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+ Leopardi

Giacomo Leopardi, nato a Recanati nel 1798, cresce in un ambiente familiare austero che influisce profondamente sulla sua formazione intellettuale e poetica. Tra il 1812 e il 1822, Leopardi evolve dalla filologia alla poesia, sviluppando un pessimismo storico e una visione critica della modernità, culminando nella scrittura di opere liriche come 'L'infinito'. Negli anni successivi, il suo 'pessimismo cosmico' emerge, riconoscendo la sofferenza universale e l'indifferenza della Natura, mentre la sua poesia diventa un mezzo per esprimere il dolore e la ricerca di significato nella vita.
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Giacomo Leopardi, nato a Recanati nel 1798, cresce in un ambiente familiare austero che influisce profondamente sulla sua formazione intellettuale e poetica. Tra il 1812 e il 1822, Leopardi evolve dalla filologia alla poesia, sviluppando un pessimismo storico e una visione critica della modernità, culminando nella scrittura di opere liriche come 'L'infinito'. Negli anni successivi, il suo 'pessimismo cosmico' emerge, riconoscendo la sofferenza universale e l'indifferenza della Natura, mentre la sua poesia diventa un mezzo per esprimere il dolore e la ricerca di significato nella vita.
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VITA, OPERE E PENSIERO

Giacomo Leopardi
Infanzia e formazione a Recanati (1798 – 1812)
Giacomo Leopardi nacque a Recanati nel 1798, in una famiglia nobile ma
economicamente decaduta.
Il padre, Monaldo, era una figura autoritaria ma affettuosa, con cui Leopardi aveva un
legame tormentato fatto di amore-odio e rispetto-ribellione.
La madre, Adelaide, era vista come fredda e priva di affetto materno causando in
Giacomo profonda frustrazione emotiva.
In questo ambiente chiuso e austero, Giacomo cresce isolato dal mondo esterno, ma
immerso fin da bambino nello studio. Mostra presto un’intelligenza fuori dal comune
e una memoria eccezionale. Passa ore intere nella biblioteca paterna, dove inizia
quello che lui stesso definirà più tardi lo “studio matto e disperatissimo”, un
periodo di studio forsennato e autodidattico. Questi anni di studio, pur arricchendolo
di una cultura vastissima, ne minano la salute e ne accentuano la solitudine.

In questi anni si forma la prima visione del mondo leopardiana.


Leopardi è un ragazzo che vive più nella mente che nella realtà; conosce il mondo
attraverso i libri e idealizza il passato classico, che gli appare come un’epoca
felice, viva e libera, in contrasto con il suo presente che percepisce come grigio e
oppressivo. Inizia così a maturare una delle idee centrali della sua poetica: la
contrapposizione tra l’antico e il moderno, tra un passato in cui l’uomo viveva in
armonia con la natura e un presente dominato dalla ragione e dalla disillusione.

Nel periodo che va dal 1809 al 1812, Leopardi compone le sue prime opere
giovanili, di carattere prevalentemente erudito e filologico e che testimoniano la sua
straordinaria cultura ma anche la sua ancora acerba visione del mondo, più
scientifica che poetica. Tuttavia, anche in queste opere emerge un tratto che rimarrà
tipico del suo pensiero: la ricerca di un ordine e di un senso nell’universo che
manifesta il bisogno di capire la realtà.

Accanto agli scritti di studio, Leopardi inizia a sperimentare anche la poesia: scrive
versi in latino e in italiano, ancora influenzati dai modelli classici, ma in cui si
intravedono i primi segni di un sentimento profondo e personale. In questi primi
componimenti, come gli Idilli giovanili e alcuni poemetti d’occasione, si avverte la
nostalgia per un mondo ideale e lontano, l’eco di un sogno di bellezza e armonia che
contrasta con la realtà monotona e chiusa di Recanati. È qui che nasce la tensione
tra infinito e limite, tra desiderio di assoluto e costrizione della vita quotidiana, che
diventerà uno dei nuclei centrali della sua poesia.

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Dalla filologia alla poesia (1812 – 1816)
Tra il 1812 e il 1816, ormai adolescente, comincia a sentire il peso dell’isolamento e
della solitudine imposta dalla sua vita a Recanati. La biblioteca paterna, che fino a
pochi anni prima era stata per lui un rifugio e una fonte inesauribile di conoscenza,
comincia ora a diventare una prigione mentale e fisica. Si accorge che la cultura,
seppure immensa, non basta a colmare il vuoto affettivo e umano in cui vive.
In questi anni, Leopardi inizia a passare da una conoscenza puramente erudita e
razionale a una ricerca più interiore e poetica. È ciò che lui stesso, in una celebre
lettera, definirà la “conversione dalla filologia alla poesia”: un cambiamento radicale
nel suo modo di guardare al mondo.
La filologia, cioè lo studio dei testi antichi, dei linguaggi e delle forme, gli aveva
insegnato a conoscere la perfezione della civiltà classica, ma la poesia gli appare
ora come l’unico mezzo per esprimere sentimenti autentici, per dare voce al dolore e
alla nostalgia che prova.

Parallelamente, Leopardi matura una prima forma di pessimismo storico:


comincia a pensare che l’uomo moderno, schiavo della ragione e del progresso,
abbia perso quella naturale felicità che apparteneva agli antichi. Gli antichi, secondo
lui, vivevano immersi nell’immaginazione e nel mito, capaci di sognare e di illudersi; i
moderni, invece, sanno troppo, e questa conoscenza li ha resi infelici e disincantati.

È un pensiero che nasce proprio dalla sua esperienza personale: Leopardi,


giovanissimo, si sente già vecchio, deluso, escluso dal mondo, e proietta questo
sentimento nella sua riflessione sull’intera umanità.
Durante questo periodo, la sua salute peggiora notevolmente mentre la sua mente si
accende sempre di più. Questa contraddizione segnerà tutta la sua esistenza: la
grandezza del pensiero unita alla fragilità del corpo.

Sul piano letterario, nascono in questi anni i primi esperimenti poetici in lingua
italiana, in cui Leopardi comincia a distaccarsi dai modelli classici per cercare una
voce propria. Tra il 1814 e il 1816 scrive il Saggio sopra gli errori popolari degli
antichi, che mostra ancora un’impostazione razionale, ma già attraversata da una
riflessione sul bisogno umano di credere nei miti, nelle illusioni e nella poesia.

Nel 1816 compone anche i suoi primi versi autenticamente lirici, nei quali si avverte
un tono più personale e intimo. In questo passaggio Leopardi comincia a percepire
la poesia non solo come un esercizio di stile, ma come un modo di dare forma al
sentimento, di trasfigurare in bellezza la sofferenza. L’opera Appressamento della
morte, nella quale Leopardi immagina se stesso sul punto di morire, e riflette sulla
finitudine della vita, sulla vanità delle speranze umane e sul destino comune di
morte, viene seguita da Il primo amore ispirato alla passione sentimentale per la
cugina Gertrude Cassi Lazzari.

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Questa evoluzione coincide anche con una nuova consapevolezza del desiderio di
libertà: Leopardi, rinchiuso nel “natio borgo selvaggio”, sogna di evadere, di vedere il
mondo, di vivere davvero. Si può dire che in questo periodo nasca il mito della fuga,
il sogno di un altrove, di un orizzonte aperto, che tornerà costantemente nella sua
poesia (basti pensare, più tardi, all’Infinito).

Il “pessimismo storico” e i primi grandi canti (1816 – 1822)


Il periodo tra il 1816 e il 1822 è decisivo poiché dopo la “conversione” alla poesia,
Leopardi sente di non poter più tornare indietro: il mondo dei libri e delle scienze
erudite non basta più, avverte il bisogno di vivere e sentire, ma la realtà intorno a lui
continua a negargli ogni forma di libertà.
Infatti, i genitori, soprattutto il padre Monaldo, cercano di trattenerlo in casa, temendo
che i suoi desideri di fuga e le sue letture “pericolose” lo allontanino dai valori
religiosi e monarchici della famiglia.
Sul piano interiore, Leopardi vive un periodo di grande crisi sentimentale e morale.
La ragione, che da adolescente lo aveva guidato nello studio, ora diventa un nemico:
gli mostra il vuoto del mondo, l’illusione delle speranze umane, la falsità delle
credenze.

Tra il 1818 e il 1820 compone i primi “Idilli”, come L’infinito, La sera del dì di festa,
Alla luna, Il sogno, Lo spavento notturno. In questi testi, Leopardi raggiunge
un’intensità nuova, intima e universale insieme. L’infinito (1819) è forse il culmine di
questo periodo, è un componimento breve in cui il poeta esprime la sua tensione
verso l’assoluto e, al tempo stesso, la consapevolezza dei limiti umani. Davanti alla
siepe che gli impedisce la vista dell’orizzonte, Leopardi immagina spazi interminati,
silenzi infiniti, e in questa illusione di infinito trova un momentaneo conforto. È una
poesia che racchiude l’essenza stessa del suo pensiero: l’uomo è infelice perché
limitato, ma può provare felicità nell’immaginazione e nella poesia, cioè
nell’illusione.
Negli stessi anni scrive anche opere di riflessione più esplicita, come il Dialogo di un
folletto e di uno gnomo e alcune “Operette morali”.
Le sofferenze fisiche, intanto, spingono l’autore a concepire il dolore non soltanto
come condanna ma come condizione stessa per conoscere la verità e per creare
bellezza.

Nel 1820-1822, Leopardi cerca con crescente insistenza di lasciare Recanati. Scrive
lettere agli amici di Roma, come Pietro Giordani, chiedendo aiuto per trovare un
impiego che gli permetta di viaggiare. Giordani, che crede molto nel suo talento, lo
sostiene moralmente, ma le difficoltà economiche e la paura del padre rendono ogni
fuga impossibile. Questo fallimento alimenta ulteriormente il senso di prigionia e la
delusione verso la realtà.
In questi anni Leopardi compone anche le prime “canzoni civili”, ispirate agli ideali
patriottici e alla storia d’Italia, come All’Italia e Sopra il monumento di Dante. In
esse, emerge come, secondo Leopardi, l'Italia moderna ha perduto la grandezza

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del passato, come l’uomo moderno ha perduto la sua innocenza. È lo stesso
meccanismo del pessimismo storico applicato alla storia di un popolo.

Intorno al 1822 riesce finalmente a ottenere il permesso di partire per Roma.


È la sua prima vera esperienza di libertà, anche se si rivelerà deludente.

Le prime esperienze fuori da Recanati (1822 – 1828)


Roma, che Leopardi immaginava come la città della cultura, della libertà e della
grandezza antica, gli appare fredda e decadente. I letterati che incontra gli
sembrano superficiali e vanitosi, incapaci di comprendere la profondità del suo
pensiero. Si accorge che la vita intellettuale italiana è dominata da mediocrità e
conformismo, e questo aumenta la sua delusione. L’incontro con la realtà rafforza in
lui la convinzione che il progresso porta solo disillusione.

Dopo un breve ritorno a Recanati, tra il 1825 e il 1828 i viaggia verso Milano,
Bologna, Firenze e Pisa.
A Milano entra in contatto con l’ambiente editoriale, collabora con l’editore Stella, e
lavora come traduttore e correttore di testi; a Bologna e Firenze conosce altri
intellettuali e scrittori, tra cui i fratelli Vieusseux, ed entra in relazione con Antonio
Ranieri, che diventerà uno dei suoi più cari amici.
Eppure, in nessuno di questi luoghi Leopardi trova davvero ciò che cerca. Il suo
pessimismo inizia a manifestare un progressivo allargamento verso una
visione più universale.

Dal punto di vista letterario, tra il 1822 e il 1828, compone alcuni dei suoi testi più
celebri e intensi, sia in prosa che in poesia. Nelle “Operette morali”, scritte in gran
parte tra il 1824 e il 1827, esprime con lucidità filosofica la sua visione dell’esistenza.
Queste brevi prose dialogiche, come il Dialogo della Natura e di un Islandese, il
Dialogo di Plotino e di Porfirio o il Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro
Gutierrez, mettono in scena il dramma dell’uomo moderno di fronte a una Natura
indifferente e crudele. La Natura, che in passato appariva come madre benevola,
ora si rivela forza cieca, che crea e distrugge senza scopo (matrigna). È in queste
opere che Leopardi inizia a comprendere che la sofferenza non è legata solo alla
storia o al progresso, ma alla condizione stessa dell’uomo nel mondo.

Il tono delle sue opere in questi anni oscilla tra la nostalgia e la disillusione. La
poesia diventa il luogo in cui Leopardi rielabora il suo passato e, insieme, riflette
sulla condizione universale degli uomini. Il suo sguardo si fa sempre più ampio: non
guarda più soltanto alla propria vita o alla storia d’Italia, ma all’umanità intera.
Anche la sua vita quotidiana è segnata da difficoltà e delusioni. I problemi di salute si
aggravano, la mancanza di mezzi economici lo costringe a dipendere ancora dal
padre, e i rapporti affettivi restano sempre difficili. Vive amori non corrisposti (celebre
quello per Fanny Targioni Tozzetti) che si intrecciano con la sua idea di bellezza

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irraggiungibile e di felicità negata. L’amore, per Leopardi, non è mai una gioia reale,
ma un desiderio che si consuma nell’impossibilità.
Quando nel 1828 ritorna ancora una volta a Recanati, è un uomo diverso: ha capito
che nessun luogo del mondo può liberare l’uomo dal dolore, perché il dolore
nasce dall’essenza stessa della vita. Ciò sta alla base del “pessimismo
cosmico”.

Il “pessimismo cosmico” e la maturità poetica (1828 – 1833)


Leopardi comprende che la sofferenza è universale e che la Natura è in realtà
indifferente ai suoi figli. La felicità è dunque impossibile, perché la vita stessa è
costruita sul desiderio, e il desiderio è per definizione inappagabile: l’uomo tende a
un infinito che non può mai raggiungere. Questa consapevolezza non lo spinge,
però, alla disperazione cieca, anzi, da essa nasce una forma di grandezza morale,
una lucida pietà per la sorte comune di tutti gli uomini.

Dopo gli anni delle Operette morali, più filosofiche e argomentative, sente di nuovo il
bisogno di esprimersi attraverso il canto. Nasce così il “ciclo di Recanati”: A Silvia,
Le ricordanze, Il passero solitario, Il sabato del villaggio, Canto notturno di un
pastore errante dell’Asia. In queste poesie, il pensiero filosofico del pessimismo
cosmico si traduce in immagini vive e commoventi.
In A Silvia, ad esempio, la figura della fanciulla rappresenta la speranza e la
vitalità della giovinezza, tuttavia muore prematuramente, come muoiono le
illusioni dell’uomo di fronte alla verità del dolore.

Ma la poesia non è solo dolore: è anche un atto di memoria, un modo per salvare ciò
che la realtà distrugge. Le ricordanze proseguono su questa linea, trasformando il
ricordo in uno spazio poetico dove la sofferenza si trasforma in canto.
In Il sabato del villaggio, Leopardi osserva come l’attesa della felicità sia spesso
più dolce del suo raggiungimento, e nel Canto notturno di un pastore errante
dell’Asia dà voce a una delle riflessioni più profonde della sua filosofia: l’uomo,
come il pastore solitario che interroga la luna, è un essere che cerca invano un
senso nel silenzio dell’universo.

Questi anni sono anche segnati da un nuovo equilibrio tra poesia e filosofia.
Leopardi ha ormai compreso che non c’è salvezza nella ragione, ma che la poesia
può essere un gesto di resistenza, un modo per affermare la propria umanità
contro l’indifferenza del mondo. La poesia diventa il luogo in cui il dolore si fa
consapevolezza e, in un certo senso, dignità.

Negli anni della permanenza a Firenze e Pisa Leopardi raggiunge una piena
maturità espressiva. La lingua dei Canti è limpida, musicale, classica e moderna al
tempo stesso; le immagini sono semplici, ma cariche di profondità; la poesia diventa
un’esperienza di verità. Egli non cerca più consolazioni: canta la sofferenza
dell’uomo con una lucidità che diventa commozione universale.

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Gli ultimi anni a Napoli (1833 – 1837)
Nel 1833, Giacomo Leopardi lascia Firenze per trasferirsi a Napoli insieme all’amico
Antonio Ranieri, che si prenderà cura di lui fino alla fine. A Napoli, Leopardi vive gli
ultimi quattro anni della sua vita, che, pur difficili, rappresentano una fase di
sorprendente vitalità creativa e umana.
La partenza verso Napoli è anche un gesto di distacco definitivo dal mondo che lo
aveva deluso. Napoli è una città vivace, e in questa realtà Leopardi matura l’ultima
fase del suo pensiero: una visione del mondo ancora pessimistica, ma non più
chiusa nell’individualismo. È il tempo della solidarietà universale nel dolore.

Leopardi comprende che proprio per il fatto che la Natura non si cura delle creature
che genera, gli uomini, consapevoli della loro comune condanna, dovrebbero
unirsi in una fraternità del dolore. Non si tratta di un ottimismo improvviso, ma di
una forma di eroismo morale.

Questa nuova consapevolezza trova espressione in alcune delle sue opere più alte e
intense come Il tramonto della luna, composta nel 1835, in cui la decadenza
dell’astro diventa metafora della fine della giovinezza e delle illusioni, ma anche
simbolo della dignità con cui l’uomo deve accettare la propria sorte.
Nello stesso anno scrive la sua ultima poesia “La ginestra o il fiore del deserto”
(1836). Ambientata sul Vesuvio, simbolo della potenza distruttrice della Natura, la
poesia celebra la fragile forza del fiore che nasce nel deserto, che resiste, pur
sapendo di essere destinato a morire. La ginestra è l’immagine dell’uomo che, pur
consapevole della propria piccolezza e del proprio destino di sofferenza, affronta il
mondo con dignità e con pietà verso i suoi simili. È l’emblema della “social catena”,
che rappresenta l’unico modo di opporsi all’indifferenza dell’universo.

In queste ultime opere, Leopardi raggiunge una straordinaria sintesi tra pensiero e
poesia. La sua visione resta tragica, ma non più disperata: nella consapevolezza del
nulla, egli trova la possibilità di una bellezza e di un’etica nuova. Il dolore, che per
tutta la vita era stato un limite, diventa ora la condizione stessa per comprendere e
per amare.

Tra il 1836 e il 1837, Napoli viene colpita da un’epidemia di colera. Leopardi, già
gravemente malato, si rifugia con Ranieri e la sorella di lui, Paolina, nella villa di
Torre del Greco. Qui continua a scrivere e a meditare, ma le forze lo abbandonano
lentamente. Muore il 14 giugno 1837, a soli trentanove anni.

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La poesia leopardiana
La sua poesia nasce dalla sua esperienza del mondo contemporaneo e dal suo
impegno intellettuale, infatti la sua lirica non ha nulla di improvvisato. Da questo
punto di vista incarna la figura dello scrittore tradizionale, in cui la sua scrittura è
molto legata al suo studio.
Secondo lui la poesia lirica non doveva avere una funzione politica o civile, ma il
compito di parlare della condizione umana.
Tuttavia Leopardi rinnovò gli schemi metrici della canzone petrarchesca
introducendo la forma dell'idillio e della canzone libera proprio con lo scopo di
affrancare il pensiero all'interno della veste formale e tecnica del testo.
Queste forme più libere dai vincoli della metrica evidenziano come a Leopardi
apparve impossibile e inattuale contenere il flusso del pensiero e dell'elaborazione
concettuale dentro i rigidi parametri della metrica trecentesca.

L’idillio (dal greco eidyllion, “piccola immagine”) indicava una breve composizione
pastorale in cui si descriveva la vita semplice dei pastori in mezzo alla natura.
Tuttavia per Leopardi, non è più un semplice quadretto pastorale, ma una poesia
dell’anima, in cui l’uomo riflette su sé stesso e sul proprio rapporto con l’infinito e con
la natura. Quindi, Leopardi non descrive più la natura oggettivamente, ma la vive
come specchio dello stato d’animo: la collina, la luna, il vento, diventano simboli di
pensieri e sensazioni.

La canzone libera è una forma poetica che Leopardi riprende dalla canzone
tradizionale petrarchesca, ma che rinnova profondamente.
La canzone classica, infatti, aveva regole precise: un numero fisso di versi, una
divisione regolare in strofe con schema metrico definito e spesso un tono amoroso o
celebrativo. Leopardi rompe questi schemi introducendo versi e strofe di lunghezza
variabile, in cui il ritmo segue il flusso naturale del pensiero e non più le regole
metriche.

Canzone classica, ogni strofa (detta stanze) seguiva schemi fissi e precisi:
●​ alternanza regolare di endecasillabi (11 sillabe) e settenari (7 sillabe);
●​ numero di versi uguale in ogni strofa;
●​ rime disposte in modo identico da una stanza all’altra (congedo finale compreso).
Leopardi rompe queste regole:
●​ Versi usati: endecasillabi e settenari, alternati senza ordine fisso.
●​ Numero di versi per strofa: variabile (non uguale tra le stanze).
●​ Schema delle rime: libero; a volte mancano del tutto o sono irregolari.
●​ Congedo: non sempre presente (può essere omesso o trasformato).
●​ Musicalità: affidata non alla rima, ma al ritmo interno, alle pause, agli enjambement e
alla sintassi.

7
Le radici del pensiero leopardiano
Fin dall’infanzia, Leopardi fu immerso in un mondo di libri che andava dai classici
latini e greci fino ai filosofi e agli autori moderni europei.
Un elemento fondamentale per comprendere la posizione storica di Leopardi è
costituito dalla sua formazione tipicamente illuminista e materialista (Rousseau,
Fontenelle, Holbach).
●​ Critica della nozione di progresso
●​ Adesione ai principi del materialismo
●​ Centralità del concetto di Natura (idea roussoiana dello stato di natura: "la
natura è grande, la ragione è piccola")

Il classicismo e l’ammirazione per gli antichi


I classici latini e greci, Omero, Virgilio, Orazio, Lucrezio, furono le fondamenta della
formazione di Leopardi. Da Lucrezio, in particolare, Leopardi assorbì l’idea che
l’universo sia governato da leggi naturali e cieche, e che l’uomo sia sottoposto a
forze che non può controllare. Questo concetto, che diventerà centrale nel
pessimismo cosmico, si riflette nelle Operette morali e nelle poesie filosofiche,
dove la Natura appare come indifferente. Allo stesso tempo, l’ammirazione per i
classici lo portò a valorizzare la misura, la bellezza formale e l’equilibrio nella
scrittura poetica, tratti che caratterizzano tutta la sua produzione lirica.

Rousseau
Leopardi rimase profondamente colpito dalle idee di Jean-Jacques Rousseau. In
particolare, prese spunto dal concetto che l’uomo nasce libero e buono (A Silvia), ma
la società e la civiltà lo corrompono (Le ricordanze - nostalgia del passato). Questa
visione lo aiutò a elaborare il suo pessimismo storico: la convinzione che l’uomo
moderno, schiavo della ragione e della società, abbia perduto l’armonia con la
natura che caratterizzava l’uomo primitivo o l’uomo antico.

Gli illuministi e il razionalismo settecentesco


Dall’illuminismo assimilò la passione per la ragione e la critica della superstizione,
ma anche la consapevolezza dei limiti umani. Attraverso queste letture, Leopardi
sviluppò la convinzione che la conoscenza, pur elevando l’uomo, porta anche a
sofferenza e disillusione. L’ideale di progresso illuminista si scontra nella sua mente
con la realtà della vita: da qui nasce il suo pessimismo razionale, basato sulla
constatazione dei limiti dell’uomo.

Il materialismo settecentesco e lo scetticismo


Leopardi fu anche influenzato da filosofi materialisti come Epicuro (tramite Lucrezio)
e da autori moderni come Diderot e Holbach, che proponevano una visione del
mondo basata sulla materia e sulla necessità, senza intervento divino. Da questi
pensatori Leopardi assimilò l’idea che la Natura non agisce per scopi morali, e che

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l’uomo è destinato a soffrire indipendentemente dalla virtù o dal merito.​

Il Romanticismo e i sentimenti dell’individuo


Sebbene Leopardi non possa essere definito un romantico “puro”, fu inevitabilmente
influenzato dal Romanticismo europeo, in particolare dall’attenzione al sentimento,
alla natura e alla nostalgia del passato. Autori come Chateaubriand e poeti inglesi
dell’epoca contribuirono a stimolare il suo gusto per la lirica intimista, il paesaggio
come specchio dell’anima e l’uso del ricordo come fonte poetica. Questa ispirazione
romantica si riflette soprattutto nelle liriche giovanili e nel ciclo di Recanati: L’infinito,
A Silvia, Le ricordanze, in cui il sogno e la memoria diventano strumenti di
introspezione e di canto poetico.

Schopenhauer e il pensiero sul dolore universale


Sebbene Leopardi non conoscesse direttamente tutte le opere di Schopenhauer
(alcune pubblicate dopo la sua morte), esiste un parallelo sorprendente tra il suo
pessimismo cosmico e la filosofia schopenhaueriana. Entrambi vedono la vita come
essenzialmente sofferenza, il desiderio come motore che condanna l’uomo
all’insoddisfazione, e la Natura come forza cieca e indifferente. Si può dire che
Leopardi anticipi alcune delle idee di Schopenhauer, ma in modo originale: mentre il
filosofo tedesco propone la rinuncia al desiderio come soluzione, Leopardi enfatizza
invece la poesia e la solidarietà tra gli uomini come risposta al dolore.

Leopardi, Schopenhauer, Nietzsche


Il pensiero di Leopardi, se osservato in chiave filosofica, mostra affascinanti punti di
contatto con il pessimismo di Schopenhauer e con il nichilismo di Nietzsche, pur
restando unico e originale. Tutti e tre condividono innanzitutto la convinzione che la
vita sia fondamentalmente segnata dal dolore.
Per Leopardi, la sofferenza nasce dall’incessante desiderio dell’uomo e
dall’indifferenza della Natura; per Schopenhauer, dalla stessa natura del “Volere”
che muove il mondo; e per Nietzsche, dall’assenza di valori assoluti che lasciava
l’uomo di fronte al vuoto.
Un’altra similitudine riguarda il carattere inevitabile del destino umano. Tutti
riconoscono che l’uomo non può sfuggire al dolore e che le forze naturali sono
cieche, indifferenti o incontrollabili. Infine, tutti e tre i pensatori considerano
necessario guardare la realtà senza illusioni: Leopardi attraverso la poesia e la
meditazione sul dolore; Schopenhauer attraverso la filosofia e la rinuncia al
desiderio; Nietzsche attraverso la critica radicale dei valori e la constatazione del
nichilismo.

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Le opere
Lo Zibaldone (1817)
Gran parte dei suoi pensieri si trovano, in maniera disorganizzata, nello Zibaldone,
dove l’autore annota e approfondisce tutti i temi del proprio pensiero.
Nella forma, assomiglia molto a quella del diario filosofico, ma gli argomenti
spaziano dalla filologia alla storia, dalla critica letteraria alla scrittura autobiografica.
Il filo conduttore è il dubbio. Leopardi mette in discussione ogni certezza, sia morale,
religiosa o scientifica. Esamina criticamente la conoscenza umana, la felicità e le
convinzioni tradizionali, mostrando che nulla è definitivo. Questo continuo
interrogarsi riflette la sua ricerca di verità, pur consapevole dei limiti dell’uomo.
Alcuni hanno considerato lo Zibaldone un’anticipazione delle opere maggiori mentre
altri lo hanno ritenuto un'opera vera e propria.

Gli scritti filologici


-​ 1813: Storia dell'astronomia
-​ 1814: De viris doctrina claris di Esichio Milesio, cui seguono il Porphyrii de
vita Plotini et ordine librorum eius, i Commentarii de vita et scriptis rhetorum.
Ancora dal greco traduce i Fragmenta Patrum Graecorum.
-​ 1815: Scrive il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi e un'Orazione agli
Italiani in occasione della liberazione del Piceno di tono reazionario che
ancora risente dell'influsso paterno. Traduce quindi gli Idilli di Mosco e la
Batracomiomachia.
-​ 1816: Discorso sopra la vita e le opere di M. Cornelio Frontone, scoperte e
edite da Angelo Mai; pubblica sullo «Spettatore italiano e straniero» di Milano
il Parere sul Salterio ebraico, il discorso Della Fama di Orazio presso gli
antichi, e la traduzione del libro I dell'Odissea. Traduce le Inscrizioni greche
triopee e quindi il II libro dell'Eneide che stampa a Milano l'anno successivo.
-​ 1817: Traduce le Antichità romane di Dionigi d'Alicarnasso e la Titanomachia
di Esiodo

I "Canti" (1831)
All'interno dei Canti si possono individuare alcuni blocchi tematici:

1. Canzoni classiche
Questa sezione comprende le dieci canzoni iniziali della raccolta e costituisce un
tributo alla lirica antica. Leopardi esprime il suo doloroso rimpianto per il mondo
antico, considerato più autentico e vicino alla natura rispetto alla modernità
dominata dalla ragione.
Le Canzoni presentano temi civili, patriottici e filosofici affrontati con stile aulico,
sublime e tradizionale, segnando la transizione verso il pessimismo cosmico.

Ispirazioni: lirica greca e latina, in particolare Mosco e Teocrito, da cui derivano


modelli di forma e musicalità.

10
➔​ All'Italia (1818)
Denuncia la decadenza morale e politica dell'Italia contemporanea,
contrapponendola alla grandezza del passato classico e al sacrificio eroico degli
Spartani alle Termopili. Il tono è ricercato e patetico, caratterizzato da una forte
partecipazione emotiva e dalla simbiosi tra patria e io lirico.

➔​ Ad Angelo Mai (1820)


Prendendo spunto dalla riscoperta di alcuni testi antichi da parte del cardinale
Angelo Mai, Leopardi riflette sul contrasto tra la grandezza del passato e la miseria
del presente. Compare il tema della distruzione delle illusioni giovanili da parte della
conoscenza razionale del vero.

➔​ Bruto minore (1821)


Attraverso la figura dell'eroe romano Marco Giunio Bruto, sconfitto a Filippi e deciso
al suicidio, Leopardi rappresenta il fallimento degli ideali politici e la ribellione
dell'uomo contro un destino e dèi sentiti come forze malvage e indifferenti. È una
delle opere che segnano il progressivo abbandono del mito della felicità antica.

➔​ Ultimo canto di Saffo (1822)


La poetessa greca Saffo diventa simbolo del contrasto tra la nobiltà dell'animo e la
sofferenza provocata dall'esclusione dalla bellezza. In quest'opera emerge
chiaramente la concezione della natura come forza indifferente e ostile, anticipando
il pessimismo cosmico.

2. Idilli
Il gruppo degli idilli rappresenta la fase più intimistica e meditativa della poesia
leopardiana. In questi brevi componimenti, il poeta si concentra sul rapporto tra
l’individuo e la natura, sull’intuizione del dolore e sulla riflessione filosofica. La natura
qui è già percepita come negativa e indifferente, ma la forma rimane armoniosa e
meditativa.​
Tipo di pessimismo: prevalentemente individuale ed esistenziale, legato
all’esperienza personale e alla contemplazione.​
Ispirazioni: modelli classici come Teocrito e Mosco, ma anche filosofia illuminista e
sensibile alla dimensione del sentimento.

➔​ L'infinito (1819)
Il poeta si trova sul monte Tabor a Recanati, dove la vista dell'orizzonte gli è preclusa
da una siepe. Questo ostacolo fisico stimola l'immaginazione del poeta, che si apre
alla percezione di spazi e tempi infiniti.

Temi principali:
●​ La teoria del piacere e del "vago e indefinito", secondo cui
l'immaginazione compensa l'impossibilità di raggiungere un piacere infinito
nella realtà;

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●​ rapporto tra finito e infinito;
●​ La poesia esplora due tipi di percezioni: quella spaziale (spazi interminati e
sovrumani silenzi oltre la siepe) e quella temporale (l'eterno suggerito dallo
stormire del vento tra le piante);
●​ fusione dell'individuo con l'immensità dell'essere: il percorso psicologico
va dallo smarrimento del cuore (spaurarsi) al dolce abbandono finale
(naufragar) nell'immensità.

Appartiene al genere dell'idillio. È composto da 15 endecasillabi sciolti, caratterizzati


da numerosi enjambements e polisindeti (ripetizione della congiunzione "e"), che
creano un effetto di continuità.
Il lessico è selezionato per evocare sensazioni dilatate: aggettivi lunghi e superlativi
per lo spazio ("interminati", "profondissima") e termini più brevi per il tempo ("eterno",
"morte"). Fondamentale è l'uso dei deittici (questo/quello) per marcare il passaggio
tra il reale presente e l'immaginato lontano.

3. Canti pisano-recanatesi (o Grandi Idilli)


Dopo un lungo periodo di silenzio poetico, Leopardi torna alla poesia con
componimenti che fondono memoria personale, riflessione filosofica e osservazione
della realtà.
Lo stile diventa più semplice e musicale, influenzato anche dall'esperienza delle
Operette morali.
Qui emergono motivi iconici come Silvia e il pastore errante dell’Asia, simboli del
tempo perduto e della caducità delle illusioni umane.
Tipo di pessimismo: fase di passaggio dal pessimismo storico al pessimismo
cosmico.
Ispirazioni: letteratura classica, ma anche esperienza quotidiana di Recanati e
influenza del pensiero filosofico realistico e materialista.

➔​ A Silvia (1828)
La lirica rievoca la figura di Silvia (tradizionalmente identificata con Teresa Fattorini),
morta prematuramente di tubercolosi. Il poeta intreccia il ricordo della giovinezza
della ragazza con quello delle proprie speranze giovanili spezzate.
Rappresenta l'elogio della gioventù e delle illusioni che essa porta, destinate a
crollare di fronte all'"arido vero". Silvia diventa come simbolo della speranza perduta
e della disillusione dell'età adulta.
Emerge il tema della Natura "matrigna", colpevole di ingannare i propri figli non
mantenendo le promesse di felicità fatte durante la giovinezza.

È il componimento che inaugura la stagione dei "Grandi Idilli". La metrica è una


canzone libera in cui si alternano irregolarmente endecasillabi e settenari con rime
libere. Si nota un uso costante dell'imperfetto nelle strofe del ricordo (vaghezza e
nostalgia) contrapposto al presente nelle strofe della riflessione amara.
Stilisticamente, il poeta utilizza una fitta allitterazione della sillaba "vi" (contenuta nel

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nome Silvia) per permeare l'intero testo del nome della fanciulla (vita, fuggitivi, salivi,
perivi).

➔​ Il sabato del villaggio (1829)


Descrive scene di vita rurale a Recanati al calare del sole, durante i preparativi per il
giorno di festa. Vengono presentate diverse figure: la donzelletta con i fiori, la
vecchierella che fila, i fanciulli che giocano e l'artigiano che lavora a notte fonda.
Il sabato rappresenta metaforicamente la giovinezza e l'attesa della felicità, mentre
la domenica simboleggia l'età adulta e la noia che segue la disillusione.
Il concetto filosofico portante è che l'attesa della felicità è spesso più piacevole della
felicità stessa.
Il testo si chiude con un'esortazione al "garzoncello" affinché goda della sua "età
fiorita" senza desiderare di affrettare il tempo.

Anch'esso parte dei Grandi Idilli, segue la struttura della canzone libera (51 versi,
endecasillabi e settenari). Lo stile alterna descrizioni realistiche e serene a una
chiusura carica di pessimismo. Sono presenti figure retoriche come il climax delle
età umane (donzelletta, garzoncello, zappatore, vecchierella), la litote ("altro dirti non
vo'") e l'uso di un lessico "vago" tipicamente leopardiano (età fiorita, giorno chiaro,
sereno).

➔​ Canto notturno di un pastore errante dell'Asia (1830)


Attraverso le domande rivolte alla Luna, il pastore riflette sul significato dell'esistenza
e sull'infelicità che accomuna tutti gli esseri viventi. Le sue domande rimangono
senza risposta, evidenziando il carattere misterioso e doloroso della condizione
umana.

4. Ciclo di Aspasia
Nel 1835 Leopardi aggiunge alla raccolta alcune poesie ispirate all'amore per Fanny
Targioni Tozzetti, identificata poeticamente con Aspasia.
Leopardi sceglie il nome "Aspasia" richiamandosi alla celebre donna greca legata a
Pericle, famosa per il fascino e l’intelligenza, trasformando l'esperienza
autobiografica in un simbolo poetico universale.​

Temi principali: amore idealizzato e disillusione, conflitto tra desiderio e realtà,


memoria e sofferenza, critica delle illusioni amorose.
Ispirazioni: poesia sentimentale italiana e modelli lirici classici; riprende motivi
amorosi e riflessivi già presenti negli idilli.

5. Canti finali
Questi componimenti rappresentano il punto di arrivo della riflessione leopardiana.
La Natura è definitivamente concepita come una forza indifferente, mentre l'uomo
può trovare dignità soltanto nella consapevolezza della propria condizione e nella
solidarietà con gli altri uomini.

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Tipo di pessimismo: pessimismo cosmico, universale e radicale.​
Temi principali: infelicità universale, indifferenza della Natura, solitudine dell’uomo,
solidarietà come possibile risposta al dolore.​
Ispirazioni: filosofia materialista e pessimista (Schopenhauer, Rousseau in alcuni
aspetti), letture scientifiche e riflessione storica.

Le "Operette morali"
Dal suo interesse per la filosofia nacquero le Operette morali, una raccolta di
dialoghi e prose filosofiche ispirate ai modelli antichi.
Lo stile è caratterizzato da una prosa limpida e prevalentemente paratattica, capace
di alternare registri elevati, ironici e colloquiali. Attraverso la satira e il ragionamento
filosofico, Leopardi affronta temi come il rapporto tra uomo e natura, la felicità, il
dolore, la noia, la morte (felicità e piacere come esperienze eternamente negate
all'individuo).

Confronto tra Dialoghi e Poesie


Il Dialogo di Tristano e di un amico, scritto nel 1832, può essere considerato la
conclusione ideale delle Operette morali. Tristano, alter ego di Leopardi, finge
ironicamente di aver abbandonato il pessimismo per mettere in ridicolo l'ottimismo
dominante nel suo secolo.
Ritroviamo gli stessi temi in A se stesso, dove emerge la tensione combattiva
dell'ultimo Leopardi. Dopo il crollo delle illusioni, resta soltanto la lucida
consapevolezza dell' “infinita vanità del tutto” e il rifiuto di ogni consolazione
ingannevole. Di fronte alla realtà della condizione umana, l'unica certezza è la morte.
Anche nel Canto notturno di un pastore errante dell'Asia Leopardi riflette
sull'infelicità universale che accomuna tutti gli esseri viventi.
Tristano osserva con coraggio il “deserto della vita”, mentre il pastore affida alla
Luna le sue domande sul senso dell'esistenza, senza ricevere risposta,proprio come
quelli dell'Islandese alla Natura. In entrambi i casi la vita appare come una fatica
destinata a concludersi nel nulla, e l'uomo rimane solo davanti al mistero
dell'universo.

Dialogo della natura e di un islandese


È una delle operette più importanti perché segna il passaggio definitivo al
pessimismo cosmico.
Argomento: Un Islandese, dopo aver trascorso la vita cercando di sfuggire alle
sofferenze imposte dalla Natura, la incontra in Africa sotto forma di una donna
gigantesca "tra bella e terribile". Il dialogo è in realtà un lungo monologo dell'uomo
che elenca le sofferenze inflitte dalla Natura, seguito dalle dure risposte di
quest'ultima.

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-​ Per la prima volta, Leopardi abbandona l'idea della natura come madre
provvidenziale per rivelarla come una forza spietata, indifferente.
-​ Il passaggio dal pessimismo storico a quello cosmico sancisce che l'infelicità
non è un accidente storico ma una condizione intrinseca e materiale di ogni
essere vivente.
-​ Meccanicismo universale: La Natura spiega che l'universo è un ciclo continuo
di produzione e distruzione, dove il patimento delle creature è necessario alla
conservazione della materia.
-​ Critica all'antropocentrismo: Leopardi demolisce l'idea che l'universo esista
in funzione dell'uomo, dichiarando l'assoluta insensibilità della Natura rispetto
alla felicità o infelicità della specie umana.

Le opere satiriche
Accanto ai Canti e alle Operette morali, Leopardi compose alcune opere satiriche in
cui utilizza l'ironia per smascherare le illusioni del progresso e dell'ottimismo
contemporaneo.

I nuovi credenti
Componimento che attacca ferocemente lo spiritualismo napoletano e gli intellettuali
che, per opportunismo, si convertirono al cattolicesimo neoguelfo. Leopardi ne
denuncia l'opportunismo e il conformismo attraverso un tono ironico e corrosivo.

Paralipomeni della batracomiomachia


Poemetto che allegorizza i moti del 1820-21 e 1831 tramite la guerra tra topi
(liberali), rane e granchi (austriaci). Leopardi denuncia il fallimento delle utopie
politiche e l'impossibilità di migliorare lo stato umano contro la natura nemica.
Presenta uno stile variatissimo che fonde la tradizione eroicomica, il grottesco, la
favola e l'angoscia cosmica dell'ultimo Leopardi.

Classicismo e romanticismo
La personalità letteraria di Leopardi appare del tutto distante dalle mode romantiche,
dal gusto popolare, dalla battaglia per un pubblico ampio e borghese che la cerchia
dei romantici milanesi stava conducendo intorno al 1816-21.
Seguì il dibattito classico-romantica che si stava conducendo sulle principali riviste
dell'epoca pubblicando “Discorso di un Italiano intorno alla poesia
romantica”(1818). In quest’opera Leopardi critica le teorie romantiche del patetico
(pathos) e del sublime, dalla funzione civilizzatrice della ragione, dall'idea del
progresso tecnico-scientifico e dalla missione utilitaristica della poesia. Questa
posizione che sarà in seguito superata ma mai pienamente rinnegata.

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Pessimismo -> nichilismo
Il nichilismo leopardiano è il riconoscimento che la realtà è fondamentalmente
priva di senso e che l'infelicità è una condizione esistenziale ineluttabile.
Il nichilismo leopardiano è la consapevolezza radicale che l'universo è privo di un
fondamento certo e che la ragione stessa, quando applicata alla natura, rivela
l'assenza di un fine ultimo, aprendo la strada a una visione tragica della condizione
umana. Si articola nel passaggio dal "pessimismo storico" (l'infelicità deriva dalla
civiltà) al "pessimismo cosmico" (l'infelicità è una condizione universale, legata alla
natura e all'esistenza stessa). Leopardi non si limita a dire che la vita è infelice:
riconosce che la realtà non possiede alcun senso o scopo intrinseco. Questa visione
lo avvicina a Schopenhauer, che lui non conobbe direttamente ma con cui condivide
molte intuizioni. Il filosofo tedesco stesso affermò che in Europa ci furono solo due
veri pessimisti: lui e Leopardi, una parentela filosofica poi approfondita anche da
Emanuele Severino nella sua opera Cosa arcana e stupenda.

Per Severino, l'autentica filosofia dell'Occidente trova in Leopardi il suo sviluppo più
rigoroso e potente. Egli non è un semplice "pessimista" per sventura personale, ma il
pensatore che porta alla luce l'essenza del nichilismo: l'idea che l'essere esca dal
nulla e vi ritorni. In questa visione, le cose esistenti sono solo una "sporgenza
provvisoria" dal nulla; l'essenza stessa dell'essere, dunque, finisce per coincidere
con il nulla.

Il materialismo
Un altro pilastro del pensiero leopardiano è il materialismo, derivato dalle teorie
scientifiche di Lavoisier e dalla filosofia settecentesca. Leopardi considera l’universo
come una realtà puramente fisica, regolata da leggi naturali, priva di finalità morali o
spirituali. L’uomo non è al centro del creato, ma una piccola parte di un meccanismo
che si muove senza intenzione.

La Natura
●​ Benigna, nella visione giovanile, quando l’uomo primitivo viveva in armonia
con essa.
●​ Maligna, quando comprende che la Natura genera e distrugge gli esseri
senza pietà.
●​ Indifferente, nella fase finale, dove la Natura non è né buona né cattiva:
semplicemente esiste, cieca e insensibile.​
Un testo emblematico di questa idea è il Dialogo della Natura e di un
islandese, in cui la Natura dichiara all’uomo la propria assoluta estraneità ai
suoi dolori e desideri.​

Il suicidio e l’eroe romantico


Nonostante la sua visione tragica, Leopardi esclude il suicidio come soluzione.
Anche in questo è vicino a Schopenhauer, che lo considerava un atto illusorio:
uccidersi non libera dal dolore universale, ma nega solo una forma di esso. La

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soluzione è la forza morale dell’eroe romantico, colui che comprende fino in fondo
l’infelicità della vita e tuttavia la affronta con dignità e consapevolezza, senza
illudersi e senza fuggire.

Noia e disperazione
Un altro punto di contatto con Schopenhauer è la teoria dell’oscillazione
dell’esistenza. La vita umana, secondo entrambi, si muove tra noia e dolore: quando
il desiderio è insoddisfatto, proviamo sofferenza; quando si spegne, subentra la noia,
cioè il vuoto. Non esiste una condizione stabile di felicità, ma solo un continuo
alternarsi di mancanza e sazietà.

La natura benigna e le illusioni


In una prima fase, la natura è vista come una madre provvidenziale che ha offerto
agli uomini il rimedio dell'immaginazione e delle illusioni per nascondere le loro reali
condizioni di miseria. Gli antichi e i fanciulli, più vicini alla natura, erano più felici
perché capaci di illudersi.

Il pessimismo storico
Questa fase vede l'infelicità come il risultato di un processo storico: il progresso della
civiltà e della ragione ha spento le illusioni, rendendo i moderni vili e infelici. La colpa
è attribuita all'uomo che si è allontanato dalla via tracciata dalla natura.

La natura malvagia (meccanicismo)


Leopardi approda poi a una visione della natura come un meccanismo cieco e
indifferente, interessato solo alla conservazione della specie e non al bene dei
singoli.

Il pessimismo cosmico
L'infelicità non è più un dato storico, ma una condizione assoluta ed eterna che
riguarda tutti gli uomini in ogni tempo e luogo. Deriva dai mali esterni (malattie,
vecchiaia, morte) insiti nel meccanismo stesso della natura, ai quali nessuno può
sfuggire.

La teoria del piacere (sensismo -> felicità=piacere sensibile e materiale)


L'infelicità umana deriva dalla tensione inappagata verso un piacere infinito per
estensione e durata. Poiché nessun piacere materiale può soddisfare questa
esigenza, nell'anima si crea un vuoto incolmabile che genera un senso di nullità di
tutte le cose.

La poetica del "vago e indefinito"


Poiché il piacere infinito è irraggiungibile nella realtà, l'uomo lo cerca
nell'immaginazione attraverso ciò che è lontano, ignoto o poco nitido. Il bello poetico
risiede dunque in immagini o suoni suggestivi perché non definiti, come una vista
ostacolata da una siepe o un canto che si allontana.

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La teoria della visione
Secondo Leopardi, la vista di un oggetto nitido e ben definito non soddisfa l’anima; al
contrario, è piacevole la vista impedita da un ostacolo, come una siepe, un albero o
una finestra. In questo caso, poiché lo sguardo non può spingersi oltre,
l’immaginazione subentra al reale e "finge" spazi interminabili, creando l'illusione di
quell'infinito che non esiste nella realtà.

La teoria del suono


In modo analogo alla visione, esistono suoni che risultano piacevoli perché vaghi e
indefiniti, di cui non si riesce a percepire chiaramente l'origine o il limite. Esempi tipici
sono un canto che si va allontanando, lo stormire del vento tra le fronde o un
muggito che echeggia tra le valli. Questi stimoli sensoriali, proprio perché non finiti,
permettono alla mente di figurarsi piaceri infiniti che compensano la noia del vivere.

La rimembranza
La memoria è fondamentale per la poesia perché recupera le sensazioni e le visioni
immaginose della fanciullezza. Le immagini vaghe sono poetiche proprio perché
evocano ciò che ci ha affascinati da piccoli.

Poesia d'immaginazione e poesia sentimentale Leopardi distingue tra la poesia


degli antichi, basata sulla fantasia e sulla vicinanza alla natura, e quella dei moderni,
definita "sentimentale". Quest'ultima è nutrita dal pensiero, dalla filosofia e dalla
consapevolezza dell' "arido vero".

Il titanismo e la solidarietà
Nonostante il pessimismo, Leopardi mantiene un atteggiamento di protesta e sfida
contro il fato e la natura. Questo titanismo evolve da una dimensione individuale a
una collettiva, proponendo nella Ginestra un progresso basato sulla social catena e
sulla fratellanza degli uomini contro il comune nemico naturale.

L’infanzia
Leopardi stabilisce un parallelo tra lo sviluppo dell’individuo e quello della specie: gli
antichi e i primitivi rappresentano l’infanzia dell’umanità. In questa fase primigenia,
come nel fanciullo, domina una "corpolentissima fantasia" che vivifica la natura
attraverso l’animismo, attribuendo intenzioni umane a ogni fenomeno naturale.
L’ignoranza delle cause reali è qui la fonte principale di meraviglia e di una felicità
basata sulle illusioni.

L’infanzia individuale è l’unica età che "tiene all'infinito", capace di trovare "il tutto nel
nulla" grazie a una percezione del mondo vaga e indeterminata. Tuttavia, questo
stato di grazia è fragile: la ragione e l'educazione moderna strappano precocemente
il fanciullo dalla natura per consegnarlo all'infelicità adulta. La poesia e la

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rimembranza diventano quindi gli unici strumenti per recuperare quelle visioni
immaginose, offrendo un’illusoria consolazione al deserto del "vero".

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PENSIERO POLITICO
LEOPARDI E LA POLITICA
In una lettera del '31 alla Targioni Tozzetti Leopardi, estendendo alla sfera della
politica il discorso filosofico, dichiarava apertamente e senza equivoci l'impossibilità
di adattare il suo materialismo ai proclami socio - politici dei suoi contemporanei
“Credo, anzi vedo che gli individui sono infelici sotto ogni forma di governo;
colpa della natura che ha fatti gli uomini all'infelicità; e rido della felicità delle
masse, perché il mio piccolo cervello non concepisce una massa felice composta di
individui non felici” Se ogni individuo non è felice come può una massa essere felice? ;
tali conclusioni erano state, comunque, già anticipate in una comunicazione al
Giordani del '28 “(…) e umilmente domando se la felicità de' popoli si può dare
senza la felicità degl' individui. I quali sono condannati alla infelicità dalla natura, e
non dagli uomini né dal caso”. Tali affermazioni che servono a ribadire il convinto e
definitivo approdo di Leopardi al materialismo sottolineano, inoltre, il cosiddetto
"progressismo" del poeta. Fino a quel punto l'autore dei Canti fosse ostile e incapace
di credere nel progresso umano è una questione che è stata già risolta dal Luporini
“In generale si ritiene che Leopardi neghi il progresso e combatta l'idea di esso.
Ora questo non è esatto. Leopardi si vale moltissimo dell'idea del progresso, se
ne vale anzi in modo immediato e diretto, che sotto molti riguardi lo pone fuori
discussione. Egli non solo crede al progresso di elementi particolari del
mondo umano, come scienza, tecniche, filosofia, linguaggi, ecc., ma crede a
un generale progresso dell'incivilimento, che traversa i cicli di civiltà e
barbarie, inteso in un senso assai preciso di un andar avanti (…). Davvero è
cosa balorda presentare, in questo senso , il Leopardi come un negatore del
progresso, ossia del procedere storico”. Più del progresso Leopardi avversava il
Progressismo (non crede che il progresso renda l'uomo felice ma non è contro il
progresso). In effetti, più che il progresso, nel quale pur con qualche riserva
dimostrava di credere (“Gli individui e le nazioni d' Europa e di una gran parte del
mondo , hanno da tempo incalcolabile l'animo sviluppato. Ridurli allo stato primitivo e
selvaggio è impossibile”) Leopardi avversava il cosiddetto "progressismo" dei suoi
contemporanei, quella perfettibilità dello stato umano alla quale egli contrapponeva
la sua isolata disperazione che l'avrebbe portato fino all'estremo limite del rifiuto
d'ogni vita associata Per questo Leopardi è stato considerato quasi come un
anarchico. Per capire meglio il rifiuto politico di Leopardi è interessante riferirsi anche
ad un particolare della sua vita allorché al Viesseux, che gli aveva proposto nel 1826
di tenere sull'Antologia una rubrica fissa in cui avrebbe potuto flagellare i pessimi
costumi del suo tempo, rispose declinando l'offerta e ribadendo la sua posizione
antisociale e solitaria “La mia vita (…) è stata sempre, ed è, e sarà perpetuamente
solitaria, anche in mezzo alla conversazione, nella quale, per dirlo all'inglese, io
sono più absent (assente, estraniato) di quel che sarebbe un cieco e un sordo.
Questo vizio dell'absence è in me incorreggibile e disperato(...). Da questa
assuefazione e da questo carattere nasce naturalmente che gli uomini sono a' miei
occhi quello che sono in natura, cioè una menomissima parte dell'universo, e che i
miei rapporti con loro e i loro rapporti scambievoli non m'interessano punto, e non
interessandomi, non gli osservo se non superficialissimamente. Però siate certo che
nella filosofia sociale io sono per ogni parte un vero ignorante. Bensì sono
assuefatto ad osservar di continuo me stesso, cioè l'uomo in se (…) Tenete dunque
per costante che la mia filosofia (se volete onorarla con questo nome) non è di
quel genere che si apprezza ed è gradito in questo secolo; è bensì utile a me
stesso (…) e così mi aiuta a sopportar l'esistenza; ma non so quanto possa
essere utile alla società”.

A dire il vero, quanto alla necessità della vita sociale dell'uomo, Leopardi già a
partire dal '21 si era dimostrato abbastanza scettico. Ma dopo l'assoluta
acquisizione del materialismo l'autore dei Canti, sostituendo al possibile accordo di
natura e società la loro costante e definitiva inimicizia, arriverà prima a sostenere
che “la società, spogliando l'uomo in fatto, di alcune sue qualità essenziali e
naturali, è uno stato che non conviene all'uomo, non corrisponde alla sua natura”;
successivamente, dichiarando che “l'uomo è per natura il più antisociale di tutti i
viventi” dimostrerà, infine, di non credere più al concetto aristotelico che
presupponeva l'idea di una società necessaria ai fini dell'umana felicità, In
realtà Aristotele disse che “l'uomo è un animale politico” e che diceva che “chi non vive
nella città o è meno o è più di un uomo” (un essere inferiore o superiore) (è anche
questa l'idea di Dante, per il quale non può essere che l'uomo non sia cive
“cittadino” vive nelle città esercitando la politica), facendo così registrare il crollo dello
stato e la sua sfiducia in qualsiasi forma di organizzazione sociale, definite
impalcature entro le quali l'individuo viene ad essere imprigionato.

Per spiegare le ragioni dell'estremo pessimismo sociale e politico dell'autore dei


Canti “è necessario rifarsi alle condizioni politiche e morali in cui s'era venuta a
trovare la vita pubblica europea e in particolare italiana dopo la Santa
Alleanza. Alleanza tra Russia, Austria e Prussia. Leopardi vive in un'epoca che agli
spiriti liberi risulta d'involuzione e di depressione. Sono molte le menti che
intorno agli anni venti dell'Ottocento hanno perduto ogni fiducia nella storia e nella
politica”. La delusione storica di Leopardi che, come si è detto venne maturando già
a partire dal '19, trovava la sua spiegazione nella delusione dell'intellettuale che
opponeva alla crisi storica, politica e morale dei suoi tempi, al naufragio delle
certezze romantiche, l'impalcatura del suo sistema di pensiero, quel suo
"pessimismo storico". La convinzione che il cammino dell'umanità, dal mondo antico
fino al suo tempo, avesse compiuto un processo tutt'altro che progressivo (“Il mondo
ha marcito appresso a poco in questo stato dal principio dell'impero romano, fino al
nostro secolo” La crisi del mondo parte dall'impero romano) sarà sempre una costante
nella sua "filosofia della storia" che al primo momento eroico e vitale, particolarmente
energico presso i greci della polis e i romani dell'età repubblicana (la battaglia
di Filippi significava per Leopardi la perdita della libertà e l'inizio della caduta
dell' “istituto libero”), faceva seguire l'età medievale, caratterizzata
esclusivamente dalla barbarie Anche rispetto a questa è antiromantico.
Indi, a partire dal Rinascimento fino alla Rivoluzione Francese, il cammino
dell'uomo sarebbe stato in parte rischiarato. In ogni caso la stessa rivoluzione
pur prodotta dall'”errore” e dalla ritornante vitalità della natura, essendo anch'essa
figlia della civiltà dei lumi, significava anche l'inizio di un nuovo e progressivo
imbarbarimento che a sua volta sarebbe culminato nell'età moderna,
esclusivamente caratterizzata dal trionfo della ragione e dai suoi nefasti e
distruttivi effetti “non c'è dubbio che i progressi della ragione e lo spegnimento
delle illusioni producono la barbarie, e un popolo oltremodo illuminato non
diventa mai civilissimo, ma barbaro”. L'idea di una società primordiale incontaminata
e della superiorità degli antichi anteriore alla depravazione dei moderni è riportata
anche in un saggio del '21 (Zibaldone) incentrato sull'idea della progressiva
decadenza del genere umano che il recanatese veniva sviluppando secondo una
tale anticlimax: stato incorrotto, stato intermedio, stato corrotto. Il saggio,
anche se non include l'intero svolgimento del pensiero politico leopardiano, è tuttavia
molto importante in quanto, pur seguendo “un concetto vagamente ciclico della
storia umana”, traccia le linee di passaggio fra una forma e l'altra degli stati,
che vengono così riassunte e schematizzate dallo stesso studioso “A questa
concezione è anche da riportarsi la teoria leopardiana delle varie fasi di passaggio
dallo stato naturale alle originarie forme di società, prima instabili, poi stabili,
prima unificate dalla monarchia primitiva (che non ha carattere dispotico ma
esprime l'esigenza di unità sociale) e poi nel corrompersi dispotico di questa,
trovanti un nuovo interno equilibrio nella forma democratica, che corrisponde
allo stato di civiltà non ancora corrotta (civiltà media), Monarchia e democrazia non
sono di per sé negative ma lo diventano nel momento in cui si corrompono , in cui, come
vedremo, natura e ragione partecipano proporzionalmente, e che esprime l'ideale
leopardiano. Ma la società democratica si corrompe attraverso il sorgere degli
egoismi individuali e quindi dell'anarchia, prima fase della barbarie, che è il
frutto, quasi sempre, della "civiltà eccessiva", e che partorisce il dispotismo, il
quale rappresenta la pienezza della barbarie”. Seguendo lo schema essenziale del
ragionamento leopardiano non è difficile tracciare le linee di quella che per il
compilatore di tali pagine doveva essere una società ottimale: uno stato in grado
di conciliare le necessità del singolo con quelle dell'intero gruppo sociale Ciò è
avvenuto sono in determinate occasioni, comunque dovrebbe essere lo stato
Democreatico, il problema è che presto si corrompe-> Esempio: Rivoluzione Francese,
Terrore giacobino, Napoleone. , quella forma che, come egli sostiene, “giovando agli
interessi di ciascun individuo in quello che hanno tutti di comune, non pregiudichi agli
interessi o inclinazioni particolari in quello che si oppongono ai generali”. Questo
modello di società sembrerebbe incarnarsi secondo Leopardi nello stato
democratico, il solo capace di conseguire “una certa felicità e perfezione di governo.
Uno stato favorevolissimo alle illusioni, all'entusiasmo ecc. uno stato che esige
grand'azione e movimento: uno stato dove ogni azione pubblica degl'individui è
sottoposta al giudizio, e fatta sotto gli occhi della moltitudine, giudice, come ho detto
altrove, per lo più necessariamente giusto, uno stato dove per conseguenza la virtù
e il merito non poteva mancare di premio; uno stato dove anzi era d'interesse del
popolo il premiare i meritevoli, giacché questi non erano altro che servitori suoi, ed i
meriti loro, non altro che benefizi fatti al popolo (…); uno stato del quale ciascuno
sente di far parte, e al quale però ciascuno è affezionato, e interessato dal proprio
egoismo, e come a se stesso; uno stato dove non c'è molto da invidiare perché tutti
sono appresso a poco uguali”. Il fatto è che, anche Leopardi ne era convinto, tale
stato ottimale difficilmente si costituisce e, quand'anche esso si realizzi non è
destinato a durare. “(...) Tale fu appresso a poco lo stato delle repubbliche
greche fino alle guerre persiane, Successivamente si corrompe il periodo
Democreatico più valido, Da notare che entrambe si corrompono a seguito di una guerra
della romana fino alle puniche”. Quest'ultima affermazione serve a sottolineare più
che pensare con positività alla forme repubblicane che si andavano progettando
proprio in quel tempo in Italia - alcune, come quella di Mazzini, ben strutturate
ideologicamente e sostenute da una concreta base programmatica - tenendosi a
distanza dalle ideologie liberali prodotte e pensate dagli intellettuali borghesi del
suo tempo, sia per la sua origine aristocratica sia per la profonda influenza
esercitata su di lui dall'Alfieri, non crede nella repubblica, era un nobile, non crede
nemmeno nella Rivoluzione Francese-> All'inizio aveva simpatia per la rivoluzione ma poi
quando i rivoluzionari gli dicono che dovevano sequestrare i suoi cavalli per utilizzarli
nella lotta, cambia idea più che fautore del regime democratico può ritenersi un "
libertario". Ma, in ogni caso, passando dai tempi antichi ai moderni, egli era convinto
che le cose si erano profondamente modificate in quanto le primitive società, libere e
aperte, si erano contratte fino al punto di soffocare con la libertà politica del soggetto
la sua stessa vita “(...) filosofi, politici, e cento generi di persone si sono
continuamente occupati a trovare una forma di società perfetta. D'allora in poi, dopo
tante ricerche, dopo tante esperienze, il problema rimane ancora nello stato
medesimo. I filosofi lo confermano (…) non hanno mai potuto , così mai non
potranno trovare una forma di società, non che perfetta, ma passabile in se stessa”.
Giunto a questo punto, nulla lo trattiene dal criticare, anzi dal respingere senza
distinzione le fondamentali istituzioni governative del suo tempo, forme
degeneri e inadatte al bene e alla felicità dei singoli e dei popoli, sia che si
parlasse della monarchia assoluta o di quella costituzionale: la prima in quanto
degenerazione dispotica dell'ottima organizzazione sociale della primitiva monarchia
degli antichissimi tempi, la seconda ritenuta “un'istituzione arbitraria, ascitizia,
derivante dagli uomini e non dalle cose: e quindi necessariamente (…) instabile,
mutabile incerta e nella sua forma, e nella durata e negli effetti”.

Quali le cause di una considerazione così negativa della politica e di ogni


ideologia che si proponesse di ordinare secondo un disegno la vita comune
degli uomini? La storia del suo tempo, la natura della società nella quale egli si
trovava a vivere, la personale situazione del recanatese concorsero a fornirgli una
visione negativa del vivere comune fino al punto di indurlo a non credere in
alcuna possibilità di esistenza associata; convinto com'era che l'uomo fosse per
sua natura egoista e proprio per questo non disposto a costruire un'esistenza
per il bene degli altri.
L'amor proprio, definito da Leopardi “l'unico motore delle azioni umane”, dal
quale “derivano tutte le virtù non meno che tutti vizi” oltre che mal diretto e fonte
dell'egoismo proprio dei regni dispotici ed assoluti, potrebbe assumere forma
positiva solo ove si trasformasse nell' "amor patrio", che è indispensabile al
formarsi delle nazioni. Ma questa non era certamente la sorte dell'Italia del suo
tempo, priva com'era di un'autentica società, di spirito pubblico, di unanime opinione
e di senso dell'onore: come si legge nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi
degli italiani (1824), ove Leopardi, tracciando un quadro storicamente deformato
della realtà italiana dell''800, sottolineava la decadenza di una nazione che non era
nazione, in quanto, oltre ad essere senza capitale e cultura, mancava di quel
sentimento di unità che la distingueva dalle più moderne strutture statuali.
L'autore era convinto che la nostra società dell'Ottocento, priva dei fondamenti etici
delle altre nazioni, aveva sostituito ai più profondi e autentici valori l'ipocrisia e
la pratica esteriore dei riti religiosi, l'abitudine della simulazione e
dissimulazione, i vizi di una civiltà che un tempo era stata grande ma che
allora sovrapponeva sul volto degli italiani la finzione delle maschere. È anche
questo il senso delle parole di Eleandro nel Dialogo di Timandro, dove l'autore dei
Canti, precorrendo Pirandello, disegnava un profilo veramente desolante della
società già massificata del suo tempo “Che si usino maschere e travestimenti per
ingannare gli altri, o per non essere conosciuti, non mi pare strano: ma che tutti
vadano mascherati con una stessa forma di maschere, e travestiti a uno stesso
modo, senza ingannare l'un l'altro, e conoscendosi ottimamente tra loro; mi riesce
una fanciullaggine. Cavinsi le maschere, si rimangano coi loro vestiti; non faranno
minori effetti di prima, e staranno più a loro agio. Perché pur finalmente, questo
finger sempre, ancorché inutile, e questo sempre rappresentare una persona
diversissima della propria non si può fare senza impacci e fastidio grande”.
La mancanza di sincerità, la finzione, l'ipocrisia, divenute parte integrante del
carattere degli italiani erano di abitudine i segni più evidenti e più gravi di un
inesorabile decadimento dei costumi per cui la loro vita, senza occupazione e
destituita di ogni altro nobile fine, appariva ristretta solo al presente e senza la
prospettiva di un futuro migliore.
Forse anche a causa di una tale delusione storica, politica e morale, nell abbozzo
dell'Inno ai Patriarchi, Leopardi giungeva a sostenere che la società era figlia del
peccato, giacché sarebbe nata allorché Caino vagando per il rimorso e
portando con sé la maledizione di Dio, fu il primo a fondare la città. Il primo
assassino della storia fonda la prima città. Giunto a tali conclusioni, il recanatese si
convinceva definitivamente della caduta di un'altra delle sue fondamentali
illusioni: la società, senza fare distinzioni fra quella storica delle origini e quella
contemporanea che a questo punto diventavano, l'una e l'altra, fonte di dolore e
limitazione dei piaceri del singolo. Nella fase storica egli aveva fondamentalmente
congetturato due società: quella moderna prodotta dalla ragione, pertanto
negativa, contrapposta a quella delle origini, generata dalla natura e foriera di
felicità, illusioni e gioia; ma, pervenuto a queste ulteriori convinzioni, il poeta venne
rigettato in un individualismo esasperato e doloroso, quasi ai limiti di un totale
anarchismo. A questo punto egli non era disposto neppure a salvare la vita dei
primitivi. Infatti nello stesso Inno, parlando dei selvaggi della California in senso
tacitiano, concludeva che essi non avrebbero potuto più vivere una volta che la loro
pace era stata attaccata dai missionari, avamposto della nostra corruttibile civiltà.

Giunti a questo limite, prima di arrivare alle conclusioni del discorso, sembra giusto
chiedersi se sia possibile fissare in modo definitivo l'ideologia politica di Leopardi. È
necessario premettere innanzitutto, recuperando anche ciò che abbiamo sostenuto
precedentemente, che, trovandosi di fronte ad un sistema di pensiero quale è quello
del recanatese, non è il caso di pensare anche in senso politico a concezioni
definitive; in primo luogo perché le considerazioni politiche di Leopardi furono
soggette all'evoluzione storica della sua concezione generale, che, come si è
detto, fu caratterizzata, se non proprio da contraddizioni, da non poche
oscillazioni.

Per quanto la politica non ricevesse molta considerazione da parte di Leopardi


anzi venisse condannata insieme alla sociologia e alle altre scienze attuali e
facesse parte di un più generale e complesso sistema di pensiero, non è detto che
non se ne possa fare separata considerazione seguendo particolarmente le tappe
dell'evoluzione storica dell'ideologia del recanatese.
Cesare Luporini, che fra i primi ha avuto la felice intuizione di riconoscere diversi
momenti nella politicizzazione del Leopardi, ha tuttavia trascurato quasi
completamente l'orientamento inizialmente reazionario Contro le innovazioni->
probabilmente influenzato dal padre dell'autore dei Canti. Non si può escludere del
tutto che nella prima fase della sua vita il giovane, subendo particolarmente
l'influenza culturale del padre, non ne subisse, condividendole, anche le idee
politiche. È a tutti noto che la prima educazione leopardiana si svolse nell'ambiente
di Recanati sotto la guida di precettori e maestri gesuiti, come quel padre Torres che
avviandolo alla ricerca dell'unica verità, quella ontologica e teologica, sembra che si
proponesse di fare del giovane Leopardi prima di tutto “un perfetto letterato
cristiano”.
Del resto questo era il cibo che passava il convento di casa Recanati, paese della
Marca Anconetana situato nella provincia della provincia d'Italia: il nutrimento dei
santi dogmi della religione cattolica e la retta filosofia, alla quale si preoccupava di
educarlo anche il conte Carlo Antici, fratello della madre ed aggiunta guida morale
e spirituale del fanciullo. Pertanto egli dovette al padre l'iniziale impostazione
politica piuttosto dogmatica e conservatrice, in una parola reazionaria. Né
poteva essere diversamente in quanto Monaldo (uno dei suoi maestri) “era un
aristocratico attaccato ai valori dell'ancien règime, convinto dell'esistenza di una
diseguaglianza naturale tra gli uomini e di conseguenza sociale, al punto da
pensare che le classi non si differenziano che per i loro abiti, persuaso che
ogni progresso politico o sociale non fosse che un'illusione, giacché niente
avrebbe potuto cambiare la natura umana”
Quali risultati producesse questo " progressismo politico" di Monaldo si può ricavare
dall'Orazione agli Italiani in occasione della liberazione del Piceno (1815), ove il
giovane Leopardi, assumendo una posizione diametralmente opposta a quella
esemplata dal Manzoni, si scagliava contro la rivoluzione francese e, dimostrando
inoltre di non credere nell'unità d'Italia, arrivava a sostenere che la felicità degli
italiani dipendeva solo dal ritorno sul trono di quei sovrani precedentemente
spediti a casa da Napoleone. È comprensibile la ragione che spinse il giovane nel'17
a volgere le spalle a questo mondo e alle idee che esso incarnava dopo l'incontro
con il Giordani, il quale orientandolo in una direzione politica opposta, lo
innamorò dell'Italia. Di lì a poco si sarebbe estinta progressivamente in lui, insieme
con le idee reazionarie, finanche la fede religiosa che apriva la strada ad un
vitalismo di tipo sensista, combinato con un naturismo di origine classica, che il
giovane Leopardi della fase storica si preoccuperà inizialmente di accordare
con la fede, ma che in seguito, a partire dal '22, l'avrebbe condotto ad abbracciare
un materialismo-meccanicismo di tipo estremo, l'idealità che avrebbe sostenuto
fino in fondo la visione della vita leopardiana. Già dal '20, tempo della sua seconda e
più profonda politicizzazione, Leopardi dopo l'incontro con il Giordani,
condividendone le idee nazionali, aveva messo da parte le idee reazionarie per
approdare ad un credo che abbiamo già definito più libertario che democratico.
In seguito, a causa della progressiva radicalizzazione del suo pessimismo storico e
ad una totale sfiducia nei riguardi di ogni teoria politico-filosofica, squalificando
ogni forma di governo, era giunto ai limiti dell'anarchismo, come testimonia la
nota successiva dello stesso Luporini “Il potere sia concentrato sia decentrato (si
premura di precisare a questo punto), è inevitabilmente sempre uguale ad abuso di
potere, per una specie di legge di natura”.
Ma, giunto ai termini estremi dell'anarchismo, come dimostra l'abbattimento dell'idea
stessa dello stato, il pensiero di Leopardi non vi si arenò, non si fermò all'ultimo
approdo che lo portò ad essere sempre alla ricerca di rinnovate soluzioni, fino al
solidaristico e finale appello della Ginestra. Molto si è discusso sulla natura del
messaggio leopardiano contenuto nella Ginestra che ha fornito ampio dibattito ai
critici di ogni estrazione, particolarmente a quelli di scuola marxista, i quali hanno
insistito un po' troppo, e secondo noi a sproposito, sulla natura politica del
messaggio stesso fino a fare del poeta dei Canti un anticipatore del pensiero
socialista. A proposito del profetico annuncio della Ginestra si può a questo punto
concludere che l'idea della “social catena” per nulla contraria alla posizione
anarchica di Leopardi, è una catena, come nota, e qui giustamente, Luporini, non
“lega e costringe” come quella dello stato, ma “che salda chi fraternamente
collabora”. Essa, infatti, non ha nulla a che vedere col politico contratto sociale ma
scaturisce dalla necessità di un'alleanza comune dei viventi non più l'uno contro
l'altro armati a causa del loro egoismo di origine sociale ma per amore alleati in una
specie di solidarismo internazionale che fa dimenticare le guerre nazionali che
nascono dall'odio per lo straniero, sostituite e superate dalla guerra universale e
stellare che li vede opposti non più fra di loro ma contro a “quella che veramente è
rea, che de' mortali è madre in parte ed in voler matrigna”, alla natura, la vera e reale
nemica degli uomini, chiamati a raccolta dalla “nobile natura” del genio del poeta che
Tutti fra sé confederati estima
Gli uomini, e tutti abbraccia
Con vero amor, porgendo
Valida e pronta ed aspettando aita
Negli alterni perigli e nelle angosce
Della guerra comune …

La visione della vita leopardiana non si chiuse mai in un pessimismo assolutamente


rinunciatario, ma fu sempre pervasa dalla necessità di non cedere alla natura, di
affermare contro di essa la nobile dignità dell'uomo innocente eppure
condannato al suo inesorabile destino di sofferenza, di distruzione e di morte.
Questa è la verità, il vero tragico assoluto: l'unica conclusione dell'esistenza
assurda dell'uomo e delle cose è il nulla. È una verità che in nessun modo
potrebbe essere elusa, neppure affidandosi ad illusorie consolazioni di natura
politico-religiosa come facevano i “Nuovi Credenti” del suo secolo, contro i quali egli
appuntava gli strali del suo unico e necessario “verace sapere”.

La poesia leopardiana, anche quando canta il nulla e l'infelicità non induce mai alla
disperazione assoluta non fa pensare alla morte, ma contiene in sé una forza attiva
e creatrice che, se pure non salva l'uomo dalla dissoluzione e dal niente, serve a
consolarlo.
Alla fine della storia, al termine della vita c'è la morte, la distruzione, l'annientamento
di questo nostro mondo violento, crudele e senza senso; ma al disopra di questo
tragico assoluto del nulla rimane l'arte , sopravvive la poesia per non morire del tutto.
Per questo il pensiero poetante di Leopardi che è capace di attingere tale verità ha
bisogno anche del falso. Questo è anche il punto in cui Leopardi s'incontra col
pensiero di Nietzsche, il più grande profeta del nulla del XX secolo: “Noi abbiamo
bisogno della menzogna per vincere questa "verità", cioè per vivere (…)L'uomo deve
essere per natura un mentitore, dev'essere prima di ogni altra cosa un artista”.
Non diversa è la posizione di Pirandello, un altro moderno profeta delle illusioni, che
nell'ultima sua produzione, quella del "teatro dei Miti", analogamente a Leopardi ha
elevato al di sopra delle ceneri del mondo il messaggio dell'arte, la sola virtù che con
i suoi " enti immaginari" ha la capacità di salvarci dalla distruzione e dalla morte.
Anche l'autore de I Sei Personaggi, contemporaneamente testimone e vittima del
crollo di una società che rovina con tutti i suoi valori, senza perdere la speranza negli
uomini, poco prima del caos ha affidato non ai paralogismi del suo filosofare ma alla
trasmissione mitopoietica de I Giganti della montagna (1936) la fede nelle più
autentiche e incorruttibili virtù dell'uomo, destinate a sopravvivere al naufragio della
nostra civiltà. Non c'è altro rimedio per superare il nichilismo se non quello di
affidarsi alle illusioni, che sono destinate a sopravvivere oltre la morte, finché l'uomo
avrà speranza nell'uomo piuttosto che nei sofismi della ragione. Questo è il senso
del seguente pensiero leopardiano che certamente anche Nietzsche e Pirandello
avrebbero sottoscritto: “O la immaginazione tornerà in vigore, e le illusioni
riprenderanno corpo e sostanza in una vita energica e nobile, e la vita tornerà ad
essere cosa viva e non morta, e la grandezza e la bellezza delle cose torneranno a
parere una sostanza, e la religione riacquisterà il suo credito; o questo mondo
diverrà un serraglio di disperati e forse anche un deserto”.

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