Appendice 1
Appendice 1
Chiamiamo grandezza fisica una qualsiasi caratteristica di un corpo o di un fenomeno che può essere misurata
alla quale, cioè, è possibile associare un numero. Per ogni grandezza fisica è elaborato un determinato
procedimento di misura.
Al termine di ogni processo di misura ad una caratteristica di un corpo (grandezza fisica) è
associata un numero ben preciso (risultato della misura) che indica quante volte l’unità di misura
scelta (cioè una grandezza della stessa natura di quella che si vuole misurare e alla quale è
assegnato il valore unitario) è contenuta nella grandezza misurata.
L’insieme delle unità di misura fondamentali, mediante le quali può essere espressa ogni altra
grandezza fisica costituisce un sistema di unità di misura.
Il sistema di unità di misura adottato dalla comunità scientifica a partire dal 1960 è il Sistema
Internazionale (S.I.) al quale hanno formalmente aderito 48 nazioni. Alcuni paesi, come l’Inghilterra
e gli Stati Uniti, non si sono ancora uniformati totalmente al sistema decimale, e utilizzano unità
di misura proprie e non universali (pollice, piede, miglio, libbra, oncia, ecc.). Nel S.I., i suoi
campioni sono definiti solo per sette grandezze fondamentali e per due grandezze supplementari.
Tutte le altre grandezze fisiche sono derivate, cioè le loro unità di misura si ottengono da quelle
delle grandezze fondamentali attraverso le relazioni matematiche che le definiscono. La scelta
delle grandezze fondamentali è spesso dettata da motivazioni di carattere tecnico–pratico. Le
unità fondamentali del S.I. sono riportate nella tabella 1.1.
Le grandezze solitamente misurate in topografia sono angoli e distanze e la loro misura avviene
attraverso il confronto ideale o reale tra due grandezze omogenee e, pertanto, è esprimibile
attraverso il prodotto di un numero puro e di un simbolo.
Il S.I. adotta come unità di misura per la lunghezza il metro quale unità fondamentale. Oltre al
metro ci sono poi i suoi multipli e sottomultipli decimali. Nel caso della lunghezza, come è ben
noto, per convertire un multiplo (o sottomultiplo) in un altro si procede di 10 in 10 perché ogni
multiplo è 10 volte più grande di quello immediatamente più piccolo (tab. 1.2).
Di seguito si riportano i principali prefissi da apporre alle unità di misura per formarne i multipli
o sottomultipli:
Per la misura della superficie dei terreni si usano normalmente le seguenti unità di misura:
Per misurare i volumi, l’unità di misura principale è costituita dal volume di un cubo avente
ciascuno spigolo della lunghezza di 1 m. I multipli e i sottomultipli dell’unità principale della
misura di volume sono equivalenti ai cubi aventi per spigolo i multipli o i sottomultipli del metro.
Si definisce angolo ciascuna delle due parti in cui un piano è diviso da due semirette aventi la stessa
origine; l’origine (O), comune alle due semirette, si chiama vertice, mentre le due semirette (r e s)
si definiscono lati. Normalmente un angolo è indicato con un arco ed una lettera minuscola
dell’alfabeto greco (α, β, γ, ....).
L’unità di misura è il grado sessagesimale ottenuto dividendo in 360 parti uguali la circonferenza con
centro in un vertice O e raggio r arbitrario. Il grado è divisibile in sessanta parti che definiscono i
primi, il primo è divisibile in sessanta parti ottenendo i secondi; l’ulteriore frazionamento prosegue
con la divisione decimale (es. 𝛼𝛼 = 47°32′ 13").
L’unità di misura è il grado centesimale ottenuto dividendo in 400 parti uguali la circonferenza con
centro in un vertice O e raggio r arbitrario; l’ulteriore frazionamento prosegue con sottomultipli
decimali (es. 𝛼𝛼 = 47𝑔𝑔 32𝑐𝑐 43,13𝑐𝑐𝑐𝑐 )
Siano a e b i due sistemi di misura e G, P, R rispettivamente l’angolo giro, piatto e retto si ha:
𝐺𝐺 𝑃𝑃 𝑅𝑅
𝛼𝛼𝑎𝑎 = �𝐺𝐺𝑎𝑎 � 𝛼𝛼𝑏𝑏 = �𝑃𝑃𝑎𝑎 � 𝛼𝛼𝑏𝑏 = �𝑅𝑅𝑎𝑎 � 𝛼𝛼𝑏𝑏 (1.1)
𝑏𝑏 𝑏𝑏 𝑏𝑏
2𝜋𝜋
Se nella (1.2) si pone 𝛼𝛼 𝑟𝑟 = 1, il rapporto � � rappresenta la misura in radianti dell’angolo di 1°
360
che prende il nome di arco di un grado (arc 1°) ed è pari a:
𝑎𝑎𝑎𝑎𝑎𝑎 1° = 0,174532 ….
Analogamente si ottiene:
2𝜋𝜋
𝑎𝑎𝑎𝑎𝑎𝑎1′ = � � = 0,002908 … ..
360 × 60
2𝜋𝜋
𝑎𝑎𝑎𝑎𝑎𝑎1′′ = � � = 0,0000048. . . . ≅ 5 10−6
360 × 60 × 60
Conversione dal sistema centesimale al sistema analitico e viceversa
𝛼𝛼𝑔𝑔 𝛼𝛼𝑟𝑟 400 2𝜋𝜋
= 2𝜋𝜋 ⇒ 𝛼𝛼 𝑔𝑔 = � � 𝛼𝛼 𝑟𝑟 ⇒ 𝛼𝛼 𝑟𝑟 = � � 𝛼𝛼 𝑔𝑔 (1.3)
400 2𝜋𝜋 400
Le unità di misura del sistema metrico decimale viste sin qui sono normalmente sufficienti per
risolvere i problemi di misurazione della vita quotidiana. Vi sono, tuttavia, altre unità di misura
della lunghezza, quali ad esempio: l’anno-luce definito come la distanza che la luce (la quale si
muove alla velocità di circa 300.000 km/s) percorre in un anno ed equivale a circa
[Link].000 km (9,463 trilioni di km); il parsec equivalente a 3,26 anni-luce, ovvero circa
[Link].000 km (30,9 trilioni di km); il micron è definito come la millesima parte del
millimetro (0,000001 m) e altre ancora. Per confrontare tra loro tali misure è opportuno utilizzare
la notazione esponenziale 10*; il numero che compare quale fattore della moltiplicazione è chiamato
base, mentre il numero di volte che è moltiplicato è chiamato esponente.
Per confrontare misure di grandezze estremamente diverse fra loro si ricorre all’ordine di
grandezza, definito come la potenza di 10 più vicina al valore considerato, ad es. 0,4 µ è
dell’ordine di grandezza di 10−7m, 6,5 cm è dell’ordine di 10-2.
Gli ordini di grandezza si usano, in generale, per paragonare quantità in maniera molto
approssimativa. Se due numeri differiscano per un ordine di grandezza significa che uno è circa
dieci volte maggiore dell’altro. L’ordine di grandezza di un numero è, intuitivamente, il numero di
potenze di 10 contenuto nel numero. Chiameremo ordine di grandezza di un numero n la potenza di 10 più
vicina a n.
Esempi
• 34.600.000= 3,36x107 poiché la prima cifra decimale è 4<5, si arrotonda 3,46 al numero
intero 3 e, inoltre, poiché 3 è minore di 5, l’ordine di grandezza rimane di 107;
• 0,00073= 7,3x10-4 poiché la prima cifra decimale è 3<5, si arrotonda al numero intero 7
che essendo però maggiore di 5, l’ordine di grandezza diventa di 10-3;
• 3.570.000=3,57x106 poiché la prima cifra decimale è 5, si arrotonda al numero intero 4 e
visto che è minore di 5, l’ordine di grandezza diventa 106.
In un triangolo rettangolo in cui l’ipotenusa ha lunghezza pari a 1 ed α rappresenta uno dei due
angoli acuti si ha che (fig. 1.2):
Oltre a seno e coseno si usano altre funzioni da loro derivate denominate tangente e cotangente
interpretate come i rapporti fra i lati del triangolo rettangolo:
𝑎𝑎 𝑠𝑠𝑠𝑠𝑠𝑠𝑠𝑠
𝑡𝑡𝑡𝑡 𝛼𝛼 = = (1.7)
𝑏𝑏 𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐
𝑏𝑏 𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐 1
𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐 𝛼𝛼 = = = (1.8)
𝑎𝑎 𝑠𝑠𝑠𝑠𝑠𝑠𝑠𝑠 𝑡𝑡𝑡𝑡 𝛼𝛼
Esempi
Consideriamo il problema altimetrico rappresentato in figura 1.3, la distanza inclinata dal punto di
osservazione alla sommità della casa è pari a 14,9 m e questa appare sottesa da un angolo di
36,87°. Quanto è alta la casa?
ℎ
𝑠𝑠𝑠𝑠𝑠𝑠(36,87°) = 𝑚𝑚 ⇔ ℎ = 𝑠𝑠𝑠𝑠𝑠𝑠(36,87°) × 14,9 𝑚𝑚 = 8,9 𝑚𝑚
14,9
Inoltre, si ottiene:
ℎ 8,9 8,9 𝑚𝑚
𝑡𝑡𝑡𝑡 (36,87°) = 𝑚𝑚 = ⇔ 𝑑𝑑 = = 11,9 𝑚𝑚
𝑑𝑑 𝑑𝑑 𝑡𝑡𝑡𝑡(36,87°)
Il coefficiente angolare di una retta è definito mediante il triangolo di pendenza ed è dato da k =
∆y /∆x ed ha il medesimo valore indipendentemente dalla grandezza dei lati del triangolo. La (1.7)
afferma che il coefficiente angolare è uguale alla tangente dell’angolo di pendenza che l’asse delle
ascisse forma con la retta stessa:
𝑘𝑘 = 𝑡𝑡𝑡𝑡𝑡𝑡 (1.9)
Si consideri un sistema di coordinate cartesiane (X,Y) con origine nel centro di una circonferenza
denominata circonferenza goniometrica di raggio 1. Si misuri l’angolo α relativamente all’asse delle X
(delle ascisse) in senso antiorario.
Per la relazione (1.9) essa è pari alla pendenza del raggio, che nella figura (1.6) è ottenuta
prolungando con una linea tratteggiata fino a intersecare la retta g. Anche per un angolo ottuso
oppure negativo è possibile individuare la tangente sulla stessa retta g. Con questo metodo
possiamo anche determinare facilmente il segno per un tale angolo. La cotangente è determinata
invertendo i ruoli degli assi cartesiani.
Una delle proprietà che si ricavano dalla circonferenza goniometrica riguarda il codominio di
seno e coseno, infatti, si osserva che i valori di queste funzioni non possono mai essere minori di
-1 o maggiori di 1; deducibile dal fatto che le proiezioni del nostro raggio (di lunghezza 1) sugli
assi non possono essere più lunghe del raggio stesso. Pertanto, per qualsiasi angolo α si ha:
−1 ≤ 𝑠𝑠𝑠𝑠𝑠𝑠𝑠𝑠 ≤ 1 − 1 ≤ 𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐 ≤ 1
𝜋𝜋
𝑓𝑓 (𝑥𝑥) = 𝑡𝑡𝑡𝑡𝑡𝑡 ℝ − �𝑥𝑥: 𝑥𝑥 = + 𝑘𝑘𝑘𝑘, 𝑘𝑘 ∈ ℤ� [−1, 1] 2𝜋𝜋
2
Il Teorema di Pitagora afferma che in un triangolo rettangolo la somma dei quadrati dei due cateti coincide
con il quadrato dell’ipotenusa. Applicandolo al triangolo di figura 1.1 si ottiene per qualsiasi angolo α
l’identità:
𝑠𝑠𝑠𝑠𝑠𝑠2 𝛼𝛼 + 𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐 2 𝛼𝛼 = 1
1.3.4. Periodicità e (Anti)simmetria
La circonferenza goniometrica ci mostra che seno e coseno sono funzioni periodiche: quando a
un angolo α sommiamo 360°, il raggio ritorna nella stessa posizione di α essendo il loro periodo
pari a 360°:
𝑠𝑠𝑠𝑠𝑠𝑠(−𝛼𝛼) = −𝑠𝑠𝑠𝑠𝑠𝑠 𝛼𝛼
𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐(−𝛼𝛼) = 𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐 𝛼𝛼
Possiamo anche dedurre identità che riguardano gli angoli la cui somma è pari a 90° (angoli
complementari) oppure a 180° (angoli supplementari) e anche gli angoli la cui differenza è pari a
90° oppure 180°:
𝑠𝑠𝑠𝑠𝑠𝑠(180° − 𝛼𝛼 ) = 𝑠𝑠𝑠𝑠𝑠𝑠 𝛼𝛼
𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐(180° − 𝛼𝛼 ) = −𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐 𝛼𝛼
I valori di seno e coseno per angoli arbitrari possono, quindi, essere dedotti dai valori per gli
angoli compresi fra 0° e 90°.
Se conosciamo il valore delle nostre funzioni trigonometriche per un angolo α, possiamo dedurre
il valore per l’angolo doppio da:
Queste formule sono casi particolari di quelle che discutiamo nel prossimo punto.
Tenendo conto della relazione fondamentale tra seno e coseno dalla formula del coseno si ricava:
𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐(2𝛼𝛼 ) = 2 𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐 2 𝛼𝛼 − 1 ⇔ 𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐(2𝛼𝛼 ) = 1−2 𝑠𝑠𝑠𝑠𝑠𝑠2 𝛼𝛼.
Oltre alle relazioni fra seno e coseno discusse sopra, esistono altre identità che riguardano due
angoli arbitrari. Sono note come formule per l’addizione o teoremi di addizione che si riportano
di seguito senza dimostrazione (la dimostrazione più elegante usa i numeri complessi).
Per due angoli arbitrari α e β si ha sempre:
1 1
sin 𝛼𝛼 ± sin 𝛽𝛽 = 2 sin (𝛼𝛼 ± 𝛽𝛽 ) cos (𝛼𝛼 ∓ 𝛽𝛽 )
2 2
1 1
cos 𝛼𝛼 + cos 𝛽𝛽 = 2 cos (𝛼𝛼 + 𝛽𝛽 ) cos (𝛼𝛼 − 𝛽𝛽 )
2 2
1 1
𝑠𝑠𝑠𝑠𝑠𝑠 𝛼𝛼 𝑠𝑠𝑠𝑠𝑠𝑠𝑠𝑠 = cos(𝛼𝛼 − 𝛽𝛽 ) − cos(𝛼𝛼 + 𝛽𝛽 )
2 2
1 1
𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐 𝛼𝛼 𝑠𝑠𝑠𝑠𝑠𝑠𝑠𝑠 = sen(𝛼𝛼 + 𝛽𝛽 ) − sen(𝛼𝛼 − 𝛽𝛽 )
2 2
1 1
𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐 𝛼𝛼 𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐 = cos(𝛼𝛼 + 𝛽𝛽 ) + cos(𝛼𝛼 − 𝛽𝛽 )
2 2
Per certi angoli i valori delle funzioni trigonometriche possono essere espressi con le operazioni
di calcolo usuali, in particolare con radici quadrate. Riportiamo nella seguente tabella alcuni di
questi angoli con i rispettivi valori:
𝛼𝛼 1+𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐 𝛼𝛼 1+𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐
𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐 2 = ; 𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐 = ±� ;
2 2 2 2
𝛼𝛼 1−𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐 𝛼𝛼 1−𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐𝑐
𝑠𝑠𝑠𝑠𝑠𝑠2 = ; 𝑠𝑠𝑠𝑠𝑠𝑠 = ±� .
2 2 2 2
1.4. Matrici
Gli elementi a ij posso essere variabili reali, o variabili complesse (in questa appendice
consideriamo di solito matrici reali). Per n=1, abbiamo una matrice particolare, detta vettore colonna
o semplicemente vettore.
Si definisce matrice trasposta di A la matrice ottenuta scambiando le righe e le colonne:
Le operazioni tra matrici si eseguono mediante l’algebra lineare, detta anche algebra della matrici,
in particolare:
l’operazione somma, è commutativa ed esiste un elemento neutro rispetto alla somma
detto O (elemento nullo relativamente alla somma);
per ogni elemento A dello spazio, data una variabile α reale o complessa, esiste
l’operazione prodotto per α, dato da𝐴𝐴 ∙ 𝛼𝛼;
date due variabili scalari α e β, valgono le seguenti proprietà:
o associativa rispetto al prodotto degli scalari: α(βA) = (αβ)A;
o distributiva rispetto alla somma: α(A+B ) = αA+αB ;
o distributiva rispetto al prodotto per scalare: (α + β)A = αA + βA.
Nel caso particolare delle matrici queste proprietà generali prendono le forme particolari descritte
nel seguito.
Siano A una matrice m × n e B una matrice n×l. Si definisce matrice prodotto tra le matrici A e B
quella matrice C i cui elementi sono dati da:
𝑛𝑛
2 1
0 23 5
𝐴𝐴3×2 = � 4 3� 𝐵𝐵2×4 = � �
1 64 −1
−2 −1
1 10 10 9
𝐶𝐶3×4 = � 3 24 24 17 �
−1 −10 −10−9
Una grandezza a si dice piccola di ordine n rispetto alla grandezza b (assunta come piccola del primo
ordine) se a b n ≅ 1.
Nel caso degli sviluppi in serie, il resto n-mo della serie è dell’ordine di grandezza del termine
(n+1)-mo.
La sostituzione di una formula chiusa con il suo sviluppo in serie arrestato al termine n-mo è
lecita tutte le volte che sia accettabile l’ordine di approssimazione conseguibile.
Sia f(x) una funzione definita in un certo intervallo insieme alle sue derivate di qualsiasi ordine ed
x 0 un punto interno all’intervallo si ha:
df h2 d 2 f
f ( x) = f ( x0 ) + h + 2 + ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ + Rn
dx 0 2! dx 0
dove h = x − x0 è un incremento nell’intorno del punto x 0 ed è una grandezza piccola del primo
ordine. Rn è il resto n-mo.
Serie notevoli
h2
• senx = senx0 + h cos x0 − senx0 − ⋅ ⋅ ⋅ ⋅
2
h2
• cos x = cos x0 − hsenx0 − cos x0 + ⋅ ⋅ ⋅ ⋅
2
h senx0
• tgx = tgx0 + 2
+ h2 + ⋅⋅⋅⋅
cos x0 cos 3 x0
1.5.2 Sviluppi in serie di Mac-Laurin
df x2 d 2 f
f ( x) = f ( x0 ) + x + 2 + ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ + Rn
dx 0 2! dx 0
Serie notevoli
x3 x5
• senx = x − +
3! 5!
x2 x4
• cos x = 1 − + + ⋅⋅⋅⋅
2! 4!
h 2 senx 0
• tgx = tgx0 + + h + ⋅⋅⋅⋅
cos 2 x0 cos 3 x0
= (1 ± x ) = 1 x + x 2 ⋅ ⋅ ⋅
1 −1
• m= -1 ⇒
1± x
= (1 ± x )
1 −2
• m= -2 ⇒ = 1 2 x + 3x 2 ⋅ ⋅ ⋅
(1 ± x ) 2
x x2
• m= ½ ⇒ 1 ± x = (1 ± x )1 2 = 1 ± − ± ⋅⋅⋅
2 8
x2
= (1 ± x )
1 −1 2 x
• m= -½ ⇒ = 1 + 3 ⋅⋅⋅
1± x 2 8
Gli sviluppi in serie saranno usati tutte le volte che si hanno equazioni non lineari di ordine
superiore o differenziali. Per ritenere le approssimazioni ammissibili ad un certo ordine sarà
opportuno riferirsi alla precisione delle misure.
Esempi
α3
Sia dato un angolo sessagesimale piccolo α = 1° e lo sviluppo in serie di Mac-Lourin senα = α − , si vuole
3!
α3 α3
approssimare senα = α effettuando un’approssimazione di ∆α = =
3! 6
α2
Sia dato un angolo sessagesimale piccolo α = 1° e lo sviluppo in serie di Mac-Lourin cos α = 1 − , si vuole
2!
α2 α2
approssimare cos α = 1 effettuando un’approssimazione di ∆α = = .
2! 2
∆α ≅
(1 ⋅ 60 ⋅ 60 )
2
=
12,96 ⋅ 10 6
= 1,62 ⋅ 10 − 4 ⇔ ∆α " ≅ 1,62 ⋅ 10 −4 ⋅ 2 ⋅ 10 5 = 32,4"
2 ⋅ arc1" 8 ⋅ 10 10
Per misurare angoli e distanze è necessario saper risolvere determinate figure geometriche quali:
TRIANGOLO PIANO
α (s − b )(s − c )
sen =
2 bc
α s (s − a )
cos = Formule di Briggs
2 bc
α (s − b )(s − c )
tg 2 = s (s − a )
TRIANGOLO SFERICO
Il triangolo sferico ABC è quello tracciato sulla sfera
di raggio R limitato da tre archi a,b,c.
a b c b c
cos = cos cos + sen sen cos A
R R R R R
a b c
dove , , sono gli angoli al centro (O) sottesi e
R R R
dalla quale sono deducibili tutte le relazioni necessarie alla risoluzione dei triangoli sferici.
a b c
sen sen sen
R = R = R Teorema dei seni
senA senB senC
a b c b c
sen cos B = cos sen − sen cos cos A Teorema del coseno
R R R R R
Nel caso in cui i lati del triangolo siano molto piccoli in rapporto al raggio della sfera è opportuno
ricorrere ad una soluzione approssimata del problema attraverso il Teorema di Legendre.