TOSSICOLOGIA
TOSSICOLOGIA
Droghe vegetali
• 4000-500 a.C.: prime conoscenze sulle azioni benefiche di alcune piante
• 1493-1541 Paracelso: merito di aver dimostrato che i medicamenti vegetali non sono entità
terapeutiche inscindibili, ma il principio attivo che ne determina l’attività benefica può essere
estratto ed usato come e meglio dei medicamenti vegetali stessi.
• Inizi 1800: validazione scientifica delle intuizioni di Paracelso, si scoprirono e si isolarono i
costituenti attivi delle piante medicinali. Nel 1803 venne isolata la morfina, nel 1820 la chinina e la
caffeina….
• 1889: si ottiene per sintesi il primo alcaloide: la coniina
• Susseguirsi di tentativi per ottenere farmaci di sintesi
• Sviluppo dell’industria farmaceutica i cui prodotti sempre più numerosi vanno a sostituirsi alle
droghe vegetali.
• Per le piante medicinali inizia così un periodo da un lato di declino, ma dall’altro anche di verifica e
apprendimento della loro valenza terapeutica.
• Si studiano la funzione farmacologica, il meccanismo d’azione e la tossicità degli estratti vegetali
standardizzati e dei principi attivi più importanti.
Il declino…
Dalla metà del XX secolo: sviluppo su scala industriale di una quantità enorme di specialità medicinali.
Vantaggio: una volta ottenuti allo stato puro e in forma stabile, i principi attivi delle piante hanno,
rispetto alle droghe vegetali, una maggior costanza d’azione e offrono la possibilità di stabilire un più
esatto rapporto tra dose e attività desiderata.
Inoltre, l’industria farmaceutica ha sviluppato la sintesi chimica, che ha permesso di avere a
disposizione nuove e sempre più attive molecole di interesse terapeutico.
Responsabilità da parte del medico: i medici imparano facilmente a prescrivere le specialità medicinali
piuttosto che a prescrivere preparazioni galeniche più o meno elaborate con indicazioni precise per il
preparatore e per il paziente.
Il paziente preferisce il farmaco di sintesi molto più attivo e dall’effetto più immediato.
Il ritorno…
ERBORISTA: pregio di aver potenziato e sviluppato il ruolo delle droghe vegetali.
✔Bisogno di realizzare terapie che diano beneficio terapeutico limitando gli effetti indesiderati.
✔Farmacofobia: si preferisce rivolgersi a farmaci naturali, meno costanti negli effetti medicamentosi,
ma meglio tollerati e comunque potenzialmente utili.
✔È stato evidenziato che l’azione farmacologica del principio attivo non sempre si identifica con quella
della pianta di partenza.
✔Questo ritorno è anche facilitato dalla possibilità: - di conservare meglio le piante medicinali e i loro
prodotti d’estrazione; - di utilizzare un prodotto vegetale con un contenuto costante di principi attivi.
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Droghe in erboristeria
Le droghe vegetali, a seconda delle sostanze che contengono e per le quali vengono utilizzate, si possono
classificare nelle seguenti categorie:
a) Droghe che contengono sostanze attive sul SNC (es. oppio, uso voluttuario piuttosto che terapeutico)
b) Droghe di uso quotidiano (es. tè, caffè)
c) Droghe che contengono sostanze attive ma anche molto tossiche (es. digitale, NO erboristeria).
d) Droghe utilizzate per le loro specifiche proprietà farmacologiche (es. aglio)
e) Droghe utilizzate per la loro attività coadiuvante (es. rosa canina per carenza di vit. C)
f) Droghe utilizzate per correggere il gusto di preparazioni farmaceutiche e/o preparare soluzioni ad
attività disinfettante (es. arancio amaro come aromatizzante)
g) Droghe utilizzate per abbellire le preparazioni estrattive
Ovviamente nessuna delle droghe della categoria a si può ritrovare in erboristeria, mentre delle droghe b il
tè, il matè e il carcadè possono essere presenti. Le droghe della categoria c sono recuperabili solo in
farmacia.
Molte delle droghe delle categorie e, f, g sono presenti anche in erboristeria e consigliate dall’erborista per
risolvere problemi estetici (prodotti di uso topico), alimentari (integratori alimentari contenenti droghe
vegetali ricche di vitamine, elementi etc.) ed in alcuni casi salutistici (prodotti utili in caso di affaticamento,
stomatite, dispepsia).
L’erborista con conoscenze botaniche, fitochimiche, di farmacognosia e fitofarmacologia dispensa anche
droghe vegetali della categoria d.
Fattori intrinseci:
✓ Specie botanica (dal punto di vista scientifico sempre nome botanico, in alcuni casi sotto un nome
comune possono essere ricondotte piante diverse non solo per specie, ma anche per genere).
Es. Anice: anice stellato cinese (Illicium stellatum) è morfologicamente simile all’anice stellato
giapponese (Illicium religiosum). Illicium stellatum: tradizionalmente usato come aromatizzante e
antidispeptico. Illicium religiosum: conosciuto per la sua neurotossicità: contiene olio essenziale
responsabile di crisi convulsive e alterazioni dello stato di coscienza.
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✓ Chemiotipo (nell’ambito della stessa specie botanica esiste la possibilità di avere una produzione di
metaboliti secondari differenziati, dando così origine a diversi chemiotipi).
✓ Mutazione genetiche spontanee (possono variare la concentrazione di PA).
✓ Selezione genetica (è possibile scegliere e far riprodurre solo piante che spontaneamente
presentano certe caratteristiche produttive, per avere caratteristiche migliori).
✓ Parte della pianta utilizzata -droga- (a seconda della parte di pianta utilizzata avrò proprietà diverse).
✓ Periodo di raccolta (periodo balsamico: periodo migliore per la raccolta, sia per quanto riguarda la
quantità sia per la qualità de PA, che però non sempre coincide. Es. Olio essenziale di Santoreggia:
quantitativamente scarso in ottobre e abbondante a maggio, ma in ottobre è ricco di p-cimene e in
maggio di carvacrolo).
Fattori estrinseci:
✓ Fattori ambientali (luce, temperatura, latitudine, altitudine, umidità).
✓ Mutazioni genetiche indotte (aumentare i PA modificando il numero di cromosomi -mutazione
genomica- o la struttura di un cromosoma -mutazione cromosomica-).
✓ Fattori biotici -allelopatia- (per allelopatia in generale si intende il condizionamento o l’interazione
di un essere vivente alla crescita e allo sviluppo di un altro essere vivente mediante la secrezione di
sostanze organiche).
✓ Terreno (tessitura, pH ed elementi nutritivi).
Una pianta se al di fuori del suo habitat può completamente perdere la capacità di sintetizzare
determinati principi attivi e quindi la droga potrebbe risultare inattiva.
Es. L’aconito e la cicuta, molto tossiche nei paesi mediterranei, sono praticamente innocue o poco
tossiche se cresciute in paesi freddi. Perciò, al di là delle sue caratteristiche intrinseche, per
continuare a produrre principi attivi la pianta deve crescere in un ambiente favorevole per clima e
natura del terreno.
✓ Post raccolta (dopo la raccolta nella pianta continuano alcune modificazioni quali-quantitative tra i
suoi costituenti e metaboliti secondari. Una cattiva conservazione delle droghe può essere anche
responsabile di fenomeni di contaminazione batterica o fungina e portare alla produzione di tossine
o composti diversi da quelli presenti nella pianta).
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Le vie di somministrazione più importanti per i prodotti erboristici sono: la via orale e la via topica.
Nella fase biofarmaceutica in cui si ha la disgregazione e la dissoluzione del prodotto, e il PA passa in
soluzione.
Per quanto riguarda la fase farmacocinetica, che descrive il percorso del PA dal momento della sua
dissoluzione fino al raggiungimento della biofase (bersaglio).
Essa si divide in:
• Assorbimento: passaggio del PA dalla sede di applicazione al sangue, attraverso le membrane
biologiche.
• Distribuzione: distribuzione del PA dal sangue ai diversi compartimenti dell’organismo.
• Metabolismo: modificazioni chimiche che il PA subisce nell’organismo.
• Eliminazione: escrezione del PA.
COEFFICIENTE DI RIPARTIZIONE: è una misura del grado di lipofilia di un composto, è relativo a come la
sostanza si distribuisce in un volume contenente olio e acqua.
Nella maggior parte dei casi il trasporto avviene per diffusione passiva: i farmaci con un adeguato
coefficiente di ripartizione possono diffondere attraverso le membrane cellulari. La diffusione tra due
compartimenti separati da una membrana è governata dalla legge di Fick:
(C1 − C2) × D × A
𝑉=
d
Flusso molare (V): velocità (moli per secondo) del passaggio di un soluto dal compartimento 1 al
compartimento 2; c1 e c2 sono le concentrazioni del composto nei due compartimenti; D: coefficiente di
diffusione che dipende dalle caratteristiche chimico fisiche di solvente e soluto ed è correlato al coefficiente
di ripartizione; A: l’area della membrana; d: spessore della membrana.
Quindi:
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✓ l flusso netto di farmaco attraverso una membrana biologica è tanto maggiore quanto maggiore è la
differenza di concentrazione del farmaco nei due compartimenti. Il flusso quindi si riduce nel tempo
a mano a mano che le concentrazioni si equilibrano;
✓ farmaci diversi hanno diversa capacità di attraversare le membrane a seconda del loro coefficiente
di diffusione/ripartizione;
✓ Il passaggio è tanto più efficiente quanto è più sottile la barriera da superare;
✓ Ciò che influenza la diffusione passiva sono la lipofilia e l’ingombro sterico;
✓ È più facile assorbire nell’intestino piuttosto che nello stomaco;
Le barriere attraversate durante la diffusione passiva:
• ENDOTELIO CAPILLARE
Costituisce una barriera cellulare molto labile in quanto caratterizzata da spessore limitato, alta
attività di endo-esocitosi e presenza di pori di membrana (sottile e fenestrato).
Per molecole idrofiliche e polarizzate il passaggio avviene tramite pori e il fattore determinante è
quindi la dimensione molecolare del farmaco.
Il più permeabile è quello dei globuli renali e del fegato, mentre il meno permeabile è quello dei
capillari cerebrali.
• BARRIERA EMATOENCEFALICA
I capillari encefalici sono caratterizzati dall’assenza di pori di grande diametro e presentano un
rivestimento quasi continuo di cellule gliali.
Solo farmaci ad elevata liposolubilità e a basso PM sono in grado di oltrepassarla, mentre i farmaci
idrofili non riescono ad oltrepassarla a meno che non vi sia una compromissione funzionale della
barriera (es. stati infiammatori e meningiti).
La penetrazione del farmaco nel SNC è influenzata da:
▪ Legame con le proteine plasmatiche (solo la parte di PA non legata può entrare nel torrente
circolatorio e arrivare al bersaglio)
▪ Grado di ionizzazione (la forma NON ionizzata -neutra- in linea generale attraversa meglio le
membrane biologiche per diffusione passiva)
▪ Coefficiente di ripartizione
A livello di tale barriera esistono anche meccanismi di trasporto attivo che consentono la
penetrazione nel SNC di aminoacidi, glucosio e piccoli peptidi.
FARMACOCINETICA
Branca della farmacologia che identifica e descrive gli eventi a cui è sottoposto un farma (principi attivo)
quando viene a contatto con un organismo.
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Fasi: assorbimento, distribuzione, metabolismo, eliminazione.
Parametri: biodisponibilità, volume di distribuzione, emivita plasmatica di eliminazione (Tmezzi), clearance
plasmatica.
1. Assorbimento
Insieme dei processi attivi e passivi che consentono il passaggio di un farmaco dal suo sito di
somministrazione alla circolazione sistemica.
✓ Dissolubilità
Capacità della forma farmaceutica di dissolversi completamente nell’ambiente da cui deve essere assorbita.
La velocità di dissoluzione di una preparazione è correlata alla sua superficie, alla sua solubilità, al pH, agli
eccipienti e alla presenza di rivestimenti protettivi.
✓ Vascolarizzazione
Maggiori sono la vascolarizzazione e il flusso ematico nella zona della somministrazione, maggiore è la
velocità di assorbimento.
(es. un farmaco per via intramuscolare raggiunge il circolo più velocemente rispetto alla via sottocutanea,
poiché il tessuto muscolare è più vascolarizzato)
Aumenti del flusso ematico per richieste funzionali (attività fisica) possono aumentare la velocità di
assorbimento.
Biodisponibilità
Frazione della dose somministrata che raggiunge la circolazione sistemica
non modificata (espressione %).
È rappresentata dall’area sotto la curva concentrazione plasmatica/tempo
(AUC).
Nella via di somministrazione endovenosa la biodisponibilità= 100%.
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Biodisponibilità per via orale
Per essere assorbito un farmaco somministrato per via orale deve:
✓ Dissolversi nel lume del tubo digerente;
✓ Attraversare la mucosa gastrointestinale;
✓ Superare il fegato (nel fegato il PA può subire il metabolismo di I passaggio, ovvero quelle
trasformazioni chimiche e metaboliche che avvengono prima che il PA arrivi nella circolazione
sistemica);
Dal punto di vista farmacocinetico lo stomaco deve quindi essere considerato non tanto come superficie
assorbente, quanto come organo di deposito che rilascia il farmaco assunto per os all’organo assorbente, il
piccolo intestino.
È quindi importante ricordare quali sono i fattori che controllano la velocità dello svuotamento dello
stomaco perché essi avranno un ruolo importante nel determinare la rapidità di assorbimento e quindi
l’insorgenza dell’effetto del principio attivo:
• A digiuno: lo svuotamento gastrico di liquidi, inclusi i principi attivi in essi disciolti, è relativamente
rapido. In questa fase lo stomaco presenta periodi di contrazione e rilassamento di durata variabile
che culminano in un’intensa contrazione espulsiva ogni 30 min circa. Il tempo necessario perché il
farmaco venga espulso dallo stomaco dipenderà quindi dall’intervallo intercorrente tra la
somministrazione e la successiva onda espulsiva.
• A stomaco pieno: In questo caso vi sono delle contrazioni regolari e discrete che provvedono a
mescolare e triturate il contenuto gastrico. Attraverso il piloro (regione terminale dello stomaco, che
regola il passaggio del contenuto gastrico nel duodeno-tratto iniziale dell’intestino tenue-)passano
solo particelle di dimensioni inferiori ai 2 mm. il tempo di svuotamento dello stomaco è in questo
caso molto allungato e di conseguenza il passaggio dei principi attivi al piccolo intestino è ritardato
Il tempo di transito nell’intero apparato digerente è di circa 1-2 giorni, ma il transito nella stazione
principale di assorbimento è di circa 3 ore.
Alterazioni della peristalsi vanno a modificare l’assorbimento.
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padiglione auricolare. Mentre le mucose, che non prevedono lo strato corneo possono dar luogo ad
effetti sistemici.
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Fase farmacocinetica caratterizzata dal passaggio del farmaco dal torrente circolatorio ai tessuti.
I fattori che regolano la distribuzione sono:
• Coeff. di ripartizione del farmaco
• Peso molecolare del farmaco
• Caratteristiche anatomiche e grado di vascolarizzazione dei vari distretti
• Legame con le proteine plasmatiche
La maggior parte dei farmaci si legano alle proteine plasmatiche (principalmente albumina). L’entità della
quota legata è molto importante da un punto di vista farmacologico, perché solo la quota libera del
farmaco è biologicamente attiva.
Per farmaci con elevato legame proteico c’è la possibilità che si verifichi un incremento di attività dovuto a
fenomeni di spiazzamento (dal legame proteico) in caso di terapia combinata con altri farmaci fortemente
legati alle proteine.
Compartimenti (es individuo di 70Kg, circa il 60% del peso è costituito da acqua: 42 l):
• Plasma (circa 3 l)
• Fluidi extracellulari (circa 10-13 l)
• Fluidi intracellulari (25-28 l)
Quindi…
• Farmaci confinati al plasma avranno un Vd< 3 l
• Farmaci confinati al plasma e ai fluidi extracellulari Vd= 13-16 l
• Farmaci che penetrano all’interno delle cellule Vd> 16 l (e tanto maggiore quanto più grande sarà la
loro tendenza ad accumularsi all’interno delle cellule)
Nel processo di distribuzione tra i diversi distretti dell’organismo, la concentrazione del farmaco tende a
diminuire progressivamente per effetto dell’escrezione, dell’inattivazione metabolica e dell’accumulo in siti
di deposito, quali ad es. i grassi e le proteine plasmatiche.
E in generale le sostanze hanno un tropismo selettivo per un organo piuttosto che per un altro.
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Processo di biotrasformazione che ha lo scopo di trasformare le sostanze estranee presenti nell’organismo
in composti più polari e più idrosolubili, aumentandone l’escrezione e riducendo il volume di distribuzione.
Metabolismo
Obbiettivo: trasformare chimicamente PA o xenobiotici in derivati idrosolubili per facilitarne l’eliminazione.
• Diminuzione dell’attività e della tossicità
• Soppressione dell’attività e della tossicità
• Attivazione delle molecole originali (profarmaco o prodrug)
• Intermedi altamente reattivi (elettrofili) che inducono meccanismi tossici
Per quanto riguarda l’ossidazione il più importante sistema enzimatico ossidativo è rappresentato
dalle attività ossidasiche a funzione mista. Questi enzimi sono localizzati nel reticolo endoplasmatico
delle cellule del fegato, del rene, del polmone e dell’intestino.
Il più importante è il citocromo (CYP) P450.
È costituito da 2 strutture:
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• Eme-proteina(protoporfirina di tipo ferrico; sito catalitico)
• Flavoproteina (NADPH-CYP450 reduttasi; trasportatori di e-)
E utilizzano come substrato ossidante l’O2. Le reazioni controllate da questo sistema sono molteplici,
ma tutte riconducibili ad un processo di idrossilazione del substrato conseguente alla diretta
incorporazione di una molecola di ossigeno.
Il substrato (RH) si lega alla forma ossidata del citocromo P450 (Fe3+) per formare un complesso
enzima-substrato. Il citocromo viene quindi ridotto allo stato di Fe2+ per acquisizione di un
elettrone (e- ) messo a disposizione dalla NADPH citocromo P450 reduttasi. Il complesso substrato-
citocromo ridotto incorpora una molecola di ossigeno (02) cui fa seguito l’acquisizione di un altro
elettrone. L’inserimento degli elettroni fa passare l’ossigeno molecolare allo stato di ossigeno attivo
(02-). Questo complesso acquisisce 2 ioni H+ liberando così una molecola di H2 0, il substrato
idrossilato (ROH) e la forma ossidata del citocromo P450, che è quindi pronto ad iniziare un nuovo
ciclo.
Le reazioni ossidative mediate dal citocromo P450 sono tante (lei non pretende che ce le ricordiamo).
Esempio di reazioni: coniugazione con l’acido glucuronico, coniugazione con il gruppo solfato, acetilazione,
coniugazione con AA, coniugazione con glutatione…
Induzione farmaco-metabolica
Un’ importante caratteristica degli enzimi biotrasformativi (soprattutto del Cyt) è rappresentata dal fatto che
la loro attività può aumentare in seguito a trattamento con sostanze di natura ed origine diversa come
farmaci, pesticidi, prodotti di origine naturale destinati all’alimentazione.
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L’induzione farmaco-metabolica porta all’aumento della sintesi di enzimi biotrasformativi (che può portare
alla diminuzione della concentrazione plasmatica del substrato, con conseguente rischio di insuccesso
terapeutico; viceversa avviene con gli inibitori che come rischio possono portare ad un aumento così
elevato della sua efficacia da provocare una reazione avversa).
L’intensità e la durata di questo fenomeno variano a seconda della dose somministrata, della durata
dell’esposizione e dalle caratteristiche del soggetto (es. razza).
Si ha un’accelerazione del metabolismo se insiemi al substrato somministro gli induttori degli isoenzimi (es.
alcol, fumo, iperico, succo di pompelmo), mentre gli inibitori degli isoenzimi svolgono l’effetto inverso (succo
di pompelmo).
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È il processo attraverso il quale il PA e i suoi metaboliti vengono eliminati dall’organismo.
Le vie di eliminazione sono:
• Renale (urina)
• Biliare (feci) principali
• Polmonare (aria respirata)
• Orale (saliva)
• Cute (sudore)
• Latte materno occasionali
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Escrezione renale
Il principio di funzionamento del rene è la filtrazione glomerulare
di grossi volumi di plasma, seguita dal riassorbimento di circa il
99% dell’acqua filtrata e di una parte dei relativi soluti e dalla
secrezione attiva tubulare di acidi e basi del plasma.
Il nefrone è l’unità funzionale ed è costituita da: capsula di
Bowman (che racchiude un intreccio di capillari chiamato
glomerulo), tubolo contorto prossimale, ansa di Henle, tubolo
distale e dotto collettore.
La clearance di un farmaco corrisponde al volume di plasma che viene depurato dal farmaco nell’unità di
tempo (ml/min oppure l/h).
CLR = 650 ml/min, farmaco eliminato esclusivamente per via renale: clearance massima pari al flusso
plasmatico renale, quando è eliminato contemporaneamente per filtrazione glomerulare e secrezione
tubulare attiva.
CLR = 130 ml/min corrisponde al volume di filtrato glomerulare non associato a processi di secrezione
tubulare attiva e/o riassorbimento tubulare.
CLR < 130 ml/min, il farmaco dopo essere stato filtrato a livello glomerulare è stato parzialmente riassorbito
a livello tubulare.
CLR = 0 ml/min, il farmaco non viene eliminato per via renale perché, dopo essere stato filtrato a livello
glomerulare, è stato completamente riassorbito per diffusione passiva a livello tubulare.
CLT > 650 ml/min, all’eliminazione concorre in maniera considerevole il fegato (flusso plasmatico epatico =
1500ml/min).
Questi valori sono stati definiti grazie a sostanze, come l’inulina, che vengono utilizzate per misurare la
clearance perché essa viene filtrata a livello glomerulare e non viene più riassorbita né secreta a livello
tubulare, quindi, dà una misura della clearance renale, legata alla filtrazione glomerulare: infatti la CL
dell’inulina è circa 130 ml/min, così come il tasso di filtrazione glomerulare.
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Emivita plasmatica di eliminazione (T1/2)
È un parametro farmacocinetico, legato alla fase di eliminazione, che indica il tempo necessario affinché la
concentrazione plasmatica di un farmaco si dimezzi.
Generalmente si considera che dopo una singola somministrazione di farmaco, il tempo necessario alla sua
completa eliminazione dall’organismo sia pari a 4-5 volte il suo T1/2.
Bassi valori di CL fanno sì che il farmaco rimanga più a lungo nel sangue.
Mentre è direttamente proporzionale al Vd: se un farmaco è molto distribuito, Vd alto, vorrà dire che ci
vorrà tempo affinché il farmaco venga eliminato e il T1/2 sarà alto.
Assieme, questi parametri, sono indice di quanto frequente deve essere la somministrazione del farmaco.
• Nel tubulo contorto distale si ha un ulteriore intenso assorbimento del sodio, quindi un’ulteriore
tendenza dell’acqua ad essere riassorbita.
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Alterazioni del flusso renale o glomerulare e patologie che limitano la permeabilità glomerulare o la
funzionalità tubulare determinano una riduzione della clearance renale dei farmaci.
La clearance renale di un farmaco viene stimata sulla base della clearance della creatinina che costituisce
un buon indice complessivo della funzionalità renale: valori troppo alti di creatinemia indicano una ridotta
funzionalità del rene e lasciano presumere una ridotta clearance.
Escrezione epatica
Il fegato è il principale organo deputato al metabolismo dei farmaci. L’ endotelio presente nel fegato è
discontinuo, poroso e fenestrato, permeabile anche a composti legati all’albumina (proteina plasmatica).
Il metabolismo e l’eliminazione sono processi strettamente collegati: il metabolismo operato dagli epatociti
consiste nella coniugazione di farmaci con gruppi polari allo scopo di accrescere il loro peso molecolare e la
loro idrofilia per renderli più suscettibili all’escrezione.
Problemino: una volta presente nella bile il farmaco può non essere facilmente eliminato, ma essere
riassorbito a livello intestinale: circolo entero-epatico. Questo fenomeno può trattenere il farmaco fino ad
una sua completa metabolizzazione o ad una sua eliminazione per via renale.
Questo circolo è fondamentale per evitare la deplezione continua di alcune sostanze endogene come
vitamine D e B, acidi biliari. (senza dimenticare l’effetto di primo passaggio per i farmaci assunti per os)
Uva ursina
La droga è costituita dalle foglie essiccate di Arctostaphylos uva-ursi. È stata ampiamente utilizzata per le
infezioni del tratto urinario.
Le sue proprietà medicinali sono attribuite ai glicosidi fenolici, come l’arbutina. Essa viene idrolizzata nel
lume intestinale in un composto che si ossida immediatamente ad idrochinone. Una volta assorbito,
l’idrochinone è coniugato e raggiunge l’urina come glucuronide e solfato. Se le urine sono alcaline, i
composti coniugati idrolizzano parzialmente dando di nuovo l’idrochinone che, a determinate
concentrazioni, esercita un’azione antisettica ed astringente della mucosa delle vie urinarie.
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FARMACODINAMICA
Riguarda la fase in cui il PA interagisce con il recettore (o bersaglio) al fine di ottenere una risposta biologica.
Obiettivo: induzione dell’effetto terapeutico.
La maggior parte dei farmaci per generare il loro effetto biologico deve interagire con macromolecole
specifiche, e per lo più di natura proteica, presenti sulla superficie o all’interno della cellula, definite con il
termine di “recettore” e dotate di propria funzione.
Figura 2 L=ligando
La costanze di dissociazione (Kd) è una concentrazione che descrive l’affinità del PA (ligando) per il suo
recettore.
Essa viene studiata attraverso l’isoterma di Langmuir (concentrazione di ligando sulle ascisse, complesso
ligando-recettore sulle ordinate).
RT: quantità massima di complesso che si può formare, corrisponde al valore dell’asintoto a cui tende la
curva (nel primo grafico iperbole equilatera).
Kd: corrisponde alla concentrazione di farmaco necessaria per saturare il 50% dei recettori presenti.
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MA graficamente non è facile da capire, quindi si usa una sigmoide (secondo grafico), che ci dà un prospetto
più chiaro.
Il concetto di affinità è estremamente utile soprattutto quando si vuole paragonare la capacità di farmaci
diversi nel legare lo stesso recettore.
Più la Kd è bassa più il PA sarà affine per il recettore e ci vorrà meno PA per legare il 50% dei recettore
presenti.
<Kd >affinità (il farmaco sarà ben legato e il complesso L-R stabile).
È possibile capire se un PA può reagire con un certo recettore? Sì, è possibile attraverso degli studi di
binding.
Studi di binding
Esperimento di saturazione:
Periodo di incubazione→ parte del ligando interagisce con il recettore formando il complesso RL.
Termine dell’incubazione→ si separa il ligando rimasto libero dal complesso RL (generalmente tramite
filtrazione). A questo punto si misura la radioattività del complesso (radioattività associata al filtro: permette
di calcolare (RL) per ogni concentrazione di L utilizzata).
Nella realtà ci sono dei siti di legami aspecifici che trattengono il ligando e non lo rendono saturabile.
Bisogna trovare i siti aspecifici (non saturabili)- perché voglio eliminarlo-: si misura valutando il legame
residuo di ogni concentrazione di ligando radioattivo in presenza di un forte eccesso di ligando non marcato,
in modo tale da saturare tutti i siti di recettori specifici (almeno 1000 volte rispetto al ligando marcato). Poi
aggiungo un ligando marcato, che non troverà più recettori disponibili, si legherà solamente ai siti di legami
aspecifici, così posso determinare il legame aspecifico, la cui curva tende all’asintoto perché sono siti non
saturabili.
Per differenza tra la curva del legame totale e quella del legame aspecifico si ottiene la curva relativa al
legame specifico (che posso usare per determinare la Kd). -non si parla di efficacia, ma di occupazione
recettoriale, che può essere sia da parte di un agonista, che di un antagonista, non ci è dato saperlo-
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Studio delle curve dose/risposta -vivo- o concentrazione/risposta -vitro-
Queste metodologie, proprie della farmacologia classica, erano le uniche ampiamente disponibili fino agli
inizi degli anni ‘70 e sono tuttora insostituibili.
Curva dose/risposta: relazione tra la dose di farmaco somministrata (espressa in peso di farmaco per peso
corporeo) e la relativa risposta.
Curva concentrazione/risposta: relazione tra la concentrazione (espressa in molarità o in peso per volume di
soluzione, es. mg/ml) di un farmaco e il grado di risposta ottenuta.
L’analisi di queste curve evidenzia alcuni fenomeni fondamentali della farmacologia, quali l’esistenza di
farmaci dotati di attività qualitativamente uguali, ma quantitativamente diverse (in POTENZA ed EFFICACIA).
Come visto prima per praticità si utilizza la sigmoide in quanto più maneggevole soprattutto per evidenziare
piccole variazioni di effetto (forma di una sigmoide simmetrica attorno al valore di EC50-concnetrazione
efficace 50-).
EC50: dose di PA utile ad arrivare ad avere il 50% dell’effetto massimo. (il parametro fondamentale
precedentemente era la Kd).
Il PA più potente è sempre quello con la curva più a sx, cioè con l’EC50 minore (poco PA, vuol dire che mi
serve meno PA per arrivare al 50% dell’effetto).
Potenza→ quanto PA devo avere per raggiungere il 50% dell’effetto (la curva più potente è quella più a sx).
Efficacia→ c’entra con l’altezza che la curva raggiunge (la curva più alta è la più efficace).
Teoria dell’occupazione
Teoria proposta da Clark nel 1933.
Ipotesi: l’effetto di un farmaco è direttamente proporzionale al grado di occupazione del recettore e quindi
alla concentrazione del complesso farmaco-recettore.
Effetto max= tutti i recettori sono occupati. Ma non è vero perché non si tiene conto che i recettori possono
essere occupati anche da antagonisti!
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(non chiede questa equazione)
Questa equazione coincide con quella che regola l’interazione farmaco-recettore, ma questo è possibile solo
se sussistono alcune condizioni:
▪ L’interazione farmaco recettore è reversibile;
▪ È stato raggiunto l’equilibrio;
▪ I recettori sono tutti omogenei;
▪ L’interazione è stechiometrica: una molecola di farmaco si lega con una molecola di recettore;
▪ I recettori sono indipendenti l’uno dall’altro.
Quando è valida questa ipotesi la curva dose-risposta coincide perfettamente con quella relativa
all’interazione farmaco-recettore costruita con esperimenti di binding: in questo caso Kd=EC50.
MA ci si rese conto che l’ipotesi dell’occupazione nella sua forma più semplice non rende conto di alcuni
fenomeni (limiti di questa ipotesi):
- spesso la curva dose-risposta e l’interazione farmaco-recettore non coincidono
- esistono farmaci che, pur occupando un determinato recettore, non producono alcuna risposta
Agonista: un farmaco che si lega ad un recettore in modo tale da generare una risposta biologica di per sé,
generalmente un agonista mima gli effetti di composti endogeni.
Antagonista: un farmaco che si lega ad un recettore in modo tale da generare una risposta biologica di per
sé, generalmente un agonista mima gli effetti di composti endogeni.
Nello specifico esso può essere:
• Competitivo: curva sx-detto anche sormontabile-
l’antagonista compete con l’agonista per l’occupazione di un sito comune. Pertanto, la presenza
dell’antagonista aumenta l’EC50 dell’agonista senza modificarne l’effetto massimo (ha l’ effetto di
spostare la curva dose-risposta dell’agonista verso destra= diminuisce la potenza ma non viene
alterata l’efficacia).
Aumentando la concentrazione di agonista, si può infatti generare lo stesso effetto massimo
ottenuto in assenza dell’antagonista.
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Figura 4 agonista sormontabile a sx e agonista insormontabile a dx
L’agonista parziale è un agonista che, se interagisce con un recettore, dà un effetto che però non è pieno
come nel caso di un agonista normale. Se l’agonista pieno dà un effetto del 100% un agonista parziale dà un
effetto del 60%.
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Come si evince dal grafico: se l’agonista pieno si aggiunge all’agonista parziale la curva si sposta verso destra
(come con l’antagonista competitivo) e la potenza diminuisce!
Agonista: farmaco con maggior affinità per R* (favorisce la formazione del complesso R*F).
Agonista inverso: farmaco con maggior affinità per R (favorisce la formazione del complesso RF,
destabilizzando la conformazione biologicamente attiva del recettore). Ha azione opposta a quella dell’
agonista. SONO GLI UNICI FARMACI IN GRADO DI DIMINUIRE L’ATTIVITÀ BASALE DEL SISTEMA.
Antagonista: ha la stessa affinità per R e R* e quindi non influenza l’equilibrio tra le due conformazioni.
Inibisce sia l’azione degli agonisti che quella degli agonisti inversi, ma non è in grado di inibire l’effetto
basale.
Figura 6 esempio di curva concentrazione-effetto per un agonista che deprime l'attività basale di un tessuto legata alla presenza di
recettori costitutivamente attivati
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Vengono fatti dei pezzetti che contengono il campione e la banda che si crea indica la presenza del recettore
(identifica il recettore nelle cellule).
Per riassumere…
Stimolo recettori
La capacità della cellula di rispondere a stimoli esterni è caratterizzata dal fatto che le risposte recettoriali
sono controllate in termini quantitativi e temporali.
Capsaicina
(esempio di modulazione recettoriale bidirezionale)
La capsaicina, principale principio attivo del peperoncino, agisce sui recettori per i vanilloidi.
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la capsaicina inizialmente attiva i recettori dei vanilloidi determinando il rilascio di neuropeptidi
algogeni, come la sostanza P; mentre successivamente determina una ridotta attività delle fibre che
diventano insensibili agli stimoli nocicettivi. La desensitizzazione determina una ridotta percezione
del dolore.
L’esposizione alla capsaicina porta prima una sensazione di bruciore e in seguito un periodo di analgesia, in
cui il neurone non riesce a rispondere a stimoli nocicettivi di diversa natura.
RECETTORI
I recettore lega e riconosce un certo PA e attraverso una modifica della sua struttura è in grado di generare
una risposta cellulare.
• Di membrana: si trovano sulla membrana, trasducono il segnale portato da mediatori idrofili che
difficilmente passerebbero la membrana cellulare. Causano una cascata di reazioni.
• Intracellulari: si trovano nel citosol e poi entrano nel nucleo, trasducono il segnale portato da
mediatori piccoli e lipofili che facilmente attraversano la membrana cellulare. Sono fattori di
trascrizione genica: interagendo con specifiche sequenze di DNA (inducono modificazioni
dell’espressione genica-sintesi proteica).
Funzionamento:
Le proteine G accoppiano i recettori a effettori specifici (mediano la cascata di segnale che darà la risposta
biologica) attraverso un ciclo di attivazione-deattivazione governato dal legame e dall’idrolisi del GTP.
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Ciclo:
a) Se il recettore non è attivo, la subunità α della proteina G è legata al GDP ed è strettamente
associata alle subunità β e γ formando un eterotrimero inattivo.
b) In seguito al legame con l’agonista (cioè, se il recettore interagisce con il ligando), il recettore
interagisce con la proteina G e promuove la dissociazione di α dal GDP che viene sostituito dal GTP.
Questo determina una modificazione conformazionale della subunità a che determina la
separazione delle proteine G dal recettore e la divisione della stessa α dal dimero β-γ.
A questo punto α-GTP interagisce con gli effettori (innesca la loro attività) regolandone l’attività e
quindi dando origine alla trasduzione del segnale.
c) Ma la subunità α della proteina G non rimane attiva: il segnale viene spento quando l’attività
GTPasica di alfa idrolizza il GTP a GDP e la subunità alfa si dissocia dal GDP per legarsi nuovamente
al dimero dando quindi inizio ad un nuovo ciclo.
α dà attivazione e spegnimento del segnale, ce ne sono diversi tipi: αs e αi agiscono sul sistema effettore
adenilato-ciclasi (il primo stimolatorio -dell’attività dell’effettore-, il secondo inibitore), αq agisce sul sistema
effettore fosfolipasi C.
Effettori
L’attivazione di effettori specifici traduce il segnale generato dall’interazione tra il ligando e il recettore in un
messaggio cellulare.
Gli effettori enzimatici delle proteine G regolano la concentrazione intracellulare di sostanze biologicamente
attive che agiscono come secondi messaggeri.
Gli effettori ricevono il segnale dalla sub α e propaga il segnale.
Come agiscono? Sono enzimi che regolano un secondo messaggero, ovvero sostanze o ioni la cui
concentrazione varia drasticamente in risposta all’attivazione dell’effettore e che sono in grad di legarsi a
substrati specifici modificandone la funzione.
L’attivazione di un GPCR (recettore legato alle proteine G) comporta quindi una reazione di eventi che
procede a cascata amplificandosi in termini quantitativi.
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La durata degli effetti indotti dall’attivazione di questa classe di recettori può estendersi nel tempo
indipendentemente dalla durata dell’interazione agonista-recettore (che interagisce e poi si stacca) ed
essere anche dell’ordine di alcuni minuti. La durata dipende principalmente dall’efficienza di meccanismi
cellulari specifici preposti alla riduzione della concentrazione del secondo messaggero e all’abolizione delle
modificazioni post-traduzionali da esso indotte.
• Adenilato ciclasi
È un enzima ubiquitario che converte l’ATP in AMP ciclico (cAMP), che sarà il secondo messaggero, ha il
compito di propagare il segnale attivando la proteina chinasi A che attiva i vari substrati.
La sua attività è regolata da numerosi neurotrasmettitori od ormoni che agiscono attraverso recettori
accoppiati a proteine G, i recettori accoppiati a proteine G della classe Gs stimolano l’adenilato ciclasi,
mentre quelli accoppiati alle Gi lo inibiscono.
l cAMP regola diverse proteine cellulari e in particolare un gruppo di
protein chinasi A dette PKA (mediano le reazioni di fosforilazione).
L’ATP viene quindi trasformato dall’adenilato ciclasi in AMP ciclico, ma questa trasformazione non è
infinita: il cAMP viene idrolizzato dalle fosfodiesterasi (PDE), Il cAMP prodotto viene rapidamente
distrutto dalla cellula grazie all’azione di una famiglia di enzimi, le fosfodiesterasi, che lo idrolizzano
a 5’-AMP, cioè un AMP lineare, che non è più in grado di attivare la cascata di segnale.
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Caffeine, teobromina, teofillina (metilxantine) inibiscono la fosfodiesterasi→ fanno sì che il cAMP si
accumuli, potenziando il segnale e la cascata di segnale si propaga.
Teofillina
Le metilxantine: teofillina, caffeina e teobromina, sono alcaloidi presenti in numerose specie
vegetali ampiamente diffuse in natura, come tè o caffè.
La teofillina, nonostante la relativa frequenza di reazioni avverse e la sua bassa efficacia, rimane un
farmaco comunemente usato nell’asma in numerosi Paesi per il suo basso costo (utilizzata come
broncodilatatore).
A livello della muscolatura liscia bronchiale il cAMP induce broncodilatazione, quindi, l’inibizione
delle fosfodiesterasi da parte della teofillina determina un effetto broncodilatatore.
La teofillina è anche in agonista del recettore dell’adenosina.
Il farmaco ha una stretta finestra terapeutica: anche per piccole concentrazioni rischio di effetto
tossico, con possibile insorgenza di fenomeni tossici da sovradosaggio a carico del cuore (aritmie),
del Sistema Nervoso Centrale (agitazione, convulsioni) e dell’apparato gastroenterico (nausea,
vomito, dolori addominali). I sintomi più comuni e precoci sono cefalea, nausea e vomito.
Definizione finestra terapeutica: intervallo di concentrazione plasmatica (Cp) compreso tra l minima
concentrazione efficace (MEC) e la minima concentrazione tossica (MTC).
Biancospino e digitalici
Ruolo del recettore β1-adrenergico nella modulazione della funzione cardiaca: l’attivazione dei
recettori β1 presenti sulle cellule miocardiche porta a un aumento della formazione di cAMP; la
subunità catalitica della proteinchinasi A (cPKA) fosforila canali al calcio e canali al potassio
voltaggio-dipendenti con conseguente aumento dell’influsso di Ca2+ . L’aumento della [Ca2+ ]i che
ne consegue è responsabile dell’effetto inotropo positivo (aumenta la forza di contrazione del cuore)
delle catecolamine.
• Fosfolipasi C
L’attivazione della fosfolipasi C, altro effettore, induce l’idrolisi di uno specifico fosfolipide di
membrana, il fosfatidilinositolo 4,5 bifosfato (PIP2) dando origine a due secondi messaggeri: l’IP3
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(inositolo 3 fosfato) e il DAG (diacilglicerolo). Queste due vie di segnale sono di importanza
fondamentale in quanto regolano un gran numero di processi cellulari.
La localizzazione dell’enzima è citoplasmatica, la sua attivazione ne induce il trasferimento alla
membrana.
Diacilglicerolo: Il DAG rimane confinato nella membrana cellulare dove attiva le proteinchinasi C
(PKC), che a loro volta sono in grado di fosforilare in serina e treonina numerosi substrati. Il legame
con DAG aumenta l’affinità della PKC per il calcio rendendo l’enzima attivo in presenza di
concentrazioni nanomolari dello ione Ca.
Inositolo 1,3,5 trifosfato: essendo idrofilo diffonde nel citoplasma dove si lega a specifici recettori
posti sul reticolo endoplasmatico. Il recettore per l’IP3 è un canale che una volta aperto lascia fluire
nel citoplasma il calcio contenuto negli organuli cellulari. In questo modo la produzione di IP3 è
associata ad un transitorio aumento della [Ca ++].
L’IP3 prodotto è transitorio in quanto viene
rapidamente metabolizzato nel citoplasma
attraverso enzimi che portano alla produzione finale
di inositolo libero che chiude il ciclo andando a
risintetizzare i fosfolipidi precursori.
Serenoa
La droga è costituita dai frutti maturi ed essiccati di Serenoa repens, una palma nana originaria dell’ovest
dell’India e del sud degli Stati Uniti. I fitosteroli e gli acidi grassi in essa contenuti sono ritenuti i responsabili
dell’azione farmacologica.
È utile in caso di iperplasia prostatica benigna, ci sono studi clinici che dimostrano un’efficacia paragonabile
ai farmaci.
Azione spasmolitica sui muscoli delle vie urinarie, che si esercita attraverso un blocco dei canali del calcio ed
un’azione antagonista sui recettori alfa-adrenergici: gli alfa-adrenergici danno vasocostrizione ma se li
blocchiamo avremo vasodilatazione, con riduzione della resistenza al flusso delle urine.
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Estratto di polline
Si prepara principalmente dal polline di segale (Secale cereale L., fam Graminaceae), pianta erbacea annua,
originaria dall’Asia sud-occidentale.
Anch’esso utile nei confronti dell’iperplasia prostatica benigna:
➢ attività antinfiammatoria (inibizione produzione citochine)
➢ inibizione della 5-alfa reduttasi (riduzione dimensioni prostata)
➢ blocco dei recettori alfa adrenergici (riduzione della resistenza al flusso)
A questa famiglia appartengono alcuni dei recettori per neurotrasmettitori ad ampia diffusone nel SNC e
periferico, come l’acetilcolina, il GABA (neurotrasmettitore inibitorio).
Il canale permeabile a cationi e anioni presenterà cariche + o – per attrare anioni o cationi:
es. recettori permeabili a cationi→ nicotinici
recettori permeabili ad anioni→ GABAergico (ioni Cl)
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Il sito di legame per il ligando endogeno è localizzato nella porzione extracellulare dei recettori
appartenenti alla superfamiglia dei recettori nicotinici, dell’ATP e del glutammato, mentre è localizzato
intracellularmente per i recettori attivati da nucleotidi ciclici.
Recettore nicotinico
Studi di microscopia elettronica ad alta risoluzione ci hanno reso possibile sapere com’è fatto il recettore:
le 5 subunità si affiancano tra loro a cerchio in modo da formare il poro ionico in un ordine ben preciso (α1 ,
γ, α1 , δ, β1 ).
Sono necessarie due molecole di acetilcolina per attivare il
recettore nicotinico.
Il recettore presenta una parte extracellulare a forma di imbuto
che ha la funzione di concentrare gli ioni destinati a passare
attraverso il canale, parte transmembrana in cui il recettore si
stringe e si forma la funzione critica per il funzionamento (in
questa regione aa acidi carichi negativamente formano degli anelli
orientati verso l’interno del canale delimitando così il poro
selettivo ai cationi); la funzione di questi anelli sembra essere
quella di selezionare e concentrare i cationi e respingere, per
effetto della repulsione di carica, gli anioni: questi anelli hanno
quindi circa negativa e il canale è permeabile ai cationi (es.
recettore nicotinico) o viceversa hanno carica positiva se il canale è permeabile agli anicioni (es. recettore
GABA A).
Parte intracellulare -citoplasmatica- , subito dopo il passaggio attraverso la membrana il recettore si allarga.
Quando si lega il ligando il canale si apre e passano gli ioni (Na+ e K+).
I recettore-canale non possiedono un’elevata capacità di selezione tra le varie specie ioniche aventi la stessa
carica: attraverso il canale dell’Ach possono fluire sia ioni monovalenti come Na+ e K+ che ioni bivalenti,
come Ca++.
I curari provocano paralisi muscolare (l’Ach è l’unico neurotrasmettitore della placca neuro-muscolare,
quindi tutti gli antagonisti provocano paralisi, che può portare alla morte).
Quindi, l’acetilcolina è un neurotrasmettitore che può agire su due recettori diversi, ma non è l’unico, anche
il GABA può farlo.
In generale i recettori canale danno una risposta più immediata (eventi rapidi e a breve durata) rispetto ai
recettori accoppiati alle proteine G (risposta più lenta e di maggior durata), perché basta che si apra il
canale.
Kava
La Kava (o Kava-Kava) è data dai rizomi e dalle radici di Piper methysticum (Fam Piperaceae), un arbusto
perenne che cresce nelle isole della Polinesia occidentale e Tahiti.
Gli estratti di Kava possiedono proprietà sedative, anticonvulsivanti, anestetico locali e miorilassanti.
Facilita la trasmissione GABAergica e inibisce i canali del Na voltaggio dipendenti.
È stata ritirata dal commercio per problemi di epatotossicità, veniva usato come ansiolitico.
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Valeriana
La droga ufficiale è data dalla V. officinalis, una pianta erbacea perenne comune nei boschi umidi, la cui
droga consiste nel rizoma secco e nelle radici.
Si usa per i suoi effetti rilassanti/ipnotici. Effetti simili alla Kava ma con diversa potenza (valeriana meno).
Gli estratti di valeriana hanno affinità per il recettore GABA A, stimolano la sintesi e il rilascio del GABA e ne
inibiscono il re-uptake ed il catabolismo.
Agisce con 4 meccanismi:
- attiva enzimi coinvolti nella sintesi del GABA nei neuroni presinaptici
- inibisce ricaptazione del GABA
- inibisce l’enzima GABA-transaminasi, coinvolto nel catabolismo del GABA
- attiva i recettori GABA A (per renderli più disponibili all’interazione con il neurotrasmettitore)
Tutti questi effetti si traducono in un potenziamento della trasmissione GABAergica: usata per il trattamento
dell’insonnia e del nervosismo.
Ci sono tanti recettori per i fattori di crescita, quello che si nota è che cambia la porzione extracellulare: il
dominio extracellulare è importante perché è quello che presenta il sito di legame.
In generale ci sono 5 domini funzionali:
• dominio extracellulare: comprende il sito di legame ad elevata affinità per il fattore di crescita;
• domini trasmembrana: circa 25 residui idrofobici che attraversano il doppio strato lipidico;
• dominio iuxta-membrana: si trova nel citoplasma è sede di importanti funzioni regolatorie;
• dominio catalitico: responsabile dell’attività chinasica;
• coda C-terminale: ha lunghezza e funzione variabile tra i vari recettori: è il segmento che, nel
recettore attivato, lega i trasduttori intracellulari del segnale.
Il dominio catalitico è il dominio chiave: due lobi delimitanti una cavità, nella quale ha luogo il trasferimento
del gruppo fosfato o dal complesso ATP-Mg++ al substrato proteico. Modificazioni possono causare tumori
(scatenando l’attività chinasica anche in assenza di ligando).
I recettori a tirosin chinasi condividono tra loro una notevole omologia nelle regioni del dominio
transmembrana e del dominio catalitico. I domini extracellulari sono invece molto variabili e presentano
diverse combinazione di motivi strutturali.
Ad una sottofamiglia di recettori corrisponde spesso una famiglia di fattori, di regola ciascun recettore lega
con elevata affinità un singolo fattore, ma sono note eccezioni.
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La regione transmembrana funge d connessione tra il dominio extra e quello intracellulare, sembra che
abbia solo un ruolo strutturale, ma è stato dimostrato che una singola mutazione puntiforme (piccole
mutazioni) nel segmento idrofobico transmembrana è sufficiente ad alterare l’attività tirosin chinasica.
Il legame con il recettore induce un cambiamento conformazionale del dominio extracellulare che stabilizza
le interazioni recettore-recettore e sposta l’equilibrio a favore di strutture oligomeriche.
La dimerizzazione stabilizza lo stato attivo della chinasi e porta in sua prossimità il suo substrato preferito: il
dominio intracellulare di un altro recettore. In questo modo si verifica la transfosforilazione dei recettori a
livello di residui di tirosina situati sia all’interno che all’esterno del dominio catalitico. Questo evento, la
transfosforilazione, fa sì che si attivi la propagazione del segnale all’interno della cellula.
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Negli ultimi anni è stata studiata la correlazione tra tumori e l’attività tirosin-chinasica. È diventata quindi
bersaglio di numerosi farmaci antineoplastici. Hanno ricevuto particolare attenzione i recettori VEGF
(Vascular Endothelial Growth Factor), protagonisti della neo-angiogenesi tumorale, cioè del processo di
vascolarizzazione indotta dal tumore, indispensabile per la crescita e la diffusione sistemica (metastasi) del
tumore stesso.
Strategie:
▪ inibitori dell ’attività catalitica tirosin-chinasica;
▪ anticorpi anti-recettore: causano il blocco dell’interazione ligando-recettore;
▪ inibitori della trasduzione del segnale: ci sono delle vie di trasduzione costitutivamente attive in
seguito a iperespressione o mutazione dei recettori per fattori di crescita;
Angiogenesi:
Sviluppo di nuovi vasi a partite da vasi preesistenti che si verifica sia nell’embrione, sia nella vita post natale
in condizioni fisiologiche, di difesa-riparazione (infiammazione, cicatrizzazione…) e patologiche (neoplasie,
alterazioni della vascolarizzazione retinica nei diabetici etc..).
Richiede la migrazione e la proliferazione delle cellule endoteliali e la loro organizzazione in capillari. Il VEGF
tramite i recettori presenti nell’endotelio ne induce proliferazione e organizzazione in strutture tubulari.
Tramite questo fenomeno le cellule tumorali sono capaci di indurre la formazione dei vasi indispensabili per
il rifornimento di ossigeno e metaboliti.
Soia
Semi di Glycine max, Fam. Fabaceae, pianta erbacea annuale di 50-70 cm.
La soia rappresenta uno degli alimenti più ricchi in isoflavoni.
Studiata per il suo effetto antitumorale, andando ad arrestare la crescita del tumore MA gli studi sono
ancora molto contrastanti.
Ginkgo
La droga è costituita dalle foglie del Ginkgo biloba (Fam Ginkgoaceae), albero originario della Cina, ma
coltivato da noi in giardini o parchi in quanto molto resistente all’ inquinamento delle grandi città.
Le foglie contengono flavonoidi, lattoni terpenici (ginkgolide A, B, C, J e M) sesquiterpeni (bilobalide),
aminoacidi, proantocianidine.
Utilizzato per migliorare il microcircolo e va a favorire la memoria e l’apprendimento (microcircolo
cerebrale).
Svolge questi effetti per una riduzione dell’effetto ossidativo (scavanger) e per lo stimolo del recettore per
l’NFG (fattore di crescita neuronale, scoperto da Rita Levi Montalcini). Potrebbe inibire l’azione del PAF, che
induce apoptosi (attenzione ai soggetti che utilizzano anticoagulanti e antiaggreganti perché ne potenzia
l’effetto!)
Pigeo africano
La droga è data dalla corteccia di Pygeum africanum.
Si usa per ridurre i sintomi dell’iperplasia prostatica benigna (come la serenoa) e inibizione die fattori di
crescita.
Ortica
la droga è data dalle radici di Urtica dioica e/o U. urens.
Stesso utilizzo del pigeo e della serenoa.
Gli ormoni steroidei, tiroidei e alcune vitamine, grazie alla loro struttura altamente lipofila che li caratterizza
e ne permette la diffusione attraverso la membrana citoplasmatica, agiscono tramite recettori che si trovano
all’interno delle cellule.
Tale peculiare localizzazione cellulare permette che queste proteine svolgano la loro funzione nel nucleo
della cellula bersaglio, modificando la trascrizione genica e quindi la sintesi proteica (penetrano nel nucleo
e si legano al DNA). L’effetto finale dei recettori intracellulari è la sintesi di proteine.
I recettori intracellulari giocano un ruolo fondamentale nella regolazione della crescita, del
differenziamento e dell’omeostasi cellulare.
I recettori intracellulari hanno tutti un’organizzazione strutturale simile, in cui si distinguono 5 domini
funzionali denominati come A/B, C, D, E, F :
• Il dominio C: è deputato al legame con il DNA. E’ costituito da aa basici che, per mezzo del legame
con 2 molecole di zinco, conferiscono alla proteina recettoriale una conformazione spaziale detta a
“dita di zinco” che permette l’inserimento del recettore all’interno del solco maggiore del DNA.
• Il dominio E : è responsabile del legame ad alta affinità con il ligando.
• Il dominio F: presente solo in alcuni recettori, la sua funzione non è ancora ben conosciuta.
• Il dominio A/B: ha un ruolo fondamentale per la regolazione della trascrizione genica. La sequenza
di questo dominio è poco conservata tra i vari recettori e si pensa che la sua variabilità strutturale
sia un elemento molto importante per conferire la specificità d’azione di ciascun recettore.
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Il modello classico di attivazione ligando-dipendente dei recettori intracellulari prevede che, in seguito
all’interazione con il ligando (L), il recettore venga rilasciato dal complesso con proteine inibitorie e attivato
ad interagire con le specifiche sequenze regolatorie poste nel promotore dei geni bersaglio e con altre
proteine nucleari, regolando quindi la trascrizione di geni specifici (come scritto sulle slides).
Il recettore nel citoplasma è allo stato inattivo perché associato a delle proteine inibitorie. Una volta che
arriva il ligando le proteine inibitorie vengono rilasciate, il recettore cambia conformazione, migra nel
nucleo e dimerizza legandosi ad elementi responsivi specifici del DNA, modulando la trascrizione genica
interagendo sui geni bersaglio.
Generalmente i recettori in assenza del ligando non possono attivare la trascrizione genica perché associati
a proteine inibitorie che ne legano i domini deputati alla dimerizzazione e al legame con il DNA.
L’entrata del ligando nella cavità lipofila del dominio E determina modificazioni della struttura tali da
bloccare la fuoriuscita del ligando. Inoltre, il legame con il ligando causa il distacco delle proteine inibitorie.
Il recettore è quindi libero di dimerizzare con molecole recettoriali identiche, formando omodimeri, o con
recettori diversi formano eterodimeri.
Il recettore così attivato è in grado di interagire con il DNA a livello di sequenze nucleotidiche caratteristiche
e specifiche per ogni recettore denominate elementi responsivi.
Il legame del recettore con il DNA determina l’inizio di interazioni con proteine nucleari che permettono di
regolare l’attività trascrizionale di geni bersaglio.
In particolare, al complesso recettore–ligando si legano una serie di proteine dette co-regolatori la cui
funzione consiste nel facilitare (co-attivatori) o bloccare (co-repressori) il legame con il DNA che dà inizio alla
trascrizione.
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Attivazione in assenza di ligando
Alcuni recettori possono essere attivati anche in assenza del ligando endogeno, in seguito all’attivazione di
recettori di membrana, come quello per l’EGF e l’insulina.
La concentrazione dei recettori può andare incontro a regolazione, così come avveniva per i recettori di
membrana:
• Regolazione autologa: il recettore attivato induce la sintesi di se stesso.
• Regolazione eterologa: il recettore attivato induce la sintesi di un altro recettore intracellulare; es.
l’attivazione del recettore per gli estrogeni nell’utero determina l’aumento dell’attività del
promotore del gene codificante per il recettore del progesterone, aumentando significativamente
la concentrazione intracellulare di quest’ultimo.
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Gli antagonisti agiscono legandosi al recettore e dando origine alla stessa cascata di eventi, ma questo
complesso non è in grado di attivare la trascrizione, perché risulta coperto il sito di legame con le proteine
attivatorie, mentre è libero quello che riconosce i co-repressori.
In base alla loro struttura chimica i fitoestrogeni si dividono in: isoflavoni, lignani e cumestani. I cumestani si
trovano nei germogli dei fagioli, nei cavoli di Bruxelles, nel trifoglio e nei semi di girasole. I lignani sono
abbondanti nei cereali, frutta, vegetali e olio di oliva. Gli isoflavoni sono i fitoestrogeni con attività
estrogenica maggiore e sono contenuti nei legumi, soia e derivati. I principali isoflavoni sono la daidzeina e
la genisteina, (la genisteina ha un’attività estrogenica 7 volte superiore a quella della daidzeina).
L’assunzione dietetica varia molto a seconda dell’area geografica. Ad esempio, il loro contenuto nella dieta
sembra essere 30 volte maggiore in Asia e zone orientali, rispetto ad Europa e nord America.
I fitoestrogeni possono trovarsi in natura allo stato libero o sotto forma di glicosidi, questi ultimi necessitano
di essere idrolizzati dalla flora batterica intestinale per poter essere assorbiti. L’assorbimento può quindi
essere soggetto ad alterazioni e variare da soggetto a soggetto ma anche nella stessa persona a seconda
della presenza di condizioni particolari, quali uso di antibiotici, o altre alterazioni della flora batterica
intestinale.
Essi possono avere effetti sia estrogenici che NON-estrogenici anche in relazione ai livelli di estrogeni
endogeni: hanno attività da agonista parziale
- se l’estrogeno endogeno è basso, il fitoestrogeno ha effetto da agonista, perché va a legarsi al
recettore;
- se l’estrogeno endogeno è altro, il fitoestrogeno ha effetto da antagonista, quindi andrà a
competere per il recettore.
Sebbene esista un considerevole interesse sull’uso dei fitoestrogeni come alternativa alla terapia ormonale
sostitutiva, non esistono attualmente chiari dati a sostegno della loro efficacia.
Si può però andare a consigliare alimenti ricchi di fitoestrogeni (es. derivati della soia) quando quelli
endogeni risultano bassi (ad es. durante la menopausa).
Trifoglio rosso
È dato dai fiori di Trifolium pratense (Fam Fabaceae), pianta erbacea perenne. Contiene un olio volatile,
flavonoidi, derivati della cumarina e glicosidi. Il trifoglio è spesso considerato una fonte di estrogeni
equivalente alla soia. Su 4 studi, in due è risultato efficace e in altri due no. Non sono stati osservati effetti
collaterali in seguito alla sua somministrazione a dosi consigliate. Tuttavia, è da considerare la presenta di
cumarine, a potenziale azione anticoagulante.
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Soia
È data dai semi di Glycine max, Fam. Fabaceae, pianta erbacea annuale di 50- 70 cm. La soia rappresenta
uno degli alimenti più ricchi in isoflavoni (circa il 2%), costituiti prevalentemente da genisteina (70%) e
daidzeina (25%) ed altri come la gliciteina. L’efficacia clinica nel ridurre i sintomi della menopausa non è
stata ancora dimostrata. Su 10 studi clinici, in 4 i fitoestrogeni sono risultati efficaci, negli altri 6 no.
Diuretici osmotici
➢ Gramigna
La droga (Graminis rhizoma) si ottiene dal rizoma intero o tagliato, lavato ed essiccato, dopo
rimozione delle radici avventizie. Gli zuccheri osmotici presenti vengono filtrati nel glomerulo senza
essere particolarmente assorbiti; una volta nel filtrato gli zuccheri, per effetto osmotico, richiamano
acqua e quindi aumentano la produzione di urina.
• Zuccheri osmotici: Gli zuccheri osmotici presenti nella gramigna vengono filtrati dal glomerulo
senza subire apprezzabile riassorbimento tubulare; gli zuccheri nel filtrato, per effetto osmotico,
richiamano acqua e quindi aumentano la produzione di urina.
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Meccanismo: gli zuccheri osmotici presenti nella gramigna, vengono filtrati dal glomerulo senza subire
apprezzabile riassorbimento tubulare; una volta nel filtrato gli zuccheri provocano, per effetto osmotico,
richiamo d’acqua e quindi aumentano la produzione di urina.
Crusca
residuo della macinatura del grano (Triticum aestivum); rappresenta l’involucro esterno del cereale e si
presenta, allontanata la farina, sottoforma di scagliette più o meno larghe e ben distinte.
Può anche derivare da altre piante, quali l’avena (Avena sativa), l’orzo (Hordeum vulgare) o il riso (Oryza
sativa).
L’effetto lassativo è tanto maggiore quanto maggiore è la parte insolubile della crusca.
Utilizzata nel modo corretto (bere 300-400 ml di acqua per volta) la crusca ammorbidisce le feci e previene
la difficoltà di defecazione.
Nella stipsi la crusca aumenta la massa fecale ed accelera il transito intestinale. In alcuni pazienti può
determinare gonfiore per aumento della produzione del gas intestinale in seguito alla degradazione
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batterica dei suoi componenti. Questi sintomi in genere scompaiono con il tempo, ma fanno si che alcuni
pazienti non la tollerino.
Gomma guar
si ottiene dal seme di Cyamopsis tetragonolobus, Fam Fabaceae, pianta erbacea coltivata a lungo in India.
Contiene galattomannano (70-80%), acqua (10-13%), fibre grezze (1,5-2%), proteine, cere e grassi. Come
tutti gli agenti formanti massa, aumenta il volume delle feci e le idrata rendendo più agevole l’evacuazione
in caso di stipsi. Azione graduale. Può causare flatulenza, crampi e dolori addominali.
Fibra alimentare
parte commestibile degli alimenti vegetali che non viene digerita dagli enzimi digestivi.
Un uso quotidiano potrebbe ridurre il rischio di disturbi a carico del sistema digerente (stipsi etc). Potrebbe
anche ridurre l’assorbimento di colesterolo e glucosio.
Gli effetti benefici dipendono dal fatto che per la sua blanda azione lassativa riduce il tempo di permanenza
dei nutrienti, acidi grassi, fosfolipidi, zuccheri e tossine nel lume intestinale e quindi il loro assorbimento.
Comunque, la stipsi può essere più facilmente prevenuta che curata con la fibra alimentare. Flatulenza e
crampi addominali sono tra i più importanti effetti indesiderati, anche se in genere tendono a diminuire con
il tempo.
Agar
si ottiene da diverse specie di alghe e contiene circa il 90% di polissaccaridi tra cui agarosio e agaropectina.
Si prepara trattando le alghe con acqua bollente, l’estratto si filtra, si concentra e si essicca. L’agar si rigonfia
nel lume del colon determinando un effetto lassativo.
Azione graduale.
Psillio
è costituito di semi di Plantago psyllium e di P. indica, Fam Plantaginaceae. Sono piante erbacee annuali con
frutti in capsule che a maturità rilasciano semi giallo-brunastri.
I semi presentano un rivestimento mucillaginoso che a contatto con l’acqua bollente si espande a causa
dell’elevato contenuto di mucillagine (10-30%). L’effetto rigonfiante che ne deriva rende morbide le feci e
aumenta la peristalsi.
Una caratteristica dello psillio è quella di migliorare il peso e la consistenza della massa fecale, sia nella stipsi
che nella diarrea.
Inoltre, allunga il tempo di transito quando questo è breve (nella diarrea) e lo accorcia quando è lungo
(nella costipazione) contribuendo ulteriormente a normalizzare il transito intestinale della massa fecale.
Se usato a lungo e a dosi superiori a quelle consigliate può provocare flatulenza e sensazione di gonfiore
addominale. È controindicato in pazienti con diabete difficile da controllare, in trattamento con
ipocolesterolemizzanti o nei casi di ostruzione intestinale.
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Un altro meccanismo con cui agiscono le statine
è quello di aumentare l’espressione dei recettori
per le LDL: si captano le LDL che non rimango più
in circolo, con conseguente diminuzione del
colesterolo nel circolo plasmatico (che è quello
che ci interessa).
Fieno greco
È dato dai semi di Trigonella foenum graecum (Fam Fabaceae).
L’attività ipocolesterolemizzante è stata attribuita alla presenza di mucillaggini e saponine. La mucillagine
probabilmente determina un ispessimento del muco che riveste il tratto intestinale e quindi può inibire
l’assorbimento di sostanze nutritive, con conseguente riduzione della glicemia e dei tassi di colesterolo.
Inoltre, il fieno greco aumenta l’escrezione di acidi biliari (probabilmente grazie alle saponine) con
diminuzione della riserva di colesterolo nel fegato (la perdita netta di acidi biliari determina una maggior
richiesta di colesterolo dal fegato, con conseguente riduzione dei livelli di LDL circolanti- il colesterolo è un
precursore degli acidi biliari-).
Effetti collaterali gastrointestinali lievi, che non richiedono l’interruzione del trattamento. Potrebbe ritardare
l’assorbimento di alcuni farmaci. Controindicato in gravidanza.
Gomma guggul
È una oleoresina giallina che si ricava da Commiphora mukul.
Da essa per estrazioni successive si ricava il guggulipide. I principali costituenti chimici del guggulipide sono
composti steroidei denominati guggulsteroni.
L’ esatto meccanismo non è ancora chiaro. Il guggul potrebbe interferire con il metabolismo lipidico in
diversi modi:
• riducendo i livelli plasmatici di colesterolo e trigliceridi, aumentando la captazione delle
lipoproteine nel fegato;
• inibendo la biosintesi epatica del colesterolo (riduzione dell’incorporazione di acetato);
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• aumento dell’ escrezione biliare di colesterolo;
• aumento dei livelli di HDL nel sangue.
Non chiara l’efficacia clinica, con effetti avversi lievi. Può ridurre assorbimento intestinale di farmaci assunti
contemporaneamente.
Aglio
L’ aglio è costituito dal bulbo di Allium sativum (Fam. Liliaceae), pianta erbacea perenne, originaria dell’ Asia
centrale.
Il principale componente dell’aglio è l’allina.
Principali effetti dell’aglio:
• Effetti ipolipidemizzanti (inibisce enzima 3-HMG-Co; aumenta degradazione trigliceridi per aumento
attività lipasi; riduce LDL e aumenta HDL; inibisce l’ossidazione delle LDL, effetto importante per la
prevenzione dell’aterosclerosi)
• Effetti sulla pressione arteriosa
• Effetti ipoglicemizzanti
• Effetti antiossidanti
• Proprietà antimicrobiche
• Attività antipiastrinica
• Attività fibrinolitica
Carciofo
È dato dalle foglie di Cynara scolymus (Fam. Asteraceae/Compositae).
I principali componenti attivi del carciofo sono divisi in tre classi di sostanze: composti dicaffeilchinici (es.
cinarina), lattoni sesquiterpenici e flavonoidi.
La sua azione ipocolesterolemizzante si svolge su più fronti:
• inibizione dell’ossidazione delle LDL
• favorisce l’escrezione del colesterolo
• inibizione della sintesi del colesterolo (inibizione dell’enzima HMG-CoA)
Inoltre, il carciofo ha proprietà antiossidanti ed epatoprotettive.
Dati clinici non definitivi, ma incoraggianti. Non indicato in soggetti con ostruzione dotto biliare, calcoli alla
colecisti o allergici alle piante della famiglia delle Asteraceae.
Fitosteroli
Ad essere utili in caso di dislipidemie sono anche i fitosteroli, molecole di origine vegetale con struttura
molto simile a quella del colesterolo. Determinano la riduzione dell’assorbimento intestinale del colesterolo,
favorendone l’eliminazione.
Ne sono esempi: la serenoa, il pigeo africano, l’ortica, la zucca, l’estratto di polline di segale… (anche efficaci
nel ridurre i sintomi dell’iperplasia prostatica benigna).
Subunità alfa → polimero proteico lungo, componente principale del canale, dopo lo stimolo si apre.
Nel caso del canale del Na+ e del Ca++ questa struttura consiste in una sola catena
polipeptidica, nel caso dei canali del K+ essa consiste in 4 polipeptidi più piccoli a formare
un tetramero.
A differenza dei canali attivanti da ligando, nei quali l’apertura del poro ionico è stimolata da un agonista
extracellulare, nel caso dei canali voltaggio dipendenti lo stimolo per l’apertura del poro è, per definizione,
rappresentato da una variazione del voltaggio ai lati della membrana plasmatica.
Il canale voltaggio dipendente deve quindi possedere una struttura membranaria in grado di “sentire” il
campo elettrico e sue eventuali variazioni.
Questa struttura prende il nome di “sensore del voltaggio” e rappresenterebbe il “cancello” di attivazione
del canale.
In tutti i canali ionici voltaggio-dipendenti la transizione dallo stato chiuso a quello aperto viene definita
attivazione, viceversa, il processo mediante il quale il canale riassume la configurazione dello stato di
chiusura, con conseguente disattivazione del flusso ionico, viene definito deattivazione.
In alcuni canali esiste anche uno stato “inattivato”, che viene raggiunto tramite un processo di
“inattivazione”.
Nello stato inattivato, come in quello chiuso, non si ha flusso ionico attraverso il poro del canale, ma a
differenza dello stato chiuso, in questo caso il canale non può venire immediatamente attivato in seguito a
depolarizzazione, ma è necessario che il canale ritorni prima nello stato chiuso, dal quale soltanto potrà
essere riaperto.
Il processo di riattivazione richiede che la cellula si ripolarizzi, ossia che il suo potenziale torni a valori più
negativi.
Trasportatori:
Meccanismo di trasporto che utilizza energia, ma non ricavata da ATP.
Il movimento dei soluti può coinvolgere una o più sostanze: si parla quindi di uniporto o cotrasporto. Il
cotrasporto può essere ulteriormente suddiviso in simporto (entrambe le specie molecolari sono
trasportate nella stessa direzione) o antiporto (quando le due sostanze sono trasportate in direzioni
opposte).
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Tra i trasportatori il principale scambiatore è quello Na+/Ca++:
catalizza il controtrasporto del Na+ e del Ca++ in entrambe le direzioni (particolarità di questo trasportatore)
attraverso la membrana plasmatica. L’entità e la direzione del trasporto dipendono dai gradienti di Na+ e
Ca++ e dai potenziali di membrana.
Lo scambio avviene con una stechiometria di 3Na+ : 1Ca++.
Lo scambiatore entra in funzione solo quando la [Ca++] aumenta in modo consistente, ed è uno
scambiatore bidirezionale.
Questa pompa può essere un bersaglio d’azione di principi attivi importanti: i glicosidi cardioattivi.
Glicosidi Cardioattivi
I glicosidi sono composti costituiti da una porzione zuccherina, glicone, unita ad una porzione non
zuccherina definita aglicone o genina. La natura dell’aglicone determina le funzioni farmacologiche dei
glicosidi, mentre la parte zuccherina è responsabile della farmacocinetica di queste molecole.
Tipologia d’azione: cardiotonica. Non si possono trovare in erboristeria.
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Digitale
Droga contenuta nella foglia essiccata di Digitalis purpurea o D. lanata, contiene glicosidi cardenoldi,
espressi come digitossina (PM=765).
Il termine digitale deriva dalla forma a ditale dei fiori e purpurea per il colore rosso dei fiori, mentre lanata
per il rivestimento di aspetto lanoso sempre del fiore.
In particolare, le foglie di D. purpurea presentano dei glicosidi (purpurea glicosidi A e B e la glucogitalossina)
che durante l’essiccamento si degradano andando a formare prevalentemente digitossina (dal purp.A),
gitossina (dal purp.B) e gitalossina (dal glucogita.).
Mentre, la D. lanata presenta come glicosidi i lanatosidi A,B, C. Dai lanatosidi A e B si ricavano la digitossina
e gitossina, mentre da quello C si origina la digossina, tipica della lanata.
Attualmente si impiega maggiormente la digossina.
Altre droghe che presentano cardenolidi sono: strophanthus (g-strofantina), oleandro, convallaria, scilla.
I glicosidi cardioattivi hanno come target d’azione/agiscono sulla pompa Na+/Ka+ - ATPasi inibendola
reversibilmente: il K non entra più e il Na non esce più, questo causa un aumento della concentrazione del
sodio intracellulare, quindi, lo scambiatore che è bidirezionale, porta fuori il Na e lo scambia con l’entrata
del calcio. Il risultato è un aumento del calcio intracellulare che causa un aumento della forza della
contrazione sistolica (delle miofibrille).
I glicosidi cardioattivi si legano alla pompa dalla parte del potassio (extracellulare), quindi compete con il K
per il legame sulla pompa, questo sta a significare che il funzionamento dei cardenolidi può essere
influenzato dalla concentrazione di K (se tanto potassio il glicoside cardioattivo avrà un effetto minore).
L’espressione della glicoproteina P può condizionare l’assorbimento dei farmaci o il loro accesso ai tessuti
bersaglio, oppure incrementare l’eliminazione epatica o renale.
Es. digossina: substrato della glicoproteina P.
Farmaci che inducono la glicoproteina P determineranno un ridotto assorbimento di digossina (che avrà
meno effetto), viceversa farmaci che la inibiscono aumenteranno l’assorbimento.
Interazioni con la glicoproteina P sono state dimostrate anche con alimenti, quali il succo di pompelmo,
arancia e mala e con prodotti erboristici come cardo mariano o iperico e in generale, con quelli che
contengono flavonoidi e furanocumarine.
In generale le sostanze che inducono o inibiscono il Cyt450 hanno lo stesso effetto sulla glicoproteina P.
È interessante notare che alcuni composi tossici sono in grado di stimolare essi stesi l’attività ATPasica
favorendo indirettamente la loro espulsione.
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Iperico
È costituito dalle foglie e dalle sommità fiorite essiccate di Hypericum perforatum.
Il nome anglosassone della Pianta (Erba di San Giovanni) è dovuto al fatto che la pianta fiorisce in
corrispondenza della festività di San Giovanni.
La droga contiene derivati naftodiantronici (ipericina, pseudoipericina), flavonoidi e derivati floroglucinolici.
Effetti avversi: gastrointestinali, vertigini e stanchezza, mal di testa, secchezza delle fauci,
fotosensibilizzazione (raro, ma possibili a dosi elevate).
Interazioni farmacologiche: anticoncezionali e tutti gli altri farmaci che sono metabolizzati dal citocromo
p450 e che sono substrato della glicoproteina P.
Cardo mariano
È dato dai frutti maturi di Silybum marianum, una pianta erbacea bienne.
La droga contiene un complesso di flavonolignani denominato silimarina.
Ha diverse proprietà farmacologiche: antiossidante, epatoprotettive, nefroprotettive, antitumorali,
antinfiammatorie e antiulcera.
Infatti, la silimarina:
- aumenta la sintesi proteica negli epatociti, stimolando la rigenerazione epatica
- reagisce con i radicali liberi trasformandoli in composti più stabili e meno reattivi
- azione antinfiammatoria, inibisce la sintesi di mediatori dell’infiammazione
- inibisce la P-glicopriteina e quindi può aumentare l’assorbimento di altri principi attivi
L’efficacia del cardo mariano non è stata dimostrata in studi clinici.
A dosi giornaliere elevate, la silimarina può determinare aumento di produzione di bile con conseguente
possibile effetto lassativo.
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Endocitosi
È un processo tramite cui le cellule internalizzano macromolecole, sostanze particolate e addirittura altre
cellule.
Il materiale che deve essere internalizzato viene progressivamente racchiuso all’interno di una porzione di
membrana plasmatica che si invagina e quindi si distacca dalla superficie cellulare, formando una vescicola
intracellulare con le sostanze ingerite. I processi di endocitosi sono anche alla base della down regulation
dei recettori di membrana.
Età
Metabolizziamo le sostanze in maniera diversa a seconda dell’età: raggiunge i max livelli enzimatici in età
adulta e poi tenderà a diminuire con l’avanzamento dell’età.
In particolare:
• Età pediatrica: nei neonati l’attività degli enzimi deputati al metabolismo dei farmaci è ridotta, la
barriera ematoencefalica non completamente sviluppata e i sistemi escretori immaturi; fino
all’età puberale i bambini sono > soggetti agli effetti tossici ed indesiderati dei farmaci.
Inoltre, anche le droghe vegetali possono essere dannose.
• Età geriatrica: metabolizzano meno e l’altro aspetto importante è che tendono ad avere una
compresenza di più patologie.
Fattori patologici
Le disfunzioni epatiche sono quelle a cui prestare maggiore attenzione, perché non permettono la completa
eliminazione del p.a. Pertanto, anche il ricorso ad un prodotto erboristico richiede un’attenta valutazione,
soprattutto se sono presenti piante ritenute tossiche per il rene.
Altra particolare attenzione va fatta nel caso di medicinali anticoagulanti/antiaggreganti.
Dieta
Importante fattore di modulazione delle biotrasformazioni.
Si è visto che la deficienza di minerali (calcio, rame, ferro, magnesio e zinco) diminuisce le ox catalizzate dal
CytP450 e anche le reazioni di riduzione. La deficienza di vitamine (C, E e complesso B) riduce la velocità
delle trasformazioni degli xenobiotici.
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Inoltre, per quanto riguarda la carruba e i cavoli di Bruxelles hanno un effetto inducente, cioè > il
metabolismo di un PA (ad es. questi citati aumentano il metabolismo della caffeina).
Fumo
Il fumo di tabacco contiene numerosi composti chimici, alcuni dei quali sono induttori dell’attività farmaco–
metabolica, altri invece sono dotati di attività inibitoria (monossido di carbonio).
Fattori ambientali
Il posto in cui si vive o in cui si lavora può modulare il nostro metabolismo: ciò succede nelle industrie in cui
si lavora a contatto con i metalli pesanti (piombo e mercurio) o numerosi inquinanti, solventi, insetticidi
(residui negli alimenti)etc.
Gravidanza
È da almeno gli anni ’60, in seguito alla teratogenicità della talidomide (usato come antinausea dalle donne
incinta, si scoprì poi la teratogenicità di uno dei suoi enantiomeri) che si raccomanda di evitare l’uso dei
farmaci in gravidanza. In particolare, nella prima fase della gravidanza, fino al terzo mese.
Evitare in particolar modo i farmaci che possono interagire con lo sviluppo del feto.
Allattamento
In genere, le sostanze sconsigliate durante la gravidanza lo sono anche durante l’allattamento. Il bambino
potrebbe infatti andare incontro ad inconvenienti correlati alle proprietà della sostanza assunta dalla madre
ed aggravati dall’immaturità dei suoi meccanismi di eliminazione.
Sesso
Le prime osservazioni sulle differenze nell’azione di un farmaco legate al sesso risalgono al 1932 quando
Nicolas e Barron riportarono come l’induzione del sonno nel ratto femmina richiedesse soltanto la metà
della dose di barbiturici necessaria per il ratto maschio. Successivi studi indicarono che questo diverso
effetto era dovuto prevalentemente ad una ridotta capacità della femmina di metabolizzare i barbiturici.
Da questi studi è nata la “farmacologia di genere”.
Ciò nonostante, attualmente, gli studi vengono effettuati sugli uomini intorno ai 35 anni di età, ma
paradossalmente sono le donne ad usarne di più.
Farmacologia di genere
La Medicina di Genere è una branca recente delle scienze biomediche che ha l’obiettivo di riconoscere e
analizzare le differenze derivanti dal genere di appartenenza sotto molteplici aspetti: a livello anatomico e
fisiologico, dal punto di vista biologico, funzionale, psicologico, sociale e culturale e nell’ambito della
risposta alle cure farmacologiche.
La finalità di questa innovativa disciplina è arrivare a garantire a ciascuno, uomo o donna che sia, il miglior
trattamento possibile sulla base delle evidenze scientifiche.
Come detto prima, però, i medici hanno preso come modello di riferimento il corpo maschile – di età media
(35 anni), peso nella norma (70 chili circa) e di origine caucasica – e su di esso hanno costruito l’identikit
delle malattie. Questo anche perché l’organismo femminile è molto più complesso, dal punto di vista
fisiologico rispetto quello maschile (ormoni durante il ciclo, gravidanza, ecc…).
Questo è paradossale, in quanto i farmaci risultano meno studiati nel genere che più li usa: le donne.
Il concetto di genere
Il “genere” rappresenta una costruzione sociale, la rappresentazione, definizione e incentivazione che può
far variare il concetto di uomo/donna in base ai contesti socioculturali di riferimento.
Il “sesso” invece, costituisce un corredo genetico, un insieme di caratteri biologici, fisici e anatomici che
producono una dicotomia maschio/femmina.
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Sesso e genere non costituiscono due dimensioni contrapposte ma interdipendenti: sui caratteri biologici si
innesta il processo di produzione delle identità di genere.
Ciò che c’è anche di differente è l’incidenza di patologie tra uomo e donna: ad es. le donne sono molto più
soggette alla depressione, allo sviluppo dell’Alzheimer e tumore al polmone, mentre gli uomini sono più
soggetti a sviluppare il Parkinson.
Ma anche i sintomi stessi della malattia possono svilupparsi in maniera differente tra uomo e donna: ad es.
nel caso dell’infarto (angina pectoris) nelle donne i sintomi sono dolore irradiato alle spalle, al dorso, al
collo, mancanza di fiato, nausea persistente, sudori freddi; mentre negli uomini si tratta di un dolore
toracico a livello dello sterno che può irradiarsi al braccio sinistro.
In primis gli operatori devono essere consapevoli di queste differenze, per intervenire correttamente.
Anche per quanto riguarda l’alcol è presente una differenza: le donne sono maggiormente vulnerabili agli
effetti tossici dell’etanolo, perché hanno una minore capacità di metabolizzare le bevande alcoliche.
In particolare, l’etanolo deve essere idrolizzato in acetaldeide tramite l’enzima alcol deidrogenasi;
quest’ultimo enzima è meno presente nelle donne e quindi, a parità di dose, i livelli ematici di etanolo nelle
donna sono maggiori.
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Farmacogenetica
È la disciplina che studia come l’assetto genetico degli individui influenzi l’azione dei farmaci ad essi
somministrati, con l’obiettivo di predire e quindi prevenire reazioni avverse e fallimenti terapeutici, ma
anche di favorire l’identificazione del farmaco giusto e del suo corretto dosaggio per ogni singolo paziente.
L’EMA (Agenzia europea per i medicinali) definisce la farmacogenetica come: ”lo studio delle variazioni
interindividuali nella sequenza del DNA in relazione alla risposta ai farmaci”.
Si ritiene che circa l’80% dei geni nell’uomo contenga variazioni di sequenza tra individui.
Quando una variazione nella sequenza del DNA è presente almeno nell’1% della popolazione si parla di
polimorfismo, mentre al di sotto dello 0,1% si parla di mutazione. Esistono diversi tipi di polimorfismi, ma i
più numerosi sono gli SNP (polimorfismi a singolo nucleotide).
SNP: in una medesima posizione nel genoma, due individui presentano variazioni di sequenza a livello di un
singolo nucleotide.
Gli SNP sono i principali responsabili dell’esistenza di forme diverse dello stesso gene, ossia di varianti
alleliche (indicate con il simbolo *). Si parla di varianti alleliche se la particolare forma del gene è presente
in almeno l’1% della popolazione, riservando la definizione di allele mutato per gli altri casi.
I polimorfismi possono riguardare un solo allele (eterozigosi) o entrambi (omozigosi). Nel caso degli enzimi
metabolici, rispetto ai soggetti con entrambi gli alleli attivi, la presenza di una variante inattiva determina la
produzione del 50% dell’enzima nei soggetti eterozigoti e l’assenza totale dello stesso negli omozigoti.
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A oggi sono state descritte oltre settanta varianti alleliche di CYP2D6, tra le quali almeno quindici
codificano per un enzima non funzionale.
Portatori di due alleli a ridotta funzionalità o con perdita di funzionalità sono definiti
rispettivamente metabolizzatori intermedi (10-15% della popolazione) e lenti (5-10%); questi si
contrappongono a individui omozigoti ed eterozigoti per enzimi wild-type o a normale attività (75-
85%), ossia i metabolizzatori rapidi. L’1-10% della popolazione è invece rappresentato dai
metabolizzatori ultrarapidi (caso studio del paziente che prende la codeina e va in coma).
• Polimorfismo dell’acetilazione
Il primo e più conosciuto esempio di metabolismo geneticamente controllato di un farmaco è dato
dalla differente capacità di acetilazione di alcuni composti di impiego clinico quali isoniazide dall’N-
acetiltransferasi.
In base alla capacità di acetilazione gli individui possono essere distinti in acetilatori rapidi e lenti.
L'attività dell'enzima è controllata monogenicamente e l'acetilazione lenta viene ereditata come
carattere autosomico recessivo. La frequenza di acetilatori rapidi e lenti varia in relazione al gruppo
etnico: nelle popolazioni europee i due fenotipi sono ugualmente distribuiti, mentre tra i giapponesi
e gli esquimesi gli acetilatori lenti non superano il 10%.
L’area in cui oggi la farmacogenetica gioca un ruolo chiave nella scelta del farmaco è quella oncologica: la
stratificazione dei pazienti sulla base della genetica del tumore permette di aumentare la percentuale di
risposta a diversi farmaci (target therapy).
Ora abbiamo tutte le basi per capire cose succede a un PA quando lo assumiamo.
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APPROCCIO SPERIMENTALE PER LO STUDIO DI UNA DROGA VEGETALE
Importanza della ricerca scientifica
✓ Migliorare l’impiego di droghe vegetali già note
✓ Caratterizzare attività terapeutiche nuove
✓ Scoprire proprietà farmacologiche di piante mai utilizzate in medicina
✓ Stabilirne la tossicità
✓ Definire nuove metodologie di studio
Finalità: studiare la droga nella sua interezza in quanto tra le sostanze in essa presenti si stabiliscono
sinergismi utili agli effetti benefici.
Questo è diverso se studiamo la droga per intero (estratto contiene molti PA diversi) o una parte (PA puro).
Primo problema: scelta del materiale di base da esaminare, con relativi problemi di riconoscimento e
differenze del materiale per via della provenienza, periodo di raccolta e conservazione. Nonché necessità di
conoscenze molto diverse tra di loro (etnobotanica, chimica e farmacologia).
Secondo problema: trattamenti, cioè trasformazione del vegetale da trattare in estratti facili da
somministrare.
In molti casi si è accertato che più del principio attivo di una droga è efficace il “pool” di sostanze
farmacologicamente attive presenti nella droga in quanto tra esso e gli altri componenti si stabiliscono
sinergismi utili verso gli effetti medicamentosi e/o antagonismi verso gli effetti collaterali, siano essi dannosi
o semplicemente indesiderati.
Es. Il “seme santo”, Artemisia cina, risulta più attivo del principio attivo, la santonina, come antielmintico.
Riveste infatti un ruolo importante l’olio essenziale presente nella droga: questo facilita la penetrazione
della santonina nel verme ed esercita direttamente un’azione antielmintica.
In una droga possono anche essere presenti sostanze con azioni opposte a quella del componente
principale (nel rabarbaro, ad esempio, sono presenti sennosidi ad azione lassativa e tannini ad azione
astringente) o sostanze che agiscono su tessuti o organi diversi da quelli sui quali va ad agire il principio
attivo (ad. es. la China, Chinchona spp, contiene la chinina, alcaloide con proprietà antimalariche, ma anche
l’alcaloide chinidina che si comporta come deprimente cardiaco e l’acido cincotannico che provoca stipsi).
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Analisi dell’attività biologica
Per ogni attività farmacologica esistono test specifici e selettivi.
Sperimentazione in vitro
Si utilizzano colture cellulari di diverso tipo:
• colture primarie
• colture ottenute da banche cellulari
la banca cellulare è nata per raccolta, controllo di qualità, espansione, conservazione e distribuzione di linee
cellulari umane e animali, con l'obiettivo di fornire ai ricercatori e alla comunità scientifica prodotti di
qualità certificata, a garanzia dell'affidabilità e riproducibilità dei risultati della ricerca.
Una linea cellulare isolata di fresco da un tessuto viene chiamata “coltura primaria”(hanno vita breve). Da
questa, per subcoltivazione, si possono ottenere sottocolture o linee cellulari (non vanno in contro a
morte).
Così si ottengono notevoli quantità di materiale con caratteristiche relativamente omogenee e simili alla
coltura primaria, quanto minore è il numero di passaggi.
La differenziazione viene tuttavia mantenuta per un certo numero di passaggi in vitro. Ad esempio, le cellule
endoteliali conservano le caratteristiche di differenziazione per 5-10 passaggi. Dopodiché perdono dei
caratteri di differenziazione.
I fattori che facilitano la proliferazione sono:
✓ la bassa densità cellulare
✓ la bassa concentrazione di calcio
✓ presenza di fattori di crescita
Dopo un certo numero di passaggi una linea cellulare si “trasforma” dando origine ad una linea cellulare
“immortale”. Il fenomeno di immortalizzazione, però, non è stato definito con precisione.
Una linea cellulare immortale è riconosciuta da alcuni caratteri:
✓ diminuzione delle dimensioni cellulari
✓ dalla dipendenza da siero
✓ diminuzione della dipendenza dall’ancoraggio (cioè, maggior capacità di crescere in sospensione).
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Queste linee cellulari sono più facili da coltivare anche se possono a volte perdere alcune delle
caratteristiche delle cellule da cui sono originate.
Altra possibilità è l’utilizzo di linee cellulari neoplastiche: esse hanno un’elevata capacità di riprodursi in
vitro con le caratteristiche delle cellule immortali, ma riescono a conservare parte dei caratteri di
differenziazione delle cellule da cui derivano.
Mezzi di coltura:
I mezzi di coltura più comuni sono i medium con aggiunta di siero, il siero può contenere: albumina
(trasporto molecole biologiche), fibronectina (adesione cellulare), transferrina (trasporto di ferro), alfa-2-
macroglobulina (inibizione della tripsina), ormoni (controllo di funzioni metaboliche).
Il medium più adatto viene scelto su indicazione da letteratura.
Oltre al siero, il medium contiene fattori di crescita, lipidi e acidi grassi, minerali, metaboliti, polipeptidi.
Esistono in commercio numerosi tipi di siero, il più utilizzato è il siero bovino fetale.
A seconda delle loro caratteristiche le cellule possono crescere in sospensione o aderire alla superficie.
Il saggio utilizza sali di tetrazolio di colore giallo solubili in acqua che vengono convertiti in formazano
insolubile e di colore blu-violaceo, colore che deriva dallo sfaldamento riduttivo degli anelli di tetrazolio,
qualora le cellule abbiano un'attività metabolica. Se invece le cellule sono morte, non presentano più
attività metabolica e di conseguenza i sali non vengono convertiti e la sostanza rimane di colore giallo.
L'attività di riduzione del tetrazolio avviene principalmente nei mitocondri dove l'enzima succinato
deidrogenasi è attivo solamente nelle cellule vive. L'attività metabolica è valutata attraverso la spettroscopia
a determinate lunghezze d'onda.
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Può essere utilizzato per determinare la citotossicità di farmaci o altri tipi di sostanze chimicamente attive e
potenzialmente tossiche.
Sperimentazione animale
Normativa:
- L’8 settembre 2010 il Parlamento Europeo ha definitivamente approvato a larghissima maggioranza
la nuova direttiva sulla protezione degli animali usati per scopo scientifico (Direttiva 2010/63/CEE).
Ed è stato recepito in IT nel 2014.
- Art. 4 principio della sostituzione, della riduzione e del perfezionamento.
- Regola delle 3R, proposta nel 1959 per ridurre l’impatto della sperimentazione animale:
▪ Rimpiazzamento, sostituzione con metodi alternativi
▪ Riduzione, riduzione del numero di animali
▪ Raffinamento, miglioramento delle condizioni animali
- Art. 5 finalità delle procedure: si può fare sperimentazione esclusivamente per:
a) La ricerca di base
b) La ricerca applicata o traslazionale che persegue uno dei seguenti scopi (cura malattie ecc…)
c) Per realizzare uno degli scopi di cui alla lettera b) nell’ambito dello sviluppo, della produzione o delle
prove di qualità, di efficacia e di innocuità dei farmaci, dei prodotti alimentari, dei mangimi e di altre
sostanze o prodotti
d) Protezione ambientale e animale
e) Ricerca finalizzata alla conservazione della specie
f) L’insegnamento e la formazione al fine del mantenimento o miglioramento delle competenze
professionali
g) Indagini medico-legali
È consentito l'utilizzo degli animali ai fini scientifici o educativi soltanto quando, per ottenere il risultato
ricercato, non sia possibile utilizzare altro metodo o una strategia di sperimentazione scientificamente
valida, ragionevolmente e praticamente applicabile che non implichi l'impiego di animali vivi. (d.L. 4 marzo
2014, attuazione della direttiva EU 2010 sulla protezione degli animali ai fini scientifici).
Inoltre, per poter eseguire una sperimentazione animale è necessario ottenere l’approvazione ministeriale
e del comitato etico locale.
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Le specie più utilizzate nella sperimentazione animale sono:
➢ Topo
Il topo di laboratorio deriva dal topo domestico (Mus musculus).
Non hanno una vista particolarmente acuta, prediligono spazi chiusi e buii, si affidano soprattutto
all’odorato e marcano l’ambiente in cui vivono con l’urina. Hanno anche un udito molto acuto e
sono sensibili agli ultrasuoni. Le varie razze presentano notevoli differenze nell’espressione e
nell’intensità dei comportamenti.
È l’animale più comune perché:
• Estrema prolificità
• Piccole dimensioni (gestione ambiente)
• Resistenza agli stress
• Abbondanza della specie
• Intelligenza
• Arco di vita relativamente breve (1-2 anni)
• Animali transgenici e knock-out (è un ratto geneticamente modificato con un singolo gene
disattivato attraverso una mutazione mirata, imitando malattie umane; nel knock-in invece
si inserisce un gene).
➢ Ratto
È un animale più grande e docile rispetto al topo. Deriva dal ratto bruno (Rattus norvegicus).
Gli animali giovani sono esploratori e spesso si dedicano a giochi (arricchimento).
La vista diurna è in genere scarsa, ma in alcune varietà pigmentate è buona in condizioni di scarsa
luminosità. Sono più attivi nelle ore notturne.
➢ Coniglio
Il coniglio (Oryctolagus cuniculus) è, per natura, una specie gregaria. Deve avere a disposizione uno
spazio sufficiente e un ambiente arricchito; in caso contrario ci può essere una perdita della
normale attività locomotoria e anomalie a livello di scheletro.
Se non è possibile raggruppare i conigli, è opportuno sistemarli a stretto contatto visivo.
Hanno una aspettativa media di vita di 7 anni: inadatti a studi di tossicità cronica, come quelli di
cancerogenesi che rendono necessaria l’osservazione per tutta la vita. Sono pacifici e inoffensivi, ma
i maschi possono diventare aggressivi tra loro.
o Vantaggio: grande massa corporea
o Svantaggio: molto emotivi, si stressano con facilità, vanno spesso incontro a fratture
Sono stati gli animali di scelta per la determinazione dei pirogeni, ora si ricorre a metodi alternativi.
Per poter effettivamente testare effetti benefici sulla salute rivendicabili dai prodotti alimentari, ai sensi
della normativa vigente, bisogna che: il prodotto oggetto di studio sia effettivamente un alimento e che lo
studio sia eseguito su un soggetto sano, infatti, gli alimenti non possono rivendicare un’attività terapeutica
(recupero di condizioni patologiche), ma soltanto contribuire a mantenere un equilibrio “omeostatico” di
una determinata funzione dell’organismo, e qualora volesse essere così lo studio rientrerebbe nella
sperimentazione clinica dei medicinali.
Studi di sicurezza
Prodotti o ingredienti presenti sul mercato che hanno fatto registrare un consumo significativo, tale da
deporre a favore della sicurezza, possono essere liberamente immessi in commercio come prodotti o
ingredienti alimentari ai sensi del Regolamento (EU) 2015/2283.
In caso non avessero registrato un consumo significativo, per poter essere commercializzati come
alimenti, devono essere autorizzati con una procedura per accertarne la sicurezza.
Per dimostrare la sicurezza di un alimento vanno condotti studi in viro e in vivo su modello animale
prima di procedere a studi effettuati sull’uomo.
Studi di efficacia
Gli studi di efficacia hanno l’obiettivo di stabilire l’efficacia dell’alimento per l’indicazione sulla salute
(health claim) di cui si intende richiedere l’autorizzazione.
Indicazione definita in modo da esprimere un reale beneficio per una specifica funzione dell’organismo,
comprensibile dal consumatore medio, e che le prove vengano condotte con un livello di assunzione
prestabilito dall’alimento in studio.
Per dimostrare l’efficacia di un alimento è necessario fornire dati derivati da studi condotti sull’uomo.
Mentre, gli studi su animali o in vitro possono fornire prove a supporto.
Gli studi sugli effetti sulla salute di un alimento devono essere svolti conformemente alle diverse inee
guida messe a punto dall’EFSA.
3. Tipologie di studi
Studi in vitro e in vivo su modelli animali.
Queste tipologie di studi possono essere effettuate:
1. Per supportare l’efficacia di un alimento, documentando ad esempio meccanismi biochimici ad
essa correlabili;
2. Per supportare la sicurezza di un alimento dimostrandone l’assenza di tossicità alle normali
condizioni di esposizione;
Per quanto riguarda in particolare gli studi di efficacia, ferma restano che devono essere effettuati
sull’uomo, per giustificare un claim potrebbero bastare studi in vitro a supporto del maccanismo d’azione
alla base dell’effetto rivendicato, senza ricorrere a studi sugli animali.
Gli studi devono riguardare specificatamente l’alimento da testare a quantità di assunzione prestabilite,
che devono poter ragionevolmente far parte di una dieta varia ed equilibrata.
La sicurezza non può essere trascurata, quindi anche per gli alimenti bisogna fare studi sia in vitro che in
vivo (riassunto estremo).
61
Valutazione dei principali effetti farmacologici
Infiammazione
L’ infiammazione è una normale reazione protettiva (di difesa) ad una lesione del tessuto causata da un
trauma fisico, da prodotti chimici nocivi oppure da agenti microbiologici (stimolo).
Il processo infiammatorio può essere innescato da numerosi stimoli (per es. agenti infettivi, ischemia o altri
stimoli termici o meccanici). L’infiammazione rappresenta lo sforzo compiuto dal corpo per inattivare o
sopprimere i MO invasori, per eliminare le sostanze irritanti e per creare le condizioni di recupero del
tessuto.
L’infiammazione è provocata dal rilascio di mediatori chimici da parte del tessuto lesionato e delle cellule
infiammatorie.
Se la risposta è esagerata può diventare un problema.
Coinvolge diversi mediatori chimici, da parte delle cellule danneggiate e da cellule infiammatorie:
- Amine (istamina e 5-HT), che sono dei mediatori performati e quindi immediatamente rilasciati dai
granuli citoplasmatici-
- Lipidi (prostaglandine, leucotrieni e PAF), che si possono formare in pochi minuti a seguito di uno
stimolo nocivo
- Mediatori proteici (citochine), la cui sintesi richiede più di 30 min.
I valori delle 3
piante vengono
paragonati
all’effetto di un
farmaco
antinfiammatorio
riconosciuto, in
questo caso
l’indometacina.
I° gruppo → controllo positivo: gruppo che non ha ricevuto il trattamento ma è stato sottoposto all’edema
da carragenina
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II° gruppo → SI a dose crescenti: gruppo trattato con la prima droga (all’inizio poco effetto, dopo 4 ore a
dose massima si ha un effetto inibitorio del 40%)
III° gruppo → SL a dose crescenti: gruppo trattato con la seconda droga (nella dosa minima l’effetto è già del
30%, fino ad arrivare al 55% dopo 3h)
IV° gruppo → SM a dose crescenti: gruppo trattato con la terza droga (effetto di molto inferiore alle altre 2)
V° gruppo → Indometacina: valori fino al 75% dopo 3 ore
(l’asterisco indica che il dato è statisticamente significativo) FINE STUDIO
A= si valuta la produzione % di
nitrossido, mediatore che vasodilata;
all’aumentare della concertazione
dell’estratto diminuisce la % di NO
B= PEG2 prostaglandine
Si somministra LPS e droga, l’effetto anti-
infiammatorio della droga risulta
evidente (si abbassa i livello di
prostaglandine)
- controllo negativo
- + controllo positivo
* dato buono e significativo
C= sull’asse delle y
Figura 7 produzione delle prostaglandine, nelle cellule di controllo negativo (non tratte), non ci sono
prostaglandine. Poi controllo positivo: cellule sottoposte allo stimolo infiammatorio, numerosissime
vitalità, per
prostaglandine. LPS (lipopolisaccaridi)e droga: grossa riduzione delle prostaglandine, effetto
antinfiammatorio.
valutare la
sicurezza degli estratti: la vitalità rimane alta in entrambi i casi, l’estratto è sicuro su entrambe le tipologie
cellulari analizzate.
Quindi, Il controllo positivo è un trattamento sperimentale che viene eseguito con un fattore conosciuto per
ottenere l'effetto desiderato del trattamento. Il controllo negativo è un trattamento sperimentale in cui non
aggiungo la sostanza di cui voglio valutare ’effetto che non provoca l'esito desiderato dell'esperimento (sito
web).
Questo modello è adatto a riprodurre un modello di infiammazione sperimentale di tipo autoimmune con
un ruolo preponderante per i linfociti T. Dal 7° al 17° giorno dall’iniezione vengono somministrati i farmaci
antinfiammatori. I risultati si ricavano comparando il volume delle zampe posteriori degli animali trattati con
il gruppo non trattato (controllo positivo: si paragonano gli animali che hanno ricevuto il farmaco con quelli
che hanno ricevuto il fattore scatenante, ma non hanno ricevuto la sostanza antinfiammatoria).
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Misura dell’attività ulcerogena (derivante dalla somministrazione a stomaco vuoto degli antinfiammatori)
A ratti digiuni da 24 ore sono somministrate per os, in dose unica, le sostanze da testare sospese in
carbossimetil cellulosa.
Per la valutazione delle lesioni gastriche, dopo sacrificio dell’animale, lo stomaco viene prelevato e
posizionato in modo da esternarne la mucosa. Questa viene analizzata al microscopio per il rilevamento dei
siti emorragici e delle eventuali erosioni superficiali.
L’effetto del farmaco viene misurato sia in base al numero di animali che hanno riportato lesioni sia
attribuendo ad ogni animale un indice di ulcera calcolato con una scala arbitraria; la valutazione più essere
effettuata 2 ore dopo la somministrazione del farmaco.
Metodi meccanici:
• Pinzettamento
pinzettando l’orecchio di un ratto o cavia, la coda di un topo…etc si provoca un risposta che verrà
valutata (es. squittio, atto del divincolarsi, tentativo di liberarsi etc.). Il metodo è qualitativo, ma non
facilmente quantificabile. Generalmente non si usa.
Metodi termici:
• Hot-plate (test della piastra calda)
prevede l’uso di un contenitore in acciaio immerso in un bagno maria a 52,5°C. L’animale viene
posizionato sulla piastra calda, dalla quale viene rimosso non appena manifesta di aver avvertito lo
stimolo doloroso, e comunque per non più di 45 s per evitare danni ai tessuti. L’andamento
dell’analgesia si segue ripetendo il test ad intervalli di 15 min circa.
• Test del colpo di coda (tail-flick)
Il raggio colpisce la coda dell’animale e quando il ratto avverte dolore allontana la coda con uno
scatto (da qui il nome del test). Il raggio quindi, non essendo più impedito dalla coda, colpisce la
fotocellula e in questo modo determina lo spegnimento della sorgente di calore. Il tempo massimo
di esposizione è 30 s, nel tempo ogni 15 min.
• Tail immersion
prevede l’immersione della coda in un bagno d’acqua a 58°C. Si valuta il tempo che intercorre
dall’immersione al momento in cui l’animale, avvertendo dolore, toglie repentinamente la coda
dall’acqua. Durata max 6 sec.
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Metodi chimici:
• Writhing test
consiste nell’iniettare sostanze chimiche irritanti nel peritoneo dell’animale (solitamente acido
acetico 0.5%) che, in risposta, va incontro a degli stiramenti addominali. L’operatore conta il
numero di stiramenti nell’unità di tempo.
L’iniezione viene fatta 5 minuti prima di iniziare il conteggio degli stiramenti che vengono poi seguiti
per 10 min.
Salice
La droga è costituita dalla corteccia del salice.
Contiene tannini condensati, flavonoidi, glicosidi fenolici (salicilina 0,1-2% etc..) che per idrolisi liberano
acido salicilico.
Le proprietà antinfiammatorie sono dovute non solo alla salicina (che tuttavia è il componente più attivo),
ma anche agli altri glicosidi fenolici (salicortina, tremulina, tremulacina).
Inibisce la formazione delle prostaglandine ma con un meccanismo non del tutto chiaro.
Effetti avversi nel tratto gastrico.
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Tanaceto
La droga consiste nelle foglie secche di Tanacetum parthenium.
Il Tanaceto contiene lattoni sesquiterpenici (partenolide), un olio essenziale e altri componenti come
flavonoidi, tannini e piretrina. La FU IV dice che non deve contenere meno di 0,2% di partenolide, calcolato
su droga essiccata.
Proprietà farmacologiche:
- inibisce il rilascio di istamina dai mastociti (- reazioni allergiche)
- riduce la biosintesi degli eicosanoidi mediante inibizione della fosfolipasi A2;
- inibisce il rilascio di serotonina dalle piastrine;
- efficacia in modelli in vivo di writhing test e dell’edema da carragenina.
Non si conosce quali siano i componenti responsabili di queste attività, anche se sicuramente un ruolo
rilevante ce l’ha il partenolide:
- riduce attività di fattori di trascrizione proinfiammatori (nf-kb);
- inibisce molecole di adesione;
- inibisce sintesi di NO (mediatore dell’infiammazione);
- effetti analgesici e antinfiammatori.
È utilizzato in alcuni casi nel trattamento dell’emicrania, anche se i dati clinici non supportano questo
utilizzo.
Gli effetti collaterali sono in genere lievi e transitori. Sono in genere: ulcerazione della bocca (solo se contato
diretto con il tanaceto) e disturbi gastrointestinali.
Un’improvvisa interruzione del tanaceto può scatenare una sindrome “post tanaceto” caratterizzata dal mal
di testa, nervosismo, dolore alle articolazioni e stanchezza.
Il tanaceto sembra avere proprietà antiaggreganti, quindi controindicato in soggetti con problemi di
coagulazione.
Ortica
La droga è costituita dalle parti aeree di varie specie di Urtica.
Presenta proprietà antinfiammatorie che possono essere esercitate attraverso diversi meccanismi:
• Inibizione enzimi ciclossigenasi e lipossigenasi;
• Inibizione produzione di citochine proinfiammatorie.
Può essere usata come terapia adiuvante dei disturbi reumatici, negli stati infiammatori delle vie urinarie e
per i calcoli renali.
Le evidenze cliniche sulla sua efficacia negli stati infiammatori sono incoraggianti, anche se poche.
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Determinazione in vitro dell’attività antimicrobica
Metodi di diluizioni:
un inoculo standard del microrganismo da saggiare è esposto a diverse concentrazioni dell’antimicrobico
(convenzionalmente ad una serie di diluizioni a raddoppio riferite a 1 mg/L).
Al termine dell’incubazione si verifica la presenza o l’assenza di sviluppo microbico e la MIC (minima
concentrazione inibente) del composto, definita come la più bassa concentrazione che inibisce una crescita
visibile.
MCB (minima concentrazione battericida) corrisponde alla più bassa concentrazione di principio attivo in
grado di inibire la crescita batterica di almeno il 99,9% rispetto alla popolazione iniziale.
Studi preclinici sull’attività antifungina dell’olio essenziale di Melaleuca alternifolia (tea tree oil) e del suo
principale componente terpinen-4-olo
Tale sostanza possiede proprietà antibatteriche, antifungine, antivirali, antinfiammatorie ed
immunomodulanti.
Scopo di questo studio è stato quello di valutare la possibile attività antibatterica in vitro dell’olio essenziale
di Melaleuca alternifolia Cheel (TTO) e dei suoi principali componenti terpinene-4-olo e 1,8- cineolo, in
particolare sull’effetto nei confronti del MO Candida albicans.
68
➢ TTO, terpinene-4-olo e 1,8 cineolo sono stati attivi in vitro sia nei confronti di ceppi di C. albicans
sensibili, sia nei confronti di ceppi resistenti a due farmaci antifungini quali il fluconazolo (FCZ) e
l’itraconazolo (ITR).
Questi dati sperimentali hanno dato un sostanziale supporto a precedenti evidenze empiriche e scientifiche
sull’efficacia del trattamento della candidosi con TTO, soprattutto quando l’infezione è causata da specie di
C. albicans farmaco-resistenti (serve una dose minore di TTO rispetto a fungicidi di sintesi per esplicare
l’attività). Ed è stato confermato che il terpinene-4olo è il prodotto attivo della mistura.
Possibilità di utilizzare frazione polifenoliche de Sida urens L. contro i batteri delle carie dentarie
I risultati hanno validato l’uso, tradizionalmente compiuto da una zona del Burkina Faso, della Sida urens
come potente agente antibatterico nei confronti della carie dentali.
Nella zona orientale del Marocco la pianta essiccata di Ocimum basilicum viene anche utilizzata in
erboristeria come agente ipolipidemizzante e distribuita ad un elevato numero di soggetti iperlipidemici.
Tali pratiche di medicina tradizionale non sono, però, validate da studi atti a comprendere le reali proprietà
ipolipidemiche, sia quelli volti a valutare l’assenza di effetti nocivi determinati dall’uso dei derivati
erboristici.
L'enzima LATTATO DEIDROGENASI (LDH) è un enzima normalmente presente nel citoplasma delle cellule che
catalizzano la reazione di trasformazione del lattato in piruvato. In seguito ad un danno alla membrana
cellulare l'enzima LDH dal citoplasma si riversa nel mezzo di coltura.
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Questo enzima viene perciò impiegato nel saggio per valutare l’integrità cellulare.
Risultato: in assenza dell’estratto, la percentuale di induzione delle foam cells (macrofagi il cui citoplasma
era infarcito per almeno 1/3 da lipidi) da parte delle acLDL (acetilate) è circa raddoppiata rispetto alle nLDL
(native).
Il trattamento con 20 µg/mL Ocimum basilicum non altera tale risultato.
Alla concentrazione di 60 µg/mL, l’estratto etanolico di Ocimum basilicum riduce significativamente la
proporzione di foam cells, portando la percentuale di foam cells indotte dalle acLDL simile a quella ottenuta
con le nLDL. È quindi in grado di ridurre il danno provocato dalle LDLacetilate e, quindi, è in grado di ridurre
ridurre l’accumulo di lipidi: effetto ipolipemizzante.
LDL acetilate, modificate, per condurre questo studio in vitro e simulare l’accumulo di lipidi nel macrofago
(formazione di placca aterosclerica).
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Esempio di studio che ha valutato l’effetto antitumorale di una droga
Emodina come possibile droga ad attività anticancerogena nelle cellule del cancro del prostata (sia in vitro,
che in vivo).
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Studio dei farmaci antidepressivi: modelli animali di depressione
La depressione, così come altri disordini mentali, è attualmente diagnosticata su base clinica, senza far
riferimento ad una particolare eziologia o a marker biologici diagnostici. Questo è dovuto ad una ancora non
completa conoscenza dei meccanismi patofisiologici alla base del disordine.
Generalmente i modelli animali tentano di imitare la condizione umana, inclusa la psicopatologia.
Per poter essere usato come modello preclinico un modello animale deve essere inoltre:
✓ facile da effettuare,
✓ indurre un fenotipo e un comportamento nell’animale stabile nel tempo
✓ riproducibile (inteso come il livello di comparabilità tra dati ottenuti con lo stesso modello
sperimentale nello stesso laboratorio in momenti diversi o in laboratori differenti)
I modelli di depressione sviluppati fino ad ora sono stati originariamente disegnati per determinare in modo
più specifico e sensibile i responsi comportamentali ai farmaci antidepressivi.
La durata totale dell’immobilità durante i 5 minuti della seconda sessione rappresenta il termine di
riferimento per valutare l’effetto degli antidepressivi.
La maggior parte dei farmaci antidepressivi è in grado di modulare il tempo di immobilità, mentre gli
ansiolitici e i farmaci antipsicotici non hanno questo effetto (quindi effetto antidepressivo specifico).
Questo test è stato originariamente sviluppato nei ratti, che sono noti essere dei buoni nuotatori, a
differenza dei topi; il test su questi ultimi potrebbe essere molto più stressogeno.
Effetto antidepressivo-simile dell’estratto alcolico di Zuojiin Pill, contenente due droghe vegetali di rizoma
Coptidis e frutti di Evodiae, è spiegato modulando il neurotrasmettitore monoaminergico nei topi
Interessante perché a quantità inferiori fa più effetto.
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Tail-suspension
Topo sospeso per la coda ad una barra per 6 min, valutazione del tempo di immobilità.
Una volta appeso per la coda, in un primo momento il topo inizia a cercare di scappare intraprendendo
vigorosi movimenti, ma dopo pochi minuti diventa immobile.
Viene valutato il tempo speso nell’immobilità.
Il test è usato sia per ratti che per topi ed è risultato sensibile a tutte le maggiori classi di farmaci
antidepressivi.
L’imipramina, principio attico della classe degli antidepressivi triciclici, riduce il tempo di immobilità.
Negli ultimi tempi questi due test sono stati molto discussi quali test comportamentali per la depressione,
nello specifico perché entrambi i test rappresentano una situazione acuta, senza mimare le altre
caratteristiche temporali della depressione clinica (inizio, persistenza, effetto terapeutico).
In queste condizioni lo stato di anedonia è mantenuto per alcune settimane riproducendo un aspetto
cronico della malattia umana.(con gli altri studi si valutava, invece, l’aspetto acuto della depressione).
Esempi di stimoli stressogeni: affollamento, isolamento, sottrazione cibo, inclinazione e scuotimento della
gabbia, lettiera umida, illuminazione intermittente, inversione del ciclo luce/buio.
Gli antidepressivi ripristinano il decremento di consumo di saccarosio indotto dal CMS.
Il topo depresso,come conseguenza, ha deficit cognitivi (senso di impotenza acquisito): dopo l’esposizione a
stimoli imprevedibili e non controllati l’animale non impara a scappare dalla situazione stressogena, si
rassegna.
Criticità: solo una piccola percentuale di animali sottoposti a questi trattamenti sviluppano sintomi
depressivi, inoltre alcune specie di topo presentano questi comportamenti già come caratteristica della
specie, indipendentemente dall’induzione con stimoli stressogeni.
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Modelli animali di ansia
L’ansia può essere considerata come una risposta emotiva fisiologica e una reazione adattativa che si
sviluppa in risposta a situazioni pericolose e/o stress acuto che minacciano l’integrità dell’individuo.
Uno stato d’ansia transitorio e proporzionale alla situazione che lo provoca è considerato una difesa
dell’organismo volto ad anticipare la percezione del pericolo prima che questo sia chiaramente
identificato.
È dunque un sistema di allarme fisiologico utile alla sopravvivenza.
L’ansia eccessiva può generare uno stato di malattia, infatti induce uno stato di attesa apprensiva.
Negli animali l’ansia induce un’inibizione comportamentale che si evidenzia in una minore motilità
accompagnata da uno stato di continua attenzione, ma soprattutto in una marcata inattività esplorativa e
quindi un disinteresse verso tutto ciò che non rassicura l’animale nella nuova situazione in cui si viene a
trovare.
I più importanti modelli d’ansia si basano su procedimenti nei quali i farmaci ansiolitici disinibiscono un
comportamento che si presume sia soppresso dalla paura delle sue conseguenze.
• LIGHT/DARK EXPLORATION
Animale posto nel compartimento nero → valutazione del tempo trascorso nel bianco entro 5 min.
Consiste nel misurare gli attraversamenti dalla zona illuminata a quella buia in una camera a due
compartimenti: gli attraversamenti sono aumentati dagli ansiolitici.
Limite: i farmaci che alterano l’attività locomotori potrebbero inficiare i risultati derivati da questo
tipo di saggio.
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• ELEVATED PLUS-MAZE, Si basa sul conflitto provato dagli animali tra la curiosità di esplorare un
ambiente nuovo e la riluttanza all’esplorazione a causa delle sue caratteristiche.
Il test si svolge in un labirinto formato da due corridoi incrociati e sollevati da terra che formano 2
bracci chiusi (lo spazio buio e chiuso è più consono a quello dei topi) e due bracci esposti (aperti,
suscitano curiosità).
Il tempo trascorso nei bracci aperti è aumentato dagli ansiolitici (es. diazepam), ma non da
stimolanti, neurolettici e antidepressivi, dimostrando la validità di questo modello.
Comportamento animale
Il comportamento animale nei suoi vari aspetti lo si può quantificare in laboratorio con strumenti e tecniche
che registrino i dati dell’attività motoria, della reattività a stimoli esterni, della variazione nella raccolta di
cibo, nonché di risposte condizionate di vario tipo.
ATTIVITÀ MOTORIA GENERALE: si parla di attività spontanea generale quando l’animale viene lasciato nella
sua gabbia o nel suo ambiente.
RETTIVITÀ GENERALE: si intende il comportamento che l’animale esibisce quando viene posto in ambienti
che non gli sono abituali.
Quasi tutti gli animali quando vengono posti in ambienti nuovi o diversi da quelli di allevamento, hanno una
reazione che può essere di inibizione parziale o totale dell’attività o viceversa di eccessiva reattività.
Per evitare che questi comportamenti interferiscano con quelli da rilevare, l’animale viene lasciato
ambientarsi (periodo di adattamento) nell’ambiente o nello strumento usato per la rilevazione dei dati
comportamentali.
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Memoria
La memoria ha 2 componenti: una a breve termine e una a lungo termine.
La memoria a breve termine permette di ricordare per periodi di tempo limitati una quantità di
informazioni limitate.
La memoria a lungo termine permette di ricordare quantità maggiori di informazioni per periodi di tempo
molto lunghi.
CONDIZIONAMENTO
Apprendimento associativo
Emissione di risposte comportamentali attraverso l’associazione a stimoli originariamente neutri.
Condizionamento classico: esperimento cane Pavlov.
Il cane produce saliva ogni volta che vede una bistecca (risposta incondizionata), nella fase di
condizionamento ogni volta che si fa vedere al cane la carne e inizia a salivare si aggiunge il suono di una
campanella, questa è la fase più lunga. Fino ad arrivare ad una salivazione associata soltanto al suono della
campanella (risposta incondizionata che diventa condizionata).
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Evitamento passivo
L’apparecchio è composto da una parte trasparente che comunica con una scatola dipinta di nero. Una
lampada da 100W a luce fredda è posta sopra la scatola trasparente. Il pavimento è formato da una griglia
metallica ed è collegato ad uno stimolatore elettrico.
All’inizio dell’esperimento il ratto è posto nella parte trasparente e illuminata, luogo sgradito ai ratti. La sua
naturale inclinazione lo poterà a rifugiarsi nella parte buia; il tempo impiegato ad entrare nella seconda
scatola viene registrato come primo tempo di latenza, che è mediamente di 30 secondi.
Quando il ratto è completamente entrato nel luogo buio la porta viene abbassata e una leggera scossa
elttrica (1,5 mA) percorre il pavimento. L’animale viene tolto e rimesso nella gabbia.
Dopo un certo periodo di tempo (generalmente 30 min o 24 ore) viene messo nuovamente nella scatola
trasparente, se il ratto ricorda la scossa ricevuta, non rientra nella scatola buia, mentre se ha dimenticato la
punizione ricevuta, rientrerà con tempi di latenza molto bevi simili al 1° tempo di latenza.
Il test è chiamato dell’evitamento passivo perché l’animale, ricordando lo shock ricevuto non esibisce la
risposta motoria di attraversamento. Questo test è molto usato per le prove di memoria recente poiché
viene eseguito una sola volta sul singolo ratto e ciò permette di seguire le variazioni della traccia
mnemonica nel tempo.
Un risultato sperimentale significativo, ottenuto con rigore scientifico, non è sempre indice di efficacia
della droga sull’uomo.
Per averne la certezza è necessaria l’indagine clinica, con studi terapeutici sull’uomo.
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SPERIMENTAZIONE CLINICA
Definizione: qualsiasi studio sull’essere umano finalizzato a scoprire o verificare gli effetti clinici,
farmacologici o altri effetti farmacodinamici di uno o più medicinali sperimentali o a individuare qualsiasi
reazione avversa ad uno o più medicinali sperimentali o a studiarne l’assorbimento, la distribuzione, il
metabolismo, l’eliminazione, con l’obiettivo di accertarne la sicurezza o l’efficacia, nonché altri elementi di
carattere scientifico e non, effettuata in un unico centro o in più centri (es. ambulatori) in Italia o anche in
altri stati membri dell’Unione Europea o in Paesi terzi.
• Decreto legislativo 6 novembre 2007, n 200 Attuazione della Direttiva 2005/28/CE
Oggi sperimentazione multicentrica: nazionale e internazionale.
Nel 1964 è stata promulgata la dichiarazione di Helsinki: documento fondamentale nella ricerca biomedica
che definisce i principi etici della sperimentazione e la necessità del consenso da parte dei soggetti che
partecipano allo studio.
Nello stesso anno la Food and Drug Administration (FDA) ha introdotto protocolli di ricerca clinica
controllata, prevedendo l’uso del placebo (sostanza farmacologicamente inerte da impiegare in un gruppo
di pazienti in confronto al nuovo farmaco in studio, somministrato ad un secondo gruppo di pazienti): un
passo fondamentale verso una metodologia scientifica rigorosa per raggiungere conclusioni certe
sull’efficacia e sicurezza dei farmaci.
Linee di indirizzo sugli studi condotti per valutare la sicurezza e le proprietà dei prodotti alimentari
(Ministero della Salute -revisione novembre 2018-)
3.2 STUDI CONDOTTI SULL’UOMO
Il parere preventivo e vincolante del Comitato etico di riferimento è da considerarsi un requisito
necessario per l’effettuazione dello studio.
Comitato etico
Il Comitato Etico (C.E.) è un organismo indipendente, composto da personale sanitario e non, che ha la
responsabilità di garantire la tutela dei diritti e del benessere dei soggetti in sperimentazione e di fornire
pubblica garanzia di tale tutela esprimendo, ad esempio, un parere sul protocollo in sperimentazione,
sull’idoneità degli sperimentatori, sulla adeguatezza delle strutture e sui metodi e documenti che verranno
impiegati per ottenere il consenso informato; che svolga i compiti di cui al decreto legislativo 24 giugno
2003, n 211, alle norme di buona pratica clinica e a decreto del Ministro della Salute in data 12 maggio
2006.
I comitati etici devono comprendere:
a) Due clinici
b) Un medico di medicina generale territoriale e/o un pediatra di libera scelta
c) Un biostatistico
d) Un farmacologo
e) Un farmacista
f) Il direttore sanitario
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g) Un esperto in materia giuridica o un medico legale
h) Un esperto in bioetica
i) Un rappresentante del settore infermieristico
j) Un rappresentate del volontariato e/o associazionismo di tutela dei pazienti
(oggi il mondo dei comitati etici è in evoluzione)
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• “protocollo”: un documento in cui sono descritti gli obiettivi, il disegno, la metodologia, gli aspetti
statistici e l’organizzazione di uno studio. Il termine “protocollo” comprende le versioni successive e
le modifiche del protocollo stesso;
• “consenso informato”: l’espressione libera e informata di un soggetto della propria disponibilità a
partecipare a un determinato studio, dopo essere stato informato di tutti gli aspetti rilevanti per la
decisione di partecipare, oppure, nel caso dei minori e dei soggetti incapaci, l’autorizzazione o
l’accordo dei rispettivi rappresentanti legalmente designati a includerli nello studio;
Studi sperimentali
Anche detti interventistici perché presuppongono un intervento attivo da parte dello sperimentatore:
1. Studi non controllati
2. Studi controllati non randomizzati
3. Studi controllati e randomizzati (RCT)
L’assegnazione dei trattamenti è fatta mediante un sistema di sorteggio che favorisce la comparabilità tra i
gruppi (randomizzazione centralizzata o tramite buste chiuse).
Randomizzazione
I pazienti vengono assegnati al trattamento da sperimentare o a quello di controllo mediante
randomizzazione: cioè, in modo casuale
Ogni paziente ammesso al trial ha eguali probabilità di essere assegnato al trattamento sperimentale o a
quello di controllo.
Questo permette di ottenere gruppi comparabili nei quali, almeno in via teorica, sono egualmente
distribuite caratteristiche prognostiche note e non.
La sola variabile che può quindi influenzare un diverso esito di malattia nei gruppi a confronto rimane
perciò la differenza del trattamento assegnato: sperimentale o controllo.
Presupposto etico: ipotesi che i due trattamenti a confronto abbiano probabilità approssimativamente
equivalenti di efficacia in quella categoria di pazienti a cui si rivolge la sperimentazione.
1. Randomizzazione semplice
✔Metodi semplici che però presentano problemi pratici di validazione e riproducibilità.
✔Generalmente la randomizzazione semplice avviene tramite specifici software.
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2. Randomizzazione con restrizioni
Prevede tecniche di randomizzazione specifiche al fine di migliorare il bilanciamento tra i due
gruppi, sia per quanto riguarda il numero di pazienti progressivamente arruolati che, per quanto
riguarda i fattori prognostici.
I. Randomizzazione a blocchi
viene utilizzata per bilanciare l’asimmetria quantitativa (n. di soggetti) tra i gruppi
sia durante che al termine dell’arruolamento. Il blocco è una sequenza della lista
che contiene lo stesso numero di pazienti da assegnare ai trattati e ai controlli.
Viene garantito un numero analogo di pazienti nei due gruppi, anche se lo studio è
interrotto precocemente (il numero dei blocchi deve essere un multiplo dei bracci
del trial). Sono da evitare sia gruppi troppo piccoli che troppo grossi. La dimensione
non deve mai essere resa nota agli sperimentatori coinvolti nell’arruolamento.
Metodi dinamici di randomizzazione: non esiste alcuna lista. Il primo paziente viene distribuito in maniera
casuale e gli altri in relazione alla distribuzione dei principali fattori prognostici in modo da minimizzare ogni
tipo di sbilanciamento tra i gruppi.
Questa metodologia viene utilizzata principalmente nei piccoli trial perché mantiene i gruppi omogenei
durante tutta la fase di arruolamento.
Metodi inappropriati: sono metodi prevedibili che non permettono l’occultamento della lista: distribuzione
alternata, secondo il numero di cartella clinica, secondo la data di nascita. In questo caso la prevedibilità di
assegnazione favorisce il “sovvertimento” della lista.
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È necessario mantenere una traccia permanente dei metodi usati per la randomizzazione e definire le
responsabilità operative: chi ha generato la lista, quali metodi ha utilizzato, con quali strumenti e’ stato
ottenuto e mantenuto l’occultamento. Per documentare il successo della randomizzazione è documentato
l’uso di tabelle riportanti i principali fattori prognostici (demografiche, cliniche e sociali), relative ai due
gruppi di pazienti.
Punti fondamentali:
✓ generazione della lista di randomizzazione
✓ occultamento della lista (nessuna influenza psicologica)
✓ attuazione della lista
Cecità
La randomizzazione consente inoltre il disegno in doppio cieco: sia gli sperimentatori che i pazienti non
conoscono il tipo di trattamento (sperimentale o controllo) a cui sono stati assegnati.
Questo tipo di disegno è necessario quando gli obiettivi del trattamento sono influenzabili da componenti di
valutazioni soggettive (dolore ed impotenza funzionale dell’artrite reumatoide, sintomi della dispepsia…).
Inoltre, in questo modo viene evitato un fattore di disparità tra i gruppi a confronto, dovuto all’eventuale
maggiore interesse con cui gli sperimentatori possono seguire i pazienti del gruppo di trattamento
sperimentale, rispetto ai controlli.
Confronto
✔La valutazione clinica sottintende in confronto
✔Il confronto deve essere simultaneo, deve perciò avere luogo all’interno dello stesso studio
✔Il confronto è indispensabile perché il ricercatore deve stabilire il valore relativo della terapia
Placebo
L’uso del placebo è eticamente giustificato se non è disponibile per il gruppo di controllo alcuna terapia di
efficacia consolidata.
Se esiste una terapia di consolidata efficacia l’uso del placebo è non solo NON ETICO, ma anche illogico: in
questo caso un medico è infatti interessato a sapere se il nuovo trattamento è migliore di quello già noto.
La ragione principale dell’uso del placebo improprio consiste nella maggior facilità di dimostrare l’efficacia di
un nuovo trattamento rispetto ad un placebo inefficace; il confronto tra due trattamenti efficaci richiede
infatti che il numero di pazienti inclusi nella sperimentazione sia nettamente maggiore.
Per end-point si intende un esito o un evento chiaramente definito, il cui comportamento indica l’effetto del
trattamento in sperimentazione. Gli end-point intrinsecamente validi sono quelli clinicamente rilevanti, di
immediato e percepibile interesse per il paziente (sopravvivenza più lunga…).
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esempio di studio sull’efficacia e sulla sicurezza di
un supplemento dietetico, puriam110, su adulti in
uno stato di pre-diabete e con diabete mellito:
protocollo per uno studio randomizzato, doppio-
cieco, controllato con placebo, multicentrico
Abstract:
Recent studies suggests that bitter oranges and mulberry leaves have antidiabetic effects. PURIAM110, a
compound made from orange fruits and mulberry leaves (patent application no. 10-2006-0020040), is
expected to prevent the progress to the early stage of diabetes mellitus, safely.
Obiettivo primario
Obiettivo secondario
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non sono in terapia ma con glicemia alta
criteri di esclusione
anche uno solo di questi criteri può escludere una
persona dalla studio
- altri trattamenti (es. altri studi clinici)
- allergie (es. asma)
- malattie acute o gravi e disfunzioni renali/epatiche
- consumo di alcol o fumo
- donne in gravidanza o in allattamento
- donatori di sangue
- diagnosticato diabete di tipo 1 o 2
End-point clinicamente rilevanti: comprendono, oltre alla mortalità, tutti gli stati morbosi che possono
essere rilevati durante il decorso naturale o post-trattamento della malattia.
End-point surrogati: sono variabili anatomico-fisiologicometaboliche misurate con test di
laboratorio/strumentali. Vengono utilizzati con la speranza di dimostrare l’efficacia di un trattamento su un
end-point clinicamente rilevante senza valutarlo direttamente.
La validità di molti end-point surrogati è stata smentita da evidenze cliniche, ma il loro uso continua ad
esserci perché indubbiamente dimostrano numerosi vantaggi:
- riduzione del follow-up
- riduzione della dimensione del campione
- riduzione dei costi
Un end-point surrogato può essere considerato un reale sostituto dell’end-point vero solo se è in grado di
predire in modo inequivocabile l’evento maggiore e se è possibile dimostrare che l’intervento sull’end-
point surrogato modifica sempre anche l’incidenza dell’evento maggiore.
Fuorviante se sono evidenziati solo i risultati complessivi: ogni end-point deve essere esplicato.
ATTENZIONE:
➢ l’end point composito deve essere stabilito prima di iniziare lo studio
➢ end point importanti dal punto di vista clinico possono essere combinati con end point surrogati
es. infarto + livelli di proteina C reattiva + livelli di LDL
➢ devono essere anche riportati anche i risultati relativi agli end point singoli
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In alcuni casi l’uso di alcuni end-point compositi crea dei paradossi:
✓ Numero di Fratture + numero pazienti che dimostrano un decremento della densità ossea
✓ Il farmaco riduce l’end-point combinato
Quando ci sono end point combinati uno studio ben fatto deve riportare il risultato dei singoli end point,
soprattutto quando ci sono end point surrogati e clinici.
Esempio di studio:
Un ricercatore deve decidere a priori quali criteri decide di valutare per stabilire se il trattamento
sperimentato è efficace (quali sono gli end point).
Non è corretto procedere ad analisi su sottogruppi di una casistica per corroborare ipotesi formulate a
posteriori: in questo caso si partirebbe da un risultato trovato forse casualmente, significativo su un
campione dimensionato per saggiare un’altra ipotesi e si conclude affermando la correttezza di un’ipotesi
non prevista dall’esperimento.
Non significa che l’ipotesi sia errata, ma che tutta via questa dovrà essere testata con un esperimento ad
hoc che si ponga come obiettivo la nuova ipotesi.
È opportuno che l’end-point primario sia unico e ben definito in quanto è quello in base al quale si
determina la dimensione del campione e si stabilirà se l’ipotesi è stata verificata.
Campione
Affinché i risultati ottenuti nel campione in studio siano generalizzabili all’intera popolazione di provenienza
sarebbe necessario che esso riproducesse, in scala ridotta, tutte le caratteristiche della popolazione di
provenienza.
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MISURE DI EFFICACIA
Valutiamo l’efficacia del principio attivo A nel prevenire gli eventi per cause cardiovascolari rispetto al
trattamento di confronto (controllo, gruppo B).
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In questo esperimento si è andato ad utilizzare
una droga tradizionale giapponese per andare
a valutare l’effetto sulla neurotossicità da
oxaliplatino (un chemioterapico).
Chi è stato esposto alla terapia con rimedio erboristico è andato incontro meno alla neuropatia, in quanto il
rischio relativo RR è <1, visto che l’evento che stiamo valutando è la neurotossicità.
Esposizione determina il decremento del n° di eventi. Dopo vedremo che per l’intervallo di confidenza
questi valori NON sono statisticamente significativi. (FINE STUDIO)
Altro trial eseguito in Cina in cui hanno cercato di applicare l’agopuntura con un rimedio erboristico nelle
donne incinta che avevano la posizione del bambino in maniera podalica, osservando se l bambino con
questo rimedio erboristico si girasse.
moxibution: bruciare erbe per stimolare i punti di agopuntura.
Punto terapeutico BL 67 usato (aumenta l’attività fetale) per correggere la posizione podalica.
Obiettivo: valutare sicurezza ed efficacia della maxibution (> attività fetale e correggere posizione podalica).
Progetto: in aperto, inutile fare in cieco
Risultati: il 98 di 130 feti nel gruppo di intervento erano cefalici vs gli 81 su 130 del gruppo di controllo (RR,
1,21: abbiamo un maggior rischio nel gruppo di trattamento con rimedio erboristico di andare incontro
all’evento, cioè la presentazione cefalica, il bambino si gira in maniera naturale evitando il cesareo).
Conclusione: la droga è risultata efficace, RR>1 evento si presenta negli esposti, effetto positivo. (FINE
STUDIO)
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Efficacia del finocchio e del
contraccettivo orale combinato
sull’amenorrea indotta da
MEDROSSIPROGESTERONE
ACETATO (contraccettivo che
induce amenorrea) – studio
randomizzato, controllato con
placebo. A 3 bracci: 1 gruppo di
donne è stato tratto con il
finocchio, 1 gruppo con la
terapia di contraccezione
combinata, 1 gruppo con il
placebo (controllo).
Obiettivo: determinare l’efficacia nell’indurre il sanguinamento mestruale e nella continuazione del metodo
nelle donne che utilizzano questo contraccettivo e che non hanno avuto sanguinamento nei precedenti
45/140 gg.
Tutti i partecipanti ricevano 2 capsule di
finocchio o 2 capsule di placebo e 1
pastiglia di ormoni o 1 pastiglia di
placebo (per mantenere la cecità-double
blind-), per 21 gg.
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Esempio di caso studio: effetto terapeutico di una
soluzione orale in una malattia mani-bocca-piedi
(rimedio cinese a base di rabarbaro e Scutellaria
baicalensis).
Curve Kaplan-Meier
A pazienti con ulcere orali e
vescicole; si parte dal 100%, tutti
i bambini all’inizio dello studio
hanno questi problemi. ci
aspettiamo di scendere ogni
volta che abbiamo una
guarigione. Con il trattamento si
ha una riduzione più veloce
delle problematiche, rispetto al
placebo.
B si parte dalla condizione che il
100% dei bambini hanno la
febbre. Anche in questa curva di
sopravvivenza si ha una
riduzione della febbre più veloce
con il trattamento con placebo.
La differenza tra i trattamenti che si evidenzia nello studio rispetto ad uno specifico endpoint è
significativa o è dovuta al caso??
Bisogna respingere l’ipotesi zero, per convenzione si accetta l’errore alfa. Se il valore di P è inferiore al 5% il
risultato è statisticamente significativo (non dovuto al caso ma al trattamento).
L’RR, e le altre misure di efficacia in generale, non può essere un valore unitario. Immaginando di ripetere la
misura per 100 volte si troveranno 100 risultati differenti, il 95% dei quali sarà compreso all’interno di un
intervallo definito intervallo di confidenza.
91
L’intervallo di confidenza esprime il range entro il quale può trovarsi l’RR con una probabilità del 95%.
Maggiore è l’intervallo di confidenza, minore sarà la riproducibilità del dato.
Esempio di come
vengono scritti i
risultati negli
studi
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Gli RCT non sono però infallibili: spesso RCT su uno stesso trattamento e simili tra loro possono raggiungere
risultati differenti, non sempre spiegabili con differenze casistiche o con una diversa applicazione dei
trattamenti.
Fattori critici possono essere:
▪ Numerosità del campione (influenza la significabilità)
▪ Fase della malattia (deve essere la stessa in tutti i campioni)
▪ Maggiore o minore abilità degli sperimentatori (es. chirurghi)
Quando si legge un RCT è necessario essere in grado di valutarne la validità metodologica e la plausibilità
generale e di interpretarne la possibile eterogeneità tra l’uno e l’altro.
In più, molti fattori possono aumentare la variabilità della risposta e vanno quindi tenuti sotto controllo:
✓ La gravità dello stato morboso: pazienti meno gravi potranno rispondere in maniera più
soddisfacente rispetto a pazienti più gravi. Introducendo pazienti di ogni gravità si rischia quindi di
rendere meno sensibile l’esperimento e di non cogliere l’effetto di un farmaco o di non ravvisare
differenze tra i farmaci.
✓ Età: Pazienti più giovani possono rispondere meglio, grazie a difese organiche più efficienti.
✓ Sesso: Fattori ormonali possono influire sull’esito di un trattamento.
✓ Le terapie concomitanti: Possono influire sul risultato perché la loro efficacia può oscurare quella
della nuova terapia per il verificarsi di interazioni
✓ L’osservatore: per quanto si cerchi di uniformare i criteri di diagnosi, di valutazione, di esecuzione di
test, rimane sempre una marcata quota di variabilità nella risposta, attribuibile alla diversità tra
osservatori
✓ Le condizioni ambientali: Una buona assistenza infermieristica, la disponibilità di trattamenti
accessori di qualità, un ambiente ospedaliero confortevole, possono marcatamente contribuire ad
un’evoluzione positiva di un quadro morboso anche grave e non solo sotto il profilo asintomatico.
✓ Le abitudini alimentari e di vita: marcate differenze di introito calorico, di tipo di dieta, di consumo
di tabacco/alcol, possono modificare sia il comportamento cinetico dei farmaci sia l’andamento
dell’affezione morbosa.
METANALISI
È una tecnica clinico-statistica di assemblaggio di sperimentazioni multiple di uno stesso trattamento (quasi
sempre di RCT) che consente una valutazione quantitativa cumulativa dei loro risultati.
= Revisione sistematica che usa metodi quantitativi per sintetizzare i risultati.
Analizza i risultati degli studi dando una valutazione complessiva.
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Cochrane Collaboration: è un mega-network internazionale non-profit costituito da numerosi gruppi
collaborativi che producono e diffondono meta-analisi di trattamenti relativi a specifici
problemi sanitari.
Le meta-analisi della Cochrane Collaboration raccolte nella Cochrane Library e
disponibili su Internet sono parecchie centinaia.
Sono elaborate con criteri metodologici rigorosi: ognuna di esse deve essere preceduta
dall’approvazione, ad opera di esperti, del protocollo di ricerca (peer review).
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STUDI OSSERVAZIONALI
Studio epidemiologico nel quale il ricercatore non determina l’assegnazione dei soggetti a ciascun gruppo,
ma si limita a registrare (osservare) quello che avviene nella realtà.
Lo sperimentatore osserva e basta i soggetti, valutandoli. È più difficile da effettuare.
Si possono dividere in 2 categorie:
Lo studio di coorte è uno studio longitudinale (che si svolge nel tempo in quanto il soggetto viene “valutato”
sul momento e poi “rivalutato” dopo del tempo) dove l’esposizione precede sempre l’esito.
Esempio: ci interessa studiare l’associazione tra ipertensione (esposizione) ed ictus (esito). Quindi i soggetti
vengono valutati al basale per la presenza di ipertensione, dopo un determinato periodo di tempo (follow-
up) si osserva quanti tra i soggetti con ipertensione hanno avuto ictus.
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Inizialmente si ha il gruppo degli esposti e il gruppo dei non
esposti, per un certo periodo di tempo.
Al termine del follow-up si andrà vedere qual è la % che ha
manifestato la malattia negli esposti e qual è la % che l’ha
sviluppata nei non esposti. Quindi, l’esposizione precede
sempre l’esito.
Visto che, dopo un certo periodo di tempo, possiamo capire quanti sono numericamente gli eventi che si
sono manifestati nelle due coorte, possiamo andare a calcolare il rischio relativo:
RR=1 nessuna associazione, RR>1 associazione positiva è maggiore il numero di eventi che si manifesta nei
soggetti trattati, RR<1 associazione negativa è minore rischio nei soggetti trattati-esposti di andare incontro
all’evento. Inoltre, quanto più RR è lontano da 1, tanto più forte è l’associazione (refresh dell’RR).
Nel caso dell’esempio: 3,5 associazione positiva, chi è stato esposto a fattore rischio, è andato incontro
all’evento cardiovascolare.
Una coorte può essere formata a partire da: (gruppo di persone affini per determinate caratteristiche)
- la popolazione generale di una determinata area geografica
- un gruppo ben definito da un punto di vista sociale o professionale (la coorte dei medici inglesi, la coorte
delle infermiere americane)
- un gruppo di soggetti accumunati da una esposizione specifica, rara nella popolazione generale
(popolazioni esposte ad un evento specifico: sopravvissuti alle esplosioni atomiche di Hiroshima, soggetti
che hanno effettuato determinate terapie mediche)
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Modalità e durata follow-up
- Ogni soggetto in studio deve essere osservato per tutto il tempo in cui è a rischio di sviluppare
l'evento
- Questo periodo dipende dall'esposizione e dalla malattia considerata
- Nel fissare la durata del follow-up si deve tener conto delle conoscenze sui meccanismi biologici alla
base dell'evento studiato (Induzione-Latenza)
Vantaggi:
✓ è il tipo di studio dotato della massima validità intrinseca, dopo i trial randomizzati, ai quali
assomiglia in tutto, tranne che per la mancanza di randomizzazione.
✓ Poter calcolare l’incidenza nella coorte esposta e in quella non esposta e di conseguenza il rischio
relativo;
✓ L’esposizione è rilevata prima dell’esito e questo è importante ai fini del nesso di causalità (relazione
temporale);
✓ Poter studiare più malattie. Sulla base dell’esposizione o meno, seguo nel tempo questa coorte e
decido io quale malattie rilevare;
✓ Poter valutare esposizioni rare in quanto si va a selezionare i partecipanti proprio in base
all’esposizione;
✓ Possibilità di osservare in modo completo tutto ciò che succede in seguito all’esposizione.
Svantaggi:
✓ sono studi laboriosi e richiedono molti partecipanti (servono tante persone perché dall’esposizione
devo rilevare l’esito).
✓ sono studi organizzativamente impegnativi e costosi (le persone devono essere seguite, talvolta
sono richieste esami di laboratorio, lastre, ecc, possono essere necessari contatti telefonici; ma
anche solo un questionario è una macchinazione non indifferente).
✓ Richiede un lungo follow-up.
✓ Lo stadio di esposizione può variare nel corso dello studio.
✓ Non si possono verificare ipotesi eziologiche emerse successivamente all’inizio dello studio.
✓ Possono cambiare nel tempo i criteri diagnostici.
✓ Non è adatto a valutare malattie rare: esiti rari o troppo dilazionati nel tempo, richiederebbero
grandi quantità di soggetti arruolati e/o di anni di osservazione, con relativo aumento spropositato
dei costi.
Negli studi caso controllo si parte dalla malattia per ricercare nel passato l’esposizione ai fattori di rischio
presunti responsabili della patologia. Ricapitolando: negli studi di coorte si partiva da soggetti ipertesi e si
monitoravano nel tempo per vedere se sviluppavano l’ictus. Qui partiamo da soggetti con l’ictus e si va a
ritroso per capire se prima erano ipertesi.
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Identificazione dei CASI e dei CONTROLLI e mediante interviste con appositi questionari e l’esame dei dati
clinici disponibili, viene esaminata la frequenza di esposizione ad un determinato fattore dei due gruppi nel
passato.
Es.) Ci interessa studiare l’associazione tra ipertensione (esposizione) ed ictus (esito). Quindi i soggetti
vengono valutati al basale per la presenza di ictus e si cerca di scoprire se sono o no ipertesi.
I casi vengono appaiati ai controlli (simili in tutto e per tutto ai casi, ma senza aver sviluppato la malattia).
1 o più controlli per ogni caso.
Per la scelta dei controlli si utilizza sovente la tecnica dell’appaiamento (matching): per ogni malato si
seleziona una persona che abbia le stesse caratteristiche ritenute importanti per lo studio (età, sesso, ecc.)
purché non sia malato o portatore di condizioni correlate con la malattia stessa.
L’attendibilità e l’affidabilità dello studio dipendono dalla corretta selezione dei casi e dei controlli
(importantissimo che vengano selezionati nella maniera corretta)!!!
Campioni di popolazione: nel caso che la patologia si sviluppi in una determinata popolazione di una
circoscritta area geografica, il miglior gruppo di controllo sono soggetti sani della stessa popolazione
(population-based control).
Controlli ospedalieri: nel caso di casi ospedalieri è difficile identificare la zona di provenienza quindi i
controlli, per semplicità e per approssimazione di popolazione possono essere scelti nella stessa struttura,
ma che non hanno manifestato quell’evento.
A differenza dello studio di coorte non è possibile conoscere l’incidenza della malattia, quindi, non è
possibile calcolare il RR e il RA:
Si calcola quindi una misura surrogata del rischio ovvero l’ODDS RATIO;
Tale misura è una stima del rischio relativo e ci dà la misura di quanto l’esposizione sia più frequente tra i
malati che tra i non malati, e quindi la forza dell’associazione tra fattore ed evento.
L’analisi statistica verte sulla ricerca se, in passato, i casi sono stati esposti in modo differente rispetto ai
controlli ad uno o più fattori di rischio. Il confronto può essere quantitativo (numero di sigarette fumate ogni
giorno) o qualitativo (fattore presente o assente).
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ODDS RATIO (OR)
L’ODDS RATIO altro non è che il rapporto tra due ODDS:
- L’ODDS di esposizione dei casi: ovvero il rapporto tra la probabilità che i casi siano stati esposti al
fattore e la probabilità che non siano stati esposti.
- L’ODDS di esposizione dei controlli: ovvero il rapporto tra la probabilità che i controlli siano stati
esposti al fattore e la probabilità che non siano stati esposti.
Interpretazione dell’OR:
OR>1 l’esposizione è associata positivamente all’esito. Se l’esposizione è un fattore di rischio e l’esito una
malattia, vuol dire che l’esposizione a quel fattore è associato allo sviluppo per una determinata patologia
perché nel gruppo degli esposti ho un numero maggiore di malati.
OR=1 nessuna associazione: : i due ODDS sono uguali. Non c’è legame tra l’esposizione e l’esito.
OR<1 l’esposizione è associata negativamente all’esito.
Quanto più OR è lontano da 1, tanto più forte è l’associazione (in un senso o in un altro).
Vantaggi:
✔ Organizzazione semplice, rapida e poco costosa;
✔ Idonei a studiare malattie con lunga incubazione;
✔ Idonei a studiare malattie rare (perché posso selezionare i malati, andando a selezionare solo i malati
rari);
✔ Raccomandato nel caso di malattie croniche;
✔ Consentono lo studio di più fattori di rischio contemporaneamente;
✔ Relativamente brevi ed economici rispetto allo studio di coorte.
Svantaggi:
✔Non adatti allo studio di fattori di rischio rari
✔Non consentono il calcolo diretto dell’incidenza e quindi non posso valutare il rischio relativo
✔Difficile selezione del gruppo di controllo
✔La relazione temporale tra esposizione ed evento può essere difficile da stabilire.- per questo è inferiore
per livelli di evidenza agli studi di coorte
✔Mancano dati oggettivi sull’intensità di esposizione pregressa.
100
Taiwan ha la più alta incidenza di
malattia renale allo stadio terminale
nel mondo.
STUDIO CASO-CONTROLLO
Malattia renale allo stadio terminale
Fumo
Alcol
Esposizione a benzina
Vernice
101
Studi longitudinali e trasversali
È possibile studiare i fenomeni con l'utilizzo di studi longitudinali e trasversali. I primi prevedono lo studio
dei suddetti fattori, nel corso del tempo, in uno stesso soggetto; i secondi prevedono, invece, lo studio delle
variazioni di un fattore, in diversi soggetti o contesti, in un momento preciso. Quindi, in quelli trasversali si
ha l’osservazione di più soggetti, ma una singola volta.
Es. di studio longitudinale ripetute osservazioni dello stesso soggetto o soggetti in un periodo di tempo: es.
osservare l'insorgenza di sintomi ansiosi in soggetti iperattivi per 5 anni dall'età di 5 ai 10 anni. Es. studi di
coorte o caso-controllo.
Es. di studio trasversale diverse osservazioni in un momento preciso su diversi soggetti: es. osservare la
presenza di sintomi ansiosi in gruppi di soggetti iperattivi di una certa età.
Gli studi longitudinali sono più dispendiosi in termini di tempo e di costi, ma permettono di studiare un
fenomeno nella sua evoluzione nello stesso soggetto, permettendo di determinare un nesso causale.
Es. Si vuole andare a vedere quanti sono i soggetti che si sono ammalati di una certa patologia in una
popolazione.
Per farlo rilevo quante persone hanno contratto la malattia e divido questo numero per quello dei soggetti
che ho esaminato: ho fatto uno studio di prevalenza.
È uso distinguere la prevalenza per il sesso, per esempio: prevalenza di 2% per gli uomini 5% per le donne,
oppure in funzione dell’età.
Rilevazione istantanea da una “popolazione definita” dei dati sui fattori di rischio, gli atteggiamenti dei
soggetti, le loro malattie, i loro disturbi.
Sono utili per generare ipotesi sull’eziologia ed i fattori di rischio delle malattie
Si può stabilire la presenza di un’associazione fra due variabili ma è impossibile fare affermazioni valide
relative alla relazione causale.
Utili per valutazioni di politica sanitaria (conoscere lo stato di salute della popolazione per pianificare
l’allocazione delle risorse).
FINE studio osservazionale analitico.
102
Studi descrittivi
Case report e case series
Si tratta di studi prevalentemente clinici.
Case report è l’esperienza che lo sperimentatore fa relativamente ad un singolo caso clinico.
La serie clinica è l’esperienza relativa ad un gruppo più o meno ampio di pazienti.
Può per esempio riferirsi ad una malattia molto rara o con uno strano tipo di rappresentazione clinica: un
qualcosa che rende questo caso unico nel suo genere e che secondo chi lo ha osservato merita una
segnalazione.
In linea di massima un Case report è più facile che venga scritto dal medico più che dal ricercatore.
Vantaggi:
✓ Può condurre alla formulazione di nuove ipotesi (senza verificarle, perché sono semplici
descrizioni).
✓ Legame tra la pratica clinica e la ricerca.
Limiti:
✓ Non può essere usato per vagliare ipotesi.
Trattamento del cancro al seno
trattato con erbe medicinali cinesi
(decotto di Fei).
103
Effetto placebo (placebo: sostanza farmacologicamente inerte, l’effetto riscontrabile è psicologico)
Gli effetti di ogni trattamento medico (farmacologico o meno) hanno due componenti, una correlata agli
effetti specifici del trattamento e l’altra alla percezione di aver ricevuto una terapia: effetto placebo.
35% dei pazienti ha risposto positivamente alla somministrazione del placebo nel trattamento
I progressi nella comprensione dei meccanismi neurobiologici e psicologici degli effetti del placebo hanno
non solo spostato la questione dal concetto di contenuto inerte a quello di interventi placebo (trattamenti
simulati e contesto clinico), ma hanno anche permesso di sfatare le numerose credenze sui placebo e sui
loro effetti.
Effetto placebo: effetto osservato nel gruppo placebo di uno studio clinico, prodotto da un fenomeno
biologico placebo in aggiunta ad altri fattori che contribuiscono al miglioramento dei sintomi quali ad
esempio il decorso naturale della malattia.
Gli effetti placebo sono da intendere come reali eventi psicobiologici causati dal contesto terapeutico nel
suo complesso.
Da un punto di vista psicologico molti meccanismi possono contribuire agli effetti placebo. La suggestione
verbale di un miglioramento che tipicamente accompagna la somministrazione di un farmaco crea
un’aspettativa.
104
Primo studio valutato per l’effetto placebo:
105
Nel condizionamento prolungato, anche in questo
caso, l’intensità del dolore veniva percepita come
maggiore a seguito della luce rossa, nono stante
fosse uguale con tutte e 3 le luci.
106
LIMITAZIONE DEGLI STUDI CLINICI
• Breve durata della sperimentazione clinica
• Popolazione selezionata
• Indicazione ristretta
• Ambiente della sperimentazione (non sarà mai paragonabile a quello che succede nella realtà)
• Numero ristretto di pazienti
Durante i trial clinici si cerca di rilevare anche le reazioni avverse. Spesso si riescono, però, a rilevare solo
quelle più comuni, perché sono quelle che si manifestano con maggiore frequenza, ma quelle rare e molto
rare è difficile rilevarle durante gli studi clinici, proprio per i limiti visti prima (durata limitata, soggetti
limitati).
Fattori che incrementano il rischio di ADR (reazione avversa) per prodotti di origine naturale:
➢ Attuale tendenza a ricorrere a medicina “naturale” o alternativa
➢ Le ADR da fitoterapici hanno minor probabilità di venir denunciate rispetto a quelle dei farmaci
convenzionali (non si pensa che gli integratori possano fare male)
➢ Gli integratori alimentari on devono sottostare a dimostrazioni di efficacia, sicurezza e qualità come
i farmaci convenzionali
➢ Usati spesso in contemporanea con farmaci tradizionali
➢ La vendita via internet può vanificare qualsiasi iniziativa legislativa rivolta alla tutela della salute del
paziente
➢ Presenza di contaminanti e adulteranti del prodotto
107
➢ Alla presenza di metalli pesanti
➢ All’inserimento nel prodotto erboristico di un farmaco (es. corticosteroidi)
➢ All’interazione fra un fitoterapico ed un farmaco di sintesi, conseguente ad associazione.
Definizioni
Effetto collaterale: qualsiasi effetto non intenzionale di un farmaco che insorga alle dosi normalmente
impiegate sull’uomo e che sia connesso alle proprietà del farmaco (es. secchezza delle fauci da
anticolinergici o sonnolenza da antistaminici anti H1). Sono reazioni di tipo A.
Reazione avversa ADR: era una risposta nociva e non intenzionale ad un farmaco che avviene a dosi
normalmente usate nell’uomo per la profilassi la diagnosi o la terapia di una malattia o per modificazione di
funzioni fisiologiche.
Ora si è data una nuova definizione: effetto nocivo e non voluto conseguente all’uso di un medicinale
- Conformemente alle indicazioni contenute nell’autorizzazione all’ammissione in commercio;
- Agli errori terapeutici
- Agli usi non conformi alle indicazioni contenute nell’autorizzazione all’ammissione in commercio,
incluso sovraddosaggio, uso improprio, abuso del medicinale
- Nonché associato all’esposizione per motivi professionali
(non è più la dose che causa reazione avversa)
ADR specifica: la reazione ha come unica causa un determinato PA e on avviene naturalmente o per altre
cause.
ADR aspecifica: la reazione oltre che provocata da uno specifico PA può avvenire naturalmente o essere
provocata da altre cause.
108
f) Per tipo (Tipo A, B, C, D, E)
1. Nesso di causalità:
L’evento avverso raggruppa tutte le reazioni, mentre, la
reazione avversa si manifesta soltanto quando c’è un nesso
di causalità con il prodotto.
L’AE rappresenta il punto di partenza per indagare l’eventuale esistenza di una relazione causa-effetto tra un
farmaco ed un evento dannoso.
Per determinare se vi sia o meno un reale rapporto causale tra il trattamento e l’evento occorrono altre
indigni. Quindi, fintanto che non sia stato chiarito se esiste oppure no questo rapporto causa effetto si usa il
termine evento avverso che dunque si riferisce ad una mera correlazione.
Le ulteriori indagini necessarie per investigare l’esistenza di un eventuale rapporto causale consistono
principalmente in studi “challange” e “re-challange” che sono in grado di stabilire anche la forza di questa
relazione causa-effetto.
Il rapporto di causalità sarà presente e ritenuto “altamente probabile” (o certo) se la sospensione del
trattamento (“dechallenge”) seguita, quando eticamente possibile, dalla risomministrazione (“re-
challenge), determina la scomparsa e la ricomparsa, rispettivamente, dell’AE. Questo non è sempre
possibile, perché non possiamo compromettere le condizioni di salute di una persona solo per capire se c’è
un nesso di causalità.
Il rapporto di causalità sarà ancora presente, ma meno forte, e denotato come “probabile”, quando si è
potuta effettuare solo la sospensione del trattamento e a questa ha fatto seguito la scomparsa dell’effetto.
Questo perché molto spesso non si può risomministrare il farmaco, ma solamente sospendere il
trattamento e vedere se l’effetto scompare.
109
I fattori cronologici sono importanti nell’intervallo di comparsa dell’evento avverso: è la finestra temporale
tra la dose critica (es. prima dose, ultima dose, overdose, dose inappropriata) e la prima manifestazione
dell’evento. Deve essere compatibile con la cinetica del farmaco.
Algoritmo di Naranjo
Oltre all’impiego delle procedure di dechallenge e re-challenge (che non sempre sono possibili) sono stati
proposti altri approcci più articolati per determinare in maniera accurata la “forza” del rapporto di causalità.
Uno di questi metodi, coto con il nome di algoritmo di Naranjo, si basa su una serie di 10 domande
(questionario).
Ad ogni possibile risposta viene assegnato un punteggio prefissato che poi, quando sommato, contribuisce a
generare un valore cumulativo che sarà utilizzato per stabilire qual è la “forza” del grado di causalità entro i
quattro ambiti previsti:
altamente probabile (o certo)
probabile
possibile
dubbia.
Criteri di Karch
Altra metodologia. Prende in considerazione 5 punti:
1. Reazione avversa già nota
2. Intervallo temporale ragionevole
3. Scomparsa della reazione avversa in seguito a sospensione o a riduzione di dosaggio del farmaco
110
4. Nessuna possibile spiegazione alternativa
5. Ricomparsa dei sintomi alla risomministrazione, oppure dimostrazione di livelli tossici del farmaco o
di anomalie metaboliche farmaco-indotte
Quindi, in relazione al nesso di causalità, una reazione aversa viene classificata come:
• Certa
• Probabile
• Possibile
• Improbabile
• Sconosciuta (non classificata o non classificabile)
Se il nesso di causalità è certo o probabile allora si può parlare di reazione avversa; nel caso in cui il nesso
sia possibile, improbabile o sconosciuta si parla di evento avverso.
b) Per gravità
Definizione di gravità: qualsiasi reazione che provoca la morte di un individuo, ne mette in pericolo la vita,
ne richiede o prolunga l’ospedalizzazione, provoca disabilità o incapacità persistente o significativa,
comporta una anomalia congenita o un difetto alla nascita.
c) Per intensità
Si intende il grado di manifestazione clinica di una reazione che può essere:
111
Questa quantificazione non sempre coincide con la gravità, es. un prurito rilevante può non essere una
reazione avversa grave preoccupa il medico ma non necessariamente il paziente (es. leucopenia), una
reazione di intensità rilevante preoccupa il paziente ma non necessariamente il medico (es. prurito).
d) Per frequenza
Sono individuate soprattutto tramite studi clinici. Sono la maggioranza delle ADR e sono quelle
principalmente coinvolte nell’interazione tra principi attivi.
Tipo B
Reazioni idiosincrasiche, reazioni allergiche.
▪ Poco frequente, non prevedibile
▪ Predisposizione individuale
▪ Dose-indipendente
▪ È specifica e in molti casi seria, ma reversibile
L’individuazione avviene soprattutto tramite segnalazione spontanea (non sono prevedibili).
112
non si ha nessuna reazione al
prima contatto con l’antigene,
ce ne vogliono 1-2 e sono
riconducibili ad un elevata
produzione di istamina e hanno
una sintomatologia specifica e
definita.
113
Esempio di idiosincrasia: favismo
3,4 diidrossi fenil alanina amminoacido contenuta nella fava (Vica faba).
Può essere fatale in soggetti portatori di un’anomalia genetica (favismo), molto diffusa nelle regioni
mediterranee.
Glucosio-6-fosfato deidrogenasi (catalizza una reazione in cui si produce GSH): enzima inibito dall’AA
presente nella fava.
114
I corpi di Heinz rendono rigido il globulo rosso che resta intrappolato nei capillari della milza ed emolizza.
Nei casi più gravi emolisi intravascolare anche extra-splenica.
Idiosincrasia perché è una reazione inaspettata, difficile da prevedere.
Reazioni anafilattoidi
Sono reazioni che hanno delle caratteristiche intermedie tra la reazione allergica e quella idiosincrasica.
Riguardano alcuni farmaci.
Portano alla liberazione di istamina, ma non tramite meccanismo immunologico, non c’è coinvolgimento del
sistema immunitario.
115
La sindrome sgombroide:
è una patologia simil-allergica dovuta all’ingestione di pesce alterato (“mal di sushi”).
È il secondo tipo più frequente di intossicazione da prodotti ittici, secondo solo alla ciguatera.
Viene spesso confusa con allergia alimentare e deriva dal consumo di specie ittiche a carne rossa,
appartenenti alle famiglie Scombridae (tonno, sgombro ecc), Clupeidae (sardine, aringhe, acciughe) e specie
ittiche imparentate con queste, refrigerate o conservate in modo non adeguato dopo la pesca.
L’istidina è presenta in natura in molti prodotti di pesce e a temperature superiori ai 16°C a contatto con
l’aria viene convertita in istamina ad opera dell’istidina decarbossilasi da vari batteri.
Altri cibi ricchi di istamina: formaggio tipo Emmental, Camembert, Parmigiano, insaccati, crauti, spinaci,
melanzane, pomodoro, vino rosso, alcol, birra fermentata, champagne.
Alimenti in grado di aumentare il rilascio di istamina: papaya, fragole, agrumi, crostacei, liquirizia, spezie,
ananas, albume d’uovo, frutta secca, spinaci, cioccolato, mirtillo rosso.
Alimenti in grado di inibire l’attività della DAO- diamminossidasi, enzima che degrada l’istamina-: alcol, in
particolare il vino rosso.
Fotoallergia
È una risposta immunologica (coinvolge il sistema immunitario) che avviene quando una sostanza
fotosensibilizzante, detta fotoallergene o fotoaptene, assorbe l’energia radiante e induce una risposta
immune con produzione di anticorpi o formazioni di T linfociti sensibilizzanti.
A successivi esposizioni alla luce compare la risposta allergica, la più comune è di tipo eczematosa con
eritema, prurito ed essudazione ma vi sono altre forme cliniche come semplice vasodilatazione e edema.
Fototossicità
È una reazione NON immunologica provocata da una sostanza chimica che interagisce con l’energia della
luce di appropriata lunghezza d’onda.
La più comune reazione di fototossicità è l’accentuazione esagerata di eritema accompagnata da prurito non
correlata al tempo di esposizione. Alcune reazioni sono immediate altre possono essere ritardate di ore o di
116
giorni. Mentre le reazioni fotoallergiche possono interessare tutta la cute, ad esempio l’orticaria solare, le
reazioni fototossiche sono confinate nella sede di fotoesposizione, in alcuni casi queste reazioni persistono
per mesi o anni anche dopo la cessazione dell’esposizione alla sostanza chimica o alle radiazioni solari
(sulfamidici e tetracicline).
Tipo C
Trattamenti cronici
Sono associate a uso a lungo termine del farmaco e possono richiedere un accumulo di dose
▪ Meccanismo d’azione poco chiaro
▪ Avviene dopo trattamenti cronici
▪ Specifica e spesso grave
Difficoltà nell’individuazione perché:
▪ inaspettata,
▪ può non essere riproducibile sperimentalmente
▪ conoscenze farmacologiche inadeguate
L’individuazione avviene soprattutto tramite studi caso-controllo e studi con follow-up lunghi
Tipo D
Effetti ritardati (es. cancerogeni, teratogeni)
▪ Grave ed irreversibile
▪ Avviene dopo un periodo di induzione inaspettata, imprevedibile
Tipo E
Effetti fine trattamento
Si verificano per la sospensione del principio attivo, qualora la sospensione sia brusca e dopo un lungo
tempo di assunzione
▪ Poco frequente
▪ Può essere seria ma reversibile
▪ Dose-dipendente Inaspettata, specifica
L’individuazione avviene soprattutto tramite segnalazione spontanea
Definizione reazione avversa “inattesa”: è quella la cui natura e severità non è riportate nel foglietto
illustrativo o nella scheda tecnica del farmaco o che sia inattesa rispetto alle caratteristiche del farmaco
stesso. Le reazioni inattese rappresentano la tipologia di ADR più importanti da comunicare ai Centri di
Farmacovigilanza per l’individuazione di precoci segnali d’allarme.
117
FITOFARMACOVIGILANZA
Obiettivi:
La scheda, molto simile a quella utilizzata per la segnalazione spontanea delle reazioni avverse da farmaci, è
scaricabile in formato PDF.
Es. di scheda di segnalazione spontanea: iniziali del nome, informazioni di base; data di insorgenza della
reazione, descrizione della reazione e un’eventuale diagnosi se presenti. La reazione è migliorata con la
sospensione? Prima cosa da fare è sospendere la terapia. Eventuali esami di laboratorio, esito, commento
del soggetto: non è tenuto a dire una cosa certa. Informazioni del prodotto sospetto.
Chi segnala, segnala un ADR ma non è suo compito determinare se è presente un nesso di causalità o meno.
119
Segnalazione spontanea
Vantaggi:
• È un sistema semplice, rapido ed economico
• Può riguardare tutti i farmaci in commercio
• Può coinvolgere tutti i pazienti
• Non interferisce con la pratica prescrittiva
• Fornisce allarme precoce su reazioni non note
Limiti:
• È difficile stabilire una relazione causale tra farmaci ed evento
• È difficile individuare reazioni ritardate
• Non fornisce direttamente dati di incidenza
• Determina una sottostima delle reazioni a causa della sottosegnalazione
Dall’inizio della sorveglianza numerosi sono stati i casi di epatopatie, alcuni i casi di crisi asmatiche, reazioni
allergiche e problemi gastrointestinali (dolori addominali, diarrea, ecc.).
Le segnalazioni sono ancora troppo poche e la maggior parte delle volte sono incomplete.
L’uso di questi prodotti è associato ad un rischio di reazioni avverse spesso non percepito dai pazienti, sia
per gravità sia per probabilità del rischio stesso.
Lezione 10
Nonostante l’importanza, l’entità delle segnalazioni è molto bassa: studio pilota presente nelle slide lo
dimostra.
Quali sono i fattori che ostacolano la segnalazione? Dobbiamo ricordarci che le segnalazioni non
necessitano di un rapporto di causalità dimostrato, non spetta a chi segnala.
120
Entriamo nel merito delle reazioni avverse più diffuse che possono derivare sia da un effetto del prodotto
sia da interazioni con farmaci assunti in contemporanea (non è un elenco esaustivo):
• danni a livello circolatorio: biancospino, favorisce l’azione dei bradicarizzanti dei β-bloccanti (farmaci),
riducendo la frequenza cardiaca favorendo così l’insorgere di disturbi di conduzione dell’impulso elettrico.
Aglio ginkgo o ginseng interferiscono con anticoagulanti orali, facilitando l’insorgenza di emorragie.
Liquirizia ha provocato diversi casi di aritmia cardiaca in seguito ad uno prolungato o di elevata quantità
(la dose fa la differenza).
• danni a livello cutaneo: pelle è uno dei più comuni target di reazioni avverse. Es. dermatite da contatto,
alterazione che avviene per contatto diretto con PA non avviene se assunto per via orale (es. pasta
cutanea che conteneva aglio fresco). Fotodermatite: eruzione cutanea che si manifesta in seguito al
contatto con sostanze fotosensibilizzanti presenti nelle piante e successiva esposizione ai raggi UV, es.
tutte le piante che presentano furanocumarine (iperico), furanocumarine sono fotosensibilizzanti.
Dermatite allergica da contatto: coinvolgimento del sistema immunitario, ha bisogno di un primo contatto
con l’antigene es. gel d’aloe, essenza di Niaouli.
È opportuno che chi effettua segnalazioni non ricorra a termini specifici che indicano una precisa diagnosi,
ma effettui una segnalazione che contenga le seguenti informazione:
⮚ Distribuzione della lesione;
⮚ Numero di lesioni;
⮚ Tipo di lesione
⮚ Presenza di secreto,
⮚ Durata delle lesioni
⮚ Sintomi/segni associati (febbre, prurito, etc.)
La segnalazione dovrebbe essere accompagnata da documentazione fotografica.
• sintomi gastrointestinali, assolutamente aspecifici. È difficile a meno che non siano eclatanti che siano
oggetto di segnalazione.
• danni al sistema nervoso: molto soggettivi, con diversi tipi di danni. . I fitoterapici che potenzialmente
possono indurre queste reazioni avverse in genere contengono ginseng, eucalipto, passiflora, liquirizia,
121
iperico. Queste reazioni possono manifestarsi, oltre che per i componenti chimici del prodotto anche per
la scarsa qualità, ad esempio per la contaminazione con metalli pesanti, adulteranti (presenza di farmaci
convenzionali) e sostituzioni arbitrarie di vegetali con altro.
• danni a livello epatico: essendo l’organo deputato al metabolismo, il danno epatico è una complicazione
che può interessare qualsiasi farmaco, naturale o di sintesi. Es. kava, non si comprende se tutto è
riconducibile al PA della kava o ad un errato uso.
Disturbi epatici rilevati anche con la senna: lassativo antrachinonico con azione drastica, per periodi
brevi, se assenti alterazioni del tratto gastrointestinale. Nella maggior parte dei casi uso improprio del
PA.
Esempio studio che descrive tre casi di ginecomastia in maschi in età prebuberale (4, 7 e 10 anni) che
usavano saponi, shampoo e lozioni alla lavanda e a base di tea tree oil.
Ginecomastia: ingrossamento delle ghiandole del seno in 3 bambini con meno di 10 anni. Molto strano per
l’età e per il sesso. Si è subito escluso uno squilibrio ormonale mediante analisi del sangue. Quindi era
imputabile ad una causa esterna, che aveva determinato la crescita delle ghiandole mammarie.
Questi bambini facevano uso di saponi shampoo e lozioni a base di olio di lavanda e tea tree oil. Sono loro i
responsabili?
122
Esempio Studio di meta analisi per valutare gli effetti collaterali dei fitoestrogeni (estrogeni utilizzati per
la terapia ormonale sostitutiva, per rimpiazzare estrogeni endogeni) che vengono messi a confronto con
un placebo o con nessun trattamento in trial controllati e randomizzati.
Lo studio ha evidenziato il fatto che gli integratori fitoestrogeni hanno un profilo di sicurezza con tassi
moderatamente elevati di effetti collaterali gastrointestinali. Negli studi analizzati i tassi di emorragia
vaginale, iperplasia endometriale, cancro all’endometrio e al seno non erano significativamente aumentati
tra gli utilizzatori.
Serie di slide in cui sono state rese note delle segnalazioni spontanee di reazioni avverse emerse in seguito
ad assunzione di droghe vegetali.
• ginkgo: antiaggregante piastrinico reazioni avverse con antiaggreganti e anticoagulanti, ma sono molo
più comuni le reazioni allergiche o i casi di intolleranza; base allergica (predisposizione individuale).
Problemi quando estratti non sono depurati, quindi impurezze
• lassativi antrachinoni (senna, aloe, cascara, frangula, rabarbaro): azione drastica sulla parete
gastrointestinale; casi di dolori addominali etc. —> uso improprio, da usare per periodi brevi non in
maniera cronica
• arancio amaro: caso di tachicardia e ipertensione. Ci stupisce? No, perché è presente sinefrina, amina
simpaticomimetica (problemi con i prodotti dimagranti, in quanto hanno un alto contenuto di sinefrina).
• propoli: potere allergizzante noto, attenzione a somministrare a popolazione pediatrica (soggetti a
allergie)
• preparati a base di iperico/passiflora/melissa assunto dalla mamma: il lattante ha avuto una crisi
convulsiva —> sospetto, non individuato ancora il nesso di causalità
• gomma guggul: rabdomiolisi, reazione importante a livello muscolare legato di solito a statine;
evidenziato con la gomma guggul
123
• liquirizia: rabdomiolisi, reazione non immediatamente riconducibile alla liquirizia.
• silimarina: componente del cardo mariano usato per rigenerare cell. del fegato; episodio di ipertensione
arteriosa
Esempio Studio che valuta le reazioni avverse (mialgia, rabdomiolisi, reazioni gastrointestinali, danni al
fegato...) dei preparati a base di riso rosso fermentato:
• riportati casi in Italia
• profilo di rischio simile a quello delle statine.
Diffusione di case report per sensibilizzare l’opinione pubblica.
PRINCIPI DI TOSSICOLOGIA
La Tossicologia è una scienza multidisciplinare che studia gli effetti nocivi provocati da sostanze
somministrate incidentalmente o volutamente ad un organismo vivente.
Multidisciplinare perché la figura del tossicologo è complessa, deve conoscere molti aspetti. Di fatto è un
insieme di scienze (fisiologia, statistica, chimica, epidemiologia, genetica, fisica, biologia, immunologia,
farmacologia).
Ci sono diversi tipi di tossicologia, tutti riferibili ad un aspetto specifico in cui ha un ruolo (bellica,
ambientale, alimentare, sperimentale, clinica, forense, da abuso).
124
Valutazione del rischio: ogni volta che siamo di fronte ad una sostanza possibilmente tossica bisogna fare
una valutazione in merito al rischio. Cosa permette di fare tale valutazione?
L’integrazione fra t. dei meccanismi, t. descrittiva e t. normativa.
Tossicologia descrittiva: analizza in vitro e in vivo i possibili effetti tossici con test appostiti
Tossicologia dei meccanismi: azione in vitro e vivo per studiare invece i meccanismi molecolari con
cui l’effetto tossico può manifestarsi. Insieme di reazioni biochimiche e fisiologiche
Per antropogenica si definisce ogni effetto, processo, oggetto o materiale derivato dalle attività umane in
opposizione a quelle che accadono in ambiente naturale senza influenza umana. Questo termine è molto
spesso utilizzato nel contesto ambientale per indicare la fonte dei residui chimici o biologici che si
producono come sottoprodotti delle attività umane.
Differenti classi di agenti chimici cui siamo sottoposti come esseri umani (sono tantissimi):
125
LA TOSSICITÀ
La TOSSICITÀ è in funzione della dose/concentrazione.
Ci sono dei casi in cui non è vero: ci sono delle sostanze che sono così tossiche che in misura minima
possono dare tossicità.
Da cosa è generato un effetto tossico?
sostanza tossica all’origine o che può diventarlo
La tossicità dipende dalla tossicocinetica e dalla tossicodinamica (interazione con recettori, enzimi, target
per gli agenti tossici).
Tossicocinetica
ADME, reazioni a cui viene esposta la sostanza tossica dopo che l’abbiamo assunta. Ciò significa che può
essere che assorbiamo una sostanza tossica ma la eliminiamo così in fretta che non esplica il suo effetto
tossico.
Via inalatoria: noi respiriamo delle particelle, anche possibili tossiche, che si andranno a depositare in varie
zone dell’apparato respiratorio, in funzione delle dimensioni che hanno (le più piccole arrivano fino agli
alveoli, sono pericolose non solo perché penetrano più in profondità ma perché più sono piccole più
aumenta la loro quantità per ml di aria).
Dopo l’assorbimento e la distribuzione andrà incontro alla metabolizzazione che potrà generare dei
composti inattivi o dare origine a dei prodotti attivi o anche tossici, che arriveranno al bersaglio.
126
Tossicodinamica
Il bersaglio può essere di qualsiasi tipo ma di solito sono gli acidi nucleici oppure i gruppi -SH delle proteine
degli enzimi (non credo sia davvero così).
Tossicità di A e di C sono uguali o diverse?
▪ tossicità massima è uguale tra A e C perché raggiungono lo stesso livello ma C è più potente perché
richiede una dose minore.
▪ tra C e D: inizialmente più tossico C poi però diventa più tossico D. E’ più pericoloso C o D? D in
quanto più ripido.
127
La risposta all’agente tossico può essere influenzata da:
Sostanze con attività tossica importante sia dal punto di vista sistemico, sia del semplice contatto:
• acidi forti (es. cloridrico, fluoridrico, nitrico, solforico ): necrosi coagulativa per disidratazione a
livello cutaneo
• basi forti (ammoniaca, idrossido di sodio, etc.): necrosi coagulativa per saponificazione dei grassi
• agenti ossidanti (perossidi, ipocloriti, permanganato di potassio )
Bioaccumulo
È più tossico agente lipofilo o idrofilo? Lipofilo perché si accumula sui tessuti adiposi.
Se assumo un agente tossico lipofilo cosa succede?
Ogni agente tossico viene assorbito, aumenterà concentrazione
plasmatica e poi scenderà.
Se il tossico è altamente lipofilo e le somministrazioni sono vicine, come
in questo caso, posso avere accumulo. Frequenza tale per cui non posso
eliminare l’agente. Se potessi limarlo tutto prima della seconda
somministrazione non avrei tossicità. Ma in questo caso ho un fenomeno
di accumulo.
128
Sono le 3 vie principali, le vie
parenterali sono possibili ma
è più difficile.
L’esito dell’esposizione è
condizionata da due fattori:
• durata: tipologie in cui
diversificato l’effetto tossico.
• frequenza: esprime
intervallo temporale tra una
somministrazione e l’altra.
Reversibile e irreversibile. Da cosa dipende la reversibilità? Dipende dalla rigenerazione tissutale, quanto
le cellule colpite sono in grado di rigenerarsi. Un danno al fegato sarà uguale o diversa al SNC? Diversa. A
livello del fegato abbiamo una capacità di rigenerazione elevata, mentre a livello del SNC l’effetto tossico
sarà irreversibile.
Selettivo, mirata (es. antibiotici: li assumiamo affinché siano tossici nei confronti dei batteri. Tossicità in
funzione della specie; sarebbe il grande desiderio degli antitumorali; pesticidi: tossicità selettiva nei
confronti degli insetti anche se pure per l’uomo non sono un toccasana) e non selettivo.
129
Variabilità della risposta
Variabilità nella risposta ad un agente tossico:
Ci sono fattori diversi che danno effetti tossici che agiscono su fattori del metabolismo o farmacodinamici.
Es. specie: differenze tra uomo e ratto (peso, superficie, consumo di cibo)
In questo caso andiamo a rappresentare le reazioni tossiche di una popolazioni che assumono dose
crescenti: gli individui che manifestano reazioni tossiche a basse dosi sono individui sensibili; gli individui
che manifestano reazioni tossiche solo ad alte dosi sono individui resistenti.
130
Esistono differenze di suscettibilità tra individui sottoposti
alla medesima sostanza.
Qui si parla di risposta alla stessa unica dose.
Concetto della DOSE-SOGLIA: un effetto tossico si scatenerà solo quando l’agente tossico arriverà al
bersaglio ad una determinata concentrazione, che deve essere adeguata e il tempo deve essere sufficiente.
Al di sotto di questa dose non avremo l’evento tossico. Dose minima a cui avremo l’effetto tossico.
Permette di poter calcolare le dosi di ciascuna sostanza per cui avremo un effetto tossico.
Eccezioni: la dose soglia non c’è per tutte le sostante, ad esempio non c’è per i cancerogeni, basta una
singola molecola per avere l’effetto tossico.
Indipendentemente dal tipo di risposta tossica che si sta valutando la relazione che lega il grado della
risposta avversa alla quantità di sostanza somministrata assume un andamento grafico riproducibile che
rappresenta uno dei concetti fondamentali della tossicologia: LA RELAZIONE DOSE-RISPOSTA.
Ci sono, però, delle sostanze per cui dire che all’aumentata concentrazione aumenta l’effetto tossico non è
esaustivo. Prima maggiore era la dose maggiore era la tossicità, ci sono sostanze per cui vale il contrario: i
nutrienti essenziali.
131
NUTRIENTI ESSENZIALI (vitamine e Sali minerali)
Per le sostanze necessarie per le normali funzioni fisiologiche e per la sopravvivenza (vitamine o elementi
essenziali in tracce) la forma della dose-risposta assume una tipica forma ad U.
Vitamine, sali minerali, in elevate quantità possono essere tossici, ma non hanno un grafico come quello
sopra. Perché?
Sono sostanze essenziali —> pertanto la tossicità è molto elevata se vi è una carenza. Nel caso precedente
se ho carenza è quasi meglio, non ho effetto tossico.
La curva assume la forma di una campana al contrario.
Evento tossico se sono in carenza rispetto allo stato fisiologico normale, se la dose aumenta si ridurrà
l’evento tossico fino a raggiungere il punto di equilibrio fisiologico (omeostasi). Ma se la dose aumenta
ancora avrò tossicità.
La curva è sigmoide per la maggior parte delle sostanze ma si differenzia se sono di fronte a nutrienti
essenziali.
La curva assume una forma diversa anche per altre sostanze, es. alcol etilico.
Ormesi (stimolazione)
Caratteristica di sostanze che a basse dosi possono dare effetti benefici mentre ad alte dosi reazioni avverse.
Questa particolare relazione dose-risposta è denominata ormesi (U tronca) che significa: stimolare, per
sottolineare la peculiare capacità stimolatoria che tali sostanze hanno a basse concentrazioni (es. alcol
etilico).
Tossicità acuta
Test di tossicità acuta servono a capire non solo la DL50 ma anche ad identificare l’organo bersaglio e altre
manifestazioni cliniche di tossicità acuta e a stabilire la reversibilità della reazione tossica e fornire e
indicazioni sulle dosi da usare negli studi successivi.
Quindi oltre alla determinazione della DL50, le informazioni più importanti ricavabili da questi test
riguardano l’osservazione clinica e l’esame post-mortem effettuato sugli animali.
133
Risposte quantali (di popolazione)
Grafico con gaussiana e sigmoide con rettangoli, prende il nome di curva quantale e mette in relazione la
frequenza di distribuzione in maniera quantitativa, cumulativa.
Sigmoide, indica una
distribuzione cumulativa (fino
alla morte del 100% degli
animali).
Con la gaussiana, invece, si va ad indicare
la frequenza di distribuzione (per ogni
dose abbiamo la quantità di animali che
incontrano la morte), con l’individuazione
di una sottopopolazione, con individui
ipersensibili che muoiono a bassissime
dose e individui resistenti.
La sigmoide e la gaussiana danno
un’indicazione differente a uno stesso
fenomeno.
La DL50 è sempre rapportata su mg/kg di peso corporeo.
INDICE TERAPEUTICO
Ogni sostanza usata per scopo terapeutico è identificata con un indice terapeutico.
Questo rapporto mette in relazione tra loro due parametri fondamentali: quello della dose efficace 50 e
quello della dose letale 50, per andare a stabilire un indice di sicurezza per l’assunzione di una sostanza da
parte dell’uomo.
Fornisce una misura della reale sicurezza del farmaco. Un IT alto è più sicuro di un IT basso?
134
Più è alto più il farmaco è sicuro, in quanto le due dosi sono molto diverse. Se è basso, significa che il
farmaco è difficile da maneggiare, per piccole variazioni di dosaggio otteniamo risposte importanti. Anche
usato alla DE50 basta poco affinché la dose efficace si trasformi in dose tossica.
Valutando l’indice terapeutico, però, rischiamo di esporre le code della gaussiana (individui ipersensibili e
individui resistenti) a dei rischi elevati o a una mancanza di efficacia.
DL1 sarà minore della DL50, mentre la DE99 sarà più grande della DE50.
Considero anche i soggetti più resistenti al farmaco ma anche i soggetti più sensibili alla tossicità del
farmaco, rispetto al 50%.
Intervallo di cui parliamo è sicuramente minore rispetto all’IT. Il margine di sicurezza sarà maggiore rispetto
a quello fornito dall’indice terapeutico.
TOSSICITÀ SUBCRONICA
Altri test vengono condotti sulla tossicità subcronica.
Studi importanti perché ci permettono di captare un altro parametro: NOAEL, cioè il più alto livello di dose
al quale non si osservano effetti avversi (importante ricordare che è la dose più alta).
135
Studi di tossicità subcronica sono studi a medio termine, eseguiti impiegando una vasta gamma di dosi
somministrate per almeno 1/3 della vita media dell’animale e generalmente questi studi vengono condotti
su animali di almeno 2 specie diverse.
Gli animali vengono osservati più volte al giorno e tutti i decessi devono essere registrati. Il livello di dose
più alto che non produce effetti avversi corrisponde al NOAEL.
Questi valori sono utilizzati per derivare la dose di riferimento giornaliera e la dose giornaliera accettabile
(ADI).
Perché è rilevante?
TOSSICITÀ CRONICA
Si tratta di studi effettuati con la stessa modalità degli studi subcronici con la differenza che i trattamenti si
estendono per un periodo di 6-24 mesi.
Questi studi vengono effettuati sia per valutare la tossicità cumulativa che il potenziale cancerogeno di una
sostanza.
136
Excursus sull’ormesi: alcol etilico (TUTTO Già VISTO MA RIPORTATO IN MANIERA APPROFONDITA)
ETANOLO: viene metabolizzato una volta assunto dal nostro organismo secondo 3 diverse vie:
1) alcol deidrogenasi: differenze tra uomo e donna, la donna ne contiene in qualità inferiore. Trasforma
l’etanolo in acetaldeide. Assimilato nel torrente
circolatorio e espulso per vie diverse 2) citocromo p
3) catalasi
Grafico che mette in relazione la concentrazione di alcol e il grado di diluizione: blu= alcol puro, verde= alcol
diluito, rossa e rosa= alcol assunto durante un pasto . Differenza quindi della concentrazione ematica in base
al fatto che io sia a stomaco vuoto o a stomaco pieno, a stomaco pieno l’effetto è ridotto.
A livello muscolare nel sistema scheletrico: per basse concentrazioni —> riduzione del senso di
affaticamento; a alte concentrazioni —> dolori ai muscoli, riduzione della quantità del lavoro muscolare,
alterazioni elettromiografi che
137
A livello gastrointestinale: erosivo sulla mucosa gastrica ( effetto di irritazione gastrica )
Dispersione di calore, aumentata sudorazione che determinano una riduzione della temperatura corporea.
Fegato: (meccanismi informativi, non da sapere, che emergono quando la quantità di alcol assunta è
eccessiva), epatomegalia: ingrossamento del fegato in quanto accumulo di lipidi, con aumento di enzimi
epatici (transaminasi); Epatite alcolica acuta: fenomeno grave perché può portare a cirrosi epatica con esito
fatale.
Sistema nervoso centrale: per dosi basse è di nuovo un esempio di ormesi, mentre per dosi alte pericolo
fino ad arrivare a deficit cognitivi e coma etilico.
Teratogenicità dell’alcol: ritardo della crescita fetale, disfunzioni, microcefalia, anomalie morfologiche;
ipoglicemia della mamma che assume alcol
Criteri adottati per identificare una persona affetta da dipendenza da alcol: la persona assume una quantità
di alcol per avere effetti che lui ritiene benefici, ma se si priva della sostanza accusa sintomi negativi ( solo
informativi )
Terapie per trattamento della dipendenza ( solo informativo ) —> disulfiram: inibisce l’aldeide deidrogenasi
che metabolizza alcol in acetaldeide.
138
VALUTAZIONE DEL RISCHIO
RISCHIO TOSSICOLOGICO
Molte sostanze le conosciamo bene e sappiamo definire la tossicità ma nella maggior parte dei casi non
abbiamo informazioni sufficienti e ragioniamo quindi per rischio tossicologico.
Siamo portati a vedere più come rischio qualcosa da cui non traiamo un immediato vantaggio: fitofarmaci e
additivi alimentari non si ritiene (opinione comune) che siano necessari ma pensiamo solo che
consumeremo un cibo contaminato —> il soggetto si sente di subire una condizione imposta da altri.
139
Se il soggetto trae un vantaggio da un’azione (fumatore che fuma sigarette) non percepisce il rischio (il
vantaggio è maggiore del rischio che corre), stessa cosa per la guida dei mezzi. Visione generale per rendere
l’idea di come il rischio dai soggetti è percepito in modo estremamente soggettivo.
Le tre componenti dell’analisi del rischio sono tra loro interconnesse e forniscono una metodologia
sistematica per definire provvedimenti, o altri interventi a tutela della salute, in modo efficace,
proporzionato e mirato.
140
UL: massimo livello tollerabile riferito a un nutrienti essenziale (vitamine e sali minerali); si ricava come
l’ADI, cioè, divido il NOAEL per un fattore di sicurezza. Per UL non si intende la dose da assumere
quotidianamente ma la dose massima che può essere assunta (non è quella raccomandata, attenzione a
questo dettaglio).
TMDI: massima dose tollerabile a cui possiamo essere esposti giornalmente, sempre in relazione ai kg di
massa corporea (si riferisce ad un agente chimico correlato al consumo di alimenti).
Si parla quindi di differenza interspecie e si utilizza un fattore 10 e di differenza intraspecie in cui si aggiunge
un altro fattore 10.
141
Per ottenere dose di riferimento (RfD)—> NOAEL/100
Per ottenere dose su popolazioni specifiche (PAD) si aggiusta il risultato dividendo ancora per 10 —>
RfD/10
Il NOAEL può essere ottenuto tramite studi tossicologici a breve termine e studi tossicologici a lungo
termine:
Studi cronici, sul lungo periodo; dobbiamo identificare almeno 3 dosi -> dose più bassa, dose intermedia
(sufficientemente alta da provocare qualche effetto tossico, potrebbe essere metà di quella più alta, ma non
deve portare alla morte/ essere drastica), dose alta (provoca minima mortalità).
In genere questo approccio viene seguito per tutte le sostanze che determinano un effetto tossico in organi
o sistemi e/o per sostanze che causano effetti cancerogeni non genotossici, per i quali si accetta l’esistenza
di effetti legati a una soglia (cancerogeni epigenetici).
Questo metodo non si applica ai cancerogeni genotossici.
142
CANCEROGENI
Tossicità così elevata per cui una singola molecola è in grado di indurre il cancro;
Ce ne sono 2 tipologie:
Cancerogeni genotossici
Si hanno 2 possibilità:
1) vietare l’uso della sostanza ma non è attuabile per tutte le sostanze.
2) stabilire livello di rischio, cercando di individuare un livello di rischio sufficiente piccolo
da ritenere trascurabile ( o accettabile ) l’esposizione alla sostanza.
Si è scelto di ritenere come accettabile un livello di rischio che causa l’induzione di tumore di un
soggetto su 1 milione di esposti.
Nel caso di un’esposizione professionale si fa riferimento a uno su centomila.
per i cancerogeni genotossici
non si può definire NOEL/RfD, si ragiona in
termini di livello di rischio.
143
Esempio del limonene
es. L’analisi del latte materno e del contenuto di diossina ha fornito un dato chiaro dell’esposizione della
popolazione nei confronti di questa sostanza (diossina).
Quello più usato e più attendibile è il sangue. L’urina sarebbe importante, procedura non invasiva però
subisce molte variazioni anche a seconda del momento di raccolta. Per avere un dato preciso mi riferisco
all’urina raccolta nelle 24 ore.
Aria espirata sarebbe un dato importante ma a livello pratico è difficile da misurare —> influenzabile in
soggetti con alterazioni respiratorie.
- Ceiling: livello di concentrazione ambientale che non deve essere mai, per nessun motivo,
superata.
145
FASE IV: CARATTERIZZAZIONE DEL RISCHIO: mette in relazione caratterizzazione de pericolo con
l’esposizione.
Punto finale del processo di valutazione tramite cui si riesce a definire il rischio, si descrive la natura e la
grandezza del rischio, considerando le incertezze di analisi.
Elaborazione di una stima quantitativa del rischio a cui sono soggetti i consumatori o un target di questi.
L’ADI non deve essere considerata come una soglia di tossicità ma di sicurezza in quanto deriva dal NOAEL e
il NOAEL è la dose più alta a cui non si verifica evento tossico. Piccoli sforamenti dell’ADI non dovrebbero
avvenire ma se avvengono e sono limitati nel tempo non dovrebbero allarmare in quanto riguardano una
dose che di per sé non è tossica.
In caso di cancerogeni genotossici: uso margine di esposizione, cioè, rapporto tra NOAEL su ESPOSIZIONE. Il
NOAEL in realtà è impossibile da ricavare nel caso dei c. genotossici, perché non ho una dose-soglia, ma
L’EFSA ha raccomandato l’utilizzo del BMDL10: limite inferiore dell’intervallo di confidenza della benchmark
dose associata con una incidenza di tumori indotti del 10% (dose che causa una % di tumori del 10%).
Tenendo esposizione bassa ottengo un margine di sicurezza alto.
146
Quindi:
147
3) COMUNICAZIONE DEL RISCHIO
Ultima componente dell’analisi del rischio, anche se talvolta l’EFSA emana documenti anche in itinere
(durante l’analisi). I cittadini sono l’obiettivo finale della valutazione del rischio. Molto spesso le informazioni
sono divulgate in maniera troppo specifica e sono difficili da comprendere. È quindi molto importante che
vengano fornite informazioni precise e soprattutto ben comprensibili, trasversali, in quanto lo scopo è
quello di assicurare che tutte le parti interessate, compresi i consumatori, siano correttamente informate.
La comunicazione del rischio rientra tra i compiti riconosciuti all’EMA e all’EFSA, ma anche gli organi polito-
decisionali responsabili per la gestione del rischio svolgono un importante ruolo nella comunicazione.
• presente naturalmente
• aggiunto agli alimenti o creato durante la lavorazione
148
Dov’è utilizzato o riscontrato il pericolo:
• utilizzato o riscontrato in un prodotto/marchio comunemente utilizzato in casa o per la produzione
di alimenti
• utilizzato o riscontrato ampiamente in una gamma di prodotti
• non ampiamente utilizzato o riscontrato
• illegale/regolamentato ai sensi della normativa UE
Effetti su persone/animali/piante/ambiente
Sono state individuate le seguenti categorie di tipi di rischio:
➢ Rischio sanitario acuto/immediato potenzialmente letale (ad es. intossicazione
alimentare)
➢ Potenzialmente letale senza rischi immediati (ad es. sostanze cancerogene)
➢ Rischio sanitario cronico/a lungo termine (ad es. allergie, obesità)
➢ Sconosciuto
➢ Non considerato un rischio
Esperti
➢ Si basano sulla valutazione del rischio
➢ Sono obiettivi e generali
➢ Svolgono argomentazioni analitiche
➢ Valutano i rischi a fronte dei benefici
Pubblico
➢ Si basa di più sulla percezione del rischio (personale, non sempre è reale)
➢ Chiede: “Che cosa significa per me?”
➢ Vuole risposte alle preoccupazioni
➢ Valuta i rischi a fronte di paura e indignazione
149
✔non evitabile dall’individuo
✔ può servire un’azione di gestione del rischio
✔ un’azione di gestione del rischio non può servire o non è immediatamente ovvio/disponibile un approccio
chiaro
✔un’azione di gestione del rischio non applicabile/necessaria (ad esempio un rischio percepito ma non
dimostrato scientificamente)
(pag. 193, 194: gli elenchi che ho inserito sono state solo letti e non commentati)
Canali alternativi:
EFSA
L’EFSA è un ente della comunità europea finanziata dall’UE ma che opera in modo indipendente
dalla commissione europea, dal Parlamento e dagli Stati membri.
Istituita nel 2002, per vigilare sulla sicurezza alimentare. Responsabilità di valutare i rischi e di
gestirli separate.
Opera non solo sulla nutrizione umana ma anche sull’aspetto ambientale, come protezione delle
piante e salute delle piante, e sulla salute degli animali.
Da quando è stata istituita ha emanato numerosi pareri scientifici, ad es. sull’aspartame come
additivo alimentare, gli OGM, i pesticidi… che sono stati usati in seguito dagli enti di gestione del
rischio per modificare la situazione presente.
Svolge un ruolo importante anche nella raccolta e nell’analisi dei dati, in cooperazione con gli Stati
Membri dell’UE.
La comunicazione sui rischi associati alla catena alimentare è un altro settore fondamentale del
suo mandato.
Uno dei compiti dell’EFSA è dunque quello di comunicare in modo chiaro non solo con i principali partner e
le parti interessate, ma anche con il grande pubblico, onde contribuire a colmare il divario tra scienza e
consumatore.
150
Neonicotinoidi: insetticidi molto tossici per le api (sicuri invece per l’uomo)
Nuove valutazioni sono necessarie, con il trascorrere del tempo, perché possono essere emersi
nuovi rischi.
La prof legge i due grafici di questa pagina.
151
Slide di un esperto dell’EFSA (in realtà ISS):
Ogni additivo alimentare (in generale sostanze regolamentate ) per essere messo in commercio —> dossier
con tutte le informazioni necessarie e i test tossicologici richiesti dalla normativa.
La ricerca indipendente può integrare gli studi standard presenti nel dossier.
Es. bisfenolo A (additivo nelle plastiche per biberon, alcune sue piccole particelle possono migrare in cibi e
bevande ed essere ingerito, rientra tra le sostanze chimiche chiamate “distruttori endocrini”-interferisce con
il sistema ormonale (problemi a livello della fertilità)) nuovi studi “non convenzionali” su effetti immunitari e
di promozione tumorale durante lo sviluppo hanno creato incertezze nella valutazione dell’EFSA,
relativamente tranquillizzante. L’EFSA ha condotto una nuova valutazione del rischio, esaminando 200 nuovi
studi.
Conclusione della nuova analisi: nel 2011 viene vietato nei biberon, esclusi i biberon l’assunzione di
bisfneolo A si riduceva del 30% della TDI (EFSA 2015).
Azione correttiva: non usare i recipienti in policarbonato che sono usurati: il rilascio aumenta (tupperware,
piatti di plastica dura).
152
Es. Pesticidi: sono sostanze necessarie per proteggere la salute degli organismi viventi che forniscono
alimenti vegetali, in questo senso sono fitofarmaci. Sono sintetizzate per essere tossiche con gli organismi
bersaglio (insetti, funghi, erba) ma non sono totalmente innocui per l’uomo: si possono trovare residui negli
alimenti e nell’ambiente di vita delle comunità che vivono in aree agricole.
Fitofarmaci strettamente e rigidamente regolamentati: sospetto del ruolo dei fitofarmaci in insorgenza di
morbo di Parkinson e leucemia infantile (EFSA 2014).
Per prevenire i rischi da pesticidi: uso corretto e sostenibile, produzione di fitofarmaci meno tossici
(sostituzione di molecole con molecole meno tossiche). Non deve solo tutelare la salute dei cittadini, ma
anche educare il mondo agricolo.
Problema: alcuni fitofarmaci sono neurotossici anche nei mammiferi. I neonicotinoidi nello specifico hanno
una limitata tossicità, tuttavia studi di ricerca indicano che il sistema nervoso in via di sviluppo (feto,
bambino) può essere vulnerabile ma rappresentano un problema perché sono tossici per le api.
I limiti dissati in passato vanno abbassati, come conseguenza della seconda valutazione dell’EFSA.
Es. degli integratori alimentari in Svezia —> problemi epatici legati all’assunzione di un integratore
(epatopatie collegate all’utilizzo del Fortodol); dei 4 pazienti osservati, 1 è deceduto.
Livello di rischio qui era sconosciuto: non si sapeva quanti soggetti potevano aver assunto questo
integratore in quanto era prodotto in Messico con materie prime arrivate dall’India, assemblato in America
e venduto via Internet —> difficile definire l’entità dell’esposizione.
Conteneva nimesulide, pa dell’aulin —> farmaco antiinfiammatorio che ha come controindicazione
epatopatie; tale sostanza non era indicata tra gli ingredienti (adulterazione).
Critica: la mancanza di tempestività dell’autorità svedese.
Agisce come la teofillina (farmaco, usato per l’asma in quanto inibisce gli enzimi che degradano
AMPciclico, agisce come broncodilatatore ); effetti della caffeina oltre che sulla muscolatura
bronchiale anche su altri distretti.
153
Effetti:
azione eccitatoria, agisce sul SNC non tutti hanno gli stessi effetti: in
alcuni aiuta a digerire, variabilità individuale.
aumenta secrezione gastrica acida
broncodilatazione
restringimento degli atti di respirazione,
diventano più brevi aumenta la diuresi rilascio
epatico di glucosio
lipolisi
apparato circolatorio: tachicardia
vasocostrizione celebrale ( se il mal di testa è dovuto a vasodilatazione il caffè può
aiutare ) aumenta la biodisponibilità di alcuni farmaci
Effetti avversi:
irritabilità, ansia, mal di testa, insonnia
tremori a livello muscolare
nausea e dolore addominale
aritmie
sensibilità cutanea
ronzio all’orecchio
problemi di vista
Se l’acrilamide causa tumore negli animali esiste una dose tollerabile? No, non c’è una dose soglia in quanto
è genotossica e cancerogena.
Per calcolare il margine di sicurezza si è utilizzato, come per tutte le sostanze genotossiche e cancerogene, il
BMLD10 (limite inferiore dell’intervallo di confidenza relativo alla dose di riferimento). Per i tumori gli
esperti hanno scelto un BMDL10 di 0,17mg/kg pc/giorno1. Per altri effetti, i mutamenti neurologici più
pertinenti al caso sono stati osservati con un BMDL10 di 0,43 mg/kg pc/giorno.
154
Margine di esposizione: è il rapporto tra il BMLD10 e l’esposizione a cui sono sottoposti i soggetti. Il
comitato scientifico dell'EFSA afferma che per sostanze genotossiche e cancerogene un MOE di 10 000 o più
è di lieve preoccupazione per la salute pubblica (sopra i 10.000 non è un rischio importante). I MOE per gli
effetti dell’acrilamide correlati al cancro variano da 425 per gli adulti medi consumatori fino ai 50 per i
bambini piccoli che ne facciano un consumo elevato. Tali intervalli indicano un allarme per la salute pubblica
(più il fattore è basso, <10.000, più il rischio è certo).
Mentre, per quanto riguarda gli effetti di danno neurologico, non sembrano esserci rischi da esposizione
all’acrilamide (per i bambini un po’ più di accortezza).
L’unica soluzione per ridurre l’esposizione è cerca di evitare di abbrustolire troppo il cibo (i livelli aumentano
all’aumento della T).
L’acrilammide è presente anche nel fumo di tabacco.
Principio di presunta sicurezza: se è applicabile allora la sostanza non necessita di ulteriori studi. Se tale
principio non può essere applicato sono necessarie ulteriori indagini per valutare la sicurezza.
Le seguenti sezioni mirano a identificare i dati e le informazioni considerati necessari per valutare la
sicurezza degli ingredienti botanici:
Dati tecnici (technical data)
Esposizione (Exposure)
Dati tossicologici (Toxicological data)
Dati tecnici:
Identità e natura del materiale:
identificazione precisa della pianta a disposizione, mediante Farmacopea europea oppure
mediante altre fonti accettate come autorevoli. Indicare nome scientifico, sinonimi, nome
comune, parti usate della pianta, zona di origine geografica, condizioni di coltivazione.
processo di fabbricazione: necessaria la descrizione dei metodi utilizzati , solventi utilizzati.
I botanicals potrebbero diventare infatti pericolosi a causa di deviazioni nel processo di
produzione (ad esempio errata classificazione).
Esposizione
Stiamo parlando di botanicals quindi abbiamo anche un’idea di come saranno assunti. Quanto prevediamo
che saranno assunti, con che frequenza, etc?
Possibilità che ci siano altre fonti concomitanti con cui assumiamo quella droga, modalità di uso e
informazione storica (se il suo uso è noto da tempo) —> importante perché se c’è un prodotto e l’uso della
droga che contiene è sicuro allora sarà sicuro anche l’uso del prodotto.
155
Livello A: si basa sui dati preesistenti che riguardano quella preparazione. Se ci consentono di dire
che quella preparazione è sicura allora non c’è preoccupazione sulla sicurezza, non svolgo altre
analisi. Se invece i dati non ci permettono di dichiarare la preparazione sicura, servono ulteriori
dati —> Livello B, valutazione dei dati relativi alla preparazione, si fanno ulteriori analisi.
Livello A:
Dati pregressi e conoscenze disponibili, mi avvalgo del principio di presunta sicurezza.
Il botanical non deve essere previsto però per un’esposizione superiore a quella pregressa. I
chemiotipi attuali devono essere gli stessi di quelli precedenti (presenti negli studi).
Se un botanicals è usato in un ampio numero di persone e per tanti anni senza che si siano manifestati degli
effetti avversi, abbiamo una conoscenza di base per rassicurare sulla sicurezza di quel botaniclas: abbiamo
incontrato i criteri del livello A e non è necessario procedere con ulteriori indagini (a parità di stessa
esposizione e chemiotipo).
Per i botanicals potenzialmente in grado di contenere sostanze tossiche, che provocano dipendenza,
sostanze psicotrope o altre sostanze potenzialmente pericolose, la presunzione di sicurezza può essere
applicata solo se vi sono prove convincenti che queste sostanze indesiderate nelle parti o nei preparati
specifici della pianta sono assenti nel materiale originale, o significativamente ridotte se non escluse, o
inattivate durante l’elaborazione.
Livello B:
Se non posso applicare il principio di presunta sicurezza.
Si ricorre al livello B quando:
• Se esposizione futura su quel botanicals sarà superiore a quella del passato
• Se il livello nei dati storici non è presente, non è valutabile
Allora attuo una valutazione tossicologica, riguarda tossicocinetica del pa, deve fornire tutti i dati necessari.
Devono essere portati dati tra le interazioni dei costituenti del botanicals o delle interazioni con altri
prodotti medicinali.
156
Studi di genotossicità: per stabilire se la sostanza contiene o meno un mutageno. L’EFSA indica
quali test bisogna fare:
- test di ames su cellule procariote
- aberrazioni cromosomiche
- test nel micronucleo
- test simil ames ma su cellule di mammiferi
Una sostanza che dà un risultato positivo in un test in vitro probabilmente lo darà anche in vivo.
Per individuare una sostanza a carattere mutageno che è in grado di dare una mutazione a livello
del DNA:
Esperimento ha un limite : infatti c’è l’aggiunta dell’s9 estratto, cioè una soluzione detta attivante
metabolico perché somministrare una sostanza ad un batterio è diverso che somministrarla ad un
organismo in vivo —> l’organismo vivo (uomo) subirà delle reazioni di metabolismo che danno origine
metaboliti che possono avere potere mutageno. Se la sostanza che analizziamo non ha potere mutageno di
per sé ma un suo metabolita sì sarebbe un problema —> per questa ragione aggiungo un attivatore
metabolico.
Necessario sempre avere una piastra di controllo in cui non è presente la sostanza da saggiare
(metto in entrambi i casi l’attivatore metabolico):
157
Se si forma una colonia vuol dire che quella sostanza ha un potere mutageno. Ma per capire se l’effetto è di
per sé o dovuto alle reazioni che avvengono (metabolismo), possiamo vedere cosa succede con e senza
attivatore metabolico:
Sebbene molti composti positivi in questo test siano cancerogeni nei mammiferi, la correlazione non è
assoluta. Dipende dalla classe chimica e ci sono agenti cancerogeni che non vengono rilevati da questo test
perché agiscono attraverso altri meccanismi o meccanismi non genotossici assenti nelle cellule batteriche.
Il test lo faccio sempre in presenza e in assenza dell’attivatore metabolico per comprendere se la sostanza è
mutagena di per sé o in seguito a metabolismo anche se questo non ridimensiona la gravità del risultato.
158
Si definisce aberrazione cromosomica o mutazione cromosomica, un'alterazione della struttura o del
numero dei cromosomi.
Queste alterazioni normalmente sono una conseguenza di un errore durante la divisione cellulare, che
consistono nella perdita, acquisizione o riarrangiamento di una o più parti di uno o più cromosomi (le si
vedono visivamente al microscopio, test qualitativo).
3. TEST DEL MICRONUCLEO: viene evidenziato il potere mutageno di una sostanza che interferisce
con la mitosi. Al microscopio si vede che le cellule non si dividono correttamente e si forma un
nuovo addensamento ( micronucleo ) di dimensioni pari ad 1/3 del nucleo di base.
le cellule che vengono prese in considerazione sono sempre le stesse di prima.
Il test del micronucleo è un test di mutagenesi che consente di osservare eventuali errori occorsi durante la
mitosi, causati da agenti mutageni.
Consiste nel prelevare, da un organismo sottoposto all'agente mutageno, cellule durante la mitosi, e
osservarne un discreto numero (almeno un centinaio) al microscopio, dopo aver effettuato una colorazione
differenziale che evidenzi il materiale genetico: in caso di errori (provocati dal mutageno), sono visibili, oltre
al nucleo, frammenti di DNA sparsi per il citoplasma e che dunque non sono stati incorporati nel nucleo
principale durante le ultime fasi della divisione cellulare (chiamati micronuclei).
Tali alterazioni, che appaiono come dei piccoli nuclei accessori, sono morfologicamente identiche a quelli
normali; dunque perfettamente tondi, ma di dimensioni notevolmente ridotte. Infatti, per essere considerati
dei veri e propri micronuclei, generalmente non devono superare un terzo delle dimensioni del nucleo
principale.
159
Sperimentalmente: utilizzo linfociti umani, sangue prelevato viene stratificato, linfociti trattati con la
sostanza da testare, si arresta la fase di divisione, si colorano le cellule e si osserva se si sono formati
micronuclei nel vetrino.
Questi erano i 4 test per valutare la potenziale mutagenicità e genotossicità di una sostanza in vitro.
Nei test in vitro: se il risultato dei test è negativo posso operare in vivo per fare dei test riguardo altre
tossicità, in quanto non presentano problemi di mutagenicità.
Se invece il risultato dei test è positivo, è necessario scegliere altri test in vivo per verificare se i risultati
sono confermati. Oppure si abbandona la strada per quel botanicals.
Se i risultati sono contraddittori, necessari ulteriori test per chiarire.
Questi studi ci forniscono informazioni sulla mutagenicità: che è un danno al DNA o alla struttura
cromosomiale che verrà trasmesso alle cellule figlie. È più grave della genotossicità perché il danno viene
trasmesso, mentre il genotossico modifica il DNA (grave) ma il danno non viene trasmesso.
160
Il danno cambia a seconda se si tratta di un
danno alle cellule somatiche o alle cellule
germinali.
Documento dell’EFSA che ha preso in considerazione 6 droghe vegetali: esempio per vedere come
l’EFSA realizza una valutazione:
Necessario innanzitutto identificare il botanical —> technical data. Necessario talvolta individuare anche
sottospecie, varietà, tutti i dati che identificano in maniera inequivocabile del botanical. Es. Citrus aurantium
in base alla specie contengono diversi livelli di sinefrina. Fondamentale che la pianta sia ben definita.
Informazioni devono anche considerare l’uso previsto del botanical (cibo comune, integratore, o un
prodotto medicinale), descrivere i componenti maggiori (aa., polisaccaridi, lipidi) e il livello di contaminanti
che è possibile trovare.
161
Verificare anche l’esplosione che si prevede.
In un infuso di tè la quantità di caffeina e catechina cambia in base a tempo di infusione, alla quantità di
acqua e alla quantità di droga utilizzata.
162
L’EFSA valuta l’esposizione della sostanza a un certo soggetto, cioè quanto un soggetto può essere esposto
alla droga. Secondo un questionario in Germania secondo cui viene valutato il consumo giornaliero di te per
una persona la stima è da 362 g/persona/giorno fino a 1097 g/persona/giorno:
In base a questi dati l’EFSA ha tracciato la quantità di catechine assunte durante il giorno nel tè verde
giapponese e cinese. L’EFSA ha inoltre valutato il profilo di sicurezza nelle preparazioni.
Per quanto riguarda la sicurezza di prodotti per la perdita del peso si è determinata epatotossicità (per
l’epigallocatechina gallato in una determinata popolazione per tempi prolungati). L’EFSA però sostiene che
mancano le conoscenze del meccanismo di azione, coinvolgimento di altri organi ecc. Per quanto riguarda le
altre preparazioni non ci sono dati certi e l’EFSA sostiene che sia necessario un livello B (ultimi 2 punti).
Mentre il livello A è superato dalle prime due preparazioni.
Gli aggiornamenti dell’EFSA confermano che le catechine assunte sottoforma di integratori alimentari a dosi
pari o superiori a 800 mg/giorno possono rappresentare un problema per la salute. Non problemi per
l’infusione (non si raggiungono alte dosi di catechine).
La crusca è consumata per il contenuto di fibre (25-30 g al giorno uso raccomandato per regolarità
intestinale). Non ci sono dati tossicologici, tranne per le popolazioni particolari es. celiaci o allergie o chi
assume farmaci. Al di là di queste categorie non ci sono dati tossicologici, per la lunga storia di utilizzo. Il
livello A pertanto è sicuro.
163