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BACCHILIDE

Bacchilide, poeta dell'antica Grecia e nipote di Simonide, è noto per i suoi epinici, ditirambi e inni, con una produzione poetica che include 14 epinici e 6 ditirambi recuperati da papiri nel 1897. Le sue opere, caratterizzate da una struttura simile a quella di Pindaro, si concentrano sulla celebrazione delle vittorie atletiche e sull'inserimento di miti, ma con un'attenzione maggiore alla narrazione e alla celebrazione della prestazione sportiva. Sebbene Bacchilide fosse apprezzato per la grazia dei suoi versi, la critica moderna tende a considerare Pindaro come più originale e ispirato.

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BACCHILIDE

Bacchilide, poeta dell'antica Grecia e nipote di Simonide, è noto per i suoi epinici, ditirambi e inni, con una produzione poetica che include 14 epinici e 6 ditirambi recuperati da papiri nel 1897. Le sue opere, caratterizzate da una struttura simile a quella di Pindaro, si concentrano sulla celebrazione delle vittorie atletiche e sull'inserimento di miti, ma con un'attenzione maggiore alla narrazione e alla celebrazione della prestazione sportiva. Sebbene Bacchilide fosse apprezzato per la grazia dei suoi versi, la critica moderna tende a considerare Pindaro come più originale e ispirato.

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BACCHILIDE

Bacchilide, nipote di Simonide, nacque a Iuli, nell'isola di Ceo, all'incirca quando nacque Pindaro, forse
poco dopo il 520 a.C. Secondo la Suda il nome di suo nonno era Bacchilide, ed era un famoso atleta.
L'apprendistato poetico-musicale avvenne presso lo zio, dal quale però non ereditò gli aspetti
audacemente dissacratori. Zio e nipote furono ospiti dei signori siciliani in concorrenza con Pindaro:
l'epinicio V fu composto per lerone nel 476 per festeggiare la sua vittoria olimpica con il cavallo da corsa,
vittoria cantata anche da Pindaro nell'Olimpica 1. Del 470 è l'epinicio IV, un breve augurio a lerone per la
vittoria pitica nel carro celebrata da Pindaro nella monumentale Pitica I. Ma per la vittoria olimpica di
lerone nel 468 fu Bacchilide ad avere la commissione ufficiale, da lui onorata con il grande epinicio III.
L'epinicio più antico che possiamo datare intorno al 485 a.C. è il XIII per Pitea di Egina, un atleta per il
quale Pindaro aveva composto la Nemea V. Per atleti dell'isola natale Ceo compose gli epinici I, II, VI, VII e
VIII. Non sembra di trovare tracce della sua attività posteriori alla metà del V secolo.
Secondo Plutarco, Bacchilide fu bandito dalla propria isola natale, Kea, e perciò abitò per un periodo nel
Peloponneso, dove egli produsse i suoi carmi più conosciuti.

Opere
Bacchilide compose epinici, ditirambi, inni e parteni, che furono successivamente raccolti e divisi dai
filologi alessandrini. Di tutta la sua vasta produzione poetica rimanevano, solo pochi frammenti sparsi,
finché nel 1897 furono ritrovati due papiri egiziani, che ci hanno restituito 14 epinici e 6 ditirambi.
Degli epinici, 4 furono composti per Olimpia, 2 per Pito (Delfi), 3 per l'Istmo e 3 per Nemea. La struttura dei
suoi epinici è simile a quella di Pindaro: il mito occupa la parte centrale; l'occasione per la composizione
del canto è data da una vittoria di un atleta alle Olimpiadi. La vittoria dell'atleta è inserita nel mito, che ha
tre funzioni: dare solennità all'evento, rendere eterno quel momento ed emettere una sentenza morale.
L'evento particolare oltrepassa così i limiti temporali e si innalza a modello esemplare per tutti. La parte
iniziale e finale degli epinici è invece rappresentata dalle lodi dell'atleta vincente , e anche della sua
famiglia, della sua città e dei suoi dèi protettori. Pur mantenendo come elementi costitutivi dei singoli
carmi l'occasione, il mito e la gnome, Bacchilide si dilunga con più estensione nella narrazione del mito e
nelle sezioni dedicate all'attualità, mantiene uno sguardo più attento alla prestazione sportiva e alla
celebrazione della festa; proprio questa è una delle sue caratteristiche più tipiche.
 Due dei suoi epinici più famosi sono il terzo e il quinto, dedicati entrambi a lerone di Siracusa
vincitore nella quadriga a Olimpia. Nel III epinicio il mito è rappresentato da un fatto storico vicino
nel tempo, che viene elevato alla dignità del mito: la sconfitta di Creso, ultimo re di Lidia, a opera
di Ciro re di Persia nel 547 a.C. Creso sconfitto, si fa innalzare una pira e vi sale sopra, ma nel
momento in cui la fiamma avvampa la pioggia di Zeus la spegne e Apollo porta via in volo il vecchio
re fra gli Iperborei (il mitico popolo abitatore delle lande settentrionali del mondo); la descrizione
della festa per la vittoria è quanto mai efficace: i santuari sono pieni di sacrifici solenni, le strade
brulicano di festa; l'oro brilla di lampi, gli alti tripodi cesellati sono collocati davanti al tempio e i
Delfii onorano il recinto di Febo presso le acque della fonte Castalia.
 Il V epinicio, anch'esso olimpico, si apre con la celebrazione della vittoria olimpica di Ierone e del
suo cavallo Ferenico e prosegue con l'auspicio di ottenere dal cielo ricchezza e gloria. Il mito narra
l'incontro nell'Ade fra Eracle e Meleagro: il massimo del pathos si raggiunge quando l'eroe
racconta di come morì, ucciso dalla madre Altea che si era vendicata di lui per la morte dei suoi
fratelli, e così venne stroncata la sua splendida giovinezza; Eracle pianse per il suo racconto e
compatendolo affermò che per gli uomini è meglio non venire mai alla luce, né vedere la luce del
sole. Di queste parole si ricorderà Sofocle nell'Edipo a Colono. L'ultima parte del carme è dedicata
all'invocazione della Musa, affinché celebri le gesta del vincitore e dei suoi luoghi.

I ditirambi
Oltre agli epinici, Bacchilide compose anche ditirambi. Fra i canti sacri della letteratura arcaica, questi sono
quelli che danno più spazio al mito. Nel papiro che ci ha restituito i testi, i componimenti hanno dei titoli
corrispondenti all'argomento: Gli Antenoridi ovvero la richiesta di Elena (XV), Eracle (XVI), I giovani
ovvero Tesèo (XVII), Tesèo (XVIII), lo (XIX), Ida (XX). L'assegnazione di un titolo, fatto non comune nella
lirica arcaica, sembra denunciare uno statuto particolare: la costante titolazione è da attribuire forse
proprio all'estesa narratività dei carmi, che ne fa quasi dei poemetti lirici con inizi e fini brusche.
Il ditirambo XV narra dei Greci che richiedono indietro Elena ai Troiani; il XVI accenna di scorcio alla
vicenda di Eracle e Deianira, che sarà presentata nelle Trachinie di Sofocle; il XIX narra di lo amata da Zeus
e trasformata in giovenca; il XX racconta del ratto di Marpessa da parte di Ida.
 Il ditirambo XVII, I giovani ovvero Teseo, fu commissionato dagli abitanti dell'isola di Ceo in onore di
Apollo. Teseo sta portando su una nave sette giovani e sette fanciulle a Creta, dove devono essere
sacrificati al Minotauro. Il re cretese Minosse, spinto dal desiderio, sfiora con la mano la bianca
guancia di Eribea, una delle fanciulle, Eribea grida, Teseo reagisce rimproverando al re la sua
mancanza di controllo e si proclama pronto a difendere la fanciulla: Minosse si irrita, getta il suo
prezioso anello in mare e invita Teseo a riprenderlo andando nel regno di suo padre, quindi chiede
a Zeus un fulmine come segno di protezione. Il fulmine appare e Teseo si tuffa nel mare, dove i
delfini lo portano alla reggia di Poseidone; quindi il giovane ricompare presso la nave, che nel
frattempo aveva continuato a navigare spinta dal vento. Il sollievo dei giovani è grande e la gnome
conclude: «Di quello che gli dei vogliono niente è incredibile per gli animi forti».
Il carme unisce brillantezza descrittiva a tensione drammatica e celebra l'attuale potenza navale
ateniese contrapposta a quella leggendaria di Minosse re di Creta.

Il ditirambo più interessante è però senza dubbio il XVIII, il Teseo, che presenta un duetto lirico fra
un coro di Ateniesi e una voce monodica impersonata dal re di Atene Egeo. Il coro fa domande al
re sulla situazione di guerra che sente incombere intorno ad Atene; il re risponde di aver saputo da
un messaggero che un eroe ha eliminato molti mostri. Nella strofe finale Egeo riferisce la
descrizione del messo, che si sofferma sulle armi lucenti e infine sulla persona: «Dagli occhi brilla la
rossa fiamma del vulcano di Lemno; è un giovane nella prima pubertà, pratico di strumenti marziali,
di guerra e di battaglie sonore di bronzo; e si dirige verso la splendida Atene». Così si conclude il
carme, prima del riconoscimento fra il re e suo figlio Teseo, con una descrizione che ricorda quella
che Pindaro fa di Giàsone nella Pitica IV. Al momento della sua scoperta questo carme ha provocato
un acceso dibattito tra gli studiosi: il dialogo fra il coro di ateniesi ed il re di Atene Egeo viene
considerato da alcuni critici, tra i quali Aristotele, un intermedio fra il dramma e la lirica corale, da
cui sbocciò la tragedia, per cui la tragedia sarebbe derivata dal ditirambo.
Ma questo componimento è coevo della tragedia già matura di Eschilo, e quindi non può essere un
documento originale di tale fase. Il ditirambo bacchilideo può comunque in effetti suggerire la
possibilità della derivazione di un genere dall'altro, anche se non sarà nello specifico questo carme
a rappresentare l'anello di congiunzione tra ditirambo e tragedia.

-I ritmi usati nei ditirambi sono giambico-trocaici e dattilici, mentre lo stile e il dialetto sono influenzati dal
modello omerico.

I carmi conviviali
Anche Bacchilide, considerato comunemente poeta solo corale, compose carmi monodici per il simposio.
Uno di questi (fr. 20 B Sn.-M.), dedicato a un principe macedone, è ben conservato nelle prime quattro
strofe e in esso vi si canta la dolce forza del vino.

La poetica
Il Canone alessandrino lo include nei nove poeti lirici per eccellenza insieme allo zio Simonide. L'eleganza e
lo stile raffinato che caratterizzano i suoi carmi, in particolare epinici e ditirambi, ricevono lodi anche
dall'autore del Sublime, che però lo pone in secondo piano rispetto a Pindaro.
La rivalità con Pindaro traspare anche in alcune opere, e comunque la critica moderna, quasi all'unanimità,
attribuisce a Pindaro una maggiore originalità e ispirazione oltre ad una maggiore altezza lirica, mentre
Bacchilide era apprezzato soprattutto dagli antichi per la grazia dei suoi versi e per una maggiore fluidità e
trasparenza.
La sua carriera coincise temporalmente con la diffusione dello stile drammatico, incarnato da Sofocle e
Eschilo, e la perdita della poesia lirica, che vedeva in Bacchilide uno degli ultimi maggiori esponenti.

 Per quanto riguarda il rapporto economico con i suoi committenti, Bacchilide non ci offre nulla di
comparabile con la ricca aneddotica riguardante Simonide o le frequenti allusioni di Pindaro, anche
se nell'epinicio III loda Ierone per aver mostrato agli uomini «il fiore della sua ricchezza». Come
Simonide e Pindaro, comunque, Bacchilide scrisse poesie per la classe elitaria, anche se la sua fama
crebbe, probabilmente, soltanto sul finire della sua vita.
 Non mancano comunque le orgogliose affermazioni dell'alta professionalità della propria arte,
come in apertura dell'epinicio IX, dove il poeta si definisce «divino profeta delle Muse». Non molte,
ma significative, sono anche le affermazioni metapoetiche.
 Nel fr. S Sn.-M., poi, c'è una significativa formulazione del valore della tradizione poetica: «L'uno
impara la tecnica dall'altro, in antico come oggi». Pindaro invece non considerava possibile
imparare l'arte: il suo dono poetico era innato.
Lingua e stile
Bacchilide presenta rispetto a Pindaro più ionismi: questo dato di fatto lascia trasparire un'influenza
quanto meno parziale dell'origine ionica (Ceo) del poeta. Lo stile è stato molte volte criticato come poco
fedele al principio dell'essenzialità. Gli epiteti sono spesso convenzionali e soprattutto troppo abbondanti.
C'è in Bacchilide una certa dose di barocchismo, che è però unito a un'innegabile eleganza e a un gusto
esperto e vivido della descrizione, ad un’attenta proporzione tra la misura di ogni verso e all'utilizzo dei
termini propri dell'epos classico in versi chiari, ma pieni di grazia. A proposito di Bacchilide si è parlato
molto dell'influenza esercitata su di lui da Píndaro, ma spesso si tratta soltanto di una parentela di genere e
di tematica: è probabile che paralleli di questo tipo non siano prova di dipendenza.

Metrica e musica
Quanto al metro, i dattilo-epitriti sono la grande maggioranza e presentano una forma più regolare
rispetto a quelli di Pindaro. Non mancano versi eolici. Il carme XVII, con la sua struttura ritmica singolare e
per noi ancora poco comprensibile, è simile all'Olimpica II di Pindaro. La musica di Bacchilide doveva essere
severa come quella dei suoi colleghi.

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