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Appunti Riassunti Def

Il capitolo analizza l'evoluzione delle dimensioni e forme delle imprese, evidenziando come la storiografia recente riconosca una pluralità di modelli imprenditoriali, oltre alla grande impresa manageriale. Viene discusso il ruolo delle piccole e medie imprese e delle imprese familiari, che si dimostrano spesso più resilienti e adattabili rispetto alle grandi aziende. Infine, si esplorano le dinamiche delle multinazionali e dei gruppi di imprese, sottolineando l'importanza di modelli organizzativi flessibili come le reti di imprese e i distretti industriali.

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Appunti Riassunti Def

Il capitolo analizza l'evoluzione delle dimensioni e forme delle imprese, evidenziando come la storiografia recente riconosca una pluralità di modelli imprenditoriali, oltre alla grande impresa manageriale. Viene discusso il ruolo delle piccole e medie imprese e delle imprese familiari, che si dimostrano spesso più resilienti e adattabili rispetto alle grandi aziende. Infine, si esplorano le dinamiche delle multinazionali e dei gruppi di imprese, sottolineando l'importanza di modelli organizzativi flessibili come le reti di imprese e i distretti industriali.

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CAPITOLO 3

1. L’evoluzione delle dimensioni e delle forme delle imprese

Per molto tempo gli studi sulla storia dell’impresa si sono concentrati quasi esclusivamente sulle grandi imprese,
perché erano più documentate e più facili da analizzare. Questo ha generato un bias interpretativo, portando a
considerare la grande impresa manageriale come il modello principale dello sviluppo industriale.

La visione di Alfred Chandler ha rafforzato questa idea: secondo il suo modello, lo sviluppo economico induce la
crescita di imprese integrate verticalmente, organizzate in modo complesso e dirette da manager professionisti. La
grande impresa statunitense del Novecento è stata così considerata il paradigma dell’industrializzazione moderna.

A partire dagli anni Ottanta questa interpretazione viene messa in discussione. Mutamenti economici e confronti
internazionali mostrano che lo sviluppo industriale non segue un percorso unico. Sistemi come i distretti
industriali, le reti di piccole imprese e i modelli produttivi giapponesi evidenziano che forme organizzative
diverse possono essere altrettanto efficienti.

La storiografia recente adotta quindi una prospettiva più pluralista, riconoscendo che esistono molte forme
d’impresa — grandi, piccole, familiari, integrate, a rete — e che ciascuna si afferma in relazione alle condizioni
tecnologiche, istituzionali e territoriali in cui opera.

2. Dimensione e performance delle imprese: un problema storiografico

Studiare la dimensione delle imprese è complesso perché mancano dati storici omogenei, soprattutto sulle
piccole e medie imprese. Per questo motivo, per molti anni la ricerca ha dato maggiore attenzione alle grandi
imprese, rafforzando l’idea che fossero il centro del sistema produttivo.

Questa impostazione ha favorito l’equivalenza “grande = efficiente”, influenzata anche dalla lettura chandleriana.
Secondo Chandler, infatti, la crescita dimensionale è conseguenza naturale degli investimenti in scala, scopo e
integrazione verticale; questa assunzione ha fortemente condizionato l’interpretazione storiografica della
performance. Tuttavia, gli studi successivi hanno messo in luce che il mondo imprenditoriale è molto più instabile
e dinamico di quanto si pensasse: molte imprese entrano ed escono dal mercato rapidamente, mentre poche
resistono nel lungo periodo.

La difficoltà nel misurare la dimensione e la scarsità di serie storiche complete rendono complicato anche
confrontare paesi diversi. Queste limitazioni mostrano quanto sia fragile l’idea di un percorso inevitabile verso la
grande impresa e indicano la necessità di considerare una pluralità di forme e comportamenti imprenditoriali.

3. Piccola, media e grande impresa

Le diverse economie industriali mostrano configurazioni dimensionali molto differenti, e questa varietà
dimostra che non esiste un modello unico valido per tutti i paesi. Ciò mette in discussione l’idea chandleriana di un
percorso evolutivo uniforme verso grandi imprese integrate e gestite da manager professionisti.

All’inizio del Novecento, Stati Uniti e Germania presentano un grado di concentrazione industriale più elevato:
qui la grande impresa assume un ruolo significativo grazie alla presenza di settori ad alta intensità tecnologica,
grandi mercati interni e forti economie di scala.

Al contrario, Italia e Giappone mostrano strutture produttive dominate da piccole imprese.


In Italia prevalgono reti territoriali e distretti industriali; in Giappone il ruolo delle piccole imprese si integra con
grandi gruppi piramidali.
Anche la Francia presenta una struttura polarizzata, con poche imprese enormi e molte piccole.

Un elemento comune a tutti i paesi è che la grande impresa non rappresenta mai la maggioranza assoluta
del sistema produttivo. La maggior parte dell’occupazione e delle attività economiche rimane infatti concentrata
nella piccola e media impresa.

Dagli anni Settanta, l’introduzione di tecnologie più flessibili, informatica e automazione riduce l’importanza
esclusiva delle economie di scala e rafforza ulteriormente il ruolo delle imprese di dimensione minore.

4. Due indicatori di performance: longevità e redditività

La performance d’impresa è un concetto complesso, difficile da misurare in modo univoco. Secondo Cassis, essa
comprende più dimensioni: dimensione, redditività, longevità, competitività ed etica. Tra queste, due
indicatori sono particolarmente utili per la storia d’impresa.

1. Longevità

Gli studi mostrano che la longevità delle imprese è generalmente bassa.


Le classifiche delle maggiori aziende cambiano rapidamente nel tempo e poche imprese riescono a sopravvivere
per molti decenni.

1
Il caso delle 100 maggiori imprese mondiali del 1912, analizzato da Cassis, evidenzia forti differenze nazionali: ad
esempio, il Regno Unito registrava una maggiore sopravvivenza rispetto a Stati Uniti e Germania.

Una mortalità elevata non indica necessariamente debolezza del sistema economico: può essere segno di
dinamismo, concorrenza e “distruzione creatrice” in senso schumpeteriano.

2. Redditività

La redditività è difficile da comparare nel lungo periodo perché i dati contabili storici sono poco omogenei.
Alcuni studi nazionali (come quelli italiani) suggeriscono che le imprese più grandi possano essere più redditizie,
ma solo in specifici settori, soprattutto ad alta intensità tecnologica.
Non esiste dunque una relazione automatica tra dimensione e profittabilità.
Questi risultati ridimensionano ulteriormente la tesi chandleriana secondo cui le imprese grandi e integrate
sarebbero intrinsecamente più efficienti sul piano economico.

In sintesi, la performance non è determinata soltanto dalla dimensione: le imprese devono essere valutate
attraverso molteplici fattori e nel loro contesto storico-economico.

5. L’impresa familiare

L’impresa familiare è stata a lungo considerata una forma arretrata rispetto alla grande impresa manageriale,
perché ritenuta poco incline all’innovazione e alla crescita. Gli studi più recenti hanno però mostrato che questa
visione è fuorviante: l’impresa familiare è un modello diffuso, stabile ed efficiente in molti contesti.

La sua forza deriva da alcuni elementi strutturali:

 Coesione e fiducia tra i membri della famiglia

 Riduzione dei costi di transazione grazie a rapporti stabili e informali

 Capacità di adattarsi ai mercati instabili

 Continuità generazionale

 Forte orientamento al lungo periodo

In molti paesi europei, l’impresa familiare non è un residuo della prima industrializzazione, ma un pilastro del
capitalismo moderno.
In Italia la sua presenza è molto significativa: grandi gruppi come Agnelli, Pirelli, Pesenti o Ferrero sono (o sono
stati) famiglie-imprese.
Anche in paesi come Francia, Germania, Svezia e perfino negli Stati Uniti, le imprese familiari rappresentano una
quota importante delle aziende di maggiori dimensioni.

L’impresa familiare risulta particolarmente efficace nei settori dove le economie di scala non sono determinanti e
dove contano flessibilità, specializzazione e capacità di mantenere relazioni strette con il territorio e la clientela.

6. La grande impresa manageriale

La grande impresa manageriale nasce nel XIX secolo come risposta alla crescente complessità dei sistemi
produttivi e infrastrutturali. Le ferrovie rappresentano il primo settore in cui si sviluppa questo modello: la
necessità di coordinare una rete estesa, gestire traffico, orari, contabilità e personale richiede una struttura
organizzativa nuova, basata su gerarchie manageriali, sistemi di controllo e una chiara separazione tra proprietà
e gestione.

Negli Stati Uniti questo modello si consolida tra fine Ottocento e inizio Novecento. L’American System of
Manufacturing, il taylorismo e poi il fordismo favoriscono la crescita di imprese integrate verticalmente, capaci di
sfruttare economie di scala, standardizzazione e produzione di massa. In questo contesto la “mano visibile” dei
manager sostituisce il mercato come meccanismo principale di coordinamento, soprattutto nei settori ad alta
intensità di capitale e tecnologia (come petrolio, chimica, elettricità, automobilistico).

La grande impresa manageriale si afferma quindi come una delle principali innovazioni organizzative del
capitalismo industriale del XX secolo. Non è un modello universale, ma risulta particolarmente efficace quando:

 la produzione richiede grandi investimenti,

 sono necessarie economie di scala e integrazione verticale,

 occorre coordinare processi complessi su larga scala.

7. Economie di scala e diversificazione: i first movers

2
Secondo Chandler, le imprese che riescono a ottenere una posizione dominante nei mercati moderni sono quelle
che agiscono come first movers, cioè che investono per prime in tre ambiti fondamentali:

1. Grandi impianti produttivi → per sfruttare economie di scala e di scopo

2. Sistemi distributivi efficienti → per controllare la commercializzazione dei prodotti

3. Strutture manageriali → per coordinare produzione, vendite e finanza

Quando un’impresa realizza simultaneamente questi tre elementi, crea barriere all’entrata che rendono difficile
la vita ai concorrenti più piccoli o meno tempestivi. Questo porta spesso alla formazione di oligopoli, soprattutto
nei settori più innovativi e tecnologicamente complessi.

Le strategie utilizzate dai first movers sono principalmente:

 Integrazione orizzontale, cioè acquisizione di concorrenti per controllare il mercato

 Integrazione verticale, per controllare sia fornitori sia distribuzione

 Diversificazione, ovvero espansione in nuovi prodotti o settori

 Espansione geografica, soprattutto nei mercati esteri

Nel secondo dopoguerra molte imprese puntano sulla diversificazione correlata, ossia su settori vicini alle
competenze già sviluppate. Dagli anni Settanta emergono invece le conglomerate, imprese diversificate in settori
anche molto distanti tra loro. Tuttavia, queste strutture rivelano spesso limiti organizzativi e vengono
ridimensionate negli anni successivi.

8. Le imprese multinazionali

Le imprese multinazionali nascono quando le aziende iniziano a investire stabilmente all’estero attraverso
investimenti diretti (FDI), assumendo un controllo gestionale su stabilimenti o filiali fuori dal proprio paese
d’origine. Alcuni studiosi hanno interpretato lo sviluppo delle multinazionali come una prosecuzione, su scala
internazionale, delle logiche manageriali analizzate da Chandler negli Stati Uniti.

Prima della Prima guerra mondiale

L’Europa è la principale protagonista dell’espansione internazionale. Molti investimenti si realizzano tramite free
standing companies, imprese create appositamente per operare solo all’estero, spesso in settori legati a risorse
naturali o infrastrutture.

Tra le due guerre mondiali

L’ambiente diventa più difficile: protezionismo, crisi economiche e instabilità politica ridimensionano gli
investimenti esteri. In questo periodo, per stabilizzare i mercati, si diffondono cartelli internazionali, soprattutto
in settori come acciaio, petrolio e materie prime.

Il secondo dopoguerra

Dal 1950 in poi gli investimenti internazionali crescono rapidamente. Gli Stati Uniti emergono come il principale
paese investitore, grazie alla forza delle grandi corporation americane. Seguono poi Europa e Giappone,
quest’ultimo trainato dal boom industriale e da grandi gruppi come Toyota, Mitsubishi, Hitachi.

Dagli anni Ottanta alla globalizzazione

La liberalizzazione dei mercati e lo sviluppo delle tecnologie dell’informazione accelerano la crescita delle
multinazionali. Gli investimenti diretti si espandono nei servizi, nel manifatturiero avanzato e nei mercati
emergenti.

Anche l’Italia partecipa al fenomeno con due modelli distinti:

 grandi gruppi nazionali (ENI, FIAT, Pirelli),

 multinazionali tascabili, piccole e medie imprese altamente specializzate capaci di operare su scala
globale pur mantenendo dimensioni contenute.

9. Gruppi di imprese

I gruppi di imprese rappresentano una forma organizzativa molto importante nei sistemi industriali moderni,
soprattutto nei paesi in cui le imprese non seguono un modello di integrazione verticale tipico della grande
corporation americana. Un gruppo è costituito da una società capogruppo che esercita controllo, diretto o
indiretto, su altre società formalmente autonome, creando una struttura articolata e coordinata.

3
Questa configurazione permette di combinare autonomia operativa nelle singole aziende con coordinamento
strategico a livello centrale. È un modello flessibile, adatto a contesti in cui le imprese devono diversificare le
attività o operare in settori differenti senza assumere i costi di un’integrazione totale. Questa forma si differenzia
dal modello chandleriano di integrazione verticale interna, mostrando come nei contesti europei e asiatici il
coordinamento possa avvenire prevalentemente tramite legami proprietari e non tramite strutture manageriali
integrate.

I gruppi asiatici

In Giappone e Corea del Sud, i gruppi assumono forme particolarmente sviluppate e influenti:

 Zaibatsu (Giappone, fino al 1945): grandi conglomerati familiari controllati da holding finanziarie.

 Keiretsu (Giappone, dal dopoguerra): reti di imprese collegate tra loro tramite partecipazioni incrociate e
supportate dalle principali banche.

 Chaebol (Corea del Sud): gruppi molto diversificati, spesso guidati da famiglie, favoriti da politiche statali
orientate all’industrializzazione.

Questi gruppi svolgono un ruolo decisivo nella crescita economica di entrambi i paesi grazie alla loro capacità di
concentrare risorse, coordinare investimenti e sostenere la ricerca tecnologica.

I gruppi europei

In Europa continentale i gruppi sono molto diffusi, spesso attraverso holding e strutture piramidali. Questo
modello permette alla società capogruppo di controllare ampie reti di imprese con una quantità relativamente
ridotta di capitale proprio. È particolarmente comune in paesi come Francia, Italia e Germania.

I gruppi europei combinano:

 coordinamento centrale,

 diversificazione delle attività,

 autonomia delle singole imprese operative,

 stabilità proprietaria nel lungo periodo.

Sono quindi una forma alternativa alla grande impresa integrata verticalmente, ma non meno rilevante dal punto
di vista economico.

10. Forme flessibili di produzione: reti di imprese e distretti

A partire dagli anni Settanta, con la crisi del fordismo e la crescente domanda di prodotti differenziati, emergono
modelli produttivi alternativi alla grande impresa integrata. Tra questi, assumono particolare importanza le
reti di imprese e i distretti industriali, che offrono soluzioni organizzative flessibili e adatte a contesti
caratterizzati da innovazione rapida e specializzazione.

Questi modelli mettono in discussione l’idea chandleriana che l’efficienza derivi principalmente da integrazione
verticale e grande scala produttiva.

Le reti di imprese

Le reti sono costituite da imprese formalmente autonome che collaborano in modo stabile, condividendo attività
come produzione, subfornitura, progettazione o distribuzione.
Sono forme organizzative che combinano:

 specializzazione delle singole aziende,

 cooperazione nei processi produttivi,

 riduzione dei costi senza integrazione proprietaria,

 rapidità di risposta ai cambiamenti del mercato.

Le reti risultano particolarmente efficaci nei settori ad alta variabilità della domanda o dove la tecnologia richiede
coordinamento ma non necessariamente grandi impianti.

I distretti industriali

4
I distretti, tipici del caso italiano ma presenti anche in altre economie, sono aree territoriali caratterizzate da:

 forte specializzazione produttiva in un settore (es. tessile, calzature, metalmeccanica leggera);

 presenza di molte piccole imprese fortemente interconnesse;

 competenze locali diffuse e trasmesse nel tempo;

 identità comunitaria che favorisce fiducia e collaborazione;

 collegamento stretto con istituzioni, banche locali e mercato del lavoro del territorio.

Questo modello consente elevati livelli di qualità, flessibilità e innovazione incrementale, nonostante le ridotte
dimensioni delle singole imprese.

L’evoluzione: il “quarto capitalismo”

Dagli anni Novanta, molti distretti generano medie imprese leader, capaci di:

 coordinare reti di fornitori,

 competere nei mercati internazionali,

 investire in marchio, design e innovazione.

Questo fenomeno, chiamato “quarto capitalismo”, rappresenta una combinazione tra i vantaggi della piccola
impresa distrettuale e la capacità strategica della media impresa.

11. Le cooperative

Le cooperative nascono nel XIX secolo come risposta ai problemi sociali ed economici generati dalla rivoluzione
industriale. La loro caratteristica principale è la finalità mutualistica, cioè l’obiettivo di soddisfare i bisogni dei soci
più che massimizzare il profitto. La proprietà è collettiva e la gestione segue il principio democratico “una testa, un
voto”.

Le cooperative si presentano in forme diverse a seconda dei paesi:

 Cooperative di consumo (Gran Bretagna): acquistano beni a prezzi vantaggiosi per i soci.

 Cooperative di produzione (Francia): gestite dagli stessi lavoratori.

 Cooperative di credito (Germania): facilitano l’accesso ai finanziamenti per artigiani e agricoltori.

 Cooperative agricole (Scandinavia): uniscono piccoli produttori per migliorare la produzione e la


commercializzazione.

In Italia, dopo la Seconda guerra mondiale, il movimento cooperativo cresce rapidamente, assumendo un ruolo
rilevante in settori come agricoltura, consumo, edilizia e servizi. Dagli anni Settanta emergono le cooperative
sociali, che si occupano di assistenza, integrazione lavorativa e servizi alla comunità.

Il modello cooperativo rappresenta quindi un’alternativa organizzativa stabile, radicata e versatile, capace di
combinare obiettivi economici e finalità sociali.

CAPITOLO 4

1. L’evoluzione dell’organizzazione

Con la crescita della dimensione delle imprese e l’aumento della complessità produttiva, soprattutto tra fine
Ottocento e inizio Novecento, diventa necessario sviluppare strutture organizzative più articolate rispetto alla
semplice gestione imprenditoriale tradizionale.

La prima trasformazione significativa avviene nella ferrovia, il settore che per primo richiede:

 coordinamento su larga scala,

 gestione della sicurezza,

 sistemi contabili avanzati,

 controllo di personale numeroso,

 comunicazioni rapide ed efficienti.

5
Questo porta alla nascita delle prime gerarchie manageriali moderne, caratterizzate dalla distinzione tra
compiti operativi e funzioni di supervisione. Questi sviluppi rappresentano le basi della “mano visibile” che
Chandler identifica come elemento distintivo della grande impresa moderna.

Con la successiva crescita delle imprese manifatturiere, queste strutture si estendono anche all’industria.
L’organizzazione diventa progressivamente più specializzata, attraverso reparti dedicati a produzione, vendite,
contabilità, personale. In questo periodo emergono inoltre i primi schemi teorici sull’organizzazione, legati sia alla
pratica manageriale sia alla diffusione dell’organizzazione scientifica del lavoro.

In sintesi, l’evoluzione dell’organizzazione nasce dalla necessità di gestire attività sempre più complesse,
garantire coordinamento e introdurre strumenti di controllo e pianificazione. Le trasformazioni organizzative sono
quindi il risultato diretto dell’espansione delle imprese e dell’evoluzione tecnologica.

2. La U-form: organizzazione plurifunzionale

La U-form (Unitary Form) è il primo grande modello organizzativo adottato dalle imprese moderne. È una struttura
plurifunzionale in cui l’azienda è organizzata per reparti specializzati, ognuno dedicato a una funzione specifica:

 produzione

 acquisti

 vendite

 contabilità

 amministrazione

Questi reparti dipendono tutti dalla direzione centrale, che mantiene il controllo sia operativo sia strategico.

La U-form funziona bene quando l’impresa opera in un solo settore o con una linea principale di prodotti,
perché consente:

 coordinamento diretto,

 chiarezza delle responsabilità,

 controllo relativamente semplice.

Tuttavia, man mano che le imprese crescono e si diversificano, la U-form mostra limiti importanti:

 sovraccarico informativo sulla direzione centrale;

 difficoltà nel coordinare attività troppo diverse tra loro;

 lentezza decisionale;

 ridotta flessibilità nella gestione di prodotti e mercati differenti.

Questi limiti diventeranno una delle principali cause che porteranno alla nascita della M-form, più adatta alla
gestione della diversificazione.

3. La M-form: l’organizzazione multidivisionale

La M-form (Multidivisional Form) nasce negli Stati Uniti tra gli anni ’20 e gli anni ’30 come risposta ai limiti della U-
form nelle imprese di grandi dimensioni e fortemente diversificate. È introdotta per la prima volta da Du Pont e
poi perfezionata e resa celebre dalla General Motors. Questo modello costituisce anche uno dei cardini del
paradigma chandleriano, come evoluzione organizzativa necessaria per gestire imprese diversificate e integrate.

La sua innovazione principale consiste nel decentramento operativo: l’impresa viene divisa in divisioni
autonome, ciascuna responsabile di un prodotto, di una linea di business o di un’area geografica. Ogni divisione
ha un proprio management che gestisce:

 produzione

 marketing

 vendite

 contabilità operativa

mentre la direzione centrale (headquarters) si occupa di:

 strategia generale
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 allocazione delle risorse

 controllo tramite sistemi di reporting

 coordinamento tra divisioni

Questo modello risolve i problemi di sovraccarico decisionale della U-form e aumenta la flessibilità, permettendo
di reagire più rapidamente ai cambiamenti del mercato.

Vantaggi principali della M-form

 Chiarezza delle responsabilità per divisione

 Controllo più efficace grazie a indicatori specifici per ogni unità

 Possibilità di crescere e diversificare senza perdere coordinamento

 Migliore utilizzo del management, che lavora su obiettivi misurabili

Diffusione internazionale

Dopo la Seconda guerra mondiale, la M-form diventa il modello organizzativo dominante della grande impresa
americana e, dagli anni ’60, si diffonde anche in Europa. Qui, tuttavia, incontra una maggiore varietà istituzionale e
proprietaria, per cui non sostituisce completamente modelli tradizionali come le holding o le strutture piramidali.

La M-form rimane comunque una delle innovazioni manageriali più significative del Novecento, soprattutto nei
settori caratterizzati da diversificazione e forte competizione.

4. Holding, gruppi e forme ibride

Accanto ai modelli U-form e M-form, nelle economie industriali si sviluppano forme organizzative alternative, che
assumono grande rilevanza soprattutto fuori dagli Stati Uniti. Tra queste, la più importante è la holding.

La holding (H-form)

La holding è una struttura in cui una società capogruppo controlla altre imprese tramite partecipazioni
azionarie. Le imprese controllate restano giuridicamente autonome, ma sono coordinate dalla capogruppo sotto il
profilo:

 finanziario,

 strategico,

 patrimoniale.

Questo modello è molto diffuso in Europa perché:

 consente di controllare un numero elevato di società con un investimento minimo, grazie alle strutture
piramidali;

 permette di mantenere autonomia operativa nelle diverse imprese del gruppo;

 si adatta bene a sistemi caratterizzati da famiglie imprenditoriali forti, banche influenti e mercati finanziari
meno sviluppati rispetto a quello statunitense.

Differenze rispetto alla M-form

A differenza della M-form:

 nella holding non esiste una vera integrazione organizzativa tra le imprese del gruppo;

 le divisioni non sono reparti interni, ma società separate;

 il coordinamento è meno operativo e più finanziario-strategico.

Per questo motivo, la holding è più flessibile ma anche più difficile da controllare in termini gestionali.

Forme ibride

Molte imprese europee utilizzano modelli misti, che combinano elementi della holding e della M-form.
Un esempio tipico è:

 capogruppo finanziaria (holding)

 società operative strutturate internamente per funzioni o divisioni (U-form o M-form)


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Queste forme ibride sono frequenti nei paesi dove coesistono grandi gruppi diversificati, tradizioni imprenditoriali
familiari e sistemi finanziari bancocentrici.

5. L’organizzazione del lavoro nell’Ottocento

Nel XIX secolo l’industrializzazione trasforma profondamente il lavoro, ma il passaggio dalla bottega artigiana alla
fabbrica non è immediato né lineare. Le prime fabbriche presentano infatti molte continuità con l’artigianato: i
lavoratori conservano competenze fortemente specializzate, un certo controllo sul ritmo produttivo e un’identità
professionale radicata.

La forza lavoro è suddivisa in gruppi con competenze diverse, creando una vera gerarchia operaia:

 all’apice ci sono gli operai qualificati, spesso indispensabili alla produzione;

 in posizioni intermedie vi sono gli operai specializzati;

 alla base si trovano i manovali o operai comuni.

L’imprenditore deve quindi negoziare e confrontarsi con queste élite operaie, le quali esercitano un potere
significativo, soprattutto nei settori dove la tecnologia non consente ancora un pieno controllo dall’alto del
processo produttivo.

Il mercato del lavoro è altamente segmentato:

 le qualifiche non sono facilmente sostituibili;

 la mobilità geografica è limitata;

 apprendistato e tradizione professionale giocano un ruolo essenziale.

In molti settori, la fabbrica ottocentesca non elimina quindi la logica artigianale, ma la riorganizza, introducendo
una disciplina più rigida e una maggiore separazione tra direzione e manodopera, pur senza riuscire ancora a
standardizzare completamente il lavoro.

6. Taylorismo e fordismo

All’inizio del Novecento, per affrontare i problemi di efficienza, coordinamento e disciplina del lavoro nella fabbrica
moderna, si sviluppano due modelli fondamentali: taylorismo e fordismo, destinati a trasformare profondamente
l’organizzazione industriale.

Taylorismo: l’organizzazione scientifica del lavoro

Frederick W. Taylor elabora un metodo di gestione basato sull’analisi scientifica delle operazioni. I suoi principi
principali sono:

 scomposizione del lavoro in compiti semplici e ripetitivi;

 misurazione dei tempi e metodi per individuare l’esecuzione più efficiente;

 separazione netta tra progettazione (mansione del management) ed esecuzione (mansione dell’operaio);

 addestramento standardizzato dei lavoratori;

 controllo dall’alto tramite supervisori dedicati.

Il taylorismo permette un aumento significativo della produttività, ma riduce l’autonomia e la qualifica dell’operaio,
trasformato progressivamente in un esecutore.

Fordismo: la produzione di massa

Henry Ford estende i principi tayloristi introducendo nel 1913 la catena di montaggio, che:

 sincronizza i movimenti degli operai;

 riduce i tempi morti;

 impone ritmi di lavoro uniformi;

 permette la produzione di grandi quantità di beni standardizzati a costi molto bassi.

Il Fordismo si basa su un modello industriale più ampio:

 produzione di massa;

8
 consumo di massa, reso possibile da prezzi bassi e salari relativamente alti (es. il “five dollar day” del
1914);

 forte integrazione verticale tra le fasi produttive.

Diffusione internazionale

Dopo la Prima guerra mondiale questi modelli si diffondono in tutta l’industria americana; nel secondo dopoguerra
diventano il riferimento per molti paesi europei impegnati nella ricostruzione.
Nonostante i vantaggi, generano tensioni sociali a causa dell’alienazione del lavoro, della rigidità dei processi e
della scarsa capacità di adattamento alla crescente domanda di varietà dei prodotti.

7. La produzione snella e il modello giapponese

A partire dagli anni Settanta, la crisi del fordismo — causata da saturazione dei mercati, aumento dei costi
energetici, conflitti industriali e crescente richiesta di varietà — rende evidente la necessità di modelli produttivi
più flessibili. È in questo contesto che si afferma il modello giapponese, sviluppato in particolare dalla Toyota.

Il Toyota Production System (TPS)

Il TPS si fonda su due principi fondamentali:

1. Just in Time (JIT)

Produrre solo ciò che serve, quando serve, riducendo al minimo scorte, sprechi e tempi di attesa.
Il flusso produttivo è sincronizzato e regolato dal sistema kanban, che indica a ogni reparto cosa produrre e in
quali quantità.

2. Jidoka (automazione con un tocco umano)

Le macchine sono progettate per fermarsi autonomamente in caso di errore, consentendo:

 controllo della qualità alla fonte;

 immediata individuazione dei problemi;

 prevenzione della produzione difettosa.

Il ruolo centrale del lavoro di squadra

Nel modello giapponese, gli operai non sono semplici esecutori, ma parte attiva del miglioramento continuo
(kaizen).
Sono organizzati in team, partecipano alla risoluzione dei problemi e hanno margini di autonomia maggiori rispetto
al modello fordista.

Questo sistema valorizza:

 competenze diffuse;

 formazione continua;

 responsabilizzazione dei lavoratori;

 comunicazione costante tra produzione, manutenzione e qualità.

Vantaggi del modello giapponese

 Elevata qualità del prodotto

 Riduzione drastica degli sprechi

 Flessibilità nella gestione di volumi e varianti

 Miglioramento continuo dei processi

 Maggiore coinvolgimento del personale

Queste caratteristiche rendono la produzione snella più adatta ai mercati globali dagli anni Ottanta in avanti,
caratterizzati da domanda variabile e competizione internazionale crescente.

Diffusione globale

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Negli anni Ottanta e Novanta, il successo delle imprese giapponesi spinge molte aziende occidentali a imitare il
TPS, dando origine al concetto di lean production.
Successivamente, il modello viene adattato in molte forme, fino ad arrivare a sistemi come il World Class
Manufacturing.

8. Impresa, innovazione e ricerca

L’innovazione è uno dei fattori centrali della crescita economica e della competitività delle imprese. Non è un
processo lineare né prevedibile: deriva da sperimentazione, conoscenza accumulata, errori, percorsi imitativi e
interazione tra imprese, scienza, tecnologia e mercato.

Paradigmi tecnologici e traiettorie innovative

Secondo la teoria dei paradigmi tecnologici, lo sviluppo tecnologico procede per:

 periodi di innovazioni radicali, che introducono nuovi modi di produrre;

 lunghi periodi di innovazioni incrementali, che migliorano gradualmente la tecnologia dominante.

All’interno di un paradigma, le imprese seguono traiettorie tecnologiche condizionate da scelte precedenti


(path dependence).

Ciò significa che:

 l’innovazione ha carattere cumulativo;

 le imprese non ripartono da zero ad ogni cambiamento;

 alcune strade, una volta intraprese, diventano difficili da abbandonare.

Questa irreversibilità riguarda anche gli investimenti: impianti, competenze, ricerca e organizzazione vincolano le
possibilità future.

Innovazione e struttura dell’impresa

L’innovazione richiede:

 investimenti consistenti e spesso rischiosi;

 capacità di assorbire nuove conoscenze;

 strutture organizzative in grado di sostenere ricerca e sviluppo (R&S);

 collegamenti con università, centri di ricerca, fornitori e clienti.

Nei settori ad alta tecnologia si diffonde la figura dell’impresa fortemente orientata alla ricerca, che combina
laboratori interni, competenze ingegneristiche e strategie di protezione dei brevetti. Tuttavia, l’intero processo
innovativo non può essere isolato: dipende sempre dal contesto economico e istituzionale.

Piccole imprese innovative: opportunità e limiti

Le nuove tecnologie creano spesso spazi per piccole imprese ad alta intensità innovativa, grazie a:

 flessibilità organizzativa,

 minori costi di struttura,

 vicinanza ai bisogni emergenti del mercato.

Tuttavia, solo alcune riescono a consolidarsi e a crescere. Per competere nel lungo periodo servono:

 capacità manageriali,

 investimenti mirati,

 accesso a risorse finanziarie,

 sviluppo di reti di collaborazione.

Il successo non deriva solo dall’invenzione in sé, ma dalla capacità di trasformare l’innovazione in un prodotto
o processo economicamente sostenibile.

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