Aya è una Kitsune cresciuta in un tempio, un posto super tranquillo e pieno di spiritualità,
dove il confine tra il mondo degli umani e quello degli spiriti è molto sottile. Fin da piccola si
capiva che era diversa: riusciva a percepire una specie di armonia tra tutte le cose. Sua
madre, che era una musicista e seguiva Inari, le ha insegnato a suonare e cantare. Però non
solo per divertirsi, ma proprio per aiutare le persone a stare meglio.
Quando era bambina, Aya e sua madre viaggiavano spesso con delle carovane. Andavano in
giro per città e villaggi, esibendosi nelle piazze o nelle locande. La cosa incredibile è che la
musica di Aya riusciva davvero a calmare le persone: faceva dimenticare per un po’ i problemi
e la fatica. Durante questi viaggi ha visto un sacco di cose e ha imparato molto sugli esseri
umani.
Fin da piccola, però, Aya aveva imparato anche un’altra lezione fondamentale. Le kitsune
erano estremamente rare, e nel mondo degli umani ciò che è raro spesso non viene protetto,
ma desiderato… o venduto. Sua madre le aveva insegnato a nascondersi, a non mostrare mai
la sua vera natura, perché anche la persona più insignificante, se avesse capito cosa fosse
davvero, avrebbe potuto tradirla per denaro o paura. Per questo Aya era sempre attenta: ogni
parola, ogni sguardo, ogni dettaglio doveva sembrare umano.
Fu proprio durante uno di questi viaggi che successe qualcosa che la segnò per sempre. Aya e
sua madre incontrarono una giovane ragazza di nome Aiko, una musicista piena di sogni che
desiderava viaggiare per il mondo e portare la sua musica ovunque. Aya e Aiko legarono
subito: suonavano insieme, ridevano, e per la prima volta Aya sentì di avere qualcuno simile a
lei.
Ma il viaggio non durò a lungo. Aiko si ammalò improvvisamente e, nonostante gli sforzi, morì
prima di poter realizzare i suoi sogni. Aya rimase con lei fino alla fine. Prima di morire, Aiko le
fece promettere che la sua musica non sarebbe stata dimenticata.
Quel momento cambiò qualcosa in Aya. Senza rendersene conto, iniziò a prendere il suo
aspetto. Non era una scelta consapevole, ma un istinto profondo, quasi spirituale. Da allora,
Aya iniziò a viaggiare con il volto di Aiko.
All’inizio lo faceva per onorarla. Continuava a suonare le sue canzoni, a portare avanti il suo
sogno. Ma col tempo quel volto diventò anche una maschera comoda: gli umani si fidavano di
più, era più facile parlare con loro… e forse Aya aveva paura di mostrarsi per quello che era
davvero.
Non era però un travestimento perfetto. Nei momenti di forte emozione, qualcosa trapelava:
per un attimo i suoi occhi brillavano come quelli di una volpe, oppure la sua ombra mostrava
una coda che non avrebbe dovuto esserci. E a volte, mentre suonava, le sembrava quasi di
non essere sola… come se Aiko fosse ancora lì con lei.
Poi sua madre si ammalò gravemente. Non potevano più viaggiare, quindi si fermarono in un
tempio dedicato a Inari. Lì Aya iniziò una vita più tranquilla: aiutava nel tempio, partecipava
alle cerimonie e dava una mano a chi aveva bisogno. Ogni tanto veniva anche coinvolta in
piccoli misteri, tipo oggetti spariti o cose strane che sembravano avere qualcosa di
soprannaturale.
Un giorno però iniziarono a succedere cose davvero inquietanti nel tempio: porte che si
chiudevano da sole, oggetti che sparivano e riapparivano, candele che si accendevano e
spegnevano da sole. Tutti pensavano che fosse uno spirito maligno. Aya invece decise di
indagare.
Alla fine, scoprì la verità: non era uno spirito cattivo, ma un’anima che non riusciva a trovare
pace. Era il fantasma di un mercante ucciso anni prima e sepolto di nascosto vicino al tempio.
Siccome il suo corpo era stato dimenticato, la sua anima non riusciva ad andare avanti. Aya
riuscì ad aiutare a sistemare tutto e finalmente lo spirito trovò pace.
Quell’esperienza le fece capire qualcosa di importante: voleva aiutare le anime smarrite,
proprio come non era riuscita a fare del tutto con Aiko.
Col tempo, però, Aya iniziò a percepire qualcosa di diverso dagli altri spiriti. Non era come le
presenze confuse o disperate che aveva già incontrato. Queste… era costante. Silenzioso.
Sempre lì.
Non le parlava. Non si mostrava davvero. Ma Aya sentiva la sua esistenza come un’ombra
dietro il mondo, una presenza che non la lasciava mai del tutto sola.
Col passare del tempo riuscì a capire solo una cosa: quello spirito non era intero. Era
frammentato. Come se il suo corpo fosse stato diviso, disperso in più luoghi, impedendogli di
trovare pace.
Aya non sa chi fosse in vita. Non sa se fosse una persona buona… o qualcosa di pericoloso. E
forse è proprio questo che la inquieta di più.
Ma una cosa è certa: finché resterà in quello stato, non potrà mai andare oltre.
Per questo Aya ha fatto una scelta. Durante i suoi viaggi, oltre ad aiutare gli spiriti che
incontra, cerca anche indizi, tracce, qualsiasi cosa possa condurla ai frammenti di quel corpo
perduto.
Non sa cosa succederà quando li avrà trovati tutti.
Non sa cosa tornerà indietro.
Ma sa che lasciarlo così… non è un’opzione.
Da quel momento Aya si appassionò ai misteri. Sentiva che quella era la sua strada, quindi
lasciò il tempio e iniziò a viaggiare da sola, andando in giro dove succedevano cose strane.
Spesso si presentava con il volto di Aiko, e quando qualcuno la chiamava per nome… a volte
rispondeva. Non sempre per inganno, ma perché in fondo quel nome ormai le apparteneva un
po’.
Nei suoi viaggi arrivò anche nei dintorni di Waterdeep, dove capì che nelle grandi città era più
facile perdersi tra la folla… ma anche che tra nobili e collezionisti esistevano persone
disposte a pagare qualsiasi prezzo per mettere le mani su una creatura come lei.
A un certo punto finì a lavorare per un nobile, Sir Dunkan, che sembrava gentile ma era un po’
strano. Lui le chiedeva di scoprire segreti su altre famiglie nobili. Grazie alla sua natura di
kitsune e alla capacità di assumere identità diverse, Aya era perfetta per quel tipo di lavoro.
All’inizio pensava di fare qualcosa di utile, ma poi capì che quei segreti servivano solo per
ricattare la gente. Questa cosa la deluse tantissimo.
Così decise di mollare tutto e andarsene.
E tornò a fare quello che faceva meglio: viaggiare e cercare misteri da risolvere.