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Il documento esplora la fragilità umana attraverso le relazioni e le emozioni, evidenziando come la fragilità non sia solo debolezza, ma anche una fonte di sensibilità e dignità. Viene discusso il valore dell'amore e della connessione con gli altri, sottolineando l'importanza di imparare e vivere esperienze significative. Infine, si riflette sulle scelte amorose e relazionali, suggerendo che la consapevolezza delle proprie emozioni e delle dinamiche relazionali è cruciale nel contesto contemporaneo.
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Il documento esplora la fragilità umana attraverso le relazioni e le emozioni, evidenziando come la fragilità non sia solo debolezza, ma anche una fonte di sensibilità e dignità. Viene discusso il valore dell'amore e della connessione con gli altri, sottolineando l'importanza di imparare e vivere esperienze significative. Infine, si riflette sulle scelte amorose e relazionali, suggerendo che la consapevolezza delle proprie emozioni e delle dinamiche relazionali è cruciale nel contesto contemporaneo.
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[La nostra fragilità è radicalmente ferita dalle relazioni che non siano gentili e umane, ma fredde e

glaciali, o anche solo indifferenti e noncuranti.]


Ci sono emozioni forti ed emozioni deboli, virtù forti e virtù deboli, e sono fragili alcune delle
emozioni più significative della vita. Sono fragili la tristezza e la timidezza, la speranza e
l'inquietudine, la gioia e il dolore dell'anima. E in cosa consiste la loro fragilità?
La fragilità fa parte della vita, ne è una delle strutture portanti, una delle radici ontologiche. Qual'è il
senso di un discorso sulla fragilità? Quello di riflettere sugli aspetti luminosi e oscuri di una condizione
umana che ha molti volti e, in particolare, il volto della malattia fisica e psichica, della condizione
adolescenziale - con le sue vertiginose ascese nei cieli stellati della gioia e della speranza, e con le sue
discese negli abissi dell'insicurezza e della disperazione -, ma anche il volto della condizione anziana,
lacerata dalla solitudine e dalla noncuranza, dallo straniamento e dall'angoscia della morte. La
fragilità, negli slogan mondani dominanti, è l'immagine della debolezza inutile e antiquata, immatura
e malata, inconsistente e destituita di senso; e invece nella fragilità si nascondono valori di sensibilità
e di delicatezza, di gentilezza estenuata e di dignità, di intuizione dell'indicibile e dell'invisibile che
sono nella vita, e che consentono di immedesimarci con più facilità e con più passione negli stati
d'animo e nelle emozioni, nei modi di essere esistenziali, degli altri da noi.
Eugenio Borgna, da La fragilità che è in noi

"Quando si conoscono i gatti, quando si è passata una vita insieme ai gatti, quel che rimane
è un fondo di sofferenza, un sentimento del tutto diverso da quello che si deve agli umani, un
misto di dolore per la loro incapacità di difendersi, di senso di colpa a nome di tutti noi"
Doris Lessing

《So che si può vivere


non esistendo,
emersi da una quinta, da un fondale,
da un fuori che non c’è se mai nessuno
l’ha veduto.
So che si può esistere
non vivendo,
con radici strappate da ogni vento
se anche non muove foglia e non un soffio increspa
l’acqua su cui s’affaccia il tuo salone.
So che non c’è magia
di filtro o d’infusione
che possano spiegare come di te s’azzufino
dita e capelli, come il tuo riso esploda
nel suo ringraziamento
al minuscolo dio a cui ti affidi,
d’ora in ora diverso, e ne diffidi.
So che mai ti sei posta
il come – il dove – il perché,
pigramente rassegnata al non importa,
al non so quando o quanto, assorta in un oscuro
germinale di larve e arborescenze.
So che quello che afferri,
oggetto o mano, penna o portacenere,
brucia e non se n’accorge,
né te n’avvedi tu animale innocente
inconsapevole di essere un perno e uno sfacelo,
un’ombra e una sostanza, un raggio che si oscura.
So che si può vivere
nel fuochetto di paglia dell’emulazione
senza che dalla tua fronte dispaia il segno timbrato
da Chi volle tu fossi…e se ne pentì.
Ora, uscita sul terrazzo, annaffi i fiori, scuoti
lo scheletro dell’albero di Natale,
ti accompagna in sordina il mangianastri,
torni indietro, allo specchio ti dispiaci,
ti getti a terra, con lo straccio scrosti
dal pavimento le orme degli intrusi.
Erano tanti e il più impresentabile
di tutti perché gli altri almeno parlano,
io, a bocca chiusa.
Primo Gennaio - Eugenio Montale - Tutte le poesie, Mondadori, 1996

«Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.


Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere un'etimologia.
Due impiegati che in un caffè del Sur giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che premedita un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina, che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Queste persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.»
(Jorge Luis Borges - “I giusti”, La cifra, 1981).

[La verità è scandalosa. Ma senza, non c'è nulla che abbia valore. Una visione
onesta e ingenua del mondo è di per sé un capolavoro… Man mano che vi
avvicinate alla verità, la vostra solitudine aumenta]
Se susciterete negli altri pietà e disprezzo siete sulla buona strada, potrete
cominciare a scrivere. Affondate il coltello negli argomenti di cui la gente non
vuole sentire parlare. Il contrario del decoro. Insistete sulla malattia, l'angoscia,
lo squallore. Parlate della morte e dell'oblio. Della gelosia, dell'indifferenza, della
frustrazione, dell'assenza di amore. Siate abietti, e sarete veri.
Michel Houellebecq, da Rester vivant

“Chi è amato non conosce morte,


perché l'amore è immortalità,
o meglio, è sostanza divina.
Chi ama non conosce morte,
perché l'amore fa rinascere la vita
nella divinità”. [Emily Dickinson]

"Coloro che amiamo e che abbiamo perduto non sono più dov'erano ma ovunque
noi siamo" [Sant'Agostino]
Desideravo vederti:
desidero la fantasia dei tuoi capelli
a inaugurare grida di libertà
in ore troppo lente; la rivolta
dei tuoi polsi terrestri
che muovono inizi di bandiere,
e accusano l’indugio, la
disperazione cauta, il tempo.
Mi occorre l’urlo di uno sguardo
ed oltre la violenza del tuo esistere
io esigo il gesto d’un tuo riso. [Giorgio Manganelli]

“La cosa migliore da fare quando si è tristi”, replicò Merlino, cominciando a


soffiare e sbuffare, “è imparare qualcosa. È l’unica cosa che non fallisce mai. Puoi
essere invecchiato, con il tuo corpo tremolante e indebolito, puoi passare notti
insonni ad ascoltare la malattia che prende le tue vene, puoi perdere il tuo solo
amore, puoi vedere il mondo attorno a te devastato da lunatici maligni, o sapere
che il tuo onore è calpestato nelle fogne delle menti più vili. C’è solo una cosa che
tu possa fare per questo: imparare. Impara perché il mondo si muove, e cosa lo
muove. Questa è l’unica cosa di cui la mente non si stancherà mai, non si
alienerà mai, non ne sarà mai torturata, né spaventata o intimidita, né sognerà
mai di pentirsene. Imparare è l’unica cosa per te. Guarda quante cose ci sono da
imparare”.
[T. H. White]

SOLO CHE AMORE TI COLPISCA

Non dimenticare che vivi in mezzo agli animali


i cavalli i gatti i topi di fogna
bruni cometa donna di Salomone tremendo
campo a bandiere spiegate,
non dimenticare il cane dalla lingua e la coda
d'armonie dell'irreale né il ramarro il merlo
l'usignolo la vipera il fuco. O ti piace pensare
che vivi fra uomini puri e donne
di virtù che non toccano
l'urlo della rana in amore, verde
come il più verde ramo del sangue.
Gli uccelli ti guardano dagli alberi e le foglie
non ignorano che la Mente è morta
per sempre, la sua reliquia sa di cartilagine
bruciata di plastica corrotta; non dimenticare
di essere abile animale e sinuoso
che violenta torrido e vuote tutto qui
sulla terra prima dell'ultimo grido
quando il corpo è cadenza di memorie accartocciate
e lo spirito sollecita alla fine eterna:
ricorda che puoi essere l'essere dell'essere
solo che amore ti colpisca bene alle viscere. [Quasimodo]

Le persone non fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le


persone [JohnSteinbeck]

"il colore di questa vita è acqua" e perciò solo "le forme più primitive
sopravvivono"

più difficile da perdere, «perché la bellezza ha il potere di suscitare un dolore


inaccessibile ad altre tragedie»

questo siamo noi: «dieci percento biologia e novanta percento mormorio


notturno»

Potrei anche rinunciare ora alla [mia] vita che non è più [mia]. Oggi io esisto solo
nelle assenze, nei ricordi dell’insulto di una giovinezza becera, agguerrita e
arrembante. Non ho voglia di tornare indietro nel tempo, non fraintendermi, ma
se ci fosse un cavalcavia ad attraversare la mia esistenza, chiederei di recuperare
anche un solo momento del tempo perduto. Il nostro tempo non coincide mai con
quello che desideriamo, quando inciampiamo nell’incontro di qualcuno che ci
trafigge alle viscere. Perché alla fine noi possiamo essere l’essere dell’essere solo
se l’amore ci colpisce alla pancia e ci fa sussultare. Questo capita solo quando il
tempo è trascorso perdendosi, svilendosi, sprecato da noi. Questa nostalgia
dell’abbandono, di ciò che si è irrimediabilmente perso, mi fa pensare alla morte
indotta, all’andare altrove (se davvero c’è un’altrove). Chi amavo riamato non c’è
più e ricordo ogni volto o momento vissuto con loro. Anche i cani, li ricordo uno
ad uno, ricordo i loro nomi, i musi, il tartufo, il caldo alito sulle mie mani. E poi ci
sei tu, il momento tuo infinito, le notti insieme, il tuo viso stanco e deluso, gli
occhi malinconici con brevi bagliori di luce gioiosa. C’è la tua di vita con la mia in
pausa. C’è la malattia ora che è anche la mia. La tua è nel corpo, la mia è
nell’anima e non sopporto di assecondarla come se nulla fosse. Ho voglia di
spezzarla la vita, di interromperla prima che accada quello che la renderebbe un
surplus inutile, irreale per me. Disperato forse, chissà, deluso e lontano da tutto
certamente. Sono già “altrove”… Resta da concretizzare l’allontanamento fisico.

L’intellettuale situazionista e anarchico Raoul Vaneigem – una delle tre voci


viventi con quelle di Hakim Bey e di John Zerzan – che, quasi a compendio di un
lungo filone di pensiero eretico e libertario, proprio alla dimensione del tempo
assegna un’importanza cruciale nel «saper vivere» oggi: in «una società in cui il
tempo riconosciuto è il tempo del consumo», «bisogna imparare a rallentare il
tempo, a vivere la passione permanente dell’esperienza immediata». Perché,
aggiunge Vaneigem con un aforisma a dir poco abbagliante: «Nulla uccide con
più sicurezza che accontentarsi della sopravvivenza». Note che risalgono a mezzo
secolo fa e che, banalmente, sembrano scritte in anni, come i nostri, che hanno
brutalmente rilanciato il grido della sopravvivenza non solo come status alienante
delle società industrializzate ma, purtroppo, come obiettivo e quasi miraggio per
milioni di persone in fuga dalle persecuzioni politiche e dalla povertà.

“Perché la bellezza ha il potere di suscitare un dolore inaccessibile ad altre


tragedie. La perdita di una grande bellezza può mettere in ginocchio un’intera
nazione. Niente altro può farlo” [Cormac McCarthy]

“Questo siamo noi: 10% biologia e 90% mormorio notturno” [Cormac McCarthy]

“Il colore della vita è l’acqua e solo le forme più primitive sopravvivono” [Cormac
McCarthy]

Freud è stato estremamente acuto e profondo quando è stato capace di fare la


differenza nella scelta che una persona fa del proprio oggetto d'amore, tra una
scelta che investe sulla rappresentazione nel partner del genitore del sesso
opposto, o anche della sua variante con entrambi i genitori, dall'altro tipo di
scelta, per la quale l'oggetto d'amore rappresenta precipuamente se stessi. Si
tratta delle scelta narcisistica contrapposta alla scelta edipica.

In questa distinzione Freud è stato veramente un grande osservatore come pochi


psicoanalisti.

Freud considerava la prima scelta, quella edipica, la più sana.


La seconda la considerava patologica, capace di portare alla depressione, una
depressione difficile da curare.
Viste a distanza di tempo queste sue considerazioni, oggi possiamo fare un'analisi
critica e comparativa sui risultati.
Nel caso della scelta edipica, il rischio è quello di vivere un conflitto di relazione di
coppia dove il conflitto edipico viene drammatizzato, con emergere di emozioni
conflittuali con rimproveri e accuse reciproche, reazioni colleriche e nei casi più
avanzati e fuori controllo, con prevaricazione violenta e fisica di un partner
sull'altro. Nella scelta edipica c'è sempre un problema di gestione
dell'aggressività
Questo di tipo di relazione apparteneva più alle generazioni passate, e da questa
relazione, quando palesemente alterata, è nata la psicoanalisi dei conflitti.
Se guardiamo invece alla scelta narcisistica, questa è quella più scelta dalle
giovani coppie attuali, e qui il rischio è il ritorno della coppia arcaica madre-
bambino, con rovesciamenti di ruolo, con il pericolo che una persona si lasci
parassitare da un oggetto che impersona quel sé bambino. Da questa tendenza
contemporanea è nata la psicoanalisi del deficit.
Qualche giorno fa ho scritto della coscienza come pluralità, come altri sé
introiettati ma vissuti. Le scelte che qui sopra ho descritto appartengono a spinte
pulsionali inconsce.
Quello che serve adesso è la capacità di lasciare emergere i tanti sé che abbiamo
senza fonderli ma non disperdendoli come fantasmi schizofrenici. Parliamo di sé
in relazione.
Da ciò potrei suggerire cautamente che oggi i giovani nella loro scelta
dell'oggetto d'amore dorvrebbero acquisire la consapevolezza che questo oggetto
deve impersonare sia la madre che il padre, ma anche le affinità elettive, gli
interessi comuni, la medesima sensibilità emotiva e culturale, l'identificazione
narcisistica.
I tempi sono maturi perchè in un mondo estremamente complesso come quello
attuale, le potenzialità relazionali possano essere messe in gioco, con la
possibilità di uno scambio armonico di ruoli, dove entrambi i membri di una
coppia, di volta in volta, o simultaneamente, rappresentino e agiscano le
emozioni e i significati fondamentali della persona: padre, madre, figlio, figlia,
amico, amica, amante.

Freud ha parlato di ferite narcisistiche riferendosi ai dolorosi attacchi che il nostro


senso di identità subisce quando le fantasie che ci vengono raccontate vengono
messe in crisi o che ci siamo raccontati da soli. La ferita più profonda la subiamo
quando si perde l'immagine della famiglia idealizzata. Freud inventò l'espressione
"romanzo familiare" per descrivere quelle storie che ci vengono raccontate
nell'età della crescita e che enfatizzano la nostra nascita, lasciando a noi la
convinzione di essere più importanti di tutti gli altri.
Fantasie che non possono durare e che, secondo Freud, è bene che non durino.
Soltanto con la delusione, una promessa mancata e uno scherzo del destino
insieme, possiamo confrontarci con la vita per quello che davvero è.
Citando la psicoanalista Melanie Klein, per poter progredire e sviluppare relazioni
autentiche, tutti dobbiamo arrivare alla dolorosa conclusione che non esiste
alcuna parte ideale dell'Io.
Quando patiamo la perdita di un'immagine idealizzata di noi stessi, quello che ci
rimane - almeno all'inizio - non è per forza di cose la verità, quanto un insieme di
vuoto e confusione.
Come scrisse stupendamente William Wordsworth nel suo Preludio, proviamo
<<un senso di/ tradimento e abbandono nel luogo / più santo che sapessi, la mia
anima>>.

Freud parla di “romanzo familiare” relativo alle storie che ci raccontano quando
siamo nell’età della crescita, enfatizzando la nostra nascita e lasciandoci credere
che siamo più importanti di tutti gli altri.
Per fortuna, come sostiene Freud, questa cosa non dura per sempre e le delusioni
inevitabili ci fanno comprendere il vero senso della vita.
La psicanalista Klein dice che per poter progredire e sviluppare relazioni
autentiche, dobbiamo arrivare alla consapevolezza che non esiste nessuna parte
ideale dell’Io.
Come scrisse Wordsworth nel suo Preludio, proviamo “un senso di tradimento e
abbandono nel luogo più santo che sapessi, la mia anima”

C'è una cosa peggiore della morte: la paura di morire. Per eliminare questa paura
ti invito a pensare a come ti addormenti.
Ciò che senti, pensi o immagini, senza che te ne accorga svanisce e ti immergi
nel sonno profondo.
Ti svegli come promesso, senza avere idea di quanto tempo hai dormito, possono
volerci minuti o molte ore. Per saperlo devi controllare un orologio.
Così arriva la morte: senza che te ne accorga ti immergi in una specie di niente.
Se non c'è una vita oltre, non ti farà affatto male, dissolto nella pace
impersonale. Se c'è un'altra vita, appena chiudi gli occhi per l'ultima volta, anche
se sei morto da mille anni, li aprirai come se avessi dormito solo per un secondo.

Alejandro Jodorowsky

«Vivere in un ambiente è bello quando l'anima è altrove. In città quando si sogna


la campagna, in campagna quando si sogna la città. Dappertutto quando si sogna
il mare».
Cesare Pavese, “Il mestiere di vivere”

«L'unica cosa che capisci dei vecchi, quando non lo sei, è che sono stati segnati
dal loro tempo. Ma capire solo questo li mummifica nel loro tempo, ed equivale a
non capire nulla. Per quelli che non sono ancora vecchi, essere vecchio significa
essere stato. Ma essere vecchio significa anche - a dispetto, in aggiunta e oltre a
«essere stato» - che sei ancora. Il tuo «essere stato» è molto vivo. Tu sei
ancora, e uno è ossessionato tanto dall'«essere ancora» e dalla sua pienezza
quanto dall'«essere stato», dal passato. Alla vecchiaia pensa così: il fatto che sia
in gioco la propria vita è una semplice realtà quotidiana. Non possiamo fare a
meno di sapere che cosa ci aspetta a breve scadenza. Il silenzio da cui saremo
per sempre circondati. Per il resto, non è cambiato nulla. Per il resto, si è
immortali per tutto il tempo che si è al mondo».
Philip Roth, “L’animale morente”

[Il grande fallimento nella vita, non consiste nello scoprire da ultimo che ci siamo
sbagliati. Ancora più deprimente è accorgersi che non possiamo far altro che
sbagliare. ]
La vecchiaia. Occorre decidere cosa debba farsene l’uomo vecchio della
solitudine. Cos’è più giusto: essere soli restandosene da soli oppure essere soli in
compagnia? Io vivo ormai da più di un anno in una solitudine che coincide con lo
starmene da solo. Non è facile, non è neanche «vita», tuttavia è più tollerabile
della solitudine vissuta in compagnia. Per quanto mi riguarda, è come se mi
avessero colpito con un pugno nello stomaco: un insulto. Le fiabe che si narrano
sulla morte – tutte menzogne. La realtà è un insulto, negarlo è un inganno.
Detesto i preti, le fiabe narrate dalle religioni. Andarmene in pace, senza inganni
e autoinganni penosi. Ormai non ho più nessuno. Non voglio più scrivere. E
neanche vivere, ma soltanto andarmene in pace. Sarebbe un grande dono non
svegliarmi più. Attimi in cui è come se una bestia impazzita ululasse nel buio.
L’attimo in cui alla fine di una lunga vita si capisce che il destino non è
semplicemente crudele, ma anche disonesto.
Sándor Márai, da L'ultimo dono Diari 1984-1989 - A cura di Marinella
D’Alessandro

[ Gli animi si fondono realmente solo nei momenti di estrema tristezza ]


e allora si abbracciano in un'unione molto più profonda di una relazione d'amore.
谷崎 潤一郎 * Tanizaki Jun'ichirō, da Il Dramma Stregato - A cura di L. Origlia
ph Sabrina Boem

[ Le belle giornate esistono solo al mattino presto. ]


Avrei dovuto saperlo. Le albe non sono che l'illusione della bellezza del mondo. Quando il
mondo apre gli occhi, la realtà riprende i suoi diritti. E riappare il merdaio.
Jean-Claude Izzo, da Casino Totale - Traduzione di Barbara Ferri
[ Quando sono nata l'universo era ancora visibile. In questo senso, la mia generazione, quella
della prima guerra mondiale, fu davvero privilegiata rispetto a quelle che seguirono. Oggi si sa di
più sull'universo, ma esso è nascosto dal proliferare delle opere e le azioni umane. Per universo,
intendo gli innumeri cortei di stelle, i pianeti, il nostro pianeta, e tutta la incomparabile energia
che organizza le proprie forme, le completa, e poi le disperde, così si direbbe, in un solo soffio.
Intendo le montagne, i mari, le terre fiorite, gli alberi, gli animali, e in qualche modo anche
l'uomo. Tutto ciò, insomma, che si apre a ventaglio, continuamente, nel nulla, inventa ad ogni
attimo forme straordinarie, squisite, e poi le cancella o riassorbe.]

Ci sono momenti in cui un albero ci si mostra improvvisamente umano, stanco. Altri momenti che
un'umile bestia (o ciò che crediamo tale) ci guarda in modo tanto quieto, benevolo, profondo,
tanto puro, consapevole, amoroso, «divino», da farci balenare l'idea di una comune Casa, un
comune Padre, un comune Paese, un Reale tanto felice e beato, dal quale partimmo insieme, per
naufragare in questo.
Un giorno, in un racconto di Natalia Ginzburg trovai la parola «faccia», o «viso», applicata al
musetto di un gatto. Per me fu una scoperta, e mi sembrò il «segno» di una rivoluzione che in
molti aspettiamo da tempo, rivoluzione stranissima, ma l'unica veramente in grado di consentire
un salto di qualità alla storia umana, di promuovere l'uomo al grado di essere superiore, che egli
asserisce continuamente di aver raggiunto. L'uomo, infatti, riconoscendo che anche gli animali
hanno una faccia (due occhi, spesso supremamente belli e buoni, naso, bocca e fronte), ammette
implicitamente che gli animali sono suoi fratelli, o anche semplici «antenati», conviventi oggi con
la sua storia, sono meravigliosi oppure comuni «diversi», e quanto lui partecipano del mistero e il
dolore e il cammino della vita.
Si può giudicare della civiltà di un paese, come di una persona, dal fatto che nei suoi
comportamenti abituali l'ammirazione il riguardo e la compassione per la vita abbiano o no il
primo posto. E l'uomo senza compassione è nulla, è un fenomeno fisico che potrebbe cessare di
essere, e non cesserebbe nulla. Nulla ha valore, in tutta la vita dell'uomo sulla terra, nemmeno
l'immensa arte e le religioni – nulla, se non questo sentire compassione e desiderio di soccorrere
un altro – chiunque altro,
chiunque sia vivo o dolente.
Anna Maria Ortese, da
Le piccole persone
[ I poveri e gli infelici devono evitarsi, per non infettarsi ancora di più.]
Ebbene, talvolta a un uomo accade proprio così, di smarrirsi nei propri sentimenti e dir
sciocchezze, e questo non dipende da altro che da troppo fervore nel cuore. Mai aiutare il
dolore con le lacrime.
Fëdor Dostoevskij, da Povera gente - Traduzione di Ebe Perego

Quando si è giovani, si preferiscono i mesi volgari, le stagioni piene.


Invecchiando si impara ad apprezzare i periodi intermedi, quei mesi che non si sanno
decidere. Forse è un modo per ammettere che le cose non potranno mai più avere la stessa
certezza. O forse soltanto un modo di ammettere che preferiamo i traghetti vuoti.
Julian Barnes, da Il pappagallo di Flaubert - -Traduzione di Susanna Basso
[ Non si capisce un filosofo se non cercando di capire bene ciò che intende dimostrare, e in
verità non dimostra, sul limite tra l’uomo e l’animale.]
Jacques Derrida, da L'animale che dunque sono - traduzione di Massimo Zannini
L'animale ci guarda e noi siamo nudi davanti a lui. E pensare comincia forse proprio qui. Cosa
comincia? Comincia il senso dell'alterità, noi siamo altro dall'animale, ma altro da come noi
stessi ci siamo ridotti. Ridotti ad esigenze, bisogni, prospettive piccole, meschine, carrieriste,
violente nella loro piccolezza, egoiste. L'animale, la sua diversità ci obbliga a ricominciare ad
essere uomini.
Tutti i filosofi che interroghiamo (da Aristotele a Lacan, passando per Descartes, Kant,
Heidegger, Lévinas), tutti dicono la stessa cosa […]. Né da parte
di un grande filosofo, da Platone a Heidegger, né da parte di chiunque abbia affrontato
filosoficamente, in quanto tale, la questione dell’animale e del limite
tra animale e uomo, non ho mai trovato una critica di principio e soprattutto
una conseguente protesta contro questo singolare generale che è l’animale
[…]. Non si è mai chiesto di modificare filosoficamente questo assunto filosofico o metafisico.
[…] Al di là di ogni dissenso, tutti i filosofi hanno sempre ritenuto che tale limite fosse uno e
indivisibile; e che dall’altra parte di questo limite ci fosse un immenso gruppo, un solo
insieme, fondamentalmente omogeneo, che si aveva il diritto, teorico o filosofico, di
distinguere e opporre, vale a dire quello dell’Animale in generale, dell’Animale al singolare
generale. Tutto il regno animale, eccetto l’uomo.
Nessuno può più negare seriamente, né per molto tempo, che gli uomini fanno tutto il
possibile per dissimulare questa crudeltà o per nasconderla a se stessi; per organizzare su
scala globale l’oblio o la malintesa di questa violenza, che alcuni paragonerebbero ai peggiori
casi di genocidio (ci sono anche genocidi animali: il numero di specie a rischio a causa
dell'uomo toglie il respiro). Non si dovrebbe né abusare della figura del genocidio né
considerarla spiegata troppo in fretta. La situazione è più complicata: l’annientamento di
alcune specie è infatti in corso, ma sta avvenendo attraverso l’organizzazione e lo
sfruttamento di una sopravvivenza artificiale, infernale, virtualmente interminabile, in
condizioni che le generazioni precedenti avrebbero giudicato mostruose, al di fuori di ogni
presunta norma di vita propria degli animali che vengono così sterminati mediante la
continua esistenza o addirittura la loro sovrappopolazione. Come se, per esempio, invece di
gettare un popolo nei forni e nelle camere a gas (diciamo nazisti) i medici e i genetisti
avessero deciso di organizzare la sovrapproduzione e la sovragenerazione di ebrei, zingari e
omosessuali mediante inseminazione artificiale, in modo che, essendo continuamente più
numerosi e meglio nutriti, potessero essere destinati in numero sempre crescente allo stesso
inferno, quello dell’imposizione di esperimenti genetici, o allo sterminio per gas o per fuoco.
§
L'animale con la sua diversità ci obbliga a ricordare le nostre origini e a ricominciare ad essere
uomini. Ma cosa significa essere un essere umano? Cosa ci distingue dall'animale? La storia
del pensiero occidentale è percorsa da questa domanda potente e spesso censurata: è
possibile stabilire un confine fra uomo e animale? La risposta è racchiusa nel termine logos,
l'unione fra ragione e parola, che aggiunge all'essere vivente umano quel qualcosa che lo
trasforma in «animale dotato di parola» e «animale razionale». In realtà la differenza fra
uomo e animale, concepita come verità inconfutabile, l'irragionevolezza dell'animale a
confronto con la ratio umana, è da secoli utilizzata dalla filosofia occidentale per giustificare e
legittimare la prevaricazione, a volte spietata, dell'uomo sull'animale.
Rusconi ed.
ph Manuel Carrillo

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