ma nel limite continua a oscillare fra valori
differenti) diremo che la v-a X non possiede un valore d’attesa. Considerazioni del
tutto analoghe possono essere applicate anche al comportamento dell’integrale che
compare nella definizione (4.2) del valore d’attesa di una v-a continua X
In pratica, sia nel caso discreto che in quello continuo, l’attesa non è altro che
la somma dei valori assunti da X pesati con le rispettive probabilità (si ricordi a
questo proposito che nel caso continuo la quantità fX (x) dx può essere intesa come la
probabilità che X cada fra x e x+dx): pertanto E [X] rappresenta il baricentro della
distribuzione di X. Nel seguito, quando non diversamente specificato, le definizioni
e le proprietà enunciate con il simbolo E saranno valide sia per il caso discreto che
per quello continuo
43
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
La Definizione 4.1 può essere estesa in modo naturale anche al caso di v-a fun-
zioni di una o più v-a. Per non appesantire le notazioni ci limiteremo al caso
Z = h(X, Y ) in cui la v-a Z è funzione solo di altre due v-a X √ e Y : cosı̀ ad esempio
potremmo avere Z = XY , oppure Z = X/Y , o ancora Z = X 2 + Y 2 e via dicen-
do. Sarà importante osservare allora che in tutte queste situazioni il valore d’attesa
E [Z] – invece che con la distribuzione di Z secondo la Definizione 4.1 – può essere
anche calcolato mediante la legge congiunta di X e Y nel modo seguente: se X e Y
sono v-a discrete che assumono i valori xk e yℓ con legge congiunta p(xk , yℓ ), allora
avremo ∑
E [Z] = E [h(X, Y )] = h(xk , yℓ ) p(xk , yℓ ) (4.3)
k,ℓ
Se invece X e Y sono v-a continue con fdp congiunta f (x, y), allora avremo
∫ +∞ ∫ +∞
E [Z] = E [h(X, Y )] = h(x, y) f (x, y) dx dy (4.4)
−∞ −∞
44
4.2 Varianza, covarianza e correlazione
dove abbiamo usato (3.11), (4.2) e le usuali proprietà degli integrali. La (4.9) sarà
invece discussa solo per n = 2 v-a X, Y cioè nella forma semplificata
E [X + Y ] = E [X] + E [Y ]
In questo caso, dette f (x, y) la fdp congiunta e fX (x), fY (y) rispettivamente le due
marginali, avremo infatti da (4.4) con h(x, y) = x + y
∫ +∞ ∫ +∞
E [X + Y ] = (x + y) f (x, y) dx dy
−∞ −∞
∫ +∞ ∫ +∞ ∫ +∞ ∫ +∞
= x dx f (x, y) dy + y dy f (x, y) dx
−∞ −∞ −∞ −∞
∫ +∞ ∫ +∞
= xfX (x) dx + yfY (y) dy = E [X] + E [Y ]
−∞ −∞
cioè la (4.10)
45
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
marginali. Cosı̀ ad esempio due v-a potrebbero avere lo stesso valore d’attesa (cioè
essere distribuite attorno al medesimo numero), ma essere caratterizzate da disper-
sioni molto diverse attorno a tale valore: questa differenza non sarebbe catturata
dalla identità dei due valori d’attesa. Allo stesso modo i valori d’attesa separati
di due o più v-a non ci dicono nulla sulla loro dipendenza o indipendenza. Sarà
quindi necessario introdurre ulteriori indicatori di dispersione e indicatori di
dipendenza
Definizione 4.4. Si dice varianza della v-a X con attesa E [X] = µX la quantità
[( )2 ] [ ]
2
σX = V [X] = E X − E [X] = E (X − µX )2 (4.11)
√
e deviazione standard la quantità σX = V [X]. Si chiama invece covarianza
di due v-a X e Y con attese rispettivamente µX e µY la quantità
κXY = cov [X, Y ] = E [(X − µX )(Y − µY )] (4.12)
e coefficiente di correlazione la quantità
cov [X, Y ] κXY
ρXY = √ √ = (4.13)
V [X] V [Y ] σX σY
2
La varianza σX di una v-a costituisce un indicatore di dispersione dei valori di
X attorno al suo valore d’attesa: infatti, se si considerano gli scarti X − µX dei
valori aleatori di X dalla sua media, si vede facilmente da (4.8) che si ha sempre
E [X − µX ] = E [X] − µX = 0
per cui – essendo invariabilmente nulla – la semplice media degli scarti non può
essere usata come indicatore di dispersione. In realtà questo dipende dal fatto che
gli scarti attorno alla media hanno valori positivi e negativi equamente ripartiti. Per
evitare questo problema, allora, si usa il valore d’attesa del quadrato degli scarti,
cioè il cosiddetto scarto quadratico medio: un altro nome per la varianza definita
in 4.11. Quindi una varianza grande indicherà che X tende a prendere valori anche
molto lontani da µX , e viceversa se la varianza è piccola i valori di X saranno
piuttosto concentrati attorno a µX
Definizione 4.5. Diremo che due v-a X e Y sono non correlate quando κXY =
cov [X, Y ] = 0, o equivalentemente quando ρXY = 0
Si vede subito dalle definizioni (4.11), (4.12) e (4.13) che
2
κXX = V [X] = σX ρXX = 1 (4.14)
per cui la covarianza può essere anche considerata prima di tutto come una genera-
lizzazione del concetto di varianza al caso di due v-a. Ma il significato più profondo
della covarianza (e del coefficiente di correlazione) risiede nel suo rapporto con il
concetto di indipendenza come mostrato nel risultato seguente
46
4.2 Varianza, covarianza e correlazione
Teorema 4.6. Se due v-a X e Y sono indipendenti, allora sono anche non correlate
−1 ≤ ρXY ≤ +1
ρX ′ Y ′ = ρXY
47
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
Abbiamo notato che in base al Teorema 4.2 il calcolo dell’attesa E [X] di una v-a
è un’operazione lineare; non si può dire invece la stessa cosa per la varianza nella
quale evidentemente compaiono quantità elevate al quadrato. Il seguente teorema
precisa alcune importanti proprietà della varianza
Teorema 4.9. Se X è una v-a e a, b sono due numeri si ha innanzitutto
V [aX + b] = a2 V [X] (4.19)
Se poi X1 , . . . , Xn sono n v-a, in generale si ha
∑
n
V [X1 + . . . + Xn ] = cov [Xi , Xj ]
i,j=1
∑
= V [X1 ] + . . . + V [Xn ] + cov [Xi , Xj ] (4.20)
i̸=j
48
4.2 Varianza, covarianza e correlazione
49
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
4.3 Momenti
Abbiamo visto nelle sezioni precedenti che il valore d’attesa di una v-a è un indicatore
di centralità della sua distribuzione, che la sua varianza è un indicatore di dispersione
e che il coefficiente di correlazione è un indicatore di dipendenza di due v-a. Ancora
una volta però dobbiamo ricordare che l’informazione contenuta nelle leggi delle v-a
non si esaurisce con queste informazioni, e che quindi risulta utile introdurre anche
le seguenti ulteriori nozioni
Definizione 4.12. Chiameremo rispettivamente momento di ordine k e mo-
mento centrato di ordine k di una v-a X le quantità
[ ] [ ]
µk = E X k ek = E (X − E [X])k
µ
Chiameremo in particolare skewness (asimmetria) e curtòsi di X rispettiva-
mente le quantità
e3
µ e4
µ
γ1 = 3 /2 γ2 = 2
e2
µ e2
µ
È facile vedere ora che µ1 = E [X] = µX (cioè l’attesa di è il momento di ordine
1), e che µe2 = V [X] = σX 2
(cioè la varianza è il momento centrato di ordine 2),
mentre skewness e curtosi sono indicatori basati su momenti di ordine 3 e 4 che
forniscono ulteriori informazioni sulla forma della distribuzione di X. In particolare
la skewness γ1 è una misura della asimmetria (in inglese: skewness) della distribu-
zione di X attorno al suo valore d’attesa µX , e può assumere valori sia positivi che
negativi: un valore γ1 < 0 indica che la distribuzione di X ha una coda a sinistra
di µX più lunga della coda a destra, mentre γ1 > 0 indica un eccesso della coda
verso destra. Naturalmente γ1 = 0 indicherà che la distribuzione è perfettamente
simmetrica attorno a µX . La curtosi γ2 invece (dal greco kyrtòs: curvo, arcuato)
misura la rapidità con cui le code della distribuzione si annullano (appiattimento).
Essa assume solo valori positivi (è un momento di ordine pari, anzi si può dimostrare
che γ2 ≥ 1) e i suoi valori vengono in genere confrontati con il valore 3 della curtosi
di una legge Gaussiana: quando γ2 > 3 la distribuzione si appiattisce più lentamente
di una Gaussiana e si presenta più appuntita attorno al valore d’attesa; viceversa
per γ2 < 3 essa si appiattisce più velocemente della Gaussiana e si presenta più
larga attorno al valore d’attesa. Attesa, varianza, skewness e curtosi tengono conto
del valore dei momenti fino al quarto ordine: prendendo in considerazione gli ordini
superiori al quarto si ottengono ulteriori informazioni – sempre più raffinate, ma
meno rilevanti – ai fini della descrizione della distribuzione. Noi però ometteremo
per brevità di farne menzione
50
4.4 Esempi di attese e varianze
e quindi da (4.16) si ha
[ ]
V [B (1; p)] = V [X] = E X 2 − E [X]2 = p − p2 = p(1 − p)
sicché la (4.24) resta dimostrata per n = 1. Ricordando poi che per il Teorema 3.16
ogni v-a binomiale B (n; p) ha la stessa legge di una somma X1 + . . . + Xn di n v-a
indipendenti e tutte con legge di Bernoulli B (1; p), da (4.9) e (4.21) si ottiene
cioè (4.24) con n generico. Per una v-a di Poisson X ∼ P(λ) che assume tutti i
valori interi k = 0, 1, . . ., da (3.10), e omettendo in (4.1) il primo termine della serie
perché nullo, si ha
∑
∞ ∑
∞ ∑
∞ k ∑
∞
λk
−λ λ −λ
E [P(λ)] = E [X] = k pk = k pk = ke =e
k=0 k=1 k=1
k! k=1
(k − 1)!
51
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
si ottiene infine
∑
∞
λℓ+1 ∑
∞
λℓ
−λ −λ
E [P(λ)] = E [X] = e = λe =λ
ℓ=0
ℓ! ℓ=0
ℓ!
cioè la prima delle (4.25). In maniera analoga, per la seconda si osserva innanzitutto
che da (4.6) con h(x) = x(x − 1) risulta
∑
∞ k ∑
∞
λk
−λ λ −λ
E [X(X − 1)] = k(k − 1) e =e
k=2
k! k=2
(k − 2)!
e quindi con ℓ = k − 2
∑
∞
λℓ+2 ∑
∞
λℓ
−λ 2 −λ
E [X(X − 1)] = e =λ e = λ2
ℓ=0
ℓ! ℓ=0
ℓ!
a+b (b − a)2
E [U (a, b)] = V [U (a, b)] = (4.26)
2 12
[ ] [ ]
E N (µ, σ 2 ) = µ V N (µ, σ 2 ) = σ 2 (4.27)
[ ] [ ]
E χ2 (n) = n V χ2 (n) = 2n (4.28)
Dimostrazione: Omessa. Osserveremo solo che per una normale standard la (4.27)
si riducono ovviamente a
E [N (0, 1)] = 0 V [N (0, 1)] = 1 (4.29)
e che questo permette di dimostrare facilmente almeno la prima delle (4.28). Infatti
per il Teorema 3.20 una v-a chi-quadro ha la stessa legge di una somma X12 +. . .+Xn2
di v-a Xk indipendenti e tutte normali standard. Segue allora facilmente da (4.9) e
da (4.29) che
[ ] [ ] [ ]
E χ2 (n) = E X12 + . . . + E Xn2 = V [X1 ] + . . . + V [Xn ] = n
52
4.4 Esempi di attese e varianze
cioè la prima delle (4.28). Si noti che le formule (4.27) attribuiscono ora anche
un significato probabilistico preciso (attesa e varianza) ai due parametri µ e σ che
inizialmente avevano solo un ruolo puramente analitico (massimo o moda, e flessi)
nella descrizione del grafico della fdp di N (µ, σ 2 )
Teorema 4.15. Per le leggi di Student T (n) e di Fisher F(n, m) l’esistenza delle
attese e delle varianze (e più in generale dei momenti) non è sempre garantita, ma
dipende dal numero di gradi di libertà n, m. Più precisamente risulta
n
E [T (n)] = 0, se n ≥ 2 V [T (n)] = , se n ≥ 3
n−2
m 2m2 (n + m − 2)
E [F(n, m)] = , se m ≥ 3 V [F(n, m)] = , se m ≥ 5
m−2 n(m − 2)2 (m − 4)
Dimostrazione: Omessa
53
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
54
Capitolo 5
Teoremi limite
5.1 Convergenza
I teoremi limite costituiscono una famiglia di risultati della massima importanza teo-
rica e pratica: in un certo senso infatti essi rappresentano, nel quadro dei fenomeni
casuali, la manifestazione delle cosiddette regolarità statistiche che ci permettono
di eseguire calcoli e formulare previsioni. L’enunciazione di questi teoremi richiede
però che venga precisato in che senso intendiamo il concetto di limite in probabilità:
data infatti una successione di v-a
(Xn )n∈N ≡ X1 , X2 , . . . , Xn , . . .
e la successione delle loro corrispondenti leggi (nella forma che riterremo più oppor-
tuna: FDC Fn (x), o fdp fn (x) o distribuzione discreta pk (n))
(Ln )n∈N ≡ L1 , L2 , . . . , Ln , . . .
bisogna dire subito che ci sono molti modi non equivalenti di definire le richieste con-
vergenze, anche se noi qui ci limteremo a dare solo i concetti strettamente necessari
per esprimere compiutamente i risultati di questo capitolo
La seconda osservazione importante da fare è che in generale – quale che sia il
senso preciso della convergenza adottata – il limite di una successione di v-a (Xn )n∈N
(se esiste) è ancora una v-a X con valori casuali, cosı̀ come il limite di una successione
di leggi (Ln )n∈N è di nuovo una legge L. Non è escluso però il caso particolare della
convergenza di (Xn )n∈N verso un numero non casuale, ovvero della convergenza delle
corrispondenti (Ln )n∈N verso una legge degenere (vedi Sezione 3.3.1): in questo caso,
in cui il fenomeno limite non riveste più carattere aleatorio, parleremo di convergenza
degenere. Con queste premesse daremo ora solo le definizioni di convergenza che
saranno necessarie per il seguito, limitandone peraltro gli enunciati alla forma e alle
condizioni che in pratica utilizzeremo: le definizioni più generali e dettagliate, e le
relazioni che intercorrono fa di esse possono comunque essere trovate su un gran
numero di manuali in circolazione
55
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
quando
lim E [Xn ] = a lim V [Xn ] = 0 (5.2)
n n
Questa definizione deriva il suo significato da quello di varianza (che come abbiamo
visto nella Sezione 4.2 è lo scarto quadratico medio rispetto al valore d’attesa): se
la successione delle v-a Xn deve convergere verso un numero (non aleatorio) a, è
intuitivo pensare che da un lato la successione delle E [Xn ] deve tendere proprio
al numero a, e dall’altro che la distribuzione delle Xn deve diventare sempre più
concentrata attorno al valore d’attesa limite a, cioè le loro varianze devono essere
infinitesime. Sotto queste condizioni infatti è ragionevole pensare che, al linite per
n → ∞, le Xn diventano v-a che assumono invariabilmente (cioè con varianza nulla)
il valore a
Definizione 5.2. (Convergenza in distribuzione - d ) Data una successione di
v-a (Xn )n∈N e la successione delle loro leggi (Ln )n∈N con le corrispondenti FDC
Fn (x), diremo che per n → ∞ essa converge in distribuzione verso la legge L con
FDC F (x), e scriveremo
d d
Ln −→ L ovvero anche Xn −→ L (5.3)
56
5.2 Legge dei Grandi Numeri
57
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
Esempio 5.4. Per illustrare l’importanza della LGN supponiamo di avere una po-
polazione di individui di due tipi che chiameremo convenzionalmente A e B: ad
esempio maschi e femmine di una specie biologica, oppure divisione in due partiti
di un gruppo di persone, o anche palline di due colori in un’urna ... e cosı̀ via.
Supporremo inoltre che sia sconosciuta la proporzione p degli individui di tipo A
(ovviamente 1 − p sarà la proporzione degli individui B, con 0 < p < 1)
Se la popolazione è piccola ed è tutta disponibile all’osservazione, il valore di p
potrà essere ottenuto semplicemente contando tutti gli individui di tipo A e B. In
generale però succede che la popolazione sia molto grande (come nel caso dei citta-
dini di uno stato) o anche non tutta disponibile per un’osservazione (come nel caso
degli individui di una specie biologica). Per attribuire un valore attendibile, ossia
per stimare la proporzione p, si procede allora come nei sondaggi pre-elettorali: si
estrae un campione casuale di n individui e li si esamina contando il numero NA
di quelli di tipo A. È giudicato ragionevole a questo punto supporre che il numero
p = NA /n (frequenza relativa empirica dei ritrovamenti di A) rappresenti una
stima accettabile di p, e che tale stima sia tanto più attendibile quanto più grande
è il numero n. Lasciata cosı̀, però, questa affermazione manca di una solida giu-
stificazione. Si noti a questo proposito che p e p sono entità molto diverse: più
precisamente la differenza fra di esse non sta solo nel fatto che i due valori nume-
rici in generale non coincidono, ma anche e soprattutto nel fatto che p è un ben
determinato (ancorché sconosciuto) numero, mentre p è una vera e propria v-a:
infatti ogni volta che ripetiamo l’estrazione casuale degli n individui da esaminare
otterremo tipicamente un diverso valore di p
Per dare al nostro problema una veste un po’ più precisa dovremo allora rifor-
mularlo nel quadro della LGN: si considerino a questo scopo n v-a indipendenti
X1 , . . . , Xn (il nostro campione casuale) in modo che ciascuna Xk rappresenti la
misura sull’individuo k-mo con
{
1 se l’individuo k-mo è di tipo A
Xk = k = 1, 2, . . . , n
0 altrimenti
NA X1 + . . . + Xn
p= = = Xn (5.8)
n n
cioè la media aritmetica delle Xk . Che tale p rappresenti una buona stima di p, e
che questa diventi tanto migliore quanto più grande è n, appare allora non più come
un fatto intuitivo dettato da antiche consuetudini, ma chiaramente come una diretta
mq
conseguenza della LGN in quanto da (5.6) si ha p = X n −→ p, essendo p l’attesa
di tutte le v-a Xk
58
5.2 Legge dei Grandi Numeri
Dall’esempio che precede si ricava allora l’idea che in statistica – come vedremo
meglio più oltre – esistono due tipi di quantità: quelle teoriche, e quelle empiriche che
servono a stimare le prime come vedremo meglio nel Capitolo 8. Cosı̀ in particolare
il valore d’attesa (o media) µ = E [X] di una v-a X è una quantità teorica (nel
senso che essa dipende dal modello matematico del nostro esperimento e si calcola
dalla legge di X), mentre la media aritmetica
1∑
n
X1 + . . . + Xn
Xn = = Xk (5.9)
n n k=1
ottenuta da un campione casuale di v-a tutte distribuite come X, è la corrispondente
quantità empirica (calcolata cioè dalle misure sperimentali effettuate sul sistema) che
viene usata per stimare E [X] sulla base della LGN. Insisteremo inoltre sul fatto che
mentre le quantità teoriche sono tipicamente dei numeri (non aleatori, come µ), le
quantità empiriche usate per stimarle sono delle v-a (come X n ) che tengono conto
della inevitabile variabilità delle misure sperimentali, e sono tanto più affidabili
quanto più n è grande
Naturalmente le medie, teoriche o empiriche, non sono le uniche quantità rilevanti
in probabilità e statistica: in particolare è anche importante stimare le varianze. In
questo caso, sempre sulla base della LGN che per grandi n ci consente di sostituire
il calcolo empirico di medie aritmetiche al calcolo teorico dei valori d’attesa, per
stimare una varianza σ 2 = V [X] si potrà utilizzare ad esempio la v-a
1∑ 1∑ 2
n n
b
Sn ≡
2
(Xk − X n ) = Xn − X n
2 2 2
con Xn ≡
2 X (5.10)
n k=1 n k=1 k
che prende il nome di varianza campionaria e che – sostituendo le medie ai valori
d’attesa della varianza vera e propria (4.11) – corrisponde allo scarto quadratico
medio (empirico) dei valori Xk del campione dalla loro media X n . Vedremo però
nel seguito che in statistica inferenziale sarà necessario introdurre una correzione
della espressione (5.10): più precisamente la v-a usata per stimare una varianza
sarà piuttosto la
1 ∑ n ( 2 )
n
n b2 2
Sn ≡
2
(Xk − X n ) =
2
S = Xn − X n (5.11)
n − 1 k=1 n−1 n n−1
già introdotta nel Teorema 3.23, che prende il nome di varianza corretta: le ragioni
di questa correzione saranno spiegate più oltre
Si noti infine che nella parte di Statistica Descrittiva introdurremo delle quantità
(chiamate sempre media e varianza) molto simili a X n e a Sbn2 , ma con una impor-
tante differenza: X n e Sbn2 sono calcolate da un campione casuale X1 , . . . , Xn estratto
dalla popolazione teorica (cioè sono misure ripetute della v-a X) che in generale non
è tutta disponibile per le osservazioni, e per questo motivo (5.9) e (5.10) sono delle
vere e proprie v-a. In statistica descrittiva invece medie e varianze saranno calcolate
a partire da campioni di misure che rappresentano tutta la popolazione disponibile,
e saranno quindi semplicemente dei numeri
59
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
Yn − nµ Xn − µ√
Yn∗ = √ = n
σ n σ
queste convergono in distribuzione per n → ∞ verso la legge normale standard
N (0, 1)
Yn∗ −→ N (0, 1)
d
cioè, se Fn (y) = P {Yn∗ ≤ y} sono le FDC delle Yn∗ , e se Φ(y) è la FDC (3.18) della
legge normale standard N (0, 1), per ogni y ∈ R risulterà
61
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
1 1
µ = E [Xk ] = p = σ 2 = V [Xk ] = p(1 − p) =
2 4
Estraiamo allora un campione casuale di n = 100 individui, e poniamoci il problema
di calcolare la probabilità che in esso ve ne siano più di 60 di tipo A. Con le notazioni
dell’Esempio 5.4 sappiamo che il numero NA = X1 + . . . + X100 di individui di tipo
A è una v-a binomiale B (100; 1 /2 ), per cui la probabilità richiesta si scrive come
∑100 ( )
100 1
P {NA > 60} =
k=61
k 2100
Il valore numerico di questa probabilità non è però facilmente ricavabile, se non con
l’ausilio di qualche macchina calcolatrice. L’approssimazione normale ci permette
62
5.3 Teorema Limite Centrale
invece di ottenerne una ragionevole stima con il semplice uso delle Tavole numeri-
che della FDC Normale standard Φ nell’Appendice E.1, ma con qualche opportuna
precisazione
Osserviamo infatti che la v-a NA ∼ B (100; 1 /2 ) non è altro che una somma
analoga alla Yn del Teorema 5.5 con n = 100. Applicando allora il TLC, la FDC
F100 (x) della v-a
NA − nµ 1
NA∗ = √ con n = 100 µ=σ=
σ n 2
63
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
per il valore di x non è l’estremo inferiore 60 dell’intervallo [60, 61), usato nel calcolo
precedente, ma il suo punto di mezzo x = 60.5 . Infatti, se eseguiamo di nuovo il
calcolo approssimato tenendo conto di queste osservazioni, avremo
Teorema
( λ ) 5.8. (Teorema di Poisson) Dato λ > 0, e assegnate le leggi binomiali
B n; /n per n intero e n > λ, con le corrispondenti distribuzioni
( ) ( )k ( )n−k
n λ λ
pk (n) = 1− k = 0, 1, . . . , n
k n n
λk −λ
lim pk (n) = e k = 0, 1, 2, . . .
n k!
Dimostrazione: Osserviamo innanzitutto che la richiesta di avere n > λ è motivata
dal fatto che il numero λ /n deve giocare il ruolo della probabilità p di una legge bi-
nomiale B (n; p), e quindi deve sempre risultare λ /n ≤ 1. D’altra parte tale richiesta
non è limitativa della generalità del teorema perché noi siamo interessati a studiare
64
5.4 Teorema di Poisson
65
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
per costruzione esse saranno tutte v-a di Bernoulli con E [Xj ] = αT/n , e quindi
anche (vedi
( λTeorema
) 4.13) con P {Xj = 1} = αT/n , sicché posto λ = αT avremo
Xj ∼ B 1; /n . In questa approssimazione quindi il numero totale di telefonate che
( λin )T sarà X1 + · · · + Xn e questa v-a, per il Teorema 3.16, sarà Binomiale
arriva
B n; /n . Siccome abbiamo notato che l’approssimazione migliora al limite per
n→ ( ∞, il) Teorema di Poisson 5.8 ci dice che la legge di X – in quanto limite delle
λ
B n; /n – è la legge di Poisson P(λ). In conclusione il numero X di telefonate
che arrivano al nostro centralino telefonico è una v-a di Poisson P(λ) con λ = αT :
naturalmente resta da studiare in che modo si può stimare il valore del parametro λ
a partire da osservazioni empiriche reali
Sarà infine utile precisare che questo risultato è molto generale e non si applica
solo al numero di telefonate che arrivano a un centralino in un determinato inter-
vallo di tempo T ; infatti anche le v-a X che in T contano quante particelle sono
emesse da un campione radioattivo, ovvero quanti clienti si presentano a uno spor-
tello bancario, o ancora quanti incidenti capitano su una rete stradale e cosı̀ via,
seguono tutte una legge di Poisson P(λ) con un λ opportuno. Cosı̀, se ad esempio
sappiamo che un campione radioattivo emette mediamente α = 12 particelle all’ora,
e se X rappresenta il numero di particelle emesse in un intervallo di T = 10 minuti,
avremo X ∼ P(2) dato che
12
λ = αT = ′
× 10 ′ = 2
60
e quindi
2k 2k
P {X = k} = e−2 = 0.135
k! k!
dove il valore (arrotondato) di e−2 è stato preso dalle Tavole E.5
66
Parte II
Statistica
67
Capitolo 6
Il calcolo delle probabilità è una teoria che ottiene i propri risultati costruendo
modelli aleatori basati su opportune ipotesi la cui validità è successivamente giu-
dicata nel confronto con i risultati sperimentali. La statistica, invece, è un po’
l’altra faccia della medesima medaglia: essa infatti parte dai dati empirici e cerca
di estrarne l’informazione ritenuta rilevante. Bisogna però prima domandarsi se tali
dati empirici sono giudicati o meno una visione esauriente del fenomeno osservato:
come ricordato nella Prefazione, infatti, i risultati di una misura possono essere con-
siderati o come la totalità degli oggetti della nostra indagine (si pensi ai risultati
di una tornata elettorale), ovvero come un campione casuale estratto da una popo-
lazione più ampia (come per i sondaggi pre-elettorali). Mentre è evidente che nel
secondo caso (oggetto della statistica inferenziale che incontreremo più avanti)
la probabilità gioca un ruolo determinante, quest’ultima è invece sostanzialmente
estranea alla statistica descrittiva che meglio si adatta alla prima eventualità.
Noi cominceremo la nostra discussione proprio con la statistica descrittiva, ma sarà
comunque utile osservare preliminarmente che in essa saranno inevitabilmente intro-
dotti concetti, notazioni e risultati che si svilupperanno in un evidente parallelismo
con analoghi concetti, notazioni e risultati già definiti nella parte di calcolo delle
probabilità. Sarà cura dell’autore sottolineare somiglianze e differenza, ma il lettore
è fin da ora invitato ad esercitare la dovuta attenzione per evitare possibili confusioni
69
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
dagli elettori di un paese e via dicendo. Si noti però che la differenza principale
fra i due tipi di dati non consiste nel fatto formale di essere rappresentati o meno
da numeri: in fondo potremmo convenzionalmente rappresentare anche i colori, i
gruppi sanguigni e i partiti degli esempi precedenti con dei numeri. Quel che invece
è profondamente diverso è il significato di questi numeri. Cosı̀ ad esempio, il colore
rosso delle palline di un’urna potrebbe essere per comodità rappresentato con un
numero, ma questa sarebbe un’associazione convenzionale e il numero scelto (1, 2
o indifferentemente qualsiasi altro numero) non modificherebbe in nulla l’esito della
nostra analisi. Invece i numeri che rappresentano i redditi dei cittadini di un paese
non possono essere assegnati arbitrariamente senza perdere completamente il loro si-
gnificato. Questa differenza è anche alla base del fatto che taluni indicatori statistici
(medie, mediane, varianze ...) hanno un senso solo nel caso di dati quantitativi e
non in quelli di dati qualitativi: ad esempio è perfettamente sensato chiedersi quale
è il reddito medio dei cittadini di un paese, mentre non avrebbe alcun significato
il concetto di colore medio, o di partito medio, e questo anche se i dati qualitativi
fossero rappresentati da numeri
Nel linguaggio della statistica l’insieme dei soggetti presi in considerazione nella
discussione di un determinato problema (animali di una specie, palline in un’ur-
na, cittadini di un paese) costituisce una popolazione, mentre le caratteristiche
X, Y, . . . che vengono osservate (colore, gruppo sanguigno, reddito, peso . . . ) pren-
dono il nome di caratteri e si distinguono in caratteri quantitativi o numerici,
e caratteri qualitativi in base al tipo di dati ricavati dalle osservazioni. I caratteri
numerici sono poi a loro volta distinti in altre due categorie: quelli che assumano
valori discreti (ad esempio il numero di figli delle famiglie di un dato paese), e
quelli che assumono valori continui (il peso o l’altezza degli individui di una popo-
lazione). I possibili valori assunti da caratteri numerici discreti (numero dei figli di
una famiglia), o da caratteri qualitativi (colori delle palline in un’urna) si chiamano
anche modalità. Cosı̀ ad esempio: il peso dei cittadini di un paese è un carattere
numerico continuo; il gruppo sanguigno degli individui di un gruppo è un carattere
qualitativo con 4 modalità (A, B, AB e 0); il numero di figli delle famiglie di un
paese è un carattere numerico discreto le cui modalità sono i numeri interi, e cosı̀
via. Come vedremo meglio nel Capitolo 7, infine, potremo avere anche dati multi-
dimensionali, nel senso che su ogni individuo considerato si possono misurare due
o più caratteri. Ad esempio se si misurano l’età e, il peso p e il reddito r dei cittadini
di un dato paese, ad ogni individuo sarà associata una terna di numeri (e, p, r): ma
questo sarà oggetto della statistica descrittiva multivariata
Nell’ambito della statistica descrittiva si suppone sempre di avere a disposizione
i dati relativi a tutta la popolazione di nostro interesse che, quindi, dovrà contenere
un numero finito n di individui. I nostri insiemi di dati, chiamati campioni, saranno
pertanto n-ple di simboli (eventualmente anche di numeri) del tipo x1 , . . . , xn , ed
esauriranno tutta la popolazione considerata. Si noti, però, a questo proposito
che in genere il procedimento avviene in senso inverso: si parte dai dati e poi si
stabilisce – in base alle necessità dello sperimentatore – quale è la popolazione di
70
6.1 Dati e frequenze
71
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
N1 + . . . + NM = n p1 + . . . + pM = 1 (6.4)
FM = n fM = 1
Nk
Nk = #{j : xj ∈ Bk } pk = k = 1, . . . , M
n
Le corrispondenti frequenze cumulate assoluta Fk e relativa fk si definiscono
poi come in Definizione 6.1 tramite le (6.3), e indicano rispettivamente il numero o
la frazione di dati xj che cadono all’interno dell’unione dei primi k sotto-intervalli,
ovvero che sono minori o uguali dell’estremo destro di Bk
72
6.2 Tabelle e grafici
3 0 3 1 1 1 2 4 1 3 2 1 0 2 1 3 3 0 2 1
3 4 3 1 3 4 1 5 0 2 0 4 1 4 2 2 2 1 2 3
2 3 2 2 3 3 2 1 2 1
k 0 1 2 3 4 5
Nk 5 13 14 12 5 1
Fk 5 18 32 44 49 50
pk 0.10 0.26 0.28 0.24 0.10 0.02
fk 0.10 0.36 0.64 0.88 0.98 1.00
Tabella 6.2: Frequenze e frequenze cumulate, assolute e relative, per i dati riportati
in Tabella 6.1.
numero di ritrovamenti di X nella classe k-ma. Bisogna però osservare subito che
in questo secondo caso i valori delle frequenze dipendono dalla collocazione e dalla
ampiezza delle classi Bk , che sono scelte in maniera largamente arbitraria. Come
vedremo in alcuni esempi successivi, infatti, la determinazione della collocazione
e delle ampiezze delle classi può rivelarsi cruciale per mettere in evidenza (o per
nascondere) alcune caratteristiche dei dati
73
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
pk
0.2
0.1
k
0 1 2 3 4 5
Figura 6.1: Diagramma a barre delle frequenze relative pk dei dati della Tabella 6.1.
la cui area è uguale al valore della k-ma frequenza assoluta o relativa. Siccome le
ampiezze |Bk | = bk − ak delle varie classi (basi dei rettangoli) possono essere diverse,
in generale le altezze dei rettangoli non saranno più proporzionali alle frequenze
assolute o relative, ma saranno rispettivamente
Nk pk
Hk = hk = (6.6)
bk − a k bk − ak
A parità di frequenze, quindi, classi molto ampie tenderanno ad avere rettangoli
più bassi, e viceversa. Solo nel caso in cui le ampiezze |Bk | fossero scelte tutte
uguali le altezze dei rettangoli sarebbero nuovamente proporzionali alle frequenze
(assolute o relative) delle classi. Noteremo infine che anche le frequenze cumulate
sono ovviamente suscettibili di rappresentazioni grafiche che però noi, per brevità,
trascureremo limitandoci a riportare i loro valori nelle tabelle di frequenza
74
6.2 Tabelle e grafici
0.30 1.03 1.08 1.22 1.46 1.62 2.01 2.17 2.27 2.31
2.33 2.41 2.49 2.49 2.57 2.58 2.59 2.63 2.75 2.75
2.84 2.93 2.95 3.08 3.09 3.23 3.27 3.27 3.28 3.37
3.39 3.42 3.47 3.49 3.56 3.60 3.78 3.78 3.79 3.87
3.91 3.91 3.95 3.95 3.96 4.02 4.11 4.12 4.12 4.22
4.31 4.35 4.58 4.69 4.76 4.89 5.12 5.18 5.20 5.34
5.34 5.37 5.40 5.46 5.54 5.62 5.64 5.64 5.68 5.71
5.73 5.94 6.10 6.19 6.24 6.28 6.31 6.33 6.35 6.40
6.44 6.44 6.55 6.56 6.63 6.68 6.73 6.75 6.89 6.99
7.01 7.08 7.11 7.15 7.26 7.44 7.47 7.93 8.21 8.44
75
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
0.4
0.1
0.2
2 4 6 8 10 2 4 6 8 10
0.2 0.2
0.1 0.1
2 4 6 8 10 2 4 6 8 10
Figura 6.2: Istogrammi dei dati riportati in Tabella 6.3. I due istogrammi in alto si
riferiscono a classi di ampiezze rispettivamente 2.0 e 0.1. L’istogramma in basso a
sinistra è invece costruito con classi di ampiezza 0.5, mentre quello in basso a destra
è costruito con classi di ampiezza variabile.
grossolana, mentre quello con le classi meno ampie (ampiezza 0.1, in alto a destra)
dà una rappresentazione piuttosto confusa. Viceversa l’istogramma con classi di
ampiezza 0.5 (in basso a sinistra) sembra avere un aspetto più equilibrato, e mostra
alcune caratteristiche dei dati che non appaiono negli altri due: in particolare esso
indica che le frequenze presentano due massimi relativi in corrispondenza delle classi
[3.0, 3.5], [3.5, 4.0] e [6.0, 6.5]. Questa struttura dell’istogramma è interessante da
un punto di vista statistico in quanto potrebbe indicare che la nostra popolazione è
in realtà composta della sovrapposizione di due popolazioni con proprietà differenti:
una con valori del carattere prevalentemente compresi fra 3 e 4, e l’altra con valori
del carattere prevalentemente vicini a 6. Tale suggerimento va invece completamente
perduto nelle rappresentazioni con intervalli troppo larghi o troppo stretti
Infine sempre nella stessa Figura 6.2 è stato riportato un quarto istogramma dello
stesso campione costruito con classi di ampiezze diverse fra loro. In particolare,
con riferimento al terzo istogramma con i 20 intervalli di ampiezza 0.5, sono stati
unificati gli intervalli con le frequenze più basse che si trovano a sinistra, a destra e al
centro, evitando cosı̀ di riportare oscillazioni poco significative. Si vede in definitiva
che la scelta delle classi modifica l’aspetto dell’istogramma, volta a volta mettendo
in evidenza o nascondendo alcune caratteristiche dei dati. Non ci sono però delle
76
6.3 Moda, media e varianza
regole per scegliere le classi nella maniera migliore, e d’altra parte non è detto che
quel che viene messo in evidenza da un particolare istogramma sia poi in realtà
statisticamente significativo. Il ricercatore avveduto, guidato dalla sua esperienza,
farà diversi tentativi, e cercherà successivamente delle conferme per le conclusioni
suggerite dalle diverse rappresentazioni dei suoi dati
77
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
1∑
n
x1 + . . . + xn
mX = x = = xj
n n j=1
I pesi di una media pesata sono una misura dell’importanza relativa dei dati nella
media: la media aritmetica è un caso particolare di media pesata quando tutti i pesi
sono uguali fra loro, cioè qj = 1 /n , e i dati hanno tutti la stessa importanza
Teorema 6.8. Dato un campione x1 , . . . , xn di un carattere numerico discreto X
con modalità w1 , . . . , wM , e dette pk le frequenze relative di tali modalità, si ha
∑
M
mX = x = pk wk (6.7)
k=1
ovvero la media di un campione numerico discreto è anche la media pesata delle sue
modalità wk , usando come pesi le frequenze relative pk
Dimostrazione: Basterà osservare che per (6.2) npk = Nk è il numero degli ele-
menti del campione che assume il valore wk , e quindi che
1∑ ∑
n M
np1 w1 + . . . + npM wM
x= xj = = pk wk
n j=1 n k=1
78
6.3 Moda, media e varianza
y = ax + b = a x + b
Dimostrazione: Si ha infatti
( )
1∑ 1∑ 1∑ 1∑
n n n n
y= yj = (axj + b) = a xj + b = ax + b
n j=1 n j=1 n j=1 n j=1
100 5 160
yj = (xj − 32) = xj − (6.8)
180 9 9
e poi calcolare la media y. Il calcolo sarebbe ripetitivo e laborioso, e d’altra parte
potrebbe essere noto solo il valore di x, e non quello delle singole misure. Possiamo
però applicare il Teorema 6.9 visto che la relazione (6.8) è proprio del tipo yj =
axj + b con a = 5 /9 e b = 160 /9 . Un semplice calcolo conduce allora al valore
100 100
y= (x − 32) = (50 − 32) = 10 ◦ C
180 180
Teorema 6.11. Dati due campioni x1 , . . . , xℓ e y1 , . . . , ym con medie x e y, e detto
z1 , . . . , zn = x1 , . . . , xℓ , y1 , . . . , ym il campione ottenuto unificando i primi due con
n = ℓ + m, si ha
ℓx + my
z=
n
79
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
∑
M
bX =
m bk
pk w (6.9)
k=1
b X ≃ mX
m
cioè un’approssimazione utile nel caso in cui non è nota l’intera tabella dei dati, ma
solo la tabella delle frequenze relative in certe determinate classi. L’approssimazione
si basa sull’identificazione di tutti i valori xj che cadono nella classe Bk con il suo
valore centrale wbk pesato con la frequenza relativa nella classe k-ma
Esempio 6.14. Se nell’Esempio 6.4 fosse conosciuta solo la Tabella 6.4 delle classi e
delle frequenze relative (o un’altra analoga, basata su una diversa scelta delle classi),
e non l’intera Tabella 6.3 dei dati, il calcolo esatto della media mX di Definizione 6.7
non sarebbe possibile. Dalla Tabella 6.4 si ricava però facilmente la Tabella 6.5 che
80
6.3 Moda, media e varianza
bk
w 1 3 5 7 9
pk 0.06 0.39 0.27 0.26 0.02
Tabella 6.5: Tabella dei dei valori centrali e delle frequenze relative del campione di
Tabella 6.3 raggruppando i dati nelle 5 classi di ampiezza 2.0
individua anche i valori centrali, e da (6.9) si può quindi ottenere la media per
dati raggruppati m b X = 4.58. D’altra parte se utilizzassimo i dati originali della
Tabella 6.3 e la Definizione 6.7 si otterrebbe il valore esatto mX = 4.56 della media,
verificando cosı̀ che l’approssimazione ottenuta con m b X è piuttosto buona anche
se le classi scelte sono ampie. È intuitivo, comunque, riconoscere che il valore
approssimato è tanto più affidabile quanto più le classi sono ristrette
1∑
n
s2X = (xj − x)2 = (x − x)2 (6.10)
n j=1
che fornisce una misura dell’importanza relativa della deviazione standard rispetto
alla media
Le quantità introdotte nella precedente definizione sono tutte misure della disper-
sione dei dati attorno alla media x. In particolare grandi valori della varianza s2X
indicano che ci sono delle xj anche molto lontane da x, mentre piccoli valori di s2X
indicano che il campione è piuttosto concentrato attorno a x. Il caso limite s2X = 0,
poi, implica che tutti i valori xj coincidono con x
∑
M
s2X = pk (wk − x)2 (6.11)
k=1
81
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
Dimostrazione: Come per il Teorema 6.8 basterà osservare che per (6.2) npk = Nk
è il numero degli elementi del campione che assume il valore wk , e quindi che dalla
Definizione 6.15 si ha
dove x2 indica la media dei quadrati del campione, e x2 il quadrato della sua media.
In particolare, se X fosse un carattere numerico discreto con modalità wk , la (6.12)
si scriverebbe anche come
(M )2
∑
M ∑
s2X = pk wk2 − pk wk (6.13)
k=1 k=1
1∑ 1∑ 2
n n
s2X = (xj − x)2 = (x + x2 − 2xj x)
n j=1 n j=1 j
1∑ 2 1∑ 2 1∑ 1∑ 2
n n n n
= xj + x − 2x xj = x + x2 − 2x2
n j=1 n j=1 n j=1 n j=1 j
= x2 − x2
82
6.3 Moda, media e varianza
1∑ 1∑ a2 ∑
n n n
s2Y = (yj − y) =
2
(axj + b − ax − b) =
2
(xj − x)2 = a2 s2X
n j=1 n j=1 n j=1
1∑
n
E(a) = (xj − a)2 = (x − a)2
n j=1
s2X = E(x)
Ma la media x non è solo una tra le tante possibili scelte del valore di a: essa gioca
infatti un ruolo particolare come mostrato dal successivo teorema
mX = x = 0 s2X = 1
83
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
xj − x
x∗j =
sX
x x s2X
x∗ = ax + b = − =0 s2X ∗ = a2 s2X = 2 =1
sX sX sX
per cui x∗1 , . . . , x∗n risulta standardizzato
sbX2 ≃ s2X
cioè un’approssimazione utile nel caso in cui non è nota l’intera tabella dei dati,
ma solo la tabella delle frequenze relative in certe determinate classi. Come si
vedrà nell’esempio numerico seguente, comunque, l’approssimazione fornita dalla
formula (6.14) è meno precisa dell’approssimazione alla media ottenuta con m bX
dalla (6.9): questo è dovuto innanzitutto alla presenza di potenze quadratiche e può
essere parzialmente corretto passando alle deviazioni standard sX e sbX
Esempio 6.24. Riprendiamo i dati dell’Esempio 6.4 riportati in Tabella 6.3 – per i
quali nell’Esempio 6.14 abbiamo già calcolato la media mX = 4.56 (dopo arrotonda-
mento alla seconda cifra decimale) – e calcoliamone ora la varianza. Un’applicazione
diretta della (6.10) di Definizione 6.15 ai dati della Tabella 6.3 fornisce un valore
84
6.4 Mediana, quartili e quantili
(sempre arrotondato alla seconda cifra decimale) di s2X = 3.40, ma il calcolo è ab-
bastanza laborioso. Per semplificarlo può essere conveniente in questi casi applicare
innanzitutto il Teorema 6.17: usando la (6.12) si ottiene infatti lo stesso risultato
ricavato dalla Definizione 6.15 con qualche alleviamento della procedura
I risultati fin qui ottenuti (sebbene arrotondati alla seconda cifra decimale) sono
stati tutti calcolati usando le formule esatte (6.10) e (6.12), ma prevedono l’ese-
cuzione ripetitiva di somme con un centinaio di addendi. Usando invece i dati di
Tabella 6.5 e le formule per dati raggruppati i calcoli sono molto più veloci (le
somme si riducono a soli 5 addendi), ma inevitabilmente approssimati. Ricordia-
mo infatti dall’Esempio 6.14 che con la media per dati raggruppati (6.9) avevamo
già ottenuto per la media un valore approssimato di m b X = 4.58: calcolando ora
da (6.14) anche la varianza per dati raggruppati si ottiene per la varianza il valore
approssimato di sbX2 = 3.70. Si noti che mentre lo scarto sull’approssimazione della
media è solo di mb X − mX = 0.02, per la varianza si ha sbX2 − s2X = 0.30; la precisione
però migliora se si passa alle deviazioni standard sbX − sX = 1.92 − 1.84 = 0.08
Sulla base dei campioni ordinati introdurremo ora una serie di concetti che riecheg-
giano quelli definiti – a partire dalle distribuzioni teoriche – nella Sezione 3.5 della
parte di Probabilità. In quella discussione, però, per evitare complicazioni, ci era-
vamo limitati al caso di v-a continue: qui invece, usando campioni empirici, talune
ambiguità saranno inevitabili e dovremo introdurre delle opportune procedure per
dare un senso preciso alle nostre definizioni
85
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
Esempio 6.26. Tornando all’esempio della Figura 6.3, per il primo quartile si trova
α(n + 1) = 17 /4 = 4.25, per cui q 1 /4 sarà il numero esattamente a metà strada fra
x[4] e x[5] , cioè
x[4] + x[5]
q 1 /4 =
2
17
mentre per la mediana abbiamo α(n + 1) = /2 = 8.50, per cui
x[8] + x[9]
q 1 /2 =
2
In questo modo, non solo i risultati sono coerenti con le nostre precedenti osserva-
zioni, ma i quantili assumono anche un preciso valore senza ambiguità di nessun
genere. D’altra parte se il campione fosse composto di n = 17 elementi, per la me-
diana avremmo α(n+1) = 18 /2 = 9, e quindi si otterrebbe semplicemente q 1 /2 = x[9] ,
86
6.4 Mediana, quartili e quantili
valore che divide il campione in due parti uguali di 8 elementi ciascuna; invece per
il primo quartile avremmo α(n + 1) = 18 /4 = 4.50 sicché q 1 /4 sarebbe ancora una
volta la media di x[4] e x[5]
Riprendendo infine la Tabella 6.3 dei dati dell’Esempio 6.4 abbiamo ora n = 100:
per la mediana abbiamo allora che α(n + 1) = 101 /2 = 50.5, e quindi useremo (6.15)
con j 1 /2 = 50 cioè
x[50] + x[51] 4.22 + 4.31
q 1 /2 = = = 4.265
2 2
Analogamente per il primo e il terzo quartile si ha rispettivamente α(n+1) = 101 /4 =
25.25, e α(n + 1) = 3 × 101 /4 = 75.75, per cui j 1 /4 = 25, e j 3 /4 = 75; pertanto i
quartili sono
x[25] + x[26] 3.09 + 3.23
q 1 /4 = = = 3.16
2 2
x[75] + x[76] 6.24 + 6.28
q 3 /4 = = = 6.26
2 2
87
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
10 20 30 40 50
Figura 6.5: Distribuzione del salario dei dipendenti di un’azienda (Esempio 6.28)
x[9] rimane a destra di x[5] , la mediana mantiene lo stesso valore x[5] perché questo
dipende solo dal numero dagli elementi alla sua destra e alla sua sinistra. Non av-
viene invece la stessa cosa per la media x il cui valore dato dalla Definizione 6.7 è
ovviamente sensibile a tutte le variazioni di x[9] : in questo senso si usa dire che la
mediana è un indice più robusto della media
Esempio 6.28. La mediana è un indice utile soprattutto nei casi in cui la media
rischia di non essere particolarmente rappresentativa. Supponiamo di considerare
un’azienda con 1 000 impiegati e operai, e 100 dirigenti, e supponiamo che l’istogram-
ma dei redditi di tutti i dipendenti sia come quello di Figura 6.5: i redditi dei 1 000
impiegati e operai (in qualche opportuna unità di misura che qui non è importante
precisare) sono concentrati attorno a 5, mentre quelli dei dirigenti si distribuiscono
attorno a 50. Per determinare un valore tipico per i salari dei dipendenti potrem-
mo scegliere fra media e mediana, ma dai valori del campione – qui non riportati
– si ottiene che la mediana è 5.13 mentre la media è 9.08: un valore quasi doppio.
In questo caso la mediana è l’indicatore più significativo con un valore prossimo a
quello di più del 90% dei dipendenti. La media invece, che risente molto dell’elevato
valore dei salari del piccolo numero dei dirigenti, è meno rappresentativa
88
6.5 Momenti, asimmetria e curtosi
Tabella 6.6: Campioni (ordinati) utilizzati per i boxplot della Figura 6.6.
x y z
Figura 6.6: Esempi di boxplot costruiti sui tre campioni riportati nella Tabella 6.6
1∑ k 1∑
n n
mk = x = xk ek =
m (xj − x)k = (x − x)k
n j=1 j n j=1
89
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
0.3 0.2
0.2
0.1
0.1
-1 1 3 5 7 9 -1 1 3 5 7 9
Figura 6.7: Istogrammi di dati con diversa asimmetria: g1 = 0.02 per il primo, e
g1 = 1.56 per il secondo.
Si noti che, scambiando i ruoli delle attese di v-a con quelli delle medie dei campioni,
i momenti della Definizione 6.30 corrispondono esattamente agli analoghi (e omo-
nimi) concetti della Definizione 4.12. Anche in statistica i momenti sono indici che
generalizzano medie e varianze e forniscono ulteriori informazioni sulla dispersione,
la simmetria e in generale la forma della distribuzione del campione. In particolare
l’indice di asimmetria g1 prende valori prossimi a zero se i dati si distribuiscono
in maniera simmetrica attorno alla media, mentre prende valori apprezzabilmente
diversi da zero se la distribuzione è asimmetrica (vedi Figura 6.7). Il valore di g1
può essere positivo o negativo: valori positivi indicano la presenza di code verso de-
stra; valori negativi sono invece associati a code verso sinistra. La curtosi g2 invece
assume solo valori positivi perché coinvolge solo medie di potenze pari dei dati: essa
è legata alla velocità con cui l’istogramma tende a zero allontanandosi dal valore
medio. In particolare la curtosi ha valori vicini a zero quando le code dell’istogram-
ma sono corte, cioè quando l’istogramma si annulla rapidamente; viceversa assume
valori grandi e positivi quando ci sono code lunghe, cioè quando sono presenti dati
anche molto lontani dalla media (vedi Figura 6.8)
90
6.6 Medie generalizzate
0.3
0.3
0.2
0.2
0.1 0.1
-6 -4 -2 0 2 4 6 8 -6 -4 -2 0 2 4 6 8
Figura 6.8: Istogrammi di dati con diversa curtosi: g2 = 2.59 per il primo, e g2 = 7.76
per il secondo.
L’introduzione delle medie generalizzate è motivata dal fatto che in generale, per
ragioni derivanti dal particolare problema discusso, può essere più significativo ese-
guire la media non direttamente sui dati xj , ma sui dati trasformati con una qual-
che funzione h(xj ): il risultato viene poi ri-trasformato all’indietro mediante la
h−1 (y). Le medie geometrica, armonica e quadratica sono i casi più noti ti tali
medie generalizzate e il loro significato sarà chiarito con la discussione di alcuni
esempi
Esempio 6.32. Supponiamo che una certa quantià di denaro C sia stata investita
a tassi di interesse che vengono aggiornati ogni mese, e supponiamo di indicare con
r1 , . . . , rn tali tassi di interesse nel suddetto periodo di n mesi. Questo significa che
dopo il primo mese il capitale C diventa (1 + r1 )C e, supponendo che questo venga
interamente re-investito al tasso r2 , dopo il secondo mese troveremo (1+r2 )(1+r1 )C,
e cosı̀ via fino al tempo n. Cosa possiamo allora intendere come rendimento
medio r del nostro investimento su n mesi? Invece di eseguire una semplice media
dei coefficienti di aggiornamento 1 + rk si ragiona nel modo seguente seguente: r è
il tasso di interesse costante che applicato per n mesi produce lo stesso aumento di
capitale prodotto dalla applicazione successiva dei tassi r1 , . . . , rn . In altre parole r
91
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
(1 + r)n C = (1 + r1 ) · . . . · (1 + rn )C
e quindi in definitiva si ha
√
1+r = n
(1 + r1 ) · . . . · (1 + rn )
Esempio 6.33. Supponiamo che una ditta produttrice di automobili svolga la sua
attività in n stabilimenti ciascuno dei quali ha un suo tempo di produzione Tk , nel
senso che essi producono una automobile rispettivamente nei tempi T1 , . . . , Tn : quale
valore dovremmo considerare come tempo medio T di produzione di tutta la ditta?
In questo caso adotteremo il seguente criterio: T è il tempo di produzione con il
quale la ditta, nell’unità di tempo, produrrebbe complessivamente un numero di auto
uguale a quello prodotto con i tempi T1 , . . . , Tn . Siccome ogni stabilimento produce
1
/Tk automobili nell’unità di tempo, il nostro criterio impone che
n 1 1
= + ... +
T T1 Tn
ovvero
1
T = ( )
1 1 1
n T1
+ ... + Tn
92
Capitolo 7
B1 ... Bs
A1 N1,1 ... N1,s N1,·
.. .. ... .. ..
. . . .
Ar Nr,1 ... Nr,s Nr,·
N·,1 ... N·,s n
93
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
n del campione. Si noti che, per un dato j la marginale Nj,· è la somma delle Nj,k
della sua riga, mentre per un dato k la marginale N·,k è la somma delle Nj,k della sua
colonna; infine anche la numerosità totale n è la somma delle marginali (sia sulla
riga che sulla colonna). In maniera del tutto analoga si costruisce anche la tabella
di contingenza delle frequenze relative congiunte e marginali, cioè delle
Nj,k Nj,· N·,k
pj,k = pj,· = p·,k =
n n n
In questo caso però, a causa della normalizzazione (6.4) delle frequenze relative,
nell’angolo destro in basso comparirà 1 invece di n
Esempio 7.1. Nella Tabella 7.2 sono riportati in forma di tabella di contin-
genza i dati relativi alla scelta della facoltà universitaria di n = 10 000 studenti
incrociandoli con quelli relativi all’attività lavorativa del padre come indicatore della
loro estrazione sociale. I due caratteri sono quindi qualitativi, e le loro modalità
sono le facoltà e le estrazioni sociali. I dati nella parte centrale della tabella rappre-
sentano i numeri di studenti di una determinata estrazione sociale che hanno scelto
di iscriversi a una particolare facoltà. Le frequenze marginali mettono in eviden-
za sia la la composizione sociale complessiva degli studenti universitari (marginali
verticali), che il gradimento riscosso dalle diverse facoltà universitarie (marginali
orizzontali). Infine un’analisi più attenta (anche usando strumenti che sviluppere-
mo nel seguito) può mettere in evidenza la relazione che intercorre fra l’estrazione
socio–professionale della famiglia degli studenti e la scelta della facoltà universitaria
Una tabella di contingenza può comunque essere redatta anche per modalità
numeriche continue, ma in questo caso – come per gli istogrammi – bisognerà rag-
gruppare i dati in classi con una opportuna (e arbitraria) suddivisione in intervalli.
Nel caso di modalità numeriche e continue, però, è possibile e molto utile rappre-
sentare graficamente i dati in un piano Cartesiano x, y come punti con coordinate
94
7.1 Statistica bivariata
y A y B
y C y D
Figura 7.1: Vari esempi di conformazioni degli scatter plot di dati bidimensionali,
numerici9 e continui
(x1 , y1 ), . . . , (xn , yn ): un grafico che porta anche il nome di scatter plot. La confor-
mazione della nuvola di punti dello scatter plot fornisce infatti una prima, suggestiva
indicazione sulla eventuale relazione intercorrente fra i due caratteri X e Y . Nella
Figura 7.1 sono riportati alcuni esempi di scatter plot di campioni con n = 100
punti, e con conformazioni differenti: innanzitutto nel caso A i punti sono disposti
in modo da non suggerire nessun tipo di dipendenza tra i due caratteri X e Y , nel
senso che la distribuzione delle Y è poco sensibile a variazioni del valore delle X.
Invece in B si nota che i valori di Y tendono ad crescere (decrescere) quando anche
i valori di X crescono (decrescono); anzi la conformazione della nuvola indica una
approssimativa dipendenza funzionale lineare del tipo Y = aX + b con a > 0. Anche
nel caso C i dati mostrano una analoga dipendenza approssimativamente lineare,
ma questa volta con a < 0: infatti ora i valori di Y tendono a crescere (decrescere)
quando i valori di X decrescono (crescono). Infine il caso D suggerisce una dipen-
denza non lineare, approssimativamente parabolica, tra i due caratteri dato che i
valori di Y crescono quando i valori di X si allontanano – nei due versi – dal centro
della nuvola
95
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
1∑
n
sXY = (x − x)(y − y) = (xi − x)(yi − y)
n i=1
dove xy indica la media dei prodotti xi yi , e x y il prodotto delle due medie separate.
Dimostrazione: Questa proprietà, che generalizza la (6.12) per la varianza, si di-
mostra come l’analoga proprietà (4.15) per v-a sostituendo le medie ai valori d’attesa:
si ha infatti dalla Definizione 7.2
1∑ 1∑
n n
sXY = (xi − x)(yi − y) = (xi yi − x yi − xi y + x y)
n i=1 n i=1
x∑ y∑
n n
= xy − yi − xi + x y = xy − 2x y + x y = xy − x y
n i=1 n i=1
come enunciato in (7.2)
96
7.2 Covarianza, correlazione e regressione
−1 ≤ rXY ≤ +1
1∑
n
E(a, b) = [y − (ax + b)]2 = [yi − (axi + b)]2 .
n i=1
Siccome in generale i punti di uno scatter plot non saranno allineati lungo una
retta, è evidente che – comunque siano scelti i numeri a e b – per ogni elemento
(xi , yi ) del campione risulterà yi ̸= axi + b. In tal caso yi − (axi + b) sarà lo scarto
fra le due quantità e l’eqm E(a, b) sarà una misura complessiva dell’errore che si
97
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
2∑ 2∑
n n
∂E ∂E
=− xi [yi − (axi + b)] =− [yi − (axi + b)]
∂a n i=1 ∂b n i=1
Per la prima equazione osserviamo invece che, da (7.4) e dai Teoremi 6.17 e 7.4, il
suo primo membro diviso per n diviene
1∑ 1∑ a∑ 2 1∑
n n n n
xi [yi − (axi + b)] = xi yi − xi − (y − ax) xi
n i=1 n i=1 n i=1 n i=1
( )
= xy − a x2 − (y − ax)x = xy − x y − a x2 − x2
= sXY − as2X
98
7.2 Covarianza, correlazione e regressione
y A y B
x x
Figura 7.2: Esempi di rette di regressione per dati bivariati. Nel caso A il coefficiente
di correlazione è rXY = 0.72, mentre nel caso B è rXY = −0.14
Esempio 7.9. Due esempi di rette di regressione sono riportati nella Figura 7.2.
Nella parte A la retta, i cui coefficienti a e b sono calcolati a partire dal Teorema 7.8,
offre una descrizione approssimata ma abbastanza significativa della relazione che
intercorre fra i dati del campione: c’è infatti una evidente tendenza delle yi a cresce-
re (linearmente) quando le xi crescono, anche se non si può supporre una dipendenza
99
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
strettamente funzionale fra gli elementi del campione. Nel caso in questione, peral-
tro, il coefficiente di correlazione rXY = 0.72 ha un valore abbastanza elevato (vicino
a 1) e positivo da suggerire una effettiva correlazione positiva fra i caratteri X e Y
rappresentata da una retta con pendenza positiva. Un coefficiente di correlazione
rXY , e i parametri a e b di una retta di regressione posson sempre essere calcolati
a partire da un dato campione bivariato (x1 , y1 ), . . . , (xn , yn ). Bisogna però evitare
di pensare che cercare una qualche relazione lineare fra X e Y sia in ogni caso ra-
gionevole. Nella parte B della Figura 7.2, infatti, si può vedere lo scatter plot di un
campione in cui la relazione fra X e Y è presumibilmente non lineare (piuttosto sem-
bra parabolica): anche in questo caso la retta di regressione può essere determinata,
ma un’approssimazione lineare è ora evidentemente poco significativa
nella quale la riga j-ma è il vettore xj , mentre la colonna k-ma è l’insieme dei valori
assunti dal carattere Xk . Si consiglia di consultare l’Appendice D.1 per qualche
richiamo di calcolo vettoriale. Teoricamente, come nel caso p = 2 studiato nella
Sezione 7.1, i vettori xj possono essere rappresentati come uno scatter plot di n
punti nello spazio p-dimensionale Rp , ma una simile rappresentazione è irrealizzabile
in pratica per p > 3, sicché saremo obbligati a sviluppare altri strumenti di analisi
1∑
n
x· k = xjk k = 1, . . . , p
n j=1
1∑ 1∑
n n
skℓ = (xjk − x· k )(xjℓ − x· ℓ ) = xjk xjℓ − x· k x· ℓ k, ℓ = 1, . . . , p
n j=1 n j=1
100
7.4 Componenti principali
1∑ 1∑ 2
n n
skk = s2· k = (xjk − x· k )2 = x − x2· k k = 1, . . . , p
n j=1 n j=1 jk
1∑
n
∆= |xj − x|2
n j=1
skℓ = sℓ k rkℓ = rℓ k
101
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
102
7.4 Componenti principali
Pertanto il versore v che rende massima la varianza s2Y (v) è l’autovettore v1 asso-
ciato all’autovalore più grande λ1 ; limitandosi poi ai versori v ortogonali a v1 , il
versore per il quale s2Y (v) è massima è v2 , e cosı̀ via per tutti gli altri autovettori.
Infine per la dispersione totale ∆ del campione x1 , . . . , xn si ha
∑
p
∆= λk (7.9)
k=1
il che prova anche la (7.7). Inoltre per definizione s2Y (vk ) è non negativa, sicché anche
gli autovalori della matrice di covarianza sono sempre non negativi. La (7.8), che non
dimostriamo, ci dice che la varianza massima si ottiene scegliendo come direzione
di proiezione l’autovettore v1 associato all’autovalore più grande λ1 . Infine la (7.9)
(anch’essa non dimostrata) spiega come la dispersione totale ∆ si decompone nella
somma delle dispersioni associate ad ogni autovalore λk
È evidente ora che il Teorema 7.11 ci permette di applicare Criterio di rappresen-
tazione ottimale in maniera precisa, ma prima conviene aggiungere un’osservazione
importante. Un campione multivariato ∥xjk ∥ è in generale composto di dati diso-
mogenei: in particolare questi potrebbero differire per i loro ordini di grandezza.
Supponiamo ad esempio di voler compilare una statistica relativa alle condizioni
meteorologiche di una località registrando pressione atmosferica (in mmHg), tem-
peratura (in o C ), velocità del vento (in Km/h) e copertura nuvolosa (in ottavi di
cielo coperto). Con le unità di misura tradizionali (indicate fra parentesi) le misure
di pressione saranno numeri dell’ordine di 103 , ma la copertura nuvolosa sarà un
numero intero da 1 a 8, la temperatura un numero dell’ordine delle diecine, e infine
la velocità del vento potrà variare da 0 fino a numeri dell’ordine di 102 . In queste
condizioni le quantità rappresentate dai numeri più grandi assumerebbero ingiusti-
ficatamente un peso sproporzionato rispetto alle altre. Siccome però le unità di
103
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
xjk − x· k
x∗jk =
s· k
dove abbiamo utilizzato notazioni della Definizine 7.10. I dati ∥x∗jk ∥, avendo ora
tutti media 0 e varianza 1, sono stati ridotti ad una scala in cui sono tutti numeri
di grandezza comparabile
Applicando allora il Teorema 7.11 ai nuovi dati standardizzati dobbiamo ricorda-
re da (7.3) che la matrice di covarianza delle ∥x∗jk ∥ non è nient’altro che la matrice
di correlazione delle ∥xjk ∥, sicché in conclusione, per evitare problemi di disomo-
geneità dei dati, è sempre consigliabile applicare il Teorema 7.11 usando la matrice
di correlazione R invece che quella di covarianza S. In questo caso si ottengono gli
stessi risultati del Teorema 7.11, con la differenza che ora bisognerà calcolare auto-
valori e autovettori della matrice di correlazione R invece che quelli della matrice di
covarianza S. Si può dimostrare, infine, che la somma degli autovalori della matrice
di correlazione è sempre uguale al numero p dei caratteri X1 , . . . , Xp , e quindi anche
che, in base al Teorema 7.11, la dispersione totale dei dati standardizzati è sempre
uguale a p
In conclusione, dovendo rappresentare un campione multivariato, adotteremo la
seguente Procedura:
104
7.4 Componenti principali
X2 X4
X1 X3
Figura 7.3: Rappresentazione di coppie di componenti dai dati della Tabella 7.3.
che le direzioni privilegiate per la proiezione sono proprio quelle degli autovettori
relative agli autovalori più grandi. Tutte queste osservazioni possono infine essere
riassunte nella definizione seguente
λk + λℓ
λ1 + . . . + λp
Esempio 7.13. Nella Tabella 7.3 sono riportate n = 100 misure di quattro caratteri
numerici continui (p = 4) ottenute con una simulazione: esse potrebbero rappresen-
tare le misure di quattro dimensioni fisiche di 100 animali di una data specie (altez-
za, lunghezza, . . .), o rilevazioni di quattro parametri economici relativi a 100 paesi
(popolazione, reddito pro capite, . . .), o altro ancora. Ovviamente è impossibile rap-
presentare graficamente i punti corrispondenti perché questi si trovano in uno spazio
a 4 dimensioni; si potrebbe però pensare di rappresentarne due componenti per volta
su un opportuno piano bidimensionale: un possibile scopo di questa analisi potrebbe
essere, per esempio, quello di studiare se i dati mostrano la tendenza a raggrupparsi
in due o più classi ( clusters), indicando in questo modo una classificazione dei nostri
100 soggetti in base alle misure effettuate. Cosı̀ gli animali della specie considerata
potrebbero essere classificati in due o più razze sulla base delle quattro dimensioni
105
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
X1 X2 X3 X4 X1 X2 X3 X4
3.061 2.417 3.924 3.361 2.558 3.502 2.548 3.616
3.189 3.696 1.514 4.073 2.839 1.095 2.667 3.061
3.433 3.560 2.820 5.040 3.408 3.244 2.129 3.762
3.249 2.806 2.528 1.544 2.070 2.269 4.173 2.251
3.400 3.198 3.236 4.241 3.058 2.531 3.351 3.729
2.147 1.087 1.659 3.518 3.026 3.096 2.107 3.238
1.838 1.384 1.977 2.199 3.437 3.896 2.235 3.295
2.891 3.343 4.174 4.100 2.818 2.941 3.660 3.680
3.603 3.306 2.906 3.035 3.695 3.188 3.286 3.088
3.725 1.099 3.179 2.964 3.836 3.378 2.965 3.595
2.687 2.823 2.134 2.476 0.992 3.124 1.138 4.959
2.404 3.475 2.457 3.559 3.927 3.153 1.099 1.753
3.159 2.699 2.680 2.523 4.113 1.713 2.669 2.624
2.182 2.359 3.184 3.992 2.774 2.714 3.324 2.532
4.071 3.024 2.443 3.937 2.965 2.352 2.154 1.980
3.351 4.206 2.377 2.232 1.875 4.419 3.043 3.156
0.935 3.531 3.954 1.215 2.876 2.437 2.661 3.543
3.579 3.852 2.307 3.235 3.314 3.848 2.957 2.125
2.086 3.428 3.129 4.731 2.390 3.892 2.768 3.288
0.765 3.760 3.036 2.454 2.859 2.689 2.538 2.518
3.853 1.755 2.898 2.604 3.166 3.625 2.679 2.307
4.767 3.575 1.736 2.690 2.925 3.647 3.179 3.342
3.138 2.528 2.438 4.704 1.927 4.173 3.250 2.178
1.429 2.864 3.256 2.436 3.529 4.558 2.532 3.071
3.558 3.411 3.341 1.656 2.363 3.697 2.946 2.422
5.739 4.882 4.442 5.697 3.909 5.353 5.358 4.472
4.722 3.856 5.223 5.300 6.166 6.079 4.190 5.167
5.366 5.293 6.676 3.362 4.701 5.506 4.473 4.999
4.223 5.348 5.197 6.689 3.683 5.229 3.216 5.201
4.669 5.667 7.106 5.797 4.689 4.948 5.699 5.261
5.119 6.221 3.844 5.445 4.655 4.616 4.471 5.130
4.894 5.768 5.779 5.298 4.268 5.178 6.439 4.327
4.775 5.016 3.917 5.770 4.215 7.500 4.981 4.983
5.643 3.663 5.926 5.561 4.666 4.568 5.605 3.760
4.128 3.485 4.394 4.232 4.493 5.253 3.842 6.306
5.640 4.501 5.438 4.808 4.793 5.769 5.136 5.434
3.546 6.051 5.467 6.610 5.937 4.383 5.171 6.327
6.504 5.075 6.572 5.937 4.753 6.663 3.348 5.095
4.532 4.019 5.422 3.788 4.905 5.107 4.997 5.624
4.884 5.052 5.072 4.963 5.467 4.798 4.651 4.980
4.666 5.672 5.527 5.346 4.629 4.459 5.378 4.685
4.630 3.929 4.952 4.814 3.480 4.244 4.542 4.206
5.785 5.280 5.260 3.721 3.469 7.792 5.108 3.423
4.171 5.004 5.074 4.813 5.926 5.510 4.978 5.144
5.020 4.721 6.992 4.161 4.541 3.735 4.427 4.340
3.856 5.492 5.111 4.547 3.891 4.352 3.805 4.663
5.521 4.918 4.869 3.736 5.418 4.546 4.485 5.366
5.743 4.291 3.891 5.352 5.327 4.709 4.195 5.736
4.317 4.597 5.968 4.831 6.966 5.292 4.989 5.437
4.133 5.867 5.258 5.699 4.891 4.513 5.264 5.354
Y2
Y1
Figura 7.4: Rappresentazione dei dati della Tabella 7.3 nel primo piano principale.
fisiche considerate; oppure i 100 paesi potrebbero essere classificati in diversi livelli
di sviluppo economico secondo i valori dei quattro indicatori rilevati, e cosı̀ via
Per ottenere una rappresentazione bidimensionale si potrebbe allora iniziare con
lo scegliere (in maniera arbitraria) due delle quattro componenti riportando le cor-
rispondenti coordinate su un piano cartesiano. Nella Figura 7.3 sono riprodotti
a titolo di esempio i punti che si otterrebbero considerando prima solo i caratteri
X1 , X2 , e poi gli altri due X3 , X4 dalla Tabella 7.3. Queste immagini – pur metten-
do in evidenza una certa correlazione fra i vari caratteri – non sembrano mostrare
una tendenza dei punti a raggrupparsi in classi con caratteristiche diverse. Altri
grafici si potrebbero ottenere scegliendo altre coppie di coordinate, ed altri ancora
considerando proiezioni su piani non coincidenti con gli originari piani coordinati, e
naturalmente, modificando questi piani, si potrebbero mettere in evidenza aspetti del
campione che altrimenti resterebbero nascosti. Ma è evidente che la ricerca della mi-
gliore rappresentazione non può essere eseguita per tentativi, soprattutto se – come
accade – il campione fosse più complesso di quello usato in questo esempio. D’altra
parte, siccome il nostro problema è quello di separare delle classi, il miglior criterio
di scelta sembra proprio quello di cercare la proiezione sul piano che rende massima
la dispersione dei punti proiettati, e quindi appare opportuno ricorrere all’analisi in
componenti principali esposta nella presente sezione
Seguendo la procedura suggerita, si comincia quindi (usando qualche opportuno
sistema di calcolo automatico) con la determinazione della matrice di correlazione
R dei dati della Tabella 7.3:
1.000 0.606 0.719 0.620
0.606 1.000 0.599 0.600
R = ∥rkℓ ∥ = 0.719 0.599 1.000 0.560
107
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
La rappresentazione grafica delle (yj1 , yj2 ) è riportata nella Figura 7.4 e mostra –
più chiaramente di quelle di Figura 7.3 – che è possibile separare i punti in due
gruppi abbastanza distinti, e che in particolare è soprattutto la coordinata yj1 che
suggerisce tale classificazione
I valori e i segni delle componenti degli autovettori vk hanno poi anche un loro
significato: esse indicano quanto e in che verso i caratteri originari Xk contribui-
scono alla combinazione che definisce i nuovi caratteri Yk . Supponiamo ad esempio
che le Xk siano misure di dimensioni fisiche di animali: il fatto che le componenti
di v1 abbiano valori abbastanza vicini e tutti dello stesso segno indica che Y1 è un
carattere che distingue gli n individui in base al valore di tutte le dimensioni fisiche
considerate. In pratica Y1 è una misura complessiva della grandezza dell’animale, e
distingue gli individui in animali grandi e piccoli. Negli altri autovettori, invece, le
componenti hanno segni differenti: questo indica che gli altri tre caratteri mettono
in contrasto i valori delle diverse dimensioni misurate e sono quindi indicatori della
forma dell’animale. In pratica essi distingueranno ad esempio gli individui in alti
e corti, bassi e lunghi e cosı̀ via. L’importanza che i diversi caratteri Yk assumono
nella classificazione è infine stabilita dal valore relativo degli autovalori λk
108
Capitolo 8
109
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
Definizione 8.1. Data una v-a X con distribuzione L, diremo che n v-a X1 , . . . , Xn
costituiscono un campione (aleatorio) di X se esse sono indipendenti e tutte
distribuite con la stessa legge L; si chiama poi statistica ogni v-a funzione del
campione
Un = u(X1 , . . . , Xn )
Se la legge L(θ) contiene un parametro sconosciuto θ, e noi vogliamo stimare una
sua funzione h(θ), chiameremo stimatore ogni statistica Un e diremo che
Eθ [Un ] = h(θ)
dove il simbolo Eθ indica che l’attesa è calcolata con la legge L(θ) supponendo
che θ abbia lo stesso valore che compare in h(θ) al secondo membro
Quando, come in questa definizione, una stima viene effettuata con il valore di un
solo stimatore Un si parla di stima puntuale
In linea di principio, dunque, uno stimatore è una qualsiasi v-a funzione del cam-
pione dato, che viene usata per stimare un h(θ). Ovviamente, però, uno stimatore
Un è buono solo se i suoi valori sono vicini al valore di h(θ). Questa richiesta spiega
l’introduzione dei concetti di stimatore non distorto e di stimatore consistente: essi
infatti, per definizione, garantiscono che Un prenda (sia in media, che al limite per
n → ∞) valori prossimi ad h(θ). In questo modo, inoltre, la scelta dei possibili sti-
matori accettabili si restringe molto anche se per il momento resta poco chiaro come
si deve procedere per determinare lo stimatore di una h(θ). Vedremo nei risultati e
negli esempi successivi che delle indicazioni più precise in merito vengono innanzi-
tutto dalla LGN, cioè dal Teorema 5.3. Troveremo però successivamente anche altri
metodi più generali (principio della Massima verosimiglianza) per determinare la
forma migliore di uno stimatore
Nel seguito utilizzeremo alcune notazioni già introdotte in precedenza: dato un
campione aleatorio X1 , . . . , Xn di n v-a indipendenti, tutte con la stessa legge L con
attesa µ e varianza σ 2 , ricordiamo che X n e Sbn2 rappresenteranno rispettivamen-
te la media aritmetica (5.9) e la varianza campionaria (5.10) del campione.
Utilizzeremo inoltre la varianza corretta (5.11) che qui richiamiamo per comodità
1 ∑ n ( 2 2)
n
n b2
Sn2 = (Xk − X n )2 = Sn = Xn − X n (8.1)
n − 1 k=1 n−1 n−1
110
8.1 Stima puntuale
Sarà inoltre bene osservare che l’attesa µ e la varianza σ 2 sono tipiche quantità da
stimare; esse sono ovviamente funzioni dei parametri θ della legge L, ma noi non
renderemo esplicita questa dipendenza per non appesantire la notazione. Per la
stessa ragione eviteremo – tranne casi particolari – di usare l’indice sottoscritto θ
come nella Definizione 8.1: scriveremo cioè per lo più E invece di Eθ
Viceversa Sbn2 non è uno stimatore corretto di σ 2 : infatti, tenendo conto della
proprietàda (4.16) delle varianze, si ha innanzitutto
[ ]
E Xk2 = V [Xk ] + E [Xk ]2 = σ 2 + µ2
111
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
Esempio 8.4. (Stima di un parametro) In altri casi, sulla base di qualche ragio-
namento, è possible avanzare delle ipotesi sulla forma qualitativa della distribuzione
di una data v-a X, i cui parametri sono però delle quantità incognite da stimare
empiricamente. Cosı̀, riprendendo la discussione dell’Esempio 5.10, potremmo dire
che il numero aleatorio X di telefonate che arrivano ad un centralino telefonico in
un generico intervallo di tempo T è una v-a con legge di Poisson P(λ). Il parametro
λ però è sconosciuto: esso ovviamente dipende dal particolare centralino studiato e
dal particolare periodo della giornata considerato, e il nostro problema è ora quello
di stimarlo. Ricorderemo a questo proposito che in base all’equazione (4.25) il pa-
rametro λ è anche il valore d’attesa E [X] della nostra v-a di Poisson. Pertanto
la maniera più naturale per stimare λ consisterà nel misurare in n giorni diversi il
numero di telefonate pervenute al dato centralino in un ben determinato periodo di
tempo, e nel calcolare poi la media aritmetica di queste misure. Ancora una volta
avremo un campione casuale composto di n v-a indipendenti X1 , . . . , Xn tutte con
112
8.1 Stima puntuale
6.03 5.95 7.26 5.27 5.44 3.84 3.94 3.62 3.30 5.36
4.18 3.80 5.42 4.39 4.92 4.93 3.89 5.14 5.70 4.89
legge P(λ), a partire dal quale calcoliamo la v-a X n (5.9) fidandoci del fatto che
in base al Teorema 8.2, se n è abbastanza grande, il valore numerico osservato non
sarà molto diverso dal valore di λ
Esempio 8.5. (Stima di una varianza) Supponiamo ora che sia stato assegnato
il campione di n = 20 misure di una v-a X con i valori raccolti nella Tabella 8.1.
La stima puntuale dell’attesa µ di X è fornita dalla loro media aritmetica
1 ∑
20
Xn = Xk = 4.86
20 k=1
113
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
E [Y (k)] = P {X = xk } = pk
La stima delle pk quindi può essere ricondotta alla stima dell’attesa di Y (k). D’al-
tronde, per ogni k fissato, le Y1 (k), . . . , Yn (k) costituiscono un campione di Y (k), per
cui dal Teorema 8.2 discende che una stima corretta e consistente di pk = E [Y (k)]
è data dalla media aritmetica di tale campione, cioè con le notazioni adottate:
1∑
n
Nk
Y (k) = Yj (k) = = pk
n j=1 n
e, seguendo esattamente la stessa traccia del Teorema 8.6, si dimostra che le fre-
quenze relative empiriche dei ritrovamenti del campione in Bk , cioè le v-a
Nk ∑
n
pk = con Nk = Yj (k)
n j=1
114
8.1 Stima puntuale
2 10 18 26 2 10 18 26
Figura 8.1: Approssimazione della fdp di una legge χ2 (10) con istogrammi ottenuti
da dati simulati. L’approssimazione migliora passando da n = 100 (primo grafico)
a n = 1 000 campioni (secondo grafico).
e quindi
pk
f (xk ) ≃
(bk − ak )
pk
cioè i valori di f (x) in [ak , bk ] sono approssimati dalle altezze /(bk −ak ) dell’isto-
gramma del campione
In molti casi però la distribuzione (discreta o continua che essa sia) della v-a X non è
conosciuta a priori, mentre sono a disposizione dei campioni empirici X1 , . . . , Xn con
i relativi istogrammi. Si può porre allora il problema di individuare la distribu-
zione teorica che meglio si adatta ai dati sperimentali, eventualmente procedendo
con dei ragionevoli tentativi: un argomento che tratteremo anche successivamen-
te – ma da una differente prospettiva – nella Sezione 9.5 sui Test di adattamento.
Qui proporremo solo la discussione di un tipico esempio per mettere in evidenza le
difficoltà che possono sorgere in questo tipo di indagini
115
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
k Nk pk pk pk /pk
0 3 0.00024 0.00049 0.49764
1 24 0.00293 0.00392 0.74646
2 104 0.01611 0.01701 0.94743
3 286 0.05371 0.04677 1.14840
4 670 0.12085 0.10957 1.10298
5 1 033 0.19336 0.16893 1.14462
6 1 343 0.22559 0.21962 1.02715
7 1 112 0.19336 0.18185 1.06330
8 829 0.12085 0.13557 0.89143
9 478 0.05371 0.07817 0.68712
10 181 0.01611 0.02960 0.54438
11 45 0.00293 0.00736 0.39811
12 7 0.00024 0.00114 0.21327
Tabella 8.2: Frequenze assolute Nk delle famiglie con 12 figli e k figli maschi, su
n = 6 115 famiglie. Le corrispondenti frequenze relative pk = Nk /n del campione
X1 , . . . , Xn sono usate per stimare la distribuzione della v-a X che descriva il numero
di figli maschi nelle famiglie con 12 figli, e sono quindi confrontate con i valori teorici
delle pk di una legge binomiale B (12; 1 /2 ) associata ad X in base ad alcune semplici
ipotesi
116
8.1 Stima puntuale
0.2 1
0.15 0.8
0.6
0.1
0.4
0.05
0.2
k k
0 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 0 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12
Nk (frequenze assolute) di famiglie con k figli maschi; si costruiscono poi, come nel
Teorema 8.6, le stime pk = Nk /n (frequenze relative) e le si confronta con i valori
teorici pk . I risultati sono riportati nella Tabella 8.2 e nei grafici di Figura 8.2.
Sebbene i dati teorici riproducano qualitativamente l’andamento dei dati empirici
(si guardi il comportamento delle barre nere e bianche nella prima parte della Figu-
ra 8.2), ad un’analisi più accurata non sfugge che l’accordo non è particolarmente
buono. Per mettere in risalto le differenze fra la distribuzione teorica e quella em-
pirica possiamo calcolare i rapporti pk /pk per vedere di quanto essi si discostano dal
valore ottimale 1. I valori di questo rapporto sono riportati sempre nella Tabella 8.2
e nella seconda parte della Figura 8.2. Si può notare cosı̀ ad esempio che i dati
teorici sono sistematicamente un po’ più grandi di quelli empirici per valori centrali
di k, ma soprattutto più piccoli per i valori estremi
Per migliorare l’accordo con i dati sperimentali potremmo allora modificare le
ipotesi 1. e 2. che sono alla base del nostro modello teorico. Siccome però dall’ipo-
tesi 1. dipende la forma binomiale della legge di X, una sua modifica produrrebbe
sicuramente dei cambiamenti piuttosto profondi nella natura del nostro modello teo-
rico. Conviene invece partire dalla discussione, più elementare, dell’ipotesi 2: se
essa non fosse vera la X sarebbe sempre distribuita secondo una legge binomiale
B (12; p), ma con un parametro p diverso da 1 /2 . Dobbiamo allora trovare un modo
per stimare il valore di p in assenza dell’ipotsi 2, ma utilizzando i dati empirici a
nostra disposizione. Ricordando allora che per il Teorema 8.6 un buon stimatore
di una probabilità è la corrispondente frequenza relativa empirica, basterà osservare
che nel nostro esempio, su 12 n = 73 380 figli di ambo i sessi, i figli maschi sono
∑
n ∑
12
Xi = kNk = 38 100
i=1 k=0
117
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
0.2 1
0.15 0.8
0.6
0.1
0.4
0.05
0.2
k k
0 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 0 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12
Figura 8.3: Confronto fra le frequenze teoriche pk di B (12; p) con p = 0.519 stimato a
partire dai dati sperimentali (barre nere), e le frequenze empiriche pk (barre bianche).
Il secondo grafico riporta i valori dei rapporti pk /pk
1 ∑
12
p= kNk ≃ 0.519
12 n k=0
un numero che risulta leggermente diversa dal valore 1 /2 del nostro modello inizia-
le. Possiamo allora provare a ripetere il confronto fra dati sperimentali e teorici nel
nuovo modello binomiale B (12; p) con p = 0.519. Evitando per brevità di riportare i
dati numerici in una nuova tabella, eseguiremo il confronto solo sui nuovi grafici che
se ne ricavano e che sono riportati in Figura 8.3. Come si può notare i grafici sono
ora leggermente diversi: ad esempio il grafico dei rapporti pk /pk è un po’ più simme-
trico, e al centro i valori sono ragionevolmente prossimi a 1. Non si può però dire
che l’accordo con i dati empirici sia sostanzialmente migliorato per i valori estremi
di k: le previsioni teoriche continuano infatti a sottovalutare sistematicamente i dati
sperimentali sulle code della distribuzione (valori estremi di k)
In conclusione questa discussione sembra suggerire che le difficoltà del nostro
modello non sono nel valore del parametro p, ma nel carattere binomiale della di-
stribuzione di X. Sarebbe necessario quindi rivedere l’ipotesi 1. di indipendenza che
è alla base del modello binomiale. Da un punto di vista concettuale questa revisio-
ne potrebbe portare a delle conclusioni importante: con l’abbandono dell’ipotesi 1.
infatti la non indipendenza degli esiti (maschio o femmina) dei diversi parti indi-
cherebbe che ci sono famiglie con una tendenza ad avere figli maschi, e famiglie con
una tendenza ad avere figlie femmine. Discuteremo brevemente questo punto (le cui
implicazioni genetiche sono fuori dell’ambito di questo corso) solo come ulteriore
applicazione della LGN
Riprendiamo le 12 v-a Y1 , . . . , Y12 definite inizialmente e supponiamo ora che
ciascuna segua una legge di Bernoulli B (1; p) con p = 0.519 stimato dai dati spe-
rimentali. Se queste Yj fossero indipendenti – come da noi finora ipotizzato – la
X sarebbe binomiale B (12; p) in base al Teorema 3.16, e in questo caso da (4.24)
118
8.1 Stima puntuale
1∑ 1∑
n 12
Xn = Xi = kNk ≃ 6.231
n i=1 n k=0
1∑ 2 1∑ 2
n 12
Xn2 = Xi = k Nk ≃ 42.309
n i=1 n k=0
Il valore della varianza cosı̀ stimato appare dunque abbastanza diverso dal valore
2.996 ottenuto sommando solo le varianze delle Yj con l’ipotesi della loro indipen-
denza. Tutto questo suggerisce ancora una volta una dipendenza reciproca delle Yj .
Anzi, tenendo conto di questi valori e della relazione (4.20), si ha
∑ ( )
cov [Yi , Yj ] = V [Y1 + . . . + Y12 ] − V [Y1 ] + . . . + V [Y12 ]
i̸=j
= 3.489 − 2.996 = 0.493
cioè i dati sperimentali sembrano indicare che le covarianze fra gli esiti Yj di parti
diversi siano complessivamente positive, ossia che le Yj siano positivamente corre-
late. Dato il significato del concetto di covarianza come discusso nella Sezione 4.1,
questo suggerirebbe che vi sono famiglie con la tendenza a generare figli maschi, e
famiglie con la tendenza a generare figlie femmine. L’esito dei parto potrebbe, cioè,
non essere una faccenda puramente lasciata al caso: se in una famiglia si osserva-
no nascite maschili (rispettivamente: femminili), la probabilità che anche le nascite
successive siano maschili (rispettivamente:femminili) aumenta.
119
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
Pθ {U ≤ h(θ) ≤ V } = 1 − α
dove il simbolo Pθ indica che la probabilità è calcolata supponendo che il valore del
parametro incognito sia lo stesso che compare in h(θ)
Questa definizione, però, lascia ancora dei margini di ambiguità: infatti per un dato
campione e per un α fissato l’intervallo di fiducia non è unico. In particolare ci sono
molti modi in cui si può ripartire la probabilità α che l’intervallo non contenga h(θ).
In genere si risolve tale ambiguità decidendo di fissare U e V in modo che
cioè che le probabilità di avere ambedue gli estremi o troppo grandi, o troppo piccoli
per contenere h(θ) siano uguali, e valgano α /2 . Con questa precisazione l’intervallo è
univocamente determinato, e – nei casi dotati di simmetria – i suoi estremi assumono
la forma W ± ∆, dove il valore centrale W è un opportuno stimatore di h(θ) e
l’intervallo [W − ∆ , W + ∆] ha ampiezza aleatoria e 2∆. Naturalmente, per un dato
campione, l’ampiezza dell’intervallo di fiducia dipende dalla scelta del valore di α.
Tipicamente si scelgono valori piccoli di α (ad esempio 0.05 oppure 0.01), in modo che
la probabilità 1 − α che l’intervallo contenga il valore vero sia corrispondentemente
grande (ad esempio 0.95 oppure 0.99). È abbastanza ovvio quindi che al diminuire di
α l’intervallo di fiducia debba allargarsi, e che conseguentemente ha anche poco senso
richiedere α eccessivamente piccoli, perché questi corrisponderebbero a intervalli cosı̀
larghi da essere poco significativi
120
8.2 Stima per intervalli
Varianza σ 2 conosciuta
Se il valore della varianza σ 2 è noto, dal Teorema 3.23 sappiamo che
√ Xn − µ
Yn∗ = n ∼ N (0, 1)
σ
cioè Yn∗ è normale standard. Pertanto da (3.26) si ha
{ }
P |Yn∗ | ≤ φ1− α2 = 1 − α
e quindi potremo scrivere che
{ } { }
√ X n − µ σ
1−α = P n ≤ φ1− α2 = P |X n − µ| ≤ √ φ1− α2
σ n
{ }
σ σ
= P X n − √ φ1− α2 ≤ µ ≤ X n + √ φ1− α2
n n
In questo modo si riconosce subito dalla Definizione 8.9 che l’intervallo di fiducia di
livello α, che soddisfa anche la condizione (8.3), è
[ ]
σ σ
X n − √ φ1− α2 , X n + √ φ1− α2
n n
e che i suoi estremi possono essere espressi sinteticamente come
σ
X n ± √ φ1− α2 (8.4)
n
121
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
Sn
X n ± √ t1− α2 (n − 1) (8.5)
n
In pratica dunque gli intervalli di fiducia per l’attesa µ hanno sempre il centro
in X n , e un’ampiezza ∆n che varia secondo i casi. Essa infatti dipende innanzi-
tutto dal campione√ dato, nel senso che ∆n cresce con σ (o con la sua stima Sn ) e
diminuisce con n. Inoltre ∆n dipende anche da un opportuno quantile della legge
(normale o di Student) che meglio descrive la v-a standardizzata. Il fatto ovvio che
tali quantili crescano quando α diminuisce, indica chiaramente che per avere una
maggiore probabilità di contenere µ bisogna allargare l’intervallo di fiducia, evitando
però valori eccessivi: se α è troppo piccolo, l’intervallo di fiducia diviene talmente
largo da rendere banale l’evento U ≤ µ ≤ V , lasciando poca informazione nel fatto
che un grande intervallo contiene µ con grande probabilità
Strettamente parlando le formule (8.4) e (8.5) forniscono gli intervalli di fiducia
per µ solo se la X studiata è gaussiana. Esse restano però approssimativamente
valide – purché n sia abbastanza grande – anche nel caso più generale di v-a X non
gaussiane per merito del Teorema 5.5 (TLC ) discusso nella Sezione 5.3. In pratica
esse saranno applicate in ogni caso quando n ≥ 20
Si noti infine che le Tavole E.2 delle leggi di Student si arrestano a n = 120
gradi di libertà. Va ricordato però a questo proposito che la differenza fra i quantili
normali e i quantili di Student diminuisce all’aumentare di n: per n > 120 essa
diviene sostanzialmente irrilevante, e i quantili φ1− α2 possono essere senz’altro usati
al posto dei quantili t1− α2 (n − 1) nella (8.5) che in questo caso diviene
Sn
X n ± √ φ1− α2 n > 120 (8.6)
n
122
8.2 Stima per intervalli
1 ∑
100
57
Xn = Xj = = 0.570
100 j=1 100
Il valore n = 100 è anche abbastanza grande per poter supporre che la media stan-
dardizzata delle Xj sia normale standard N (0, 1). Siccome però non abbiamo in-
formazioni sul valore della varianza (che per una Bernoulli implicherebbe anche la
conoscenza di p) dobbiamo preventivamente stimarne il valore mediante la varianza
corretta (8.1): ricordando che per una Bernoulli si ha sempre Xj2 = Xj , avremo in
ogni caso Xn2 = X n , e quindi
n ( 2 2
) n ( 2
) 100 ( )
Sn2 = Xn − X n = Xn − Xn = 0.570 − 0.5702 ≃ 0.248
n−1 n−1 99
Usando poi l’equazione (8.5) e le Tavole E.2 delle leggi di Student si ottiene in
definitiva l’intervallo
Sn Sn 0.498
X n ± √ t1− α2 (n − 1) = X n ± √ t0.975 (99) ≃ 0.570 ± 1.984
n n 10
≃ 0.570 ± 0.099
In realtà il quantile t0.975 (99) necessario per il calcolo dell’intervallo non è presente
nelle Tavole E.2 (che non sono ovviamente complete): per aggirare questo problema
si usa il quantile più vicino (t0.975 (100) in questo caso), osservando peraltro che
la variabilità dei valori fra i quantili di Student con 90 e 100 gradi di libertà è
limitata a poche unità sulla terza cifra decimale. Infine si noti che, essendo n = 100
abbastanza grande, il valore del quantile di Student t0.975 (100) ≃ 1.984 non differisce
eccessivamente dal corrispondente quantile della normale standard φ0.975 ≃ 1.960
ricavabile dalle Tavole E.1. Se allora avessimo calcolato l’intervallo di fiducia con
la formula mista (8.6) avremmo trovato
Sn 0.498
X n ± √ φ1− α2 ≃ 0.570 ± 1.960 ≃ 0.570 ± 0.098
n 10
un intervallo non molto diverso dal precedente. In conclusione possiamo dire che,
per il nostro esempio, un intervallo di fiducia che contiene il valore vero di p con il
95 % di probabilità sarà approssimativamente del tipo [0.47 , 0.67]
123
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
{ }
2 2
Sn2
= P χ α (n − 1) ≤ (n − 1) 2 ≤ χ1− α (n − 1)
2 2
2 σ 2
{ }
(n − 1)Sn2 (n − 1)S 2
= P ≤ σ2 ≤ 2 n
χ21− α (n − 1) χ α (n − 1)
2 2
Anche qui questo risultato, che è esatto quando X ∼ N (µ, σ 2 ), resta approssimati-
vamente corretto anche in casi non Gaussiani per effetto del Teorema 5.5
Esempio 8.12. Si voglia calcolare l’intervallo di fiducia di livello α = 0.05 per la
varianza dell’Esempio 8.11. Da (8.7) e dai calcoli sviluppati in precedenza abbiamo
che l’estremo sinistro dell’intervallo è
(n − 1)Sn2 99 Sn2
= 2
χ21− α (n − 1) χ0.975 (99)
2
124
8.3 Stima di Massima Verosimiglianza
125
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
∑n ( ) ∑n ∑n
m
log L(p) = log + log p kj + log(1 − p) (m − kj )
j=1
kj j=1 j=1
1 ∑ n
nm
= kj −
p(1 − p) j=1 1−p
126
8.3 Stima di Massima Verosimiglianza
Il risultato (8.10) si ricava poi sostituendo ai valori kj le rispettive v-a Xj del cam-
pione. Si noti che per m = 1 la X è una v-a di Bernoulli e il nostro problema si
riconduce alla stima di una proporzione trattata nell’Esempio 5.4, e il risultato (5.8)
coincide con la (8.10) per m = 1
127
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
σ 2π
per cui, detti xj i valori delle v-a Xj del campione, la funzione di verosimiglianza e
la verosimiglianza logaritmica saranno
∏
n
1
√ e−(xj −µ) /2σ
2 2
L(µ, σ) =
j=1
σ 2π
√ 1 ∑
n
log L(µ, σ) = −n log(σ 2π) − 2 (xj − µ)2
2σ j=1
Siccome questa volta dobbiamo stimare due parametri, bisognerà risolvere le due
equazioni ottenute annullando ambedue le derivate rispetto a µ e σ. Annullando la
derivata della verosimiglianza logaritmica rispetto a µ si ha prima di tutto
1 ∑
n
d
log L(µ, σ) = 2 (xj − µ) = 0
dµ σ j=1
128
8.3 Stima di Massima Verosimiglianza
a
max Hx1 ,...,xn L
Ab = n + 1 max{X1 , . . . , Xn } (8.16)
n
Dimostrazione: Siccome la fdp di una v-a uniforme X ∼ U (0, a) è
{
1
/a se 0 ≤ x ≤ a,
fX (x) =
0 altrimenti.
la funzione di verosimiglianza sarà diversa da zero solo se a risulta maggiore di tutte
le xj del campione, ovvero se a > max{x1 , . . . , xn }, e avrà quindi la forma
{
/a se a > max{x1 , . . . , xn }
1 n
L(a) =
0 altrimenti
riportata nella Figura 8.4. In questo modo si vede subito dal grafico che per un dato
campione x1 , . . . , xn la funzione di verosimiglianza L(a) assume il valore massimo
proprio in
b
a (x1 , . . . , xn ) = max(x1 , . . . , xn )
e lo stimatore di MV (8.15) si ricava sostituendo ai valori xj le rispettive v-a Xj del
campione. Come si potrà notare questo risultato è meno ovvio di quelli discussi in
precedenza, anche se è abbastanza intuitivo che la stima dell’estremo superiore del-
l’intervallo [0, a] sia data proprio dal più grande degli Xj . Si può inoltre dimostrare
(ma noi trascureremo di farlo) che lo stimatore b a è distorto perché
n
E [b
a] = a<a
n+1
129
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
130
Capitolo 9
131
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
In tutti gli esempi precedenti lo scopo dell’analisi statistica è quello di pervenire, con
un preciso livello di affidabilità, alla accettazione di una fra due possibili ipotesi
alternative H0 e H1 . Il problema della affidabilità qui è essenziale, perché bisogna
subito cominciare a distinguere fra il fatto che il test mi suggerisca di accettare
una determinata ipotesi, e il fatto che tale ipotesi sia quella giusta nella realtà.
Infatti, anche se condotto in maniera corretta, un test non garantisce affatto che
la decisione indicata sia quella esatta: trattandosi di una procedura statistica, essa
potrebbe suggerire di accettare l’ipotesi sbagliata. In maniera un po’ informale
possiamo riassumere queste prime osservazioni nel modo seguente
Inoltre bisogna ricordare che l’esito di un test dipende anche dalla sua particolare
configurazione, cioè dai particolari valori che vengono inizialmente, e arbitrariamen-
te, scelti per alcuni importanti parametri (in particolare, come vedremo fra poco,
il livello del test) quando il test viene progettato. Naturalmente la scelta di questi
valori deve essere effettuata in maniera cauta e accurate, ma è importante sottoli-
neare che – per un dato insieme di risultati sperimentali riassunto in un campione
– l’esito del test può essere capovolto modificando tale scelta. D’altra parte è anche
vero che, per un dato test in una ben definita configurazione, l’esito potrebbe essere
modificato semplicemente ripetendo le misure: due campioni differenti relativi allo
stesso esperimento possono condurre a decisioni differenti. Tutto questo rende par-
ticolarmente delicato l’uso di questi strumenti statistici e l’interpretazione delle loro
indicazioni
Nel seguito avremo a che fare innanzitutto con ipotesi che riguardano i valori
di qualche parametro θ della distribuzione delle v-a ritenute rilevanti per il nostro
esperimento. Sarà allora in generale possibile dividere l’insieme di tutti i valori
di θ in due opportuni sottoinsiemi disgiunti Θ0 e Θ1 , in modo da caratterizzare
formalmente le due ipotesi alternative come
H0 : θ ∈ Θ0 H1 : θ ∈ Θ1 (9.2)
Cosı̀ ad esempio, se θ può assumere arbitrari valori reali, le due ipotesi potrebbero
essere del tipo
H0 : θ ≤ 0 H1 : θ > 0
dove ovviamente abbiamo preso Θ0 = (−∞, 0] e Θ1 = (0, +∞). Nella prassi stati-
stica H0 viene chiamata ipotesi nulla, e H1 viene detta ipotesi alternativa. In
generale il ruolo di queste due ipotesi non è simmetrico: tipicamente si sceglie come
132
9.1 Ipotesi, decisioni ed errori
ipotesi nulla l’ipotesi più conservativa e prudente, ricordando però che lo sperimen-
tatore è normalmente interessato a verificare se l’ipotesi H0 può essere rifiutata,
accettando invece l’ipotesi H1 che dovrebbe contenere qualche elemento di novità
(una scoperta). Cosı̀, se si sta sperimentando un nuovo farmaco, l’ipotesi H0 è in
genere associata alla conclusione: il farmaco è inefficace; mentre lo sperimentatore
è interessato a verificare piuttosto se può essere sostenuta l’ipotesi alternativa H1
che conduce alla conseguenza: il farmaco è efficace
Naturalmente delle due ipotesi solo una è vera nei fatti, ma noi non possiamo
scoprire con certezza quale essa sia solo sulla base di un test statistico. Un test
serve a dare un’indicazione affidabile per questa decisione, ma non dobbiamo con-
fondere – come già sottolineato – l’esito di un test statistico a favore di un’ipotesi
con un certificato di verità per quella ipotesi. L’esecuzione del test può infatti con-
durre a decisioni errate, e gli errori possibili (tutti caratterizzati da una divergenza
fra decisione e realtà) sono di due tipi principali come dichiarato nella seguente
definizione
Definizione 9.2. Chiameremo rispettivamente
• errore di prima specie quello che si commette se il test mi induce a rifiutare
H0 , quando H0 è vera
• errore di seconda specie quello che si commette se il test mi induce ad
accettare H0 , quando H0 è falsa
Fermi restando i contenuti, questa definizione potrebbe essere equivalentemente ri-
formulata sostituendo a frasi come “rifiutare H0 ”, oppure “H0 è vera”, rispettiva-
mente le espressioni equivalenti “accettare H1 ”, oppure “H1 è falsa.” Ciononostante
i due tipi di errore non sono considerati in genere sullo stesso piano per due ragioni
principali:
1. Gli errori di prima specie, che consistono nel fare affermazioni false e im-
prudenti (rifiutare H0 , cioè accettare H1 , quando ciò non è corretto), sono
considerati più gravi di quelli di seconda, che consistono invece nel perdere
eventualmente l’occasione di mettere in evidenza qualcosa di nuovo (accettare
H0 , cioè rifiutare H1 che invece è vera). Nel caso della sperimentazione di un
farmaco, ad esempio, si giudica più grave mettere in circolazione un farmaco
inutile (o addirittura dannoso), che perdere l’occasione di produrre un farmaco
efficace
2. Gli errori di prima specie si commettono sotto l’ipotesi che H0 sia vera: sicco-
me in generale H0 è un’ipotesi più precisa dell’alternativa H1 (che spesso è
definita solo dall’essere il contrario di H0 ), supporre che H0 sia vera permet-
te nella maggior parte dei casi di valutare meglio la probabilità dell’errore di
prima specie. Viceversa, siccome l’errore di seconda specie si commette sotto
l’ipotesi che sia vera H1 , è in generale più difficile poter calcolare la probabilità
di questo secondo tipo di errore
133
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
• significatività αs del test: il più piccolo valore del livello α che colloca un
campione dato in regione critica, cioè che conduce al rifiuto di H0
In questa definizione Pθ indica come al solito la probabilità calcolata sotto l’ipotesi
che il parametro sconosciuto abbia proprio il valore θ, anche se ometteremo l’indice
θ dovunque possibile. Conseguentemente Pθ {D} è la probabilità di rifiutare H0 , e
se prendiamo θ ∈ Θ0 come in (9.3) – cioè supponiamo che H0 sia vera – si vede
che il livello α di un test è il massimo delle probabilità di commettere errori
di prima specie. Allo stesso modo la potenza del test π(θ) è la probabilità di
rifiutare H0 al variare di θ ∈ Θ1 , cioè quando H0 è falsa: in pratica si tratta della
probabilità di mettere in evidenza la correttezza di H1 quando questa è vera, e
quindi la probabilità di errori di seconda specie in realtà è 1 − π(θ) al variare
di θ ∈ Θ1 . Il valore del livello è tipicamente una scelta operata inizialmente dello
sperimentatore che decide il rischio di errore di prima specie che vuole correre: i
valori più usati sono α = 0.05 e α = 0.01, ma anche α = 0.10. Siccome però
resta aperto il problema di valutare e rendere contemporaneamente grande anche la
funzione potenza π(θ), il livello α non può essere scelto troppo piccolo e in generale
si evita di andare sotto il valore 0.01.
In genere, per un dato campione X1 , . . . , Xn , un evento critico ha una forma
del tipo D = {|U | ≥ δ} con δ > 0, dove U = u(X1 , . . . , Xn ) è una opportuna
134
9.1 Ipotesi, decisioni ed errori
135
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
avremo dal Teorema 3.16 che Yn ∼ B (n; p), e quindi da (4.24), (4.8) e (4.19)
E [Yn ] = np V [Yn ] = np (1 − p)
[ ] [ ] p (1 − p)
E Xn = p V Xn =
n
D’altra parte, essendo n = 11 712 molto grande, il Teorema 5.5 (TLC ) ci dice che
potremo sicuramente adottare l’approssimazione normale
√ Xn − p
n√ ∼ N (0, 1)
p (1 − p)
Pertanto, comunque preso δ > 0, e ricordando che con il simbolo Φ indichia-
mo la FDC della normale standard (3.18), potremo ricavare la seguente formula
approssimata che useremo nel seguito della discussione
{ }
P X n − 1 /2 ≥ δ
{ } { }
= 1 − P X n − 1 /2 ≤ δ = 1 − P 1 /2 − δ ≤ X n ≤ 1 /2 + δ
{ }
√ 1 /2 − δ − p √ Xn − p √ 1 /2 + δ − p
= 1−P n√ ≤ n√ ≤ n√
p (1 − p) p (1 − p) p (1 − p)
( ) ( )
√ 1 − 2δ − 2p √ 1 + 2δ − 2p
≃ 1+Φ n √ −Φ n √ (9.5)
2 p (1 − p) 2 p (1 − p)
136
9.1 Ipotesi, decisioni ed errori
ovvero √
Φ(2δ n) = 1 − α /2
e quindi ricordando la definizione (3.24) di quantile
√
2δ n = φ1− α2
Questa significatività non è considerata molto buona, perché l’ipotesi H0 potrà essere
rifiutata solo da un test con livello maggiore di 0.13, ovvero con probabilità di errore
del primo tipo (≥ 13 %) piuttosto alta. L’esempio però mostra anche che il valore
137
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
Π
1
0.8
0.6
0.4
0.2
p
0.48 0.49 0.51 0.52
Figura 9.1: Funzione potenza π(p) per il test di livello α = 0.05 della Sezione 9.1.1.
Il grafico di questa funzione è riportato nella Figura 9.1 Da questa si vede che la
potenza del test di livello 0.05 è buona quando p si discosta da 1 /2 di più di 0.02: in
questo caso infatti il test vede che p ̸= 1 /2 praticamente con probabilità uguale a 1.
Viceversa se la differenza fra p e 1 /2 è minore di 0.02 la potenza diminuisce molto,
pur mantenendosi sempre superiore ad un minimo che vale 0.05. In pratica quando
p differisce molto poco da 1 /2 , il test di livello α = 0.05 vede la differenza solo con
una probabilità poco più grande del 5 %. La funzione potenza, peraltro, ci permette
di fare affermazioni anche nei casi intermedi: ad esempio, se p differisce da 1 /2 di
0.1 (cioè se nella realtà avessimo p = 0.51 oppure p = 0.49) la probabilità che il
nostro test di livello α = 0.5 lo rilevi è il 59 %, e corrispondentemente la probabilità
di errori del secondo tipo (accettare H0 quando essa è falsa) è del 41 %
138
9.2 Test sulla media
H0 : µ = µ0 H1 : µ ̸= µ0 (9.8)
e si parla di test bilaterale per mettere in evidenza il fatto che nell’ipotesi alter-
nativa µ può essere sia più grande che più piccola di µ0 . A volte invece potremmo
essere interessati a mettere in evidenza solo che µ è più grande (o più piccolo) di
qualche µ0 : in questo caso le ipotesi sono del tipo
H0 : µ ≤ µ0 H1 : µ > µ0 (9.9)
H0 : µ ≥ µ0 H1 : µ < µ0 (9.10)
D = {X n − µ0 > δ}
139
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
nel senso che ora la differenza X n − µ0 è presa senza valore assoluto perché siamo
interessati a mettere in evidenza il fatto che µ sia più grande di (e non solo diverso
da) µ0 : se tale differenza supera la soglia δ > 0, allora rifiuteremo l’ipotesi nulla H0 e
accetteremo l’ipotesi alternativa H1 . Per determinare ora la soglia δ si fissa a priori
il livello α del test e, sempre per la Definizione 9.3, supponendo vera H0 : µ ≤ µ0 ,
si impone che sia { }
sup Pµ X n − µ0 > δ = α (9.12)
µ≤µ0
e quindi la relazione (9.12) fra il livello α e la soglia δ potrà essere riscritta nella
forma più agevole
{ }
Pµ0 X n − µ0 > δ = α (9.13)
In maniera analoga per un test unilaterale sinistro (9.10) l’evento critico sarà
D = {X n − µ0 < −δ}
e la relazione fra soglia δ e livello α sarà
{ }
Pµ0 X n − µ0 < −δ = α (9.14)
140
9.2 Test sulla media
Test bilaterale
L’evento critico di un test bilaterale ha ora la forma
{ √ }
δ n
D = {|X n − µ0 | > δ} = |U0 | >
σ
e la (9.11) si scriverà come
{ √ } { √ }
{ } δ n δ n
Pµ0 |X n − µ0 | > δ = Pµ0 |U0 | > = P |N (0, 1)| > =α
σ σ
Ricordando allora il risultato (3.26) si ha facilmente
√
δ n
= φ1− α2
σ
per cui in definitiva l’evento critico diviene semplicemente
{ }
D = |U0 | > φ1− α2 (9.16)
141
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
In conclusione un test unilaterale destro di livello α delle ipotesi (9.9) si esegue con
la seguente procedura:
αs = 1 − Φ(U0 )
e la procedura diviene
La significatività del test unilaterale sinistro si ottiene allora da φ1−αs = −U0 , cioè
1 − αs = Φ(−U0 ) e quindi
αs = 1 − Φ(−U0 )
142
9.2 Test sulla media
166.6 169.3 168.2 176.4 168.6 170.1 167.7 168.1 164.3 171.1
172.5 165.7 166.1 171.3 176.5 168.8 169.7 168.1 167.1 172.8
173.5 168.9 169.7 167.7 173.0 159.4 168.8 163.7 174.4 174.0
164.4 171.1 168.1 171.4 174.6 168.7 169.4 165.7 159.5 164.1
166.0 168.1 169.0 172.6 172.2 170.4 173.4 181.5 165.5 167.9
168.9
Esempio 9.4. È noto che l’altezza X delle persone di un determinato paese è una
v-a che segue una legge normale N (µ, σ 2 ): supponiamo ora di sapere anche, in base
ai dati di un censimento del 1950, che per gli individui di sesso maschile si ha una
media µ0 = 168 cm con una varianza σ 2 = 19 cm2 . Nel 1965 viene esaminato
alla visita di leva un campione di n = 51 reclute, e se ne riportano le altezze nella
Tabella 9.1. Si constata a questo punto che la media del campione è X n = 169.3 cm.
Supponendo di poter considerare la varianza σ 2 = 19 cm2 come ancora attendibile
e quindi nota, si vuol sapere se al livello α = 0.05 possiamo dire che la media delle
altezze è aumentata
Il test richiesto è dunque unilaterale destro con ipotesi del tipo (9.9): dai dati a
nostra disposizione il valore empirico della statistica di riferimento (9.15) è
X n − µ0 √ 169.3 − 168 √
U0 = n= √ 51 = 2.13
σ 19
Siccome dalle Tavole E.1 risulta
φ1−α = φ0.95 = 1.65 < 2.13 = U0
si vede subito che i dati sono nella regione critica per cui il test unilaterale destro
di livello α = 0.05 ci conduce a rifiutare H0 e ad accettare l’ipotesi H1 che l’altezza
sia aumentata
Dal valore di U0 = 2.13 possiamo anche calcolare la significatività del test che è
αs = 1 − Φ(2.13) = 0.017, un valore non particolarmente buono che lascia qualche
dubbio sulla sicurezza del’esito del test. Infatti se avessimo svolto i calcoli con un
livello α = 0.01 avremmo trovato
φ1−α = φ0.99 = 2.33 > 2.13 = U0
e il risultato del test sarebbe stato capovolto: l’altezza media è rimasta di 168 cm
Il problema dovrebbe essere affrontato in maniera un po’ diversa se si chiedesse
di verificare che l’altezza media è cambiata (non aumentata). In questo caso il test
sarebbe bilaterale: il calcolo di U0 resta invariato, e al livello α = 0.05 avremmo
φ1− α2 = φ0.975 = 1.96 < 2.13 = U0
per cui anche il test bilaterale confermerebbe il rifiuto di H0 . La significatività è
però peggiorata: αs = 2[1 − Φ(2.13)] = 0.033, e quindi l’esito del test sarebbe ancora
meno sicuro
143
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
√ X n − µ0
T0 = n ∼ T (n − 1) se µ = µ0 (9.18)
Sn
Test bilaterale
Seguendo un percorso analogo a quello del Test di Gauss si perviene alla definizione
dell’evento critico che ora prende la forma
{ }
D = |T0 | > t1− α2 (n − 1) (9.19)
dove t1− α2 (n − 1) è il quantile della legge di Student T (n − 1) che può essere trovato
sulle Tavole E.2. Infatti da (3.28) si ha facilmente
{ } { }
Pµ0 |T0 | > t1− α2 (n − 1) = P |T (n − 1)| > t1− α2 (n − 1) = α
Il test bilaterale di Student di livello α delle ipotesi (9.8) si esegue quindi con la
seguente procedura:
dove Fn−1 (x) è la FDC della legge di Student T (n − 1): si noti però che i valori di
questa, e di altre FDC non Gaussiane non sono dati nelle tavole in appendice, per
cui un calcolo della significatività – tranne che nel caso del Test di Gauss – non sarà
possibile senza l’ausilio di ulteriori strumenti di calcolo
144
9.2 Test sulla media
In pratica per n > 120 le procedure per un test di Student di livello α si modificano
nel modo seguente:
Si calcola il valore empirico di T0 (9.18) e lo si confronta con gli opportuni
quantili della normale standard delle Tavole E.1: l’ipotesi H0 si rifiuta
rispettivamente se |T0 | > φ1− α2 nel test bilaterale; se T0 > φ1−α nel
test unilaterale destro; e se T0 < −φ1−α nel test unilaterale sinistro.
Viceversa nei casi opposti
145
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
Esempio 9.5. Riprendendo l’Esempio 9.4 supponiamo ora di non poter considerare
come attendibile il valore 19 per la varianza σ 2 della nostra v-a X. Dovremo allora
innanzitutto stimare la varianza corretta (8.1) – che con un rapido calcolo risulta
essere Sn2 = 16.5 – e poi calcolare la statistica di Student
X n − µ0 √ 169.3 − 168 √
T0 = n= √ 51 ≃ 2.29
Sn 16.5
Siccome dalle Tavole E.2 risulta
anche con un test unilaterale destro di Student di livello α = 0.05 i dati si troveranno
in regione critica, e quindi rifiuteremo l’ipotesi H0 che l’attesa sia rimasta uguale a
µ0 = 168 cm. Da T0 = 2.29 (ma con tavole più complete delle nostre) potremmo poi
calcolare anche la significatività
un valore che insinua di nuovo qualche dubbio sulla affidabilità del test. Infatti se
avessimo svolto i calcoli con un livello α = 0.01 avremmo trovato
per cui in questo caso l’esito del test sarebbe stato quello di accettare l’ipotesi H0
secondo la quale l’altezza media è rimasta di 168 cm
146
9.3 Test per il confronto delle medie
sono misurati sullo stesso individuo, e la loro collocazione al posto k-mo è con-
venzionale e priva di significato statistico. Peraltro due campioni indipendenti
possono contenere numeri diversi n ed m di elementi, situazione evidentemente
non consentita nel caso di un campione accoppiato. Un esempio di campioni
indipendenti si ha quando si confronta l’effetto di un farmaco con quello di un
placebo: in questo caso si somministrano il farmaco e il placebo a due gruppi
distinti di pazienti (anche di numero diverso) e si misura qualche parametro
rilevante sui due gruppi (X e Y ) per confrontarne i valori d’attesa µX e µY
H0 : µX = µY H1 : µX ̸= µY (9.22)
H0 : µX ≤ µY H1 : µX > µY (9.23)
Per ambedue i test, comunque, il confronto deve essere fatto seguendo procedure
diverse per campioni accoppiati e campioni indipendenti come vedremo nella di-
scussione seguente. Si noti inoltre che questa volta sarebbe stato superfluo parlare
di test unilaterale destro o sinistro: i due casi infatti si ottengono uno dall’altro
scambiando i nomi X e Y delle due v-a
Zk = Xk − Yk k = 1, . . . , n (9.24)
H0 : µ = 0 H1 : µ ̸= 0 bilaterale (9.25)
H0 : µ ≤ 0 H1 : µ > 0 unilaterale (9.26)
e quindi si ricade sostanzialmente nei test già studiati nella Sezione 9.2 con il par-
ticolare valore µ0 = 0. Nel seguito supporremo che le v-a Zk abbiano attesa µ
sconosciuta, ma come nella sezione precedente dovremo distinguere i due casi in cui
la loro varianza σ 2 sia nota o meno
147
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
Varianza σ 2 nota
Se le v-a Zk hanno attesa µ sconosciuta, ma la loro varianza σ 2 è nota, posto
1∑
n
Zn = Zk
n k=1
e significatività
{
2 [1 − Φ(|U0 |)] test bilaterale
αs = (9.29)
1 − Φ(U0 ) test unilaterale
√ Zn
T0 = n ∼ T (n − 1) se µ = 0 (9.30)
Sn
cioè che T0 sia una Student con n − 1 gradi di libertà. Gli eventi critici dei test di
livello α sono allora
{
{|T0 | > t1− α2 (n − 1)} test bilaterale
D= (9.31)
{T0 > t1−α (n − 1)} test unilaterale
148
9.3 Test per il confronto delle medie
Y X Z Y X Z Y X Z
80 85 5 70 82 12 78 70 -8
80 84 4 65 73 8 75 77 2
82 87 5 83 89 6 76 76 0
75 81 6 74 85 11 78 82 4
80 79 -1 81 86 5 77 83 6
74 85 11 68 72 4 75 80 5
80 87 7 69 74 5 72 80 8
72 78 6 71 77 6 71 81 10
91 86 -5 70 75 5 75 76 1
88 80 -8 73 81 8 78 77 -1
Zn √
Z n = 4.23 Sn = 5.01 T0 = n ≃ 4.63
Sn
A questo punto per eseguire il test di livello α = 0.05 dobbiamo paragonare il valore
di T0 con l’opportuno quantile di Student delle Tavole E.2 ottenendo
149
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
1∑ 1 ∑
n m
Xn = Xj Ym = Yk
n j=1 m k=1
2
Varianze σX e σY2 note
Se le varianze σX2
e σY2 sono note si può dimostrare che, supponendo vera H0 =
µX = µY , la statistica
Xn − Y m
U0 = √ 2 2
∼ N (0, 1) se µX = µY (9.32)
σX σY
n
+ m
2
Varianze σX e σY2 non note
2
Se invece le varianze σX e σY2 non sono note, è necessario introdurre una nuova
quantità: la varianza combinata
(n − 1)SX
2
+ (m − 1)SY2
V2 = (9.34)
n+m−2
2
che è una media delle varianze corrette SX e SY2 pesate con le rispettive numerosità
dei campioni
150
9.3 Test per il confronto delle medie
X 9.2 8.3 10.3 11.0 12.0 8.6 9.3 10.3 9.7 9.0
Y 10.9 11.3 10.9 10.2 9.3 10.4 10.5 11.3 10.8 12.0
10.6 10.4 12.2 10.9 10.4
Tabella 9.3: Produttività mensili di una ditta prima (Y ) e dopo (X) aver introdotto
cambiamenti nel processo produttivo.
2
Si può allora dimostrare che, se le varianze σX e σY2 sono almeno approssimativa-
mente uguali, e se è vera H0 : µX = µY , la statistica
Xn − Y m
T0 = √ ∼ T (n + m − 2) se µX = µY (9.35)
V n1 + m1
è una Student con n + m − 2 gradi di libertà. In tal caso gli eventi critici dei test
di livello α sono rispettivamente
{
{|T0 | > t1− α2 (n + m − 2)} test bilaterale
D= (9.36)
{T0 > t1−α (n + m − 2)} test unilaterale
151
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
per cui i dati non sono in regione critica, e il test bilaterale di livello α = 0.02 sug-
gerisce di accettare l’ipotesi H0 : µX = µY . Se invece supponiamo di non conoscere
nulla sulle deviazioni standard di X e Y , dovremo applicare un test di Student con la
statistica (9.35). Sarà necessario allora stimare preventivamente dai dati empirici
le varianze corrette e la varianza combinata (9.34)
2
SX = 1.30 SY2 = 0.51 V 2 = 0.82
e calcolare poi il valore della statistica T0 = −2.71. Dalle Tavole E.2 ricaviamo
allora che
t1− α2 (n + m − 2) = t0.99 (23) = 2.50 < 2.71 = |T0 |
cioè nel test di Student di livello α = 0.02 i dati si trovano in regione critica, e quindi
ci viene suggerito di rifiutare l’ipotesi H0 : µX = µY . I risultati discordanti dei due
tipi di test sono ovviamente un segno di incertezza: un esame della significatività dei
due casi conferma peraltro questa intuizione. Infatti si ha αs = 2[1 − Φ(|U0 |)] = 0.03
nel caso di Gauss e αs = 2[1 − F23 (|T0 |)] = 0.01 nel caso di Student: due valori
piuttosto elevati che sollevano dei dubbi sulla attendibilità dei risultati
H0 : σX
2
= σY2 H1 : σX
2
̸= σY2 (9.37)
H0 : σX
2
≤ σY2 H1 : σX
2
> σY2 (9.38)
Si noti che anche qui abbiamo indicato solo una forma di test unilaterale: sarebbe
infatti superfluo distinguere i casi destro e sinistro dal momento che si può ottenere
uno dall’altro scambiando il ruolo di X e Y
Naturalmente la verifica delle ipotesi (9.37) e (9.38) sarà effettuata esaminando
2
i valori empirici delle varianze corrette SX e SY2 dei due campioni. Ma questa volta
– diversamente dal caso delle attese – invece di studiarne la differenza sarà meglio
2
esaminare il loro rapporto. Infatti si può dimostrare che, supponendo σX = σY2 ,
almeno approssimativamente la statistica
2
SX
F0 = ∼ F(n − 1, m − 1) 2
se σX = σY2 (9.39)
SY2
152
9.4 Test di Fisher sulla varianza
153
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
Siccome nella discussione che segue i valori numerici di X non giocano nessun ruo-
lo, tutta la procedura può essere facilmente adattata anche al caso di variabili
qualitative
Supponiamo allora che, in un campione di n misure, il valore j-mo di X venga
sperimentalmente trovato Nj volte con j = 1, . . . , m, e che quindi le pj = Nj /n siano
le corrispondenti frequenze relative: si noti che Nj e pj sono v-a (cioè cambiano
ad ogni ripetizione dell’esperimento), mentre le probabilità teoriche pj di L sono
numeri dati nell’ipotesi H0 . Ovviamente il test sarà eseguito con un confronto fra
le pj teoriche e le pj empiriche, ed è quindi necessario individuare un’opportuna
statistica che misuri una distanza complessiva fra la distribuzione empirica delle pj ,
e la distribuzione teorica L delle pj . Si dimostra a questo scopo che, se H0 è vera,
la statistica di Pearson
∑m
(pj − pj )2 ∑ m
(Nj − npj )2
K0 = n = ∼ χ2 (m − 1) se è vera H0 (9.41)
j=1
pj j=1
npj
154
9.5 Test del χ2 di adattamento
155
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
Per adattare il test al nostro campione dovremo allora unificare le classi estreme
{X = 0} e {X = 12}, rispettivamente con le classi contigue {X = 1} e {X = 11},
e sommarne le probabilità in modo da avere
In conclusione il nostro test del χ2 non dovrà essere eseguito per l’originaria di-
stribuzione B (12; 1 /2 ) a 13 valori con le p0 , . . . , p12 binomiali, ma su una nuova
distribuzione raggruppata L a 11 valori con probabilità cosı̀ definite
p0 + p1 per j = 1, cioè k = 0, 1
qj = pj per j = k = 2, . . . , 10
p11 + p12 per j = 11, cioè k = 11, 12
156
9.5 Test del χ2 di adattamento
chiaramente indica ancora una volta che la distribuzione empirica non può essere
considerata ben adattata neanche alla distribuzione binomiale B (12; 0.519). Va
infine notato che l’esito del test appare piuttosto affidabile nel senso che non sarebbe
modificato se scegliessimo valori diversi, ma ragionevoli, per il livello α
Esempio 9.10. (Approssimazione di Poisson) Supponiamo di voler verificare
empiricamente il Teorema 5.8 di Poisson secondo il quale, in particolari condizioni,
una legge binomiale può essere ben approssimata da una legge di Poisson. Per far
questo simuliamo un campione di n = 2 000 numeri estratti da una v-a X Binomiale
B (200; 0.01), e siccome
λ = n p = 200 × 0.01 = 2
confrontiamo le frequenze empiriche trovate con le probabilità teoriche della legge di
Poisson P(2)
2k
pk = e−2 k = 0, 1, . . .
k!
I valori Nk delle frequenze assolute del campione sono riportati nella Tabella 9.4
Osserviamo allora preliminarmente che i possibili valori interi di una v-a X di
Poisson sono in numero infinito, mentre il test del χ2 è stato progettato solo per un
numero finito m di valori. Inoltre per la legge P(2) da noi considerata si ha
per cui la condizione di applicabilità del test (npk ≥ 5) è verificata sempre tranne
che per k ≥ 7. Questi due problemi possono essere superati assieme raggruppando
157
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
k 0 1 2 3 4 5 6 7 8
Nk 280 545 544 355 186 55 25 9 1
classi 0 1 2 3 4 5 6 ≥7
Mj 280 545 544 355 186 55 25 10
Tabella 9.5: Rispetto alla Tabella 9.4 le frequenze dei valori 7 e 8 sono state unificate
in un’unica classe ≥ 7
tutti i valori k ≥ 7 in un’unica classe. In questo modo non solo avremo un numero
m = 8 finito di classi di valori con le probabilità derivate da quelle di Poisson
∑ ∑
6
q0 = p 0 q1 = p1 ... q6 = p 6 q7 = pk = 1 − pk
k≥7 k=0
ma anche la condizione di applicabilità del test sarà ora sempre rispettata perché
158
9.5 Test del χ2 di adattamento
classi ≤ −2.0 [-2.0, -1.5] [-1.5, -1.0] [-1.0, -0.5] [-0.5, 0.0]
Nj 27 53 100 147 191
classi [0.0, 0.5] [0.5, 1.0] [1.0, 1.5] [1.5, 2.0] ≥ 2.0
Nj 183 143 79 38 39
test (npk ≥ 5). Osserviamo allora che per una legge normale standard N (0, 1) dalle
Tavole E.1 si ha ad esempio
n P {N (0, 1) ≤ −2} = 1 000 × Φ(−2) = 1 000 × [1 − Φ(2)] = 22.75 > 5
n P {N (0, 1) ≥ −2} = n (1 − P {N (0, 1) ≤ 2}) = 1 000 × [1 − Φ(2)] = 22.75 > 5
e analogamente si prova che le condizioni sono rispettate da tutti gli intervalli di
ampiezza 0.5 presi fra −2 e 2; cosı̀ ad esempio
n P {1.5 ≤ N (0, 1) ≤ 2.0} = 1 000 × [Φ(2.0) − Φ(1.5)] = 44.06 > 5
Definiremo allora m = 10 classi utilizzando gli intervalli
(−∞, −2.0] [−2.0, −1.5] ... [0.0, 0.5] ... [1.5, 2.0] [2.0, +∞)
con le corrispondenti probabilità teoriche
P {N (0, 1) ≤ −2} = 1 − Φ(2) j=1
{ j−6 } ( ) ( )
pj = P 2 ≤ N (0, 1) ≤ j−5 = Φ j−5 − Φ j−6 j = 2, . . . , 9
2 2 2
P {N (0, 1) > 2} = 1 − Φ(2) j = 10
i cui valori numerici possono essere ricavati usando le Tavole E.1. Le frequenze
empiriche nelle 10 classi del campione simulato sono poi riportate nella Tabella 9.6
A questo punto siamo in grado di calcolare la statistica di Pearson (9.41) e di
confrontarla con il quantile del chi-quadro χ2 (m − 1) = χ2 (9) ottenendo per un test
di livello α = 0.01
χ21−α (m − 1) = χ20.99 (9) = 21.67 > 18.32 ≃ K0
I nostri dati non sono quindi in regione critica, e il test suggerisce di accettare
l’ipotesi H0 secondo la quale il campione delle somme standardizzate segue una leg-
ge normale standard. Le conclusioni di questo test non sono però particolarmente
solide: infatti, se avessimo scelto un livello α = 0.05, dalla relazione
χ21−α (m − 1) = χ20.95 (9) = 16.92 < 18.32 ≃ K0
dagli stessi dati empirici avremmo ricavato per H0 la conclusione opposta. Natural-
mente questo non indica una debolezza del TLC Teorema 5.5, quanto piuttosto una
parziale inadeguatezza dell’esperimento di simulazione. Infatti la legge della somma
di appena 30 v-a indipendenti può essere approssimata da una normale standard
soltanto in maniera un po’ rudimentale (vedi le osservazioni in Sezione 5.3)
159
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
Supponendo ora che le nostre due v-a possano assumere solo un numero finito di va-
lori (anche di tipo qualitativo), rispettivamente u1 , . . . , ur e v1 , . . . , vs , e riprendendo
una notazione già introdotta nella Sezione 7.1, indicheremo con Nj k la frequenza con
la quale compare nel campione la coppia di valori (uj , vk ); con Nj · e N· k denoteremo
invece le frequenze con le quali si presentano separatamente, rispettivamente i valori
uj e vk . Le probabilità teoriche congiunte pjk , e marginali pj e qk associate ai valori
delle v-a X e Y non sono note, ma possono essere stimate tramite i loro stimatori
MV, cioè tramite le frequenze relative empiriche congiunte e marginali
{
Njk Nj · N· k j = 1, . . . , r
pjk = pj = qk =
n n n k = 1, . . . , s
Ricorderemo ora da (3.35) che l’indipendenza di due v-a X e Y equivale alla richiesta
che fra le loro probabilità teoriche congiunte e marginali sussista la relazione
pj k = pj qk
segue una legge χ2 [(r − 1)(s − 1)] con (r − 1)(s − 1) gradi di libertà, se le frequenze
relative marginali non sono troppo piccole. Pertanto in questo caso l’evento critico
di livello α è { }
D = K0 > χ21−α [(r − 1)(s − 1)] (9.45)
In pratica la statistica di Pearson K0 è una misura globale della differenza fra le
frequenze congiunte pjk e i prodotti pj q k delle loro marginali: se tale differenza
è troppo grande il test suggerirà di non accettare l’ipotesi H0 di indipendenza, e
viceversa in caso contrario
160
9.6 Test del χ2 di indipendenza
Fis
alti medi bassi marginali
alti 56 71 12 139
30.80 72.66 35.54
bassi 14 42 85 141
31.24 73.70 36.05
161
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
Età
18–30 31–40 41–50 51–60 61–70 marginali
0 748 821 786 720 672 3 747
770.13 818.37 772.81 720.99 664.70
1 74 60 51 66 50 301
61.87 65.74 62.08 57.92 53.40
Incidenti 2 31 25 22 16 15 109
22.40 23.81 22.48 20.97 19.34
>2 9 10 6 5 7 37
7.60 8.08 7.63 7.12 6.56
Esempio 9.13. Siano dati, nelle prime righe della parte centrale della Tabella 9.8,
i risultati di un’inchiesta volta a stabilire se si può accettare l’ipotesi H0 che l’età
di un guidatore (divisa in r = 5 classi) è indipendente dal numero degli incidenti
automobilistici provocati (diviso in s = 4 classi)
Una volta completata la tabella con le marginali e il numero totale n = 4 194 di
soggetti esaminati, si calcolano i valori delle quantità npj q k e li si riporta sotto le
frequenze congiunte. Possiamo ora calcolare la statistica K0 (9.44), e per un test di
livello α = 0.05 dalle Tavole E.3 si ha
162
Parte III
Appendici
163
Appendice A
Esercizi
165
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
166
A.1 Calcolo delle probabilità
Esercizio A.1.2. Un cubo con le facce colorate viene diviso in 1 000 cubetti di eguali
dimensioni. I cubetti cosı̀ ottenuti sono poi mescolati: determinare la probabilità che
un cubetto estratto a caso abbia due facce colorate
Soluzione: Tra i 1 000 cubetti ve ne sono 8 con tre facce colorate, 8 · 12 = 96 con
due facce colorate, 64 · 6 = 384 con una faccia colorata e 83 = 512 non colorati.
Pertanto
96
p= = 0, 096
1 000
è la probabilità richiesta
167
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
Esercizio A.1.4. Una v-a X ha fdp fA (x) se si verifica l’evento A, e fdp fB (x) se
si verifica l’evento B; inoltre P {A} = p, e P {B} = q, con p + q = 1.
• Determinare la fdp f (x) della v-a X
• Supponendo che le leggi con densità fA ed fB abbiano rispettivamente attese
µA ed µB , e varianze σA2 e σB2 , calcolare l’attesa µ e la varianza σ 2 di X
Soluzione: Definendo le FDC dei due casi
∫ x
FA (x) = P {X ≤ x | A} = fA (y) dy fA (x) = FA′ (x)
−∞
∫ x
FB (x) = P {X ≤ x | B} = fB (y) dy fB (x) = FB′ (x)
−∞
168
A.1 Calcolo delle probabilità
che fornisce la risposta alla prima domanda. Si ricava poi facilmente che
∫ +∞ ∫ +∞ ∫ +∞
µ = E [X] = xf (x) dx = p xfA (x) dx + q xfB (x) dx = pµA + qµB
−∞ −∞ −∞
e poi che
[ ]
V [X] = E X 2 − E [X]2 = p(µ2A + σA2 ) + q(µ2B + σB2 ) − (pµA + qµB )2
= pσA2 + qσB2 + pq(µA − µB )2
Esercizio A.1.5. Due v-a X ed Y sono legate dalla relazione Y = 2−3X. Sapendo
che E [X] = −1 e V [X] = 4, calcolare l’attesa e la varianza di Y , la covarianza e
il coefficiente di correlazione delle due v-a
Soluzione: Da (4.8) e (4.19) avremo innanzitutto
E [Y ] = E [2 − 3X] = 2 − 3E [X] = 5
V [Y ] = V [2 − 3X] = 9V [X] = 36
cov [X, Y ]
ρXY = √ √ = −1
V [X] V [Y ]
come peraltro prevedibile sulla base del Teorema 4.7 data la dipendenza lineare
sussistente fra X e Y
169
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
P {TP } = 5
/8 P {RP | TP } = 3
/5 P {RL | TP } = 2
/5
P {TL } = 3
/8 P {RP | TL } = 1
/3 P {RL | TL } = 2
/3
calcolare la probabilità che il segnale arrivi in [t, τ ] supponendo che esso non sia
arrivato in [0, t]
Soluzione: La traccia del problema ci dice che
{ }
P {A} = p P A =1−p
170
A.1 Calcolo delle probabilità
171
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
• Supponendo
{ che
} un aereo sia atterrato felicemente, determinare la probabi-
lità P H | A che il pilota sia stato costretto dalle sfavorevoli condizioni
meteorologiche ad un atterraggio strumentale
Soluzione: Riassumendo le indicazioni della traccia, abbiamo
{ }
P {H} = s P H =1−s
{ } { }
P {A | H} = p P T |H =q P T |H =1−q
{ } { }
P A|T ∩H =p P A | T ∩ H = p⋆ < p
e da queste possiamo anche ricavare
{ } { } { }
{ } P A∩H P A∩T ∩H +P A∩T ∩H
P A|H = { } = { }
P H P H
{ } { } { } { }
P A∩T ∩H P T ∩H P A∩T ∩H P T ∩H
= { } { } + { } { }
P T ∩H P H P T ∩H P H
{ } { } { } { }
= P A|T ∩H P T |H +P A|T ∩H P T |H
= pq + p⋆ (1 − q)
Per la prima domanda si ha allora dalla formula della probabilità totale (2.1)
{ } { } ( )
P {A} = P {A | H} P {H} + P A | H P H = ps + pq + p⋆ (1 − q) (1 − s)
Quanto alla seconda domanda basterà poi usare il Teorema di Bayes (2.2)
{ } { } ( )
{ } P A|H P H pq + p⋆ (1 − q) (1 − s)
P H|A = = ( )
P {A} ps + pq + p⋆ (1 − q) (1 − s)
per ottenere il risultato richiesto
172
A.1 Calcolo delle probabilità
173
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
Risposta: P {D1 |B} ≃ 0.565, P {D2 |B} ≃ 0.385, P {D3 |B} ≃ 0.047 e
P {D4 |B} ≃ 0.003
Si prende una scatola a caso, si estrae una pallina e si osserva che essa è bianca
(evento B): definiti allora gli eventi
Esercizio A.1.14. Una partita di 100 oggetti ne contiene 5 difettosi. La partita vie-
ne sottoposta ad una verifica alla fine della quale essa può essere accettata o rifiutata.
Quale delle seguenti due procedure respinge la partita con maggior probabilità?
è evidente che
174
A.1 Calcolo delle probabilità
D’altra parte si ha
95 94 93 92 91 90
P {A0 } = ≃ 0.729
100 99 98 97 96 95
95 94 93 78 77 76
P {B0 } = ... ≃ 0.319
100 99 98 83 82 81
mentre, tenendo conto di tutti i modi in cui si può trovare un pezzo difettoso, per
B1 risulta
5 95 94 78 77 95 5 94 78 77 95 94 93 78 5
P {B1 } = ... + ... + ... + ...
100 99 98 82 81 100 99 98 82 81 100 99 98 82 81
95 94 93 78 77 5
= 20 ... ≃ 0.420
100 99 98 83 82 81
per cui in definitiva P {A} ≃ 0.271, e P {B} ≃ 0.261 e quindi la procedura a risulta
più severa della procedura b
cioè risponderà mediamente a due domande e supererà il test con una probabilità
dello 0.4%, cioè circa quattro volte su mille
Esercizio A.1.16. Un venditore deve fare 10 telefonate ogni giorno per convincere
dei clienti ad acquistare un prodotto; dall’esperienza precedente si sa che il cliente
acquista il prodotto nel 15% dei casi. Supponendo che gli esiti delle telefonate siano
indipendenti, calcolare:
• il numero medio µ di prodotti venduti al giorno e la deviazione standard σ
175
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
Se invece la percentuale dei successi fosse solo del 5%, usare l’approssimazione di
Poisson per calcolare con quale probabilità 10 venditori venderebbero esattamente 4
prodotti in un giorno
e inoltre
∑2 ( )
10
P {X < 3} = (0.15)k (0.85)10−k ≃ 0.820
k=0
k
Nella seconda parte abbiamo invece n = 100 e p = 0.05 per cui le probabilità
per X ∼ B (100; 0.05) saranno più complicate da calcolare: sarà quindi preferibile
adottare l’approssimazione di Poisson con λ = np = 100 × 0.05 = 5, cioè
( )
100 54 54
P {X = 4} = (0.05)4 (0.95)96 ≃ e−5 = 0.006738 ≃ 0.175
4 4! 4!
∑
6 ∑
6
2k
−2
P {X > 6} = 1 − P {X ≤ 6} = 1 − P {X = k} = 1 − e ≃ 0.0045
k=0 k=0
k!
Esercizio A.1.18. Nella fascia oraria fra le 12:00 e le 13:00 di ogni giorno un
centralino telefonico riceve un numero aleatorio X di chiamate con una media di
α = 10 telefonate all’ora: calcolare la probabilità P {X ≤ 4} di ricevere non più di
4 telefonate in quella fascia oraria
176
A.1 Calcolo delle probabilità
P {2 ≤ X ≤ 4} = P {X = 2} + P {X = 3} + P {X = 4}
( 2 )
−3 3 33 34
≃ e + + ≃ 0.616
2! 3! 4!
avendo preso il valore dell’esponenziale dalle Tavole E.5
177
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
{ } ( )
q(σ) = P {a ≤ X ≤ b} = P a /σ ≤ X ∗ ≤ b /σ = Φ b /σ − Φ ( a /σ )
a2/ b2/
′ b ( ) a a e− − b e−
2σ 2 2σ 2
q (σ) = − 2 φ b /σ + 2 φ ( a /σ ) = √
σ σ σ 2 2π
per cui il valore di σ che rende massima q(σ) sarà soluzione dell’equazione q ′ (σ) = 0
cioè di
a2 b2
a e− /2σ2 = b e− /2σ2
Passando ai logaritmi questa equazione si riscrive come
a2 b2
log a − = log b −
2σ 2 2σ 2
e la sua soluzione – che risponde alla prima domanda – è
√
b2 − a2
b=
σ
log b2 − log a2
Ponendo poi a = 1 e b = 2, dalle Tavole E.1 si ottiene
√ √
4−1 3
b =
σ = ≃ 1.471
log 4 − log 1 log 4
( √ ) (√ )
log 4 log 4
q (b
σ) = Φ 2 −Φ ≃ Φ(1.36) − Φ(0.68)
3 3
= 0.91309 − 0.75175 ≃ 0.161
che risponde anche alla seconda domanda
178
A.1 Calcolo delle probabilità
Ne segue che il numero aleatorio Y di valori estratti che cadono in [3, 4] sarà una
v-a binomiale B (n; p) con n = 40 e p = 0.159, per cui in definitiva
E [Y ] = np = 40 × 0.159 = 6.36
sarà il numero medio di valori in [3, 4]
179
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
E [Xk ] = µ V [Xk ] = σ 2
∑
n
Y = Xk con E [Y ] = nµ V [Y ] = nσ 2
k=1
Y − E [Y ] Y − nµ
Y∗ = √ = √
V [Y ] σ n
Esercizio A.1.29. Una fabbrica produce delle partite di n = 10 000 pezzi e la pro-
babilità che uno di tali pezzi sia difettoso è p = 0.05. Le cause dei difetti sono
indipendenti per i diversi pezzi. I pezzi difettosi sono accumulati in un recipiente:
usando l’approssimazione normale, determinare la capienza minima del recipiente
che premette di contenere tutti i pezzi difettosi con una probabilità del 99%
180
A.1 Calcolo delle probabilità
Soluzione: Il numero X dei pezzi difettosi è una v-a ottenuta sommando n v-a
indipendenti di Bernoulli B (1; p), e quindi X ∼ B (n; p) con
ovvero imponendo che l’argomento della Φ coincida con il quantile φ0.99 di ordine
0.99 della normale standard. Dalle Tavole E.1 si ha allora
x − np
√ = φ0.99 ≃ 2.33
np(1 − p)
è la capienza minima del recipiente che contiene tutti i pezzi difettosi con il 99% di
probabilità
E [Yn ] = nµ = 96 V [Yn ] = nσ 2 = 16
√ √
e quindi che la somma standardizzata è (si noti che σ n = nσ 2 = 4)
Yn − nµ Yn − 96
Yn∗ = √ =
σ n 4
181
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
Pertanto avremo
{ }
95 − 96 100 − 96 { }
P {95 ≤ Yn ≤ 100} = P ≤ Yn∗ ≤ = P − 1 /4 ≤ Yn∗ ≤ 1
4 4
Esercizio A.1.31. Siano date n = 144 v-a indipendenti, ciascuna con attesa µ = 0
e deviazione
{ 1 standard}σ = 3: calcolare in approssimazione normale la probabilità
P − /8 ≤ X n ≤ 3 /8 che la loro media X n cada fra − 1 /8 e 3 /8
Soluzione: Siccome
[ ] [ ] σ2 1
E Xn = µ = 0 V Xn = =
n 16
la v-a standardizzata sarà
Xn − µ√
Yn∗ = n = 4X n
σ
e quindi in approssimazione normale
{ } { }
P − 1 /8 ≤ X n ≤ 3 /8 = P − 1 /2 ≤ Yn∗ ≤ 3 /2
≃ Φ(1.5) − Φ(−0.5) = Φ(1.5) + Φ(0.5) − 1 ≃ 0.625
182
A.1 Calcolo delle probabilità
Esercizio A.1.34. Sia X una v-a della quale non si conosce la distribuzione, ma
della quale si sa che µ = E [X] = 1 e σ 2 = V [X] = 1 /3 . Se Yn = X1 + . . . + Xn è
la somma di n = 300 v-a indipendenti e tutte distribuite come X
Esercizio A.1.37. Una variabile aleatoria con valore d’attesa µ = 250 e varianza
σ 2 = 1 710 viene misurata n = 190 volte: detta X n la media aritmetica dei risultati
di tali misure, usare{l’approssimazione normale
} e le Tavole E.1 per calcolare il valore
della probabilità P 247.6 ≤ X n ≤ 253.9
{ }
Risposta: P 247.6 ≤ X n ≤ 253.9 ≃ 0.691
183
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
5, 4, 5, 4, 4, 1, 5, 6, 5, 4, 2, 3, 7, 5, 3, 3, 4, 3, 4
1, 2, 3, 3, 3, 3, 4, 4, 4, 4, 4, 4, 5, 5, 5, 5, 5, 6, 7
184
A.2 Statistica Descrittiva
∆=7−1=6
q 1 /2 = 4 q 1 /4 = 3 q 3 /4 = 5
Esercizio A.2.2. Nella fascia oraria fra le 12:00 e le 13:00 di ogni giorno un cen-
tralino telefonico riceve un numero aleatorio X di chiamate. Il valore di X è stato
registrato in 23 giorni diversi ottenendo i seguenti risultati:
10, 14, 11, 10, 11, 10, 8, 6, 12, 7, 16 , 10, 11, 6, 8, 4, 9, 12, 7, 6, 14, 4, 11.
185
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
186
A.2 Statistica Descrittiva
25 9 5 5 5 9 6 5 15 45 35 6 5 6 24 21 16 5 8 7
7 5 5 35 13 9 5 18 6 10 19 16 21 8 13 5 9 10 10 6
23 8 5 10 15 7 5 5 24 9 11 34 12 11 17 11 16 5 15 5
12 6 5 5 7 6 17 20 7 8 8 6 10 11 6 7 5 12 11 18
6 21 6 5 24 7 16 21 23 15 11 8 6 8 14 11 6 9 6 10
58 593
m= ≃ 11.60 s2 = = 59.30
5 10
∆ = 40 q 1 /2 = 9 q 1 /4 = 6 q 3 /4 = 15
k = 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11
Nk = 2 11 15 18 20 14 10 5 2 2 1
187
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
k = 0 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14
Nk = 1 7 15 24 32 48 32 24 23 13 5 2 2 1 1
k= 1 2 3 4 5 6 7 8
Nk = 3 8 10 12 6 6 4 1
188
A.2 Statistica Descrittiva
189
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
k = 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12
Nk = 4 7 34 38 36 21 27 14 10 6 2 1
k= 1 2 3 4 5 6 7 8
Nk = 1 2 6 14 13 6 7 1
k= 1 2 3 4 5 6 7 8
Nk = 1 5 15 10 9 6 3 1
190
A.2 Statistica Descrittiva
k = 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11
Nk = 2 3 10 8 7 4 4 5 5 1 1
Esercizio A.2.14. Il numero di lanci di dado necessari per ottenere per la prima
volta il risultato “ 6 ” è aleatorio: si ripete l’esperimento 50 volte ottenendo i seguenti
risultati
4 4 3 14 7 4 5 11 2 8 2 4 13 1 2 6 7 2 1 2
3 4 2 2 16 1 12 3 2 5 2 4 1 11 1 1 1 10 10 4
4 6 8 2 1 1 4 14 1 1
191
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
1.70 1.93 2.42 2.52 2.59 2.66 2.72 2.76 2.88 3.01
3.05 3.12 3.12 3.15 3.15 3.17 3.32 3.36 3.40 3.54
3.63 3.71 3.71 3.72 3.81 3.95 4.01 4.01 4.04 4.04
4.07 4.07 4.15 4.17 4.42 4.43 4.46 4.52 4.56 4.78
4.83 5.13 5.15 5.15 5.30 5.33 5.33 5.39 5.44 5.61
5.66 5.83 6.90
Soluzione: Per campioni di caratteri continui, come quelli di questo esercizio, con-
viene stilare una tabella di frequenze (per semplicità omettiamo quelle cumulate)
completata con le ampiezze bk − ak delle classi, le altezze Hk dell’istogramma delle
bk , e alcuni elementi necessari per il calcolo delle
frequenze assolute, i valori centrali w
medie e varianze per dati raggruppati:
192
A.2 Statistica Descrittiva
[ak , bk ] Nk pk bk − ak Hk bk
w bk
pk w bk2
pk w
[0.0, 2.0] 2 0.038 2.0 1.0 1.00 0.038 0.038
[2.0, 3.0] 7 0.132 1.0 7.0 2.50 0.330 0.825
[3.0, 3.4] 10 0.189 0.5 20.0 3.25 0.613 1.993
[3.5, 4.0] 7 0.132 0.5 14.0 3.75 0.495 1.857
[4.0, 4.5] 11 0.208 0.5 22.0 4.25 0.882 3.749
[4.5, 5.0] 4 0.075 0.5 8.0 4.75 0.358 1.703
[5.0, 6.0] 11 0.208 1.0 11.0 5.50 1.142 6.278
[6.0, 8.0] 1 0.019 2.0 0.5 7.00 0.132 0.925
3.990 17.368
Innanzitutto si calcola facilmente la media aritmentica del campione
m ≃ 3.98
In fondo alle ultime due colonne sono state riportate le loro somme che corrispondono
rispettivamente alla media e alla media dei quadrati dei valori centrali delle classi
(wbk ): da essi è possibile calcolare facilmente la media (6.9) e la varianza (6.14) per
dati raggruppati
mb ≃ 3.99 sb2 ≃ 1.44
193
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
Infine sempre dai dati della tabella delle frequenze è facile tracciare l’istogramma e
il boxplot che sono riportati in Figura A.8; le classi modali sono (3.0 , 3.5], (4.0 , 4.5]
e (5.0 , 6.0]
194
A.2 Statistica Descrittiva
[0 , 2] (2 , 4] (4 , 6] (6 , 8] (8 , 10]
195
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
Esercizio A.2.19. Un’azienda vuol condurre un’indagine sulla propria clientela mi-
surando i consumi di un determinato prodotto in 90 famiglie. Si ottenengono i
seguenti risultati:
1.69 1.71 1.72 1.92 1.99 2.01 2.04 2.06 2.09 2.50
2.52 2.53 2.55 2.66 2.81 2.82 2.93 2.98 3.04 3.36
3.48 3.54 3.64 3.71 3.75 3.82 3.85 3.91 4.01 4.11
4.23 4.23 4.23 4.36 4.38 4.54 4.55 4.59 4.76 4.83
5.10 5.19 5.29 5.29 5.61 5.69 5.71 5.78 5.91 5.92
5.93 6.08 6.22 6.38 6.70 6.85 6.89 7.00 7.06 7.09
7.23 7.42 7.45 7.55 7.66 7.80 7.81 7.94 7.96 7.99
8.77 8.88 9.10 9.20 9.38 9.41 9.75 10.02 10.07 10.41
11.28 11.38 11.82 11.86 12.37 12.53 13.54 14.22 15.80 18.37
Calcolare la media m, il range ∆, la mediana q 1 /2 , i due quartili q 1 /4 , q 3 /4 , e disegna-
re il boxplot. Costruire la tabella delle frequenze (assolute e relative) dei ritrovamenti
dei dati negli intervalli delimitati dai punti 1, 3, 5, 7, 9, 11, 15, 19, disegnare l’isto-
gramma e determinare la classe modale (o le classi modali). Usando poi la tabella
delle frequenze relative, calcolare la media m b e la varianza sb2 approssimate per dati
raggruppati
Risposta: I risultati numerici sono
m ≃ 6.19 ∆ = 16.68 q 1 /2 = 5.65 q 1 /4 = 3.59 q 3 /4 = 7.95
b ≃ 6.27
m sb2 ≃ 13.24
L’istogramma e il boxplot sono riportati in Figura A.11; la classe modale è (3 , 5]
196
A.2 Statistica Descrittiva
197
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
0.04 0.04 0.07 0.11 0.11 0.14 0.17 0.19 0.19 0.20
0.25 0.32 0.36 0.43 0.52 0.55 0.62 0.64 0.67 0.88
0.88 0.97 1.04 1.09 1.10 1.16 1.20 1.22 1.22 1.32
1.49 1.62 1.67 1.87 1.89 1.99 2.17 2.21 2.53 2.60
2.65 2.68 2.90 3.18 3.50 4.57 5.03 5.91 7.56 9.20
198
A.2 Statistica Descrittiva
199
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
200
A.2 Statistica Descrittiva
0.67 1.19 1.25 1.56 1.59 1.83 1.85 2.03 2.20 2.21
2.25 2.37 2.41 2.44 2.45 2.45 2.48 2.48 2.52 2.63
2.66 2.72 2.81 2.81 2.84 2.89 2.91 2.92 3.07 3.12
3.20 3.26 3.27 3.32 3.34 3.37 3.46 3.48 3.55 3.58
3.66 3.66 3.76 3.78 3.82
Istogramma e boxplot sono riportati in Figura A.14; la classe modale è (2.0 , 2.5]
−1.64 −1.63 −1.62 −1.62 −1.43 −1.33 −1.14 −1.13 −1.08 −0.87
−0.81 −0.63 −0.57 −0.51 −0.44 −0.39 −0.27 −0.26 −0.23 −0.21
−0.20 −0.18 −0.13 −0.05 0.03 0.09 0.13 0.18 0.22 0.39
0.41 0.53 0.71 0.73 1.01 1.08 1.10 1.12 1.57 2.27
201
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
0.40 0.78 0.91 1.06 1.25 1.31 1.33 1.40 1.53 1.58
1.65 1.77 1.85 1.92 2.03 2.07 2.15 2.39 2.66 2.87
2.98 3.14 3.15 3.16 3.66 3.71 3.82 4.59 4.83 5.67
5.78 5.99 6.39 6.59 6.81 7.93 8.22
202
A.2 Statistica Descrittiva
203
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
X Y X Y X Y X Y
0.02 −0.13 0.36 −0.34 0.58 0.62 0.82 2.62
0.03 0.82 0.37 0.38 0.63 0.05 0.84 1.44
0.16 −0.96 0.52 −0.37 0.66 −0.13 0.87 0.43
0.23 −0.57 0.54 0.26 0.67 0.22 0.89 0.61
0.27 1.59 0.57 0.84 0.72 1.59 0.96 −0.38
204
A.3 Statistica Inferenziale
X Y X Y X Y X Y
0.04 1.41 0.28 0.53 0.45 1.05 0.65 0.26
0.07 −0.31 0.29 0.39 0.45 1.23 0.65 1.08
0.18 −1.18 0.30 −0.89 0.51 0.40 0.83 1.88
0.18 −1.01 0.30 1.20 0.55 1.04 0.88 0.48
0.21 −0.15 0.39 −0.52 0.57 −0.91 0.88 1.42
0.22 −0.31 0.42 1.79 0.58 −1.33 0.89 0.36
0.22 0.32 0.45 0.74 0.62 1.73 0.97 −0.37
S
X ± √ t1− α3 (n − 1) ≃ 4.675 ± 1.272
n
205
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
1.01 2.25 1.60 1.75 1.49 1.45 2.51 1.87 3.95 2.10
X ≃ 1.998 S ≃ 0.811
H0 : µ = 4 H1 : µ ̸= 4
e calcolarne la significatività αs
Soluzione: Si calcola innanzitutto X ≃ 4.289; poi con α = 0.05 dalle Tavole E.1
della normale standard si trova che
206
A.3 Statistica Inferenziale
207
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
Soluzione: I valori dati per la media e la varianza devono essere considerati come
calcolati dal campione di 200 misure che non è riportato: pertanto la varianza deve
essere considerata non come conosciuta, ma come ricavata dai dati empirici (infat-
ti con un altro campione di 200 misure il valore di S 2 sarebbe diverso). Pertanto
dovremo eseguire un test di Student, ma sulle Tavole E.2 i quantili delle leggi con
n − 1 = 199 gradi di libertà non sono riportati. Bisognerà quindi usare l’approssi-
mazione (3.29) per calcolare questi quantili da quelli della normale standard delle
Tavole E.1, sicché con α = 0.01 avremo
e si osserva che
|T0 | ≃ 4.63 > 2.58 ≃ t1− α2 (n − 1)
per cui l’evento critico D (9.19) si verifica, cioè i dati sono in regione critica e quindi
rifiuteremo l’ipotesi H0
2.58 0.25 3.96 4.89 3.80 1.42 0.96 7.99 2.47 4.32
2.19 0.66 1.37 6.22 1.41 2.56 1.06 1.40 0.45 1.40
H0 : µ = 3 H1 : µ ̸= 3
208
A.3 Statistica Inferenziale
2.47 1.79 0.01 2.94 4.10 2.13 4.51 0.72 − 2.99 0.83
H0 : µ ≤ 0 H1 : µ > 0
X ≃ 1.651 S ≃ 2.174
e poi dalle Tavolr E.2 si determina l’opportuno quantile di Student per l’intervallo
di fiducia di livello α = 0.05:
209
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
Esercizio A.3.8. Sia dato il seguente campione di n = 10 misure di una v-a X con
attesa e varianza sconosciute:
2.02 − 0.87 − 1.68 − 1.39 − 0.05 − 2.69 3.14 − 2.46 − 0.05 1.83
Determinare gli intervalli di fiducia di livello α = 0.05 per la media e per la varianza.
Con un test bilaterale di livello α = 0.05 si decida poi fra le due ipotesi
H0 : µ = 0 H1 : µ ̸= 0
Soluzione: Una volta stimate le quantità necessarie
X ≃ −0.220 S 2 ≃ 3.957 S ≃ 1.989
si cerchino sulle Tavole E.2 e E.3 i quantili necessati per i due intervalli di fiducia di
livello α = 0, 05:
t1− α2 (n − 1) = t0.975 (9) ≃ 2.262
χ2α (n − 1) = χ20.025 (9) ≃ 2.700 χ21− α (n − 1) = χ20.975 (9) ≃ 19.023
2 2
210
A.3 Statistica Inferenziale
211
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
36.8 37.9 38.3 38.1 38.3 38.8 36.3 37.7 37.1 36.9
X = 37.7 37.5 37.4 39.0 38.6 41.4 37.9 37.5 39.9 38.2
38.4 37.7 37.5 36.6 38.0 38.6 39.0 37.6 38.0 39.5
37.1 36.1 38.2 39.0 38.4 36.4 36.8 39.3 37.3 37.9
Y = 37.6 38.4 38.6 37.4 38.3 37.0 35.9 36.0 37.2 39.3
36.0 36.6 38.0 38.0 38.7 39.4 37.6 36.1 39.0 36.4
Decidere con un test unilaterale di livello α = 0.05 quale accettare fra le ipotesi
H0 : µX ≤ µY H1 : µX > µY
−0.3 1.8 0.1 −0.9 −0.1 2.4 −0.5 −1.6 −0.2 −1.0
Z =X −Y = 0.1 −0.9 −1.2 1.6 0.3 4.4 2.0 1.5 2.7 −1.1
2.4 1.1 −0.5 −1.4 −0.7 −0.8 1.4 1.5 −1.0 3.1
H0 : µ ≤ 0 H1 : µ > 0
A questo punto, siccome attese e varianze non sono note, si calcolano la media e la
varianza corretta delle Z
√ Z
T0 = n ≃ 1.654
SZ
Per determinare poi l’evento critico unilaterale (9.31) di livello α = 0.05 si cerca il
quantile di Student
t1−α (n − 1) = t0.950 (29) ≃ 1.699
e siccome
T0 ≃ 1.65 < 1.70 ≃ t1−α (n − 1)
l’evento critico non si verifica, i dati non sono in regione critica e quindi accetteremo
l’ipotesi H0
212
A.3 Statistica Inferenziale
e siccome
T0 ≃ 3.99 > 2.552 ≃ t1−α (n + m − 2)
ne concludiamo che l’evento critico unilaterale (9.36) si verifica, i dati sono in regione
critica e quindi rifiuteremo H0 e accetteremo H1
213
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
X ≃ 9.065 2
SX ≃ 0.206 Y ≃ 7.719 SY2 ≃ 0.927
V ≃ 0.603
2
V ≃ 0.776
e siccome
T0 ≃ 4.050 > 1.725 ≃ t1−α (n + m − 2)
ne concludiamo che l’evento critico unilaterale (9.36) si verifica, i dati sono in regione
critica e quindi rifiuteremo H0 e accetteremo H1
Esercizio A.3.14. La differenza fra entrate e uscite (in milioni di Euro) di una ditta
è una v-a con varianza σ 2 = 1. Vengono introdotte alcune modifiche nel sistema
di vendita dei prodotti: per controllare se la situazione finanziaria è migliorata si
confrontano i bilanci X di n = 10 mesi successivi all’introduzione di tali modifiche
con quelli Y di m = 12 mesi precedenti, e si ottengono i seguenti risultati
0.61 0.90 2.76 1.31 3.33
X =
2.08 1.42 −0.67 2.22 3.28
0.80 2.28 1.11 −1.26 0.70 1.26
Y =
0.42 2.24 1.58 −0.21 −0.26 −2.02
Supponendo che le modifiche abbiano lasciato immutata la varianza, decidere con
un test di livello α = 0.05 quale accettare fra le ipotesi
H0 : µX ≤ µY H1 : µX > µY
214
A.3 Statistica Inferenziale
X −Y
U0 = √ 2 2
≃ 2.74
σX σY
n
+ m
Siccome
U0 ≃ 2.74 > 1.65 ≃ φ1−α
ne concludiamo che l’evento critico unilaterale (9.33) si verifica, i dati sono in regione
critica e quindi rifiuteremo H0 e accetteremo H1
A scopo illustrativo possiamo confermare questo risultato abbandonando l’ipotesi
che le varianze siano conosciute e calcolandone invece una stima dai campioni. In
questo caso avremmo
2
SX ≃ 1.596 SY2 ≃ 1.722 V 2 ≃ 1.665 V ≃ 1.290
X −Y
T0 = √ ≃ 2.119
V n1 + 1
m
avremo
T0 ≃ 2.119 > 1.725 ≃ t1−α (n + m − 2)
cioè l’evento critico unilaterale (9.36) si verifica, i dati sono in regione critica e quindi
ancora una volta rifiuteremo H0 e accetteremo H1
decidere con un test bilaterale di livello α = 0.05 quale accettare fra le ipotesi
H0 : µX = µY H1 : µX ̸= µY
215
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
X ≃ 9.296 Y ≃ 8.533 2
SX ≃ 0.412 SY2 ≃ 0.612 V ≃ 0.522
Siccome
|T0 | ≃ 3.415 > 2.086 ≃ t1− α2 (n + m − 2)
l’evento critico bilaterale (9.36) si verifica, i dati sono in regione critica e quindi
rifiuteremo H0 e accetteremo H1
H0 : σ X
2
= σY2 H1 : σX
2
̸= σY2
Soluzione: Per determinare gli intervalli di fiducia di livello α = 0.05 delle varianze
dobbiamo prima trovare sulle Tavole E.3 i quantili occorrenti
2
Gli estremi degli intervalli di fiducia (8.7) per le varianze σX e σY2 sono allora
rispettivamente
(n − 1)SX 2
(n − 1)SX 2
≃ 1.171 ≃ 4.171
χ21− α (n − 1) χ2α (n − 1)
2 2
(m − 1)SY2 (m − 1)SY2
≃ 0.639 ≃ 1.787
χ21− α (m − 1) χ2α (m − 1)
2 2
216
A.3 Statistica Inferenziale
2
e quindi gli intervalli per σX e σY2 sono rispettivamente
Per il test bilaterale sulle varianze (vedi Sezione 9.4) useremo poi la statistica di
Fisher (9.39) nella forma
S2
F0 = X2
SY
Pertanto, per determinare l’evento critico bilaterale (9.40) del test di livello α = 0.05
dovremo innanzitutto individuare sulle Tavole E.4 gli opportuni quantili
1 1
f α2 (n − 1, m − 1) = f0.025 (20, 30) = ≃ ≃ 0.43
f0.975 (30, 20) 2.35
f1− α2 (n − 1, m − 1) = f0.975 (20, 30) ≃ 2.20
cioè l’evento critico bilaterale (9.40) non si verifica, i dati non sono in regione critica
e quindi accetteremo l’ipotesi H0
Determinare gli intervalli di fiducia di livello α = 0.05 per le due varianze scono-
2
sciute σX e σY2 , e successivamente eseguire un test unilaterale di livello α = 0.05 per
decidere fra le ipotesi
H0 : σX
2
≤ σY2 H1 : σX
2
> σY2
X ≃ 0.179 2
SX ≃ 7.346 Y ≃ −0.082 SY2 ≃ 0.998
e poi per determinare gli intervalli di fiducia di livello α = 0.05 delle varianze
dobbiamo trovare sulle Tavole E.3 i quantili occorrenti
217
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
2
Con questi valori gli estremi degli intervalli di fiducia (8.7) per le varianze σX e σY2
sono allora rispettivamente
(n − 1)SX 2
(n − 1)SX 2
≃ 3.352 ≃ 26.960
χ21− α (n − 1) χ2α (n − 1)
2 2
(m − 1)SY2 (m − 1)SY2
≃ 0.472 ≃ 3.326
χ21− α (m − 1) χ2α (m − 1)
2 2
2
e quindi gli intervalli per σX e σY2 sono rispettivamente
Per il test unilaterale sulle varianze useremo la statistica di Fisher (9.39), e per
determinare l’evento critico unilaterale (9.40) del test di livello α = 0.05 cercheremo
sulle Tavole E.4 il quantile
3.16 4.37 6.67 2.49 2.06 3.51 6.94 5.46 5.27 7.48
X= Y =
4.10 −0.88 3.84 1.45 5.76 2.21 7.29 7.80 6.06
Con un test bilaterale di livello α = 0.05 si decida quale accettare fra le ipotesi
H0 : σX
2
= σY2 H1 : σX
2
̸= σY2
Poi con un test bilaterale di livello α = 0.05 si decida quale accettare fra le ipotesi
H0 : µX = µY H1 : µX ̸= µY
X ≃ 3.029 2
SX ≃ 4.485 Y ≃ 5.778 SY2 ≃ 3.215
218
A.3 Statistica Inferenziale
poi per il primo test bilaterale sulle varianze di livello α = 0.05 si determinano i
quantili di Fisher
1 1
f α2 (n − 1, m − 1) = f0.025 (8, 9) = ≃ ≃ 0.23
f0.975 (9, 8) 4.36
f1− α2 (n − 1, m − 1) = f0.975 (8, 9) ≃ 4.10
cioè l’evento critico bilaterale (9.40) non si verifica, i dati non sono in regione critica
e quindi accetteremo l’ipotesi H0 : σX 2
= σY2 . Per il test bilaterale sulle medie di
livello α = 0.05 bisogna invece prima determinare il quantile di Student
V 2 ≃ 3.813 V ≃ 1.95
|T0 | ≃ 3.06
per cui l’evento critico bilaterale (9.36) si verifica, i dati sono in regione critica e
quindi rifiuteremo H0 : µX = µY e accetteremo H1 : µX ̸= µY
H0 : σX
2
= σY2 H1 : σX
2
̸= σY2
e poi con un test unilaterale di livello α = 0.05 quale accettare fra le due ipotesi
H0 : µX ≤ µY H1 : µX > µY
219
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
Risposta: Nel primo test bilaterale di Fisher sulla varianza l’evento critico non si
verifica
2
SX
f0.025 (20, 15) ≃ 0.39 < F0 = 2 ≃ 1.67 < 2.76 ≃ f0.975 (20, 15)
SY
per cui si accetta l’ipotesi H0 : σX
2
= σY2 . Nel secondo test unilaterale di Student
sulle attese si ha
V 2 ≃ 4.143
e quindi l’evento critico si verifica
X −Y
T0 = √ ≃ 2.96 > 1.69 ≃ t0.950 (35)
V 1 /n + 1 /m
per cui si rifiuta l’ipotesi H0 : µX ≤ µY . Infine
5 ± 1.02 3 ± 0.92
sono gli intervalli di fiducia di µX e µY
Esercizio A.3.20. Siano dati i due seguenti campioni indipendenti delle quantità
aleatorie X e Y :
1.13 0.11 0.74 0.97 0.10 1.14 0.68 0.21 0.70 0.41
X = 0.82 0.04 0.85 0.85 0.84 0.11 0.55 0.09 1.01 0.34
1.04
0.85 0.62 0.21 0.22 0.34 0.13 0.93 0.38 0.01 0.65
Y =
0.97 0.79 0.42 0.09 0.44 0.31
2
Determinate gli intervalli di fiducia di livello α = 0.05 per le varianze σX e σY2 , e
poi decidere con un test bilaterale di livello α = 0.05 quale accettare fra le due ipotesi
H0 : σX
2
= σY2 H1 : σX
2
̸= σY2
Risposta: Innanzitutto risulta
X ≃ 0.606 Y ≃ 0.460 2
SX ≃ 0.145 SY2 ≃ 0.094
2
per cui gli intervalli di fiducia di σX e σY2 sono
[0.08 , 0.30] [0.05 , 0.23]
Nel test bilaterale di Fisher sulla varianza l’evento critico non si verifica
2
SX
f0.025 (20, 15) ≃ 0.39 < F0 = ≃ 1.53 < 2.76 ≃ f0.975 (20, 15)
SY2
per cui si accetta l’ipotesi H0 : σX
2
= σY2
220
A.3 Statistica Inferenziale
H0 : σX
2
= σY2 H1 : σX
2
̸= σY2
e poi decidere con un test bilaterale di livello α = 0.01 quale accettare fra le le due
ipotesi
H0 : µX = µY H1 : µX ≠ µY
Risposta: Nel primo test bilaterale di Fisher sulla varianza l’evento critico non si
verifica
2
SX
f0.025 (20, 30) ≃ 0.43 < F0 = ≃ 0.75 < 2.20 ≃ f0.975 (20, 30)
SY2
|X − Y |
|T0 | = √ ≃ 2.39 < 2.68 ≃ t0.995 (50)
V 1 /n + 1 /m
Esercizio A.3.22. Siano dati i due seguenti campioni indipendenti delle quantità
aleatorie X e Y :
5.49 4.37 4.42 3.79 5.57 3.37 4.30 3.14 4.55 4.23
X =
3.44 2.51 4.46 2.54 3.59 4.20 3.14 3.50 2.26 4.01 4.06
5.84 2.29 3.71 5.09 7.07 5.61 4.83 3.29 5.55 6.78
Y = 5.74 5.58 5.28 4.89 4.21 2.54 3.71 3.81 4.60 6.81
4.60 5.10 4.72 6.33 5.76 4.86 3.50 5.18 6.60 5.47 3.49
2
Determinate prima gli intervalli di fiducia di livello α = 0.05 per σX e σY2 , e poi
decidere con un test bilaterale di livello α = 0.05 quale accettare fra le due ipotesi
H0 : σX
2
= σY2 H1 : σX
2
̸= σY2
X ≃ 3.854 Y ≃ 4.930 2
SX ≃ 0.764 SY2 ≃ 1.493
221
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
2
per cui gli intervalli di fiducia di σX e σY2 sono
Nel test bilaterale di Fisher sulla varianza l’evento critico non si verifica
2
SX
f0.025 (20, 30) ≃ 0.43 < F0 = ≃ 0.51 < 2.20 ≃ f0.975 (20, 30)
SY2
per cui si accetta l’ipotesi H0 : σX
2
= σY2
X ≃ −0.082 Y ≃ 0.168 2
SX ≃ 0.998 SY2 ≃ 7.303
Nel test bilaterale di Fisher sulla varianza, poi, l’evento critico si verifica
2
SX
F0 = ≃ 0.14 < 0.24 ≃ f0.025 (9, 8) < 4.36 ≃ f0.975 (9, 8)
SY2
per cui si rifiuta l’ipotesi H0 : σX
2
= σY2
H0 : σX
2
= σY2 H1 : σX
2
̸= σY2
e poi decidere con un test unilaterale di livello α = 0.01 quale accettare tra le ipotesi
H0 : µX ≤ µY H1 : µX > µY
222
A.3 Statistica Inferenziale
X ≃ 24.193 Y ≃ 23.286 2
SX ≃ 6.495 SY2 ≃ 8.914
Nel primo test bilaterale di Fisher sulla varianza l’evento critico non si verifica
2
SX
f0.025 (30, 20) ≃ 0.46 < F0 = 2 ≃ 0.73 < 2.35 ≃ f0.975 (30, 20)
SY
X −Y
T0 = √ ≃ 1.18 < 2.40 ≃ t0.990 (50)
V 1 /n + 1 /m
per cui si accetta l’ipotesi H0 : µX ≤ µY
H0 : σX
2
= σY2 H1 : σX
2
̸= σY2
X ≃ 9.876 Y ≃ 4.898 2
SX ≃ 0.779 SY2 ≃ 0.961
2
per cui gli intervalli di fiducia di σX e σY2 sono
Nel test bilaterale di Fisher sulla varianza l’evento critico non si verifica
2
SX
f0.025 (15, 20) ≃ 0.36 < F0 = ≃ 0.81 < 2.57 ≃ f0.975 (15, 20)
SY2
223
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
224
A.3 Statistica Inferenziale
4j
pj = e−4 j = 0, 1, . . .
j!
Se le condizioni non sono soddisfatte (come in effetti avviene in questo caso) si deve
procedere a raggruppare i valori j con le probabilità più piccole ottenendo (come
nell’Esempio 9.9) un nuovo elenco di probabilità qj e di frequenze empiriche Mj sulle
quali eseguire il test. Converrà pertanto stilare la seguente tabella
(Mj −nqj)2
j Nj pj npj j qj nqj Mj nqj
0 1 0.018 1.8
1 4 0.073 7.3 0, 1 0.091 9.1 5 1.888
2 15 0.147 14.7 2 0.147 14.7 15 0.008
3 18 0.195 19.5 3 0.195 19.5 18 0.121
4 22 0.195 19.5 4 0.195 19.5 22 0.311
5 17 0.156 15.6 5 0.156 15.6 17 0.120
6 10 0.104 10.4 6 0.104 10.4 10 0.017
7 8 0.060 6.0 7 0.060 6.0 8 0.703
8 3 0.030 3.0 ≥8 0.051 5.1 5 0.003
≥9 2 0.021 2.1
K0 = 3.170
Nelle prime quattro colonne sono riportati i dati del problema con i valori dei prodot-
ti npj (con n = 100) dai quali si evince la necessità di raggruppare le classi estreme
per soddisfare le condizioni di applicabilità del test. Nelle successive quattro colonne
è mostrato l’effetto del raggruppamento, e nell’ultima colonna dai dati modificati
sono calcolati gli addendi della statistica di Pearson (9.41) K0 il cui valore (la somma
di tutti i termini dell’ultima colonna) è infine mostrato in grassetto in fondo a destra.
L’evento critico (9.42) del test di livello α = 0.05 è poi definito da un quantile del
chi-quadro con m − 1 = 7 gradi di libertà perché dopo il raggruppamento le classi
sono diventate m = 8. Pertanto dalle Tavole E.3 avremo
e siccome
K0 ≃ 3.17 < 14.07 ≃ χ21−α (m − 1)
l’evento critico non si verifica, i dati non sono inn regione critica e quindi accetteremo
l’ipotesi H0
225
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
Esercizio A.3.28. Si misura n = 500 volte una v-a X che assume i cinque valori
j = 0, 1, 2, 3, 4, e si ottengono le seguenti frequenze dei risultati:
j= 0 1 2 3 4
Nj = 4 51 163 173 109
Verificare con un test del chi-quadro di livello α = 0.05 se questi dati sono compa-
tibili con l’ipotesi
( )
H0 : il campione si adatta alla legge binomiale B 4; 2 /3
Soluzione: In questo caso le pj sono le probabilità binomiali B (4; 2 /3 )
( )
4 ( 2 )j ( 1 )4−j
pj = /3 /3 j = 0, 1, . . . , 4
j
e come si può vedere dalla tabella seguente, con n = 500 non c’è bisogno di
raggruppare le classi
(Nj −npj)2
j Nj pj npj npj
0 4 0.012 6.2 0.765
1 51 0.099 49.4 0.053
2 163 0.296 148.1 1.489
3 173 0.395 197.5 3.046
4 109 0.198 98.8 1.061
K0 = 6.414
Siccome il numero di gradi di libertà è m = 5, il quantile del chi-quadro che definisce
l’evento critico (9.42) di livello α = 0.05 è
χ21−α (m − 1) = χ20.950 (4) ≃ 9.49
Avremo pertanto
K0 ≃ 6.41 < 9.49 ≃ χ21−α (m − 1)
per cui l’evento critico non si verifica, i dati non sono inn regione critica e quindi
accetteremo l’ipotesi H0
226
A.3 Statistica Inferenziale
Avremo pertanto
K0 ≃ 4.16 < 11.07 ≃ χ21−α (m − 1)
per cui l’evento critico non si verifica, i dati non sono inn regione critica e quindi
accetteremo l’ipotesi H0
Esercizio A.3.30. Con n = 200 misure di una v-a discreta X che prende valori
j = 0, . . . , 4 si ottengono le seguenti frequenze
j= 0 1 2 3 4
Nj = 30 72 70 24 4
Verificare con un test del chi-quadro di livello α = 0.05 se questi dati sono compa-
tibili con l’ipotesi
227
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
(Nj −npj)2
j Nj pj npj npj
0 30 0.130 25.9 0.642
1 72 0.346 69.1 0.120
2 70 0.346 69.1 0.011
3 24 0.154 30.7 1.470
4 4 0.026 5.1 0.245
K0 = 2.488
Siccome il numero di gradi di libertà è m = 5, il quantile del chi-quadro che definisce
l’evento critico (9.42) di livello α = 0.05 è
Avremo pertanto
K0 ≃ 2.49 < 9.49 ≃ χ21−α (m − 1)
per cui l’evento critico non si verifica, i dati non sono inn regione critica e quindi
accetteremo l’ipotesi H0
j= 0 1 2 3 4 5
Nj = 822 804 300 67 7 0
Verificare con un test del chi-quadro di livello α = 0.05 se questi dati sono compa-
tibili con l’ipotesi
( )
H0 : il campione si adatta alla legge binomiale B 5; 1 /6
228
A.3 Statistica Inferenziale
1 ∑
4
p= jNj ≃ 0.90
4 n j=0
229
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
Avremo pertanto
K0 ≃ 3.09 < 7.81 ≃ χ21−α (m − q − 1)
per cui l’evento critico non si verifica, i dati non sono in regione critica e quindi
accetteremo l’ipotesi H0
230
A.3 Statistica Inferenziale
231
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
(Nj −npj)2
intervalli j Nj pj npj npj
(−∞, 0] 1 8 0.309 6.2 0.542
(0, 2] 2 8 0.383 7.7 0.015
(2, +∞) 3 4 0.309 6.2 0.764
K0 = 1.321
mentre l’evento critico di livello α = 0.05 con m = 3 classi sarà definito dal quantile
Avremo cosı̀
K0 ≃ 1.32 < 5.99 ≃ χ21−α (m − 1)
per cui l’evento critico non si verifica, i dati non sono in regione critica e quindi
accetteremo l’ipotesi H0
Esercizio A.3.35. Le misure della larghezza del cranio (in mm) effettuate su un
campione di n = 84 scheletri etruschi hanno una media x = 143.8 e una varianza
s2 = 36.0. La tabella delle frequenze assolute negli intervalli indicati è
Avremo pertanto
232
A.3 Statistica Inferenziale
(Nj −npj)2
intervalli j Nj pj npj npj
(−∞, 135] 1 5 0.071 6.0 0.162
[135, 140] 2 10 0.192 16.1 2.330
[140, 145) 3 33 0.316 26.5 1.570
[145, 150] 4 24 0.270 22.7 0.077
[150, +∞) 5 12 0.151 12.7 0.034
K0 = 4.173
mentre l’evento critico di livello α = 0.05 con m = 5 classi e q = 2 parametri stimati
sarà definito dal quantile
Avremo cosı̀
K0 ≃ 4.17 < 5.99 ≃ χ21−α (m − q − 1)
per cui l’evento critico non si verifica, i dati non sono in regione critica e quindi
accetteremo l’ipotesi H0
Esercizio A.3.36. Con n = 300 misure di una v-a X che prende solo valori interi
si ottiene la seguente tabella di frequenze
j= 0 1 2 3 4 5 6
Nj = 40 81 83 52 27 13 4
233
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
Esercizio A.3.38. Quattro dadi vengono lanciati assieme per n = 10 000 volte, e
in ogni lancio si osserva quante volte esce “ 6”. I valori j = 0, 1, 2, 3, 4 del numero
dei “ 6” in ogni lancio si presentano con le seguenti frequenze empiriche assolute
j= 0 1 2 3 4
Nj = 4 775 3 919 1 143 156 7
Esercizio A.3.39. Tre dadi vengono lanciati assieme per n = 8 000 volte, e in ogni
lancio si osserva quante volte esce “ 6”. I quattro valori j = 0, 1, 2, 3 del numero dei
“ 6” in ogni lancio si presentano con le seguenti frequenze empiriche assolute
j= 0 1 2 3
Nj = 4 481 2 868 603 48
234
A.3 Statistica Inferenziale
(Njk − npj q k )2
npj q k
i cui valori sono registrati nella seconda riga sotto ciascuna frequenza
corti giusti lunghi marg
leggeri 6 48 8 62
6.61 50.43 4.96
0.057 0.117 1.863
giusti 52 402 36 490
52.27 398.53 39.20
0.001 0.030 0.261
pesanti 6 38 4 48
5.12 39.04 3.84
0.151 0.028 0.007
marg 64 488 48 600
A questo punto la statistica di Pearson si ottiene sommando tutti i termini riportati
nella seconda riga sotto le frequenze
∑ (Njk − npj q k )2
K0 = ≃ 2.515
j,k
npj q k
235
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
e siccome risulta
K0 ≃ 14.158
236
A.3 Statistica Inferenziale
Siccome il quantile del chi-quadro che definisce l’evento critico di livello α = 0.05
con r = 4, s = 3 è
χ21−α [(r − 1)(s − 1)] = χ20.950 (6) ≃ 12.592
avremo
K0 ≃ 14.16 > 12.59 ≃ χ21−α [(r − 1)(s − 1)]
sicché l’evento critico si verifica, i dati sono in regione critica e quindi rifiuteremo
l’ipotesi H0 di indipendenza
Esercizio A.3.42. Viene effettuata un’indagine per sapere quale mezzo di comu-
nicazione è considerato più affidabile: ad ogni individuo viene richiesta età, sesso,
titolo di studio e mezzo di comunicazione ritenuto più affidabile. I risultati sono
riassunti nelle seguenti tre tabelle di contingenza
giornale televisione radio
< 35 anni 30 68 10
35/54 anni 61 78 21
> 54 anni 98 43 21
giornale televisione radio
maschio 92 108 20
femmina 97 81 32
giornale televisione radio
media inferiore 45 22 6
media superiore 95 115 33
università 49 52 13
Stabilire con un test del χ2 di livello α = 0.05 se sono separatemente accettabili le
tre ipotesi
H0 : il giudizio è indipendente rispettivamente da età, sesso o titolo di studio
Soluzione: Le tre tabelle completate sono le seguenti
giornale televisione radio marg
< 35 anni 30 68 10 108
47.47 47.47 13.06
6.429 8.879 0.717
35/54 anni 61 78 21 160
70.33 70.33 19.35
1.237 0.837 0.141
> 54 anni 98 43 21 162
71.20 71.20 19.59
10.083 11.172 0.101
marg 189 189 52 430
237
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
I valori della statistica di Pearson e dei quantili del chi-quadro per eventi critici di
livello α = 0.05 sono per le tre tabelle
39.60 > 9.49 ≃ χ20.95 (4) (r = 3, s = 3) età
K0 ≃ 6.53 > 5.99 ≃ χ20.95 (2) (r = 3, s = 2) sesso
11.79 > 9.49 ≃ χ0.95 (4) (r = 3, s = 3)
2
titolo
per cui gli eventi critici si verificano in tutti e tre i casi e quindi rifiuteremo tutte e
tre le ipotesi H0 di indipendenza dei giudizi da età, sesso e titolo di studio
238
A.3 Statistica Inferenziale
K0 ≃ 12.739
Siccome il quantile del chi-quadro che definisce l’evento critico di livello α = 0.05
con r = 3, s = 4 è
avremo
K0 ≃ 12.74 > 12.59 ≃ χ21−α [(r − 1)(s − 1)]
sicché l’evento critico si verifica, i dati sono in regione critica e quindi rifiuteremo
l’ipotesi H0 di indipendenza. Data la ristrettezza del margine, però, l’esito del test
appare poco significativo
Esercizio A.3.44. Il direttore di una scuola vuol sapere se l’opinione delle famiglie
su un certo cambiamento di orario scolastico dipende dal fatto che la loro abitazione
è situata in una zona urbana o in una zona rurale. Si chiede pertanto il parere di
n = 500 famiglie ottenendo i risultati riportati nella seguente tabella
favorevoli contrari indifferenti
urbana 123 36 41
rurale 145 85 70
Risposta: Si verifica l’evento critico: K0 ≃ 9.610 > 9.210 ≃ χ20.990 (2), per cui si
rifiuta l’ipotesi H0
239
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
Esercizio A.3.46. Una ditta che vende automobili vuol sapere se l’età degli acqui-
renti (giovani, maturi e anziani) influenza la scelta del colore (bianco, rosso o nero)
delle vetture vendute. Si esaminano i dati relativi a n = 500 contratti di vendita
ottenendo i risultati riportati nella seguente tabella
giovani maturi anziani
bianco 56 60 40
rosso 47 87 38
nero 23 64 85
Stabilire con un test del χ2 di livello α = 0.05 se è accettabile l’ipotesi
H0 : il colore scelto è indipendente dall’età degli acquirenti
Risposta: Si verifica l’evento critico: K0 ≃ 44.40 > 9.49 ≃ χ20.950 (4), per cui si
rifiuta l’ipotesi H0
Esercizio A.3.47. Un professore vuol sapere se i voti (in trentesimi) registrati per
il suo esame dipendono o meno dall’anno di immatricolazione degli studenti. Egli
esamina i voti n = 378 studenti immatricolati in diversi anni accademici e ottiene
i risultati riportati nella seguente tabella
18-20 21-23 24-26 27-30
2000/01 17 30 50 15
2001/02 15 26 34 10
2002/03 11 25 38 19
2003/04 9 40 29 10
Stabilire con un test del χ2 di livello α = 0.01 se è accettabile l’ipotesi
H0 : il voto è indipendente dall’anno di immatricolazione
Risposta: Non si verifica l’evento critico: K0 ≃ 14.03 < 21.67 ≃ χ20.990 (9), per cui
si accetta l’ipotesi H0
240
Appendice B
Schemi
241
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
242
B.1 Formulario di Statistica Inferenziale
1∑ 1∑ 2 n ( 2 )
n n
2
Xn = Xj Xn2 = X Sn2 = Xn − X n
n j=1 n j=1 j n−1
X n − µ0 √ X n − µ0 √
U0 = n T0 = n
σ Sn
Intervalli di fiducia di livello α per µ:
√
1. varianza σ 2 nota: X n ± φ1− α2 σ/ n
√
2. varianza σ 2 non nota, e n ≤ 120: X n ± t1− α2 (n − 1)Sn / n
√
3. varianza σ 2 non nota, e n > 120: X n ± φ1− α2 Sn / n
Test bilaterale per le seguenti ipotesi sui valori dell’attesa µ:
H0 : µ = µ 0 H1 : µ ̸= µ0
H0 : µ ≤ µ0 H1 : µ > µ0
H0 : µ ≥ µ0 H1 : µ < µ0
2. σ 2 non nota, e n ≤ 120: {T0 > t1−α (n − 1)} e {T0 < −t1−α (n − 1)}
3. σ 2 non nota, e n > 120: {T0 > φ1−α } e {T0 < −φ1−α }
243
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
H0 : µX = µY H1 : µX =
̸ µY
H0 : µX ≤ µY H1 : µX > µY
1∑ 1∑ 2 n ( 2 )
n n
2
Zk = Xk − Yk Zn = Zk Zn2 = Z Sn2 = Zn − Z n
n k=1 n k=1 k n−1
Zn √ Zn √
U0 = n T0 = n
σ Sn
1∑ 1∑ 2 1∑ 1 ∑ 2
n n m m
Xn = Xj Xn2 = X Ym = Yk Ym2 = Y
n j=1 n j=1 k n k=1 m k=1 k
n ( 2
) m ( 2 2
)
2
SX = Xn − X n
2 2
SY = Y −Ym
n−1 m−1 m
(n − 1)SX
2
+ (m − 1)SY2
V2 =
n+m−2
Xn − Y m Xn − Y m
U0 = √ 2 2
T0 = √
σX σY
n
+ m V n1 + m1
2
Se σX e σY2 sono note: eventi critici bilaterale e unilaterale di livello α
{ }
|U0 | > φ1− α2 {U0 > φ1−α }
2
Se σX e σY2 non sono note: eventi critici bilaterale e unilaterale di livello α
{ }
|T0 | > t1− α2 (n + m − 2) {T0 > t1−α (n + m − 2)}
244
B.1 Formulario di Statistica Inferenziale
Per n > 35 i quantili χ2α (n) non tabulati si possono calcolare dai quantili normali:
1( √ )2
χ2α (n) ≃
φα + 2n − 1
2
Confronto fra le varianze di due campioni indipendenti X1 , . . . , Xn e Y1 , . . . , Ym
1∑ 1∑ 2 1∑ 1 ∑ 2
n n m m
Xn = Xj Xn2 = X Ym = Yk Ym2 = Y
n j=1 n j=1 k n k=1 m k=1 k
n ( 2
) m ( 2 2
)
2
SX = Xn2 − X n SY2 = Ym − Y m
n−1 m−1
2
SX
F0 =
SY2
fα (n, m) quantili di ordine α della legge di Fisher F(n, m); ricordare anche che
1
fα (n, m) =
f1−α (m, n)
Test bilaterale di Fisher: ipotesi sull’eguaglianza delle varianze
H0 : σX
2
= σY2 H1 : σX
2
̸= σY2
evento critico di livello α:
{ } { }
F0 < f α2 (n − 1, m − 1) ∪ F0 > f1− α2 (n − 1, m − 1)
= {f α2 (n − 1, m − 1) ≤ F0 ≤ f1− α2 (n − 1, m − 1)}
245
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
Nj ∑m
(pj − pj )2 ∑ m
(Nj − npj )2
pj = K0 = n =
n j=1
pj j=1
npj
( )
Nj N k ∑ Njk − npj q k 2
pj = qk = K0 =
n n j,k
npj q k
246
Appendice C
Domande
247
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
248
C.1 Calcolo delle probabilità
In questa appendice sono elencate alcune tipiche domande teoriche con l’indicazione
delle sezioni del testo alle quali esse fanno riferimento: lo scopo è quello di far
esercitare lo studente nella comprensione precisa dei quesiti, e nella formulazione
compiuta delle relative risposte
Risposta: Definizione 5.2; Teorema 5.5 e discussione successiva fino all’Esempio 5.6
escluso
Risposta: Definizione 3.8; Teorema 3.13; Sezione 3.6 esclusi gli esempi
249
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
250
C.1 Calcolo delle probabilità
Risposta: Teorema 5.3; Esempio 5.4 e discussione seguente fino alla Sezione 5.3
esclusa
Risposta: Definizione 3.9; Teoremi 3.10 e 3.11; Definizione 3.17 e discussione fino
alla Definizione 3.18 esclusa
Risposta: Definizione 3.1; Esempio 3.2; Definizione 3.3; Esempi 3.4 e 3.5
251
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
C.2 Statistica
Domanda C.2.1. Dato un campione (x1 , y1 ), . . . , (xn , yn ) di due caratteri X e Y ,
definire l’errore quadratico medio E(a, b) rispetto a una retta. Definire poi la retta
di regressione, ed enunciare e dimostrare le formule che permettono di calcolarne i
coefficienti a e b a partire dai dati del campione
Risposta: Definizioni 7.6 e 7.7; Teorema 7.8
252
C.2 Statistica
Risposta: Definizione 9.3 e discussione seguente fino alla Sezione 9.1.1 esclusa;
Sezione 9.2.1 fino ai test unilaterali esclusi
Domanda C.2.12. Sia X una v-a Binomiale B (m; p) con m assegnato e p sco-
nosciuto, e sia X1 , . . . , Xn un campione di n misure di X: determinare – con
dimostrazione – la stima di massima verosimiglianza per il parametro p
253
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
Domanda C.2.16. Spiegare in che modo la Legge dei Grandi Numeri permette di
eseguire la stima di una distribuzione (discreta o continua) di una v-a X della quale
sia dato un campione aleatorio X1 , . . . , Xn
Risposta: Sezione 8.1.2 con Teorema 8.6 esclusi gli esempi
Domanda C.2.18. Sia X una v-a uniforme U (0, a) con parametro a sconosciuto,
e sia X1 , . . . , Xn un campione di n misure di X: determinare – con dimostrazione –
lo stimatore di massima verosimiglianza del parametro a. Si tratta di uno stimatore
corretto?
Risposta: Teorema 8.18
254
Appendice D
Richiami
255
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
256
D.1 Calcolo vettoriale
257
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
258
Appendice E
Tavole
259
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
260
E.1 Legge Normale standard N (0, 1)
x
jΑ
−φα = φ1−α
261
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
x
tΑ HnL
262
E.3 Legge del chi-quadro χ2 (n)
x
ΧΑ2 HnL
1 √
χ2α (n) ≃ (φα + 2n − 1)2 n > 35
2
263
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
x
fΑ Hn,mL
α = 0.950
1o 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 15 20 30 60 ∞
2o
3 10.13 9.55 9.28 9.12 9.01 8.94 8.89 8.85 8.81 8.79 8.70 8.66 8.62 8.57 8.53
4 7.71 6.94 6.59 6.39 6.26 6.16 6.09 6.04 6.00 5.96 5.86 5.80 5.75 5.69 5.63
5 6.61 5.79 5.41 5.19 5.05 4.95 4.88 4.82 4.77 4.74 4.62 4.56 4.50 4.43 4.37
6 5.99 5.14 4.76 4.53 4.39 4.28 4.21 4.15 4.10 4.06 3.94 3.87 3.81 3.74 3.67
7 5.59 4.74 4.35 4.12 3.97 3.87 3.79 3.73 3.68 3.64 3.51 3.44 3.38 3.30 3.23
8 5.32 4.46 4.07 3.84 3.69 3.58 3.50 3.44 3.39 3.35 3.22 3.15 3.08 3.01 2.93
9 5.12 4.26 3.86 3.63 3.48 3.37 3.29 3.23 3.18 3.14 3.01 2.94 2.86 2.79 2.71
10 4.96 4.10 3.71 3.48 3.33 3.22 3.14 3.07 3.02 2.98 2.85 2.77 2.70 2.62 2.54
11 4.84 3.98 3.59 3.36 3.20 3.09 3.01 2.95 2.90 2.85 2.72 2.65 2.57 2.49 2.40
12 4.75 3.89 3.49 3.26 3.11 3.00 2.91 2.85 2.80 2.75 2.62 2.54 2.47 2.38 2.30
13 4.67 3.81 3.41 3.18 3.03 2.92 2.83 2.77 2.71 2.67 2.53 2.46 2.38 2.30 2.21
14 4.60 3.74 3.34 3.11 2.96 2.85 2.76 2.70 2.65 2.60 2.46 2.39 2.31 2.22 2.13
15 4.54 3.68 3.29 3.06 2.90 2.79 2.71 2.64 2.59 2.54 2.40 2.33 2.25 2.16 2.07
16 4.49 3.63 3.24 3.01 2.85 2.74 2.66 2.59 2.54 2.49 2.35 2.28 2.19 2.11 2.01
17 4.45 3.59 3.20 2.96 2.81 2.70 2.61 2.55 2.49 2.45 2.31 2.23 2.15 2.06 1.96
18 4.41 3.55 3.16 2.93 2.77 2.66 2.58 2.51 2.46 2.41 2.27 2.19 2.11 2.02 1.92
19 4.38 3.52 3.13 2.90 2.74 2.63 2.54 2.48 2.42 2.38 2.23 2.16 2.07 1.98 1.88
20 4.35 3.49 3.10 2.87 2.71 2.60 2.51 2.45 2.39 2.35 2.20 2.12 2.04 1.95 1.84
21 4.32 3.47 3.07 2.84 2.68 2.57 2.49 2.42 2.37 2.32 2.18 2.10 2.01 1.92 1.81
22 4.30 3.44 3.05 2.82 2.66 2.55 2.46 2.40 2.34 2.30 2.15 2.07 1.98 1.89 1.78
23 4.28 3.42 3.03 2.80 2.64 2.53 2.44 2.37 2.32 2.27 2.13 2.05 1.96 1.86 1.76
24 4.26 3.40 3.01 2.78 2.62 2.51 2.42 2.36 2.30 2.25 2.11 2.03 1.94 1.84 1.73
25 4.24 3.39 2.99 2.76 2.60 2.49 2.40 2.34 2.28 2.24 2.09 2.01 1.92 1.82 1.71
26 4.23 3.37 2.98 2.74 2.59 2.47 2.39 2.32 2.27 2.22 2.07 1.99 1.90 1.80 1.69
27 4.21 3.35 2.96 2.73 2.57 2.46 2.37 2.31 2.25 2.20 2.06 1.97 1.88 1.79 1.67
28 4.20 3.34 2.95 2.71 2.56 2.45 2.36 2.29 2.24 2.19 2.04 1.96 1.87 1.77 1.65
29 4.18 3.33 2.93 2.70 2.55 2.43 2.35 2.28 2.22 2.18 2.03 1.94 1.85 1.75 1.64
30 4.17 3.32 2.92 2.69 2.53 2.42 2.33 2.27 2.21 2.16 2.01 1.93 1.84 1.74 1.62
31 4.16 3.30 2.91 2.68 2.52 2.41 2.32 2.25 2.20 2.15 2.00 1.92 1.83 1.73 1.61
32 4.15 3.29 2.90 2.67 2.51 2.40 2.31 2.24 2.19 2.14 1.99 1.91 1.82 1.71 1.59
33 4.14 3.28 2.89 2.66 2.50 2.39 2.30 2.23 2.18 2.13 1.98 1.90 1.81 1.70 1.58
34 4.13 3.28 2.88 2.65 2.49 2.38 2.29 2.23 2.17 2.12 1.97 1.89 1.80 1.69 1.57
35 4.12 3.27 2.87 2.64 2.49 2.37 2.29 2.22 2.16 2.11 1.96 1.88 1.79 1.68 1.56
36 4.11 3.26 2.87 2.63 2.48 2.36 2.28 2.21 2.15 2.11 1.95 1.87 1.78 1.67 1.55
37 4.11 3.25 2.86 2.63 2.47 2.36 2.27 2.20 2.14 2.10 1.95 1.86 1.77 1.66 1.54
38 4.10 3.24 2.85 2.62 2.46 2.35 2.26 2.19 2.14 2.09 1.94 1.85 1.76 1.65 1.53
39 4.09 3.24 2.85 2.61 2.46 2.34 2.26 2.19 2.13 2.08 1.93 1.85 1.75 1.65 1.52
40 4.08 3.23 2.84 2.61 2.45 2.34 2.25 2.18 2.12 2.08 1.92 1.84 1.74 1.64 1.51
60 4.00 3.15 2.76 2.53 2.37 2.25 2.17 2.10 2.04 1.99 1.84 1.75 1.65 1.53 1.39
120 3.92 3.07 2.68 2.45 2.29 2.18 2.09 2.02 1.96 1.91 1.75 1.66 1.55 1.43 1.25
∞ 3.84 3.00 2.60 2.37 2.21 2.10 2.01 1.94 1.88 1.83 1.67 1.57 1.46 1.32 1.00
264
E.4 Legge di Fisher F(n, m)
1
fα (n, m) =
f1−α (m, n)
α = 0.975
1o 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 15 20 30 60 ∞
2o
4 12.22 10.65 9.98 9.60 9.36 9.20 9.07 8.98 8.90 8.84 8.66 8.56 8.46 8.36 8.26
5 10.01 8.43 7.76 7.39 7.15 6.98 6.85 6.76 6.68 6.62 6.43 6.33 6.23 6.12 6.02
6 8.81 7.26 6.60 6.23 5.99 5.82 5.70 5.60 5.52 5.46 5.27 5.17 5.07 4.96 4.85
7 8.07 6.54 5.89 5.52 5.29 5.12 4.99 4.90 4.82 4.76 4.57 4.47 4.36 4.25 4.14
8 7.57 6.06 5.42 5.05 4.82 4.65 4.53 4.43 4.36 4.30 4.10 4.00 3.89 3.78 3.67
9 7.21 5.71 5.08 4.72 4.48 4.32 4.20 4.10 4.03 3.96 3.77 3.67 3.56 3.45 3.33
10 6.94 5.46 4.83 4.47 4.24 4.07 3.95 3.85 3.78 3.72 3.52 3.42 3.31 3.20 3.08
11 6.72 5.26 4.63 4.28 4.04 3.88 3.76 3.66 3.59 3.53 3.33 3.23 3.12 3.00 2.88
12 6.55 5.10 4.47 4.12 3.89 3.73 3.61 3.51 3.44 3.37 3.18 3.07 2.96 2.85 2.72
13 6.41 4.97 4.35 4.00 3.77 3.60 3.48 3.39 3.31 3.25 3.05 2.95 2.84 2.72 2.60
14 6.30 4.86 4.24 3.89 3.66 3.50 3.38 3.29 3.21 3.15 2.95 2.84 2.73 2.61 2.49
15 6.20 4.77 4.15 3.80 3.58 3.41 3.29 3.20 3.12 3.06 2.86 2.76 2.64 2.52 2.40
16 6.12 4.69 4.08 3.73 3.50 3.34 3.22 3.12 3.05 2.99 2.79 2.68 2.57 2.45 2.32
17 6.04 4.62 4.01 3.66 3.44 3.28 3.16 3.06 2.98 2.92 2.72 2.62 2.50 2.38 2.25
18 5.98 4.56 3.95 3.61 3.38 3.22 3.10 3.01 2.93 2.87 2.67 2.56 2.44 2.32 2.19
19 5.92 4.51 3.90 3.56 3.33 3.17 3.05 2.96 2.88 2.82 2.62 2.51 2.39 2.27 2.13
20 5.87 4.46 3.86 3.51 3.29 3.13 3.01 2.91 2.84 2.77 2.57 2.46 2.35 2.22 2.09
21 5.83 4.42 3.82 3.48 3.25 3.09 2.97 2.87 2.80 2.73 2.53 2.42 2.31 2.18 2.04
22 5.79 4.38 3.78 3.44 3.22 3.05 2.93 2.84 2.76 2.70 2.50 2.39 2.27 2.14 2.00
23 5.75 4.35 3.75 3.41 3.18 3.02 2.90 2.81 2.73 2.67 2.47 2.36 2.24 2.11 1.97
24 5.72 4.32 3.72 3.38 3.15 2.99 2.87 2.78 2.70 2.64 2.44 2.33 2.21 2.08 1.94
25 5.69 4.29 3.69 3.35 3.13 2.97 2.85 2.75 2.68 2.61 2.41 2.30 2.18 2.05 1.91
26 5.66 4.27 3.67 3.33 3.10 2.94 2.82 2.73 2.65 2.59 2.39 2.28 2.16 2.03 1.88
27 5.63 4.24 3.65 3.31 3.08 2.92 2.80 2.71 2.63 2.57 2.36 2.25 2.13 2.00 1.85
28 5.61 4.22 3.63 3.29 3.06 2.90 2.78 2.69 2.61 2.55 2.34 2.23 2.11 1.98 1.83
29 5.59 4.20 3.61 3.27 3.04 2.88 2.76 2.67 2.59 2.53 2.32 2.21 2.09 1.96 1.81
30 5.57 4.18 3.59 3.25 3.03 2.87 2.75 2.65 2.57 2.51 2.31 2.20 2.07 1.94 1.79
31 5.55 4.16 3.57 3.23 3.01 2.85 2.73 2.64 2.56 2.50 2.29 2.18 2.06 1.92 1.77
32 5.53 4.15 3.56 3.22 3.00 2.84 2.71 2.62 2.54 2.48 2.28 2.16 2.04 1.91 1.75
33 5.51 4.13 3.54 3.20 2.98 2.82 2.70 2.61 2.53 2.47 2.26 2.15 2.03 1.89 1.73
34 5.50 4.12 3.53 3.19 2.97 2.81 2.69 2.59 2.52 2.45 2.25 2.13 2.01 1.88 1.72
35 5.48 4.11 3.52 3.18 2.96 2.80 2.68 2.58 2.50 2.44 2.23 2.12 2.00 1.86 1.70
36 5.47 4.09 3.50 3.17 2.94 2.78 2.66 2.57 2.49 2.43 2.22 2.11 1.99 1.85 1.69
37 5.46 4.08 3.49 3.16 2.93 2.77 2.65 2.56 2.48 2.42 2.21 2.10 1.97 1.84 1.67
38 5.45 4.07 3.48 3.15 2.92 2.76 2.64 2.55 2.47 2.41 2.20 2.09 1.96 1.82 1.66
39 5.43 4.06 3.47 3.14 2.91 2.75 2.63 2.54 2.46 2.40 2.19 2.08 1.95 1.81 1.65
40 5.42 4.05 3.46 3.13 2.90 2.74 2.62 2.53 2.45 2.39 2.18 2.07 1.94 1.80 1.64
60 5.29 3.93 3.34 3.01 2.79 2.63 2.51 2.41 2.33 2.27 2.06 1.94 1.82 1.67 1.48
120 5.15 3.80 3.23 2.89 2.67 2.52 2.39 2.30 2.22 2.16 1.94 1.82 1.69 1.53 1.31
∞ 5.02 3.69 3.12 2.79 2.57 2.41 2.29 2.19 2.11 2.05 1.83 1.71 1.57 1.39 1.00
265
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica
266
Indice analitico
267
N. Cufaro Petroni: Probabilità e Statistica INDICE ANALITICO
268
INDICE ANALITICO INDICE ANALITICO
tabella
di contingenza, 93
di frequenza, 73
Teorema
di Bayes, 13
di Poisson, 64
Limite Centrale, 60
valore
centrale, 72
d’attesa, 43
variabile aleatoria, 17
centrata, 49
continua, 27
discreta, 22
standardizzata, 49
variabili aleatorie
269