Μήδεια
Sintesi del mito:
La città di Orcomeno era una città micenea della
Beozia, e lì il re Atamante sposa una giovane donna
che si chiama Ino Atamante aveva già due figli, di
nome Frisso ed Elle; quindi, Ino è la loro matrigna, e
trama di eliminare i suoi due figli.
Ino allora prega gli dèi, che mandano una pestilenza, e
poi convince, con le sue doti profetiche, Atamante a
sacrificare i suoi figli proprio mentre sta per sgozzare
Frisso, ecco che arriva un ariete dal vello d’oro; perciò,
Frisso ed Elle montano sopra questo ariete e comincia
questo viaggio nel cielo, ma Elle, purtroppo, precipita nel
mare, che d’ora in poi sarebbe stato chiamato Ellesponto.
Frisso, invece, arriva sano e salvo in una regione di nome
Colchide (attuale Georgia), che era il regno di un
sovrano noto come Eeta, figlio del sole, il cui nome
significa “Orientale” quando Frisso arriva, sacrifica,
come ringraziamento, l’ariete a Zeus, donando al
sovrano il vello d’oro; dunque, questo vello, per Eeta,
diventa un talismano, ovvero un oggetto magico, poiché
un oracolo aveva predetto che egli avrebbe conservato il
potere finché fosse stato in possesso di questo vello.
Allora Eeta nasconde il vello nel bosco di Ares, dove è
custodito da un dragone che mai dormiva questo mito
poi si incrocia con un altro, che è quello di Giasone, figlio
di Esone, che è il re di Iolco, in Tessaglia.
Anche Esone aveva un fratello cattivo, di nome Pelia,
che lo aveva cacciato, detronizzandolo quando
Giasone si reca a Iolco per riprendersi il trono, dopo
essere stato allenato dal centauro Chirone (aveva
allenato anche Achille), Pelia gli chiede di affrontare una
prova, ovvero portargli il vello d’oro; ovviamente,
l’intento di Pelia è che Giasone morisse nell’impresa,
ed anche perché Pelia aveva conosciuto un oracolo che
diceva che un uomo dal solo sandalo l’avrebbe
detronizzato.
Infatti, quando Giasone torna dallo zio, perde proprio un
sandalo quando attraversa un fiume la non “normalità”
per quello che riguarda la motilità denota sempre un
personaggio eccezionale (cfr. Edipo, Achille); quindi,
l’essere menomato nei piedi e nelle gambe è foriero di
sventura.
Mito delle Argonautiche di Apollonio Rodio:
Le Argonautiche di Apollonio Rodio raccontano proprio
le imprese di Giasone, che qui appare un po’ ἀμήχανος
(incapace) Giasone organizza così una spedizione,
facendo costruire una nave che si chiama Argo (costruita
da un tale di nome Argo) per poi arrivare nella Colchide.
In quel posto, compie l’impresa di recuperare il vello d’oro
solo grazie a Medea, figlia di Eeta e di una oceanina di
nome Idia (Id è la radice di vedere, e quindi di sapere)
Medea, grazie all’intervento degli dèi, si innamora di
Giasone, tradendo il padre perché aiuta, con le sue arti
magiche, Giasone; in questo modo, Giasone ottiene il
vello d’oro, ed entrambi fuggono.
Il tradimento di Medea diventa ancora più forte perché
il padre, naturalmente, è guasto, per cui gli manda il figlio
Apsirto Apsirto viene attirato in trappola da Medea,
che finge di volergli parlare, per poi essere ucciso da
Giasone, che spunta da dietro; dunque, Medea sacrifica
il proprio fratello, e il sangue che sgorga dal corpo ferito
va a bagnare il suo vestito.
Poi arrivano a Iolco, dove lui dovrà restituire il vello d’oro,
e Pelia prima lo prende, poi si rifiuta, naturalmente, di dare
a Giasone il regno Medea allora interviene,
approfittando di un bel desiderio delle Peliadi (=le figlie
di Pelia).
Le Peliadi vedevano che il loro papà stava invecchiando,
per cui chiedono a Medea di ringiovanirlo Medea
consiglia loro di farlo a pezzi e di metterlo in un pentolone,
ma ovviamente non riesce l’esperimento.
A quel punto, Medea e Giasone, insieme ai loro due
figli, sono costretti a fuggire a Corinto, dove regna il re
Creonte Giasone non è felice, perché ha sposato una
donna non greca ed un po’ inquietante; quindi, si lascia
un po’ tentare dalla proposta di Creonte.
Creonte aveva una figlia sola, che, secondo le fonti, si
chiama Glauce o Creusa, ma Euripide non le dà alcun
nome, essendo una figura inutile Creonte propone a
Giasone di sposare la propria figlia, divorziando da
Medea.
È qui che inizia l’azione della tragedia, ovvero quando
Medea è venuta a conoscenza dell’intenzione di
Giasone.
Qual è il senso del mito degli Argonauti? La storia di
Medea e Giasone, probabilmente, è di età micenea, e
anche il fatto che si parli della città di Orcomeno (sede di
un palazzo miceneo) è significativo; tuttavia, alcuni
ritengono che sia, addirittura, del IV millennio a.C.
questo mito vuol registrare un contatto che c’era tra il
mondo dell’Egeo e il mondo del Mar Nero, e questi
contatti sono dovuti alla presenza di un minerale
prezioso, ovvero l’oro.
Infatti, il vello d’oro richiama il modo attraverso cui l’oro
veniva setacciato, che veniva fatto con le pelli degli
animali, perché l’oro rimaneva attaccato ai peli questo è
un mito che ricorda i cercatori d’oro, e, come tutti i miti di
questo tipo, è anche una prova di iniziazione.
Infatti, il mito di Giasone implica una separazione
momentanea e poi il ritorno con una nuova aura è
l’eroe che va in viaggio in un paese lontano, in cui va ad
affrontare delle prove che deve superare, venendo
assistito da un aiutante che, in questo caso, è proprio
Medea.
[Attenzione: Nel mito, Medea non uccide i figli, bensì
la principessa per poi essere cacciata dai corinti]
Tragedia:
Si apre con un prologo nel quale parla la nutrice (I
parte), e poi parla, oltre a lei, il pedagogo la nutrice,
che è un personaggio minore, conosce bene Medea, ed
è anche una donna umile.
Tra le critiche che venivano mosse ad Euripide era quello
di mettere in scena personaggi troppo umili, senza
alcun’eroismo questo personaggio però serve a
chiarire e a lasciare lo spettatore con un po’ di suspense;
insomma, è un modo per presentare Medea, in quanto il
prologo euripideo è informativo, e non in medias res.
Medea è δεινή (terribile), ovvero ci si può aspettare di
tutto da lei ed è senza limiti, dato che la sua ira è stata,
come il suo amore, smodata è una donna priva di
compromessi, ovvero è una eroina che non è così
dissimile da quelle sofoclee, che sono inflessibili; infatti,
Medea non torna mai indietro, anche a costo di
autodistruggersi.
Metrica:
Il trimetro giambico corrisponde a due piedi
giambici poiché ogni metro è due piedi, dobbiamo
mettere sei piedi, e si può leggere o con tre o con sei
accenti; quindi, dobbiamo mettere l’accento,
sostanzialmente, sulla seconda, sulla quarta, sulla
sesta, sull’ottava, sulla decima e sulla dodicesima
sillaba.
Tuttavia, potrebbero esserci delle sostituzioni, ovvero
potremmo trovare una lunga e così, al posto del giambo,
avremmo uno spondeo, ma chissene frega perché tanto
l’accento cade sulla seconda, per cui non ci interessa.
Ciò che ci interessa è se, ad esempio, ci sia un tribraco,
ovvero che si trovano tre brevi, e l’accento si legge sulla
seconda breve.
Prologo:
Traduzione vv. 1-8:
La tragedia si apre con un verso che esprime un
desiderio irrealizzabile, ovvero che le cose non fossero
andate come sono andate.
Nutrice:
Magari la nave di Argo non avesse attraversato a volo
(διαπτάσθαι) le azzurre Simplegadi fino alla terra (αἶαν)
dei Colchi, né il pino (πεύκη) tagliato fosse mai caduto
(πεσεῖν ποτέ) nelle convalli del Pelio, né avesse armato
(ἐρετμῶσαι) le mani di uomini ottimi, i quali andarono in
cerca (μετῆλθον) del vello tutto d'oro per Pelia
(complemento di vantaggio). Infatti, la mia padrona
Medea non avrebbe navigato (ἂν + ἔπλευσ’) fino alle torri
(πύργους) della terra di Iolco turbata (ἐκπλαγεῖσ') nel
cuore (θυμὸν, accusativo di relazione) dall'amore per
Giasone.
Note sul testo:
“Εἴθ' ὤφελ'” (vv. 1): serve ad esprimere un
desiderio irrealizzabile però nel passato
“διαπτάσθαι” (vv. 1): dal verbo διαπέτομαι
“αἶαν” (vv. 2): è un termine che corrisponde
all’omerico Γαία (terra)
“κυανέας Συμπληγάδας” (vv. 2): ad un certo
punto, la nave Argo deve passare nello stretto dei
Dardanelli, posto pericolosissimo perché c’erano
tante navi che naufragavano la trasposizione
mitica di questo pericolo è che esistessero delle rocce
che si chiudevano quando passavano delle navi,
distruggendole; ovviamente, è un modo di
raccontare un pericolo reale, poiché le navi
andavano verso le rocce e non si controllavano più.
Allora, dietro indicazione dell’indovino Fineo, gli
Argonauti mandano una colomba verso queste
rocce, che non si chiudono mentre essa passa, e così,
dopo essersi riaperte, le navi passano.
Ma perché si chiamano azzurre? Perché i Greci non
hanno la nostra stessa concezione dei colori, ma
solo la tonalità quando dicono azzurro, ad esempio,
per loro può anche essere scuro
“Πηλίου” (vv. 3): monte della Tessaglia dove si
svolse la Gigantomachia
“πύργους” (vv. 7): metonimia per dire palazzi
“ἔρωτι” (vv. 8): l’ἔρως è la parola chiave della
tragedia, e non ha un’eccezione romantica, poiché
Medea è talmente disperata da uccidere i figli
essa non è sconvolta, poiché ha perso Giasone, ma,
in quanto tale, è prostata dal dolore; dunque,
Medea non è un’eroina distrutta dall’amore.
C’è una connotazione negativa di Ἔρως, che è
visto come un morbo che affonda le radici nella τιμή
(onore), dato che Ἔρως, per una donna, corrisponde
all'ἀρετή (virtù) per l'uomo la donna si realizza
come sposa, e c’è una grande contraddizione in
Medea, perché da un lato è ferita perché viene
rifiutata come donna e moglie, ma dall'altra, anziché
essere sottomessa e buona, reagisce in modo
ingiusto, ma moderno.
C’è una corrente di pensiero critico che vede, nella
donna, il sesso privilegiato della tragedia, quasi a
compensazione di un ruolo marginale che avevano,
ad impatto, nella società, ed anche a dimostrazione di
quello che sono capaci le donne se lasciate troppo
libere (questo sempre visto dal punto di vista
maschile)
“ἐκπλαγεῖσ'” (vv. 8): dal verbo ἐκπλήσσω
Il testo si apre con uno ὕστερον πρότερον, ovvero il
mettere prima una cosa che avviene dopo la nutrice si
augura che la nave Argo non fosse giunta in Colchide, e
poi si augura che non fosse stato tagliato il pino con cui è
stata fatta questa nave.
Questo sentimento di Ἔρως è un sentimento
strettamente connesso non con la passione d’amore, ma
col concetto di Δίκη (giustizia nel senso di reciprocità-
cfr. Saffo-) il problema di Medea è che lei ha dato
tutto a Giasone, ricevendo però il rifiuto.
Questo è inammissibile, perché, nella concezione
aristocratica greca, la reciprocità è il principio che deve
guidare le azioni delle persone nobili (=ἄριστοι)
l’Ἔρως deve corrispondersi, ovvero è un sentimento che
deve avere sia Medea che Giasone; infatti, verrà usato,
più tardi, il verbo ἀδικέω (=commettere ingiustizia).
Medea ha percepito di essere stata offesa, intesa come
non ricambiata questo Ἔρως, che dovrebbe essere, in
qualche modo, speculare, diventa, invece, unilaterale, e
ciò non va bene.
Traduzione vv. 9-19:
Né (Medea) abiterebbe (ἂν+ κτανεῖν) questa terra di
Corinto avendo persuaso (πείσασα) le figlie di Pelia a
uccidere (κατῴκει) il padre con il marito e i figli, cercando
di piacere (ἁνδάνουσα) ai cittadini nella terra (χθόνα,
compl. moto a luogo) dei quali essa giunse (ἀφίκετο) in
esilio (φυγῇ) compiacendo (ξυμφέρουσ') in tutto
(πάντα, accusativo di relazione) a Giasone stesso; e
questa è la più grande salvezza, qualora una donna non sia
in disaccordo (διχοστατῇ) con il marito. Ora tutto (è)
ostile e (Medea) soffre negli affetti più cari (τὰ φίλτατα,
acc. di relazione). Infatti, Giasone avendo tradito
(Προδοὺς) i suoi figli e la mia padrona giace in letto
(εὐνάζεται) con la figlia del Re, avendo sposato la figlia di
Creonte, che governa su questa terra.
Note sul testo:
“ἁνδάνουσα” (vv. 11): viene dal verbo ἁνδάνω,
che, di norma, è costruito con il dativo, ma qui
bisogna unirlo al gen. πολιτῶν
“φυγῇ πολιτῶν” (vv. 12): qui è presente la crux
desperationis philologorum, per cui il passo è,
irrimediabilmente, corrotto non ci dovrebbe
essere il genitivo (“πολιτῶν”), ma per
un’attrazione inversa, ovvero il pronome
relativo ων ha attratto πολιτῶν, c’è il genitivo,
mentre noi dovremmo avere il dativo (πολίταις)
“ἥπερ” (vv. 14): è un nesso relativo
“Προδοὺς” (vv. 17): dal verbo προδίδωμι, verrà
impiegato sia per Giasone che per Medea; in
realtà, Medea e Giasone sono due figure speculari,
per cui non siamo in grado di parteggiare
“εὐνάζεται” (vv. 18): è connesso al termine
εὐνή (letto)
“γάμοις” (vv. 18): si intende, per sineddoche, la
ragazza, ovvero la figlia del re Creonte
Qui l’Ἔρως è un sentimento totalizzante, che implica la
devozione e il ruolo della donna, che, come Alcesti, è la
πίστις (lealtà) Medea fa di tutto per compiacere al
marito.
L'ὁμόνοια (l’armonia del pensiero) è un elemento
augurabile in un matrimonio, e nel mondo antico è visto
un po' positivamente si ripensa all’episodio in cui
Odisseo incontra Nausicaa, alla quale augura di trovare
un uomo, in quanto la cosa più bella, in un matrimonio, è
quando due sposi sono ομοφρονούντες, ovvero
pensano la stessa cosa.
Sono presenti l’ἐχθρός (nemico) e il φίλος (amico), due
termini che indicano una μεταβολή dei rapporti, e spesso
accade che chi è nemico diventi amico, mentre chi è
amico diventi nemico (come succede nel Filottete di
Sofocle) è un meccanismo che avviene molto spesso, e
c'è l'ambiguità dei rapporti umani, non essendoci mai
una stabilità nei rapporti, che vanno sempre rinnovati.
Traduzione vv. 20-48:
C’è sempre, nel prologo euripideo, una dimensione
informativa, e qui si viene prima informato
dell’antefatto, e poi di quello che sta avvenendo in quel
momento.
Medea infelice (δύστηνος) disprezzata (ἠτιμασμένη)
invoca gridando (βοᾷ) i giuramenti, invoca la fedeltà
grandissima della mano destra, e chiama testimoni gli dèi
di quale contraccambio ottenga da Giasone. Giace senza
mangiare, avendo abbandonato (ὑφεῖσ') il corpo ai dolori
(ἀλγηδόσιν), consumando tutto il tempo nelle lacrime
dopo che si accorse (ᾔσθετ') che è stata offesa dal marito,
non sollevando (ἐπαίρουσ') lo sguardo né allontanando il
volto da terra; come roccia o flutto marino ascolta gli amici
quando viene ammonita (νουθετουμένη), qualora se mai
non pianga (ἀποιμώξῃ) avendo volto (στρέψασα) il
bianchissimo collo (se mai non pianga) lei stessa in sé
stessa sia il proprio padre che la terra che le case, nelle
quali dopo averle tradite (προδοῦσ') giunse con l’uomo
che ora ha disprezzato (ἀτιμάσας) lei. Infelice ha capito
per sventura (συμφορᾶς) che cosa (οἷον) (voglia dire)
non essere privati della terra del padre. Odia i figli e non
gode (εὐφραίνεται) a vederli. Temo che (Δέδοικα μή)
lei stessa mediti qualcosa di strano; [infatti, la sua anima
(φρήν) è pesante (βαρεῖα), e non sopporterà (πάσχουσ',
participio predicativo) di ricevere del male; io conosco
costei, temo che lei spinga (ὤσῃ) la spada affilata
attraverso il fegato, essendo entrata in silenzio nelle case
dove è disteso il letto, o uccida il re (Creonte) e colui che
ha sposato e poi riceva una disgrazia più grande]. Infatti, è
terribile; non facilmente uno avendo concepito
un’inimicizia (ἔχθραν) con lei canterà un canto di vittoria.
Ma questi bambini avendo finito le corse (ἐκ τρόχων
πεπαυμένοι) avanzano, non pensando per niente (οὐδὲν,
accusativo di relazione) ai mali della madre; infatti, una
mente (φροντὶς) giovane non è solita soffrire.
Note sul testo:
“ἠτιμασμένη” (vv. 20) e “ἠδικημένη” (vv. 26):
richiamano sempre al tema dell’offesa, per cui
Medea è stata privata della propria τιμή (onore) in
quanto donna, la cui funzione era quella di essere
moglie è stata ripudiata come persona, perché la
sua persona si identifica nel suo ruolo
“δεξιᾶς” (vv. 21): genitivo con sottinteso il
sostantivo χείρ (mano), per cui va tradotto “della
mano destra” Giasone, avendo dato la mano
destra a Medea, hanno giurato di essere marito e
moglie
“οἵας ἀμοιβῆς” (vv. 23): due genitivi retti dal
verbo “κυρεῖ” (vv. 23), che corrisponde al verbo
τυγχάνει (ottenere) è un’interrogativa
indiretta
“Κεῖται δ'ἄσιτος” (vv. 24): è la stessa azione che
fa Fedra nell’ Ippolito, che è sempre di Euripide il
rifiuto del cibo è significativo, perché Medea, in
realtà, procede verso l’autodistruzione, ed è come
se stesse rinunciando alla vita
“πέτρος” e “θαλάσσιος” (vv. 28): Medea,
evidentemente, non sta ascoltando nessuno, essendo
chiusa in sé stessa
“φίλον” (vv. 31): proprio come in Omero, φίλος
significa “proprio”
“θ'” (vv. 32): corrisponde al θε (=τε) enclitico
“ἡ τάλαινα” (vv. 34): questa è una delle parole
chiavi, perché prima avevamo trovato δύστηνος
(infelice), e questa parola ha lo stesso significato;
tuttavia, τάλαινα dice qualcosa di più, poiché la
radice τλ (che è la stessa del verbo latino tollo, -is,
sustuli, sublatum, tollere) indica un prendere
sopra di sé Medea è τάλαινα (infelice) perché
assume, sopra di sé, qualcosa che la renderà
infelice.
Questa radice però si trova anche nel verbo τολμάω
(osare), per cui Medea è infelice perché osa,
avendo il coraggio di fare quello che poi farà, ovvero
uccidere i figli è una parola bifronte, nel senso
che è infelice perché osa, assumendo le sue
responsabilità, e portando, fino in fondo, quello
che farà
“συμφορᾶς ὕπο” (vv. 34): anastrofe con
baritonesi
“πατρῴας μή ἀπολείπεσθαι χθονός” (vv. 35):
Medea si rende conto cosa voglia dire essere in
esilio
“Στυγεῖ δὲ παῖδας” (vv. 36): noi sappiamo come
andrà a finire, ma Medea ancora non ha deciso di
uccidere i figli la nutrice nota come essa odii i figli
“Δέδοικα μή” (vv. 37): verba timendi,
corrisponde al latino timeo ne
“βαρεῖα... τινά” (vv. 38-43): i versi che sono tra
parentesi quadra sono stati espunti da alcuni
editori per alcuni non sono versi di Euripide, ma
sono stati aggiunti in un secondo momento da
qualcun altro
Vv. 40: questo verso, probabilmente, è spurio,
dato che non si capisce a chi Medea trafigga il
fegato
“Δεινή” (vv. 44): δεινός è una vox media, poiché,
con terribile, si intende qualcosa di straordinario
nel bene e nel male
Vv. 46-48: questi versi sono didascalici, ovvero
servivano a far capire agli attori, ad esempio, quando
dovessero entrare
L’immagine di Medea è quella di una donna
annichilita, e il suo sguardo a terra varrebbe a
presagire non solo una devastazione dell’animo, ma
anche un atteggiamento umile, ma non sarà così;
infatti, questo sguardo a terra non è segno di umiltà,
ma segno di una ostinazione.
Medea rimpiange quello che ha fatto, avendo tradito suo
padre e la sua casa il suo pianto, anziché essere di
disperazione, è di rabbia, ed è un pianto che fa paura
e che viene definito da Medea stessa come δεινή
(terribile), poiché darà esiti veramente tragici;
insomma, è un rimpianto per aver tradito, poiché ora si
ritrova lei ad essere tradita.
Nel teatro di Euripide, spesso c’è questa tendenza a
rappresentare i giovani più felici degli anziani, perché
hanno meno consapevolezza della vita.
Il prologo continua con l’arrivo dei due bambini, che
sono portati dal pedagogo, che scambia delle battute
con la nutrice non aggiungendo però molto altro a quello
che già sappiamo, se non che Medea è veramente
inquieta ed ha degli atteggiamenti piuttosto minacciosi.
Parodo:
Subito dopo il prologo, c’è la parodo, ovvero l’ingresso
del coro nella scena, e, in questo caso, si sentono, mentre
il coro entra, le urla di Medea Medea si manifesta piano
piano, prima attraverso le parole della nutrice, poi
attraverso un suono che la caratterizza, ovvero il gridare,
che la nutrice cerca di placare.
Questa è una parodo commatica, ovvero c’è il lamento,
e la nutrice, allo stesso tempo, parla ai bambini che poi
rientrano in casa; intanto, si sentono le prime parole di
Medea, che si autodefinisce infelice ed odiosa, dicendo
che i suoi figli siano “figli maledetti di una madre
odiosa”, per cui già si intravede ciò che sta per
accadere dopo la parodo, Medea entra in scena.
Vincenzo di Benedetto: sottolinea come sia tipico
di queste tragedie appartenenti a questo arco
cronologico (siamo nel 431 a.C.) vedere delle
donne che sono rappresentate in lacrime o
fortemente addolorate o molte nevrotiche
subito dopo però, quando, in questo caso, Medea
subentra, prevale l’aspetto razionale; quindi, c’è
una forte emotività iniziale, a cui fa seguito un
fortissimo momento di razionalità, e questo lo
vediamo nella ῥῆσις (discorso) che Medea fa alle
donne di Corinto, che sono le donne del coro.
Le donne di Corinto solidarizzano con Medea,
poiché è molto abile ed è un’eroina, per cui è in
grado di persuadere; infatti, la caratteristica di
ogni eroe è la persuasione Medea porta il coro
dalla parte sua, e quest’ultimo si renderà conto,
gradualmente, di chi sia veramente Medea
[Vincenzo di Benedetto: Euripide, teatro e società]
Primo episodio (prima ῥῆσις):
Traduzione vv. 214-237:
E’ un discorso che potremmo definire femminista, in cui
Medea sottolinea tutte le cose che andavano a tarpare le
ali alle donne della società greca, le quali avevano un
problema importante, ovvero il ruolo all’interno della
società Medea, per parlare, esce dalla casa, e il
passaggio dalla sfera privata alla sfera pubblica è un
po’ significativo su quello che è Medea, che è una
donna che ambisce ad avere un ruolo maschile; quindi,
non bisogna pensare che il pubblico ateniese sentisse
queste parole solidarizzando con Medea, ma è
tutt’altro.
Infatti, era inorridito da quello che diceva Medea, che si
emancipa attraverso discorsi molto moderni.
Medea:
O donne di Corinto, uscii di casa, affinché non mi
rimproveriate qualcosa; infatti, so che molti fra gli uomini
(βροτῶν) sono diventati superbi, alcuni lontano dagli occhi
(=all’interno), altri presso le porte di casa
(=all’esterno); altri ancora dal piede tranquillo ottennero
(ἐκτήσαντο) cattiva fama di pigrizia. La giustizia, infatti,
non c’è negli occhi degli uomini, chiunque prima di
conoscere fino in fondo (ἐκμαθεῖν) chiaramente l’animo
(σπλάγχνον) dell’uomo odia dopo aver visto
(δεδορκώς), senza essere stato offeso (ἠδικημένος) in
nulla. Bisogna che uno straniero si avvicini molto (κάρτα)
alla città; e non lodo un cittadino chiunque essendo
diventato (γεγὼς) arrogante (αὐθαδὴς) è acido (πικρὸς)
ai concittadini perché non lo si conosce (ἀμαθίας ὕπο). Ma
questo evento piombatomi (προσπεσὸν) inatteso
(ἄελπτον) ha distrutto la mia anima; me ne vado
(οἴχομαι) e avendo lasciato (μεθεῖσα) il piacere della vita
desidero morire, o care. Infatti, (colui) nel quale io avevo
tutto, lo so bene, il mio (οὑμὸς) sposo si è rivelato
(ἐκβέβηχ') il peggiore tra i mariti. Di tutte le creature
(Πάντων) quante sono animate e hanno intelligenza noi
donne siamo la stirpe (φυτόν) più infelice; e bisogna in
primo luogo che noi (ἃς) compriamo uno sposo e
prendiamo un padrone del corpo con una gran quantità di
ricchezze; ma questo, infatti, è un male ancora più grande
di un male (=è il male peggiore). E anche in questo vi è
un grande rischio (ἀγὼν), di prenderlo cattivo o buono
(χρηστόν); non (sono), infatti, di buona fama (εὐκλεεῖς) i
divorzi (ἀπαλλαγαὶ) per le donne, e non è possibile
rifiutare lo sposo.
Note sul testo:
“μέμψησθ'” (vv. 215): dal verbo μέμφομαι
“βροτῶν” (vv. 215): per questioni metriche,
quando si deve intendere “uomini”, si usa la
parola “mortali”
“γεγῶτας” (vv. 216): forma tipica della tragedia
per intendere il verbo γίγνομαι è un participio
perfetto
“ὀμμάτων ἄπο” (vv. 216): anastrofe e
baritonesi, significa che alcuni possono risultare
superbi in separata sede, per cui non lo sono di
fronte a tutti altra interpretazione, è che
“dagli occhi” significa che alcuni sono superbi
all’apparenza, in base a ciò che vedono gli occhi
e a come queste persone si pongono
“ἐν θυραίοις” (vv. 217): quelli che stanno
“presso le porte di casa”, risultano superbi davanti
a tutti
“ἡσύχου ποδός” (vv. 217): qui ποδός è una
metonimia per intendere non solo il loro modo di
camminare, ma anche il loro comportamento
“δύσκλειαν” e “ῥᾳθυμίαν” (vv. 218): la
“δύσκλειαν” è la cattiva fama (termine composto
dal prefisso negativo δυς e da κλέος, che è la
fama); invece, la “ῥᾳθυμίαν” è la pigrizia, per cui,
non potendo dire “ottennero cattiva fama e la
pigrizia”, bisogna sfruttare l’endiadi
“ἐκτήσαντο” (vv. 218): dal verbo κτάομαι
“σπλάγχνον” (vv. 220): si intendono le viscere,
per cui è una metonimia
“δεδορκώς” (vv. 221): dal verbo δέρκομαι,
indica uno sguardo fisso (anche se qui è guardare e
basta), e, infatti, il sostantivo δράκων (serpente)
deriva da questo verbo
“ᾔνεσ'” (vv. 223): dal verbo αἰνέω, è un aoristo
gnomico, ovvero ha valore di presente
“αὐθαδὴς” (vv. 223): è una parola importante
della tragedia, ed è formata da αὐτός più la radice
ἁδ-, che si trova in ἡδύς (dolce), e nel verbo
ἁνδάνω (piacere) si intende una persona che è
dolce a sé stessa, per cui si è arrogante perché si
ha troppa autostima
“ἀμαθίας ὕπο” (vv. 224): letteralmente, sarebbe
“per ignoranza”, ma non va tradotto così è sempre
il solito discorso dell’apparenza, ovvero uno può
risultare superbo ma non esserlo; quindi, bisogna
un po’ adattarsi alla terra straniera
“οἴχομαι” (vv. 226): possiamo intenderlo in due
modi, o lo riferiamo all’esilio oppure come
eufemismo per dire che sono morto
“μεθεῖσα” (vv. 227): participio aoristo III di
μεθίημι
“μοι πάντα” (vv. 228): richiama alle parole di
Andromaca
“οὑμὸς” (vv. 229): sarebbe “ὁ ἐμός”
“ἃς” (vv. 232): nesso relativo
Medea sta dicendo che non sai mai come comportarti,
perché o risulti superbo ed antipatico oppure ignava e
pigra Medea dice una cosa che va contro tutto il
concetto di civiltà, risultando modernissima.
Infatti, nella fase arcaica della cultura letteraria greca,
ciò che prevale è la civiltà di vergogna, che è una
società conformista basata su quello che io vedo, e in
base a quello che io vedo, ad esempio, come uno si
comporta, allora io giudico Medea però dice che non
bisogna giudicare dalle apparenze, ma dall’animo della
persona; quindi, non c’è giustizia nella vista.
Il suo desiderio di morte è irreale, e, infatti, perché lei,
in fondo, desidera morire se ancora non ha realizzato
pienamente il suo piano, ovvero uccidere i suoi figli? Il
fatto che odii i suoi figli significa che odia anche una parte
di sé questo desiderio di morte è un po’ anticipatorio
di quello che accadrà ad una parte di sé, ovvero ai suoi
figli.
[Link: Schopenhauer, Infinito di Leopardi]
Medea, dopo aver fatto la premessa, inizia a fare il
discorso vero e proprio argomentato, e parte, prima di
arrivare alle questioni generali sulla donna, dalla sua
situazione, ovvero che non solo è donna, ma è anche
straniera.
La dote veniva versata dal padre della sposa al marito,
ed era un modo per tenersela, e Medea si lamenta di ciò
parla di un padrone del corpo, sembrando una
sessantottina; quindi, il primo svantaggio di una
donna è che non è libera.
[Link: “stadio del marito” di Kierkegaard, Adelchi di
Manzoni]
Il divorzio era sempre visto male, anche da parte
dell’uomo, ma quest’ultimo poteva avere il pretesto per
rifiutare la donna se fosse stata sterile; la donna, invece,
aveva meno pretesto per cacciarlo.
Quando Euripide dà voce a Medea, ci crede veramente
oppure no? Il problema di Euripide è che lui dà voce ai
suoi personaggi che dicono cose estremamente diverse,
per cui è impossibile stabilire se lui ci creda o no; infatti,
in un testo possiamo trovare un Euripide rivoluzionario,
in un altro possiamo trovare un Euripide conservatore
Euripide si presta a questo misunderstanding, non
essendoci coerenza nel suo pensiero.
Traduzione vv. 238-254:
Il fatto che Medea sia straniera, la costringe a
confrontarsi con le usanze diverse è costretta ad essere
indovina, ovvero come si deve comportare, pur non
avendo appreso cosa fare da casa.
Inoltre, se il marito è buono, ovvero sopporta la moglie e
il giogo coniugale, volentieri le cose procedono,
altrimenti conviene la morte Medea poi evidenzia un
carattere che è proprio della società greca, ovvero che
lo spazio esterno è dell’uomo, mentre lo spazio
interno è della donna.
Allora Medea dice che un uomo, qualora soffra in casa,
poi però può liberare le angosce del suo cuore stando in
compagnia di qualcun altro, mentre per la donna
questo non è possibile; quindi, la donna diventa
monomaniaca, ovvero ha solo la famiglia il suo
interesse è solo quello, non avendo altri sfoghi.
Quindi, ecco perché Medea è angosciata, perché ha
perso la sua essenza e la sua natura di donna.
E bisogna che (una donna) che giunga tra nuovi costumi e
leggi sia un’indovina (μάντιν), non avendo appreso da
casa, quale marito (οἵῳ ξυνευνέτῃ) soprattutto avrà
(χρήσεται). E qualora lo sposo conviva (ξυνοικῇ) con noi
che ci sforziamo bene per ciò non sopportando a forza il
giogo, la vita (αἰών) è invidiabile; sennò, conviene morire.
Un uomo, quando si stanca (ἄχθηται) di stare (ξυνών,
participio predicativo) insieme a quelli di dentro (=ai
familiari), essendo uscito (μολὼν) fa cessare l’angoscia dal
cuore [essendosi rivolto (τραπείς) ad un amico o ad un
coetaneo]; invece per noi è necessario guardare ad una
sola persona (πρὸς μίαν ψυχὴν). (Gli uomini) Dicono che
(ὡς) noi (donne) viviamo una vita senza pericolo
(ἀκίνδυνον) in casa, mentre loro combattono con la
lancia (δορί, dativo strumentale), pensando male;
poiché (ὡς) per tre volte vorrei stare presso uno scudo
(=combattere) in guerra piuttosto che partorire una volta
sola. Ma, infatti, non è risultato il medesimo il discorso a te
e a me (κἄμ'); tu hai questa città e le case del padre e il
godimento (ὄνησις) di vita e la compagnia (συνουσία) di
amici,
Note sul testo:
“ἔπαυσε” (vv. 245): aoristo gnomico
“ἡμᾶς” (vv. 248): è una prolessi del relativo, per
cui ημας sarebbe compl. oggetto (letteralmente è
“dicono noi che”); tuttavia, quando troviamo le
forme prolettiche, quello che è complemento
oggetto si trasforma in soggetto
“ὡς” (vv. 248): dichiarativa
“κἄμ'” (vv. 252): formato da και più με
I maschi rimproverano alle femmine che, mentre loro
combattono, esse stanno tranquille a casa.
Medea nega la sua natura di donna e ciò che è proprio
di essa, ovvero il parto l’esito non potrà che essere la
morte di ciò che lei ha partorito: i figli.
A questo punto, Medea finisce il suo discorso
femminista, e al pubblico greco maschile dispiaceva
sentire ciò di conseguenza, Medea volge la sua
oratoria verso una direzione meno razionale e, invece,
più emotiva, volendo convincere il coro, che diventerà il
complice di Medea; quindi, lei ricerca la loro solidarietà
e, infatti, Medea dice che non vive la loro stessa
condizione.
Traduzione vv. 255-270:
Medea accentua la sua solitudine, per cui accentua il
suo messaggio che le stiano vicine, in quanto donne.
invece io essendo sola e apolide sono oltraggiata da mio
marito, rapita (λελῃσμένη) dalla terra barbara, non
avendo né una madre, né un fratello, né un parente
(συγγενῆ) per trovare un rifugio (μεθορμίσασθαι) da
questa disgrazia. Dunque (io) vorrò ottenere da te una
cosa tanto grande, qualora a me sia trovata (ἐξευρεθῇ)
una via e un espediente (μηχανή) per farla pagare
(ἀντιτείσασθαι δίκην) per questi mali allo sposo [e a
colui che ha dato la figlia che sposò], il tacere. Una donna,
infatti, nel resto (τἄλλα, accusativo di relazione) è
piena di paura ed è vile (κακή) verso la forza (ἀλκὴν) e a
vedere una spada (σίδηρον); ma quando si trovi (κυρῇ)
ad essere oltraggiata (ἠδικημένη, participio
predicativo) nel letto, non c’è un’altra mente più
assassina.
Coro: Farò ciò; giustamente, infatti, punirai (ἐκτείσῃ) lo
sposo, o Medea. Non mi meraviglio che tu lamenti
(Πενθεῖν) le tue sorti. Vedo anche Creonte, re (ἄνακτα)
di questa terra, avanzare (στείχοντα, participio
predicativo), messaggero di nuove intenzioni.
Note sul testo:
“λελῃσμένη” (vv. 256): questa parola serve a
potenziare l’obiettivo di Medea, ovvero ottenere
solidarietà lei non è stata assolutamente rapita,
ci è andata essendosi innamorata di Giasone; quindi,
fa credere di essere una povera fanciulla rapita,
ma non lo è
“μεθορμίσασθαι” (vv. 258): ha a che vedere con il
mare, e ci sono immagini marine perché il mare è il
luogo dove si consuma il viaggio di Medea, e, quindi,
il tradimento nei confronti del padre e del fratello
assassinato da lei stessa
“ἀντιτείσασθαι” (vv. 261): regge il doppio
accusativo δίκην e πόσιν
Medea sta dicendo che vuole ottenere vendetta per far
ripagare questi mali Medea chiede al coro di tacere,
avendo bisogno che le donne non spifferino quello che lei
sta pensando.
Giasone rimprovererà a Medea il fatto che lei non pensi
nient’altro che al letto, ma non è un fatto sessuale, è
semplicemente lì che Medea, in quanto donna, si può
realizzare.
Il coro, ad un certo punto e con i soliti versi didascalici,
dopo aver assicurato la solidarietà a Medea, fa entrare
Creonte, re di Corinto e padre di Glauce, che si pensava
sarebbe stata la futura sposa di Giasone Creonte ha
paura di Medea, dato che sa che è una maga, per cui
vuole cacciarla proclamando il bando (l’esilio
immediato), poiché ha paura che Medea possa compiere
qualcosa di veramente terribile.
Tuttavia, Medea gioca ancora le armi della persuasione
dialettica, e, infatti, in modo patetico, riesce ad ottenere
un ritardo di 24 ore della sua partenza, e queste 24 ore
saranno fatali per Creonte e per sua figlia in questo
dialogo, c’è un tema su cui insiste Medea, per ricercare
l’appoggio momentaneo di Creonte.
Perché Medea rischia di essere cacciata? Perché lei è
σοφή (sapiente), però è anche furba, dicendo che
Creonte ha paura di lei in quanto maga, non perché
sapiente, ovvero filosofa il termine σοφή, può
riguardare sia la praticità delle cose oppure tutto ciò che
è astratto.
Medea allora sostiene che chi è sapiente, spesso, si
procura da solo dei guai, per cui è pericoloso essere
sapiente; inoltre, è abbastanza assurdo che i genitori
vogliano che i propri figli diventino tali, perché la
sapienza, appunto, porta solo sofferenza, ed uno degli
svantaggi di chi è sapiente è di allontanarsi dal resto
del mondo.
Questi versi sono stati letti come autobiografici
mentre Eschilo e Sofocle erano autori molto amati dal
pubblico, Euripide, invece, non lo era; infatti, la grotta
di Salamina, dove lui componeva solitario, è un po’ un
emblema.
Quindi, questa lamentatio di Medea allude, forse, alla
crisi dell’intellettuale, che era stato molto bersagliato
da Aristofane, la cui immagine viene restituita come una
figura introversa e chiusa quello che sembra il lato di
un carattere, in realtà, forse è la proiezione di un
isolamento culturale, poiché le sue tragedie risentono
molto dei sofisti e di quello spirito demistificatore che
va contro i valori tradizionali, minati da Euripide e da
tanti suoi personaggi, tra cui Medea.
[Link: Schopenhauer, Nietzsche]
Infatti, Medea stessa è un personaggio che da un lato può
destare simpatia, ma dall’altro non faceva altrettanto
simpatia a chi assisteva allo spettacolo, trovandolo come
un personaggio eversivo.
Dopo aver ottenuto da Creonte il permesso di rimanere,
Medea si confronta rapidamente con il coro, chiedendosi
come possa vendicarsi e quali siano le possibilità, ma ne
ha paura perché, obiettivamente, potrebbe essere
scoperta ed esposta al riso degli avversari ma essendo
una maga, allora ricorre al veleno.
Subito dopo questo proposito, evidentemente il coro
approva, perché, se non avesse approvato, avrebbe
denunciato Medea.
Knox: individua in Medea dei caratteri che la
possono assimilare all’eroe di Sofocle, soprattutto
per quel suo essere fissa, ottenendo ciò che
vuole
Primo stasimo:
Questo stasimo fa eco a quello di Medea, essendo
ricalcato su ciò che lei ha detto il coro dice una cosa
molto interessante che i cittadini ateniesi non
avrebbero potuto gradire, e c’è un’osservazione che fa il
coro e che poi verrà ripresa da Ariosto nel canto XXX de
L’Orlando furioso.
Ariosto, infatti, dice che il punto di vista è sempre quello
dei maschi, perché le donne, nella letteratura, non
hanno ruoli rilevanti come autrici, ma com’è possibile?
Perché il punto di vista è quello maschile, e la loro
individua e la loro ignoranza, forse, ha nascosto alle
donne i loro onori dovuti questo concetto c’è anche
nella Medea, ovvero che le donne non si possono
esprimere perché vengono infamate e chiamate dagli
uomini “adultere”, ma questo accade perché il punto di
vista è quello maschile.
Se le donne potessero esprimere sé stesse, le cose
sarebbero diverse, e l’eroe adultero non risulterebbe
Medea, ma Giasone che lo è veramente siccome la
poesia è appannaggio dei maschi, le donne sono
svantaggiate; inoltre, le donne, che dicono
masochisticamente di non avere il dono della poesia di
Apollo, denunciano il fatto che, essendo loro senza voce,
vengono infamate perché la prospettiva è solo maschile,
e così si legge la storia in una forma unilaterale.
Secondo stasimo:
C’è l’agone tra Medea e Giasone, che si scontrano
verbalmente perché Giasone è venuto a rimproverare
Medea per il modo in cui si comporta, manifestando ira e
mettendo paura; inoltre, dice che, se Medea va in esilio,
è colpa sua, perché ha turbato la mente di Creonte e di
Glauce, non avendoli rasserenati.
Medea allora sostiene che Giasone è salvo grazie a lei,
per cui le deve tutto; infatti, quando è arrivato presso
Eeta, Giasone non era in grado di far niente, e, quindi, è
stato salvato da Medea, che lo ha fatto perché πρόθυμος
(spinta dalla passione), e non per σοφία Medea poi
gli ricorda che ha ucciso Pelia, andando contro l’ira delle
figlie, per cui è successo quello che non doveva
succedere, ma che nella tragedia, purtroppo, spesso
accade, ovvero che i φίλοι (amici) diventano εχθροί
(nemici).
L’agone tra Medea e Giasone è ricavato, nella sua
struttura, dai δισσοὶ λόγοι (discorsi doppi), che sono
di natura sofistica, e l’esordio è lasciato a Giasone, che
rinfaccia a Medea che si è autoinflitta l’esilio,
spaventando Creonte e sua figlia Medea, allora,
definisce Giasone come παγκάκιστε (cattivissimo,
spudorato).
I δισσοὶ λόγοι avevano una struttura argomentativa, e
l’argomentazione di Medea è il fatto che Giasone
l’abbia tradita, mentre lei lo aveva salvato; inoltre, Medea
l’aveva anche aiutato a trovare il vello d’oro.
Il tema della salvezza è un tema molto diffuso in quel
tempo, perché, politicamente, ciò viene ricollegato agli
Ateniesi che avevano salvato la Grecia dai barbari, ma
anche dal punto di vista medico; infatti, lo sviluppo della
medicina, di cui si ha una risonanza in Tucidide, fa
ripensare, sicuramente, alla salvezza Medea stessa
vanta di aver salvato Giasone e di averlo fatto πρόθυμος
(spinta dalla passione), e non per σοφία.
Poi, Medea gli rinfaccia di averla tradita, per cui lo accusa
di essere uno spergiuro, e, a questo discorso, Giasone
risponde argomentando.
Traduzione vv. 522-575:
Giasone: Bisogna che io, come sembra, non sia per natura
(φῦναι) incapace a dire, ma come (ὥστε) un timoniere
(οἰακοστρόφον) abile di una nave corra oltre
(ὑπεκδραμεῖν) con gli estremi lembi (ἄκροισι
κρασπέδοις) della vela al tuo interminabile (στόμαργον)
discorso cattivo (γλωσσαλγίαν), o donna. Io, poiché
anche troppo (καὶ λίαν) esalti (πυργοῖς) il (tuo) favore
(χάριν), ritengo che l’unica tra gli dèi e gli uomini
salvatrice della mia spedizione (τῆς ἐμῆς ναυκληρίας)
sia Cipride. Tu hai una mente sottile (λεπτός); ma è un
discorso odioso (ἐπίφθονος) narrare come Eros ti
costrinse a salvare il mio corpo (=la mia persona) con le
frecce a cui non si può sfuggire (τόξοις ἀφύκτοις). Ma
non troppo precisamente (λίαν ἀκριβῶς) (io) stabilirò ciò;
comunque (ὅπῃ) infatti (tu mi) giovasti (ὤνησας) non va
male (οὐ κακῶς ἔχει). Tuttavia (μέντοι) hai ricevuto
(εἴληφας) cose più grandi (Μείζω) di quante non ne hai
dati (di benefici) in cambio della mia salvezza, come io
dirò. In primo luogo, abiti la terra greca invece che la terra
barbara e conosci (ἐπίστασαι) la giustizia e (sai) usare le
leggi non in virtù della forza (πρὸς χάριν ἰσχύος). Tutti i
Greci si accorsero (ᾔσθοντ') che tu sei (οὖσαν, participio
predicativo) sapiente e ottenesti fama; se (tu) abitassi
(ᾤκεις) agli estremi confini (ἐσχάτοις ὅροισιν) della
terra, non ci sarebbe fama di te (periodo ipotetico
dell’irrealtà). Che io non abbia (ottativo desiderativo e
dativo di possesso) né oro nelle case né che (a me) sia
possibile (dobbiamo rimetterci Εἴη) cantare un canto più
bello di Orfeo, se per me la sorte non fosse famosa
(periodo ipotetico della possibilità). (Io) Dissi tante
cose importanti a te riguardo le mie fatiche; e infatti tu
proponesti (προύθηκας) una gara di parole. Per quel che
(Ἃ) (tu) rimproverasti (ὠνείδισας) a me nelle nozze
regali, in questo io mostrerò (δείξω) in primo luogo che
sono stato saggio e poi assennato (σώφρων), e poi che
(sono stato) grande amico a te e ai miei figli; ma sta’
tranquilla. Dopo che io mi trasferii (μετέστην) qui (δεῦρ')
dalla terra di Iolco trascinando (ἐφέλκων) molte disgrazie
senza rimedi (ἀμηχάνους), quale invenzione (τί εὕρημ')
più felice di questo avrei potuto trovare (ἂν ηὗρον,
esprime irrealtà) se non (ἢ, termine di paragone)
sposare la figlia del re essendo diventato esule? Non, come
(ᾗ) tu sei irritata, odiando (ἐχθαίρων) il tuo letto ma né
colpito (πεπληγμένος) dal desiderio di una nuova sposa
né avendo un interesse (σπουδὴν) per una gara dai molti
figli; infatti quelli nati (οἱ γεγῶτες, participio
sostantivato) (sono) abbastanza (ἅλις) e non mi
lamento; ma affinché, (è) la cosa più importante, vivessimo
(οἰκοῖμεν) bene e non fossimo in difficoltà economica
(σπανιζοίμεσθα), sapendo che ognuno (πᾶς τις) fugge
lontano (ἐκποδὼν) da una persona cara (e) povera, e
(affinché io) allevassi (θρέψαιμ') figli in modo degno delle
mie case e avendo seminato (σπείρας) fratelli ai figli nati
da te (ἐκ σέθεν) (affinché io) riponessi (θείην) nella
stessa condizione (ἐς ταὐτὸ) e avendo legato
(ξυναρτήσας) la famiglia (affinché) fossimo felici
(εὐδαιμονοῖμεν); infatti tu che bisogno hai di figli? A me
piace (λύει) giovare (ὀνῆσαι) ai vivi con i figli futuri. Forse
che ho deciso male? Neppure tu potresti dirlo, se il letto
non ti mordesse. Ma (voi) donne siete giunte (ἥκεθ') a tal
punto (ἐς τοσοῦτον) che quando il letto va bene
(ὀρθουμένης εὐνῆς) pensate di avere tutto, qualora ci sia
una disgrazia in relazione al letto (ξυμφορά ἐς λέχος),
rendete molto ostili (πολεμιώτατα) le cose migliori (τὰ
λῷστα) e le più belle. Sarebbe stato necessario (Χρῆν,
falso condizionale) infatti che i mortali da qualche altra
parte (ἄλλοθέν ποθεν) generassero figli, e che non ci
fosse la stirpe delle donne (γένος θῆλυ); così (χοὕτως)
non ci sarebbe nessun male per gli uomini.
Note sul testo:
“φῦναι” (vv. 522): aoristo III di φύω, e quando
è aoristo III significa “essere per natura”
“ὥστε” (vv. 523): corrisponde ad ὡς
“ὑπεκδραμεῖν” (vv. 524): dal verbo ὑπεκτρέχω
“στόμαργον” (vv. 525): formato da στόμα
(bocca) e ἀργός (veloce)
“γλωσσαλγίαν” (vv. 525): formato da γλῶσσα
(lingua) ed ἀλγέω (dolore)
“πυργοῖς” (vv. 526): dal verbo πυργόω, che
significa “elevare”
“Σοὶ δ'ἔστι” (vv. 529): dativo di possesso
“δέμας” (vv. 531): metonimia, è una parola
tipicamente omerica, e significa “corpo in
piedi” si usa la radice della parola latina
domus, per cui è qualcosa di costruito
“θήσομαι” (vv. 532): dal verbo τίθημι
“ὤνησας” (vv. 533): dal verbo ὀνίνημι
“εἴληφας” (vv. 535): perfetto forte di
λαμβάνω
“ἐπίστασαι” (vv. 537): dobbiamo usarlo due
volte, per cui abbiamo uno zeugma
“ᾔσθοντ'” (vv. 539): dal verbo αἰσθάνομαι, che
regge il participio predicativo
“σέθεν” (vv. 541): genitivo che però non è
espresso con la solita desinenza (-σου), ma è
espresso con il suffisso -θεν, che è un moto da
luogo
“πέρι” (vv. 545): anastrofe e baritonesi
“προύθηκας” (vv. 546): dal verbo προτίθημι
“δείξω” (vv. 548): dal verbo δείκνυμι
“μετέστην” (vv. 551): dal verbo μεθίστημι
“πεπληγμένος” (vv. 556): dal verbo πλήσσω
“λύει” (vv. 566): il verbo λύω viene usato al
posto del verbo λυσιτελέω (trovare)
“Μῶν” (vv. 567): corrispondente al latino Num,
che introduce un’interrogativa diretta
corrisposta a retorica negativa
“χοὕτως” (vv. 575): crasi formata da καì più
οὕτως
Giasone rovescia l’argomento di Medea, dicendo che, a
salvarlo, fu Cipride Giasone dice che è antipatico che
lui ricordi a Medea che lei è stata colpita da Ἔρως, per
cui non poteva non salvarlo.
Giasone dice che, in realtà, è stato lui a salvare Medea,
non viceversa.
C’è l’esaltazione dell’Attica (cfr. Isocrate) Giasone
dice a Medea di vivere in un mondo civile, in cui le
questioni vengono risolte con la δίκη; inoltre, Giasone
dice che è proprio grazie al fatto che Medea viva qui se ha
fama, perché è inutile starsi a rintanare in luoghi oscuri.
Giasone, per accattivarsi anche il pubblico, fa una
breve tirata maschilista contro la stirpe delle donne,
dicendo che sono moleste e che forse sarebbe stato
meglio se la natura avesse dotato l’uomo di mezzi
diversi per avere figli è una misoginia che Euripide
ripropone perché gli fa comodo presentare i personaggi in
questo modo, e agli Ateniesi piacevano queste cose.
Confronto con l’Antigone di Sofocle (pag. 109):
È uno stasimo nel quale il coro puntualizza l’effetto
dell’amore, per cui è, in realtà, un testo che attinge molto
dalla lirica l’Ἔρως è invincibile.
Terzo episodio:
È un po’ lo snodo della tragedia, perché è l’episodio in
cui Medea incontra, incrociandolo, Egeo, che è il padre di
Teseo e re di Atene Egeo stava tornando dall’oracolo
di Delfi, a cui aveva chiesto come fare ad avere figli;
quindi, la funzione di Egeo è, in primo luogo, quella di
stimolare in Medea, compiutamente, l’idea della
vendetta.
La vendetta si attua uccidendo i figli, ma perché? Perché
la cosa peggiore, per un uomo, è non avere più figli, e
poiché Egeo soffre per la mancanza di figli, tanto da
andare a chiedere all’oracolo come averli, allora la
vendetta migliore sarà uccidere i propri figli, ovvero i
figli di Giasone tutto ciò ha questa funzione di
delineare, con molta precisione, la modalità della
vendetta, e, in secondo luogo, ha anche la funzione di
assicurare a Medea un luogo dove andare a rifugiarsi,
una volta compiuto il delitto.
Medea, ovviamente, fa capire ad Egeo che viene
abbandonata dal marito, facendo la vittima (che, in
parte, lo è), e, quindi, Egeo la proteggerà la protezione
di Medea è in linea con l’immagine che Atene dava di sé
stessa, in quanto si attribuiva l’immagine di protettrici di
supplici.
Quarto episodio:
Non è nient’altro che un elogio di Atene, che è,
ovviamente, convenzionale, denotando il fatto che Atene
fosse una città bella.
Medea comincia ad attualizzare il suo piano, fingendo di
aver cambiato idea, e di essere, ormai, rassegnata ad
andare in esilio, per cui chiama Giasone e gli dice di
aver capito che ha sbagliato, con Giasone che, in realtà,
non capisce quello che Medea vuole fare Medea
consegna a Giasone un regalo di nozze, che è un solito
peplo e la solita corona, entrambi però intrise di
veleno (come accade nelle Trachinie di Sofocle),
destinati a Glauce.
Che cosa succederà? Glauce indosserà questi doni,
prendendo così fuoco e morendo insieme a Creonte,
che, avendo visto la povera figlia arsa viva, cerca,
naturalmente, di salvarla, venendo però anche lui toccato
dal veleno.
In questa scena, vediamo Glauce che, poco prima di
morire, si specchia indossando il peplo, e lì vede la sua
ψυχή (immagine) ma la ψυχή, in realtà, è l’immagine
di un morto, ovvero è quello che rimane di noi quando
voliamo nell’Ade.
Questa è una scena che è stata interpretata come
catoptromanzia, che è una pratica, alla quale credevano
gli antichi, che consisteva nella predizione del futuro
attraverso gli specchi, e Glauce, in effetti, vede sé
stessa come morta.
Traduzione vv. 1021-1055:
È il monologo di Medea, che è una delle tante
innovazioni euripidee se è vero che il teatro è un
luogo in cui conta l’approfondimento psicologico, il
monologo è lo strumento con cui uno analizza molto sé
stesso; quindi, nel teatro euripideo troviamo tanti
monologhi.
Questo è il monologo che Medea recita di fronte ai
bambini, prima di salutarli per l’ultima volta è il
monologo in cui Medea, per due volte, tentenna e
cambia idea, per poi farla finita definitivamente; inoltre, è
la prima volta in cui lei resta sola con i figli.
[Link: La coscienza di Zeno di Svevo]
Vincenzo di Benedetto: Il momento in cui Medea
resta sola con i figli scatena una “tempesta
emotiva”, poiché Medea, da un lato, si ritrova a dire
che lei stessa ucciderà i suoi figli; dall’altro, invece,
si ritrova i bambini che le sorridono davanti
È un pezzo straordinariamente patetico, dove il
patetismo è dato dalle ripetizioni, ma sono tante le
parole che vengono ripetute e che sono sottolineate
Medea usa anche un’altra arma, ovvero l’ironia
tragica, dato che lei parla ai figli in modo tale che loro
capiscano una cosa, mentre lei ne intende un’altra.
O figli figli, voi avete una città e una casa, nella quale
avendo abbandonato me infelice (ἀθλίαν) vivrete privati
(ἐστερημένοι) sempre della madre; io andrò (εἶμι) esule
(φυγάς) in altra terra, prima di godere (ὀνάσθαι) di voi e
di vedervi (κἀπιδεῖν) felici, prima di aver celebrato
(ἀγῆλαι) i riti di purificazione (λουτρὰ) e la sposa e i letti
nuziali (e prima) di aver sollevato le fiaccole. O infelice per
la mia superbia (αὐθαδίας). Invano (Ἄλλως), o figli, io vi
allevai (ἐξεθρεψάμην), invano io faticavo (ἐμόχθουν) e
fui consumata (κατεξάνθην) dalle fatiche, avendo
sopportato (ενεγκουσ') nei parti (ἐν τόκοις) dolori
terribili (ἀλγηδόνας στερρὰς). Davvero una volta (ποθ')
io infelice avevo molte speranze in voi, cioè che voi avreste
sostenuto me nella vecchiaia (γηροβοσκήσειν) e una
volta morta con le mani mi avreste composto
(περιστελεῖν), cosa invidiabile agli uomini; ma ora il
dolce pensiero è ferito (ὄλωλε). Infatti, privata di voi
condurrò una vita infelice e dolorosa (ἀλγεινόν) per me;
non più (οὐκέτ') voi vedrete la madre con i vostri
(φίλοις) occhi, essendo passati (ἀποστάντες) in un altro
genere di vita. Ahimè ahimè; perché mi fissate
(προσδέρκεσθέ) con gli occhi, o figli? Perché ridete del
vostro ultimo sorriso (πανύστατον γέλων)? Che cosa
dovrei fare? Il coraggio infatti se ne va, o donne, quando
vidi lo sguardo luminoso (ὄμμα φαιδρὸν) dei figli. Non ce
la posso fare (Οὐκ ἂν δυναίμην); addio (χαιρέτω) ai
miei propositi (βουλεύματα) quelli di prima (τὰ
πρόσθεν); condurrò i figli via dalla mia terra. Perché
bisogna che io per addolorare (λυποῦσαν) il padre di
questi con i mali di questi io stessa (αὐτὴν) abbia
(κτᾶσθαι) mali due volte tanto grandi (δìς τόσα)? Certo
non io; addio propositi. Eppure, che mi succede (τί
πάσχω)? Voglio essere motivo di riso (γέλωτ' ὀφλεῖν)
avendo lasciato i miei nemici senza punizione (ἀζημίους)?
(Bisogna) Osare (Τολμητέον, perifrastica passiva) ciò;
ma o mia viltà (τῆς ἐμῆς κάκης), anche aver lasciato
entrare (προσέσθαι) nell’animo deboli pensieri
(μαλθακοὺς λόγους). Andate, o figli, in casa. A chiunque
(Ὅτῳ) non (è) lecito (θέμις) essere presente ai miei
sacrifici, a lui starà a cuore; non farò sbagliare la (mia)
mano.
Note sul testo:
“σφῷν” (vv. 1021): dativo di possesso in forma
ionica
“ἀθλίαν” (vv. 1022): il lessico dell’infelicità è il
lessico prevalente
“εἶμι” (vv. 1024): presente con il valore di futuro
“κἀπιδεῖν” (vv. 1025): crasi da καὶ ed ἐπιδεῖν,
infinito aoristo II di ἐφοράω
“ἀγῆλαι” (vv. 1027): infinito aoristo I del verbo
ἀγάλλω
“δυστάλαινα” (vv. 1028): rivedi la nota “ἡ
τάλαινα” a pagina 12 del file Medea, nel
momento in cui si assume l’onere di uccidere (quindi
osa), ha, come risultato, la sua infelicità devastando
la sua ψυχή, poiché, per poter ottenere vendetta,
deve procedere alla distruzione anche di sé stessa
“αὐθαδίας” (vv. 1028): rivedi la nota “αὐθαδὴς” a
pagina 15 del file Medea riconosce di essere
superba, non potendo accettare di essere umiliata;
quindi, è la sua natura eroica che la tradisce in
qualche modo
“Ἄλλως” (vv. 1029) e “ἄλλως” (vv. 1030):
anafora
“ἐξεθρεψάμην” (vv. 1029): dal verbo ἐκτρέφω
“ἐμόχθουν” (vv. 1030): imperfetto iterativo
“κατεξάνθην” (vv. 1030): dal verbo καταξαίνω,
che di solito si adopera per la cardatura della lana
“στερρὰς” e “ἀλγηδόνας” (vv. 1031): iperbato
“ενεγκουσ'” (vv. 1031): participio aoristo II di
φέρω
“φίλοις” (vv. 1038): come in Omero, l’aggettivo
φίλος ha valore possessivo
“τί δράσω;” (vv. 1042): congiuntivo dubitativo,
è la stessa cosa che dice Eteocle ne I sette contro
Tebe di Eschilo, quando non sa se affrontare, in un
duello mortale, il fratello Polinice, oppure non
farlo ma determinando comunque la morte dei suoi
sudditi; inoltre, lo dice anche Oreste nelle Coefore,
sempre di Eschilo
“Καρδία” (vv. 1042): metonimia
“ὄμμα φαιδρὸν” (vv. 1043): con “sguardo
luminoso”, si intende uno sguardo bello
“χαιρέτω” (vv. 1044): imperativo del verbo
χαίρω, si usa anche come “salute”, ma qui intende
un saluto d’addio
“βουλεύματα” (vv. 1044): nel verso 1079, si
colloca, in presunta contrapposizione, con il
sostantivo θυμός (passione) il βουλεύματα indica
la razionalità, che si contrappone al θυμός, che è
l’irrazionalità
[Link: Apollineo e dionisiaco di Nietzsche]
“κτᾶσθαι” (vv. 1047): dal verbo κτάομαι
“τῆς ἐμῆς κάκης” (vv. 1051): genitivo
esclamativo
La città e la casa di cui Medea parla è, in realtà, l’Ade, per
cui i figli pensano di andare nella casa e nella città in cui
Giasone e la loro matrigna li porteranno questa è
l’ironia tragica, perché loro capiscono una cosa, mentre
Medea un’altra.
Vengono descritti dei riti che hanno a che vedere con il
matrimonio, ed era proprio la mamma che elevava le
fiaccole nuziali durante il matrimonio dei propri figli.
Il trauma del parto, in Medea, è piuttosto forte, tant’è
vero che lei dice che preferirebbe stare accanto ad una
lancia tre volte, piuttosto che partorire una sola
volta.
Nella Grecia antica, erano i figli a ricomporre il
cadavere.
Con “altro genere di vita”, i bambini pensano che
diventeranno i principini della casa reale di Tebe, ma in
realtà passeranno per cadaveri.
Arriva poi il primo momento in cui Medea cede, perché i
suoi bambini la guardano con gli occhi dolci la
tragedia greca, alla fine, è il trovarsi di fronte ad un
bivio, che porta comunque al dolore.
Medea poi cambia idea, decidendo di portare con sé i
figli Medea poi si chiede perché abbia mali doppi per
fare del male a Giasone; tuttavia, Medea cambia di
nuovo idea.
Infatti, non sopporta che chi le abbia fatto del male non
venga punito Medea si chiede addirittura come abbia
fatto a rinunciare all’uccidere i figli.
Traduzione vv. 1056-1080:
Questo è il monologo in cui Medea vuole e disvuole si
osservi come il fiume sia l’interlocutore, essendo la fase
in cui l’uomo si rivolge a sé stesso.
O cuore, certo che no (μὴ δῆτα), tu non fare ciò; lasciali
andare, o infelice, risparmia i figli; lì vivendo con noi (=con
me) ti rallegreranno (εὐφρανοῦσί). Per (Μὰ) i demoni
(ἀλάστορας) sotterranei presso Ade, giammai (οὔτοι
ποτ') sarà questo che (ὅπως) io lascerò (παρήσω) i miei
figli ai nemici da oltraggiare (καθυβρίσαι). (È) necessario
assolutamente (Πάντως) che loro muoiano; e poiché è
necessario, noi (=io) che generammo (=generai)
(ἐξεφύσαμεν) li uccideremo. Ciò è stato compiuto
(πέπρακται) del tutto (Πάντως) e non si sfuggirà
(ἐκφεύξεται); e sulla testa (c’è) la corona (στέφανος), e
la sposa regale (νύμφη τύραννος) muore tra i pepli, io lo
so chiaramente. Ma, (io) andrò infatti per la via più infelice
(τλημονεστάτην) e io manderò (πέμψω) questi (per
una via) ancora più infelice (τλημονεστέραν ἔτι), voglio
salutare (προσειπεῖν) i figli; date, o figli, date alla madre
la mano destra da baciare (ἀσπάσασθαι). O mano
carissima, bocca a me carissima e aspetto e nobile volto
dei figli. Siate felici (Εὐδαιμονοῖτον), ma lì (=nell’Ade); il
padre vi tolse le cose di qui (=la vita terrena); o dolce
abbraccio, o pelle morbida e respiro dolcissimo dei figli.
Andate andate (Χωρεῖτε χωρεῖτ'); io non sono più in
grado (οὐκέτ' εἰμὶ οἵα τε) di vedere (προσβλέπειν)
verso di voi (πρὸς ὑμᾶς) ma sono vinta dai mali. E so quali
mali sto per fare, ma l’animo (mio) è più forte delle mie
decisioni, che appunto (è) per i mortali (βροτοῖς)
responsabile (αἴτιος) di grandissimi mali.
Note sul testo:
“ἔασον” (vv. 1057): dal verbo ἐάω
“μεθ' ἡμῶν” (vv. 1058) e “ἡμεῖς” (vv. 1063):
pluralis maiestatis
“Ἅιδῃ” (vv. 1059): bisogna leggere “Αδη”, e non
“Άιδη”, poiché è presente lo ι ascritto, che non si
legge proprio
“ἀλάστορας” (vv. 1059): sono i demoni
vendicativi
“οὔτοι” (vv. 1060): è la negazione οὐ più la
particella enclitica τοι
“ὅπως” (vv. 1060): è una dichiarativa
“παῖδας... τοὺς ἐμοὺς” (vv. 1061): anastrofe
“παρήσω” (vv. 1061): futuro di παρίημι
“καθυβρίσαι” (vv. 1061): è un infinito finale-
consecutivo
“Πάντως” (vv. 1062) e “Πάντως” (vv. 1064):
anafora
“Χωρεῖτε χωρεῖτ'” (vv. 1076): si usa non solo per
dire “entrate in casa”, ma anche per dire “andate
a morire”
“πρὸς ὑμᾶς” (vv. 1077): cruces desperationis
philologorum
In Medea prevale il giudizio degli altri, ma non sopporta
di essere oltraggiata, e, in questo senso, è un’eroina
sofoclea Medea dice che non si torna più indietro,
avendo ormai consegnato i doni alla povera Glauce.
Il senso della tragedia è che, qualsiasi scelta tu faccia,
sei comunque destinato alla rovina qui però non
abbiamo la tragedia euripidea dove abbiamo la
situazione tragica che poi si evolve in chiave positiva.
Con gli ultimi tre versi, Euripide fa una polemica
filosofica contro Socrate e il suo ottimismo etico *, il
quale ha due letture:
Lettura superficiale: se so che una cosa fa male,
non la faccio, ma se continuo a farla allora non è
vero io so che fa male, ma continuo; con questa
affermazione, è evidente che è falso
Lettura non superficiale: nel momento in cui faccio
una cosa che è male, a me sembra il bene, per cui
nessuno di noi fa una cosa per farsi male se io
faccio quella cosa, è perché, in quel momento, mi
dà piacere; quindi, per me sembra il bene.
Io non valuto gli esiti del lungo periodo, ma li valuto
nel presente
*Euripide aveva polemizzato contro questo pensiero
anche nell’Ippolito.
Quando si dice che il proprio θυμός è più forte delle
proprie decisioni (βουλεύματα), significa che la
passione prevale sulla razionalità, e, infatti, ciò è
coerente con quello che Medea aveva detto prima,
ovvero che sa di compiere il male in questo momento,
Medea dà libero sfogo a ciò che è irrazionale,
passionale, e, quindi, a ciò che la porterà a compiere il
male.
Interpretazioni:
Ci sono state delle critiche a questa visione, in quanto
manichea, ovvero che presuppone due aspetti opposti
(passione e razionalità) il cuore di Medea è
fortemente teso da queste due passioni.
Diller:
Sostiene che non ci sia affatto una opposizione tra il
θυμός (passione) e il βουλεύματα (razionalità), in cui,
alla fine, prevale la parte irrazionale secondo lui,
Medea sta semplicemente dicendo che mette i suoi
βουλεύματα (decisioni), che prende con razionalità
(uccidere i figli, infatti, è un progetto), al servizio
della passione; ovvero, il θυμός non opera attraverso
l’impulso irrazionale, ma attraverso la ragione.
Quindi, non c’è una opposizione, ma una lucida
progettualità, con l’uso della ragione (Medea, infatti, è
σοφή) molto forte messa però al servizio della passione.
Medea prende la vendetta in modo freddo, non
consentendo addirittura al padre di piangere sul corpo dei
suoi figli, che vengono portati via da Medea lì si
rovescia l’atteggiamento del pubblico, che sotto sotto
ha tifato per Medea, ma poi si rende conto che è una
donna agghiacciante.
Vincenzo di Benedetto:
Nel saggio Il tragico fra sofferenza e consapevolezza,
dice che Medea non è nota non tanto per gli eventi, ma
per il personaggio in sé, che è strutturato come un
luogo di conflitti interiori Medea è una donna
consapevole, ovvero la sua caratteristica è la
consapevolezza; infatti, quella che la contraddistingue, è
la capacità di essere consapevole di quello che fa (usa il
verbo μανθάνω- vv. 1078-).
Inoltre, Medea viene definita σοφή, poiché è una maga,
ma l’aspetto della magia è secondario è vero che
conferisce al personaggio un’aurea sinistra, ma è
l’insieme del personaggio che è consapevole; quindi, in
lei agire significa soffrire, per cui si crea una
lacerazione interiore che non c’è in altri personaggi
della tragedia greca.
In più, Medea soffre perché è aggressiva, avendo una
carica di aggressività repressa contro il mondo
maschile che la porta a fare dei discorsi femministi (in
senso aggressivo, e non propositivo) la novità è che
il dramma è posto tutto dentro l’anima di Medea, e che
la sua consapevolezza ed intelletto sono la forza con
cui prevale sugli altri; peccato che, vincendo sugli altri,
vince anche su sé stessa, facendosi del male.
Quindi, questa tragedia esaspera, in modo moderno, la
contraddizione e l’elemento soggettivo anche Di
Benedetto sposa la teoria di Diller, per cui sostiene che
il θυμός e il βουλεύματα non siano in contraddizione,
ma che uno sia in funzione dell’altro.
Bernard Knox:
Interpreta Medea come un’eroina sofoclea,
paragonabile all’Aiace di Sofocle, dove, nella parte
iniziale, la sua concubina Tecmessa ci racconta le sue
grida (come la nutrice fa con Medea) sia Tecmessa
che la nutrice temono per i figli, e, all’inizio, sia Medea
che Aiace giacciono, rifiutando il cibo, e temono il γέλως
(riso dei nemici); inoltre, come Aiace sarebbe stato
salvato da Atena se avesse superato le 24h (l’aveva
predetto un oracolo), anche Medea aveva un limite di
tempo, ovvero le 24h dategli da Creonte prima di partire
per l’esilio.
Entrambi, alla fine del monologo, decidono di
commettere un “suicidio”, Medea uccidendo i propri
figli (che sono una parte di lei), mentre Aiace uccidendo
sé stesso Medea, fin dall’inizio, è presentata in termini
eroici, ferma nei suoi intenti senza tradire la sua
natura (anche i drammi di Sofocle erano incentrati su un
unico personaggio); infatti, è una donna determinata,
che non ascolta, sorda ad ogni persuasione, audace
(τόλμα) e superba (αὐθάδεια), mostrando la sua rabbia
e il suo θυμός, venendo descritta come terribile e
selvaggia, venendo definita come leonessa (come
Clitennestra nell’Agamennone) e soffrendo per essere
oltraggiata.
In più, Medea è anche una donna sola, e la differenza
con i personaggi sofoclei è che loro dibattono con gli
altri, mentre Medea con sé stessa, e quei personaggi
sanno cosa vogliono, ovvero uccidersi; invece, il conflitto
di Medea è interiore e non con gli altri, nascondendo ciò
che vuole fare e sapendo come farlo, ma il dubbio nasce
in lei e non è suscitato da altri Knox fa notare che va a
finire in modo diverso, perché Medea, su un piano
esteriore, vince e non si suicida, ma perde rinnegando
per sempre una parte di sé stessa.
Donato Loscalzo:
Afferma che nella tragedia c’è un tema prevalente,
ovvero quello della seduzione e dell’inganno si indica
l’occhio come motivo di conoscenza (io vedo quindi
so), ma anche come motivo di inganno (guardare non è
un elemento superficiale, non c’è giustizia negli occhi
dei mortali, ma solo pregiudizi, portando quindi alla
menzogna e alla seduzione).
L’occhio è specchio dell’anima, Euripide lo sa e, infatti,
nel prologo Medea tiene gli occhi bassi perché da esso
qualcuno avrebbe potuto capire le sue intenzioni e
denunciarne la rabbia e la sofferenza viene
rappresentata come “leonessa con lo sguardo infuriato
di un toro”, un animale notoriamente aggressivo per
difendere i figli, ma lei li uccide (il suo sguardo è
contraddittorio).
C’è una scena in cui Glauce si guarda allo specchio e si
vede “senza anima”, e qui il suo sguardo è stato
ingannevole, riflettendo ciò che non è; infatti, sembra
vestita da principessa, ma i suoi doni sono mortali,
belli nel riflesso dello specchio, che però ne mostra la
vera natura mortale Medea si serve della χάρις
(fascino), che è dato dalla bellezza dei doni per mostrare
un’apparenza che non è verità.
Se letto con sapienza, lo specchio sa rivelare la verità
oltre l’apparenza, e Medea lo sa e lo usa come
strumento d’inganno (come lo sguardo tra Orfeo ed
Euridice, che dovrebbe essere d’amore ma, in realtà, è di
morte).
Bruno Gentili:
Afferma che al centro della tragedia c’è l’Ἔρως, ovvero
la passionalità funzionale alle dinamiche razionali che
si spiegano con il concetto di δίκη e di reciprocità
amorosa (cfr. Saffo) Medea deve rimediare alla sua
offesa all’amore coniugale, con Giasone che non
capisce il suo dolore, perché è un eroe borghese che
non capisce i sentimenti profondi di Medea,
considerandoli come un problema femminile da mettere
in secondo piano e pensando che lei voglia solo il sesso
e che sia una donna incontinente.
A Giasone, del resto, interessa solo il diritto di
parentela, motivo per cui lui e Medea parlano due
lingue diverse, che non si incontreranno mai c’è una
forma esasperata in Medea, quasi di semi-divinità;
infatti, lei sembra un semidio, squilibrata, eccessiva
nel bene e nel male, doppia e bifronte, tipicamente
tragica.
Fin
e
By Edo e Cely