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EDITORIALE

Scrivere, firmare, un editoriale - anche solo di un foglio elettronico - pone agli autori una questione difficile: c' un nome o un'istanza a cui rispondere, e c' uno spazio in cui riconoscersi? Operazione propria ad ogni tentativo di scrittura, come ad ogni forma di riflessione che tenti di rompere un guscio, di farsi spazio. Il rischio di tentare facili rassicurazioni identitarie, come pure di riproporre relativismi e debolezze postmoderne.

Per questo ci siamo ritrovati, non individui e non attuali, a ripercorrere la trama di socialit di cui tessuto il presente, convinti che la costruzione di una soggettivit politica, in senso ampio, non sia un fatto scontato: parafrasando Hegel e Marx, il compito, semmai ce ne volessimo dare qualcuno questo il senso, il verso, di questa rivista raggiungere il proprio tempo, le nostre strade, e per farlo dobbiamo ancora liberarci dai ceppi e dalla servit, del padrone e delle cose. Ci siamo ritrovati, alcuni amici, compagni, provenienti dall'esperienza dei movimenti extraparlamentari degli anni '70, approdati per lo pi alle sponde del sindacalismo di base, a riflettere, in questi giorni inaspettatamente primaverili. Ci siamo ritrovati a riflettere su un'esperienza, la nostra, minoritaria: antagonismo, rifuto dello sfruttamento capitalistico, irriducibile volont di non omologazione, questi i tratti condivisi. Fare crescere e mettere in rete il patrimonio di conoscenze, lotte, pratiche antisistemiche dovrebbe essere il mezzo per riconoscersi aldil delle esperienze gi condivise in passato e meticciarsi di nuovo. Nonostante il tempo, quello cronico che passa e distrugge. Ancora oggi a distanza di un trentennio non ci stiamo. Ma non per fare bilanci che ci siamo ritrovati, non ci interessa il passato o la teoria pura, quanto piuttosto quel divenire di minoranze che spezzano il cerchio di un presente morso dall'ultima delle ideologie, la pi pervasiva: non c' nient'altro che questo, nulla pi che denaro, potere, sesso. Questo quanto hanno sostenuto per un ventennio i teorici della modernit: la storia finita col crollo delle ideologie e quel che resta governance ed economia di mercato, la legge del valore e l'universo degli scambi. Di fronte a questo scenario monocromatico abbiamo riformulato una figura del desiderio: ci si dice un po' di diritti in pi, aumentiamo di un punto il PIL e aspettiamo una ripresina, diamoci qualche ammortizzatore sociale e rendiamo la diffusa precariet meno selvaggia, distribuiamo un po' di salario a tutti, magari quel che basta a sopravvivere, e indebitarsi. Rilanciamo, e ne cercheremo i modi, la radicalit, il rifiuto del lavoro quando sfruttamento, la lotta alla miseria nella sue forme sociali, la negazione dei codici proprietari e delle compatibilit economiche. Cos abbiamo deciso di riprendere il filo rosso di un discorso che non ha pi il feticcio di un partito, che non pretende di scovare la contraddizione fondamentale e non mitizza neppure l'esodo delle moltitudini. Altra cosa la pratica, quella s, minoritaria ma democratica, di riappropriazione dei beni comuni, di sottrazione alla mercificazione e costruzione di una democrazia non rappresentativa ma assoluta. Gli uomini sono tutti

neri, indipendentemente dal colore della pelle: il processo contingente, immanente, privo di finalit ultime, eppure sempre possibile schivare il presente o raggiungerlo. Resta ancora irrisolta la contraddizione tra la forma determinata della distribuzione della ricchezza e l'emergenza di bisogni sociali insoddisfatti; questa contraddizione segnata da una natura seconda, quella stessa che quotidanamente produce una ricchezza che nel paradigma capitalistico non pu essere raccontata, una soggettivit che senza teorie e pratiche resta spettrale. Ecco un buon motivo, anche per non prendersi troppo sul serio: ridare voce, e argomenti agli spettri. Del resto nell'Odissea, quando Ulisse alla corte dei Feaci racconta il suo viaggio avventuroso, alla fine si arresta, e chiede produce argomenti, interpretazioni, che permettano ai sensi di non arrendersi al senso unico. Non c' pi il vuoto, il silenzio che precede la parola, e neppure lo sgomento, quello che segue al trauma, ma uno spazio striato, una complessit irriducibile al diritto e alla violenza, una parte, un non tutto, dei senza parte, sempre meno invisibili eppure senza ragioni, dissoi logoi, posizioni e pratiche di dissenso. Questo ci piacerebbe costruire e mettere in circolo.

Mentre scrivo - novembre 2010 - sei cortei attraversano la citt, frotte di studenti che bloccano il traffico di viale Regone Siciliana, la stazione centrale, un ufficio postale, la Cattedrale. La citt viene occupata pacificamente e la novit una generalizzata solidariet alle ragioni degli studenti, una comprensione immediata e politica dello slogan "noi la crisi non la paghiamo!". Intanto nelle scuole si dibatte se sia democrazia quando una minoranza interrompe la propria esistenza disciplinata, smette di lavorare studiare - e occupa. Ovviamente la mia risposta s.

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