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Asor Rosa

Il documento parla di Alberto Asor Rosa e della sua carriera come critico letterario e intellettuale politico. Descrive il suo percorso dalla critica letteraria alla scrittura di racconti, esplorando i temi dell'umanità, della natura e delle condizioni sociali. Viene evidenziata la sua capacità di lavoro e il suo impegno politico attraverso il giornale il manifesto.

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Asor Rosa

Il documento parla di Alberto Asor Rosa e della sua carriera come critico letterario e intellettuale politico. Descrive il suo percorso dalla critica letteraria alla scrittura di racconti, esplorando i temi dell'umanità, della natura e delle condizioni sociali. Viene evidenziata la sua capacità di lavoro e il suo impegno politico attraverso il giornale il manifesto.

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I vecchi compagni

Amico Alberto Compagno Asor


di Mario Tronti
Voglio parlare dellultimo Asor. Lultimo, il penultimo? Mi pare sia ancora l,
un po come tutti noi, a non riuscire a passare dal quarto al quinto atto, per
chiudere la vicenda, incerti, curiosi, di come andr a finire. Insomma lAsor
di adesso. Quanto stato, nel passato, dellamicizia definita stellare, pi
che noto: pensiero/prassi, come esistenze vissute, convissute, scambiate. Partecipate, no. Partecipazione parola oggi di moda, pulsione del borghese
medio illuminato, che vuole mettere bocca su tutto ci di cui non sa niente.
Mi viene in mente che, nel tanto insieme che abbiamo fatto, non abbiamo mai
partecipato a qualcosa. Abbiamo appartenuto, cio abbiamo preso parte, a
un campo, sempre lo stesso, volta a volta a unesperienza, a uniniziativa, ora
eretica ora ortodossa, dentro la storia, non certo di magnifiche sorti e progressive, di quel campo.
Questultimo Asor mi sorprende. E quando, intorno agli ottanta, si ancora capaci di sorprendere, vuol dire che dentro c qualcosa. Perch la diversit
tra gli esseri umani, a livello di persone, non di societ, stata sempre quella
e sar sempre quella: tra il vuoto e il pieno. Esseri umani con niente dentro
e esseri umani con dentro mondi. Certo, la divisione sociale contribuisce a
riempire e a svuotare. Ma la pretesa cristiana che in tutti i corpi ci sia unanima, non convince. Lesperienza ci dice che, purtroppo, no. Che cosa meglio
essere: simili a canne o a mo di alberi? C chi ha detto preferibile piegarsi
al vento per poi tornare diritto piuttosto che rischiare di essere abbattuto e
schiantato dal turbine. Non sono daccordo. Posso dire: non siamo daccordo,
interpretando il pensiero dellamico di sempre? Meglio essere albero, non
piegarsi e, quando arriva la tempesta, mettere in conto che si perdono foglie,
si spezzano rami, o addirittura che si pu essere divelti. Il problema non
resistere, ma esistere. Per lesistenza libera, ci vuole un tronco di solido fusto.
Del resto Asor Rosa, a solo vederlo, non sembra un fuscello. A tenere in vita il
tronco sono le linfe, che circolano allinterno, molteplici e contrastanti, e pi
sono meglio confliggono. E poi, da quanto ne ho capito ne abbiamo capito non c paragone, a poter scegliere, tra il respirare nel vento e soffocare
nella bonaccia.
Sorprendente non tanto il passaggio da critico e storico della letteratura
direttamente a letterato. Accade, accaduto, per altri. Inedite, inattese, sono la
maniera, la forma, direi soprattutto la tonalit. Intanto il bisogno di raccontare,
di s, del suo proprio spazio-tempo di origine, famiglia e storia insieme. Un tratto autobiografico quasi oggettivato, ad evitare fastidiosi narcisismi. La soluzione
trovata il protagonismo di Alberto, e di Assunta, e di Alessandro, calati in
momenti e luoghi ben determinati. Si fa intravedere lalba di un mondo nuovo,
magica nella sua luce di speranza, per narrare, credo, forse, nel seguito la lunga
deriva del vecchio mondo, malandato, che non si decide a morire. Anche se, per
lAsor politico, giovane, e poi maturo, e poi adulto, esso merita di morire. Ecco,
qui il continuum, il filo che lega: Asor Rosa lautocritica vivente della cultura

italiana, nella sua storia lunga, e della cultura non solo della letteratura, dai bagliori che hanno illuminato i giorni del passato ai fuochi fatui che guizzano nella
notte del presente. Unautocritica portata su di s, nel cammino della propria
persona, evolvendo ma non cambiando. Il trasformismo degli intellettuali come
storia politica di una nazione stato uno dei suoi impegni di studio: sottrarsi a
questo destino un compito della sua cercata e trovata libert etica.
Asor, Giano quadrifronte: scendete gi, davanti a San Giorgio al Velabro e
troverete larco ben piantato sulla terra di Roma, indistruttibile nella sua forza
tranquilla. Per il dio dei passaggi, la porta (ianua) non solo non pu essere
una, non pu nemmeno essere due, secondo il tradizionale Giano bifronte,
deve farsi quattro. Per quanto posso capire di Alberto e premesso che si pu
capire solo una minima parte dellaltro da s, prima viene la vita, come esistenza storica ma anche come carnalit naturale, in un equilibrio che diventa
essenziale per la salute mentale di un intellettuale, destinato alla lunga durata.
Poi viene la politica: almeno, ripeto, cos io vedo, cos ho conosciuto. Prima
della letteratura, che viene dopo. Letteratura come cultura, costume di un paese, in quanto lo definisce, lo identifica, lo rispecchia, volta a volta, nelle sue
fasi di sviluppo e di decadenza e che permette di interpretare e di giudicare il
complesso degli accadimenti e degli eventi. La critica letteraria come arma di
battaglia delle idee e la storia della letteratura come affresco dellintero sapere
espressivo delle epoche, delle sotto-epoche, delle non-epoche. Lultimo Asor
apre la quarta porta.
Da dove ha origine questa volont di dire, non pi attraverso ma direttamente, non per il mezzo degli autori, ma in quanto autore? Azzardo due ipotesi,
entrambe probabili, anche perch abbastanza simili, tanto da ridursi forse ad
una sola. La prima potrebbe essere la stanchezza, la saturazione, di parlare degli
altri, gli autori voglio dire, raccontarli, interpretarli, collocarli. E dunque il desiderio di guardare gli uomini, e le donne, i non-autori, le loro vicende, quotidiane, con i propri occhi. Questo fanno gli ultimi Racconti. Non che Alberto abbia
abbandonato i suoi studi, li riprende, li chiosa, li ripubblica. Lo vedo perfino
impegnato in lettura e commento di novissimi autori contemporanei, italiani in
particolare, che deve essere una bella perdita di tempo. Qui bisogna accennare
alluso asorrosiano del tempo. straordinaria la sua capacit di lavoro, la produttivit del suo tempo-ora. Francamente crepo di invidia. A paragone suo, mi
sento un flneur del pensiero. Come fa a tenere insieme tutti questi piani? E va
bene. Ma laltra ipotesi lo chiamerei cos questo improvviso intervenuto
bisogno di passato, questa volont e scelta e decisione di raccontare, appunto
direttamente, il come eravamo rispetto a come siamo, lautobiografismo, e di
seguito il come erano e come sono i nostri cosiddetti simili, che vediamo ogni
giorno inspiegabilmente agitarsi intorno a noi: ecco i Racconti dellerrore.
A scorrerli, c infatti la vera sorpresa, di cui si diceva allinizio. Perch racconti dellerrore? Errore di chi? Evidentemente dei personaggi, che hanno
trovato lautore. O errore dello stesso autore? C una, voluta, ambiguit. Questa umanit desolata, da teatro dellassurdo, colpita con violenza, a volte soffice, dalla vita: nei corpi, prima ancora che nellanima, perch i corpi, disfatti, si

vedono, mentre lanima, sconfitta, se mai esistita, scompare. Di qui, unantropologia pessimistica, non teorica ma pratica, perch sperimentata, vista e ascoltata, che si riflette in un realismo descrittivo, realismo non naturalismo. Le sue
storie di animali, la sua compagnia di gatti e di cani, quel raccontarsi reciproco
tra Pepe e il Vecchio, stanno qui dentro. accaduto qualcosa nel passaggio di
secolo. I mondi vitali, a un certo punto, hanno scartato a ritroso. Dal punto di
vista della sostanza-uomo, il postmoderno ha impressionanti tratti premoderni.
Che la storia sia una marcia trionfale verso il meglio, lo possono credere solo gli
stupidi progressisti. Quello che si vede, quanto ci racconta. Rapporti umani
impossibili da vivere, in luoghi e spazi impossibili da abitare. La citt sempre
puzzolente, rumorosa, ostile, respingente. La natura viene negata alluomo, in
un conflitto che lo vede perdente. Una delle cose per me incomprensibili per
quali vie il mio amico Alberto sia diventato ecologista. Eppure c qui oggi una
delle sue molteplici presenze nel contesto del fare, come si dice, sul territorio. E
in questo lo ammiro.
singolare e in questo per c il valore speciale della personalit che
accanto a questa desolante coscienza dello stato delle cose, o forse proprio per
questo, continui senza sosta il suo autorevole protagonismo politico. Lattuale Asor Rosa de il manifesto un punto di orientamento per unopinione e
unazione, diffuse, che insistono nel marcare la loro appartenenza al campo di
una sinistra senza aggettivi. A volte convince tutti, a volte fa arrabbiare molti,
ma sempre e costantemente nella piena riconoscibilit di un punto di vista, tanto passionale nel puntiglio quanto pragmatico sulla prospettiva. Alberto Asor
Rosa un intellettuale politico nella forma che il Novecento ha magistralmente
costruito. C chi non si rende conto e c chi costretto a rendersene conto a
proprie spese, quanto questa figura disturbi i sonni senza sogni dellintellettualit informe che venuta dopo: non tanto quella accademica, ormai rinchiusa nei
suoi fortilizi e assente dal mondo, quanto quella giornalistica, pi che presente,
o forse la sola presente ormai nel campo della cultura, che maneggiando il feticcio della comunicazione ha il compito di cancellare tutte le idee in quanto tali.
Perch il pensiero il loro nemico.
E allora, eccoci! Intorno ai settanta, si guarda ancora avanti, si fanno progetti,
magari quelli rimasti in sospeso. Intorno agli ottanta, si guarda indietro, si tirano
le somme, fin dove possibile, con disincanto. Caro Alberto, abbiamo una bella
storia alle spalle. Quella non ce la toglie nessuno. Quando ci vedono che passeggiamo insieme per la vecchia Roma, diretti verso un buon pranzo, con gli altri
amici/compagni di una vita, si meravigliano: ma come, ancora voi!
Ebbene, s, ci diciamo, ridendo. Il passato non passa, per le nazioni, gli Stati,
i partiti, le forze collettive in genere, e non passa nemmeno per gli individui, specialmente quando si sono sentiti, e insistono a sentirsi, parti, pezzi, ingranaggi di
quelle esperienze collettive. I migliori, che pure esistono ancora, invisibili, nelle
pieghe di questa mala societ, ci dicono: queste storie collettive non esistono
pi ed inutile evocarne di antiche e inventarne di nuove. Pu darsi. Ma non ce
ne convinceremo mai. In questo, sono pi che sicuro, con lamico e compagno,
lo stesso il sentire, il medesimo lagire. Continueremo a sporcarci le mani

con la brutta politica, da intellettuali organici della buona politica? Sento gi la


domanda: questa, prego, in che cosa consiste? Labbiamo imparato da giovani
e non pi dimenticato: un punto di vista di parte, pensato con forza e praticato
con saggezza.
Alberto, in regalo un pensiero/domanda con cui Gottfried Benn conclude
quel suo mirabile testo, che Invecchiare: un problema per artisti:
Signore e signori, il ritratto della vecchiaia compiuto, latelier di nuovo abbandonato, lelicottero scende verso terra ci sarebbero ancora molte questioni a proposito
del nostro tema, per esempio questa: si devono rinnegare le proprie opere giovanili,
ritoccarle, adeguarle a una nuova situazione interiore (supposto che la si abbia), si
deve fare di s una vecchia gazzella se si stati un giovane sciacallo?

Linvenzione del populismo


di Umberto Coldagelli
Come si fa in poche righe a festeggiare degnamente un personaggio che sta
per diventare ottuagenario, tenuto conto che lamicizia tra lui e me si miracolosamente prolungata per pi di sessantanni, e soprattutto che non si tratta
di un amico qualunque, ma di un grande intellettuale che non si limitato
ad esercitare magistralmente il suo mestiere di storico della letteratura e di
critico letterario, ma ha anche avuto e continua ad avere una complessa e
riconosciuta influenza come militante, commentatore, organizzatore e pensatore politico? Come si fa? In questo ormai infinito nostro passato non mi
possibile scegliere tra i tanti possibili spunti quello che si imponga di gran
lunga come il pi significativo. Ci ho pensato molto, e infine mi sono detto che
tanto valeva cominciare dallinizio, concentrare cio uno sforzo mnemonico
sui primi anni della nostra frequentazione quando ho cominciato a scoprire la
sua seriet, la sua intelligenza, la sua generosit, la sua simpatia e confesso:
con una punta di sana invidia che non mi ha pi abbandonato la sua per me
strabiliante capacit di lavoro e di scrittura. Meglio, dunque, rievocare, sia
pur col rischio di inevitabili imprecisioni e schematiche banalit, il tempo in
cui Alberto, al pari di altri pochi amici con i quali ho vissuto un rapporto di
analoga intensit e durata, ha cominciato ad assumere la figura di una sorta di
testimone necessario delle diverse fasi esistenziali della mia stessa esperienza
intellettuale e politica.
Lho sicuramente conosciuto insieme con Mario Tronti, ma non ricordo
esattamente n quando n dove. Le nostre esistenze si sono comunque intrecciate nel clima agitato e drammatico dellindimenticabile . La sua figura
di ragazzo poco pi che ventenne, talentuoso figlio unico di famiglia piccolo
borghese come egli poi si descriver ne Lalba dun mondo nuovo si vividamente impressa per la prima volta nella mia memoria mentre interviene nel
, emozionato ma sicuro di s, in una delle memorabili e tumultuose assemblee della sezione universitaria comunista, non saprei dire se quella che a febbraio si accapigliata sul rapporto segreto di Krusciov al XX Congresso o quel

la che ha veementemente condannato linvasione sovietica dellUngheria nel


novembre successivo. Non posso certo riferire le sue parole, ma allora il tema
fondamentale del dibattito, oltre ai delitti di Stalin e allimperialismo sovietico,
era il nesso necessario tra socialismo e democrazia, secondo limpostazione che
il segretario della sezione Mario Tronti era solito dare alle nostre discussioni.
Era il tema che ha ispirato anche il Manifesto dei , una sorta di appello,
firmato anche da Mario, Alberto e me, che un folto gruppo di intellettuali comunisti aveva allora indirizzato al partito per condannare la sua posizione di
chiusura filosovietica e chiedere con forza un drastico rinnovamento della sua
linea e del suo gruppo dirigente. Contemporaneamente nella sezione di strada
del PCI dove ero iscritto, quella di San Saba, durante la campagna preparatoria
dellVIII Congresso, io avevo cercato di suscitare un analogo orientamento politico che, se pur provvisoriamente vittorioso, alla fine era stato sconfessato dalla
Federazione, inducendomi nellanno successivo a non rinnovare liscrizione al
partito, come per diverse e ben pi complesse prese di posizione era accaduto
anche ad Alberto.
Con lavvicinarsi del momento della laurea avevo chiesto a Federico Chabod
di poter intraprendere ai fini della tesi una ricerca sulla storia della storiografia della Rivoluzione francese: mi interessava studiare gli storici neo-giacobini
francesi dei primi decenni del XX secolo e il confronto da essi teorizzato tra la
dinamica politico-sociale della Rivoluzione francese e quella della Rivoluzione
bolscevica. Ma Chabod mi indusse a spostare il tiro: a risalire alla met del XIX
secolo per studiare invece la svolta democratica operata nellevoluzione di quella
storiografia dalle opere di Michelet, Quinet e Tocqueville rispetto agli storici
liberali della Restaurazione e della Monarchia di Luglio. Pur con qualche timore
di fronte alla vastit del tema, mi sono immerso nel lavoro sorretto dal crescente
entusiasmo suscitato dalla scoperta di personaggi e di testi straordinari, dallescogitare le possibili ipotesi per la migliore distribuzione dei diversi materiali e
anche da unimprevista facilit di scrittura che raramente ho poi uguagliato negli
anni successivi. Ho cos accumulato un enorme scartafaccio manoscritto che, disordinato comera, per essere tradotto in dattiloscritto esigeva necessariamente
la mia dettatura, visto che non sapevo scrivere a macchina. Ho fatto allora ricorso allaiuto di vari conoscenti, il pi generoso dei quali stato proprio Alberto,
cui capitato, ospitandomi a casa sua, di battere su di una antica e monumentale
macchina per scrivere che credo passer alla storia, essendole stato riservato un
posto donore nella sopracitata sua autobiografia giovanile la parte della mia
tesi dedicata allanalisi critica di Le Peuple, un libro di Jules Michelet esplicitamente scritto per fissare il punto di vista da cui partire per lelaborazione della
sua immensa Histoire de la Rvolution, il cui primo volume stato pubblicato
proprio alla vigilia della rivoluzione del ; un libro, dunque, essenziale alla
comprensione della sua filosofia della storia. E si tratta effettivamente di una
vera e propria Bibbia del populismo democratico anche se allora il termine
non era stato ancora inventato nella quale convergevano le pi disparate e contraddittorie influenze (Voltaire, Rousseau, Vico, Herder) rifuse nellesaltazione
romantica del genio originario della nazione francese considerata comme une

personne, e si celebrava la profetica visione dellavvento di una democrazia fondata non certo sulle fredde ed ingannevoli istituzioni rappresentative, ma sullazione spontanea del popolo, sui suoi comportamenti ispirati ad un pensiero e ad
una moralit ingenui e istintivi, irriducibili ad ogni riflessa speculazione di derivazione borghese. La borghesia infatti, secondo Michelet, irrigidendosi in classe
aveva tradito il suo compito storico di sconfiggere definitivamente il Medioevo
e di instaurare il nuovo ordine del diritto e della fraternit; aveva anzi generato
lera del macchinismo che da politico e amministrativo stava ora diventando
industriale e, in prospettiva, persino letterario e filosofico. A questa deriva, storicamente impersonata dallInghilterra marchande et juive, Michelet opponeva
la funzione salvifica della piccola propriet non solo come strumento di riscatto
sociale della massa contadina, ma addirittura come portato dun principio universale rivelato dalla Rivoluzione francese, svelando cos la sostanza idealistica
del proprio populismo, elevato ad una dimensione quasi metafisica.
Di quegli incontri a casa di Alberto ho solo un ricordo per cos dire visivo. La
battitura a macchina deve essere stata sicuramente inframezzata da vivaci scambi
di idee suscitati dal testo, ma non ne restata traccia nella mia memoria, salvo un
mio accenno alle considerazioni di Michelet sullalienazione umana provocata
dal lavoro industriale meccanizzato confrontate alle affascinanti e quasi coeve
pagine della Questione ebraica, una delle opere filosofiche giovanili di Marx,
sulla quale avevo da poco redatto una tesina propedeutica allesame di filosofia
teoretica. Mi sono soffermato su questo episodio perch mi sempre piaciuto
pensare che forse lispirazione originaria ad approfondire il ruolo dellideologia
populista nella letteratura contemporanea sia nata in Alberto in quelle discussioni lontane.
Dopo la laurea, sulla scia dellapprezzamento incontrato dalla tesi, mi capitato di trascorrere come borsista un tempo assai prolungato lontano da Roma:
prima a Napoli presso lIstituto di studi storici di Benedetto Croce, poi in Francia. Solo indirettamente quindi ho partecipato alla prima fase di aggregazione
del gruppo di compagni romani (Mario, Raniero Panzieri, Alberto, Gaspare De
Caro, Rita di Leo e Aris Accornero) che sulla base delle nuove condizioni della
lotta di classe create dal neocapitalismo, aveva avviato una riflessione che sfocer
poi nellesperienza teorico-politica delloperaismo e dei suoi periodici, i Quaderni rossi e Classe operaia. E nel proprio nei Quaderni rossi, mentre
Alberto pensava e scriveva Scrittori e popolo, mi capitato di pubblicare insieme
con Gaspare Alcune ipotesi di ricerca marxista sulla storia contemporanea che
si proponevano di contestare il metodo e i risultati della storiografia italiana di
sinistra la quale, ispirata dalla nozione di origine gramsciana del ruolo nazionale
della classe operaia, aderiva alla stessa ideologia democratico-riformista (cio
populista, lavrebbe di l a poco definita Alberto) cos intrinseca alla politica del
PCI. Scrittori e popolo dunque apparso nel e nelle prime pagine Alberto,
evidenziando come il fenomeno populistico nellOttocento italiano fosse strettamente legato alla questione della rivoluzione nazionale e, in questambito,
alla problematica egemonia borghese sulle masse contadine, cita a pi riprese Le
Peuple di Michelet come imprescindibile termine di confronto del pensiero dei

maggiori populisti italiani di parte democratico-progressista (Berchet, Gioberti,


Mazzini, Carducci).
noto che gli storici e i politologi moderni hanno per la prima volta fatto
ricorso al termine populismo nellultimo quarto del XIX secolo, in Francia,
per stigmatizzare i tentativi golpisti del generale Boulanger tendenti a sfruttare taluni movimenti spontanei dei ceti popolari contrari ai governi radicalborghesi della Terza Repubblica. Da allora il termine ha assunto il significato
tuttoggi prevalente di degenerazione plebiscitaria e autoritaria del classico
sistema parlamentare rappresentativo. Ma nel il termine, pur nei limiti
di tale definizione, certamente non aveva ancora affermato la presenza straripante che ha successivamente marcato il dibattito politico e culturale post-moderno. Quindi luso fattone da Alberto nel libro come categoria interpretativa
del presente era gi di per s una novit straordinaria; tanto pi che, sebbene
applicata esclusivamente alla letteratura, questa interpretazione non nascondeva affatto la sua inaudita e sovversiva politicit, identificando il populismo
addirittura con la cultura democratica, progressista e riformista nata nel corso
della modernit allombra dello Stato-nazione e come tale tributaria tutta intera dei valori della civilt borghese.
Ricordo dessere stato allora profondamente impressionato dalla coerenza
oltranzista dun pensiero che si presentava come il prodromo dun indagine
che investisse da cima a fondo il concetto e la storia della cultura borghese
da un punto di vista radicalmente antistoricistico, per un fine politico del
tutto estraneo alla tradizione culturale e misurabile solo col metro decisivo
della lotta di classe per la conquista del potere. E Ventanni dopo, come recita lintroduzione della ristampa del libro nel , caduto irrimediabilmente
il fine e riconosciuta la velleitariet del progetto, Alberto comunque rivendicava quel tanto di nichilismo che era circolato nel suo pensiero la feconda
parentela tra lo spirito della Gaia scienza e quello del Capitale e la ancor necessaria sua capacit di vaccinazione contro le illusioni dellideologia,
arrivando ad affermare che solo un progressismo senza ideologia avrebbe
potuto riprendere quota nella sua battaglia contro il realismo conservatore.
Insomma, una riconsiderazione del poderoso processo della storia emendato da ogni mitizzazione storicistica: principio che mi sembra sia stato poi tra
i motivi ispiratori della sua sterminata produzione saggistica e giornalistica,
ogni tanto raccolta in sostanziosi volumi tematici, lultimo dei quali introdotto da una straordinaria autobiografia intellettuale, nella quale non posso
non sentirmi profondamente coinvolto.
Ma il fertile lascito di Scrittori e popolo resta, per me, linvenzione del nesso
permanente e quasi inestricabile seppur oppositivo del populismo con la democrazia rappresentativa. Su questo terreno sono stato anchio indotto a riflettere
negli anni successivi nel contesto dei miei studi su Tocqueville e in occasione
della preparazione dun corso sulle origini del costituzionalismo moderno tenuto dallIstituto Orientale di Napoli negli anni Novanta. Non potevo anzitutto
non constatare come la definizione degenerativa del populismo affermatasi in
Francia alla fine del XIX secolo risultasse storicamente inconsistente se non la

si dilatava a ritroso fino a includervi i due regimi imperial-bonapartisti, se non


la si collegava cio alla discontinuit storica della Rivoluzione francese. Tale discontinuit, infatti, si era fondamentalmente scandita in due eventi ambedue
fondativi della prassi politica democratico-rappresentativa che per due secoli ha
poi prevalso in Occidente, e che oggi soffre dellultima delle sue grandi crisi che,
a ben guardare, sono state tutte in varia misura anche crisi della rappresentanza,
cio di natura populista. Il primo evento costituito dallimprovvisa istituzionalizzazione dello Stato-nazione, originata dal formale (costituzionale) passaggio
della sovranit del monarca al popolo; il secondo, dallirruzione della moltitudine nella storia per la sopravvenuta impraticabilit delle periodiche repressioni di
massa proprie dellAncien Rgime. E per completare logicamente il mio ragionamento aggiungo che sono stato anche indotto a ipotizzare una sorta di pre-populismo della cultura politica anti-assolutista delle lites borghesi e aristocratiche
che stato il fondamentale fattore ideologico della discontinuit; una cultura
incentrata su una nozione di popolo nella quale ambiguamente convivevano sia
la mitica definizione giuridica della nazione in quanto immemoriale depositaria
della sovranit, sia la profonda convinzione della genetica incapacit delle masse
lavoratrici di esprimere una qualsiasi autonoma soggettivit politica al di fuori
dei ricorrenti episodi del loro ribellismo pi o meno feroce. Si sa come poi
andata a finire in seguito alla diffusione del suffragio universale e allespansione
della societ capitalistica di massa. Ma, come si dice, questa unaltra storia, cio
una storia che meriterebbe di essere riscritta, magari a partire dalle illuminanti
suggestioni formulate da Tronti nella parola-chiave Popolo (Democrazia e diritto, -, ) dove il populismo incastonato tra la complessa e contraddittoria
evoluzione dellidea nazional-borghese di popolo e lattuale irrappresentabilit
del popolo deprivato della soggettivit politica di classe conferitagli dal movimento operaio.
Torno dunque ad Alberto, ma come concludere? Non trovo di meglio che
aderire con tutto il mio spirito a quanto dice Pepe, il golden retriever che conosco bene sin dalla nascita, protagonista dellultimo dei suoi recenti Racconti
dellerrore, il quale, descrivendo gli affannosi e confusi sforzi mnemonici del suo
vecchio padrone, osserva con malcelato compiacimento che tuttavia egli si
rende perfettamente conto del fatto che, se gli fosse concesso di tornare indietro
nel tempo, addirittura sino al lontanissimo punto di partenza, non sarebbe capace di cambiare nulla, nulla di quello che ha fatto, n soprattutto ahim, vorrebbe
farlo. Ma Pepe, perch ahim?
Con Alberto, per cambiare il mondo
di Rita di Leo
Pepe e il Vecchio, lultimo racconto del suo ultimo libro, sorprende per lintimit
del tono autobiografico: lautore vuole rendere i lettori partecipi del suo dolore
in agguato. Infatti gli ho subito chiesto: Alb, ti stai preparando al distacco da
Pepe? e lui: No, e non so proprio. Altro non ci siamo detti, nulla sul DNA
del suo vivere, dove da una parte vi il mondo e dallaltra i sentimenti, + la fa

miglia, + la politica con gli amici fraterni/compagni. E le due parti si mescolano


rarissimamente.
Lo so perch rientrando nella seconda parte, quasi nulla so dellaltro Alberto.
Raramente coinvolta nel suo mondo se non per aver sempre ricevuto le sue numerosissime opere, sempre con la stessa dedica con grande affetto. E dunque
il mio contributo ristretto alla met di Alberto che conosco dal .
Ho raccontato in Bailamme (, ) il primo incontro, appunto nel ,
organizzato da Raniero Panzieri. Quando arrivai allappuntamento a piazza Esedra, semi nascosti da una colonna vi erano tre giovanotti: Umberto Coldagelli,
timidissimo con il suo liso impermeabile verde, Mario Tronti che guardava di
sottecchio e, infine, Alberto, il pi giovane, che mi fissava senza il coraggio di
avvicinarsi. Erano i tre rivoluzionari promessimi da Raniero, che in ritardo ci
raggiunse e ci un per il successivo mezzo secolo. Da quella volta si instaurato
tra noi il bisogno dellincontro, rimasto costante attraverso le tante vicende
politiche e le nostre rispettive vite.
Per i primi felici anni dellimpegno politico diretto (Quaderni rossi,
Classe operaia) lappuntamento era il sabato sera sotto il balcone di Piazza Venezia. Eravamo sempre in quattro, andavamo a mangiare in posti modestissimi, e per i due terzi della serata si rideva di questo e di quello e poi la pi
giovane intimava: adesso parliamo di politica. E allora Alberto esponeva
scrupolosamente i problemi del momento e scherzando ingiungevamo: Mario, dacci la linea e poi discutevamo allinfinito. Anche quando limpegno
diretto si esaur, rimasto tra noi il bisogno dellincontro; sono cambiati i
luoghi, non pi il sabato sera sotto il balcone, ma nelle case, prima la mia, e
poi anche quella di Umberto, ma il rito rimasto quasi immutato. Intanto vige
lesclusione degli altri anche quando si tratta dei propri compagni e compagne di vita. Vi sono infatti due incontri, quelli nostri (che durano tuttora,
lappuntamento a Largo Argentina) e quelli aperti agli esseri umani con cui
abbiamo in comune tutto ad eccezione del legame che, prima di conoscerli,
avevamo stretto tra noi quattro (e ancor prima quel legame era nato tra Mario,
Alberto, Umberto).
di quel legame che vorrei parlare in riferimento ad Alberto e a noi con lui.
La definizione, banalissima, quella che ci consideravamo militanti impegnati a
cambiare il mondo. Ma veramente banale anche perch manca la pretesa tutta
nostra. Il mondo andava cambiato cambiando il Partito comunista. Al riguardo
tra noi vi erano sensibilit diverse, per esempio Tronti era pi intrinseco al PCI
di quanto lo fosse Alberto che ha sperimentato passaggi passeggeri attraverso
altri partiti della sinistra. Ma tutti noi sapevamo che il grosso nodo era il Partito
comunista di Togliatti nellItalia democristiana. Cambiare il partito significava
fargli riconoscere come sua priorit la rappresentanza politica della classe operaia. Come? Innanzitutto descrivendogli, per esempio, che cosa era la FIAT rispetto
al capitalismo italiano, met statale e met piccole imprese, e poi la questione
democristiana, e le sotto culture cattolica e comunista e infine le novit degli
altri paesi. Lattenzione al nuovo veniva dallidentificazione tra il partito e il suo
ruolo davanguardia su cui puntavamo. Il nostro impegno consisteva appunto

nel farglielo ritrovare. Il libro del di Alberto, Scrittori e popolo, testimonia


quel nostro impegno.
Oggi il nostro illuminismo ci appare di una fragilit incommensurabile. Innanzitutto lipotesi per cui sotto la spinta operaia il partito avrebbe raddrizzato
il suo modo di stare nel sistema politico italiano. Ci credevamo veramente? In
realt ai primordi del nostro impegno, con Classe operaia, il partito lavevamo preso di petto, andando dinanzi alle fabbriche per parlarne male con gli
operai. Con Alberto sono andata molte volte sino a Terni, ai cancelli dellacciaieria e a quelli di una fabbrica chimica per un confronto diretto con gli operai sul sindacato, sul partito. Ma eravamo veramente convinti che persuasi gli
operai di Terni degli errori del loro sindacato e del partito di Terni, ne sarebbero venute scosse positive su Botteghe Oscure? Francamente, allepoca non
ce lo chiedevamo. Porci la domanda oggi serve solo a vivere la nostalgia di quel
nostro tempo di latte e miele. Anche perch dur poco. Breve fu la fase dei
rivoluzionari professionali di leniniana e weberiana cultura. Lavevamo appena
chiusa nella raggiunta autoconsapevolezza della sua impraticabilit che scoppi
il movimento studentesco. Rispetto alle nostre diffidenze a mescolarci, Alberto
fu pi aperto e pi curioso e si adoper perch riconoscessimo una qualche comunanza di obiettivi. Dopo tutto anche gli studenti (e le donne ancor pi degli
uomini) erano contro. Solo che erano contro i loro padri e i maestri e molto
genericamente contro il potere, mentre per noi il potere aveva le sembianze
nostrane dei padroni e dei politici democristiani. Infatti la freddezza per il
degli studenti si trasform nellentusiasmo per il delle lotte operaie. Quelle
lotte che avevamo sognato pochi anni prima con i Quaderni rossi e soprattutto con Classe operaia e che finalmente diventavano realt. Solo che era una
realt nata ben senza di noi.
Eravamo noi, ormai, ad essere andati oltre la fase del rapporto diretto, addirittura personale con gli operai, ne avevamo sviscerato i limiti politici, i nostri
limiti che erano quelli di essere intellettuali, non politici professionali, non sindacalisti di base. Solo intellettuali contro. Nasce allora in Alberto (con Toni
Negri e Massimo Cacciari) liniziativa di fare una rivista di intellettuali contro,
per lappunto Contropiano. Liniziativa non ebbe il nostro immediato consenso: Alberto non vuol mai stare in pausa Ci sbagliavamo. La rivista diede
e non solo a noi lopportunit di far circolare le culture di avanguardia dei
nostri rispettivi professionalismi. Per esempio, Alberto vi pubblic il saggio su
Thomas Mann. In tal senso sia Contropiano, sia la nostra rivista di maggior
successo Laboratorio Politico, nata pi di dieci anni dopo, testimoniano il
nostro cambiamento. Era andata in frantumi la nostra sfera di cristallo. Non era
pi possibile vedervi un progetto che poteva cambiare lo stato delle cose se il
partito se gli operai e cos via. Eravamo nei terribili anni Ottanta e infatti
avevamo sbattuto in terra noi stessi la nostra sfera. E nei nostri incontri, lucidi
erano i nostri sfoghi, con sempre meno speranza.
Di concreto cera solo il ruolo che svolgevamo nel mondo. In quel ruolo
Alberto stato il pi attivo, perch, in parallelo alla sua produzione specifica di gran successo, ha continuato a esporsi politicamente attirandosi

pochi plausi e tantissime critiche: da Le due societ del sino agli articoli
sul manifesto del . Si ritratto da esperienze di politico professionale
(deputato e direttore di Rinascita per breve tempo), e si appassionato a
descrivere la parabola del PCI, della sinistra, della politica della sinistra tradizionale sino ad aggrapparsi allancora della politica dellambiente. Perch
pur essa sempre una politica contro. Replica cos al nostro scetticismo
sulla sua ultima passione. E poich molto ci vuole bene, non aggiunge: e voi?
Voi impuntati a cercare sterili risposte teoriche alle nostre sconfitte oppure
testardamente disponibili a inseguire qualsiasi guizzo di vita in quello che
stato il movimento operaio.
Quel voi-noi il nostro legame. Noi tra-di-noi non siamo cambiati ma dalle
urgenze oggettive che ci legavano come militanti, siamo ormai al bisogno
soggettivo di ritrovarci ancora insieme. Per stare semplicemente insieme, senza
far riferimento al lontanissimo passato, ma sempre discutendo animatamente
del presente. Che viviamo da indomiti sconfitti. Di recente ho trovato la definizione per quello che ai nostri primordi illuministi ci illudevamo di essere,
non tanto rivoluzionari professionali quanto filosofi-re. Lho utilizzata per descrivere la parabola degli intellettuali politici di Lenin, i quali, nella Russia del
, proposero al partito con successo la loro visione del cambiamento. Un
successo di breve durata, finito tragicamente, ma reale. Ben altrimenti andata per noi. Al punto che Alberto dichiara: Fino agli anni Ottanta si cerca di
cambiare il mondo. Raggiunto quel traguardo, si capisce che nulla pu essere
cambiato: e si pi liberi (la Repubblica, luglio ). E qui in disaccordo,
gli chiedo: liberi da che?.
Alberto, il politico radicale, lamico affettuoso
di Aris Accornero
I tratti di Alberto che mi stanno a cuore sono il suo radicalismo politico e la sua
affettuosit.
Non mi riferisco al radicalismo degli anni politicamente ruggenti, che
insieme abbiamo vissuto: dopo i Quaderni rossi vi stata infatti Classe operaia, e poi abbiamo continuato con Contropiano e Laboratorio
politico. Allepoca il suo/nostro radicalismo era un portato naturale dellidentificazione con la politica. Le questioni che ci premevano e che a volte ci
laceravano anche al nostro interno che fare del rapporto con il PCI, come
influire sulle scelte del sindacato rientrano oggi nellarcheologia politica
del paese che fu.
Diverso il radicalismo di Alberto al presente, poich il distacco dalla politica diventato quasi un dover essere degli intellettuali, specialmente degli ex,
quelli che per decenni hanno semplicemente tenuto la tessera in tasca, oppure
giocavano a essere le anime belle della sinistra indipendente. Per Alberto, invece, limpegno continuato, e quasi sempre controcorrente rispetto alla parte
politica in cui si identificava. Anzi, pi si identificava e pi si indignava per le
occasioni perse, per le iniziative lasciate cadere, per un suo autunno che non ha

mai accettato. Infatti alcune sue battaglie hanno avuto e hanno questo significato, quasi gridato.
Basti ricordare il suo intervento sul manifesto del aprile , dove descrivendo il quadro della situazione del paese, si sent di dire al presidente Giorgio
Napolitano, con tutto il rispetto, che la democrazia si salva anche forzandone le
regole, altrimenti finisce che non c pi tempo e diventa troppo tardi. Pareva
una forzatura, quasi una stramberia che tanti misero in risalto, attaccandolo sulla
stampa e nei circoli politico-intellettuali di destra e di sinistra. Invece dobbiamo
constatare che pochi mesi di governo dei tecnici, e poi delle larghe intese,
hanno reso abbastanza realistica lemergenza di quel quadro.
Altra sua notissima battaglia il tentativo di creare una rete di comitati per la
difesa del territorio in Toscana, riprendendo lazione per lambiente che in Italia
langue miseramente per colpa dei nostri ambientalisti. Alberto vi si appassionato come allepoca doro delle lotte operaie. E ci guarda dallalto in basso
quando gliene chiediamo conto, con un pizzico di ironia.
Insomma, se teniamo da parte limmensa storiografia letteraria e la narrativa
biografica, le sue opere dinteresse politico e polemico dalle Armi della critica
alle Due societ, dallAlba di un mondo nuovo a Fuori dallOccidente conferiscono ad Asor un ruolo di ispiratore politico, che i nostri intellettuali hanno
dismesso, e che lui persegue incurante delle polemiche cui va incontro.
Laltro tratto speciale di Alberto laffettuosit, come mostra la sua presenza in tutte le occasioni in cui gli amici vivono momenti di difficolt, al contrario delle gioie familiari e delle soddisfazioni professionali. E lo con un slancio
di partecipazione e di impegno che negli anni non si affievolito. Insomma
Alberto un amico, un amico con cui in passato ci si confrontati tante volte
su temi politici, ma senza mai perdere il senso del legame che ci tiene uniti da
mezzo secolo.
Per Alberto, nel suo ottantesimo
di Toni Negri
C stato un periodo non breve, una decina danni lunghissimo tuttavia perch l dentro si compattato un secolo e molte delle esperienze che avremmo
poi vissuto, non solo erano state scritte ma anche provate l dentro c stato
dunque un periodo nel quale abbiamo camminato insieme, Asor ed io. Tutti
insieme, un piccolo gruppo, meglio spesso gruppi contrapposti, non sempre gli
stessi, intercambiabili piuttosto, mai solo giovani, sempre piuttosto intelligenti,
abbiamo provato a pensare la rivoluzione. Cerano con noi molti altri, massa e
singulatim. Penso che Asor ed io lavorammo concretamente non solo a pensare
ma ad organizzare la rivoluzione e a creare un centro dal quale un concreto
progetto di rivolta potesse essere prodotto (un centro non abitato da chi era gi
accasato in grandi istituzioni e gi in nuce si faceva rodere dal dubbio ed accettava compromessi noi invece eravamo socialisti di sinistra, quellappendice
anarchica del PCI come appunto ci definivano i burocrati e talvolta i nostri
professori come avremmo potuto altrimenti avere una cattedra nellItalietta

andreottiana?). Ammiravo Asor perch era lucido come pochi davvero lucido, non solo quando riusciva a mettere immediatamente per iscritto, con una
grafia pulita e sobria scrittura, senza smozzicatura alcuna, quello che avevamo
discusso ma perch, aveva . sempre mostrato di conoscere gli uomini, valutandoli e scegliendoli per intelligenza e rettitudine; . perch non ha mai considerato che pasticciare costituisse una via di salvezza. Fu chiaro anche a lui che
il dentro-contro della nostra pratica politica non poteva essere ridotto ad un
ruolo di insider-outsider nel Partito; non possedendo, tuttavia, quella pazienza
e quellentusiasmo che erano propri dei militanti, si accontent di invidiarli bonariamente ma che cosa volete che facesse di pi un professore di letteratura,
motteggiavo? Non erano mai, tuttavia, passioni tristi le sue, quelle che alla fine
lo collocarono nella posizione di osservatore. Quando militavamo insieme mi
insegn che il nazional-popolare era un sugo buono a drogare le masse; daltra
parte mi insegn anche che la grande cultura borghese poteva introdurci alla
comprensione della lotta di classe pi di quanto potessero fare i sicofanti del
realismo socialista. Mi fece divertire distruggendo quel Pasolini con il quale i
revisionisti del PCI da subito flirtarono, intuendo, lui, Asor, che presto Pasolini
avrebbe sparato su di noi. Ma soprattutto Asor seppe restituirmi autori che, nella provincia nella quale abitavo, erano s cantati ma gi con tonalit patetiche e
riflessioni metafisiche, quali Babel, Benjamin, Brecht, per cominciare lalfabeto
e poi continuando Asor invece gli prestava lucentissima forza rivoluzionaria.
Quando con il Sessantotto che non aveva compreso; con il Sessantanove che
credette opera dei sindacati; con gli anni Settanta che immagin prodotto di
una seconda societ anticomunista e tendenzialmente reazionaria, le nostre
vie si separarono, non fui del tutto convinto di avere ragione. Rischiai. tuttavia difficile essere comunisti senza rischiare. Compresi pi tardi di non aver
sbagliato, quando i partiti e gli uomini, i giornali e i gruppi ai quali Asor aveva
concesso (con quanta imprudenza) la sua fiducia, percorsero strade perverse o
tradirono oppure semplicemente perdettero ogni rapporto con la realt. Gi
dal stavano infatti disarmando le mitraglie e strappando i rossi vessilli a
quella taanka, il carretto sul quale, correndo ed esaltandoci, insieme ci eravamo
scontrati con il nemico di classe. Cercai invano, estromesso dalla taanka n. ,
di costruire unaltra carretta, taanka n. ; Asor rest sul primo carretto ma le
armi non le trov pi, disarmato nudo ci rest; io non so bene dove andai, la
taanka n. sera resa autonoma, i cavalli corsero dove volevano, e finimmo
nel fosso. Ce la cavammo alla meglio. Ma era stato preferibile allo sbattere nel
muro, perch il fosso pur faticosamente riconduceva al mare. Dopo tanti anni ci
siamo ritrovati. Entrambi ci eravamo fatta la barba ed eravamo ormai vestiti con
discreta eleganza. Non parlammo pi di quello che era avvenuto io lo ascoltavo
mentre narrava ed analizzava il presente, convinto che ci fosse da imparare. Sono
certo che il suo ascolto fosse altrettanto attento. Lo festeggiamo dunque ora per
le tante cose che ha fatto e per lamicizia che ci ha regalato ottantanni sono
tanti ma insufficienti per un inventario di fine esercizio. Tanto pi per Asor che
mantiene intatto quello che una volta si chiamava ottimismo della ragione, e cio
la capacit desser gioiosi quando si lotta, la disposizione a non ricordare errori

che ormai non si potrebbero pi ripetere, il totale rigetto di ogni malaugurato


katechon propostoci da teologi o gi di l, e la certezza che la vita pi forte della
morte. evidente che, per esistere a questo modo, occorre avere una coscienza
lucida e forte e nessun inconscio smalignante. Ora, se io sono certo di non avere inconscio me lha assicurato un celebre analista parigino penso che anche
Asor ne abbia poco o punto: ecco una garanzia di fedelt. Tanti auguri dunque
e un abbraccio dalla banda spinoziano-marxista.
Asor europeo
di Massimo Cacciari
Quale mimesis, quale forma rappresentativa poteva corrispondere alla tragicit
del secolo breve, il cui asse veniva individuato nel conflitto dialetticamente
irriducibile tra capitale e classe operaia? Gi nella domanda suona il tema della
fine del ruolo e il precipitare (non il dissolversi!) dellanalisi dellopera nel
progetto di rivoluzione dello stato delle cose. Tesi su Feuerbach sempre allorizzonte. Ma il punto di vista rivoluzionario esige opere rivoluzionarie, in s tali,
per il loro linguaggio, per la loro struttura, non per qualche contenuto o dei
positivi messaggi. Mimesis non realistico-riproduttiva, ma, secondo il suo stesso etimo, immaginativo-creativa. Occorre rappresentare il dissolversi del mondo di ieri e delle sue forme artistiche. Anzi, occorre comprendere la stessa arte
contemporanea come fine dellarte, messa radicale in crisi del suo statuto.
La grande letteratura della crisi, dunque, versus il Lukcs dei saggi sul realismo,
dellEstetica ecc. Il Lukcs de Lanima e le forme (tradotto dalloperaista Sergio Bologna!) in opposizione a quello del Giovane Hegel; il Lukcs di Storia e coscienza di classe, tradotto da Giovanni Piana, in lotta col Lukcs stalinista. Ma
soprattutto il Mann delle Confessioni di un impolitico contro lumanista saggistaromanziere di Nobilt dello spirito. E largomentazione procede sempre per antitesi: Kafka e Musil versus Mann. la grande avanguardia che fa comprendere
la crisi, che non rimuove il negativo. Beckett che non si ostina a ricomporre
linfranto, ma rappresenta con disperata ironia lultimo giorno. Poich alla vigilia dellultimo giorno ci si muove e qui occorre pensare Al di l, ben al di l
dellimpazienza di quei momenti, su cui continua a esercitarsi il vuoto sarcasmo
di chi si sempre superstiziosamente fidato del valore del proprio mestiere,
difficile non cogliere lenergia dischiudente, innovativa di una simile prassi critica (Le armi della critica!), la sua non vana curiositas per autori e movimenti che
le diverse ortodossie, marxiste, crociane e non solo, confondevano nel calderone
dellirrazionalismo-relativismo-nihilismo. Senza la lezione di questa prassi, che
ebbe in Asor, oltre ogni steccato disciplinare, il suo esponente di maggior rilievo,
penso sarebbe impossibile comprendere lhumus culturale in cui si formarono
alcuni dei fattori pi originali, pi sperimentali del dibattito critico-politico in
Italia tra anni Settanta e Ottanta.
Alla luce di questa prospettiva emergono anche certe peculiarit, a mio avviso,
dellAsor storico della letteratura italiana. Si tratta della passione per il maledetto,
sia che esso si trovi in un campo ideologicamente affine, sia che rappresenti,

invece, lavversario. La regola rimane quella: innova chi mai rimuove il negativo,
chi non lo riduce a momento della stessa sintesi, chi lo coglie immanente al suo
stesso fare e alla propria stessa posizione. Allora, sar agevole in Genus italicum
coglierne la linea: dal Dante averroista del Monarchia a Machiavelli, dal Sarpi
libertino fino ai nostri (dico nostri poich insieme li riscoprimmo) Michelstaedter e Campana.
Certamente Asor ha dovuto per tempo riconoscere che trasformare in questo senso il canone letterario nazionale era impresa altrettanto impossibile
che realizzare quella repubblica immaginaria intorno al cui progetto aveva,
con Tronti, cercato di raccogliere giovani e meno giovani aristoi con Laboratorio politico. Immaginaria era la repubblica che volevamo prima ancora, il
partito che auspicavamo prima ancora, i costumi degli italiani, che avrebbero dovuto fondare partito e repubblica. I fatti hanno dato anche troppa ragione alle ragioni del disincanto. E i libri di Asor, almeno dalla met degli anni
Ottanta, ne sono ampia testimonianza. Uno, in particolare, a me sembra segnare unautentica svolta nel suo lavoro: Lultimo paradosso. un ritornare in se
stessi, a misurare se stessi, e sulla base della propria modestia (filosofia nome
di modestia, ricordava Dante) riguardare i rapporti con gli altri e col mondo.
Speculum vitae, lo chiama Asor, che nasce spontaneo da quellirriducibile composto di delusioni, speranze che non sai reprimere, casualit dincontri, felici
e penosi, che lesperienza vissuta. Caduta lidea di poterla teleologicamente
guidare. Crollata la presunzione che un discorso possa comprehenderla e renderla chiara. Ma, insieme, rivelazione del presente, del corpo della cosa nella
sua straordinaria singolarit. E da qui pu forse riprendere anche unidea di
politica e di prassi. Una possibile idea poich ora Asor sa che nientaltro
il reale che un insieme di possibili. E il cerchio, in qualche modo, si chiude:
ancora Musil, ancora la grande mimesis della crisi versus tardo-umanesimi conservatori e gli eterni pifferai dellengagement.

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