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Giacomo Leopardi
Infanzia e formazione a Recanati (1798 – 1812)
Giacomo Leopardi nacque a Recanati nel 1798, in una famiglia nobile ma
economicamente decaduta.
Il padre, Monaldo, era una figura autoritaria ma affettuosa, con cui Leopardi aveva un
legame tormentato fatto di amore-odio e rispetto-ribellione.
La madre, Adelaide, era vista come fredda e priva di affetto materno causando in
Giacomo profonda frustrazione emotiva.
In questo ambiente chiuso e austero, Giacomo cresce isolato dal mondo esterno, ma
immerso fin da bambino nello studio. Mostra presto un’intelligenza fuori dal comune
e una memoria eccezionale. Passa ore intere nella biblioteca paterna, dove inizia
quello che lui stesso definirà più tardi lo “studio matto e disperatissimo”, un
periodo di studio forsennato e autodidattico. Questi anni di studio, pur arricchendolo
di una cultura vastissima, ne minano la salute e ne accentuano la solitudine.
Nel periodo che va dal 1809 al 1812, Leopardi compone le sue prime opere
giovanili, di carattere prevalentemente erudito e filologico e che testimoniano la sua
straordinaria cultura ma anche la sua ancora acerba visione del mondo, più
scientifica che poetica. Tuttavia, anche in queste opere emerge un tratto che rimarrà
tipico del suo pensiero: la ricerca di un ordine e di un senso nell’universo che
manifesta il bisogno di capire la realtà.
Accanto agli scritti di studio, Leopardi inizia a sperimentare anche la poesia: scrive
versi in latino e in italiano, ancora influenzati dai modelli classici, ma in cui si
intravedono i primi segni di un sentimento profondo e personale. In questi primi
componimenti, come gli Idilli giovanili e alcuni poemetti d’occasione, si avverte la
nostalgia per un mondo ideale e lontano, l’eco di un sogno di bellezza e armonia che
contrasta con la realtà monotona e chiusa di Recanati. È qui che nasce la tensione
tra infinito e limite, tra desiderio di assoluto e costrizione della vita quotidiana, che
diventerà uno dei nuclei centrali della sua poesia.
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Dalla filologia alla poesia (1812 – 1816)
Tra il 1812 e il 1816, ormai adolescente, comincia a sentire il peso dell’isolamento e
della solitudine imposta dalla sua vita a Recanati. La biblioteca paterna, che fino a
pochi anni prima era stata per lui un rifugio e una fonte inesauribile di conoscenza,
comincia ora a diventare una prigione mentale e fisica. Si accorge che la cultura,
seppure immensa, non basta a colmare il vuoto affettivo e umano in cui vive.
In questi anni, Leopardi inizia a passare da una conoscenza puramente erudita e
razionale a una ricerca più interiore e poetica. È ciò che lui stesso, in una celebre
lettera, definirà la “conversione dalla filologia alla poesia”: un cambiamento radicale
nel suo modo di guardare al mondo.
La filologia, cioè lo studio dei testi antichi, dei linguaggi e delle forme, gli aveva
insegnato a conoscere la perfezione della civiltà classica, ma la poesia gli appare
ora come l’unico mezzo per esprimere sentimenti autentici, per dare voce al dolore e
alla nostalgia che prova.
Sul piano letterario, nascono in questi anni i primi esperimenti poetici in lingua
italiana, in cui Leopardi comincia a distaccarsi dai modelli classici per cercare una
voce propria. Tra il 1814 e il 1816 scrive il Saggio sopra gli errori popolari degli
antichi, che mostra ancora un’impostazione razionale, ma già attraversata da una
riflessione sul bisogno umano di credere nei miti, nelle illusioni e nella poesia.
Nel 1816 compone anche i suoi primi versi autenticamente lirici, nei quali si avverte
un tono più personale e intimo. In questo passaggio Leopardi comincia a percepire
la poesia non solo come un esercizio di stile, ma come un modo di dare forma al
sentimento, di trasfigurare in bellezza la sofferenza. L’opera Appressamento della
morte, nella quale Leopardi immagina se stesso sul punto di morire, e riflette sulla
finitudine della vita, sulla vanità delle speranze umane e sul destino comune di
morte, viene seguita da Il primo amore ispirato alla passione sentimentale per la
cugina Gertrude Cassi Lazzari.
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Questa evoluzione coincide anche con una nuova consapevolezza del desiderio di
libertà: Leopardi, rinchiuso nel “natio borgo selvaggio”, sogna di evadere, di vedere il
mondo, di vivere davvero. Si può dire che in questo periodo nasca il mito della fuga,
il sogno di un altrove, di un orizzonte aperto, che tornerà costantemente nella sua
poesia (basti pensare, più tardi, all’Infinito).
Tra il 1818 e il 1820 compone i primi “Idilli”, come L’infinito, La sera del dì di festa,
Alla luna, Il sogno, Lo spavento notturno. In questi testi, Leopardi raggiunge
un’intensità nuova, intima e universale insieme. L’infinito (1819) è forse il culmine di
questo periodo, è un componimento breve in cui il poeta esprime la sua tensione
verso l’assoluto e, al tempo stesso, la consapevolezza dei limiti umani. Davanti alla
siepe che gli impedisce la vista dell’orizzonte, Leopardi immagina spazi interminati,
silenzi infiniti, e in questa illusione di infinito trova un momentaneo conforto. È una
poesia che racchiude l’essenza stessa del suo pensiero: l’uomo è infelice perché
limitato, ma può provare felicità nell’immaginazione e nella poesia, cioè
nell’illusione.
Negli stessi anni scrive anche opere di riflessione più esplicita, come il Dialogo di un
folletto e di uno gnomo e alcune “Operette morali”.
Le sofferenze fisiche, intanto, spingono l’autore a concepire il dolore non soltanto
come condanna ma come condizione stessa per conoscere la verità e per creare
bellezza.
Nel 1820-1822, Leopardi cerca con crescente insistenza di lasciare Recanati. Scrive
lettere agli amici di Roma, come Pietro Giordani, chiedendo aiuto per trovare un
impiego che gli permetta di viaggiare. Giordani, che crede molto nel suo talento, lo
sostiene moralmente, ma le difficoltà economiche e la paura del padre rendono ogni
fuga impossibile. Questo fallimento alimenta ulteriormente il senso di prigionia e la
delusione verso la realtà.
In questi anni Leopardi compone anche le prime “canzoni civili”, ispirate agli ideali
patriottici e alla storia d’Italia, come All’Italia e Sopra il monumento di Dante. In
esse, emerge come, secondo Leopardi, l'Italia moderna ha perduto la grandezza
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del passato, come l’uomo moderno ha perduto la sua innocenza. È lo stesso
meccanismo del pessimismo storico applicato alla storia di un popolo.
Dopo un breve ritorno a Recanati, tra il 1825 e il 1828 i viaggia verso Milano,
Bologna, Firenze e Pisa.
A Milano entra in contatto con l’ambiente editoriale, collabora con l’editore Stella, e
lavora come traduttore e correttore di testi; a Bologna e Firenze conosce altri
intellettuali e scrittori, tra cui i fratelli Vieusseux, ed entra in relazione con Antonio
Ranieri, che diventerà uno dei suoi più cari amici.
Eppure, in nessuno di questi luoghi Leopardi trova davvero ciò che cerca. Il suo
pessimismo inizia a manifestare un progressivo allargamento verso una
visione più universale.
Dal punto di vista letterario, tra il 1822 e il 1828, compone alcuni dei suoi testi più
celebri e intensi, sia in prosa che in poesia. Nelle “Operette morali”, scritte in gran
parte tra il 1824 e il 1827, esprime con lucidità filosofica la sua visione dell’esistenza.
Queste brevi prose dialogiche, come il Dialogo della Natura e di un Islandese, il
Dialogo di Plotino e di Porfirio o il Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro
Gutierrez, mettono in scena il dramma dell’uomo moderno di fronte a una Natura
indifferente e crudele. La Natura, che in passato appariva come madre benevola,
ora si rivela forza cieca, che crea e distrugge senza scopo (matrigna). È in queste
opere che Leopardi inizia a comprendere che la sofferenza non è legata solo alla
storia o al progresso, ma alla condizione stessa dell’uomo nel mondo.
Il tono delle sue opere in questi anni oscilla tra la nostalgia e la disillusione. La
poesia diventa il luogo in cui Leopardi rielabora il suo passato e, insieme, riflette
sulla condizione universale degli uomini. Il suo sguardo si fa sempre più ampio: non
guarda più soltanto alla propria vita o alla storia d’Italia, ma all’umanità intera.
Anche la sua vita quotidiana è segnata da difficoltà e delusioni. I problemi di salute si
aggravano, la mancanza di mezzi economici lo costringe a dipendere ancora dal
padre, e i rapporti affettivi restano sempre difficili. Vive amori non corrisposti (celebre
quello per Fanny Targioni Tozzetti) che si intrecciano con la sua idea di bellezza
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irraggiungibile e di felicità negata. L’amore, per Leopardi, non è mai una gioia reale,
ma un desiderio che si consuma nell’impossibilità.
Quando nel 1828 ritorna ancora una volta a Recanati, è un uomo diverso: ha capito
che nessun luogo del mondo può liberare l’uomo dal dolore, perché il dolore
nasce dall’essenza stessa della vita. Ciò sta alla base del “pessimismo
cosmico”.
Dopo gli anni delle Operette morali, più filosofiche e argomentative, sente di nuovo il
bisogno di esprimersi attraverso il canto. Nasce così il “ciclo di Recanati”: A Silvia,
Le ricordanze, Il passero solitario, Il sabato del villaggio, Canto notturno di un
pastore errante dell’Asia. In queste poesie, il pensiero filosofico del pessimismo
cosmico si traduce in immagini vive e commoventi.
In A Silvia, ad esempio, la figura della fanciulla rappresenta la speranza e la
vitalità della giovinezza, tuttavia muore prematuramente, come muoiono le
illusioni dell’uomo di fronte alla verità del dolore.
Ma la poesia non è solo dolore: è anche un atto di memoria, un modo per salvare ciò
che la realtà distrugge. Le ricordanze proseguono su questa linea, trasformando il
ricordo in uno spazio poetico dove la sofferenza si trasforma in canto.
In Il sabato del villaggio, Leopardi osserva come l’attesa della felicità sia spesso
più dolce del suo raggiungimento, e nel Canto notturno di un pastore errante
dell’Asia dà voce a una delle riflessioni più profonde della sua filosofia: l’uomo,
come il pastore solitario che interroga la luna, è un essere che cerca invano un
senso nel silenzio dell’universo.
Questi anni sono anche segnati da un nuovo equilibrio tra poesia e filosofia.
Leopardi ha ormai compreso che non c’è salvezza nella ragione, ma che la poesia
può essere un gesto di resistenza, un modo per affermare la propria umanità
contro l’indifferenza del mondo. La poesia diventa il luogo in cui il dolore si fa
consapevolezza e, in un certo senso, dignità.
Negli anni della permanenza a Firenze e Pisa Leopardi raggiunge una piena
maturità espressiva. La lingua dei Canti è limpida, musicale, classica e moderna al
tempo stesso; le immagini sono semplici, ma cariche di profondità; la poesia diventa
un’esperienza di verità. Egli non cerca più consolazioni: canta la sofferenza
dell’uomo con una lucidità che diventa commozione universale.
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Gli ultimi anni a Napoli (1833 – 1837)
Nel 1833, Giacomo Leopardi lascia Firenze per trasferirsi a Napoli insieme all’amico
Antonio Ranieri, che si prenderà cura di lui fino alla fine. A Napoli, Leopardi vive gli
ultimi quattro anni della sua vita, che, pur difficili, rappresentano una fase di
sorprendente vitalità creativa e umana.
La partenza verso Napoli è anche un gesto di distacco definitivo dal mondo che lo
aveva deluso. Napoli è una città vivace, e in questa realtà Leopardi matura l’ultima
fase del suo pensiero: una visione del mondo ancora pessimistica, ma non più
chiusa nell’individualismo. È il tempo della solidarietà universale nel dolore.
Leopardi comprende che proprio per il fatto che la Natura non si cura delle creature
che genera, gli uomini, consapevoli della loro comune condanna, dovrebbero
unirsi in una fraternità del dolore. Non si tratta di un ottimismo improvviso, ma di
una forma di eroismo morale.
Questa nuova consapevolezza trova espressione in alcune delle sue opere più alte e
intense come Il tramonto della luna, composta nel 1835, in cui la decadenza
dell’astro diventa metafora della fine della giovinezza e delle illusioni, ma anche
simbolo della dignità con cui l’uomo deve accettare la propria sorte.
Nello stesso anno scrive la sua ultima poesia “La ginestra o il fiore del deserto”
(1836). Ambientata sul Vesuvio, simbolo della potenza distruttrice della Natura, la
poesia celebra la fragile forza del fiore che nasce nel deserto, che resiste, pur
sapendo di essere destinato a morire. La ginestra è l’immagine dell’uomo che, pur
consapevole della propria piccolezza e del proprio destino di sofferenza, affronta il
mondo con dignità e con pietà verso i suoi simili. È l’emblema della “social catena”,
che rappresenta l’unico modo di opporsi all’indifferenza dell’universo.
In queste ultime opere, Leopardi raggiunge una straordinaria sintesi tra pensiero e
poesia. La sua visione resta tragica, ma non più disperata: nella consapevolezza del
nulla, egli trova la possibilità di una bellezza e di un’etica nuova. Il dolore, che per
tutta la vita era stato un limite, diventa ora la condizione stessa per comprendere e
per amare.
Tra il 1836 e il 1837, Napoli viene colpita da un’epidemia di colera. Leopardi, già
gravemente malato, si rifugia con Ranieri e la sorella di lui, Paolina, nella villa di
Torre del Greco. Qui continua a scrivere e a meditare, ma le forze lo abbandonano
lentamente. Muore il 14 giugno 1837, a soli trentanove anni.
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La poesia leopardiana
La sua poesia nasce dalla sua esperienza del mondo contemporaneo e dal suo
impegno intellettuale, infatti la sua lirica non ha nulla di improvvisato. Da questo
punto di vista incarna la figura dello scrittore tradizionale, in cui la sua scrittura è
molto legata al suo studio.
Secondo lui la poesia lirica non doveva avere una funzione politica o civile, ma il
compito di parlare della condizione umana.
Tuttavia Leopardi rinnovò gli schemi metrici della canzone petrarchesca
introducendo la forma dell'idillio e della canzone libera proprio con lo scopo di
affrancare il pensiero all'interno della veste formale e tecnica del testo.
Queste forme più libere dai vincoli della metrica evidenziano come a Leopardi
apparve impossibile e inattuale contenere il flusso del pensiero e dell'elaborazione
concettuale dentro i rigidi parametri della metrica trecentesca.
L’idillio (dal greco eidyllion, “piccola immagine”) indicava una breve composizione
pastorale in cui si descriveva la vita semplice dei pastori in mezzo alla natura.
Tuttavia per Leopardi, non è più un semplice quadretto pastorale, ma una poesia
dell’anima, in cui l’uomo riflette su sé stesso e sul proprio rapporto con l’infinito e con
la natura. Quindi, Leopardi non descrive più la natura oggettivamente, ma la vive
come specchio dello stato d’animo: la collina, la luna, il vento, diventano simboli di
pensieri e sensazioni.
La canzone libera è una forma poetica che Leopardi riprende dalla canzone
tradizionale petrarchesca, ma che rinnova profondamente.
La canzone classica, infatti, aveva regole precise: un numero fisso di versi, una
divisione regolare in strofe con schema metrico definito e spesso un tono amoroso o
celebrativo. Leopardi rompe questi schemi introducendo versi e strofe di lunghezza
variabile, in cui il ritmo segue il flusso naturale del pensiero e non più le regole
metriche.
Canzone classica, ogni strofa (detta stanze) seguiva schemi fissi e precisi:
● alternanza regolare di endecasillabi (11 sillabe) e settenari (7 sillabe);
● numero di versi uguale in ogni strofa;
● rime disposte in modo identico da una stanza all’altra (congedo finale compreso).
Leopardi rompe queste regole:
● Versi usati: endecasillabi e settenari, alternati senza ordine fisso.
● Numero di versi per strofa: variabile (non uguale tra le stanze).
● Schema delle rime: libero; a volte mancano del tutto o sono irregolari.
● Congedo: non sempre presente (può essere omesso o trasformato).
● Musicalità: affidata non alla rima, ma al ritmo interno, alle pause, agli enjambement e
alla sintassi.
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Le radici del pensiero leopardiano
Fin dall’infanzia, Leopardi fu immerso in un mondo di libri che andava dai classici
latini e greci fino ai filosofi e agli autori moderni europei.
Un elemento fondamentale per comprendere la posizione storica di Leopardi è
costituito dalla sua formazione tipicamente illuminista e materialista (Rousseau,
Fontenelle, Holbach).
● Critica della nozione di progresso
● Adesione ai principi del materialismo
● Centralità del concetto di Natura (idea roussoiana dello stato di natura: "la
natura è grande, la ragione è piccola")
Rousseau
Leopardi rimase profondamente colpito dalle idee di Jean-Jacques Rousseau. In
particolare, prese spunto dal concetto che l’uomo nasce libero e buono (A Silvia), ma
la società e la civiltà lo corrompono (Le ricordanze - nostalgia del passato). Questa
visione lo aiutò a elaborare il suo pessimismo storico: la convinzione che l’uomo
moderno, schiavo della ragione e della società, abbia perduto l’armonia con la
natura che caratterizzava l’uomo primitivo o l’uomo antico.
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l’uomo è destinato a soffrire indipendentemente dalla virtù o dal merito.
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Le opere
Lo Zibaldone (1817)
Gran parte dei suoi pensieri si trovano, in maniera disorganizzata, nello Zibaldone,
dove l’autore annota e approfondisce tutti i temi del proprio pensiero.
Nella forma, assomiglia molto a quella del diario filosofico, ma gli argomenti
spaziano dalla filologia alla storia, dalla critica letteraria alla scrittura autobiografica.
Il filo conduttore è il dubbio. Leopardi mette in discussione ogni certezza, sia morale,
religiosa o scientifica. Esamina criticamente la conoscenza umana, la felicità e le
convinzioni tradizionali, mostrando che nulla è definitivo. Questo continuo
interrogarsi riflette la sua ricerca di verità, pur consapevole dei limiti dell’uomo.
Alcuni hanno considerato lo Zibaldone un’anticipazione delle opere maggiori mentre
altri lo hanno ritenuto un'opera vera e propria.
I "Canti" (1831)
All'interno dei Canti si possono individuare alcuni blocchi tematici:
1. Canzoni classiche
Questa sezione comprende le dieci canzoni iniziali della raccolta e costituisce un
tributo alla lirica antica. Leopardi esprime il suo doloroso rimpianto per il mondo
antico, considerato più autentico e vicino alla natura rispetto alla modernità
dominata dalla ragione.
Le Canzoni presentano temi civili, patriottici e filosofici affrontati con stile aulico,
sublime e tradizionale, segnando la transizione verso il pessimismo cosmico.
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➔ All'Italia (1818)
Denuncia la decadenza morale e politica dell'Italia contemporanea,
contrapponendola alla grandezza del passato classico e al sacrificio eroico degli
Spartani alle Termopili. Il tono è ricercato e patetico, caratterizzato da una forte
partecipazione emotiva e dalla simbiosi tra patria e io lirico.
2. Idilli
Il gruppo degli idilli rappresenta la fase più intimistica e meditativa della poesia
leopardiana. In questi brevi componimenti, il poeta si concentra sul rapporto tra
l’individuo e la natura, sull’intuizione del dolore e sulla riflessione filosofica. La natura
qui è già percepita come negativa e indifferente, ma la forma rimane armoniosa e
meditativa.
Tipo di pessimismo: prevalentemente individuale ed esistenziale, legato
all’esperienza personale e alla contemplazione.
Ispirazioni: modelli classici come Teocrito e Mosco, ma anche filosofia illuminista e
sensibile alla dimensione del sentimento.
➔ L'infinito (1819)
Il poeta si trova sul monte Tabor a Recanati, dove la vista dell'orizzonte gli è preclusa
da una siepe. Questo ostacolo fisico stimola l'immaginazione del poeta, che si apre
alla percezione di spazi e tempi infiniti.
Temi principali:
● La teoria del piacere e del "vago e indefinito", secondo cui
l'immaginazione compensa l'impossibilità di raggiungere un piacere infinito
nella realtà;
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● rapporto tra finito e infinito;
● La poesia esplora due tipi di percezioni: quella spaziale (spazi interminati e
sovrumani silenzi oltre la siepe) e quella temporale (l'eterno suggerito dallo
stormire del vento tra le piante);
● fusione dell'individuo con l'immensità dell'essere: il percorso psicologico
va dallo smarrimento del cuore (spaurarsi) al dolce abbandono finale
(naufragar) nell'immensità.
➔ A Silvia (1828)
La lirica rievoca la figura di Silvia (tradizionalmente identificata con Teresa Fattorini),
morta prematuramente di tubercolosi. Il poeta intreccia il ricordo della giovinezza
della ragazza con quello delle proprie speranze giovanili spezzate.
Rappresenta l'elogio della gioventù e delle illusioni che essa porta, destinate a
crollare di fronte all'"arido vero". Silvia diventa come simbolo della speranza perduta
e della disillusione dell'età adulta.
Emerge il tema della Natura "matrigna", colpevole di ingannare i propri figli non
mantenendo le promesse di felicità fatte durante la giovinezza.
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nome Silvia) per permeare l'intero testo del nome della fanciulla (vita, fuggitivi, salivi,
perivi).
Anch'esso parte dei Grandi Idilli, segue la struttura della canzone libera (51 versi,
endecasillabi e settenari). Lo stile alterna descrizioni realistiche e serene a una
chiusura carica di pessimismo. Sono presenti figure retoriche come il climax delle
età umane (donzelletta, garzoncello, zappatore, vecchierella), la litote ("altro dirti non
vo'") e l'uso di un lessico "vago" tipicamente leopardiano (età fiorita, giorno chiaro,
sereno).
4. Ciclo di Aspasia
Nel 1835 Leopardi aggiunge alla raccolta alcune poesie ispirate all'amore per Fanny
Targioni Tozzetti, identificata poeticamente con Aspasia.
Leopardi sceglie il nome "Aspasia" richiamandosi alla celebre donna greca legata a
Pericle, famosa per il fascino e l’intelligenza, trasformando l'esperienza
autobiografica in un simbolo poetico universale.
5. Canti finali
Questi componimenti rappresentano il punto di arrivo della riflessione leopardiana.
La Natura è definitivamente concepita come una forza indifferente, mentre l'uomo
può trovare dignità soltanto nella consapevolezza della propria condizione e nella
solidarietà con gli altri uomini.
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Tipo di pessimismo: pessimismo cosmico, universale e radicale.
Temi principali: infelicità universale, indifferenza della Natura, solitudine dell’uomo,
solidarietà come possibile risposta al dolore.
Ispirazioni: filosofia materialista e pessimista (Schopenhauer, Rousseau in alcuni
aspetti), letture scientifiche e riflessione storica.
Le "Operette morali"
Dal suo interesse per la filosofia nacquero le Operette morali, una raccolta di
dialoghi e prose filosofiche ispirate ai modelli antichi.
Lo stile è caratterizzato da una prosa limpida e prevalentemente paratattica, capace
di alternare registri elevati, ironici e colloquiali. Attraverso la satira e il ragionamento
filosofico, Leopardi affronta temi come il rapporto tra uomo e natura, la felicità, il
dolore, la noia, la morte (felicità e piacere come esperienze eternamente negate
all'individuo).
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- Per la prima volta, Leopardi abbandona l'idea della natura come madre
provvidenziale per rivelarla come una forza spietata, indifferente.
- Il passaggio dal pessimismo storico a quello cosmico sancisce che l'infelicità
non è un accidente storico ma una condizione intrinseca e materiale di ogni
essere vivente.
- Meccanicismo universale: La Natura spiega che l'universo è un ciclo continuo
di produzione e distruzione, dove il patimento delle creature è necessario alla
conservazione della materia.
- Critica all'antropocentrismo: Leopardi demolisce l'idea che l'universo esista
in funzione dell'uomo, dichiarando l'assoluta insensibilità della Natura rispetto
alla felicità o infelicità della specie umana.
Le opere satiriche
Accanto ai Canti e alle Operette morali, Leopardi compose alcune opere satiriche in
cui utilizza l'ironia per smascherare le illusioni del progresso e dell'ottimismo
contemporaneo.
I nuovi credenti
Componimento che attacca ferocemente lo spiritualismo napoletano e gli intellettuali
che, per opportunismo, si convertirono al cattolicesimo neoguelfo. Leopardi ne
denuncia l'opportunismo e il conformismo attraverso un tono ironico e corrosivo.
Classicismo e romanticismo
La personalità letteraria di Leopardi appare del tutto distante dalle mode romantiche,
dal gusto popolare, dalla battaglia per un pubblico ampio e borghese che la cerchia
dei romantici milanesi stava conducendo intorno al 1816-21.
Seguì il dibattito classico-romantica che si stava conducendo sulle principali riviste
dell'epoca pubblicando “Discorso di un Italiano intorno alla poesia
romantica”(1818). In quest’opera Leopardi critica le teorie romantiche del patetico
(pathos) e del sublime, dalla funzione civilizzatrice della ragione, dall'idea del
progresso tecnico-scientifico e dalla missione utilitaristica della poesia. Questa
posizione che sarà in seguito superata ma mai pienamente rinnegata.
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Pessimismo -> nichilismo
Il nichilismo leopardiano è il riconoscimento che la realtà è fondamentalmente
priva di senso e che l'infelicità è una condizione esistenziale ineluttabile.
Il nichilismo leopardiano è la consapevolezza radicale che l'universo è privo di un
fondamento certo e che la ragione stessa, quando applicata alla natura, rivela
l'assenza di un fine ultimo, aprendo la strada a una visione tragica della condizione
umana. Si articola nel passaggio dal "pessimismo storico" (l'infelicità deriva dalla
civiltà) al "pessimismo cosmico" (l'infelicità è una condizione universale, legata alla
natura e all'esistenza stessa). Leopardi non si limita a dire che la vita è infelice:
riconosce che la realtà non possiede alcun senso o scopo intrinseco. Questa visione
lo avvicina a Schopenhauer, che lui non conobbe direttamente ma con cui condivide
molte intuizioni. Il filosofo tedesco stesso affermò che in Europa ci furono solo due
veri pessimisti: lui e Leopardi, una parentela filosofica poi approfondita anche da
Emanuele Severino nella sua opera Cosa arcana e stupenda.
Per Severino, l'autentica filosofia dell'Occidente trova in Leopardi il suo sviluppo più
rigoroso e potente. Egli non è un semplice "pessimista" per sventura personale, ma il
pensatore che porta alla luce l'essenza del nichilismo: l'idea che l'essere esca dal
nulla e vi ritorni. In questa visione, le cose esistenti sono solo una "sporgenza
provvisoria" dal nulla; l'essenza stessa dell'essere, dunque, finisce per coincidere
con il nulla.
Il materialismo
Un altro pilastro del pensiero leopardiano è il materialismo, derivato dalle teorie
scientifiche di Lavoisier e dalla filosofia settecentesca. Leopardi considera l’universo
come una realtà puramente fisica, regolata da leggi naturali, priva di finalità morali o
spirituali. L’uomo non è al centro del creato, ma una piccola parte di un meccanismo
che si muove senza intenzione.
La Natura
● Benigna, nella visione giovanile, quando l’uomo primitivo viveva in armonia
con essa.
● Maligna, quando comprende che la Natura genera e distrugge gli esseri
senza pietà.
● Indifferente, nella fase finale, dove la Natura non è né buona né cattiva:
semplicemente esiste, cieca e insensibile.
Un testo emblematico di questa idea è il Dialogo della Natura e di un
islandese, in cui la Natura dichiara all’uomo la propria assoluta estraneità ai
suoi dolori e desideri.
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soluzione è la forza morale dell’eroe romantico, colui che comprende fino in fondo
l’infelicità della vita e tuttavia la affronta con dignità e consapevolezza, senza
illudersi e senza fuggire.
Noia e disperazione
Un altro punto di contatto con Schopenhauer è la teoria dell’oscillazione
dell’esistenza. La vita umana, secondo entrambi, si muove tra noia e dolore: quando
il desiderio è insoddisfatto, proviamo sofferenza; quando si spegne, subentra la noia,
cioè il vuoto. Non esiste una condizione stabile di felicità, ma solo un continuo
alternarsi di mancanza e sazietà.
Il pessimismo storico
Questa fase vede l'infelicità come il risultato di un processo storico: il progresso della
civiltà e della ragione ha spento le illusioni, rendendo i moderni vili e infelici. La colpa
è attribuita all'uomo che si è allontanato dalla via tracciata dalla natura.
Il pessimismo cosmico
L'infelicità non è più un dato storico, ma una condizione assoluta ed eterna che
riguarda tutti gli uomini in ogni tempo e luogo. Deriva dai mali esterni (malattie,
vecchiaia, morte) insiti nel meccanismo stesso della natura, ai quali nessuno può
sfuggire.
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La teoria della visione
Secondo Leopardi, la vista di un oggetto nitido e ben definito non soddisfa l’anima; al
contrario, è piacevole la vista impedita da un ostacolo, come una siepe, un albero o
una finestra. In questo caso, poiché lo sguardo non può spingersi oltre,
l’immaginazione subentra al reale e "finge" spazi interminabili, creando l'illusione di
quell'infinito che non esiste nella realtà.
La rimembranza
La memoria è fondamentale per la poesia perché recupera le sensazioni e le visioni
immaginose della fanciullezza. Le immagini vaghe sono poetiche proprio perché
evocano ciò che ci ha affascinati da piccoli.
Il titanismo e la solidarietà
Nonostante il pessimismo, Leopardi mantiene un atteggiamento di protesta e sfida
contro il fato e la natura. Questo titanismo evolve da una dimensione individuale a
una collettiva, proponendo nella Ginestra un progresso basato sulla social catena e
sulla fratellanza degli uomini contro il comune nemico naturale.
L’infanzia
Leopardi stabilisce un parallelo tra lo sviluppo dell’individuo e quello della specie: gli
antichi e i primitivi rappresentano l’infanzia dell’umanità. In questa fase primigenia,
come nel fanciullo, domina una "corpolentissima fantasia" che vivifica la natura
attraverso l’animismo, attribuendo intenzioni umane a ogni fenomeno naturale.
L’ignoranza delle cause reali è qui la fonte principale di meraviglia e di una felicità
basata sulle illusioni.
L’infanzia individuale è l’unica età che "tiene all'infinito", capace di trovare "il tutto nel
nulla" grazie a una percezione del mondo vaga e indeterminata. Tuttavia, questo
stato di grazia è fragile: la ragione e l'educazione moderna strappano precocemente
il fanciullo dalla natura per consegnarlo all'infelicità adulta. La poesia e la
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rimembranza diventano quindi gli unici strumenti per recuperare quelle visioni
immaginose, offrendo un’illusoria consolazione al deserto del "vero".
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PENSIERO POLITICO
LEOPARDI E LA POLITICA
In una lettera del '31 alla Targioni Tozzetti Leopardi, estendendo alla sfera della
politica il discorso filosofico, dichiarava apertamente e senza equivoci l'impossibilità
di adattare il suo materialismo ai proclami socio - politici dei suoi contemporanei
“Credo, anzi vedo che gli individui sono infelici sotto ogni forma di governo;
colpa della natura che ha fatti gli uomini all'infelicità; e rido della felicità delle
masse, perché il mio piccolo cervello non concepisce una massa felice composta di
individui non felici” Se ogni individuo non è felice come può una massa essere felice? ;
tali conclusioni erano state, comunque, già anticipate in una comunicazione al
Giordani del '28 “(…) e umilmente domando se la felicità de' popoli si può dare
senza la felicità degl' individui. I quali sono condannati alla infelicità dalla natura, e
non dagli uomini né dal caso”. Tali affermazioni che servono a ribadire il convinto e
definitivo approdo di Leopardi al materialismo sottolineano, inoltre, il cosiddetto
"progressismo" del poeta. Fino a quel punto l'autore dei Canti fosse ostile e incapace
di credere nel progresso umano è una questione che è stata già risolta dal Luporini
“In generale si ritiene che Leopardi neghi il progresso e combatta l'idea di esso.
Ora questo non è esatto. Leopardi si vale moltissimo dell'idea del progresso, se
ne vale anzi in modo immediato e diretto, che sotto molti riguardi lo pone fuori
discussione. Egli non solo crede al progresso di elementi particolari del
mondo umano, come scienza, tecniche, filosofia, linguaggi, ecc., ma crede a
un generale progresso dell'incivilimento, che traversa i cicli di civiltà e
barbarie, inteso in un senso assai preciso di un andar avanti (…). Davvero è
cosa balorda presentare, in questo senso , il Leopardi come un negatore del
progresso, ossia del procedere storico”. Più del progresso Leopardi avversava il
Progressismo (non crede che il progresso renda l'uomo felice ma non è contro il
progresso). In effetti, più che il progresso, nel quale pur con qualche riserva
dimostrava di credere (“Gli individui e le nazioni d' Europa e di una gran parte del
mondo , hanno da tempo incalcolabile l'animo sviluppato. Ridurli allo stato primitivo e
selvaggio è impossibile”) Leopardi avversava il cosiddetto "progressismo" dei suoi
contemporanei, quella perfettibilità dello stato umano alla quale egli contrapponeva
la sua isolata disperazione che l'avrebbe portato fino all'estremo limite del rifiuto
d'ogni vita associata Per questo Leopardi è stato considerato quasi come un
anarchico. Per capire meglio il rifiuto politico di Leopardi è interessante riferirsi anche
ad un particolare della sua vita allorché al Viesseux, che gli aveva proposto nel 1826
di tenere sull'Antologia una rubrica fissa in cui avrebbe potuto flagellare i pessimi
costumi del suo tempo, rispose declinando l'offerta e ribadendo la sua posizione
antisociale e solitaria “La mia vita (…) è stata sempre, ed è, e sarà perpetuamente
solitaria, anche in mezzo alla conversazione, nella quale, per dirlo all'inglese, io
sono più absent (assente, estraniato) di quel che sarebbe un cieco e un sordo.
Questo vizio dell'absence è in me incorreggibile e disperato(...). Da questa
assuefazione e da questo carattere nasce naturalmente che gli uomini sono a' miei
occhi quello che sono in natura, cioè una menomissima parte dell'universo, e che i
miei rapporti con loro e i loro rapporti scambievoli non m'interessano punto, e non
interessandomi, non gli osservo se non superficialissimamente. Però siate certo che
nella filosofia sociale io sono per ogni parte un vero ignorante. Bensì sono
assuefatto ad osservar di continuo me stesso, cioè l'uomo in se (…) Tenete dunque
per costante che la mia filosofia (se volete onorarla con questo nome) non è di
quel genere che si apprezza ed è gradito in questo secolo; è bensì utile a me
stesso (…) e così mi aiuta a sopportar l'esistenza; ma non so quanto possa
essere utile alla società”.
A dire il vero, quanto alla necessità della vita sociale dell'uomo, Leopardi già a
partire dal '21 si era dimostrato abbastanza scettico. Ma dopo l'assoluta
acquisizione del materialismo l'autore dei Canti, sostituendo al possibile accordo di
natura e società la loro costante e definitiva inimicizia, arriverà prima a sostenere
che “la società, spogliando l'uomo in fatto, di alcune sue qualità essenziali e
naturali, è uno stato che non conviene all'uomo, non corrisponde alla sua natura”;
successivamente, dichiarando che “l'uomo è per natura il più antisociale di tutti i
viventi” dimostrerà, infine, di non credere più al concetto aristotelico che
presupponeva l'idea di una società necessaria ai fini dell'umana felicità, In
realtà Aristotele disse che “l'uomo è un animale politico” e che diceva che “chi non vive
nella città o è meno o è più di un uomo” (un essere inferiore o superiore) (è anche
questa l'idea di Dante, per il quale non può essere che l'uomo non sia cive
“cittadino” vive nelle città esercitando la politica), facendo così registrare il crollo dello
stato e la sua sfiducia in qualsiasi forma di organizzazione sociale, definite
impalcature entro le quali l'individuo viene ad essere imprigionato.
Giunti a questo limite, prima di arrivare alle conclusioni del discorso, sembra giusto
chiedersi se sia possibile fissare in modo definitivo l'ideologia politica di Leopardi. È
necessario premettere innanzitutto, recuperando anche ciò che abbiamo sostenuto
precedentemente, che, trovandosi di fronte ad un sistema di pensiero quale è quello
del recanatese, non è il caso di pensare anche in senso politico a concezioni
definitive; in primo luogo perché le considerazioni politiche di Leopardi furono
soggette all'evoluzione storica della sua concezione generale, che, come si è
detto, fu caratterizzata, se non proprio da contraddizioni, da non poche
oscillazioni.
La poesia leopardiana, anche quando canta il nulla e l'infelicità non induce mai alla
disperazione assoluta non fa pensare alla morte, ma contiene in sé una forza attiva
e creatrice che, se pure non salva l'uomo dalla dissoluzione e dal niente, serve a
consolarlo.
Alla fine della storia, al termine della vita c'è la morte, la distruzione, l'annientamento
di questo nostro mondo violento, crudele e senza senso; ma al disopra di questo
tragico assoluto del nulla rimane l'arte , sopravvive la poesia per non morire del tutto.
Per questo il pensiero poetante di Leopardi che è capace di attingere tale verità ha
bisogno anche del falso. Questo è anche il punto in cui Leopardi s'incontra col
pensiero di Nietzsche, il più grande profeta del nulla del XX secolo: “Noi abbiamo
bisogno della menzogna per vincere questa "verità", cioè per vivere (…)L'uomo deve
essere per natura un mentitore, dev'essere prima di ogni altra cosa un artista”.
Non diversa è la posizione di Pirandello, un altro moderno profeta delle illusioni, che
nell'ultima sua produzione, quella del "teatro dei Miti", analogamente a Leopardi ha
elevato al di sopra delle ceneri del mondo il messaggio dell'arte, la sola virtù che con
i suoi " enti immaginari" ha la capacità di salvarci dalla distruzione e dalla morte.
Anche l'autore de I Sei Personaggi, contemporaneamente testimone e vittima del
crollo di una società che rovina con tutti i suoi valori, senza perdere la speranza negli
uomini, poco prima del caos ha affidato non ai paralogismi del suo filosofare ma alla
trasmissione mitopoietica de I Giganti della montagna (1936) la fede nelle più
autentiche e incorruttibili virtù dell'uomo, destinate a sopravvivere al naufragio della
nostra civiltà. Non c'è altro rimedio per superare il nichilismo se non quello di
affidarsi alle illusioni, che sono destinate a sopravvivere oltre la morte, finché l'uomo
avrà speranza nell'uomo piuttosto che nei sofismi della ragione. Questo è il senso
del seguente pensiero leopardiano che certamente anche Nietzsche e Pirandello
avrebbero sottoscritto: “O la immaginazione tornerà in vigore, e le illusioni
riprenderanno corpo e sostanza in una vita energica e nobile, e la vita tornerà ad
essere cosa viva e non morta, e la grandezza e la bellezza delle cose torneranno a
parere una sostanza, e la religione riacquisterà il suo credito; o questo mondo
diverrà un serraglio di disperati e forse anche un deserto”.