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Orazio

Il documento richiede la lettura di specifici testi di Orazio in latino e traduzione italiana, evidenziando la sua vita durante le guerre civili e la sua amicizia con Mecenate. Analizza la sua poesia, in particolare gli Epodi e le Odi, come riflesso del contesto storico e della ricerca di controllo e stabilità. Orazio si confronta con la tradizione lirica greca, cercando di affermare la sua originalità e il suo ruolo nella letteratura latina.

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Orazio

Il documento richiede la lettura di specifici testi di Orazio in latino e traduzione italiana, evidenziando la sua vita durante le guerre civili e la sua amicizia con Mecenate. Analizza la sua poesia, in particolare gli Epodi e le Odi, come riflesso del contesto storico e della ricerca di controllo e stabilità. Orazio si confronta con la tradizione lirica greca, cercando di affermare la sua originalità e il suo ruolo nella letteratura latina.

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Si richiede la lettura nell'originale latino dell'Epodo. 7; delle Odi 1.14; 1.37; 2.7; 2.

16;
3.14.
Si richiede inoltre la lettura nella sola traduzione italiana degli Epodi 9, 16; delle Odi
1.1; 1.38; 2.20; 3.30

Orazio (65 a.C. - 8 d.C)

❖ Orazio vive l’ultima fase delle guerre civili, con l’ascesa al potere di Ottaviano- e
il radicale sovvertimento delle istituzioni repubblicane in principato;
❖ In occasione della battaglia di Filippi del 42 a.C, Orazio combatte dalla parte dei
cesaricidi;
❖ Amicizia con Mecenate (38 a.C.), che gli dona un podere nella campagna
Sabina- fondo che garantisce al poeta indipendenza economica;
❖ Rifiuta l’invito di Augusto a diventare suo segretario personale;
❖ I sedici epodi sono l’opera che più risente del contesto di Filippi;
❖ I quattro libri delle Odi vengono pubblicati nello stesso momento- per Orazio,
costituiscono un corpus unitario;

Alcuni punti fondamentali (dal saggio di Traina)

★ Nevrosi come risposta al tentativo di controllare una realtà percepita come


caotica (a causa delle guerre civili, di cui Orazio fa esperienza diretta);

★ Chiave di interpretazione di tipo psicoanalitico: chiusura temporale + chiusura


spaziale. Il presente è l’unico tempo sperimentabile dall’uomo: necessità di
doversi concentrare sull’attimo presente dal momento che sul futuro l’uomo non
può esercitare controllo. La condanna del futuro porta con sé la condanna
della speranza, considerata un disvalore perché allocata nel futuro [interessante
l’espressione carpe diem: il verbo carpere indica un’azione iterata ma sempre
parziale, incompiuta. Deriva dal lessico agricolo (brucare, piluccare), e fa
riferimento ad un tutto di cui si riesce a cogliere solo una parte: in riferimento a
diem, comunica l’idea che del giorno noi riusciremo a strappare solo dei pezzi,
delle unità, incapaci di coglierne la totalità]. Il bisogno di esercitare controllo
conduce non solo a rigettare il futuro (spazio dell’incontrollabilità: sul piano
temporale, controllabile è solo l’istante), ma anche ad ricercare l’angulus (che
per Orazio si configura con il podere Sabino ricevuto in dono da Mecenate, e che
rappresenta uno spazio protetto e sicuro). Nelle Odi del quarto libro, i confini
dell’angulus si ampliano fino a coincidere con quelli dell’Impero →
luogo sicuro e circoscritto;
★ Il bisogno di controllo si riflette anche sulla struttura della lirica Oraziana. Poesia
iper formalizzata (minuziosa attenzione formale: regolarizzazione metrica,
struttura della silloge, scelte lessicali);

★ Orazio individua in Augusto l’unica figura in grado di riportare ordine, pace e


stabilità nella Roma destabilizzata dalle guerre civili. L’adesione al principato
deriva più da un bisogno di controllo e sicurezza che da una vera e propria
adesione ideologica;

★ Tema del modus (vedi decimo carme del II libro delle Odi), come rielaborazione
del principio aristotelico della metriotes;

Ode 1, I

➢ Costruita secondo il modulo retorico della Priamel, che consiste nel presentare
un catalogo di oggetti, concetti o valori per poi contrapporvi un termine finale che
viene dichiarato superiore a tutti gli altri, e che spesso rappresenta la preferenza
o il punto di vista dell’autore. Nel caso dell’Ode 1, I Orazio elenca una serie di
tipologie di vite ritenute migliori dagli altri, per poi dichiarare quale sia, secondo la
sua personale visione del mondo, la scelta migliore. Orazio risponde alla
domanda tis aristos bios- cioè, qual è la vita migliore, ideale o maggiormente
felice?

➢ L’Ode 1, I è dedicata a Mecenate, e si conclude con una richiesta nei suoi


confronti: se Mecenate annovererà Orazio tra i poeti lirici, allora lui toccherà le
stelle con la punta del capo [Quodsi me lyricis vatibus inseres, sublimi feriam
sidera vertice]. Si tratta di una richiesta iperbolica, dal momento che Orazio
domanda di essere aggiunto al canone dei poeti lirici- che, per tradizione, si
esaurisce nella Grecia di età ellenistica. Il canone dei poeti lirici è fisso, dal
momento che è legato al numero di nove: i poeti lirici non possono essere più di
nove (Alceo, Saffo, Anacreonte, Alcmane, Stesicoro, Ibico, Simonide, Pindaro,
Bacchilide), perché nove è il numero delle Muse. Nell’Ode proemiale della primo
libro dell’intera silloge Orazio a) indica il genere letterario nel quale vuole essere
inserito (cioè, la poesia lirica) e b) si riconnette direttamente al canone dei lirici
greci aggirando la tradizione latina: possiamo considerare la lirica Oraziana
come un tentativo di rimuovere Catullo. Nella lirica di Orazio non c’è mai un
rapporto diretto, immediato, intertestualmente esplicito con la poesia di Catullo
(che prima di lui scrive a Roma poesia lirica) ma con i modelli della poesia greca
arcaica;
➔ La prima fase della letteratura latina (da Livio Andronico all’età
repubblicana) è caratterizzata dall’assorbimento dei modelli greci). Prima
opera della letteratura latina è l’Odusia di Livio Andronico, cioè una
traduzione in saturni dell’Odissea omerica; oppure, gli Annales di Ennio
sono un’opera costruita a livello intertestuale sul modello della poesia
omerica. L’aemulatio della letteratura latina nei confronti di quella greca ha
come risultato quello di creare dei nuovi modelli: con la fine della
Repubblica e il passaggio del principato, i poeti possono fare riferimento o
ai modelli greci o ai modelli latini (per esempio: quando Virgilio scrive
l’Eneide, può guardare come modello genere a Omero o a Ennio; quando
Orazio scrive le Odi, può guardare come modello genere ai lirici greci
arcaici o alla produzione lirica neoterica (poesia latina del I secolo a.C.
ispirata ai modelli greco-alessandrini e rappresentata da poeti come
Catullo). Quindi, la produzione letteraria di età Augustea trova i suoi
modelli sia nella letteratura greca che in quella latina. Orazio afferma di
essere il primo autore lirico di Roma, rimuovendo la poesia neoterica- e
Catullo (ansia del modello: Orazio teme che la grandezza del modello
catulliano possa oscurare la propria produzione poetica). Ma il modo in cui
Orazio si rapporta ai modelli lirici greci non può presupporre dal modo in
cui Catullo si era rapportato a quegli stessi modelli prima di lui. Catullo
aveva tradotto alcuni carmi della tradizione lirica greca: il carme 51
catulliano è una traduzione del frammento 31 Voigt dell’ode di Saffo, e il
carme 66 catulliano è una traduzione (calco letterario) di una delle elegie
di Callimaco. Il carme 66 (chioma di Berenice) è per esplicita affermazione
di Catullo una traduzione letterale, mentre il carme 51 è una traduzione
letterale, dal momento che segue il tema e la struttura del carme saffico,
ma nell’ultima strofe (dell’otium) vira rispetto al modello introducendo un
tema tipico della cultura romana- cioè l’otium (tempo dedicato alla vita
privata e alla formazione culturale dell’individuo). Orazio, pur negando di
riconoscere Catullo, in realtà dimostra di non prescindere dal suo modello:
adotta ed estremizza l’approccio di Catullo nel carme 51 nel momento in
cui si riallaccia ad un poeta lirico greco arcaico secondo la modalità del
motto encipitario: cioè, traduce alla lettera l’incipit del carme greco a cui
fa riferimento, per poi distanziarsi dal modello greco sviluppando la propria
lirica in una direzione “romana”. La traduzione letterale dell’espressione
memorabile incipitaria ha l’obiettivo di far riconoscere al lettore l’ipotesto
greco a cui l’autore fa riferimento, mentre lo sviluppo successivo della
lirica (che vira decisamente rispetto al modello greco) ha lo scopo di far
percepire al lettore la distanza rispetto al modello;

➢ Qual è il rapporto di Orazio con la lirica greca?


➔ Carattere occasionale e performativo della poesia greca: la lirica
greca è una poesia d'occasione, cioè un tipo di produzione letteraria che
nasce in relazione a contesti performativi codificati. Per esempio, Pindaro
è autore di epinici, cioè componimenti volti a celebrare una vittoria: quindi,
compone liriche in occasione di momenti unici e (potenzialmente)
irripetibili. Si tratta di componimenti lirici pensati per essere performati nel
contesto di un rito. Oppure, il simposio è uno spazio legato ad una eteria,
cioè un gruppo di aristocratici che si riconoscono in alcuni valori condivisi
(legami politici ed economici). Nel simposio, questa cerchia si confronta
riguardo alla contingenza storico-politica: anche il simposio è quindi legato
ad un’occasione unica e ben precisa. Quanto al carattere performativo, i
componimenti lirici sono pensati per essere performati nel contesto di un
rito, e sono pensati non per essere letti ma eseguiti con
accompagnamento musicale;

➔ Tra il IV e il III secolo a.C. Alessandro Magno unifica il mondo greco da


un punto di vista territoriale e politico. In conseguenza a questo
rivolgimento storico la poesia lirica cambia di natura (cambiano i modi
della comunicazione letteraria: non esiste più il simposio come
associazione socio-politica). La poesia lirica perde la sua dimensione
performativa, e si trasforma in un genere letterario pensato per essere
letto. Inoltre, svanisce la necessità del rapporto tra poesia lirica e
occasione. Quindi: a) la poesia lirica perde l’accompagnamento musicale
dal momento che non è più eseguita nell’arco di una performance; b) dal
momento che la fruizione della poesia lirica diventa libresca, il poeta può
ordinare i suoi componimenti in modo semantico. L’ordine in cui si
dispongono i componimenti non è privo di significato. In età ellenistica
nasce la filologia come disciplina: i Greci sentono la necessità di dare un
ordine al loro patrimonio culturale attraverso la Biblioteca di Alessandria. I
filologi raccolgono in corpora la produzione lirica dei secoli precedenti
seguendo il criterio metrico;

➔ Il liber catulliano ha una struttura tripartita (nugae, carmina docta ed


epigrammi). Si tratta di un’organizzazione dettata da un criterio metrico: le
nugae sono componimenti brevi in metro vario; la prima parte dei carmina
docta consiste in componimenti lunghi in metro vario, la seconda in
componimenti lunghi in distici elegiaci; gli epigrammi sono invece
componimenti brevi in distici elegiaci;
➔ Callimaco crea la prima autoedizione (cioè: autore e editore coincidono).
L’ordine dei componimenti è autoriale, dal momento che Callimaco ordina
la sua produzione poetica secondo un criterio semantico. I primi tre libri
delle Odi oraziane sono un’autoedizione: l’ordine in cui si dispongono i
componimenti poetici vuole produrre un significato;

L’Ode proemiale del primo libro entra in un rapporto di responsione a distanza con
l’Ode finale del primo libro (1,38) e con l’Ode conclusiva della prima silloge (3,30).

★ Rapporto tra Ode 1,1 e Ode 1,38 → Nell’Ode 1,38 Orazio sviluppa il tema
toccato nel finale dell’Ode proemiale. Nell’Ode che apre la silloge
Orazio presenta una serie di possibilità di vita prospettate in una
Priamel che culmina nella sua scelta personale, cioè quella di una vita dedicata
alla poesia. Se nell’Ode proemiale Orazio dichiara la poesia come sua scelta di
vita, nell’Ode che chiude il primo libro spiega il tipo di poesia che vuole fare
attraverso l’immagine del banchetto. Nell’Ode 1,38, rivolto allo schiavo che gli sta
preparando la tavola, raccomanda di evitare anche il modesto lusso di corone
intrecciate con fili di tiglio o rose; solo il mirto, caro alla dea dell’amore, potrà
rallegrare il poeta che si accinge a bere sotto un ristretto pergolato. Il banchetto
diventa simbolo della poesia: Orazio effigia un convito semplice e modesto,
lontano da sfarzi e raffinatezze, così come la sua poesia che rifiuta l’eccesso ed
è caratterizzata dalla semplicità (tema del modus proiettato sul piano stilistico).
La poesia ha come nucleo il tema del simposio (angulus). Nell’ultimo verso
Orazio fa riferimento ad un pergolato di vite (arta vite), come luogo in cui avviene
il simposio: si tratta di uno spazio in cui è possibile la poesia dal momento che è
chiuso, protetto, sicuro. L’angulus si concretizza come l’unico luogo possibile per
la poesia, prevalentemente di carattere simposiale.

★ Rapporto tra Ode 1,1 e Ode 3,30 → Le Odi hanno in comune un elemento
formale: si tratta degli unici due componimenti della produzione lirica
di Orazio scritte in asclepiadei minori in sequenza. Nell’Ode proemiale
Orazio esplicita la sua scelta di vita, cioè la poesia: nell’Ode conclusiva
dell’intera silloge riconosce alla poesia il potere di vincere la morte,
eternando sia il poeta sia chi dal poeta viene celebrato. Si tratta di
un’eternità vincolata alla sopravvivenza di Roma (dum Capitolium
scandet cum tacita virgine pontifex). Orazio si presenta qui come il primo ad aver
riprodotto in Italia i carmi dei poeti eolici, trascurando Catullo e i poeti
preneoterici;
★ L’Ode conclusiva del secondo libro (2,20) prepara l’Ode che chiude il terzo libro.
Nell’ode 2,20 Orazio immagina la propria metamorfosi in un cigno, uccello sacro
ad Apollo. Qui Orazio introduce il tema dell’eternità della poesia in maniera solo
simbolica, mentre lo esplicita nell’Ode 3,30 in cui afferma che la poesia
sopravvive in seguito alla morte del poeta: il poeta ha a disposizione lo strumento
metamorfico della poesia- il poeta stesso si trasforma nella sua poesia;

➢ Nelle prime dodici odi del primo libro, per ogni ode Orazio cambia il metro e
utilizza tutti i metri che poi impiegherà nel resto della sua produzione lirica
(esemplifica tutte le potenzialità metriche della sua poesia);

Quali sono le conseguenze dell’assenza della musica nella poesia Oraziana?

➔ Forte tematizzazione del simposio e della musica nella poesia Oraziana →


La poesia lirica greca è una performance eseguita all’interno del simposio: di
conseguenza, il poeta non fa riferimento agli elementi simposiali nella sua lirica.
Nel momento in cui la poesia non avviene più all’interno del simposio, il simposio
viene ricreato attraverso la parola. Il simposio si trasforma in un simbolo: in
Orazio, i frequenti riferimenti meta simposiali (oggetti, arredi, musica, piante del
simposio) sono tutti simboli, che comunicano qualcosa d’altro rispetto al
referente. In assenza di musica, è necessario rafforzare la metrica verbale. La
metrica di Orazio è iper regolare (presenza di incisioni fisse) perché deve
supplire all’assenza della ritmicità della musica (mentre la lirica greca è più libera
dal momento che la ritmicità viene dettata dall’accompagnamento musicale). Il
carmen saeculare composto in occasione dei Ludi Saeculari del 17 a.C. non
presenta incisioni fisse e trasgredisce alla regolarità tipica della metrica oraziana
perché viene eseguito con un accompagnamento musicale;

Nell’Ars Poetica Orazio individua in Archiloco l’inventor dei giambi, metro utilizzato per
la poesia dal contenuto di carattere aggressivo. Quando Orazio definisce giambi la sua
opera letteraria degli epodi richiama un genere letterario- cioè, la corrispondenza tra la
forma metrica e il tono aggressivo. Il termine epodi mette in luce la struttura epodica dei
componimenti: si tratta di distici in cui il secondo verso è più corto rispetto al primo.
Orazio parla dei suoi giambi nella lettera 19 del primo libro delle epistulae:

Parios ego primus iambos ostendi Latio, numeros animosque secutus Archilochi, NON
res et agentia verba Lycamben.
Io per primo mostrai al Lazio i giambi di Paro, seguendo bensì i metri e gli spiriti di
Archiloco, NON però gli argomenti e le parole che perseguitano Licambe.

➔ Tema del primus ego: Orazio rivendica il primato di aver mostrato al Lazio i
giambi di Paro (riferimento geografico che rimanda alla patria di Archiloco).
Afferma di aver recuperato da Archiloco i metri (numeros) e il tono,
l’atteggiamento (animos), ma non gli argomenti (res) e le parole (verba). Orazio
è consapevole della distanza culturale e storica che lo separa da Archiloco, che
gode della possibilità di parlare, nella sua poesia, in maniera diretta ed esplicita.
Orazio è il figlio di un liberto, e non un aristocratico, e vive in un’epoca in cui la
sfera di azione del singolo è limitata dal principato. Di conseguenza, Orazio
conserva nei suoi giambi il tono aggressivo di Archiloco ma non l’attacco diretto
nei confronti degli avversari;

Ac ne me foliis ideo brevioribus ornes quod timui mutare modos et carminis artem,
temperat Archilochi Musam pede mascula Sappho, tempera Alcaeus, sed rebus et
ordine dispar [...]

E perché tu non mi adorni di foglie più piccole per il fatto che non ho osato mutare i ritmi
e la tecnica poetica, considera che col proprio metro la pur virile Saffo riadatta la Musa
di Archiloco; riadatta anche Alceo; eppure, difforme negli argomenti e nella disposizione
[...]

➔ Potrebbe essere mossa ad Orazio l’obiezione di aver avuto timore a cambiare le


strutture metriche e la tecnica poetica (cioè, gli elementi formali) del genere.
Secondo la visione di Orazio, l’aver conservato gli elementi formali pur
prendendo le distanze rispetto agli elementi tematici non è motivo di demerito:
infatti, prima di lui Saffo e Alceo hanno riadattato la Musa di Archiloco cambiando
i temi, ma cambiando i temi hanno dovuto anche cambiare i metri. Orazio invece,
pur cambiando i temi della poesia di Archiloco ne ha conservato i metri. L’abilità
di Orazio consiste nell’aver conservato la forma pur cambiando il tema. Orazio
supera i modelli rappresentati da Saffo e Alceo;

*Prima di Orazio, scrive poesia giambica Catullo. Catullo conserva nei suoi giambi
l’aggressività e l’attacco ad personam (verba agentem), ma non i metri di Archiloco
(cioè, la struttura epodica dei giambi).

➔ Orazio scrive 17 epodi (17 sono anche i giambi della raccolta di Callimaco:
l’esperienza neoterica agisce sempre sull’esperienza lirica di Orazio). Ricorre
esclusivamente a metri archilochei. Tutti i componimenti hanno struttura epodica
ad eccezione dell’ultimo: Orazio conclude la propria esperienza di poeta
giambico inaugurando la stagione della poesia lirica. Orazio pubblica gli epodi
nel 30 a.C. in concomitanza con il secondo libro delle satire, ma compone gli
epodi nel corso del decennio precedente (verosimilmente tra il 40 e il 30 a.C.). Di
conseguenza, la produzione dei componimenti risente di un clima differente
rispetto a quello della loro effettiva fruizione, che avviene all’alba della fine delle
guerre civili (31 a.C.: battaglia di Azio). Quindi, Orazio concepisce gli epodi negli
anni più turbolenti dell’ultima fase delle guerre civili, ma li pubblica nel momento
in cui le guerre civili terminano con l’ascesa del principato augusteo:

Orazio, epod. 7
Quo, quo scelesti ruitis? Aut cur dexteris Dove, dove correte, scellerati? Perché si
aptantur enses conditi? Parumne brandiscono spade da poco
campis atque Neptuno super fusum est ringuainate? O troppo poco sangue
Latini sanguinis, non ut superbas latino è stato versato in terra e sulle
invidae Karthaginis Romanus arces distese di Nettuno, non affinché il
ureret intactus aut Britannus ut Romano ardesse le superbe rocche
descenderet sacra catenatus via, sed ut dell’ostile Cartagine o perché il Britanno
Secundum vota Parthorum sua Vrbs indomito percorresse incatenato la via
haec periret dextera? Neque hic lupis sacra, ma affinché rispondendo alle
mos nec fuit leonibus umquam nisi in preghiere dei Parti questa città si
dispar feris. Furorne caecos an rapit vis distruggesse con le sue mani. Questo
acrior an culpa? Responsum date. istinto non fu ai lupi e ai leoni (non è
Tacent et albus ora pallor inficit proprio dei lupi e dei leoni) mai feroci se
mentesque perculsae Stupent. Sic est: non contro chi gli è dissimile. Stanno in
acerba fata Romanos agunt scelusque silenzio e un bianco pallore tinge i volti e
fraternae necis, ut inmerentis fluxit in le menti sconvolte sono paralizzate. È
terram Remi sacer nepotibus cruor. così: un destino atroce trascina i
Romani e la maledizione dell’uccisione
del fratello, da quando fluì sulla terra il
sangue, dannato per la sua
discendenza, di Remo senza colpa.

★ Metro: trimetro giambico + dimetro giambico. Questa struttura epodica


caratterizza tutti i primi dieci componimenti degli epodi;
★ Il carattere del contenuto è marcatamente politico: si tratta di un’accusa che
Orazio rivolge ai concittadini, lamentando il dramma delle guerre civili presentate
come una forma di autodistruzione di Roma;
★ La ripetizione in apertura dell’avverbio interrogativo quo (geminatio o anadiplosi)
produce pathos. Sul piano semantico, il tono patetico e concitato è ribadito dal
verbo ruitis (ruor, . L’accumulo di domande [Quo, quo …? Aut cur …?] sottolinea
la concitazione;
★ La prima domanda [Quo, quo scelesti ruitis?] occupa la prima metà del verso,
mentre la seconda domanda [Aut cur dexteris aptantur enses conditi?] occupa la
seconda metà del verso e l’intero verso due. Questa disposizione si ritrova,
invertita in maniera chiastica, ai versi 13 e 14. La responsione strutturale tra i
versi 1,2 e 13,14 vuole segnala i confini della prima sezione del testo, in cui il
poeta si rivolge in prima persona ai suoi compatrioti. Nella lirica greca arcaica il
poeta si rivolge ai suoi pari, mentre qui Orazio si rivolge alla collettività del popolo
romano: i vv. 1-14 sono un’apostrofe (in absentia) alla cittadinanza, quasi mai
attestata nella lirica greca arcaica in cui la destinazione originale è l’ambiente del
simposio;
★ Scelesti: o predicativo del soggetto in riferimento a ruitis, o vocativo. Il significato
del termine si intuisce una volta giunti alla conclusione del componimento ([...]
agunt scelusque fraternae necis);
★ Aptantur enses: mediale “le spade si adattano (da sole) alle mani dei Romani”,
piuttosto che passivo “le spade sono adattate (dai soldati)”, quasi per prendere
distanza dalla responsabilità della guerra: Orazio vuole sottolineare che si tratta
di un’azione involontaria, come se i romani fossero condannati alla guerra civile;
★ Conditi: participio perfetto che indica un’azione che si è già conclusa. Le spade
sono state appena riposte: Orazio allude ad una fase di momentanea
pacificazione della guerra civile, che però riprende;
★ Parum … / fusum … sanguinis: domanda retorica sarcastica introdotta dalla
particella enclitica ne;
★ Non ut … / aut ut … / sed ut …: correctio avversativa;
★ Super fusum: a) tmesi se si interpreta super come preverbio di fusum (da
superfundo); b) anastrofe se si interpreta super come preposizione costruita con
l’ablativo campis atque Neptuno;
★ Neptuno: metonimia per indicare il mare. Forse allusione a Pompeo Magno
definito Neptunius dux, cioè comandante del mare;
★ Campis atque Neptuno: la congiunzione coordinante copulativa atque sottolinea
il fatto che le guerre civili sono state combattute anche, persino per mare. N.B.:
Et ha valore additivo (aggiunge); il que enclitico accoppia (mette due elementi
sullo stesso livello); atque è usato per aggiungere e correggere (cioè chiarisce
meglio il valore del primo termine della coppia, tipicamente iperonimo + iponimo);
★ Superbas … arces: ipallage o inallage (cioè, l’aggettivo si riferisce
grammaticalmente al termine a cui non si riferisce logicamente- disallineamento
tra referente grammaticale e referente logico). In questo caso, l’ipallage serve a
evitare un accumulo di aggettivi che gravano su Karthaginis;
★ Superbas invidae Karthaginis [...] arces: disposizione chiastica- la coppia
superbas arces attornia la coppia invidae Karthaginis (A - B - B1 - A1);
★ Intactus: tactus è participio perfetto di tango, in composizione con il prefisso
privativo in. Letteralmente, non toccare- cioè indomito;
★ Intactus aut Britannus ut: l’ordo verborum innaturale risponde all’esigenza di
mettere in risalto (focalizzare) il termine intactus dislocandolo all’inizio della frase.
I Britanni non sono ancora stati conquistati (Orazio allude al fatto che non è stato
ancora possibile celebrare un trionfo in cui i Britanni, sottomessi a Roma,
sfilassero incatenati lungo la Via Sacra): la guerra civile impedisce la conquista
del nemico esterno (e secondo la visione antica le guerre combattute contro il
nemico esterno sono sempre giustificate);
★ Sua: aggettivo riflessivo riferito a dextera (in caso ablativo). Indica l’azione
suicida di Roma: il sangue latino è stato sparso non per radere al suolo
Cartagine o conquistare i Britanni, ma a causa delle guerre civili;
★ Secundum vota Parthorum: la guerra civile fa l’interesse dei nemici. I Parti
infliggono la più grande sconfitta militare di Roma in occasione della battaglia di
Carre (53 a.C.). La preghiera del nemico diventa causa della guerra civile: la
situazione richiama le parole di Nestore nel primo libro dell’Iliade, quando di
fronte ad Achille e Agamennone in lite per Briseide Nestore afferma che l’ostilità
tra i due è frutto delle preghiere dei troiani;
★ Sacra catenatus via: il termine catenatus è inserito all’interno del nesso sacra
via. L’ordo verborum raffigura il valore semantico della frase (iconicità verbale);
★ Neque hic lupis mos nec fuit leonibus umquam nisi in dispar feris: si tratta
dell’unico distico in cui l’unità sintattica corrisponde all’unità metrica (non c’è
enjambement). I vv. 11-12 concludono la prima sezione del componimento con
una gnome (cioè una frase sentenziosa);
★ Lupis [...] leonibus: dativi di possesso. Lupi e leoni rappresentano per
antonomasia le bestie feroci. Orazio presenta il topos delle bestie feroci che sono
migliori degli uomini: a differenza delle bestie feroci, gli uomini uccidono individui
della loro stessa specie;
★ Furorne caecos an rapit vis acrior an culpa?: Orazio individua tre cause delle
guerre civili, e le dispone in una climax ascendente di responsabilità. Furor
caecos e vis acrior prescindono dalla responsabilità, dal momento che si tratta di
impulsi inarrestabili e fatali determinati da una forza esterna incontrollabile.
Culpa indica invece una responsabilità giuridica;
★ Furor caecos o furor caecus: si tratta di due varianti adiafore (cioè, entrambe
potenzialmente corrette). Per il criterio di lectio difficilior, tra le due varianti
attestate dai manoscritti si preferisce quella meno banale;
★ Responsum date: Orazio domanda alla cittadinanza di individuare la vera
ragione scatenante delle guerre civili. Ma la cittadinanza tace;
★ Perculsae: participio perfetto di perchello = colpire con violenza;
★ Nepotibus: dativo di svantaggio;
★ Orazio individua nella maledizione legata all’uccisione di Remo da parte di
Romolo la causa delle guerre civili. L’uccisione di Remo rappresenta l’atto
fondativo di Roma: l’uccisione fratricida è il peccato originale di Roma. Orazio si
rifà alla tradizione di Timogene di Alessandria, che considera Romolo colpevole
dell’uccisione del fratello innocente. È la stessa lettura proposta da Cicerone in
De officiis 3,41;
★ Ut inmerentis fluxit in terram Remi sacer nepotibus cruor: subordinata temporale
che esprime precedenza immediata;
★ Datazione: improbabile che la composizione dell’epodo risalga ai giorni della
battaglia di Filippi (42 a.C.), alla quale Orazio prende parte in prima persona-
mentre qui condanna aspramente le guerre civili. Se la composizione risalisse ai
giorni della battaglia di Azio (31 a.C.), non convincerebbe la scelta della struttura
epodica (inoltre: dall’epodo emerge l’atteggiamento di sconforto del poeta nei
confronti di una guerra a cui Roma è ineluttabilmente condannata a causa del
peccato originale dell’uccisione di Remo, mentre in altri epodi Orazio sembra
attendere la battaglia di Azio quasi con impazienza). Probabilmente la
composizione risale ad un momento successivo al 39 a.C.: l’accordo a Miseno
tra i triumviri e Sesto Pompeo inaugura solo in apparenza una fase di pace, dal
momento che poi il conflitto riprende- è comprensibile l’atteggiamento di
sconforto del poeta di fronte all’ennesima promessa frustata di pace;

➔ L’ipotesi della datazione dell’epodo 17 in un momento successivo al 39


a.C. trova sostegno nell’epodo 16 in cui Orazio ipotizza che l’unica
soluzione per sfuggire alla guerra civile sia la fuga verso un altrove (l’Isola
dei Beati) in cui si invera la nuova età dell’oro. L’epodo 16, composto nel
39 a.C., è costruito attraverso una serie di rapporti intertestuali con
l’egloga quarta di Virgilio, scritta durante il consolato di Pollione
all’indomani della pace di Brindisi. La quarta egloga di Virgilio trasuda
speranza: Orazio scrive l’epodo sedicesimo pochi mesi dopo Virgilio,
quando si è già riconosciuto il carattere solo illusorio del momento di pace
sancito dalla pace di Brindisi. Infatti, nell’epodo sedicesimo il mito dell’età
dell’oro è declinato su un piano geografico: per Virgilio, l’età dell’oro si
verifica nell’immediato futuro; per Orazio, l’età dell’oro è possibile solo in
un altrove mitico, in un’isola che corrisponde all’angulus (luogo isolato e
irraggiungibile);

➢ I primi tre libri delle Odi vengono pubblicati nel 23 a.C. A differenza degli epodi,
Orazio non scrive più in metri giambici;

Orazio, Ode II,7

O saepe mecum tempus in ultimum O tu, spesso condotto insieme a me


deducte Bruto militiae duce, nell’ora estrema sotto la guida di Bruto
quis te redonauit Quiritem (con Bruto comandante dell’esercito). Chi
dis patriis Italoque caelo, ti ha restituito come Quirite agli dèi patri e
al cielo d’Italia,

Pompei, meorum prime sodalium, Pompeo, primo tra i miei compagni, con
cum quo morantem saepe diem mero cui spesso ho spezzato un giorno che
fregi, coronatus nitentis indugiava con il vino, avendo cinto in una
malobathro Syrio capillos? corona i capelli lucidi di Malobatro
Siriano?
Tecum Philippos et celerem fugam Assieme a te ho percepito Filippi e la fuga
sensi relicta non bene parmula, disperata dopo aver abbandonato lo
cum fracta uirtus et minaces scudo, e non fu una cosa buona, quando
turpe solum tetigere mento; il valore andò in frantumi (lett. la virtù
infranta) e i prodi colpirono con il mento il
suolo umiliante;

sed me per hostis Mercurius celer Ma il rapido Mercurio con una fitta nube
denso pauentem sustulit aere, sollevò via me, spaventato, tra i nemici;
te rursus in bellum resorbens te, l’onda sospinse in acque burrascose
unda fretis tulit aestuosis. risucchiandoti di nuovo nella battaglia;

Ergo obligatam redde Ioui dapem Pertanto, rendi a Giove il banchetto


longaque fessum militia latus dovuto e riposa il corpo spossato da
depone sub lauru mea, nec lunghe battaglie sotto al mio alloro, e non
parce cadis tibi destinatis. risparmiare le anfore destinate a te.

Obliuioso leuia Massico Colma i calici levigati di vino Massico che


ciboria exple, funde capacibus dona l’oblio, versa dalle grandi conchiglie
unguenta de conchis. Quis udo gli oli profumati. Chi si cura di preparare
deproperare apio coronas le corone di umido apio e di mirto?
curatue myrto? Quem Venus arbitrum Chi Venere proclamerà maestro del bere?
dicet bibendi? Non ego sanius Io non sarò meno invasato dei Traci: è
bacchabor Edonis: recepto dolce per me delirare per l’amico
dulce mihi furere est amico. ritrovato.

a) Metro e struttura: strofa alcaica in quattro versi. Le odi di Orazio, anche quando
non adottano metri tetrastili, sono scomponibili in unità logiche di quattro versi
(estrema cura formale). Il componimento conta sette strofe: una prima sezione è
costituita dalle prime tre strofe, e affronta due tempi (presente e passato) e due
temi (guerra e simposio). La quarta è una strofa di raccordo. Le ultime tre strofe
hanno un unico tempo, il presente, e un unico tema, il simposio;
b) La lirica si apre con un’interiezione, ma il vocativo è dislocato all’inizio della
seconda strofa (Pompei). Non è certa l’identificazione di tale Pompeo: fu
compagno d’armi di Orazio a Filippi, combattendo dalla parte dei cesaricidi; a
differenza di Orazio, che si ritira dalla vita politica dopo la sconfitta subita in
battaglia, Pompeo rimarrà fedele agli ideali repubblicani fino alla fine della vita;
c) Deducte: participio in caso vocativo da deduco. Crea figura etimologica con
duce;
d) Prima sezione: riferimento a battaglie avvenute nel passato. Ma negli ultimi due
versi della prima strofe (quis te redonavit [...] caelo) si fa riferimento al presente;
e) Quiritem: predicativo dell’oggetto riferito a te. Il termine non è una ripetizione
oziosa: chi ti ha reintegrato nello Stato nel pieno possesso dei diritti propri dei
civis romano;
f) Italo caelo: aggettivo usato al posto del genitivo;
g) Quis [...]: la domanda rimane senza risposta. Orazio si riferisce ad Augusto: il
componimento viene composto verosimilmente dopo il 27 a.C., quando
Ottaviano riceve in dono dal senato uno scudo in cui sono raffigurate le virtutes
del princeps, tra cui la clementia. Ottaviano infatti decide di reintegrare a Roma
gli avversari politici, restituendo loro i diritti del cittadino romano;
h) Meorum prime sodalium: primus indica un primato non qualitativo ma temporale
(cioè, il primo in senso cronologico). Orazio indica che quella con Pompeo è
un’amicizia di lunga data: definisce Pompeo un suo sodalis, dal momento che
entrambi hanno condiviso il momento della guerra;
i) Mero: ablativo strumentale;
j) Diem morantem: participio presente attributivo per rendere l’idea di un giorno che
si attarda, che non vuole finire mai;
k) Riferimento al momento del simposio: momento di umanità che si conserva
anche nella cornice disumana della guerra (quando l’esercito si riunisce dopo la
giornata di battaglia per banchettare insieme). Il simposio è un momento di
pausa dalla guerra;
l) Coronatus: valore causativo (cingere con una corona);
m) Nitentis capillos: nitentis è un participio presente con funzione attributiva in caso
accusativo. La desinenza -is è forma allotropa rispetto all’accusativo plurale in -
es, forma propria della declinazione dei temi in consonante (mentre la desinenza
in -is è la forma propria della declinazione dei temi in -i). In latino si assiste alla
stilizzazione dell’allotropo: la forma di accusativo plurale -is si trasforma in un
poetismo;
n) Mecum [...] cum quo [...] tecum [...]: enfasi sul complemento di compagnia nelle
prime tre strofe. Sottolinea come il destino dei due personaggi sia comune:
entrambi stanno vivendo insieme la stessa storia. Ma ad un certo punto i due
destini divergeranno;
o) Tecum Philippos [...] sensi: con te ho fatto esperienza di Filippi. Il verbo sensi
indica una percezione fisica pre razionale, un sentire viscerale, intuitivo;
p) non bene: litote → costruzione perifrastica che a seconda dei contesti
può avere valore enfatico o attenuativo. In questo caso, ha valore
attenuativo. Orazio ammette la propria colpa, ma vuole depotenziarla-
perché è un elemento di vergogna. Infatti ricorre ad una litote attenuativa e ad un
diminutivo (parmula);
q) Relicta [...] parmula: il gesto del gettare lo scudo in battaglia richiama un topos
letterario che ha la sua prima attestazione in Archiloco. Ipotesto di Orazio è il
frammento 5 West di Archiloco: Del mio scudo si gloria uno dei Sai: arma senza
difetto. Presso un cespuglio l’ho lasciato, pur non volendo: ma ho salvato me
stesso. Che m’importa di quello scudo? Me ne procurerò un altro non peggiore.
La caratterizzazione del poeta come un antieroe è tipica dei giambi di Archiloco:
l’eroe omerico non abbandona mai il suo scudo (gettare lo scudo è segno di
viltà). Punto di contatto geografico tra Filippi e il frg di Archiloco. Lo scudo è
senza difetto (prima litote con valore enfatico); lo ha abbandonato senza volerlo
(seconda litote con valore attenuativo per giustificare la scelta anti eroica
compiuta), non per scelta ma per necessità, ma se ne procurerà un altro non
peggiore (terza litote con valore enfatico). Archiloco fugge dal campo di battaglia
per salvarsi la vita: ma annuncia che tornerà a combattere, perché non può
venire meno alla condizione di poeta-guerriero. Orazio riprende il valore
attenuativo di …, ma semanticamente riprende l’espressione …;
r) Minaces: dall’aggettivo sostantivato minax. Gli aggettivi in -ax hanno un valore
intensivo e peggiorativo;
s) Turpe solum: ipallage. Il cadere in battaglia è umiliante, e non il suolo di per sé-
ma l’aggettivo turpis concorda con solum. L’immagine dei prodi che sbattono il
volto contro il suolo una volta caduti in battaglia richiama le morti dei guerrieri
nell’Iliade;
t) Sed me [...] te [...]: la strofa è bipartita tramite la posizione dei due pronomi in
funzione di complementi oggetti (vedi l’atteggiamento passivo di entrambi di
fronte alle loro rispettive sorti: Orazio si deresponsabilizza: non è una scelta sua
quella di essere salvato, abbandonando la battaglia, ma un destino). I destini dei
due personaggi divergono: Orazio viene salvato da un intervento divino, mentre
Pompeo viene riassorbito nella battaglia;
u) Sustulit: perfetto di tollo;
v) Paventem: participio presente con valore attributivo in riferimento a me.
Nell’Iliade, Afrodite avvolge Paride e Enea in una nube per salvarli. Tra i due
salvataggi, Orazio vuole che il lettore colga quello di Paride (tramite l’aggettivo
paventem). Ma il riferimento all’ipotesto produce un incremento di significato solo
se si fa riferimento al salvataggio di Enea, salvato due volte da Troia perché il
suo destino è quello di fondare Roma: anche Orazio è stato salvato per un
destino più grande- cioè diventare poeta. Infatti, Orazio viene salvato da
Mercurio, per lui il dio della poesia. In Ode I, 2 Augusto viene identificato con
Mercurio; in Ode II, 17 Orazio dichiara che è stato salvato perché è un vir
mercurialis, cioè un uomo nato sotto il segno di Mercurio;
w) te rursus in bellum resorbens unda fretis tulit aestuosis: metafora marittima per
indicare che a differenza sua il compagno è costretto a ritornare in battaglia.
L’ode si apre celebrando il ritorno in patria dell’amico: l’eroe del ritorno in patria
per eccellenza è Odisseo. Le metafore marittime richiamano i naufragi subiti da
Ulisse. Il destino dell’amico viene connesso al destino di Ulisse: al pari dell’eroe
omerico, anche Pompeo ha dovuto attraversare mille peripezie prima di poter
fare ritorno in Patria riacquistando il proprio status;
x) Aestuosis: da aestus, ribollire. Il mare ribolle dal tanto che è violento;
y) Ergo obligatam redde Ioui dape [...] destinatis: ripresa del tema simposiale con il
riferimento al banchetto che si celebrerà nel tempo presente per celebrare il
ritorno in patria dell’amico. Identificazione di Giove con Augusto, che permette il
ritorno di Pompeo. Gli elementi simposiali hanno una forte connotazione
simbolica: l’alloro sotto al quale Pompeo riposerà il corpo spossato rimanda alla
poesia di Orazio, che eternerà il ricordo del compagno;
z) Obliuioso leuia Massico ciboria exple, funde [...]: Orazio dà una serie di istruzioni
a Pompeo per la preparazione del simposio (vedi i verbi performativi). Quis fa
riferimento al servitore che si occuperà di allestire il banchetto;
aa)Udo [...] apio myrtho: ablativi di qualità. Le piante semplici caratterizzano il
simposio: la semplicità è la cifra della convivialità e dell’affetto per Pompeo;
bb)Oblivioso: aggettivo con valore causativo: il vino procura l’oblio. Orazio augura a
entrambi di dimenticare le guerre civili, e il fatto che i due destini si siano
separati. Orazio vuole rimuovere la vergogna che deriva dal fatto che ha
abbandonato il campo di battaglia di fronte ad un amico che invece è rimasto
coerente agli ideali repubblicani, pagandone il prezzo;
cc) Quem Venus arbitrum [...] amico: il banchetto supererà la misura nel bere. É
necessario stordirsi per dimenticare il passato. Pompeo da compagno d’armi
(sodalis) diventa un amico, data la volontà di rimuovere il ricordo della guerra;
dd)bacchabor (da bacchor) e furere rimandano al campo semantico del delirio;

★ Struttura ad anello del componimento: evoca in apertura un banchetto nel


passato e si conclude con un banchetto celebrato nel presente. Si tratta di un
epibatherion, cioè un componimento che celebra il ritorno in patria. Il presente è
il momento del ritorno dell’amico in patria, consentito da Augusto come atto della
sua clementia: la datazione dell’ode è successiva al 27 a.C.;
★ Relicta non bene parmula: richiama l’ipotesto Archilocheo secondo il modello
genere (Orazio vuole rievocare il singolo gesto dell’abbandonare lo scudo in
battaglia). Il finale del frammento archilocheo annuncia che Archiloco, poeta
guerriero, tornerà a combattere. Orazio invece non prenderà in mano un nuovo
scudo: sul piano biografico, rifiuta lo status di poeta guerriero (rifiuta la militia per
dedicarsi alla poesia: infatti viene salvato da Mercurio per assolvere alla
vocazione di dedicarsi alla poesia); sul piano letterario, Orazio dichiara di non
essere più un poeta giambico. Nel momento in cui cambia scelta di vita, cambia
anche scelta di poesia: per Orazio, scelta di vita e poesia coincidono;

Orazio, Ode I, 14

O navis, referent in mare te novi O nave, nuove onde ti riporteranno nel


fluctus. O quid agis? Fortiter occupa mare. Che fai? Occupa in maniera più
portum. Nonne vides ut decisa il porto. Non ti accorgi come il
nudum remigio latus, fianco sia spoglio dei remi,

et malus celeri saucius Africo, E come l’albero è straziato dal rapido


antennaeque gemant, ac sine funibus Africo, non ti accorgi di come gemono le
vix durare carinae antenne, e come a stento possano
possint imperiosius resistere la chiglia priva del suo cordame
a un mare troppo

aequor? Non tibi sunt integra lintea, Potente? Non hai le vele integre, non hai
non di, quos iterum pressa voces malo. Dei da invocare incalzata di nuovo dal
Quamvis Pontica pinus, pericolo. Pur di pino del Ponto, figlia di
silvae filia nobilis, nobile bosco,

iactes et genus et nomen inutile,


nil pictis timidus navita puppibus fidit. vanteresti una stirpe e una discendenza
Tu, nisi ventis inutili, il marinaio impaurito non confida
debes ludibrium, cave. per nulla nella poppa dipinta. Tu, se non
devi essere oggetto di scherno per i venti,
stai attenta.

Nuper sollicitum quae mihi taedium, Tu, che un tempo eri per me motivo di un
nunc desiderium curaque non levis, angosciante disgusto e ora sei per me
Interfusa nitentis motivo di nostalgia e di un affanno non da
Vites aequora Cycladas. poco, evita le correnti che si insinuano tra
le cicladi abbaglianti.

❖ Metro: asclepiadeo terzo (strofi tetrastiche);


❖ Quintiliano, nell’ottavo libro dell’Institutio Oratoria, dichiara che in questo
componimento la nave corrisponde allegoricamente allo Stato di Roma; i flutti
alle guerre civili; il porto alla pace e alla concordia. Per Porfirione, l’ode è
dedicata a Bruto prima della battaglia di Filippi; per lo pseudo Acrone Orazio si
sta rivolgendo a Sesto Pompeo;
❖ O navis [...] o quid: anafora dell’interiezione “o” per restituire un tono concitato e
accorato;
❖ O navis: allocuzione alla nave. Orazio si rivolge direttamente alla nave. Una
situazione di stasi rischia di interrompersi, perché nuove onde all’orizzonte
trascineranno di nuovo la nave in mare;
❖ Referent: composto di fero (il preverbio re indica iterazione). Futuro semplice
(della previsione catastrofica);
❖ Mare: ablativo;
❖ Nonne vides [...]: interrogativa diretta retorica che presuppone una risposta
affermativa. Da nonne vides dipendono tre interrogative indirette coordinate tra di
loro;
❖ Ut (sit) nudum latus [...] et (ut sit) malus saucius [...] et (ut sit) antennae gemant
[...]: interrogativa indiretta. Le tre interrogative indirette formano un tricolon
crescente (i cola sono disposti dal più breve al più lungo) e ascendente (dal dato
più esteriore a quello più interiore: dalla constatazione del fianco spoglio della
nave, al gemito delle antenne fino alla considerazione che la nave non potrà
resistere a lungo). Tricolon è una sequenza di tre elementi;
❖ Nudum latus: “fianco nudo”;
❖ Male saucius: l’albero della nave è straziato, lacerato, ferito. Per descrivere lo
stato di rovina della nave Orazio ricorre ad una personificazione (vedi il verbo
gemant). Il poeta veicola l’idea che la nave sia un’allegoria;
❖ Remigio: ablativo di separazione;
❖ Nonne vides [...] antennaeque gemant: zeugma: figura retorica che consiste
nell’unire più elementi di una frase a un unico verbo (o termine) che per logica
reggerebbe solo uno di essi. Vides indica una percezione visiva, ma le due
considerazioni successive (l’albero della nave straziato dal vento; le antenne che
gemono) non potrebbero essere colte con il senso della vista (uso catacrestico
del termine vides);
❖ Imperiosius aequor: enjambement. Complemento oggetto di duraret. Imperiosius
è comparativo di maggioranza privo del secondo termine di paragone (il mare è
troppo potente). A che cosa corrisponde allegoricamente il mare in tempesta?
❖ Non integra: litote con valore intensivo;
❖ Quos [...] voces: relativa impropria con valore consecutivo / finale;
❖ Di: tutelae navis, cioè immagini della divinità collocati nei pressi della nave;
❖ Quamvis: valore avverbiale per dare all’espressione Pontica pinus una sfumatura
concessiva;
❖ Silvae filia nobilis: personificazione. Sintatticamente, è apposizione di Pontica
pinus. Anticipa il tema della nobilitas, specificato nel verso successivo;
❖ Iactes: da iacto (frequentativo di iacio). Congiuntivo presente con valore
eventuale;
❖ Genus et nomen: endiadi;

❖ Il poeta si sta rivolgendo ad una nave, avvertendola di stare attenta nel momento
in cui tornerà a navigare in mezzo ad un mare in tempesta che la condurrà allo
sfacelo. Secondo l’interpretazione di Quintiliano, che vede nella nave lo Stato,
nei flutti le guerre civili e nel porto la pace, il componimento dovrebbe risalire ad
un momento di apparente pacificazione, ma in cui la guerra si sta rianimando;

Nell’ultima strofe Orazio parla in prima persona. L’ultimo invito che Orazio rivolge alla
nave è di evitare i mari più pericolosi, evocati col mare nell’arcipelago delle Cicladi.

❖ Quae: introduce una relativa con antecedente sottinteso (navis). Eras sottinteso;
❖ Vites: congiuntivo indipendente con valore esortativo;
❖ Contrapposizione dei sentimenti che la nave provoca in Orazio tra il tempo
passato e presente: in passato (nuper), un disgusto motivo di angoscia (taedium
sollicitum); nel presente (nunc) nostalgia e affanno. Il desiderio è figlio della
mancanza: il desiderio è il sentimento di mancanza di qualcosa che si aveva e si
è perduto. Cura è preoccupazione fisica;
❖ Non levis: litote con valore enfatico;
❖ Nuper sollicitum quae mihi taedium, nunc desiderium curaque non levis: é
possibile che Orazio stia facendo riferimento alla Repubblica, nel pieno delle
guerre civili, affermando che lo Stato gli ha procurato prima un grande disgusto e
ora nostalgia? Però, il senso di perdita (che deriva dal desiderio) che ora
attanaglia il poeta porta a pensare che Orazio si stia rivolgendo non alla totalità
della Repubblica, ma a coloro con lui hanno combattuto a Filippi e sono poi
rimasti fedeli agli ideali repubblicani;

L’allegoria della nave ha come ipotesto Alceo

In almeno tre liriche che appartengono alla raccolta denominata stasiotica Alceo fa
riferimento all’allegoria della nave. Nella raccolta Alceo affronta il tema politico della
tirannide di Mirsilo, durante la quale la sua eteria viene estromessa dal potere. Orazio
attinge ad alcuni componimenti di Alceo in cui il poeta greco ricorre all’allegoria della
nave per parlare della guerra civile rivolgendosi alla cerchia dei suoi (alla sua eteria):
allo stesso modo, Orazio si rivolge ai suoi compagni d’armi di Filippi, cioè coloro che
sono rimasti fedeli agli ideali repubblicani, e non alla totalità della Repubblica. Nel
carme, Orazio si rivolge alla nave ma non è sulla nave: il sollicitum taedium sarebbe
quindi il disgusto per la guerra e per la milizia, che spinge Orazio ad abbandonare dopo
Filippi le fila dei Pompeiani. È un disgusto che non lo pacifica: l’abbandono dei suoi
provoca nel poeta un senso di mancanza (desiderium) e una cura non levis, dal
momento che Orazio è consapevole che la battaglia contro i pompeiani è persa. Nel
momento in cui Alceo fa riferimento alla sua condizione di esule, c’è un riferimento ad
una situazione simpotica (del ritorno dimentico voglio con voi stare allegro e gioire e
con Bicchide). Nella situazione di distacco forzato provocato dall’esilio Alceo trova
consolazione nella dimensione del simposio;

❖ Orazio come lo spectator in Lucrezio → dal proemio del II libro del De


rerum natura di Lucrezio: Suave, mari magno turbantibus aequora ventis, e terra
magnum alterius spectare laborem - è gradevole, quando nel vasto mare i venti
sconvolgono le distese marine, guardare da terra il grande affanno di qualcun
altro. Lucrezio ricorre a questa immagine per dichiarare che è piacevole
riconoscere i mali e gli affanni dai quali si è liberi, perché il bene coincide con la
mancanza di sofferenza e di dolore. Orazio, pur mettendosi nella situazione dello
spectator di Lucrezio, abbandonando la nave in naufragio, non riesce a non
avere un coinvolgimento emotivo nei confronti di chi ancora si trova su quella
nave;

❖ Datazione: L’Ode è di difficile datazione- probabilmente riconducibile ad un


periodo successivo a Brindisi, in una fase in cui Orazio è già consapevole che
Ottaviano rappresenti l’unica possibilità di porre fine alle guerre civili;

Orazio, Ode I, 37

Nunc est bibendum, nunc pede libero Ora è il momento di bere, ora con piede
Pulsanda tellus, nunc Saliaribus libero è il momento di battere il suolo, ora,
Ornare pulvinar deorum compagni, è il momento di onorare con
Tempus erat dapibus, sodales. banchetti degni dei Sali il letto degli Dei.

Ante hac nefas depromere Caecubum Prima era sacrilegio estrarre il cecubo
Cellis avitis, dum Capitolio dalle celle degli antenati, mentre una
Regina dementis ruinas regina tramava una folle rovina al
Funus et imperio parabat. Campidoglio e la morte all’imperium.

Contaminato cum grege turpium Con una schiera infetta di uomini


Morbo virorum, quidlibet inpotens deturpati dal vizio, incapace di limitarsi
Sperare fortunaque dulci nel desiderare qualsiasi cosa e ebbra
Ebria. Sed minuit furorem della sua dolce sorte.
Vix una sospes navis ab ignibus, Ma la sua follia a stento la placò un’unica
Mentemque lymphatam Mareotico nave sopravvissuta all’incendio e la
redegit in veros timores mente stravolta dal vino di Meroe la
Caesar ad Italia volantem. ricondusse al giusto timore Cesare
incalzando coi remi dall’Italia lei,

remis adurgens accipiter velut che in volo fuggiva, come l’avvoltoio


mollis columbas aut leporem citus insegue le delicate colombe, o il rapido
venator in campis nivialis cacciatore insegue la lepre nei campi
Haemoniae, daret ut catenis innevati dell’Emonia, per mettere in
catene il mostro letale:
fatale monstrum: quae generosius Ma lei, desiderando morire più
perire quaerens nec muliebriter nobilmente, non temette, da donna (pur
expavit ensem nec latentis donna), la spada, né si riparò con la
classe cita reparavit oras, rapida flotta tra rive nascoste e osò far
visita con volto sereno alla reggia ormai
ausa et iacentem visere regiam sconfitta, e altera osò maneggiare serpi
voltu sereno, fortis et asperas crudeli per bere fino in fondo con il suo
tractare serpentes, ut atrum corpo il nero veleno,
corpore conbibere[t] venenum, Ancor più fiera dopo aver deciso di
morire:

deliberata morte ferocior: Di certo sdegnando di essere condotta,


saevis Liburnis scilicet invidens lei, donna non umile, in un trionfo
privata deducí superbo superbo, come una donna qualunque,
non humilis mulier triumpho. sulle spietate navi di Liburnio.

❖ Metro: strofe alcaica.


❖ Datazione: la composizione dell’ode è successiva alla morte di Cleopatra (31
a.C., in contemporanea con la battaglia di Azio);
❖ Struttura: il componimento consta di tre sezioni, ciascuna delle quali sottolinea
un momento diverso del rapporto tra Cleopatra e Roma (nota che il termine di
ogni sequenza non coincide con il termine della strofe, perché il poeta ricorre
spesso ad enjambement). I) vv 5-12 evoca la fase in cui Cleopatra rappresenta
concretamente una minaccia per Roma; II) vv 12-20 evoca il momento dello
scontro tra Cleopatra e Ottaviano nella battaglia di Azio; III) nell’ultima sezione
(vv 21-32), Orazio si focalizza sul momento del suicidio dio Cleopatra;
❖ Tema dell’ebbrezza e tema della follia;
❖ Nunc [...] nunc [...] nunc [...]: il tricolon ascendente perché specifica sempre di più
la ritualità che deve accompagnare il momento di festa, prima con un riferimento
al bere (nunc est bibendum), poi alle danze (nunc pede libero pulsanda tellus),
e infine al banchetto sacro. I banchetti in onore dei Salii sono famosi per lo sfarzo
e l’abbondanza;
❖ Pede libero: il piede è finalmente liberato da preoccupazioni e angosce. Sconfitta
Cleopatra, Roma finalmente si pacifica. Nota che Antonio non compare nel
componimento: la battaglia di Azio è presentata come la vittoria contro il nemico
esterno e non come la sconfitta di Antonio- non si festeggia la morte di
concittadini;
❖ Pulvinar: termine tecnico del lessico sacrale- fa riferimento alla cerimonia del
lectisternium, che consiste nell’allestire letti sui quali le divinità sono invitate a
partecipare ai banchetti;

Memoria encipitaria e riferimento ad Alceo

Orazio traduce alla lettera l’incipit del frg 332 Voigt di Alceo secondo un modello
exempla: ora bisogna ubriacarsi e ognuno deve bere anche a forza, perché Mirsilo è
morto. L’intertestualità con Alceo è funzionale a far percepire al lettore lo scarto rispetto
al modello: a) Alceo celebra la morte del tiranno Mirsilio, (nemico interno alla polis),
mentre Orazio fa riferimento alla morte del nemico esterno; b) è diverso l’atteggiamento
nei confronti dell’atto del bere: Alceo utilizza un termine che fa riferimento al bere al di
fuori della misura, eccedendo, mentre il termine latino bibo significa bere con
moderazione; c) La perifrastica passiva (nunc est bibendum) indica qualcosa che è
doveroso fare alla luce delle circostanze, mentre Alceo ricorre ad una perifrasi che
esprime una necessità impellente, inaggirabile. Orazio traduce Alceo ma ne prende
anche le distanze, e invita i concittadini ad una gioia più contenuta.

❖ Dementis: ipallage. Si riferisce grammaticalmente ai piani delittuosi della regina,


ma la follia è caratteristica della regina stessa. Cleopatra è caratterizzata dal
furor;
❖ Mentem lymphatam: indica l’acqua di una fonte. Pertiene alla sfera della follia e
del delirio, in accordo con la tradizione che vede colui che beve acque sacre
diventare folle (il contatto tra umano e divino provoca uno stravolgimento);
❖ Caesar: soggetto di redegit. É collocato al centro del componimento: celebrare la
morte di Cleopatra è funzionale a esaltare la grandezza del vincitore, cioè
Ottaviano;
❖ Volantem: participio sostantivato riferito a Cleopatra. Utilizzato in senso
metaforico: per evocare la fuga di Cleopatra si evoca l'immagine di un volo,
ripresa dalla similitudine dell'avvoltoio che insegue le colombe;
❖ Accipiter velut mollis columbas: nell’Iliade, Achille insegue Ettore come l’avvoltoio
incalza le colombe;
❖ Leporem citus venator: la similitudine della lepre inseguita dal cacciatore è
ripresa dall’epigramma 31 di Callimaco, in cui viene utilizzata in contesto erotico.
Il recupero di una similitudine tradizionalmente impiegata in ambito erotico allude
forse alla caratterizzazione di Cleopatra come donna di straordinario fascino, che
seduce prima Cesare e poi Antonio: ma a differenza dei suoi predecessori,
Ottaviano non resta sedotto dalla regina;
❖ Fatale monstrum: Cleopatra è definita un mostro letale. Il termine monstrum fa
riferimento a qualcosa di prodigioso e straordinario, dotato di fascino, nel bene o
nel male. Cleopatra è dotata di un’eccezionalità che produce un’attrazione fatale,
distruttiva (Cesare e Antonio subiscono il fascino di Cleopatra al punto da
mettere Roma in pericolo);
❖ Adurgens: prima attestazione del verbo adurgo nella letteratura latina
(neoformazione);
❖ Fatale monstrum: quae: nesso relativo. L'antecedente del pronome relativo è
monstrum fatale, anche se quae non è concordato grammaticalmente con
monstrum- quae, al femminile, è concordato con il referente logico, cioè
Cleopatra;
❖ Generosius [...] fortis [...] ferocior: Orazio sottolinea la grandezza d’animo di
Cleopatra. La ferocia è fermezza, fierezza, sprezzo del pericolo;
❖ Muliebriter: avverbio con valore concessivo (lett. pur essendo donna);
❖ Classe cita: ablativo strumentale;
❖ Tractare: frequentativo di traho;
❖ Conbiberet: il preverbio -con ha valore perfettivizzante. Aggiunge all’azione il
tratto telico- cioè il continuamento dell’azione;

❖ Deliberata morte ferocior: quella della morte è una scelta lucida, consapevole e
razionale. Nonostante nella sfera lessicale della lirica siano richiamati termini che
pertengono al campo semantico della follia per caratterizzare il personaggio di
Cleopatra, la scelta del suicidio viene presentata come un estremo gesto di
nobiltà (e celebrare la grandezza del nemico sconfitto è funzionale a celebrare la
grandezza del vincitore, cioè Ottaviano): Cleopatra, donna di stirpe regale e
discendenza divina, rifiuta di subire l’umiliazione di sfilare in catene nel trionfo del
vincitore, diventando schiava del nemico vittorioso. Cleopatra non diventerà
privata (cioè, un cittadino privo di cariche pubbliche);

❖ Visere: da viso, verbo desiderativo derivato da video. Letteralmente, voglio


vedere- quindi faccio visita;
❖ Voltu sereno: ablativo di modo;
❖ Fortis: predicativo del soggetto;
❖ Ferocior / privata / mulier: predicativo del soggetto;
❖ Non humilis: litote con valore enfatico;
❖ Superbo non humilis mulier triumpho: il trionfo superbo racchiude
l’espressione non humilis mulier → iconicità verbale;
❖ Saevis Liburnis: navi impiegate ad Azio dall’esercito di Ottaviano;

★ L’Epodo 9 è ambientato durante la notte tra il primo e il secondo giorno di Azio,


quando la vittoria su Cleopatra non è ancora definitiva:

Orazio, carm. III, 14


Herculis ritu modo dictus, o plebs Cesare, detto poco fa che fosse andato in
Morte venalem petisse laurum cerca dell’alloro che si acquista con la
Caesar Hispana repetit penatis morte, ritorna a casa (ai penati) da
Victor ab ora vincitore come Ercole dalle coste della
Spagna.

Unico gaudens mulier marito Gli vada incontro la moglie orgogliosa di


Prodeat iustis operata sacris questo compagno straordinario, dopo
Et soror clari ducis et decorae aver reso i sacrifici dovuti, e la sorella del
Supplice vitta grande condottiero, e adorne della benda
da supplici

Virginum matres iuvenumque nuper Le madri dei giovani e delle giovani ora
Sospitum: vos, o pueri et puellae Salvi: voi, bambini e bambine, attendete
Iam virum expectate, male ominatis l’eroe e astenetevi da parole di
Parcite verbis. malaugurio.

Hic dies vere mihi festus atras Questo giorno, davvero festivo per me,
Exiget curas ego nec tumultum scaccerà le nere angosce: io non temerò
Nec mori per vim metuam tenente la battaglia né temerò di morire
Caesare terras violentemente ora che Cesare regna sulla
terra.

I pete unguentum, puer, et coronas Va ragazzo, cerca il profumo, e le corone,


Et cadum Marsit memorem duelli, e un’anfora che ricordi la guerra dei
Spartacum si qua potuit vagantem Marsi, se qualche orcio ha potuto sfuggire
Fallere testa. alle scorrerie di Spartaco.

Dic et argutae properet Nearae E dì a Nerea, dal bel canto, che si affretti
Murrem nodo cohibere crinem; a cingere in un nodo la chioma profumata
Si per invisum mora ianitorem di mirra; ma se ci sarà un ritardo a causa
Fiet, abito. del portinaio ostile, vattene!

Lenit albescens animos capillus Il capello che si imbianca placa gli animi
Litum et rixae cupidos protervae; desiderosi di scontro e di ostinata
Non ego hoc ferrem clidus iuventa battaglia: io, carico di gioventù, non l’avrei
Consule Parco. sopportato al tempo del console Planco.

❖ Occasione: il 16 gennaio del 27 a.C. Ottaviano riceve dal senato il titolo di


Augustus. Nel 25 a.C. ha luogo la chiusura delle porte del tempio di Giano, per
festeggiare le vittorie conseguite dall’esercito di Augusto: Roma non è più
impegnata in alcuna campagna militare, e ha inizio la pax Augusta. Augusto
rientra a Roma dalla Spagna nel 24 a.C., dopo un periodo di malattia: in questo
componimento, Orazio fa riferimento al momento dell’attesa del ritorno di
Augusto dalla Spagna, dopo aver pacificato i confini esterni dell’Impero. Roma è
pacificata all’interno con la fine delle guerre civili, e dopo la sconfitta delle
popolazioni della Gallia e della Spagna del nord sono pacificati anche i confini
dell’Impero;
❖ Metro e struttura: strofe saffica. L’ode è strutturata in due parti simmetriche di tre
strofe ciascuna, mentre la strofe centrale (quarta) funge da cerniera. Nella prima
parte si tratta della festa pubblica per la celebrazione di Augusto vincitore,
caratterizzata da un corteo per le vie di Roma, piene di folla, cui partecipano
Livia, Ottavia e altre matrone della casa di Augusto, accompagnate da ragazzi e
ragazze. Orazia si cala nella parte di un banditore per promuovere il
festeggiamento pubblico e impartire istruzioni per la celebrazione del ritorno di
Augusto. Nella strofe quarta, il poeta dà una lettura privata del fatto pubblico:
afferma che questo è per lui un giorno festivo, e che non avrà più ansie e timori,
grazie alla pace riportata da Augusto. Nella seconda parte, Orazio ordina a un
giovane servitore di fare i preparativi per un simposio privati (mentre nella prima
parte impartisce istruzioni per la realizzazione del rito pubblico): alla cerimonia
pubblica corrisponde una cerimonia privata organizzata nella dimensione del
simposio;

Paragone tra Ercole e Augusto

❖ Herculis [...] modo dictus: Augusto è paragonato a Ercole che si era recato in
Spagna (10a fatica) per sottrarre a Gerione, gigante tricorpore, i suoi tori. Ercole
è colui che porta la civiltà in un mondo dominato dalla barbarie, e come
ricompensa viene assunto tra gli Dei. Anche Augusto si presenta come eroe
civilizzatore contro la barbarie (e aspira alla divinizzazione come premio di
questa sua operazione). Ulteriore punto di contatto tra Ercole e Augusto è il
ritorno dal mondo dei morti: Ercole scende negli Inferi per poi fare ritorno al
mondo dei vivi, e Augusto sfugge alla malattia;

❖ Petisse [...] repetit penatis: poliptoto (petit … repetit) e allitterazione;


❖ Dictus: participio perfetto con valore attributivo. Con l’espressione dictus petisse
Orazio prende le distanze rispetto a ciò che sta scrivendo, dal momento che
riporta ciò che viene detto da altri in merito ad Augusto;
❖ Victor: predicativo del soggetto;
❖ Soror clari ducis: Ottavia. Clari, spesso impiegato in associazione a dux, è più
adeguato al contesto di cari: si vuole sottolineare qui il valore di Ottaviano
piuttosto che l’affetto di Ottavia;
❖ Vos, o pueri et puellae / iam virum expectate: 1) si identificano i pueri del v. 10
con gli iuvenes del v. 9 (= i giovani reduci dalla Spagna) e le puellae iam virum
expertae con le virgines del v. 9 (= le giovani spose dei reduci) conservando il
testo tradito; 2) si considera expertae una corruzione del verbo expectate,
imperativo. Expectate comporta una sillaba in più, e dunque richiede
necessariamente che si adotti la lezione male ominatis, con sinalefe, perché il
verso risulti di 11 e non di 12 sillabe;
❖ Hic dies [...] terras: per Orazio, il ritorno di Augusto produce la liberazione
dall’angoscia. Augusto invera il bisogno di sicurezza di Orazio: la pax Augusta
non influisce solo sulla politica e sulla società, ma anche sull’ansia individuale del
poeta;
❖ Tenete Caesare: ablativo assoluto;
❖ Puer: il servo, personaggio sempre presente nell’organizzazione del banchetto,
deve cercare unguento, corone e vino, elementi necessari per il banchetto,
quindi invitare una ragazza, Neera;
❖ Per caratterizzare le due tipologie di vino, Orazio fa riferimento a due episodi
bellici che contrassegnano momenti di tensione interna a Roma: il bellum
Marsicum (91-89 a.C.) e la rivolta degli schiavi di Spartaco (73-71 a.C.). I
riferimenti a) connotano vini molto stagionati e di conseguenza pregiati; b) due
episodi traumatici per la storia di Roma: il bellum Marsicum è l’antesignano delle
guerre civili; la rivolta degli schiavi è un episodio di guerra intestina a Roma.
Nonostante la pace assicurata da Augusto, il vino è collegato a due episodi di
guerra nel territorio italico;
❖ Dic et argutae properet Nearae: il comando indiretto è espresso con l’imperativo
accompagnato dal congiuntivo imperfetto;
❖ Si fiet [...] abito: periodo ipotetico dell’obiettività (protasi all’indicativo, apodosi
imperativo futuro). Abito (composto di ab + eo) è imperativo futuro perché fa
riferimento ad un ordine di non immediata esecuzione;
❖ Per invisum ianitorem: personaggio tipico della commedia e dell’elegia, in
associazione al topos dell exclusus amator (o paraklausithyron). Orazio
suggerisce al puer di accettare il rifiuto del portinaio, differentemente da quanto
avrebbe fatto in gioventù, quando era pronto alle lotte- d’amore, ma anche in
guerra. Scarto tra il topos tradizionale e la situazione evocata da Orazio: non
solo non è il poeta stesso ad attendere davanti alla porta chiusa dell’amata, ma
un intermediario, ma Orazio ordina al ragazzo di non insistere nel caso in cui la
porta rimanga chiusa. Nell’epodo 15, Orazio interpreta il ruolo dell’innamorato
elegiaco disperato perché l’amata, Nerea, lo tradisce e mente, e si comporta
coerentemente rispetto al topos del paraklausithyron. Con il passare del tempo
cambia l’atteggiamento da parte di Orazio: se in passato non avrebbe tollerato
un rifiuto da parte dell’amata, nel presente ordina al fanciullo di non insistere;
❖ Albescens: da albesco, incoativo;
❖ Ferrem: congiuntivo imperfetto. Si tratta di un congiuntivo indipendente che
comunica un’idea di irrealtà. Dal momento che descrive una situazione che non
si sarebbe potuta verificare in passato;
❖ Iuventa: ablativo;
❖ Consule Planco: Planco è console nel 42 a.C., cioè l’anno in cui si disputa la
battaglia di Filippi. Anche in un carme in cui celebra la pace instaurata da
Augusto, Orazio non abbandona mai la memoria di Filippi, che rappresenta per
lui l’ultimo momento in cui, giovane, si sente pronto a combattere per ciò in cui
crede. Ricorda che dopo Filippi Orazio tronca definitivamente i rapporti anche
con un passato letterario, perché abbandona la poetica degli epodi;

Orazio, carm II, 16

Otium divos rogat in patenti Pace chiede agli Dei colui che è sorpreso
Prensus Aegaeo, simul atra nubes nell’Egeo aperto, non appena una nube
Condidit luna neque certa fulgent nera ha nascosto la luna e non splendono
Sidera nautis, stelle sicure ai marinai,

Otium bello furiosa Thrace, Pace chiede la Tracia furiosa in guerra,


Otium Medi pharetra decori, pace chiedono i Medi armati di faretra, la
Grosphe, non gemmis neque purpura ve- pace che non è acquistabile né con le
Nale nec auro. gemme, né con la porpora, né con l’oro.

Non enim gazae neque consularis Infatti non i tesori né il littore del console
Submovet lictor miseros tumultus allontaneranno i tristi tormenti dell’anima
Mentis et curas laquearata circum e gli affanni che volano attorno ai soffitti
Tecta volantis preziosi.

Vivitur parvo bene, cui paternum È vissuto bene con poco da colui a cui
Splendet in mensa tenui salinum risplende sulla parca mensa la saliera
Nec levi sommos timor aut cupido ereditata e a cui né il timore né il sordido
Sordidus aufert. desiderio turbano i sonni sereni.

Quid brevi fortes iaculamur aevo Perché fieri scagliamo in breve tempo
Multa? Quis terras alio calentis molti dardi? Perché andiamo in cerca di
Sole mutamus? Patriae quis exsul terre riscaldate da un altro sole? Chi
Se quoque fugit? esule della propria patria è sfuggito anche
a se stesso?

[Scandit aeratas vitiosa navis L’angoscia morbosa sale sulle navi di


Cura nec turmas equitum relinquit, bronzo e non abbandona le schiere dei
Ocior cervis et agente nimbos cavalieri, più veloce dei cervi e più veloce
Ocior Euro.] dell’Euro che spinge le nubi.

Laetus in praesens animus quod ultra est L’animo felice nell’attimo detesti di
Oderit curare et amara lento angosciarsi per quel che è al di fuori (del
Temperet risu: nihil est ab omni controllo) e stemperi l’amarezza con un
Parte beatum. calmo sorriso: nulla è beato da ogni parte.

Abstulit clarum cita mors Achillem, Una morte rapida portò via il grande
Longa Tithonum minuit senectus: Achille, una lunga vecchiaia logorò Titone
Et mihi forsan, tibi quod negarit, e un istante forse donerà a me quel che a
Porriget hora. te ha negato.

Te greges centum Siculaeque circum Intorno a te muggono cento greggi e


Mugiunt vaccae; tibi tollit hinnitum sicule giovenche, a te nitriscono puledre
Apta quadrigis equa; te bis Afro adatte alle quadrighe, te vestono lane
Murice tinctae tinte due volte in porpora africana.

Vestiunt lanae: mihi parva rura, et A me un piccolo podere e una tenue


Spiritum Graiae tenuem Camenae ispirazione di Camena greca diede la non
Parca non mendax dedit, et malignum mendace Parca e il disprezzo del maligno
Spernere vulgus. volgo.

❖ Pharetra: ablativo di limitazione;


❖ Thrace: grecismo morfologico dovuto a ragioni metriche;
❖ Simul [...] condidit: subordinata temporale. Simul esprime un rapporto di
precedenza immediata;
❖ Prensus: participio perfetto sostantivato. Simplex pro composito: il verbo
semplice è impiegato nell’accezione del verbo composto;
❖ Nautis: dativo di vantaggio;
❖ Laqueata circum Tecta: anastrofe;
❖ Furiosa bello: perifrasi che stilisticamente vuole riprodurre l'effetto che in greco si
sarebbe ottenuto con un composto nominale. Bello è ablativo di limitazione;
❖ Non gemmis neque purpura nec auro: ablativi strumentali;

Intertestualità con Catullo (modello exempla)

❖ Alla triplice anafora di otium corrisponde il tricolon non gemmis neque purpura
nec auro. La triplice anafora di otium in strofe saffica rievoca il carme 51 di
Catullo, traduzione del frg. 31 Voigt di Saffo. Nella prospettiva di Cicerone, otium
e negotium sono entrambi legittimi nel momento in cui il primo è funzionale al
secondo. Al contrario di Cicerone, Catullo rifiuta la dimensione civile- l’otium è
legittimo anche quando non è funzionale al negotium. Catullo scrive: l’ozio a te,
Catullo, procura danno, l’ozio troppo ti esalta e fa smaniare, l’ozio, già, sia re sia
città felici ha rovinato. Il tempo dedicato allo studio e a coltivare i propri affetti lo
porta ad una situazione di sconvolgimento nel momento in cui si interfaccia con
la realtà (in particolare, quando incontra Lesbia). L’obiettivo dell’intertestualità
con l’ipotesto è il riconoscimento dello scarto: in Orazio il termine otium ha una
valenza a) filosofica: atarassia (dominio di sé, controllo delle passioni) è
condizione imprescindibile per vivere bene; b) politica: bisogno di pace; c)
poetica, dal momento che scelta di vita (etica) e di poesia (estetica) coincidono.
Il modus è il principio cardine non solo dell’esistenza ma anche della poesia di
Orazio. Se per Catullo l’otium è un elemento problematico perché la poesia gli
impedisce di vivere serenamente la propria esistenza (perché distorce il reale, lo
amplifica), in Orazio diventa il luogo necessario e privilegiato della poesia (nota:
la poesia si può realizzare solo nel luogo protetto e circoscritto dell’angulus);

❖ Divos: forma arcaica (al posto di deos) per innalzare lo stile dell’incipit;
❖ In patenti prensus Aegaeo: enjambement con lo scopo di dilatare lo spazio;
❖ Non enim gazae [...] volantis: né le ricchezze né il potere permettono di liberarci
dall’angoscia. Il potere è incarnato dall’immagine dei littori dei consoli, che
possono scacciare pericoli concreti ma non le angosce dell’anima;
❖ Vivitur: passivo. Presuppone un agente sottinteso che fa da antecedente al
relativo cui;
❖ Vivitur parvo bene: per vivere bene bisogna vivere con poco. Orazio fa
riferimento al sale, elemento povero ma essenziale (per la conservazione degli
alimenti)- nota il dettaglio che la saliera è stata ereditata e non acquistata;
❖ Parvo: ablativo modale;
❖ Timor e cupido rappresentano concetti chiave dell’etica epicurea: tanto il timore
della morte e del giudizio degli Dei quanto il desiderio insaziabile di beni inficiano
la condizione di atarassia;
❖ Quid brevi fortes [...] fugit: tricolon (vedi la varatio nell’ultimo colon). Orazio va
alla ricerca delle ragioni che rendono inquieti gli uomini: il fatto di riempire la vita
di progetti che non abbiamo modo di realizzare, data la brevità del tempo che ci
è concesso; forse il bisogno costante di cercare un altrove in cui finalmente
avremo pace; forse la consapevolezza che non è possibile sfuggire da se stessi;
❖ Quid terras alio calentis sole mutamus: tema topico della mutatio locis, formulato
nell’undicesima lettera del primo libro delle epistole;
❖ Tenui e levis: termini propri dell’estetica callimachea (termini codificati per
indicare un determinato tipo di estetica letteraria);
❖ [Scandit aeratas [...] Euro]: la parentesi quadra segnala l’espunzione. Forse si
tratta di un’interpolazione, cioè un’aggiunta al testo indipendente dalla volontà
dell’autore per opera di un copista. Il contenuto e le parole della strofe sono
vicine a quelle dei vv. 27-40 della prima ode del III libro: anche se le immagini
evocate sono simili, non si tratta di una ragione sufficiente a decretare
un’interpolazione;
❖ Brevi fortes / amara lento: sequenze ossimoriche. Le coppie di termini non
concordano grammaticalmente, ma Orazio li accosta per sottolineare l’antitesi;
❖ Oderit: congiuntivo perfetto; temperet: congiuntivo presente. Si tratta di
congiuntivi indipendenti con valore esortativo. Dal momento che odi è un verbo
difettivo che manca del tema dell infectum, non è disponibile la forma del
congiuntivo presente- quindi viene impiegato il perfetto (anche se di norma il
congiuntivo esortativo al perfetto si trova nelle formule di divieto);
❖ Orazio ricorre a due exempla mitici e a due destini speculari per concretizzare
l’istruzione appena fornita (l’animo deve essere felice solo nell’attimo presente,
perché del futuro non c’è certezza; ogni felicità porta con sé anche un’ombra).
Achille guadagna fama eterna ma al prezzo di una vita breve, mentre Titone
guadagna l’eternità ma al prezzo della vecchiaia (l’Aurora si innamora di Titone:
chiede la grazia della vita eterna per il suo amato, ma si dimentica di chiedere
anche la giovinezza eterna). Le sorti dei due eroi sono opposte ma accomunate
dalla sofferenza. Orazio vuole sottolineare il concetto che non esiste una gioia,
una ricompensa, che sia del tutto piena;
❖ Forsitan / negarit: forme sincopate;
❖ Te greges [...] circum: anastrofe e iperbato (te e circum sono dislocati in apertura
e in chiusura del verso);
❖ Te greges [...] tibi [...] te: i pronomi personali scandiscono un tricolon. Tibi è
dativo di vantaggio. In questa strofe, il pronome personale è triplicato per
sottolineare l’abbondanza delle ricchezze di Grosfo. Nella strofe successiva,
quando Orazio fa riferimento al proprio stile di vita modesto e semplice, il
pronome personale mihi (dativo di vantaggio di dedit), è impiegato solo una volta;
❖ Spiritum Graiae tenuem Camenae: la Parca dona ad Orazio l’ispirazione poetica.
L’ispirazione e l’ingenium, il talento innato e non acquisibile, si contrappongono
all’ars, cioè la capacità tecnica di fare poesia (conoscenza del codice poetico).
Sottigliezza e leggerezza della poesia sono concetti che pertengono alla sfera
dell’ars: Orazio accosta al sostantivo spiritum l’aggettivo tenuem. Se lo spiritium
rimanda alla dimensione dell’ingegnum, tenuem rimanda alla dimensione
dell’ars: l’espressione spiritum tenuem è pertanto ossimorica;
❖ Ad eccezione delle prime due, ciascuna strofe è autoconclusiva e coincide con il
termine di un periodo. Nella penultima strofe però, la descrizione dello stile di vita
sfarzoso e ricco di Grosfo richiede al poeta di dilungarsi anche nella strofe
successiva (una sorta di rappresentazione iconografica della ricchezza
incommensurabile di Grosfo). Vedi anche l’uso dei numerali (centum; bis;
quadrigis) per sottolineare l’idea dell’abbondanza dei possedimenti del
dedicatario;
❖ Graiae Camenae: espressione ossimorica perché le Camene sono divinità
romane e non greche. Orazio è la sintesi di due tradizioni poetiche e letterarie,
quella greca e quella romana;
❖ Non mendax: litote con valore enfatico;

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