Sucato 2007
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1. È stato notato che in questo modo Giotto si discosta dalla realtà padovana dei cortei nuziali per i quali l’u-
so delle trombe è ampiamente testimoniato.
2. Matteo, 1.18. Bisogna considerare che la presenza delle trombe avrebbe dovuto evocare Giuseppe, non
presente nel riquadro, quale uomo giusto. Questo attributo tuttavia è esplicito nella presenza più discreta
della palma sul terrazzino della casa verso la quale è diretta Maria. Nel salmo 91 (92).13 infatti si legge «il
giusto fiorirà come palma».
IL MOTTETTO AVE REGINA CELORUM / MATER INNOCENCIE / ITE MISSA EST (JOSEPH) 69
d’altro genere, comune per entrambi gli artisti e non ancora individuata, alla
base di questo utilizzo simbolico dello strumento corto.
La Beck inoltre quando suppone che Giotto abbia voluto inserire un certo
tipo di strumenti musicali per adeguare la propria rappresentazione al mottetto
istituisce implicitamente una gerarchia tra i due artisti. Se anche si vuole consi-
derare che Marchetto fosse molto stimato, come sottolinea Beck, Giotto certa-
mente non lo era di meno, e non si può non tenere conto del fatto che l’imma-
gine ha maggior peso della parola cantata poiché permane e può essere contem-
plata. In Giotto la componente simbolica e il realismo trovano uno straordi-
nario equilibrio e una sintesi efficace: proprio in questo si caratterizza la novità
del suo stile. Se il valore simbolico della cennamella non fosse stato condiviso
dalla comunità alla quale si rivolgevano gli affreschi perché mai egli avrebbe do-
vuto rinunciare alla leggibilità della raffigurazione per il distico di un mottetto?
D’altra parte se non si vuole attribuire ad una scarsa fantasia poetica la scelta di
uno strumento che potesse soddisfare la rima (il triplum prevede coppie di versi
con rima -orum / -ella), due sono le ipotesi economiche: 1) una qualche tradi-
zione esegetica diffusa a Padova indicava uno strumento corto come adatto a
rappresentare lo “strumento dei giusti” ed a questa entrambi si ispirarono; 2) se
una relazione può essere istituita tra il riquadro e il mottetto la direzione del
“prestito” è differente: Marchetto si ispirò a Giotto per la scelta degli strumenti
da inserire nel triplum del mottetto e non viceversa (e in questo caso la data del-
l’inaugurazione della cappella sarebbe da considerare come limite post quem).
In realtà, il solo legame che si può ragionevolmente ipotizzare tra la cappella e il
mottetto è dato dal tema dell’Annunciazione, centrale per entrambi. La sottoli-
neatura di questo aspetto si deve agli studi della Robertson.
Il tenor del mottetto marchettiano, privo di testo nel manoscritto padovano, è
stato recentemente identificato appunto da Anne Robertson [1995, 291]: si
tratta di una porzione di canto piano legata alla liturgia dell’Annunciazione. In
particolare in un codice conservato presso la Biblioteca Nazionale di Parigi (lat.
1107) la melodia dell’Ite missa est per la liturgia dell’annunciazione è rubricata
anche come Joseph. La doppia denominazione (Ite missa est e Joseph) è dovuta al
fatto che nell’Alleluia Missus est Gabriel3 la stessa melodia si presenta anche nel
versetto sulla parola Joseph (Missus est Gabriel a Deo civitatem Galilee ad Ma-
riam virginem desposatam Joseph). La Robertson evidenzia inoltre che questa
melodia è conservata in più di un centinaio di manoscritti e che di questi il
maggior numero apparteneva ai francescani e un numero minore, sebbene co-
spicuo, ai domenicani. La scoperta conferma che si tratta di un mottetto legato
al tema dell’Annunciazione e chiarisce la relazione del tenor con quanto into-
nato dalle altre voci. Tale conferma (oltre che la presenza di numerose conso-
3. La Robertson spiega che questo Alleluia è, con ogni probabilità, una contraffazione duecentesca del ben
più noto Alleluia Spiritus Sanctus per la Pentecoste databile intorno al decimo secolo.
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4. A favore di questa interpretazione si è schierato recentissimamente anche Bernard Vecchione [2008] che
ha scoperto nel testo latino della voce del duplum un acrostico analogo e parallelo a quello con cui Mar-
cus Paduanus firma la sua opera: si tratta delle lettere E-S che Vecchione interpreta come le iniziai del
nome di Enrico Scrovegni, che aveva commissionato gli affreschi nella cappella. L’analisi di Vecchione,
presentata a Trento in un convegno che ha avuto luogo fra il 18 e il 20 gennaio 2008, è densa di argomenti
e di riferimenti che meriterebbero un’attenzione particolare. Purtroppo, data la brevità del tempo a dispo-
sizione, e dato il fatto che gli atti del convegno non sono ancora stati pubblicati, non mi è stato possibile
prendere in considerazione il suo contributo.
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quale una porzione di canto piano (che assume il nome di color) viene dotata
arbitrariamente di un ritmo e viene suddivisa in più parti ciascuna dotata di
quel ritmo, le taleae. In questa forma essa è collocata come tenor a fondamento
di due o tre voci che possono anch’esse presentare o no elementi di regolarità e
simmetria. A grandi linee tale procedimento è stato messo a punto dopo il
primo decennio del Trecento. Leech Wilkinson ha mostrato come questo rag-
giungimento della tecnica compositiva si sia affinato con molta gradualità e
come da solo non basti a datare una composizione. Egli, a dimostrazione di tale
assunto, ha posto a confronto il mottetto n. 273, tràdito nel codice Montpellier
H196 insieme ad altre composizioni dell’ultima Ars antiqua, con Super / Presi-
dentes, composizione appartenente al Roman de Fauvel i cui testi e composizioni,
tra le quali un buon numero sono di Vitry, sono databili nel secondo decennio del
Trecento. Ebbene, entrambi i mottetti presentano una “moderna” struttura isorit-
mica nel tenor. Mentre invece un altro mottetto contenuto nello stesso Fauvel,
Scariotis / Jure, pur databile nel 1313, non mostra alcuna regolarità nelle frasi delle
voci superiori né un tenor nel quale sia riconoscibile una periodicità.
In altre parole quello che cambia all’inizio del Trecento e diviene la cifra del
nuovo modo di fare musica è una diversa concezione della temporalità che è
data 1) dalla qualità delle linee melodiche nel loro insieme, ossia dalla loro
estensione e dalla presenza d’individuabili gerarchie tra le altezze; 2) dalla con-
dotta ritmica delle singole voci; 3) dalla qualità degli aggregati sonori, ovvero
delle sonorità e 4) dalla dislocazione di queste ultime sull’asse direzionato del
tempo. È dunque importante avere un sistema di analisi che a partire dai risul-
tati ottenuti dai due studiosi consenta di cogliere nelle composizioni analizzate
gli elementi che le costituiscono come fatto musicale globale. È stata Sara Fuller
[1986] a introdurre il termine “sonorità” affrontando lo studio di una composi-
zione di Machaut nella quale intendeva porre in risalto il modo in cui il susse-
guirsi di diversi aggregati sonori modella lo scorrere del tempo in base a ten-
sioni e risoluzioni, ossia il modo nel quale la composizione diventa processo
temporale. Più precisamente, per sonorità s’intendono gli aggregati verticali for-
mati da combinazioni di intervalli e quindi da almeno tre suoni. Le sonorità
possono essere perfette (P) quando sono formate da combinazioni di unisoni,
quinte e ottave e relativi composti (dodicesima); imperfette (I) quando sono
formate da combinazioni di n intervalli perfetti più uno imperfetto (unisoni e
ottave più terza o sesta, quinte con terza intermedia); doppiamente imperfette
(DI) se combinano due o più intervalli imperfetti (terze e/o seste); doppiamente
imperfette alterate (DI); imperfette alterate (I) e dissonanti (D) ossia formate da
qualunque combinazione di intervalli consonanti e dissonanti. Questa classifica-
zione delle sonorità tiene conto dell’ulteriore riflessione di Sabaino, del quale si
adotta anche la simbologia [Sabaino 1999, 306], che in ambito di Ars nova italiana
ha ampliato e tematizzato i procedimenti analitici adottati dalla Fuller per meglio
descrivere ciascuno degli elementi della composizione in vivo e per riuscire a ri-
durre al minimo la componente soggettiva e di arbitrarietà connessa all’analisi.5
Primo esempio: Je cuidoie bien metre jus / Se j’ai folement ame / Solem di Petrus
de Cruce:
Prenderò in esame gli aspetti sopra elencati nelle composizioni che la lettera-
tura musicologica ha posto in relazione con il mottetto di Marchetto (Tribum
que non abhorruit /Quoniam secta / Merito di Vitry e l’Ite missa est della Messa
di Tournai) e per porre in risalto le loro caratteristiche mostrerò sommaria-
mente quelle di un mottetto dell’Ars antiqua. Uno in particolare è individuato
5. Si considera come ipotesi praticabile anche il percorso analitico esposto nel medesimo articolo, e cioè che
gli episodi musicali tendano a essere costruiti secondo uno schema riconoscibile che prevede la presenta-
zione/affermazione di un’area sonora, il suo prolungamento, una conclusione su una sonorità perfetta, il
cambio di sonorità attraverso una concatenazione di sonorità con forte tensione tra di loro (oppure per
transito discendente) e la riproposizione del percorso, in forma quasi di una sintesi, alla conclusione del
pezzo [Sabaino 1999, 312].
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sia da Seel sia da Lloyd come il più rappresentativo della fase di passaggio: Je
cuidoie bien metre jus / Se j’ai folement ame / Solem è infatti, secondo i due stu-
diosi, il massimo raggiungimento dell’Ars antiqua e, in quanto tale, contiene i
germi della nascente Ars nova. Si tratta del mottetto 332 copiato nell’ottavo fa-
scicolo del Montpellier H196 (da ora in poi Mo 8/332) e databile nei primi anni
del Trecento. Il tenor di Mo 8/332 è isoritmico a livello del color, il quale è ripe-
tuto tre volte. La periodicità è rinforzata dal comportamento delle altre voci, che
presentano cadenze6 nei medesimi punti all’interno di ciascun color.
Es. 1. Mottetto Je cuidoie bien metre jus / Se j’ai folement ame / Solem di Petrus de Cruce, bb. 1-5. Da
Tischler [1978], pp. 209-13
6. Sara Fuller [1986, 54] considera la cadenza un caso particolare di «movimento direzionato» (directed pro-
gression). Il movimento direzionato è una successione di sonorità affiancate – la prima imperfetta in na-
tura e instabile nella qualità, la seconda perfetta in natura e stabile nella qualità – nella quale la prima ri-
solve nella seconda in accordo con le norme del contrappunto per la condotta delle voci [Fuller 1992,
231]. La successione assume il valore di cadenza quando a) si trova alla fine di una frase testuale-musicale
in entrambe le voci superiori e al termine di una porzione significativa di tenor; b) il secondo elemento
ovvero la risoluzione è relativamente lungo in durata. Quindi per cadenza si intende quel luogo della
composizione dove si realizzano contemporaneamente più condizioni: una successione di sonorità im-
perfette e dissonanti risolve su un accordo perfetto, in concomitanza con il termine della frase di testo e/o
della frase musicale della voce più acuta, nonché dove sono riconoscibili strategie ritmiche in tutte le voci
atte a porre in evidenza il passaggio da una situazione di disordine ad una di ordine.
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Es. 2. Mottetto Je cuidoie bien metre jus / Se j’ai folement ame / Solem di Petrus de Cruce.
Successione delle sonorità. Ogni battuta corrisponde a due o tre longae che corrispondono all’Es. 1.
La testa della nota in corpo minore indica una durata pari o inferiore ad una brevis. Sono riportati i
primi due colores del tenor (rispettivamente nella prima e nella seconda riga). Il significato delle
abbreviazioni (P, I, ecc.) è stato già indicato nel testo. Le note bianche corrispondono al tenor
4) Per quanto riguarda la dislocazione delle sonorità fra i tre tempi nei quali
si articola la longa, si può osservare che il primo tempo della longa è prevalente-
mente occupato da sonorità perfette, e l’ultimo da sonorità imperfette o disso-
nanti, e al livello di raggruppamento di due o tre longae alternativamente, la
maggiore concentrazione di intervalli dissonanti o imperfetti si ha a ridosso del
raggruppamento successivo. Nel processo sonoro sono differenziati qualitativa-
mente l’inizio e la fine del raggruppamento. Petrus de Cruce segue il dettato di
Franco di Colonia8 che suggeriva la presenza di una concordantia (consonanze e
sonorità perfette) all’inizio di ogni longa.9 Questa caratterizzazione dell’unità di
misura non implica tuttavia che la successione di tali sonorità perfette e imper-
fette crei l’illusione di una “direzione”: semmai si ha l’impressione di un “moto
circolare” per via della prevedibilità degli eventi sonori e della poca varietà delle
sonorità perfette. Tuttavia nel mottetto petroniano sono bene delineate alcune
strategie: il ritmo del motetus viene sapientemente usato per enfatizzare l’arrivo
su alcune sonorità, le cadenze sono utilizzate per porre in evidenza l’organizza-
zione del mottetto stesso e per sottolineare i suoni importanti. La dissonanza è
considerata meno tensiva a ridosso di una sonorità perfetta rispetto alla sono-
rità imperfetta alterata e questo si ricava dalla constatazione che nel mottetto
Mo 8/322 tutte le volte che vi è l’altezza C al tenor, quella sulla quale si conclude
il mottetto, essa riceve la sonorità perfetta di più lunga persistenza che è sempre
preceduta da una sonorità imperfetta o imperfetta alterata, mentre le altre al-
tezze del tenor sono generalmente precedute da sonorità dissonanti.
Gli aspetti che si presentano in nuce nel mottetto petroniano si delineano
con chiarezza nella musica arsnovistica connotando le composizioni di questo
periodo a prescindere dalla maestria del compositore. In particolare l’estensione
complessiva tra le voci estreme tende a divenire la dodicesima; questo significa
che si fanno meno frequenti gli incroci tra le voci e si tende ad una individua-
8. Gli studiosi pensano di poter collocare l’attività di Franco da Colonia intorno al 1280.
9. Franco di Colonia (1974), Ars cantus mensurabilis, p. 73: «Item intelligendum est quod in omnibus modis
utendum est semper concordantiis in principio perfectionis, licet sit longa, brevis vel semibrevis».
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4) La ricerca di Vitry in questo mottetto non coinvolge gli altri aspetti di no-
vità che emergono nella sua produzione. Lo scorrere del tempo è costruito qua-
litativamente a livello di maximodo, ovvero le longae risultano organizzate di tre
in tre: sulla prima longa la polifonia è a tre voci, mentre sulle altre due prevale
l’assetto a due voci. Le consonanze imperfette e le dissonanze sono prevalente-
mente collocate nella longa pari del maximodo, cioè nel “modo debole”. Quo-
niam / Tribum / Merito di Vitry quindi mostra un’attenta pianificazione e razio-
nalizzazione di ogni suo singolo aspetto formale conservando un’organizza-
zione qualitativa dell’unità di misura e non presenta sonorità e consonanze im-
perfette in posizioni esposte.
Es. 3. Mottetto Quoniam / Tribum / Merito di Philippe de Vitry: sonorità imperfette in cadenza, bb.
17-20. Da Schrade [1956], p. 54
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Più volte la risoluzione della cadenza sulla sonorità perfetta è raggiunta attra-
verso la successione di quattro quinte parallele che si configurano come una
«progressione neutra» [Lloyd 2002] nella quale la quinta non può essere consi-
derata una preparazione forte di perché non è dotata di sufficiente tensione
Quoniam / Tribum / Merito si differenzia dai mottetti dell’Ars antiqua per il
diverso grado di elaborazione della struttura compositiva: il tempo musicale che
in esso viene rappresentato è quello che, in quanto reso discreto dall’uomo, è
controllato e dominato attraverso la misura, tuttavia la sonorità perfetta è an-
cora parte costitutiva del meccanismo ritmico. Ma nel mottetto di Vitry la co-
struzione della temporalità non sfrutta il nuovo ruolo che le consonanze imper-
fette hanno conquistato e non consente di comprendere a pieno la rivoluzione
che si stava consumando in quegli anni e di cui il mottetto marchettiano è in-
vece, a mio parere, testimonianza.
Es. 4. Mottetto Quoniam / Tribum / Merito di Philippe de Vitry: “progressioni neutre” a sol e a la,
bb. 10-13, 52-55. Da Schrade [1956], pp. 54, 56
10. Nei mottetti di Vitry le cadenze non sono preparate da sonorità imperfette alterate o doppiamente imper-
fette alterate. Egli usa prevalentemente sonorità doppiamente imperfette o imperfette.
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Es. 5. Triplum del mottetto Se grace/Cum venerint / Ite. La linea è divisa in segmenti che sono
ordinati in modo da sovrapporre gli esiti dell’altezza mi
Es. 6. Anonimo, Se grace / Cum venerint / Ite, bb. 10-18. Da Van der Borren [1957], p. 32
(bb. 7, 12, 18), ad eccezione degli ultimi due versi (b. 35 e battuta finale) dove
tale sonorità ha la durata di una longa ternaria. La sonorità perfetta non ricorre
a intervalli regolari come nei casi precedentemente considerati ed anzi l’inizio
della longa accoglie perlopiù sonorità imperfette e doppiamente imperfette. La
temporalità viene caratterizzata e resa plastica dalla combinazione di simmetrie
ritmiche e percorsi lineari ricorrenti, la sonorità perfetta è utilizzata per sottoli-
neare il ruolo di un’altezza (non marca qualitativamente il tempo) poiché la ca-
ratterizzazione qualitativa del tempo non è in Se grace / Cum venerint / Ite da ri-
ferire, come nell’Ars antiqua, all’alternanza di sonorità perfetta e imperfetta nei
tempi pari e dispari di una longa, ma alla coesione, interna a ciascuna longa, di
ritmo, percorso melodico e contrappunto. Come si può osservare nell’Es. 7, l’in-
tera b. 2 è coinvolta da sonorità imperfette (più precisamente Dissonante, Im-
perfetta alterata, Imperfetta doppiamente alterata) che risolvono nella successiva
b. 3, risoluzione che occupa due terzi della longa ternaria. Analogamente la b. 5
prepara la sonorità perfetta di b. 6 la quale ha minor peso in termini di durata
poiché nell’economia del mottetto è la sonorità perfetta su sol quella più impor-
tante ed è quella sulla quale infatti si conclude il pezzo.
Es. 7. Anonimo, Se grace / Cum venerint / Ite, bb. 1-6. Da Van der Borren [1957], p. 32
Es. 8. Marchetto da Padova, Ave / Mater / Ite, bb. 34-44. Da Gallo-Fischer [1976], pp. 130
Es. 9. Marchetto da Padova, Ave / Mater / Ite, successione delle sonorità. Ogni battuta corrisponde a
tre breves. La testa della nota in corpo minore indica una durata inferiore ad una brevis. È riportata
parte del primo color. Le note bianche corrispondono al tenor
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Es. 10. Marchetto da Padova, Ave / Mater / Ite, bb. 1-12. Da Gallo-Fischer [1976], p. 129
Es. 11. Marchetto da Padova, Ave / Mater / Ite. Sono riprodotti il tenor (con le sue tre taleae) e le
sonorità corrispondenti alle sue ripetizioni nel color 1 e nel color 2. Le prime due sonorità del color
1 corrispondono alle bb. 7 e 13 dell’Es. 10
Per il primo color (cfr. Es. 11) viene rispettata la prevedibile differenza di
peso armonico attribuibile alle note che concludono le tre taleae: il primo re
porta una sonorità perfetta Sol , il mi che chiude la seconda talea è occupato
per i due terzi da una consonanza imperfetta e il re della terza talea costruisce
ancora una sonorità perfetta Sol , anche se la sua importanza è indebolita dalla
breve durata della note di triplum e duplum. La rappresentazione del “tempo di-
rezionato” nel mottetto marchettiano si mostra affidata alla combinazione di
impulso ritmico e definita gerarchia tra le altezze, tale per cui scattano i mecca-
nismi di attesa che le sonorità assecondano o eludono. Molto simile nelle scelte
compositive è il mottetto di San Giorgio Maggiore Ave corpus / Adolescens, da-
tato nel terzo decennio del Trecento: anche in esso l’isoritmia non prevale ri-
spetto all’attenzione per la linea del triplum che tende ad avere i caratteri di una
melodia.
Marchetto mescola sapientemente elementi di novità e tecniche compositive
“primitive”: nelle parti a due voci sembra di poter rintracciare il desiderio di
evocare la polifonia semplice, di cui si hanno importanti testimonianze per la
cattedrale padovana dove Marchetto fu magister scolarum. In queste sezioni
sono frequenti moti paralleli, convergenze all’unisono, uso della sesta maggiore
seguita dalla quinta.
Sebbene esposti in modo succinto credo che gli elementi presi in esame con-
sentano di suggerire che il mottetto Ave / Maria / Ite sia stato composto con
buona probabilità nel secondo decennio del Trecento. La condotta del contrap-
punto nelle parti a tre voci, ma soprattutto la dislocazione delle consonanze im-
perfette in luoghi esposti dello scorrere temporale, la totale assenza della demar-
cazione dell’inizio sia del tempus sia del modus attraverso le sonorità perfette, e
l’uso dello spazio sonoro affrancato dal limite dell’ottava, dicono di un’acquisita
distanza dal modo di comporre dell’Ars antiqua. Questi raggiungimenti erano
IL MOTTETTO AVE REGINA CELORUM / MATER INNOCENCIE / ITE MISSA EST (JOSEPH) 85
già possibili nel 1305? Per la configurazione dei dati a nostra disposizione «Di-
cimus quod non» [Marchetto da Padova 2007, passim].
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