Appunti su Giacomo Leopardi
1. VITA E BIOGRAFIA
Leopardi nasce a Recanati (Marche) nel 1798 da una famiglia di nobiltà terriera, in un
ambiente bigotto e conservatore. La sua formazione inizia con precettori ecclesiastici, poi a
dieci anni studia da solo nella biblioteca paterna, acquisendo una cultura vastissima.
Tra il 1815 e il 1816 avviene la conversione letteraria: il passaggio dagli studi filologici alla
poesia. Nel 1817 inizia il rapporto epistolare con Pietro Giordani. Nel 1819 tenta una fuga
da casa, senza successo, e nello stesso anno avviene il passaggio decisivo dalla poesia alla
filosofia.
Nel 1822 va a Roma dagli zii Antici, ma rimane deluso dall'ambiente intellettuale. Tornato a
Recanati compone le Operette morali, periodo in cui sente inaridirsi la vena poetica. Nel
1825 soggiorna a Milano e Bologna, nel 1827 si trasferisce a Firenze e poi a Pisa. Nel 1828
riprende a scrivere poesie con i "grandi idilli". Costretto a tornare a Recanati per la salute,
grazie a un assegno degli amici fiorentini riesce poi ad abbandonarla definitivamente.
Stringe amicizia con Antonio Ranieri e si stabilisce a Napoli nel 1833, dove muore nel
1837.
2. IL PENSIERO
Lo Zibaldone
È il diario intellettuale di Leopardi, scritto tra l'estate del 1817 e il dicembre del 1832.
Contiene migliaia di pagine con pensieri, appunti, ricordi, osservazioni su filosofia,
letteratura, politica, l'uomo e l'universo. Il titolo significa "mescolanza confusa di cose
diverse" e riflette la varietà degli argomenti annotati senza un criterio organizzativo.
Permette di seguire l'evoluzione del pensiero leopardiano e la sua concezione della
letteratura.
La teoria del piacere e l'infelicità dell'uomo
Al centro del pensiero di Leopardi c'è un motivo pessimistico: l'infelicità dell'uomo.
Fedele al materialismo e al sensismo settecenteschi, egli identifica la felicità con il piacere
sensibile e materiale. L'uomo però non desidera un piacere, ma il piacere in senso
assoluto: un piacere infinito per estensione e durata. Poiché nessun piacere particolare
può soddisfare questa esigenza, nasce un senso di insoddisfazione perpetua, un vuoto
incolmabile dell'anima. Da questa tensione inappagata verso un piacere infinito nasce per
Leopardi l'infelicità dell'uomo e il senso della nullità di tutte le cose (inteso in senso
puramente materiale, non religioso o metafisico).
La natura benigna e il pessimismo storico
Nella prima fase del pensiero leopardiano, la natura è vista come madre benigna che offre
all'uomo, come rimedio alla sua miseria, l'immaginazione e le illusioni. Gli uomini primitivi
e gli antichi Greci e Romani, più vicini alla natura (come i fanciulli), erano capaci di illudersi
ed erano quindi felici. Il progresso della civiltà, opera della ragione, ha allontanato l'uomo
da questa condizione privilegiata, mettendo crudamente sotto i suoi occhi il "vero" e
rendendolo infelice.
Questa fase è detta pessimismo storico perché la condizione negativa del presente viene
vista come effetto di un processo storico, un allontanamento progressivo da una condizione
originaria di felicità. La felicità antica era però già solo frutto di illusione: quindi il pessimismo
è in realtà già "cosmico" fin dall'inizio.
Leopardi dà un giudizio durissimo sulla civiltà contemporanea, dominata da inerzia e noia.
Ne deriva un atteggiamento titanico: il poeta si erge solitario a sfidare il "fato maligno" che
ha condannato l'Italia alla degradazione, criticando violentemente la sua epoca.
La natura maligna e il pessimismo cosmico
La concezione della natura benigna entra presto in crisi. Leopardi si rende conto che la
natura mira alla conservazione della specie, non del singolo, e può quindi sacrificare il
bene del singolo generando sofferenza. Il male non è un accidente, ma rientra nel piano
stesso della natura.
La svolta definitiva (testimoniata dal Dialogo della Natura e di un Islandese, 1824) porta
Leopardi a vedere la natura non più come madre amorevole, ma come meccanismo cieco,
indifferente alla sorte delle sue creature, in cui la sofferenza e la distruzione sono la legge
essenziale. È una concezione meccanicistica e materialistica: tutta la realtà è materia
regolata da leggi meccaniche. L'infelicità non dipende più dall'uomo o dal fato, ma dalla
natura stessa. L'uomo è vittima innocente.
L'infelicità cambia anche di significato: non più assenza di piacere (dimensione
sensistico-psicologica), ma dovuta soprattutto a mali esterni — malattie, cataclismi,
vecchiaia, morte.
Poiché l'infelicità è nella natura stessa, tutti gli uomini in ogni tempo e luogo sono
necessariamente infelici: si passa così al pessimismo cosmico, in cui l'infelicità diventa
un dato eterno e immutabile di natura. Questa è la concezione che fonda tutta l'opera
leopardiana successiva al 1824.
Atteggiamento del poeta: dall'atarassia al titanismo
Dal pessimismo cosmico deriva un atteggiamento contemplativo, ironico e distaccato
(l'atarassia, cioè l'imperturbabilità del saggio stoico). Questo caratterizza le Operette morali.
Tuttavia, nei momenti successivi Leopardi torna a un atteggiamento di protesta e lotta
titanica. Nella Ginestra, sulla base del pessimismo cosmico, propone un modello positivo
di vita sociale e di progresso fondato sulla solidarietà fraterna tra gli uomini.
3. POETICA: ANTICHI E MODERNI, VAGO E INDEFINITO
Leopardi osserva che i maestri della poesia vaga e indefinita erano gli antichi, più vicini
alla natura e immaginosi come fanciulli. I moderni hanno perduto questa capacità
immaginosa. Riprende la distinzione di Friedrich Schiller tra:
● Poesia d'immaginazione (spontanea, propria degli antichi e dei fanciulli)
● Poesia sentimentale (nutrita di idee e filosofia, propria dei moderni, che nasce dalla
consapevolezza del "vero" e dell'infelicità)
Leopardi non si rassegna però a escludere il carattere immaginoso dai suoi versi: pur
sapendo che la poesia moderna si fonda sul pensiero e sull'infelicità, continua a inseguire le
illusioni attraverso la memoria.
4. LEOPARDI E IL ROMANTICISMO
Classicismo romantico
La formazione letteraria di Leopardi era rigorosamente classicistica. Nella polemica tra
classicisti e romantici, prende posizione contro le tesi romantiche in due scritti non
pubblicati. Tuttavia le sue posizioni sono originali: critica sia il classicismo accademico e
pedantesco (imitazione meccanica, mitologia ripetitiva) sia i romantici italiani (per il
predominio della logica sulla fantasia e l'aderenza al "vero"). Ritiene gli autori antichi un
esempio mirabile di poesia fresca e spontanea, e ripropone i classici come modelli, ma con
uno spirito sinceramente romantico.
Si parla perciò di un "classicismo romantico": l'ammirazione per i poeti antichi si basa
sulla convinzione che la loro poesia evochi una visione fanciullesca e non contaminata
dalla razionalità, molto simile alla sensibilità romantica.
Affinità e distanze dal Romanticismo europeo
Leopardi è filosoficamente lontano dal Romanticismo europeo, perché il suo pensiero si
fonda su principi illuministici, sensistici e materialistici (mentre il Romanticismo europeo
ha basi idealistiche e spiritualistiche). È però vicino al Romanticismo europeo per: tensione
verso l'infinito, soggettivismo, titanismo, conflitto illusione-realtà, amore per il "vago e
indefinito", senso del dolore cosmico.
La sua poesia si distingue dai romantici tedeschi, inglesi e francesi per la totale assenza di
esotismo, culto del Medioevo, tematica magico-fantastica, macabro, fascino del misterioso e
dell'ineffabile. Il linguaggio poetico leopardiano è fedele ai principi classici della misura e
dell'eleganza.
5. I CANTI
Raccolta poetica fondamentale di Leopardi. Le varie edizioni:
● 1824: pubblica a Bologna le Canzoni
● 1826: pubblica a Bologna i Versi (elegie, epistola, Idilli)
● 1831: raccoglie tutto a Firenze nel volume dei Canti (prima edizione dell'opera
completa)
● 1835: seconda edizione a Napoli, arricchita
● 1845: edizione postuma a Firenze, curata da Ranieri
Il titolo Canti è inedito nella tradizione italiana e rimanda al carattere esclusivamente lirico
delle poesie, che traggono ispirazione dall'intima soggettività dell'autore; indica anche la
volontà di riunire generi poetici diversi sotto un unico termine.
6. IL "CICLO DI ASPASIA"
L'ultima stagione leopardiana (dopo il 1830) segna una svolta rispetto alla poesia
precedente. Base filosofica: pessimismo assoluto su basi materialistiche. Nasce dalla
passione non corrisposta per Fanny Targioni Tozzetti. Il ciclo comprende cinque
componimenti scritti tra il 1831 e il 1835: Il pensiero dominante, Amore e Morte, Consalvo,
Aspasia, A se stesso.
È una poesia profondamente nuova, lontana da quella idillica: il discorso non si basa più
su immagini vaghe e indefinite, né su un linguaggio limpido e musicale. Si ha invece una
poesia nuda, severa, quasi priva di immagini sensibili, fatta di puro pensiero; il linguaggio
diventa aspro, antimusicale, con una sintassi complessa e spezzata.
7. LE OPERETTE MORALI
Composte tra il 1824 e il 1832, pubblicate per la prima volta nel 1827 (20 testi), poi nel 1834
(arricchite di due nuovi testi), infine nell'edizione definitiva postuma del 1845 (24 testi).
Sono prose di argomento filosofico con un fine pratico: "scuotere" la società
contemporanea. Vi è un forte impegno morale e civile. Il diminutivo "operette" indica la
breve estensione, ma anche un tono più lieve che fa leva sul comico, sull'ironia, sul
ridicolo per criticare costumi, idee correnti e stereotipi dell'epoca (senza che questo mini la
profonda serietà degli intenti).
Il modello è Luciano di Samosata (II sec. d.C.), scrittore greco autore di Dialoghi dei morti,
maestro del genere "serio-comico".
Forme usate nelle Operette: dialogo (con creature immaginose, personificazioni di concetti,
personaggi mitici o storici), forma narrativa (favola o apologo), prose liriche, raccolte di
aforismi, discorsi. Tutte si concentrano sui temi fondamentali del pessimismo cosmico:
l'infelicità inevitabile, l'impossibilità del piacere, la noia, il dolore, i mali materiali. Nonostante
ciò, non danno un'impressione di tristezza opprimente, grazie all'atteggiamento razionale e
al distacco ironico con cui Leopardi contempla il "vero". Lo stile è di classica eleganza e
straordinaria leggerezza.
8. LA GINESTRA E L'IDEA DI PROGRESSO
La ginestra è il testamento spirituale di Leopardi, la lirica che chiude il suo percorso
poetico (insieme a Il tramonto della luna). Riprende la dura polemica antiottimistica e
antireligiosa, ma questa volta Leopardi non nega la possibilità di un progresso civile:
cerca anzi di costruire un'idea di progresso fondata sul suo pessimismo.
La consapevolezza lucida della reale condizione umana, indicando la natura come vera
nemica, può indurre gli uomini a unirsi in "social catena" per combatterla; questo legame
può far cessare sopraffazioni e ingiustizie, dando origine a una più onesta convivenza e a un
vero amore tra gli uomini. È una generosa utopia basata sulla solidarietà fraterna, che
nasce dalla diffusione del "vero".
Sul piano letterario, La ginestra è un vasto poemetto costruito con sapiente alternanza di
toni: dal quadro grandioso e tragico del Vesuvio, alla polemica ideologica, alle descrizioni
dell'immensità dell'universo, fino alle note gentili dedicate alla ginestra — il "fiore del
deserto" che rappresenta simbolicamente la dignità dell'uomo dinanzi alla forza
invincibile della natura.
SCHEMA RIASSUNTIVO: EVOLUZIONE DEL PESSIMISMO
LEOPARDIANO
Pessimismo storico Pessimismo cosmico
Concezione Madre benigna che opera per il Meccanismo crudele e
della natura bene delle creature indifferente alla sorte delle
creature
Condizione Infelicità come effetto di un Infelicità come condizione
dell'uomo processo storico (abbandono assoluta e universale, che
dell'immaginazione, trionfo coinvolge inevitabilmente tutti gli
dell'arido vero) esseri in ogni tempo
Atteggiamento Eroismo titanico Contemplazione distaccata e
del poeta ironia → poi ritorno al titanismo
nella Ginestra