Interventi con i minori maltrattati
La psicoanalisi infantile
Un grande impulso allo studio dell’inganzia è stato dato dalla psicoanalisi infantile.
Sigmund Freud pose le basi della psicoanalisi ed elaborò 2 modelli fondamentali:
topografico e strutturale.
Topografico
Prevede la distinzione tra conscio, preconscio, inconscio.
Strutturale
Prevede la distinzione tra Io, Es, Super-Io.
L’Io, secondo Freud, deve trovare un equilibrio tra Es e Super-Io e utilizza diversi
meccanismi di difesa, come ad esempio la “rimozione” (chiudere un contenuto
psichico disturbante all’interno dell’inconscio). Se questi meccanismi non funzionano
emergono i sintomi.
Secondo Freud era impossibile psicanalizzare un bambino sotto i 5 anni, poiché il
bambino al di sotto di quell’età non è in grado di verbalizzare i propri vissuti. Altri
studiosi dopo Freud hanno inbece dimostrato che ciò può avvenire e hanno
approfondito cosa accade nella psiche durante l’infanzia.
Tre personaggi molto importanti sono (1) Melanie Klein, (2) Donald Winnicott, (3)
René Spitz.
1) Melanie Klein
Secondo lei è possibile conoscere i traumi e i contenuti inconsci del bambino
attraverso l’utilizzo del gioco, perché non riesce a esprimere verbalmente il suo
universo interiore, ma lo esprime attraverso uno dei linguaggi tipici della sua età.
Per quanto riguarda la terapia del gioco, occorre mettere a disposizione varie
tipologie di giochi e il terapeuta deve intervenire il meno possibile (se ne parlerà più
avanti).
2) Donald Winnicott
Pediatra di formazione psicoanalitica.
Secondo lui l’essere umano compie un percorso che passa dalla fusione completa con
la madre alla differenziazione da lei.
Durante la gravidanza la madre sviluppa una spiccata sensibilità nei confronti del
bambino, che si chiama “preoccupazione materna primaria”.
Questo stato porta la madre a diventare “sufficientemente buona”, ovvero capace di
interpretare i bisogni del bambino e soddisfarli.
Gli scambi quotidiani con la madre sono fondamentali per la formazione dell’Io del
bambino.
Appena nato il bambino si sente in simbiosi con la madre e non differenzia il sé dal
mondo esterno.
Quando il bambino scopre che la madre ha un’esistenza indipendente da lui, prova un
senso di angoscia e tenta di tenere a bada la sua angoscia proiettando l’affetto della
madre su un oggetto chiamato “oggetto transizionale”.
L’oggetto transizionale è uno spazio intermedio tra sé e l’esterno.
Esso deve essere morbido o avere una faccia, trasmettere calore, essere facilmente
manipolabile. Non deve essere mai tolto: sarà il bambino ad accantonarlo
gradualmente, secondo i suoi tempi.
3) René Spitz, psicoanalista americano di origine austriaca, molto attento al tema
delle cure materne.
È stato molto importante perché ha evidenziato l’importanza delle cure materne e le
conseguenze della loro assenza.
Secondo Spitz il bambino si sviluppa attraverso 3 organizzatori psichici:
(1) il sorriso
(2) l’angoscia dell’estraneo
(3) il “no”.
1) A partire dal 3° mese è in grado di riconoscere il viso umano al quale rivolge il
sorriso in modo indifferenziato.
2) L’angoscia dell’estraneo (a partire dal 8°–9° mese):
dove acquisito consapevolezza della madre e la ricerca nella sua quotidianità (es.
momento dell’addormentamento).
Se vede un viso estraneo e non familiare, il bambino si angoscia e piange, o volta il
viso altrove.
3) Il “no” è il terzo organizzatore della vita psichica: crescendo il bambino diventa
sempre più autonomo, dimostrando capacità di muoversi nello spazio e di controllare
le proprie funzioni corporee (pipì e popò).
Il bambino di fronte al controllo dei genitori risponde attraverso il “no”, ossia
controllando la frustrazione dovuta ai divieti dei genitori.
René Spitz ha condotto una ricerca molto interessante sulle cure materne intorno al
1940.
Ha condotto 2 osservazioni parallele su un gruppo di bambini: alcuni residenti in un
orfanotrofio, venivano curati nel modo giusto ma non avevano alcun legame con la
madre e su bambini che vivevano con la madre in un carcere e avevano giornalmente
contatto con lei.
Nel corso dell’osservazione i bambini residenti nell’orfanotrofio iniziarono a
presentare un quadro clinico molto preoccupante con un rallentamento dello sviluppo
psicologico, calo ponderale (peso) e con delle regressioni.
I bambini rifiutavano il contatto fisico e si chiudevano sempre più.
Il bambino che cresceva con la madre nel carcere aveva uno sviluppo integro.
Ciò dimostra che le sole cure materiali non bastano.
La psicoanalisi infantile è molto importante non solo nell’ambito degli interventi sul
bambino maltrattato, ma anche per l’approccio con altri utenti fragili.
Ci sono poi le altre correnti della psicologia, utili con tutti gli utenti fragili. Ad
esempio il comportamentismo, con i concetti di stimolo, rinforzo e condizionamento,
può essere utile per fronteggiare il comportamento problema; anche la psicologia
umanistica con il bisogno di realizzazione personale e di valore dell’empatia, e infine
la teoria sistemico-relazionale, con vari strumenti da poter utilizzare tra cui la terapia
familiare e terapia individuale di coppia.
Interventi sui bambini maltrattati
Nonostante a partire dal ‘900, detto “secolo del bambino”, siano state portate avanti
varie tutele dei minori e iniziative dedicate ai bambini, purtroppo ancora oggi viene
violata l’identità infantile.
I bambini sono vittime di varie forme di violenze e abusi.
I bambini sono vittime di: lavoro minorile, traffico di organi, abusi sessuali, abusi
psicologici, maltrattamento, impossibilità di istruzione, prostituzione, pedofilia,
mutilazioni genitali femminili
Anche in Occidente i bambini sono vittime di abusi.
Rilevamento dell’abuso
Il rilevamento richiede competenze e una certa sensibilità, conoscenze delle fasi di
sviluppo infantile e delle capacità comportamentali.
Il rilevamento deve essere affidato a più professionisti tra cui: medici, paramedici,
psicologi, psichiatri, psicoterapeuti, assistenti sociali, educatori.
Nel 1993 la psichiatra Roland Summit ha scoperto che la vittima che subisce violenze
può mettere in atto una particolare modalità comportamentale chiamata Sindrome
dell’adattamento all’abuso.
Per esempio: un bambino può subire traumi e comportamenti estremi e non ne
riferisce nulla perché non ne comprende la gravità.
Questa sindrome si articola in più fasi.
La prima è quella della segretezza: il bambino rimane in silenzio e può ricevere
minacce e ricatti. La vittima non comprende cosa gli sta accadendo.
Poi la vittima entra in uno stato di impotenza, ovvero si sente impotente e non sa cosa
fare. Spesso la molestia avviene in famiglia e da un adulto stimato ai suoi occhi.
Poi la vittima entra nella fase della rivelazione, nella manifestazione di
comportamenti strani.
Può succedere un esempio di rivelazione in cui la vittima racconta la verità
spontaneamente oppure a seguito a interrogatori.
Molte volte c’è anche la fase di ritrattazione in cui la vittima dopo aver detto la verità
dice che “non è successo niente”.
La diagnosi del maltrattamento
La diagnosi può essere:
– medica
– psicologica
La diagnosi medica può avvenire attraverso:
– visita pediatrica
– esami (TAC, ecografia, radiografia)
– esami delle zone genitali
La diagnosi psicologica è importante perché serve per valutare l’entità della
sofferenza e la personalità del bambino.
La presa in carico.
Si determina la presa in carico del bambino che è di due tipi: terapie farmacologiche e
psicologiche.
Le terapie psicologiche possibili sono varie tra cui:
– terapia del gioco
– terapia del disegno
– terapia della sabbia
Il gioco
Il gioco è una attività molto complessa in quanto il bambino unisce fantasia e realtà.
Normalmente il gioco prevede diverse fasi, una delle quali, quella iniziale, viene
chiamata pre-gioco.
Il bambino vittima di abuso vive una fase di pre-gioco molto lunga, come se
rimandasse il momento di iniziare, assumendo un atteggiamento di immobilità, come
se fosse bloccato.
Il bambino maltrattato gioca in modo peculiare: è molto rigido, controlla molto i
giochi, e se costruisce una storia a volte non c’è un filo logico.
Gli scenari sono poveri e privi di immaginazione.
All’interno del gioco possono esserci contenuti aggressivi, sesso, sopraffazione,
disgusto.
Tra le terapie del gioco, spicca la Sand-Play Therapy, una tecnica inventata da Dora
Maria Kalff, allieva di Jung.
Il gioco avviene attraverso un vassoio con fondo blu con sabbia (asciutta o bagnata) e
tanti pupazzi (animali, edifici, persone).
Il vassoio rappresenta uno spazio libero all’interno del quale il bambino rappresenta
sé stesso e mette in scena delle rappresentazioni simboliche che rimandano
tridimensionalmente alla sua vita psichica.
Le scene possono essere interpretate.
Terapia del disegno (Draw Therapy)
Il disegno è un’attività molto amata dai bambini ed è un linguaggio con cui il
bambino esprime sé stesso.
Già verso i 2–3 anni il bambino inizia a tracciare linee e rimane affascinato.
Successivamente le forme assumono un significato.
Il disegno è uno spazio simbolico da riempire con figure e scene elaborate che
servono a esprimere la propria interiorità.
Il disegno è anche una forma di terapia.
Le caratteristiche dei bambini maltrattati sono differenti:
– piccole porzioni del foglio occupate, oppure foglio completamente pieno
– presenza di figure mostruose e adulti con tratti marcati (denti, occhi, capelli)
Il bambino stesso può autorappresentarsi come un mostro (tratti marcati, colori scuri,
scene violente).
Come nel gioco, anche nella fase iniziale del disegno il bambino maltrattato indugia e
non riesce a compiere azioni spontanee. Spesso verbalizza la sua incapacità di
iniziare a disegnare dicendo che non è bravo, che è incapace, che il disegno verrà
senz’altro brutto o, al termine del disegno, afferma che il disegno è brutto e a volte
desidera strapparlo.
Le modalità di intervento sui familiari maltrattanti
La maggior parte delle violenze e degli abusi si consuma in famiglia.
La maggior parte delle violenze proviene da figure di riferimento e gran parte dei
femminicidi avviene tra le mura di casa.
Occorre intervenire in famiglia prima che la situazione peggiori.
Il terapeuta deve invitare il violento a descrivere ciò che ha compiuto, perché la
verbalizzazione aumenta la consapevolezza.
Il soggetto spesso nega (non ho fatto niente di male), minimizza (le/gli ho fatto solo
un graffio, quante storie per così poco) o esternalizza la colpa (mi ha provocato, è
colpa sua).
Seconda fase
Il terapeuta lavora sul senso di responsabilità inducendo il soggetto a raccontare tutto
ciò che è avvenuto, spesso con drammatizzazioni.
Terza fase
Si lavora sulla storia personale:
– ambiente di vita
– storia familiare
– eventuali traumi
– violenze subite o agite
Quarta fase
Si lavora sulle conseguenze, sviluppando l’empatia.
Uno strumento importante è la mediazione familiare, condotta da un professionista
iscritto a un albo (avvocato, psicologo, assistente sociale); le sedute durano circa 1h e
30 e sono tra le 6 e le 15.
Un altro strumento è la terapia familiare, che coinvolge tutti i membri e mira a
modificare il contesto in cui nasce la violenza.
Le famiglie violente tendono a raggiungere un equilibrio patologico.
Servizi dedicati ai minori
Servizi socio-educativi
Favoriscono la socializzazione in luoghi dove i bambini trovano figure adulte.
Centri aggregativi
Luoghi dove i minori possono incontrarsi (centri estivi).
Servizi residenziali
Per minori con disagio o con problemi familiari.