Demostene
Vita
Demostene nasce ad Atene nel 384 a.C. E’ figlio di un commerciante e di una donna scita, Cleobule. A sette
anni, dopo aver perso il padre, viene affidato a tutori che ne curano l’educazione e amministrano il
patrimonio, dilapidandolo. La prima causa di Demostene è contro i suoi tutori e il successo ottenuto lo
spinge ad intraprendere la carriera di logografo. Riappropriatosi del patrimonio paterno, sostiene la
trierarchia, circostanza in cui pronuncia la sua prima orazione assembleare per chiedere di ottenere la corona
civica. In seguito alla perdita della supremazia ateniese sul mare, Demostene di schiera con Eubulo ed è in
questi anni che si collocano i discorsi politici dell’oratore. L’attivismo interventista è uno dei tratti della
politica dell’oratore. Filippo II di Macedonia mostra un interesse per la Grecia e Demostene pronuncia le
prime orazioni ostili alla politica macedone in cui ricerca anche un’alleanza con la Persia. In un passo
dell’Olintica Demostene sostiene che ognuno in guerra ha un ruolo: i ricchi difendono i loro beni
trascorrendo il resto della guerra in tranquillità; i giovani combattono mentre gli oratori hanno un ruolo
determinante occupandosi del dibattito politico. Nel 346 a.C. Demostene partecipa alla stipula del trattato di
non belligeranza tra Greci e Macedoni ovvero la pace di Filocrate (Atene non è pronta ad uno scontro).
Sono anni di intensi contatti tra Atene e Macedonia e Filippo cerca di stabilizzare i rapporti con la città.
Demostene è impegnato in uno scontro con il filomacedone Eschine, che accusa di essere contro la libertà di
Atene. Gli sforzi di Demostene si concretizzano nell’alleanza di Atene con Beoti, Corinzi e Achei che nel
338 a.C. affronta Filippo a Cheronea e viene sconfitta. Eschine accusa il suo avversario, andando incontro
alla proposta di concedergli una corona onorifica. Filippo di Macedonia muore nel 336 a.C. e lascia il trono
ad Alessandro. Il tesoriere di quest’ultimo sottrae il tesoro del re e fugge ad Atene. Demostene propone di
non riconsegnare l’uomo e nascondere il denaro. Arpalo riesce a fuggire da Atene ma la metà del bottino è
sparita. Demostene è accusato di corruzione, condannato ad una multa ed imprigionato perché non in grado
di pagarla. Dopo la morte di Alessandro nel 323 a.C. Atene si ribella ma la rivolta è sedata dai Macedoni che
condannano a morte Demostene. Per evitare la condanna, l’oratore si rifugia nell’isola di Calauria, dove,
sotto il dominio macedone di Antipatro, si uccide nel 322 a.C.
Demostene riprende le motivazioni di Isocrate e vuole che le poleis resistano ai Macedoni: invita i cittadini a
prendere delle posizioni, li educa al valore, ai ricordi del passato (valore paideutico, è come se affiancasse la
tragedia e la commedia nell’educazione del cittadino). Nel V secolo a.C. la tragedia e la commedia cedono il
passo all’oratoria che ha funzione educativa ed espositiva (espositio, argumentatio e peroratio). Scrive
quattro Filippiche contro Filippo II di Macedonia (titolo ripreso da Cicerone nelle Filippiche contro Marco
Antonio).
La produzione oratoria
Il corpus demostenico, alla cui formazione ha partecipato anche il nipote Democare, comprende 61 orazioni:
42 discorsi giudiziari, 17 demegorie e 2 orazioni epidittiche. A queste si aggiungono 56 Proemi e 6 epistole.
La critica filologica ha dimostrato che circa 20 dei 61 discorsi sono spuri e attribuibili ad altri oratori, mentre
tutte le altre orazioni sono autentiche. Sono dubbie anche 2 delle 6 epistole nonché l’Erotico, elogio di un
giovane amato.
Le orazioni più antiche sono le 3 orazioni Contro Afobo e le 2 Contro Onetore, pronunciate da Demostene
contro i suoi tutori, di poco successivi sono i primi discorsi giudiziari e le prime orazioni di argomento
politico. Del 351 a.C. è la Filippica I, nella quale l’oratore solleva le inerti coscienze ateniesi contro Filippo;
a questa fanno seguito nel 349 a.C. le tre Olintiche, invocanti l’intervento ateniese in soccorso della penisola
calcidica. Dopo la pace di Filocrate Demostene compone il discorso Sulla pace. Del 343 a.C. è la Filippica
II contro Filippo ma anche Eschine a cui, nello stesso anno, Demostene scrive Sulla corrotta ambasceria. A
favore di una politica estera ateniese più decisa sono l’orazione Sui fatti del chersoneso e la Filippica III,
pronunciate nel 341 a.C. Nello stesso anno gli studiosi datano la Filippica IV ma non si è sicuri. Dopo la
sconfitta di Cheronea, Demostene scrive l’Epitafio in onore dei morti. L’ultima orazione che è possibile
datare risale al 330 a.C. ed è Sulla corona, un’arringa che risponde alla Contro Ctesifonte di Eschine.
Demostene ottiene il consenso dei giudici. L’intera produzione di Demostene è contraddistinta da una sola
incrollabile convinzione: contrastare l’avanzata di Filippo II per salvare la libertà di Atene e della Grecia
tutta. Mentre Isocrate muta atteggiamento essendo prima favorevole all’interventismo nel Panegirico e poi
contrario nell’orazione Sulla pace, Demostene rimane sempre fedele alle proprie idee. La disfatta di Atene è
attribuita ai disegni della τύχη in quanto Demostene non ammette il fallimento della propria strategia.
La posizione politica
Demostene identifica in Filippo il nemico dell’indipendenza della Grecia. I maggiori punti di forza del
sovrano sono la grande ricchezza e l’eccellente tattica militare. A differenza di Isocrate, che esorta Atene a
guidare una coalizione antipersiana, Demostene comprende che il pericolo non è più la Persia ma il regno di
Macedonia. Anche Demostene ricorre alle solite argomentazioni per esortare i concittadini all’azione,
facendo riferimento alla gloria del passato della città come elemento coesivo. In politica interna Demostene
difende i ceti possidenti. A differenza di quanto accadeva prima, i membri dei ceti elevati scendono
direttamente nell’agone politico e, con strumenti tra cui la parola, tentano di conservare la supremazia.
“L’atelier dell’oratore”
Nell’Atene di Demostene vi erano dibattiti senza fine; i termini “politico” e “oratore” sono espressi dalla
medesima parola, ovvero ρήτωρ, colui che prende la parola durante l’assemblea. A seconda della capacità
dialettica quest’ultimo ottiene un consenso più o meno esteso. I ρήτωρες non possono imporre le proprie
idee, ma possono convincere tramite il dibattito e la persuasione.
L’opera di Demostene è caratterizzata da un’alta qualità compositiva e ricca di corrispondenze nei costrutti
sintattici, le quali fanno presupporre una composizione scritta precedente alla fase orale. I discorsi di
Demostene vanno incontro a diversi stadi di elaborazione: gli appunti pronti per l’uso, le orazioni soltanto
abbozzate, testi che possiedono due fasi redazionali diverse e discorsi rifiniti ma mai pronunciati. Lo studio
di questi testi permette di entrare nell’atelier dell’oratore. Emblematico è il caso dei Proemi, utilizzabili in
varie circostanze poiché Demostene era consapevole che l’esordio fosse uno dei momenti più delicati. Dopo
l’incipit, Demostene poteva servirsi di appunti o improvvisare. Quando ha optato per l’improvvisazione, il
testo è andato perduto, mentre in altri casi si è salvato.
Dopo la pubblicazione orale alcuni discorsi demostenici ottengono la pubblicazione in forma scritta in cui è
possibile si accentui il carattere politico per diffondere le idee del ρήτωρ. Le orazioni prima vengono scritte
e poi pronunciate (al contrario di Cicerone, prima recitate poi scritte). La prosa di Demostene è vicina a
quella di Cicerone.
Una retorica coinvolgente e persuasiva
La fama di Demostene si deve all’eccezionalità della sua retorica, sottolineata dalle parole dell’anonimo Sul
sublime. L’eccellenza di Demostene porta le sue orazioni nelle scuole di retorica. Quest’ultimo agisce nel
contesto giudiziario e politico. Nel primo è necessaria chiarezza e logica, mentre nel secondo si fa leva
sull’emotività. Le orazioni per cause private non vengono pronunciate direttamente da Demostene, che
predilige uno stile piano adatto ai suoi clienti. Nei discorsi assembleari, invece, mira ad esaltare il pathos del
discorso ricorrendo all’ironia e alla parenesi. Larga parte ha avuto l’improvvisazione. L’oratore utilizza un
lessico comune e più forme verbali rispetto agli oratori contemporanei. Non è una prosa fatta soltanto di
parole ma anche di azioni e di domande fittizie rivolte al pubblico o che il pubblico potrebbe rivolgere
all’oratore.
Testi: t1, t2, t3, t4, t8, t9, pag. 737, pag. 741.