SENTENZA
Cassazione civile sez. trib. - 14/03/2025, n. 6741
Intestazione
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE TRIBUTARIA CIVILE
Composta dagli [Link] [Link] Magistrati
Dott. LENOCI Valentino - Presidente
Dott. DI MARZIO Paolo - Consigliere
Dott. ANGARANO Rosanna - Consigliere
Dott. CORTESI Francesco - Relatore
Dott. FAROLFI Alessandro – Consigliere
ha pronunciato la seguente
ORDINANZA
sul ricorso n.r.g. 2694/2022,
proposto da
AGENZIA DELLE ENTRATE, rappresentata e difesa ex lege dall'Avvocatura
generale dello Stato, presso la quale è domiciliata a ROMA, in VIA DEI
PORTOGHESI, N. 12
- ricorrente -
contro
[Link]. e SBE VARVIT Spa in persona del legale rappresentante p.t. [Link].,
rappresentati e difesi, per procura in calce al controricorso, dagli [Link]
PAOLO PURI e ALBERTO MULA, elettivamente domiciliati presso il loro studio in
ROMA, VIA XXIV MAGGIO, n. 43
-controricorrenti e ricorrenti incidentali-
avverso la sentenza n. 1492/4/2021 della Commissione tributaria
regionale dell'Emilia-Romagna, depositata il 10 dicembre 2021;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 6 marzo 2025
dal consigliere dott. Francesco Cortesi;
lette le conclusioni scritte del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto
Procuratore generale dott. Alessandro Pepe, il quale ha concluso per il rigetto
del ricorso principale con assorbimento di quello incidentale condizionato.
RILEVATO CHE
1. L'Amministrazione finanziaria notificò ad [Link]. quattro avvisi di accertamento con i quali
riprendeva a tassazione un maggior reddito a fini Irpef per gli anni di imposta 2011-2014;
identici avvisi furono notificati, per i medesimi periodi d'imposta, a SBE VARVIT Spa
Le pretese erariali scaturivano dagli esiti di una verifica che aveva interessato il gruppo di
società riconducibile ad [Link]. – nonché ai fratelli [Link]. e [Link]., destinatari di identiche
pretese ma residenti nel territorio della Regione Friuli-Venezia Giulia – e dalla quale era
scaturita la contestazione di un'operazione di leverage cash out connotata da finalità elusive.
Più in particolare, l'operazione contestata era caratterizzata da tali scansioni - [Link]. Spa,
società a ristretta base partecipativa della quale i contribuenti, soci di maggioranza e
appartenenti allo stesso gruppo familiare, detenevano il 27% delle quote ciascuno, era titolare
della quasi totalità delle partecipazioni nelle altre società del gruppo (fra cui SBE VARVIT) e
negli anni aveva incrementato le proprie riserve straordinarie prevalentemente tramite gli utili
corrisposti dalle partecipate;
– il 28 ottobre 2010 i soci di [Link]. avevano rivalutato le proprie partecipazioni societarie ai
sensi degli artt. 5 e 7 della L. n. 448/2001 e 2 del D.L. n. 2828/2002, allineandone il valore a
quello di mercato, mediante il pagamento rateizzato dell'imposta sostitutiva (pari al 4% per le
quote qualificate, detenute dai soci Ve., e al 2% per le quote di minoranza, detenute dai
restanti soci estranei al gruppo familiare);
– il 7 dicembre 2010 i soci di maggioranza avevano costituito una nuova società, la Ve. Group
Srl (in seguito mutata in Spa), sottoscrivendo l'intero capitale sociale, alla quale poi avevano
ceduto le loro quote di partecipazione per un corrispettivo pari al valore rivalutato, senza
realizzare alcuna plusvalenza tassabile e pattuendo il pagamento del corrispettivo (pari ad
Euro 80.350.000,00) in due rate;
– allo scadere della prima rata, [Link]. aveva distribuito dividendi a Ve. Group per Euro
2.250.000,00 prelevati dalla riserva straordinaria;
– tale somma era stata impiegata dalla newco per il pagamento della rata stessa e,
successivamente, dai soci per il saldo dell'imposta sostitutiva dovuta sulla rivalutazione delle
partecipazioni;
– per il pagamento della seconda rata era stato, invece, convenuto che lo stesso avvenisse in
parte mediante versamento soci in conto capitale e in parte mediante l'emissione in favore dei
cedenti di quattro prestiti obbligazionari con titoli a rimborso rateizzato ventennale, per
l'estinzione dei quali Ve. Group aveva poi attinto alla riserva straordinaria di [Link]. e agli
utili distribuitile nel tempo dalla stessa, con conseguente sostanziale rimborso di una quota
capitale dei prestiti obbligazionari sottoscritti dai soci;
– pertanto, a partire dal 2011 e fino alla sua successiva incorporazione in altra società del
gruppo (avvenuta nel 2014), Ve. Group aveva incassato da [Link]. i dividendi detassati per
il 95% ai sensi dell'art. 89 del TUIR e li aveva utilizzati per estinguere i debiti obbligazionari
contratti con i cedenti mediante pagamento rateale, con corresponsione di interessi deducibili
da parte dell'emittente e non tassati per i percettori, in quanto costituenti corrispettivo di
cessione.
Siffatta operazione, ad avviso dell'Ufficio, aveva consentito che i soci di [Link]. entrassero
nella disponibilità degli utili e delle riserve della società senza scontare la tassazione
connessa alla loro natura di dividendi, ciò che ne disvelava l'intento elusivo della disposizione
di cui all'art. 47 del TUIR; in altri termini, l'operazione era volta al fine di incamerare gli utili da
partecipazione spettanti a [Link]. trasformandoli in parte in titoli obbligazionari produttivi di
interessi deducibili dall'emittente, e in parte in apporti di capitale nella newco detassati all'atto
della loro distribuzione, con ciò connotandosi come abuso del diritto ai sensi dell'art. 10-bis
della L. n. 212/2000.
2. Gli atti impositivi furono impugnati dai contribuenti innanzi alla Commissione tributaria di
Reggio Emilia, che riconobbe le ragioni dell'Erario; il successivo appello fu accolto dalla
C.T.R. dell'Emilia-Romagna con la sentenza indicata in epigrafe.
I giudici regionali rilevarono in premessa che la fattispecie di abuso del diritto non sussiste
ove l'operazione sia stata posta in essere in presenza di ragioni extrafiscali non marginali;
nella specie, invece, l'operazione era sorretta dal triplice scopo di (a) liquidare i soci non
interessati al rilancio industriale e finanziario del gruppo, reso necessario dalla crisi del
settore di riferimento (meccanica); (b) incrementare il patrimonio netto per poter più
agevolmente ricorrere al credito bancario; (c) costituire una holding familiare.
3. La sentenza d'appello è stata impugnata dall'Agenzia delle Entrate con ricorso per
cassazione affidato a un unico motivo.
I contribuenti hanno depositato controricorso e ricorso incidentale condizionato, anch'esso
affidato a un solo motivo, illustrato da successiva memoria.
Il Pubblico Ministero ha fatto pervenire le proprie conclusioni scritte.
CONSIDERATO CHE
1. L'unico mezzo del ricorso principale denuncia violazione o falsa applicazione dell'art. 10-bis
della L. n. 212/2000.
Ad avviso della ricorrente, i giudici d'appello avrebbero errato nel considerare
atomisticamente le singole scansioni dell'articolata operazione negoziale, anziché tutta
questa nel suo complesso, ciò che avrebbe consentito di ravvisarne gli estremi dell'abuso
contestato.
2. Con l'unico motivo di ricorso incidentale i contribuenti denunziano la violazione dell'art. 43
del D.P.R. n. 600/1973, dolendosi del fatto che la C.T.R. non aveva accolto la loro eccezione
di decadenza dell'Amministrazione dalla potestà impositiva, essendo spirato il termine
previsto dalla disposizione invocata.
3. Il ricorso principale non è fondato.
3.1. Conviene, al riguardo, procedere ad un breve inquadramento degli approdi
giurisprudenziali in materia.
Secondo il costante indirizzo di questa Corte, si configura un abuso del diritto – il cui divieto
costituisce, in materia tributaria, principio generale antielusivo – quando l'operazione
economica è volta al conseguimento di vantaggi fiscali ottenuti mediante un uso distorto,
ancorché non contrastante con alcuna disposizione normativa, di
strumenti giuridici idonei ad ottenere un risparmio d'imposta, in difetto di ragioni
economicamente apprezzabili che giustifichino l'operazione (Cass. n. 9135/2021; Cass. n.
15321/2019; Cass. n. 18632/2018).
Più specificamente, è stato affermato che "in tema di redditi d'impresa, l'art. 37-bis del D.P.R.
n. 600 del 1973, ora sostituito dall'art. 10-bis della L. n. 212/2000, non contiene
un'elencazione tassativa delle fattispecie abusive, ma costituisce una norma aperta, la quale
trova applicazione, alla stregua del generale principio antielusivo rinvenibile nella Costituzione
e nelle indicazioni della raccomandazione n. 2012/772/UE, in presenza di una o più
costruzioni di puro artificio che, realizzate al fine di eludere l'imposizione, siano prive di
sostanza commerciale ed economica, ma produttive di vantaggi fiscali" (Cass. n. 4631/2023;
Cass. n. 2224/2021).
In sintesi, questa Corte ha affermato che, onde integrare gli estremi del comportamento
abusivo, un'operazione economica, valutata tenendo conto sia della volontà delle parti sia del
contesto fattuale e giuridico, deve porre quale suo elemento predominante e assorbente lo
scopo di ottenere vantaggi fiscali, con la conseguenza che il divieto di comportamenti abusivi
non si applica se l'operazione può spiegarsi altrimenti che con il mero conseguimento di
risparmi d'imposta (così Cass. n. 25972/2014; più di recente, v. Cass. n. 22072/2024).
In particolare, con riguardo ai processi di ristrutturazione e riorganizzazione aziendale
effettuati nell'ambito di grandi gruppi di imprese, il divieto di comportamenti abusivi, fondati
sull'assenza di valide ragioni economiche e sul conseguimento di un indebito vantaggio
fiscale, "non vale ove quelle operazioni possano spiegarsi altrimenti che con il mero
conseguimento di risparmi d'imposta, poiché va sempre garantita la libertà di scelta del
contribuente tra diverse operazioni comportanti anche un differente carico fiscale" (Cass. n.
439/2015).
Spetta all'Amministrazione la prova del disegno elusivo e delle modalità di manipolazione e di
alterazione degli schemi negoziali classici, considerati come irragionevoli in una normale
logica di mercato (Cass. n. 1465/2009), mentre il contribuente ha l'onere di allegare
l'esistenza di ragioni economiche che giustifichino un'operazione così strutturata qualora
l'Ufficio alleghi l'esistenza di un adeguato strumento giuridico, alternativo a quello scelto dai
contraenti, che sia comunque funzionale al raggiungimento dell'obiettivo economico
perseguito (Cass. n. 21390/2012).
3.2. Tracciate tali coordinate, e venendo alla presente vicenda, l'Amministrazione assume
che attraverso la costituzione di Ve. Group e la cessione alla stessa delle rivalutate
partecipazioni in [Link]. – pattuita con previsione del pagamento di parte del corrispettivo
mediante emissione di prestiti obbligazionari da rimborsare ratealmente – i contribuenti
avrebbero ottenuto la "monetizzazione" degli utili di quest'ultima società.
Gli stessi, infatti, confluendo nella newco, non sarebbero stati sottoposti al regime impositivo
proprio dei dividendi, ciò che, a dire della stessa Amministrazione, non si sarebbe verificato
laddove, in luogo della cessione delle quote, queste fossero state conferite nel patrimonio di
Ve. Group.
3.3. Il Collegio non è di questo avviso.
Invero, e come si è già rilevato, i giudici d'appello hanno ritenuto sussistenti le circostanze
dedotte dai contribuenti a fondamento dell'operazione infragruppo, rappresentando poi la
sussistenza di una serie di indicatori dell'effettiva corrispondenza di tali finalità con la realtà
effettiva dell'operazione, quali
– il fatto che l'operazione aveva consentito un aumento del patrimonio netto;
– il corrispondente incremento dei finanziamenti bancari, con ampliamento del ricorso al
credito;
– in via ulteriormente derivata, l'aumento del fatturato consolidato e degli utili ante imposte.
Gli stessi giudici, inoltre, hanno rilevato che la creazione di nuova capacità patrimoniale in
capo ai soci di maggioranza aveva consentito l'agevole liquidazione di quelli di minoranza, e
che agli stessi esiti non si sarebbe potuti pervenire per la via naturale del conferimento delle
azioni, operazione – quest'ultima – che avrebbe fra l'altro imposto il deposito della relazione
peritale di stima presso il Registro delle Imprese che i soci intendevano legittimamente
scongiurare per la possibilità che si rendessero così pubbliche informazioni invece riservate.
3.4. Questa ricostruzione dei fatti designa l'insussistenza della fattispecie denunziata
dall'Erario.
In particolare, è emerso che l'operazione non era motivata da un solo risparmio di imposta,
ma supportata da altre ragioni economiche; più specificamente, la scansione delle operazioni
poste in essere – dapprima la rivalutazione delle partecipazioni nella capogruppo, quindi la
cessione delle stesse alla newco costituita dai soli Ve. – appariva indicativa della volontà di
procedere ad una riorganizzazione del gruppo che valorizzasse i soci appartenenti al
medesimo nucleo familiare.
A tale ratio giustificativa si aggancia la scelta di procedere, poi, al finanziamento della
cessione mediante l'emissione di titoli obbligazionari; ciò consentiva, al contempo, la
liquidazione dei soci "non familiari" (non interessati alla costituzione della nuova holding
strumentale al complessivo riassetto del gruppo), consentendo l'aumento del patrimonio netto
della newco in dipendenza del fatto che il corrispettivo di spettanza dei soci Ve. sarebbe stato
postergato nel tempo, e vincolato all'effettivo conseguimento di utili da parte della società.
Quest'ultimo rilievo, peraltro, pone in luce la specifica utilità dell'operazione realizzata in luogo
di quella che avrebbe potuto apportare un semplice conferimento in quest'ultimo caso, infatti,
solo una quota delle azioni conferite avrebbe potuto essere imputata a capitale sociale,
mentre il residuo sarebbe stato qualificabile come riserva di capitale distribuibile ai soci senza
alcuna tassazione; e ciò in disparte l'ulteriore rilievo concernente il legittimo intento dei soci di
non procedere al deposito di cui all'art. 2343 cod. civ.
Il quadro che emerge da tali complessivi rilievi è, dunque, quello di un'operazione
caratterizzata da un'apprezzabile sostanza economica, costituita da singole scansioni tutte
poste in essere in forza di specifiche disposizioni di legge aventi finalità agevolative; dal che
deve escludersi la sussistenza del denunziato abuso del diritto, come correttamente rilevato
dalla sentenza impugnata.
4. Il ricorso principale va dunque disatteso; ciò rende superfluo lo scrutinio del ricorso
incidentale condizionato.
L'Agenzia delle entrate va condannata al pagamento delle spese del giudizio, liquidate come
da dispositivo.
Trattandosi di amministrazione dello Stato patrocinata dall'Avvocatura generale, essa non va
invece condannata al pagamento dell'importo previsto dall'art. 13, commi 1-bis e 1-quater, del
D.P.R. n. 115/2002
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso principale, assorbito il ricorso incidentale condizionato, e condanna
la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio, che liquida in Euro 11.000,00, oltre Euro
200,00 per esborsi, 15% rimborso forfetario e oneri accessori.
Così deciso in Roma il 6 marzo 2025.
Depositato in Cancelleria il 14 marzo 2025.
SCUOLA SUPERIORE DELLA © Copyright Giuffrè Francis Lefebvre S.p.A.
25/01/2026
MAGISTRATURA 2026