LA VITA E LA FORMAZIONE DI GIACOMO
LEOPARDI
L'ambiente familiare e l'isolamento a Recanati
Giacomo Leopardi nasce il 29 giugno 1798 a Recanati, un borgo delle Marche all'epoca sotto il controllo dello Stato
pontificio, una delle realtà più arretrate d'Italia. Il giovane vive questa realtà come una vera e propria prigione,
sentimento testimoniato nel 1819 quando, a soli 21 anni, richiede segretamente un passaporto descrivendosi con
precisione e malinconia («statura piccola, carnagione pallida») pur di evadere dal controllo familiare.
L'atmosfera in casa è soffocante. Il padre, il conte Monaldo Leopardi, è un nobile reazionario che ha sperperato parte
del patrimonio, ma possiede un'immensa passione per la cultura, tanto da aver accumulato nel palazzo una biblioteca di
ben 20.000 volumi. La madre, Adelaide Antici, è una donna glaciale, bigotta e ossessionata dal denaro e dalla
religione, talmente distaccata da essere definita «arciforestica» dal marito stesso. Segnata da numerose gravidanze e
lutti neonatali, la madre non offre alcun calore affettivo ai figli. In questo clima cupo, Giacomo stringe un legame
fortissimo con i fratelli Carlo e Paolina, ma trascorre la quasi totalità del suo tempo isolato nella biblioteca paterna,
divorando libri a ogni ora del giorno e della notte.
Lo «studio matto» e il passaggio alla poesia
Tra il 1809 e il 1816 si consuma la fase del cosiddetto «studio matto e disperatissimo». Leopardi si rivela un ragazzo
prodigio: supera ben presto le competenze del precettore don Sebastiano Sanchini (che viene allontanato perché non ha
più nulla da insegnargli) e prosegue da autodidatta, imparando il greco e l'ebraico. A soli quattordici anni traduce
Orazio, scrive dissertazioni di logica e fisica, e traduce Omero. Di questo periodo è il Saggio sopra gli errori popolari
degli antichi (1815), un'opera in cui il giovane Giacomo è ancora del tutto allineato alle idee religiose e conservatrici
del padre.
La vera svolta avviene tra il 1817 e il 1819, momento che Leopardi definisce come «il passaggio dall'erudizione al
bello». Il poeta abbandona l'arido studio dei testi antichi e scopre la propria vocazione lirica e la forza
dell'immaginazione. Questo cambiamento è favorito dall'inizio della corrispondenza con Pietro Giordani, un
intellettuale laico e classicista. Quando Giordani fa visita a Leopardi a Recanati nel 1818, diventa per lui una figura
paterna alternativa. Questo legame provoca la rottura definitiva con l'ideologia e il cattolicesimo della famiglia,
spingendo Giacomo a scrivere le prime canzoni civili e patriottiche (All'Italia) e ad avvertire in modo lancinante
l'asfissia del borgo natale.
Le delusioni di Roma, Bologna e Firenze
Nel luglio del 1819 Leopardi tenta una fuga disperata da Recanati, ma il padre scopre il piano e gli sottrae il passaporto.
Solo nel 1822 ottiene il permesso di recarsi a Roma, ospite degli zii Antici. Il soggiorno si rivela però una tremenda
delusione: l'ambiente letterario romano gli appare vuoto, cinico e privo di buon senso. L'unico momento di vera
commozione è la visita alla tomba di Torquato Tasso. Nel 1823 torna a Recanati e si immerge nella stesura dello
Zibaldone.
Dopo aver scritto le Operette morali nel 1824, Leopardi riesce a rendersi indipendente grazie a un lavoro per l'editore
Stella a Milano, ma l'insofferenza per la città lo spinge a trasferirsi a Bologna. Qui vive una dolorosa ferita sentimentale
con la contessa Teresa Carniani Malvezzi: convinto di aver trovato un amore puro, scopre che la donna lo deride
pubblicamente nei salotti. Nel 1826 pubblica la raccolta Versi e l'anno dopo si sposta a Firenze. Qui entra in contatto
con il gruppo progressista della rivista "Antologia" di Gian Pietro Vieusseux e conosce personalmente Alessandro
Manzoni, ma si sente ideologicamente distante dall'ottimismo e dal cattolicesimo dei toscani.
Il risveglio poetico, il ciclo di Aspasia e il vitalizio
Afflitto da continui problemi di salute, nell'autunno del 1827 si trasferisce a Pisa, dove il clima mite favorisce il
risveglio dell'ispirazione poetica: nascono le prime grandi canzoni libere, tra cui A Silvia. Poco dopo è costretto a
tornare nell'«orrenda notte di Recanati» per motivi economici. La reclusione dura fino al 1830, quando l'Accademia
della Crusca rifiuta di premiare le sue Operette morali. Davanti alle difficoltà del poeta, gli amici fiorentini (guidati dal
generale Pietro Colletta e da Vieusseux) organizzano una colletta privata garantendogli un assegno mensile. Il 30 aprile
1830 Leopardi lascia Recanati per sempre.
A Firenze si stringe il sodalizio fraterno con il giovane napoletano Antonio Ranieri e, contemporaneamente, esplode
l'amore per Fanny Targioni Tozzetti. Anche questo rapporto si rivela un'illusione drammatica: Fanny usa la gentilezza
di Leopardi solo per carpire informazioni su Ranieri, di cui è innamorata. Ferito e deluso, Leopardi traduce questo
trauma nelle poesie del "ciclo di Aspasia", caratterizzate da uno stile scarno e durissimo. Nel 1832, per aiutarlo, il
padre Monaldo accetta di inviargli di nascosto dalla moglie un vitalizio di 12 scudi.
L'ultima stagione napoletana e la fine
Nel 1833 le condizioni di salute del poeta peggiorano drasticamente a causa di asma e problemi cardiaci, spingendo
Ranieri a condurlo a Napoli. Qui Leopardi pubblica l'edizione dei Canti del 1835, ma subisce il blocco della censura
borbonica sulle Operette morali.
Per sfuggire a un'epidemia di colera, i due amici si trasferiscono a Torre del Greco, in una villa alle pendici del
Vesuvio. Il contrasto tra la bellezza del golfo e la minaccia del vulcano ispira a Leopardi i suoi ultimi capolavori e
testamenti spirituali: Il tramonto della Luna e La ginestra. In quest'ultimo testo il poeta lancia un appello alla
solidarietà umana: gli uomini devono unirsi in una «social catena» per fare fronte comune contro il vero nemico, la
natura matrigna. Il 14 giugno 1837, mentre progetta un ritorno a Recanati, Leopardi muore improvvisamente a Napoli
per un collasso cardiaco a soli 39 anni, lasciando nell'amico Pietro Giordani il dolore immedicabile per una vita
trascorsa interamente a desiderare la morte.
L'EVOLUZIONE DEL PENSIERO DI GIACOMO
LEOPARDI
Il dibattito tra Classicisti e Romantici: un classicismo eretico e moderno
Per comprendere l'evoluzione del pensiero di Leopardi dobbiamo partire dal dibattito tra classicisti e romantici che
infiammò l'Italia nel secondo decennio dell'Ottocento. Nel 1816, Madame de Staël pubblicò un celebre articolo
esortando gli italiani a tradurre e studiare le nuove letterature del Nord Europa. Leopardi, nonostante l'isolamento a
Recanati, intervenne prontamente schierandosi dalla parte dei classicisti, ma lo fece con argomenti del tutto originali e
privi di pedanteria, espressi nella sua Lettera ai sigg. compilatori della Biblioteca italiana (1816) e poi approfonditi nel
Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica (1818).
Per Leopardi, difendere il classicismo non significava copiare pedantemente i modelli stilistici del passato (criticherà
infatti Vincenzo Monti definendolo un «poeta dell'orecchio e non del cuore»). Al contrario, per lui l'imitazione degli
antichi doveva essere un ritorno all'immediatezza e alla freschezza con cui i Greci e i Latini si rapportavano alla
natura e alle passioni, poiché essi non avevano modelli e creavano in modo spontaneo. Leopardi attacca il
Romanticismo italiano (in particolare teorici come Ludovico di Breme) perché produce una poesia moderna arida,
cerebrale, impregnata di psicologia e cattolicesimo.
Il classicismo leopardiano è dunque "eretico": il poeta è convinto che la vera poesia possa nascere solo dall'ingenuità
dell'infanzia, e gli antichi rappresentano proprio l'infanzia del mondo, un'epoca governata dalla fantasia, dall'ignoranza
feconda e dalle illusioni. Il compito del vero poeta moderno è spogliarsi della fredda ragione per rivelare la natura
ancora bella e presente come in principio. Questa diagnosi sulla "perdita della natura" da parte dei moderni avvicina
incredibilmente Leopardi — pur senza una conoscenza diretta dei testi — alle teorie del filosofo tedesco Friedrich
Schiller sulla distinzione tra poesia "ingenua" (propria degli antichi che sono natura) e "sentimentale" (propria dei
moderni che cercano la natura), inserendo il recanatese a pieno titolo nel grande contesto del Romanticismo europeo.
La teoria del piacere e il "pessimismo antropocentrico" (storico)
Nello sviluppo del suo pensiero, la riflessione sul binomio natura-ragione si risolve inizialmente a totale svantaggio
della seconda. Leopardi afferma nello Zibaldone che la ragione è nemica di ogni grandezza e della natura stessa. Su
questa base, tra il 1819 e il 1820, il poeta formula la sua teoria del piacere, influenzata dal sensismo settecentesco.
Il ragionamento è strettamente materiale e corporeo: l'essere umano, per sua stessa costituzione biologica, ama
infinitamente se stesso e di conseguenza desidera un piacere infinito per estensione e per durata. Tuttavia, dal
momento che l'uomo vive in una realtà limitata e finita (dove ogni oggetto ha un termine e nulla dura in eterno), questo
desiderio è strutturalmente condannato a rimanere insoddisfatto. Qualsiasi piacere concreto sperimentato dall'uomo
si rivelerà deludente, generando un perenne senso di vuoto e di nullità di tutte le cose.
In questa prima fase, la natura è vista come una madre benevola e misericordiosa. Consapevole di questo limite
umano, essa ha donato agli uomini due rimedi per sopravvivere all'infelicità: la varietà dei desideri (che permette di
distrarsi passando da un oggetto all'altro) e soprattutto l'immaginazione. L'immaginazione è la fonte principale della
felicità, ma per funzionare ha bisogno dell'ignoranza e delle illusioni, caratteristiche tipiche dei fanciulli e degli antichi.
Più l'uomo conosce e usa la ragione, più scopre il male del vivere.
La critica ha tradizionalmente definito questa fase come "pessimismo storico" (poiché l'infelicità sembra il prodotto del
progresso storico che ha spento le illusioni), ma i critici moderni preferiscono giustamente parlare di "pessimismo
antropocentrico". L'infelicità, infatti, non colpisce ancora l'universo intero, ma riguarda specificamente l'essere
umano, l'unico essere vivente capace di soffrire per la sproporzione interiore tra il proprio infinito desiderio di felicità e
la limitatezza della realtà.
Il "pessimismo materialistico" (cosmico)
Intorno al 1824, l'anno di composizione delle Operette morali, il pensiero di Leopardi subisce una svolta radicale e
irreversibile. Il poeta non può più ignorare la presenza massiccia del dolore nel mondo e si rende conto di una
«contraddizione spaventevole» insita nell'ordine delle cose: la natura crea l'uomo con un desiderio infinito di felicità,
ma al tempo stesso lo condanna inevitabilmente a soffrire.
Influenzato dal meccanicismo illuminista, Leopardi approda a una concezione della natura totalmente priva di finalità
provvidenziali o religiose. La natura si rivela un meccanismo cieco e impersonale, volto esclusivamente alla propria
autoconservazione. Per poter sussistere, questo ingranaggio necessita di un ciclo perpetuo di creazione e distruzione: la
sofferenza, la decadenza e la morte delle singole creature sono condizioni biologicamente indispensabili per la vita del
cosmo.
Si compie così il passaggio al pessimismo materialistico o cosmico. L'infelicità non è più una colpa storica della
ragione umana e la natura non è più una madre amorosa, ma una matrigna indifferente e crudele. Il dolore perde
qualsiasi carattere occasionale e diventa una legge universale e necessaria che colpisce indistintamente tutti gli esseri
viventi. L'esistenza stessa si configura come un patimento cosmico a cui nessuna creatura può sottrarsi.
Il Titanismo e la «social catena»
Questa tragica consapevolezza materialistica non piega lo spirito di Leopardi e non si traduce in una sterile
rassegnazione o in un vile isolamento. Al contrario, a partire dagli anni trenta, la sua poesia si anima di una forte
tensione civile e di un fiero titanismo, ossia della determinazione eroica e orgogliosa di accettare a viso aperto le
conseguenze di una filosofia dolorosa ma vera.
Leopardi distingue chiaramente tra due tipi di illusioni ed errori: se gli inganni dell'immaginazione sono legittimi perché
aiutano a distrarre l'uomo dal dolore, gli inganni dell'intelletto — cioè le filosofie ottimistiche dell'Ottocento che
cercano di negare la realtà del dolore promettendo un progresso infinito — sono vili, colpevoli e ipocriti.
Davanti al destino comune della sofferenza, l'ultimo Leopardi lancia nel suo componimento testamento, La ginestra, un
messaggio di straordinaria forza etica: l'invito a stringersi in una «social catena». Gli uomini, prendendo coscienza di
essere tutti ugualmente fragili e sottomessi alla crudeltà della natura (definita «madre di parto e di voler matrigna»),
devono abbandonare le guerre, l'egoismo e le divisioni interne. La vera nobiltà umana consiste nell'unirsi in un'alleanza
comune e fraterna, offrendosi solidarietà e compassione reciproca. Solo questa unione solidale può consentire
all'umanità di fare fronte comune contro il vero nemico e alleviare, per quanto possibile, la comune sventura
dell'esistere.
LO ZIBALDONE: L'OFFICINA DEL PENSIERO E
LA FILOSOFIA DEL FRAMMENTO
Per capire la figura di Leopardi non si può prescindere dallo Zibaldone di pensieri. Non si tratta di un'opera letteraria
nel senso tradizionale del termine, ma di un immenso diario intellettuale di 4526 pagine, scritto tra il 1817 e il 1832.
Leopardi non lo ha mai pubblicato in vita; per lui era uno "scartafaccio", un quaderno privato in cui annotare
riflessioni, dubbi, intuizioni filosofiche, appunti di filologia e ricordi personali.
L'andamento della scrittura non è regolare: il momento di massima intensità si concentra nel biennio 1821-1823, per
poi diradarsi. Sebbene Leopardi avesse accarezzato l'idea di usare questa mole di dati per un grande trattato filosofico
sulla natura degli uomini, l'opera rimase allo stato di frammento. Fu pubblicata integralmente solo a fine Ottocento
(1898-1900) da una commissione presieduta da Giosuè Carducci.
Il dibattito sul Leopardi filosofo
A lungo la critica si è domandata se Leopardi potesse essere considerato un vero filosofo, dato che lo Zibaldone non
presenta un sistema ordinato e chiuso, ma procede per intuizioni libere, lasciando spesso contraddizioni e domande
aperte. Lo studioso Pier Vincenzo Mengaldo ha risolto il dilemma spiegando che lo Zibaldone incarna una forma di
filosofia modernissima: quella dei moralisti e dei saggisti. Leopardi non crea dogmi, ma riflette in modo
frammentario e acuto sui comportamenti dell'uomo, analizzando temi universali come la teoria del piacere, lo scontro
tra natura e ragione, la noia, il dolore e la questione omerica.
La scrittura e il rapporto speculare con le opere
La lingua dello Zibaldone è una scrittura febbrile, in cui la penna insegue il pensiero nel momento stesso in cui si
forma, procedendo per continue autocorrezioni e sintesi fulminee. È l'officina dei Canti e delle Operette morali, ma il
rapporto tra il Leopardi filosofo e il Leopardi poeta è speculare: non sempre il pensiero viene prima della poesia. Ad
esempio, la svolta distruttiva della natura matrigna viene formalizzata prima sul piano letterario nel Dialogo della
Natura e di un Islandese (1824) e solo dopo viene teorizzata in prosa nello Zibaldone. Al contrario, la teoria del
piacere viene analizzata nel diario quasi un anno dopo aver già trovato una sublime e perfetta espressione nei versi de
L'infinito (1819).
I CANTI: L'EVOLUZIONE DELLA LIRICA
LEOPARDIANA
I Canti sono la raccolta che racchiude l'intera evoluzione poetica e filosofica di Leopardi. Il libro ha avuto una storia
editoriale lunghissima: dalle prime Canzoni (1824) agli Versi (1826), fino alla comparsa del titolo Canti nell'edizione
fiorentina del 1831 (famosa per la dolorosa dedica «Agli amici suoi di Toscana») e all'edizione napoletana del 1835. La
veste definitiva che leggiamo oggi è quella postuma del 1845, curata da Antonio Ranieri.
Il titolo stesso rappresenta una rivoluzione: prima di Leopardi, nessuno aveva mai chiamato un libro di poesie "Canti".
Questa scelta serve a rivendicare il primato del genere lirico, inteso come l'espressione più pura, libera e musicale
dell'animo umano. Anche in questo caso, Mengaldo sottolinea che l'unità del libro non è data dalla cronologia delle
poesie, ma da una precisa linea di sviluppo stilistico che attraversa cinque momenti fondamentali.
1. Le Canzoni civili e il crollo delle illusioni (1818-1822)
Nelle prime canzoni, come All'Italia e Sopra il monumento di Dante (1818), Leopardi si comporta da «humanista
militante» (definizione di Marco Santagata). Crede ancora che la parola poetica possa cambiare la realtà ed educare i
giovani. Il tono è declamatorio, arcaizzante e l'io lirico si offre come eroe solitario per difendere la patria,
contrapponendo la miseria dell'Italia presente alla grandezza vitale degli antichi.
Con la canzone Ad Angelo Mai (1820), il fuoco si sposta: non si parla più solo di decadenza politica, ma della perdita
delle illusioni causata dal progresso storicamente inevitabile della ragione. Questo percorso si conclude con le canzoni
del suicidio: Bruto minore e l'Ultimo canto di Saffo (1821-1822). Qui il mito della felicità antica crolla. Bruto uccide
se stesso davanti al fallimento dei valori repubblicani; Saffo si toglie la vita perché rifiutata dalla natura a causa della
sua bruttezza fisica, scoprendo che l'infelicità non è un fatto storico, ma una legge universale dell'esistenza. Dal punto
di vista tecnico, queste canzoni anticipano la libertà degli idilli grazie a una forte riduzione delle rime.
2. I piccoli idilli (1819-1821)
Nel 1819 la poesia di Leopardi cambia direzione: alla fantasia subentrano gli "affetti" e nasce l'idillio sentimentale.
Rispetto all'idillio classico greco o settecentesco, dove la natura era solo uno sfondo idealizzato, in Leopardi l'io del
poeta diventa il centro della scena. Dal momento che la felicità appartiene solo all'infanzia, l'adulto può ritrovare una
parziale pace con la natura solo attraverso l'isolamento e la memoria.
L'infinito (1819): È un'avventura del pensiero legata alla teoria del piacere. L'uomo, desiderando un piacere infinito
che la realtà limitata non può dargli, usa l'immaginazione per creare ciò che non esiste. Elementi reali come il
colle e la siepe ostacolano la vista, ma è proprio questo limite materiale ad attivare l'immaginazione,
spingendo il poeta a visualizzare spazi e tempi interminabili, fino al dolce naufragio dell'io nel tutto.
Gli altri idilli: In testi come La sera del dì di festa, Alla luna o la Vita solitaria, emerge il tema della «ricordanza». Il
ricordo del tempo della fanciullezza, evocato spesso davanti a un paesaggio notturno, permette di addolcire il
dolore presente, poiché riporta alla mente l'età delle speranze. Nel Sogno, l'illusione amorosa viene portata
all'estremo attraverso un dialogo struggente con una fanciulla che si scopre poi essere morta.
3. I grandi idilli o canti pisano-recanatesi (1828-1830)
Dopo il silenzio poetico degli anni dedicati alle Operette morali, la poesia rinasce a Pisa nel 1828. Questa stagione
realizza una sintesi perfetta tra un pensiero filosofico radicalmente negativo (la natura matrigna) e una musicalità
orchestrata e dolcissima. Cambia anche la metrica: nasce la "canzone libera" leopardiana, in cui endecasillabi e
settenari si muovono liberamente senza schemi fissi di rime, seguendo il respiro interiore dell'autore.
A Silvia e Le ricordanze: Il ricordo diventa lo strumento per analizzare la fine delle illusioni. La morte precoce di
Silvia e di Nerina simboleggia la caduta delle speranze giovanili davanti all'«apparir del vero» della vita
adulta.
Canto notturno di un pastore errante dell'Asia: Mengaldo evidenzia qui la presenza di un io duplice: l'io lirico che
contempla la natura e l'io filosofo che la giudica spietatamente. Attraverso le domande che un pastore rivolge
alla luna, Leopardi dichiara l'infedeltà e la vanità del tutto, che si traducono nella noia, un dolore cosmico
da cui sembra esente solo il gregge, provocando l'invidia del pastore.
La quiete dopo la tempesta e Il sabato del villaggio: Divisi in una prima parte descrittiva del borgo e in una seconda
riflessiva, spiegano la natura del piacere. Nella Quiete, il piacere è solo «figlio d'affanno» (la fine
temporanea del dolore dopo la tempesta); nel Sabato, il piacere è solo l'attesa di una felicità futura (il sabato
rispetto alla domenica), destinata a essere smentita dall'arrivo della realtà.
4. Il ciclo di Aspasia (1831-1834)
Il trasferimento a Firenze e l'amore violento e non corrisposto per Fanny Targioni Tozzetti aprono una fase nuova. Il
ciclo comprende cinque liriche (tra cui Il pensiero dominante, Amore e morte, A se stesso e Aspasia). La novità assoluta
è che si canta un amore reale, vissuto al presente. Se inizialmente l'amore è visto come una forza eroica capace di
annullare la paura della morte (Amore e morte), l'esito finale è una durissima delusione.
In A se stesso, Leopardi decreta la fine dell'«inganno estremo» (l'amore): la ragione congela ogni affetto nella
consapevolezza che il mondo è fango e la vita è solo amaro e noia. Lo stile perde ogni musicalità idillica e si fa scarno,
aspro e perentorio, diventando una «prosa del sentire».
5. I canti napoletani e il testamento della Ginestra
L'ultima stagione, ambientata a Torre del Greco, rappresenta il congedo di Leopardi. Ne Il tramonto della luna, il
declino dell'astro diventa l'emblema della fine della giovinezza: a differenza della natura, dove alla notte segue sempre
il sole, la vita umana dopo la giovinezza resta al buio fino alla morte.
Il culmine dell'opera è La ginestra o il fiore del deserto (1836). Con i suoi 317 versi, il testo si scaglia con ironia e
sarcasmo contro l'ottimismo del diciannovesimo secolo e la retorica delle «magnifiche sorti e progressive». Davanti al
paesaggio desolato del Vesuvio, Leopardi ricorda all'uomo la sua radicale fragilità di fronte alla potenza distruttiva
della natura matrigna.
Tuttavia, da questa consapevolezza non nasce l'isolamento, ma un profondo appello etico: gli uomini, riconoscendo
nella natura il comune nemico, devono allearsi e stringersi in una «social catena». La solidarietà e la compassione
reciproca diventano l'unico modo per ridurre il dolore del mondo. Il modello è la ginestra, un fiore umile e dignitoso
che accetta la propria fragile condizione sul vulcano senza stupido orgoglio e senza vigliaccheria, trasformando il
pessimismo materialista in un messaggio di fratellanza umana.
LE OPERETTE MORALI: STRUTTURA,
ARGOMENTO E TEMATICHE PORTANTI
1. Composizione, edizioni e il modello di Luciano
In una lettera del 1826 indirizzata all'editore Stella, Giacomo Leopardi definisce le Operette morali come il «frutto»
della sua vita passata e il libro «più caro de' suoi occhi». Il titolo stesso racchiude una studiata contraddizione: il
diminutivo "Operette" allude a un tono apparentemente leggero, ironico e talvolta scherzoso, mentre l'aggettivo
"morali" dichiara l'estrema serietà del tema trattato, ossia la riflessione profonda sui comportamenti e sul destino
degli esseri umani. I manoscritti autografi testimoniano che l'autore compose la quasi totalità dell'opera nel corso del
1824, lavorandoci quasi senza interruzioni.
In realtà, il progetto era stato programmato già nel 1820 in un suo "Disegno letterario", dove Leopardi ipotizzava di
scrivere dei dialoghi satirici sull'esempio dello scrittore greco Luciano di Samosata. L'obiettivo era usare le armi del
ridicolo e dell'ironia per mettere a nudo i vizi dell'uomo, l'andamento del secolo e l'infamia della civiltà presente.
Luciano si serviva della mitologia greca, facendo parlare gli dèi dell'Olimpo per ridere dei mortali; Leopardi, tuttavia,
capì presto l'inopportunità di usare la mitologia classica, poiché essa era stata il terreno di uno scontro violentissimo
nel recente dibattito tra classicisti e romantici, e rischiava di banalizzare la complessità della sua opera.
La storia editoriale del libro fu tormentata e segnata duramente dalla censura. Dopo la prima edizione milanese del
1827, Leopardi scrisse nuove operette fondamentali come Il Copernico e il Dialogo di Plotino e di Porfirio, che però
dovette escludere dalla seconda edizione del 1834 per evitare i tagli dei censori, inserendo al loro posto il Dialogo di
un venditore di almanacchi e il Dialogo di Tristano. La terza edizione del 1835, stampata a Napoli dall'editore Starita,
fu bruscamente interrotta e sequestrata dalla censura borbonica. Il testo definitivo, che rispecchia l'ultima volontà
dell'autore con la fissazione a 24 operette, vedrà la luce solo nell'edizione postuma curata da Antonio Ranieri nel
1845.
2. Struttura unitaria, personaggi e forme testuali
Le Operette morali sebbene composte da testi autonomi si presentano come un'opera profondamente unitaria e
sistematica. Leopardi difese strenuamente questa compattezza filosofica, rifiutando con decisione la proposta
dell'editore Stella di pubblicare il libro a puntate o all'interno di collane per il grande pubblico. Il poeta era convinto che
l'opera dovesse essere giudicata nel suo insieme, poiché la disposizione dei testi rispondeva a un preciso percorso di
pensiero.
Per dare voce alle sue idee, Leopardi adotta una straordinaria molteplicità di forme testuali e di personaggi. Sebbene
la struttura dialogica sia nettamente prevalente, nel libro si incontrano racconti fantastici, favole mitologiche, prose
modellate sul trattato filosofico e raccolte di motti memorabili. Anche il ventaglio dei protagonisti è vastissimo e privo
di vincoli mitologici: si va da creature fantastiche o folcloristiche (come folletti e gnomi) a grandi personaggi della
storia e della letteratura (come Torquato Tasso, Giuseppe Parini, Cristoforo Colombo e Copernico), fino a figure
concettuali personificate (la Natura, la Terra, la Luna, l'Anima) e passanti anonimi della realtà quotidiana, come il
venditore di almanacchi e il passeggere.
3. L'ironia, il «ridicolo» e l'autobiografia di Ottonieri
Al centro del libro si colloca un'operetta strategica, i Detti memorabili di Filippo Ottonieri, in cui la biografia di un
personaggio fittizio serve a Leopardi per delineare una evidente proiezione autobiografica. Attraverso Ottonieri, che si
definisce un filosofo socratico, Leopardi descrive se stesso: un uomo dall'animo nobile e sensibile imprigionato in una
forma corporea sciagurata, escluso dall'amore, povero e del tutto inadatto ai maneggi pubblici e pratici della vita
sociale.
È proprio da questa condizione di forzato isolamento e di estraneità dal proprio tempo che nasce la celebre ironia
socrata e dissimulata. Il riso e il ridicolo non sono per il poeta un semplice passatempo, ma strumenti conoscitivi
formidabili per guardare da una distanza di sicurezza la dolorosa condizione umana. Come spiega il personaggio di
Eleandro, ridere apertamente dei propri patimenti e dell'assurdità del mondo è l'unico vero conforto concesso al
saggio. Leopardi applica il ridicolo a materie estremamente serie e importanti, convinto che l'ironia sia l'unica arma
capace di svelare la verità senza scadere nella noia o nel patetismo.
4. La superbia umana e la critica all'antropocentrismo
Una delle tematiche portanti delle Operette è la critica feroce e ironica alla superbia degli esseri umani. Leopardi ha
già consolidato la sua "teoria del piacere" e sa che l'uomo è una creatura strutturalmente infelice, tormentata dalla noia e
dalla nullità del reale. Eppure, gli uomini si ostinano a ignorare la propria miseria e continuano a considerarsi con
orgoglio al centro dell'universo, convinti che il mondo sia stato creato appositamente per il loro benessere.
Leopardi demolisce questa visione antropocentrica e ottimistica attraverso l'uso di prospettive stranianti e non umane.
Nel Dialogo di un Falletto e di uno Gnomo, ad esempio, i due protagonisti discutono con divertita indifferenza del fatto
che la razza umana sia completamente scomparsa dalla Terra, mostrando come il mondo continui a girare
perfettamente anche senza gli uomini. Nel Dialogo della Terra e della Luna, la Luna si rivela del tutto ignara delle
vicende e delle sofferenze umane. L'insignificanza degli esseri umani nel cosmo viene così messa a nudo da
un'ironia tagliente, che accentua lo sgomento e il senso di smarrimento esistenziale.
5. Il salto filosofico: dal pessimismo storico al pessimismo cosmico
Le Operette morali rappresentano il vero e proprio giro di boa del pensiero leopardiano, il momento in cui si compie
il passaggio definitivo dal pessimismo storico (o antropocentrico) al pessimismo cosmico (o materialistico integrale).
La prosa letteraria anticipa e formalizza le riflessioni che poi lo Zibaldone svilupperà in modo più disteso.
Il manifesto di questa svolta è il celebre Dialogo della Natura e di un Islandese. Il protagonista, dopo aver fuggito per
tutta la vita i patimenti, si trova al cospetto della Natura, una figura gigantesca e indifferente. Dalle parole di questa
terribile interlocutrice, l'Islandese apprende la verità più dolorosa: la natura non è una madre benevola, ma una
matrigna indifferente e crudele. Il mondo è regolato da un perpetuo circuito di produzione e distruzione, e la
sofferenza delle creature è una necessità biologica e strutturale per la sopravvivenza e l'autoconservazione
dell'universo.
Questo concetto di «contraddizione spaventevole» viene ribadito nel Cantico del gallo silvestre, dove il risveglio della
vita a un nuovo giorno si converte paradossalmente in un monito universale di infelicità, sofferenza e morte,
confermando che il fine della natura non coincide affatto con il desiderio di felicità degli esseri viventi.
6. Solitudine, compassione e il rifiuto del suicidio
Nonostante la tragica scoperta dell'insensatezza del vivere, i personaggi delle Operette non cedono mai alla disperazione
vigliacca, ma mantengono una ferma e stoica rassegnazione. Leopardi vive una condizione di profonda solitudine
intellettuale nel proprio secolo, poiché rifiuta categoricamente le filosofie ottimistiche dell'Ottocento che profetizzano
una perfettibilità indefinita dell'uomo. Tuttavia, questa distanza ideologica non genera in lui odio, bensì un profondo
sentimento di pietà, compassione e benevolenza verso i suoi simili, ostinati a voler credere nell'illusione della felicità.
Il saggio leopardiano ritrova così un accorato appello alla solidarietà umana, che anticipa i temi civili che
risuoneranno nella Ginestra. Questa fratellanza etica emerge con straordinaria limpidezza nel Dialogo di Plotino e di
Porfirio. Il maestro Plotino cerca di dissuadere l'allievo dall'intento del suicidio. Pur confermando che la vita è priva di
senso e colma di mali, Plotino spiega che il suicidio è un atto di deplorevole egoismo, poiché l'uomo che si uccide
pensa solo alla propria utilità e abbandona gli amici, gettandoli nel dolore. L'operetta si chiude con una fervida
esortazione ai vincoli della comunità: gli uomini devono restare in vita per farsi compagnia, darsi mano e soccorso
scambievolmente, affrontando insieme i mali della nostra specie.
7. Lingua, stile e la difficile ricezione dell'opera
Dal punto di vista formale, Leopardi compie con le Operette una vera e propria rivoluzione stilistica, con l'obiettivo
esplicito di donare all'Italia una lingua filosofica moderna. Fino ad allora, secondo il poeta, la prosa italiana era
rimasta indietro, incapace di esprimere un pensiero inventivo e adatto ai tempi moderni. Ispirandosi soprattutto ai
modelli della prosa del Cinquecento, Leopardi crea un perfetto connubio fra buona lingua e sottile filosofia.
Nelle parti dialogiche: Lo stile si orienta su una tonalità media. A seconda dei personaggi, la lingua può abbassarsi
verso moduli realistici e colloquiali (come nel Dialogo della Moda e della Morte), oppure innalzarsi verso
vette liriche e filosofiche di straordinaria intensità, arricchite da arcaismi e parole poetiche (come nel finale
del Dialogo di Tristano).
Nelle parti narrative: Come nella Storia del genere umano, la prosa mantiene un'intonazione solenne, caratterizzata
da una sintassi complessa di impianto latineggiante e da un lessico ricco di arcaismi.
La lingua delle Operette è quindi una lingua squisitamente letteraria, lontanissima dalla soluzione linguistica dell'uso
scelta da Alessandro Manzoni nei Promessi sposi. Se Manzoni voleva ampliare il pubblico dei lettori, Leopardi mirava
a creare una lingua alta adatta alla speculazione filosofica.
Questa scelta d'élite, unita alla durezza dei contenuti, determinò una ricezione difficilissima dell'opera. Il libro fu quasi
totalmente ignorato o frainteso dal pubblico e dalla critica, e persino l'Accademia della Crusca gli negò il suo premio
principale. Un intellettuale di rilievo come Niccolò Tommaseo, pur definendolo il libro meglio scritto del secolo, ne
stroncò il contenuto parlando di una freddezza che fa ribrezzo e di una desolante amarezza. Leopardi reagì con
fermezza a queste critiche, difendendo le sue idee in una lettera al filologo Louis de Sinner e pretendendo che il suo
pensiero materialista venisse discusso sul piano filosofico e non liquidato stupidamente come il semplice effetto delle
sue precarie condizioni di salute.
Dal Positivismo al Naturalismo
1. La base storica e sociale: la seconda rivoluzione industriale e la
questione italiana
Il motore materiale che generò e trasformò tutte le correnti culturali dell'epoca fu la seconda rivoluzione industriale,
un periodo di straordinaria accelerazione tecnologica legato alla transizione verso l'acciaio, l'elettricità e il petrolio.
Questo sviluppo, pur portando un benessere diffuso noto come Belle époque, fu segnato da profonde crisi cicliche,
come il crollo della Borsa di Vienna del 1873, che spinsero gli Stati europei verso il protezionismo economico e verso
un'aggressiva espansione coloniale, l'imperialismo, giustificata dall'ideologia nazionalista della "missione
civilizzatrice".
In Italia, questo scenario globale si innestò su una situazione di grave arretratezza. Il completamento dell'Unificazione
nazionale nel 1861 vide la Destra storica impegnata nel faticoso pareggio di bilancio attraverso un rigido
centralismo amministrativo e tasse sul consumo durissime, come la tassa sul macinato del 1868. La miseria delle
campagne del Sud alimentò il brigantaggio, represso militarmente dallo Stato senza risolverne le cause strutturali,
dando origine alla questione meridionale. A ciò si aggiunse la frattura con la Chiesa cattolica dopo la presa di Roma
del 1870, culminata nel Non expedit del 1874 con cui Pio IX vietò ai cattolici la vita politica. Dal 1876, la Sinistra
storica di Agostino Depretis avviò riforme importanti come la legge Coppino del 1877 sull'istruzione obbligatoria, ma
scivolò presto nel trasformismo. Negli anni ottanta si verificò il primo decollo industriale italiano, ma il
protezionismo economico accentuò lo squilibrio tra Nord e Sud, favorendo le fabbriche della Pianura Padana e
mantenendo il latifondo arretrato nel Meridione, dinamica che generò un massiccio flusso migratorio verso le
Americhe. La fine del secolo fu segnata dalla politica autoritaria e colonialista di Francesco Crispi, dai tracolli
finanziari e dalle sanguinose repressioni delle agitazioni popolari del 1898, fino a trovare una svolta liberale con
Giuseppe Zanardelli solo dopo l'assassinio del re Umberto I nel 1900.
2. La corrente politico-sociale: il Marxismo e la dottrina sociale della
Chiesa
La crescita impetuosa della classe operaia provocata dalle fabbriche diede vita a una forte corrente di rivendicazione
operaia volta a tutelare il nuovo proletariato urbano. La base teorica principale fu il Marxismo, l'ideologia fondata dal
filosofo tedesco Karl Marx che interpretava la storia come un conflitto strutturale tra borghesia e classe operaia,
destinato a risolversi con una trasformazione rivoluzionaria e l'abolizione della proprietà privata. Se all'interno della
Prima internazionale del 1864 prevalse una linea strettamente rivoluzionaria, nella Seconda internazionale del 1889
si impose la corrente della Socialdemocrazia, che scelse di agire dentro le istituzioni democratiche per ottenere il
suffragio universale e riforme pacifiche attraverso la lotta sindacale.
A questa urgente questione sociale rispose anche la Chiesa cattolica con l'enciclica Rerum novarum emanata da papa
Leone XIII nel 1891. Questa dottrina condannava fermamente la lotta di classe marxista, ma criticava anche le
profonde ingiustizie nell'分配 della ricchezza generate dal capitalismo, indicando ai cattolici una terza via basata sulla
collaborazione pacifica tra le classi e sulla legittimità delle organizzazioni sindacali dei lavoratori.
3. La corrente culturale dominante: il Positivismo
La vera infrastruttura culturale della borghesia ottocentesca fu il Positivismo. Questa corrente, ricollegandosi
all'Illuminismo, proponeva una visione della realtà totalmente laica e materiale, escludendo la trascendenza e la
religione. L'assunto fondamentale era che la natura e la società fossero sottoposte a leggi fisiche ferree e misurabili
razionalmente. Il filosofo francese Auguste Comte ne fu il principale teorico, e nel suo Corso di filosofia positiva
formulò la legge dei tre stadi evolutivi della conoscenza umana: lo stadio teologico, basato su spiegazioni
soprannaturali; lo stadio metafisico, fondato su concetti astratti; e infine lo stadio positivo, in cui l'uomo rinuncia a
cercare le cause ultime della realtà per limitarsi a stabilire le relazioni scientifiche tra i fenomeni osservabili e i dati
misurabili.
Il Positivismo sosteneva l'unitarietà del sapere basata sul metodo scientifico e la fiducia in un progresso umano
illimitato. Sebbene un'applicazione troppo rigida di questa visione abbia condotto a esiti semplicistici e dogmatici, essa
ebbe il merito di fondare le moderne scienze sociali, ovvero discipline come la sociologia, la psicologia, la psichiatria,
l'antropologia e l'etnologia, dedite allo studio scientifico dei gruppi umani e dell'individuo.
4. La corrente scientifico-ideologica: l'Evoluzionismo e il Darwinismo
sociale
Nell'ambito della cultura scientifica, l'introduzione delle istanze positiviste si fuse con la tradizione anglosassone,
trovando la sua massima espressione nell'Evoluzionismo di Charles Darwin. Con la pubblicazione de L'origine delle
specie nel 1859, Darwin dimostrò che l'evoluzione biologica avviene attraverso un processo di selezione naturale e di
lotta per la sopravvivenza, in cui gli esemplari dotati di caratteristiche adatte a un determinato ambiente sopravvivono
e trasmettono i propri caratteri alla discendenza, mentre le specie incapaci di mutare si estinguono. Questa teoria
ricondusse l'essere umano alle leggi biologiche della natura, eliminando ogni spiegazione provvidenziale.
Presto, però, la teoria biologica venne estesa in modo improprio alla società, trasformandosi nella corrente ideologica
del Darwinismo sociale. Questa visione reazionaria utilizzò la legge della selezione naturale per giustificare
l'imperialismo europeo e il dominio economico di una classe sociale sull'altra, legittimando le disuguaglianze e lo
sfruttamento dei popoli coloniali sulla base di una presunta e scientifica superiorità etnica o sociale.
In Italia, questa mentalità scientifica si diffuse dagli anni sessanta, svecchiando la cultura nazionale. L'esito più famoso
fu l'antropologia criminale di Cesare Lombroso, basata su un rigido determinismo psicofisico. Lombroso sosteneva
che i comportamenti delinquenziali fossero dovuti ad anomalie nella costituzione fisica dell'individuo; nonostante le sue
ingenuità, questa teoria ebbe il merito di sottrarre il crimine ai giudizi morali o religiosi, aprendo una moderna
riflessione penale sulla responsabilità oggettiva del reo.
5. La corrente letteraria francese: il Naturalismo
Le trasformazioni industriali mutarono anche il ruolo degli intellettuali, che si scoprirono declassati a produttori di
merci culturali per un nuovo pubblico di massa all'interno di un'editoria gestita dalla stampa periodica. In Francia, per
reazione, nacque il Naturalismo, una corrente letteraria che voleva trasformare il romanzo in uno strumento scientifico
di indagine sociale. Il critico Hippolyte Taine ne pose le basi teoriche stabilendo che l'individuo è totalmente
condizionato da tre fattori esterni deterministici: l'ereditarietà (race), l'ambiente sociale (milieu) e il momento storico
(moment). L'ingresso del fattore ereditario fece sì che la fisiologia e la patologia diventassero i temi centrali della sfera
morale del romanzo.
Il caposcuola indiscusso del movimento fu Émile Zola, il quale nel saggio Il romanzo sperimentale (1880) spiegò che
il romanziere deve agire come uno scienziato in laboratorio, osservando i fatti e verificando le sue ipotesi sociali
facendo muovere i personaggi dentro un romanzo-esperimento. L'atto di nascita ufficiale della scuola si compì nel
1880 con il volume collettivo Le serate di Médan, una raccolta di racconti sulla guerra franco-prussiana curata da Zola e
dai suoi discepoli, tra cui Guy de Maupassant e Joris-Karl Huysmans (il quale si sarebbe presto allontanato dal
movimento per gettare le basi dell'Estetismo con A ritroso).
I principi del Naturalismo imponevano una documentazione scrupolosa, il rifiuto assoluto di giudizi personali,
l'adozione dell'impersonalità e l'adeguamento dello stile alla realtà rappresentata. Zola non esitò a riprodurre il
linguaggio gergale e basso dei derelitti di Parigi, suscitando grande scandalo. Tuttavia, il narratore naturalista rimase
onnisciente: l'impegno civile di Zola lo spingeva a intervenire sottilmente con descrizioni analitiche (come nella celebre
descrizione della zuppa di cavoli nel Ventre di Parigi), poiché considerava la letteratura un mezzo per denunciare le
piaghe sociali e guidare il progresso democratico.
6. La corrente letteraria italiana: il Verismo
In Italia, l'opera di Zola fu recepita inizialmente a Milano dalla Seconda Scapigliatura e dal critico Felice Cameroni,
ma romanzieri come Cletto Arrighi (con Nanà a Milano) o Paolo Valera ridussero la lezione francese a racconti scabrosi
e morbosi sul proletariato lombardo. La vera svolta teorica che portò alla nascita del Verismo si dovette a Luigi
Capuana. Recensendo L'Assommoir nel 1877, Capuana, influenzato dall'estetica idealista di Francesco De Sanctis,
rifiutò il legame tra letteratura e scienza. Egli affermò che il romanzo non doveva fare della patologia o della fisiologia
in azione, e che l'influenza del Positivismo doveva limitarsi esclusivamente alla forma, traducendosi nella perfetta
impersonalità dell'opera d'arte, mentre l'essenza del racconto restava legata alla poesia e all'intuizione dello spirito.
Il Verismo non fu una scuola organizzata come quella francese, ma un orientamento del gusto che trovò la sua
formulazione più rigorosa in Luigi Capuana, Giovanni Verga e Federico De Roberto. I veristi operavano in un
contesto radicalmente diverso da quello parigino: erano di estrazione aristocratica o alto-borghese e si trovarono a
descrivere la realtà immobile e arretrata della provincia siciliana. Questa distanza impose loro un'applicazione
dell'impersonalità molto più estrema di quella francese: l'autore doveva eclissarsi del tutto e fare un "passo indietro",
rinunciando allo sguardo onnisciente del narratore borghese. La storia doveva sembrare essersi fatta da sé, e la
psicologia dei personaggi veniva mostrata solo dall'esterno attraverso i loro gesti, i loro dialoghi e la prospettiva corale
del paese.
L'apice formale di questa corrente fu raggiunto da Verga con l'uso del discorso indiretto libero, che inseriva i pensieri
dei protagonisti nel flusso del racconto senza verbi di dichiarazione. A livello ideologico, la rottura con il Naturalismo
fu totale: se Zola credeva nel valore civile del romanzo come motore di riforma sociale, il Verismo di Verga era
dominato da un profondo pessimismo e da una totale sfiducia nella funzione sociale della letteratura, convinto che la
società fosse governata da un immobilismo assoluto e da destini tragici contro i quali i "vinti" della terra non avevano
alcuna possibilità di riscatto o progresso. Questa durezza di contenuti e la scelta dell'eclissi dell'autore causarono ai
veristi una difficilissima ricezione critica da parte del pubblico e degli intellettuali tradizionali, come Niccolò
Tommaseo, che stroncò le nuove tendenze parlando di una "freddezza che fa ribrezzo".
7. La corrente di reazione tardo-ottocentesca: il Simbolismo e il Nichilismo
di Nietzsche
Sul finire del secolo, l'ottimismo razionale del Positivismo entrò in crisi, rivelandosi incapace di spiegare la vita
interiore, i desideri profondi e l'irrazionalità dell'esistenza umana, tutto ciò che sfuggiva alla logica del produrre e
del misurare le cose. La reazione all'utilitarismo borghese e all'artificio tecnologico generò nuove correnti basate
sull'inquietudine e sul rifiuto della scienza. In poesia nacque il Simbolismo, una corrente lirica che rifiutava la
descrizione oggettiva dei fatti per esplorare l'inconscio e l'ignoto attraverso il potere evocativo e la musicalità della
parola, muovendosi verso un'ansia che cercava il senso nascosto delle cose o un radicale culto del nulla.
In campo filosofico, questa crisi si espresse nel pensiero del tedesco Friedrich Nietzsche, che compì una lucida
demolizione della scienza, della morale e della religione cristiana. Nietzsche accusò la scienza positivista di proporre
la propria verità misurabile come l'unica assoluta, ignorando il carattere multiforme del mondo e trasformandosi in un
nuovo strumento di dominio castrante. Egli stroncò la morale tradizionale (legittimazione della mediocrità) e annunciò
la «morte di Dio», una formula che riassumeva la perdita definitiva di tutte le verità metafisiche e dei valori protettivi
della civiltà occidentale. La sua posizione, definita Nichilismo, non era però passiva: Nietzsche sosteneva che dalle
ceneri dei vecchi inganni dovesse nascere l'oltreuomo (Übermensch), un individuo nuovo capace di collocarsi al di lа
del bene e del male, di accettare integralmente la propria natura mondana e istintuale e di dire finalmente di sì alla vita
attraverso la volontà di potenza, intesa come la massima affermazione ed espansione della propria cieca ed oscura
energia vitale contro ogni dogma.
LA VITA E LA FORMAZIONE DI GIOVANNI
VERGA
1. Le origini siciliane e l'apprendistato nel romanzo storico-patriottico
La parabola biografica e intellettuale di Giovanni Verga iniziò a Catania, nella Sicilia borbonica preunitaria, dove lo
scrittore nacque il 2 settembre 1840 da una famiglia di piccoli proprietari terrieri che vantava ascendenze nobiliari. Il
giovane ricevette una solida formazione umanistica da precettori privati, appassionandosi alle opere di Alfieri, Foscolo
e Manzoni. Accanto ai classici nazionali, Verga subì il fascino dei romanzi storici e d’appendice francesi e italiani, in
particolare di Alexandre Dumas e Francesco Domenico Guerrazzi, nutrendosi di quelle componenti avventurose,
passionali e patriottiche che la rigorosa estetica manzoniana tendeva a rifiutare.
Questo immaginario segnò profondamente il suo apprendistato letterario. Già a sedici anni Verga compose il suo
primo romanzo rimasto inedito, Amore e patria. Nel biennio 1861-1862 pubblicò a proprie spese I carbonari della
montagna, seguito da Sulle lagune, stampato a puntate sul quotidiano democratico fiorentino "La Nuova Europa". In
queste prime prove narrative, lo scrittore aderì ai moduli tradizionali del romanzo storico postmanzoniano,
intrecciando le vicende sentimentali dei protagonisti con le lotte di un popolo per la libertà contro l'oppressore straniero.
Parallelamente alla scrittura, Verga manifestò il proprio impegno politico risorgimentale: abbandonò gli studi di
diritto, fondò il settimanale patriottico "Roma degli Italiani" e nel 1860 si arruolò nella Guardia nazionale, un corpo
militare istituito sia per contenere i resti dell'esercito borbonico sia per reprimere i tentativi di occupazione delle terre da
parte dei contadini siciliani.
2. Il periodo fiorentino: la materia amorosa e il contesto borghese
Congedatosi dal servizio militare, Verga cercò stimoli oltre i confini regionali e nel 1869 si stabilì a Firenze, all'epoca
capitale del Regno d'Italia e centro di un vivace dibattito culturale. Nel contesto fiorentino frequentò i pittori
macchiaioli e strinse un sodalizio decisivo con il conterraneo Luigi Capuana, allora critico teatrale per "La Nazione".
Capuana divenne il suo più importante interlocutore letterario: a lui Verga chiederà informazioni sulla realtà siciliana
dal continente, a lui confiderà i dubbi sui propri testi e le delusioni per gli insuccessi, ricevendo in cambio recensioni,
consigli e costanti incoraggiamenti.
Gli anni fiorentini coincisero con la pubblicazione di due romanzi di grande diffusione: Una peccatrice (1866) e Storia
di una capinera (1870). Queste opere segnarono l'abbandono del genere storico a favore di una materia amorosa
ambientata nel contesto borghese contemporaneo. Sebbene l'autore iniziasse a osservare la realtà a lui coeva, la sua
scrittura rimaneva strettamente ancorata a una poetica tardoromantica, concentrata sull'analisi delle passioni e sui
drammi esistenziali e patetici dei singoli protagonisti, lasciando ancora in secondo piano una descrizione oggettiva dei
meccanismi della società.
3. L'approdo a Milano: la Scapigliatura e l'influenza del Realismo
d'oltralpe
Nel 1872 Verga si trasferì a Milano, la metropoli più moderna e avanzata della penisola, nonché il cuore pulsante
dell'industria editoriale nazionale. Accolto nei salotti mondani e intellettuali della città, il romanziere condusse una vita
brillante ed entrò in stretto contatto con gli esponenti della Scapigliatura, come i fratelli Arrigo e Camillo Boito ed
Emilio Praga, e con critici attenti alle novità straniere come Felice Cameroni. In questo clima stimolante, Verga iniziò a
leggere i maestri del Realismo e del Naturalismo francese, tra cui Flaubert, i fratelli Goncourt e Zola.
La produzione di questo periodo, che include i romanzi Eva (1873), Eros e Tigre reale (1875), risentì fortemente dei
motivi di polemica sociale della narrativa scapigliata. Le vicende amorose e morbose dei personaggi non vennero più
trattate come semplici drammi individuali, ma come sintomi di una vera e propria malattia sociale da indagare con
spirito obiettivo nelle sue cause generali. Nella celebre prefazione a Eva, lo scrittore espresse una dura condanna verso
la società contemporanea, accusandola di aver ridotto la civiltà a un mero benessere fondato sul godimento materiale
e sull'interesse economico. Questa nuova e disincantata visione del mondo pose le basi per il radicale rinnovamento
espressivo che, d'intesa con le teorie di Capuana, avrebbe dato vita alla corrente del Verismo.
4. La svolta verista e la tecnica dell'impersonalità
Il passaggio alla nuova poetica nacque anche da un profondo disagio esistenziale. Sazio della vita mondana e dei
"bisogni fittizi" delle grandi città, Verga scelse di rivolgere lo sguardo al mondo rurale siciliano e alla drammatica
realtà dei ceti più umili. Un primo parziale mutamento di prospettiva si era avvertito nel 1874 con la novella Nedda,
storia patetica di una raccoglitrice di olive ancora legata a vecchi moduli narrativi. La vera e propria svolta verista si
compì però nel 1878 con la pubblicazione della novella Rosso Malpelo.
In questo testo, incentrato sulle dure condizioni di un ragazzo che lavora in una cava di rena, Verga sperimentò una
tecnica narrativa rivoluzionaria basata sul distacco dell'autore e sul principio dell'impersonalità. Lo scrittore scelse di
far tacere la propria voce e di rinunciare alla funzione del narratore onnisciente borghese, permettendo ai fatti e ai
personaggi di esprimersi direttamente attraverso la propria mentalità e il proprio linguaggio. La rappresentazione della
miseria degli umili non scaturiva più da un pietismo sentimentale, ma da una visione disincantata e pessimistica delle
dinamiche economiche, intese come una legge di natura egoistica che governa la storia umana.
5. Il decennio della maturità: il ciclo dei Vinti e i fiaschi teatrali
L'approdo al Verismo inaugurò la stagione creativa più intensa dello scrittore. Nel 1880 raccolse le sue novelle nella
silloge Vita dei campi e, l'anno successivo, diede alle stampe il suo capolavoro, I Malavoglia (1881). Il romanzo,
incentrato sul tragico destino di una famiglia di pescatori di Aci Trezza, venne concepito come il primo tassello di un
grandioso progetto letterario: il ciclo dei Vinti. Questo disegno complessivo avrebbe dovuto articolarsi in cinque
romanzi, finalizzati a descrivere la società moderna attraverso tutti i suoi livelli sociali, dai gradini più bassi della scala
economica fino alle vette dell'alta società. Di questo ambizioso ciclo, tuttavia, l'autore portò a termine soltanto la
seconda opera, Mastro-don Gesualdo (1889), che richiese sette anni di intensa e faticosa riscrittura e che analizzava
l'ascesa e la solitudine di un muratore arricchito.
Durante questo decennio, Verga pubblicò anche il romanzo Il marito di Elena (1882), le Novelle rusticane (1883) di
ambientazione siciliana e la raccolta Per le vie (1883), dedicata invece allo squallore del sottoproletariato milanese.
Desideroso di ottenere un successo di pubblico più vasto e immediato rispetto agli esiti controversi dei suoi libri, lo
scrittore si dedicò anche al teatro. Nel 1884 ottenne un trionfo clamoroso con l'adattamento drammatico di Cavalleria
rusticana, interpretato sulla scena da Eleonora Suse. Tuttavia, il successivo fiasco del dramma In portineria (1885) lo
ferì profondamente, spingendolo ad allontanarsi per molto tempo dalla scrittura per la scena.
6. L'insuccesso letterario, l'isolamento e il contrasto con il Decadentismo
Nonostante l'altissimo valore artistico delle sue opere della maturità, i romanzi veristi subirono un pesante fiasco
commerciale e furono accolti con indifferenza o aperto rifiuto da un pubblico abituato a una letteratura tradizionale. In
una celebre lettera a Capuana dell'11 aprile 1881, Verga ammise con amarezza il fallimento dei Malavoglia,
rivendicando però la propria tenacia artistica e il rifiuto di confezionare i "manicaretti" graditi ai lettori dell'epoca.
Lo scontento per l'accoglienza tiepida determinò il progressivo isolamento dello scrittore, che si accentuò a causa del
radicale mutamento del panorama culturale italiano ed europeo di fine secolo. Negli ultimi decenni dell'Ottocento,
infatti, la fedele rappresentazione del vero venne travolta dall'affermarsi delle nuove tendenze irrazionaliste e
psicologiche proprie del Simbolismo e del Decadentismo. L'estranearsi di Verga da questo nuovo clima trovò una
coincidenza emblematica nel 1889, anno in cui la pubblicazione in volume del Mastro-don Gesualdo fu oscurata dal
travolgente successo del romanzo Il piacere di Gabriele d'Annunzio, opera manifesto dell'estetismo decadente. Nel
1893 Verga scelse di ritornare stabilmente in Sicilia, dove diradò drasticamente la produzione narrativa e riprese
debolmente il teatro con l'adattamento della Lupa (1896). Lavorò a lungo alla Duchessa de Leyra, il terzo titolo del
ciclo dei Vinti, ma lo abbandonò definitivamente a causa dell'impossibilità di applicare lo stile impersonale e i modi
del Verismo, nati per il mondo degli umili, agli ambienti raffinati dell'alta società. La sua ultima prova narrativa fu Dal
tuo al mio (1906), un testo che suggellò il suo definitivo e cupo pessimismo nei confronti di una società dominata da un
gretto individualismo.
7. Il conservatorismo politico e gli ultimi solenni riconoscimenti
Negli ultimi anni della sua esistenza, trascorsi in un ritiro schivo e solitario nel suo palazzo di Catania, Verga sviluppò
posizioni politiche marcatamente e rigorosamente conservatrici e nazionaliste. Nelle sue lettere espresse costante
ammirazione per la linea autoritaria di Francesco Crispi e approvò la repressione militare dei Fasci siciliani nel 1894.
Nel 1898, di fronte al tragico eccidio di Milano operato dal generale Bava Beccaris contro i cittadini che protestavano
per l'aumento del prezzo del pane, il vecchio scrittore giunse a lodare l'esercito come l'unica istituzione viva del paese.
Successivamente, manifestò pieno appoggio alle imprese coloniali, sostenne l'intervento italiano nella Prima guerra
mondiale e guardò con favore all'azione di d'Annunzio nell'impresa di Fiume.
Nonostante il prolungato silenzio letterario, gli ultimi anni di vita gli riservarono grandiosi tributi istituzionali. Nel
1920, in occasione del compimento dei suoi ottant'anni, vennero organizzate cerimonie ufficiali promosse dal ministro
della Pubblica istruzione Benedetto Croce. Durante la celebrazione al Teatro Massimo di Catania, Luigi Pirandello
pronunciò un celebre discorso in cui indicò Verga come il più grande scrittore contemporaneo italiano, elogiandone
lo stile rigoroso e definendolo il più "antiletterario" degli scrittori in netta ed esplicita polemica con il modello di
d'Annunzio. Lo Stato italiano ne consacrò definitivamente la figura nominandolo senatore del Regno. Giovanni Verga
si spense a Catania il 27 gennaio 1922, lasciando un'eredità artistica che avrebbe rivoluzionato la prosa moderna.
I ROMANZI PREVERISTI E L'APPRODO AL
VERISMO
1. La stagione preverista: dai romanzi storici ai romanzi mondani
Prima di giungere alla svolta verista, la produzione narrativa di Giovanni Verga attraversò una lunga fase sperimentale
che rispecchiò fedelmente l'evoluzione dei gusti del pubblico italiano nel secondo Ottocento. I tre romanzi giovanili
rappresentarono un omaggio al romanzo storico di tema patriottico, con la novità di rivolgersi a epoche vicine o
contemporanee: la guerra d'indipendenza americana in Amore e patria (1856), l'età napoleonica e la resistenza calabrese
contro i francesi di Gioacchino Murat nei Carbonari della montagna (1861-1862) e la dominazione austriaca a Venezia
in Sulle lagune (1862). Queste opere giovanili erano modellate sulle strutture del romanzo d'appendice, caratterizzato
da trame intricate, avvincenti e ricche di colpi di scena, espresse con toni melodrammatici.
Il successivo trasferimento dello scrittore a Firenze e poi a Milano favorì il superamento dei condizionamenti
provinciali, assecondando il mutamento del gusto del pubblico post-unitario. L'interesse per l'elemento patriottico lasciò
il posto al romanzo di costume e a una letteratura di intrattenimento incentrata su vicende amorose dai risvolti
tragici. In questa fase, Verga si avvicinò all'atteggiamento polemico degli scapigliati verso la borghesia. Il primo esito
di questa stagione fu Una peccatrice (1866), romanzo ricco di elementi autobiografici in cui un giovane scrittore
catanese ottiene il successo e l'amore di una nobildonna sposata, la quale, una volta abbandonata, si suicida con il
veleno, provocando nel protagonista l'inaridimento della creatività e delle energie spirituali. A questo seguì Storia di
una capinera (1870), un commovente romanzo epistolare che narra la dolorosa vicenda di una giovane destinata al
monastero che, dopo essersi innamorata, viene rinchiusa in convento, precipita nella follia e muore.
Con Eva (1873) Verga si calò pienamente nel mondo borghese cittadino attraverso la storia di un pittore siciliano che si
rovina la vita per amore di una ballerina di varietà. Nella celebre prefazione a Eva, l'autore denunciò gli effetti del
progresso economico nelle grandi città, descrivendo una società materialista dedita ai piaceri e dominata da
un'atmosfera di banche e imprese industriali, capace di ridurre l'arte a un mero elemento di lusso. Verga assegnò alla
letteratura il compito di gettare in faccia ai benpensanti lo spettacolo delle miserie e delle ebbrezze amare,
contrapponendo il cinismo cittadino al mondo premoderno e ai valori familiari del paese siciliano d'origine del
protagonista. Questa atmosfera mondana toccò l'apice con Tigre reale (1875), in cui il protagonista è diviso tra gli
affetti domestici della moglie e la passione distruttiva per una contessa russa malata di tubercolosi; le due donne
incarnano il conflitto tra i valori della famiglia e la seduzione perversa dell'amore-passione, inteso come pulsione di
morte. La stagione preverista si concluse con Eros (1875), una narrazione in terza persona incentrata su un aristocratico
fatuo e cinico che si suicida dopo aver causato la morte della moglie.
2. Stile e soluzioni narrative dei romanzi mondani
Nelle prove fiorentine e milanesi Verga raffinò progressivamente la scrittura, eliminando i sicilianismi lessicali e
superando le incertezze stilistiche degli esordi. Lo scrittore si dedicò all'esplorazione dei "misteri del cuore" e
all'approfondimento della psicologia dei personaggi, pur mantenendo una tonalità enfatica tesa all'effetto immediato sul
lettore. I personaggi maschili di questa fase si presentano come figure deboli, ciniche o artisti in crisi, che vivono
l'amore in modo puramente sensuale, rompono i legami familiari e vanno incontro a un totale fallimento esistenziale. I
personaggi femminili si dividono invece tra vittime innocenti, dolci e remissive, e donne fatali che seducono,
distruggono o soccombono a passioni fosche e autodistruttive.
Questa stagione fu caratterizzata da un'irrisolta sperimentazione di differenti soluzioni narrative, che spaziano dalla
forma epistolare di Storia di una capinera alla confessione in prima persona di Eva, fino alla terza persona di Una
peccatrice e Eros. In quest'ultimo romanzo, in particolare, la narrazione venne affidata a una voce esterna che rimane
impassibile di fronte ai fatti, una scelta tecnica che risentì direttamente della lettura di Madame Bovary di Gustave
Flaubert e che anticipò la futura ricerca sull'obiettività.
3. Un'opera a sé: Nedda
All'interno di questo percorso, la novella Nedda (1874) rappresentò un'eccezione assoluta, anticipando i temi della
maturità per la scelta del soggetto. Ambientata in Sicilia, l'opera narra la storia di una povera orfana che lavora come
raccoglitrice di olive; quando l'uomo che ama muore in un incidente sul lavoro, la ragazza viene emarginata da tutti
come peccatrice e, in una condizione di miseria assoluta, dà alla luce una bambina rachitica che muore di stenti.
In questa novella si affacciò per la prima volta l'esigenza di fondare il racconto su un soggetto reale, trattato come un
documento di vita reale, formula che Verga mutuò dal concetto di "documento umano" (document humain) dei
fratelli Goncourt e di Émile Zola. Tuttavia, Nedda non può ancora considerarsi un'opera verista: l'impianto narrativo e il
linguaggio rimanevano legati a una tradizionale intonazione sentimentale e patetica, con un narratore che
interviene a più riprese per esprimere compassione e paternalismo verso la protagonista, come si nota nella
drammatica esclamazione finale in cui Nedda ringrazia la Vergine Santa per averle tolto la figlia, evitandole le
sofferenze della vita.
4. L'approdo al Verismo: ideologia, progresso e il "documento umano"
La vera e propria svolta verista si consolidò nella seconda metà degli anni settanta, attraverso un'evoluzione graduale
dell'ideologia e della scrittura. Verga abbandonò i soggetti mondani grazie alla lettura dei capolavori del Naturalismo
francese (in particolare L'Assommoir di Zola, recensito da Capuana nel 1877) e al fitto confronto intellettuale milanese
con Felice Cameroni e lo stesso Capuana. Come i francesi, Verga accolse i fondamenti della cultura positivista,
abbracciando una visione materialistica che escludeva la metafisica e un rigido determinismo, convinto che l'agire
umano fosse condizionato dal bisogno economico, dal momento storico e dall'ambiente sociale. A differenza di Zola,
tuttavia, Verga concesse uno spazio minimo alle teorie dell'ereditarietà biologica.
Al centro del pensiero verghiano si colloca l'idea che la società sia regolata dall'interesse economico e da una spietata
lotta per la sopravvivenza, in cui l'individuo mira a sopraffare gli altri per migliorare la propria condizione. Questa
spinta alla "ricerca del meglio" genera il progresso, che Verga paragona a una "fiumana" inarrestabile. Ma se
l'ottimismo positivista celebrava i trionfi della modernità da lontano, Verga ne mise in luce gli effetti distruttivi: da
vicino, la fiumana del progresso travolge e abbandona i più deboli come relitti, votandoli a una sconfitta inevitabile.
Questo radicale pessimismo derivava anche dalle specificità del contesto storico e sociale italiano. Mentre Zola agiva
a Parigi, descrivendo la realtà industriale di operai e minatori all'interno di un sistema capitalistico avanzato, Verga
scelse di rappresentare la realtà arretrata del Meridione d'Italia, popolata da pescatori, braccianti, contadini e
cavatori di rena, le cui condizioni disperate erano state denunciate nel 1877 dall'Inchiesta in Sicilia di Franchetti e
Sonnino. L'indagine aveva svelato come il processo risorgimentale, lungi dal favorire il riscatto delle masse rurali
schiacciate dal latifondismo, avesse aggravato la loro miseria con nuove tasse e la leva obbligatoria.
Da queste premesse scaturì una divergenza profonda circa la funzione della letteratura. Per Zola, animato da una
fiducia progressista, il romanzo aveva una funzione di denuncia sociale, utile a fornire alla classe dirigente le
conoscenze necessarie per eliminare le iniquità. Al contrario, Verga negava la possibilità di un cambiamento: poiché la
realtà degli sfruttati è immutabile, lo scrittore non deve giudicare né illudersi di poter migliorare il mondo, assegnando
alla letteratura una funzione puramente conoscitiva. Inoltre, Verga rifiutò l'idea di poter riprodurre in letteratura un
metodo scientifico in senso stretto, preferendo l'idea di una "ricostruzione intellettuale" e realistica del documento
umano, capace di far emergere una verità profonda attraverso la forma artistica.
Il pessimismo verghiano assunse così una componente fatalistica, legata alla certezza dell'esistenza di un destino
immutabile contro cui si scontrano le ambizioni umane, richiamando le tesi del darwinismo sociale. Questa visione
immobilistica della realtà permise a Verga di descrivere la società con estrema lucidità, senza filtri ideologici. Lo
scrittore non cadde mai in una mitizzazione nostalgica del mondo arcaico rurale: con la maturità, egli divenne
consapevole che anche nelle campagne siciliane dominavano lo spietato egoismo e la ricerca dell'utile economico
tipici della modernità capitalistica, eliminando dalla sua prosa ogni residuo di pietà sentimentale o paternalismo.
5. Le tecniche narrative del Verismo verghiano
Per realizzare una narrazione programmaticamente "vera", Verga abbandonò il tradizionale narratore esterno e
onnisciente alla Manzoni o alla Balzac per adottare il principio dell'oggettività e dell'impersonalità. Poiché la
letteratura non può cambiare la società, ogni giudizio dell'autore è inutile; lo scrittore deve restare neutro e spassionato,
studiando la lotta per la vita senza passione per rendere la scena nettamente, coi colori adatti, dando l'impressione
che l'opera "si sia fatta da sé".
Mentre nell'impersonalità dei naturalisti francesi la voce narrante continuava a tradire la cultura di un borghese colto e
progressista, la soluzione di Verga fu molto più radicale e si basò sull'artificio della regressione del narratore. Per
eliminare ogni filtro ideologico, il narratore tradizionale scompare e la voce narrante arretra, calandosi culturalmente
allo stesso livello dei personaggi. Il racconto viene gestito da un narratore collettivo e corale, una voce anonima
interna alla comunità che ne condivide i pregiudizi, la mentalità e la lingua, strutturata sul parlato dialettale. Lo scrittore
si sforza di vedere le cose coi loro occhi ed esprimerle colle loro parole, rendendosi invisibile senza per questo
rinunciare al proprio ruolo di creatore dell'opera.
La regressione si spinse fino al fenomeno dello straniamento, un conflitto tra punti di vista in cui il narratore assume la
mentalità dei personaggi e presenta come "normale" ciò che per il lettore borghese è strano, crudele o disumano, e
viceversa avverte come "strano" un gesto nobile o disinteressato. Questo artificio emerge chiaramente nell'incipit di
Rosso Malpelo, dove il protagonista viene maltrattato e giudicato malizioso e cattivo solo perché ha i capelli rossi, una
conclusione accettata dal coro popolare come una verità scientifica. Lo straniamento si manifesta anche attraverso
l'inserimento di giudizi cinici della voce collettiva, come quando, di fronte alla disperazione della madre di Ranocchio
per l'imminente morte del figlio, il narratore commenta che la donna piangeva come se il ragazzo fosse uno di quelli che
guadagnano dieci lire la settimana, riducendo l'amore materno a un mero calcolo economico.
Coerentemente con l'eclissi dell'autore, Verga rinunciò alle descrizioni preliminari dei luoghi e alla presentazione
dei personaggi. Il narratore, parlando a lettori che immagina appartenere allo stesso ambiente, introduce i protagonisti
direttamente in mezzo all'azione; il loro carattere deve emergere gradualmente solo attraverso i gesti, i comportamenti
e il modo di soffiarsi il naso, senza alcuna analisi psicologica dall'alto.
A livello sintattico, lo strumento cardine di questa rivoluzione fu il discorso indiretto libero, una forma che riporta i
pensieri e le parole dei personaggi in terza persona, senza virgolette e senza verbi introduttivi. L'uso sistematico
dell'indiretto libero permise a Verga di eliminare ogni mediazione autoriale, conferendo alla narrazione una forte
omogeneità linguistica e modellando la sintassi sulle strutture del parlato dialettale. Lo scrittore si allontanò dalla
lingua letteraria tradizionale e procedette a italianizzare locuzioni e proverbi siciliani, introducendo costrutti tipici
dell'oralità come il "che" polivalente (corrispondente al siciliano ca) con funzioni causali o temporali, e scardinando la
grammatica classica attraverso l'uso di anacoluti. I principi di questa poetica rimasero affidati a pochissimi testi teorici
espliciti: la lettera dedicatoria dell'Amante di Gramigna, in cui Verga proclamò la rinuncia alla propria voce a favore
della narrazione popolare, e la prefazione ai Malavoglia, in cui illustrò il progetto del ciclo dei Vinti.
6. Vita dei campi: struttura, contenuti e stile della raccolta
La raccolta Vita dei campi (1880) rappresentò la prima compiuta applicazione della poetica verista in volume. L'opera
raccoglie otto novelle ambientate nella realtà rurale siciliana più umile: Fantasticheria, Jeli il pastore, Rosso Malpelo,
Cavalleria rusticana, La Lupa, L'amante di Gramigna, Guerra di Santi e Pentolaccia. Nelle edizioni successive
l'editore Treves inserì temporaneamente il racconto borghese Il come, il quando ed il perché, che Verga sostituì
definitivamente nel 1897 con Nedda, ritenendola più coerente con l'ambientazione rurale della silloge. I protagonisti
delle novelle sono figure marginali: pastori, contadini, braccianti, carrettieri e cavatori di rena. Fa parzialmente
eccezione la novella d'apertura, Fantasticheria, strutturata come una lettera a una dama dell'alta società per rievocare il
suo soggiorno in un borgo di pescatori e mostrare lo spaccato di miseria della gente di mare.
In queste novelle Verga rielaborò la lezione di Zola secondo la propria concezione estetica e statica della realtà
sociale. Lo scrittore escluse ogni fiducia nel riscatto politico o nelle riforme: l'ingiustizia sociale non venne interpretata
come un fenomeno storico superabile, ma come un dato perenne della condizione umana, governata da leggi
ancestrali e dal destino. Di conseguenza, ogni tentativo di mutamento è condannato al fallimento.
Le storie di Vita dei campi mettono in scena storie e passioni elementari, in cui l'istinto profondo dei protagonisti entra
in conflitto con le regole e i valori consuetudinari della società arcaica, determinando il biasimo collettivo e
l'emarginazione del singolo. Le vicende presentano una forte caratterizzazione individuale e si risolvono quasi sempre
in gesti estremi e tragici: il duello d'onore in Cavalleria rusticana, l'omicidio passionale in Jeli il pastore, il delitto
d'onore del contadino tradito in Pentolaccia, l'amore folle dell'Amante di Gramigna e l'attrazione erotica distruttiva e
incestuosa della Lupa. L'unica eccezione a questa struttura individualistica è Guerra di Santi, una novella corale in cui
due quartieri dello stesso paese si scontrano grottescamente in nome dei rispettivi santi protettori.
In questo violento scontro tra l'impulso dell'individuo e il conformismo della comunità, la critica ha ravvisato un
residuo di tensione romantica, visibile nello sguardo talora nostalgico verso la passionalità del mondo rurale arcaico,
non ancora pienamente fuso con il rigore del Verismo. Tuttavia, dal punto di vista formale, la raccolta segnò il trionfo
delle nuove tecniche narrative verghiane: l'adozione del punto di vista interno alla vicenda e l'uso dello straniamento
permisero a Verga di rappresentare senza filtri ideologici un'umanità subalterna, che fino ad allora era stata
descritta dalla letteratura solo attraverso lo sguardo deformante della cultura alta.
L'ADESIONE AL VERISMO: IL CICLO DEI VINTI
1. La struttura del progetto e le ragioni di un fallimento letterario
Già nel 1878, fin dai primordi della sua adesione alla poetica verista, Giovanni Verga concepì un grandioso disegno
letterario articolato in una serie di cinque romanzi collegati in un disegno unitario. Il fine ultimo di questa imponente
operazione culturale era quello di demistificare l'ottimismo dell'ideologia borghese dominante, raccontando il
sistematico e inevitabile fallimento dei tentativi di migliorare le proprie condizioni di vita da parte di personaggi
appartenenti a tutte le classi sociali dell'Italia postunitaria, muovendo dalle sfere più umili fino a toccare le vette dell'alta
società e dell'intellettualità. Questo progetto, il cui titolo originario era stato individuato nella metafora marina de La
Marea, prese infine il nome definitivo di I Vinti.
Tuttavia, l'ambizioso percorso si rivelò un progetto arenatosi strada facendo, del quale l'autore riuscì a portare a
compimento e a pubblicare soltanto le prime due opere, entrambe di ambientazione rigorosamente siciliana. Il ciclo si
aprì con I Malavoglia, romanzo incentrato sulla disperata lotta per l'esistenza di una famiglia di pescatori di Aci Trezza
schiacciata dal bisogno economico, a cui fece seguito Mastro-don Gesualdo, incentrato invece sulla memorabile
parabola di un capomastro arricchito che ottiene il successo economico ma va incontro a un totale e tragico fallimento
esistenziale e affettivo. Il terzo titolo, La Duchessa de Leyra, che avrebbe dovuto narrare i velleitari tentativi della figlia
di Gesualdo di integrarsi e affermarsi nel gran mondo dell'aristocrazia palermitana — un ambiente che invece la
emargina e la disprezza a causa delle sue origini plebee — rimase incompiuto, ridotto a pochi capitoli abbozzati.
Gli ultimi due romanzi previsti dal piano dell'opera non videro mai la luce e non vennero nemmeno iniziati. Il quarto
volume, intitolato L'onorevole Scipioni, avrebbe dovuto spostare l'indagine sulla scena politica, narrando la sfortunata
ambizione di un avvocato di provincia, figlio illegittimo della duchessa di Leyra, alla ricerca di un riscatto e di un
riconoscimento pubblico che gli rimangono preclusi a causa delle circostanze infamanti della sua nascita. L'opera
conclusiva del ciclo, L'uomo di lusso, avrebbe dovuto avere come protagonista un artista consumato e distrutto dalle
sue stesse ambizioni estetiche. Quest'ultimo tema, incentrato sulla figura dell'esteta raffinato e decadente, venne
affrontato con enorme successo proprio in quegli stessi anni da Gabriele d'Annunzio con il romanzo Il piacere; questo
fatidico passaggio di testimone decretò l'affermazione di una nuova stagione letteraria che si congedava definitivamente
dal Verismo e dal dogma dell'impersonalità narrativa, finendo per far apparire la prosa scientifica di Verga come una
formula superata e appartenente al passato.
2. I modelli francesi e il primato del movente economico
L'ispirazione per la creazione di un romanzo ciclico derivava a Verga direttamente dai grandi modelli della letteratura
francese del diciannovesimo secolo, i quali avevano dimostrato come la narrativa potesse farsi specchio totale di
un'intera epoca storica. Il primo grande punto di riferimento era rappresentato da La commedia umana di Honoré de
Balzac, monumentale affresco sociale della Francia della Restaurazione; il secondo, più vicino nel tempo e nei
presupposti teorici, era il ciclo dei Rougon-Macquart di Émile Zola, volto a indagare la storia sociale e politica del
Secondo Impero attraverso le vicende di un unico gruppo familiare nel succedersi delle generazioni.
Nonostante l'evidente debito culturale, Verga si discostò nettamente e consapevolmente dal modello di Zola. Il
romanziere siciliano rinunciò al principio dell'ereditarietà biologica come fattore scientifico e decisivo nella
determinazione dei comportamenti e dei vizi dei personaggi. Al posto della patologia e della tara genetica francese,
Verga pose come unico, implacabile motore deterministico delle vicende umane il movente economico e materiale.
L'agire dei personaggi del mondo dei Vinti è interamente condizionato dalla legge dell'interesse e del bisogno, una forza
cieca che regola i rapporti sociali con una ferocia non meno rigida delle leggi biologiche.
Coerentemente con questa impostazione, Verga rifiutò radicalmente l'immagine positiva e fiduciosa del progresso
propugnata dalla cultura del Positivismo, che celebrava la modernità capitalistica e industriale come un cammino
trionfale e potenzialmente infinito verso il benessere collettivo e il perfezionamento della civiltà. Per lo scrittore
siciliano, al contrario, il progresso si configura come un cammino tragico in cui i più deboli vengono fatalmente
schiacciati. Questa durissima diagnosi sociale risultava strettamente affine alle posizioni ideologiche del darwinismo
sociale, una corrente di pensiero che estendeva indebitamente alla società e ai rapporti di classe il principio della lotta
per l'esistenza e della selezione naturale elaborato da Charles Darwin in ambito biologico.
3. L'onda del progresso e l'ideologia dell'ostrica
La sostanza di questa dolorosa e disincantata concezione del mondo venne espressa mirabilmente dallo stesso Verga in
una celebre lettera del 21 aprile 1878 indirizzata all'amico Salvatore Paola Verdura. Nel presentare le linee guida del
ciclo dei romanzi in preparazione, l'autore descrisse la tensione collettiva verso il benessere materiale e la modernità
come un'"onda immensa" e impetuosa. All'interno di questa fiumana travolgente, gli individui di ogni ceto sociale
sono condannati a una spinta incessante ad andare avanti per non essere sommersi, con la certezza che la caduta e la
perdita della vita attendono inesorabilmente i deboli e i maldestri. Si delinea così una visione profondamente cruda e
pessimistica della sorte umana, intesa come una spietata lotta di tutti contro tutti all'interno della quale non è previsto
alcuno spazio per la solidarietà, la compassione o il riscatto etico.
Da questo impianto teorico disperato scaturisce la visione sociale conservatrice e immobilistica che caratterizza
l'intera maturità di Verga. Poiché la legge della sopraffazione economica è una costante universale della natura, ogni
sforzo individuale di elevarsi dalla propria condizione di partenza è vano e destinato a risolversi in una catastrofe
esistenziale, indipendentemente dal gradino della scala sociale in cui si tenta la scalata. Il grandioso progetto del ciclo
non fece quindi che tradurre in narrazione sistematica l'amara parabola del mondo come "pesce vorace" già enunciata
nella novella Fantasticheria. L'unica forma di salvezza o di parziale tutela concessa all'essere umano consiste
nell'accettazione fatalistica della propria sorte originaria: l'individuo deve rassegnarsi a rimanere tenacemente attaccato
alla condizione in cui è nato, ripetendo il destino biologico dell'ostrica che si tiene abbarbicata allo scoglio per non
essere divorata dai mostri del mare aperto. Qualsiasi distacco da quelle radici ancestrali in nome della "ricerca del
meglio" provoca l'immediata distruzione del singolo ad opera della fiumana del progresso.
I MALAVOGLIA: STRUTTURA, TRAMA E ANALISI
CRITICA
1. La vicenda editoriale, il contesto storico e la struttura corale
Primo romanzo pubblicato da Giovanni Verga dopo la svolta verista, I Malavoglia (1881) aprono ufficialmente il
progettato ciclo dei Vinti. Nel disegno originario dell'autore, l'opera doveva intitolarsi Padron 'Ntoni, focalizzandosi
sulla figura del vecchio patriarca. Tuttavia, il passaggio al titolo definitivo riflette la transizione da un romanzo
incentrato sul singolo a un romanzo corale, in cui il vero protagonista è l'intero nucleo familiare colto nelle sue
interazioni con la comunità.
Composto da 15 capitoli, il romanzo è ambientato ad Aci Trezza, un piccolo villaggio di pescatori sulla costa siciliana
a nord di Catania. L'arco temporale della vicenda si estende dal dicembre 1863 fino a qualche anno dopo il 1874,
un'epoca in cui la storia d'Italia irrompe violentemente nel microcosmo immobile del paese. L'unificazione nazionale si
manifesta infatti attraverso i suoi risvolti più traumatici per l'economia rurale: l'introduzione della leva militare
obbligatoria, che sottrae braccia indispensabili al lavoro, e l'imposizione di dazi e nuove tasse (come la tassa sulla
pece) che esasperano i popolani, i quali guardano con ostilità superstiziosa e conservatrice alle novità della modernità,
come il filo del telegrafo o le navi a vapore.
2. La trama: la "ricerca del meglio" e la catena delle sventure
La famiglia Toscano, soprannominata ironicamente "i Malavoglia" per antifrasi, poiché in realtà è composta da
laboriosa e buona gente di mare, vive ad Aci Trezza da tempo immemorabile. Le uniche proprietà della famiglia,
simboli della loro stabilità e dignità sociale, sono la casa del nespolo e la Provvidenza, una vecchia barca da pesca.
Sotto la guida patriarcale di padron 'Ntoni convivono tre generazioni: il figlio Bastianazzo con la moglie Maruzza
(detta la Longa) e i giovani nipoti 'Ntoni, Luca, Alessi, Mena e Lia.
L'equilibrio si rompe nel 1863 con la partenza del giovane 'Ntoni per il servizio militare a Napoli. Per compensare la
perdita economica e racimolare la dote per Mena, padron 'Ntoni decide di tentare la "ricerca del meglio",
allontanandosi dal mestiere tradizionale per improvvisarsi commerciante: acquista a credito dallo zio Crocifisso,
l'usuraio del paese, una partita di lupini da trasportare in barca. Durante il viaggio, una violenta tempesta provoca il
naufragio della Provvidenza, la perdita del carico e la morte di Bastianazzo. Da questo momento si inanella una tragica
catena di sventure: guidato da un rigido codice d'onore, padron 'Ntoni si ostina a voler pagare il debito con l'usuraio,
sebbene non vi sia un contratto scritto.
Il rientro del giovane 'Ntoni non solleva le sorti della famiglia, che viene colpita da un nuovo lutto: il secondogenito
Luca muore nella battaglia di Lissa (1866). Per saldare il debito, i Malavoglia perdono la casa del nespolo e sono
costretti ad andare in affitto; il dissesto economico provoca anche la rottura del fidanzamento di Mena con il ricco Brasi
Cipolla, costringendo la ragazza a rinunciare al suo amore sincero per l'umile carrettiere Alfio Mosca. Un secondo
naufragio della barca, faticosamente riparata, ferisce gravemente il vecchio patriarca, mentre la madre Maruzza muore
poco dopo a causa di un'epidemia di colera.
3. L'inquietudine del giovane 'Ntoni e la disgregazione familiare
La situazione precipita definitivamente a causa della ribellione del giovane 'Ntoni. Avendo conosciuto la grande città
durante la leva, il ragazzo sviluppa una profonda insofferenza per la vita di stenti del paese e per la "religione della
famiglia". Egli incarna il personaggio "romanzesco" (secondo la definizione di Romano Luperini), l'unico che
compie un tormentato percorso di formazione ed emancipazione, a differenza del nonno che è un personaggio epico,
immobile custode di un tempo mitico e di valori ancestrali espressi attraverso i proverbi.
Sempre più scontento, il giovane 'Ntoni abbandona il paese in cerca di fortuna; la sua partenza costringe i familiari a
vendere la Provvidenza. Quando ritorna, ancora più spiantato e lacero, si rifiuta di lavorare, frequenta l'osteria e si lascia
coinvolgere nel contrabbando. Una notte, sorpreso dalle guardie, 'Ntoni accoltellana il brigadiere don Michele. Al
processo, l'avvocato difensore ottiene una riduzione della pena a cinque anni sostenendo il motivo d'onore, ossia che il
brigadiere corteggiasse la sorella Lia; la vergogna della calunnia e del pettegolezzo spinge però la ragazza a fuggire a
Catania, dove finirà col diventare una prostituta.
L'onore dei Toscano è ormai irrimediabilmente macchiato: Mena si vede costretta a rifiutare definitivamente la proposta
di matrimonio di Alfio Mosca. Il vecchio padron 'Ntoni, curvo sotto il peso dei lutti e per non gravare sui nipoti, sceglie
di farsi ricoverare all'ospedale di Catania, dove muore in solitudine.
4. Il finale: una ricomposizione parziale e l'impossibilità del ritorno
Il romanzo si conclude con una ricostituzione solo parziale del nucleo familiare. Il nipote minore, Alessi, rimasto fedele
ai valori del nonno, riesce grazie al suo duro lavoro a riscattare la casa del nespolo, sposando la giovane Nunziata e
stabilendovisi insieme a Mena. Tuttavia, non si tratta di un lieto fine consolatorio, poiché l'equilibrio iniziale è andato
distrutto per sempre e la famiglia porta i segni indelebili dei lutti e del disonore.
Nelle pagine conclusive si compie il dramma dell'esilio: il giovane 'Ntoni, scontata la pena, torna ad Aci Trezza di notte
e di nascosto. Trova ospitalità per una sola sera, ma si rende conto di essere ormai diventato un estraneo per il paese e
per la sua stessa casa; persino il cane domestico gli abbaia non riconoscendolo più. Consapevole di aver spezzato il
legame sacro con l'ideale dell'ostrica, 'Ntoni saluta i fratelli e abbandona definitivamente il villaggio all'alba. In
questo struggente addio si condensa la parabola dell'umanità moderna, costretta a congedarsi dal rassicurante e arcaico
mondo rurale per addentrarsi nel flusso doloroso del progresso.
5. Spazio e ideologia: la demistificazione del mondo arcaico
L'universo spaziale del romanzo è rigidamente diviso tra lo spazio chiuso e noto del villaggio e lo spazio esterno e
lontano, simboleggiato dal mare aperto e dalle grandi città. In linea con la drammaturgia classica, Verga rispetta una
sorta di "unità di luogo": gli eventi esterni vengono solo evocati dai racconti di chi torna o dalle lettere, mentre la
rappresentazione diretta si concentra esclusivamente dentro i confini di Aci Trezza, uniformandosi all'esperienza
limitata dei personaggi.
Rispetto alla descrizione idealizzata presente in Fantasticheria, la visione di Verga si fa qui più matura e cupa, sancendo
l'inesistenza dell'idillio rurale. Aci Trezza non è un rifugio incontaminato, ma un microcosmo governato dalle stesse
spietate logiche economiche e di sopraffazione che regolano la modernità capitalistica. Si crea così un violento
conflitto tra l'ottica morale dei Malavoglia (fondata sull'onestà e sugli affetti) e l'ottica cinica della comunità. I paesani
sono pettegoli, meschini e dominati dall'interesse personale: l'usuraio zio Crocifisso incarna l'avidità di denaro; padron
Cipolla definisce la tempesta che ha ucciso Bastianazzo come una "grazia di Dio" perché ha interrotto la siccità
salvando i raccolti della terra; i commenti del coro popolare sono costantemente privi di compassione verso i lutti dei
Toscano.
Il pessimismo verghiano esclude inoltre qualsiasi disegno provvidenziale o consolazione religiosa: il nome stesso della
barca, Provvidenza, si rivela una tragica ironia o antifrasi, poiché il suo naufragio dà inizio alla rovina della famiglia,
confermando una visione totalmente laica e deterministica della storia umana.
6. Le tecniche narrative: regressione, straniamento e lingua parlata
Dal punto di vista formale, I Malavoglia costituiscono il capolavoro del Verismo grazie all'applicazione sistematica
dell'impersonalità. Verga realizza l'eclisse totale dell'autore attraverso la regressione del narratore, il quale rinuncia
alla prospettiva del letterato borghese colto per farsi voce anonima e interna alla comunità, adottandone i pregiudizi, i
limiti culturali e la mentalità economica.
Questa tecnica genera l'effetto dello straniamento, che mette a nudo lo stravolgimento morale del paese. Il narratore
corale definisce padron 'Ntoni un "minchione" perché sceglie di pagare il debito dei lupini invece di pensare alla
propria convenienza economica, descrivendo come bizzarra e sciocca un'azione dettata dall'onestà. Al contrario, i
comportamenti più spietati della comunità vengono presentati come assolutamente normali e sensati.
L'espressione stilistica si adegua mimeticamente al mondo rappresentato attraverso una lingua modellata sul parlato.
Pur riducendo al minimo l'uso di vocaboli dialettali espliciti, Verga conferisce al testo una profonda patina siciliana
modificando la struttura sintattica italiana. Ricorre sistematicamente al discorso indiretto libero, che fonde la voce del
narratore con i pensieri dei personaggi senza l'uso di virgolette o verbi dichiarativi, e introduce costrutti tipici dell'oralità
popolana come l'anacoluto e il "che" polivalente con funzione coordinante. Infine, l'uso insistito di similitudini
popolari, proverbi e dell'aggettivo deittico "quello" (es. quel furbaccio di Campana di legno), utilizzato per introdurre
persone o fatti come se fossero già perfettamente noti, determina nel lettore un iniziale effetto di spaesamento, che
costituisce la cifra stilistica più originale e complessa del romanzo.
MASTRO-DON GESUALDO: STRUTTURA, TRAMA
E ANALISI CRITICA
1. La vicenda editoriale, il titolo e la doppia estraneità
Secondo capitolo del ciclo dei Vinti, Mastro-don Gesualdo apparve inizialmente a puntate sulla rivista Nuova Antologia
nel 1888. L'anno successivo, l'editore Treves pubblicò l'opera in volume, divisa in quattro parti e radicalmente
rielaborata da Giovanni Verga.
Il titolo stesso racchiude il nucleo drammatico della parabola del protagonista, Gesualdo Motta. Ex manovale e
muratore, grazie a una vita di fatiche instancabili e continui sacrifici, Gesualdo compie una straordinaria ascesa
economica, trasformandosi in un ricchissimo proprietario terriero e impresario edile. Egli è dunque un "mastro"
divenuto "don": un plebeo che si è arricchito e acquisisce il titolo riservato ai borghesi facoltosi e ai nobles. Il trattino
che unisce i due appellativi evidenzia la contraddizione insanabile della sua identità. Questa ascesa si traduce in una
doppia estraneità: Gesualdo è rifiutato e disprezzato dall'aristocrazia, che lo considera un parvenu plebeo, ed è al
contempo odiato e invidiato dal popolo e dalla sua stessa famiglia d'origine, che guardano con rancore al suo successo.
2. La trama: il matrimonio d'interesse e la catena dei fallimenti
Il romanzo è ambientato a Vizzini, nel Catanese, in un arco temporale che va dal 1820 al 1849, collocandosi
cronologicamente prima delle vicende dei Malavoglia. L'opera si apre con una scena corale convulsa: un incendio
divampa nel palazzo della nobile e decaduta famiglia Trao, e nel trambusto la giovane Bianca Trao viene sorpresa
insieme al cugino Ninì Rubiera, con cui ha una relazione segreta. Poiché Bianca è priva di dote, la baronessa Rubiera si
rifiuta di farle sposare il figlio Ninì. Per rimediare al disonore e calcolo economico, viene combinato il matrimonio
d'interesse tra Bianca e Gesualdo, il quale spera così di sancire il proprio ingresso nel mondo dei "galantuomini".
Fino ad allora, Gesualdo aveva trovato ristoro solo nella fedeltà di Diodata, una serva umile e devota che lo ama
sinceramente e da cui ha avuto due figli, mai riconosciuti e abbandonati in orfanotrofio. Per inseguire il miraggio del
riscatto sociale, Gesualdo sposa Bianca, ma le nozze si rivelano un fallimento: la cerimonia viene disertata sia dai nobili
sia dal padre del protagonista, e la prima notte di nozze si consuma in una fredda incomunicabilità affettiva che
segnerà l'intera unione.
Nella seconda parte, Gesualdo trionfa all'asta pubblica per l'affitto delle terre comunali, scatenando l'odio dei nobili, che
istigano il popolo accusandolo di voler affamare i poveri. Pur di proteggere la propria ascesa, Gesualdo si avvicina per
opportunismo anche alla Carboneria, ma durante i moti rivoluzionari dell'agosto 1820 è costretto a nascondersi. In
questo clima di tensioni nasce Isabella, partorita prematuramente da Bianca; la bambina è in realtà figlia di Ninì
Rubiera, ma Gesualdo la crede sua e le riversa un affetto sincero.
3. Il declino, la malattia e la morte in solitudine
La terza parte segue la dolorosa crescita di Isabella. Mandata in un collegio esclusivo, la bambina viene emarginata
dalle compagne a causa delle origini plebee del padre; per la vergogna, arriva a rinnegare il cognome paterno,
insistendo per farsi chiamare Isabella Trao. Molti anni dopo, nel 1837, durante un'epidemia di colera, la ragazza si
rifugia in campagna e intreccia una relazione con il cugino Corrado La Gurna, rimanendo incinta. Per mettere a tacere
lo scandalo, Gesualdo la costringe a un matrimonio riparatore con il duca di Leyra, un nobile palermitano egoista e
sommerso dai debiti.
La quarta parte suggella il declino definitivo del protagonista. Per evitare che si scopra che il figlio di Isabella è nato
solo sei mesi dopo le nozze, Gesualdo è costretto a cedere al genero immense proprietà, dilapidando la sua fortuna.
Poco dopo, Bianca muore di tisi e Gesualdo viene colpito da un cancro allo stomaco. Ormai incapace di gestire i propri
affari, viene trasferito nel lussuoso palazzo del duca di Leyra a Palermo. L'accoglienza è in realtà una reclusione: il
genero vuole controllarlo per impedire che Gesualdo faccia un nuovo testamento a favore dei figli di Diodata,
assicurandosi l'intera eredità.
Nei suoi ultimi giorni, Gesualdo assiste impotente allo sperpero dei beni per i quali ha sacrificato l'intera esistenza,
schernito e disprezzato perfino dai servitori del palazzo. Dopo un ultimo e patetico tentativo di comunicare con la figlia,
barriera insormontabile di freddezza, Gesualdo muore di notte, in totale solitudine. La sua morte viene scoperta al
mattino da un domestico indifferente, che decide persino di ritardare la notizia per non disturbare il sonno della
duchessa Isabella.
4. Struttura, tempo e differenze con I Malavoglia
Mastro-don Gesualdo segna un profondo mutamento rispetto all'impianto narrativo dei Malavoglia. Verga abbandona la
struttura corale e torna a un'impostazione più tradizionale, mettendo al centro del racconto un unico protagonista il cui
punto di vista è dominante. Lo sfondo sociale non è più il mondo premoderno e omogeneo dei pescatori, bensì il
dinamico e spietato universo dell'imprenditoria agricola e degli appalti, in cui la nascente borghesia sfida
un'aristocrazia in declino per strapparle l'egemonia economica e politica.
Anche la percezione del tempo cambia radicalmente. Se nei Malavoglia il tempo era ciclico, scandito dalle stagioni e
privo di una cronologia misurabile, nel secondo romanzo la vicenda copre quasi trent'anni, seguendo la parabola
biologica del protagonista. La storia esterna e pubblica entra direttamente nel testo: i moti del 1820 e del 1848 non sono
semplici echi lontani, ma eventi in cui Gesualdo viene coinvolto in prima persona. Questa discontinuità cronologica si
riflette nella struttura in quattro parti, separate da ampi salti temporali (ellissi narrative) che omettono interi anni di vita
dei personaggi, conferendo al racconto un ritmo spezzato e variabile.
5. Il pessimismo verghiano e il fallimento della "religione della roba"
Gesualdo Motta rappresenta il prototipo del "vinto" verghiano. Avendo consacrato la propria esistenza alla "religione
della roba" — l'accumulo ossessivo di beni materiali — e avendo sacrificato ogni affetto autentico sull'altare
dell'interesse, il protagonista raccoglie solo solitudine. Nel suo tragico bilancio finale, la stessa "ricerca del meglio" si
rivela un errore fatale, e il matrimonio d'interesse si dimostra una fonte inesauribile di sofferenza.
Rispetto ai Malavoglia, la visione del mondo di Verga si incupisce ulteriormente, facendosi totalmente nichilista.
Viene meno ogni alternativa ideale o disinteressata: la "religione della famiglia" si dissolve e lo spazio domestico
diventa un covo di egoismi. L'interesse economico è l'unico motore comune a tutte le classi sociali. Persino la storia
e gli ideali politici risorgimentali vengono demistificati da Verga, descritti come maschere ipocrite dietro cui nobili e
popolani celano la meschina ricerca di un vantaggio materiale e personale.
6. Il confronto con Mazzarò: Gesualdo come eroe tragico
La vicenda di Gesualdo presenta evidenti analogie con quella di Mazzarò, il protagonista della novella La roba, ma nel
romanzo la figura del protagonista viene approfondita ed elevata a vera e propria figura tragica. Mazzarò è collocato in
una dimensione quasi leggendaria attraverso le parole di una comunità che lo ammira e lo invidia; le dinamiche
economiche della sua ascesa sono solo abbozzate e la sua psicologia è monolitica, priva di sentimenti e dominata da un
insaziabile desiderio di possesso che lo porta a identificarsi totalmente con le sue proprietà. Egli è sconfitto solo dalla
morte, vinto unicamente dalle leggi biologiche che governano l'esistenza.
Non è così per Gesualdo, il cui arricchimento passa attraverso ostacoli, ansie e amarezze continue. La sua ascesa fino
all'apice del successo è seguita da un lungo, ineluttabile declino, che lo conduce alla consapevolezza del proprio
fallimento sia sul piano sociale, non riuscendo mai a integrarsi nel mondo nobiliare, sia su quello psicologico, morendo
privato di ogni affetto. Mentre Mazzarò rimane un personaggio a una sola dimensione economica, Gesualdo vive una
drammatica lacerazione interiore. Pur condizionato dalla logica economica, che gli fornisce persino il lessico per
esprimere i sentimenti, egli aspira sinceramente a un mondo di affetti puliti. Gesualdo sperimenta dentro la propria
interiorità lo scontro che nei Malavoglia opponeva l'etica dei Toscano al cinismo del paese. Questo conflitto irrisolto tra
la spietatezza degli affari e il bisogno d'amore lo rende un eroe moderno e lacerato, il più tragico tra i vinti verghiani.
7. Le tecniche narrative e il limite del modello verista
La complessità strutturale del romanzo impone un'evoluzione delle tecniche veriste. Di fronte a una società stratificata,
Verga abbandona il narratore regredito e corale del primo romanzo, sostituendolo con una voce narrante più vicina
alla cultura dell'autore, scelta che determina la scomparsa dell'effetto di straniamento. L'impersonalità viene
comunque preservata: la crudeltà degli affari e la stessa morte di Gesualdo sono esposte attraverso la nuda enunciazione
dei fatti, senza giudizi espliciti. Il personaggio viene introdotto in medias res, e il suo passato emerge tramite il discorso
indiretto libero, mediato dai commenti malevoli della comunità.
La principale innovazione narratologica è l'adozione del monologo interiore, attraverso cui il narratore cede la parola ai
flussi di pensiero convulsi con cui Gesualdo parla continuamente a se stesso. Inoltre, l'ampio spazio concesso a dialoghi
concitati conferisce alle scene collettive un andamento quasi teatrale. La varietà dei personaggi richiede una pluralità
di registri linguistici flessibile, lontana dall'omogeneità della lingua parlata di Aci Trezza.
Nel ritrarre le classi superiori, Verga si spinge fino al limite estremo della poetica verista, indulgendo talvolta in una
vera e propria analisi psicologica minuziosa, come nel caso delle inquietudini sentimentali di Isabella. Proprio la
difficoltà di rappresentare i ceti colti attraverso il canone dell'impersonalità segnerà la fine del progetto del ciclo: nel
mondo dell'alta società, lo schermo delle convenzioni e dell'educazione crea una distanza incolmabile tra la maschera
sociale e la verità dei sentimenti, rendendo impossibile descrivere l'interiorità umana basandosi esclusivamente sui gesti
e sulle manifestazioni esteriori.
L'ETÀ DEL DECADENTISMO: coordinate, figure e
movimenti
1. Il contesto storico-economico, gli intellettuali e l'immaginario
Negli ultimi tre decenni dell'Ottocento, l'Europa assiste al tramonto definitivo del Positivismo. Il clima di ottimismo e
l'incondizionata fiducia nella scienza e nella ragione entrano in una crisi profonda, determinata dalle tensioni
economiche, dalle trasformazioni industriali e dall'emergere della moderna società di massa. In questo scenario, gli
intellettuali avvertono un senso di profondo spaesamento dell'individuo moderno e si sentono estranei a un mondo
dominato esclusivamente dalla logica del profitto e della mercificazione. L'organizzazione della cultura risente della
nascita dell'industria culturale, in cui anche l'opera d'arte rischia di trasformarsi in merce dotata di un valore economico,
provocando il netto rifiuto del moralismo e del conformismo borghese da parte degli artisti.
Sul piano dell'immaginario e delle ideologie, si diffonde la percezione che l'epoca presente sia giunta a una fase di
estenuata maturità e di fatale declino, simile alla fine dell'Impero romano. L'universo ideale e concettuale di questo
periodo è dominato dal sentimento dello spleen (il tedio esistenziale, l'angoscia e la noia), dal desiderio di evasione nel
tempo e nello spazio attraverso l'esotismo, dalla ricerca esasperata dell'artificio e da una sensualità torbida, che si
incarna nel mito della femme fatale, la donna sensuale e distruttiva che priva l'uomo delle sue forze vitali. Per quanto
riguarda il pubblico e i generi letterari, si assiste a una radicale trasformazione del romanzo. In netta opposizione al
Naturalismo, che privilegiava l'analisi sociale e l'impatto dell'ambiente sull'individuo, il nuovo romanzo decadente
sperimenta intrecci fortemente focalizzati sull'interiorità del protagonista, contaminandosi spesso con la saggistica e
riempiendosi di dettagliate descrizioni di arredi raffinati, cibi rari e opere d'arte.
2. La figura dell'artista nell'immaginario e nella realtà
Nell'immaginario di fine secolo la figura dell'artista si ridefinisce attraverso modelli alternativi e provocatori, in netto
contrasto con i valori della produttività borghese. Nella realtà storica, lo scrittore si ritrova emarginato e privato del suo
antico prestigio sociale, trasformandosi in una figura eterogenea che oscilla tra il dandy e il poeta maledetto. Il dandy
esprime il proprio dissenso sul piano estetico conducendo una vita improntata a una raffinata eleganza, all'artificialità e
al distacco aristocratico dalla mediocrità circostante. Accanto a questa maschera si afferma il modello del poeta
maledetto (maudit), un artista che conduce un'esistenza irregolare, misera e orgogliosamente ribelle, spesso segnata
dall'abuso di alcol, oppio e hashish nel tentativo di alterare le normali funzioni psichiche per trovare nuove fonti di
ispirazione.
Un'altra incarnazione emblematica dell'immaginario dell'epoca è l'esteta, un individuo che eleva il culto della bellezza a
principio regolatore della propria vita, proclamando l'assoluta autonomia dell'arte dalla morale. Tuttavia, nella realtà
narrativa dei romanzi del tempo, l'esteta è strutturalmente destinato a un destino di sconfitta: la sua ossessione per il
Bello e per il piacere si scontra inevitabilmente con l'insoddisfazione, la nevrosi e l'impossibilità di conciliare l'etica con
l'estetica all'interno della società moderna.
3. La perdita dell'aureola e la crisi del letterato tradizionale in Italia
Con l'avvento della modernità industrializzata tramonta per sempre la figura del letterato tradizionale inteso come guida
morale e civile della società, un ruolo che era già stato parzialmente scosso dal Romanticismo ma che ora crolla
definitivamente. Questo fenomeno storico e culturale viene definito come la "perdita dell'aureola": l'artista non è più
un sacerdote della parola né un portatore di ideali condivisi dalla collettività, bensì un individuo socialmente inutile e
privato di una funzione pratica.
In Italia questa crisi assume caratteri particolarmente dolorosi e complessi, poiché coincide con il periodo post-unitario.
I letterati italiani si trovano improvvisamente privi delle loro tradizionali tutele cortigiane o accademiche e devono fare i
conti con un mercato editoriale nascente che impone le proprie regole commerciali. Di fronte a questo declassamento,
l'intellettuale sperimenta una profonda lacerazione identitaria: non potendo più esercitare un magistero civile, si ritrova
costretto a scegliere tra l'isolamento aristocratico e sdegnoso nella propria solitudine o il tentativo velleitario di
trasformare la propria stessa esistenza in un'opera d'arte spettacolare per catturare l'attenzione del pubblico di massa.
4. I movimenti letterari e le poetiche
Il panorama letterario di fine Ottocento si articola in movimenti complessi le cui poetiche ridefiniscono i confini della
conoscenza e dell'espressione. Sebbene il termine Decadentismo sia nato inizialmente con una sfumatura dispregiativa
da parte della critica ufficiale, esso venne rivendicato con orgoglio dagli stessi scrittori che vedevano nella nozione di
decadenza una nuova e superiore forma di modernità artistica. Sul piano delle poetiche europee, la categoria centrale è
quella del Simbolismo, che individua nel simbolo lo strumento privilegiato per cogliere la realtà profonda del mondo,
là dove la ragione e la scienza falliscono. Secondo questa visione, la realtà fenomenica è solo un insieme di apparenze
sensibili che rimandano a essenze nascoste; la lirica moderna si fonda dunque sulla poetica delle corrispondenze,
ovvero sulla capacità di svelare i legami misteriosi che uniscono oggetti, suoni e colori attraverso l'uso sistematico
dell'analogia e della sinestesia.
La creazione poetica viene intesa come una magia suggestiva e la parola si risolve interamente in evocazione,
liberandosi dai vincoli della logica e della grammatica tradizionale. Questa ricerca espressiva porta a un'ideale fusione
tra le arti, influenzata dal dramma musicale wagneriano inteso come opera d'arte totale. I poeti cercano di risolvere la
parola in musica, sfruttando il valore puramente allusivo e asemantico dei suoni per trasmettere il senso profondo del
testo e lasciare intorno alle immagini un alone di indeterminatezza e mistero.
5. Il movimento francese, il simbolismo e il decadentismo europeo
Il focolaio originario del nuovo gusto si sviluppa in Francia, per poi estendersi a livello europeo. Il padre indiscusso
della lirica moderna è Charles Baudelaire, la cui raccolta I fiori del male (1857) rivoluziona i canoni estetici
occidentali. Il titolo stesso dichiara che la poesia può nascere solo dal terreno del male e del vizio, esplorando
l'irrazionale e il corporeo. Diviso tra la tensione verso l'ideale e la ricaduta nello spleen, Baudelaire introduce la poetica
delle corrispondenze e l'uso di un'allegoria legata alla pura soggettività, individuando nella metropoli moderna l'unico
spazio possibile per l'arte.
Successivamente, negli anni ottanta, il poeta Paul Verlaine teorizza una lirica sfumata e musicale con le sue Romanze
senza parole, codificando nel saggio I poeti maledetti il sodalizio con il giovanissimo e ribelle Arthur Rimbaud.
Quest'ultimo formula la celebre poetica del veggente, secondo cui il poeta deve attingere l'ignoto attraverso un
immenso e ragionato sregolamento di tutti i sensi, modificando la funzione dell'io lirico. Accanto a loro, Stéphane
Mallarmé persegue l'ideale di una poesia astratta e smaterializzata. In Inghilterra, il Decadentismo trova il suo massimo
interprete in Oscar Wilde, il quale riassume l'ideale dell'estetismo come principio di vita. Attraverso aforismi
paradossali contenuti nella prefazione al romanzo Il ritratto di Dorian Gray, Wilde afferma il primato assoluto della
bellezza e l'inutilità dell'arte rispetto alla morale, incarnando nella propria biografia e nella scrittura teatrale il gusto per
la provocazione e l'artificio.
6. Caratteri e limiti del decadentismo italiano
La critica storica evidenzia come la categoria di Decadentismo sia profondamente radicata nella tradizione storiografica
italiana, a differenza dei contesti europei che preferiscono l'etichetta di Simbolismo. In Italia, la ricezione di queste
poetiche d'oltralpe giunge con un relativo ritardo cronologico e si sviluppa con caratteri peculiari, trovando i suoi
massimi esponenti in Giovanni Pascoli e Gabriele d'Annunzio. I poeti italiani riprendono la ricerca volta a trasmettere il
senso profondo del testo attraverso la musicalità della parola e la frantumazione della sintassi logica, ma la declinano in
direzioni opposte, muovendosi tra il simbolismo intimo e analogico pascoliano e l'estetismo monumentale e sensuale
dannunziano.
I limiti del decadentismo italiano risiedono nella tendenza a non recidere mai del tutto i legami con la tradizione
classica e umanistica. Mentre i poeti francesi azzerano la tradizione metrica e distruggono la struttura logica del
discorso, gli autori italiani conservano spesso le forme metriche tradizionali, limitandosi a rinnovarle dall'interno.
Inoltre, l'esperienza italiana risente di una costante tentazione provinciale o, al contrario, di una forzata amplificazione
retorica: la figura del letterato, pur vivendo la crisi della modernità, fatica ad accettare la pura marginalità del
"maledettismo" e cerca costantemente di recuperare una funzione pubblica, trasformando l'estetismo in un'ideologia
politica o in un mito di massa compensativo.
IL MITO DI D'ANNUNZIO TRA ARTE E VITA
1. Da caso letterario a fenomeno di costume: la dimensione sociale del
successo
Gabriele d'Annunzio ha rappresentato una figura di eccezionale centralità nella storia della letteratura italiana, capace di
imporsi per cinquant'anni non solo come autore versatile in ogni genere letterario, ma anche come un vero e proprio
fenomeno di costume. Dagli esordi tardo-ottocenteschi fino agli anni trenta del Novecento, egli ha intercettato e
modellato le mode, le inquietudini politiche della fin de siècle e i grandi eventi storici, dalla Grande guerra
all'affermazione del fascismo. La sua esistenza pubblica è stata quella di un divo, oggetto di un culto di massa e di
un'ammirazione incondizionata, ma anche di feroci critiche e riprovazione morale.
All'inizio del Novecento, i giovani intellettuali si sforzarono di comprendere la portata sociale del suo successo; critici
come Renato Serra e Giuseppe Antonio Borgese evidenziarono come l'Italia intera fosse divenuta profondamente
dannunziana. Il pubblico non si limitava a leggere le sue opere, ma ne imitava ossessivamente lo stile di vita, la foggia
dei vestiti, la cadenza delle frasi e la fastosità delle immagini, rendendo necessaria una chiave di lettura sociologica per
spiegare un'influenza così pervasiva sulla società del tempo.
2. La vocazione precoce, l'esordio romano e il mercato editoriale
Nato a Pescara nel 1863 da una famiglia benestante, d'Annunzio mostrò un talento precoce durante gli studi al
prestigioso Collegio Cicognini di Prato. Il suo esordio poetico avvenne a soli sedici anni con la raccolta Primo vere
(1879), stampata a spese del padre e fortemente influenzata dall'imitazione carducciana e dall'impiego del metro
barbaro. Trasferitosi a Roma, abbandonò presto gli studi universitari per immergersi nel giornalismo culturale,
collaborando con la celebre rivista Cronaca Bizantina dell'editore Sommaruga.
In questo ambiente, il giovane scrittore comprese rapidamente i meccanismi del mercato editoriale moderno, ormai
dominato dalle logiche della pubblicità e della mercificazione dello spirito. D'Annunzio intuì che la letteratura poteva
trasformarsi in una merce di successo attraverso il linguaggio della novità e dello scandalo. Sotto la guida di
Sommaruga pubblicò il volume in versi Canto novo e le novelle di Terra vergine (1882), sperimentando
contemporaneamente poesia e prosa, e riconoscendo in quest'ultima un genere più commerciale, adatto a sostenere le
sue crescenti esigenze economiche.
3. L'affermazione mondana e la consacrazione del romanzo Il piacere
Per consolidare la propria posizione e far fronte ai debiti, d'Annunzio lavorò fino al 1888 come cronista mondano per il
quotidiano La Tribuna, diventando un protagonista assoluto della Roma aristocratica e dei salotti del bel mondo. Egli
cercò deliberatamente di imporre un'immagine di sé in cui l'attività letteraria e la vita mondana si fondessero nel segno
della trasgressione. Ne è un esempio il matrimonio riparatore con la duchessa Maria Hardouin di Gallese, trasformato
immediatamente in materia poetica nella raccolta Intermezzo di rime (1883), che suscitò grande scalpore. La sua
produzione artistica di questi anni si orientò verso il raffinato estetismo dei parnassiani, caratterizzato da un vero e
proprio culto della parola, evidente nelle raccolte L'Isottèo - La Chimera e nelle Elegie romane.
La definitiva consacrazione presso il grande pubblico giunse nel 1889 con la pubblicazione del suo primo romanzo, Il
piacere, edito da Treves. L'opera rielaborava l'esperienza mondana romana alla luce delle tendenze avanguardistiche
internazionali dell'Estetismo. Anche in questo caso, il successo letterario fu alimentato dallo scandalo: l'autore inserì
nel testo brani di cronaca reale e lettere d'amore private scambiate con l'amante Elvira Fraternali Leoni (ispiratrice del
personaggio di Elena), alimentando il mito di una vita privata dissipata e improntata al collezionismo sentimentale.
4. Gli anni napoletani, l'analisi psicologica e l'influenza russa
Nel 1891, oppresso dai debiti causati dal suo stile di vita da "animale di lusso", d'Annunzio fuggì da Roma per
stabilirsi a Napoli, dove fu accolto da Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao, lavorando per il quotidiano Il Mattino.
Questo periodo, definito dallo stesso scrittore come una stagione di "splendida miseria", fu caratterizzato da una
travagliata relazione con la nobildonna Maria Gravina Cruyllas (che costò a quest'ultima una condanna per adulterio) e
da un intenso fervore creativo.
Influenzato dal successo europeo della grande letteratura russa di Tolstoj e Dostoevskij, d'Annunzio si allontanò
temporaneamente dai modelli precedenti per sperimentare nuove strutture narrative nei romanzi Giovanni Episcopo
(1891) e L'innocente (1892). In queste opere, l'analisi psicologica si spinse a esplorare le zone più torbide e oscure della
coscienza umana, intrecciandosi con i temi dell'espiazione della colpa, del pentimento e del desiderio di rigenerazione
spirituale. Questa medesima esigenza di purificazione e di recupero degli affetti d'infanzia trovò espressione anche sul
piano lirico con la pubblicazione del Poema paradisiaco (1893).
5. La scoperta del superuomo e la spregiudicata avventura politica
A partire dalla metà degli anni novanta, d'Annunzio assimilò e rielaborò gli stimoli più innovativi del dibattito culturale
europeo, rintracciabili nei suoi articoli giornalistici. Egli si appropriò con opportunismo intellettuale della filosofia di
Nietzsche, interpretando il concetto di superuomo in chiave squisitamente individualistica, vitalistica, antiborghese e
antidemocratica. Al contempo, rimase affascinato dalle teorie musicali di Wagner e dal concetto di opera d'arte totale,
suggestioni che confluirono nei romanzi Trionfo della morte (1894) e Le vergini delle rocce (1896).
L'ideologia del superuomo, imperniata sulla volontà di potenza e sull'idea di un legame mistico tra il capo carismatico
e le masse, spinse d'Annunzio a tentare l'avventura politica diretta come estensione del suo progetto estetico. Nel 1897
fu eletto deputato tra le file della destra estrema, ma nel 1900 compì un clamoroso e spregiudicato passaggio verso
l'estrema sinistra, schierandosi contro la repressione dei moti popolari di Milano. La sua parabola parlamentare si
concluse nello stesso anno con la mancata rielezione nelle liste socialiste.
6. Il sodalizio con Eleonora Duse e la nascita del "teatro di poesia"
Consapevole del potere della parola per affascinare un pubblico di massa, d'Annunzio si dedicò con vigore alla scrittura
teatrale, un interesse fortemente stimolato a partire dal 1894 dalla relazione sentimentale e intellettuale con Eleonora
Duse, la più celebre attrice drammatica dell'epoca. Stabilitosi nella villa La Capponcina a Settignano, vicino a Firenze,
lo scrittore inaugurò con la Duse una stagione di intensa creatività.
Con opere come Francesca da Rimini (1901), d'Annunzio propose un radicale congedo dal teatro verista, fondando un
innovativo "teatro di poesia" caratterizzato da un linguaggio aulico, vicende fortemente simboliche e miti di sangue.
Sebbene la densità letteraria di queste tragedie ne rendesse difficile la resa scenica, l'autore ottenne un clamoroso trionfo
di pubblico con La figlia di Iorio (1903), dramma ancestrale ambientato in un Abruzzo selvaggio, interpretato tuttavia
da Irma Gramatica, segnando la fine del sodalizio con la Duse. Anche in questa fase, la fusione tra arte e vita non
risparmiò gli affetti privati: nel romanzo Il fuoco (1900), d'Annunzio mise in scena le fragilità di un'attrice anziana e
morfinomane con allusioni così scoperte alla Duse da suscitare un enorme scandalo e il biasimo dei contemporanei.
7. Il vertice della lirica con Alcyone e il mito della modernità
Il 1903 segnò la pubblicazione dei primi tre libri delle Laudi del cielo del mare della terra e degli eroi (Maia, Elettra e
Alcyone), concepiti originariamente come un vasto poema unitario in sette parti che rimase incompiuto. Fu in
particolare Alcyone, strutturato come il diario lirico di un'estate trascorsa in Versilia, a rappresentare il capolavoro
assoluto della poesia dannunziana, destinato a esercitare un influsso profondo su tutta la lirica del Novecento.
D'Annunzio dimostrò un istinto infallibile per la contemporaneità, celebrando i nuovi miti della modernità nati
all'inizio del secolo, come la macchina, la velocità e il volo, e imprimendovi il sigillo del suo stile inimitabile. Il suo
ideale di "vivere inimitabile" si arricchì di una dimensione eroica e tecnologica, evidente nel romanzo Forse che sì
forse che no (1910), pubblicato un anno dopo il Manifesto del Futurismo, il cui protagonista incarna la figura intrepida e
moderna dell'aviatore.
8. L'esilio in Francia e la propaganda nazionalista
Nel 1910, travolto dai debiti accumulati per mantenere l'altissimo tenore di vita della Capponcina, d'Annunzio
abbandonò l'Italia per stabilirsi in Francia. Fedele alla propria inclinazione autocelebrativa, egli trasfigurò la fuga in un
"esilio" causato dall'incomprensione della mediocre morale borghese nei confronti del suo genio. A Parigi frequentò gli
ambienti culturali più esclusivi, legandosi al dandy Robert de Montesquiou e a Filippo Tommaso Marinetti, pur
incontrando la fredda indifferenza di intellettuali come Marcel Proust e André Gide.
Spinto dal costante bisogno di denaro, riprese la collaborazione con i giornali e si trasformò nel portavoce del
nazionalismo bellicista italiano. Sulle pagine del Corriere della Sera pubblicò tra il 1911 e il 1912 le Canzoni della
gesta d'oltremare, celebrando la guerra di Libia. Allo scoppio della prima guerra mondiale, esaltato dalla mobilitazione
francese, inviò resoconti dal fronte esortando l'Italia a intervenire nel conflitto. In questi stessi anni, la sua prosa
sperimentò direzioni del tutto nuove, accostandosi alla stagione novecentesca del frammento lirico e autobiografico
attraverso le pagine delle Faville del maglio e il romanzo La Leda senza cigno (1913).
9. L'esperienza della guerra: azioni spettacolari e la genesi del Notturno
Nella primavera del 1915, d'Annunzio fu tra i principali animatori delle manifestazioni interventiste a favore
dell'ingresso in guerra dell'Italia, da lui celebrate come il "maggio radioso". All'età di cinquantadue anni si arruolò
volontario, interpretando il conflitto come l'occasione per una nuova giovinezza e per dare concretezza al mito del
superuomo. La sua partecipazione si distinse per una serie di azioni spettacolari e dimostrative dall'enorme impatto
mediatico e propagandistico, come voli audaci e raid navali.
Il 16 gennaio 1916, durante un ammaraggio d'emergenza, riportò una grave lesione alla testa che gli causò la perdita
dell'uso dell'occhio destro. Durante il periodo di totale immobilità e cecità temporanea trascorso a Venezia, assistito
dalla figlia Renata, d'Annunzio scrisse su sottili strisce di carta gli abbozzi di una prosa intimistica, frammentaria e
notturna. Questi testi, caratterizzati da uno stile lontano dalla magniloquenza precedente, confluirono nel Notturno
(pubblicato nel 1921), opera fondamentale che testimonia un profondo ripiegamento riflessivo e una nuova sensibilità
espressiva.
10. L'impresa di Fiume e la retorica della "vittoria mutilata"
Al termine del conflitto mondiale, di fronte alle delusioni della conferenza di pace di Versailles che non assegnò Fiume
all'Italia, d'Annunzio si fece interprete del malcontento nazionalista coniando la formula della "vittoria mutilata". Il
12 settembre 1919, l'azione estetica e quella militare trovarono una sintesi radicale: il poeta-soldato si pose alla guida di
una schiera di legionari e occupò la città di Fiume, istituendo il governo autonomo della Reggenza italiana del
Carnaro in vista di un'annessione.
L'occupazione, che determinò gravi tensioni diplomatiche internazionali, si concluse nel dicembre 1920 con l'intervento
armato dell'esercito italiano ordinato dal governo Giolitti. Nonostante il fallimento politico e militare, l'impresa
fiumana esercitò un'influenza decisiva sul futuro politico del paese. La complessa ritualità collettiva elaborata da
d'Annunzio a Fiume — fondata su un linguaggio militarista e aggressivo, sui discorsi dal balcone e sul recupero della
simbologia della romanità imperiale — fornì al nascente movimento fascista un repertorio di formule, gesti e miti
politici che sarebbero stati ampiamente sfruttati per l'ascesa al potere.
11. L'isolamento al Vittoriale, il rapporto con il fascismo e il desolato
nichilismo finale
Nel 1921 d'Annunzio si ritirò a Gardone Riviera, sul lago di Garda, acquistando la villa di Cargnacco e trasformandola
nel Vittoriale degli Italiani, un monumentale scenario celebrativo volto a consacrare la sua immagine di poeta-
veggente e soldato della nazione. Gli ultimi anni della sua esistenza furono segnati da un ambiguo e complesso rapporto
con il regime fascista. Benito Mussolini, pur manifestando pubblicamente un'immensa ammirazione per il poeta, operò
per isolarlo politicamente, neutralizzandone l'influenza e confinandolo nel ruolo inoffensivo di "poeta nazionale" in
cambio di ingenti sussidi economici e prestigiosi riconoscimenti, come il titolo di principe di Montenevoso nel 1924 e la
presidenza dell'Accademia d'Italia nel 1937.
Nonostante l'isolamento materiale e la progressiva decadenza fisica, d'Annunzio mantenne una notevole lucidità
artistica, dedicandosi a una prosa d'arte intima e memorialistica con la pubblicazione in volume delle Faville del maglio
e del Libro segreto (1935). Dietro la facciata ufficiale e la celebrazione della guerra d'Etiopia con l'opera Teneo te
Africa, i suoi taccuini privati e i versi rimasti a lungo inediti rivelano l'immagine di un uomo anziano profondamente
sconfitto, pervaso da un nichilismo desolato e da una sdegnosa insofferenza nei confronti della volgarità del regime
fascista. Consapevole dell'insensatezza della propria parabola vitale, d'Annunzio morì al suo tavolo di lavoro il 1°
marzo 1938.
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LA POETICA DELL'ESTETISMO, DEL PANISMO E
DEL SUPEROMISMO
1. La stagione dell'Estetismo e il romanzo Il piacere
L'Estetismo dannunziano trova la sua massima e compiuta espressione nel romanzo Il piacere, composto nel 1888 e
pubblicato nel 1889. L'opera si struttura come un raffinato romanzo d'analisi che rompe definitivamente con i canoni del
Naturalismo, abbandonando il principio dell'impersonalità narrativa per penetrare all'interno della sfera psicologica del
personaggio. La trama, esile e priva di grandi accadimenti storici, cede il passo al libero fluire della memoria e
all'universo interiore dei ricordi, sperimentando soluzioni strutturali innovative come il lungo racconto in analessi (o
flashback) che occupa l'intera prima metà del volume.
Il protagonista, Andrea Sperelli-Fieschi d'Ugenta, incarna perfettamente la figura dell'esteta o dandy. Egli è un
giovane aristocratico, poeta e incisore, dotato di una sensibilità eccezionale e incline alle passioni fatali, che vive isolato
in un'aristocratica separatezza dal mondo comune. Per descrivere Sperelli, D'Annunzio attinge ai modelli dell'Estetismo
europeo: la "religione del piacere" deriva dal duca Des Esseintes, protagonista di A ritroso di Joris-Karl Huysmans, ma
si contamina con il gusto per la profanazione morale che caratterizzerà anche Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde.
Il nucleo della vicenda ruota attorno a un ambiguo gioco di seduzione che vede Andrea diviso tra due opposti tipi
femminili: Elena Muti, l'antica amante cinica, sensuale e raffinata, e Maria Bandinelli Ferres, una gentildonna pura,
spirituale e riservata. Nella mente divisa del protagonista, le immagini delle due donne si sovrappongono fino a creare
una terza figura ideale e immaginaria, attraverso la quale egli tenta illusoriamente di possederle entrambe.
2. Il principio di "Arte e vita" e il fallimento dell'esteta
Il credo fondamentale di Andrea Sperelli risiede nella formula del "fare la propria vita come si fa un'opera d'arte",
che sancisce l'assoluta contaminazione tra arte e vita. Ogni azione del protagonista viene subordinata a un'idea di
perfezione estetica superiore, capace di travolgere qualsiasi principio di ordine morale. Questa esistenza, tuttavia, si
rivela radicata nell'inautenticità e nella finzione, tanto che Sperelli viene definito un "delicato istrione", un attore
raffinato incapace di vivere i sentimenti se non attraverso la messa in scena di un perfettissimo teatro.
Attraverso questa sovrapposizione tra autore e personaggio — esibita mediante l'inserimento nel testo di vere lettere
d'amore private di D'Annunzio e di poesie della sua raccolta L'Isottèo — lo scrittore sancisce il superamento della
narrazione oggettiva e dimostra l'impossibilità di proseguire sul cammino del Verismo.
Nonostante la ricerca della bellezza, l'esteta dannunziano è strutturalmente destinato alla sconfitta. Sulla scorta della
psicologia francese di Paul Bourget, D'Annunzio descrive la crisi di Andrea come una vera e propria malattia della
volontà, causata da un eccesso di spirito d'analisi che disgrega la coscienza e distrugge il senso morale. L'esteta vive la
lacerazione tra il rifiuto sdegnoso e reazionario della democrazia parlamentare e della borghesia imprenditoriale (da lui
accusata di mediocrità) e l'intuizione della propria inconsistenza interiore.
La scena finale del romanzo — l'asta pubblica in cui vengono venduti e svenduti gli arredi preziosi della casa di Maria
Ferres — assume un forte valore simbolico: rappresenta il dramma e la mercificazione dell'arte, sottoposta alle leggi
economiche della domanda e dell'offerta, e la conseguente emarginazione dell'intellettuale all'interno della moderna
società di massa.
3. Lo stile prezioso e la transizione "della bontà"
Per distanziarsi dalla lingua media e sobria del Naturalismo, D'Annunzio adotta nel Piacere uno stile aulico e
arcaizzante, che recupera l'ortografia del classicismo tradizionale (come l'uso di consonanti semplici in parole come
"imagine"). Il lessico è ricercato, l'aggettivazione è sovrabbondante e la sintassi si articola in lunghi inserti descrittivi.
L'autore fa un uso sistematico della similitudine per trasfigurare gli oggetti quotidiani attraverso il costante riferimento a
opere d'arte, riscattandoli dalla loro volgarità d'uso. Al contempo, la scrittura si apre all'influsso del Simbolismo: lo
sguardo del protagonista cerca una corrispondenza con "l'anima delle cose", trasformando gli oggetti in simboli della
propria interiorità e dei propri turbamenti.
La sconfitta dell'esteta e la stanchezza derivata dalla dissipazione mondana spinsero D'Annunzio verso un temporaneo
ripiegamento meditativo, noto come la fase "della bontà". Ispirandosi alla corrente più intimistica del Simbolismo
francese e ai grandi romanzieri russi, lo scrittore pubblicò il Poema paradisiaco (1893). L'opera propone temi
radicalmente nuovi: la volontà di rigenerazione interiore, il recupero degli affetti familiari e il ritorno alla semplicità
della quotidianità e dei giardini dell'infanzia, espressi attraverso scelte lessicali meno preziose che anticiperanno la
poesia crepuscolare.
Tuttavia, anche questa fase rivela una forte componente di artificio letterario: il Poema paradisiaco venne infatti
pubblicato nel volume unico L'orto e la prora insieme alle Odi navali, liriche di acceso stampo nazionalista. Questa
spregiudicata versatilità dimostra una sostanziale indifferenza ideologica dell'autore, confermata anche sul piano della
prosa con il romanzo L'innocente (1892), dove i temi russi del delitto, del castigo e della rinascita naturale vengono
calati nella figura di un protagonista che rimane, sostanzialmente, un esteta nevrotico incapace di un'autentica
dimensione etica.
4. L'evoluzione nel Superomismo: l'influenza di Wagner e Nietzsche
Negli anni del soggiorno napoletano, attraverso la collaborazione con il quotidiano Il Mattino, D'Annunzio assimilò i
fermenti del dibattito culturale europeo, concentrandosi in particolare sulle figure di Richard Wagner e Friedrich
Nietzsche. Dal compositore tedesco lo scrittore mutuò l'idea della musica come modello per la poesia pura e la tecnica
del Leitmotiv (motivo guida). Nel romanzo Trionfo della morte (1894) — capitolo conclusivo della "Trilogia della
Rosa" — D'Annunzio non costruisce una trama tradizionale, ma organizza un racconto "sinfonico", incentrato sulla vita
psichica dell'unico protagonista e basato sulla ripetizione e variazione di motivi ricorrenti, come il presagio della
vertigine e del precipizio.
Il protagonista, Giorgio Aurispa, è un esteta nevrotico tormentato da una vocazione suicida, il quale avverte la forte
soggezione erotica nei confronti dell'amante Ippolita Sanzio (definita la "Nemica") come un limite mortificante alla
propria realizzazione spirituale. Il romanzo si chiude tragicamente con il suicidio dei due amanti avvinti, interpretato da
Giorgio come l'unico modo per diventare "l'Invincibile". L'esergo del volume, tratto da Al di là del bene e del male,
rivela che Aurispa costituisce la prima, imperfetta transizione dall'esteta al superuomo.
La filosofia di Nietzsche venne filtrata da D'Annunzio attraverso le traduzioni francesi dell'epoca e subì una sostanziale
distorsione e interpretazione personale. Lo scrittore si appropriò del vitalismo primordiale e della dimensione
"dionisiaca" dell'umanità (la fisicità irrazionale e violenta repressa dal razionalismo apollineo e dalla morale
rinunciataria del cristianesimo) per trasformarla in una giustificazione ideologica dell'aristocrazia.
Mentre per Nietzsche l'Übermensch rappresentava l'umanità intera che si liberava dalle catene metafisiche, per
D'Annunzio il superuomo divenne un modello di esistenza eccezionale destinato a un'élite privilegiata. Questo
individuo superiore ha il diritto e il dovere di esercitare la propria volontà di potenza e il proprio dominio sulle masse
popolari, considerate naturalmente serve. Nel contesto storico della fine del secolo, questa ideologia rifletteva i timori
della borghesia nei confronti della rivoluzione proletaria e il netto rifiuto dei meccanismi democratici e parlamentari,
visti come i distruttori dei privilegi di classe.
5. I romanzi del superuomo: Le vergini delle rocce e Il fuoco
Il volto estroverso, politico e vincente della volontà di potenza trova espressione nel romanzo Le vergini delle rocce
(1896), che inaugura la "Trilogia del Giglio". Il protagonista e voce narrante, Claudio Cantelmo, è un nobile sdegnoso
che disprezza la società borghese contemporanea, dominata dal profitto e dalla volgarità delle masse. Cantelmo sceglie
di ritirarsi nell'isolato feudo abruzzese di Trigento con l'esplicito obiettivo politico di generare un erede di sangue puro
insieme a una delle tre figlie del principe Luzio Capece-Montaga (Violante, Massimilla, Anatolia), le "vergini" del
titolo. Questo futuro erede avrà il compito di far risorgere la razza latina, sottomettere con la forza il popolo e guidare
l'aristocrazia a nuovi destini di gloria imperiale.
Tuttavia, il palazzo nobiliare si rivela un ambiente sterile e dominato dalla follia e dalla decadenza, e il romanzo si
conclude con il rifiuto della giovane Anatolia, determinando l'incompiutezza del progetto superomistico del
protagonista. Dal punto di vista formale, l'opera evidenzia lo sviluppo di una prosa poetica vicina al Simbolismo: i
nessi narrativi logici si dissolvono in favore del potere evocativo della parola, trasformando la struttura in un poema
sinfonico dominato dall'analogia e dal Leitmotiv.
La dialettica tra la tensione superomistica e la realtà del disfacimento ritorna nel romanzo Il fuoco (1900), ambientato
sullo sfondo di una Venezia decadente. La laguna veneziana accoglie la morte di un Wagner ormai esausto, il quale cede
idealmente il testimone al protagonista Stelio Effrena. Anch'esso proiezione superomistica dell'autore, Stelio medita di
creare "l'opera latina dell'avvenire": un nuovo teatro musicale nazionale inteso come opera d'arte totale, capace di
fondere poesia, musica e danza sul modello del dramma wagneriano. Il romanzo è celebre per l'esibizione spregiudicata
di evidenti elementi autobiografici, traspovendo in modo impietoso la tormentata storia d'amore tra D'Annunzio ed
Eleonora Duse nella relazione tra Stelio e l'attrice Foscarina, confermando l'ingresso dell'autore nel Novecento
attraverso i meccanismi del divismo e dello scandalo pubblicitario.
6. Il Panismo e la metamorfosi tecnologica in Forse che sì forse che no
L'ideologia del superuomo trova il suo completamento naturale nella dimensione del Panismo (dal greco Pan, il dio
della totalità della natura). Il panismo corrisponde a un sentimento di unione mistica e fusione totale tra l'Io lirico e il
mondo naturale. Il superuomo, grazie alla sua sensibilità esasperata e superiore, è l'unico individuo in grado di
spogliarsi della propria identità puramente umana per immergersi negli elementi della natura, assimilando la forza vitale
di piante, acque e animali, e diventando egli stesso parte integrante del paesaggio circostante. Questa poetica, che
troverà il suo culmine assoluto nella raccolta poetica Alcyone, permette al superuomo di rigenerare continuamente il
proprio vitalismo irrazionale a contatto con le forze primordiali della terra.
All'inizio del nuovo secolo, la figura del superuomo sperimenta un'estrema e inaspettata metamorfosi nel romanzo
Forse che sì forse che no (1910), dove si appropria del moderno mito della macchina e della velocità. Il protagonista,
Paolo Tarsis, unisce una raffinata formazione intellettuale umanistica (è un profondo cultore di Leonardo da Vinci) a
una natura dinamica e sportiva, legata all'esperienza del volo aereo.
In questa nuova prospettiva superomistica, la macchina volante — per la quale D'Annunzio coniò il neologismo
"velivolo" — non viene considerata come un mero strumento tecnologico o industriale della modernità borghese, bensì
come un potenziamento fisico e spirituale della forza vitale dell'uomo. L'esercizio del volo diventa un'espressione
diretta della volontà di potenza: il mezzo meccanico agisce come una vera e propria protesi tecnologica indispensabile
che permette al superuomo di superare i limiti biologici del proprio corpo e di moltiplicare le proprie energie,
trasformando l'audacia sportiva e il pericolo nel compimento eroico ed estetico del proprio "vivere inimitabile". Di lì a
poco, la prima guerra mondiale offrirà a D'Annunzio il palcoscenico reale per mettere in pratica questa nuova
declinazione del mito.
LA PRODUZIONE IN VERSI: LE LAUDI DEL
CIELO, DEL MARE, DELLA TERRA E DEGLI EROI
1. Il progetto delle Laudi: il poema continuo e il viaggio simbolico
La nascita di una nuova stagione lirica per Gabriele d'Annunzio si profila nel 1899 sulla rivista "Nuova Antologia".
Annunciate con una retorica magniloquente e autocelebrativa come un "fiume lirico inesauribile", le Laudi del cielo
del mare della terra e degli eroi vennero concepite dall'autore come un monumentale poema continuo in sette libri.
Ciascun volume avrebbe dovuto prendere il nome di una delle stelle principali della costellazione delle Pleiadi: Maia,
Elettra, Alcyone, Merope, Asterope, Taigete e Celeno. Tuttavia, d'Annunzio portò a compimento e pubblicò nel 1903
soltanto i primi tre libri.
Il filo conduttore dell'intera opera è il viaggio reale e simbolico del protagonista. Il superuomo persegue una profonda
rigenerazione esistenziale, inseguendo il sogno di una giovinezza recuperata attraverso l'immersione totale nella natura
e la riscoperta del mito classico. Questo percorso si snoda nei luoghi originari della civiltà occidentale, dalla Grecia
antica all'Italia del Rinascimento. Da questo contatto con le sorgenti della storia, l'eroe trae l'energia spirituale e vitale
per celebrare le imprese eroiche del Risorgimento e della contemporaneità.
Nonostante il titolo alluda in modo ambiguo alla tradizione della poesia religiosa medievale (le "laude" francescane),
la dimensione allegorica del viaggio viene interamente ripensata all'interno di un'atmosfera pagana, istintuale ed
eroica, perfettamente coerente con l'ideologia superomistica dell'autore.
2. Maia e Elettra: la lode della vita e la poesia della nazione eletta
Il libro di Maia si presenta come un lunghissimo poema di 8.400 versi, organizzato in 400 strofe di 21 versi ciascuna. Il
numero 21 possiede una precisa valenza simbolica, in quanto multiplo di 7, un chiaro riferimento alle sette canne del
flauto del dio Pan. Il volume coincide quasi interamente con la sezione Laus vitae ("lode della vita"), un'esaltazione
dell'esistenza eroica dominata dall'istinto e dalla libera espressione dei sensi. Rielaborando simbolicamente il viaggio
compiuto da d'Annunzio in Grecia, l'opera si apre nel segno di due grandi figure mitologiche: Ulisse, l'emblema della
ricerca inesauribile verso l'ignoto, e il dio Pan, che incarna la totalità della natura universale.
L'esigenza del superuomo di compiere questo viaggio iniziatico nasce dal bisogno di fuggire dal presente desolato delle
"città terribili", le metropoli della modernità industriale abitate da una massa di "schiavi". Verso queste realtà
d'Annunzio nutre un profondo disgusto elitario, ma sperimenta al contempo il fascino per il progresso tecnologico e le
macchine. Questa ambivalenza ideologica, che unisce il conservatorismo politico all'elogio della modernizzazione
produttiva, definisce il concetto storico di "modernismo reazionario".
Al polo opposto si colloca Elettra, il libro in cui d'Annunzio si autoproclama "vate", facendosi cantore ufficiale delle
glorie e dei destini della patria. La raccolta recupera la storia nazionale in chiave celebrativa e politica: spicca il poema
epico-lirico La notte di Caprera, dedicato a Giuseppe Garibaldi, accanto ai Canti della morte e della gloria, volti a
celebrare artisti e pensatori scomparsi come Dante, Verdi e Nietzsche.
All'interno del libro trova spazio il celebre ciclo delle Città del silenzio (57 liriche dedicate a centri storici italiani come
Volterra, Ferrara e Ravenna). Queste città vengono descritte come luoghi marginali, esclusi dallo sviluppo industriale e
condannati alla decadenza. Attraverso questi versi, d'Annunzio dimostra di essere un acuto osservatore degli squilibri
territoriali generati dal processo di modernizzazione in Italia all'inizio del Novecento.
3. Alcyone: la struttura del diario e il capolavoro della poesia dionisiaca
Considerato il vertice assoluto della produzione lirica dannunziana, Alcyone fu composto tra il 1899 e il 1903 e si
presenta come il diario lirico di una vacanza estiva trascorsa in Toscana, tra le colline di Fiesole e il mare della
Versilia. Le 88 liriche che compongono la raccolta sono articolate in un'organica struttura di poema moderno divisa in
cinque sezioni, scandite e separate da quattro ditirambi (canti corali della tradizione greca in onore di Dioniso). Il
costante richiamo a Dioniso evoca il motivo centrale dell'ebbrezza panica e della fusione totale con la natura attraverso
la parola.
Il viaggio poetico segue rigorosamente la cronologia stagionale dell'estate:
- La prima sezione è ambientata a giugno nella campagna fiorentina e celebra il paesaggio nelle diverse ore del giorno,
come avviene nelle celebri liriche Lungo l'Affrico e La sera fiesolana.
- La seconda sezione si sposta a luglio sul litorale della Versilia, sviluppando i temi della celebrazione delle voci
naturali (La pioggia nel pineto) e dell'antropomorfizzazione del paesaggio, in cui l'identità umana del
protagonista inizia a dissolversi (Meriggio).
- La terza sezione, collocata tra luglio e agosto nel pieno fulgore estivo, descrive la metamorfosi del poeta in creatura
vegetale o animale come una vera e propria divinizzazione, richiamando il mito ovidiano di Glauco.
- La quarta sezione avverte i primi presagi dell'autunno nei Madrigali dell'estate, introducendo una tonalità di
profondo languore e malinconia.
- La quinta sezione sancisce lo scacco finale: l'estate è terminata, e con essa svaniscono la giovinezza e l'illusione di far
rivivere il mito nella modernità. La ballata Tristezza introduce l'epilogo dell'avventura estiva, che culmina con
la celebre lirica I pastori, dove l'evocazione dei luoghi remoti d'Abruzzo ricorda che è ormai "tempo di
migrare". Il libro si chiude con Il commiato, una lunga ode dedicata a Giovanni Pascoli, riconosciuto da
d'Annunzio come il maestro del Simbolismo italiano.
4. La tregua del superuomo e la poetica del Panismo
Dal punto di vista ideologico, Alcyone viene definito dallo stesso autore come un momento di tregua del superuomo,
ma non dal superuomo. Dopo essersi assunto in Maia il compito di salvare il mondo moderno cercando le origini del
mito, e in Elettra il ruolo di vate della nazione, l'eroe si concede una pausa di rigenerazione. Tuttavia, la volontà
aggressiva di affermazione personale e l'individualismo aristocratico rimangono intatti: l'elitismo politico si traduce
semplicemente in un'attitudine intima alla "vita affermativa", in cui il soggetto si appropria del mondo elementare degli
istinti.
Questa immersione totale si realizza attraverso la poetica del Panismo, un'idea di poesia originaria e "aurorale"
intimamente fusa con l'"anima delle cose", capace di cogliere la realtà profonda negata alla conoscenza razionale. La
natura non è mai colta in modo vergine, ma viene costantemente filtrata attraverso l'arte e la letteratura.
Il processo di immedesimazione panica si attua secondo due direttrici opposte e complementari: da un lato, il paesaggio
subisce un'antropomorfizzazione, assumendo sembianze e corpi umani; dall'altro, il soggetto umano si fonde con la
natura attraverso una duplice metamorfosi, che d'Annunzio definisce come "imbestiamento" e vegetalizzazione. La
poesia ha il compito di riprodurre mimeticamente questa trasformazione, imitando il ritmo sinuoso di una danza.
In questo contesto, il recupero del mito classico funziona come una maschera o un travestimento soggettivo
dell'individualità eccezionale del poeta-veggente. A questo gioco prezioso partecipa anche la figura femminile,
Ermione (trasparente proiezione di Eleonora Duse), descritta come una moderna Dafne che accompagna l'autore nella
foresta. Tuttavia, la "favola bella" si rivela effimera e illusoria: la fine inevitabile dell'estate simboleggia la perdita
della giovinezza e la consapevolezza dello scacco esistenziale, dimostrando che né il mito né la natura possono sottrarsi
al declino nel tempo della modernità.
5. La rivoluzione metrica, il trionfo della parola e l'eredità nel Novecento
Sul piano formale, Alcyone assimila pienamente il principio simbolista della parola che si fa musica, fondata sulla
suggestione, sulle analogie e sull'idea che la musicalità nasca dalle pause e dal silenzio. Questa ricerca si traduce in una
straordinaria sperimentazione metrica che affianca a forme tradizionali come sonetti e madrigali l'uso innovativo del
verso libero. Caratterizzato da misure non canoniche e da una struttura ritmico-accentuativa variabile, il verso libero
inventa di volta in volta la propria cadenza in base alle esigenze espressive, rifiutando schemi preordinati.
La vera novità strutturale della raccolta è però la strofe lunga: un organismo ritmico formato da un numero variabile di
versi brevi (dal trisillabo al novenario) che sfrutta una struttura circolare e ripetitiva per mimare il flusso delle
sensazioni visive, uditive e olfattive del soggetto immerso nei fenomeni naturali.
La parola poetica celebra in Alcyone il proprio trionfo attraverso due vie:
La trama dei suoni: l'armonia di assonanze, consonanze e foniche musicali crea una catena di analogie che supera il
valore puramente logico e semantico dei termini.
La capacità nomenclatoria: d'Annunzio dimostra la volontà di dominare e possedere la realtà attraverso una vera e
propria poesia "di vocabolario". Attingendo al repertorio del Tommaseo, al lessico latino del Forcellini e ai
termini marinareschi del Guglielmotti, l'autore accumula lunghi elenchi di sinonimi e lemmi preziosi per
catalogare ogni singolo elemento della natura.
Il 1903 si configura come un anno cruciale per la letteratura italiana per la contemporanea pubblicazione di Alcyone e
dei Canti di Castelvecchio di Pascoli. Da questi due testi prendono vita i due grandi filoni della poesia del Novecento:
quello dell'analogia allusiva di matrice dannunziana e quello del simbolo oggettivo pascoliano.
I poeti delle generazioni successive, pur manifestando una netta insofferenza per la figura ingombrante del poeta-vate e
per l'insufficienza morale del suo "vivere inimitabile", dovettero necessariamente fare i conti con la sua straordinaria
eredità linguistica. Come avrebbe riconosciuto più tardi Eugenio Montale, l'esperienza formale di d'Annunzio rimase un
passaggio obbligato per chiunque volesse approdare a una voce poetica moderna nel corso del ventesimo secolo.
6. L'incompiutezza del progetto: Merope e Asterope
I volumi conclusivi delle Laudi non videro mai la luce nella forma originariamente progettata. I libri successivi, Merope
(1912) e Asterope (1933), si configurarono come sillogi meno strutturate e legate al disegno iniziale solo da un punto di
vista formale.
Queste raccolte accolgono poesie d'ispirazione prettamente nazionalistica e bellica: Merope raccoglie le Canzoni della
gesta d'oltremare, scritte per celebrare la campagna coloniale in Libia del 1911, mentre Asterope riunisce i Canti della
guerra latina, composti durante la prima guerra mondiale. Si tratta di produzioni tarde e retoriche; in quel medesimo
periodo, segnato dall'affermazione delle Avanguardie, d'Annunzio decise di abbandonare progressivamente la poesia per
indirizzare la sua ricerca espressiva verso la prosa notturna, il frammento e la scrittura memorialistica.
GIOVANNI PASCOLI: DISPENSA BIOGRAFICA E
CRITICA
1. Il mistero della personalità e le oscillazioni della critica
Nonostante il vasto corpus di opere, le lettere e le ponderose biografie – a partire da quella della sorella Maria –, il
nucleo autentico della personalità di Giovanni Pascoli rimane un mistero ancora da sciogliere. La critica letteraria ha
infatti prodotto immagini fortemente contrastanti dello scrittore, specchio di un'esistenza vissuta in un periodo di
profonde contraddizioni storiche.
Pascoli è stato descritto di volta in volta come il poeta delle piccole cose e della natura benevola, oppure come un
poeta astrale e cosmico; ne è stato evidenziato l'aspetto carducciano-classicista così come la tensione sperimentale;
è stato visto sia come un intellettuale legato a ideali piccolo-borghesi, sia come una figura trasgressiva e "maledetta".
Infine, la critica si è divisa tra l'analisi del socialismo internazionalista della sua giovinezza e il nazionalismo dell'età
avanzata. Queste oscillazioni testimoniano la complessità di un autore che ha assimilato i traumi epocali del proprio
tempo fondendoli con una concezione della scrittura come valore supremo, una "poesia pura" a cui affidare i propri
sentimenti.
2. Il paradiso perduto dell'infanzia e il trauma del 10 agosto
Giovanni Pascoli nacque l'ultimo giorno del 1855 a San Mauro di Romagna, quarto di dieci figli, da Caterina e da
Ruggero Pascoli. Il padre era l'amministratore della tenuta "La Torre" dei principi Torlonia, uno dei latifondi più
estesi della Romagna e dello Stato della Chiesa. L'infanzia, segnata da un relativo benessere economico e da una forte
sicurezza affettiva, si trasformerà nel corso degli anni nel mito psicologico di un paradiso troppo presto perduto.
Questo idillio si interruppe prima nel 1862, quando Giovanni e il fratello Luigi entrarono nel collegio Raffaello di
Urbino retto dai padri scolopi, e poi in modo definitivo il 10 agosto 1867, giorno della morte del padre.
Quel giorno Ruggero, di ritorno da Cesena dove aveva incontrato un rappresentante dei Torlonia, fu assassinato con un
proiettile alla fronte sul proprio calesse (evento rievocato nel ritornello della poesia La cavallina storna). L'omicidio
rimase a lungo insoluto e indecifrabile, e le indagini furono per tre volte interrotte e insabbiate. Soltanto il 14 agosto
2012, dopo 145 anni, un verdetto definitivo ha accertato il movente economico del delitto, condannando come
mandante Pietro Cacciaguerra (l'uomo che sostituì Ruggero nella conduzione della tenuta) insieme a due esecutori
materiali.
3. La catena dei lutti e la precarietà economica
La tragedia gettò la famiglia nel dolore e in una condizione finanziaria estremamente precaria. L'evento segnò anche
l'inizio di una drammatica serie di lutti: l'anno successivo morirono la sorella primogenita Margherita e, di crepacuore,
la madre; nel 1871 perì di meningite il fratello prediletto Luigi.
Mentre a Giovanni fu permesso di continuare gli studi classici per i quali era particolarmente versato, il fratello
Giacomo fu ritirato dal collegio per assumere a soli 15 anni il ruolo di capofamiglia. Fu lui a decidere di trasferire la
famiglia a Rimini, di inviare le sorelle minori Ida e Maria in convento e, nel 1873, di iscrivere Giovanni alla facoltà di
Lettere dell'ateneo di Bologna, grazie a una borsa di studio. In quella università spiccava la cattedra di un maestro
come Giosue Carducci.
4. Il socialismo e i turbolenti anni dell'università
Il percorso universitario a Bologna fu lungo e tormentato: Pascoli si laureò solo nel 1882 con una dissertazione sul
poeta greco Alceo. Con la morte prematura per tifo del fratello Giacomo, il giovane si ritrovò solo e senza denaro,
sopravvivendo unicamente grazie a lezioni private e borse di studio saltuarie. Questo periodo ci restituisce un'immagine
di Pascoli caratterizzata da forte passione politica e da uno stile di vita bohémien. Il poeta frequentava assiduamente le
osterie, dove si faceva notare come autore e pensatore ribelle. Influenzato dalla lettura della Filosofia dell'inconscio di
Eduard von Hartmann e dalle opere dell'anarchico Michail Bakunin, abbracciò il socialismo internazionalista di
Andrea Costa, tenendo comizi che lo fecero finire sotto la stretta sorveglianza della questura.
Per aiutarlo economicamente, Carducci gli trovò un posto da supplente al liceo, dal quale però Pascoli si assentava di
frequente per impegni politici. Nel settembre 1879, dopo aver partecipato a una protesta contro l'arresto di alcuni
socialisti, fu incarcerato per tre mesi e mezzo con l'accusa di "grida sovversive" e "oltraggio ai Reali Carabinieri".
L'episodio acuitò in lui una triste disillusione nei confronti della giustizia, incapace di colpire gli assassini di suo
padre ma severa contro un giovane idealista. Solo nel 1880 riebbe la borsa di studio per laurearsi e ottenne, tramite
Carducci, la cattedra di Lettere classiche a Matera. Il regolare guadagno gli impose la responsabilità della famiglia,
portando alla chiusura brusca della fase della ribellione politica.
5. La difficile ricostruzione del "nido"
Il senso del dovere e la necessità di ricostruire il "nido" familiare richiamarono Pascoli all'azione quando le sorelle Ida
e Maria uscirono maggiorenni dal convento. Trasferito al liceo di Massa, il poeta accettò il sacrificio scrivendo alle
sorelle che sentiva l'obbligo «d'essere il vostro babbo» (lettera del 21 settembre 1884).
Nel 1885 i tre andarono ad abitare insieme, dando inizio a una convivenza complessa fatta di affetto e dipendenza
psicologica, ma anche di un forte senso di soffocamento. Sebbene Ida desiderasse sposarsi e Maria non ne avesse
intenzione, entrambe concordavano nell'ostacolare i progetti sentimentali del fratello, temendo che una moglie
distruggesse l'equilibrio del nido. Quando nel 1887 Pascoli fu trasferito a Livorno e si innamorò di Lia Bianchi, Maria
tramò fino a spezzare la relazione. Dal canto suo, anche Giovanni si oppose inizialmente a un pretendente di Ida.
6. La svolta di Myricae e il successo letterario
In questi anni prese forma la sua vera fisionomia di poeta. Fino ad allora Pascoli si era cimentato in sonetti, ballate
popolareggianti e versi di ispirazione carducciana o romantica su varie riviste, ma senza pubblicare un libro organico; a
35 anni era un autore «quasi inedito e quasi celebre». La svolta decisiva avvenne nel 1891 con la pubblicazione della
prima edizione di Myricae (edita da Giusti di Livorno), seguita dalla seconda nel 1892.
Contemporaneamente, sollecitato dalle sorelle, inviò il poemetto Veianus al prestigioso concorso di poesia latina di
Amsterdam: la vittoria (la prima di tredici medaglie d'oro totali) lo stimolò a dedicarsi con continuità alla produzione
in latino. Questi risultati consolidarono la sua fama: Carducci lo elogiò, d'Annunzio gli manifestò ammirazione e il
ministero dell'Istruzione lo nominò in una commissione per l'insegnamento del latino nei licei. Il successo fu sancito nel
1894 dalla terza edizione accresciuta di Myricae e, nel 1895, dall'antologia scolastica Lyra romana.
7. Il matrimonio di Ida e il rifugio di Castelvecchio
Nel 1895 Ida riuscì finalmente a sposarsi, provocando un profondo turbamento nell'animo del poeta, che in una lettera a
Maria descrisse l'evento come uno strazio infinito, enorme e incredibile, accusando la sorella di aver cercato una
felicità egoistica a discapito del nido.
Per curare la crisi nervosa e rinchiudersi in un microcosmo protettivo, prese in affitto una villetta isolata a
Castelvecchio di Barga (Garfagnana), dove trascorreva il tempo libero dagli impegni dell'Università di Bologna, dove
aveva ottenuto la cattedra di Grammatica greca e latina. Pascoli non abbandonò del tutto l'idea di una famiglia:
all'insaputa di Maria si era fidanzato con la cugina Imelde Morri, bella e ricca, progettando di allontanare la sorella,
come confermato da una lettera a Ida del giugno 1896 («Non me la sento più di tenere con me la mia povera
Mariuccina»). Tuttavia, un nuovo intervento di Maria troncò bruscamente anche questa relazione.
8. La maturità letteraria e il saggio Il fanciullino
Ebbe inizio un periodo letterariamente fecondo ma psicologicamente cupo. Uno scandalo causato dal fratello Giuseppe
(sposatosi in seconde nozze con la figliastra) spinse il poeta a rinunciare alla cattedra a Bologna e ad accettare i
trasferimenti prima all'Università di Messina e, dal 1903, a Pisa. In questo periodo compose anche una serie di saggi di
critica dantesca, nati dal suo antico amore per la Commedia, che tuttavia non convinsero la critica ufficiale.
Dal punto di vista creativo si assistette a una vera fioritura. Nel 1897 chiarì le proprie idee sulla funzione della poesia
con il celebre saggio Il fanciullino, teorizzando che l'arte coincide con lo sguardo vergine e stupito dell'infanzia
nascosto in ogni uomo. Nello stesso anno uscirono la prima edizione dei Poemetti e la quarta di Myricae (la quinta sarà
del 1900). Nel 1903 diede alle stampe i Canti di Castelvecchio, mentre lavorava ai Poemi conviviali (1904), a Odi e
Inni (1906), a manuali scolastici e a traduzioni di classici, tra cui il prediletto Orazio.
9. Il ruolo di poeta civile e lo scontro con Croce
Nel 1905 Pascoli fu chiamato all'Università di Bologna per ricoprire la prestigiosa cattedra di Letteratura italiana
lasciata da Carducci. Il massimo riconoscimento accademico lo indusse ad assumere la funzione pubblica di poeta vate,
cantore della grandezza italiana e coscienza civile nazionale.
Il 1907 fu un anno difficile, segnato dalla morte di Carducci e dalla pubblicazione sulla rivista "Critica" di un saggio
velenoso di Benedetto Croce. Il filosofo stroncò la poesia pascoliana vedendovi solo un'infinita variazione sul tema del
vagheggiamento di una vita immobile e protetta dal dolore, riducendola a un archivio disorganico di "piccole cose". La
lettura negativa ferì profondamente Pascoli, alimentando in lui un latente complesso di persecuzione. Questo senso di
esclusione si acuitò quando propose la propria candidatura alle elezioni del comune di Barga per migliorare la sanità e
l'istruzione, venendo però respinto dai compagni di lista.
10. Il nazionalismo e gli ultimi anni
Gli ultimi anni furono funestati da contrasti accademici e dissapori familiari. Dal 1911 la salute del poeta iniziò a
vacillare a causa di un mai interrotto abuso di alcol; ciononostante, portò a compimento le raccolte che celebravano la
storia patria: le Canzoni di Re Enzio (1908-1909), i Poemi italici (1911) e i Poemi del Risorgimento (usciti postumi nel
1913).
I suoi ultimi interventi pubblici furono discorsi animati da un intenso afflato patriottico, tra i quali spicca la celebre
orazione La grande Proletaria si è mossa, pronunciata nel novembre 1911 a sostegno della guerra coloniale intrapresa
dall'Italia per la conquista della Libia. In questo discorso il socialismo giovanile si fuse con il nazionalismo:
l'espansione coloniale veniva vista come un diritto della nazione italiana (povera e costretta a esportare manodopera)
per dare terra e dignità ai propri lavoratori emigrati. Il 6 aprile 1912 Giovanni Pascoli morì di cirrosi epatica a
Bologna, lasciando la sorella Maria come erede universale.
LA POETICA DI GIOVANNI PASCOLI: DISPENSA
CRITICA
1. La poetica del fanciullino: la poesia come forma di conoscenza non
razionale
La riflessione di Giovanni Pascoli sulla natura e sulle funzioni della poesia trova la sua sistemazione definitiva nel
celebre saggio Il fanciullino, pubblicato inizialmente nel 1897 sulla rivista "Il Marzocco" con il titolo Pensieri sull'arte
poetica e successivamente ampliato nelle edizioni del 1903 e del 1907. Questa teorizzazione, profondamente originale,
risente tuttavia di importanti stimoli scientifici e letterari coevi. Sul piano psicologico, Pascoli accoglie il concetto di
"vivificazione" elaborato dallo psicologo inglese James Sully nel saggio Studi sull'infanzia, secondo cui la mente
infantile conosce la realtà in modo spontaneo, escludendo la mediazione dei concetti. Sul piano letterario, emergono
forti affinità con il Romanticismo inglese, in particolare con William Wordsworth, che contrapponeva la visione del
bambino, inteso come "sacerdote della natura", a quella dell'adulto, ponendo le basi della poesia come conoscenza
fondata sull'immaginazione.
Il concetto cardine del saggio pascoliano risiede nella convinzione che l'origine della poesia coincida con la voce del
fanciullo che permane dentro l'adulto anche dopo la crescita, sebbene l'uomo, distratto dalle occupazioni quotidiane,
smetta spesso di ascoltarla. Il fanciullino si caratterizza per una facoltà percettiva unica: egli scopre le cose «come per
la prima volta» e, in modo analogo ad Adamo, il primo uomo sulla terra, mette il nome a tutto ciò che vede e sente.
Grazie a questa attitudine, la poesia si configura come una forma di conoscenza non razionale, l'unica capace di
superare i meccanismi logici della conoscenza ordinaria per instaurare un rapporto autentico e profondo con il reale. Il
poeta-fanciullino non ragiona per concetti, ma percepisce la carica emozionale degli eventi e coglie dettagli invisibili ai
sensi e alla mente degli adulti. Questa visione rivela che la poesia è intrinsecamente nascosta in tutte le cose, comprese
quelle piccole e umili, le quali non possiedono minore dignità rispetto ai soggetti sublimi, ma racchiudono una loro
intima e segreta sublimità.
Mantenendo viva questa freschezza interiore, il poeta si trasforma in un veggente, un individuo dotato di una capacità
di visione acuta, capace di vedere «al buio» attraverso la potenza dell'immaginazione e del sogno, decifrando il mistero
del mondo. Il reale, agli occhi del veggente, smette di apparire frantumato o privo di senso, poiché si rivela unificato da
una fitta trama di somiglianze e relazioni che unisce anche gli elementi più lontani e scissi.
Infine, questa facoltà spontanea si traduce nell'ideale di una poesia pura, "senza aggettivo", priva di scopi pratici,
calcoli utilitaristici o finalità di gloria. Pascoli evidenzia che proprio quando l'arte non si prefigge esplicitamente
obiettivi civili o morali, manifesta la sua più alta utilità morale e sociale. L'esempio storico è offerto da Virgilio, il
quale, pur avendo composto i suoi versi sublimi senza l'intenzione di farsi consigliere o profeta, è riuscito a consolare
infinite generazioni di lettori, insegnando ad amare la vita e a disprezzare la guerra. La poesia pura si rivela così, in
linea con la tradizione classica, la suprema ispiratrice di buoni costumi, d'amor patrio, familiare e umano, l'unico
strumento in grado di coltivare i sentimenti di fratellanza che resistono nell'umanità.
2. Il rifiuto della storia e il mito-simbolo del nido di fronte alla crisi del
positivismo
Pur conducendo un'esistenza in apparenza appartata e provinciale, Pascoli incarna, insieme a d'Annunzio, la crisi delle
certezze positivistiche che investe la cultura europea a cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo. La
transizione storica è segnata dal tramonto della fiducia cieca nella razionalità e nel progresso scientifico-tecnologico, a
favore di nuove inquietudini orientate verso l'irrazionale.
La formazione di Pascoli possiede un'innegabile base positivista, i cui tratti permangono nella sua produzione matura.
Ne sono prova l'interesse per i saggi scientifici, i manuali di astronomia e le opere tecniche, nonché la scrupolosa
precisione nomenclatoria con cui cita piante e uccelli. Questa accuratezza scientifica è alla base del celebre
rimprovero che il poeta mosse a Giacomo Leopardi nella conferenza Il sabato del 1896, in cui criticò l'immagine del
«mazzolin di rose e di viole» descritta nel Sabato del villaggio, facendo notare l'inesattezza botanica di accostare due
fioriture che avvengono in mesi differenti (marzo e maggio).
Tuttavia, Pascoli avverte i limiti della scienza e percepisce la ragione come uno strumento insufficiente per decifrare
un mondo che gli appare caotico, oscuro e impossibile da ricomporre in unità. Per affrontare gli enigmi dell'esistenza, i
sistemi di leggi delle scienze esatte si rivelano inefficaci. Il poeta non riesce a trovare risposte nemmeno nelle certezze
della fede religiosa, pur simpatizzando per il messaggio evangelico di bontà e fratellanza, che sente affine alla propria
sensibilità. Egli si accosta così alle filosofie spiritualiste europee, convinto che sotto la superficie visibile si celi una
realtà misteriosa accessibile solo tramite l'intuizione.
Questa visione irrazionale del mondo, in cui gli eventi non rispondono più a un nesso logico di causa-effetto ma si
manifestano come enigmi, condiziona il suo rifiuto della storia e della società civile. Influenzato dalla concezione
filosofica di Giovan Battista Vico – che nella Scienza nuova attribuiva un'indole mitopoietica (capacità di creare miti
e favole) ai primi uomini per spiegare lo stupore davanti alla natura –, Pascoli assimila l'infanzia dell'individuo a quella
dell'intera specie umana. La storia e il progresso civile non sono sinonimi di evoluzione, ma rappresentano
l'allontanamento da uno stato originario di purezza.
La società moderna, dominata dal materialismo egoistico e stolido dell'età adulta, viene rifiutata in nome
dell'innocenza e della creatività dell'infanzia. Di fronte alla malignità dell'essere umano civilizzato e alla violenza della
storia, Pascoli erige il mito-simbolo del nido. Il nido, che trova nella natura incontaminata il suo corrispettivo
oggettivo, si configura come un rifugio protettivo e invalicabile, un luogo di contemplazione isolato dalle dinamiche
distruttive del progresso, in cui preservare i legami familiari e difendere l'inconscio dalle minacce esterne.
3. La simbiosi tra realismo e simbolismo
La fisionomia letteraria di Pascoli si definisce attraverso una perfetta simbiosi tra realismo e simbolismo, una sintesi
originale che scaturisce anche dal suo profondo amore per la cultura classica greco-latina, appresa sotto la guida di
Carducci. Il classicismo pascoliano non è un'imitazione accademica del passato, ma uno specchio per leggere le proprie
inquietudini moderne. L'affinità più marcata della sua poetica rimane tuttavia quella con il Simbolismo francese, di cui
condivide l'idea della natura come un organismo vivente governato da un linguaggio segreto, decifrabile dal poeta
attraverso la trama delle corrispondenze.
L'osservazione del paesaggio, dei dettagli meteorologici e della varietà della fauna campestre è condotta con un
realismo estremo e una precisione terminologica rigorosa. Questa accuratezza formale si distanzia però nettamente dal
Naturalismo francese o dal Verismo italiano: la precisione della nomenclatura non ha scopi descrittivi o scientifici, ma è
il mezzo per penetrare al cuore profondo della realtà e svelarne il mistero. Il dato reale si carica immediatamente di
una valenza simbolica ambivalente. Da un lato, la natura è una «madre dolcissima» che offre protezione dalle
aggressioni della modernità; dall'altro, la sua foresta di simboli comunica messaggi inquietanti.
I versi pascoliani accolgono i suoni del mondo reale trasformandoli in segni di un'angoscia universale: il canto degli
uccelli (come il celebre "chiù" nell'Assiuolo) o la violenza dei fenomeni atmosferici (evocata in liriche come Temporale,
Il lampo e Il tuono) diventano proiezioni del mistero del dolore, della solitudine e della morte incombente. Il paesaggio
reale si trasforma in uno schermo su cui si proiettano i moti dell'inconscio e le paure del soggetto lirico.
Questa fusione tra la precisione del reale e l'evocazione simbolica si realizza sul piano formale attraverso soluzioni
stilistiche innovative, che avvicinano Pascoli alle avanguardie europee del Novecento:
- Il massimo rilievo viene assegnato al livello del significante e ai valori sonori della parola, concretizzandosi in un
fitto tessuto di allitterazioni e nell'uso costante dell'onomatopea, capaci di trasmettere suggestioni foniche
immediate, svincolate dal significato logico-razionale del discorso.
- La struttura sintattica abbandona le complesse subordinate della tradizione per farsi nominale e paratattica,
interrotta da ellissi, pause e non detti che creano un canale di comunicazione non concettuale, ma
puramente empatico con il lettore.
- Il discorso lirico si sviluppa attraverso repentine associazioni analogiche e frequenti sinestesie, accostando sfere
sensoriali differenti per illuminare, in modo rapido e intuitivo, i legami segreti che uniscono le cose.
LE OPERE DI GIOVANNI PASCOLI: DALLE
RACCOLTE SPERIMENTALI ALLA RETORICA
CIVILE
1. Myricae
L'elaborazione di Myricae, la prima fondamentale raccolta pascoliana, rappresenta uno dei percorsi compositivi più
lunghi e laboriosi della poesia italiana del Novecento. L'opera attraversa ben nove edizioni: la prima, stampata nel 1891
in occasione delle nozze dell'amico Raffaello Marcovigi, è una smilza silloge di sole 22 poesie, che crescono
progressivamente fino a diventare 72 nella seconda (1892), 116 nella terza (1894), 152 nella quarta (1897) e 156 nella
quinta e decisiva edizione del 1900. Le successive stampe del 1903, 1905, 1908 e 1911 non apportano incrementi
numerici o cambiamenti radicali, ma Pascoli continuerà a introdurre correzioni fino alla morte, testimoniando una
tensione incessante alla perfezione e una concezione della scrittura come impegno infinito. Dietro questo instancabile
lavorio si cela la chiara consapevolezza dell'assoluta novità della propria scrittura, nata per rivoluzionare profondamente
gli stilemi della tradizione italiana pur dialogando con modelli antichi e coevi.
Il significato del titolo si chiarisce alla luce del profondo legame con la cultura classica. Gabriele d'Annunzio amava
definire Pascoli l'«ultimo figlio di Virgilio», e l'opera d'esordio nasce proprio sotto l'ombra dell'autore latino.
Nell'epigrafe si legge infatti Arbusta iuvant humilesque myricae ("Mi piacciono gli arbusti e le umili tamerici"), una
citazione tratta dall'incipit della quarta Bucolica virgiliana (Sicelides Musae, paulo maiora canamus. Non omnis arbusta
iuvant humilesque myricae), dove gli arbusti e le tamerici indicavano la poesia bucolica, considerata genere umile
rispetto all'epica. Pascoli volge al positivo il verso latino: l'omaggio a questi arbusti dai fiorellini rosati tipici delle
campagne mediterranee diventa la rivendicazione di una poesia fatta di piccole cose e di soggetti umili. Questo
medesimo passo virgiliano fornirà il punto di partenza per tutte le successive raccolte pascoliane, i cui registri saranno
progressivamente più alti, a dimostrazione del fatto che Pascoli guarda a Virgilio per elaborare un «bello stilo» capace
di spaziare dall'umile all'elevato.
Nella sua veste definitiva, la struttura della raccolta organizza le 156 poesie in quindici sezioni basate su rigorosi criteri
metrici e tematici, a cui si frappongono 15 testi lunghi isolati. Tra le scansioni più celebri si impone L'ultima
passeggiata, nata per le nozze dell'amico Severino Ferrari, che comprende i madrigali Lavandare e La via ferrata; qui il
tema del congedo autunnale dalla campagna si traduce in descrizioni paesaggistiche cariche di significati profondi. La
sezione Le gioie del poeta contiene testi dal preciso intento metapoetico, in cui la scrittura è celebrata come l'unica reale
consolazione dell'autore. Al centro esatto del libro si collocano le Elegie, che includono la celeberrima X Agosto. La
sezione In campagna costituisce una piccola antologia delle forme metriche pascoliane e ospita capolavori come Il
passero solitario, L'assiuolo e Temporale. Infine, la sezione Tristezze offre abbozzi di paesaggi invernali e tetri dominati
da una profonda tensione tragica, espressa magistralmente nel dittico Il lampo e Il tuono.
L'interpretazione dell'opera rivela, come dichiara Pascoli nella prefazione del 1894, che Myricae è a tutti gli effetti un
libro scritto per i morti. I canti sono consacrati alla memoria del padre – descritti come frulli d'uccelli e stormire di
cipressi adatti a un camposanto –, ma un ruolo affettivo centrale è rivestito anche dalla figura della madre, che chiude
l'opera vegliando il figlio nel componimento Ultimo sogno. La morte è il grande tema che attraversa sotterraneamente
l'intera raccolta, unito all'aspirazione di placare la sofferenza attraverso il rapporto consolatore con la natura.
Ribaltando la prospettiva di Leopardi, Pascoli vede la natura come una «madre dolcissima» che ci vuol bene e offre un
risarcimento al dolore; tuttavia, questo tentativo di consolazione resta parziale e incompiuto, come dimostrano il senso
di solitudine di Lavandare, l'accorata definizione della Terra come «atomo opaco del Male» in X Agosto e l'assenza di
una reale prospettiva di ricongiungimento con i defunti nell'Assiuolo.
In questo quadro, l'unico reale antidoto al peso di un'esistenza devastata dai lutti è il nido familiare, inteso come il
rifugio in cui i vivi possono stringersi per affrontare le minacce esterne. Ma testi come Temporale o Il lampo mostrano
un casolare inerme e precario, esposto a forze naturali e storiche soverchianti. L'unico nido sicuro e stabile si rivela, in
fin dei conti, quello dei defunti «sotto il cipresso», come suggerito nel testo proemiale Il giorno dei morti. La natura
descritta non è mai oggettiva o indagata con il distacco tipico del Verismo; si tratta invece di un paesaggio tratteggiato
con brevi pennellate che ricordano la pittura impressionista o dei macchiaioli toscani, in cui gli elementi vegetali e
animali si caricano dei traumi personali del soggetto. Il pianto dell'assiuolo o la casa bianca illuminata dal lampo
portano il marchio indelebile delle sofferenze e delle ossessioni luttuose dell'autore.
Inoltre, la natura stessa appare violata dalla modernità e dai processi di industrializzazione tecnologica: in La via
ferrata, la gelida regolarità dei pali telegrafici e lo squarcio scuro dei binari feriscono i campi verdi, introducendo il
lamento artificiale della locomotiva. Pascoli si colloca così appieno nel clima novecentesco, avendo smarrito sia la
concezione romantica della natura come sublime infinito, sia la fiducia positivista nel progresso.
Il sostanziale fallimento della ricerca di pace trova un riscatto formale nel pluristilismo pascoliano. La straordinaria
duttilità della parola diventa il mezzo per aderire alla complessità oscura del mondo. Se da un lato lo stile si presenta
apparentemente umile e piano, popolato da lavandaie, orfani e carrettieri inseriti in un ambiente contadino fuori dalla
storia, dall'altro l'analisi del lessico rivela una straordinaria complessità semantica. Accanto ai termini tecnici della vita
rurale (come "maggese") e alle espressioni colloquiali, Pascoli inserisce prelievi dal linguaggio scientifico della chimica
("cloro"), arcaismi ("romita"), dantismi ("arche") e termini letterari rari ("sistri"). Questa competenza linguistica e
settoriale, specialmente in ambito botanico e ornitologico, gli permette di evocare gli oggetti reali nella loro essenza più
profonda, convertendoli in simboli attraverso l'uso dell'analogia.
La concisione di questo procedimento simbolista si riflette in una sintassi franta, dominata da frasi brevi, paratattiche,
nominali o collegate per asindeto, che restituiscono una percezione immediata ed enigmatica del reale. Fondamentale è
poi il ruolo del fonosimbolismo, in cui il significato profondo dei testi è veicolato dal suono prima ancora che dal
concetto. Le celebri onomatopee pascoliane (come il "fru fru" dell'Assiuolo) si collocano a un livello pre-grammaticale
che non mima la natura, ma stabilisce con essa un canale di comunicazione diretto. L'uso orchestrato delle allitterazioni
risponde alla stessa esigenza, evocando i fenomeni naturali (la minaccia del tuono resa dalla consonante "V") o le
emozioni psicologiche (l'angoscia della morte suggerita dalla vocale "U").
Infine, la rielaborazione delle forme metriche non segue la via della distruzione formale che sarà propria del
Futurismo o di Ungaretti. Pascoli rispetta i versi (endecasillabi, novenari) e le strutture storiche desuete (madrigale,
ballata, ottava), ma le scardina dall'interno attraverso un uso sistematico di cesure, enjambements, parentesi e punti di
sospensione. Questo sperimentalismo formale, capace di oscillare tra la frammentarietà lirica e la tenuta narrativa, ha
reso Myricae un repertorio ineludibile di vocaboli e soluzioni formali per l'intera poesia del Novecento.
2. Canti di Castelvecchio
I Canti di Castelvecchio, dedicati alla memoria della madre, vengono pubblicati a Bologna nel 1903, lo stesso anno
dell'uscita dell'Alcyone di d'Annunzio. La raccolta unisce componimenti apparsi precedentemente su rivista in un ampio
arco temporale, spesso in contemporanea con la stesura di Myricae e dei Poemetti. Già pochi mesi dopo la prima uscita,
Pascoli avverte la necessità di stampare una seconda edizione arricchita in appendice da un cospicuo glossario di ben
161 espressioni dialettali toscane, indispensabile per la comprensione dei numerosi termini gergali e locali presenti nei
testi. L'opera conoscerà altre quattro edizioni (1905, 1907, 1910, 1912), l'ultima delle quali uscirà postuma a cura della
sorella Maria.
Se nel titolo si riscontra un immediato e consapevole riferimento ai Canti di Giacomo Leopardi – evidente soprattutto
per la centralità assegnata al tema della memoria –, la seconda parte della dicitura rimanda direttamente al borgo di
Castelvecchio in Garfagnana, il microcosmo isolato dalla storia in cui il poeta si era stabilito nel 1895 insieme a
Maria. Questo ambiente appartato e rurale non si riflette nell'opera solo attraverso una scelta lessicale ricca di termini
gergali ed "esotici" per il lettore comune, ma penetra nelle strutture profonde dei testi attraverso il recupero di un intero
patrimonio di credenze popolari, leggende e superstizioni locali.
La struttura della raccolta vede la prima e più corposa sezione priva di ripartizioni interne ufficiali. Essa si apre con la
lunga lirica proemiale La poesia, novanta versi in cui l'attività della scrittura viene allegorizzata come una «lampada»
capace di illuminare il pallido cammino dell'esistenza e di istituire un canale di comunione spirituale tra il mondo dei
vivi e quello dei morti. Seguono 58 componimenti, tra i quali spiccano capolavori celeberrimi come Valentino, L'ora di
Barga – dove la voce delle campane richiama il poeta alla vita strappandolo alla contemplazione –, La cavalla storna,
Nebbia, Il gelsomino notturno e La mia sera. Nonostante l'assenza di cesure esplicite, lo stesso Pascoli confida in una
lettera all'amico Alfredo Caselli l'esistenza di un ordine latente basato sul tempo ciclico delle stagioni: la successione
dei testi si sviluppa partendo dalle sensazioni dell'inverno, per poi attraversare la primavera, l'estate, l'autunno e
approdare nuovamente a un inverno mistico e a una primavera triste. Il ricorso al ciclo naturale della terra, in cui a ogni
morte corrisponde una promessa di rigenerazione, diventa un rifugio rassicurante contro il tempo lineare della storia
umana, destinato ad avere come unico approdo la fine. A questa sequenza principale si aggiungono infine il ciclo Il
ritorno a San Mauro, nove poesie imperniate sul tema del viaggio della memoria in Romagna, e il Diario autunnale,
composto da otto testi dedicati alla sorella Mariù inseriti a partire dalla quinta edizione.
Dal punto di vista tematico, l'opera si pone in perfetta continuità con Myricae, come evidenziato dalla scelta di
riutilizzare in apertura la medesima epigrafe virgiliana. Al centro dei testi domina la descrizione naturalistica e il
passaggio delle stagioni, a cui fa da costante contrappeso l'ossessiva riemersione dei traumi familiari. La morte del
padre è una ferita incurabile, un sopruso reso ancora più intollerabile dalla constatazione che l'uomo non può contare sul
risarcimento della giustizia terrena. Questa angoscia spinge spesso Pascoli a vagheggiare la propria fine, intesa come
una possibilità di ricongiungimento con i defunti (in Nebbia) o come una regressione psicologica nel ventre materno
(in La mia sera).
Accanto a queste componenti tradizionali, i Canti di Castelvecchio introducono tuttavia nuclei tematici del tutto nuovi.
Emerge in modo esplicito il senso di esclusione provato dal poeta di fronte alla felicità sentimentale degli altri uomini,
conscio dell'impossibilità di appagare il proprio bisogno d'amore. Questo isolamento si traduce in una concezione
tormentata e torbida della sessualità, avvertita come un impulso misterioso indissolubilmente legato al pericolo, al
disgusto e alla morte, come mirabilmente espresso nel simbolismo vegetale e biologico del Gelsomino notturno. Si
assiste inoltre a una decisa assimilazione del fanciullino a un'inedita dimensione cosmica, che spinge lo sguardo del
poeta oltre i confini protettivi dell'orto domestico verso gli spazi infiniti dell'universo.
Le innovazioni compositive e metriche segnano uno scarto netto rispetto alla prima raccolta. I Canti di Castelvecchio si
allontanano maggiormente dalle strutture metriche canoniche, proponendo soluzioni personali, inquiete e moderne. Ne è
un esempio l'uso sperimentale del novenario, un verso storicamente disprezzato dalla tradizione per la monotonia dei
suoi accenti (fissi sulla seconda, quinta e ottava sillaba), che Pascoli rinnova profondamente variandone le combinazioni
all'interno di strofe dalla lunghezza polimetrica. A livello macrotestuale, il frammentismo lirico di Myricae cede il passo
a strutture più ampie, distese e narrative. La sapiente consapevolezza musicale dell'autore orchestrerà onomatopee,
allitterazioni e assonanze in un tessuto fonico più complesso, capace di far convivere il lessico agreste con i suoni del
mondo animale, traducendo in pura armonia le paure e i misteri della psiche.
3. Le raccolte della retorica civile: La grande Proletaria si è mossa
L'ultima stagione della vita e della produzione di Giovanni Pascoli è segnata da una profonda evoluzione ideologica e
letteraria. Ottenuta nel 1905 la prestigiosa cattedra di Letteratura italiana a Bologna come successore di Carducci, il
poeta avverte l'esigenza di assumere una funzione pubblica e ufficiale, trasformandosi nel poeta vate della nazione,
portavoce e guida morale della coscienza civile italiana. Questa svolta stilistica e contenutistica si traduce
nell'abbandono temporaneo delle "piccole cose" bucoliche a favore di una produzione di stampo celebrativo e
patriottico, tesa a esaltare la storia d'Italia. In questo clima vedono la luce raccolte come le Canzoni di Re Enzio
(1908-1909), i Poemi italici (1911) e i Poemi del Risorgimento, che usciranno postumi nel 1913.
Questa transizione letteraria trova il suo corrispettivo politico nella fusione dell'antico socialismo umanitario della
giovinezza con un acceso patriottismo nazionalista. Il momento culminante e più celebre di questa predicazione civile
è rappresentato dal discorso La grande Proletaria si è mossa, pronunciato da Pascoli nel novembre del 1911 presso il
teatro di Barga per celebrare i feriti della guerra coloniale in Libia intrapresa dal governo italiano.
L'orazione pascoliana offre una giustificazione teorica originale dell'espansione coloniale, rifiutando le tradizionali
motivazioni dell'imperialismo militare delle grandi potenze europee. Il poeta applica i concetti della lotta di classe
marxista alle relazioni internazionali, dividendo il mondo in nazioni capitaliste e nazioni proletarie. L'Italia è la
"grande Proletaria": una nazione storicamente povera, debole e negletta, costretta per decenni a esportare la propria
manodopera nel mondo, subendo l'umiliazione dell'emigrazione e lo sfruttamento dei propri figli da parte dei paesi più
ricchi.
La conquista della Libia viene quindi presentata da Pascoli non come un atto di sopraffazione o di aggressione
coloniale, ma come un diritto vitale e sacrosanto dei lavoratori italiani. Attraverso l'acquisizione di una terra propria,
i lavoratori non saranno più costretti a fuggire all'estero subendo l'ostilità straniera, ma potranno trovare lavoro, dignità
e protezione sotto le leggi della madrepatria. L'impresa militare si converte così, nell'ideologia dell'ultimo Pascoli, in
un'estensione del "nido" familiare su scala geografica: una missione di riscatto sociale e civile in cui la comunità
nazionale si stringe compatta, superando le divisioni di classe per tutelare i diritti elementari dei propri figli più umili.
LUIGI PIRANDELLO: LA VITA E LE VARIE FASI DELL'ATTIVITÀ ARTISTICA
1. L'ambiente siciliano delle origini e il trauma risorgimentale
Luigi Pirandello amava definirsi «figlio del caos», un'espressione che faceva riferimento sia al nome dialettale della
contrada di campagna tra Agrigento e Porto Empedocle in cui era nato nel 1867, Cavusu, sia al concetto filosofico di
cháos, inteso come quel caso fortuito che rappresenta un motivo strutturale e fondamentale di tutta la sua produzione
narrativa, saggistica e drammatica.
Lo scrittore trascorse i primi vent'anni della sua esistenza tra Palermo e Girgenti (la denominazione storica della città
che solo a partire dal 1927 avrebbe preso il nome di Agrigento), muovendosi all'interno di una Sicilia postunitaria che
negli stessi anni faceva da sfondo alla letteratura verista di Giovanni Verga e Luigi Capuana. I suoi genitori
appartenevano a famiglie agiate e di solida tradizione antiborbonica: la madre, da adolescente, aveva dovuto seguire
la famiglia in esilio a Malta per motivi politici, mentre il padre Stefano aveva partecipato attivamente all'impresa dei
Mille.
Crescendo, il giovane Luigi apprese direttamente dai racconti familiari la profonda delusione per le speranze
risorgimentali tradite e visse in prima persona le violente tensioni sociali nate all'indomani dell'unificazione d'Italia.
Questo clima di fallimento storico lo portò a maturare una concezione pessimistica della storia, intesa come un
movimento privo di reale progresso, che avrebbe costituito il fondamento della sua intera opera e che avrebbe trovato la
sua espressione più esplicita nel romanzo storico I vecchi e i giovani, pubblicato nel 1913.
2. Il conflitto paterno, le zolfare e i fermenti politici di Palermo
Durante l'adolescenza, Luigi trovò una confidente affettuosa nella madre, mentre sviluppò un rapporto conflittuale e
difficile con il padre, una figura autoritaria con cui visse una cronica incomprensione e una reciproca diffidenza.
Questa dolorosa frattura affettiva fu determinante per la sua formazione intellettuale, poiché contribuì a far nascere in
lui l'idea del carattere oppressivo e carcerario dell'istituzione familiare.
Stefano Pirandello era un facoltoso imprenditore attivo nel settore dell'estrazione e del commercio dello zolfo e
desiderava che il figlio gestisse al suo fianco gli affari di famiglia. Per questa ragione lo aveva inizialmente indirizzato
verso studi di tipo tecnico; tuttavia Luigi, assecondando la propria vocazione per le materie umanistiche, abbandonò
l'istituto tecnico per iscriversi al ginnasio. Conseguita la maturità classica, nel 1886 il giovane acconsentì a lavorare per
un breve periodo insieme al padre nelle miniere di zolfo, sperimentando la durezza del lavoro manuale e l'inferno delle
zolfare siciliane, un mondo di sfruttamento e fatica di cui sarebbe rimasta una traccia indelebile in alcune delle sue
novelle più celebri, come Il fumo e Ciaula scopre la luna.
Dopo tre mesi di lavoro, per compiacere il padre, Pirandello si iscrisse alla facoltà di Legge a Palermo, ma
contemporaneamente scelse di frequentare anche la facoltà di Lettere presso il medesimo ateneo. Nel capoluogo
siciliano lo scrittore trovò un ambiente culturale assai più vivace rispetto ai ristretti orizzonti di Agrigento ed entrò in
contatto diretto con i giovani anarchici che, di lì a pochi anni, avrebbero fondato il movimento democratico e socialista
dei Fasci siciliani dei lavoratori, un'organizzazione di braccianti e minatori che sarebbe stata duramente repressa dal
governo di Francesco Crispi tra il 1893 e il 1894. Nonostante questo fermento, Palermo restava una realtà periferica,
priva di centri artistici e letterari autonomi e originali, spingendo il giovane autore a cercare la propria strada sul
continente.
3. Gli studi tra Roma e Bonn: la nascita dell'umorismo e dell'ironia
Nel novembre del 1887 Pirandello si trasferì all'Università di Roma per dedicarsi esclusivamente agli studi letterari,
avviando in questa fase i primi esperimenti poetici e teatrali. Il soggiorno romano fu però interrotto bruscamente da un
contrasto insanabile con il preside della facoltà, un docente di latino. Durante una lezione, lo studente non era
riuscito a trattenere un sorriso di scherno di fronte a un grossolano errore di traduzione commesso dal professore;
l'incidente lo costrinse ad abbandonare l'ateneo e a trasferirsi all'Università di Bonn, in Germania. In territorio
tedesco, nel 1891, Pirandello conseguì la laurea in filologia romanza discutendo una tesi intitolata Suoni e sviluppi di
suono nella parlata di Girgenti, pubblicata immediatamente in lingua tedesca.
Il soggiorno a Bonn fu cruciale per la sua evoluzione artistica. La perfetta padronanza della lingua gli permise non solo
di tradurre le Elegie romane di Goethe – sul cui modello compose nel 1895 le proprie Elegie renane –, ma soprattutto di
leggere in lingua originale le opere dei filosofi del Romanticismo tedesco. Da questi testi Pirandello assimilò il
concetto di ironia, inteso come la capacità di sdoppiarsi e di guardare la realtà da più punti di vista, che avrebbe
costituito il nucleo teorico della sua riflessione matura e della sua futura concezione dell'umorismo.
4. Il ritorno a Roma, l'insegnamento e la polemica anti-dannunziana
Rientrato stabilmente a Roma, a partire dal 1897 Pirandello ottenne la cattedra di stilistica presso l'Istituto superiore di
Magistero femminile, dove avrebbe insegnato fino al 1922, garantendosi un'occupazione stabile. Nella capitale fu
introdotto nei circoli letterari d'avanguardia da altri intellettuali siciliani, in particolare da Luigi Capuana, che lo spinse
a dedicarsi stabilmente alla prosa. Insieme a Capuana fondò nel 1897 la rivista "Ariel", sulle cui pagine si propugnava
una totale autenticità e spontaneità dell'arte, rifiutando qualsiasi tentativo di gabbia scientifica del fatto artistico.
Questa posizione estetica conteneva una forte polemica contro il Decadentismo estetizzante e la letteratura raffinata
incarnata in quegli anni da Gabriele d'Annunzio.
In questa prima fase romana, Pirandello aveva già pubblicato due raccolte poetiche, Mal giocondo nel 1889 e Pasqua di
Gea nel 1891. Tuttavia, sotto l'influenza di Capuana, decise di abbandonare i versi per dedicarsi alla narrativa. Nel 1893
scrisse il suo primo romanzo, Marta Ajala, che sarebbe stato pubblicato solo nel 1901 con il titolo L'esclusa, e
parallelamente diede inizio a una vastissima e ininterrotta produzione novellistica destinata ad accompagnarlo per tutta
la vita attraverso la collaborazione con i più importanti periodici dell'epoca.
5. Il crollo economico, la follia della moglie e la poetica della verità multipla
Nel 1894 Pirandello sposò Maria Antonietta Portulano, figlia del ricco socio in affari del padre. Si trattava di un
matrimonio combinato per ragioni puramente economiche: la cospicua dote della donna venne interamente investita
per finanziare le imprese paterne legate alle miniere di zolfo. Inizialmente l'unione procedette serenamente e fu allietata
dalla nascita di tre figli, ma ben presto lo scrittore avvertì un profondo divario culturale che lo separava dalla moglie, la
quale iniziò inoltre a manifestare i primi segni di una grave fragilità psichica. La situazione familiare degenerò
definitivamente nel 1903 a causa del totale allagamento della miniera di zolfo di famiglia, un disastro finanziario in
cui andarono perduti sia i capitali paterni sia l'intera dote di Antonietta.
La notizia del crollo economico provocò nella donna una paralisi isterica e un definitivo tracollo nella follia. Pirandello
si ritrovò improvvisamente declassato a una condizione piccolo-borghese, costretto a vivere del solo stipendio da
insegnante e a farsi carico della cura di tre figli e di una moglie gravemente malata. Questo trauma personale e il
conseguente declassamento sociale furono decisivi per la nascita dei temi portanti della sua poetica: l'idea della
famiglia come prigione soffocante, il motivo della pazzia e la denuncia dell'oppressione alienante che le convenzioni
sociali esercitano sull'individuo. La moglie, ossessionata da una gelosia patologica, giunse ad accusarlo di adulterio con
le sue studentesse e a temere di essere avvelenata da lui; costretto a convivere con una mente che considerava reali i
propri fantasmi, Pirandello maturò la sua fondamentale visione filosofica sul relativismo conoscitivo, ossia la
compresenza di più verità opposte, soggettive e inconciliabili.
6. La stagione dei grandi romanzi e l'alienazione delle macchine
Le pressanti difficoltà finanziarie costrinsero lo scrittore a un ritmo di lavoro frenetico per aumentare i propri guadagni
attraverso la stesura di novelle per giornali e riviste. Fu proprio in questo contesto di sofferenza domestica che
Pirandello compose rapidamente, per rispettare le scadenze delle puntate imposte dalla rivista "Nuova Antologia", uno
dei capolavori della letteratura novecentesca: Il fu Mattia Pascal, pubblicato nel 1904. Pochi anni dopo, nel 1908, diede
alle stampe il fondamentale saggio filosofico L'umorismo, nel quale teorizzò la distinzione tra l'avvertimento del
contrario (il comico) e il sentimento del contrario (l'umorismo), uno strumento intellettuale che permette di scorgere la
natura intrinsecamente contraddittoria della realtà e di svelare la vera essenza dell'individuo, nascosta dalle "maschere"
sociali che ognuno è costretto a indossare.
Allo scoppio della Prima guerra mondiale Pirandello, ormai non più in età da arruolamento, visse il dramma della
partenza per il fronte del figlio Stefano, che venne fatto prigioniero. Lo scrittore si sentì intimamente lacerato tra il
proprio patriottismo interventista e un profondo amore per la cultura tedesca, diventata improvvisamente
l'espressione di una nazione nemica. Nel 1915 la sua produzione narrativa proseguì con l'uscita a puntate del romanzo Si
gira..., ristampato nel 1925 con il titolo definitivo Quaderni di Serafino Gubbio operatore. Attraverso lo sguardo
distaccato di un operatore cinematografico, Pirandello realizzò una spietata critica della modernità, descrivendo la
tragedia dell'alienazione dell'individuo nella civiltà delle macchine, in cui l'uomo viene ridotto a un mero ingranaggio
dell'apparato tecnologico.
7. La svolta teatrale: dal dialetto al successo del metateatro
La concezione pirandelliana della vita come una recita continua, in cui ogni individuo interpreta una parte imposta dagli
altri o da se stesso, trovò il suo naturale approdo nella scrittura teatrale. Nel 1910, cedendo alle insistenti richieste del
commediografo siciliano Nino Martoglio, scrisse i suoi primi due atti unici in dialetto, La morsa e Lumie di Sicilia. Pur
continuando a produrre opere per il teatro dialettale, come Liolà, Il berretto a sonagli e La giara, Pirandello non era del
tutto convinto della sua efficacia artistica globale e scelse di inaugurare la sua carriera di drammaturgo in lingua italiana
nel 1915 con l'opera Se non così (successivamente intitolata La ragione degli altri), rappresentata a Milano con esito
disastroso.
Nonostante l'insuccesso iniziale, intraprese una febbrile attività di scrittura drammaturgica che culminò nel 1921 con la
messinscena di Sei personaggi in cerca d'autore. L'opera inaugurò la tecnica rivoluzionaria del "teatro nel teatro", o
metateatro, in cui saltano i confini tradizionali tra finzione scenica e realtà, e gli attori recitano la parte di personaggi
che contestano la stessa messinscena. La prima romana del dramma fu accolta da violentissime proteste del pubblico e
della critica, ma lo spettacolo ottenne rapidamente un trionfo planetario che consacrò la fama internazionale dello
scrittore, impegnandolo negli anni successivi in continue tournées in Europa e in America. Il successo fu confermato
nel 1922 dal dramma Enrico IV, un'opera in cui la follia viene celebrata come l'unico strumento di lucida liberazione
dalle prigioni soffocanti della realtà e delle convenzioni sociali.
8. L'esperienza del Teatro d'Arte e la relazione con Marta Abba
Divenuto un autore di successo e di respiro internazionale, nel 1924 Pirandello realizzò il sogno di fondare una propria
compagnia stabile a Roma, il Teatro d'Arte, avvalendosi della collaborazione di un gruppo di giovani intellettuali tra
cui figurava il figlio Stefano. L'obiettivo della struttura era quello di coniugare una regia d'autore di altissimo livello
con l'esperienza di interpreti di grande prestigio. All'interno della compagnia spiccava la giovane attrice milanese
Marta Abba, che divenne la musa ispiratrice del drammaturgo e la figura centrale della sua tormentata vita
sentimentale; il legame fu talmente profondo che lo scrittore la designò nelle sue disposizioni testamentarie come erede
universale dei diritti d'autore di tutte le opere teatrali scritte appositamente per lei.
Nei quattro anni della sua attività, compresi tra il 1925 e il 1928, il Teatro d'Arte propose al pubblico drammi dello
stesso Pirandello e di numerosi autori d'avanguardia italiani e stranieri. Questa complessa esperienza artistica ed
economica permise allo scrittore di cimentarsi direttamente nel ruolo di capocomico e regista teatrale, confrontandosi
quotidianamente con le problematiche pratiche della messinscena e dell'allestimento spettacolare.
9. La controversa adesione al fascismo e il distacco silenzioso
Nel settembre del 1924, a soli tre mesi di distanza dall'assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti da parte di
sicari del regime, Pirandello scelse di iscriversi formalmente al Partito fascista, e l'anno successivo firmò il Manifesto
degli intellettuali fascisti redatto da Giovanni Gentile, scatenando durissime polemiche nel mondo culturale. Questa
controversa decisione fu dettata in parte da ragioni opportunistiche, poiché lo scrittore sperava di ottenere i
finanziamenti statali necessari alla sopravvivenza del suo Teatro d'Arte, ma rispondeva anche a motivazioni ideologiche
e filosofiche più profonde. Pirandello vedeva inizialmente nel fascismo una forza eversiva e rivoluzionaria, capace di
distruggere con la forza delle azioni la retorica della vecchia politica liberale e le ipocrisie delle istituzioni borghesi; sul
piano filosofico, lo interpretava come una manifestazione pura del movimento continuo e vitale della storia.
Il sostegno economico del regime si rivelò tuttavia modesto e non bastò a salvare il Teatro d'Arte, che fu costretto a
sciogliersi nel 1928 per fallimento finanziario. Deluso, lo scrittore si trasferì a Berlino, prolungando il suo soggiorno in
Germania fino al 1930. Pur senza mai rinnegare apertamente l'adesione al regime – che nel 1929 lo nominò
Accademico d'Italia –, Pirandello mantenne un atteggiamento di totale distacco e isolamento dalla vita pubblica,
rifiutando di partecipare alle cerimonie ufficiali e non producendo alcuna opera di stampo celebrativo o
propagandistico.
La sua arte, volta da sempre alla demistificazione della retorica e alla critica feroce dei ruoli sociali che imprigionano
l'uomo, era intrinsecamente incompatibile con il totalitarismo fascista. Questa profonda frattura interiore emerse
indirettamente nelle sue ultime opere teatrali, come la Favola del figlio cambiato e la trilogia dei «miti», all'interno
della quale spicca il dramma rimasto incompiuto I giganti della montagna. In quest'ultimo testo, i "giganti" – creature
brutali, insensibili alla bellezza dell'arte e unicamente dedite a ciclopiche costruzioni materiali – rappresentano
un'allegoria del potere ottuso e distruttivo del fascismo.
10. Il premio Nobel, la disgregazione della personalità e l'ultimo umorismo
Negli ultimi anni della sua vita, Pirandello continuò a dedicarsi intensamente anche alla scrittura narrativa. Si impegnò a
dare una sistemazione organica e definitiva alla sua immensa produzione di racconti, riunendoli a partire dal 1922 nel
grande progetto editoriale delle Novelle per un anno. Inoltre, alla fine del 1925, iniziò a pubblicare sulla rivista "Fiera
letteraria" le prime puntate di Uno, nessuno e centomila, il suo ultimo e più radicale romanzo, incentrato sul tema della
totale disgregazione dell'io e della personalità, in cui il protagonista scopre l'impossibilità di possedere un'identità
unica e definita.
Il coronamento della sua straordinaria carriera internazionale giunse nel 1934 con il conferimento del premio Nobel
per la Letteratura a Stoccolma. Due anni più tardi, il 10 dicembre 1936, Luigi Pirandello morì nella sua casa di Roma
a causa di un violento attacco di polmonite. Nelle sue stringenti disposizioni testamentarie, lo scrittore impose il rifiuto
di qualsiasi forma di funerale pubblico o di celebrazione di Stato, un ultimo e coerente tentativo di sottrarre la
propria persona e la propria arte a ogni forma di strumentalizzazione politica da parte del regime fascista. Come da lui
esplicitamente richiesto, il suo corpo fu cremato e le sue ceneri vennero murate all'interno di una rozza pietra ai piedi
di un pino nella natia campagna del Caos. Coerente con la sua natura di demistificatore delle certezze umane,
Pirandello scelse di riservare la sua ultima beffa umoristica a quanti si recano a visitare la sua tomba: la prima firma
che si incontra sul registro dei visitatori è, infatti, la sua firma autografa.
LA POETICA DELL'UMORISMO E IL
RELATIVISMO FILOSOFICO
1. La crisi del Positivismo e il crollo delle certezze
Nelle sue opere narrative e drammatiche, Luigi Pirandello sviluppa una visione organica del mondo e dell’essere umano
che trova una precisa sistemazione teorica in alcuni scritti saggistici, tra i quali spiccano l’articolo Arte e coscienza
d’oggi del 1893 e, soprattutto, il fondamentale saggio L'umorismo del 1908. La concezione della realtà che emerge da
queste pagine risente del crollo delle categorie tradizionali di tempo, percezione e coscienza che investe la cultura
europea a cavallo tra Ottocento e Novecento. Pur essendosi formato in un clima scientifico, Pirandello si fa interprete
lucido della crisi del Positivismo: se da un lato ne condivide l’impostazione materialistica – che rifiuta ogni prospettiva
metafisica o religiosa –, dall’altro ne contesta radicalmente la pretesa di giungere a una conoscenza oggettiva della
realtà, rifiutando categoricamente l’ottimismo progressista sulle sorti dell’umanità.
In questa traiettoria intellettuale risulta decisivo l'influsso del filosofo tedesco Arthur Schopenhauer, il quale nel
saggio Il mondo come volontà e rappresentazione aveva dimostrato che la realtà non è un dato oggettivo e analizzabile,
bensì una rappresentazione soggettiva elaborata dal soggetto percipiente. Parallelamente, Pirandello partecipa del
clima di revisione della logica razionale espresso in Europa dal filosofo francese Henri Bergson, la cui riflessione sul
tempo influenza profondamente l'arte del primo Novecento. L’impossibilità di approdare a una verità assoluta genera
nello scrittore un profondo senso di smarrimento e una considerazione amara della vita. Già nel 1893, Pirandello
lamenta che la distruzione delle vecchie norme assolute impedisce di stabilire un criterio unico di giudizio, poichè
nessuno riesce più a fissare un punto di vista fermo. In una lettera alla futura sposa, egli paragona significativamente
l’esistenza a un immenso labirinto in cui non è possibile possedere alcuna nozione precisa, sancendo il trionfo del
relativo sul dogmatismo scientifico.
2. La dialettica tra vita e forma: la maschera e l'epifania
Il nucleo del pensiero pirandelliano si fonda sulla dialettica tra vita e forma. La vita è concepita come un flusso
continuo, incandescente e indistinto, un’incessante creazione che richiama da vicino le filosofie vitalistiche del primo
Novecento e lo "slancio vitale" teorizzato da Bergson. A questo movimento perenne si oppone la tendenza
dell’individuo a cristallizzarsi in forme, ossia in costruzioni fittizie e immobili attraverso le quali ci si illude di darsi
un’identità coerente e rassicurante. Le forme sono i concetti rigidi elaborati dalla "macchinetta infernale" della
logica, la quale pretende di imprigionare il sentimento mutabile e irrazionale dell’eterno fluire in gabbie fisse.
Queste forme si traducono inevitabilmente nelle maschere imposte dal vivere sociale, che Pirandello definisce
un'"enorme pupazzata" in cui ciascuno è obbligato a recitare una parte e a rivestire ruoli prestabiliti. La prigionia
della forma investe ogni ambito dell’esistenza, a partire dalla famiglia – descritta come un ambiente claustrofobico
segnato da ipocrisie e rancori – fino al mondo del lavoro e alle relazioni quotidiane. Solo in momenti eccezionali
l’individuo sperimenta una violenta epifania, una rivelazione improvvisa che squarcia le convenzioni e mostra una
realtà vivente oltre i limiti della ragione umana. Questa vertigine momentanea può spingere il soggetto a compiere gesti
assurdi agli occhi della massa o a scegliere il volontario isolamento. Anche quando l'attimo svanisce e si torna alla
coscienza normale, l’io non può più prestare fede al vecchio equilibrio, avendo compreso che le certezze consuete sono
solo un inganno per sopravvivere e che sotto la superficie si cela un abisso innominabile, accessibile solo a costo della
morte o della pazzia. In quest'ottica, la morte stessa può essere intesa come la liberazione definitiva dalle forme e la
restituzione dell'essere al flusso universale della vita.
3. La scomposizione dell'io e il personaggio "forestiere della vita"
La produzione pirandelliana possiede una forte impronta dialettica, spesso affidata alla figura di un personaggio
"ragionatore" che ha il compito di demistificare le falsità del senso comune. Questo personaggio è colui che "ha
capito il giuoco" e, avendo vissuto l'esperienza del disinganno, osserva l'universo sociale come un "forestiere della
vita", distaccato e immune dalle illusioni collettive. Armato di una logica inflessibile e paradossale, il ragionatore
sgretola la solida unità dell’io. Allineandosi alle tendenze irrazionalistiche dell'epoca, Pirandello disgrega l’identità
monolitica della coscienza, rivelando che l’io è un complesso disarmonico lacerato da spinte opposte e frammentato in
una miriade di stati incoerenti. Già nel 1894 lo scrittore descriveva se stesso come una personalità scissa, divisa tra un
"gran me" taciturno e assorto e un "piccolo me" incline al riso, costantemente in guerra tra loro.
Questa intuizione della pluralità dell'io anticipa le scoperte della psicanalisi freudiana, ma trova un riscontro scientifico
diretto nella lettura del saggio Le alterazioni della personalità dello psicologo francese Alfred Binet. Binet, studiando i
casi patologici, ipotizzava che la coscienza fosse formata da una pluralità di stati capaci di dare vita a personalità
multiple; Pirandello radicalizza questa concezione, considerandola non una patologia, bensì la condizione normale di
ogni essere umano. L’io profondo rimane perciò indefinibile e inconoscibile, poiché la porzione cosciente è solo una
minima parte della complessità psichica. Sul piano letterario, questa consapevolezza si traduce nel rifiuto del
personaggio tradizionale a favore di un tipo umano aperto al divenire relativo, il personaggio che "non conclude" mai,
specchio perfetto di una vita che, per sua stessa natura, rifiuta di chiudersi in un finale definitivo.
4. Il relativismo conoscitivo e l'incomunicabilità
Dal rifiuto di una realtà stabile deriva il relativismo conoscitivo, l'impossibilità cioè di stabilire criteri oggettivi di
verità. Non esiste una verità assoluta fuori di noi: la realtà cambia continuamente per ognuno, determinando l’esistenza
di tante verità quanti sono gli individui che la percepiscono. Questo relativismo assoluto genera il dramma
dell’incomunicabilità tra gli uomini. Poiché ogni persona fa riferimento alla propria solitaria visione del reale, le parole
si rivelano gusci vuoti; chi le pronuncia vi attribuisce un senso inevitabilmente diverso da chi le ascolta, rendendo
impossibile una reale comprensione reciproca.
Pirandello preciserà che la sua visione non discende da astratte speculazioni accademiche, ma dai tormenti del suo
spirito e dalle sue tragiche esperienze biografiche. Pur riconoscendo una parziale sintonia con filosofi relativisti coevi
come Hans Vaihinger, teorico della Filosofia del come se, e Oswald Spengler, autore del Tramonto dell'Occidente, lo
scrittore rivendica l'assoluta spontaneità e l'indipendenza del proprio pensiero. Allo stesso modo, occorre distinguere il
relativismo pirandelliano dalla relatività scientifica di Albert Einstein. Sebbene entrambe le teorie esprimano il
medesimo clima di crollo delle certezze novecentesche, Pirandello chiarirà nel 1922 che le sue tesi erano nate in modo
del tutto autonomo dalle scoperte della fisica contemporanea, dichiarando esplicitamente di non conoscere Einstein.
5. L'umorismo come sentimento del contrario ed estetica della scomposizione
L'applicazione estetica di questo sistema filosofico si realizza appieno nel saggio L'umorismo del 1908, dedicato
idealmente «alla buon'anima di Mattia Pascal». L'opera è divisa in due parti: una sezione storico-letteraria che indaga la
presenza della categoria umoristica nel passato, e una trattazione teorica volta a definirne l'essenza. Il saggio fu
duramente attaccato dall'idealista Benedetto Croce, il quale distingueva nettamente l'intuizione artistica dalla
riflessione filosofica. Pirandello rispose pubblicando una seconda edizione nel 1920, rivendicando all'arte umoristica il
ruolo fondamentale della riflessione consapevole, che non rimane estranea al processo creativo ma accompagna
costantemente l'atto poetico per scomporre l'inganno della realtà.
Per spiegare la differenza tra il comico e l'umoristico, Pirandello utilizza la celebre allegoria della vecchia signora
imbellettata. La vista di una donna anziana goffamente vestita con abiti giovanili suscita immediatamente il riso di
fronte allo stridore tra la realtà e l'apparenza: questo primo impatto costituisce l'avvertimento del contrario, in cui
risiede il comico. Tuttavia, se interviene la riflessione, si analizzano le ragioni profonde e magari dolorose che spingono
la donna a mascherarsi, come il tentativo disperato di trattenere l'amore di un marito più giovane. Il riso si trasforma
allora in una pietà amara: l'avvertimento si converte nel sentimento del contrario, che definisce l'umorismo. Tragico e
comico non sono polarità distinte ma convivono stabilmente come il corpo e la sua ombra.
Pirandello rintraccia illustri precedenti di questa attitudine umoristica nella storia della letteratura. Nei Promessi sposi di
Manzoni, la figura di Don Abbondio è profondamente umoristica: la sua meschinità suscita compassione anziché
disprezzo perché nasce dalla riflessione dell'autore sulle debolezze umane reali, contrapposte all'ideale sublime del
Cardinal Borromeo. Allo stesso modo, il Don Chisciotte di Cervantes incarna la fusione tra comico e tragico. Se l'eroe
che scambia i mulini a vento per giganti fa ridere per la sua ridicolaggine, la riflessione sul suo idealismo spezzato
rivela una dimensione autenticamente eroica, proiettando nel personaggio la dolorosa esperienza fallimentare del suo
stesso autore.
La poetica dell'umorismo si configura così come un'arte tipicamente moderna, capace di esprimere la condizione
dell'uomo contemporaneo, definito emblematicamente "fuori di chiave". Questa metafora musicale illustra la
disarmonia interiore di chi si sente contemporaneamente violino e contrabbasso, perennemente sospeso tra pensieri
opposti e incapace di trovare una sintesi. A differenza dell'arte tradizionale che tende a comporre l'universo in quadri
unitari e logici, l'umorismo decompone, scompone il carattere nelle sue incongruenze e distrugge i luoghi comuni
attraverso una pluralità di prospettive. Le opere umoristiche rifiutano la linearità causale e si presentano volutamente
scomposte, interrotte e ricche di digressioni, sul modello del Tristram Shandy di Laurence Sterne, in cui ogni
immagine richiama la sua contraria. Tutta la produzione di Pirandello si tradurrà in questa estetica della scomposizione,
un riso amaro volto a smontare inesorabilmente i meccanismi che si celano dietro l'apparenza sociale.
I grandi romanzi umoristici e il superamento dei modelli
tradizionali
Con la pubblicazione di tre fondamentali opere, Luigi Pirandello sviluppa in modo compiuto la propria riflessione sulla
condizione umana attraverso soluzioni narrative ispirate alla poetica dell'umorismo. Questo percorso segna
l'emancipazione definitiva sia dal Verismo, grazie all'introduzione della narrazione in prima persona, sia dal romanzo
estetizzante dannunziano, verso il quale l'autore manifestò sempre una decisa avversione.
Il fu Mattia Pascal (1904)
Il romanzo fu pubblicato inizialmente a puntate sulla rivista Nuova Antologia nel 1904, e nell'edizione definitiva del
1921 Pirandello aggiunse un'importante Avvertenza in cui, citando reali fatti di cronaca, difendeva la verosimiglianza
della vicenda dalle critiche ricevute.
Sintesi della trama
Il protagonista Mattia Pascal, oppresso da una disastrosa situazione economica causata dall'amministratore Batta
Malagna e intrappolato in un matrimonio infernale, fugge dal paesino ligure di Miragno. Dopo una clamorosa vincita al
casinò di Montecarlo, scopre di essere stato dichiarato morto per l'errato riconoscimento del cadavere di un suicida, e
coglie al volo questa opportunità del caso per azzerare il passato e assumere la falsa identità di Adriano Meis.
Stabilitosi a Roma, si innamora di Adriana Paleari ma sperimenta presto l'impossibilità di vivere al di fuori delle
convenzioni sociali poiché, essendo privo di documenti legali, non può denunciare un furto, sposarsi o difendersi.
Compresa l'inconsistenza di questa libertà fittizia, inscena il suicidio di Adriano Meis sul Tevere e ritorna a Miragno,
dove scopre che il ritorno è impossibile perché la moglie si è risposata, motivo per cui è costretto ad accettare una
condizione di totale estraneità e a ridursi a essere il narratore postumo della propria storia.
Analisi critica e innovazione formale
Gli studiosi rintracciano la complessa genesi dell'opera in diversi modelli europei e italiani, a partire dal motivo dello
sdoppiamento che si collega al Romanticismo tedesco di Hoffmann e Chamisso, passando per l'antecedente strutturale
italiano del romanzo Il Redivivo di Emilio De Marchi, fino al modello dell'autobiografia umoristica e dell'antiromanzo
rintracciabile nel Tristram Shandy di Laurence Sterne.
La novità radicale risiede nella destrutturazione delle categorie narrative tradizionali ottocentesche attraverso una
narrazione discontinua e ricca di digressioni filosofiche, come le teorie teosofiche di Anselmo Paleari o la riflessione
sulla rivoluzione copernicana che ha privato l'uomo moderno della sua centralità nell'universo. La scomposizione del
personaggio si riflette nell'occhio strabico di Mattia, correlato oggettivo di un punto di vista alterato e inaffidabile,
incapace di fornire una visione coerente della realtà. Il paradosso finale della rinuncia all'unità dell'io dimostra l'insidia
delle forme e l'impossibilità di vivere sia dentro la prigione sociale della maschera (Mattia Pascal), sia nella totale
assenza di legami legali (Adriano Meis), concludendosi con la celebre e problematica formula «Io sono il fu Mattia
Pascal».
I quaderni di Serafino Gubbio operatore (1915-1925)
Il romanzo apparve a puntate nel 1915 con il titolo Si gira... e assunse la denominazione definitiva nell'edizione in
volume del 1925, strutturandosi come un diario in prima persona diviso in sette quaderni.
Sintesi della trama
Serafino Gubbio, intellettuale laureato in filosofia, lavora come operatore cinematografico presso la casa di produzione
romana Kosmograph, dove assiste passivamente agli oscuri intrecci sentimentali degli attori dominati dall'affascinante e
distruttiva Varia Nestoroff. Durante le riprese della scena madre di un film esotico, l'attore Aldo Nuti, accecato dalla
gelosia, devia la mira dal bersaglio stabilito e spara alla Nestoroff, venendo immediatamente dopo sbranato da una tigre.
Serafino, immobile dietro l'obiettivo, continua meccanicamente a registrare l'orrore in nome della professionalità
impassibile, subendo uno shock che gli provoca l'afasia permanente e lo costringe a rimanere confinato in un mutismo
definitivo, ridotto a pura estensione dello strumento tecnologico.
Analisi critica: l'alienazione tecnologica
L'opera si configura come una durissima critica alla civiltà delle macchine e alla modernità industriale, ponendosi in
netto contrasto con le celebrazioni futuriste e d'annunziane del progresso tecnologico. La macchina da presa è intesa
come un congegno alienante che "divora" il flusso vitale per fissarlo nella staticità della pellicola, riducendo l'operaio
della nascente industria culturale a «una mano che gira una manovella». Pirandello contesta radicalmente la
degradazione dell'arte in merce di consumo e prodotto industriale destinato a soddisfare la curiosità morbosa delle
masse attraverso clichés abusati come lo stereotipo della femme fatale incarnato dalla Nestoroff. Rispetto a Mattia
Pascal, Serafino scrive in presa diretta nel tentativo di risarcirsi dall'alienazione quotidiana, ma l'esito finale segna
l'approdo al silenzio della cosa, nel quale il protagonista accetta la propria reificazione identificandosi totalmente con lo
strumento meccanico ed escludendosi per sempre dal flusso della vita.
Uno, nessuno e centomila (1925-1926)
Frutto di una lunghissima gestazione iniziata nel 1909, l'ultimo romanzo pirandelliano rappresenta il culmine del
relativismo conoscitivo dell'autore.
Sintesi della trama
La crisi d'identità del facoltoso bancario Vitangelo Moscarda scaturisce da un evento apparentemente insignificante,
ovvero l'osservazione della moglie Dida sul fatto che il suo naso pende verso destra. Questa rivelazione lo spinge a
rendersi conto che l'immagine che egli ha di sé non coincide minimamente con le innumerevoli percezioni che gli altri
hanno di lui, motivo per cui mette in atto una serie di azioni paradossali per distruggere la falsa identità di usuraio
ereditata dal padre. Considerato pazzo da tutta la comunità e abbandonato dalla moglie, Moscarda accetta di cedere tutti
i suoi beni per fondare un ospizio di mendicità dove egli stesso si stabilisce, trovando l'autentica guarigione spirituale
nella totale rinuncia al nome, alla memoria e alla forma, disperdendosi nel flusso perenne della natura.
Analisi critica ed esito estremo del romanzo
Mentre Mattia Pascal si arresta alla constatazione di ciò che non è più, Vitangelo Moscarda realizza il passo decisivo
dell'annullamento dell'identità, scoprendo di essere nessuno proprio perché comprende di essere centomila agli occhi
degli altri. L'alienazione sociale viene superata attraverso l'estraneità totale, una fusione panica con il mondo naturale
in cui l'io si dissolve per diventare albero, vento o nuvola, rifiutando definitivamente la prigione delle forme
precostituite.
Sul piano formale, l'opera porta alle estreme conseguenze la disgregazione della struttura romanzesca poiché la
trama è quasi interamente sostituita dal monologo interiore e da un fitto argomentare filosofico. L'io narrante distrugge
il tradizionale romanzo demiurgico e si rivolge costantemente al lettore utilizzando il pronome «voi», provocandolo e
costringendolo a riflettere sulla medesima, tragica frammentazione della propria esistenza.
Le Novelle per un anno
La produzione novellistica impegna Pirandello per tutta la vita e confluisce nel progetto monumentale delle Novelle per
un anno, una raccolta avviata nel 1922 che avrebbe dovuto comprendere 24 volumi per un totale di 360 testi, sul
modello di una novella al giorno, ma rimasta incompiuta a causa della morte dell'autore. La raccolta non presenta
alcuna struttura unificante, criterio cronologico o cornice sul modello boccacciano, e questa disorganizzazione riflette
intenzionalmente la visione pirandelliana di un mondo caotico e privo di ordine razionale.
La novella come laboratorio e il superamento del Verismo
La forma breve della novella costituì per l'autore un fondamentale laboratorio di idee, ovvero un terreno di
sperimentazione da cui attingere per la successiva stesura di romanzi e opere teatrali. Sebbene le prime raccolte
condividano con il Verismo l'ambientazione siciliana e l'estrazione sociale dei personaggi, Pirandello opera un netto
superamento di tale modello poiché rifiuta l'eclissi del narratore per intervenire direttamente nell'analisi filosofica, non
indaga le determinazioni socio-economiche ma l'assurdità dell'esistenza, e sostituisce la concatenazione logica dei fatti
con il principio di casualità.
Le costanti narrative e la struttura dell'epifania
La produzione è divisa principalmente tra l'ambientazione siciliana e quella romana, dove Roma perde ogni
connotazione estetizzante per divenire la città del grigiore piccolo-borghese, popolata da impiegati intrappolati in
dinamiche familiari soffocanti e ruoli sociali alienanti. La struttura tipica della novella umoristica ruota attorno a un
evento fortuito che scardina la normalità quotidiana provocando un'epifania, ovvero la rivelazione improvvisa
dell'inautenticità della propria esistenza, i cui esiti possono essere diversi:
- Il deragliamento dalla norma: Come nel caso della novella Il treno ha fischiato, dove l'insignificante fischio di un
treno apre la mente dell'impiegato Belluca all'esistenza di un mondo esterno, provocando una temporanea ed
esplosiva follia.
- La fuga nell'immaginazione: Come ne La carriola, in cui un integerrimo avvocato trova l'unico sollievo
dall'oppressione della sua maschera sociale compiendo ogni giorno un gesto segreto e assurdo con il proprio
cane.
- L'accettazione esasperata della maschera: Come ne La patente, dove il protagonista Chiàrchiaro, emarginato a
causa del pregiudizio superstizioso che lo addita come iettatore, decide di istituzionalizzare quel ruolo
facendosi rilasciare una patente ufficiale, trasformando la propria tragedia in uno strumento di riscatto
economico attraverso il ricatto.
L'ultima fase: le novelle «metafisiche»
A partire dal 1931 Pirandello torna alla scrittura novellistica componendo gli ultimi 19 testi della sua vita, produzione
che la critica definisce come fase surrealista o metafisica. In queste opere scompare quasi del tutto il dialogo, sostituito
da monologhi interiori di personaggi solipsistici, e la narrazione abbandona l'analisi umoristica della società per
esplorare la dimensione del sogno, dell'inconscio e dell'allucinazione. Testi come Una sera, un geranio o C'è qualcuno
che ride evidenziano la perdita dei confini della realtà e l'angoscia della dissoluzione dell'io, orientandosi verso una
forte carica simbolica ed esistenziale.
Dalla narrativa al teatro
Molte novelle possiedono un'intrinseca vocazione teatrale, caratterizzata da una forte concentrazione dell'azione e da
una struttura dialogica stringente in cui i personaggi tendono a imporsi autonomamente. Pirandello sfruttò questa
caratteristica trasponendo per la scena numerosi testi, tra cui La giara, La patente, Pensaci, Giacomino! e La signora
Frola e il signor Ponza, suo genero (divenuta il dramma Così è (se vi pare)), mentre lo stesso capolavoro teatrale Sei
personaggi in cerca d'autore trae la sua origine concettuale da novelle incentrate sul rapporto conflittuale tra lo scrittore
e le sue creature letterarie.
Il teatro grottesco e il relativismo psicologico
Gli esordi teatrali di Luigi Pirandello si collocano parzialmente nell'alveo del Verismo con drammi di ambientazione
siciliana come La morsa e Lumie di Sicilia, inizialmente scritti in italiano e poi tradotti in dialetto, ma ben presto
l'autore manifesta un'intrinseca insofferenza per i moduli naturalistici tradizionali. Questa rottura è evidente in testi
come Pensaci, Giacomino!, Il berretto a sonagli, Liolà e La giara, opere in cui l'osservazione del vero cede il passo a
uno sguardo umoristico focalizzato sul contrasto insanabile tra gli istinti naturali e i ruoli sociali. In questi testi, la
riflessione teorica si traduce in dinamiche sceniche dove la lingua dialettale viene alternata o successivamente volta in
italiano per favorire una circolazione più ampia, senza però perdere la carica corrosiva della scomposizione della realtà.
Durante gli anni della Prima guerra mondiale questa esigenza di rinnovamento confluisce nel teatro grottesco, una
tendenza d'avanguardia che si propone di svuotare dall'interno i meccanismi del dramma borghese tradizionale
proponendo una rappresentazione caricaturale delle sue situazioni tipiche. Opere come Il piacere dell'onestà e Il giuoco
delle parti scardinano i temi canonici dell'adulterio e del denaro, che erano al centro delle trame del teatro ottocentesco,
non per emettere giudizi morali o tratteggiare conflitti interiori, ma per condurre un'anatomia spietata dell'inautenticità
dei rapporti umani. Il grottesco si configura come l'equivalente teatrale dell'umorismo pirandelliano, poiché fonde
simultaneamente la tragedia e la sua parodia, esasperando le situazioni realistiche fino a trasformarle in casi limite
artificiali. Attraverso lo straniamento, gli spettatori perdono la possibilità di identificarsi emotivamente con i
personaggi e sono indotti a osservarli con distacco critico, subendo quello sconcerto intellettuale che Antonio Gramsci
definì come «bombe a mano che scoppiano nei cervelli degli spettatori» per produrre il crollo delle banalità e dei
sentimenti consolidati. Un esempio emblematico di questa scomposizione è la figura dello scrivano Ciampa nel Berretto
a sonagli, il quale accetta l'adulterio della moglie finché rimane segreto per salvare la facciata sociale dell'onore, ma
reagisce ferocemente quando la tresca diventa pubblica, costringendo la società a una soluzione paradossale e
dimostrando come la rispettabilità borghese sia solo una finzione formale.
Così è (se vi pare) (1917)
Tratta dalla novella La signora Frola e il signor Ponza, suo genero, questa commedia traspone sulla scena il nucleo
profondo del relativismo conoscitivo pirandelliano, scardinando l'idea stessa di una realtà oggettiva e dimostrando il
crollo delle certezze della società borghese contemporanea.
La struttura dell'opera si configura come una vera e propria inchiesta ossessiva in cui il salotto di casa Ponza si
trasforma in un tribunale o in una «stanza della tortura» psicologica, dove i concittadini e le autorità provinciali si
affannano per accertare la verità sull'identità di una donna. Il signor Ponza sostiene che la sua prima moglie Lina sia
morta e di essersi risposato con una seconda donna di nome Giulia, mentre la suocera, la signora Frola, nega
recisamente questa follia e afferma che la presunta seconda moglie sia proprio la sua Lina, costretta a fingere per
assecondare il delirio del marito. Pirandello nega deliberatamente la risoluzione del mistero, poiché l'apparizione finale
della signora Ponza, che si presenta sul palcoscenico coperta da un fitto velo nero, delude le attese del pubblico
dichiarando di essere sia la figlia della signora Frola sia la seconda moglie del signor Ponza, e concludendo con la
celebre formula secondo cui essa è colei che ciascuno crede e, per se stessa, nessuna.
L'analisi critica evidenzia come il dramma metta in discussione le categorie cartesiane dell'identità e della verità,
rivelando che la prima si fonda su maschere convenzionali e vuote, mentre la seconda risulta intrinsecamente
inconoscibile in quanto frammentata nelle infinite percezioni dei singoli soggetti. Il rovesciamento della drammaturgia
tradizionale si compie anche attraverso l'inserimento del ragionatore, impersonato in questa commedia da Lamberto
Laudisi, un personaggio passivo e antiteatrale che non partecipa all'intreccio ma funge da voce critica del drammaturgo.
Sostituendosi al ruolo che nella tragedia classica era del coro, Laudisi demistifica le certezze dei borghesi attraverso
lunghi monologhi raziocinanti, risate sarcastiche e interrogazioni paradossali, utilizzando un linguaggio concitato e
spezzato che riflette la disarmonia del reale e l'impossibilità di una comunicazione univoca.
Enrico IV (1922)
Rappresentato con immediato successo nel 1922 da grandi interpreti dell'epoca come Ruggero Ruggeri, questo dramma
in tre atti segna il definitivo distacco di Pirandello dalle tematiche strettamente sociali del grottesco, indirizzando la
scrittura verso una riflessione universale sulla condizione umana e sull'angoscia dell'esistenza.
La vicenda, ambientata in una villa solitaria della campagna umbra, ruota attorno alla figura di un nobiluomo senza
nome che, vent'anni prima, durante una cavalcata in costume, era caduto da cavallo a causa del rivale Tito Belcredi e,
battendo la nuca, era impazzito convincendosi di essere l'imperatore germanico Enrico IV. Per dodici anni l'uomo vive
in una serena follia assecondato da una corte fittizia di servitori travestiti da consiglieri medievali, ma al momento del
suo improvviso risveglio alla ragione scopre che il tempo è trascorso inesorabilmente e che la donna amata, Matilde
Spina, è diventata l'amante di Belcredi. Rifiutando di rientrare in una vita che non gli appartiene più, il protagonista
sceglie di continuare a fingersi pazzo per otto anni, finché Matilde, Belcredi, la giovane figlia Frida e un medico
specialista giungono alla villa per sottoporlo a uno shock terapeutico, allestendo una mascherata in cui Frida veste i
panni storici della madre. Durante l'esperienza traumatica del terzo atto, Enrico IV rivela la sua lucidità e accusa
Belcredi di aver provocato la sua caduta, per poi avventarsi sul rivale e ferirlo a morte in un impeto di passione e
vendetta, un gesto violento che lo condanna a doversi fingere pazzo per sempre per sfuggire al processo e all'ergastolo.
L'analisi critica individua nel protagonista l'eroe pirandelliano supremo, colui che ha compreso la natura illusoria delle
forme e utilizza la follia consapevole come uno strumento di estranazione dalla vita e come un filtro critico. La
finzione della pazzia permette al personaggio di porsi al di fuori delle regole sociali, operando come un cannocchiale
rovesciato che impiccolisce e allontana l'angoscia del presente attraverso una dimensione carnevalesca che smaschera la
reale alienazione delle persone cosiddette normali. Il dramma si configura anche come una profonda critica della
storia, intesa come una struttura cristallizzata in cui l'uomo contemporaneo si adagia perché tutto è già stato fissato e
dove nessuno è chiamato a rispondere delle conseguenze delle proprie azioni. Sul piano formale, l'opera dimostra
l'impossibilità della tragedia nel mondo moderno poichè, pur rispettando le unità aristoteliche di tempo e di luogo e
utilizzando un linguaggio regale, essa degrada il modello alto riducendolo a una recita borghese densa di anacronismi
grotteschi, dove lo slancio passionale finale spezza l'immutabilità della maschera e costringe il protagonista a
incarcerarsi definitivamente nella sua solitudine disperata.
La trilogia del metateatro
Negli anni venti la poetica pirandelliana approda al metateatro, una formula drammaturgica in cui il teatro assume
come oggetto della rappresentazione se stesso, riflettendo sui problemi della messa in scena, sul ruolo dell'autore e sulle
dinamiche della finzione. Questo meccanismo scardina radicalmente la quarta parete, ossia l'ideale diaframma
invisibile che nella tradizione del teatro borghese separava nettamente il palcoscenico dalla platea, coinvolgendo
direttamente lo pubblico nello spazio dell'azione e frantumando l'illusione scenica ottocentesca.
Il processo di destrutturazione si articola in tre tappe fondamentali che ridefiniscono i confini della rappresentazione:
Sei personaggi in cerca d'autore (1921): Esplora il conflitto insolubile tra i personaggi concepiti dalla mente
dell'artista e la loro traduzione materiale da parte degli attori e del capocomico.
Ciascuno a suo modo (1924): Estende il conflitto metateatrale al rapporto tra gli attori e il pubblico, facendo iniziare
lo spettacolo all'esterno del teatro e mescolando in platea finti spettatori che contestano la trasposizione
scenica di un reale fatto di cronaca, fino all'interruzione definitiva della commedia prima del terzo atto.
Questa sera si recita a soggetto (1930): Analizza la figura emergente del regista, incarnato dal dispotico dottor
Hinkfuss, il quale pretende di ridurre gli attori a passivi esecutori della sua direzione integrale eliminando il
testo scritto dell'autore, provocando la ribellione dei comici che rivendicano l'autonomia dell'interpretazione e
della pura improvvisazione.
Sei personaggi in cerca d'autore (1921-1925)
Considerato l'esito più alto e rivoluzionario del metateatro pirandelliano, il dramma fu liberamente tratto dalle novelle
Personaggi, La tragedia di un personaggio e Colloqui coi personaggi, debuttando nel 1921 tra le feroci contestazioni
del pubblico romano per poi essere consacrato nella versione definitiva del 1925.
Il dramma si apre rompendo immediatamente l'illusione scenica, poiché il sipario è già alzato, il palcoscenico è nudo e
una compagnia teatrale, guidata da un Direttore-Capocomico, sta provando la commedia Il giuoco delle parti dello
stesso Pirandello. L'azione viene interrotta dall'irruzione improvvisa di sei Personaggi (il Padre, la Madre, la Figliastra,
il Figlio, il Giovinetto e la Bambina) che dichiarano di essere nati vivi dalla fantasia di un autore che si è poi rifiutato di
scrivere il loro dramma, e chiedono al Capocomico di farsi loro editore e regista. Nonostante lo scetticismo degli attori,
i sei iniziano a raccontare la loro tragica vicenda domestica, segnata dall'allontanamento della Madre, dalla successiva
miseria e dal quasi-incesto sfiorato tra il Padre e la Figliastra all'interno della casa d'appuntamenti coperta dal
laboratorio di sartoria di Madama Pace, personaggio che viene evocato sulla scena attraverso l'allestimento di pochi
oggetti rudimentali. Il tentativo degli attori di tradurre questa materia dolorosa in una recita fallisce drammaticamente,
poiché i Personaggi rifiutano la loro recitazione giudicandola falsa, stereotipata e incapace di restituire la verità assoluta
della loro sofferenza. La situazione precipita nell'atto finale quando la finzione metateatrale converge con il destino
tragico dei Personaggi: sul palcoscenico la Bambina annega in una vasca e il Giovinetto si spara con una rivoltella,
provocando la fuga della Figliastra e lo sconcerto del Capocomico che, incapace di distinguere il vero dall'illusione,
interrompe la rappresentazione denunciando la perdita di una giornata di lavoro.
Sotto il profilo analitico, l'opera porta il sottotitolo di «commedia da fare» poiché non mette in scena il dramma
sentimentale dei Personaggi, bensì l'impossibilità stessa di scriverlo e di rappresentarlo nel contesto del teatro
contemporaneo. Nella Prefazione del 1925, Pirandello chiarisce di aver rifiutato di dare una forma letteraria tradizionale
a queste figure perché la loro storia avrebbe ricalcato i vecchi procedimenti del patetismo romantico e del dramma
borghese, che l'autore intende invece colpire attraverso la satira e la scomposizione umoristica, accampando
l'esagitazione passionale sul vuoto dell'assurdo. L'analisi evidenzia una duplice dichiarazione di sfiducia che investe la
comunicazione e la pratica scenica, da un lato denunciando l'inadeguatezza della parola, che viene alterata e interpretata
in modo diverso da ciascun soggetto, e dall'altro stigmatizzando la mediocrità degli attori, imprigionati in ruoli fissi e
incapaci di incarnare il flusso perenne della vita. La rottura formale si compie definitivamente nella versione del 1925,
dove i sei Personaggi fanno il loro ingresso non dal palcoscenico, ma avanzando dal fondo della sala e attraversando le
poltrone della platea, cancellando definitivamente ogni separazione spaziale tra lo spazio degli spettatori e quello della
finzione.
Il pirandellismo e la stagione dei miti
A partire dalla metà degli anni venti, l'attività di Pirandello si fa frenetica a causa dello straordinario successo
internazionale che lo porta a New York e a Londra, spingendolo alla fondazione del Teatro d'Arte di Roma e al sodalizio
artistico con l'attrice Marta Abba. Questa fase della produzione, definita dalla critica pirandellismo, è contrassegnata da
una tendenza dello scrittore a imitare se stesso, ripetendo in modo cerebrale e talvolta artificioso i moduli tematici del
relativismo conoscitivo, dell'esasperazione filosofica e del dualismo tra la vita e la forma all'interno di copioni come
Diana e la Tuda, Come tu mi vuoi, Trovarsi e Quando si è qualcuno.
L'ultima stagione del teatro pirandelliano segna tuttavia una svolta radicale con la stagione dei miti, un gruppo di
apologhi teatrali di carattere surreale e allegorico attraverso i quali l'autore abbandona ogni riferimento al presente
storico per formulare amare profezie sul destino della civiltà contemporanea. Questa produzione comprende La nuova
colonia, un'allegoria sull'impossibilità di fondare una società basata sui principi puri dell'uguaglianza e della giustizia,
Lazzaro, una parabola sul senso dell'esperienza religiosa nel mondo moderno, e il capolavoro rimasto incompiuto I
giganti della montagna, progettato fin dal 1929.
In quest'ultimo dramma allegorico, l'attrice Ilse si ostina a voler diffondere la poesia tra gli uomini portando in scena la
Favola del figlio cambiato – opera dello stesso Pirandello, introdotta come autocitazione ironica – e decide di chiedere
aiuto ai giganti, figure invisibili che rappresentano il Potere politico ed economico, dedite esclusivamente alla forza
materiale, alla tenacia produttiva e alla guerra. Nella conclusione del dramma, ricostruita sul letto di morte dal figlio
Stefano, Ilse recita l'opera durante un banchetto davanti alla servitù dei giganti, ma questi, rozzi, barbari e insensibili
alla bellezza dell'arte, sbranano l'attrice e distruggono l'intera compagnia teatrale. L'opera si configura come una spietata
riflessione sulla funzione del teatro e dell'arte nel Novecento, rivelando in filigrana l'evoluzione finale del rapporto
conflittuale tra Pirandello e il fascismo, i cui tratti retorici ed esaltati vengono incarnati dai giganti, i cui nomi
altisonanti Umidof di Dornio e Lopardo d'Arcifa contengono gli anagrammi polemici di un dio di Roma e dell'Africa,
alludendo direttamente alle guerre coloniali del regime. Pirandello si spegne lasciando aperto l'interrogativo sul destino
della cultura, denunciando il rischio che la poesia venga interamente annientata da una società tecnologica, industriale e
autoritaria che rifiuta la dimensione dello spirito.
Italo Svevo e Trieste: l'identità mitteleuropea e il
crogiolo culturale
Aron Hector Schmitz sceglie lo pseudonimo letterario di Italo Svevo per sintetizzare la doppia matrice culturale,
italiana e tedesca, che caratterizza la sua fisionomia e si riverbera nella sua opera narrativa. Questo sdoppiamento
esprime la ricchezza multiculturale di Trieste, città di confine in cui l'autore nasce nel 1861, all'epoca suddito e porto
commerciale dell'Impero austro-ungarico. La Trieste di fine Ottocento si configura come un autentico crogiolo
economico e antropologico in cui la letteratura si mescola al mondo degli affari, delle banche e delle industrie. In
assenza di una tradizione nobiliare locale, la città vede l'egemonia di una solida borghesia commerciale e industriale
all'interno della quale la componente ebraica, a cui la famiglia Schmitz appartiene, occupa un ruolo di primo piano
nella vita culturale e negli affari.
Questa fisionomia mitteleuropea si riflette anche a livello linguistico attraverso la coesistenza quotidiana del dialetto
veneto come lingua d'uso, del tedesco della burocrazia asburgica e del dialetto slavo parlato nelle campagne
circostanti. Sul piano propriamente letterario, la perifericità di Trieste rispetto ai grandi centri della penisola italiana si
rivela una condizione di isolamento fecondo. La città è felicemente estranea alla tradizione accademica e classicista
italiana, e questa autonomia consente a Svevo di sviluppare una straordinaria indipendenza stilistica che lo colloca tra
i più radicali innovatori del romanzo novecentesco europeo al pari di contemporanei come James Joyce e Marcel
Proust.
La vocazione precoce: il collegio bavarese e il decollo intellettuale
La precoce vocazione letteraria di Svevo viene inizialmente rallentata dalle resistenze del padre, un agiato
commerciante che desidera instradare i figli maschi verso la sua stessa attività economica. Dopo le elementari
frequentate presso un istituto israelitico triestino, l'autore viene inviato nel 1874 in un collegio in Baviera (a Segnitz)
con l'obiettivo di assimilare perfettamente la lingua tedesca come strumento indispensabile per i futuri commerci.
Durante il soggiorno tedesco, protrattosi fino al 1878, il giovane scopre una passione divorante per i grandi romanzieri
francesi dell'Ottocento come Stendhal, Balzac, Flaubert, Maupassant e Zola, approfondisce i classici germanici come
Goethe e Schiller e si appassiona al teatro di Shakespeare, imparando a memoria l'Amleto in traduzione tedesca. In
questa fase nasce l'ambizione di diventare uno scrittore famoso, accompagnata dall'incontro fondamentale con la
filosofia pessimistica di Arthur Schopenhauer.
Il rientro a Trieste coincide con l'iscrizione all'istituto commerciale per volere paterno, ma gli interessi del giovane
rimangono concentrati sulla biblioteca civica, dove integra le letture precedenti con i classici italiani come Boccaccio,
Machiavelli e la saggistica di Francesco De Sanctis. La svolta biografica avviene nel 1880, quando un grave dissesto
economico del padre costringe Svevo a entrare come impiegato alla Union Bank di Trieste, un lavoro subordinato che
eserciterà per quasi vent'anni e di cui metterà a frutto l'esperienza alienante nel suo primo romanzo. Per reagire a
un'attività per nulla gratificante, l'autore collabora intensamente con il giornale locale d'orientamento irredentista
"L'Indipendente", redigendo articoli di critica teatrale e recensioni filosofiche che testimoniano una curiosità
intellettuale aperta alla cultura europea. Grazie all'amicizia e all'incoraggiamento del pittore Umberto Veruda, che gli
ispirerà il personaggio di Stefano Balli in Senilità, Svevo pubblica sul quotidiano i suoi primi racconti, Una lotta e
L'assassinio di via Belpoggio, maturando contemporaneamente la propria poetica che formalizza nel saggio del 1887
Del sentimento in arte, in cui tenta di operare una sintesi originale tra le istanze del realismo e la nascente complessità
psicologica moderna.
I primi fiaschi editoriali e la rinuncia alla letteratura per la vita borghese
La prima prova romanzesca dello scrittore è Una vita, pubblicata nel 1892 a spese dell'autore, che ottiene solo qualche
riscontro ambiguo ma cade in generale in una scarsa eco critica. Nonostante l'insuccesso, Svevo interrompe la
collaborazione con "L'Indipendente" per dedicarsi interamente al secondo romanzo, Senilità, avviato nel 1889 e
pubblicato in volume nel 1898 dopo un'uscita a puntate. L'opera si rivela parzialmente autobiografica poiché si ispira
alla tormentata relazione sentimentale dell'autore con Giuseppina Zergol, che nel testo assume il nome di Angiolina
Zarri, vissuta come una passione piena di tormenti anche a causa dei tradimenti della ragazza. L'accoglienza di
Senilità è ancora più fredda del debutto, raccogliendo quasi esclusivamente stroncature o indifferenza da parte dei
recensori, che giudicano repugnante l'analisi impietosa di un giovane intellettuale che consuma la propria insignificante
esistenza per una donna di facili costumi.
Questo secondo, totale insuccesso editoriale determina nel romanziere non ancora quarantenne il proposito ferreo di
abbandonare la letteratura per dedicarsi a quella che egli definisce la «serietà della vita» borghese. A questa scelta
concorrono i nuovi doveri familiari derivati dalla morte dei genitori e dal matrimonio con Livia Veneziani, una cugina
di secondo grado conosciuta al funerale del padre per sposare la quale Svevo, di famiglia ebraica, accetta di farsi
battezzare secondo il rito cattolico preteso dalla famiglia della moglie. Grazie all'aiuto del suocero, l'autore lascia il
monotono lavoro bancario per assumere incarichi di alta responsabilità dirigenziale nella fabbrica di vernici
sottomarine dei Veneziani. Convinto che la letteratura sia d'ostacolo alla nuova redditizia attività commerciale, che lo
porta a frequenti viaggi d'affari all'estero e in particolare a Londra, Svevo tenta di gettare la penna alle ortiche, ma
la vocazione originaria rimane incancellabile e si traduce in una scrittura clandestina e privata di diari, favole e
commedie. Per tutta la vita Svevo si trova così diviso tra l'esistenza piattamente borghese votata al benessere
materiale e un'irrequieta ricerca artistica vissuta quasi con vergogna, tanto da negare la paternità dei suoi romanzi di
fronte ai clienti commerciali per tutelare la propria rispettabilità professionale, mentre cerca uno sfogo alternativo allo
slancio creativo dedicandosi allo studio del violino in un quartetto d'archi.
L'incontro con Joyce, la guerra e la nascita di Zeno
Il ritorno alla scrittura fu determinato da due fattori decisivi. Il primo fu l'incontro a Trieste con James Joyce, giunto in
città come insegnante di inglese e al quale Svevo si rivolse per migliorare la lingua in vista dei viaggi d'affari. La lettura
dei primi due romanzi sveviani da parte di Joyce si risolse in un elogio entusiastico che restituì all'autore la fiducia nelle
proprie capacità. Il secondo elemento fu lo scoppio della Prima guerra mondiale, che provocò il rallentamento della
produzione nella fabbrica di vernici e la partenza di Joyce.
Il forzato tempo libero permise a Svevo di assecondare una nuova ispirazione che, tra il 1919 e il 1922, portò alla
stesura della Coscienza di Zeno. Nel terzo romanzo confluirono gli studi sulla psicanalisi di Sigmund Freud,
approfonditi già prima del conflitto a causa dell'esperienza diretta di un cognato dello scrittore, recatosi a Vienna per
curarsi. La complessa struttura narrativa dell'opera spiazzò nuovamente la critica italiana, determinando un'accoglienza
iniziale distratta e fredda che gettò l'autore nello sconforto.
Il successo tardivo e la morte improvvisa
La consacrazione internazionale dell'opera si realizzò grazie alla mediazione di Joyce, che promosse il libro in Francia
ottenendo l'appoggio del critico Benjamin Crémieux. Il successo parigino trasformò il romanzo in un caso letterario
europeo, riverberando i suoi effetti anche in Italia, dove Eugenio Montale guidò la riscoperta critica di Svevo e dei suoi
due lavori giovanili. Nonostante il riconoscimento tardivo limitato a un'élite intellettuale, lo scrittore poté considerare
appagato il sogno giovanile di conquistare la fama.
L'entusiasmo per il successo stimolò una produzione frenetica di racconti, testi teatrali e l'abbozzo di un quarto
romanzo, interrotta bruscamente nel 1928 dalla morte causata dalle conseguenze di un incidente automobilistico di
ritorno dalle vacanze estive. La piena fortuna critica dell'autore si consolidò soltanto in epoca postuma, confermando la
riflessione di Giuseppe Pontiggia sul riguardo che la cultura italiana riserva agli scrittori scomparsi rispetto a quanti
sono ancora in vita.
La Coscienza di Zeno: il trionfo parigino e la riscoperta
italiana postuma
L'iniziale accoglienza italiana della Coscienza di Zeno è fredda e distratta a causa di una complessità strutturale e
narrativa a cui la cultura nazionale della penisola non è preparata. Di fronte allo sconforto dell'autore, Joyce si mobilita
da Parigi per promuovere il romanzo in Francia, dove l'opera viene recensita favorevolmente dall'autorevole critico
Benjamin Crémieux, trasformandosi rapidamente in un caso letterario internazionale e ottenendo la sospirata
consacrazione. Dalla Francia la fama si estende finalmente all'Italia grazie anche al tempestivo intervento critico di
Eugenio Montale, che riportò l'attenzione pubblica anche sui due romanzi precedenti. Il successo gratifica l'anziano
scrittore e lo sprona a comporre freneticamente nuovi racconti, testi teatrali e ad abbozzare un quarto romanzo, prima
che la morte lo colga improvvisamente nel 1928 per le conseguenze di un incidente automobilistico, decretando una
fortuna letteraria che rimarrà prevalentemente postuma.
Il contesto storico, la genesi dell'opera e il successo europeo
Dopo il totale insuccesso del suo secondo romanzo, intitolato Senilità e pubblicato nel 1898, Italo Svevo scelse di
ritirarsi dalla scena pubblica per oltre vent'anni. Durante questo lungo periodo di silenzio editoriale l'autore continuò a
scrivere privatamente, dedicandosi a quello che definiva lo scribacchiare. Una prima stesura del terzo romanzo risale al
1919, ma venne successivamente distrutta dallo stesso autore. La composizione della nuova opera proseguì in modo
intenso fino al 1922, anno in cui Svevo poté finalmente dedicarsi completamente a questo lavoro. In questa fase lo
scrittore riscrisse più volte soprattutto i primi capitoli, finché al termine di quell'anno inviò il manoscritto, in seguito
purtroppo andato perduto, all'editore bolognese Cappelli.
Il volume vide la luce nel maggio del 1923, ma prima della stampa il testo subì una revisione linguistica da parte di un
letterato e giornalista che lavorava per la casa editrice, un'operazione a cui Svevo acconsentì di buon grado. Anche in
questa occasione le spese dell'edizione, stampata in 1500 copie, furono interamente a carico dell'autore e nuovamente le
recensioni al romanzo, alla sua uscita, furono molto scarse. La svolta decisiva per l'opera arrivò dal 1925 grazie
all'intervento dell'amico James Joyce, il quale si adoperò per far conoscere il romanzo all'estero, permettendogli di
ottenere lusinghieri riconoscimenti dapprima in Francia e poi anche in Italia, dove fra gli altri fu recensito positivamente
da Eugenio Montale.
Il romanzo nasce attorno ad alcune idee diffuse nella cultura mitteleuropea che tra l'Ottocento e il Novecento stava
rivelando, nella sua estrema e raffinata maturità, il proprio declino e la fine imminente. Nella Trieste di inizio
Novecento non giungevano le affermazioni vitalistiche dell'Avanguardia futurista, ma piuttosto gli echi del nichilismo
di Arthur Schopenhauer e la crisi della coscienza scavata e messa impietosamente a nudo dalla psicanalisi di
Sigmund Freud. Questo clima culturale europeo è evidente anche nel parallelo con il romanzo La montagna
incantata, pubblicato nel 1924 dallo scrittore tedesco Thomas Mann. In quell'opera Mann raffigura l'atmosfera di
quegli anni facendo di un sanatorio il luogo privilegiato in cui i malati ragionano, nella loro forzata inattività fisica, su
tutti i problemi del tempo. Quel clima decadente è un'allegoria della dissoluzione della civiltà austro-ungarica che
crollerà alla fine della Prima guerra mondiale, un evento adombrato anche nella catastrofe inaudita con cui si chiude
l'ultimo romanzo di Svevo.
La trama completa e l'architettura degli otto capitoli
Il soggetto della Coscienza di Zeno è la storia della malattia di Zeno Cosini, un anziano e ricco commerciante triestino
che soffre di nevrosi e che scrive le proprie memorie su indicazione dello psicanalista presso cui è in cura. Il libro è
suddiviso rigidamente in otto parti complessive che compongono la struttura totale del testo.
- La prima parte è una Prefazione dello psicanalista, il Dottor S., che nella finzione letteraria dice di pubblicare le
memorie per vendicarsi del paziente che ha abbandonato la terapia prima del tempo, invitando il lettore a una lettura
diffidente. La seconda parte è un Preambolo in cui Zeno illustra con forte ironia i propri sforzi iniziali per rispondere
alle prescrizioni del medico e per recuperare i ricordi della propria infanzia.
- Seguono poi cinque capitoli tematici che trattano, in un ordine non strettamente cronologico, gli aspetti della vita di
Zeno che più possono interessare la terapia psicanalitica. Il primo capitolo tematico è dedicato al vizio del fumo e ai
ripetuti quanto vani tentativi del protagonista di smettere, un percorso segnato dalla continua sigaretta intesa come
ultima sigaretta. Il secondo capitolo affronta i momenti della morte del padre, vissuti da Zeno con il profondo
senso di colpa di non averlo amato e di non averlo assistito in modo adeguato durante la malattia. Il terzo nucleo
narra le fasi, rivissute con ironia, che portano Zeno al matrimonio con Augusta Malfenti, la donna strabica che
sposa dopo essere stato rifiutato dalle altre due sorelle Ada e Alberta. Il quarto capitolo tratta l'adulterio di Zeno,
descrivendo il tentativo non ricevuto dal protagonista di conciliare la tranquillità coniugale con l'avventura del
tradimento amoroso.
- L'ultimo capitolo tematico analizza l'attività commerciale insieme al cognato Guido Speier, il rivale fortunato che
ha sposato Ada e ha fondato un'azienda, ma che morirà suicida dopo un grave dissesto finanziario.
Le memorie cartacee destinate alla terapia si arrestano a questo punto, ma dopo circa un anno Zeno scrive l'ottava e
ultima parte dell'opera nella forma di un diario che va dal 3 maggio 1915 al 26 marzo 1916. In queste pagine il
protagonista registra la decisione di cessare definitivamente la cura e dichiara di ritenersi guarito non grazie alla
psicanalisi, ma per essere diventato un profittatore di guerra negli anni del primo conflitto mondiale. Nelle
considerazioni conclusive del diario Zeno si rende però conto che la salute in realtà non esiste per nessuno, perché
l'umanità intera sta correndo verso la fine, ovvero un'esplosione planetaria che farà della Terra una nebulosa.
La rottura della linearità cronologica e il tempo misto
Nel segnare la fine di un'epoca, il terzo romanzo di Svevo abbandona anche il modo di raccontare dominante nella
tradizione narrativa dell'Ottocento, poiché, finita la stagione delle rassicuranti certezze positiviste, fa subentrare il
dubbio e la polivalenza dei significati. Se dell'esistere si perde il senso univoco e coerente, anche la sua
rappresentazione diventa frammentaria, spezzata nel suo flusso ed espressione di una realtà stratificata. Come gli
riconosce Montale, Svevo abolisce del tutto la linearità della concatenazione cronologica, distribuendo il materiale
autobiografico del protagonista per nuclei tematici.
All'interno di questi capitoli la narrazione va continuamente avanti e indietro nel tempo, seguendo la rievocazione
interiore fatta da Zeno. Si parla infatti di un tempo misto o soggettivo, dove in ciascun blocco si raccoglie l'intera vita
del protagonista, vista però ogni volta da una prospettiva tanto parziale da creare un senso di forte discontinuità fra un
episodio e l'altro. L'ordine cronologico degli eventi è ripetutamente infranto dal protagonista, come dimostra il fatto che
se nel primo capitolo tematico dedicato al fumo Zeno risulta già sposato, le peripezie che lo portano al matrimonio sono
narrate solamente due capitoli dopo, intervallate dal racconto della morte del padre.
Un'operazione di questo genere costituisce già di per sé un'interpretazione della realtà, dal momento che chi scrive,
ordinando in una sorta di mappa tematica lo svolgimento disordinato della propria vita, assegna valore a certi episodi
piuttosto che ad altri. Secondo le teorie di Freud le passioni sono la malattia e il loro ricordo funziona come cura, di
conseguenza il recupero alla memoria condotto attraverso la scrittura assume già nei fatti una funzione terapeutica.
Lo sdoppiamento dell'io e il meccanismo del narratore inattendibile
A complicare la struttura del racconto interviene il fatto che gli avvenimenti vissuti e la loro successiva interpretazione
appartengono a due piani di consapevolezza diversi, entrambi parziali ma complementari e interdipendenti. L'io che
narra, essendo temporalmente distante e mai coincidente con l'io che ha vissuto, proietta la consapevolezza del
presente su quella del passato. L'io del presente è tuttavia mutevole, non solo perché è immerso in un tempo che ne
sposta continuamente il punto di vista, ma anche perché è soggetto all'effetto terapeutico dell'operazione della scrittura,
un effetto del quale chi scrive diffida profondamente. Da questa dialettica tra il presente e un passato mai recuperato una
volta per tutte nascono una scrittura contraddittoria e provvisoria e una parola a cui non è più possibile attribuire un
valore di assoluta verità, dato che può mutarsi nel giro di poche righe nel proprio contrario.
Il romanzo non è una vera e propria autobiografia, ma la storia della malattia di un nevrotico che nel raccontarla in
prima persona attribuisce un'importanza del tutto soggettiva ai propri ricordi. Il protagonista si dilunga su dettagli
che al lettore possono sembrare insignificanti e trascura aspetti che sembrerebbero rilevanti, con il risultato che nel
racconto il tempo soggiace a continui rallentamenti o accelerazioni. Zeno non racconta i fatti come si sono svolti, ma
narra come questi fatti esteriori hanno inciso sulla sua coscienza, che filtra il tempo secondo una propria percezione
personale.
Si chiarisce così la ragione del titolo del romanzo, che in verità è molto ambiguo. La coscienza di Zeno è infatti
sfuggente e contraddittoria e se da un lato il titolo vorrebbe designare la consapevolezza acquisita dal protagonista
attraverso l'analisi di sé, in realtà nel romanzo c'è anche il perfetto contrario di tale consapevolezza, poiché gran parte
della descrizione riguarda il suo inconscio. Intitolando il romanzo alla coscienza, Svevo vuole probabilmente
sottolineare la propria diffidenza nei confronti della terapia, dal momento che secondo la dottrina freudiana sono
proprio le resistenze della coscienza che si oppongono a quell'emergere del rimosso che è la strada verso la guarigione.
Diversamente da quanto avviene nei precedenti romanzi di Svevo, il nome del protagonista compare fin dal titolo,
l'opera è scritta in prima persona e manca del tutto un giudizio critico esterno che intervenga a dire al lettore come
veramente stanno le cose. Anche Alfonso Nitti ed Emilio Brentani erano degli inetti che si inventavano continuamente
alibi a difesa del loro carattere debole, ma sui loro pensieri interveniva inesorabile il giudizio di un narratore
onnisciente, retaggio della narrativa realista, a smascherare da un punto di vista superiore la loro vanità e la loro falsa
coscienza. Nella Coscienza di Zeno il protagonista diventa un narratore inattendibile. L'unica altra voce appartiene al
medico, il dottor S., il quale smentisce preventivamente il testo e denuncia l'inaffidabilità di quanto si troverà scritto,
invitando a una lettura diffidente e scettica. Zeno scrive con il dichiarato proposito di volersi fare beffe del medico e
di ingannarlo, come quando afferma di avere inventato particolari della propria infanzia per far piacere allo psicanalista.
Le sue deformazioni non sono solo inconsce ma anche intenzionali, poiché egli non vuole essere un paziente
collaborativo. D'altra parte nemmeno il dottor S. risulta attendibile, perché mostra astio verso il paziente che lo ha
abbandonato e si rifiuta di rendere esplicite le bugie di Zeno, lasciando il lettore senza una versione attendibile dei fatti
e facendo sì che tutto rimanga sospeso e aperto.
Le spie dell'inconscio, i lapsus e gli atti mancati
Davanti all'inattendibilità di Zeno interviene la psicanalisi, la quale da una parte complica le cose scoprendo i grovigli
dell'inconscio, ma dall'altra mette a disposizione alcuni strumenti introspettivi per portarli alla luce. Svevo assegnava
alla letteratura l'obiettivo di tentare di portare a galla dall'imo del proprio essere ogni giorno un suono, un accento,
un residuo fossile o vegetale, qualcosa di sincero anatomizzato, cioè di esplorare la vita interiore dei personaggi. La
psicanalisi rivela che, attraverso processi inconsci e in perfetta buona fede, gli individui tendono a rimuovere gli episodi
traumatizzanti vissuti anche attraverso la menzogna.
Dagli strati più profondi dell'io vengono però a galla delle spie e degli indizi in forma di comportamenti involontari
contrari a quelli che si vorrebbero compiere, dai quali è possibile ricavare un'intenzione inconfessabile rimossa a livello
conscio. Il ruolo ricoperto nei precedenti romanzi dalla voce narrante onnisciente è svolto nella Coscienza dai lapsus,
dagli atti mancati e dai sogni, che aggiustano le cose nel modo in cui il protagonista vorrebbe che fossero andate
attraverso la sostituzione del principio di realtà con il principio del piacere, usando le categorie del pensiero di Freud.
L'esempio forse più significativo di atto mancato è costituito dallo scambio di funerale di Guido Speier. Al momento
delle esequie del cognato, che con apparente compassione definisce il proprio povero amico, Zeno segue il feretro di
uno sconosciuto per un banale errore di distrazione. Questo sbaglio rivela che il protagonista non gli era affatto amico,
ma anzi lo odiava al punto da volergli rifiutare inconsciamente il tributo degli estremi onori. Tra i sogni va ricordato
soprattutto quello che rielabora il momento della morte del padre. Se nella realtà Zeno si era opposto al consiglio del
medico di sottoporre il padre a un salasso che avrebbe potuto farlo rinvenire, tempo dopo, in sogno, rovescia la
situazione ed è lui stesso a pretendere quel salasso dal medico. In questo caso il meccanismo onirico interviene
direttamente per tacitare i sensi di colpa di Zeno sorti dal desiderio inconscio di volere la morte del genitore.
La critica della cura medica e la valorizzazione della letteratura
L'ultimo capitolo si apre con l'affermazione perentoria del protagonista che dichiara di averla finita con la psico-analisi
e che dopo averla praticata assiduamente per sei mesi interi si sente peggio di prima. Questa prima parte è dedicata alle
recriminazioni del paziente insoddisfatto, impegnato a dimostrare l'inattendibilità del proprio racconto per screditare
l'operato del medico. Secondo Zeno, infatti, una confessione in iscritto è sempre menzognera, e nel suo caso ciò è
legato anche a una lingua non posseduta a pieno che tradisce le intentions originarie del pensiero, poiché il dottore
ignora cosa significhi scrivere in italiano per chi parla correntemente il dialetto e non sa scrivere la lingua nazionale.
Zeno dichiara di non sapere che farsene della diagnosi formulata dal dottor S., il quale riconduce i suoi disturbi al
complesso edipico e quindi al rapporto conflittuale col padre, uno dei temi cruciali della teoria freudiana. Al medico,
impegnato a far rientrare a tutti i costi il paziente in un definito quadro clinico per poterlo guarire, Zeno oppone la
consapevolezza che la sarà supposta salute non è altro che conformismo sociale e che la realtà non può essere ancorata
a categorie fisse. Se quindi Svevo critica la pretesa della psicanalisi di risalire in modo meccanico e deterministico dal
sintomo alla causa, la rivaluta però su un altro piano, considerandola uno strumento quanto mai utile alla letteratura,
poiché a questa spetta il compito di trasmettere la consapevolezza che la realtà è un'entità sempre cangiante e in
prevenire.
Il rovesciamento dialettico di salute e malattia
Il binomio più complesso e ambiguo che attraversa l'intero romanzo è quello di salute e malattia. Come Alfonso Nitti
ed Emilio Brentani, Zeno appartiene alla categoria degli inetti. Dalla sua ottica di straniero nel mondo, evidenziata dal
fatto che il suo nome ricalca il termine greco xénos, egli ha imparato ironicamente a convivere con il proprio disagio.
Zeno è forte della convinzione che ciò che la coscienza borghese identifica con la salute altro non è che una totale
rimozione della malattia.
Estraneo e malato, lo sguardo di Zeno funziona da elemento straniante nei confronti del mondo dei cosiddetti sani.
Nella sua totale diversità da Augusta, la donna che ha sposato e che incarna ai suoi occhi il modello perfetto della salute,
Zeno comprende che i sani non sanno nulla di se stessi. Egli scrive espressamente che analizzando la salute della moglie
si accorge che la converte in malattia, e scrivendone comincia a dubitare se quella salute non avesse bisogno di cura.
Diversamente dai protagonisti dei precedenti romanzi che si autocompativano aspirando invano a diventare come tutti
gli altri, il disorganico Zeno osserva il mondo circostante con ironia, irridendo tutti coloro che si illudono di possedere
la salute, ben sapendo che questa è una pura convenzione che consente il vivere sociale. In questo senso la malattia
assolve a una funzione conoscitiva apprezzata da Zeno e dallo stesso Svevo, il quale domandava a un amico perché
mai si dovesse voler curare la nostra malattia, togliendo all'umanità quello che essa ha di meglio.
Anche nel rapporto fra le coppie di personaggi rivali vi sono profonde differenze rispetto al passato. Se Alfonso ed
Emilio uscivano nettamente sconfitti dal confronto con Macario e Stefano Balli, la stessa cosa non accade per l'inetto
Zeno di fronte al personaggio forte del cognato Guido. Pur rivestendo il ruolo del vincitore agli occhi di Zeno, Guido in
realtà è di fatto esistenzialmente malato, ma con l'ottusa presunzione di essere sano. La differenza tra i due emerge nel
corso di una passeggiata notturna quando Guido, disperato per l'andamento degli affari e per i problemi con Ada,
esclama che la vita è ingiusta e dura, rispondendo allo stereotipo moralistico del senso comune e della banalità. Di
tutt'altro tono è la rettifica di Zeno, per il quale la vita non è né brutta né bella, ma è originale, dove quest'ultimo
termine significa propriamente assurda e irrazionale. Zeno intende dire che la vita stessa è un'enorme costruzione
priva di scopo nella quale l'essere umano è stato messo per errore, dimostrando che a essere irrimediabilmente malati
non sono soltanto gli individui, ma l'intera società.
Pur essendo inetto e in abbozzo al pari degli altri protagonisti sveviani, Zeno ha la meglio sui propri antagonisti e alla
fine trova il successo. La sua continua autoanalisi e la volontà di rifiutare il ruolo fisso che la società vorrebbe imporgli
non portano alla paralisi, ma a una maggiore disponibilità ad aprirsi alla vita. La forza di Zeno risiede nella sua stessa
incompiutezza, che gli consente di reagire, meglio degli altri, al fluire incessante dell'esistere e al mutare delle
circostanze. Il sentirsi imperfetto e mai pienamente realizzato rende Zeno consapevole di questo limite, portandolo a
guardare le cose senza immergervisi, osservandole dal di fuori per poterle conoscere davvero. Vi è dunque una vera e
propria rivincita dell'inetto.
La demolizione delle istituzioni borghesi e la profezia della fine cosmica
Due sono i pilastri su cui si regge la società borghese di cui Zeno all'inizio ambirebbe a far parte, ovvero la famiglia
(fondata sull'istituto matrimoniale) e il lavoro (l'uomo d'affari), ma di entrambi egli arriva a cogliere le intime
contraddizioni. Nel primo caso Zeno opera una dissacrazione delle istituzioni borghesi mettendo in ridicolo tutte le
fasi che vanno dal corteggiamento al matrimonio. Nel salotto di casa Malfenti la sua è una presenza anomala che solo il
perbenismo evita di censurare, a parte la più piccola delle sorelle, Anna, voce impietosa e involontaria tutrice della
normalità borghese, la quale dice apertamente che Zeno è pazzo del tutto. In seguito Zeno vorrebbe dichiararsi ad Ada,
ma per errore è ad Augusta che chiede di sposarlo e, una volta scoperto l'errore, non se la sente di correggerlo. Nel
giorno delle nozze arriva in chiesa in ritardo e segue distantemente la cerimonia nuziale, preso dalla preoccupazione di
inventarsi una giustificazione per la sua mancanza di puntualità. Durante il viaggio di nozze, anziché dire frasi
romantiche alla sposa, le profetizza che presto lei rimarrà vedova.
Nel capitolo intitolato Storia di un'associazione commerciale, la considerazione quasi sacrale che la cultura borghese
attribuisce al lavoro viene profanata dal comportamento clownesco di Zeno. Egli alla ponderazione necessaria per
condurre gli affari sostituisce l'ispirazione momentanea, e alla sana operosità oppone le proprie personali
fantasticherie. L'etica del dovere non è più un dogma e l'attività commerciale diventa l'hobby di uno sfaccendato. Vi è
dunque una demitizzazione del lavoro, anche se alla critica delle attività borghesi Svevo non fa seguire alcuna
alternativa propositiva.
Bisogna arrivare alle ultime pagine del romanzo, là dove la vita del protagonista si incontra con l'evento terribile della
Prima guerra mondiale, per trovare uno Zeno che, giocando umoristicamente sui contrari, dichiara con soddisfazione di
essere guarito e di sentirsi perfettamente sano. Si tratta della rivincita finale dell'inetto, dato che il protagonista
attribuisce il proprio stato di benessere ai lauti guadagni che gli derivano da una spregiudicata operazione
commerciale. Vincendo l'inerzia degli individui attoniti di fronte alla guerra, Zeno comincia a comprare merce di ogni
genere, aspettando il momento propizio per rivenderla ad acquirenti bisognosi di tutto, diventando a tutti gli effetti un
commerciante di successo.
Eppure, la pagina immediatamente seguente, che chiude definitivamente il romanzo con un finale problematico,
richiama il lettore a rileggere in modo diverso l'affermazione della guarigione di Zeno. È una pagina in cui si avvertono
la storia recente della guerra, con l'impiego distruttivo dei gas velenosi, e la dimensione cosmica di una catastrofe
inaudita, indicata come l'unica possibilità di un ritorno alla salute per il pianeta. Umoristicamente e amarasamente, la
salute sarà la conquista di un mondo che non esisterà più, poiché non ha più senso la contrapposizione fra sani e malati
se l'unica forma possibile di salute pare essere la consapevolezza della malattia universale, per guarire dalla quale il
mondo dovrebbe ricominciare interamente da capo.
1. La posizione degli intellettuali di fronte alla storia: il
letterato-letterato e il letterato-ideologo
Due modelli opposti nel dopoguerra
Il trauma della Prima guerra mondiale e l'ascesa dei totalitarismi impongono agli uomini di cultura una scelta di campo
obbligatoria che divide gli intellettuali in due categorie distinte.
Il letterato-letterato
Il letterato-letterato sceglie il disimpegno politico e si rifugia nel culto del bello stile e della perfezione formale. Questo
modello è rappresentato dalla rivista romana "La Ronda" (1919-1923) che propone la prosa d'arte e le forme narrative
brevi per isolare la letteratura dalle tensioni della realtà contemporanea.
Il letterato-ideologo
Il letterato-ideologo usa la cultura come strumento di battaglia civile e si schiera apertamente con i regimi o con
l'antifascismo. Antonio Gramsci dal maggio 1919 critica sulla rivista "Ordine nuovo" la crisi della democrazia
borghese e nei "Quaderni del carcere" elabora la figura dell'intellettuale organico che partecipa alle lotte delle masse
popolari per superare il distacco storico tra cultura alta e popolo.
La destra di Gentile e la critica di Gobetti
Sul fronte opposto Giovanni Gentile mette l'attività teorica al servizio del fascismo per creare la continuità con il
Risorgimento. Nel campo antifascista il giovane Piero Gobetti fonda "Rivoluzione liberale" (1922-1924) e "Il Baretti"
(1924-1928) definendo il fascismo come l'autobiografia della nazione nata dai difetti storici italiani e dal fallimento del
Risorgimento.
2. La situazione economica e politica, gli intellettuali e
l’organizzazione della cultura, l’immaginario e le
ideologie, il pubblico e i generi letterari
Crisi politica e ascesa dei totalitarismi
Il dopoguerra ridisegna i confini europei con i trattati di Versailles e lo smembramento dell'Impero austro-ungarico.
L'instabilità economica e la crisi del 1929 favoriscono l'ascesa di Adolf Hitler in Germania (1933) e il consolidamento
di Stalin in URSS. In Italia lo stato liberale crolla dopo il biennio rosso (1919-1921) e le elezioni del 1919 portano alla
marcia su Roma del 28 ottobre 1922 e alla nascita della dittatura di Benito Mussolini dopo l'assassinio di Giacomo
Matteotti nel 1924.
L'organizzazione del consenso e della propaganda
Il fascismo intuisce l'importanza della neonata società di massa e organizza il consenso attraverso il controllo
dell'informazione della scuola e del tempo libero. Vengono creati il ministero della Cultura popolare (Minculpop) e
l'Istituto LUCE per centralizzare la propaganda attraverso i nuovi media come la radio gestita dall'Eiar e il cinema
che diventa sonoro alla fine degli anni venti. Nel 1929 i Patti Lateranensi garantiscono al regime l'appoggio della
Chiesa cattolica.
La fascistizzazione della cultura alta
Giovanni Gentile da ministro della Pubblica istruzione vara nel 1923 una riforma scolastica gerarchica e umanistica
basata sul liceo classico per la futura classe dirigente. Dal 1925 dirige l'Enciclopedia italiana (35 volumi dal 1929 al
1937) coinvolgendo anche studiosi non fascisti. Il regime crea l'Accademia d'Italia (1929) che include Pirandello
Marinetti e Ungaretti e organizza i giovani universitari attraverso i Guf e le competizioni culturali dei Littoriali (dal
1934). Nel 1938 l'approvazione delle leggi razziali segna la svolta discriminatoria contro gli ebrei.
Il dibattito sul romanzo in Italia
In Italia il romanzo stenta ad affermarsi rispetto al resto d'Europa perché la cultura ufficiale predilige la prosa breve e
accusa il romanzo di cedere ai ritmi commerciali della cultura di massa. Capolavori isolati come "La coscienza di Zeno"
di Italo Svevo (1923) e i romanzi di Federigo Tozzi come "Con gli occhi chiusi" (1919) restano inizialmente ai margini
del dibattito.
Borgese e il rilancio della narrativa
Giuseppe Antonio Borgese pubblica nel 1921 il romanzo "Rubè" e nel 1923 la raccolta di saggi "Tempo di edificare" in
cui contesta il frammentismo della "Ronda". Borgese chiede un'opera organica capace di dare il quadro di un intero
periodo storico. Sotto l'influenza della psicanalisi di Freud della relatività di Einstein e del tempo come durata di
Bergson la narrativa italiana si rinnova.
Le due linee della narrativa degli anni trenta
Si sviluppano due correnti principali. La prima è la narrativa della memoria focalizzata sui ricordi e sulla giovinezza
rappresentata da autori come Romano Bilenchi Fausta Cialente e Alba de Céspedes. La seconda è un nuovo realismo
attento alle classi popolari e di denuncia sociale che esordisce con "Gli indifferenti" di Alberto Moravia (1929) e
prosegue con la linea meridionalista di Corrado Alvaro con "Gente in Aspromonte" (1930) e Ignazio Silone con
"Fontamara" (1933). Spazi autonomi sono occupati dall'umorismo di Achille Campanile e dallo sperimentalismo
espressionista e plurilinguista di Carlo Emilio Gadda.
3. Intellettuali e regime: i manifesti di croce e gentile
Il Manifesto fascista del 1925
Nel marzo 1925 al Congresso per la cultura fascista di Bologna Giovanni Gentile redige il Manifesto degli intellettuali
del fascismo firmato da 250 studiosi tra cui Pirandello d'Annunzio Marinetti Soffici e Ungaretti. Il testo celebra il
fascismo come una missione religiosa e una scuola di disciplina che subordina l'interesse particolare all'universalità
dello stato affermando che la libertà si conquista solo attraverso la legge.
Il Manifesto antifascista di Croce
Il 1° maggio 1925 Benedetto Croce risponde sul quotidiano "Il Mondo" con la "Risposta di scrittori professori e
pubblicisti italiani al manifesto degli intellettuali fascisti" firmata da intellettuali come Eugenio Montale Luigi Einaudi
Giovanni Amendola e Gaetano Salvemini. Il documento accusa la classe dirigente liberale di complicità con il fascismo
e rivendica l'autonomia della cultura dalla politica.
La religione della libertà
Croce oppone alla violenza del regime la religione della libertà intesa come fede laica nel progresso e nella giustizia. Il
manifesto crociano stabilisce che il solo dovere degli intellettuali è dedicarsi all'indagine critica e alla creazione artistica
per innalzare gli uomini sopra le passioni dei partiti. Questa opposizione liberale viene affidata anche a opere storiche
come la "Storia d'Italia" (1928) e la "Storia d'Europa" (1932) dove Croce nega ogni continuità tra l'età giolittiana e il
fascismo.
4. La rivista Solaria: tra disimpegno e opposizione
Un'alternativa cosmopolita a Firenze
Fondata a Firenze nel 1926 da Alberto Carocci la rivista Solaria (attiva fino al 1934 con gli ultimi numeri usciti nel
1936) rifiuta l'isolamento provinciale imposto dal regime. Sfruttando la distanza dai centri del potere politico di Roma e
Milano la redazione pratica una resistenza culturale basata sull'europeismo di stampo illuminista in sintonia con "Il
Convegno" di Enzo Ferrieri e "Il Baretti" di Gobetti.
I tre capisaldi del programma
Il programma di Solaria si sviluppa in tre direzioni precise. Il rilancio delle narrazioni lunghe e del romanzo come
forma privilegiata per raccontare il reale l'apertura verso la grande letteratura straniera per sprovincializzare l'Italia e
l'attenzione per i giovani scrittori delle nuove generazioni.
La diffusione del modernismo europeo e americano
La rivista diventa il canale di diffusione in Italia dei maestri del modernismo europeo come Marcel Proust James Joyce
e Virginia Woolf stimolando il dibattito sulle tecniche del flusso di coscienza e del monologo interiore. Attraverso
collaboratori come Elio Vittorini Cesare Pavese e Mario Soldati la rivista introduce anche lo studio della cultura
letteraria americana.
Le firme e lo scontro con la censura
Su Solaria pubblicano autori come Gadda Montale Saba Quasimodo e Vittorini insieme a intellettuali impegnati come
Leo Ferrero che continuerà a collaborare anche dall'esilio. Questo sperimentalismo e il legame concreto con la realtà
attirano la censura fascista che nel 1934 sequestra il numero contenente la sesta puntata del romanzo "Il garofano
rosso" di Vittorini. La rivista chiude a metà degli anni trenta ma lascia un'eredità fondamentale come laboratorio per il
romanzo psicologico e per il neorealismo del secondo dopoguerra.
Le origini dell'Ermetismo e il contesto storico
Le origini dell'Ermetismo e il contesto storico
Nel periodo tra le due guerre mondiali la letteratura italiana vive una fase di generale "ritorno all'ordine" che si
sviluppa come reazione alla fine delle esperienze estreme delle avanguardie futuriste e alla sperimentazione dei poeti
vociani e crepuscolari. Questo fenomeno spinge la cultura nazionale a ricollegarsi più direttamente alle correnti
europee a cavallo tra Ottocento e Novecento, in particolare al Simbolismo, che fino ad allora era penetrato solo
parzialmente in Italia.
In questo contesto, durante gli anni trenta, si diffonde l'Ermetismo, una tendenza che esprime un'esigenza di poesia
"pura". Si tratta di una lirica totalmente svincolata da intenzioni civili o interventi politici. Questo distacco dalla
realtà storica affonda le sue radici anche nelle apprensioni e nelle inquietudini nate con l'affermarsi del regime
fascista, spingendo i poeti a rifiutare il confronto con l'attualità scomoda dell'epoca.
La visione della poesia: letteratura come vita
Sgombrato il campo dalla cronaca e dalla politica, gli autori ermetici condividono un comune atteggiamento rivolto
all'interiorità e a una spiritualità profonda, che spesso assume una matrice cristiana o si interessa alle verità delle
religioni e delle filosofie antiche. La poesia viene intesa come lo strumento privilegiato e assoluto per accedere a
una forma superiore di conoscenza e per interrogarsi sul mistero dell'essere.
Questa ricerca metafisica ed esistenziale richiede un impegno totale: la letteratura e la vita devono coincidere in
modo assoluto. Il poeta vive in uno stato di perenne e inquieta attesa della rivelazione, una condizione interiore che
genera spesso sentimenti profondi di solitudine e di angoscia esistenziale.
Le caratteristiche formali e la "grammatica ermetica"
L'Ermetismo si impone a lungo nel panorama italiano tanto da far parlare i critici di una vera e propria "grammatica
ermetica", caratterizzata da precise scelte stilistiche:
- Metrica: Predilezione per la forma breve e frammentaria. Si registra un ruolo privilegiato dell'endecasillabo e uno
scarso impiego della rima, sostituita da una musicalità interiore scandita da pause, allitterazioni,
assonanze e consonanze.
- Sintassi: Abolizione totale o parziale della punteggiatura e dei connettivi logici. Si assiste alla soppressione degli
articoli e all'uso dei plurali al posto dei singolari per rendere i nomi indeterminati. Le preposizioni e le
congiunzioni sono usate in modo anomalo, il verbo copulativo viene spesso omesso a favore di frasi
nominali, con un'abbondanza di inversioni e iperbati.
- Lessico: Il vocabolario è ridotto a poche parole di registro elevato, isolate nel verso per caricarle della massima
potenza espressiva, con una netta propensione per i sostantivi astratti.
- Composizione e temi: Le immagini sono vaghe ed enigmatiche, collegate tra loro attraverso procedimenti
analogici. Il punto di partenza è sempre un dato autobiografico (un ricordo o un sentimento) che viene
però spogliato da ogni elemento cronachistico e limato fino a diventare assoluto e universale.
Genesi del termine e ricezione critica
Il termine "Ermetismo" viene coniato nel 1936 dal critico Francesco Flora nel saggio Poesia ermetica. Flora utilizza
questa espressione alludendo a Ermete Trismegisto, il dio della sapienza arcana e iniziatica, per definire una poesia che
giudica oscura, complessa e basata su un ricorso eccessivo all'analogia e a simboli difficili da interpretare. I modelli
di riferimento indicati sono i poeti francesi come Mallarmé e Valéry, seguiti in Italia da Giuseppe Ungaretti,
soprattutto nella raccolta Sentimento del tempo.
Alla sua nascita il termine ha quindi un'accezione negativa e polemica, diventando sinonimo di scrittura astratta e
incomprensibile. Per questo motivo la definizione non viene amata dai protagonisti del movimento: lo stesso
Ungaretti, indicato come caposcuola dai poeti più giovani, rifiuterà in diverse occasioni di definirsi ermetico.
Centri propulsori, riviste e protagonisti
Il movimento ha il suo centro nevralgico in Toscana, in particolare a Firenze, anche se riceve adesioni in tutta la
penisola, da Torino a Milano fino alla Sicilia. Il principale punto di ritrovo e di discussione per scrittori e artisti è il caffè
delle Giubbe Rosse a Firenze. Le idee della corrente si diffondono attraverso importanti riviste culturali dell'epoca,
come Il Frontespizio (1929-1940), Letteratura (1937-1947) e Campo di Marte (diretta tra il 1938 e il 1939 da
Alfonso Gatto e Vasco Pratolini).
Le prime opere che inaugurano questa stagione sono:
- Acque e terre (1930) del siciliano Salvatore Quasimodo.
- Isola (1932) del salernitano Alfonso Gatto.
- Realtà vince il sogno (1932) del torinese Carlo Betocchi.
- La barca (1935) del fiorentino Mario Luzi.
La piena consapevolezza teorica del movimento viene consacrata nel 1938 con la pubblicazione del saggio Letteratura
come vita di Carlo Bo, considerato il vero e proprio manifesto dell'Ermetismo. Al movimento si accostano
significativamente anche alcune autrici, tra cui la ferrarese Giovanna Bemporad (nota per il volume Esercizi e per una
monumentale traduzione dell'Odissea) e la bolognese Cristina Campo.
La stagione più rappresentativa dell'Ermetismo si conclude con la fine della Seconda guerra mondiale, quando poeti
come Gatto e Quasimodo modificano il proprio stile virando verso l'impegno civile, mentre altri autori, come
Leonardo Sinisgalli e Piero Bigongiari, continueranno a richiamarsi a quella sensibilità anche negli anni successivi.
Il ruolo della traduzione poetica
Per gli ermetici la traduzione poetica non è un semplice lavoro di servizio, ma un esercizio affine alla creazione stessa,
elevato a vero e proprio genere letterario. Questa pratica si sviluppa principalmente in tre direzioni:
1. I Classici: Un ritorno ai testi greci e latini, come l'Odissea tradotta da Bemporad, i tragici tradotti da Leone
Traverso e i celebri Lirici greci di Quasimodo. In questi testi gli ermetici cercano contenuti eterni espressi
con massima purezza e intensità, utili a ispirare una scrittura essenziale e atemporale.
2. Il Barocco: Una forte attenzione per i poeti del Cinque-Seicento, tra cui lo spagnolo Luis de Góngora, apprezzato
per la drammaticità e la complessità formale delle sue immagini.
Salvatore Quasimodo
1. l'infanzia, lo studio e l'esordio a Firenze (1901-1930)
Salvatore Quasimodo nasce a Modica nel 1901. Nel 1908, dopo il devastante terremoto di Messina, il padre
ferroviere viene trasferito lì e la famiglia vive a lungo in un carro merci della stazione: questo periodo di stenti segnerà
per sempre la memoria del poeta.
Nel 1919, dopo il diploma di geometra a Palermo, si trasferisce a Roma per l'università, ma deve interrompere gli studi
per difficoltà economiche. Continua però a studiare da autodidatta i classici e la letteratura.
La svolta avviene nel 1929 quando si trasferisce a Firenze su invito di Elio Vittorini (suo cognato). Qui frequenta
Eugenio Montale e la rivista "Solaria", che nel 1930 pubblica la sua prima raccolta, "Acque e terre".
La prima poetica (Ermetismo): I testi di questa fase iniziale mostrano uno stile tipicamente ermetico, con un
linguaggio evocativo e analogico. Il tema centrale è la nostalgia per la Sicilia, vista come un paradiso perduto e
primitivo, in cui il poeta cerca rifugio isolandosi dal grigiore e dallo sradicamento delle città del Nord.
2. I trasferimenti per lavoro e la consacrazione (1932-1942)
A causa del suo lavoro come geometra del Genio civile, Quasimodo cambia spesso città:
- AGenova conosce Camillo Sbarbaro e pubblica "Oboe sommerso" (1932) e "Odore di Eucalyptus e altri versi" (1933).
- A Milano pubblica "Erato e Apollion" (1936) e "Poesie" (1938), ottenendo la fama letteraria.
Grazie al successo, lascia il lavoro di geometra e diventa redattore della rivista "Tempo". Nel 1940 pubblica la celebre
e influente traduzione dei "Lirici greci", fondamentale per la sua ricerca di una parola pura, essenziale e senza tempo.
Nel 1942 unifica tutta la sua produzione precedente nel volume "Ed è subito sera", testo simbolo della solitudine
dell'uomo moderno e della brevità dell'esistenza.
3. Il trauma della guerra e la svolta civile (1943-1947)
Durante la Seconda guerra mondiale assiste a Milano ai bombardamenti e all'occupazione nazista. Questo dramma
distrugge l'isolamento ermetico e rivoluziona completamente la sua scrittura. Nel 1947 pubblica "Giorno dopo
giorno" (20 liriche).
La seconda poetica (Neorealismo e Impegno Civile): Quasimodo abbandona la poesia pura e sposa la linea del
Neorealismo. Sente che l'intellettuale ha il dovere morale di "rifare l'uomo", cioè aiutare la società a ricostruirsi dopo
gli orrori della guerra. Lo stile diventa limpido, chiaro e discorsivo, aperto alla logica e alla denuncia concreta delle
ingiustizie storiche e sociali.
Nel 1945 si iscrive al Partito comunista italiano, segnando il definitivo passaggio dalle giovanili simpatie fasciste a
una stabile visione politica di sinistra.
4. Il successo internazionale, il Nobel e le polemiche (1949-1968)
La sua nuova linea di poesia civile prosegue con successo nelle raccolte successive: "La vita non è sogno" (1949), "Il
falso e vero verde" (1953, sugli orrori dei campi di concentramento), "La terra impareggiabile" (1958, premio
Viareggio) e "Dare e avere" (1966).
Nel 1959 riceve il premio Nobel per la letteratura, sostenuto dai critici Carlo Bo e Francesco Flora. Questo premio
scatena però furiose polemiche in Italia: Giuseppe Ungaretti lo attacca pubblicamente definendolo "pappagallo e
pagliaccio" e accusando la sua conversione politica di puro opportunismo per via delle passate collaborazioni con il
regime.
All'estero, invece, Quasimodo viene celebrato, riceve la laurea honoris causa a Oxford e tiene conferenze in tutto il
mondo. Il grande pubblico lo ama per il suo stile limpido e musicale, capace di trasmettere messaggi etici immediati in
un'epoca di sperimentazioni difficili. Muore per un ictus nel 1968 ad Amalfi, subito dopo aver ritirato un premio
letterario.
GIUSEPPE UNGARETTI: VITA, FORMAZIONE E
POETICA
1. L'infanzia in Egitto e l'esperienza del deserto
Le ultime immagini pubbliche di Giuseppe Ungaretti risalgono al 1968, quando la Rai trasmise le riprese introduttive
dello sceneggiato sull'Odissea. In quei primi piani in bianco e nero, il poeta ottantenne leggeva i brani omerici con un
furore tonante e muoveva una mano su cui portava un anello a forma di teschio, mostrandosi come una vera
incarnazione dell'ispirazione poetica. Questo amore per la poesia nacque durante la giovinezza ad Alessandria
d'Egitto, dove Ungaretti nacque il 10 febbraio 1888 da genitori immigrati di origine lucchese. La madre gestiva un
forno in periferia, mentre il padre lavorava come operaio negli scavi del canale di Suez e morì per un infortunio quando
il figlio aveva solo due anni.
Ad Alessandria Ungaretti studiò la letteratura europea all'École Suisse Jacot e iniziò a scrivere le prime poesie. In quel
periodo frequentò i caffè degli artisti e la Baracca rossa, una soffitta dove si incontravano i ribelli di ogni nazionalità
attorno al socialista anarchico Enrico Pea. L'elemento più importante della sua formazione fu l'esperienza del deserto,
che lasciò una traccia profonda nel suo animo. Dell'Egitto il poeta non amò il fascino turistico dei bazar, ma assimilò la
nudità degli spazi, i canti notturni, il calore delle passioni e i racconti della sua balia, che era stata prigioniera in un
harem. Da questo ambiente derivò la sua forte vocazione al nomadismo, cioè il sentirsi un viaggiatore senza radici
fisse.
2. Gli anni a Parigi e la scomposizione della tradizione
Nel 1912 Ungaretti lasciò l'Egitto per trasferirsi a Parigi, il centro culturale più importante dell'epoca. Compì questo
viaggio insieme al compagno di liceo Moammed Sceab, che l'anno successivo si suicidò perché non riusciva a
integrarsi e a trovare una nuova identità in Francia, un dramma che ispirò la famosa poesia In memoria. A Parigi
Ungaretti frequentò le lezioni del filosofo Henri Bergson al Collège de France e strinse amicizia con grandi artisti
come Pablo Picasso, Giorgio de Chirico, Amedeo Modigliani e il poeta Guillaume Apollinaire. Nel 1914, alla prima
mostra futurista, incontrò Giovanni Papini, Ardengo Soffici e Aldo Palazzeschi, che lo aiutarono a pubblicare le suas
prime poesie sulla rivista d'avanguardia "Lacerba".
3. L'esperienza della trincea e la nascita del Porto sepolto
Allo scoppio della Prima guerra mondiale Ungaretti condivise l'entusiasmo interventista degli intellettuali del
tempo, tornò in... Italia e si arruolò nel 1915 come soldato semplice nel 19° Reggimento fanteria. Venne inviato a
combattere sul Carso, dove l'impatto con la realtà quotidiana della trincea fu durissimo. Passò la prima notte al fronte
sul monte San Michele, nel fango, a Natale del 1915, di fronte a un nemico posizionato più in alto e meglio armato.
Quell'angoscia e il contatto continuo con la morte gli fecero scoprire la sorgente di una parola nuova, legata
all'assoluto e al bisogno di dire subito le cose essenziali. Questo bisogno di scrivere lo mise in pericolo quando un
sottufficiale lo accusò di attirare il fuoco nemico perché accendeva una lampadina tascabile per scrivere di notte;
fortunatamente il comandante del reggimento comprese la sua necessità artistica e gli concesse alcuni momenti di
silenzio per comporre.
Nacque in questo modo Il porto sepolto, scritto inizialmente su brandelli di carta recuperati nel fango e stampato a
Udine nel 1916 in poche copie grazie all'amico ufficiale Ettore Serra. Il libro ottenne successo negli ambienti artistici e
Giovanni Papini ne lodò lo stile sul "Resto del Carlino", sottolineando che Ungaretti era rimasto lontano dall'enfasi
retorica della tradizione italiana. Papini aiutò poi il poeta a stampare il primo vero volume, Allegria di naufragi nel
1919, che nell'edizione del 1931 prese il titolo definitivo di L'allegria, contenente tutte le trentatré poesie del Porto
sepolto.
4. Il ritorno in Europa, il classicismo e il Sentimento del tempo
Il primo dopoguerra fu molto difficile a causa delle ristrettezze economiche e della morte dell'amico Apollinaire. Per
mantenersi a Parigi, Ungaretti lavorò come corrispondente per il quotidiano di Benito Mussolini, "Il Popolo d'Italia",
per il quale nutriva simpatie politiche, e poi all'ufficio stampa dell'ambasciata italiana. Nel 1920 sposò la francese
Jeanne Dupoix, che lo accompagnò per tutta la vita e da cui ebbe i figli Anna Maria nel 1925 e Antonietto nel 1930.
Nel 1921 la famiglia si trasferì a Roma e, per risparmiare sull'affitto, andò a vivere sui colli Albani. La vista quotidiana
della campagna laziale, ricca di miti e rovine storiche, influenzò la sua seconda raccolta intitolata Sentimento del
tempo, pubblicata nel 1933. L'opera rispecchiava la svolta culturale dell'epoca che, finita la spinta distruttiva delle
avanguardie, cercava un ritorno all'ordine, cioè un restauro dello stile e un richiamo all'equilibrio formale dei classici.
Ungaretti abbandonò l'autobiografismo immediato, reinserì la punteggiatura e tornò alla metrica tradizionale di
Petrarca e Leopardi, esercitando una grandissima influenza sui poeti della scuola dell'Ermetismo.
5. Il dramma in Brasile e la cattedra per chiara fama
Ungaretti visse l'esperienza di appartenere a più Patrie e nel 1936, cercando una stabilità economica, accettò la cattedra
di Lingua e letteratura italiana all'Università di San Paolo, in Brasile. Durante i sei anni brasiliani il poeta scrisse
pochissimi versi e si dedicò soprattutto alle traduzioni, immerso in una natura estrema fatta di giungle e deserti. A San
Paolo visse il dramma più grande della sua vita: la morte del figlio Antonietto, di soli nove anni, per un'appendicite
curata male. Questa perdita e il dolore per lo scoppio della Seconda guerra mondiale ispirarono la sua terza raccolta,
intitolata Il dolore e pubblicata nel 1947.
Nel 1942 Ungaretti tornò in Italia perché il Brasile era entrato in guerra a fianco degli Stati Uniti contro l'Asse e lui
rischiava l'internamento in un campo di prigionia. A Roma visse i nove mesi di occupazione nazista e l'angoscia dei
bombardamenti. Nonostante la condanna delle leggi razziali e della guerra, il poeta non rinnegò mai l'entusiasmo per
Mussolini espresso in gioventù; nel 1942 il regime lo nominò accademico d'Italia e gli assegnò "per chiara fama",
cioè senza concorso pubblico, la cattedra di Letteratura italiana contemporanea all'Università di Roma. Questa
compromissione politica divenne il motivo principale del mancato conseguimento del premio Nobel, per il quale fu
candidato senza successo nel 1959 e nel 1964.
6. Il successo letterario e la vecchiaia anticonformista
Dal 1942 l'editore Mondadori iniziò la pubblicazione di tutta la sua opera con il titolo complessivo di Vita d'un uomo,
consacrandolo tra le figure più importanti della letteratura italiana. Superato il lutto per la morte della moglie nel 1958,
Ungaretti visse gli ultimi anni viandanti e fortunati. Pubblicò le raccolte La terra promessa, Un grido e Paesaggi e Il
taccuino del vecchio, oltre a traduzioni di Racine e Blake e resoconti di viaggio come Il deserto e dopo. Fu eletto
presidente della Comunità europea degli scrittori e insegnò alla Columbia University come visiting professor, dove
strinse amicizia con i giovani poeti americani della Beat Generation, in particolare con Allen Ginsberg.
Mantenne una vecchiaia appassionata e indomita: nel 1966, in Brasile, conobbe la poetessa Bruna Bianco, più giovane
di cinquantadue anni, con la quale iniziò una relazione amorosa che fece scandalo negli ambienti ufficiali. Morì di
polmonite a Milano la notte del 1° giugno 1970, dopo un faticoso viaggio a New York. Al suo funerale a Roma lo Stato
non inviò nessun rappresentante ufficiale, confermando che Ungaretti, a causa della sua irriverenza e dei suoi
comportamenti anticonformisti, era rimasto fino alla fine un uomo irregolare e non integrato. Come lui stesso dichiarò
a Pier Paolo Pasolini nel documentario Comizi d'amore, fare poesia significava già di per sé trasgredire tutte le leggi.
L'ALLEGRIA: VICENDE EDITORIALI,
STRUTTURA E POETICA
1. Una genesi editoriale complessa
La nascita del primo capolavoro di Giuseppe Ungaretti è strettamente legata alla sua esperienza al fronte durante la
Prima guerra mondiale. Il nucleo originario dell'opera coincide con la raccolta Il porto sepolto, che il poeta compose
sul Carso in condizioni estreme. Non disponendo di materiale da scrittura, Ungaretti utilizzava pezzi di carta
recuperati nel fango, margini di vecchi giornali o gli spazi bianchi delle lettere ricevute. Questa forte limitazione dello
spazio materiale influenzò direttamente la forma della sua poesia, costringendolo a creare testi brevi o brevissimi.
Le trentatré poesie iniziali venivano conservate alla rinfusa nella bisaccia del soldato durante le marce e non erano nate
per essere pubblicate. Vennero recuperate e stampate in sole ottanta copie nel 1916 grazie all'interessamento dell'amico
tenente Ettore Serra. Nel 1923 uscì una seconda edizione del Porto sepolto, che fu stampata con una presentazione
firmata da Benito Mussolini. A questo primo gruppo di liriche si aggiunsero presto altri componimenti, che nel 1919
diedero vita a un volume più ampio intitolato Allegria di naufragi. Il titolo venne infine semplificato nelle successive
edizioni del 1931 e del 1942, diventando definitivamente L'allegria.
2. Il significato del titolo ossimorico
Il titolo Allegria di naufragi si basa su un evidente ossimoro, cioè sull'accostamento di due parole dal significato
opposto. Ungaretti stesso spiegò che nella sua visione tutto viene costantemente travolto, consumato e soffocato dal
tempo, e questa distruzione totale rappresenta il "naufragio". In ambito bellico, il naufragio indica la condizione reale
del soldato, costretto a vivere costantemente vicino alla morte e a vedere distrutto tutto ciò che ama.
Tuttavia, proprio la consapevolezza di questa estrema fragilità e della brevità della vita genera nel sopravvissuto un
sentimento di esultanza e un immenso amore per l'esistenza, che il poeta definisce appunto "allegria". Questo titolo
giunge un secolo dopo il celebre "dolce naufragar" dell'Infinito di Giacomo Leopardi, ma ha un significato
profondamente diverso: in Leopardi il naufragio è il punto d'arrivo felice dell'immaginazione e della mente di fronte
all'idea dell'infinito; in Ungaretti è l'euforia vitale che il soldato prova nell'attimo fuggente in cui riesce a strappare un
momento di sopravvivenza alla morte.
3. La struttura della raccolta
Nella sua edizione definitiva, la raccolta comprende settantaquattro testi organizzati in cinque sezioni: Ultime, Il
porto sepolto, Naufragi, Girovago e Prime.
Le tre sezioni centrali (Il porto sepolto, Naufragi, Girovago) sono le più importanti del libro e contengono le poesie
scritte direttamente al fronte. Ciascuna di queste liriche si presenta come un vero e proprio diario di guerra, poiché è
sempre accompagnata dall'indicazione precisa della data e del luogo di composizione. Questo legame serve a unire la
scrittura letteraria all'episodio reale vissuto dal poeta, fissando il verso in un presente assoluto causato
dall'incertezza del domani.
4. Un linguaggio rivoluzionario: stile e metrica
All'uscita del libro, il mondo letterario si accorse di trovarsi di fronte a un'opera dallo stile sconvolgente. Il critico
Gianfranco Contini definì questa raccolta un «caso-limite», ovvero un punto di rottura così radicale che lo stesso
Ungaretti, nelle opere successive come Sentimento del tempo, dovette tornare indietro verso forme più tradizionali. Pur
essendo influenzata dal Simbolismo francese e dalle teorie di Stéphane Mallarmé sul valore del silenzio e del nulla, la
poesia dell'Allegria godette di una libertà metrica totale, poiché Ungaretti non era condizionato dai modelli della
tradizione italiana come Carducci, Pascoli o d'Annunzio.
Sul piano formale e metrico, le innovazioni principali sono:
- L'eliminazione totale della punteggiatura.
- L'uso delle lettere maiuscole solo per indicare l'inizio di una strofa.
- La frantumazione dei versi in versicoli (versi brevissimi, composti anche da una sola parola).
- L'isolamento delle parole in un immenso spazio bianco sulla pagina, per dare a ogni singolo termine un valore
assoluto e illuminante, come se venisse usato per la prima volta.
- Una sintassi ridotta all'essenziale, dominata da sostantivi e verbi (soprattutto al participio passato), che elimina
ogni decorazione retorica per dire le cose in fretta prima che la vita si interrompa.
Questa poesia nuda e priva di ornamenti riflette perfettamente la condizione nuda e precaria del soldato in trincea.
5. I temi principali
Il diario della guerra
Nelle sezioni centrali, la guerra è il tema dominante. Per legare la poesia alla realtà del Carso, Ungaretti utilizza
costantemente i deittici (parole come "questa pietra", "quest'albero", "queste macerie"), che servono a salvare gli
oggetti reali dal naufragio della distruzione e a dare un senso forte al presente. La guerra ungarettiana non ha nulla a che
fare con la visione dei Futuristi (che la consideravano "igiene del mondo") o con l'eroismo retorico di d'Annunzio: è la
macellazione di una folla anonima di giovani costretti a vivere nel fango e a morire sui sassi.
La solidarietà e l'armonia con la natura
In mezzo a questo orrore, l'unico sollievo è la solidarietà che nasce spontaneamente tra i soldati. Inoltre, per contrasto
con la violenza dei combattimenti, il poeta scopre un sentimento di armonia con la natura circostante, arrivando a
definirsi come una «docile fibra dell'universo». Questa unione profonda con il cosmo gli regala momenti di rara
felicità e gli permette di opporsi alla brutalità del contesto, salvando la propria umanità. Ne sono un esempio le lettere
piene d'amore scritte in trincea accanto al cadavere di un compagno nella poesia Veglia.
Il tormento dell'identità e le patrie multiple
Il passato irrompe raramente nel testo ed è legato alla dolorosa ricerca della propria identità da parte di un uomo nato in
Africa da genitori toscani e colto in Francia. Questo dramma dello sradicamento è evidente nella poesia In memoria,
dedicata all'amico Moammed Sceab, un beduino libanese che si suicidò a Parigi perché incapace di integrarsi. Per
Ungaretti, l'unico modo per non fare la stessa fine dell'amico è la poesia, che diventa la sua vera terra natale, il suolo
sicuro su cui far convivere tutte le sue diverse patrie culturali.
Un esempio positivo di questa sintesi è la lirica I fiumi, in cui il poeta riesce a ritrovare la propria identità
immergendosi nelle acque del fiume Isonzo, che in quel momento riassume in sé il Serchio (il fiume dei genitori), il
Nilo (il fiume dell'infanzia) e la Senna (il fiume degli studi parigini).
La nostalgia per il deserto
Anche nella poesia I fiumi, Ungaretti inserisce l'immagine del beduino per mostrare la sua eterna nostalgia per il
deserto. Il Sahara, conosciuto nell'infanzia egiziana, rimarrà per sempre un luogo dell'anima in tutta la sua produzione
successiva. Dal deserto il poeta ha appreso il sentimento del nulla, il fascino dei canti dei carovanieri e la magia del
miraggio, che permette di vedere un'oasi nella sabbia arida. Questa capacità di trasfigurare la realtà attraverso
l'illusione è la stessa facoltà della poesia, che permette al soldato di immaginare un mare luminoso persino in mezzo
alla nebbia e al dolore della guerra.
EUGENIO MONTALE: LA BIOGRAFIA CRITICA
1. La giovinezza a Genova e la formazione da autodidatta
Eugenio Montale nacque a Genova nel 1896, ultimo di cinque figli. A causa delle sue deboli condizioni di salute la
famiglia scelse per lui un percorso di studi breve, che lo portò a conseguire nel 1915 un diploma da ragioniere molto
odiato. Nonostante questo, il giovane Montale coltivò da autodidatta le sue grandi passioni, frequentando assiduamente
le biblioteche, studiando canto lirico e discutendo di filosofia con la sorella Marianna. Grazie a lei scoprì i testi di
Schopenhauer, Nietzsche, Bergson e del filosofo Émile Boutroux. Il contingentismo di Boutroux lo convinse del fatto
che la scienza non può spiegare la realtà in modo assoluto e che sotto l'apparente razionalità del mondo si nasconde una
base del tutto illogica. Di questi anni giovanili rimane traccia nel suo diario privato, pubblicato solo nel 1983 con il
titolo di Quaderno genovese.
Fino ai vent'anni Montale visse un'esistenza protetta tra Genova e la casa delle vacanze a Monterosso, nelle Cinque
Terre, circondato dalle cure delle donne di famiglia e della domestica Maria, prima di essere chiamato alle armi nel
1917 per combattere al fronte nella Prima guerra mondiale. Congedato nel 1919, iniziò a frequentare il Caffè Diana a
Genova incontrando intellettuali come Camillo Sbarbaro. Grazie al critico Sergio Solmi entrò in contatto con l'ambiente
liberale di Torino guidato da Piero Gobetti, la cui casa editrice pubblicò nel 1925 la sua prima fondamentale raccolta
intitolata Ossi di seppia. Nello stesso anno il poeta dimostrò la sua netta opposizione politica firmando il Manifesto
degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce e conobbe Italo Svevo, diventando il primo a promuoverne il valore
con articoli decisivi per il suo successo.
2. Il periodo a Firenze e gli anni della guerra
Nel 1927 Montale si trasferì a Firenze per lavorare presso l'editore Bemporad. L'anno successivo ottenne la direzione
del prestigioso Gabinetto Vieusseux, un incarico che mantenne fino al 1938, quando venne licenziato dal regime
perché privo della tessera del Partito fascista. A Firenze il poeta frequentò il Caffè delle Giubbe Rosse, legandosi a
intellettuali come Gadda, Vittorini e Contini, e collaborò con la rivista antifascista "Solaria", che gli permise di
conoscere la letteratura internazionale e la poesia dell'americano Thomas Stearns Eliot. In questo ambiente pubblicò nel
1932 il libretto La casa dei doganieri e altri versi, che divenne il nucleo della sua seconda grande opera edita nel 1939:
Le occasioni.
Durante la Seconda guerra mondiale Montale rimase a Firenze, avvicinandosi alla Resistenza e offrendo protezione
nella clandestinità a diversi amici ebrei perseguitati dalle leggi razziali, tra cui gli scrittori Umberto Saba e Carlo Levi.
L'horror della guerra e la distruzione della città ispirarono la nascita di Finisterre, un fascicolo di quindici poesie
contenente chiari attacchi ai dittatori dell'epoca. Per sfuggire alla censura fascista, i testi vennero nascosti tra i libri
dell'amico Gianfranco Contini e portati clandestinamente in Svizzera, dove vennero pubblicati a Lugano. Questa
sequenza divenne poi la parte iniziale della sua terza raccolta, La bufera e altro. Dopo la liberazione di Firenze nel
1944, Montale visse la sua fase di massimo impegno politico, iscrivendosi al Partito d'Azione e diventando membro del
Comitato per la Cultura.
3. La complessa vita sentimentale e le figure delle muse
La vita a Firenze fu segnata dall'incontro con le due donne più importanti della sua esistenza. La prima fu Drusilla
Tanzi, una donna di nove anni più grande di lui e zia di Natalia Ginzburg. La loro relazione divenne tormentata quando
nel 1933 Montale conobbe Irma Brandeis, un'affascinante ebrea americana e studiosa di Dante. La preoccupazione che
il poeta potesse trasferirsi negli Stati Uniti spinse Drusilla a tentare due volte il suicidio. A causa del forte legame con
lei e del proprio carattere insicuro e incline all'immobilità (già descritto nella poesia Arsenio), Montale non trovò il
coraggio di partire. Quando Irma comprese che l'uomo non l'avrebbe mai raggiunta a New York interruppe la relazione
e Montale andò a convivere ufficialmente con Drusilla, proprio mentre uscivano Le occasioni, dedicate segretamente
alla Brandeis.
Nella poesia montaliana le due donne assumono il ruolo di muse ispiratrici e simboli di salvezza contro il male di
vivere. Irma Brandeis, lontana e idealizzata, viene cantata nelle Occasioni e nella Bufera con i nomi mitici di Clizia (la
ninfa trasformata in girasole) e di Iride (la messaggera divina). Drusilla Tanzi, vicina e ironica nella sua dimensione
quotidiana, diventa la protagonista delle ultime raccolte con il celebre nomignolo di Mosca, dovuto agli spessi occhiali
che portava per correggere una forte miopia.
A queste due figure si aggiunsero altre donne salvifiche, come la giovane studiosa Maria Luisa Spaziani, conosciuta a
Torino nel 1949. Con lei Montale strinse un'amicizia amorosa durata trent'anni, testimoniata da oltre ottocento lettere
che il poeta definì il suo unico vero romanzo. Nella raccolta La bufera e altro, la Spaziani viene celebrata con il
soprannome di Volpe, rappresentando una sensualità più terrena rispetto al mito di Clizia.
4. Il giornalismo, la critica e il silenzio poetico
Accanto alla poesia, Montale svolse una ricca attività come traduttore, giornalista e critico. Nel 1948 pubblicò il
Quaderno di traduzioni, che conteneva le sue versioni di grandi autori anglosassoni come Shakespeare, Blake,
Dickinson ed Eliot. Durante la guerra, per sopravvivere, si dedicò anche alla traduzione di romanzi di Melville,
Steinbeck e Hemingway.
Nel 1948 si trasferì a Milano dopo essere stato assunto come redattore e inviato speciale dal "Corriere della Sera".
Questa attività giornalistica produsse numerosi scritti in prosa, in parte raccolti nei racconti di Farfalla di Dinard e in
volumi di saggistica come Auto da fé (sul ruolo sociale dell'arte), Fuori di casa (sui suoi viaggi in Europa, America e
Medio Oriente), Nel nostro tempo (sui cambiamenti sociali) e Prime alla Scala, che dimostrava la sua grande
competenza come critico musicale.
Nel 1956 l'uscita della terza raccolta, La bufera e altro, consolidò definitivamente la sua fama. Il libro si chiudeva con
testi come Piccolo testamento e Il sogno del prigioniero, che segnarono un temporaneo addio alla poesia. Deluso dal
fallimento degli ideali liberali nel dopoguerra e dall'ascesa del consumismo di massa, Montale scelse il silenzio,
ritenendo che nella società moderna non ci fosse più spazio per la parola poetica.
5. Il ritorno alla poesia, il premio Nobel e gli ultimi anni
A rompere questo silenzio fu un evento drammatico: la morte di Drusilla Tanzi nel 1963, che il poeta aveva sposato solo
un anno prima. Per elaborare il lutto Montale tornò a scrivere, dedicando alla moglie la sezione di poesie intitolata
Xenia, pubblicata privatamente nel 1966 e poi inserita nel volume Satura del 1971. Questa raccolta inaugurò una
nuova stagione stilistica, caratterizzata da un tono ironico, prosastico e satirico verso la società contemporanea.
Questi furono gli anni del trionfo pubblico: ricevette lauree onorarie a Milano, Cambridge e Basilea, e nel 1967 venne
nominato senatore a vita dal presidente della Repubblica. Le sue ultime raccolte furono Diario del '71 e del '72,
Quaderno di quattro anni e Altri versi, tutte confluite nell'edizione critica intitolata L'opera in versi curata da
Gianfranco Contini. Dopo la sua morte apparvero altre opere inedite legate a figure femminili custodi della sua
memoria: il Diario postumo, affidato all'amica Annalisa Cima, e La casa di Olgiate, un quaderno consegnato alla
governante Gina.
Il culmine del successo arrivò il 23 ottobre 1975, quando l'anziano poeta ricevette nella sua casa spoglia la telefonata di
assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura. A Stoccolma Montale pronunciò un celebre discorso intitolato È
ancora possibile la poesia?, in cui difese la letteratura come strumento di libero pensiero contro la mercificazione della
cultura. Negli anni successivi la sua salute peggiorò drasticamente a causa di un progressivo deterioramento psichico. Si
spense a Milano il 12 settembre 1981 e ricevette i funerali di Stato alla presenza di quarantamila persone e del
presidente Sandro Pertini. È sepolto nel cimitero di San Felice a Ema, vicino a Firenze, accanto alla moglie Drusilla.
I MOTIVI DI FONDO, LO STILE E LE FIGURE
FEMMINILI IN MONTALE
1. I motivi di fondo della poesia: il male di vivere, il rifiuto del vate e la divina
indifferenza
Il nucleo centrale della sensibilità montaliana risiede nella concezione del male di vivere, un sentimento di profonda
angoscia esistenziale che non colpisce soltanto l'uomo, ma l'intero mondo naturale. Come emerge chiaramente nella
celebre lirica Spesso il male di vivere ho incarnato all'interno degli Ossi di seppia, la sofferenza è una legge cosmica
universale e inevitabile, espressa non attraverso concetti astratti ma proiettata su oggetti concreti della realtà quotidiana
e naturale. Questa continua sofferenza genera nell'uomo un senso di frustrazione e prigionia, simboleggiato dallo
spazio arido e assolato della Liguria e dall'allegoria della muraglia, un ostacolo insormontabile coronato da cocci
aguzzi di bottiglia che frantuma l'identità dell'io e impedisce ogni tentativo di fuga verso una verità superiore.
In netto contrasto con la tradizione precedente, Montale compie una scelta radicale rifiutando l'idea del poeta come una
guida morale o un profeta. Egli nega esplicitamente il valore della parola evocatrice, quella formula magica e solenne
tipica dei poeti laureati come Gabriele d'Annunzio, capace di svelare i segreti della natura. Nella lirica programmatica I
limoni e nel testo Non chiederci la parola, Montale chiarisce che la poesia perde il suo ruolo conoscitivo: l'intellettuale,
colpito da un profondo pessimismo conoscitivo legato alla crisi delle certezze nella società di massa, non possiede
risposte certe da offrire a un'umanità smarrita e può soltanto definire ciò che non siamo e ciò che non vogliamo.
Di fronte all'inevitabilità del dolore cosmico, l'unica reazione etica e forma di difesa concessa all'antieroe montaliano è
la divina indifferenza. Non si tratta di cinismo, ma di un distacco lucido, di una superiore apatia stoica che permette di
guardare la sofferenza del mondo senza lasciarsene distruggere. Questa imperturbabilità si incarna di nuovo in oggetti
materiali e precisi, come la statua nella sonnolenza del pomeriggio estivo, la nuvola che fluttua libera nel cielo e il falco
che si libra alto nel vento.
2. Le scelte stilistiche: il correlativo oggettivo, l'influenza di Dante e la musicalità
della prosa
Per dare concretezza alla sua visione del mondo, Montale elabora una vera e propria poetica degli oggetti che culmina
nella tecnica del correlativo oggettivo, una strategia compositiva parallela a quella del poeta anglo-americano T.S.
Eliot. Questa operazione di asciugamento emotivo consiste nell'esprimere un'emozione non attraverso confessioni
sentimentali o l'analogia irrazionale dei simbolisti, ma attraverso formule razionali e impersonali composte da cose reali
nominate con precisione tecnica. Oggetti come un rivo strozzato, una carrucola, un'acacia tagliata o una bussola
impazzita definiscono in modo esatto una condizione umana universale o un'angoscia interiore, agendo come amuleti
protettivi contro il male della storia.
Questa scelta formale risente in modo determinante del modello dantesco, che influenza profondamente lo stile del
poeta genovese. Montale rifiuta il lirismo vago di Petrarca per accogliere la lezione dell'Inferno di Dante Alighieri, da
cui riprende la durezza dei suoni e un profondo plurilinguismo in cui termini aulici e letterari convivono con vocaboli
comuni e prosastici. Ne derivano un verso spoglio e disadorno, una poesia antieloquente e scarnificata che si
materializza attraverso l'asprezza dei suoni, dominata da consonanti forti e paesaggi rocciosi screpolati dal sole,
specchio fedele della sofferenza interiore.
Nelle prime tre raccolte questo stile si evolve verso un classicismo moderno, ma subisce una frattura radicale nell'ultima
stagione poetica inaugurata da Satura nel 1971. In questi libri della vecchiaia, definiti ironicamente dall'autore scritti
«in pigiama», la fiducia nel valore della cultura svanisce del tutto. Lo stile cede il passo al sarcasmo e all'autoparodia,
assumendo un andamento prosastico, ironico, giornalistico e satirico verso la società dei consumi di massa. La poesia
si trasforma in un "giornale di bordo" o in un montaggio di residui linguistici, demolendo definitivamente la centralità
dell'io lirico tradizionale.
3. Le figure femminili: Clizia, Volpe e Mosca come simboli di salvezza
La tormentata vita sentimentale di Montale si riflette direttamente nella sua poesia, dove le donne assumono il ruolo di
muse ispiratrici, interlocutrici privilegiate e simboli di salvezza contro il male di vivere e i totalitarismi. La figura più
alta e idealizzata è quella di Clizia (il cui nome mitico richiama la ninfa trasformata in girasole), pseudonimo dell'ebrea
americana Irma Brandeis, studiosa di Dante conosciuta a Firenze nel 1933. Nelle raccolte Le occasioni e La bufera e
altro, Clizia viene celebrata attraverso le formule del neostilnovismo come un visiting angel (un angelo visitatore).
Essa è una creatura alata e chiaroveggente, una figura cristoforica capace di riscattare il poeta dall'oscurità del fascismo
e della guerra. Nelle poesie compare spesso anche con il nome di Iride (la messaggera divina), ma rimane quasi sempre
una figura lontana, assente o perduta oltre l'oceano, che il poeta può inseguire solo attraverso la dimensione fragile del
ricordo e delle epifanie.
Quando la speranza in una missione di salvezza universale svanisce nel dopoguerra, nella raccolta La bufera e altro si
afferma la figura di Volpe, soprannome della giovane studiosa Maria Luisa Spaziani, incontrata a Torino nel 1949.
Volpe rappresenta una musa radicalmente contrapposta al mito di Clizia. Essa possiede un'indole passionale, concreta e
terrestre, configurandosi come un angelo carnivoro dotato di una forte sensualità terrestre. Attraverso Volpe, Montale
canta una salvezza che non è più collettiva o metafisica, ma strettamente individuale, corporea e privata.
La terza figura fondamentale è Mosca, il nomignolo affettuoso dato a Drusilla Tanzi, la donna con cui il poeta visse
gran parte della sua vita a Firenze e a Milano e che sposò nel 1962, un anno prima della sua scomparsa. Mosca,
chiamata così per via degli spessi occhiali che portava a causa di una forte miopia, è la protagonista assoluta dell'ultima
stagione poetica. Nelle due sezioni intitolate Xenia all'interno di Satura, Montale elabora un canzoniere intimo per
elaborarne il lutto, rievocando le abitudini e i piccoli riti quotidiani della moglie defunta. Mosca è una musa calata
interamente nella dimensione domestica e priva della cultura mitica di Clizia; eppure, si rivela l'unica vera guida
capace di orientarsi nel vuoto della realtà contemporanea proprio grazie al suo sguardo miope ma chiaroveggente,
che le permetteva di scorgere la falsità del mondo circostante.
LE OPERE DI EUGENIO MONTALE
1. Ossi di seppia (1925)
La vicenda editoriale e il significato del titolo
Ossi di seppia venne pubblicato nel giugno 1925 a Torino dall'editore antifascista Piero Gobetti. Per sostenere l'opera,
Montale acquistò personalmente duecentoquaranta copie e ottenne l'aiuto di amici come Umberto Saba. La raccolta
definitiva, che racchiude poesie scritte tra il 1921 e il 1924, uscì per Einaudi nel 1943.
Il titolo provvisorio scelto dall'autore era Rottami, una scelta che richiamava la poetica del frammento della rivista "La
Voce", ma che accentuava soprattutto l'idea di un mondo ridotto a scorie e residui inutilizzabili. Il titolo definitivo, Ossi
di seppia, riprende una metafora dell'Alcyone di Gabriele d'Annunzio, dove un singolo osso di seppia spiccava sulla
spiaggia. Montale declina il termine al plurale per compiere una polemica contro d'Annunzio: agli ossi di seppia viene
affidato il compito di rappresentare una condizione collettiva di negatività, rifiutando l'eccezionalità del poeta-vate.
L'immagine dell'osso di seppia racchiude un'ambiguità: da un lato appartiene al mare, simbolo della natura primordiale,
dall'altro viene scartato dalle onde sulla spiaggia, diventando l'emblema dell'esilio dell'uomo dalla felicità.
Struttura e temi principali
Nell'edizione definitiva la raccolta conta sessantuno liriche divise in quattro sezioni, aperte dal testo In limine e chiuse
da Riviere.
- La prima sezione, Movimenti, riflette la passione di Montale per la musica e contiene la poesia programmatica I
limoni.
- La seconda sezione, intitolata Ossi di seppia, riunisce ventidue liriche incentrate sui temi cardine: l'impossibilità per
la poesia di dare risposte assolute (Non chiederci la parola), l'arsura del paesaggio ligure come espressione del male
di vivere (Meriggiare pallido e assorto), il pessimismo esistenziale di stampo leopardiano (Spesso il male di vivere
ho incarnato), la natura illusoria del reale (Forse un mattino andando in un'aria di vetro) e l'inaffidabilità della
memoria (Cigola la carrucola del pozzo).
- La terza sezione è il poemetto Mediterraneo, dove l'io lirico cerca una fusione con il mare, inteso come patria
originaria, ma scopre che tale unione era possibile solo nell'infanzia; l'età adulta impone l'accettazione della vita
come un secco pendio verso la morte.
- L'ultima sezione, Meriggi e ombre, segna il superamento della fanciullezza e introduce il bisogno di una figura
femminile protettiva che offra un varco di salvezza.
Lo stile e il pessimismo conoscitivo
Montale dimostra fin da subito un'originalità netta, distanziandosi sia dai maestri tradizionali sia dalle avanguardie e da
Ungaretti. Il poeta rifiuta l'idea che la parola possa attingere all'assoluto e sceglie una poesia antieloquente e
scarnificata. Lo stile si fonda su un profondo plurilinguismo, in cui termini aulici e letterari convivono con vocaboli
comuni e prosastici, seguendo il modello della Commedia di Dante.
Il tema centrale è il pessimismo conoscitivo, legato alla crisi delle certezze dell'intellettuale e del soggetto inserito nella
società di massa. Il protagonista montaliano è un antieroe inetto, un'ombra apatica che si limita a guardarsi vivere.
L'unica reazione etica rimasta al soggetto è guardare la realtà con stoica lucidità, rifiutando le facili illusioni dei regimi
totalitari.
Il tempo, lo spazio e la poetica degli oggetti
Il tempo negli Ossi è una prigione, una fuga senza progresso in cui il fluire delle ore confonde la compreensão delle
cose e frantuma l'identità dell'io. Anche il ricordo fallisce, restituendo solo frammenti sbiaditi di un passato perduto.
Lo spazio è dominato dal paesaggio scabro e assolato della Liguria, che diventa l'allegoria dell'isolamento esistenziale.
Il simbolo principale di questo limite è la muraglia, un ostacolo che imprigiona l'individuo. La salvezza può
manifestarsi solo come un miracoloso varco, una maglia rotta nella rete o un portone malchiuso, spesso annunciato dal
vento. Al di fuori si trova il mare aperto, ma la sua lontananza genera nel poeta adulto un senso di rancore e distacco.
Per dare concretezza a questa condizione, Montale elabora una vera e propria poetica degli oggetti. Il poeta fa parlare
le cose reali (un rivo strozzato, una carrucola, un'acacia) senza cedere a sentimentalismi. Gli oggetti, nominati con
precisione tecnica, non si legano all'interiorità attraverso l'analogia irrazionale dei simbolisti, ma definiscono in modo
razionale e impersonale una condizione umana universale.
2. Le occasioni (1939)
La vicenda editoriale e il significato del titolo
Pubblicata da Einaudi nel 1939, la raccolta Le occasioni unisce la produzione successiva al 1928, anticipata dal libretto
La casa dei doganieri e altri versi. Solo dal 1949 Montale aggiunse la dedica esplicita a Irma Brandeis con la sigla "a
I. B.".
Il titolo fa riferimento al concetto greco di kairós, inteso come il momento opportuno e fuggiasco, contrapposto al
tempo cronologico e misurabile (krònos). Le "occasioni" sono quegli attimi rari in cui l'esistenza rivela un senso e si
offre alla creazione artistica. Rispetto agli Ossi di seppia, il pessimismo non scompare, ma la ricerca del varco si sposta
da una dimensione spaziale a una dimensione temporale e interiore, legata ai barlumi di positività accesi dal ricordo
della donna amata.
Struttura dell'opera
Il libro si apre con Il balcone, una lirica con funzione di dedica, e si divide in quattro sezioni.
La prima sezione, priva di titolo, mette in scena figure di donne ebraiche colpite dal dramma delle persecuzioni
razziali del 1938, come Gertrude Frankl Tolazzi (Carnevale di Gerti), Liuba Blumenthal (A Liuba che parte) e Dora
Markus.
La seconda sezione, intitolata Mottetti, contiene venti brevi componimenti d'amore dedicati a Irma Brandeis; il termine
rimanda alla tradizione musicale del XII secolo e alla poesia di Guido Cavalcanti, evocando un'atmosfera tipica
dell'amor cortese e dello Stilnovo.
La terza parte, I tempi di Bellosguardo, è una riflessione sul paesaggio di Firenze, denso di storia e cultura.
L'ultima sezione si apre con una citazione di Shakespeare sul tempo inarrestabile, tema conduttore dell'intera opera.
Il neostilnovismo e l'epifania
La raccolta risente dell'ambiente culturale fiorentino e del clima di "ritorno all'ordine" degli anni trenta, ma si inserisce
soprattutto nella grande linea del Modernismo europeo e della poesia anglosassone di T.S. Eliot ed Ezra Pound. Il
recupero del modello dantesco si traduce in un vero e proprio neostilnovismo, in cui la donna diventa un'interlocutrice
privilegiata e assume le sembianze di un visiting angel (un angelo visitatore). Irma Brandeis, cantata con i nomi
mitologici di Clizia e Iride, è una creatura alata capace di riscattare il poeta dall'oscurità del regime fascista. Tuttavia, la
donna resta quasi sempre lontana o assente, costringendo il poeta a inseguirne la presenza solo attraverso la dimensione
fragile del ricordo.
Questa tensione verso l'attimo miracoloso avvicina Montale alla tecnica delle epifanie di James Joyce: un momento
casuale della giornata, innescato da una percezione sensoriale, riesce a squarciare l'opacità del reale per rivelare la verità
profonda della vita.
Il correlativo oggettivo e l'evoluzione dello stile
Nelle Occasioni l'oggetto assume un valore ancora più forte, trasformandosi in un amuleto protettivo contro il male
della storia o diventando l'equivalente esatto di un sentimento senza che questo venga mai nominato. Montale fa propria
la teoria del correlativo oggettivo di Eliot, eliminando ogni residuo sentimentale attraverso un'operazione di
asciugamento emotivo: l'ombra del nespolo esprime l'angoscia delle minacce esterne, l'acacia tagliata incarna la ferita
del tempo e la bussola impazzita descrive il disorientamento esistenziale.
Lo stile subisce un'evoluzione verso un classicismo moderno: la lingua si fa più alta, la metrica torna alla tradizione
dell'endecasillabo e la sintassi diventa spezzata ed ellittica, specchio del dramma storico vissuto dall'autore.
3. La bufera e altro (1956)
Le edizioni e il significato del titolo
Il nucleo originario della terza raccolta è il fascicolo Finisterre, che Montale scrisse tra il 1940 e il 1942 e inviò
clandestinamente in Svizzera a Gianfranco Contini per aggirare la censura fascista. Il libro completo uscì nel 1956 per
Neri Pozza e nel 1957 per Mondadori.
Il titolo unisce la "bufera" della Seconda guerra mondiale al dramma universale e metastorico della violenza che
domina da sempre la storia umana. L'espressione "e altro" allude alla complessità strutturale e alla varietà dei temi
trattati in un'opera nata in un lungo arco di tempo.
La struttura in sette parti
La raccolta è rigorosamente organizzata in sette sezioni:
Finisterre: quindici poesie immerse in un paesaggio di orrore e oscurità, dove la luce è legata solo al ricordo di Irma
Brandeis.
Dopo: tre testi dedicati alla liberazione dal nazifascismo, tra cui Ballata scritta in una clinica, prima poesia per Drusilla
Tanzi.
Intermezzo: una lirica giovanile e due testi in prosa.
Flashes e dediche: quindici liriche nate durante i viaggi del poeta, in cui compare la nuova musa Maria Luisa Spaziani.
Silvae: una sezione lirica e solenne dominata dalla figura di Clizia/Iride, trasfigurata in una messaggera divina che si fa
carico delle sofferenze dell'umanità.
I madri_gali privati: composizioni dedicate a Volpe (Maria Luisa Spaziani), caratterizzate da una forte sensualità
terrestre.
Conclusioni provvisorie: contiene Piccolo testamento e Il sogno del prigioniero, due testi in cui Montale esprime la
delusione per il dopoguerra e sceglie la via dell'isolamento e del silenzio.
L'irruzione della storia e l'estremismo stilistico
Montale considerava la Bufera come il suo libro migliore, proprio perché capace di riflettere i grandi traumi della storia
contemporanea, dalla guerra mondiale alle tensioni della guerra fredda. Lo stile si arricchisce e accetta il confronto con
la prosa; la regolarità delle strofe si rompe e le rime diventano rare. Si afferma un plurilinguismo estremo che fa
convivere lingue diverse (latino, inglese, spagnolo, francese) e registri opposti, unendo le sublimità filosofiche ai
dettagli culinari e degradati della prigionia, alternando arcaismi rari a vocaboli tecnici e dialettali.
Le due muse contrapposte: Clizia e Volpe
La lotta contro il male della storia e i fanatismi viene affidata alla poesia e alla figura salvifica della donna, che subisce
una profonda metamorfosi. Nella prima parte del libro domina Clizia/Iride (Irma Brandeis), che si trasforma in una
figura cristoforica, pronta a sacrificarsi e a prendere su di sei il destino di tutti gli uomini.
Quando la speranza in questa missione universale svanisce, si afferma la figura di Volpe (Maria Luisa Spaziani). Volpe
è una musa radicalmente diversa da Clizia: ha un'indole passionale, concreta e terrestre. È un angelo carnivoro e
sensuale che offre al poeta una salvezza non più collettiva ma strettamente individuale e privata, segnando l'atto
conclusivo della stagione del neostilnovismo montaliano.
4. Satura (1971) e l'ultima stagione poetica
La svolta dello stile: i libri "in pigiama"
Con Satura si apre la seconda trilogia montaliana, che l'autore definì ironicamente come libri scritti «in pigiama» per
sottolineare l'abbassamento stilistico rispetto alle prime tre opere, scritte invece «in frac». Finita la fiducia nel valore
della cultura e nel potere salvifico della donna, e dopo un silenzio durato quasi dieci anni, lo stile si fa prosastico,
ironico e giornalistico, cedendo il passo al sarcasmo e all'autoparodia.
Satura (1971)
Il libro nasce sulla spinta del lutto per la morte della moglie Drusilla Tanzi nel 1963. Il titolo si rifà alla satura latina, un
genere caratterizzato dalla mescolanza di temi diversi, dall'uso di una lingua quotidiana e da un forte intento morale di
critica dei costumi.
La raccolta si apre con il testo in corsivo Il tu, che prende in giro la curiosità dei critici letterari, e si divide in quattro
parti.
- Le prime due sezioni, Xenia I e Xenia II, contengono quattordici poesie ciascuna e formano un canzoniere intimo
dedicato a Drusilla Tanzi, chiamata con il affettuoso nomignolo di Mosca per via dei forti occhiali. Il termine greco
xenia indicava i doni offerti agli ospiti: in questo caso sono brevi epigrammi dedicati alla moglie defunta, di cui si
rievocano le abitudini e i piccoli riti quotidiani. Mosca, pur priva della cultura mitica di Clizia, si rivela l'unica guida
capace di orientarsi nel vuoto della realtà grazie al suo sguardo miope ma chiaroveggente.
- Le sezioni Satura I e Satura II accentuano la varietà dei temi e dei metri, includendo anche testi autoderisori come
Dopo una fuga.
Diario del '71 e del '72 (1973)
Questa raccolta inaugura la forma della poesia come "giornale di bordo". I testi nascono come reazioni immediate e
quotidiane ai fatti di cronaca, al dibattito culturale e al flusso dei pensieri. Il libro non è diviso in sezioni ma segue un
ordine cronologico, separando le liriche del 1971 da quelle del 1972.
Si apre con un testo ad Leone Traverso che ribadisce la fedeltà al pessimismo giovanile, e si chiude con Per finire,
un'esortazione ai posteri a non cercare troppi dettagli biografici nei suoi versi. All'interno spicca la Lettera a Malvolio,
un duro testo polemico in cui Montale risponde a Pier Paolo Pasolini difendendo la propria scelta di non aderire alle
ideologie della società contemporanea.
Il Quaderno di quattro anni (1977)
La raccolta presenta un titolo banalmente referenziale e casalingo, che porta all'estremo l'abbassamento della scrittura. I
testi sono tutti datati e mostrano una lunga pausa che coincide con il conferimento del Premio Nobel nel 1975. Il libro
non ha ripartizioni e conta centoundici poesie che si susseguono in ordine cronologico.
Il testo d'apertura, L'educazione sentimentale, mette a confronto le illusioni del Montale giovane con il disincanto del
poeta anziano, riconoscendo che persino il mare della Liguria è stato ormai distrutto e invaso dal turismo di massa.
La frantumazione dei miti e l'attualità del pensiero montaliano
Nelle ultime tre raccolte della vecchiaia tutti i miti costruiti nel passato si sgretolano a causa degli eventi personali (il
lutto, la vecchiaia) e dei mutamenti storici dell'Italia del boom economico. La società di massa è segnata dal trionfo del
consumismo, dall'invasione della televisione e dalla mercificazione dell'individuo.
Nonostante il radicale pessimismo e il gusto per l'autoparodia, questo "nuovo Montale" si rivela straordinariamente
originale e anticipatore della poesia successiva: demolisce la centralità dell'io, sperimenta il montaggio di residui
linguistici e si confronta con lo spazio domestico e le teorie filosofiche moderne. L'attacco contro l'eccesso di
comunicazione della società contemporanea non è un lamento nostalgico, ma un monito attuale per difendere, fino
all'ultimo, i valori profondi dell'essere umano.
UMBERTO SABA: LA VITA, LA FORMAZIONE E
LA POETICA
1. L'infanzia, il rapporto con Trieste e i traumi familiari
Il concetto di scissione è la chiave di lettura fondamentale per comprendere l'opera e la vita tormentata di Umberto
Saba, il cui vero cognome era Poli. Nato a Trieste nel 1883, l'autore crebbe in una città dominata dalle contraddizioni:
da un lato era un moderno centro economico aperto agli influssi culturali mitteleuropei, dall'altro era priva di
un'università e isolata rispetto ai grandi dibattiti letterari italiani. Lo stesso Saba ammise questo storico ritardo culturale,
sottolineando che nascere a Trieste in quegli anni equivaleva a nascere altrove a metà dell'Ottocento.
La lacerazione interiore del poeta fu alimentata soprattutto da dolorosi contrasti familiari. Egli apparteneva a due
religioni diverse per via del padre cattolico e della madre ebrea, e visse l'infanzia diviso tra l'amore per due figure
materne: la madre naturale, Felicita Rachele Coen, una donna cupa e severa, e la balia slovena Gioseffa Gabrovich
Schobar (detta Peppa Sabaz), definita una vera e propria madre di gioia. Il primo grande trauma fu l'abbandono del
padre, che lasciò la famiglia prima della nascita del figlio. Saba conobbe il genitore solo a vent'anni, crescendo nel
rancore che la madre nutriva verso il marito traditore, un dolore che emerse chiaramente nella celebre lirica Mio padre è
stato per me «l'assassino». Un altro distacco doloroso fu quello dalla balia Peppa, in onore della quale il poeta scelse
nel 1910 lo pseudonimo di Saba. Anche l'iniziazione affettiva ed erotica dell'autore fu segnata dal tema del doppio,
poiché indirizzò le sue prime pulsioni verso entrambi i sessi, un dettaglio privato che racconterà esplicitamente nel
romanzo autobiografico Ernesto.
2. La vocazione poetica e la rottura con "La Voce"
Nel 1897 Saba interruppe gli studi al liceo per frequentare i corsi dell'Accademia di commercio e nautica, lavorando poi
come praticante presso un grossista di farine. Il lavoro d'ufficio si rivelò tuttavia distante dalla sua indole solitaria,
spinta verso lo studio del violino e la lettura appassionata dei classici italiani, in particolare di Giacomo Leopardi. Nel
1903 si trasferì a Pisa per riprendere gli studi e nel 1905 giunse a Firenze, dove conobbe Gabriele d'Annunzio ed entrò
in contatto con il gruppo di intellettuali che avrebbero fondato la rivista "La Voce". Tra il poeta e l'ambiente fiorentino
non nacque alcuna sintonia a causa di una profonda distanza culturale.
La rottura definitiva con i vociani si consumò nel 1911, quando la rivista rifiutò di pubblicare il saggio programmatico
di Saba intitolato Quello che resta da fare ai poeti. I redattori non potevano condividere l'ideale sabiano della poetica
dell'onestà, ovvero il rifiuto di inventare passioni artificiali e sublimi al solo scopo di ottenere versi appariscenti. Saba
proponeva invece un ritorno alle origini, fedele alla quotidianità delle parole e delle situazioni, unito a un profondo
rispetto per la tradizione metrica italiana da Petrarca a Leopardi. Questo saggio, specchio del suo tradizionalismo
rivoluzionario, venne pubblicato solo dopo la morte dell'autore.
3. Il matrimonio con Lina e il mestiere di libraio
Dopo aver svolto il servizio di leva a Salerno tra il 1907 e il 1908, Saba tornò a Trieste e sposò con rito ebraico Carolina
Wölfler, la Lina che divenne la musa e la protagonista di gran parte della sua produzione. Per unire simbolicamente il
legame coniugale alla passione letteraria, i due scelsero di investire il denaro del viaggio di nozze per stampare la prima
raccolta, Poesie, uscita a Firenze nel 1910. Nonostante una temporanea separazione nel 1911 dovuta a un'infedeltà della
donna e le frequenti crisi depressive del poeta, la loro unione rimase solida per tutta la vita. Dalla coppia nacque l'unica
figlia, Linuccia, futura compagna di Carlo Levi.
Durante la Prima guerra mondiale Saba sostenne l'interventismo, ma venne impiegato solo in compiti amministrativi a
causa di frequenti crisi nervose che richiesero diversi ricoveri. Nel dopoguerra, grazie all'eredità di una zia, acquistò una
libreria antiquaria nel centro storico di Trieste. Questo mestiere, che esercitò per il resto dei suoi anni, divenne un
rifugio ideale in cui sentirsi custode di nobili morti. Nel 1921 il poeta visse un anno drammatico per la morte della
madre e per il fallimento del tentativo di pubblicare la sua nuova opera con l'editore Vallecchi. Decise così di stampare a
proprie spese, sotto il marchio della sua stessa libreria, la prima storica edizione del Canzoniere. Il volume rimase quasi
del tutto invenduto e la critica iniziale tese a confonderlo ingiustamente con i poeti crepuscolari, un'omologazione che
feriva profondamente l'autore e che venne smentita solo nel 1923 da un saggio di Giacomo Debenedetti.
4. Il successo critico e l'incontro con la psicanalisi
La svolta nella ricezione dell'opera sabiana avvenne nel 1926 con la pubblicazione di Figure e canti presso l'editore
Treves. Il libro ottenne ampi consensi e ricevette una recensione fortemente positiva da parte di Eugenio Montale,
attento scopritore dei talenti triestini. Nonostante il successo, l'instabilità d'umore e la depressione del poeta
peggiorarono, spingendolo a farsi curare dal dottor Edoardo Weiss, uno psicanalista allievo diretto di Sigmund Freud.
Le sedute durarono fino al 1931 e segnarono la nascita di un profondo legame tra Saba e la psicanalisi, che da quel
momento divenne il suo strumento principale per indagare l'animo umano e interpretare la realtà. Negli stessi anni il
poeta continuò a riordinare i suoi testi, pubblicando le liriche del Piccolo Berto sulla rivista "Solaria", prima che
l'avvento dei totalitarismi scardinasse i suoi progetti editoriali.
5. Le leggi razziali, la guerra e gli ultimi anni
Nell'estate del 1938, di fronte alle crescenti persecuzioni antisemite, Saba cercò rifugio a Parigi. Dopo la promulgazione
delle leggi razziali in Italia tornò a Trieste e tentò disperatamente di proteggere la famiglia: si cancellò dalla comunità
israelitica, fece battezzare la moglie e la figlia e cedette la proprietà della libreria al suo fedele commesso Carlo Cerne.
La situazione divenne drammatica nel 1943 con l'occupazione tedesca; per sfuggire alla caccia all'uomo contro gli ebrei,
il poeta fuggì a Firenze vivendo in clandestinità e cambiando continuamente casa, protetto dall'aiuto di pochi amici
intimi come Montale. In questo clima d'angoscia nacquero le poesie di Ultime cose, pubblicate clandestinamente a
Lugano nel 1944.
Dopo la Liberazione, Saba visse a Milano collaborando con il "Corriere della Sera", pubblicando la raccolta di aforismi
Scorciatoie e raccontini e frequentando poeti come Vittorio Sereni. Tuttavia, la sua salute psichica continuò a
deteriorarsi, aggravata dalla preoccupazione per il destino politico di Trieste e dalla delusione per la situazione italiana
del dopoguerra, che lo spinse ad aderire agli intellettuali di sinistra. Nel 1948 uscirono la seconda edizione del
Canzoniere e il saggio Storia e cronistoria del «Canzoniere», ma gli ultimi anni furono segnati dall'amarezza per
l'allontanamento degli amici e da un progressivo isolamento.
A partire dal 1950 la depressione e la dipendenza dalla morfina, usata per arginare i suoi impulsi suicidi, costrinsero il
poeta a frequenti ricoveri in clinica a Roma, dove trovò sollievo solo scrivendo i capitoli del romanzo Ernesto. Anche
l'equilibrio mentale della moglie Lina iniziò a cedere, trascinando l'anziana coppia in una spirale di degrado fisico e
solitudine nella loro casa di Trieste. Lina si spense nel novembre del 1956 e Saba la seguì nell'agosto del 1957 in un
ospedale di Gorizia. La morte unì definitivamente i due coniugi, ponendo fine a un'esistenza segnata da una dolorosa
ma feconda lacerazione interiore.
IL CANZONIERE: IL TITOLO, LA STRUTTURA E
LE TEMATICHE PRINCIPALI
1. La complessa vicenda editoriale e la struttura
La storia compositiva del Canzoniere si presenta straordinariamente lunga e stratificata, poiché l'opera raccoglie ben
cinquant'anni di produzione poetica, segnata da continue riscritture, cancellazioni e inserimenti che hanno seguito le
diverse fasi esistenziali dell'autore.
Il testo ha attraversato quattro edizioni principali. Nella prima edizione, pubblicata nel 1921 a spese dello stesso autore,
confluirono le sue prime raccolte (Poesie, Coi miei occhi e Cose leggere e vaganti), ridistribuite in dieci sezioni
secondo un impianto puramente cronologico e autobiografico. A partire dalla seconda edizione, pubblicata da Einaudi
nel 1945, Saba scelse di riorganizzare profondamente la struttura della sua opera dividendola in tre grandi volumi.
Questa tripartizione risponde a un preciso disegno evolutivo e corrisponde approssimativamente alle tre età
fondamentali dell'uomo: la giovinezza, la maturità e la vecchiaia.
La terza edizione, che fu l'ultima curata personalmente dal poeta prima di morire, uscì sempre per Einaudi nel 1957.
Infine, nel 1961 fu stampata la quarta edizione postuma, che integra nel volume complessivo le ultime raccolte
raggruppandole in quattro sezioni scritte in precedenza ma rimaste escluse dal volume del 1957 (Epigrafe, Uccelli,
Quasi un racconto e Sei poesie della vecchiaia).
2. Il Canzoniere come "romanzo di una vita" e l'ispirazione autobiografica
Il Canzoniere è stato definito dal suo stesso autore come la storia, o meglio il "romanzo psicologico" di una vita
povera di avvenimenti esterni. Questa definizione chiarisce l'essenza dell'opera: non si tratta di una semplice raccolta di
poesie sparse, ma di un diario continuo in cui l'ispirazione principale coincide strettamente con l'autobiografia. Nella
storia della letteratura italiana Saba si distingue per la sua radicale e coraggiosa apertura nel mettere a nudo ogni piega
della propria vicenda personale. In nome della sua ideale "poesia onesta", il poeta rifiuta di celebrare gli aspetti eroici
o ammirevoli del proprio carattere per concentrarsi sulle sue fragilità, sulle sue ossessioni e sui suoi desideri più intimi e
inconfessabili.
Attraverso i versi il lettore può ripercorrere l'intera parabola esistenziale dell'autore: il suo sincero amore patriottico e il
desiderio di rendersi utile attraverso l'esperienza della leva nei Versi militari, l'affetto profondo per la sua contraddittoria
città natale in Trieste e una donna, e la tormentata storia d'amore con la moglie Lina, cantata con sincerità sia nei
momenti di gioia sia nelle deviazioni e nelle reciproche infedeltà (come in Casa e campagna e La serena disperazione).
Trovano spazio nei testi anche le attrazioni proibite per giovani commesse o ragazzi, le drammatiche peripezie vissute
durante la Seconda guerra mondiale, e le piccole occasioni quotidiane che si trasformano in momenti di svago o di
riflessione sul mondo, come avviene nella celebre poesia sportiva Goal.
Saba non si tira mai indietro di fronte a nessuna rivelazione personale, nemmeno nel denunciare i traumi più profondi e
dolorosi scoperti nella propria psiche attraverso lo scavo interiore, come emerge nelle sezioni Autobiografia o nel
Piccolo Berto. Lo scopo profondo di questo sfacciato autobiografismo non è l'esibizionismo, ma il desiderio di
confessarsi per ottenere una sorta di assoluzione dal lettore. Il poeta si svela totalmente affinché chi legge possa
rispecchiarsi nel suo travaglio e nelle sue speranze, riconoscendo nelle sofferenze dell'autore le proprie sofferenze e
scoprendo la profonda fratellanza che unisce tutti gli uomini.
3. Il rapporto con la tradizione e le ragioni dell'insuccesso iniziale
Il radicale autobiografismo e l'originalità delle scelte stilistiche furono i motivi principali della scarsa comprensione e
dell'ostilità che la poesia di Saba incontrò inizialmente tra gli intellettuali del suo tempo. Questo isolamento critico fu
talmente pesante da spingere il poeta a trasformarsi nel critico di sé stesso, scrivendo l'opera unica Storia e cronistoria
del «Canzoniere» per spiegare e chiarire il senso dei suoi testi.
Mentre i poeti contemporanei si orientavano verso le raffinate oscurità del Simbolismo e dell'Ermetismo (che Saba
liquidava ironicamente come autori di "parole incrociate") o seguivano le bizzarrie effimere del Futurismo, Saba decise
di mantenersi fedele al solco della più classica tradizione letteraria italiana. Già nella prefazione del 1921 egli dichiarò
una chiara derivazione da Petrarca e Leopardi, anche se nel corso del tempo precisò che la sua vera predilezione andava
all'andamento concreto della linea Dante-Parini-Foscolo.
Questa fedeltà alla tradizione si manifesta prima di tutto nella scelta di utilizzare le forme metriche chiuse più
canoniche, dimostrando un amore assoluto per il sonetto e per l'endecasillabo classico, rifiutando la rivolta contro la
metrica tradizionale attuata dalle avanguardie. Saba scelse di riproporre la rima in modo palese e musicale, spesso
baciata (come la celebre rima fiore : amore), distanziandosi dalle rime tecniche o ipermetre usate da Montale. Nella
lirica Amai il poeta rivendicò con orgoglio il suo affetto per le "trite parole", intendendo con questo termine sia i
vocaboli della comunicazione quotidiana, sia gli arcaismi tradizionali che di tanto in tanto inseriva nel testo. Questa
scelta in totale controtendenza spinse Pier Paolo Pasolini a considerare Saba come l'iniziatore di una linea
"antinovecentista", caratterizzata da una poesia meno elitaria, più comunicativa e accessibile rispetto alla poesia pura
del Novecento. Pasolini comprese che lo stile di Saba non era il riflesso di un provincialismo arretrato, ma una scelta
"scandalosamente" e spasmodicamente nuova, capace di piegare parole apparentemente semplici e comuni a esprimere
sentimenti complessi, ambivalenti e ambigui.
4. La funzione della scrittura e la psicanalisi come strumento di indagine
La straordinaria modernità di Saba risiede soprattutto nella funzione che egli assegna alla poesia. Per l'autore la scrittura
non serve a ritrovare una superiore unione romantica tra verità e bellezza, né deve limitarsi a denunciare la crisi
d'identità dell'intellettuale di fronte al caos del mondo. La poesia ha invece il compito civile e sociale di indagare con
realismo psicologico i moti più nascosti dell'animo umano. Esplorando i propri conflitti interiori, il poeta aiuta
l'individuo e la società a comprendere tutte quelle pulsioni segrete e profonde che l'uomo ha dovuto soffocare fin dalla
preistoria per poter costruire la civiltà e la vita comune.
Questo spiega la fortissima attrazione di Saba per la psicanalisi freudiana, una scienza della mente che si diffuse
rapidamente a Trieste mentre nel resto d'Italia incontrava forti resistenze culturali. Come evidenziato dalla critica, Saba
fu psicanalitico ancor prima di incontrare la psicanalisi e il dottor Weiss, poiché era già naturalmente predisposto a
usare l'arte come chiave per decifrare l'enigma umano. A partire dagli anni trenta la disciplina divenne per lui un metodo
di indagine rigoroso e implacabile da applicare alla propria poesia. Anche quando smise di credere nell'efficacia
terapeutica della cura medica, Saba rimase consapevole del valore liberatorio della poesia: lo scavo interiore e la
scrittura nacquero dal bisogno vitale di trovare un sollievo alla propria pena psichica, salvandolo dalla frantumazione
interiore e dalla tentazione del suicidio. La poesia non offre una guarigione definitiva, ma dona la consapevolezza che i
traumi personali e i desideri più complessi sono in realtà condivisi da tutta l'umanità, permettendo al poeta di vivere tra
gli altri uomini riconoscendoli finalmente come fratelli e conservando inteso l'amore per la vita.