Diritto Privato Rivisto
Diritto Privato Rivisto
Date prima prova intermedia 4 aprile dalla parte iniziale fino al tutto il terzo libro del codice civile (proprietà,
azioni a tutela della proprietà ecc) fino alla parte terza fino alla lettera c compresa, per la prima parte del
libro basta una lettura fino alla lettera d è facoltativa, seconda prova intermedia 28 maggio.
Per esame studiare sul libro soffermandomi sulle definizioni della personalità giuridica aiutandoti col codice
civile.
Lezione 1-21/02/2024
Diritto oggettivo: si intende l’insieme di norme che compongono il nostro ordinamento e che sono rivolte ai
consociati, cittadini e a tutti noi. La funzione del diritto è quella di dirimere le controversie che possono
sorgere tra gli uomini, impedendo così che le persone si impongano con l’utilizzo della forza poiché in un
mondo senza regole vince il più forte. Si danno delle regole in modo che i consociati possano risolvere i
conflitti che necessariamente sorgono. I conflitti sorgono perché gli uomini sono portatori di interessi e
capita che più soggetti ambiscano allo stesso bene nella vita, ad esempio A e B vogliono abitare la stessa
casa, a e b sono i soggetti e la casa è il bene, senza leggi uno può prevalere sull’altro. Le norme quindi
regolano questo conflitto e definiscono quale dei due soggetti ha diritto di abitare nella casa. L’ordinamento
italiano non solo dirime ma ha anche la funzione preventiva, dove la norma funziona bene, la forza delle
regole non permettono la nascita del conflitto.
Come nascono le norme giuridiche: nel 1600 il diritto era ciò che il sovrano comandava e desiderava e il suo
potere ere legittimato dal potere dei consociati che volevano una difesa. Nell’epoca moderna le norme non
sono più dettate dal sovrano ma il diritto è legittimato dal governo sociale che è chiamato a determinare la
composizione degli organi che la creano. I diritti sono posti dal Parlamento: organo legislativo formato da
due camere, la camera dei deputati e del senato della repubblica i cui membri vengono eletti dai cittadini.
La norma giuridica nella democrazia moderna non è altro che espressione della volontà di un organo
investito di questo potere dal buon senso dei cittadini. Ci sono delle norme che non sono dettate dal
legislatore ma che sono comunque norme giuridiche. La norma diventa legge se approvata dalla maggior
parte del senato e dei deputati. La disposizione per noi è uguale al significato di norma, per i giuristi sono
cose diverse. Disposizione: si riferisce esclusivamente al testo scritto nelle leggi. Norma: interpretazione che
lo studioso dà a quella disposizione, evolve nel tempo e con i cambiamenti.
Lezione 2-22/02/2024
Parte prima del manuale a b c d, sono letture integrative, facoltative.
Norma: con il termine norma non si riferisce all’enunciato legislativo ma all’interpretazione che viene fatta
dagli interpreti analizzando la disposizione stessa, cambia nel tempo o nello stesso momento storico in base
all’autore. La norma giuridica si caratterizza di regola per due elementi: la generalità e l’astrattezza.
Astrattezza: significa che la norma è destinata ad essere applicata a un numero indeterminato di situazioni,
di casi.
Generalità: significa che la norma può essere applicata, indirizzata ad un numero indeterminato di
destinatari. Nell’articolo 2043 per esempio troviamo una situazione di norma astratta.
Fattispecie= dal latino immagine del fatto, viene usato dai giuristi in due modi: fattispecie concreta e
astratta. Fattispecie concreta: ci riferiamo alle situazioni concrete che si possono verificare nella nostra
società. Fattispecie astratta: ci si riferisce alla situazione astratta descritta nella norma. Per esempio nell’art.
2043 si mostra una situazione astratta. Noi quindi riconduciamo fattispecie concrete e fattispecie astratte
alle norme che descrivono quella situazione. La norma giuridica presenta i caratteri della generalità e
dell’astrattezza. La norma giuridica funziona attraverso la combinazione di tre elementi: regola, sanzione e
apparato. La norma generalmente non è altro che una regola di condotta per orientare i comportamenti dei
consociati, la norma dei comportamenti non fa altro che contenere una regola di condotta (Per esempio un
Debitore che deve pagare i propri debiti). La sanzione: è la conseguenza della violazione della regola
contenuta nella norma (Per esempio se un debitore deve pagare dei debiti e non li paga il creditore può
ottenere quanto gli spetta ad esempio facendo vendere i beni del debitore e col ricavato soddisfarsi). Regola
e sanzione non bastano per il funzionamento della norma ma serve l’elemento apparato: sono le pubbliche
funzioni esercitate dallo stato che applicano le sanzioni, secondo delle procedure stabilite dal diritto stesso.
Ci sono delle norme che sono tali anche se non contengono regole di condotta, ma semplicemente
prevedono che al verificarsi di una determinata situazione si producano determinati effetti giuridici (Per
esempio nasce un figlio di una donna coniugata, il marito è il padre).
Le fonti del diritto: parliamo di fonti dalle quali possono nascere le norme del nostro ordinamento, ci
riferiamo agli atti o fatti che sono idonei a produrre diritto, tra le fonti troveremo la legge emanata dal
parlamento. La legge ordinaria non è l’unica fonte del diritto. Quando si parla di fonti del diritto
distinguiamo le fonti di produzione (atti o fatti idonei a produrre diritto) dalle fonti di cognizione
(documenti e le pubblicazioni ufficiali da cui i cittadini possono prendere conoscenza delle norme) es. la
gazzetta ufficiale.
Per le fonti ci basiamo sul principio gerarchico: in cima troviamo la costituzione in vigore dal 1° gennaio del
1948 e a pari posto le leggi costituzionale e di revisione costituzionale. All’ultimo posto della piramide
troviamo gli usi o consuetudini non scritti, si formano non attraverso un testo scritto ma attraverso un
comportamento ripetuto nel tempo da parte dei consociati. Al secondo gradino troviamo le norme
dell’unione europea che sono di due tipi: le direttive e i regolamenti. Le direttive sono indirizzate
esclusivamente agli stati appartenenti all’unione e non ai cittadini dei singoli stati, nel momento in cui sono
emanate vincolano solo gli stati e non i cittadini, gli stati sono obbligati a recepire la direttiva dell’unione
europea con una legge nazionale e i cittadini dovranno poi seguire le leggi. I regolamenti invece sono
direttamente applicabili nei singoli stati, sono direttamente indirizzati ai singoli cittadini e non è necessario
nessun recepimento. Nel terzo gradino troviamo la legge ordinaria, gli atti aventi forza di legge (decreto
legge e decreto amministrativo), seguono le leggi regionali che si trovano i questo gradino da poco dal
2001, con modifica Articolo V della costituzione. La legge ordinaria è la legge emanata dal nostro
parlamento che è formato dalla camera dei deputati e dal senato della repubblica, queste due camere
devono approvare entrambe il disegno di legge perché lo stesso da disegno di legge diventi legge. Un
disegno di legge può partite o da un gruppo di deputati o di senatori. Viene inviato all’altra camera dove
viene studiato e poi finisce in aula con una nuova discussione e si arriva alla votazione, se viene approvato
passa al presidente della repubblica che lo firma. Se viene effettuata una sola modifica si blocca il disegno di
legge che torna all’altra camera fin quando non viene approvato da entrambe le camere. Mancano due
passaggi, il primo è la firma del presidente della repubblica e poi la pubblicazione nella gazzetta ufficiale. In
questo caso la regola è che la regola entra in vigore dopo un periodo di tempo che di solito è di 15 giorni. In
questo periodo di tempo si chiama Vacatio Legis. Differenza tra Decreti legge e decreti amministrativi, sono
emanati dal governo e non dal parlamento e sono emanati in condizioni di necessità e di urgenza (es
pandemia), produce immediatamente effetti giuridici nel nostro ordinamento. Il decreto legge produce
effetti giuridici immediatamente, per produrle per sempre è necessario che venga convertito in legge e
quindi che venga esaminato dal parlamento secondo l’iter precedente e in 60 giorni. Nel decreto legge il
controllo del legislatore che ha il potere legislativo avviene in un secondo momenti. I decreti legislativi
(amministrativi rivedere) invece sono sempre atti del governo ma che vengono emanati dal governo sulla
base di una legge fatta dal parlamento che contiene le indicazioni e i principi di base per regolamentare una
determinata maniera e questo si chiama legge delega, che dà indicazioni che il governo avrà nell’emanare
decreti legislativo. È utile fare ciò quando si tratta di materie estremamente tecniche per cui il legislatore
non avrebbe le competenze per disciplinare correttamente quella materia ma servono degli esperti. Alla
fine del terzo gradino troviamo le leggi regionali, nel 2001 abbiamo una riforma dell’articolo V della
costituzione e il rapporto tra legge ordinaria e regionale è cambiato e si trovano sullo stesso gradino. Ora
abbiamo l’articolo 117 della carta costituzionale che presenta una serie di macro argomenti che sono di
competenza esclusiva dello stato, che su quelle materie, l’unico che può creare leggi è il parlamento. Nell’art
117 comma 1 lettere L indica tra le norme di competenza esclusiva l’ordinamento civile che è sinonimo di
ordinamento civile ovvero diritto privato. Un’altra serie di materie tra cui la salute che sono di competenza
della legislazione concorrente che tanto lo stato ,quanto le regioni, possono regolamentare quella materia.
Quelle materie che non sono concorrenti a quelle precedenti sono competenti le regioni. Nel quarto
gradino troviamo i regolamenti che sono norme secondarie e sono emanati dalle varie autorità
amministrative, in base al principio gerarchico non sono in una posizione di preminenza. All’ultimo gradino
troviamo la consuetudine che è l’unica fonte non scritta del diritto e nasce grazie all’attività ripetuta nel
tempo dei consociati. Quando si parla di consuetudine come fonte del diritto è necessario che ricorrano due
elementi: l’elemento oggettivo e l’elemento soggettivo. L’elemento oggettivo consiste nel fatto che la
maggior parte dei cittadini tiene costantemente e ripetutamente nel tempo un determinato
comportamento, l’elemento soggettivo consiste nel fatto che i consociati tengono questo comportamento
perché sono convinti che tenere quel comportamento sia dovuto per legge. Quando si parla di
consuetudine esistono 3 formule: 1) contra legem, 2) secundum legem, 3) praetem legem e ci spiegano
quando la consuetudine è ammessa o meno. 1) Contro la legge: non è ammesso nel principio gerarchico e
nel nostro ordinamento, una fonte inferiore non può andare contro una legge di grado superiore. 2)
Risponde alla domanda “è ammessa nel nostro ordinamento una consuetudine che disciplina un argomento
già disciplinato dalla legge?” la risposta è sì, ma a condizione che la legge richiami espressamente la
consuetudine. 3) Oltre la legge, rispondiamo alla domanda “può una consuetudine disciplinare una materia
che non è regolamentata dalla legge” e la risposta è sì perché la consuetudine è una fonte del diritto.
Codice Civile: Suddivisione e struttura: è del 1942 durante l’epoca fascista, con l’abrogazione di alcune
norme abbiamo un codice non fascista e un testo legislativo di alto livello sia per le scelte politiche sia per
come è scritto. Ottimo nelle scelte e nel linguaggio della lingua italiana. Il codice civile è suddiviso in 6 libri
(parti). Prima del primo libro c’è un gruppetto di norme e ci occupiamo di 2 norme in particolare: dell’art 12
e art 14 che sono dedicati all’interpretazione della legge e sull’interpretazione analogica. Una norma da
ricordare inoltre è l’articolo 1 che elenca le fonti del diritto dove troviamo la legge, le norme corporative, i
regolamenti e gli usi e non contiene l’elencazione delle fonti perché nel ’42 la costituzione non c’era. L’art 1
non è mai stato abrogato ma non è più esaustivo però. Le norme corporative sono state abrogate insieme al
fascismo. Importante ricordare che esiste l’art 1/12 e 14.
(per esame sapere divisioni e di cosa si occupa ogni singola parte del codice civile)
Il primo libro del codice civile intitolato “delle persone e della famiglia” contiene la disciplina dei soggetti di
diritto, si occupa sia delle persone fisiche che degli enti e delle organizzazioni diverse dalle persone fisiche
(es associazioni non riconosciute), il primo libro contiene anche la disciplina del diritto di famiglia, del
matrimonio, dei rapporti personali e patrimoniali dei coniugi e della figliazione (rapporti tra genitori e figli).
La materia della figliazione negli anni ha subito diverse modifiche legislative e sono intervenute delle norme
giuridiche che hanno riformato le norme di figliazione, l’ultima riforma è stata quella del 2012 la quale ha
finalmente parificato tutti i figli, cioè tutti i figli sono considerati uguali con eguali diritti e doveri nei
confronti dei genitori anche in base alle condizioni in cui sono nati, se sono o meno coniugati e non importa
se adottato o meno. Un’altra novità importante della riforma del 2012 è che ha cambiato il nome del
“potere” che i genitori hanno sui figli. Fin alla maggiore età la persona è minore e non ha capacità giuridica
ma lo hanno i genitori per lui, prima del 2012 si chiamava potestà genitoriale perché il nostro diritto deriva
dal diritto romano e prima il padre aveva un potere su moglie e figli, ora per entrambi i genitori si parla di
potestà genitoriale. Ora si chiama responsabilità genitoriale e si caratterizza per essere sì un potere ma in
funzione del miglior interesse del figlio e non dei genitori.
Il secondo libro del codice civile è intitolato “delle successioni” e come dice la parola stessa si occupa delle
successioni (eliminato dal programma le cose di oggi vanno sapute), le norme che disciplinano la
successione sono quelle norme che disciplinano i rapporti che facevano capo ad una persona fisica prima di
morire (es. io ho un marito, una casa in montagna, una casa in città e un debito di 100000 verso una
finanziaria. Le norme sulla successione definiscono a chi vanno le cose che lascio). Le successioni possono
essere di due tipi, la successione testamentaria oppure la successione legittima. Si ha successione
testamentaria quando la persona fisica che è morta ha lasciato un testamento redatto in vita, nel quale ha
disposto le sue ultime volontà. Se il soggetto non ha redatto il testamento le norme del codice civile
decidono le leggi di successione, si usa una formula latina “de cuius” (dal latino soggetto che è morto) solo
nelle successioni. Se uno di noi decide di redigere un testamento che è un atto unilaterale, deve sapere che
non è libero totalmente nel disporre il proprio patrimonio, perché ci sono delle disposizioni di legge che
stabiliscono che una parte del patrimonio deve essere lasciato, se esistono, ai soggetti più vicini alla
persona, es. coniuge e figli. Il patrimonio si divide in parte disponibili che lascio a chi voglia e quella
indisponibile che lascio ai successori necessari o legittimari. (Es. un marito muore deve lasciare 1/3 al figlio,
1/3 alla moglie e 1/3 a chi vuole con testamento. Senza testamento c’è la successione legittima e viene
diviso tra madre e figlio.) Nell’esempio se si lascia tutto ad una terza persona si può aprire (eventualità) la
successione necessaria che va a regolamentare la successione. La successione necessaria consiste nel fatto
che coloro che non hanno ricevuto la parte di cui avevano diritto perché riservatagli dalla legge possono
agire in giudizio con l’azione di riduzione e ottenere quanto gli spetta. Nel secondo libro del codice civile
contiene anche la disciplina di un contratto, quando noi vedremo che tutti i singoli contratti sono presenti
nel quarto libro. Il contratto di cui parliamo è il contratto di donazione, il legislatore ha scelto di mettere la
disciplina della donazione nella seconda parte per lo stretto legame che c’è tra la successione di una
persona fisica e le donazioni che una persona fisica può fare in vita. Il contratto di donazione infatti è il
contratto con cui una parte chiamata donante per spirito di liberalità decide di arricchire un altro soggetto
detto donatario (chi riceve) senza pretendere nulla in cambio. La donazione può essere un modo per
eludere la successione, il nostro ordinamento quindi stabilisce che quando si determina il patrimonio al
momento della morte, come posta attiva, non soltanto i beni che lui lascia ma anche quelli che lui dona (figli
e moglie possono agire sul soggetto della donazione dall’esempio precedente).
Il quarto libro del codice civile è il libro più ampio del codice civile è intitolato “delle obbligazioni” e per i
giuristi e privatisti è il codice più importante. Contiene in primis la disciplina delle obbligazioni e si ha
quando vi sono due parti, la parte debitrice e la parte creditrice, debitore e creditore, che sono appunto
legate tra di loro tra un rapporto obbligatorio a seguito del quale il debitore è tenuto ad effettuare una
determinata prestazione, (es. consegna somma di denaro, a favore e nell’interesse del creditore). Il quarto
libro quindi contiene tutta la disciplina delle obbligazioni che esistono di diverso tipo e diverse possono
essere le fonti delle obbligazioni. La fonte più importante dell’obbligazione è il contratto che è l’accordo tra
due o più parti per costituire regolare o estinguere un rapporto giuridico patrimoniale. Il contratto però non
è l’unica fonte dell’obbligazione perché le obbligazioni oltre che da contratto possono nascere, o sorgere,
dal fatto illecito oppure da ogni altro atto o fatto idoneo a produrle in conformità dell’ordinamento
giuridico. Troviamo elencate le fonti delle obbligazioni nel primo art. del 4 libro del codice civile che è l’art
1173. I contratti tipici (es. compravendita) perché tipizzati disciplinati dal legislatore. Un contratto che
studieremo è ad esempio la compravendita o la donazione ASTERISCO Il contratto di donazione non è
disciplinato nel quarto libro ma lo troviamo nel secondo libro del codice civile quello della successione a
causa di morte proprio per la stessa connessione tra successione e donazione. Il quarto libro del codice
civile finisce con le norme che vanno dagli articoli 2043 al 2059 che sono le norme legate alla responsabilità
extracontrattuale o civile così chiamata per distinguerla dalla responsabilità contrattuale. Nel secondo caso
noi abbiamo due parti del contratto. (Nell’ambito della compravendita di un immobile obbligazione invece
chi compra deve consegnare i 100 mila euro, se non li consegna ha delle responsabilità e si chiama
responsabilità contrattuale perché tra me e l’avvocato c’era già un contratto, sono norme disciplinate nel
quarto libro ma prima) Le norme che disciplinano l’art. 2043 e seguenti quindi sono extracontrattuali, si
determinano perché tra i 2 precedenti non vi era un contratto ma il fatto illecito è al loro primo incontro, il
vincolo nasce durante il fato illecito, con responsabilità extracontrattuale. In quella contrattuale nelle due
parti vi è un rapporto. Gli articoli 2043 e seguenti disciplinano la responsabilità civile o extracontrattuale.
(possibile domanda).
Il quinto libro del codice civile “del lavoro” si occupa appunto della disciplina del lavoro dell’impresa e delle
società. Non sarà oggetto di studio perché faremo diritto commerciale.
Il sesto libro del codice civile è intitolato “della tutela dei diritti” ed è un libro dal contenuto eterogeneo,
nel senso che sono disciplinati istituti diversi tra di loro anche se tutti relativi alla tutela dei diritti, ne
studieremo alcuni in particolare troviamo le norme in materia di prescrizione e decadenza, le norme in
materia di trascrizione e le norme in materia di prove. Nel sesto libro del codice civile sono poi contenuti
anche la disciplina del pegno e dell’ipoteca che vedremo che sono diritti reali minori di garanzia, perché
quelli diritti regali minori di godimento li vediamo nel terzo libro del codice civile e ne parleremo con lo
studio della proprietà.
Il codice civile del 42 è diviso in 6 libri, 6 arti, il primo libro famiglia, secondo successioni e donazione, terzo
libro disciplina dei beni, proprietà, del possesso, della detenzione e relazioni, il quarto è il più ampio con le
obbligazioni, contratto generale e i singoli tipici contratti e la disciplina della responsabilità
extracontrattuale. Quinto libro dedicato al lavoro e il sesto tutela dei diritti con istituti diversi. Prima del
primo libro preleggi, con le nome da ricordare art 1 12 e14.
Ogni articolo del codice civile compresi quelle delle preleggi ha un numero e un titoletto (ovvero la rubrica).
L’articolo 12 delle preleggi è composto di due parti, non si chiamano parti ovvero comma/i. Troviamo art
con 1 comma o più commi. La rubrica è “interpretazione della legge”;
La prima parte della norma si riferisce al criterio letterale, ovvero che l’interprete per attribuire un
significato alla norma, alla disposizione che sta studiando, deve tener conto del significato che le parole
hanno nella lingua italiana e deve tenere conto della connessione tra le stesse, perché a seconda di come
sono disposte le parole può cambiare il significato. L’articolo 12 delle preleggi però dopo aver fatto
riferimento al criterio letterale stabilisce che il legislatore deve anche tener conto dell’intenzione del
legislatore, con il termine intenzione del legislatore ci si riferisce al così detto criterio logico, il criterio logico
può avere due accezioni, possiamo intenderlo in senso soggettivo o in senso teleologico. Interpretare il
criterio logico in senso soggettivo vorrebbe dire andare a ricercare l’intenzione del legislatore in quanto
soggetto, ma sappiamo che il legislatore non è un soggetto, ma sono tanti soggetti deputati e senatori e
quindi sarebbe impossibile trovare l’intenzione del legislatore dando al criterio logico l’accezione soggettiva
e non avrebbe senso perché per il nostro ordinamento vale il principio della maggioranza. Il criterio logico
va interpretato non in senso soggettivo perché irragionevole e impossibile ma in senso teleologico, vuol
dire che l’interprete deve ricercare la ragione, la ratio legis, per cui il legislatore ha scelto di inserire la
norma nell’ordinamento. Ci sono molti modi per farlo, il primo è quello di andare a leggere i lavori
preparatori che accompagnano il disegno di legge nell’iter legislativo, che lo porta poi all’approvazione. La
relazione illustrativa mostra il disegno di legge e i vari cambiamenti durante il passaggio nelle due camere.
Lezione 4-29/02/2024
Secondo comma art 12
Si occupa del problema delle lacune del diritto, per quanto il diritto cerchi di regolare tutte le situazioni o
fattispecie concrete che si possono verificare nella realtà è chiaro che è impossibile riuscire a disciplinarle
tutte perché la realtà è più complicata del diritto e perché l’ordinamento italiano ha moltissime leggi. Lo
strumento che l’interprete utilizza quando si trova di fronte a lacune del diritto si chiama analogia o
interpretazione analogica, questo perché il giudice nel nostro ordinamento non può rifiutarsi di decidere
una controversia adducendo, come motivazione, che manca nell’ordinamento una norma o una fattispecie
astratta che disciplini quella situazione. Il giudice è tenuto a decidere sempre una controversia, il giudice
non può denegare giustizia nemmeno se manca una norma giuridica. L’analogia o interpretazione analogica
quindi è lo strumento che l’interprete o il giudice usa quando si trova davanti ad una lacuna del diritto e si
rende conto che la norma che disciplina la situazione non esiste. Infatti il secondo comma dell’articolo 12
inizia spiegandoci quale problema bisogna risolvere. Esistono due tipi di analogia descritte nel secondo
comma dell’articolo 12. Il primo è l’analogia legis, il secondo è l’analogia iuris. In primis si deve usare
l’analogia legis: il giudice deve cercare tra le norme che compongono i nostri diritti in senso oggettivo, se c’è
una norma che disciplini un caso simile o una materia analoga (es. procreazione medicalmente assistita,
procreazione attraverso processi medici, controversia tra i genitori dopo nascita, il padre non voleva essere
considerato tale il giudice deve decidere per forza in passato, il giudice ha ricercato nel codice civile le
norme che ci sono in materia di figliazione e di sconoscimento della paternità e attraverso l’analogia legis ha
disciplinato un caso simile). È impossibile che il giudice non trovi nell’ordinamento giuridico nemmeno una
norma che disciplini un caso simile o una materia analoga, ma in questo caso quando non può fare ricorso
all’analogia legis viene in suo aiuto l’analogia iuris che è quella descritta nella seconda parte del secondo
comma delle preleggi, i principi generali dell’ordinamento sono quei principi anche non scritti che
emergono dalle norme dell’ordinamento giuridico, sicuramente i principi importanti potranno essere
desunti dalla nostra costituzione che è la fonte che si trova sul gradino più alto, ma si possono evincere
anche dal codice civile. L’articolo 14 delle preleggi è formato di un solo comma ed è rubricato “Applicazione
delle leggi penali e delle leggi eccezionali” le leggi penali e quelle che fanno eccezione a regole generali o ad
altre leggi non si applicano oltre i casi e i tempi in esse considerati. L’articolo 14 disciplina il divieto di
applicazione analogica, cioè l’interpretazione analogica è uno strumento che può essere utilizzato sempre
ma che è vietato con due tipologie di norme, quelle penali e quelle eccezionali. Nell’ordinamento il
legislatore tutela determinati beni ed interessi anche con la legge penale quando ritiene che si tratti di un
bene così importante che è necessario tutelarlo anche con uno strumento più decisivo dell’ordinamento,
ossia le leggi penali (es bene vita…), la sanzione penale è molto severa quindi si vieta l’uso analogico delle
norme penali perché incidono sulla libertà del soggetto. Si vuole evitare in ambito penale che un giudice
possa attraverso l’applicazione analogica di una norma di sanzionarci penalmente per un comportamento
che non è descritto come penale nella rilevante dalle norme penali. Le norme per le quali è vietata
l’applicazione analogica sono le norme cosi dette eccezionali, le quali sono quelle norme che derogano ad
una regola generale che sono le norme che dettano una regola di condotta diversa, spesso contraria,
rispetto alla regola di condotta dettata dalla norma generale (es norma generale che tutti i cittadini italiani
devono pagare le tasse il 31/12 di ogni anno ovvero norma generale, norma eccezionale stabilisce che i
pesaresi colpiti dall’alluvione al 3/12/2023 sono esonerati dal pagamento delle tasse) data l’eccezionalità
della norma si è deciso che queste norme non possono essere applicate in maniera analogica.
Le situazioni giuridiche soggettive: la funzione del diritto è quella di prevenire i conflitti o regolarli, per
evitarli o regolargli l’ordinamento attribuisce ai soggetti del diritto determinate situazioni giuridiche. Ci
riferivamo al diritto oggettivo ovvero l’insieme di norme che forma l’ordinamento giuridico e non va
confuso col diritto soggettivo, il diritto soggettivo è la prima situazione giuridica che andiamo a studiare ed è
la più importante del diritto privato. Il diritto soggettivo è una situazione giuridica soggettiva ed è il potere
di agire per il soddisfacimento di un proprio interesse, oppure il diritto di pretendere che qualcun altro
tenga un determinato comportamento sempre nell’interesse del titolare del diritto soggettivo. Il diritto di
proprietà è un diritto soggettivo perché il proprietario ha il potere di agire per il soddisfacimento del proprio
interesse, il proprietario può usare, prestare, non utilizzare il proprio bene e in certi limiti anche distruggerlo
per quanto è ampio il potere del proprietario. Il diritto soggettivo è anche il titolare del diritto di credito. Il
diritto soggettivo è il potere di agire per il soddisfacimento di un proprio interesse ma è anche il diritto di
pretendere che qualcun altro tenga un determinato comportamento nell’interesse del titolare di tale diritto.
Giuridicamente parlando le manifestazioni del diritto soggettivo si chiamano facoltà ma non hanno carattere
autonomo vuol dire che non si prescrivono autonomamente per il non uso (es diritto di credito si prescrive,
diritto di proprietà imprescrittibile). Distinzione tra diritti assoluti e diritti relativi. Quelli assoluti sono i diritti
che garantiscono al loro titolare un potere che egli può far avvalere verso tutti i consociati (erga omnes) (es
diritto di proprietà), i diritti relativi invece come il diritto di credito, sono sempre diritti soggettivi ma
assicurano al loro titolare un potere che può essere fatto valere solo nei confronti di uno o più soggetti.
Nell’ambito dei diritti assoluti che abbiamo contrapposto ai diritti relativi possiamo distinguere i diritti reali e
i diritti della personalità. I diritti reali sono quei diritti che garantiscono al titolare una signoria (potere)
pieno o limitato su una cosa, si chiamano diritti reali perché ineriscono ad una cosa (in latino res). Tra i diritti
reali distinguiamo il diritto di proprietà che è il diritto reale assoluto per eccellenza che dà il massimo potere
e i diritti reali minori perché al loro titolare un potere più limitato rispetto al potere che è attribuito al
proprietario. I diritti della personalità sono i diritti che ineriscono invece alla persona, riguardano
l’individuo in quanto tale, sono anch’essi diritti assoluti come diritti reale, si acquistano al momento della
nascita con l’acquisto della capacità giuridica. Lato attivo è il diritto soggettivo, erga omnies, di tutta la
situazione, dal lato passivo è il dovere piuttosto che l’obbligo a seconda del fatto che stiamo parlando di
diritti assoluti o relativi. Quando parliamo di diritti relativi come il diritto di credito il termine più corretto
per individuare la corrispondente situazione passiva non è il dovere ma situazione di obbligo in cui si trova il
debitore, il debitore deve eseguire l’obbligazione. Il diritto soggettivo è una situazione giuridica attiva (es
proprietà e diritto di credito) al diritto di proprietà del proprietario corrisponde il dovere di tutti i consociati,
di non ostacolare, non impedire il pieno godimento del diritto soggettivo del suo titolare. La seconda
situazione giuridica attiva si chiama diritto potestativo, il quale è il potere del suo titolare di operare il
mutamento, il cambiamento, di una situazione giuridica altrui senza che questo soggetto lo possa impedire
(es lavoratore che in qualsiasi momento può dare le dimissioni, ma il lavoratore può licenziarsi ed è una sua
libera scelta e nessuno lo può impedire, quando il lavoratore attivo questa libera scelta opera un
cambiamento di una situazione giuridica altrui che è quella del datore di lavoro che si ritrova senza una
forza lavoro, il lavoratore ha il diritto potestativo), la situazione passiva in cui si trova il datore di lavoro colui
che ha il cambiamento si chiama soggezione. Articolo 1111 codice civile, siamo nel terzo libro del codice
civile, è formato da tre commi e è rubricato “scioglimento della comunione”. “Ciascuno dei partecipanti può
sempre domandare lo scioglimento della comunione; l’autorità giudiziaria può stabilire una congrua
dilazione, in ogni caso non superiore a cinque anni, se l'immediato scioglimento può pregiudicare gli
interessi degli altri. Il patto di rimanere in comunione per un tempo non maggiore di dieci anni è valido e ha
effetto anche per gli aventi causa dai partecipanti. Se è stato stipulato per un termine maggiore, questo si
riduce a dieci anni. Se gravi circostanze lo richiedono, l’autorità giudiziaria può ordinare lo scioglimento della
comunione prima del tempo convenuto.” Si parla di comunione quando un bene non è di proprietà di un
unico soggetto ma di almeno due (es un genitore muore e lascia un immobile ai due figli, se loro accettano,
diventano proprietari in comunione dell’unica casa lasciata dal padre) l’articolo stabilisce che ciascun
comproprietario può sempre chiedere lo scioglimento della comunione e può chiede che questa situazione
di comproprietà venga sciola, o la casa viene venduta e viene diviso il ricavato o uno dei due compra l’altra
metà. Nel codice civile quindi c’è una norma che definisce che uno dei due può scegliere lo scioglimento
della comunione e l’altro non lo può impedire, questo è un esempio di diritto potestativo perché ciascuno
dei due proprietari può operare un mutamento della situazione giuridica altrui sena che l’altro lo possa
impedire.
La potestà è una situazione soggettiva attiva che attribuisce al soggetto titolare il potere per realizzare
interessi che fanno capo ad un altro soggetto, è anche detta una posizione di tutela/dovere nell’interesse di
un altro soggetto. La potestà genitoriale ad esempio ha l’obbligo verso i figli e si trova il genitore in una
posizione di potestà, non solo il genitore ma anche altre figure. L’articolo 315 bis è un esempio di
responsabilità genitoriale.
L’interesse legittimo è quell’interesse che il soggetto ha a vedersi riconosciuto un bene della vita oggetto di
un provvedimento amministrativo. Con la pubblica amministrazione il nostro interesse si sconta con un
interesse pubblico. È un interesse e va riconosciuto dall’amministrazione. Ci sono due tipi di interessi
pretensivi o oppositivi, sono interessi pretensivi quando sono io che chiedo all’amministrazione pubblica di
riconoscermi il bene della vita, sono oppositivi quando io invece chiedo all’amministrazione pubblica di non
emanare un provvedimento in quanto, se emanato, mi oppongo in quanto contrasta con un mio bene.
Interesse pubblico è più importante del diritto legittimo, nell’interesse legittimo è correlato all’esercizio del
potere amministrativo. Non sempre l’amministrazione pubblica agisce in quanto tale.
Interessi diffusi e collettivi: l’interesse diffuso fa parte agli interessi super individuali perché non
concernono un determinato soggetto ma l’intera collettività in maniera indiscriminata. Gli interessi
collettivi, via di mezzo tra interesse di una persona e di tutti, è l’interesse che riguarda una collettività
organizzata che ha uno specifico interesse in comune detto interesse collettivo.
Persona fisica: la capacità giuridica si acquisisce al momento della nascita, i diritti del concepito sono
subordinati al momento della nascita (concepito colui che dovrebbe nascere). La persona fisica è ogni
essere umano nato vivo. Si considera nato quando fa il primo respiro in maniera autonoma, si considera
persona fisica dalla nascita fino alla morte, e si considera morto quando cessano le funzioni celebrali in
maniera irreversibile. La capacità giuridica la guadagna respirando alla nascita e acquisisce anche i diritti
della personalità. Persona fisica è un soggetto di diritto ossia centro di imputazione di situazioni giuridiche e
quindi significa che diventa titolare ad esempio dei diritti della personalità e acquista la capacità giuridica.
L’Art 1 precedente. La persona ha un nome e è essenziale per le relazioni umane e di diritti, il nome di
persona fisica è formato dal prenome e dal cognome, il prenome è scelto in precedente dai genitori e chi fa
la dichiarazione di sancita. Il cognome viene attribuito all’appartenenza familiare. A seguito di una
pronuncia della corte costituzionale del 2022 sono state dichiarate incostituzionale le norme che
attribuivano con un automatismo il cognome paterno senza dare la possibilità di optare per il cognome
materno invece che per entrambi i cognomi. Come la persona necessita di essere identificata per la gestione
delle azioni nella collettività, è per le stese esigenza è necessario collegare la persona fisica a determinato
luoghi che sono i luoghi dove la persona abitualmente vive, lavora e i tre istituti giuridici che vengono in
gioco sono la residenza, il domicilio e dimora. Residenza e domicilio sono direttamente definiti dal nostro
legislatore dal codice civile, e li troviamo nell’articolo 43 del primo libro del codice civile. La residenza è il
luogo in cui la persona ha la propria dimora abituale, ossia il luogo dove abitualmente vive e svolge le
attività tipiche della vita di tutti noi, come relazione personali, invece il domicilio è la sede principale degli
affari e degli interessi della persona ed è la sede dove la persona lavora detto anche domicilio generale.
Ciascuno di noi poi se vuole può avere uno o più domicili speciali, per contrapporli a quelli generali, che
possono essere eletti da una persona con riferimento ad uno specifico affare e interesse. La dimora invece
non è definita dalla legge ed è il luogo in cui una persona si trova per un certo periodo di tempo che non
può essere troppo breve e necessariamente neanche troppo lungo. La dimora è rilevante per il diritto in
molti meno casi rispetto alla residenza e al domicilio e quando rileva uno dei due è una scelta politica. (es
art 456 codice civile che è il primo articolo del codice civile, relativo alle successioni, quando si apre una
successione di una persona fisica a causa di morte il luogo che rileva la parte giuridica è il suo ultimo
domicilio. Rileva invece sempre in maniera esclusiva la residenza quando due soggetti decidono di sposarsi
e devono prima del matrimonio pubblicare le pubblicazioni, pubblicità che dice ai consociati si chi sta per
sposarsi. La dimora rileva in meno occasioni e ha una rilevanza esclusiva quando è necessario dichiarare
l’adottabilità di un bambino.
Dato che ciascuno di noi è titolare di diritti e di doveri, il diritto si prende cura di occuparsi anche di quello
che sarà nel caso in cui dovesse verificarsi un nostro allontanamento. Si occupa di queste situazioni dando
una regolamentazione facendo capo alla persona fisica che si è allontanata. I tre istituti che regolano sono:
la scomparsa, l’assenza e la morte presunta. Sono 3 gradi di intervento diverso dello stato quando una
persona sparisce, si allontana dai luoghi in cui normalmente risiede e vive. Primo livello scomparsa: perché
possa essere dichiarata la scomparsa di una persona è necessario che intervenga a il tribunale e il tribunale
competente è quello dell’ultimo domicilio o dell’ultima residenza dello scomparso. Il provvedimento col
quale il tribunale dichiara la scomparsa di una persona fisica si chiama decreto, perché il tribunale
dell’ultimo domicilio e residenza, possa dichiarare con decreto la scomparsa di una persona devono
ricorrere due requisiti: primo che è necessario che la persona fisica si sia allontanata senza dare notizie, il
secondo è che è necessario che non si abbiano notizie della persona oltre un lasso di tempo tale da
suscitare preoccupazione. La dichiarazione di scomparsa ha finalità puramente conservative del patrimonio,
quando viene dichiarata la scomparsa, viene dichiarato un curatore del patrimonio ma se non ci sono
questioni urgenti di fatto non succede nulla. Sotto il profilo personale la dichiarazione di scomparsa non ha
alcun effetto. La seconda fase dove invece l’intervento del legislatore è più invasivo si chiama assenza, la
dichiarazione di assenza è sempre pronunciata dal tribunale ma questa volta il provvedimento che viene
utilizzato è la sentenza che il provvedimento un po’ più corposa perché le dichiarazioni di assenza della
persona sono più importanti, affinché venga dichiarata è necessario l’allontanamento della persona di cui si
sta parlando senza aver dato notizie, il secondo requisito è che non si devono più avere notizie della
persona da almeno 2 anni. In caso di dichiarazione di assenza di una persona il tribunale ordina l’eventuale
apertura dei testamenti e si ha l’immissione nel possesso degli eredi dei beni dell’assente, cioè che possono
godere del possesso dei beni ma non possono disporne, ovvero trasferire i beni a terzi. Sotto il profilo
personale anche la dichiarazione di assenza non scioglie l’eventuale matrimonio, il coniuge non può
risposarsi. L’ultimo istituto si chiama morte presunta è l’intervento più forte che il legislatore può fare, è
fatta dal tribunale e anche il provvedimento che viene utilizzato dal giudice è la sentenza. Devono sussistere
due requisiti, il primo è l’allontanamento della persona senza dare notizie di sé, il secondo è che è
necessario che non si abbiano più notizie della persona in questione da almeno dieci anni, vi è un’eccezione
quando la persona è scomparsa in occasione di un infortunio piuttosto che in occasioni di azioni belliche per
la dichiarazione di morte presunta basta che non si abbiano è più notizie della persona da due anni. Come la
dichiarazione del tribunale di morte presunta gli effetti sono gli stessi che normalmente si ricollegano alla
morte della persona, quindi in questo caso gli eredi legittimi o testamentari conseguono la piena titolarità
dei beni del morto presunto. l’unica differenza che si ha dalla morte vera e propria è che gli eredi sono
obbligati a fare un inventario, dove vengono indicati tutti i beni di cui hanno la propria titolarità. Sotto il
profilo personale la dichiarazione di morte presunta scioglie il matrimonio, il coniuge del dichiarato morto
presunto se vuole può risposarsi. Una particolarità è che laddove il morto presunto ritorni o se si è provata
la sua esistenza in vita il nuovo matrimonio è dichiarato addirittura nulla e introduttivo di effetti e colui che
è rimasto si ritrova di nuovo coniugato al soggetto morto presunto. sotto il profilo patrimoniale e vale
sempre in caso di ritorno del soggetto lo stesso sarò immesso in piena disponibilità dei suoi beni.
Lezione 5-6/03/2024
La capacità d’agire invece è la capacità di compiere nel proprio interesse atti giuridici e si acquista al
compimento della maggiore età che oggi è il 18 anni di età e si specifica perché è una scelta legislativa,
prima era di 21 anni. Dato che la capacità d’agire si acquista col compimento del 18simo anno di età è chiaro
che incapaci di agire sono in primis i minori. Può accadere però che nonostante il compimento della
maggiore età una persona si trovi per i motivi più vari a non avere comunque la capacità di provvedere ai
propri interessi a protezione dei soggetti che pur avendo compiuto la maggiore età non sono in grado di
provveder ai propri interessi il codice civile, nel primo libro, ma prevede alcuni istituti di protezione, gli
istituti a cui mi riferisco sono l’interdizione giudiziale, l’inabilitazione e l’amministrazione di sostegno.
Dobbiamo aggiungere la figura del minore emancipato e in più studieremo anche il fenomeno
dell’incapacità naturale. Questi istituti sono pensati in una logica di protezione a questi istituti aggiungiamo
l’interdizione legale che è una forma di incapacità di agire ma ispirata non ad una logica di protezione ma al
contrario ad una logica sanzionatoria.
Primo istituto il minore d’età si è scelto di prevedere l’acquisto della capacità di agire al compimento della
maggiore età perché sarebbe stato fonte di incertezze una verifica caso per caso. L’atto posto in essere
compiuto dal minore è un atto invalido e in particolare è un atto annullabile, l’atto nullo oltre ad essere un
atto invalido è un atto che non produce effetti e quindi inefficace. L’atto annullabile è sempre un atto
invalido ma è un atto destinato intanto a produrre effetti giuridici, che però potranno cessare con effetto
retroattivo in caso di annullamento dell’atto. Un atto stipulato da un minore se nessuno lo impugna, se
nessuno fa valere l’invalidità, è un atto che produrrà effetti per sempre, l’annullamento deve essere richiesto
entro cinque anni. i minori pur incapaci di agire possono compiere tutti quegli atti necessari a soddisfare le
esigenze della vita quotidiana. Se il minore è incapace di agire chi opera per lui? L’hanno i genitori che sono
titolari della responsabilità genitoriale. Solo nelle ipotesi in cui manchino i genitori al minore verrà nominato
da parte del tribunale un tutore che lo rappresenti. Col riferimento alla gestione del patrimonio del minore,
dobbiamo fare una distinzione tra atti di ordinaria amministrazione e atti di straordinaria amministrazione.
Non esiste nel codice civile un elenco che li distingua, questa distinzione è rilasciata all’interpretazione della
dottrina e della giurisprudenza. Gli atti che rientrano nell’ordinaria amministrazione sono quelli che non
incidono in maniera significativa sul patrimonio del soggetto. Sono invece al contrario atti di straordinaria
amministrazione quelli che incidono in maniera significativa sui patrimoni del soggetto. Gli atti di ordinaria
amministrazione nell’interesse del minore possono essere compiuti di genitori anche disgiuntamente. Gli
atti invece di straordinaria amministrazione, quelli che incidono in modo significativo sul patrimonio del
minore devono essere compiuti congiuntamente dai genitori ed è necessaria l’autorizzazione del giudice
tutelare, e significa che se un atto di straordinaria amministrazione viene fatto da un genitore solo è un atto
annullabile. L’atto se in violazione può essere annullabile quindi invalido, efficace perché può produrre
effetti giuridici ma che può essere annullato. L’annullamento dell’atto non può essere chiesto da chiunque
ma soltanto dalla persona che l’ordinamento con quelle regole vuole proteggere. L’annullamento può essere
chiesto soltanto dalla parte in favore della quale l’annullamento è previsto. La legittimazione ad agire, il
potere di chiedere l’annullamento, è sempre la stessa e può essere chiesto dalla parte che può annullarla.
Aspetta al minore al compimento della maggiore età o ai genitori.
Emancipazione: il minore ultra sedicenne può eccezionalmente essere autorizzato dal tribunale a contrarre
matrimonio, se il minore viene autorizzato e si sposa acquista automaticamente l’emancipazione e quindi da
minore diviene minore emancipato, questo passaggio gli attribuisce una, seppur limitata, capacità d’agire. In
particolare gli atti di ordinaria amministrazione il minore emancipato li può compiere da solo
autonomamente. Invece gli atti di straordinaria amministrazione li può compiere solo con l’assistenza del
curatore. Nel momento in cui il tribunale autorizza il minore a contrarre matrimonio gli viene anche
nominato un curatore, cioè un soggetto che dovrà assisterlo nel compimento negli atti di straordinaria
amministrazione. Quando il coniuge del minore emancipato è un soggetto maggiorenne viene nominato lui.
Quando entrambi diventano minori emancipati di solito viene scelto come curatore uno dei genitori dei
ragazzi. Quando si parla di minore emancipato il ruolo del curatore è un ruolo di assistenza per cui di fatto di
fronte a quello specifico atto sarà necessaria una doppia manifestazione di consensi. I genitori rispetto al
minore non assistono il minore ma avendone la rappresentanza lo sostituiscono agendo in nome e per
conto del minore. I genitori lo sostituisce nel compimento degli anni disgiuntamente se ordinaria
amministrazione congiuntamente se straordinari, gli entrambi genitori rappresentano il figlio in tutti gli atti
patrimoniali e lo sostituisce. Parlando del minore emancipato, può essere autorizzato sia a esercitare
un’impresa già esistente sia ad iniziare una nuova attività di impresa. Acquista la capacità a compiere da
solo anche gli atti di straordinaria amministrazione. NB vedi inabilitazione.
Interdizione giudiziale: è uno di quegli istituti insieme all’inabilitazione e all’amministrazione di sostegno
pensati dal nostro ordinamento a tutela delle persone vulnerabili e in particolare a tutela di questi soggetti
che pur essendo maggiorenni non hanno la capacità di provvedere ai propri interessi. Interdizione giudiziale
viene pronunciata con sentenza dal tribunale e perché possa essere pronunciata occorre che sussistano
congiuntamente i seguenti presupposti: 1) necessario che la persona soffra dei una grave infermità di
mente, 2) è necessario che questa grave infermità abbia il carattere dell’abitualità, 3) è necessario che a
causa della grave e abituale infermità di mente sussista l’incapacità del soggetto di curare i proprio interessi,
4) necessità della protezione del soggetto proprio attraverso l’interdizione giudiziale, si parla qui, del
carattere oramai residuale di questa misura di protezione, cioè il giudice può pronunciare una sentenza di
interdizione giudiziale soltanto allor quando ritiene gli altri strumenti non idonei a tutelare il soggetto, gli
altri strumenti sono l’inabilitazione e l’amministrazione di sostegno che sono sempre misure a tutela
dell’oggetti ma che incidono meno all’interdizione giudiziale. L’interdicendo sia un soggetto maggiorenne, se
la regola è che sia maggiorenne per evitare soluzione di continuità nella protezione del soggetto, la persona
fisica può essere interdetto anche nell’ultimo anno della sua minore età. La sentenza in questo caso del
tribunale è destinata a produrre effetti solo dal giorno in cui il minore compie la maggiore età. Ogni volta
che un tribunale pronunci un provvedimento c’è stato qualcuno che ha chiesto una sentenza di interdizione
di una persona. Può essere fatto dallo stesso interdicente, ovvero l’infermo può avere momenti di lucidità o
per promuovere l’azione per sé stesso, dal coniuge, dall’unito civilmente, dallo stabile convivente, dai
parenti entro il quarto grado, dagli affini entro il secondo e dal pubblico ministero. La fase centrale del
procedimento di interdizione è l’esame del soggetto, gli effetti della sentenza decorrono dalla pubblicazione
della sentenza ancorché non passata in giudicato. Per impugnare un determinato provvedimento
l’ordinamento da un tot di termini, scaduto senza che venga impugnato si dice che la sentenza è passata in
giudicato e che non può essere più toccato. Se non ancora passata in giudicato si può attivare la sentenza.
La sentenza del giudice deve essere annotata nel registro delle tutele e al margine dell’atto di nascita.
L’annotazione è una pubblicità importante per i terzi perché così quando decido di stipulare un contratto
posso vedere se un soggetto è interdetto o inabilitato ed evito di attivare un contratto con una persona che
non ha la capacità di agire e il contratto è annullato. L’interesse dell’interdetto sia di ordinaria che
straordinaria amministrazione sono compiuti dal tutore che viene nominato con la sentenza che sostituisce
totalmente l’interdetto tanto per gli atti di ordinari, quanto di straordinaria amministrazione. Qui il tutore
sostituisce l’interdetto nel compimento di tutti gli atti, sostituzione che abbia visto per il minore. Stessa cosa
di quello che fa il tutore salvo se il giudice nella sentenza abbia previsto che l’interdetto possa compiere
alcuni atti di ordinaria amministrazione da solo o con l’assistenza del tutore. La struttura è invasiva anche
sotto il punto di vista personale, l’interdetto non può contrarre matrimonio, testamento, il tutore interviene
negli atti di natura patrimoniale. L’interdizione ovviamente come ogni misura può essere revocata su istanza
o richiesta di tutte le persone viste prima più una, ovvero il tutore. In questo caso ovvero di revoca della
sentenza che ha pronunciato l’interdizione gli effetti si producono dal passato in giudica della sentenza di
revoca, l’aratio è la stessa di prima. Gli effetti della sentenza decorrono dalla pubblicazione della sentenza
anche se in passato ingiudicato, invece in caso di revoca gli effetti si producono non dalla pubblicazione
della sentenza.
L’istituto dell’interdizione legale: è prevista dalla legge in particolare dall’articolo 32 del codice penale ed è
vista come pena accessoria quando il soggetto si sia macchiato, condannato, per determinati reati
considerati gravi, deve trattarsi di reati non colposi, quindi dolosi, e puniti con la pena non inferiore ad anni
5. L’interdetto legale sotto il profilo patrimoniale si trova nella medesima situazione dell’interdetto
giudiziale. Nessuna conseguenza invece per gli atti privati. La natura sanzionatoria e non protettiva fa sì che
gli atti siano annullabili, ma fa sì che l’annullamento possa essere chiesto da chiunque ne abbia interesse. Si
parla quindi di annullabilità assoluta.
Lezione 6-07/03/2024
L’inabilitazione: è uno degli istituti predisposti nel nostro ordinamento a tutela delle persone maggiorenni
di età, insieme ad interdizione giudiziale e all’amministrazione di sostegno le quali si trovino in condizioni di
incapacità o limitata incapacità di agire. Anche l’inabilitazione come l’interdizione giudiziale è pronunciata
con una sentenza dal tribunale e perché possa essere pronunciata è necessario che si verifichi una di queste
situazioni: 1) Prima situazione che può giustificare la sentenza, quando vi è un soggetto affetto da
un’infermità di mente non talmente grave da dar luogo all’interdizione; 2) Prodigalità (prodigo è al settimo
canto dell’inferno e si trova con l’avaro e il prodigo lo sperpera; 3) Giustifica l’inabilitazione ma è necessario
che la prodigalità che colpisce il soggetto induca la persona ad esporre se o la propria famiglia a gravi
pregiudizi economici. Oltre a questa condizione è necessario che la prodigalità che colpisce il soggetto sia
dovuta ad una alterazione della capacità di valutare il denaro. La prodigalità è un’alterazione solo dal punto
di vista della concezione del denaro e non come usarlo o sperperarlo. 3) È quando vi è un abuso abituale di
bevande alcoliche o di stupefacenti da parte del soggetto. 4) La sordità e la cecità tutte le volte in cui il
soggetto non abbia ricevuto un’adeguata educazione. Il procedimento di inabilitazione ricalca quello
dell’interdizione cioè o possono chiedere i soggetti già visti e la fase centrale del procedimento è l’ascolto
della persona. La cosa che cambia è che qui non abbiamo il tutore ma abbiamo il curatore. Ancora una volta
dobbiamo distinguere tra atti di ordinaria amministrazione e di straordinaria amministrazione seguendo la
regola dell’incidenza. I primi li può compiere autonomamente l’inabilitato, infatti l’inabilitazione è un caso di
incapacità d’agire relativa come quella del minore emancipato. Gli atti di straordinaria amministrazione
come per il minore emancipato li può compiere l’inabilitato a è necessaria l’assistenza del curatore è quindi
necessaria una doppia dichiarazione di volontà, il curatore integra la volontà del soggetto e non la
sostituisce. La sentenza può presentare alcune sentenze eccezionali. Nb vedi minore emancipato.
L’inabilitato può essere autorizzato all’esercizio di un’impresa già esistente ma non può essere autorizzato
all’esercizio di un’impresa nuova. Queste differenze non sono discriminanti perché sono 2 situazioni diverse.
Si dà maggiore fiducia al minore emancipato perché in pochissimo tempo diventerà maggiorenne e capace
di agire. In molti casi il soggetto inabilitato rimanga tale per sempre, e quindi si preferisce dare più fiducia al
minore.
Amministrazione di sostegno: è un istituto molto più recente rispetto alle originarie tutele, riferendosi
all’interdizione e inabilitazione che risalgono al 42, questo istituto è stato introdotto nel codice civile dalla
legge 6 del 2004. L’amministrazione di sostegno si apre col decreto motivato del giudice quando ricorrono
congiuntamente i seguenti presupposti: 1) Requisito oggettivo e soggettivo. Il requisito oggettivo è e vi deve
essere un’infermità o menomazione fisica o psichica. Il requisito soggettivo è l’impossibilità del soggetto di
provvedere in tutto o in parte ai propri interessi a causa dell’infermità o della menomazione fisica o
psichica. Ha rilevanza non solo un’infermità di mente ma anche una semplice menomazione psichica o
un’infermità o menomazione fisica. L’istituto dell’amministrazione di sostegno ricomprende fattispecie
concrete di gravità estremamente diverse le une dalle altre. Non solo rileva un’infermità di mente abituale
ma anche un’infermità o una menomazione transitoria. La scelta è quella di privilegiare in primis
l’amministrazione di sostegno, nel caso pensasse che questa non sia non idonea per la protezione del
soggetto, potrà optare per protezione giudiziale. L’amministrazione di sostegno di regola opera solo con i
soggetti maggiorenni, ma c’è la possibilità di iniziare il procedimento nell’ultimo anno di minore età del
soggetto. Questo procedimento può essere promosso o dallo stesso soggetto, ovvero il beneficiario, dal
coniuge, dall’unito civilmente, dallo stabile convivente, dai parenti entro il quarto grado, dagli affini entro il
secondo, l’eventuale tutore o curatore, dal pubblico ministero o anche può essere promosso dai
responsabili dei servizi sanitari o sociali direttamente impegnati nella cura della persona. L’amministrazione
di sostegno è a titolo gratuito ma viene riconosciuta una adeguata indegnità tenendo conto delle sostanze
del beneficiario poiché da quelle sarà prelevati. Anche nell’ambito di amministrazione di sostegno gli effetti
decorrono dal deposito del decreto del giudice popolare e può essere annotato e deve essere annotato a
margine dell’atto di nascita. La grande novità è che gli effetti dell’amministrazione di sostegno non sono
standardizzati ma sono determinati caso per caso dal giudice. Qui non ci sono delle norme di legge che
stabiliscono la disciplina degli atti di interesse del beneficiario ma è il giudice che di volta in volta caso per
caso tenendo conto di tutte le peculiarità del soggetto che sta esaminando, sceglie come disciplinare gli atti.
L’amministratore di sostegno è nominato o da colui che viene indicato dal beneficiario, quindi un soggetto a
lui vicino, oppure, dove non è possibile, viene nominato un professionista. Se non ci sono delle norme che
stabiliscono prima delle regole valide per le amministrazioni di sostegno è il giudice che nel decreto indica le
relative al compimento degli atti, per determinati atti siano riservati all’amministratore di sostegno il quale
avrà il potere di compierli in nome o per conto del beneficiario sostituendosi al beneficiario stesso. Così che
il decreto del giudice che stabilisce che altri atti possano esser compiuti dal beneficiario con l’assistenza
dell’amministratore di sostegno ossia con quel meccanismo del doppio consenso. Per tutti gli atti che non
vengono presi in considerazione dal decreto il beneficiario conserva e integra la propria capacità d’agire. Il
beneficiario dell’amministrazione di sostegno rimane capace di agire salvo che per quegli atti per i quali il
giudice nel decreto ha previsto una disciplina diversa. Il giudice con il decreto che apre l’amministrazione di
sostegno è libero di modellare la disciplina degli atti come crede avendo però come fine di limitare il meno
possibile la capacità d’agire del beneficiario. Come abbiamo visto per il minore il beneficiario, al di là della
prescrizione, può compiere gli atti necessari a soddisfare le esigenze della propria vita quotidiana.
Incapacità naturale: è possibile che il soggetto, pur legalmente capace di agire in quanto soggetto
maggiorenne, non sottoposto ad interdizione, né ad inabilitazione, né ad amministrazione di sostegno si
trovi però in concreto in una situazione di incapacità di intendere e di volere, cioè in una situazione nella
quale il soggetto è privo in modo assoluto della capacità di autodeterminarsi, ovvero della coscienza dei
propri atti, è però possibile che il soggetto si trovi in una situazione di incapacità, e il nostro ordinamento si
occupa anche di queste situazione e viene chiamato incapace naturale e lo distingue da quello legale. La
causa che determina questa situazione può essere sia permanente che transitoria (es incapace naturale
quanto la pro Bonini che ha bevuto e è ubriaca). L’incapacità se è permanente o transitoria è irrilevante
l’ordinamento tutela comunque il soggetto. Tutte le volte che c’è un problema della capacità d’agire o una
violazione di tutte le norme in questo tema se violate causano l’invalidità dell’atto e l’annullamento. Tutti gli
atti compiuti dall’incapace naturale sono annullabili ma la legge chiede il ricorrere di determinati requisiti a
seconda della tipologia dell’atto. In caso di contratto si tiene conto della buona o mala fede dell’altro
contraente, dove quest’ultimo non si sia accorto di aver sottoscritto un accordo con un incapace la legge lo
tutela e l’atto è valido. Bisogna distinguere tre tipi di atti che può fare l’incapace naturale: gli atti
personalissimi, gli atti unilaterali e i contratti. Sono tutti annullabili ma il codice civile detta regole diverse. In
caso di atti personalissimi se compiuti da un incapace naturale sono annullabili se si prova che il soggetto
era incapace. Gli atti unilaterali invece sono gli atti che sono compiuti da un solo soggetto, (si libera
qualcuno da un debito per esempio in un momento di ubriachezza) questi atti sono annullabili se si prova
che il soggetto era incapace naturale ma in caso di atto unilaterale bisogna anche provare che il
compimento dell’atto unilaterale ha provocato un pregiudizio per l’incapace, ovvero deve essere derivato
pregiudizio. Contratto la sua situazione è più complessa perché giustamente il contratto coinvolge anche
un’altra parte che non è detto che si sia reso conto di aver stipulato un contratto con un incapace naturale,
l’ordinamento tutela l’affidamento della parte in buona fede. La disciplina del contratto stipulato da un
incapace naturale è annullabile se si prova che il soggetto era incapace ma è anche necessario provare che
l’altro contraente era in malafede ossia era a conoscenza del fatto che stava stipulando un contratto con un
incapace naturale, se invece l’altro contraente era in buona fede e inconsapevole di stipulare un contratto
con un incapace la legge lo tutela e il contratto è valido.
Diritti della personalità: aspettano a ciascun individuo in quanto tale, la norma di riferimento più
importante è l’articolo 2 della costituzione che riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo. Il
legislatore costituente ha usato il termine riconoscere per dare l’idea che i diritti della personalità siano
diritti innati e non attribuiti dalle fonti del diritto. Le fonti li riconoscono ma i diritti della personalità
spettano a ciascuno di noi in quanto individui. I diritti della personalità siano un numero chiuso circoscritto
ai diritti specificamente disciplinati dal legislatore oppure se i diritti della personalità siano un numero
aperto destinato ad evolvere e a modificarsi nel tempo con la società, e che trovano un riconoscimento
grazie all’articolo due della costituzione. Sono diritti innati ma che spettano a ciascuno di noi in quanto
persona per esempio diritto alla riservatezza. I diritti della personalità hanno però dei caratteri che hanno
sempre, l’assolutezza e quindi sono tutelabili sopra tutti, la necessarietà si acquistano con la nascita e
completano tutti in quanto persona, imprescrittibilità non si prescrivono, non si estinguono con il non uso,
indisponibilità sono diritti della persona ma sono diritti non rinunciabili ultima caratteristica la non
patrimonialità in quanto tutelano valori non patrimoniali della persona vita salute ecc. con la
consapevolezza che i diritti della personalità tutti riconosciuti dalla costituzione sono un numero aperto
analizzeremo i seguenti diritti: diritto alla vita, diritto alla salute, diritto al nome, diritto all’integrità morale,
diritto all’immagine, diritto alla riservatezza, diritto all’identità personale.
Diritto alla vita: non è previsto espressamente nella nostra carta costituzionale ma in fonti extra statali
come l’articolo 2 della convenzione europea dei diritti dell’uomo, ma viene riconosciuto come diritto alla
personalità a tutti noi. Impone a tutti gli altri consociati il dovere di astenersi dall’attentare alla vita altrui. La
vita il diritto alla vita è tutelato dal nostro ordinamento tanto da sanzioni di diritto penali che del diritto
civile es risarcimento del danno. Il problema più grande che si pone è quello che si acquista il diritto alla vita
e si acquista con il diritto di capacità giuridica e quindi alla nascita. Aggiungiamo che il nostro ordinamento
tutela anche il concepito, ma gli riconosce, tutela, soltanto laddove il concepito poi nasca. Il diritto a nascere
è pienamente tutelato nei confronti dei soggetti diversi dalla madre perché nel nostro ordinamento c’è una
legge che è la legge 194 del 1998 che attribuisce alla madre di interrompere volontariamente la gravidanza
e quindi di non far nascere il concepito. Occorre distinguere due ipotesi, se la madre decide di interrompere
la gravidanza nei primi 90 giorni dal concepimento la stessa è libera di effettuare questa scelta senza
particolari limitazioni. Ovviamente la legge ha una formulazione talmente ampia da cui si desume che la
scelta è libera. Interruzione volontaria di gravidanza è permessa se vi è serio pericolo per la salute psico
fisica della donna tenendo conto delle sue condizioni economiche o sociali o familiari. Dopo i primi 90 giorni
l’interruzione volontaria di gravidanza può essere praticata solo quando la gravidanza o il parto comportino
un grave pericolo per la vita della donna. Un’altra ipotesi dopo i primi 90 giorni che la può comportare che si
ha quando sono stati accettati dei processi patologici (malattie) del feto che determinino un grave
pregiudizio per la salute psichica o fisica della donna.
Diritto alla salute: trova un esplicito riconoscimento anche nella nostra carta costituzionale all’articolo 32,
implica il dovere di astensione per tutti i consociati da condotte che possano cagionare infermità o malattia,
insomma da condotte che possano ledere l’integrità psico fisico del soggetto, come per il diritto alla vita
anche il diritto alla salute è tutelato nel nostro ordinamento tanto da sanzioni civili che penali. In linea di
massima il diritto alla salute è rimesso all’auto determinazione del suo titolare che è l’unico che può ad
esempio decidere se sottoporsi o meno ad un trattamento sanitario. In base all’articolo 32 della costituzione
però in casi eccezionali un soggetto può essere obbligato dalla legge a sottoporsi ad un determinato
trattamento sanitario. È possibile l’obbligatorietà quando c’è un interesse superiore tra il diritto alla salute e
rispetto alla salute della comunità si giustifica la scelta. Al di fuori dei trattamenti sanitari obbligatori è la
legge che obbliga un trattamento la regola è che per la validità di un trattamento sanitario è necessario il
consenso informato espresso e specifico dell’interessato il quale può se vuole sempre rifiutare un
trattamento sanitario. Esiste la legge 219 del 2017. La necessità di un consenso informato era già stata
ribadita molta anni prima rispetto alla legge stessa, ha messo per iscritto un principio che avevano già
raggiunto. Quando si parla di diritto alla salute noi civilisti dobbiamo fare i conti con una norma del primo
libro del codice civile, l’articolo 5 del codice civile che consente atti di disposizione del proprio corpo solo se
non sono contrari alla legge all’ordine pubblico e al buon costume e se non cagionano una diminuzione
permanente dell’integrità fisica. C’è una legge nel nostro ordinamento che vieta la vendita del sangue che
non è consentito perché contrario alla legge, la donazione invece è possibile. La legge in alcuni specifici casi
consente atti di disposizione del corpo in deroga all’articolo 5. Es. legge che ammette l’espianto da vivente di
alcuni parte del corpo, e sono possibili grazie ad una legge speciale con regole ben precise con titolo
gratuito e serve in alcuni casi l’autorizzazione del giudice. Un altro caso è l’intervento di rettificazione del
sesso fine del percorso. Ultimo caso sterilizzazione volontaria. Sono ovviamente sottratti dall’ambito di
applicazione dell’articolo 5 gli interventi posti a tutela della salute del paziente. Il paziente è libero di non
amputarsi un piede e morire e quindi di rifiutare il trattamento medico anche se è salvavita. Le parti del
corpo che possono essere legittimamente staccate diventano beni autonomi e sono beni che diventano di
proprietà del soggetto al cui corpo appartenevano e potranno essere oggetti ad atti di disposizione. La
persona fisica può disporre del proprio corpo dopo la morte e potrà per esempio disporre della propria
salma, ma può anche scegliere di donare i propri organi a scopo di trapianto, ma vi è per legge un’esclusione
per le gonadi e l’encefalo.
Diritto al nome: il nome svolge la funzione di identificazione della persona ed è formato dal prenome e dal
cognome, l’art 22 della costituzione da rilevanza al nome e stabilisce in particolare che nessuno può essere
privato per motivi giuridici della cittadinanza del nome e della capacità giuridica. 1) Le norme del nome è
che il figlio nato in costanza di matrimonio assumeva il cognome del padre; 2) Regola il figlio nato fuori dal
matrimonio in caso di riconoscimento effettuato contemporaneamente dei genitori assumeva ancora una
volta il cognome paterno; 3) Il figlio di genitori adottivi assumeva automaticamente il cognome del padre. In
ogni contesto di evoluzione della società non concordavano con le donne che la pensavano discriminatoria, i
dei momenti più importanti in questo caso sono delle sentenze una del 2016 e una del 2022. Nel 2016 la
corte costituzionale stabilisce che i genitori di comune accordo possono aggiungere al cognome paterno
anche il cognome materno, se il padre si opponeva non si poteva fare niente. Nel 2022 la sentenza 131 ha
dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 262 primo comma nella parte in cui si afferma che in caso
di riconoscimento effettuato contemporaneamente da genitori non sposati il figlio assume il cognome
paterno, l’illegittimità costituzionale di questa norma determina l’incostituzionalità delle due regole
precedentemente viste. La corte costituzionale ha delineato che spetta ai genitori scegliere liberamente
quale cognome attribuire al figlio a prescindere che siano coniugati, non o adottivi. Sono liberi anche di
attribuire al figlio solo il cognome solo o materno o paterno o entrambi i cognomi, e in questo terzo caso
sono liberi di metterlo nell’ordine che preferiscono la corte costituzionale ha specificato inoltre che in caso
di disaccordo tra i genitori mancando una legge deciderà il giudice tenendo conto del superiore interesse
del minore. Molti paesi hanno una regolamentazione di questa cosa ma in Italia non c’è ed è urgente un
intervento del legislatore. Ciascuno di noi è tutelato dell’ordinamento contro la contestazione, che si ha
quando un terzo cerca di ostacolare l’utilizzo del nome del soggetto, l’uso indebito si ha quando si una un
nome di un altro arrecando pregiudizio ad un altro, lo stato in entrambi i casi tutela il titolare del nome il
quale può rivolgersi al giudice chiedendo la cessazione e il risarcimento pe la violazione, in molti casi i
giudici ordinano la pubblicazione della sentenza su uno o più giornali come ultima forma di ristoro.
Diritto all’integrità morale: la legge tutela ad ogni individuo sia con sanzioni penali che civili affinché non sia
leso l’onore il decoro e la reputazione. Si tratta di un diritto che sempre più spesso è destinato ad entrare in
conflitto con altri diritti garantiti dalla costituzione come diritto all’informazione. In particolare ci si riferisce
al diritto di cronaca e al diritto di critica giornalistica. Ci sono casi in cui il diritto all’integrità morale deve
cedere e farsi prevalere dal diritto all’informazione, perché il diritto all’informazione possa prevalere occorre
che sussistano 3 presupposti: 1) Verità della notizia almeno nel nucleo centrale, perché se falsa dovrà
risarcire i danni; 2) Utilità sociale dell’informazione; 3) È definito come la continenza espositiva e significa
che la notizia sia vera e utile a livello sociale è anche necessario che nel linguaggio e nell’espressione il
giornalista si contenga utilizzando un linguaggio terso e non offensivo. Se non viene rispettato a uno di
questi tre presupposti il giornalista commette un illecito e il titolare del diritto all’integrità morale ha diritto
al risarcimento del danno e viene pubblicato su uno o più giornali.
Diritto all’immagine: impone ai terzi il divieto di esporre, mettere in commercio o pubblicare l’altrui ritratto
senza il consenso del titolare. L’eventuale consenso è un negozio unilaterale che ha ad oggetto non il diritto
all’immagine ma che ha ad oggetto solo il suo esercizio. Il consenso è revocabile in ogni tempo. La diffusione
dell’immagine di un soggetto senza il suo consenso è possibile quando è giustificata da esigenze di pubblica
informazione (es giustificata dalla notorietà o dall’ufficio ricoperto es presidente del consiglio).
Diritto alla riservatezza: diritto di ogni persona alla protezione dei dati di carattere personale che la
riguardano. Data di nascita, domicilio, sesso, preferenze religiose, politiche, la materia è disciplinata nel
codice privacy. La materia è regolata anche da un regolamento europeo dal 2018. Per dati personali si
intende ogni informazione relativa alla persona identificata o identificabile: nome, residenza… il trattamento
dei dati o privacy è utile per compiere azioni nella nostra vita come esami o concorsi o altro. Il codice
privacy stabilisce che il trattamento dei nostri dati deve avvenire in modo lecito e secondo correttezza, per
far si che sia lecito è necessario che l’interessato abbia ricevuto l’informativa, è necessario che abbia dato il
proprio consenso espresso, libero e che risulti dall’informativa stessa. Non si firma niente prima di non aver
letto tutto. In caso di violazione di questo diritto c’è un risarcimento del danno.
Diritto all’identità personale: la giurisprudenza annovera tra i diritti della personalità questo diritto che è un
diritto più nuovo rispetto agli altri studiati. Consiste nel diritto di ciascuno di noi a vedersi rappresentato con
i propri reali caratteri, cioè così come si è senza travisamenti della propria condotta e delle proprie idee. È il
diritto di ciascuno di noi di essere rappresentato ai terzi senza travisamenti delle nostre idee e delle nostre
condotte, e va rappresentato come è senza travisamenti della propria idea e condotta.
Fatto, atto e negozio giuridico: (va verso le situazioni giuridiche) le situazioni giuridiche mutano
costantemente, la causa che determina questi mutamenti, questi effetti giuridici, si chiama fattispecie
giuridica. La fattispecie giuridica che determina il mutamento delle situazioni giuridiche, può consistere in
eventi naturali estranei alla volontà dell’uomo o a comportamenti umani, a seconda della presenza o meno
del fattore umano si parla di fatto, di atto o di negozio giuridico.
Fatti: quando si parla di fatti ci si riferisce ad eventi naturali che accadono e producono i loro effetti giuridici
indipendentemente da qualsiasi attività umana (Es. Se la mucca partorisce un vitellino l’allevatore diventa
proprietario anche del vitellino appena nato. Al contrario se muore perde la proprietà la mucca).
Atti: sono comportamenti umani o comunque eventi riconducibili all’attività umana la cui rilevanza
nell’ordinamento giuridico dipende proprio dalla presenza del fattore umano, opposto eventi naturali,
nell’ambito della categoria atti si opera e si fa una distinzione che è basata sul ruolo della volontà umana
rispetto alla produzione degli effetti giuridici. Le due categorie sono atti giuridici in senso stretto (non
negoziali) e atti non negoziali, entrambi sono atti ma la differenza sta nel ruolo della volontà umana. Gli atti
non negoziabili sono comportamenti tenuti dall’uomo ma senza la volontà di produrre gli effetti giuridici che
le norme fanno discendere da quel comportamento. Es. Conseguenza pagamento somma di denaro è
l’estinzione dell’obbligazione ma il fatto che il soggetto paghi con la volontà o senza la volontà è totalmente
indifferente perché p la legge che stabilisce il produrre di quegli effetti giudici. Negli atti non negoziabili gli
effetti giuridici sono preordinati dalla legge. (Es. confessione riconoscimento di un soggetto di atti a sé
sfavorevoli e favorevoli all’altra parte)
Negozio giuridico: ci troviamo difronte a degli atti volontari dell’individuo nei quali la volontà del soggetto è
non solo quella di compiere quell’atto ma è anche e soprattutto la volontà di determinare proprio gli effetti
giuridici che le norme fanno derivare dall’atto. Gli atti invece sono quegli eventi che sono invece
riconducibili all’attività umana, il diritto privato distinguiamo due tipologie di atti, non negoziali e negoziali e
il criterio distintivo risiede nel ruolo della volontà umana, in tutti e due abbiamo il comportamento tenuto
da un uomo. Nel primo caso tiene volontariamente quel comportamento, non vuole gli effetti giuridici. Il
negozio giuridico più importante è il contratto è un atto posto in essere dall’uomo che non vuole solo tenere
quel comportamento ma vuole proprio che si producano gli effetti giuridici che la legge fa discendere da
quegli atti.
Lezione 7- 20/03/2024
L’articolo 810 del codice civile stabilisce che sono beni solo le cose che possono formare oggetto di diritti, ci
dà un’indicazione importante perché spesso nel linguaggio comune rischiamo di confondere il termine bene
con il termine cosa. Il bene giuridicamente parlando è una sotto categoria di cosa perché non tutte le cose
sono beni perché richiedono che possano essere soggetti di diritto (es le cose che chiunque non può trarne
utilità come le stelle) il primo concetto afferma che il bene quindi è una categoria meno ampia del concetto
di cosa, il secondo invece è che se anche parliamo di beni ciò che interessa al giurista è il diritto sulla cosa
non tanto la cosa stessa. Inoltre su un unico bene fisico (es una casa) possono confluire più diritti. I beni
vengono dai giuristi suddivisi in tante categorie, alcune sono molto importanti anche sotto il profilo
particolare (es differenza bene mobile e immobile). La prima classica distinzione che si fa è quella tra beni
materiali e beni immateriali: i beni materiali, anche detti beni corporali, sono quei beni che possono essere
percepiti con i sensi o con strumenti materiali (percepiti in qualche modo). Tra i beni materiali per scelta
legislativa vengono ricomprese anche le energie naturali purché abbiamo un valore economico. I beni
invece immateriali come dice la parola stessa sono entità diverse dalle cose corporali ma comunque utili
all’uomo e proprio perché utili suscettibili di aprire conflitti giuridici. (es di bene immateriale sono gli stessi
diritti, diritto di credito, tra i beni materiali si fanno rientrare i prodotti finanziari, le opere dell’ingegno come
sculture o pitture). Quando si parla di opere di ingegno bisogna distinguere il supporto materiale dal diritto
d’autore, e va distinto perché il proprietario del supporto materiale e il titolare del diritto d’autore
potrebbero coincidere ma poi può essere che le due cose non coincidano più. A seguito della vendita il
diritto d’autore rimane un diritto immateriali (es vendita quadro). La distinzione tra beni mobili e immobili,
l’articolo 812 distingue i beni immobili da quelli immobile, o meglio ci indica quali sono i beni immobili e
stabilisce che tutti quelli non elencati, per via residuale, sono considerati beni mobili. Per il nostro
ordinamento in ambito contrattuale, per il sistema della circolazione dei beni vige la regola che se si tratta di
un bene mobile le parti possono disporre del bene utilizzando la forma che preferiscono (orale o scritta),
per il trasferimento dei diritti reali di beni immobili (appartamento esempio) è necessaria la forma scritta a
pena di nullità. L’atto nullo oltre ad essere invalido, perché viziato, è anche un atto inefficace, non
producendo effetti giuridici. I beni immobili sono il suolo, ivi compresi le sorgenti e i corsi d’acqua e le cose
in esso incorporate, l’articolo specifica immobili anche le cose incorporate naturalmente ma anche
artificialmente (viene considerato anche un lampione). Stabilisce poi che sono beni immobili per scelta di
legge i mulini, i bani, gli edifici galleggianti quando siano saldamente ancorati alla riva per destinazione
permanete, tutti gli altri sono invece beni mobili. Altra suddivisione dei beni vi è quella tra i beni
consumabili e inconsumabili. I beni consumabili sono quelli la cui normale utilizzazione ne comporta la
consumazione (Es. Una bevanda se la bevo la consuma e poi non c’è più), si intendono beni consumabili
anche quando la normale consumazione richiede che il soggetto se ne privi (Es. Denaro). I beni
inconsumabili invece sono quei beni che non si distruggono, che non si esauriscono e che non si perdono
con il loro normale uso. (Es. Automobile rispetto ad un vestito) Bisogna non confondere il concetto di bene
inconsumabile col concetto di bene deteriorabile, anzi la maggior parte dei beni inconsumabili sono però
beni deteriorabili. Un’altra distinzione importante è tra beni fungibili e infungibili: i beni fungibili sono
quelli che vengono individuati con esclusivo riferimento alla loro appartenenza ad un determinato genere,
sono beni che si caratterizzano perché sono surrogabili, sostituibili, con altri beni (Es. Denaro). I beni
infungibili sono identificati nella loro specifica individualità (quadro rispetto ad un appartamento). Un’altra
distinzione è quella tra beni presenti e beni futuri: i beni presenti sono i beni già esistenti in natura, la
caratteristica è che possono esser oggetto di proprietà e degli altri diritti reali che studieremo; i beni futuri
sono quelli non presenti in natura, dove la loro circolazione segue regole particolari e che esistono delle
tipologie contrattuali che non possono avere ad oggetto per disposizioni di legge presenti futuri. Altre due
categorie di beni che hanno una disciplina peculiare, e una delle due la ritroveremo disciplinata anche nelle
azioni possessorie, sono due istituti: l’universalità dei beni e le pertinenze. L’universalità dei beni se ne
parla quando vi è una pluralità di beni che appartengono alla stessa persona e che hanno una destinazione
unitaria. I tre requisiti che devono ricorrere sempre insieme per parlare di universalità è necessario che: 1)
Ci sia una pluralità di cose (es 10 francobolli); 2) L’appartenenza di questa pluralità di beni allo stesso
soggetto; 3) È necessario che tutti questi beni che sono proprietà di questo soggetto abbiano una
destinazione unitaria, il fatto che questa pluralità dei beni abbia una destinazione unitaria fa sì che il diritto
consideri il complesso di beni un’entità a se stante rispetto ai singoli beni, e il fatto che vengano considerati
in questa maniera unitaria fa sì che il codice civile detti una disciplina. NB L’azione di manutenzione, che
normalmente riguarda soltanto i beni immobili può essere però esercitata anche a tutela dell’universalità
dei mobili. Alcune norme dedicate a beni immobili si applicano per espressa decisione di legge anche
all’universalità di mobili. La prima regola che l’atto di disposizione (Es. Vendo raccolta di francobolli) che
comprende tutti i beni che fanno parte dell’universalità senza che sia necessario nell’atto di compravendita
indicare tutti i singoli beni che la compongono. La seconda regola è che il proprietario dell’universalità può
però sempre scegliere di disporre anche singolarmente ciascun benefacente parte dell’universalità. (Se
vendo l’universalità senza specificare vendo tutto ma se voglio posso vendere ogni singolo bene). Le
universalità di beni hanno una disciplina a sé stante nel codice civile ma a parte le regole dedicate
all’universalità di beni nel nostro codice, in altri punti, ci sono delle norme di legge che stabiliscono che una
determinata regola destinata ad esempio ad essere applicata solo ai beni immobili si applica invece anche
alle universalità per espressa scelta legislativa. Possiamo anche trovare il contrario con una regola (possesso
vale titolo) che è una regola che vale solo per i beni mobili ma per l’universalità di beni no.
Pertinenze: sono le cose destinate in modo duraturo a servizio o ad ornamento di un’altra cosa, che si
chiama bene principale (es casetta di montagna e il garage, la prima è il bene principale, il garage è la
pertinenza perché è un bene destinato in maniera durevole al servizio della cosa principale ovvero
l’appartamento). Per far parlare di pertinenza servono due requisiti: 1) Requisito soggettivo ed è l’atto di
destinazione cioè il fatto che il proprietario abbia destinato una determinata cosa a servizio o pertinenza di
un’altra; 2) Requisito oggetti: è la durevole funzione di servizio d’ornamento, il fatto che questa funzione a
servizio duri nel tempo. Il rapporto pertinenziale può sussistere tanto tra due beni immobili (garage e
casetta), ma anche tra un bene immobile e un bene mobile (attrezzi agricoli destinati a modo
permanentante a servizio di un terreno agricolo). Il rapporto pertinenziale può sussistere anche tra due beni
mobili (automobile e autoradio) e ha due regole (anche se segue quelle della pertinenza): la pertinenza
segue la sorte della cosa principale e quindi se vendo la pertinenza vendo anche l’altra, la seconda è che se
il proprietario vuole può disporre soltanto della pertinenza e non della cosa accessoria.
Diritto di proprietà: l’articolo 832 del codice civile che si trova nel terzo libro ci dà la definizione di proprietà,
e stabilisce che la proprietà è che il diritto di godere e di disporre delle cose in modo pieno ed esclusivo
entro i limiti e con l’osservanza degli obblighi stabiliti dall’ordinamento. Dobbiamo distinguere il diritto di
godimento dal diritto di disposizione, nell’ambito delle facoltà di godimento rientrano tutte le forme di
utilizzazione del bene senza che il soggetto lo debba cedere (o farci cosa vuole tipo tenerlo vuoto), per
diritto di disposizione ci si riferisce al potere di cedere ad altri diritti sulla cosa. (è un diritto assoluto). I limiti
al diritto di proprietà si dividono in due tipologie, la prima all’interesse pubblico cioè alla collettività e i limiti
nell’interesse privato (es bene espropriato dallo stato con una somma di denaro). Ci sono dei limiti anche
nell’interesse dei privati e sono limiti che vincolano ciascun proprietario. I vincoli nell’interesse privato li
troviamo disciplinati nei rapporti di vicinato, sono limiti che sono posti a ciascun proprietario negli interessi
dei vicini proprietari. Gli istituti che se ne interessano sono: gli atti emulativi, le immissioni, le distanze legali,
la disciplina dei muri, la disciplina di luci e vedute e la disciplina delle acque. L’istituto più importante è il
primo perché il divieto di atti emulativi è una norma che è espressione di un principio fondamentale del
nostro ordinamento che è il divieto di abuso del diritto.
Lezione 8-21/03/2024
Il più importante è il divieto degli atti emulativi: per parlarne devono ricorrere determinati requisiti: 1) Che
l’atto in questione deve essere la manifestazione dell’esercizio del diritto di proprietà; 2) L’atto deve essere
posto in essere dal proprietario con l’unico fine di recare molestie al vicino, la finalità pregiudizievole è uno
devi requisiti; 3) L’inutilità dell’atto, l’atto posto in essere dal proprietario per lui è totalmente inutile. (Es. Mi
sta sul cazzo il vicino e ama la camera da leto perché vede il mare, decido di costruire un muro inutile per il
mio giardino col fine di molestare il mio vicino) Gli atti che di per se sono una delle manifestazioni del diritto
di proprietà è la costruzione del muro, allo stesso tempo è inutile o per me è posto in essere per molestare
il vicino, questi atti detti emulativi sono vietati dall’articolo 833 del codice civile e chi subisce l’atto emulativo
ha la possibilità di rivolgersi al giudice con due azioni, 1) Azione inibitoria; 2) Azione risarcitoria. È una
norma molto importante perché l’articolo 833 in divieto degli atti emulativi è considerato nel nostro
ordinamento la norma dalla quale si evince un principio fondamentale del nostro ordinamento che è il
divieto di abuso del diritto. Si desume un principio che vale sempre, ovvero che ognuno di noi può
esercitare i diritti che l’ordinamento ci riconosce ma non può perseguirli per fare azioni illecite. Quindi è il
divieto dell’abuso del diritto. Le immissioni sono tutti quei rumori, gas e odori che provengono dalla casa del
vicino, la regola generale è che le immissioni ciascuno di noi le deve sopportare se non superano la normale
tollerabilità, quando invece superano la normale tollerabilità chi le subisce può rivolgersi al giudice
esercitando l’azione inibitoria per evitare che si ripeta quella condotta (per il futuro), per quello del passato
il soggetto può richiedere il risarcimento. Distanze, luci, vedute e acque, il nostro codice civile regola anche
le distanze che devono trovarsi tra edifici, che devono intercorrere tra i muri, regolamenta come devono
essere deviate le acque in modo da non infastidire i vicini e regola infine le luci e le vedute. (Es. Per il codice
civile gli edifici o sono attaccati o ci deve essere una distanza minima di 3 metri per evitare intercapedini
anguste di sporcizia per non mettere a rischio la sanità pubblica). Differenza tra luci e vedute: le luci sono le
aperture tra muri o edifici che però non permettono al proprietario di affacciarsi sul terreno altrui; le vedute
invece sono tutte quelle aperture come finestre o balconi che permettono di affacciarsi sul terreno altrui.
Per entrambe il codice civile stabilisce delle regole come altezza e condizioni di apertura, laddove un
proprietario apra una luce o una veduta non rispettando le regole stabilite dall’ordinamento il vicino ha
diritto di rivolgersi al giudice chiedendo la messa in regola, se possibile, oppure la chiusura totale in un
punto in cui l’apertura non poteva essere aperta. Rispettando le norme chiunque può aprire una luce o
veduta, se un vicino ne subisce una a norma può far intervenire il giudice.
Modi di acquisto della proprietà: la macro distinzione è tra: 1) Modi di acquisto della proprietà a titolo
derivativo; 2) Modi di acquisto della proprietà a titolo originario. Il primo presuppone la titolarità del
diritto a capo di un soggetto e dando luogo alla successione del diritto che si trasferisce al nuovo
proprietario. I modi di acquisto sono il contratto o la successione (es dopo un acquisto ho lo stesso diritto
del precedente proprietario) questo significa che le eventuali nullità dell’acquisto precedente si riflettono
sul mio acquisto e sul venditore. Negli acquisti a titolo originario chi acquista il diritto di proprietà lo
acquista a prescindere dalla precedente titolarità, sono certo quindi di essere proprietario perché quello
che è successo prima è irrilevante e quindi ho il diritto totale ed è un acquisto più sicuro. I modi di acquisto
sono 1) occupazione; 2) invenzione; 3) accessione; 4) unione e commissione; 5) specificazione; 6)
l’usucapione e la regola possesso vale titolo (sul libro dice che però sono due modi di acquisto a titolo
originario basate sul possesso si studiano in seguito perché basate proprio sul possesso).
Occupazione: acquisto a titolo originario che consiste nell’impossessamento di cose non appartenenti a
nessuno o che non sono più di nessuno.
Invenzione: modo di acquisto della proprietà delle cose smarrite dal precedente proprietario, quando un
soggetto trova un bene da qualcuno altro però non lo acquista subito per invenzione, qui il soggetto per
legge è tenuto ad eseguire una pubblicazione che è quella di consegnare al proprietario oppure se il
proprietario non è conosciuto va portato al sindaco/oggetti smarriti. Se la consegniamo al proprietario
abbiamo diritto ad un premio che vale un ventesimo del valore del bene. Se la consegniamo al sindaco ci
sono due eventualità: se il proprietario si presenta entro un anno chi lo ha trovato ha diritto ancora al
premio, se in vece il proprietario non si presenta, il trovatore dopo un anno acquista la proprietà del bene a
titolo originario per invenzione.
Accessione: si ha accessione quando una cosa accessoria si incorpora, si unisce, ad una cosa principale
(albero piantato su un terreno) l’accessione può essere di due tipi: 1) Per fatto dell’uomo; 2) Per fatto
naturale. Nel primo caso è che il proprietario della cosa principale diventa proprietario anche della cosa
accessoria, ma deve pagare al proprietario del bene il valore del bene aggiuntivo. L’accessione per fatto
naturale (non ci è un accordo tra le parti) ed esistono due tipi: la prima è l’alluvione, la seconda si chiama
evulsione. In tutti e due i casi la fattispecie concreta (due proprietari lungo un fiume, l’acqua scorrendo
naturalmente produce lo staccarsi di micro pezzo di terreno scorrendo vanno ad accrescere il valore del
fondo posto sotto) quando questo micro avvenimento accade il proprietario lo acquista per accessione e in
particolare per alluvione. La seconda cosa ha bisogno di un legislatore, per l’evulsione il corso dell’acqua è
così violento che stacca dal primo terreno un pezzo di terreno notevole e riconoscibile, andando ad
accrescere sempre il terreno del secondo in questo caso l’ordinamento stabilisce che colui che si è arricchito
deve al proprietario del fondo che invece ha visto diminuire il suo terreno, un’indennità, un costo che ristora
quella perdita. Per il nostro ordinamento si ha il principio che qualunque spostamento di ricchezza si deve
avere una motivazione e se avviene deve essere pagato o restituito. Il risarcimento del danno e l’indennizzo
sono entrambi una somma di denaro, la differenza è che quando si parla di risarcimento del danno vuol dire
che qualcuno ha commesso un illecito, l’indennizzo si usa quando non ci sono illeciti, a volte scopriremo che
una persona può subire un danno senza subire un illecito, la somma di denaro che va a tutelare colui che ha
subito un danno senza illecito si chiama illecito.
Unione e commissione: lo schema è esattamente quello per la cessione, due cose una principale e una
accessoria che si uniscono, qui però parliamo di beni mobili, prima immobili, (Es. Vernice data su una bacca,
due cose di incorporano, se la vernice l’ho pagata e poi ho dipinto non si pome un problema di unione e
commissione, queste regole valgono se manca un accorso tra la cosa accessoria e quella principale) queste
si incorporano ma non danno vita a qualcosa di nuovo, la regola dice che il proprietario della cosa principale
diventa proprietario anche della cosa accessoria e quindi dovrà pagare il valore della vernice al proprietario
della materia.
Specificazione: noi abbiamo un soggetto che con il proprio lavoro crea un bene nuovo utilizzando un
materiale altrui (Es. Prendo lana e creo maglione), se il valore della materia supera il valore dell’attività
lavorativa il proprietario della cosa nuova diventa il proprietario della materia. In tutti gli altri casi il
proprietario è colui che ha creato la materia.
Azioni a tutela della proprietà: queste azioni disciplinate dal codice civile sono quattro, ma c’è anche
un’altra regola di origine giurisprudenziale (inventata dai giudici nel libro poco presente). Azione è il potere
di rivolgersi al giudice e c’è una norma vedi da appunti di altri le tutele per azioni. Tutte le volte che c’è un
giudizio, c’è un soggetto che si è rivolto ad un giudice, ed è chiamato legittimato attivo, il soggetto che
agisce in giudizio si chiama anche attore. Tutte le volte che mi rivolgo al giudice chiedo tutela verso qualcun
alto, chiamato convenuto o legittimato passivo. Quando si parla di azione, giudizio o processo parliamo di
qualcuno che si è rivolto ai giudici. Dobbiamo chiederci chi può fare l’azione, chi la legittima è un soggetto
che può agire per questa azione e un soggetto che la subisce. L’azione di rivendicazione è la prima azione a
tutela della proprietà e sono: l’azione di rivendicazione, l’azione negatoria, l’azione di regolamento dei
confini e l’azione per apposizione di termini, quindi 4 azioni civiliste. La quinta della giurisprudenza si
chiama azione di mero accertamento della proprietà.
Azione di rivendicazione: è concessa a chi si afferma proprietario di un certo bene, ma non e ha il possesso
ossia la materiale disponibilità al fine di ottenere l’accertamento della proprietà e la condanna di chi
possiede il bene alla sua restituzione. Legittimato attivo è chi sostiene di essere il proprietario ma non ha il
possesso del bene, legittimato passivo, contro cui si esercita l’azione, è chi ha la materiale disponibilità del
bene. L’azione di rivendicazione è imprescrittibile e non si estingue senza il suo uso. Il problema che vale per
ogni giudizio e controversia è che se mi trovo dal giudice devo provare la mia ragione. La prova è definita
una prova diabolica per quanto è difficile. È detta diabolica perché il legittimato attivo deve provare con
certezza di essere il proprietario del bene. In un’azione di rivendicazione dimostro che ho acquistato a titolo
originario vinco la causa, ma se l’ho acquistato a titolo derivativo il giudice mi dice che devo mostrare la
validità fino all’arrivo dell’acquisto a titolo originario. Chi agisce con l’azione di rivendicazione e non ha
acquistato a titolo originario può far salvo il suo acquisto e può dimostrare di essere il proprietario e vincere
la causa utilizzando due regole, istituti, a seconda che si tratti di un bene mobile o di un bene immobile. Per
i beni mobili l’istituto è la regola possesso vale titolo, per i beni immobili la regola è l’usucapione. Per il
primo, l’attore potrà vincere la causa e dimostrare di essere proprietario se prova che anche laddove avesse
acquistato da un non proprietario avrebbe comunque fatto il suo acquisto salvo in base al funzionamento
della “regola possesso vale titolo” per aver acquistato il bene in base ad un titolo idoneo al trasferimento
della proprietà nonché per aver ottenuto il possesso del bene stesso. Avviene se acquisto un bene in buona
fede, impossessandomene attraverso un titolo idoneo di proprietà, contratto, il mio titolo è fatto salvo. Vale
la stessa cosa per i beni immobili solo che la regola possesso vale titolo non vale, allora l’istituto che ci fa
salve il nostro acquisto è quello dell’usucapione, quindi l’attore nell’ambito dell’azione di rivendicazione
quando il bene in gioco è un bene immobile potrà provare di essere il proprietario, se prova di aver
acquistato il bene per usucapione, ossia se prova di aver avuto il possesso del bene in questione in modo
continuato per il periodo di tempo necessario per il maturare dell’usucapione stesso. Se nullo il proprietario
perde la proprietà e io che l’ho avuto per molto tempo lo acquisto per usucapione e ne divento
proprietario.
L’azione negatoria è la seconda azione a tutela della proprietà ed è l’azione che spetta al proprietario di un
bene al fine di ottenere l’accertamento della inesistenza di diritti vantati da terzi sul bene stesso. L’azione
negatoria serve per reagire alle molestie di fatto e o di diritto che dei terzi possono compiere. Quando
ciascun proprietario riceve molestie di fatto o di diritto può tutelare la propria proprietà con l’azione
negatoria chiedendo al giudice di accettare l’inesistenza dei diritti dichiarati dal terzo e dove le molestie si
sono trasformate in un comportamento ordinare al vicino di cessare la propria condotta. Qui basta provare
il titolo di acquisto valido, è il vicino semmai provare che ha una servitù di passaggio. Legittimato attivo è il
proprietario, passivo è chi compie la molestia. Regolamenti di confini e accertamento ecc. la prima ciascuno
dei due proprietari si può rivolgere al giudice per chiedere che venga accertato il confine tra i due fondi.
Apposizioni di termini il problema non è dove inizia la proprietà di uno e dell’altro, qui il confine è certo ma
mancano segni distintivi perché non ci sono mai stati o sono venuti meno. L’azione di mero accertamento è
di origine giurisprudenziale è un’azione che ha riconosciuto al proprietario sia se ha o non ha il possesso del
bene quando il proprietario ho comunque interesse ad ottenere una sentenza del giudice che attesta che lui
è il proprietario. Se non ha il possesso ha una prova ancora diabolica, se invece è possessore otterrà la
pronuncia allegando un valido titolo di acquisto.
Possesso: il possesso è una situazione di fatto (perché ho la materiale disponibilità del bene e mi comporto
come se avessi il diritto di proprietà) che però pronuncia effetti giuridici e è disciplinata dal nostro diritto di
fatto. Alla situazione di fatto può corrispondere anche la situazione di diritto di proprietà. Quando la
situazione di fatto e di diritto coincidono si parla di possesso legittimo (domanda sicuro) quando invece la
situazione di fatto e quella di diritto non coincidono si parla di possesso illegittimo. Il diritto si occupa di una
situazione di fatto per questioni di pace sociale. Il possesso è una situazione di fato che si manifesta in una
attività corrispondente all’esercizio del diritto di proprietà o di altro diritto reale minore. Possesso pieno se
ha il diritto di proprietà, possesso minore se il possessore esercita un comportamento che rientra in un
diritto reale minore. I requisiti per parlare di possesso sono due l’elemento soggettivo: animus possidendi,
elemento numero due elemento oggettivo. Il primo è l’intenzione del soggetto di esercitare sulla cosa poteri
corrispondenti al diritto di proprietà o poteri corrispondenti al diritto minore. Il requisito oggettivo è
nell’avere in soggetto la materiale accessibilità al bene. (Ladro è un possessore perché si comporta come se
fosse un possessore del bene e ne ha la materiale controllo, è un possessore illegittimo). Quando sussiste
solo l’elemento oggettivo, quando c’è un soggetto che controlla materialmente un bene ma non si comporta
come se fosse il proprietario la situazione che viene in gioco si chiama detenzione (Es. Meccanico che ha
auto per ripararla ha il materiale ossesso del bene ma manca l’elemento soggettivo e quindi è un
detentore). Nell’ambito della detenzione bisogna distinguere due tipologie di detenzione e la distinzione è
tra detenzione qualificata e detenzione non qualificata, si parla di detenzione qualificata quando il
detentore ha acquistato la materiale disponibilità del bene nel suo interesse. Si parla di detenzione non
qualificata quando il detentore ha acquistato la materiale disponibilità del bene per ragione di servizio e
ospitalità.
Azioni possessorie: sono le azioni a tutela del possesso dove il proprietario di un bene può scegliere se
utilizzare le azioni a tutela della proprietà o usare le azioni possessorie. Usa le azioni possessorie perché il
giudizio possessorio è un giudizio molto più semplice e veloce. Le azioni possessorie sono l’azione di
reintegrazione, perché sono possessore), l’azione di manutenzione, l’azione di nuova opera e l’azione di
danno temuto (impara questo e le 5 azioni passate perché sicuro). L’azione di nuova opera e l’azione di
danno temuto insieme si chiamano azioni di nunciazione. (eventuale domanda scrivere che sono 4). Nel
nostro ordinamento abbiamo visto che il possesso è tutelato e disciplinato, finché è in atto di un terzo che
prova a prendere il possesso del mio bene posso azione di difesa verso il bene, ma finita l’azione se rivoglio
il bene devo fare causa al ladro. Azione di reintegrazione: con l’azione di reintegrazione il soggetto si rivolge
al giudice laddove sia stato privato della materiale disponibilità del bene a seguito di uno spoglio violento o
clandestino. Il legittimato attivo nell’azione di reintegrazione è qualsiasi possessore e anche il detentore,
soltanto il detentore qualificato. Il detentore qualificato può esperire l’azione di reintegrazione anche nei
confronti dello stesso possessore. L’inquilino è un detentore qualificato, meccanico non qualificato, l’azione
di reintegrazione può essere esercitata non solo dal possessore ma anche dal detentore qualificato e la può
esercitare anche nei confronti del possessore, l’inquilino può fa l’azione di detenzione col possessore. Chi fa
lo spoglio legittimato passivo nella reintegrazione. L’azione di integrazione si prescrive, chi lo ha subito può
esercitare l’azione possessoria entro 1 anno di tempo che inizia a decorrere dallo spoglio o dalla sua
scoperta. Quando lo spoglio non è né violento né clandestino il possessore non può esercitare l’azione per
integrazione ma può esercitare l’azione di manutenzione, è la seconda azione q tutela del possesso e può
essere esercitata in due casi: Quando c’è il possessore privato del proprio possesso ne violento ne
clandestino e usa l’azione per riavere l’integrazione del suo possesso. L’azione di manutenzione può essere
utilizzata inoltre tutte le volte in cui un possessore subisce delle molestie o delle curvative. Non spetta al
detentore l’azione di detenzione e inoltre non spetta a qualsiasi possessore, spetta soltanto al possessore di
un immobile di un’universalità di mobili o al possessore di un diritto reale minore su immobile. L’azione di
manutenzione però non può essere esercitata dal detentore, legittimato passivo è solo il possessore di beni
immobili, universalità di mobili e di un diritto reale minore su beni immobili, questo possessore può
esercitarla solo a condizione che sia possessore da almeno un anno e che il suo possesso sia stato
continuativo e ininterrotto. C’è una regola per i beni mobili e non si applica a universalità dei mobili è la
regola possesso vale titolo. Il legittimato passivo è colui che fa molestie o chi ha fatto uno spoglio non
violento e non clandestino.
Nuova opera e danno temuto: queste due azioni possono essere utilizzate a tutela della proprietà, di un
diritto reale minore di godimento, nonché a tutela del possesso. In comune queste due azioni hanno anche
la funzione, cioè sono due azioni che hanno la funzione tipicamente cautelare che hanno come finalità
quella di prevenire un danno o un pericolo. Legittimato passivo di entrambe è non solo il titolare di un
diritto reale minore ma anche il possessore e comunque in generale chi abbia la materiale disponibilità del
bene.
L’azione di nuova opera spetta al proprietario al titolare del diritto reale minore e al possessore che abbia
ragione di temere che da una nuova opera, ovvero un’opera iniziata da meno di un anno e non ancora
terminata possa derivare danno alla cosa che forma oggetto del suo diritto e del suo possesso. L’azione di
danno temuto è uguale ma cambia che è un’opera non nuova cioè il soggetto può esercitare l’azione
quando si crea un grave danno da qualsiasi edificio. Sono due azioni cautelari ma cambiano i requisiti a
seconda della ostruzione da quale può derivare un danno. Il giudice laddove si renda conto che ‘è un rischio,
un pericolo, prenderà gli opportuni provvedimenti necessari a evitare che il danno si verifichi. Potrà far
prestare idonea garanzia quella persona che porta pericolo. Oltre ad ordinare i provvedimenti necessari può
chiedere di prestare idonea garanzia.
Lezione 9- 10/04/2024
Libro quarto del codice civile “le obbligazioni”, il contratto di società viene disciplinato nel quinto libro del
codice civile. Si disciplina dall’articolo 1173 all’articolo 2059, in particolare questo libro, quarto, ha una
prima parte molto importante denominata “disposizioni preliminari” che sono 3 articoli. Dall’articolo 1173
all’articolo 1320 prima parte che tratta la disciplina obbligazioni in generale, titolo secondo dei contratti in
generale dall’1321 all’1469 bis che disciplina tutti i contratti, dall’articolo 1470 fino al 1986 inizia la
disciplina dei singoli contratti titolo terzo (disciplinati anche da leggi diverse esempio contratto di locazione
disciplinato sia dal cc ma anche dalla legge speciale del 78 che disciplina i singoli casi di contratto di
locazione urbana e dell’immobile), poi ci sono tutti quei contratti che sono i contratti atipici, non hanno una
disciplina particolare, poi abbiamo il titolo quarto che sono le promesse unilaterali dal 1987-1991, il titolo
quinto che sono i titoli di credito dal 1992 all’articolo 2027, segue la gestione di affari titolo sesto dal 2028 al
2032, poi titolo settimo il pagamento dell’indebito 2033 al 2040, poi titolo ottavo arricchimento senza causa
2041 2042, 2043 al 2059 sono i fatti illeciti, tutti questi citati sono fonti delle obbligazioni. Articolo 1173:
tutto ciò che crea le fonti dell’obbligazione sono il contratto, segue il fatto illecito e poi ogni atto o fatto
idoneo a produrre in conformità con l’ordinamento giuridico. È una disposizione un po’ particolare perché
normalmente le norma giuridiche hanno un carattere precettivo (vincolante, direttamente regolante una
fattispecie), è una norma descrittiva, questa distinzione che fa il legislatore è una tripartizione delle fonti
dell’obbligazione, contratto, fatto illecito e ogni altro atto. Non esiste nell’ordinamento una nozione
dell’obbligazione, ci sono molti istituti regolamentati ma non tutti vengono disciplinati, il contratto sì. Le
obbligazioni si riducono in obblighi di dare, di fare e di non fare, rispetto al libro terzo del codice civile. Il
libro terzo si focalizza sulla situazione giuridica attiva, l’obbligazione invece fa perno sulla situazione
giuridica passiva, obbligo e debito es, quindi la logica è totalmente rovesciata in tema di obbligazioni
rispetto alla proprietà. Abbiamo però all’articolo 1174 che fa sempre parte delle disposizioni preliminari la
nozione dell’istituto che costituisce l’oggetto della prestazione cioè l’obbligazione in particolare 1174
rubricato “carattere patrimoniale della prestazione”, ci dice che la prestazione che forma l’oggetto della
prestazione deve corrispondere ad un interesse non patrimoniale del creditore. Anche questa norma è una
norma particolare perché non è una norma prescrittiva, non impone dei doveri, non si riferisce a soggetti
che si rivolgono a situazioni fattuali, ma fa prettamente riferimento alla nozione di obbligazione. Sempre
con riferimento alla parte generale sulle obbligazioni dobbiamo subito dire che la stessa è caratterizzata da
due elementi importantissimi che sono la comunanza: quello che c’è scritto nella parte sulle obbligazioni è
comune a tutti i rapporti comunitari che derivano da diverse fonti, e l’invarianza: non varia ma è comune. Il
terzo concetto da tener presente è l’articolo 1175 che fa parte delle disposizioni preliminari e ci dice che il
debitore e il creditore devono comportarsi secondo le regole della correttezza, (i numeri vicino sono articoli
a cui rinvia la norma in cui troviamo questo concetto esempio richiama l’articolo 1337 che in relazione al
contratto generale che le parti devono comportarsi secondo). Il principio della buona fede è un principio
fondamentale che ha una duplice accezione la possiamo vedere come buona fede in senso oggettivo e
soggettivo. Oggettivo segue regole correttezza dell’articolo 1175, soggettivo colui che agisce consapevole di
non ledere l’altro soggetto in un rapporto obbligatorio. Dall’articolo 1173 si può anche dire che oltre al
contratto e al fatto illecito le altre fonti delle obbligazioni sono indicate in via residuale, contratti e fatti
illeciti sono altre fonti delle obbligazioni, ogni atto o fatto idoneo a produrre. Perché non esiste una nozione
di obbligazione nel cc perché il guardasigilli non ha ritenuto necessario introdurla demandando il compito
alla dottrina. Si può trovare qualcosa delle obbligazioni anche nel libro sesto che disciplina i rimedi, cosa
può fare la parte fedele del rapporto obbligatorio per far sì che la controparte adempia alla propria
obbligazione, perché adempiendo alla prestazione la compiamo perché obbligato. Prestazione obbligo di
fare non fare. Nell’adempimento delle obbligazioni devo tenere un determinato comportamento oltre alla
correttezza devo adempiere con un concetto arcaico del cc cioè la diligenza del buon padre di famiglia 1176
art e qui deve essere utilizzata la diligenza. Adempimento dell’obbligazione principale per estinguere
l’obbligazione può avvenire o da parte del debitore oppure da parte di un terzo, qualcuno che effettua
prestazione anche se non era tenuto ad adempiere l’obbligazione. (esempio compro una casa la vendita è
un contratto cosa contro prezzo, obblighi venditore parecchi, obbligo acquirente è la prestazione è solo di
pagare il prezzo). Il terzo non può sempre adempiere all’obbligazione distinguendo il primo fondamentale
quando il debitore ha manifestato la sua posizione che non vuole far pagare un terzo, il secondo caso
quando l’oggetto dell’obbligazione è una cosa infungibile (esempio non ho un tavolo ordinato perché fatto
da un altro falegname e posso rifiutare la prestazione) se ho già pagato e il falegname è inadempiente la
legge mi offre una serie di rimedi, disciplinati nel libro quarto e nel sesto, se non adempie a questo
particolare obbligo incorre nella responsabilità contrattuale o del debitore disciplinata dall’articolo 1818.
Allo stesso tempo oltre a richiedere l’adempimento posso richiedere un risarcimento del danno. Nozione di
obbligazione: obbligazione o debito significa vincolo giuridico che impone ad un soggetto debitore di tenere
un comportamento o anche di realizzare una utilità e o prestazione suscettibile di valutazione economica e
corrispondente ad un interesse anche non patrimoniale anche di un altro soggetto creditore, il quale ha il
diritto (credito) di ottenerne l’adempimento e in caso di inadempimento di avvalersi dei rimedi offerti
dall’ordinamento alla forzosa realizzazione in forma specifica del proprio interesse ovvero, a seconda della
natura della prestazione o della scelta del creditore, al conseguimento dell’equivalente monetario e a
risarcimento del danno ulteriore, essendo il debitore gravato dalla corrispondente responsabilità
contrattuale, 1818, essendo suo patrimonio assoggettato all’esecuzione forzata dei rimedi creditori. Un altro
principio fondamentale è l’inadempimento dell’obbligazione, quando il debitore è inadempiente, 1218
inserisci o almeno rubrica, contiene un principio fondamentale in tema di obbligazione denominato
responsabilità del debitore o contrattuale, ed è un principio che va letto con vicino l’articolo 2697, chi agisce
in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento della causa. Se una parte del contratto è
inadempiente io posso agire in giudizio dicendo che è inadempiente senza dover provare niente, il debitore
per liberarsi deve provare che non è vero è un’inversione dell’articolo 1818 il debitore deve provare che
l’inadempimento non è dovuto a una causa imputabile. È un principio fondamentale del debitore. Ora inizia
la bonini oggi abbiamo iniziato col dott munari “bravissimo” avvocato a parlare di obbligazioni.
L’obbligazione civile infatti non rileva lo stato di capacità del debitore nel senso che l’adempimento nelle
obbligazioni civili è un atto dovuto per cui se il debitore è capace o incapace per il codice civile è totalmente
indifferente. Nell’obbligazione naturale il debitore non è tenuto ad adempiere ma il pagamento è spontaneo
ma deve essere fatto da un debitore che comprende cosa sta facendo (no effetto di alcol o droghe) è un atto
di autonomia e richiede la capacità del soggetto di rendersene conto, se non è capace non vale la regola del
primo comma dell’articolo 2034, quindi se è incapace può riprendere quanto versato. Nelle obbligazioni
civili il creditore deve essere capace di agire perché la ricezione dell’adempimento perché il creditore deve
valutare l’esattezza dell’adempimento e rilasciare una valida quietanza di pagamento. Il debitore che
adempie nei confronti di un creditore incapace non è liberato, non estingue il credito. Il codice civile dà però
la possibilità al debitore di liberarsi ugualmente: 1) Se prova che l’adempimento è andata comunque a
favore dell’incapace; 2) Se il debitore liberato anche in caso di un creditore incapace se prova che la
prestazione è rimasta integra fino a quando l’incapace è tornato capace d’agire;
Di regola l’adempimento è effettuato dal debitore e non si pongono molti problemi oltre a quelli già visti,
l’unica domanda è capire se il debito può essere pagato da un soggetto terzo, ovvero un soggetto esterno
che non è parte di un contratto, normalmente il creditore è obbligato ad accettare un adempimento fatto da
un terzo, ci sono due casi in cui il creditore invece può rifiutare l’adempimento del terzo: il primo caso è
quando la prestazione oggetto dell’obbligazione è infungibile (non sostituibile con un’altra) posso rifiutare
l’adempimento; secondo caso il creditore può rifiutare l’adempimento da parte del terzo se anche il
debitore si è opposto, l’adempimento che sia effettuato dal debitore o che sia effettuato dal terzo nei casi in
cui questo sia lecito estingue l’obbligazione, quindi il rapporto obbligatorio viene meno, l’adempimento non
è l’unico modo di estinzione dell’obbligazione, ci sono modi che si chiamano modi di estinzione
dell’obbligazione che la estinguono comunque. I modi sono: compensazione; confusione; novazione,
remissione; impossibilità sopravvenuta della prestazione. La fonte più importante dell’obbligazione è il
contratto, ed è disciplinato dall’articolo 1321 e seguenti del cc e ci dà la definizione di contratto. Dalla
definizione il contratto è l’accordo tra due o più parti per estinguere, regolare o costruire un rapporto
giuridico patrimoniale. Dalla definizione emergono le caratteristiche principali del contratto, innanzitutto il
contratto è un accordo ed è un atto negoziale o negozio giuridico. Il negozio giuridico si ha quando il
soggetto compie un determinato atto con la volontà non solo di compiere l’atto ma proprio di produrre
quegli effetti giuridici che le norme fanno derivare da quell’atto. La seconda caratteristica dalla definizione è
un contratto è un atto almeno bilaterale o formato da più parti, il concetto di parte del contratto e di
soggetto non sono per forza coincidenti. Il contratto poi è un atto patrimoniale e questo emerge
dall’articolo 1321. Quando il contratto è concluso, è stipulato quindi, è nato un contratto tra due parti che
non erano legate da un vincolo contrattuale che prima non erano legate. Bisogna partire da un accordo e
sono molteplici, ne sono 3: 1) caso più facile quando i 2 vogliono concludere contratto si trovano nella
stessa stanza. Questi 2 soggetto hanno dei nomi: chi propone il contratto si chiama proponente ed è colui
che fa la proposta, in questa fase non c’è un contratto, chi riceve la proposta si chiama oblato. Se i due si
trovano nella stessa stanza il contratto sarà concluso solo quando si metteranno d’accordo, il contratto è
concluso quando l’oblato conferma la proposta. Lo schema non può essere applicato tutte le volte in cui
proponente e oblato sono distanti. La regola è che quando proponente e oblato sono distanti, il contratto è
concluso quando chi ha fatto la proposta viene a conoscenza dell’accettazione. I due atti che proponente e
oblato vanno a redigere si chiamano proposta e accettazione, sono atti unilaterali ricettizi, abbiamo una
differenza rispetto al contratto perché è un atto bilaterale. Ricettizio: un atto lo è quando produce i suoi
effetti solo nel momento in cui giunge a conoscenza del suo destinatario. Il cc usa il termine conoscenza
nella regola dettata per la conclusione del contratto, perché è concluso chi ha fatto la proposta è a
conoscenza dell’accettazione, sarebbe un concetto difficile da dimostrare sotto il profilo pratico, il cc con la
regola presunzione di conoscenza art 1335 del cc stabilisce una regola che vale per tuti gli atti recettizi. La
regola dettata dall’articolo che si chiama presunzione di conoscenza stabilisce che gli atti si considerano
conosciuti dal loro destinatario nel momento in cui giungono all’indirizzo del destinatario. Si dà possibilità al
destinatario di provare che invece non ha potuto anche se l’atto è arrivato all’indirizzo non ha potuto aver
senza sua colpa conoscenza. Il contratto è concluso quando chi ha fato la proposta ne è a conoscenza, e
arrivano all’indirizzo. Il contratto è concluso quando l’accettazione dell’obbligazione all’indirizzo del
proponente.
In caso di morte o sopravvenuta incapacità del proponente, la regola generale è che in caso di morte o
sopravvenuta incapacità del proponente la proposta perde efficacia, ci sono però due eccezioni, due casi in
cui la proposta non perde efficacia nonostante la morte o la sopravvenuta incapacità del proponente. La
prima eccezione è se si trattava di una proposta irrevocabile, infatti fa sì che la morte del proponente o
l’incapacità non ne faccia perdere efficacia, dove l’oblato può perdere efficacia. Il secondo caso in cui morte
o incapacità non determina la perdita di efficacia è quando la proposta è stata fatta dall’imprenditore
nell’esercizio dell’impresa, anche in questo caso la proposta rimane ferma. C’è un’eccezione a questa
seconda eccezione quando la proposta è fatta dal piccolo imprenditore perché quando la proposta è
effettuata dal piccolo imprenditore muore o diviene incapace riviene la regola generale e la proposta cade
L’offerta al pubblico: è una particolare proposta che non ha un destinatario determinato ma una collettività
indeterminata di destinatari. La proposta fatta in questa forma vale come vera e propria proposta, per cui
per la conclusione del contratto basta la semplice accettazione a due condizioni: 1) che l’offerta al pubblico
contenga tutti gli elementi essenziali del contratto; 2) che il valore di vera e propria proposta non sia escluso
dalle circostanze e dagli usi. Il codice civile stabilisce che l’offerta al pubblico può valere come vera e propria
proposta contrattuale e basta l’accettazione e delle due cose stabilite prima. Nei casi di offerte ad esempio
online non siamo davanti ad offerte al pubblico ma ad un invito a proporre, vuol dire che metto l’annuncio
invitando dei soggetti a farmi delle proposte, ora io divento l’oblato e sono libero di accettare o meno.
Gli elementi essenziali del contratto che troviamo elencati nel 4° libro del codice civile all’articolo 1325
indica quali sono elementi essenziali del contratto e il fatto che il cc indichi degli elementi essenziali, che
devono esistere per forza per parlare di un contratto valido, ci fa capire che esistono anche degli altri
elementi che possono esistere come no, cioè che le parti possono liberamente decidere se inserire o meno
nel contratto, questi elementi proprio per distinguerli dagli elementi essenziali del contratto sono detti
elementi accidentali e sono la condizione e il termine. Quelli sono la condizione e il termine che sono parti
che le parti decidono di inserire o meno e sono detti elementi accidentali, apponendo al contratto di
vendita una condizione e l’abbiamo apposto per nostra scelta ed è un elemento accidentale perché era
valido comunque. Gli elementi accidentali possono essere inseriti oppure no ma una volta che le parti
decidono di inserire quell’elemento, quest’ultimo diventa essenziale al pari degli altri. Accidentali perché
possono anche non esistere ma una volta che l’elemento viene inserito, l’elementi riveste la stessa
importanza degli altri. Gli elementi essenziali del contratto sono: accordo, causa, oggetto e forma se
prescritta a pena di nullità (va inserita anche l’ultima parte nella risposta nel compito). Dell’accordo
abbiamo pressoché detto tutto. Nel nostro ordinamento distinguiamo i contratti consensuali dai contratti
reali, la maggior parte dei nostri contratti sono consensuali perché nel nostro ordinamento vige il principio
consensualistico in base al quale il contratto si conclude con il semplice consenso delle parti anche quando
il contratto determina il trasferimento di un diritto reale, di un bene. La consegna fisica del bene non è altro
che un’obbligazione che sorge a carico del venditore dopo la conclusione del contratto ma l’effetto è già
perfezionato. Contratti reali: sono i contratti che si concludono e perfezionano non con il semplice consenso
ma è necessaria anche la consegna del bene, esempio il comodato gratuito il contratto è consensuale solo
se dopo il consenso segue la consegna del bene, la distinzione tra contratti consensuali e reali è importante
e dobbiamo fin da oggi ricordarci che è una distinzione totalmente diversa rispetto a quella contratti con
effetti reali e contratti con effetti obbligatori NON FARE CONFUSIONE COI CONTRATTI CON EFFETTUI REALI E
OBBLIGATORI.
L’oggetto del contratto: è costituito dalle prestazioni contrattuali, l’oggetto deve avere determinate
caratteristiche ma sono nozioni che noi abbiamo già incontrato quando abbiamo studiato che cos’è
l’obbligazione e quali caratteristiche deve avere. L’oggetto del contratto deve essere possibile, lecito,
determinato o determinabile, l’assenza dell’oggetto del contratto o la mancanza di uno di questi 3 requisiti
è causa di nullità del contratto. Quando parlavamo di prestazione era sufficiente dire che è illecita una
prestazione che piuttosto l’oggetto del contratto, ora non basta più, articolo 1343 da ora in poi tutte le
volte che parleremo di illeceità, non basterà più dire che illecito significa contrario all’ordinamento
giuridico, illiceità nel nostro ordinamento significa contrarietà a norme imperative, contrarietà all’ordine
pubblico e al buon costume, inoltre bisogna sapere cosa si intende per norme imperative, ordine pubblico e
o per buon costume. Norme imperative: sono delle norme che limitano l’autonomia contrattuale, la libertà
dei provati, nella redazione di un contratto allo scopo di proteggere valori fondamentali dell’ordinamento o
interessi generali, (Esempio beni futuri vietato la loro donazione e questa norma è una norma imperativa,
contrato di donazione una parte che arricchisce per spirito di liberalità un’altra parte il donatario, la
caratteristica della donazione è che il donatario in cambio non fa nulla, ma deve accettare). Da sempre la
donazione è vista con sospetto dall’ordinamento perché non si capisce perché si deve arricchire
gratuitamente un altro. La caratteristica delle norme imperative è che sono norme dettagliate e specifiche
come quella appena vista, l’essere norme dettagliate specifiche è in verità il limite delle norme imperative,
un difetto perché è impossibile che il legislatore possa ipotizzare e prevedere con delle norme a doc delle
quali andrebbero vietate tutte le norme. È impossibile pensare di colpire tutti contratti illeciti solo con le
norme imperative. Il limite delle norme imperative, la lacuna, è colmata grazie alle due ipotesi di illiceità
cioè l’ordine pubblico e il buon costume: all’opposto delle norme imperativi sono clausole generali che non
solo hanno la capacità di coprire numerose fattispecie concrete che si possono verificare nella realtà ma che
hanno anche la capacità, perché clausole generali, di adattarsi al mutamento che si verifica nel corso del
tempo all’interno degli ordinamenti giuridici. Ordine pubblico: ci si riferisce ai principi, ai valori che fanno
parte, informano, l’organizzazione politica ed economica della società. Il compito primario del diritto penale
è quello di prevenire i reati e non solo perché sono a tutela di diritti reali, ma al fine di prevenire la
commissione di questi reali. Il buon costume: è la seconda clausola generale e violazione di nullità del
contratto e si intende quelle regole di comportamento non scritte ma riconosciute vincolanti secondo la
coscienza e l’etica diffusa in una determinata società, (esempio di contratto illecito avente un oggetto illecito
quindi nullo, il contratto di prostituzione, che è contro il buon costume e dell’etica della coscienza morale
della società è immorale.) il contratto di prostituzione è quindi un contratto illecito in quanto l’oggetto è
illecito perché contrario al buon costume. L’ultima caratteristica è determinata o determinabile:
determinato oggetto contratto chiaramente determinato nel contratto, determinabile quando pur non
essendo determinato alla fine del contratto è però possibile determinarlo in un secondo momento e dal
contratto stesso emergono degli indici che permettono di farlo. L’oggetto del contratto è solo determinabile
quando si parla di contratto per relationem (riferimento) la scelta è affidata da una successiva decisione di
un terzo, che non è parte del contratto. L’arbitraggio e l’arbitratore, nel contratto per relazione un terzo,
detto arbitratore, la regola è che l’arbitratore procede con equo apprezzamento vuol dire che deve decidere
nell’individuazione dell’oggetto di contratto in modo ragionevole. Quando l’arbitratore decide con equo
apprezzamento quindi in modo ragionevole, soltanto quando manifestamente iniqua o erronea. La
valutazione dell’arbitratore è motivata. Quando le parti hanno rimesso all’arbitratore l’oggetto del contratto
e hanno scelto che proceda sotto equo apprezzamento si può chiedere al giudice di decidere apposto
dell’arbitratore. Le parti però hanno anche un’altra possibilità nel contratto per relazione quando la
relazione è costituita dalla successiva decisione di un terzo detto arbitratore è anche possibile che le parti
scelgano di rimettersi al mero arbitrio del terzo (dare carta bianca), in questo caso cambiano le regole che
valgono nel caso in cui il terzo proceda per iniquo apprezzamento. Quando le parti si rimettono in
determinazione dell’oggetto del contratto al mero arbitrio dell’arbitratore possono poi impugnare la sua
valutazione solo dimostrando la malafede dell’arbitratore. Seconda conseguenza se le parti si sono rimesse
al mero arbitrio dell’arbitratore e l’arbitratore non decide le parti possono decidere di sostituire di comune
accordo l’arbitratore, se le parti non si accordano nella sostituzione il contratto è nullo. Non si può imporre
al giudice di giudicare secondo proprio arbitrio.
Lezione 13-23/04/2024
Causa: nel nostro ordinamento la regola è che qualsiasi spostamento di ricchezza deve avere una causa,
cioè deve avere una giustificazione, 1) sono la causa giustificativa dello spostamento di ricchezza; 2) perché
sono obbligazioni civili attribuiscono al loro titolare il potere di rivolgersi al giudice in caso di
inadempimento; questo doppio valore manca nelle obbligazioni naturali (quelle obbligazioni dove il
debitore sceglie di adempie per adeguarsi alla morale sociale della società) ma hanno un solo valore, ovvero
quello di costituire anch’esse giusta causa dello spostamento patrimoniale. La causa del contratto è la
ragione giustificativa degli spostamenti patrimoniali che si realizzano con il contratto ed è appunto elemento
essenziale dello stesso (esempio nella vendita è lo scambio di un bene per un prezzo). Bisogna non
confondere la causa quale elemento essenziale, con il motivo che ha spinto uno dei contraenti ha stipulare
un determinato contratto. Nel nostro ordinamento la regola generale è l’irrilevanza dei motivi, ai fini della
validità del contratto. C’è soltanto un caso in cui i motivi che hanno spinto le parti a concludere il contratto
rilevano, in materia pura contrattuale, è quando il motivo è illecito e comune ad entrambe le parti, nel
senso che lo condividono, non solo è rilevante il motivo ma è pure addirittura causa di nullità del contratto.
Articolo 1350 del cc individua una serie di contratti che devono farsi a pena di nullità quanto meno con la
forma scritta, grazie a questo articolo possiamo così distinguere i contratti a forma vincolata e i contratti a
forma libera. Come abbiamo già detto nel nostro ordinamento vige il principio della libertà delle forme,
studiate nel terzo libro nella suddivisione tra beni mobili e immobili. Se la regola è parlando di forma, che
tutti quelli a forma non vincolata possono essere fatti anche oralmente. Esempio di forma minima richiesta
è la forma scritta e tutti i contratti sono indicati nell’articolo 1350 (ricorda almeno tre casi) ovvero ai
contratti che trasferiscono e estinguono diritti reali su immobili, che trasferiscono la proprietà immobiliare,
terzo i contratti di godimento, di durata ulta novennale. L’articolo tra i contratti che hanno la forma scritta al
contratto di locazione almeno ultra novennale. Questo ci permette di introdurre una distinzione giuridica
importante che è quella tra contratti con effetti obbligatori e contratti con effetti reali. Effetti obbligatori:
questi contratti sono quelli che fanno sorgere a carico delle parti obbligazioni (locazione, in questo contratto
infatti a carico di entrambe le parti sorgono obbligazioni, il proprietario di consegnare la cosa locata, il
conduttore di pagare il prezzo). Contratti con effetti reali: sono quelli che determinano il trasferimento dei
diritti reali fra le parti. (Domanda compitino inquadrare contratto di vendita dobbiamo scrivere che il
contratto è consensuale con effetti reali perché trasferisce il diritto di proprietà del venditore all’acquirente).
La distinzione fra contrato con effetti reale e quelli obbligatori è molto importante da sapere ma è
altrettanto importante sapere che da ormai molto tempo la dottrina ritiene che questa distinzione pur
importante non vada presa alla lettera nel senso che molto spesso i contratti producono sia effetti
obbligatori che effetti reali. Tra i contratti e la forma vincolata la scrittura privata che abbiamo appena visto
è la forma più semplice ma ci sono dei contratti per la cui validità non basta la scrittura privata ma opporre
una formalità più solenne in particolare ci sono dei contratti a forma vincolata che richiedono l’atto
pubblico, ossia quell’atto che non solo è fatto per iscritto ma è fatto per iscritto da un notaio o dà comunque
un pubblico ufficiale, un esempio di questo tipo di contratto è la costituzione di una società per azioni, l’atto
pubblico non è la forma più solenne perché abbiamo un contratto per il quale non solo serve l’atto pubblico
ma è addirittura richiesta la presenza di due testimoni, ovvero il contratto di donazione. Quando si parla di
forma dobbiamo ricordarci anche un’altra cosa che è quella di distinguere i contratti per i quali la foma è
richiesta ad substantia (per la validità del atto) che vanno però distinti dai contratti in cui la forma è richiesta
ad probationem (per la prova del contratto), problematico è se finisca in contenzioso davanti ad un giudice
perché richiede la forma scritta nel secondo caso.
Nullità: il contratto nullo è un contratto invalido e inefficace e quindi non produttivo di effetti extunc (sin
dall’origine). Le cause di nullità sono disciplinate dall’articolo 1418 del cc e si tratta di vizi talmente gravi per
cui l’ordinamento ritiene che sia corretto che l’atto sia inidoneo a produrre effetti giuridici. L’articolo 1418
stabilisce le cause di nullità del contratto, gli studiosi per comodità, individuano tre categorie di nullità: 1) le
nullità testuali, contratto nullo quando la nullità è prescritta in modo espresso da una norma di legge,
esempio articolo 771 del cc che stabilisce che la donazione di beni futuri è nulla; 2) le nullità strutturali e
politiche, in questi casi il contratto è nullo perché manca uno degli elementi essenziali del contratto, così
come è nullo se l’oggetto non ha i requisiti che l’oggetto deve avere, rientrano le ipotesi di causa illecita o
motivo illecito comune tra entrambe le parti; 3) le nullità virtuali, che è l’ipotesi più difficile perché il
contratto è nullo quando è contrario a norme imperative anche se la nullità non è prevista espressamente
dalla legge. La differenza è che in entrambi i casi siamo di fronte ad un contratto viziato e da un contratto
visto con disvalore da parte del legislatore. La difficoltà è che mentre nelle testuali l’interprete troverà una
norma che sancisce la nullità del contratto, quando si parla di nullità virtuale invece c’è una contrarietà a
norma imperativa e bisogna verificare che se, data l’invalidità, arrivi o meno alla nullità del contratto. Ci
sono degli aspetti della nullità sotto il profilo processuale: 1) nullità può essere fatta valere da chiunque ne
abbia interesse, la legittimazione attiva quindi non spetta solo ad una delle parti ma ad entrambi; 2) la
nullità è imprescrittibile; 3) la nullità proprio perché posta nell’interesse generale dell’ordinamento e non ha
tutela di un determinato soggetto, fa sì che il giudice possa rilevare d’ufficio la nullità. Il giudice in un
processo può solo rispondere alla parte, non rilevando qualcosa che le parti non hanno rilevato. Con la
nullità invece è talmente grave che se il giudice si trova davanti ad una controversia concreta, anche se
nessuno parla di nullità il giudice, se ritiene che sia un contratto nullo, lo può rilevare d’ufficio quindi il
contratto è nullo, invalido e inefficace.
Lezione 14-24/04/2024
Ipotizzando un giudizio al fine di ottenere una sentenza che dichiari la nullità di un contratto dobbiamo
stabilire quale tipologia ha la sentenza che viene emessa dal giudice, perché è una distinzione importante
rispetto alla tipologia di sentenza che emette il giudice quando annulla un contratto annullabile. Dato che il
contratto è nullo e inefficace, la sentenza del giudice è una sentenza dichiarativa, ossia che non fa altro che
dichiarare un qualcosa che era già così inefficace già al momento della sua conclusione, il giudice dichiara
qualcosa di già nullo, invalido e inefficace. Così non è quando si parla di annullabilità e della sentenza che
annulla il contratto. È un contratto invalido, è un contratto efficace ossia un contratto che nel momento che
è concluso produce effetti giuridici anche se invalido, anche se effetto da anomalie. Allora quando il giudice
si pronuncia in una controversia in ordine all’annullabilità del contratto, se decide che ricorrono tutte le
condizioni prescritte dall’ordinamento per l’annullabilità, pronuncia una sentenza di tipo costitutivo perché
dal momento della sentenza che il contratto cessa di produrre effetti, che prima, sebbene provvisori, si
erano prodotti.
Annullabilità: i casi di annullabilità sono tre: 1) incapacità d’agire; 2) i vizi del consenso che sono errore,
dolo e violenza morale; 3) negli altri casi in cui la legge lo stabilisce espressamente; per quanto riguarda
l’capacità d’agire ricordiamo che un contratto concluso da un incapace naturale è annullabile solo se
dimostrata l’incapacità e la malafede in base al principio dell’affidamento. Annullabilità per le incapacità
legale ogni qual volta in cui viene violata una delle norme dettate dal codice civile. 2) vizi del consenso sono
tre, errore, dolo e violenza morale (oltre sanzione penale, è nullo per nullità strutturale perché manca
l’accordo, c’è una minaccia fisica) se violenza fisica contratto nullo per mancanza dell’accordo. Errore: è uno
dei vizi della volontà, insieme a dolo e violenza morale, che può essere causa di annullabilità del contratto, il
codice stabilisce che non qualsiasi errore può determinare l’annullamento del contratto, ma che è
necessario che l’errore presenti due caratteristiche in particolare l’errore deve essere essenziale e
riconoscibile. L’errore è l’ignoranza o la falsa rappresentazione di elementi rilevanti ai fini della conclusione
di un contratto. Articolo 1429 indica i casi in cui un errore può dirsi essenziale, stabilito nel cc, ad esempio è
essenziale una donazione rispetto ad una vendita o su una caratteristica specifica e essenziale del contratto.
Il cc stabilisce che non basta che l’errore sia essenziale ma che sia anche riconoscibile, cioè che in relazione
al contenuto del contratto, alle circostanze del caso concreto, una persona di normale diligenza, avrebbe
potuto rilevare l’errore. L’errore per essere causa di annullabilità del contratto deve essere essenziale e
riconoscibile dalla parte non caduta in errore, cioè dall’altro contraente, riconoscibile quindi che avrebbe
potuto riconoscere l’errore ma non se ne è accorto o meno. Se non se ne è accorto è annullabile per errore,
l’annullamento può essere chiesto dalla persona in favore della quale l’annullabilità è prevista.
Dolo: è uno dei tre vizi della volontà, anche chiamato vizi del consenso, in particolare è l’inganno o la
minaccia verso il contraente per indurla a concludere un contratto, all’interno della figura del dolo vada
ricompresa anche la reticenza (quando non dico qualcosa). Così come abbiamo visto che non qualsiasi
errore può portare all’annullabilità del contratto, non qualsiasi dolo può essere causa di annullabilità del
contratto, il dolo deve essere determinante, quando la parte senza quel raggiro, inganno, non avrebbe mai
stipulato quel contratto. (esempio vendita di un falso di un quadro, contratto annullabile perché il dolo è
determinante nel senso che io non avrei mai acquistato il quadro se non mi avesse ingannato). Il dolo
determinante non deve essere confuso con quello che viene definito dolo incidente: è quel dolo a seguito
del quale la parte conclude un contratto che avrebbe concluso comunque ma a condizioni meno
vantaggiose, il dolo non è determinante quindi non è annullabile. Ovviamente l’ordinamento non mi lascia
sprovvisto di tutela, non mi permette l’annullamento, ma colui che ha conseguito un contratto può
rivolgerei al giudice per chiedere un risarcimento del danno dall’altra parte. (forse domanda) Il dolo del
terzo ATTENZIONE VIOLENZA DEL TERZO ASTERISCO (qualsiasi soggetto estraneo al contratto) domanda: è
annullabile un contratto quando il dolo è posto in essere non dall’altro contraente ma da un terzo? Risposta:
il contratto è annullabile anche in caso del dolo del terzo solo se la parte non caduta in dolo era in malafede
ossia era a conoscenza del dolo del terzo.
Violenza: è uno dei vizi della volontà, ci si riferisce alla violenza psichica, alla minaccia rivolta ad una parte
per costringerla a concludere un contratto, esulando dai vizi della volontà la violenza fisica che invece è
causa di nullità del contratto per mancanza di accordo. Anche la violenza morale come abbiamo visto per il
dolo e per l’errore deve avere alcune caratteristiche in particolare deve essere: Inerente al contratto,
ragionevolmente grave, deve riguardare sia a beni che a persone e deve prospettare un male ingiusto. La
valutazione va fatta caso per caso dove il giudice decide di quale tipologia è. Come nel dolo abbiamo visto
che non bisogna confondere il dolo determinante da quello incidente quando si parla di violenza non
bisogna confondere la violenza morale dal timore reverenziale: è quello stato di soggezione psicologica
interno alla persona che la spinge a concludere un contratto. La conseguenza è che il contratto stipulato è
un contratto valido e efficace. C’è la possibilità di sanare un contratto annullabile, l’istituto che viene in
gioco si chiama convalida la convalida vale solo per il contratto annullabile, non opera né per il contratto
nullo e né per il contratto rescindibile. Convalida: è un atto unilaterale ricettizio, dato che l’annullabilità a
differenza della nullità non è posta a tutela di interessi generali ma particolari il contratto può essere
convalidato dalla parte in favore della quale è prevista l’annullabilità, ad esempio la parte caduta in errore,
che ha subito il dolo o la violenza morale. Affinché la convalida possa operare è necessario che sia venuto
meno o quantomeno conosciuto dalla parte che opera la convalida la causa di annullabilità, ad esempio
dolo scoperto o violenza morale cessata. Esistono due tipi di convalida: 1) la convalida espressa; 2) convalida
tacita. È espressa quando appunto avviene con un atto col quale viene espressamente manifestata la
volontà di convalidare l’atto annullabile. La convalida però oltre che espressa può essere anche tacita nel
senso che può avvenire con un comportamento concludente. Il contratto con la convalida è sanato, tanto
con quella espressa che con quella espressa. Sotto il profilo processuale l’azione di annullamento a
differenza di quella di nullità si prescrive e si prescrive in cinque anni, il termine di prescrizione non decorre
sempre dalla conclusione del contratto ma può decorrere anche da un momento diverso, la motivazione è
che per una parte possa azionare un suo diritto è necessario che la parte sia a conoscenza di quel diritto, se
non e è a conoscenza non può certo esercitarlo. Il termine di prescrizione in caso di dolo non decorre dal
momento di conclusione del contratto ma da quando il dolo o l’inganno è scoperto.
Gli effetti dell’annullabilità e della nullità tra le parti e rispetto ai terzi. Le conseguenze della nullità o della
sentenza del giudice che annulla un contratto. Le nullità e l’annullabilità tra le parti operano
retroattivamente (extunc) vuol dire che il contratto è come se non fosse mai esistito. Dalla data della
conclusione del contratto gli effetti vengono annullati. Nel caso in cui le obbligazioni nascenti dal contratto
dichiarato nullo dal giudice o annullato dal giudice con sentenza costitutiva siano già state eseguite dalle
parti, la conseguenza sarà che ciascuna parte ha diritto di ripetere quanto versato (chiedere la restituzione).
Ci sono tre eccezioni a questa regola, la prima riguarda la nullità, la seconda riguarda l’annullabilità, la terza
eccezione vale sia per la nullità che per l’annullabilità, quindi gli effetti retroattivi non ci sono. Articolo 2035
codice civile (rubrica prestazione contraria al buon costume). La prima eccezione alla retroattività di nullità
fra le parti riguarda il contratto nullo per violazione del buon costume a condizione che entrambe le parti
siano compartecipi all’immoralità (esempio contratto di prostituzione, da una parte abbiamo il fruitore e
dall’altro chi paga, qui potrebbe richiedere il pagamento del risarcimento e questo porta all’eccezione
dell’articolo 2035) questa eccezione vale per la nullità solo per immoralità di buon costume e l’immoralità
sia comune ad entrambe le parti. La seconda eccezione riguarda soltanto l’annullabilità, se il contratto è
annullato con sentenza costitutiva dal giudice e ci troviamo in un’ipotesi di incapacità, l’incapace non è
tenuto alla restituzione se non nei limiti in cui la prestazione è andata a suo vantaggio. Abbiamo già parlato
di questa regola parlando di obbligazioni e incapacità di creditore o debitore. L’incapace è tenuto alla
restituzione soltanto di quella prestazione che ha ricevuto nei limiti in cui è stata versata a suo vantaggio.
Dato che l’incapace per tutto il periodo in cui è incapace non è appunto capace di intendere e di volere e
quindi di capire cosa sta facendo o cosa gli succede attorno, questa regola lo tutela e prevede che quando
un incapace ha stipulato un contratto che poi viene annullato non è tenuto a restituire tutto quello che
aveva ricevuto, ma è tenuto a restituire solo quella parte di prezzo della quale ha potuto godere, che cioè è
stata a suo vantaggio. Se nel periodo dell’incapacità perdo una parte dell’obbligazione, vuol dire che a suo
vantaggio è andata solo la restante parte allora l’ordinamento lo tutela non in assoluto, l’incapace è tenuto
a restituire solo quella parte andata a suo vantaggio. Terza ipotesi vale sia per il contratto di nullità sia per
l’annullabilità e riguarda il contratto di lavoro, infatti l’eccezione è che laddove riguardino un contrato di
lavoro non operano retroattivamente perché il legislatore fa salvi gli effetti per il periodo in cui ha avuto
esecuzione il contratto. L’aratio qui è quella di tutelare il lavoratore che già ha svolto l’attività lavorativa
sennò verrebbe meno il diritto alla retribuzione.
Con riferimento agli effetti nei confronti dei terzi dobbiamo distinguere nullità e annullabilità. Per la nullità è
l’invalidità più grave (acquisti a titolo derivativo successione e contratto), nullità è sempre opponibile ai
terzi, sia nell’interesse generale della collettività. L’annullabilità invece di regola è inopponibile ai terzi, cioè
che il terzo farà salvo il suo acquisto anche se il contratto è stato annullato. L’annullabilità è opponibile ai
terzi in tre casi: 1) se il terzo ha acquistato a titolo gratuito (es donazione) la legge non lo tutela e quindi la
legge fa attuare la nullità anche nei suoi confronti; 2) se l’annullamento dipende da incapacità legale, qui
l’annullamento del contratto è inopponibile al terzo perché l’incapacità è verificabile, terzo non tutelato; 3)
se il terzo era in malafede, non è certo un terzo da tutelare, cioè se conosceva che i diritti venivano da un
contratto annullabile. Fuori da questi tre casi l’annullamento di un contratto non pregiudica i diritti
acquistati dai terzi.
Lezione 16-09/05/2024
La rescissione al pari della nullità e dell’annullabilità è uno strumento predisposto dal nostro legislatore per
reagire a delle anomalie che si sono verificate durante la formazione e la conclusione del contratto. La
caratteristica principale della rescissione è quella di intervenire quando l’anomalia ha determinato uno
squilibrio tra le prestazioni dedotte nel contratto e dovute dalle parti. La rescissione del contratto si può
ottenere in due casi: 1) rescissione per stato di pericolo; 2) rescissione in stato di bisogno; alla base c’è
sempre che il contratto che è stato concluso è un contratto squilibrato, ma questo non basta, è necessario
che il contratto sia stato concluso in stato di pericolo o in stato di bisogno. Rescissione in stato di pericolo:
un contraente ha scelto di concludere il contratto perché si trovava in stato di pericolo ossia si trovava nella
necessità di salvare se o altri da un pericolo attuale di un danno grave alla persona. Nell’esempio della
caviglia è integrato lo stato di pericolo, per parlare di rescissione oltre lo stato di pericolo si ha bisogno di
altri 2 requisiti: il primo è che è necessario che la situazione sia anomala, stato di pericolo, il secondo che
sia noto all’altra parte che ne ha approfittato e il terzo requisito è che la parte non in stato di pericolo
approfitti dello stato di pericolo approfitti dello stato di pericolo e quindi si realizzi quella iniquità di cui
abbiamo parlato. Se queste condizioni si presentano la parte che ha concluso il contratto in stato di pericolo
può rivolgersi al giudice per chiedere la rescissione del contratto. Rescissione in stato di bisogno: anche in
riferimento a questa seconda ipotesi la prima cosa che occorre fare è capire cosa si intende per stato di
bisogno. Per stato di bisogno ci si riferisce a un bisogno di tipo economico e in particolare ci si riferisce ad un
problema di mancanza di liquidità, di denaro. Il primo requisito è lo stato di bisogno, il secondo è che l’altra
parte, cioè che si trova nello stato di bisogno, ne approfitti, terzo che vi sia uno squilibrio economico tra le
prestazioni. Quando però il legislatore non parla semplicemente di squilibrio ma sceglie di quantificare lo
squilibrio che può portare alla rescissione del contratto. Lo squilibrio minimo che può portare alla
rescissione in stato di bisogno è indicato dal legislatore e noi giuristi usiamo la formula latina ultra dimidium
(oltre la metà). Quando sussistono i requisiti di entrambe le rescissioni, la parte che ha concluso il contratto
a condizioni inique può chiedere la rescissione. La rescissione può essere chiesta solo dalla parte in stato di
pericolo o di bisogno e il termine di prescrizione dell’azione di rescissione ed è un termine estremamente
breve perché ha il un termine di un anno. La parte convenuta in giudizio per la rescissione del contratto può
evitare la rescissione e c’è una possibilità, nel giudizio di rescissione il convenuto può di fronte al giudice
offrire di ricondurre ad equità il contratto, può offrire di integrare con una somma di denaro in modo da far
sì che lo squilibrio venga meno. Sarà il giudice in giudizio a decidere se l’offerta è tale da eliminare lo
squilibrio e quindi idonea ad evitare la rescissione.
La risoluzione del contratto è uno strumento predisposto dal nostro legislatore per reagire a delle anomalie
che però si verificano non durante la conclusione o formazione del contratto ma in un momento successivo.
Il presupposto di partenza è che quando si fa la risoluzione ci sia un contratto concluso, senza problemi,
concluso da persone con capacità d’agire, un contratto concluso senza vizi di volontà, un contratto concluso
in condizioni normali e quindi non certo in stato di pericolo o di bisogno. La conclusione del contratto è
stata perfetta, quello che è successo è che sono avvenuti dei fatti o degli avvenimenti sopravvenuti che
possono determinare la risoluzione del contratto e intendiamo lo scioglimento del contratto, il venir meno
del vincolo contrattuale che aveva legato le parti. Esistono nel nostro ordinamento tre tipi di risoluzione: 1 )
risoluzione per inadempimento, ci riferiamo ad una fattispecie in cui una delle parti non ha seguito la
prestazione alla quale era tenuta in forza nel contratto. Si usano dei termini per identificare le parti, quella
che ha adempiuto sarà chiamata parte adempiente oppure parte fedele (fedele e rispettosa del vincolo
contrattuale), l’altra parte, quella che non ha eseguito la prestazione dedotta in contratto, che si era
impegnata ad eseguire col contratto, la chiamiamo parte inadempiente o parte infedele. 2) risoluzione per
impossibilità sopravvenuta, e si riferisce ad una delle prestazioni dedotte in contratto che dopo la
conclusione del contratto è divenuta impossibile; 1) risoluzione per eccessiva onerosità sopravvenuto; la
risoluzione per inadempimento può essere di due tipi: 1) risoluzione giudiziale; 2) risoluzione di diritto o
stragiudiziale; la risoluzione giudiziale è quella che si verifica quando la parte fedele si rivolge ad un giudice
per ottenere la risoluzione del contratto per inadempimento della parte infedele. La risoluzione di diritto o
stragiudiziale è una risoluzione del contratto che si verifica a ricorrere di determinati presupposti stabiliti
dalla legge. Invece nella risoluzione di diritto si verifica qualche cosa che è predeterminato e fa sì che il
contratto si risolva di diritto senza che intervenga il giudice e il giudice attua solo una risoluzione di diritto. I
tre casi di risoluzione per inadempimento di diritto previsti dal nostro codice civile sono: 1) clausola
risolutiva espressa; 2) diffida ad adempiere; 3) termine essenziale;
“Nei contratti con prestazione corrispettive, quando uno dei contraenti non adempie le sue obbligazioni,
l’altro può a sua scelta chiedere l’adempimento o la risoluzione del contratto, salvo, in ogni caso, il
risarcimento del danno.
La risoluzione può essere domandata anche quando il giudizio è stato promosso per ottenere
l’adempimento; ma non può più chiedersi l’adempimento quado è stata domandata la risoluzione.
Dalla data della domanda di risoluzione l’inadempimento non può più adempiere la propria obbligazione.”
“Il contratto non si può risolvere se l’inadempimento di una delle parti ha scarsa importanza, avuto riguardo
all’interesse dell’altra”;
“La risoluzione del contratto per inadempimento ha effetto retroattivo tra le parti, salvo il caso di contratto
ad esecuzione continua o periodica, riguardo ai quali l’effetto della risoluzione non si estende alle
prestazioni già eseguite.
La risoluzione, anche se è stata espressamente pattuita, non pregiudica i diritti acquisiti dai terzi, salvi gli
effetti della trascrizione della domanda di risoluzione.”
Se non ha più interesse all’adempimento si può richiedere la risoluzione, il legislatore dà la possibilità alla
parte fedele di scegliere, ma in entrambe le ipotesi ha diritto al risarcimento del danno, ovviamente l’entità
del risarcimento del danno cambierà, andrà a ristorare per il ritardo ovvero un risarcimento per il tempo che
sarà minore rispetto a quello della risoluzione perché è un risarcimento perché non ha potuto. Questo
rimedio si applica solo nei confronti dei contratti di prestazioni corrispettive e quindi in quei contratti nei
quali al sacrificio di ciascuna parte trova giustificazione nella controprestazione dell’altra. Questi contratti si
chiamano anche sinallagmatici. Secondo comma l’articolo 1453 prevede specifica un’ulteriore specifica
regola stabilendo che la parte che scegliendo di chiedere l’inadempimento si rende conto nel corso di
attuare la risoluzione lo può fare perché il legislatore le dà questo potere. Chi ha chiesto per prima scelta la
risoluzione del contratto giudiziale non può poi cambiare idea e chiedere l’adempimento. Terzo comma la
parte fedele che ha chiesto la risoluzione è impedita di cambiare idea e non può più chiedere
l’adempimento, l’aratio è la tutela della parte infedele che a seguito della domanda di risoluzione ha fatto
affidamento sulla risoluzione del contratto. Quando si ha chiesta la risoluzione non si può richiedere, la
parte fedele dopo averla chiesta la parte infedele se si presenta per attuarla quella fedele non si può più
rifiutare. Secondo articolo, affinché il giudice possa pronunciare la risoluzione per inadempimento è
necessario che il giudice verifichi che si tratti di un adempimento applicabile alla parte e che si tratti di un
adempimento grave. Il terzo punto è l’efficacia anche quando si parla degli effetti della risoluzione bisogna
capire quali effetti ha la risoluzione in primis tra le parti e poi nei confronti dei terzi che potrebbero aver
acquistato diritti derivanti da questo contratto poi risolto. La risoluzione tra le parti ha effetti retroattivi
quindi il contratto si scioglie, con riferimento ai terzi la regola generale è l’inopponibilità dei terzi.
Lezione 17-15/05/2024
La risoluzione risponde a difetti e anomalie sopravvenute alla formazione e conclusione del contratto, 3 tipo
di risoluzione. 1) Risoluzione per inadempimento è di due tipi la risoluzione giudiziale e per inadempimento
detta stragiudiziale o detta anche di diritto che opera quando si verificano dei determinati presupposti
indicati dal diritto e dalle nostre norme. Si applica solo ai contratti a prescrizione corrispettive, detti anche
sinallagmatici dal greco scambio, la risoluzione giudiziale si caratterizza dal fatto che la parte fedele di fronte
all’inadempimento può rivolgersi al giudice per chieder la risoluzione, il cc alla parte fedele da una scelta
non deve per forza richiedere la risoluzione, ma se ha ancora interesse a richiedere la prestazione può
chiedere l’adempimento. Si tratta di una libera scelta della parte fedele ma che incontra qualche limite,
infatti abbiamo visto che se la parte fedele sceglie di convenire in giudizio controparte per ottenere
l’adempimento del contratto, salvo il risarcimento del danno sempre dovuto, può però anche in corso del
giudizio poi cambiare idea e chiedere la risoluzione. Invece non è possibile il contrario, ossia se la parte
fedele sceglie di convenire in giudizio controparte chiedendo la risoluzione giudiziale per inadempimento
del contratto non può più cambiare idea e quindi chiedere l’inadempimento. L’aratio risiede nella tutela
dell’affidamento che parte infedele ha riposto sullo scioglimento del contratto. Perché il giudice possa
dichiarare la risoluzione giudiziale di un contratto è necessario che verifichi, innanzitutto che ci sia
l’inadempimento, che sia imputabile alla parte fedele, nonché che si tratti di un inadempimento grave, il cc
non ne parla ma ne parla di inadempimento di non scarsa importanza. Nell’ipotesi delle caramelle vi è un
inadempimento parziale o inesatto non è che l’ordinamento non mi assicura tutela ma avrò solo diritto al
risarcimento del danno, il risarcimento giudiziale solo per inadempimenti di scarsa importanza. I casi di
risoluzione per inadempimento di diritto o stragiudiziali sono 3: clausola risolutiva espressa, diffida ad
adempiere e termine essenziale.
Disciplina l’istituto della clausola risolutiva espressa che è uno dei due casi di risoluzione per
inadempimento. Come dice la parola stessa la clausola risolutiva espressa è una clausola, una pattuizione
che le parti possono decidere di inserire all’interno del contratto come ogni clausola, come detto per gli
elementi accidentali, sono elementi che le parti possono scegliere se inserire nel contratto, ma una volta
che le parti scelgono di inserirle nel contratto diventano parti essenziali al pari degli altri elementi. La
clausola risolutiva espressa è una clausola che le parti possono inserire nel contratto con la quale
stabiliscono che nel caso si verifichi un determinato e specifico inadempimento il contratto si risolverà di
diritto. Nella reazione della clausola risolutiva espressa è fondamentale, pena l’invalidità della clausola, che
le parti descrivano con precisione a quale inadempimento conseguirà la risoluzione di diritto, si tratterebbe
di una clausola di mero stile ma priva di efficacia, è necessario che sia precisato a quella inadempiente
segue la risoluzione. Le utilità della clausola risolutiva espressa e ne sono due: 1) che una parte può far sì
che possa ottenere la risoluzione per inadempimento del contratto anche quando di per se è
l’inadempimento non è grave, ma se io lo descrivo in una clausola risolutiva espressa diventa grave e utile
per le parti per la risoluzione; 2) di per se con questa clausola che risolve di diritto il contratto non è
necessario rivolgersi al giudice per ottenere la risoluzione per inadempimento perché si ha già di diritto. Il
contratto è vero che si è risolto di diritto ma molto spesso anche quando le parti hanno inserito nel
contratto una clausola risolutiva espressa è possibile che un giudizio di fonte al giudice si svolga lo stesso
perché una delle due non concorda sul perfetto operare della clausola risolutiva espressa. Nel caso in cui il
giudice attesti che il contratto si è risolto di diritto pronuncia una sentenza dichiarativa in cui dichiara la
risoluzione di diritto di un contratto che si è già risolto. Il contratto si risolve di diritto in caso di clausola
risolutiva espressa il contratto si risolva di diritto basta che si verifichi l’inadempimento dedotto (descritto)
nella clausola risolutiva espressa o invece è necessario altro? Secondo comma: stabilisce che non basta che
si verifichi l’inadempimento dedotto dalla clausola, ma è necessario affinché il contratto si risolva di diritto
che la parte fedele dichiari alla parte infedele di volersi avvalere della clausola, ovvero che la parte fedele
deve dichiarare alla controparte che operi la clausola risolutiva espressa e che il contratto si risolvi di diritto,
la regola è a vantaggio della parte fedele.
Il secondo caso la diffida ad adempiere è insieme alla clausola risolutiva espressa e al termine essenziale
uno dei tre modi di risoluzione per inadempimento di diritto (articolo 1454). La diffida da adempiere è
un’intimazione scritta che parte fedele può rivolgere alla controparte inadempiente, il fine della diffida da
adempiere è quello di concedere a controparte un termine per rendersi adempiente, termine trascorso il
quale il contratto si risolve di diritto. Perché la diffida da adempiere possa portare alla risoluzione di diritto
del contratto è necessario che vengano rispettati alcuni requisiti che appunto sono descritti all’articolo 1454
del codice civile. Il primo requisito è che l’intimazione sia fatta per iscritto, non può essere fatta oralmente a
prescindere alla forma richiesta per la valida stipulazione dell’atto che dobbiamo fare) il secondo requisito è
che la parte fedele deve assegnare alla parte infedele un termine per l’adempimento che di regola non può
essere inferiore a 15 giorni. Il terzo requisito è fondamentale che la parte fedele specifichi nella diffida da
adempiere che il mancato adempimento entro il termine non inferiore a 15 giorni determinerà la
risoluzione di diritto del contratto. La diffida da adempiere è quindi uno strumento che permette alla parte
fedele di ottenere la risoluzione per l’inadempimento del contratto senza passare per le vie giudiziali, ma
semplicemente inviando un’intimazione scritta alla controparte inadempiente. Anche con riferimento
all’istituto della diffida da adempiere sono pieni i tribunali di giudizi, e di cause civili tra soggetti che non
concordano sul corretto funzionamento della diffida da adempiere e sul vincolo contrattuale si sia sciolto o
meno, tanto con la clausola tanto con la diffida si può avere la risoluzione di diritto, ma questa non salva dal
fatto che la controparte potrà contestare la risoluzione di diritto e ci potrà essere un contenzioso davanti al
giudice.
Termine essenziale: è uno dei tre casi di risoluzione per inadempimento stragiudiziale o di diritto insieme
alla clausola risolutiva espressa ecc. articolo 1457 quando parliamo di termine essenziale ai sensi e per gli
effetti dell’articolo 1457 del cc e quindi in riferimento alla risoluzione di diritto deve essere chiaro a tutti che
non ci riferiamo a un termine inteso come una data, quando si parla di termine essenziale causa di
risoluzione di diritto del contratto ci si riferisce ad un momento passato il quale per una delle parti la
prestazione non ha più interesse. Esempio sposa e sarta che consegna il vestito dopo il matrimonio.
Lezione 18-16/05/2024
Il codice civile stabilisce che la parte fedele se, nonostante la scadenza del termine essenziale, vuole
comunque l’esecuzione della prestazione deve darne prontamente notizia entro un termine brevissimo di
tre giorni alla parte inadempiente, l’aratio in questa norma è che nella durata la parte fedele potrebbe
valutare comunque l’interesse. L’articolo 1457 è una norma interessante perché la dottrina e la
giurisprudenza ritengono che il contratto di per sé si risolve allo scadere del termine essenziale e
sostengono che laddove la parte fedele dia notizia entro tre giorni di aver comunque interesse alla
prestazione determina la così detta reviviscenza del contratto. Cioè i giuristi sostengono che quando è
scaduto il termine il contratto si risolve e che se la parte fedele dichiara di aver comunque interesse, con
questa sua dichiarazione fa rinascere un contratto che in realtà non esiste più perché si era sciolto di diritto.
Parlare di riviviscenza è molto importante dal punto di vista pratico e economicamente conveniente perché
se il contratto rivive le parti non sono tenute a ripetere le formalità eventualmente richieste dalla legge. Se il
contratto che rinasce richiede la forma scritta a sub stantiam per la validità del contratto, affermare che il
contratto rivive ed esonera le parti dal dover riseguire le formalità richieste dalla legge. Si tratta di una
questione di non poco conto perché da anni vi è un dibattito tra dottrina e giurisprudenza circa la possibilità
per la parte fedele di rinunciare alla risoluzione già verificatasi. Il dibattito nasce dal fatto che in
giurisprudenza c’è una massima (riassunto delle sentenze) dagli anni trenta del seguente tenore: la parte
fedele può rinunciare in qualsiasi momento liberamente all’effetto risolutivo. Il diritto ritiene invece che non
è così, questo contrasto tra gli studiosi del diritto e i giudici ha creato non pochi problemi perché ad un certo
punto anche la giurisprudenza si è divisa, trovando sentenze che dicono che la parte fedele può liberamente
rinunciare alla risoluzione e le altre che non possono farle. La parte fedele può o in qualsiasi momento può
rinunciare è erroneo perché lederebbe il legittimo affidamento che parte infedele ha riposto sullo
scioglimento del contratto. Dall’analisi delle sentenze ci sono casi in cui la rinuncia è possibile, la rinuncia ad
effetto risolutivo è possibile quando vi è il consenso di entrambe le parti e soprattutto è necessario che
questo consenso alla rinuncia degli effetti risolutivi sia manifestato dalla parte fedele e dalla parte infedele
nello stesso momento. Se la parte fedele mostra di volere quella prestazione quella infedele dovrà a sua
volta manifestare il consenso, questo doppio consenso fa rivivere il contratto e le parti non devono andare
dal notaio e farne un altro ma il consenso deve essere manifestato allo stesso tempo.
Quando abbiamo parlato delle obbligazioni abbiamo detto che il modo in cui normalmente si estingue
l’obbligazione è l’adempimento, gli altri sono compensazione, confusione, remissione e impossibilità
sopravvenuta, come l’impossibilità sopravvenuta della prestazione è uno dei modi di estinzione delle
obbligazioni così nei contratti a prestazioni corrispettive se una delle due prestazioni diviene impossibile
anche l’altra prestazione perde la sua giustificazione e quindi anch’essa si estingue. Della risoluzione per
impossibilità sopravvenuta della prestazione basta ricordarsi questo e che è un’ipotesi di risoluzione di
diritto. La risoluzione si verifica quando una delle prestazioni è diventata impossibile, è un’ipotesi di
risoluzione di diritto e quando una delle due diventa impossibile l’altra perde automaticamente la sua
giustificazione e il contratto si risolve di diritto. Il giudice non farà altro ex post di dichiarare un qualcosa che
si è verificato prima e di diritto. (per la prova intermedia stare attenti sul discorso di risoluzione di diritto un
conto se troviamo scritto quali sono le ipotesi di risoluzione di diritto e un conto se troviamo scritto quali
sono le ipotesi di risoluzione di inadempimento e di diritto).
Innanzitutto opera solo per i cosiddetti contratti di durata, ossia quelli in cui le prestazioni si sviluppano nel
tempo, quindi vuol dire che l’esecuzione delle prestazioni determina il trascorrere di un certo periodo di
tempo rispetto alla stipulazione del contratto. Nei contratti di durata se durante questo periodo di tempo si
verificano dei fatti che alterano notevolmente, ovvero in modo significativo, l’originario equilibrio
contrattuale è possibile che una delle parti chieda la risoluzione del contratto per eccessiva onerosità
sopravvenuta. Affinché il giudice risolva il contratto è necessario che lo stesso giudice verifichi che ci sono
dei fatti straordinari e imprevedibili che si sono verificati dopo la conclusione del contratto. È necessario
ancora che il giudice verifichi che questi fatti sopravvenuti, straordinari e imprevedibili rendano una delle
prestazioni eccessivamente onerosa. La legge parla di eccessiva onerosità quindi è necessario che questi
fatti sopravvenuti determinino uno squilibrio contrattuale che supera la normale alea (rischio) del contratto.
La risoluzione per eccessiva onerosità sopravvenuta è una risoluzione giudiziale, quindi la sentenza che
verificati tutti i presupposti dichiarati dalla legge sarà una sentenza di tipo costitutivo. La parte convenuta in
giudizio potrà evitare la risoluzione del contratto offrendo di ricondurre ad equità il contratto. Nei contratti
con prestazione di una sola parte tra i quali va la donazione differita, la parte non può chiedere la
risoluzione in caso di eccessiva onerosità sopravvenuta, ma può chiedere la cosiddetta rivedibilità. La
confusione, la compensazione, la novazione e perciò intendendosi anche quella oggettiva, la remissione e
l’impossibilità sopravvenuta della prestazione.
Compensazione: è un modo di estinzione ecc. e si verifica quando due soggetti sono contemporaneamente
debitori e creditore uno dell’altro. La compensazione può essere anche parziale (es io ne devo dare 100 e lei
80). Esistono tre tipi di compensazione: legale che è quella che si verifica per legge a ricorrere di
determinati presupposti, la compensazione giudiziale che è quella che può essere pronunciata dal giudice
laddove sussistano determinati presupposti e la compensazione volontaria che è la compensazione che si
verifica su volontà delle parti. I requisiti sono diversi e vanno nell’ordine precedente. La compensazione
legale è quella che opera al ricorrere di determinati presupposti stabiliti dalla legge, aggiungiamo che la
compensazione legale opera automaticamente quando i due debiti vengono a coesistere e sussistono gli
ulteriori requisiti stabiliti dalla legge che sono venuti a sussistere, ma affinché la compensazione legale
possa operare automaticamente è necessario che: 1) abbiano ad oggetto prestazioni fungibili o omogenee
tra loro (che si tratti ad esempio del denaro per i beni fungibili o cose fisiche per le cose omogenee); 2) è
necessaria che entrambi i debiti siano liquidi (precisi nel loro ammontare); 3) devono essere poi debiti o
crediti esigibili (che devono trattarsi di crediti che possono essere richiesti dal creditore), nell’ambito
dell’obbligazione la regola generale è che se non ci sono dei termini ed esorta dei termine tra i due è che
l’obbligazione è immediatamente esigibile, un credito non esigibile è quando è sottoposto un termine a
favore del debitore. Con riferimento alla compensazione legale si deve dire una cosa che richiama la nullità
e l’annullabilità, bisogna ricordarsi che nonostante operi autonomamente il giudice non può rilevarla
d’ufficio cioè, nell’ambito di un giudizio tra due soggetti non può il giudice dire che ha applicato la
compensazione legale, anche se applicata autonomamente, in base al principio della presenza del giudice
solo se richiesta dalle parti, il giudice non può rilevarla d’ufficio ma solo se c’è la richiesta da una delle due
parti. un’eccezione di questo tipo è la nullità che può essere rilevata d’ufficio. La compensazione giudiziale
può operare quando ovviamente esistendo tutti i requisiti appena visti uno dei due debiti non è liquido ma
si dice è di pronta liquidazione, ovvero che il giudice con un’operazione matematica può quantificarlo con
precisione e può renderlo liquido, il giudice potrà farlo solo su richiesta dell’interessato. La compensazione
volontaria opera quando i due debitori, creditori l’uno dell’altro si accordano per estinguere per
compensazione i debiti reciproci, la compensazione volontaria non richiede che sussistano le caratteristiche
che abbiamo appena esaminato, anzi le parti utilizzano la compensazione volontaria proprio per
compensare debiti e crediti che non presentano le caratteristiche appena esaminate.
Novazione: articolo 1230, quando si parla di novazione va ricordato che stiamo parlando di novazione
oggettiva, perché quella soggettiva ci si riferisce all’ipotesi in cui viene sostituito il debitore dell’obbligazione
ovvero la parte passiva. Quando si dice novazione senza specificazione ci si riferisce a quella oggettiva, è un
accordo fra creditore e debitore per sostituire un’obbligazione diversa a quella originaria e quella originaria
si estingue. Con la novazione debitore e creditore si accordano al fine distinguere l’obbligazione originaria
ma creando una nuova obbligazione che andrà a sostituire l’obbligazione originaria. Come disciplinato
dall’articolo 1230 del cc affinché la novazione possa operare è necessario che ricorrano due requisiti: 1) è
necessario che la nuova obbligazione si differenzi da quella originale per l’oggetto o per il titolo (esempio
devo a lui un abito da sposa, un’obbligazione diversa è che viene consegnata una tuta, cambia nell’oggetto.
Cambia nel titolo devo 200 euro a titolo di mutuo); 2) che si parli di requisito oggettivo nella novazione
perché non basta che sia diversa nel titolo o nell’oggetto ma è anche necessario che sussista il requisito
soggettivo che è fondamentale al pari di quello oggettivo per il semplice fatto che perché la novazione
comporta l’estinzione di un’obbligazione con una nuova può essere svantaggiosa e portare dei rischi.
L’elemento soggettivo è identificato con l’animus novandi. Dato che la novazione può essere rischiosa è
necessario che dall’accordo stipulato tra creditore e debitore emerga in modo non equivoco, chiaro, la
volontà di estinguere l’obbligazione precedente, la volontà con quell’accordo di effettuare la novazione. La
novazione non deve essere confusa con un altro istituto che presenta sicuramente delle analogie ma che è
differente e ci riferiamo all’istituto della d’Azione in pagamento anche detta Datio in Solutum. Con la
d’azione in pagamento le parti si accordano in modo che l’obbligazione sorta tra le stesse si possa dire
estinta anche se il debitore esegue una prestazione diversa rispetto a quella descritta nell’obbligazione in
questo caso l’obbligazione originaria si estingue nel momento in cui il debitore esegue la diversa
prestazione. Invece nella novazione è vero che è dovuta una prestazione diversa, ma la sua caratteristica è
che estingue la sua obbligazione ma ne fa nascere un’altra. Dato che nella novazione la nuova obbligazione
è pur sempre collegata all’obbligazione originaria, anche se estinta, la legge ne tiene conto del legame tra la
vecchia e la nuova a tutela del debitore in particolare se l’obbligazione originaria risulta inesistente e non
sorge alcuna obbligazione, inoltre se l’obbligazione originaria deriva da un titolo annullabile la novazione è
valida solo a patto che il debitore abbia assunto il nuovo debito conoscendo il difetto del titolo originario.
Remissione: è uno dei modi di ecc. ed è l’atto con cui il creditore rinuncia al proprio credito, ancora una
volta l’effetto è l’estinzione dell’obbligazione con conseguente liberazione del debitore. Se l’effetto è
l’estinzione dell’obbligazione ne deriva che il debitore dell’obbligazione estinta è liberato. Affinché la
remissione possa produrre l’estinzione dell’obbligazione e la conseguente liberazione del debitore è
necessario che venga comunicata al debitore. Il debitore può evitare l’estinzione dell’obbligazione
comunicando il suo rifiuto entro un congruo termine. Per quanto sia a favore del debitore bisogna però
rispettarne la libertà e l’autonomia del debitore.
Impossibilità sopravvenuta della prestazione: è uno dei modi di estinzione dell’obbligazione e che si
verifica quando una delle prestazioni diventa impossibile per cui anche l’altra perde la ragion d’essere.
(esempio se una casa da consegnare non esiste più causa valanga). Va aggiunto che si deve trattare di
un’impossibilità sopravvenuta non imputabile al debitore, differisce se l’impossibilità è imputabile o meno,
nell’esempio la valanga non è colpa del debitore, se la butta giù lui è colpa sua. Nel caso della valanga non
c’è un risarcimento e l’obbligazione si estingue, nel secondo caso invece visto che è imputabile è chiaro che
non potrò consegnare la casa dall’obbligazione che dovevo se ne sostituisce un’altra.