ALCEO
Alceo nacque a Mitilene nell’isola di Lesbo tra il 630 e il 620 a.C. da una famiglia aristocratica. La sua
vita e la sua poesia sono immerse nelle lotte civili che turbano la città tra la fine del VII e l’inizio del
VI sec. a.C. Tuttavia la frammentarietà delle testimonianze non permette di stabilire sempre con
sicurezza le implicazioni storico-politiche e la successione degli eventi nei quali egli intervenne con
animoso spirito di parte.
A Mitilene, nella seconda metà del VII sec. a.C., con il declino dell’egemonia dei Pentilidi, la contesa
per il potere coinvolse alcune potenti famiglie aristocratiche: gli Archeanattidi, i Cleanattidi, gli
Irradi e gli Alceidi, cioè la famiglia stessa del poeta. Kikis e Antimenida, fratelli di Alceo, riuscirono
insieme a Pittaco1, nel 612 a.C., a rimuovere il tiranno Melancro, della famiglia dei Cleanattidi,
dando così avvio a violenti scontri fra gli aristocratici e il popolo. Quando, successivamente, Mìrsilo
prese il potere, il giovane Alceo, che aveva ordito con altri di rovesciare il governo, scoperta la
congiura, fu costretto all'esilio in una città vicino Pirra. A questa fase appartiene una violenta e
aspra invettiva contro Pittaco traditore e spergiuro che evidentemente, alleato dell’eteria di Alceo
in un primo momento, tradí passando alla fazione avversa.
Alla morte del tiranno, Alceo poté far ritorno in patria intonando un canto di giubilo 2. Alceo tornò a
Mitilene dall’esilio e cercò di consolidare la sua posizione, ma già nel 600 a.C., Pittaco prese il
potere divenendo αίσυμνήτης (ordinatore), sorta di «tirannide elettiva», succedendo così a Mìrsilo 3.
Così Alceo decise di andare in esilio, questa volta in Egitto e, forse, in Tracia. Dall'esilio Alceo fece
ritorno solo quando Pittaco, prima di lasciare la carica, decise di perdonare tutti i suoi nemici.
Poco o nulla sappiamo dei luoghi che Alceo conobbe nelle peregrinazioni dell’esilio: c’è notizia di un
viaggio in Egitto e dai frammenti emergono indicazioni di un suo possibile soggiorno in Tracia; al
secondo esilio, è probabilmente da connettere un’azione militare menzionata come «battaglia del
ponte». Sembra infine che Pittaco gli concesse il rientro in patria dal terzo esilio e che esso coincise
con la guerra tra Medi e Lidi, la cui data sembra da collocarsi tra il 583 e il 573 a.C.
Oscure la data («capo che molto ha sofferto» e al «petto canuto») e le circostanze della morte sulle
quali erano discordi già gli antichi: prevale l’ipotesi che sia caduto in uno scontro armato.
1
Figura importante nella vita di Alceo: Nella guerra per la conquista del Sigeo (promontorio della Troade,
presso l’Ellesponto), condotta dai Mitilenesi contro gli Ateniesi poco dopo la morte di Melancro, Alceo
combattè al fianco di Pittaco, ma per salvarsi, come egli stesso ricordava in un carme all’amico Melanippo
(401B V.), fu costretto ad abbandonare lo scudo al nemico (come fece Archiloco).
2
Fr. 332 Lobel-Page: «Era ora! Bisogna prendere la sbornia. Bisogna bere a viva forza, dal momento che è
morto Mìrsilo»
3
Fr. 348 Lobel-Page: «È d'un ramo bastardo, Pittaco. E l'hanno fatto tiranno d'uno Stato maledetto e senza
nerbo. Per acclamazione».
La presunta passione di Alceo per Saffo
La letteratura antica testimonia di un legame biografico fra Alceo e Saffo, sua conterranea. Tuttavia
– come fa notare Luciano Canfora – il rapporto fra i due «rischia di essere inquinato da una
tradizione romanzesca», benché «la fondatezza di tali connessioni non [possa] essere negata a
priori». In particolare, il legame fra i due poeti sarebbe suffragato da due testimonianze, peraltro
controverse.
La prima fonte è costituita da alcuni versi di Alceo 4: Canfora osserva che le ultime parole del verso
(μελλιχόμειδε Σαπφοι) possono anche essere rese con una differente separazione letterale
(μελλιχομειδες Απφοι), la quale, attestata da Efestione, sembra preferibile. Nel caso in cui la
versione preferibile fosse davvero μελλιχομειδες Απφοι, allora il nome non sarebbe più quello di
Saffo, bensì quello di Απφοι o Αφροι.
Il secondo testimone della passione di Alceo per Saffo si rinviene nella Retorica di Aristotele
(1367a), ove, richiamando il frammento ora inserito nella raccolta Lobel-Page come 137, è detto:
«Ci si vergogna dicendo, facendo e progettando cose turpi; come anche Saffo ad Alceo che diceva:
‘Vorrei parlare, ma mi trattiene il pudore', rispose: ‘Se tu avessi desiderio di cose nobili o belle, e se
la lingua non si muovesse a dire qualcosa di cattivo, la vergogna non ti coprirebbe gli occhi, ma
parleresti intorno a una cosa che fosse giusta'». È comunque possibile – nota Canfora – che
Aristotele «sottintenda che la sua citazione deriva da un'opera in cui Saffo e Alceo figuravano come
personaggi e che non intenda menomamente citare autentici frammenti dei due poeti».
Anche Ermesianatte mostra di conoscere le vicende sfortunate dell'amore di Alceo per Saffo. Nella
sua raccolta elegiaca egli infatti scrive: «Sai bene Alceo di Lesbo a quante baldorie dovette
sobbarcarsi, cantando il suo delizioso desiderio di Saffo» (Ateneo, XIII, 598B, vv. 47-49). Il legame
biografico fra i poeti, infine, sarebbe anche dimostrato da alcune opere vascolari precedenti la
composizione della Retorica aristotelica, ma – conclude Canfora – queste testimonianze non sono
altro che «un segno dell'accanimento con cui si è elucubrato sulla biografia» degli autori.
Opere
La poesia di Alceo è destinata al simposio e ruota intorno all’eteria e alle lotte politiche. Nel
classificare la sua poesia nascono due problemi: il primo è la frammentarietà delle sue poesie e il
secondo è il fatto che le varie denominazioni sotto cui gli antichi raggruppavano i suoi canti si
basavano sull’individuazione di particolari elementi tematici dominanti.
Le liriche di Alceo furono riordinate in età alessandrina dai grammatici Aristofane di Bisanzio ed
Aristarco di Samotracia, i quali le sistemarono in 10 libri, disponendole per argomento. La raccolta,
se però seguiamo il criterio tematico, comprende:
-Inni (Ύμνοι): abbiamo notizie di un Inno ad Apollo, un Inno ad Hermes (di cui rimane solo la prima
strofa) e un Inno ai Dioscuri. L’edizione alessandrina si apriva con l’Inno ad Apollo (fr. 307 V.) di cui
ci resta il primo verso, ma abbiamo una parafrasi prosastica del componimento di un’orazione del
4
Fr. 384 Lobel-Page: «Crine di viola, eletta, dolceridente Saffo»
retore Imerio (IV sec. a.C.), grazie al quale sappiamo che l’inno raccontava la nascita del dio, il dono
della lira da parte di Zeus e il lungo viaggio che lo ha portato alla sua sede, il santuario di Delfi.
Dell’Inno ad Hermes abbiamo la prima strofe in cui è invocata la divinità e si accenna alla sua
nascita da Maia e Zeus; poi possiamo farci solo qualche idea attraverso varie testimonianze che ci
informano in modo indiretto di quale doveva essere il contenuto del carme. Infine l’Inno ai
Diòscuri, che ha un precedente nel 33esimo Inno omerico, ed inizia con l’invocazione al tracio Ebro
«bellissimo tra i fiumi» (testimonia una certa ampiezza di orizzonti geografici.
-Carmi della lotta civile (Στασιωτικά μέλη), cioè canti politici e d'indole battagliera: ci sono invettive
contro i rivali politici (Mirsilo e Pittaco) ed esortazioni a combattere. In un frammento Alceo afferma
che «è bello morire in battaglia5» e in un altro chiamato la ‘sala delle armi’ elenca una serie di armi
pronte per la battaglia per poi esortare l’uditorio a mantenere saldo il coraggio prima dello scontro.
Sicuramente celebre è il fr. detto dell’allegoria della nave, nella quale si paragona Mitilene ad una
nave, il mare alle alterne vicende, e la tempesta alle battaglie; l’allegoria viene utilizzata in questo
frammento come messaggio criptico, per far capire solo ai suoi compagni il vero significato di ciò
che ha scritto. Un altro importante frammento è quello in cui egli si dimostra di essere un
ριψασπις, cioè colui che getta via lo scudo 6, infatti durante lo scontro tra Atene e Mitilene per il
possesso del Sigeo, Alceo si sarebbe trovato in difficoltà e per salvarsi fu costretto ad abbandonare
lo scudo e le armi.
-Canti metasimposiali (Συμποσιακά μέλη), nei quali si celebrano i lieti banchetti dell'eterìa.
Solitamente questi carmi contengono la descrizione dell’ambiente in cui si svolge il simposio, come
si svolge il simposio o si esorta a bere (noto l'invito alla baldoria nel fr. 332 V. in seguito alla morte
del tiranno Mirsilo, dove Alceo incoraggia i compagni a bere: «Ora bisogna ubriacarsi e bere a
forza, perché Mirsilo è morto»7). Famosi sono due frammenti che descrivono due simposi, uno
ambientato in inverno e uno in estate8. In Alceo è presente anche quello che potrebbe chiamarsi
l’antisimposio, cioè il simposio in cui l’infrazione del codice veniva presentato nelle sue forme più
gravi: come nel fr. 346 V. dove Alceo invita a bere nonostante il sole non sia ancora tramontato 9.
-Canti erotici (Εροτικὰ μέλη), poesie a carattere erotico, aventi come destinatario non solo donne
ma spesso anche fanciulli (amore paideutico). Malgrado la fama di poeta erotico che Alceo ebbe fra
gli antichi oggi non troviamo molte tracce di eros nei suoi frammenti (soprattutto perché è Alceo
che dà grande importanza alla tematica politica); sappiamo comunque con certezza che ci mancano
molti dei suoi canti pederotici ad esempio Orazio in un’ode nomina fra gli amori del poeta un
certo Lico di cui non si trova traccia nei frammenti che possediamo. Molti di questi componimenti
avranno ad esempio cantato giovani presenti al convito. Un frammento singolare è il fr. 10 V nel
quale parla in prima persona una ragazza che si lamenta delle proprie pene d'amore 10.
5
Fr. 400 V. cfr. fr.10 di TIRTEO: “Bello è morire per un uomo valoroso morire per la patria cadendo tra le
prime file”.
6
Cfr. Archiloco fr. 5 W. “Uno tra i Sai gioisce dello scudo, che lasciai non volendo, arma perfetta, presso un
cespuglio”.
7
Fonte d'ispirazione per Orazio, il quale, in Odi, I, 37, esulta per la morte di Cleopatra ed invita tutti a bere.
8
Fr. 338-347 V.
9
La funzione politica del simposio è sempre evidente e richiamata espressamente nei suoi carmi.
10
Ripreso da Orazio Odi, III, 12
Il mondo poetico e concettuale di Alceo
1)La politica
La poesia di Alceo porta il segno inconfondibile di una partecipazione viva e immediata ai fatti che la
ispirarono, in particolare alle innumerevoli vicende politiche che caratterizzarono la sua vita; una
poesia nata nell’azione e per l’azione e destinata al ristretto uditorio di un’eteria di nobili. Le
movenze nervose, sussultorie del linguaggio, la durezza e l’aggressività delle violente invettive o la
rapidità, l’intensità, la tensione delle immagini e delle metafore riflettono le reazioni emotive
dell’uomo di parte agli esiti alterni della lotta politica. Secondo il Colonna «Alceo è il combattente
esemplare, l'uomo di parte che tutto sacrifica al suo ideale politico». Così i suoi versi sono
caratterizzati dalla preoccupazione per la patria, i quali non mancano di colpire con «gli strali del
disprezzo e del sarcasmo quelli che odia».
La paratassi assume un’essenzialità distintiva: scarna, dura, tesa. L’allegoria della nave o la
descrizione d’una sala d’armi sono le prove piú evidenti di uno stile che mira a dare un’idea visiva e
concreta della situazione o a provocare l’uditorio dei compagni d’armi a una reazione intensa e
immediata. Una poesia ancorata ai fatti, dalle movenze discontinue, non uniformi, ma vitali ed
efficaci. L’unità dello stile e dei valori è nell’unità di un mondo, percepito nella sua totalità dalla
prospettiva parziale dell’io poetico, ma di un’idealità contenuta entro i limiti delle norme e degli
scopi politici della propria fazione, cioè l’assoluta sincerità o fedeltà degli εταιροι e la rivolta contro
il potere degli altri gruppi.
Alceo politico e Alceo poeta perseguono un solo identico itinerario che è l’itinerario dell’eteria degli
Alceidi in lotta per il potere. L’enunciato poetico, nelle differenti tonalità parenetiche, narrative,
descrittive, si pone in un reciproco rapporto di emozionalità e identificazione con il proprio oggetto,
le vicende della guerra civile, e con l’uditorio degli εταιροι. Un linguaggio composto di allegorie,
metafore, aforismi, epiteti che puntualizzano con tratti marcatamente realistici la gravità d’un
pericolo, l’incombere di una congiura, la necessità di una guerra senza fine, la giustizia dell’odio o gli
aspetti ridicoli del fisico e dei costumi del nemico. Un senso drammatico degli eventi emerge dalla
attualità e verità delle figurazioni allegoriche, quasi che il poeta le presenti al suo uditorio nel
momento stesso in cui le vive nella realtà.
In questo rapporto reversibile tra canto e azione, il mito assume una funzione di esemplarità etico-
politica: il sacrilegio di Aiace Oileo, che strappa Cassandra dalla statua di Atena e provoca il
naufragio degli Achei per vendetta della dea, diviene il paradigma appropriato per illustrare
l’empietà di Pittaco e il pericolo incombente sulla sua intera comunità (fr. 298 V.). Altrove il fatto
mitico è l’esemplificazione di un pensiero o di un ammonimento: l’idea dell’ineluttabilità della
morte e il conseguente invito a bere e a godere le gioie effimere della giovinezza trovano il
supporto nella vicenda dell’astuto Sisifo che con la sua eccezionale scaltrezza poté rinviare, ma non
sfuggire, il destino di morte (fr. 38 V.). Analoga la funzione dei proverbi e delle ricorrenti ed efficaci
espressioni aforistiche, destinate a convalidare attraverso il significato generale e apodittico di una
sentenza la particolarità d’una situazione e la verità di inderogabili valori nell’ambito dell’eteria. Il
linguaggio alcaico assume spesso movenze allusive, velate, criptiche, volutamente intelligibili solo ai
compagni di consorteria.
2)L’amore e il vino
Ma la poesia di Alceo non trattava esclusivamente argomenti politici. Il suo luogo fu il simposio,
l’ambiente il pubblico ristretto degli εταιροι che condividevano esperienze, valori e progetti. Dei
carmi amorosi, che, come testimonia Orazio (Carm. 1, 32, 5 sgg.), costituivano una componente
notevole, possediamo tracce scarne. Si conosce poco piú che il nome dei ragazzi amati e celebrati
per il fascino della loro bellezza efebica: Lico dagli occhi e capelli neri, il grazioso Menone o Amardi,
il giovane prima cantato dal poeta, ma poi apostrofato come «ignobile tra i ragazzi» in seguito al
tradimento dell’eteria. Una poesia in cui s’intrecciano, come nella silloge teognidea, vincolo
amoroso, valori etico-politici e funzione paideutica.
La produzione poetica della vecchiaia, invece, venuto meno l'ardore politico, è volto alla
celebrazione «dell'unico amico che non lo ha mai tradito, che lo ha sorretto nei momenti più tristi,
senza nulla chiedere: il frutto inebriante di Dioniso!», cioè il vino. Importante il motivo conviviale
del vino, «specolo» della sincerità e fedeltà dell’amico, il dono di Dioniso che in tutte le stagioni
dell’anno e in tutte le circostanze della vita offre il rimedio per opporsi ai mali scacciando gli affanni
e le pene. Ed allora il ritmo muta: alla tensione, alla passione e alla fermezza del linguaggio politico
subentrano tonalità espressive piú pacate e distese. Il paesaggio, spesso colto in connessione con il
ciclo delle stagioni, è un tema sentito della poesia alcaica, che si rivela funzionale all’invito al bere.
3) Il mito e la natura
Alceo impiega anche il mito non solo all'interno degli inni, ma anche in sequenze narrative estese:
Elena ad esempio è presentata in due carmi ( fr. 42 e 283 V.) come colpevole della guerra di Troia,
in accordo con la tradizione omerica. In un frammento, inoltre, il riferimento mitologico ha una
finalità politica: nel fr. 298 V. viene narrata la violenza fatta da Aiace d’Oileo a Cassandra, figlio di
Priamo, che aveva cercato asilo sotto la protezione di Atena; questo sacrilegio era narrato per la sua
esemplarità mitica e applicato all’attualità sembra infatti un ennesimo attacco a Pittaco.
Viene inoltre menzionata la natura, ma per alcune descrizioni non siamo in grado di verificare il
contesto; alcuni frammenti più belli che possediamo sono il fr. 367 V. «sentivo avvicinarsi primavera
fiorita» o le descrizioni che ci mostrano l'incanto della conchiglia marina, fr. 359 V.
Lingua e stile
Il dialetto utilizzato da Alceo è l'eolico misto ad alcuni ionismi. È una lingua poco letteraria, infatti si
trovano pochi omerismi, ed è più simile alla lingua parlata e vi si riscontra spesso una funzione
conativa. Anche per quanto riguarda la metrica, è stata rilevata una certa varietà: la metrica eolica
si stacca dal resto della metrica greca perché è isosillabica, cioè i versi hanno un numero fisso di
sillabe che rispettano precise esigenze di quantità, ma senza l’equivalenza ionica (epica). Si passa
dalle strofe alcaiche a quelle saffiche: le prime sino formate da due endecasillabi, un enneasillabo
alcaico e un decasillabo alcaico, mentre le seconde da tre endecasillabi saffici e un verso più breve
detto adonio. Sono presenti anche metri non eolici, come dattili, ionici e versi giambici e trocaici.
La musica poi era semplice e facile da memorizzare per chi doveva cantarla nel simposio, ovvero
l’ambiente in cui operava Alceo.
La paratassi assume un’essenzialità distintiva: scarna, dura, tesa. Il linguaggio si compone di
allegorie, metafore, aforismi, epiteti che puntualizzano con tratti marcatamente realistici la gravità
d’un pericolo, l’incombere di una congiura, la necessità di una guerra senza fine, la giustizia
dell’odio o gli aspetti ridicoli del fisico e dei costumi del nemico. Un senso drammatico degli eventi
emerge dalla attualità e verità delle figurazioni allegoriche, quasi che il poeta le presenti al suo
uditorio nel momento stesso in cui le vive nella realtà. Il linguaggio alcaico assume spesso movenze
allusive, velate, criptiche, volutamente intelligibili solo ai compagni di consorteria.
Fortuna
Sappiamo che nei simposi ateniesi del V sec. a.C. erano cantati carmi di Alceo. La sua fortuna fu
legata soprattutto agli aspetti metaforici e aforistici del suo linguaggio, anche se i contenuti politici
furono motivo di interesse per la storiografia politica (Aristotele e Strabone) e per la biografia del
poeta. Orazio sarà il vero artefice del successo del suo grande modello nella letteratura occidentale:
attraverso la mediazione oraziana una delle strutture metriche tipiche di Alceo, la strofa alcaica,
sarà recepita e rielaborata nella poesia italiana da Chiabrera a Carducci a D’Annunzio. Anche
l’iconografia antica testimonia la fama di Alceo: un esempio si può trovare in un vaso a figure rosse
del 480 a.C. che lo ritrae accanto a Saffo, con la testa china, in atteggiamento rispettoso verso la
poetessa.