Seconda Parte
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CAPITOLO 5
1. Introduzione alla gestione dell’impresa
L’impresa si presenta come un organismo complesso, il cui funzionamento è reso possibile dal
concorso coordinato di diversi fattori: risorse umane, mezzi tecnici, tecnologie e capitali. Essa
deve essere considerata come un sistema che opera grazie al coordinamento delle varie funzioni
aziendali, coordinamento che è affidato all’imprenditore. Gestire un’impresa significa, in sostanza,
governarla: ciò implica amministrare i fattori della produzione utilizzati nel processo produttivo e,
soprattutto, garantire la sopravvivenza e lo sviluppo dell’azienda nel tempo. Questo obiettivo si
realizza attraverso la creazione e il mantenimento di adeguati equilibri economici, patrimoniali e
finanziari.
La gestione si sviluppa attraverso processi che possono essere sia ripetitivi sia orientati al
cambiamento. I primi riguardano le attività operative che si ripetono nel tempo, mentre i secondi si
manifestano come risposta ai mutamenti dell’ambiente esterno. Gli obiettivi fondamentali della
gestione sono rappresentati dall’efficienza dell’organizzazione e dalla promozione
dell’innovazione.
- Il caso Zara è uno degli esempi più importanti per capire strategia competitiva e modello di
business. Zara ha rivoluzionato completamente il settore della moda. Prima del suo ingresso, il
sistema era basato su un modello tradizionale: le aziende producevano due collezioni all’anno
(primavera/estate e autunno/inverno), progettate molti mesi prima sulla base di previsioni.
Questo comportava un rischio elevato, perché se i gusti dei consumatori cambiavano, le
imprese si trovavano con merce invenduta. Zara introduce invece un modello completamente
diverso, chiamato fast fashion. La sua strategia si basa sulla velocità e flessibilità: riesce a
portare un capo dal design al negozio in circa 2-3 settimane. Questo è possibile grazie a un
forte controllo della produzione (in gran parte in Europa) e a una filiera molto reattiva. Un
elemento chiave della strategia è la gestione dello stock: Zara produce inizialmente solo circa il
50% della collezione, lasciando il resto flessibile. In questo modo:
• se un prodotto ha successo viene rapidamente riassortito
• se non vende viene eliminato subito
Questo è fondamentale perché mostra che la strategia non è solo economica, ma anche culturale
e organizzativa.
La strategia di Granarolo si basa su un concetto chiave:
! creare valore in cooperazione con tutta la filiera (soprattutto gli allevatori). Essendo una
cooperativa, ha un forte legame con il territorio e con i produttori. Questo porta a una visione
strategica orientata alla sostenibilità, che include:
• benessere animale
• pratiche agricole sostenibili
• attenzione all’ambiente
• riduzione impatto (es. plastica)
Dal punto di vista competitivo, Granarolo non compete sulla velocità (come Zara), ma su:
• qualità
• sicurezza alimentare
• fiducia del consumatore
La Corporate Strategy riguarda l’impresa nel suo complesso e ha a che fare con le decisioni più
ampie e strutturali. In particolare, risponde alla domanda: in quali attività o business l’azienda
vuole operare? Non si concentra su come competere, ma su dove competere. Questo significa
decidere, ad esempio, se entrare in nuovi mercati, se ampliare le proprie attività o se integrare
alcune fasi della produzione. Un esempio molto chiaro è quello del ragazzo universitario che inizia
aprendo una piccola attività di panini vicino all’università. In questa fase iniziale, l’attività è
semplice e focalizzata su un solo business: vendere panini agli studenti, sfruttando elementi come
la vicinanza, la convenienza e la qualità.
A un certo punto, però, il ragazzo decide di cambiare prospettiva e di ampliare la sua attività.
Invece di acquistare gli ingredienti da fornitori esterni, inizia a produrli direttamente. Questa scelta
rappresenta un caso di integrazione verticale, perché l’impresa incorpora al proprio interno una
fase della filiera produttiva. Successivamente, il ragazzo decide di non limitarsi più alla vendita
diretta, ma di vendere i suoi prodotti anche ad altri esercenti oppure di organizzare eventi. In
questo modo, entra in attività diverse rispetto a quella iniziale.
Queste scelte fanno capire che l’impresa non è più concentrata su un unico ambito, ma opera in
più aree, ciascuna con caratteristiche proprie. Qui entra in gioco il concetto di Aree Strategiche
di Affari (ASA), cioè diversi business all’interno della stessa impresa, che si distinguono perché
hanno clienti diversi, bisogni diversi e spesso anche risorse e modalità operative differenti.
Quando cambia uno di questi elementi in modo significativo, si può dire che si è di fronte a un
nuovo business.
Accanto alla Corporate Strategy, troviamo la Business Strategy, che opera a un livello più
specifico. Questa riguarda il modo in cui l’impresa compete all’interno di un determinato mercato.
In altre parole, una volta deciso in quale business operare, bisogna decidere come competere. Qui
entrano in gioco elementi come il prezzo, la qualità, l’innovazione o la differenziazione. Ad
esempio, un’azienda può decidere di distinguersi per la qualità dei prodotti oppure per la velocità
con cui risponde ai bisogni del cliente.
- La vision, invece, è orientata al futuro e rappresenta ciò che l’impresa aspira a diventare. È una
sorta di immagine ideale verso cui l’azienda tende e che guida le sue scelte nel lungo periodo.
Se la mission riguarda il presente, la vision guarda a ciò che l’impresa vuole essere nel tempo.
Anche in questo caso, possiamo fare riferimento a esempi concreti. IKEA esprime l’obiettivo di
migliorare la vita quotidiana della maggioranza delle persone, mentre Nestlé sintetizza la propria
visione nello slogan “Good food, good life”, sottolineando il legame tra alimentazione e qualità
della vita. Samsung punta invece a ispirare il mondo e a dare forma al futuro attraverso
l’innovazione tecnologica, mentre illy si propone come punto di riferimento globale per la
cultura e l’eccellenza del caffè.
In definitiva, mission e vision sono fondamentali perché definiscono l’identità dell’impresa e il suo
orientamento strategico. La mission guida le azioni nel presente, mentre la vision orienta le scelte
future, e insieme contribuiscono a dare coerenza a tutte le attività aziendali.
La strategia può essere definita come il comportamento attraverso cui l’impresa regola i propri
rapporti con l’ambiente e risponde alla sua evoluzione, sia a livello macro sia micro. Scegliere una
strategia significa stabilire:
• come affrontare il mercato,
• quali risorse utilizzare,
• quali investimenti realizzare,
• quali azioni intraprendere.
La strategia si traduce in un disegno di cambiamento, che può modificare gli obiettivi o introdurne
di nuovi, comportando una diversa combinazione delle risorse.
Questo schema gerarchico, tuttavia, non deve far pensare a una separazione rigida tra i diversi
livelli strategici. Al contrario, tra le varie strategie esiste una forte interdipendenza. Le decisioni
più generali, come la scelta dei settori o delle aree di affari, possono infatti essere influenzate da
specifiche strategie funzionali. Ad esempio, una strategia orientata all’efficienza produttiva oppure
allo sviluppo della ricerca e sviluppo può condizionare le scelte competitive e persino indurre
l’impresa a entrare in determinati mercati. Questi livelli sono interconnessi e si influenzano
reciprocamente.
Il vantaggio competitivo deriva dalla qualità delle risorse possedute dall’impresa, oppure da quelle
che essa ritiene di poter acquisire nel tempo. Tali risorse, se utilizzate nel contesto di mercato
adeguato, consentono all’azienda di differenziarsi rispetto ai concorrenti, rendendo la propria
offerta preferibile agli occhi dei consumatori. In questo senso, si collega perfettamente quanto
spiegato a lezione: l’impresa ha successo quando viene scelta dal consumatore perché percepita
come diversa, sia in termini di qualità sia in termini di prezzo, e quindi capace di offrire un valore
superiore rispetto alle alternative presenti sul mercato.
L’analisi delle strategie competitive precede quindi quella delle strategie complessive e si basa su
due passaggi fondamentali: da un lato lo studio del mercato, dall’altro la valutazione delle risorse
aziendali. Il vantaggio competitivo nasce infatti dalla compatibilità tra le risorse possedute e le
caratteristiche del mercato scelto. Di conseguenza, l’attrattività di un mercato non dipende solo
dalla sua struttura, ma anche dalla capacità dell’impresa di sfruttarlo grazie alle proprie risorse.
D’altro canto, si sostiene anche che persino l’impresa transnazionale, ossia la grande impresa
abituata a operare su scala mondiale, abbia perso parte del proprio potere sull’ambiente e, in
particolare, sui mercati in cui opera. Ciò è dovuto sia all’eccezionale ampliamento delle aree di
mercato sia al crescente ruolo degli organismi sovranazionali — come l’Unione Europea, la World
Trade Organization e le banche centrali — nella definizione delle regole della competizione. Si
torna quindi a evidenziare il rapporto di interdipendenza tra impresa e ambiente e il fatto che
l’equilibrio tra questi due poli possa variare di volta in volta.
L’evoluzione dei paradigmi relativi al rapporto tra fattori esogeni ed endogeni nello sviluppo
dell’impresa può essere sintetizzata nel passaggio dal paradigma strutturalista (SCP: struttura-
condotta-performance), a quello comportamentista (CSP: condotta-struttura-performance), fino al
paradigma fondato sulle risorse (RCP: risorse-condotta-performance) e, infine, a quello basato
sulla conoscenza (KCP: conoscenza-capacità-performance).
Il rapporto tra impresa e ambiente assume quindi un ruolo centrale. Uno dei problemi principali
della gestione riguarda proprio i vincoli esterni, che l’impresa deve rispettare oppure, in alcuni
casi, riuscire a modificare attraverso i propri comportamenti.
Un esempio significativo, richiamato anche dalla professoressa, è quello di Nike, che è riuscita a
ottenere un vantaggio competitivo decisivo grazie alla collaborazione con Michael Jordan.
Accettando di creare un prodotto su misura e di condividere i ricavi, l’azienda ha trasformato una
risorsa esterna in un elemento distintivo capace di superare concorrenti come Adidas.
Accanto a questo paradigma si sviluppa quello fondato sulla conoscenza, secondo cui le
conoscenze accumulate all’interno dell’impresa generano capacità innovative, che a loro volta
determinano i risultati. In questo caso la conoscenza è vista come una vera e propria meta-
risorsa. Un esempio è Netflix, che ha costruito il proprio vantaggio competitivo grazie alla
capacità di analizzare i dati e comprendere le preferenze degli utenti attraverso algoritmi,
riuscendo così a differenziarsi e a superare concorrenti come Blockbuster.
In definitiva, questi paradigmi mostrano come il rapporto tra impresa e ambiente sia dinamico e
basato su un’interazione continua, in cui talvolta prevalgono i fattori esterni e altre volte quelli
interni.
Questi casi dimostrano come il comportamento delle imprese, guidato dalle risorse e dalle
conoscenze, possa modificare il mercato e generare nuove opportunità competitive.
L’analisi di settore secondo il modello della concorrenza allargata (modello delle cinque
forze)
Quando si passa dallo studio generale della strategia competitiva all’analisi concreta di un settore,
uno dei modelli più importanti da conoscere è quello della cosiddetta concorrenza allargata,
elaborato da Michael Porter. Questo modello serve a capire quanto un mercato sia davvero
conveniente e quali siano le reali difficoltà nel competere al suo interno.
Il punto di partenza è che non basta guardare se un mercato cresce o se c’è domanda: bisogna
capire anche quanto è difficile competere. Infatti, secondo questa impostazione, la scelta del
mercato dipende sia dalla sua attrattività sia dalla posizione competitiva che l’impresa può
raggiungere al suo interno. In altre parole, non conta solo “quanto è bello il mercato”, ma anche
“quanto l’impresa può essere forte dentro quel mercato”.
Questo modello si collega al paradigma struttura-condotta-performance, perché attribuisce un
ruolo centrale alla struttura del settore, cioè ai fattori esterni. L’idea è che sia proprio la struttura
del mercato a determinare il livello di concorrenza e quindi i risultati delle imprese.
Porter amplia il concetto di concorrenza: non esistono solo i concorrenti diretti già presenti, ma
anche altre forze che esercitano pressione sull’impresa. In particolare individua cinque forze che,
interagendo tra loro, determinano la redditività e quindi l’attrattività del settore.
- La prima forza è la rivalità tra i concorrenti già presenti. Più le imprese sono numerose,
aggressive e simili tra loro, più la competizione diventa intensa. Questo succede, ad esempio,
nei mercati saturi dove le aziende si contendono gli stessi clienti con prezzi, promozioni e
innovazioni.
- La seconda forza è la minaccia di nuovi entranti. Se entrare in un mercato è facile, nuove
imprese possono arrivare e aumentare la concorrenza. Se invece esistono ostacoli forti, il
settore è più protetto.
- La terza forza è la minaccia di prodotti sostitutivi. Si tratta di prodotti diversi ma che soddisfano
lo stesso bisogno. Un esempio semplice fatto anche a lezione è quello della pizza: il sushi, pur
essendo diverso, può sostituire la scelta del consumatore. Se aumentano le alternative,
l’impresa perde potere.
- La quarta forza è il potere contrattuale dei clienti. Se i clienti hanno molte alternative o
comprano grandi quantità, possono imporre prezzi più bassi o qualità più alta.
- La quinta forza è il potere contrattuale dei fornitori. Se i fornitori sono pochi o molto forti,
possono aumentare i prezzi delle materie prime o imporre condizioni sfavorevoli.
L’idea fondamentale è che prezzi, costi e margini dipendono da tutte queste forze insieme. Non è
quindi solo la concorrenza diretta a influenzare i risultati, ma anche clienti, fornitori e potenziali
entranti.
Un aspetto molto importante sottolineato nel modello è quello delle barriere di mercato, cioè
degli ostacoli che regolano l’ingresso, il movimento e l’uscita delle imprese dal settore. Queste
barriere diventano centrali perché determinano quanto è difficile entrare, restare o uscire da un
mercato.
Le barriere alla concorrenza
Le barriere alla concorrenza rappresentano un elemento centrale nell’analisi della strategia
competitiva, perché permettono di capire se un mercato sia facilmente accessibile oppure no. In
base alla loro presenza e intensità, un mercato può essere definito contendibile oppure non
contendibile.
Il punto di partenza è la distinzione tra le diverse forme di mercato, che si differenziano soprattutto
per il grado di libertà con cui nuove imprese possono entrare nel settore. Nei mercati di
concorrenza perfetta l’ingresso è libero, mentre nel monopolio è praticamente impedito. Nella
realtà prevalgono però forme intermedie come l’oligopolio, dove poche imprese detengono quote
elevate di mercato e dove le barriere possono essere più o meno forti.
1. Le economie di scala rappresentano uno degli elementi più rilevanti. Esse derivano dalla
riduzione del costo unitario al crescere della produzione: più aumenta il volume produttivo, più
diminuisce il costo per unità di prodotto. Questo crea un forte svantaggio per i nuovi
concorrenti, che dovrebbero raggiungere rapidamente grandi volumi per essere competitivi.
Le economie di scala non riguardano solo la produzione, ma anche approvvigionamento e
distribuzione, perché le grandi imprese ottengono condizioni migliori dai fornitori e maggiore
potere contrattuale.
2. Accanto alle economie di scala vi sono le economie di apprendimento, che derivano
dall’esperienza accumulata nel tempo: l’impresa già presente diventa più efficiente, mentre il
nuovo entrante parte in svantaggio.
3. Le economie di scopo derivano invece dalla possibilità di produrre più beni utilizzando le
stesse risorse, sfruttando sinergie produttive e riducendo i costi complessivi.
4. A queste si aggiungono le economie relazionali o di rete, che nascono dai rapporti stabili con
clienti, fornitori e stakeholder. Queste relazioni creano fiducia e vantaggi difficili da imitare,
diventando una vera barriera competitiva.
Le barriere alla concorrenza rappresentano un elemento centrale nella definizione della strategia
competitiva, poiché permettono di comprendere se un mercato possa essere considerato
contendibile oppure non contendibile. In particolare, soffermandosi sulle barriere all’entrata, si
osserva come le diverse forme di mercato si distinguano soprattutto in base al grado di libertà
con cui nuovi produttori possono accedervi: tale libertà è tipica dei regimi di libera concorrenza,
mentre la sua assenza caratterizza il monopolio. Nella realtà, tuttavia, i mercati si presentano più
frequentemente in forme di oligopolio, in cui pochi produttori detengono una quota rilevante del
mercato; in questi casi, ciò che conta non è tanto la presenza o meno di barriere, quanto piuttosto
la loro diversa intensità. Le barriere possono essere esterne, quando impediscono l’ingresso di
nuovi concorrenti, oppure interne, quando proteggono ciascun produttore dalle azioni espansive
degli altri operatori già presenti.
Per valutare la possibilità di superare tali barriere è necessario analizzare la loro origine. Esse
possono essere collegate alle economie ottenibili nelle funzioni di gestione, alla disponibilità di
brevetti o know-how, alla scarsità di fattori produttivi essenziali oppure alla differenziazione dei
prodotti. Le economie conseguibili nella gestione, che si traducono in vantaggi di costo per le
imprese già operanti nel mercato, comprendono economie di scala, di apprendimento, di scopo e
di relazioni e dipendono in larga misura dall’organizzazione produttiva e dai rapporti con gli
stakeholder. In particolare, i fenomeni di apprendimento incidono sulla razionalizzazione dei
comportamenti aziendali, migliorandone efficacia ed efficienza. Quando le economie di scala
assumono un ruolo rilevante, i mercati tendono a presentare un elevato grado di concentrazione e
la dimensione minima efficiente delle operazioni diventa di fatto la principale barriera all’ingresso
di nuovi produttori.
Il concetto di economia di scala si è però evoluto, soprattutto in alcuni mercati, verso quello di
economie di interrelazione o di scopo. Questo fenomeno deriva dalla crescente esigenza di
flessibilità delle imprese, che comporta un ampliamento della gamma produttiva, una riduzione
della scala delle operazioni e un recupero di produttività sia sul piano interno, attraverso
l’integrazione interfunzionale e l’organizzazione di gruppo, sia sul piano esterno, grazie
all’inserimento dell’impresa in reti pluriaziendali. Le economie di interrelazione si estendono così
anche all’esterno dell’impresa, dando origine a una vera e propria economia delle relazioni,
sempre più caratteristica della moderna organizzazione produttiva. Questa consente di instaurare
rapporti di fiducia con clienti e fornitori, migliorando sia la posizione competitiva sia i risultati
economici; in alcuni mercati, proprio le sinergie derivanti da alleanze strategiche tra imprese già
presenti rappresentano una significativa barriera all’ingresso.
Un’ulteriore tipologia di barriera, più interna che esterna, è legata alla differenziazione dei prodotti.
Questo fattore, spesso associato alla concentrazione del mercato, può rafforzare ulteriormente gli
ostacoli all’ingresso. La differenziazione consente infatti a ciascun produttore di isolarsi rispetto ai
concorrenti, creando vere e proprie barriere di mobilità: quanto più il prodotto è differenziato,
tanto più profondo e difficile da superare diventa il “fossato” che protegge l’impresa dalla
concorrenza.
Accanto alle barriere all’entrata, assumono rilievo anche le barriere all’uscita, che vincolano le
imprese a permanere nel mercato e possono irrigidire i comportamenti concorrenziali. Tali barriere
derivano da vincoli sociali, come la volontà o l’obbligo di mantenere l’occupazione, oppure da
vincoli economici, come la difficoltà di disinvestire. In questo modo si creano situazioni di rigidità
che spesso penalizzano tutte le imprese presenti. Inoltre, barriere all’uscita elevate tendono a
trasformarsi indirettamente in barriere all’entrata, poiché scoraggiano i nuovi operatori dall’entrare
in un mercato dal quale potrebbe risultare difficile uscire.
L’analisi del mercato può essere ulteriormente approfondita attraverso lo schema tridimensionale
elaborato da Derek Abell, che amplia il modello di Michael Porter. Secondo Abell, la definizione
del business, ossia della porzione di mercato in cui un’impresa intende operare, richiede la
considerazione congiunta di tre elementi: i gruppi di consumatori da servire, le funzioni d’uso da
soddisfare e le tecnologie attraverso cui tali funzioni vengono realizzate. Uno stesso prodotto può
infatti rispondere a bisogni diversi e tali bisogni possono essere soddisfatti mediante tecnologie
differenti. Ad esempio, un’impresa che produce imballaggi può servire produttori di alimenti solidi
e liquidi, soddisfacendo funzioni diverse – promozionali nel caso della carta, di contenimento e
trasporto nel caso della plastica – attraverso tecnologie distinte come la trasformazione della
carta o la produzione di preforme in PET.
Attraverso questo schema, l’impresa può decidere di servire più gruppi di clienti e soddisfare
diverse funzioni d’uso utilizzando differenti tecnologie produttive. In tal modo viene superata la
tradizionale nozione di settore merceologico, arrivando a una definizione di business che è allo
stesso tempo più ristretta, perché focalizzata sugli specifici interessi dell’azienda, e più ampia,
poiché le tre dimensioni considerate possono estendersi anche a più settori. Nel complesso, sia il
modello di Porter sia quello di Abell permettono di cogliere la complessità delle scelte strategiche
che le imprese devono affrontare per competere efficacemente sul mercato.
L’intersezione di queste tre dimensioni definisce il business dell’impresa, che non coincide con il
settore ma con una combinazione specifica di clienti, bisogni e tecnologie.
Il modello può essere rappresentato come un insieme di “cubetti”: ogni cubetto è una
combinazione specifica delle tre dimensioni e rappresenta una ASA (Area Strategica d’Affari).
L’impresa può decidere di operare in un solo cubetto, adottando una strategia di nicchia, oppure
in più cubi, adottando strategie di differenziazione o di massa.
[PDF]
Il valore è dato dalla differenza tra ciò che il cliente è disposto a pagare e i costi sostenuti
dall’impresa. Il vantaggio competitivo nasce proprio dalla capacità di aumentare questa
differenza. La catena del valore analizza tutte le attività aziendali.
McDonald’s rappresenta una strategia di leadership di costo: l’impresa punta a offrire prezzi
bassi grazie a standardizzazione, processi efficienti e franchising, che permettono di ridurre i costi
e sfruttare economie di scala. Il vantaggio competitivo deriva quindi dall’efficienza.
Starbucks segue invece una strategia di differenziazione: non compete sul prezzo, ma
sull’esperienza del cliente, offrendo qualità percepita, personalizzazione, atmosfera e valore del
brand. Il vantaggio competitivo deriva dal valore percepito e dalla fidelizzazione.
La formulazione della strategia competitiva trova uno dei suoi passaggi fondamentali nell’analisi
della catena del valore, attraverso la quale è possibile comprendere se un’impresa sia in grado di
costruire un vantaggio competitivo grazie a una maggiore efficienza nello svolgimento delle
attività oppure grazie alla capacità di differenziare la propria offerta. Nel primo caso, il vantaggio
deriva da un più elevato livello di organizzazione e innovazione; nel secondo, dall’abilità
dell’impresa di isolarsi dalla concorrenza, riducendo l’importanza del prezzo come principale
elemento di confronto tra i prodotti. Questi effetti si riflettono sulle principali strategie competitive,
cioè la leadership di costo e la differenziazione.
In questo contesto, il vantaggio competitivo può essere perseguito attraverso diverse strategie.
L’impresa può puntare sulla leadership di costo, sfruttando un minor costo complessivo di
produzione come leva competitiva, oppure sulla differenziazione del prodotto, conferendogli
caratteristiche tali da renderlo preferibile rispetto a quelli concorrenti, anche all’interno di segmenti
più ristretti di mercato, secondo una logica di focalizzazione. In sostanza, l’impresa sceglie quali
segmenti servire e quale strategia adottare in ciascuno di essi, individuando tra leadership di
costo, differenziazione e specializzazione di mercato la combinazione più efficace.
È importante sottolineare che anche una strategia di leadership di costo richiede un certo grado
di comparabilità con i prodotti concorrenti: se il prodotto non è percepito come adeguato, il
vantaggio di costo rischia di non tradursi in un reale vantaggio competitivo. Inoltre, la leadership
di costo tende a essere una posizione unica all’interno di ciascun settore, nel senso che
difficilmente possono coesistere più leader assoluti di costo.
Negli sviluppi più recenti del marketing, si è affermata una crescente importanza del servizio
associato al prodotto. L’offerta non è più vista soltanto come un insieme di beni, ma come una
vera e propria “proposizione di valore”, in cui assumono rilievo le risorse immateriali e le relazioni
con gli stakeholder. Il consumatore, infatti, non acquista solo un prodotto, ma anche la sua
immagine, le modalità di presentazione, le garanzie di qualità e l’assistenza. Si configura così un
“fascio di utilità”, spesso caratterizzato da un forte contenuto esperienziale e relazionale.
In alcune condizioni, questa centralità del servizio può dar luogo a una vera e propria strategia
competitiva autonoma, distinta dalla semplice differenziazione del prodotto. Accanto alla
leadership di costo, alla differenziazione e alla focalizzazione, si può quindi individuare anche una
leadership di servizio, basata sulla completezza e qualità dell’offerta al cliente. Le diverse
strategie competitive danno origine a gruppi di imprese che adottano approcci simili e competono
più direttamente tra loro: questi gruppi sono definiti raggruppamenti strategici e contribuiscono a
modellare la struttura del mercato.
Alla base di un vantaggio competitivo persistente vi è in larga misura l’innovazione, intesa come
capacità di introdurre cambiamenti nei prodotti, nei processi, negli impianti, nelle pratiche
manageriali e nelle strutture distributive. L’innovazione deriva principalmente dalla conoscenza e
dall’arricchimento del capitale umano, che rappresenta quindi un fattore decisivo nel contesto
competitivo. Essa si sviluppa e si consolida anche grazie al capitale strutturale, costituito dalle
infrastrutture e dai sistemi che permettono la produzione, l’accumulazione e la diffusione delle
conoscenze all’interno dell’impresa.
Ogni impresa dispone di una combinazione specifica di capitale umano, strutturale, sociale e
finanziario, che ne determina la posizione competitiva. Il compito della governance consiste nel
gestire in modo coordinato queste diverse forme di capitale, attribuendo loro un peso coerente
con le esigenze strategiche e con le possibilità di intervento, soprattutto nelle fasi di cambiamento
più rilevanti.
Per valutare tali fattori competitivi, uno degli strumenti più utilizzati è il modello SWOT, che
consente di analizzare i punti di forza e di debolezza interni all’impresa e di metterli in relazione
con le opportunità e le minacce derivanti dall’ambiente esterno. Attraverso questa analisi,
l’impresa può valorizzare le proprie risorse distintive e ridurre l’impatto dei propri limiti, formulando
una strategia capace di sfruttare le dinamiche favorevoli del mercato e di contenere i rischi.
La formulazione della strategia competitiva risulta quindi dalla combinazione tra l’analisi delle
caratteristiche strutturali del mercato e l’analisi delle risorse aziendali. In altre parole, è il risultato
dell’integrazione tra fattori esterni ed interni, che insieme costituiscono il fondamento di una
strategia di successo.
Infine, il comportamento dell’impresa non può essere compreso senza considerare il rapporto tra
domanda e offerta. La struttura del mercato, infatti, non è sufficiente da sola a spiegare le relazioni
tra venditori e compratori: è necessario analizzare anche il grado di equilibrio o squilibrio tra
queste due forze. Il potere contrattuale dipende sia dal peso relativo dei singoli operatori sia dalla
situazione complessiva del mercato. Quando la domanda supera la capacità produttiva, i venditori
si trovano in una posizione di vantaggio, poiché possono imporre le condizioni di scambio: si
parla in questo caso di “mercato del venditore”. Al contrario, quando l’offerta eccede la domanda,
sono i compratori a detenere il potere, e i produttori devono competere per conquistare la
clientela: si configura così il “mercato del compratore”.
Le implicazioni per l’impresa sono molto diverse nei due casi. In un mercato del venditore, essa
può concentrarsi prevalentemente sugli aspetti tecnici e finanziari della gestione, senza
preoccuparsi eccessivamente della vendita. In un mercato del compratore, invece, diventa
fondamentale adottare efficaci politiche di marketing, orientate a soddisfare i bisogni e le
preferenze dei clienti, al fine di ottenere un vantaggio competitivo e assicurare il successo
dell’attività.
La logica della VRIO (Value, Rarity, Imitability, Organization) serve a valutare se le risorse e le
capacità di un’impresa possono generare un vantaggio competitivo e di quale tipo. Una risorsa
deve innanzitutto essere di valore, cioè capace di contribuire a soddisfare i bisogni del cliente o a
migliorare l’efficienza. Se non è di valore, l’impresa si troverà in una situazione di svantaggio
competitivo.
Se la risorsa è di valore ma non è rara, cioè è diffusa anche tra i concorrenti, essa consente solo
una parità competitiva, quindi l’impresa si colloca nella media del mercato senza ottenere un
vero vantaggio.
Quando invece la risorsa è sia di valore sia rara, ma facilmente imitabile, si può ottenere solo un
vantaggio competitivo temporaneo, destinato a ridursi nel tempo perché i concorrenti possono
replicarlo.
In sintesi, più le risorse sono di valore, rare, difficilmente imitabili e ben sfruttate
dall’organizzazione, più il vantaggio competitivo sarà forte e duraturo, fino a generare una vera e
propria rendita imprenditoriale.
CAPITOLO 7
" Le opzioni strategiche e la strategia complessiva
Nel sistema di gestione dell’impresa, la strategia complessiva o corporate rappresenta il livello
più alto delle decisioni, da cui discendono poi le strategie competitive delle singole aree di affari
e, a loro volta, le strategie funzionali. Questo significa che l’impresa non decide solo come
competere, ma prima ancora dove competere e in quale direzione svilupparsi.
Per questo motivo, la gestione strategica si basa su continui arbitraggi, cioè scelte tra alternative.
Questi arbitraggi riguardano innanzitutto il tempo: l’impresa può privilegiare il lungo periodo,
puntando sugli investimenti, oppure il breve periodo, mantenendo liquidità e riducendo il rischio.
Allo stesso tempo, esiste una tensione tra gestione economica e gestione finanziaria: gli
investimenti generano reddito nel futuro, ma richiedono subito risorse finanziarie, creando quindi
un possibile squilibrio nel breve termine.
Per capire meglio questo concetto, si può considerare il caso di Apple. Il successo di Apple non
dipende semplicemente dalla produzione di dispositivi elettronici, ma da un sistema integrato di
capacità distintive. L’azienda ha costruito un brand estremamente forte, capace di creare un
senso di appartenenza nei clienti: chi acquista Apple spesso si sente parte di una comunità.
Inoltre, Apple si distingue per la capacità di innovazione, proponendo prodotti che spesso
anticipano i bisogni dei consumatori. Ma non si tratta solo di tecnologia: l’impresa cura in modo
particolare l’esperienza del cliente, dai negozi fisici all’assistenza post-vendita. Dopo l’acquisto,
il cliente continua a essere seguito, rafforzando così la fidelizzazione.
Questo esempio mostra chiaramente che le capacità distintive non sono solo tecniche, ma
riguardano anche il marketing, la relazione con il cliente e l’organizzazione complessiva
dell’impresa.
Il primo è il percorso di sviluppo dimensionale, tipico delle imprese in buona salute, che
cercano di espandere le proprie attività. Questo è il percorso più “naturale”, perché la crescita
consente di rafforzare la posizione competitiva.
Il terzo percorso è quello del rafforzamento o assestamento, che riguarda imprese che non
sono in crisi ma operano in contesti sfavorevoli. In questo caso, l’obiettivo non è espandersi
rapidamente, ma difendere le posizioni già acquisite e gestire con prudenza le risorse.
Un esempio è Gucci, che ha puntato sul rafforzamento del proprio brand e su investimenti mirati,
evitando una crescita eccessivamente rischiosa. Qui la strategia consiste nel consolidare ciò che
si è già costruito.
Questo significa che un’impresa può migliorare la propria organizzazione, diventare più efficiente
o più innovativa senza necessariamente aumentare di dimensione. Tuttavia, nella maggior parte
dei casi, crescita e sviluppo tendono a procedere insieme.
Love Burger è una catena internazionale di fast-food con circa 20.000 punti vendita. Nonostante
sia un brand estremamente noto, legato a concetti di modernità, rapidità e allegria, è finito nel
mirino dei movimenti “No Global".Le critiche riguardano la tutela dell'ambiente, la salute degli
animali e la diffusione di modelli alimentari scorretti legati all'obesità infantile (il cosiddetto "junk
food").
L'Amministratore Delegato, preoccupato dal calo delle vendite, ha incaricato il responsabile
Marketing di svolgere una ricerca approfondita sulla percezione del brand per definire un piano di
rivitalizzazione. Il punto di partenza è stata la SWOT Analysis:
1. Punti di Forza:Brand noto e riconoscibile; adattamento dei menu ai gusti locali; esperienza di
intrattenimento gradita ai giovani; servizio veloce e take-away.
2. Punti di Debolezza:Immagine deteriorata a causa di attacchi ambientalisti e accuse di
produrre cibo spazzatura.
3. Opportunità:Aumento dei consumi fuori casa; richiesta di piatti pronti a domicilio; nuovi
segmenti di consumatori; sviluppo in nuove aree geografiche.
4. Minacce:Tendenza dei consumatori verso il salutismo alimentare; saturazione del mercato nei
paesi avanzati.
Le Risposte Aziendali(Dopo l'analisi, il team ha individuato gli interventi prioritari):
1. Nuovi Menu:Introduzione di proposte più salutari.
2. Diversificazione:Gestire la saturazione del mercato inserendo il servizio di caffetteria (business
in ascesa).
3. Tecnologia:Utilizzo di App per permettere ai clienti di personalizzare il menu, riducendo il senso
di standardizzazione eccessiva.
4. Layout e Immagine:Rinnovamento profondo degli store per renderli più accoglienti e orientati al
relax.
5. Sostenibilità:Comunicare attivamente gli sforzi aziendali in tema ambientale.
6. Identità di Marca:Ridefinizione dell'identità aziendale, adottando anche nuovi codici cromatici
per logo e insegne per segnalare il cambiamento ai consumatori.
La Joint Venture rappresenta un accordo strategico in cui due o più imprese si impegnano a
collaborare per la realizzazione di un progetto comune, che può essere di natura industriale o
commerciale. Le aziende decidono di mettere a fattor comune le proprie sinergie, il know-how
tecnologico e il capitale. In questo modo, imprese di ogni settore possono entrare in nuovi mercati
o consolidarsi in quelli attuali, sfruttando competenze tecniche e capacità organizzative condivise,
dividendo così sia gli oneri che i rischi.
Esistono due tipologie principali di Joint Venture:
1. Societarie: la JV assume una vera e propria forma societaria (Joint Venture Corporation). In
questo caso, i partecipanti si spartiscono oneri e utili della nuova società e sono responsabili
esclusivamente per la quota di capitale versata (un esempio storico è la Sony-Ericsson).
2. Contrattuali: due aziende danno vita ad accordi per un progetto comune senza però costituire
un nuovo soggetto giuridico. Questa modalità è molto frequente tra le case automobilistiche per
la condivisione di specifici pianali di produzione.
Inoltre, la partecipazione può essere distinta in:
1. Orizzontale: le aziende coinvolte hanno la stessa struttura produttiva o realizzano beni simili;
collaborano per un progetto che eccede le capacità tecniche della singola impresa (es.
consorzi per grandi opere pubbliche).
2. Verticale:le attività da coordinare non sono omogenee ma sono orientate a una finalità
comune, poiché le aziende si occupano di fasi diverse della filiera produttiva.
ESEMPI CASI:
- FCA Bank:è il risultato di una collaborazione strategica tra il gruppo automobilistico FCA e
l'istituto bancario Crédit Agricole. Si tratta di una realtà specializzata nel settore del credito al
consumo e del leasing, integrando le esigenze finanziarie con quelle del mercato auto.
- ATR:è una Joint Venture nata dalla collaborazione tra l'italiana Aeritalia (oggi confluita in
Leonardo) e la francese Aerospatiale (oggi parte di Airbus). Questa unione ha permesso di
creare un leader mondiale nel settore degli aerei regionali a turboelica.
Un aspetto importante riguarda la piccola impresa: una crescita eccessiva può comportare
cambiamenti profondi, come il passaggio da una gestione familiare a una più strutturata. Questo è un
può modificare lo stile di direzione e i comportamenti imprenditoriali, introducendo nuovi rischi. processo
tipico delle
Per questo motivo, non tutte le imprese scelgono di crescere. imprese sane
che mira a
rafforzare la
& Il significato dello sviluppo dimensionale posizione
competitiva
Lo sviluppo dimensionale è generalmente considerato un processo fisiologico per le imprese coniugando
sane, perché consente di adattarsi all’ambiente e di migliorare la propria posizione competitiva nel l'espansione
dei volumi
tempo. (crescita
quantitativa)
con il
Dal punto di vista economico, la crescita agisce sia sui ricavi sia sui costi. Da un lato, l’impresa migliorament
può aumentare i ricavi sfruttando la domanda o sottraendo clienti ai concorrenti. Dall’altro lato, o strategico
(sviluppo
può ridurre i costi grazie alle economie di scala, cioè alla diminuzione del costo unitario qualitativo).
all’aumentare della produzione. L'impresa,
cioè,
aumenta la
A questo si aggiunge l’effetto della curva di esperienza: più l’impresa produce, più diventa propria
dimensione
efficiente, perché accumula esperienza e migliora i processi. Questo non riguarda solo la non come
produzione, ma anche altre funzioni come il marketing o la gestione amministrativa. fine a se
stesso, ma
per attivare
La crescita consente inoltre di aumentare il potere contrattuale nei confronti di clienti e fornitori e tre leve
competitive
di ottenere maggiore visibilità sul mercato. Questo, a sua volta, accresce il prestigio fondamentali:
dell’imprenditore, poiché un’impresa in crescita è percepita come dinamica e di successo.
Tra i vantaggi, si può osservare un aumento dei ricavi, dovuto ai maggiori volumi di vendita e alla
possibilità di applicare prezzi più favorevoli. Allo stesso tempo, si verifica una riduzione dei costi
grazie alle economie di scala e di apprendimento.
Tuttavia, la crescita può generare anche svantaggi. Quando l’impresa diventa troppo grande,
possono emergere diseconomie di scala, cioè inefficienze legate alla complessità organizzativa.
Inoltre, aumenta la rigidità, diventa più difficile mantenere il controllo e l’impresa acquisisce una
maggiore visibilità sul mercato, attirando reazioni da parte dei concorrenti.
Un esempio semplice può chiarire questo punto: una piccola impresa locale può operare
tranquillamente senza attirare attenzione. Se però cresce e diventa un concorrente rilevante, le
altre imprese potrebbero reagire abbassando i prezzi o intensificando la concorrenza.
La crescita è inoltre soggetta a limiti. Alcuni sono interni, come la disponibilità di risorse
manageriali, la struttura organizzativa e la capacità finanziaria. Altri sono esterni, come
l’andamento della domanda e la pressione competitiva.
Per quanto riguarda le cause, queste possono essere sia esterne sia interne. Tradizionalmente si
riteneva che la crescita dipendesse soprattutto dalle opportunità di mercato. Tuttavia, una visione
più moderna sottolinea che spesso la crescita nasce dall’interno dell’impresa, cioè dalla presenza
di risorse non pienamente utilizzate, che spingono l’azienda a cercare nuove opportunità per
sfruttarle meglio.
Nel caso della concentrazione, l’impresa cresce nei business già esistenti, sfruttando
competenze e risorse già possedute. Nel caso della diversificazione, invece, entra in nuovi
settori, con l’obiettivo di ampliare le opportunità o ridurre il rischio complessivo.
Un esempio molto chiaro è quello di Campari. L’azienda non si è limitata a crescere aumentando
le vendite di un solo prodotto, ma ha seguito più direzioni contemporaneamente: ha ampliato la
gamma di bevande, è entrata in nuovi mercati geografici, ha acquisito altre aziende e ha integrato
diverse fasi della produzione. In questo modo, ha costruito una crescita solida e diversificata.
) Le modalità di sviluppo
L’impresa può crescere in diversi modi. Può espandersi nei business esistenti, aumentando la
presenza geografica o ampliando la gamma di prodotti. Può anche realizzare un’integrazione
verticale, cioè estendere la propria attività lungo la filiera produttiva, avvicinandosi ai fornitori (a
monte) o ai clienti finali (a valle).
Questa scelta è legata alla teoria dei costi di transazione, secondo cui l’impresa confronta i
costi di acquistare sul mercato con quelli di produrre internamente e sceglie l’alternativa più
conveniente.
Infine, lo sviluppo può assumere una dimensione internazionale, quando l’impresa entra in nuovi
paesi o organizza la propria attività su scala multinazionale.
Questo tipo di sviluppo si traduce in un processo di concentrazione, nel senso che l’impresa
tende ad aumentare il peso delle attività già esercitate. Tuttavia, questa concentrazione può
avvenire in due modi diversi, a seconda dello stadio della filiera produttiva in cui si realizza
l’espansione. Se la crescita avviene nello stesso stadio in cui l’impresa è già presente, si parla di
sviluppo o integrazione orizzontale; se invece riguarda stadi produttivi diversi ma collegati, si
configura un processo di integrazione verticale, che può svilupparsi “a monte” verso i fornitori
oppure “a valle” verso i clienti.
Questa distinzione è perfettamente coerente con quanto emerge anche dalle slide, dove le
strategie complessive vengono inquadrate proprio in base alla direzione dello sviluppo: da un lato
l’espansione nei business esistenti (tipica della concentrazione), dall’altro la diversificazione verso
nuovi ambiti.
Lo sviluppo orizzontale
Lo sviluppo orizzontale consiste in un ampliamento dell’attività aziendale all’interno dello stesso
mercato e con prodotti tra loro simili o collegati. In sostanza, l’impresa continua a fare ciò che già
sa fare, ma in misura maggiore o con una presenza più ampia.
Questa strategia può essere realizzata attraverso due modalità principali. Da un lato, vi è la
crescita interna, che si realizza ampliando la capacità produttiva, ad esempio aumentando la
dimensione degli impianti o costruendone di nuovi. Dall’altro lato, vi è la crescita esterna, che
avviene attraverso fusioni o acquisizioni di imprese concorrenti. In questo secondo caso si parla
più propriamente di integrazione orizzontale, perché si ha una vera e propria unificazione tra
aziende operanti nello stesso mercato.
Un aspetto molto importante da comprendere è che, nel caso delle acquisizioni, la crescita della
quota di mercato è immediata, poiché l’impresa incorpora direttamente il volume di affari della
società acquisita. Questo rende tale modalità particolarmente efficace quando l’obiettivo è
rafforzarsi rapidamente rispetto ai concorrenti.
Affinché si possa parlare correttamente di sviluppo orizzontale, è necessario che tra le produzioni
esistenti e quelle nuove vi siano dei legami, che possono essere di natura tecnologica o di
mercato. I primi derivano dall’utilizzo di tecnologie simili, da fasi produttive comuni o da un
medesimo know-how; i secondi riguardano invece la condivisione degli stessi canali distributivi,
delle politiche di marketing o dei bisogni soddisfatti. Questo significa che anche prodotti diversi
possono rientrare nello sviluppo orizzontale, purché appartengano alla stessa “famiglia”
produttiva.
L’obiettivo principale di questa strategia, come evidenziato anche nelle slide, è l’aumento della
quota di mercato, che può essere perseguito attraverso il completamento della gamma di
prodotti, l’ampliamento dei segmenti serviti o l’estensione dell’area geografica di vendita. Ad
esempio, un’impresa può decidere di introdurre nuove varianti di prodotto per soddisfare clienti
diversi, oppure entrare in nuovi mercati geografici mantenendo lo stesso tipo di offerta.
Dal punto di vista dei vantaggi, lo sviluppo orizzontale consente soprattutto di ottenere economie
di costo. In particolare, si distinguono le economie di scala, che derivano dall’aumento del volume
produttivo e quindi dalla riduzione dei costi unitari, e le economie di espansione, che riguardano
invece la possibilità di sostenere a costi relativamente contenuti il processo di crescita, ad
esempio nel campo della promozione o della distribuzione. In altre parole, un’impresa più grande
non solo produce a costi inferiori, ma riesce anche a crescere con maggiore facilità rispetto a una
più piccola.
Un ulteriore aspetto rilevante è che questa forma di sviluppo presenta tempi di attuazione
relativamente brevi e rischi più facilmente valutabili, proprio perché l’impresa opera in un contesto
che già conosce. Tuttavia, la sua efficacia dipende fortemente dalla situazione del mercato: essa
risulta particolarmente conveniente quando esistono ancora spazi di domanda non soddisfatta o
possibilità di sottrarre clienti alla concorrenza, mentre diventa meno attraente nei mercati saturi e
altamente competitivi.
Quando l’impresa si espande verso i fornitori, si parla di integrazione verticale ascendente, mentre
quando si avvicina ai clienti o al mercato finale si parla di integrazione discendente. In entrambi i
casi, l’obiettivo è quello di aumentare il controllo sulle fasi del processo produttivo e distributivo.
Per comprendere la logica alla base di questa scelta, è fondamentale richiamare la teoria dei costi
di transazione. Secondo questa impostazione, l’impresa decide se produrre internamente un bene
o servizio oppure acquistarlo sul mercato confrontando il costo di produzione interna con il costo
di transazione, cioè il costo complessivo legato all’utilizzo del mercato. Quest’ultimo non
comprende solo il prezzo di acquisto, ma anche tutti i costi necessari per individuare i fornitori,
negoziare i contratti, controllarne l’esecuzione e gestire eventuali problemi.
Se il costo di produzione interna risulta inferiore a quello di transazione, l’impresa sarà incentivata
a integrare verticalmente l’attività; in caso contrario, continuerà a ricorrere al mercato. Tuttavia,
questa teoria non è sufficiente da sola a spiegare tutte le scelte imprenditoriali, perché non tiene
pienamente conto dei fattori di rischio e di incertezza. Ad esempio, un’impresa potrebbe decidere
di produrre internamente anche a costi più elevati pur di evitare il rischio di dipendere da fornitori
poco affidabili.
Dal punto di vista degli effetti, l’integrazione verticale comporta innanzitutto un aumento del valore
aggiunto, poiché l’impresa svolge internamente un numero maggiore di fasi produttive. Questo
significa che cresce la differenza tra il valore del prodotto finale e il costo delle risorse acquistate
dall’esterno. Inoltre, aumenta il controllo sia sugli approvvigionamenti sia sulle vendite, con una
conseguente riduzione del rischio complessivo di gestione.
Nel caso dell’integrazione ascendente, l’obiettivo principale è garantire la continuità delle forniture
e ridurre la dipendenza dai fornitori; nel caso dell’integrazione discendente, invece, si mira a
controllare meglio il mercato finale e la domanda. In entrambi i casi, l’impresa rafforza la propria
posizione competitiva e può anche creare barriere all’ingresso per nuovi concorrenti, rendendo
più difficile l’accesso al mercato.
Tuttavia, questa strategia presenta anche degli svantaggi, legati soprattutto alla maggiore rigidità
organizzativa e all’elevato fabbisogno di risorse finanziarie. Inoltre, un’impresa fortemente
integrata può incontrare maggiori difficoltà nel disinvestire o nel modificare la propria struttura in
caso di cambiamenti del mercato.
La diversificazione può assumere forme diverse a seconda del grado di relazione tra le attività
esistenti e quelle nuove. Si parla di diversificazione laterale quando esistono legami tecnologici o
di mercato tra i prodotti, mentre si ha diversificazione conglomerale quando tali legami sono
assenti. Nel primo caso, l’impresa sfrutta competenze già possedute, ad esempio utilizzando le
stesse tecnologie o gli stessi canali distributivi; nel secondo caso, invece, entra in settori
completamente nuovi, senza alcuna continuità con l’attività precedente.
Le motivazioni alla base della diversificazione sono molteplici. Spesso essa rappresenta una
risposta alla saturazione del mercato originario, che non offre più sufficienti opportunità di
crescita. In altri casi, essa è motivata dall’esigenza di ridurre il rischio complessivo di gestione,
distribuendo le attività su più settori e quindi su più fonti di reddito. Questo consente di
compensare eventuali risultati negativi in un settore con risultati positivi in un altro, garantendo
una maggiore stabilità dei redditi nel tempo.
Dal punto di vista delle modalità di attuazione, la diversificazione laterale può essere realizzata
anche attraverso lo sviluppo interno, mentre quella conglomerale avviene più frequentemente
tramite acquisizioni di altre imprese, portando spesso alla creazione di strutture complesse come
le holding.
Conclusione generale
Nel complesso, le strategie di sviluppo dimensionale mostrano come l’impresa possa crescere
seguendo percorsi differenti, che vanno dalla concentrazione nel proprio settore alla
diversificazione in nuovi ambiti. La scelta tra queste alternative dipende da numerosi fattori, tra cui
le risorse disponibili, le opportunità offerte dall’ambiente esterno e gli obiettivi strategici
perseguiti.
In linea con quanto evidenziato anche nelle slide, la crescita non è mai un processo automatico o
privo di rischi, ma richiede una valutazione attenta delle diverse opzioni strategiche, tenendo
conto dei vantaggi e degli svantaggi di ciascun percorso.
Questa strategia si collega strettamente all’obiettivo più generale di stabilizzare nel tempo i
risultati della gestione aziendale. In particolare, l’impresa può cercare di ottenere profitti costanti e
soddisfacenti attraverso forme diverse di compensazione: nel caso della diversificazione
produttiva la compensazione avviene tra prodotti differenti, mentre nel caso dell’espansione
internazionale avviene tra Paesi diversi. In entrambi i casi l’obiettivo di fondo è quello di ridurre la
variabilità dei risultati complessivi attraverso una distribuzione del rischio su più elementi.
Questa evoluzione è sintetizzata nella cosiddetta tabella 7.3, nella quale si evidenzia come il
processo possa essere interpretato come una sequenza progressiva che parte dall’esportazione,
passa attraverso la produzione indiretta e la vendita diretta, fino ad arrivare alla produzione e
gestione integrata all’estero e infine alla multinazionalizzazione. In questo contesto, il passaggio
da una fase all’altra non è automatico ma dipende dalla crescita dell’esperienza, delle
competenze e della capacità di gestione del rischio da parte dell’impresa.
L’espansione internazionale raggiunge la sua massima intensità quando non viene più considerata
come un insieme di iniziative isolate, ma come una vera e propria strategia coordinata di lungo
periodo. In questo caso l’impresa non entra nei mercati esteri in modo episodico, ma li considera
parte integrante di un sistema globale di sviluppo, nel quale può sfruttare le cosiddette economie
di replicazione, cioè la possibilità di ripetere modelli produttivi e organizzativi già sperimentati in
altri contesti geografici.
Il successo di questo tipo di strategia dipende in modo decisivo da due risorse fondamentali. La
prima è rappresentata dalla qualità del management, che deve essere in grado non solo di gestire
operazioni complesse in ambienti diversi, ma anche di coordinare attività distribuite su scala
globale. La seconda è rappresentata dalla disponibilità di capitali, poiché gli investimenti diretti
all’estero richiedono risorse finanziarie elevate e immobilizzate per lunghi periodi, spesso con
ritorni iniziali non immediati.
Nel momento in cui l’impresa raggiunge uno stadio multinazionale, essa non opera più come un
soggetto legato a un unico mercato nazionale, ma diventa un sistema integrato di attività
distribuite a livello globale. In questa prospettiva, anche la produzione può essere suddivisa tra
più Paesi diversi, come avviene nel caso di imprese che realizzano parti di un prodotto in nazioni
differenti per poi assemblarle in un unico centro produttivo.
A questo punto diventa possibile comprendere come le strategie di sviluppo non siano tra loro
indipendenti, ma possano essere interpretate come tappe successive di un unico processo
evolutivo. In una prima fase l’impresa tende a rafforzarsi nel proprio settore attraverso lo sviluppo
orizzontale, successivamente può procedere con l’integrazione verticale per controllare meglio la
filiera produttiva, poi può diversificare le proprie attività entrando in nuovi settori e infine può
espandersi a livello internazionale. Questa evoluzione progressiva mostra come la crescita
aziendale non sia mai lineare ma il risultato di scelte strategiche successive che modificano la
struttura e la complessità dell’impresa.
In questa logica, la tabella 7.4 riassume le caratteristiche principali delle diverse strategie di
sviluppo dimensionale. Lo sviluppo orizzontale ha come obiettivo l’aumento della quota di
mercato e si basa soprattutto sulle capacità di marketing, con tempi di attuazione relativamente
brevi e con effetti limitati sul rischio complessivo. L’integrazione verticale mira invece all’aumento
del valore aggiunto e si fonda principalmente sulle risorse finanziarie, comportando effetti di
riduzione dei rischi legati agli approvvigionamenti e alla vendita. La diversificazione produttiva ha
come obiettivo l’aumento del volume degli affari e richiede competenze manageriali e finanziarie,
contribuendo a ridurre il rischio legato alla concentrazione settoriale. La diversificazione
geografica permette di ridurre il rischio legato ai singoli mercati nazionali, mentre l’espansione
internazionale consente di ampliare l’area di mercato e richiede elevate competenze tecnologiche
e manageriali.
In questo contesto si distingue tra “impresa-rete” e “rete di imprese”. Nel primo caso è una
grande impresa a coordinare un insieme di soggetti esterni, come fornitori e distributori, per
aumentare il proprio potere competitivo. Nel secondo caso, invece, sono più imprese, spesso di
piccole e medie dimensioni, che si aggregano per raggiungere insieme una maggiore forza
competitiva, pur mantenendo la propria autonomia.
La rete d’impresa si basa su rapporti flessibili e contrattuali che durano finché risultano
convenienti per le parti coinvolte. Essa rappresenta una risposta all’aumento della complessità dei
mercati e alla necessità di competere non solo attraverso le dimensioni, ma anche attraverso
l’efficienza delle relazioni. In questo senso, la competitività non dipende più soltanto dalla crescita
interna, ma dalla capacità di costruire sistemi di collaborazione efficaci.
Infine, è importante sottolineare che lo sviluppo strategico non è un processo automatico e privo
di difficoltà. Le imprese, infatti, devono confrontarsi con l’esigenza costante di cambiamento
strategico, ma allo stesso tempo con la naturale inerzia organizzativa, cioè la tendenza delle
strutture aziendali a mantenere comportamenti consolidati anche quando l’ambiente esterno
cambia. Questo crea una tensione continua tra stabilità e innovazione.
Per questo motivo, la capacità dell’imprenditore consiste nel saper riconoscere tempestivamente i
segnali di cambiamento, valutare correttamente i risultati aziendali e comprendere quando sia
necessario modificare la strategia. In particolare, deve saper analizzare sia la posizione
competitiva dell’impresa nel mercato sia la redditività complessiva, per capire se la strategia in
corso sia ancora valida o se debba essere sostituita da un nuovo modello di sviluppo.
In conclusione, la strategia di espansione internazionale si inserisce in un quadro più ampio di
evoluzione delle imprese, nel quale crescita, innovazione e capacità di adattamento
rappresentano elementi fondamentali per la sopravvivenza e il successo nel lungo periodo.