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Plat One

Il documento analizza il pensiero di Platone riguardo all'oralità e alla scrittura, evidenziando la sua preoccupazione per l'uso crescente della scrittura che, secondo lui, impoverisce la memoria e la vera filosofia, che deve avvenire attraverso il dialogo. Platone critica anche la poesia, sostenendo che essa suscita emozioni che non educano l'anima e rappresenta un'imitazione di secondo grado rispetto alla realtà delle idee. Inoltre, il dialogo 'Ione' mette in discussione la competenza dei rapsodi, suggerendo che la loro abilità deriva da una ispirazione divina piuttosto che da una vera arte.

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Plat One

Il documento analizza il pensiero di Platone riguardo all'oralità e alla scrittura, evidenziando la sua preoccupazione per l'uso crescente della scrittura che, secondo lui, impoverisce la memoria e la vera filosofia, che deve avvenire attraverso il dialogo. Platone critica anche la poesia, sostenendo che essa suscita emozioni che non educano l'anima e rappresenta un'imitazione di secondo grado rispetto alla realtà delle idee. Inoltre, il dialogo 'Ione' mette in discussione la competenza dei rapsodi, suggerendo che la loro abilità deriva da una ispirazione divina piuttosto che da una vera arte.

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Platone

Oralità e scrittura:
L'opera letteraria ha un autore e un pubblico, e
ciascuno di questi agenti ha un ruolo che può essere
sintetizzato in tre elementi:

 Composizione

 Esecuzione/pubblicazione: ovviamente su un'opera


teatrale è un'esecuzione, mentre un'opera
letteraria è una pubblicazione

 Trasmissione

La fase orale della letteratura greca è l'epoca


micenea, di cui abbiamo solamente le tavolette, e
anche i secoli bui, ovvero il Medioevo ellenico nella
fase orale, i tre elementi di prima erano, ovviamente,
tutti orali.

Dopo questa fase, c'è quella aurale, dove:

 Composizione: scritta

 Esecuzione/pubblicazione: orale

 Trasmissione: scritta
La fase aurale comprende sia l'età arcaica che l’età
classica, e Platone si trova dentro l'età classica.

Gradualmente, sta spopolando la scrittura, e, nella


parte tarda della fase aurale, inizia ad affermarsi piano
piano l'idea che l’esecuzione o, meglio, la
pubblicazione, debba essere scritta come si pone
Platone di fronte a questa novità? Vede affermarsi l'età
della scrittura come noi vediamo affermarsi l'età del
digitale.

Sappiamo che negli ultimi 30 anni del V secolo a.C.,


l'educazione (παιδεία) inizia ad essere messa anche
per iscritta mentre prima era solamente orale, ora
comincia a diffondersi la scrittura più di quella che era
prima, che esiste da almeno l'VIII secolo a.C..
Comunque, la scrittura aveva una funzione
ipomnematica, e non creativa, per cui si scrive per
conservare un concetto, cosa che ai tempi di Platone
nessuno l'avrebbe fatto.
Platone è preoccupato, perché ad un uso più massiccio
della scrittura non corrisponde un miglioramento, ma
una sostituzione si depaupera la memoria, e, allo
stesso tempo, ci si affida a qualcosa di esterno; inoltre,
Platone odia l’oralità, che contesta moltissimo.

[Giovanni Reale: Platone: alla ricerca della sapienza


segreta]

Platone distingue tre tipi di oralità, che sono:


 Mimetico-poetica: quella su cui si fondava la
παιδεία, ovvero sui testi di Omero e della
tragedia gli allievi dovevano impararli oralmente
a memoria, e Platone contesta questo tipo di
oralità

 Oratoria: Platone ci si sofferma poco

 Dialettica: quella su cui si basa la filosofia, che per


Platone non può essere scritta la filosofia non è
frutto di una serie di parole dogmatiche, ma un
confronto tra idee che deve essere vivo.
Platone parla anche di dottrine non scritte, dove si
trova la vera e autentica filosofia solo attraverso il
dialogo c'è la filosofia, poiché, se si mettesse per
iscritta, non ci sarebbe

L’educazione secondo Platone:


Platone mischia il modello educativo reale, che è
quello ateniese, con quello molto disciplinato, che è
quello spartano.
Riguardo ciò, Platone è molto attento alla nudità di
questi ragazzi, che erano belli forti anche allora,
Platone dice che non si trovava alcun ragazzo bello e
forte; inoltre, per Platone, i veri eroi di Maratona sono
quelli che sono stati educati nel modo che Platone dice.

Alle Panatenee, i ragazzi erano nudi, e non coprivano il


loro bischero frequentavano la piazza, perdendo il
tempo in chiacchiere, risultando sgarbati e
maleducati; inoltre, non frequentavano più le palestre,
e il loro colorito era pallido.
Ci sono due modelli di canone estetico, che sono:

 Canone estetico arcaico (bello): spalle robuste,


natiche grosse, lingua corta e colorito scuro

 Canone estetico moderno (brutto): smidollati,


natiche piccole, lingua grossa, bischero grosso e
colorito pallido

Aristofane (Nuvole, discorso giusto ed ingiusto):


In questo agone (dove c'è il discorso più forte e quello
più debole), il discorso forte si sottomette a quello più
debole.
Il discorso debole, ad un certo punto, dice che il
discorso forte elogia personaggi come Eracle, famoso
anche come fondatore delle terme (Termopili) dice
che, se Eracle era il fondatore delle terme, cosa c’è di
più bello che stare rilassati nelle terme (sottolineando
come anche a lui piacessero i piaceri della mollezza)?

Ione:
È un dialogo giovanile molto semplice, che proprio per
questo motivo non ha goduto della fortuna è attribuito
al periodo in cui Platone scrive dopo la morte di
Socrate, ossia dopo il 399 a.C. (probabilmente fu scritto
tra il 399 e il 387 a.C.).
 Wilamowitz: dice che questo dialogo non è di
Platone, attribuendolo ad un suo imitatore perché
indegno

 Goethe: dice che essendo il personaggio di Ione


una macchietta (ovvero ridicolo), non può essere di
Platone

 Schleiermacher: sostiene che questo, se è di


Platone, sia una bozza

Gli studiosi moderni hanno capito che Ione non è uno


sciocco, poiché è rapsodo, evoluzione dell'aedo, ma,
in realtà, sono la stessa cosa.
Rapsodo viene da:

 Ράπτω + ωδή: “cucio” + “canti”

 Ράβδος: è il rabdomante, l'indovino che cerca


l'acqua con il bastone, e il bastone, nel mondo
antico, era il simbolo della facoltà di parlare

L'etimologia più corretta è la prima, perché, secondo


alcuni, il rapsodo cuce i versi, mettendo insieme un
esametro dopo l'altro, oppure unisce un episodio
dopo l'altro, oppure gli ingredienti dell'epica, che è
fatta di tanti elementi uniti tra loro (secondo Verri).

 Paiaro: il rapsodo è colui che, gareggiando, cuce il


suo canto a quello del rapsodo precedente
questo era come nelle Panatenee, gare istituite da
Pisistrato, dove ogni aedo gareggiava e la sua
abilità era nel raccordarsi a quello precedente
(sono come le battaglie rap di oggi); per queste
gare, bisognava sapere molto bene la storia

Il rapsodo era un attore, e Platone lo descrive in modo


simpatico, dicendo che indossava abiti sgargianti
questo aedo andava nelle pubbliche piazze e
declamava/gareggiava, venendo pagato molto.

Traduzione 533c-535a:

Socrate:
E vedo, o Ione, e vado certamente a dimostrarti ciò che mi
sembra [533d] essere questo. Infatti, non è arte ciò che è
presso di te di parlare bene su Omero, cosa che dicevo
proprio ora, ma è una forza divina che ti muove, come
nella pietra che Euripide chiamò Magnete, mentre i più di
Ercole. E, infatti, questa pietra stessa non solo attrae gli
anelli stessi di ferro, ma anche infonde forza ai sigilli in
modo che a sua volta possono fare questa stessa cosa,
ovvero condurre gli altri anelli, [533e] in modo tale che a
volte una catena molto lunga di anelli di ferri dipende
reciprocamente; a tutti questi da quella pietra il potere
deriva. Così anche la Musa stessa li rende ispirati, e
attraverso questi ispiratori dipende una catena di altri che
sono ispirati da dio. Infatti, tutti i bravi poeti dei versi epici
dicono tutti questi bei poemi non per arte ma appunto
essendo ispirati dal dio ed essendo posseduti, e i poeti lirici
buoni ugualmente, come i Coribanti [534a] danzano non
essendo in sé, così anche i lirici non essendo in sé
compongono questi bei canti, ma ogni volta che entrino
nell’armonia e nel ritmo, sono in preda al furore bacchico
ed essendo posseduti, come le baccanti attingono dai fiumi
mieli e latte quando sono possedute, non quando sono in
sé, e l’anima dei poeti lirici fa questo che, appunto, loro
stessi dicono. Dicono, infatti, appunto a noi poeti che
cogliendo da alcuni giardini convalli delle Muse [534b]
portano a noi i canti come le api, anche loro stessi così
volando; e dicono il vero. Infatti, il poeta è una cosa
leggera e alata, e non è in grado di comporre prima che sia
ispirato dal dio e sia fuori di sé e il raziocinio non sia più in
lui; finché abbia questo possesso, ogni uomo è incapace di
comporre e di dare oracoli. Poiché, dunque, non
compongono per arte e dicono molte e belle cose i fatti
riguardo Omero, [534c] ma per una disposizione divina
ciascuno è in grado di comporre bene solo questo a cui la
Musa lo spinse, uno dei ditirambi, l’altro degli encomi,
l’altro dei porchemi (erano danze), altro versi epici, un
altro giambi; ciascuno di essi però è mediocre nel resto.
Infatti, non dicono queste cose per arte ma per una
disposizione divina, poiché se sapessero parlare bene per
arte su una cosa, (lo saprebbero fare) anche su tutte le
altre; per questo il dio sottraendo a questi il raziocinio usa
come servi questi e quelli che dicono oracoli e gli indovini
divini, [534d] affinché noi che ascoltiamo sappiamo che
non sono questi coloro che dicono queste cose così
importanti, che non hanno raziocinio, ma è il dio stesso che
parla, attraverso questi si rivolge a noi. La prova più
grande per il ragionamento è Tinnico di Calcide, che non
compose mai alcun altro poema del quale uno potrebbe
ritenere giusto giusto ricordarsi, ma il peana che tutti
cantano, quasi il più bello di tutti i canti (lirici), ciò che egli
stesso dice, “un’invenzione delle Muse”. In questo, infatti,
[534e] soprattutto mi sembra che il dio abbia mostrato a
noi, affinché non abbiamo dubbi, che non sono umane
queste belle poesie né degli uomini, ma divine e degli dèi,
e i poeti non sono nient’altro che interpreti degli dèi,
essendo posseduti dal dio da cui ciascuno sia posseduto.
Mostrando ciò il dio cantò attraverso il più scarso dei poeti
(ossia Tinnico) [535a] il canto più bello; o non ti sembra
che io dica la verità, o Ione?

Ione: Sì, per Zeus, a me sì; infatti, in qualche modo tu


tocchi con i discorsi la mia anima, o Socrate, e mi sembra
che i buoni poeti interpretino queste cose per una
disposizione divina a noi da parte degli dèi.

Socrate: Forse che voi rapsodi non interpretate le cose dei


poeti?

Ione: anche questo dici come cosa vera.

Socrate: Forse che non siete interpreti di interpreti?

Ione: Certo che sì.

Trama:
Ione torna vittorioso dalle feste in onore di Asclepio
(tenutesi ad Epidauro), e Socrate, con il suo modo di
fare carino e ironico, finge di ammirarlo.
Socrate dice che Ione è veramente un grande, non solo
perché si veste in modo bizzarro, ma anche perché ha la
possibilità di essere a contatto con i grandi poeti il
rapsodo non è solo l'interprete, ma anche l'esegeta,
ovvero colui che spiega questi testi, risultando una
specie di professore.
Ione si vanta e dice a Socrate che è solamente il più
grande interprete di Omero, ma Socrate gli chiede
com'è possibile che conosca solamente lui, perché, se sa
spiegarlo in quanto parla di guerra, come fa a non saper
spiegare anche Archiloco, ad esempio?
Ione risponde che, del resto, Omero è il sommo poeta,
mentre gli altri hanno scritto peggio di lui, ma Socrate
allora ribatte che, se sa che gli altri sono inferiori, è in
grado allora di spiegarli Socrate dice che, se uno
conosce una cosa, bisogna conoscerla nel suo insieme,
non nella parte sola; inoltre, se uno conosce la poesia,
allora la conosce tutta.
Platone ce l'ha a morte con la specializzazione, dicendo
che bisogna saper spiegare ogni cosa nel proprio
ambito avere una visione olistica è fondamentale, e
per Platone una visione specialistica è grave.

A che conclusione arriva Socrate?


Che Ione non ha τέχνη, non è tale perché ha studiato
un'arte fatta di nozioni, dicendo che la sua sapienza è
divina (θεία μάνια) Socrate gli dice che è ἔνθεος
(invasato) e κατεχόμενος (posseduto), dato che il dio
è dentro di lui e gli dona tutto quanto.
La sua sapienza è come quella di Tiresia dell’Edipo re,
ho un qualcosa che deriva dagli dèi sono un
contenitore, non ho una propria capacità.
I rapsodi sono anche esegeti, ma Platone qui li sta
svalutando perché come fa ad essere un maestro se non
ha τέχνη ed è ispirato dal dio?
Platone dice che l'educazione tradizionale si basa sulla
visione divina, cosa non accettabile Rousseau
definisce la Πολιτεία (La Repubblica) di Platone la sua
opera più grande, poiché dice che, per poter avere uno
Stato perfetto e ideale, bisogna partire
dell'educazione.
Nei libri III e X, Platone fa una critica alla poesia come
mezzo per educare la mente dei giovani.

I critica alla poesia:


Nel III libro, dice che la poesia suscita emozioni
particolarmente forti sia nell’etica che nella tragedia,
scindendo l'anima e rendendoci schizzati la poesia
ha una capacità di creare identificazione, così che uno
si identifica nei personaggi, vagando in queste
sensazioni di paura o di coraggio.
La poesia non mi educa, perché rende l'anima non
armoniosa, e, quindi, la poesia viola questo canone,
perché porta a delle vette di emotività che non mi
educano, bensì mi inquietano.

II critica alla poesia:


Nel X libro, dice che la poesia è una imitazione di
secondo grado, perché il vero mondo è quello delle idee
(l'Iperuranio) noi siamo imitazioni di queste idee, e
la poesia è μίμησις (imitazione), ma la nostra vita è
una δόξα (apparenza), e per Platone l’uomo deve
cercare la verità.
La poesia mi incatena ulteriormente, creando delle
immagini ulteriormente false a quelle che già ci sono
(cfr. mito della caverna) che educazione è quella che
mi porta alla menzogna e non alla verità? Nessuna.

Dalla καλλίπολις (bella città), Platone ammette


solamente due tipi di poesia, ovvero:

 Ὕμνος: inno agli dèi

 Ἔπαινος: lode all'uomo

Solo in questo modo, noi possiamo educare i giovani,


allontanandoli dall’altro tipo di poesia (tragedia e
commedia), che suscita emozioni così forti Platone
fa un discorso che si estende dalla poesia epica alla
poesia lirica, dimostrando che il poeta, in sé per sé, è
sempre privo di una tecnica, e non è in grado di
insegnare niente perché non sa niente; in più, Platone
assimila i poeti lirici ai coribanti e alle baccanti, che
erano dei posseduti.

Platone parla in particolare di quattro tipi di μανίαι


(follie):

 Mania della Piria: la profezia

 Mania telestica: prende i guaritori, coloro che


entrano in sintonia con un dio, e, tramite questo
invasamento, guariscono
 Mania poetica

 Mania erotica

I coribanti erano dei sacerdoti che professavano il culto


della magna mater, ovvero della Dea Cibele si pensava
che certe malattie fossero dovute a delle punizioni
divine, e, attraverso dei riti che si facevano nei suoi
confronti, si pensava di guarire.
Questi riti erano cose molto scenografiche, in quanto
riti sfrenati ed orgiastici, e questi coribanti erano
coloro che praticavano questi culti di guarigione.

[Dodds: I greci e l'irrazionale]

Le baccanti erano delle donne invasate che praticavano


il culto di Dioniso, era una mania profetica e facevano
dei riti orgiastici tra le altre cose facevano a pezzi gli
animali vivi (διασπαραγμός- lacerazione-).
Il poeta è come una calamità, mette nello stato emotivo
degli sconvolti (invasati) anche gli altri (è il motivo per
cui Platone, nella Repubblica, condanna anche il
mito) la poesia è in grado di sconvolgere non solo il
poeta, ma anche tutti gli ascoltatori, e la condizione
per poter creare la mania poetica è l'ἔκφρων (l’essere
fuori di sé), per cui, se lo è il poeta, lo è anche il
pubblico.
Per Platone, questa poesia è negativa, perché è in
grado di sconvolgere tutti gli spettatori, e allora si
chiede che razza di educazione sia.
Platone distingue tra questi quattro tipi di μανίαι, e,
parlando del poeta invasato, lo dice in senso negativo
o positivo? Platone è ammirato dal comportamento dei
poeti, che devono essere ἔκφρων e spirituali oppure
no?

Opinione di Serio:
Sicuramente c’è un fascino verso la poesia, e che
Platone sentisse il fascino della sua poesia è, senza
alcun dubbio, vero in questo discorso, gli serve
svalutare la figura del poeta, perché non ha una τέχνη,
e per lui il poeta può anche dire la verità e insegnare
tante cose, ma non sa perché; dunque, è casuale,
perché queste cose buone non sono sue.
Il poeta non ha ἐπιστήμη (conoscenza del mondo
delle idee), bensì la δόξα (opinione), muovendosi
sempre su un piano di opinioni che può essere ὀρθή
(retta opinione), ma per Platone significa poco, perché
non si ha ἐπιστήμη  puoi sapere quel tipo di δόξα per
ispirazione divina, puoi dire una cosa vera oggi e
sbagliata domani, perché non hai un criterio razionale,
ma una conoscenza parziale e limitata.

Per Platone, il filosofo è il più grande poeta, perché,


conoscendo la realtà, è in grado di capire tutta la vita
nel Simposio, Platone è un poeta sia tragico che
comico, dimostrandoci che è un vero poeta perché
filosofo.
La poesia viene dalla consonanza con il mondo delle
idee, non è ispirazione divina la σοφία nasce come
conoscenza che deriva dall'esperienza.

Fedro:
Il Fedro appartiene alla fase matura della riflessione di
Platone Fedro è un giovane pieno di entusiasmo che
il nostro Socrate, sempre protagonista, convertirà alla
filosofia.

Trama:
È estate, Socrate sta facendo una passeggiata al Pireo
e incontra Fedro, che ha una grande passione per i
discorsi ed ha appena sentito un bel discorso di Lisia,
che aveva fatto un discorso paradossale, dimostrando
che l'ἐρώμενος (l’amato) deve riamare chi non lo ama,
per cui non il suo l’ἐραστής (l’amante), ma perché?
Questi rapporti sono temporanei e paudeutici, che
presupponevano un corteggiamento da parte
dell'amante, e l'amato non doveva concedersi subito
il corteggiamento doveva finire quando l’amato
cresceva.

Socrate vede Fedro e gli chiede di riferirgli il discorso, e


Fedro tira fuori un papiro dal suo mantello dicendo: "è il
mio Lisia" Socrate invita Fedro ad andare alle rive del
fiume Ilisso (dove si trova Lisia), e c’è una bellissima
descrizione secondo i canoni del locus amoenus
(avviene a mezzogiorno quando appaiono le divinità),
con Socrate che gli dice di fare da guida e Fedro lo fa
sedere sotto un platano (termine che richiama a
Platone).
Fedro inizia a recitare il discorso di Lisia, con Socrate
che ascolta ma, ad un certo punto, interrompe Fedro,
facendogli notare che quel discorso è senza né capo né
coda, disordinato, pieno di ripetizioni, non
identificando quale sia il soggetto, e che, soprattutto,
inizia dalla conclusione; in poche parole, Lisia parla di
ἔρως senza identificarlo Socrate, a questo punto, fa
vedere a Fedro come si fa un discorso, riprendendo gli
argomenti di Lisia e rimettendoli in ordine giusto.

L'ἔρως viene definito da Socrate come un desiderio


irrazionale, che mira ad un piacere fisico, poi Socrate
dice che è dannoso che un amato si conceda
all'amante, perché quest'ultimo è possessivo, geloso e
malato l’amante vorrebbe che l'amato stia sempre
con lui, sottomettendolo di fatto; infatti, l’amante vuole
che l’amato sia più debole, ma questo rapporto deve
educare e far crescere.
L’ἐραστής, che ricambia l'ἐρώμενος, gli inibisce la
crescita, e, dunque, è meglio avere un ἐραστής che non
ti ama e non ha interesse, così sei più libero; inoltre,
non gli permette di vivere con la sua famiglia e di non
poter amministrare i suoi beni un amante “vero” è
estremamente pesante, e c’è il rischio che si sviluppino
grandi odi quando questi amori cessano.
Si è creata una tale indipendenza che è l'ἐρώμενος a
cercare l’ἐραστής Socrate passa in rassegna (e in
modo logico) i danni che l'ἐρώμενος potrebbe subire.
Ora Socrate dovrebbe sottolineare i temi a favore di un
rapporto senza amore, ma dice che si deve fermare
perché ha bestemmiato, parlando dell’ἔρως come se
fosse una malattia umana Ἔρως è una divinità, per
cui non ha nulla di umano e non può essere folle;
tuttavia, Socrate ha paura di “parlare male di lui”
perché è figlio di Afrodite, ma nel Simposio è figlio di
qualcun altro, ma non è importante in quanto il mito, in
Platone, è sempre simbolico e rappresentativo di
altro.
Intanto, Socrate fa un discorso su tutte e quattro le
manie di prima (rivedi pag. 9), le quali follie sono
mandate dagli dèi, ovvero non sono malattie da curare,
ma malattie divine.
Ovviamente, nella visione di Ἔρως come mania divina è
un dono degli dèi, e questa mania è strettamente
connessa con l'anima, perché va a incidere su di essa
Socrate dà una breve dimostrazione sull'immortalità
dell'anima, per cui è immortale in quanto αυτοκινετος
(si muove da sé); quindi, è il principio di movimento di
tutte le cose, e un principio non è mai generato.
L’anima si muove su sé stessa ed emette i movimenti,
per cui è come Ἔρως.

Per rappresentare questo movimento dell'anima,


Socrate ricorre al mito della biga alata, secondo cui
l'anima degli dèi e degli uomini è la stessa, ma è diversa
negli elementi costitutivi, perché c’è un carro guidato
da un auriga (che è la ragione), e poi ci sono, nelle
anime degli dèi, due cavalli bianchi, mentre in quella
dell'uomo un cavallo bianco e uno nero il cavallo
bianco tende a portare l'uomo in alto perché docile alla
ragione (è θυμοειδής) ed è il braccio armato della
ragione, mentre il cavallo nero è επιθυμητικό, la
parte del desiderio che tende verso il basso, ai piaceri
carnali.
Noi, che abbiamo un'anima immortale, prima di
incarnarci ed entrare in questo σῶμα (corpo), che è un
σῆμα (tomba) della nostra anima, perché ci impedisce
di elevarci, tendiamo a salire verso l'Iperuranio, che
non si sa se è un luogo perché significa “andare in
cielo”, ma è al di là dell’οὐρανός (cielo), che i Greci
pensavano che fosse chiuso; oppure, non si sa se è un
luogo mentale non lo sappiamo, ma sappiamo che è
un luogo in cui ci sono le idee, e, a seconda della
quantità di idee che noi abbiamo visto nel mondo delle
idee, poi ci incarniamo nella forma umana e diventiamo
qualcuno/ qualcosa in base alla quantità di idee che
abbiamo visto.
Al primissimo posto, c'è il filosofo, perché ha visto più
idee, e, secondo Platone, noi ci dobbiamo reincarnare
10 volte, ma il filosofo ha lo sconto, reincarnandosi 3
volte, per poi vivere per sempre nel mondo delle idee
uno si incarna ogni mille anni, e questa legge per cui
chi ha visto più idee e, di conseguenza, è spiritualmente
più ricco (è un filosofo), si chiama legge di Adrastea,
che vuol dire “necessità”, perché è formato da α
privativo più διδράσκω (fuggire); quindi, si traduce in
“non sfuggo”.

Classifica dell’Iperuranio:

[Link]: in base alla legge di Adrastea, se mi sono


incarnato nell’anima di un filosofo e mantengo la
mia purezza, dopo 3 volte mi eleverò nel mondo
delle idee
[Link]/governatore/comandante: se invece non ho
avuto la fortuna di aver visto tante idee

[Link]/economista: se le ho viste ancora meno

[Link]/medico: molto spesso erano la stessa cosa

[Link]

[Link]: poiché è un imitatore

[Link]

[Link]

[Link]

10. Tiranno: ultimo posto

Il filosofo ha visto il mondo delle idee, ha colto l'unità


col pensiero, ma come fa ad entrare in contatto con il
mondo delle idee quando è sulla terra? Semplicemente,
grazie a Ἔρως, perché il mondo delle idee a noi è
ignoto, ma l’idea somma è il bene, il bello l’idea del
privilegio dell’idea del bello è che a noi è consentito
vederlo, perché, quando noi vediamo un corpo bello, ne
proviamo desiderio (ἔρως), ma noi dobbiamo trasferire
questa idea di quel corpo bello all’idea che sta dietro
quel corpo; quindi, quando il filosofo vede la bellezza
diventa pazzo, ma perché? Perché arde dal desiderio di
rivedere l’idea del bello, che si vede accennata in un
corpo la bellezza ha questo privilegio, che si giustifica
con la teoria dell’anamnesi platonica, ovvero so le cose
perché le ho viste nel mondo delle idee, e, quindi,
quando io conosco ricordo anche.
Allora io, vedendo un corpo bello, ricordo l’idea della
bellezza, e ricordo la mia contemplazione del bello
questo mette alla mia biga (ossia alla mia anima) le ali,
facendomi tornare sopra, poiché il bello mi eleva verso
l’alto.
La giustizia, anch’essa idea somma, non si vede
contrariamente alla bellezza fisica, che ci ridà le ali per
volare Ἔρως è il desiderio che presenta il recupero di
queste ali, dandoci la possibilità di vivere una vita
filosofica.
La tesi di Lisia, ovvero bisogna riamare chi non ci
amano, è folle, perché l'amato è prezioso, dato che ci
consente di recuperare l'Ερως, facendo sì che il desiderio
ridia le ali all'anima; infatti, Socrate dice Ἔρως che
nasce un ῥεῦμα (flusso) d’amore, che parte dagli occhi
dell'amato perché è come se ci fosse, appunto, un
flusso, che parte dallo sguardo dell’amato (ecco perché
i Greci insistono molto sull’innamoramento al primo
sguardo), che si riversa in quello dell’innamorato il
ῥεῦμα va dall’ἐρώμενος all’ἐραστής.
È un qualcosa di reciproco, e il rapporto omoerotico è
utile ad entrambi in quanto circolare (cit. a Dante:
amor, ch'a nullo amato amar perdona) il ῥεῦμα poi porta
alla φιλιά.

Dopo aver corretto il discorso di Lisia, Fedro è finalmente


convinto, capendo che il discorso è assolutamente
inconsistente e che il modo con cui Socrate ha saputo
dimostrare la sua tesi lo ha assolutamente persuaso è
questo il passaggio che permette a Socrate/Platone di
passare alla seconda parte del testo, che è il tema
dell'oralità e della scrittura.

Traduzione 274c-275d:

Socrate: Sentii dire dunque che intorno Naucrati d’Egitto


uno degli antichi dèi divini ci fu, a cui anche è sacro
l’uccello che chiamano Ibis; quella divinità aveva il nome di
Theuth. Si dice che costui per primo fu inventore di
numero, [274d] di calcolo, di astronomia, gioco della dama
e gioco dei dadi, e anche inventore dell’alfabeto. Quando
era allora re di tutto l’Egitto Thamous intorno alla grande
città dell’alto Egitto che i Greci chiamano Tebe egizia, e
chiamano il dio Ammone, Theuth essendo giunto presso
questo mostrò le sue arti, e disse che era necessario che
fossero diffuse a tutti gli altri Egizi; egli (il faraone)
chiedeva quale utilità avesse ciascuna, e poiché allora
quello esponeva ciò che gli sembrasse dire bene o non
bene, [274e] criticava una cosa, ma ne lodava un’altra. Si
dice che Thamous mostrò a Theuth molte cose su ciascuna
arte in entrambe le direzioni (sia come biasimo che come
lode), che sarebbe un lungo discorso riferire; ma dopo che
era sulle lettere disse Theuth: “O re, questo apprendimento
renderà più sapienti e più capaci di ricordare gli egizi; e,
infatti, fu trovato un rimedio della memoria e della
sapienza”. Ma quello disse: “O ingegnosissimo Theuth, uno
è in grado di generare le cose dell’arte, e un altro di
giudicare quale parte di danno e utilità abbia ciascun’arte
per chi vuole usarle; e ora [275a] tu, essendo padre
dell’alfabeto, dicesti il contrario per benevolenza di quello
che vale. Infatti, questo procurerà dimenticanza nella
anime di chi ha appreso per la mancanza di esercizio della
memoria (quando noi scriviamo non esercitiamo la
memoria), poiché si ricordano a causa della fiducia della
scrittura, dall’esterno da segni altrui e non dall’interno loro
stessi da soli; perciò, trovasti un rimedio non nella
memoria ma nel richiamare la memoria (non ha trovato
un rimedio per la memoria in sé, ma uno strumento
che ci serve a ricordare alla mente delle cose che
però non ho memorizzato; quindi, non aiuta le
facoltà mnemoniche, le depotenzia). Procuri ai
discepoli un’apparenza di sapienza, non verità; infatti,
essendo divenuti attraverso di te ascoltatori di molte cose
senza insegnamento (che è solo orale) sembrerà che
siano conoscitori di molte cose, [275b] pur essendo
ignoranti per lo più, e duri a comprendere, essendo
divenuti al posto di sapienti dotati di un’apparente
sapienza.” […]

Socrate: Dunque (Οὐκοῦν non è una negazione), colui


che pensa di lasciare negli scritti la propria arte, e a sua
volta colui che accoglie pensando che ci sarà qualcosa di
sapiente e certo dalle lettere, potrebbe essere pieno di
molta ingenuità (εὐήθεια è una vox media) e in realtà
potrebbe ignorare l’oracolo di Ammone, pensando che i
discorsi scritti siano qualcosa di più [275d] del fatto che
colui che sa richiami alla memoria le cose su cui ci siano le
cose scritte.

Fedro pone il problema della scrittura, perché lo


scrivere discorsi può essere interpretato come un
inganno, pensando ai politici di allora che erano i
sofisti, che usano la parola come ἀπάτη (inganno), non
avendo dei fini morali Socrate dice che la scrittura va
difesa, perché scrivere discorsi in sé per sé non è
brutto, semplicemente bisogna scriverli in modo bello.
Il bello, nell'arte e nella scrittura, è individuato da
Platone in questo, ovvero va bene scrivere l'oratoria, ma
quest’ultima si deve basare sull'ἐπιστήμη, che è la
conoscenza della verità, il metodo dialettico questo è
esattamente l'opposto di Isocrate, che dice che
l'oratoria si deve basare sulla δόξα.
La vera oratoria non deve essere κολακεία
(adulazione), semplicemente si arriva alla verità
attraverso il metodo dialettico il discorso deve essere
organico, non deve avere un suo inizio e una sua fine.
Il metodo dialettico consiste in due momenti, che sono:

 Sinottica: mette insieme tutti gli elementi


particolari, dove la visione dialettica consiste in
questo, arrivando dal particolare all'universale
(idea)

 Diairetica: viene dal verbo διαιρέω (divido), una


volta che ho un'idea, devo conoscerla attraverso la
διαίρεσις (scomposizione) arrivo a sapere
l'essenza di un'idea spogliandola di tutto quanto.

Ex: c'è il concetto di μανία, che è poetica ed


erotica, e l'erotica si divide in ecc.

Platone ha difeso la scrittura, perché ha opposto, alla


scrittura oratoria di Lisia (che è caotica), una fondata
sull'ἐπιστήμη Platone non rifiuta la scrittura, ma
semplicemente dice di farne un uso giusto.
Non è un problema della scrittura in sé, ma di come la
uso conta, più della scrittura, l'oralità dialettica, che,
per Platone, è uno strumento che rende funzionale la
scrittura, non dandogli, propriamente, un valore
autonomo.

C'è un episodio narrato da Aristotele in cui Platone fece


una conferenza parlando del mondo delle idee, venendo
ingiustamente deriso, e, arrabbiato, li definisce
indegni di ascoltare Platone affida all'oralità la
pienezza del suo discorso, dicendo che non era
comprensibile per tutti e che non poteva essere messo
per iscritto, perché dopo si ha bisogno di qualcuno che
lo spieghi.
La scrittura è inadeguata come strumento
conoscitivo, perché non offre σοφία, bensì δόξα
Platone offre altre argomentazioni sui demeriti della
scrittura, dicendo che la scrittura ha bisogno del
proprio autore per essere ben spiegata; inoltre, dice
che dobbiamo scrivere le cose nell'anima, e non sul
papiro.
La vera filosofia platonica, secondo la scuola di
Tubinga, non è quella che leggiamo nei testi,
semplicemente si è persa.

Simposio:
Uno dei protagonisti è un Fedro un po' meno maturo
è un dialogo che Platone scrisse nella sua maturità,
facendo un po' accenno alle dottrine non scritte.

Trama:
È ambientato nel 416 a.C., tre giorni dopo la vittoria del
poeta Agatone (che nessuno vuole ricordare) nelle
grandi Dionisie, e il giorno prima fu fatto un simposio
con i coreuti Agatone è un poeta tragico che è
insieme ad un poeta comico, che si scopre essere
Aristofane, e un filosofo, che è Socrate; inoltre, c’è un
ragazzo di nome Apollodoro, che è un ragazzo
discepolo di Socrate da circa tre anni che pende dalle
sue labbra, ed è il classico adolescente che Socrate
riesce ad incantare molto facilmente.
Apollodoro considera tutti quanti, eccetto Socrate,
degli esseri inferiori è un personaggio un po' comico,
in quanto è quello più giovane ma anche il più
entusiasta per essere entrato in una specie di setta.

Questo dialogo inizia all’improvviso, perché


Apollodoro risponde ad una domanda posta da alcuni
amici che chiedono del Simposio del 416, tenutosi dopo
la vittoria di Agatone e nel quale fu esaltato Ἔρως.
Apollodoro non poteva partecipare al Simposio perché
era ancora troppo piccolo, e allora dice di aver saputo
com’è andata da Socrate stesso delle cose che gli erano
già state dette da un certo Glaucone (probabilmente il
fratello di Platone) e anche da un certo Aristodemo
Apollodoro, dunque, si era un po’ informato.

Il prologo iniziale è molto complesso, perché fa capire


come, per avere certezza delle cose, bisogna fare delle
indagini profonde fu necessario, infatti, che
Apollodoro dovesse chiederlo a Socrate, non potendosi
basare sul sentito dire; infatti, bisogna stare attenti a
come si riferiscono le cose e a come si riferisce la filosofia
di Platone, perché la filosofia non è qualcosa che si può
trasmettere per iscritto o a voce per sentito dire, è
qualcosa che va, in qualche modo, sentita,
approfondita e assimilata, e non superficialmente
orecchiata.
Apollodoro diventa testimone indiretto di questo
Simposio, perché lo ha chiesto a Socrate e già lo ha
raccontato ad altri, come a Glaucone stesso, che ne
aveva solo sentito dire, ma non aveva tutti i
particolari ciò che Apollodoro dice è attendibile.

Dopo la cornice, entriamo nella narrazione di secondo


grado, che è quello che Apollodoro dice di aver sentito
da Socrate e anche da Aristodemo si apre con la solita
figura di Socrate, che è un po' strano perché qui è tutto
pulito (era sporco e camminava scalzo), e indossa le
scarpe.
Socrate incontra Aristodemo per strada, invitandolo al
Simposio di Agatone quando c'era un simposio,
c'erano degli invitati ufficiali, ma era possibile invitare
qualcun altro, se si capiva che era gradito all'ospite.
Erano i cosiddetti ακλετοι (non invitati), che potevano
essere di due tipi:

 Persone gradite e alla pari degli altri invitati:


come nel caso di Aristodemo

 Persone buffe: servivano per far ridere e si


prendevano in giro

Socrate arriva al vestibolo della casa di Agatone e si


ferma, uscendo fuori da sé stesso (ἔκστασις) e
meditando nella parte finale, quando arriverà anche
Alcibiade, quest’ultimo racconterà una di quelle estasi
che ebbe al tempo della battaglia di Potidea del 432
a.C., dicendo che, essendo preso da qualche pensiero,
Socrate era rimasto fuori in piedi a meditare fino
all’alba.
Socrate rimane fuori a meditare perché ha la visione di
cosa sia Ἔρως, e, quindi, molto maleducatamente entra
solo in un secondo momento, quando il Simposio è già
iniziato Socrate entra, ed Agatone, con molta
carineria, lo accoglie e lo fa sdraiare vicino a lui, perché
dice, ironicamente, che è così sapiente che gli
trasmetterà la sapienza, per cui per Agatone (che è un
sofista), la virtù si può insegnare; tuttavia, Socrate
risponde dicendo che sarà Agatone a renderlo sapiente,
dato che lui è “un poeta così alto, così grande”.
Agatone era noto ai tempi per essere particolarmente
effeminato, poiché era un bel drag queen era uno che
si vestiva da donna e un omosessuale al cento per
cento, ed è un personaggio esagerato perché questo
senso dell'esagerazione, in questo momento, è
incarnato dal genere tragico che è proprio di Dioniso,
che è il dio dell’eccesso, dell’ebrezza e dell’ἔκστασις.
Il Simposio platonico non va sotto il segno di Dioniso,
ma sotto il segno di Apollo (ovvero della filosofia);
infatti, quando si inizieranno i discorsi, si allontaneranno
le αυλητρίδες (flautiste), poiché il flauto (che era a
lancia doppia) produceva una musica eccitante, che
incoraggiava l’erotismo e il bere allontanare le
flautiste significava allontanare l’aspetto più
trasgressivo/dionisiaco del Simposio, così come quello
che dice anche Agatone stesso (che è il simposiarca),
ossia occorre bere πρὸς ἡδονήν (a piacere).

I convitati sono:
 Fedro

 Pausania (sofista)

 Eressimaco (medico)

 Aristofane

 Agatone

 Socrate

 Alcibiade: arriverà più tardi e già ubriaco perché


porterà quella ventata di dionisismo che è stato
completamente messo da parte

Ogni personaggio farà un discorso sull'Ἔρως, cercando


di capirne la natura e dandone una lettura in una
prospettiva diversa, finché non si arriverà al discorso di
Socrate, che ci farà capire che cos’è il vero Ἔρως il
primo discorso è quello di Fedro, che molti critici
hanno ritenuto sciocco, banale ed infantile, ma non
hanno capito niente; infatti, ogni personaggio incarna
una maschera di qualcosa, e Fedro, ad esempio, è come
un intellettuale, che vive per la buona letteratura e la
retorica, essendo convinto che essa deve offrire la δόξα
(opinione) e che deve πείθειν (persuadere).
Insomma, è il classico letterato sensibile ed
intelligente, ma digiuno di filosofia, dato che cita i
discorsi altrui; dunque, non è originale, ma non ci
possiamo aspettare questo perché è un ragazzino
l’argomento attorno a cui si ruota è la definizione di
Ἔρως, e su questo intervengono i protagonisti.

Discorso di Fedro:
Per primo c’è Fedro, che dà una definizione di Ἔρως
tradizionale poiché la sua cultura è letteraria, e,
quindi, fa citazioni letterarie degli autori più
importanti definisce Ἔρως come μέγας (grande),
θαυμαστός (eccezionale) e πρεσβύτατος (più antico-
cita Esiodo-), e come dio antichissimo è il più
prezioso, perché fa incontrare persone meritevoli;
infatti, l’ἐραστής (amante adulto) e l’ἐρώμενος
(amato) sono entrambe persone degne che l’Ἔρως
eleva.
Fedro coglie anche l’aspetto sociologico dell’Ἔρως, in
quanto dice che, se ogni esercito fosse costituito da
amanti, sarebbe un esercito invincibile, poiché né
l’ἐραστής né l’ἐρώμενος si farebbero vedere vili
dall’amante, perché hanno paura della αἰσχύνη
(vergogna che gli altri ci fanno provare); inoltre, l’Ἔρως
è colui che ci porta a ὑπεραποθνῄσκειν (morire per
qualcun altro), che ha, ad esempio, Alcesti, giovane
donna che si sacrifica per il marito Admeto, poiché i
genitori non avevano voluto farlo Fedro, invece, non
ama Orfeo, perché è vero che va nell’Ade a recuperare
Euridice, ma non ci riesce perché non dà la vita per lei.
Il sacrificio più grande però lo fa Achille, e Fedro
(Platone) fa una critica ad Eschilo, che nella tragedia
perduta Mirmidoni aveva detto che Achille era
l’amante mentre Patroclo era l’amato, ma lui dice il
contrario poiché Patroclo è più grande Achille è
morto per vendicare Patroclo, ed è più grande perché è
l’ἐρώμενος che ama di più l’ἐραστής.

Discorso di Pausania:

Traduzione 180d-182a:

[180d-e] Tutti infatti sappiamo che non c’è Afrodite senza


Eros. E se dunque fosse unica, uno sarebbe Eros; poiché
sono due, è necessario che ci siano anche due Eros. E
come potrebbero non essere due dee? Una è più antica e
non ha madre, figlia di Urano, che soprannominiamo
dunque Urania; l’altra è più giovane, (figlia) di Zeus e
Dione, [e] che chiamiamo Pandemia. È necessario allora
che anche l’Amore che si accompagna con l’una noi
giustamente lo chiamiamo Volgare, l’altro Celeste. [181a-
182a] Dunque quello di Afrodite volgare è realmente
volgare [b] e fa qualsiasi cosa capiti; e questo è quello che
i mediocri tra gli uomini amano. Le persone tali amano non
meno le donne dei fanciulli, poi di quelli che anche amano i
corpi più delle anime, poi quanto più storpi possibile,
mirando solo all’ottenere, ma trascurando l’ottenere beni o
no; perciò, accade loro di fare questo, qualsiasi cosa capiti,
ugualmente il bene ugualmente il contrario. Infatti (Eros)
deriva anche dalla dea [c] che è molto più giovane
dell’altra, e che partecipa nella nascita della femmina e del
maschio. L’uno (è) di Urania che in primo luogo non
partecipa della femmina ma solo del maschio - e questo è
l’amore dei fanciulli - che poi è più vecchia, ed è priva di
Ubris; perciò, si volgono verso il maschio quelli ispirati da
questo amore, amando ciò che ha più forza per natura e
più senno. E uno potrebbe riconoscere anche nell’amore
stesso dei ragazzi coloro che sono spinti sicuramente [d]
da questo amore; infatti, non amano i fanciulli, ma una
volta che iniziano già ad avere senno, e questo si unisce al
mettere la barba. A mio avviso, infatti, coloro che iniziano
da allora ad amare sono disposti (ad amare) pensando che
staranno insieme per tutta la vita e che vivranno insieme in
comune, ma che non sono disposti ad andarsene, correndo
dietro ad un altro, avendo ingannato e seducendolo in
quanto giovane nella sua ingenuità, prendendolo in giro.
Sarebbe stato necessario che ci fosse anche l’usanza di
non amare [e] fanciulli, affinché un grande impegno non
fosse speso per una cosa incerta; è incerto a quale punto di
vizio e di virtù sull' anima e sul corpo vada a finire la mira
sui fanciulli. Dunque, i virtuosi si impongono da soli per sé
volontariamente questa norma, ma sarebbe stato
necessario costringere inoltre anche questi amanti volgari
a tali cose, come anche costringiamo loro per [182] [a]
quanto possiamo a non amare le donne libere. Questi sono
i fatti quelli che hanno fatto anche il biasimo, sicché alcuni
osano dire che è vergognoso compiacere gli amanti; lo
dicono guardando ad essi, vedendo la loro inopportunità e
ingiustizia, poiché qualsivoglia cosa se fatta certamente
con disciplina secondo la norma non potrebbe portare
giustamente biasimo.

Dopo il discorso di Fedro, c’è il discorso di Pausania,


che è un uomo politico, sofista ed esponente della
società bene ateniese che si fa portavoce della
concezione dell’omosessualità nel mondo ateniese,
cercando di nobilitarla dice che il vero Ἔρως dona
virtù e sapienza, attraverso il rapporto che si deve
creare tra l’ἐραστής e l’ἐρώμενος.
Pausania fa una distinzione in quanto relativista, e i
relativisti/sofisti pensavano che nessuna cosa in sé
fosse buona o cattiva, ma dipendeva da come la si
faceva (a seconda di come si pratica l’omosessualità ne
cambia la valutazione), distinguendo tra:

 Afrodite celeste

 Afrodite volgare (pandemia)

Discendono un Ἔρως celeste e uno volgare, dicendo che


l’Afrodite celeste è il lato positivo ed è quel tipo di
omosessualità tra maschi che sono più forti e
intelligenti delle donne, e che, quindi, riescono a creare
una comunità di spirito elevata; infatti, l’Afrodite
celeste è figlia di Urano, ossia di un uomo non
contaminato con la donna.
L’Afrodite volgare, invece, è figlia di Zeus e Dione, e,
quindi, è l’amore fisico anche tra uomo e donna, che è
inferiore perché puramente fisico l’amore che si
celebra con il patrocinio di Afrodite ed Ἔρως volgare è
omo o eterosessuale, ma basso perché fisico, e
Pausania lo rifiuta; inoltre, Pausania rifiuta anche la
pederastia (ovvero la pedofilia), dicendo che ci sono
alcuni che infamano l’omosessualità perché cercano i
bambini, e la contesta perché era una pratica.
Platone dice che l’omosessualità tra adulti è παρά τήν
φύσιν (contro la natura), poiché non genera.

Afrodite celeste è un rapporto che si crea tra l’ἐραστής


e l’ἐρώμενος, che ha come fine non il piacere, ma la
trasmissione della cultura e delle virtù, in cui il sesso,
se c’è, è accessorio, ed è nobilitato poiché funzionale a
trasmettere la sapienza e creare intimità che consenta
questa trasmissione; quindi, in questo caso, l’ἐρώμενος
può essere più grande e avere la barba c’è un codice
di comportamento secondo cui l’ἐρώμενος deve
manifestare ritrosia, e c’è un rituale secondo cui deve
essere corteggiato e deve dire di no, dato che è
inaccettabile che l’ἐρώμενος si proponga.
L’omosessualità è accettata solo se segue determinate
regole, e questa è la posizione ufficiale dell’élite
Pausania giustifica questa pratica, ma la realtà era
l’Afrodite volgare.

Discorso di Eressimaco:
Il terzo discorso è quello del medico Eressimaco, che
crede che Ἔρως sia una forza cosmica che fa incontrare
i contrari e li armonizza gli antichi pensavano che la
ὑγίεια (salute) fosse data dalla κρᾶσις (mescolanza) di
quattro elementi, che sono:

 Sangue

 Flegma

 Bile gialla

 Bile nera (µέλαινα χολή -malinconia-)

Ἔρως è l’elemento che mi consente di contemperare


questi elementi, dato che c’è un Ἔρως buono e uno
cattivo che va corretto.
Il discorso di Eressimaco è preceduto da un
siparietto alla destra di Pausania c’è Aristofane, che,
quando parla, inizia a singhiozzare e starnutire perché è
un comico che deve far ridere, e, inoltre, lui è portavoce
della poesia comica, per cui Platone vuole farlo parlare
prima di Agatone in quanto poeta tragico; infatti, c’è la
tesi (=Aristofane), l’antitesi (=Agatone) e Platone
che è la sintesi, che serve per arrivare a scoprire che il
vero poeta è Platone.

[Link: Hegel]

Discorso di Aristofane:

Traduzione 189e-190c:

[189e-190c] All’inizio, infatti, erano tre le stirpi quelle


degli uomini, non come ora due, maschio e femmina, [e]
ma anche si aggiungeva un terzo che era comune a
entrambi questi, di cui ora è rimasto il nome, mentre esso
stesso è scomparso; infatti, allora c’era una cosa sola
(l’androgino) sia nell’aspetto che nel nome da entrambi
comune al maschio e alla femmina, e ora non c’è se non
rimasto il nome nel biasimo (il termine androgino è
rimasto, ma come insulto; infatti, il paradosso è che
l’androgino sarebbe l’eterosessuale). Poi era l’aspetto
intero di ciascun uomo rotondo, con dorso e fianchi a forma
di cerchio, aveva quattro mani, e gambe altrettanto delle
mani, e due volti su un collo arrotondato, [190] [a]
completamente uguale; poi una sola testa per entrambi i
volti che giacché giacciono opposti, e quattro orecchie, e
due genitali, e tutto il resto come uno potrebbe
immaginare da ciò. […] Ed erano per questo tre [b] i sessi,
poiché c’era il maschio discendente del sole all’inizio, la
femmina della terra, e quello che partecipa di entrambi
della luna, poiché anche la luna partecipa di entrambi;
erano anche essi stessi rotondi ed era sferico il loro modo
di procedere a causa dell’essere simili ai genitori. Erano
dunque terribili del vigore e della forza, e avevano pensieri
superbi, e assalirono gli dèi, e ciò che dice Omero su Efialte
e Oto, si dice su di loro, ovvero il fatto che tentarono di fare
un assalto al Cielo, [c] con l’intenzione di assalire gli dèi.

Quello di Aristofane è uno dei discorsi più famosi, dove


definisce Ἔρως come nostalgia dell’unità e parla del
mito dell’androgino prima eravamo delle palle, e
questi interi potevano essere fatti da due parti maschili
e due femminili, oppure un uomo o una donna, ma poi
gli uomini, siccome si sentivano molto potenti, hanno
cercato di scalare l’Olimpo, e Zeus, dunque, li ha puniti
dividendoli a metà; in poche parole, quelli che erano due
uomini o due donne saranno omosessuali, mentre gli
androgini sarebbero gli eterosessuali.
Aristofane deve far ridere perché poeta comico, ma
dietro questo riso c’è, in realtà, la dottrina non scritta
di Platone, che era stato deluso per quello che pensava;
quindi, mette questa dottrina non scritta in forma
comica affinché rida di quelli che non la capiscono.
Quello che dice Aristofane coglie, in parte, quello che
dice Platone, ma essendo un poeta comico non capisce
fino in fondo filosoficamente quello che Platone dice, e
intuisce una verità che sarà spiegata dalla sacerdotessa
Diotima così finisce il discorso di Aristofane, che viene
seguito dal discorso di Agatone.
Discorso di Agatone:
Agatone è un poeta tragico che aveva vinto gli agoni
nel 416, e faceva un tipo di tragedia molto diversa da
quella che conosciamo noi, in quanto compose una
tragedia molto pomposa e magniloquente; infatti, era
allievo di Gorgia, che amava gli elogi, e, quindi, nelle
sue tragedie c’erano molti elogi e anche molte
metafore era anche famoso perché anche Aristofane
lo colloca in una delle sue commedie, ossia
Tesmoforiazuse, che è una commedia in cui Euripide e
un altro di nome Mnesiloco si infiltrano in una festa di
sole donne, perché Euripide aveva saputo che le donne,
di cui aveva parlato male, volevano vendicarsi allora
Euripide voleva sapere che cosa volessero fare queste
donne ateniesi.
Le Tesmoforiazuse erano delle feste in onore di
Demetra, in cui potevano partecipare solo donne, e,
dunque, Euripide vuole infiltrarsi, ma non poteva
infiltrarsi da uomo la prima cosa che pensa di fare è di
chiedere ad Agatone di infiltrarsi, perché tanto non c'è
differenza tra le donne e quest'ultimo, poiché era
molto effeminato, si vestiva da donna, aveva la voce
da donna e aveva la pelle bianca.
C’è un aggettivo che viene attribuito ad Agatone in
questa commedia di Aristofane, che è ἁπαλός (tenero,
delicato), aggettivo positivo, ma, in questo caso,
usato un po’ scherzosamente.

Agatone fa un discorso molto narcisistico, dicendo che


Ἔρως è il bello, è colui che ha caratteri che, in realtà,
sono i caratteri che Agatone attribuisce a sé stesso.
Agatone dice che Ἔρως sia:
 Un dio giovane, perché l’amore scoppia tra i
giovani e la pace tra gli dèi c’è nella generazione di
Zeus, non di Urano, smentendo ciò che dice Fedro

 È ἁπαλός (tenero), poiché si insinua nel cuore

 È flessuoso, entra nei meandri dell’anima, esce ed


entra velocemente, è leggiadro e il suo colore è
bello, perché si posa su ciò che è in fiore (giovani) e
non sfiorito

 Ha tutte le virtù, ha giustizia perché non costringe


nessuno, ognuno ama spontaneamente, non
opera con violenza ed è temperante perché Ἔρως è
più forte degli altri piaceri; quindi, li domina e li
rende più temperati, ed è forte perché domina
anche Ares, che è il dio più forte e più sapiente.

Agatone dice che Ἔρως è ispiratore di poesia, e


solo se si è toccati da esso si produce grande arte
in Ἔρως, Agatone elogia sé stesso

Discorso di Socrate/Diotima:
Il metodo di Socrate è confutatorio, ovvero con l'ironia
demolisce l’opinione altrui, per cui, dopo aver sentito il
discorso degli altri, dovrebbe demolirli, ma questo
sarebbe andato contro il clima armonioso del Simposio;
quindi, si limita a demolire solamente il discorso di
Agatone di conseguenza, Socrate costituisce un
momento di purificazione dalle cattive opinioni (se ne
vuole andare, rimane solo se può dire la verità),
lasciando poi la parola alla sacerdotessa Diotima (che è
inventata), e, quindi, è come se Socrate assumesse il
ruolo di Agatone, mentre Diotima di Socrate stesso.

C'è una fase iniziale in cui Socrate inizia a chiamare i


piccoli misteri, che parlano della natura di Ἔρως,
seguita dalla fase conclusiva che è quella dei grandi
misteri, in cui spiega che Ἔρως è ciò che ci porta alla
contemplazione del bello ci invita a fare un discorso
religioso già iniziato, quando, all’inizio del Simposio,
Socrate si era fermato sull’atrio e aveva avuto una
visione che qui racconta; inoltre, Socrate confuta il
discorso di Agatone, secondo cui Ἔρως è il bello,
ovvero si incarna nell’amato, ma Socrate dice che il
termine Ἔρως (desiderio), da solo, non significa nulla,
perché il desiderio è sempre desiderio di qualcosa.

[Link: Schopenhauer]

Socrate arriva alla conclusione che Ἔρως non è


l'amato, bensì l'amante (per cui è una persona che
cerca), per poi passare la parola a Diotima Diotima
dice che Ἔρως è un essere intermedio tra varie realtà,
poiché:

 Non è né bello né buono: altrimenti non


ricercherebbe la bellezza e il bene

 Non è né brutto né cattivo: altrimenti non


andrebbe a ricercare il bene, essendo qualcosa di
intermedio come quella che lui chiama ορθή δόξα
(retta opinione), ossia quando uno dice la verità ma
non sa il perché; quindi, non è una conoscenza,
bensì un’intuizione

Il fatto che Ἔρως sia intermedio viene sviluppato da


Platone in due sensi:

 In senso verticale: perché Ἔρως è un demone


intermedio tra il mondo fisico e il mondo
metafisico (Iperuranio), ossia è quello che
consente a noi, che siamo imprigionati nel corpo, di
elevarci saliamo dei gradini che ci portano verso il
sublime, ovvero verso il bene (bene e bello sono,
per Platone, idea suprema).
Per Platone, il bene è verità, mentre il male è
divisione è il nucleo delle dottrine non scritte,
Platone sostiene che bene e male coincidano con
l’unità, mentre il male soltanto con la divisione;
insomma, l’Ἔρως è ciò che unisce, è una coppia
mundi tra il mondo terreno e l’Iperuranio

 In senso orizzontale: Ἔρως connette e armonizza


anche in questo senso, dato che unisce gli opposti,
riunisce in sé caratteri contrari e fa da mediatore
tra questi caratteri; dunque, è sintesi di due forze
opposte, è un demone mediatore, colui che porta
agli dèi le cose che provengono dagli uomini e
viceversa

Traduzione 203b-e:
[203b-e] Quando, infatti, nacque Afrodite, gli dèi e gli altri
e Poros figlio di Meti banchettavano. Dopo che ebbero
finito di mangiare (aoristo egressivo: esprime la
puntualità, indica che l’azione è al suo termine),
Penia giunse per mendicare poiché c’era una festa
(causale oggettivo), ed era presso le porte. Dunque,
Poros essendosi ubriacato di nettare- infatti, ancora c’era il
vino- entrato nel giardino di Zeus appesantito dormiva. E,
dunque, Penia tramando di fare un figlio da Poros a causa
della sua indigenza, si sdraia [c] accanto a lui e rimase
incinta di Eros. Perciò, Eros è diventato anche seguace e
servo di Afrodite (in questa versione, diversa da
Apollonio Rodio, Eros non è figlio di Afrodite- come
in Pollon-; infatti, vedremo che, nella vulgata,
Afrodite è madre di Eros, che è molto discolo,
mentre Afrodite è una madre preoccupatissima
perché suo figlio fa le peggio cose ed è un bambino
da prendere a schiaffi), essendo stato generato nei
giorni della nascita di quella (Eros è nato il giorno della
festa per Afrodite), e nello stesso tempo essendo
amante per natura del bello poiché anche Afrodite è bella.
Poiché, dunque, Eros era figlio di Poros e Penia si è trovato
in tale circostanza. In primo luogo, è sempre povero, e
manca molto dall’essere delicato e bello (frecciatina ad
Agatone), come i più pensano, ma è duro [d] e alto e
scalzo e senza casa, essendo sempre sdraiato a terra e
senza coperte, giacendo a cielo aperto presso le porte delle
strade, avendo la natura della madre, sempre convivente
con i bisogni. D’altra parte, secondo il padre (κατά più
accusativo) è insidiatore dei belli e dei buoni, essendo
coraggioso e impetuoso e vigoroso, terribile cacciatore, che
intreccia sempre alcune trame, e desideratore di sapienza
e ricco di risorse, che filosofa per tutta la vita, terribile
(=capace) di ingannatore e avvelenatore (in senso
buono) e sofista; e né come immortale, [e] e né come
mortale (è un essere intermedio), ma ora nello stesso
giorno sfiorisce e vive, quando sia ricco di espedienti, ora
muore, ma di nuovo torna alla vita per la natura del padre,
ma ciò che si procura sempre scorre via, sicché Eros non è
né ricco né povero, ma è in mezzo tra sapienza e
ignoranza.

Subito dopo, Diotima racconta che Ἔρως è figlio di


Πόρος (ricchezza) e Πενία (povertà), e ha caratteri
d’uno dell’altra ha dalla madre la povertà, mentre dal
padre ha la capacità di trovare ciò che ricerca, ovvero
ha energia per colmare la povertà; quindi, Ἔρως è
filosofo, perché è colui che ama la sapienza, che può
essere posseduta solo dal Dio
Ἔρως è l’energia che abbiamo di ricercare, il sentirsi
poveri e il voler riempire questa povertà, è a metà tra
σοφία (sapienza) e ἀμαθία (ignoranza), non è mai del
tutto ignorante né del tutto sapiente se Ἔρως è
filosofo, allora è Socrate che è il ricercatore del bene e
del bello, ma perché si ricerca bene e bello?
Perché dobbiamo avere questo impulso verso la
bellezza e la felicità, dato che la ricerca della felicità
passa per Ἔρως Diotima dice che essere felici vuol
dire cercare l’immortalità, la nostra felicità ha un
limite, la vera εὐδαιμονία (felicità) si può avere solo ed
esclusivamente se si riesce a superare la nostra vita
umana limitata.
Ἔρως suscita questo desiderio di immortalità, che si
traduce in vari modi, dato che suscita l’unione di due
persone, che porta alla creazione di un nuovo
individuo, e, infatti, nella creazione dei figli è visto un
prolungamento della vita umana, per cui è la prima
forma di immortalità, la felicità è creare la
procreazione è qualsiasi cosa bella io produca, non è
solo il sesso che determina la nascita di un bambino, ma
la tendenza ad avere un bene, e, quindi, a generare
bellezza.

Ex: i veri governanti sono quelli che producono giustizia


e temperanza, virtù che rendono bene gli Stati; inoltre,
Platone cita Omero ed Esiodo, che hanno generato
opere in questa visione, ed anche Licurgo, che ha
generato delle città immortali.

Questi sono i piccoli misteri che cos’è Ἔρως? Una


ricerca del bello e del bene nella visione
dell’immortalità.

Da ultimo, Diotima si addentra nella scala di Ἔρως, che


è un arrivo graduale la bellezza è un fatto fisico ed è
il punto di partenza.

Traduzione 211b-d:

[211b-d] Qualora uno a partire da questo a causa


dell’amare rettamente i fanciulli salendo inizia a vedere il
bello in sé, quasi potrebbe raggiungere in qualche modo il
suo fine. Questo è, infatti, l’andare rettamente verso [c] le
cose erotiche o essere guidato da un altro, iniziando da
queste cose belle per il bello in sé sempre salire, come
servendosi di gradini, da uno verso due e da due verso tutti
i corpi belli, e dai bei corpi verso le belle attività (salta il
gradino dell’anima), e dalle attività verso le belle
scienze, e dalle scienze arrivare fino in cima a quella
conoscenza, che è il nient’altro se non conoscenza di quel
bello in sé, e infine conoscere proprio ciò che è [d] bello.
Caro Socrate, disse la straniera di Mantinea, in questo
luogo della vita, se mai appunto anche altrove, è degno di
essere vissuto per l’uomo, quando contempla il bello in sé.

Il κάλλος (bellezza dell’amato) suscita il desiderio, dal


κάλλος devo passare a desiderare la ψυχή (anima) di
una persona, l’anima poi produce επιτηδεύματα
(comportamenti), che sono belli, e di questi produce
μαθήματα (conoscenze) superati questi quattro
gradini, si arriva all'αυτό τό καλόν (bello in sé, si
arriva all’idea del bello), che è un percorso graduale
che culmina nel mondo delle idee, dove si contempla
l’idea più grande, che è l’unità.

Discorso di Alcibiade:
Dopo questo discorso, entra Alcibiade, che inizia a fare
un elogio di Ἔρως in quanto totale, ma anche un elogio
di Socrate, e abbiamo un’idea che la figura di Socrate
possa essere paragonata ad un Sileno e persino a
Marzia, che sfidò Apollo con il flauto, peccando di
ὕβρις Apollo vincerà e poi scorticherà Marzia vivo.
Perché Socrate viene paragonato a Marzia? Perché
Marzia è l’emblema di colui che affascina attraverso la
musica, e, quindi, come Marzia affascina attraverso la
musica, Socrate affascina attraverso il λόγος.

Alcibiade dice che, quando sente Socrate, gli si batte il


cuore e gli vengono le lacrime, emozionandosi e,
inoltre, provando vergogna perché le parole di Socrate
lo inciterebbero a dare l’anima; invece, Alcibiade cura
più le cose del corpo e gli affari politici piuttosto che
l’anima da ciò, nasce questo rapporto di amore e odio
per Socrate da Alcibiade.
Infatti, Socrate è un ἐραστής, anche lui ricerca i belli,
ma non è interessato al sesso dei belli o alla carne,
peccato che Alcibiade non ci arriva a capire ciò, e, nei
confronti di Socrate, assume quell’atteggiamento
descritto da Pausania, ovvero che l’omosessualità è
lecita quando c’è uno scambio di virtù e sapienza
Alcibiade allora afferma che ha sempre voluto concedere
i suoi favori a Socrate, perché sperava che
quest’ultimo gli concedesse la sua conoscenza e la sua
virtù; invece, Socrate rimane indifferente, e, allora,
Alcibiade racconta i trucchi che ha messo in atto per
poter sedurre Socrate, ma la sua seduzione è fisica.
Ad esempio, Alcibiade aveva invitato Socrate a fare la
lotta, per cui un contatto fisico con il corpo ignudo,
che, naturalmente, poteva preludere ad altre
acrobazie; oppure, Alcibiade lo invita a cena, ma
Socrate non ci va una prima volta, mentre una
seconda volta sì, e, addirittura, si sdraiano vicino, ma
non accade nulla.

Alcibiade pensava che Socrate fosse l’unico degno di


diventare suo amante, e, infatti, per lui nulla è più
importante di diventare, quant’è possibile, migliore
questo è l’obiettivo di Alcibiade, ma non essendo
filosofo non capisce che non si raggiunge attraverso il
sesso, rimanendo ad un livello più basso, non andando
oltre il primo gradino della scala di Ἔρως, poiché ritiene
di poter scambiare la sua bellezza fisica con la
sapienza di Socrate, ma non funziona così.
Socrate risponde dicendo che Alcibiade sia un uomo non
da poco, se ciò che dice di lui è vero, e se in Socrate c’è
una forza per la quale Alcibiade potrebbe diventare
migliore, vede in Socrate una bellezza straordinaria e
diversa rispetto a quella fisica che ha lui Alcibiade
pensa di guadagnare la verità del bello in cambio
dell’apparenza del bello, e di poter scambiare armi
d’oro con armi di bronzo (cita l’Iliade di Omero);
infatti, Socrate dice che Alcibiade gli vuole dare la
bellezza fisica, che però non vale niente, pretendendo in
cambio la bellezza dell’anima, peccato che sia uno
scambio non alla pari, non essendo bellezza fisica in
cambio di bellezza fisica.
Alla fine, continua questo rapporto di seduzione, dove
Alcibiade lo avvolge nel suo mantello, ma Socrate
rimane assolutamente indifferente, sebbene Alcibiade
gli dica che avesse fatto ciò per lui, ma Socrate disprezzò
il fiore della sua giovinezza, nel quale Alcibiade credeva
di valere Alcibiade dopo esalta la temperanza di
Socrate, la capacità di resistere fisicamente alla fame
e alla sete e, infine, la capacità di non ubriacarsi;
infatti, il vino, che dovrebbe essere protagonista, passa
in secondo piano.
Inoltre, racconta il coraggio di Socrate in guerra, che lo
porta alla battaglia di Potidea del 432 a.C., dove salva
Alcibiade stesso, e Socrate non volle essere premiato,
anzi volle che il premio fosse dato ad Alcibiade con
grande generosità.
Quando ci fu la ritirata di Delo (otto anni dopo),
Socrate si ritirò gradualmente con molta temperanza,
senza fuggire, per cui è un unicum, e ha la
caratteristica di essere un uomo demonico, e qui
Alcibiade intuisce forse qualcosa in più, ovvero che
Socrate è un essere filosofico ed intermedio tra la
carne e lo spirito; infatti, è come Ἔρως, che è un
demone intermediario Socrate è anche un essere
ingannatore, perché i suoi discorsi sono
apparentemente in un modo, ma poi si rivelano essere
quei discorsi che elevano l’anima, ed Alcibiade
evidenzia che Socrate sembra esteriormente brutto,
ma dentro è un essere divino.
Il senso del discorso di Alcibiade è che arriva a dire che
solo apparentemente è l’ἐραστής, ma, in realtà, è la
persona desiderata, con Socrate che, paradossalmente,
diventa l’amante l’epilogo è che Socrate sta al gioco,
ed invita Alcibiade a stendersi anche lui vicino, ma
Socrate dopo si mette vicino ad Agatone, suscitando la
gelosia di Alcibiade e per poter fare un elogio di
Agatone; tuttavia, succede che arrivano degli altri
ubriachi, che sfondano la porta e iniziano a fare una
grande baldoria, per cui inizia una bevuta molto
pesante, un κῶμος per poi, alla fine, assopirsi tutti
quanti, con solamente Aristofane, Agatone e Socrate
che rimangono svegli fino ad un certo punto.
Il motivo per cui rimangono svegli solamente loro tre è
che uno è un poeta comico (Aristofane), l’altro è un
poeta tragico (Agatone) e, infine, l’altro è il filosofo
(Socrate/Platone) la conclusione arriva quando
Socrate discute con loro un po’ assonnati, mentre
Aristodemo diceva di non ricordarsi più i discorsi che
facevano perché non li aveva seguiti dal principio, ma
l’essenziale era che Socrate costringeva gli altri due a
dire che è proprio dello stesso uomo comporre
commedie e tragedie, e chi è poeta tragico, grazie
alla τέχνη (arte), è anche poeta comico; insomma, ciò
significa che il vero poeta è il filosofo, non chi scrive
solamente un genere letterario.
Infatti, nell’età ellenistica, ci sarà questa idea della
pluralità dei generi letterari, e ci sarà un ribaltamento
della poetica (cfr. ..\Greco IIID (Letteratura)\Età
[Link]) mentre fino a questo periodo
ognuno si specializzava in qualcosa, poi si passerà
all’idea che tutti possono comporre tutto, che è un
discorso un po’ diverso.

Perché il vero poeta è il filosofo? Perché il filosofo sa la


verità, perché il vero poeta, per arte, è quello del
vero, e la verità ingloba la tragedia e la commedia;
infatti, la nostra vita è fatta di dolore, ma anche di
gioia la vera poesia è la filosofia, perché essa si può
manifestare nella dimensione del tragico (basta
ripensare al Critone e al Fedone, che parlano della
morte e della μεταβολή di Socrate) e in quella del
comico (basta ripensare proprio al Simposio, quando
Aristofane singhiozza e parla del mito dell’Androgino,
oppure allo Ione, il cui protagonista è un personaggio
insulso e vanaglorioso).
Platone era convinto che la vera arte era quella che
stesse realizzando, ossia l’arte filosofica, per cui è una
poesia fondata sul vero noi forse non ci potremmo
spiegare, ad esempio, Lucrezio senza filosofia, che ha
reso la poesia quello che è filosofia, perché per lui la
vera poesia è la verità (ossia la luce candida).

Alla fine, questo è un dialogo nel quale a trionfare non è


Dioniso, dio della tragedia e della commedia, bensì è
Apollo all’inizio c’è, ovviamente, Dioniso, dato che
Agatone ha vinto gli agoni ed il Simposio si fa proprio
per lui, e la gente aveva già bevuto tre giorni prima,
non essendo, dunque, più sobri; insomma, ci sono gli
elementi dionisiaci, che però vengono superati, in
qualche modo, dalla dimensione apollonica, che è la
dimensione dell’ordine, della verità e dell’ἐπιστήμη.

[Link: Apollineo e dionisiaco in Nietzsche]

By Edo, Ely, Dori e IIID A.S. 2022-2023

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