Italiano
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Italo Svevo e uno pseudonimo: si chiamava Hector Aaron Schmitz. Si firma con lo
pseudonimo per indicare le due componenti culturali che determinano la sua formazione,
quella italiana e quella tedesca, che gli deriva dalla città di nascita. EGli nasce a Trieste nel
1861 quando la città faceva ancora parte dell’impero asburgico. A queste componenti di
base si associa la tradizione ebraica, perché entrambi i genitori sono ebrei. La figura
dell’inetto, che troviamo nei suoi romanzi, sembra essere il simbolo della condizione storica
che vive l’ebreo in questo periodo in europa.
Appartiene ad una famiglia dell’alta borghesia, con condizione economica agiata: il padre
era un commerciante di vetri ed era il figlio di un funzionario dell’impero asburgico. La
mamma era originaria del friuli.
Svevo è un intellettuale che si differenzia dagli altri per due motivi. Innanzitutto non può
essere definito un intellettuale puro, nel senso che la sua formazione culturale fu volta agli
studi commerciali, compiuti dapprima in un collegio in Germania co. i fratelli e poi a Trieste,
dove frequentò per due anni l’istituto superiore per il commercio. La sua formazione
letteraria fu da autodidatta, in quanto avrebbe dovuto proseguire l’attività commerciale della
famiglia. Nè tantomeno il suo lavoro, da cui ricavò uno stipendio, è legato all’attività
letteraria. Fece tutt’altro lavori, e nei periodi di lavoro più intenso abbandonò la vocazione
letteraria, che considerava non facilmente adattabile alla condizione di un commerciante o
imprenditore borghese.
In lui coesistono due personalità antagoniste: da una parte la volontà di integrarsi
nell’ambiente borghese e sentirsi realizzato nella nuova società tramite matrimonio e lavoro,
dall’altra la vocazione letteraria di fondo che lo estranea da questo mondo e lo fa sentire
incapace di adattarsi al nuovo contesto (figura dell’inetto). Quando si sente maggiormente
integrato, allora abbandona quasi del tutto l’attività letteraria: nell’autobiografia dice che
anche se scriveva un’unica parola, ciò lo distoglieva dal suo lavoro.
Rispetto all’altro elemento, e determinante il luogo di nascita. Trieste era al centro
dell’Europa, il nucleo dove convergevano culture diverse e nuove tendenze europee prima di
diffondersi in italia. Svevo jon fu apprezzato perché il suo è un romanzo innovativo e non fu
compreso, perché riprendeva le innovazioni che derivavano dall’europa. Si fa portavoce di
una cultura dell’europa centrale ancora sconosciuta in italia. I suoi tre romanzi fallirono in
italia. Solo la coscienza di zeno ebbe rinomanza in francia: fu tradotto in lingua grazie
all’amicizia con Joyce. In Italia l’unico che apprezzò questo romanzo fu il giovane montale,
he scrisse una recensione in cui apprezzava l’innovazione del romanzo sveviano.
Posizione politica
Fu vicino agli irredentisti, coloro che dopo l’unificazione aspiravano all’unione della dalmazia.
Fu vicino ai socialisti come tipico della borghesia triestina del tempo.
Abbiamo alla fine dell’800 tre elementi autobiografici che rafforzano in lui la componente
letteraria. Innanzitutto l’incontro con Joyce a Trieste. Joyce era un irlandese e per un periodo
per motivi politici si trasferisce a trieste dove terrà lezioni di inglese frequentate da Svevo,
che essendo dirigente di industria doveva imparare la lingua. L’influsso di Joyce fu
determinante perché egli lesse e apprezzo i due romanzi di svevo perché ne capì
l’innovazione: incentivo la sua creatività letteraria.
Contemporaneamente ci fu l’incontro con la psicoanalisi. Essa viene fondata da Freud.
Svevo conobbe la nuova tecnica in seguito alle cure cui si era sottoposto il cognato che
soffriva di nevrosi. Considero la psicoanalisi come uno strumento conoscitivo, che aiuta a
comprendersi, ma che non è curativo. L’incontro con la psicoanalisi influenzò il modus
scribendi di Svevo, perché la coscienza di zeno si basa su di essa. Il cognato era stato
curato da un allievo di Freud.
L’ultimo elemento che determinò la vocazione fu il fallimento della fabbrica di vernici dopo la
prima guerra mondiale. Essa fu requisita per ordine degli austriaci. Svevo si trova libero da
incombenze lavorative e può riprendere l’attività letteraria.
Dal 1898 (seconda pubblicazione di senilità) non aveva scritto nulla. Pubblicherà la
coscienza di zeno dopo 25 anni. Se confrontiamo i primi due romanzi con l’ultimo le tecniche
narrative si evolvono: per la coscienza di zeno si parla di destrutturazione del romanzo (no
fluids di coscienza perché c’è una trama di base) perché ciascun capitolo va per se, ma tutti
sono incorporati all’interno di una storia.
Tutto questo provocò un insuccesso ancora maggiore in italia, dove non si conosceva la
psicoanalisi. In una vita abbiamo ancora elementi veristi nella rappresentazione della banca,
in senilità il romanzo psicologico di d’annunzio, mentre nella coscienza di svevo c’è la
psicoanalisi, che scava proprio a fondo e non era capita. Il protagonista cerca di giustificare
comportamenti che sono attribuiti a motivazioni che non sono quelle reali.
Inetto
La biografia di svevo ci riporta alla figura dell’inetto: egli stesso si considera tale.
L’inetto presenta due caratteristiche fondamentali:
1 aver subito una declassazions sociale: porta il personaggio a fare un lavoro considerato
umiliante, una sorta di trappola sociale.
2 vocazione letteraria: essa non gli permette mai di raggiungere quella che svevo chiama
“salute borghese”, ossia non gli permette mai di integrarsi pienamente nel contesto
borghese, il cui modello di perfezione è dato dall’uomo che è sposato e si costruisce una
famiglia, e che svolge un lavoro con successo. Nella biografia dell’autore le due componenti,
quella letteraria e quella borghese, si escludono a vicenda: egli scrive solo nei momenti di
maggiore crisi esistenziale, ossia quando non riesce ad integrarsi nella società borghese;
quando riesce a farlo smette di scrivere, perché le due figure sono inconciliabili: sono vocate
ad ideali diversi di vita, che non si corrispondono.
L’inetto è un personaggio che è incapace di vivere la vita in maniera attiva, che più che
vivere si vede vivere, osserva il tempo della sua esistenza scivolare, senza che lui sia
padrone del proprio tempo. Infatti in “una vita” alfonso nitti dirà che lui ha scelto la rinuncia a
vivere. L’inetto è la figura di individuo decontestualizzata che cerca di integrarsi nel tessuto
sociale ma che anche quando ha l’opportunità di poterlo fare manca agli appuntamenti
principali della sua esistenza. Il banco di prova in cui viene maggiormente mostrata
l’inettitudine sei personaggi è nel rapporto con la donna o con qualche altro personaggio del
romanzo che è l’antagonista dell’inetto: un personaggio ben integrato nella società. Per
esempio Macario in una vita, stefano balli in senilità e il padre e guido speier nella coscienza
di zeno.
L atteggiamento di svevo nei confortini dell’inetto evolve passando dai primi due romanzi al
terzo: nei primi due vi è una sorta di critica nei confronti dell’inetto sveviano dal momento
che il narratore esterno interviene per far cadere gli alibi che questi personaggi si creano per
giustificare le loro assenze agli appuntamenti mancati; nel terzo romanzo invece la figura
dell’inetto è trasformata perché mentre in un primo momento zeno comunque è
rappresentato come colui che costruisce alibi per giustificare la debolezza interiore, poi
proprio perché non riesce ad indossare l’abito della salute borghese, si proietta in una
condizione di privilegio esistenziale: proprio perché è estraniato da quella condizione, riesce
ad esaminarla dal punto di vista esteriore e a mettere in evidenza anche le negatività che la
caratterizzano; è l’unico uomo che riesce ad avere uno sguardo critico nei confronti della
società borghese del tempo: si ha un ribaltamento della posizione dell’inetto che,
considerato sempre come il malato che considera la salute borghese, ad un certo punto
diviene l’unico individuo che grazie alla sua capacità di estraniarsi dal contesto borghese
riesce ad esprimere giudizi critici e non essere intrappolato nelle forme in cui ci cala la
condizione borghese. Zeno non è consapevole di questa posizione privilegiata e che non
vive una condizione di malattia; svevo voleva intitolare il romanzo “l’incoscienza di zeno”
proprio per questo motivo.
Radici culturali
l’attenzione di avevo punta all’analisi del comportamento dell’uomo, per cui si rifà a vari
filosofi del tempo riprendendo da ciascuno solo quegli elementi necessari alla ricerca. In un
primo momento si forma in germania e apprende quelle che sono le teorie dell’irrazionalismo
tedesco, in particolare è influenzato da schopenauer: Svevo deriva da lui l’idea secondo cui
il comportamento umano non è libero (vedere pag490 dal libro di ita) perché c’è la voluntas,
un entità metafisica superiore che ha come fine quello di perpetrare se stessa, e che spinge
gli individui a seguire quelli che sono i propri istinti; l’uomo può staccarsi dalla voluntas
tramite distacco dal mondo (rinuncia alla vita), compassione per gli altri esseri viventi e arte
(unica strada che permetterebbe all’uomo di stracciare il velo).
Tra gli altri filosofi cui si rifà il pensiero dell’autore ricordiamo darwin con la teoria
evoluzionistica secondo cui il comportamento dell’uomo deriva da leggi naturali
deterministiche (no libertà di scelta) date dalla natura; abbiamo anche l’influsso del pensiero
di marx, secondo cui la storia dell’uomo è storia che deriva a lotta tra classi sociali. Il
determinismo è quindi sociale. Un autore che ha grande influenza è Freud e la psicoanalisi:
svevo non ha rapporti diretti con lui, mala conosce tramite un cognato che si era sottoposto
a questa nuova indagine comportamentale perché era malato di nevrosi. Per svevo la
psicoanalisi è un metodo molto valido per scoprire gli istinti che guidano i comportamenti
degli uomini, istinti di cui l’individuo non ha piena consapevolezza perché sono impulsi
derivati dal subconscio. Pertanto ci costruiamo alibi per giustificare le nostre azioni, che
invece hanno origini diverse. Svevo è critico sulla psicoanalisi come strumento di guarigione:
non pensa che possa guarire dalla nevrosi (anche zeno ad un certo punto non segue più lo
psicanalista perché non crede nella validità delle sedute). È importante anche l’idea secondo
cui l’identità psicologica di un individuo non è unitaria, cioè sempre uguale a se stessa, ma
in continua evoluzione: l’uomo non è mai uguale al sé di prima, pertiche costituito da strati
psiocologici in continua evoluzione (frantumazione dell’io caratteristica di pirandello).
Sarà poi influenzato a livello letterario da joyce, che gli dà la spinta a scrivere e lo convince
che i suoi fallimenti letterari non furono fallimenti.
Una vita
Svevo aveva intenzione di intitolarlo “Un inetto”, ma nessun editore glielo voleva pubblicare,
quindi lo cambiò. Lo pubblico comunque a spese sue presso una piccola casa editrice di
trieste “Vram”; all’inizio chiese all’editore Treves, che però dopo averlo letto lo scarta perché
era di un taglio molto diverso rispetto ai romanzi che avevano fortuna in italia in quel
momento.
Avrà un profondo insuccesso in Italia, solo joyce più tardi lo apprezzerà.
Il protagonista è Alfonso Nitti, che rappresenta il primo inetto sveviano e in un certo qual
modo lo stesso Svevo. Com lui alfonso dopo la morte del padre è costretto, per motivi
economici, a cercare un lavoro: lavorerà presso una banca a trieste. Questo lavoro viene
considerato un lavoro arido, spersonalizzante, anche perché alfonso ha una vocazione
letteraria, che coltiva nel suo animo ma che non riuscirà mai a raggiungere pienamente. Si
impiegherà nella banca triestina dei maller; l’incontro con il capostipite di questa famiglia
rappresenta l’incontro di inetto e antagonista: il gestore della banca si presenta come il
ritratto della “salute borghese”, mentre l’inetto rappresenta la malattia, che consiste nel non
riuscire ad integrarsi. L’antagonista inviterà anche a cena a casa sua Alfonso. Durante la
cena lui consocerà Annetta, figlia del padrone della banca, che parlando con alfonso e
scoprendo la vocazione letteraria gli chiede dei consigli per terminare la stesura di non
romanzo che stava scrivendo. i due si iniziano a frequentare e stabiliscono uno stretto
legame, anche se il legame con annetta non si basa su di un solido sentimento d’amore. Del
resto un nuovo antagonista appare nella scena: è Macario, giovane avvocato brillante, che
sembra essere pretendente di annetta. Lei cede alla seduzione di alfonso, che quindi
avrebbe l’opportunità di integrarsi ne contesto borghese tramite un matrimonio riparatore.
Ma in questo momento (di spannung) alfonso rinuncia al matrimonio, perché la caratteristica
dell’inetto è questa: quando potrebbero raggiungere la salute borghese c’è la rinuncia.
Alfonso con il pretesto della malattia della mamma abbandona triste e torna a casa; trova la
ama veramente malata, soffre con lei e poi lei muore. Torna a trieste con l’idea di potersi
sposare con annetta, ma nel frattempo si è fidanzata con macario così come il posto in
banca e stato preso da un sostituto. Pregherà i maller per ridargli un posto in banca, che
otterrà anche se molto ridimensionato, che considera ancora più umiliante e
spersonalizzante: cercherà di ricostituire il legame con annetta, alla quale chiederà un
appuntamento: si presenterà il fratello di annetta che lo sfida a duello. Non si presenta
perché la notte prima si uccide.
Quando avevo parla di se stesso dice che il personaggio che più lo rappresenta è nitti.
Rispetto alle caratteristiche del romanzo, abbiamo l’impianto narrativo del romanzo
naturalista, soprattutto nella rappresentazione meticolosa dell’ambiente della banca. Sempre
in questo romanzo la sua indagine è soprattutto psicologica. Si discosta già da d’annunzio,
perché è come se anticipasse gli studi sull’inconscio perché già qui nell’indagine sul
comportamento umano, esso viene fatto risalire a istinti e impulsi che vanno oltre lo strato
psicologico dell’individuo.
Il narratore è eterodiegetico (?), quindi esterno e interviene di tanto in tanto per smascherare
gli alibi costruiti dal protagonista come giustifica ai suoi comportamenti.
Senilità
Pubblicato nel 1898 sempre presso vram e a spese di Svevo: non ha ottenuto né una parola
di critica né una di plauso da coloro che l’hanno letto, quindi passa proprio inosservato. Ciò
lo scoraggia. L’inettitudine viene vista da svevo come una malattia, mentre la salute è la
borghesia. La sua vera anima non è borghese, ma è letteraria.
Il protagonista è Emilio Brentani, che come dice lo stesso svevo può essere considerato
come il fratello di Nitti. Anche lui appartiene ad una famiglia ricca che subisce un fallimento
economico ed è costretto a lavorare presso una piccola assicurazione triestina: considera
questo come un lavoro arido, che non dà soddisfazioni né materiali né dell’animo. Lui è
infatti un intellettuale, aveva scritto anche un romanzo (più vicino a svevo), che aveva anche
ottenuto un discreto successo in ambito cittadino.
Senilità è il modo con cui brentani ha deciso di vivere: ha 35 anni ma vive come un vecchio.
Ha deciso la rinuncia alla vita (impronta di Schopenauer): vive cercando di stare lontano da
tutto ciò che può creare sofferenza interiore, quindi anche da amore e passione. Vive in
disparte: l’inetto più che vivere, si vede vivere (la vita passa passivamente). Vuole vivere in
maniera calma e tranquilla.
Egli dopo la morte della madre vive quasi segregato in casa con la sorella Amalia: anche lei
vive una sorta di inettitudine perché si dedica solo alla cura del fratello. Nella vita si brentani
avviene l’incontro con l’antagonista, che è Stefano Balli. Egli è un intellettuale, uno scultore:
non ha grande fama, ma a differenza di brentani ama intensamente la vita ed essendo
anche bello ha grande successo in amore. Tutte le modelle che piano per lui si innamorano
di lui e stefano da perfetto don giovanni ha solo delle brevi ed intense storie che non prende
mai sul serio. Emilio prova quindi una insoddisfazione della sua esistenza dinanzi a ciò: lui
vorrebbe avere questo comportamento, ma non gli riesce. Casualmente emilio incontra una
ragazza del popolo, Angiolina, che rappresenta la femme fatale decadente (si distingue da
Elena muti perché è una popolana, senza eleganza): ha bass costumi morali ed avvezza ad
avere contemporaneamente più storie. Emilio vorrebbe imitare stefano, quindi vorrebbe una
relazione superficiale ed effimera, breve e che dovrebbe soddisfare non l’animo ma i sensi;
non ci riesce perché si innamora perdutamente di questa donna e la idealizza e la trasfigura
(come sperelli che anticipa la figura dell’inetto): vede angiolina come una giovinetta che
deve essere educata alla vita, quindi si presenta come maestro educatore di vita nei
confronti angiolina. In realtà lui si costruisce solo alibi tramite i quali giustifica i suoi
comportamenti e giustifica anche le azioni compiute da lei. Quando viene a conoscenza
oggettiva dei molteplici tradimenti la lascia, ma l’abbandono di questa donna crea una
profonda sofferenza in Emilio: si rammarica di aver vissuto l’esperienza perché è caduto
nella sofferenza. Ora non riesce neppure a distaccarsi, quindi si riavvicina a lei nuovamente:
sino ad allora il possesso fisico della donna non era ancora avvenuto, perché aveva paura di
quello che avrebbe potuto procurare nel suo animo (ama la versione ideale e non quella
carnale di angiolina); perciò quando ciò avviene dopo che angiolina ha fatto la prima mossa,
lui non si sottrae ma rimane deluso dall’esperienza, che non appaga il suo spirito: ha
posseduto il corpo, non la sua anima (che tra l’altro è idealizzata).
Continua a vivere questa storia in maniera sofferta.
Poiché Balli frequenta casa sua, Amalia si innamora di lui, anche se sa che non sarà mai
corrisposto. Stefano invita anche angiolina a posare per lui, quindi fra i due c’è una relazione
sessuale: i due tradiscono Emilio. Quando lo scopre non può fare a meno di abbandonare la
donna. Anche nel proposito di abbandonarla, dice a se stesso di farlo senza trasporto ma in
modo distaccato; quando la vede va però su tutte le furie e si fa trasportare. Nel frattempo
stefano era stato allontanato da casa sua sia perché l’aveva tradito sia per fare un piacere
ad Amalia, che soffre moltissimo. Si dà all’alcol per dimenticare stefano, ma proprio perché
ha un fisico minato (è un inetto, magra, smunta, senza energia fisica) muore. Emilio si sente
colpevole della morte della sorella e decide di vivere l’ultimo sprazzo della sua vita in
estrema senilità, lontano da tutto e tutti.
In una vita sono visibili ancora le tracce del romanzo verista, mentre qui le tracce
scompaiono del tutto, non viene rappresentato alcun ambiente sociale ma c’è interesse solo
verso la psicologia del protagonista. Il narratore è eterodiegetico, ossia esterno ai fatti:
narrazione in terza persona; però abbiamo la focalizzazione interna sul protagonista: il punto
di vista è inattendibile a causa delle costruzioni mentali di Emilio. Perciò interviene il
narratore per smentire gli alibi di brentani,
oppure sono smentiti dal racconto oggettivo dei fatti stessi, quindi si parla di IRONIA
OGGETTIVA.
La coscienza di Zeno
Pubblicato dopo 25 anni, nel 1923. Troviamo un romanzo molto più innovativo, che sviluppa
le tendenze già presenti nei primi due, ma che evolve ulteriormente rispetto soprattutto alla
tecnica.
In questi 25 anni accadono eventi storici e culturali importanti: il primo conflitto mondiale, la
crisi definitiva del positivismo e l’affermazione di nuove tendenze quali il relativismo, che
influenzerà il pensiero di svevo e pirandello, e lo sviluppo della psicoanalisi, non diffusa
molto in italia ma appresa da svevo. Dal punto di vista privato e importante l’incontro con
joyce, che spinge svevo a tornare alla letteratura anche dopo il fallimento della fabbrica di
vernici.
Zeno pur essendo non solo negativo, non è cosciente della sua positività: svevo voleva
chiamare il romanzo “L’incoscienza di zeno”, perché il protagonista pensa di essere lui il
malato.
Nasce a Girgenti (Agrigento, nome con cui fu ribattezzata durante il fascismo) e muore a
Roma.
Apparteneva all’alta borghesia, quindi un agiata condizione economica: il padre era direttore
di alcune miniere di zolfo che la famiglia aveva preso in affitto. Effettua studi umanistici,
infatti si iscrive a lettere prima a Palermo, poi a Roma e poiché nacque un dissenso con un
docente dai trasferì in Germania a Bon (?) dove si laureò in filologia romanza (studio dei
testi e ricostruzione). L’esperienza tedesca fu formativa in quanto lo mise in contatto con glia
spetti innovativi della. ultima tedesca del tempo. Ritorna a roma dove conduce la vita da
benestante grazie ad un assegno mensile del padre. Si dedica completamente alla
letteratura. Sposa Maria Antonietta Portulano e pur non avendone bisogno inizia ad
insegnare italiano presso l’istituto superiore di magistero di Roma.
Nel 1903 si allagano le miniere di zolfo che il padre dirigeva e in cui egli aveva investito tutti i
capitali della famiglia, compresa la dote della nuora. Ciò determinò due eventi: Pirandello
vive la declassazione sociale e contemporaneamente la moglie, che si vede privata della
dote e già era debole psicologicamente, inizia a manifestare una depressione che si
aggraverà nel tempo, determinando il suo internamento nel manicomio. Esso avviene dopo,
quando durante la prima guerra mondiale il figlio Stefano viene fatto prigioniero degli
austriaci e poi di lui non si sa più nulla. Ciò determinò proprio la pazzia della donna, tanto
che pirandello si vede costretto a farla internare. Questo evento influenza il suo pensiero, la
concezione del matrimonio come trappola sociale; così come la declassazione fa sì che lui si
trovi a vivere in una condizione precaria: aveva degli introiti dall’attività di professore, ma lo
stipendio era molto irrisorio e non gli permetteva di condurre quella vita da benestante. Si
vide costretto a cercare altri lavori che gli permettessero di avere altri introiti e spinto anche
dalla sua vocazione letteraria iniziò a scrivere novelle, romanzi e anche per l’industria
cinematografica. La declassazione comunque è determinante, in quanto in molte delle
novelle viene descritto l’ambiente piccolo borghese che egli vede come alienante, che
soffoca, che non lascia alcuna libertà. Anche il lavor impiegatizio è visto come alienante.
Ricordare che la declassazione e la pazzia della moglie determinano il suo pessimismo.
Uno sfogo lo trova nell’attività teatrale. Scoppia la prima guerra e lui è interventista; vive il
dramma della perdita del figlio che causa la pazzia definitiva della moglie. Il suo teatro man
mano acquista sempre più importanza. L’innovazione all’inizio non fu compresa: si parla di
meta teatro, un teatro che riflette su se stesso e mette in scena la riflessione sul teatro. La si
vede nella sua rappresentazione più innovativa, ossia “Sei personaggi in cerca di autore”. I
drammi pirandelliani ebbero successo tra gli anni venti e trenta, per cui anche la sua
condizione economica migliorò molto: da piccolo borghese inizia di nuovo ad arricchirsi.
Dopo la reclusione della moglie lui seguirà anche le tournée delle compagnie per le quali
scriveva dei testi. Il successo però lo si deve anche a din loro fatte, ossia l’adesione al
partito fascista. Pirandello aderisce al partito e grazie a ciò avrà anche la direzione del teatro
d’arte a Roma; tale adesione avviene nel 1924 subito dopo il delitto Matteotti. Lui ebbe tanti
sovvenzionamenti dal partito; si è vista questa adesione con ambivalenza: è strano che uno
scrittore che nelle sue opere denuncia il meccanismo della trappola sociale , che limita le
libertà, aderisca al partito. La sua fu un adesione spontanea a quello che ai suoi occhi
sembrava il partito: unico strumento per dare ordine all’italia, che attraversava un periodo di
caos politico, e egli vede anche nel fascismo l’energia vitale che sembrava mancare ai
borghesi, che non riuscivano a risolvere i problemi e sembravano inerti. Man mano che il
fascismo mostrava il suo volto reale Pirandello non poteva aderirvi pienamente, ma non ci fu
mai una critica aperta nei confronti del regime, probabilmente per comodità. Infatti gli venne
conferito anche il nobel per la letteratura nel 1934. Prima di morire aveva pubblicato “novelle
per un anno”, raccolta delle novelle, e le sue opere teatrali nel volume “le maschere nude”.
Muore di polmonite e l’ultima opere “i giganti della montagna” rimane incompleta: è qui che
molti hanno voluto vedere una critica, velata, della dittatura fascista.
Pensiero
È improntato ad un cupo pessimismo, in quanto Pirandello considera l’uomo privato della
sua libertà e intrappolato in una serie di trappole sociali che gli impediscono di essere libero.
Il pessimismo è universale, riguarda tutte le società perchè tutte intrappolano e cristallizzano
in una forma rigida, ma questo diventa più evidente nella società borghese, i cui elementi
cardine (famiglia e lavoro) ti condannano ad una non vita: cristallizzano in forme rigide.
Il pessimismo deriva innanzitutto dagli eventi biografici. Concorrono alla costituzione del
pensiero anche alcune tendenze filosofiche del tempo, in particolare è vicino al vitalismo di
Bergson, secondo il quale la realtà è costituita da elementi che sono in continuo ed eterno
divenire, elementi che incessantemente si trasformano da uno stato all’altro: la realtà per
bergson viene paragonata al flusso incandescente di un magma vulcanico, che è continuo,
indistinto, che si trasforma. Tutto ciò che rinuncia a questo continuo divenire e che si stacca
dal flusso, assumendo una forma definita e rigida, comincia a morire, ad allontanarsi dalla
vera vita. Pirandello apprende questa concezione e la sua riflessione si punta sull’individuo:
crede che anche l’uomo faccia parte di questo eterno fluire, ma tende a darsi una forma
definita e un’identità fissa, perché nasciamo e nel momento in cui accade veniamo subito
catapultati in una società che esige delle forme. La prima trappola sociale è il nome: esso
segna la nostra appartenenza ad una famiglia, che influenza quella che è la nostra
formazione e il nostro futuro. Man mano che cresciamo il meccanismo diventa sempre più
rigido e forte e ci intrappola definitivamente quando ci sposiamo e lavoriamo, che sono gli
elementi cardine soprattutto della società borghese. Sono due trappole che ci priveranno
totalmente della nostra libertà.
Su questo pensiero hanno influsso anche le considerazione dello psicologo Binet, secondo
cui l’individuo non ha una ferma e distinta identità, ma è costituito da una serie di strati
psicologici che evolvono in continuazione, anche se l’uomo tenta di fissarsi in una
determinata identità, di costruirsi una propria identità ai suoi occhi nella quale si vede
rispecchiato, ma che è fasulla perchè cambia di continuo. Così come gli altri hanno di noi
una percezione che non è detto che coincida con la forma che noi ci diamo: nello stesso
momento siamo uno, nessuno e centomila. Uno è la percezione che abbiamo di noi,
centomila è la percezione che gli altri hanno e che non è detto che sia la stessa per tutti, ma
in effetti la nostra identità non esiste, siamo nessuno, perché come tutti gli altri elementi
della natura ci evolviamo continuamente. Le forme sono le maschere per pirandello, che la
società esige che noi mettiamo. Come dirà vitangelo moscarda: “io non ho un nome e non
ho una forma, ma muoio e rinasco secondo dopo secondo, e nel momento in cui rinasco non
sono mai uguale a quello che ero prima”.
La crisi dell’identità derivava anche da radici storico sociali. quel periodo è caratterizzato dai
grandi monopoli e delle lobby, che spersonalizzano l’individuo, lo fanno sentire solo e non
più parte attiva del processo che l’uomo ha messo in moto e che ora è più grande di lui.
Anche il lavoro alimentante della macchina, rappresentano ne i quaderni di serafino gubbio,
è spersonalizzante. Nascono le metropoli, in cui l’uomo si sente spaesato e senza radici
solide. Già lo ha vissuto con le rivoluzioni industriali (luddismo per esempio).
L’intellettuale è colui che meno si integra: l’inetto sveviano è l’intellettuale in crisi nel nuovo
contesto. Pirandello è colui che più mette in evidenza la crisi, che arriva allo sfaldamento
dell’identità e all’incomunicabilità tra gli uomini: ognuno ha percezione diversa della realtà,
data dalla proiezione del proprio io nel contesto. Essa è data dal relativismo della
conoscenza: è impossibile raggiungere alla conoscenza totale della realtà, ma ognuna ha
una concezione di essa derivata dalla proiezione dell’io nel contesto.
Questa percezione dell’individuo è tipica di ogni contesto sociale ma si acuisce nel contesto
borghese: ogni individuo è costretto ad indossare una maschera, quella forma in cui deve
calarsi per vivere in quel contesto e che limita la libertà.
Pirandello però sottolinea che ci sono dei momenti in cui l’uomo riesce a liberarsi dalle
maschere e a frantumare la forma, cerca la libertà e di esprimerla. Ciò può accadere anche
per un semplice evento, per Belluca il fischio del treno, che lo libera dal meccanismo rigido
della forma e a librarsi: vive un epifania, una rivelazione. Quando ciò accade, le risposte
possono essere diverse e possono essere tre:
1 chi prende consapevolezza del meccanismo, ma non riesce a liberarsene, come mattia
pascal che non si libera mai.
2 chi prende consapevolezza ma per libera scelta continuano a vivere in quella forma ma si
concedono degli attimi di libertà, con Belluca o il protagonista della patente. Qui c’è un uomo
che viene considerato uno iettatore: vuole che il contesto sociale ufficializzi la sua forma
tramite la patente di iettatore. Ne ricava guadagno perché è come se ricattasse gli uomini e
si fa dare soldi per evitare di essere causa delle loro sfortune. Probabilmente è la forma che
ha scelto anche Pirandello, in relazione al fascismo.
3 chi si libera tramite la pazzia. l’unico modo per liberarsi è essere pazzo o fingere di
esserlo, come vitangelo moscarda che si libererà da tutte le sue forme. Egli è l’uomo
filosofo, che rappresenta il pensiero pirandelliano: quando prende consapevolezza
dell’inconsistenza della sua identità, il che accade per caso, si rende conto che la
percezione che ha avuto di sé non è reale. Continua la sua vita nel tentativo di liberare e ci
riesce commettendo azioni che leo fanno considerare pazzo da gli altri. Alla fine da quali il
mendicante è viene citato in giudizio: quando il giudice gli chiede il nome lui dice di non
averlo. Nelle parole finali i critici hanno visto la liberazione dalle forme e il divenire un tutt
uno con il magma e quindi l’identificazione con la natura, una sorta di panismo. Il pazO può
fare quello che vuole, è anche giustificato dalla società: coloro che vengono considerati
pazzi possono liberarsi. Vitangelo non è pazzo, si finge tale.
Così come in Enrico VIII, dramma teatrale, lui finge la pazzia.
Poetica pirandelliana
Troviamo la poetica dell’umorismo, che esprime in un saggio intitolato “L’umorismo”
pubblicato ne 1908. Definisce tale poetica come poetica derivante da una riflessione sul
“sentimento del contrario”, che consiste nella scomposizione di tutti gli elementi che
caratterizzano la realtà in tutti gli aspetti che la caratterizzano e che sono antitetici e
contraddittori. Per chiarire questo concetto, nel saggio riporta un esempio: la vecchia
imbellettata. Ci dice: se per strada incontriamo una signora anziana che è truccata in
maniera estrosa e che è vestita come se fosse una giovinetta, la prima cosa che siamo
portati a fare è ridere. In effetti la signora rappresenta il contrario: ella è il contrario di quello
che noi ci aspettiamo dalla rappresentazione “normale” di una vecchia signora. Il comico
quindi deriva dal sentimento del contrario, che scaturisce quando ci imbattiamo in una realtà
diversa da quella che noi consideriamo normale. Invece l’umorismo deriva dalla riflessione
sul sentimento del contrario: se dopo aver riso ci fermiamo a riflettere sul perché la signora
si presenti in quel modo e riflettiamo sul fatto che ella vuole apparire ancora bella agli altri,
vuole tenere lontana da sé l’idea della vecchiaia intesa come sfiorire del corpo, allora
notiamo che in quella signora non c’è solo qualcosa di comico, ma nasconde la tragicità
della vita. Ciò ci riporta all definzione pirandelliana della poetica: la riflessione sul sentimento
del contrario determina un’analisi della realtà di cui vengono messi in evidenza gli elementi
contraddittori che la caratterizzano. Ogni evento non può essere catalogato nettamente in
qualcosa di ben definito, perché ciascun elemento ha mille aspetti che sono fra di loro anche
antitetici e contraddittori. Caratterizza tutta la produzione, a partire dalle novelle.
Novelle
Moltissime, scritte sopratutto nel primo periodo della sua attività. Le novelle sono sistemate
in una raccolta, “Novelle per un anno”. Esse trattano svariati elementi, ma si possono
dividere in due gruppi: le novelle siciliane e le novelle romane di ambientazione
piccolo-borghese.
Novelle siciliane: ambientate in Sicilia. Ciò ci riporta a Verga, ma sono molto diverse.
L’intento di pirandello è lontano dalla rappresentazione delle leggi deterministiche che
determinano il comportamento all’interno di un contesto sociale: non viene rappresentata la
lotta per la sopravvivenza. Le novelle di pirandello sono molto più vicine a quelle di
d’annunzio: l’ambiente siciliano è descritto come primitivo, in cui vengono fuori
spontaneamente gli istinti primordiali e quasi ferini dell’uomo. Talvolta già inserisce l’uso del
grottesco: ci sono rappresentazioni grottesche he di individui che finiscono quasi per
deformare questi personaggi dandone rappresentazioni iperboliche e paradossali.
La vena del grottesco caratterizza sopratutto le novelle del secondo gruppo: le novelle
romane. In esse viene rappresentato l’ambiente piccolo borghese, che Pirandello vive da
vicino dopo la declassazione. I personaggi rappresentati vivono situazioni paradossali, al
limite della realtà, che servono per mettere in evidenza il meccanismo delle trappole sociali,
che in queste novelle è dato soprattutto dalla famiglia e dal lavoro, considerato alienante,
meschino, così come la famiglia viene rappresentata quasi come la maggiore trappola
sociale: soffocante, che priva l’individuo di qualsiasi libertà.
Il fu Mattia Pascal
Pubblicato nel 1904, prima a puntate su di una rivista letteraria dal titolo “La nuova
antologia” e poi come romanzo.
In questo romanzo sono presenti degli elementi che caratterizzano la poetica dell’umorismo,
quelli più rappresentati sono:
1 LA CRISI DELL’IDENTITÀ e quindi la consapevolezza dello sfaldamento dell’identità
personale;
2 IL RELATIVISMO CONOSCITIVO, ossia l’ideologia secodno cui ciascuno ha una propria
conoscenza della realtà, che deriva dalla proiezione dell’io nell’ambiente circostante. Questo
elemento lo troviamo nell’epsressione del pensiero di Paleari, che esprimerà la
lanterninosofia;
In questo romanzo il protagonista, Mattia Pascal, effettua attraverso la sua esperienza di vita
una sorta di percorso di formazione, attraverso cui raggiunge, al termine del romanzo, la
consapevolezza dell’inconsistenza dell’identità personale. Ciononostante pur avendo
raggiunto la consapevolezza non riuscirà mai a liberarsi dalla forma. Questo percorso di
maturazione sarà poi continuato dal protagonista del secondo romanzo, Vitangelo
Moscarda, che parte nel suo percorso dal punto di arrivo di Mattia Pascal, per cui parte dalla
consapevolezza dell’inconsistenza dell’identità della persona e a sua volta compirà un
percorso evolutivo che lo porterà alla liberazione dalla forma.
Mattia pascal era un giovane che abita in liguria, a Miragno, e appartiene ad una famiglia
benestante. Sembra presentare un po le caratteristiche dell’inetto, in quanto ha trascorso la
giovinezza sperperando le ricchezze del padre e non concludendo nulla. Quando muore il
padre, che lo considera un buonannulla, affida la gestione del patrimonio ad un
amministratore esterno, chiamato Malagna. Egli però si è impossessato delle ricchezze e le
ha sperperate per fini personali: ora mattia pascal vive una declassazione sociale ed
economica e si deve trovare un impiego. Vive la condizione del piccolo borghese, che lavora
ed effettua un lavoro che considera vile e non soddisfacente: è un bibliotecario, in una
piccola biblioteca che si trova in periferia. Ovviamente riserva un grande rancore nei
confronti del malagna, quindi vuole vendicarsi: riesce a sedurre la figlia, Romilda, ma il piano
non va in porto perché romilda aspetta un bambino quindi deve effettuare un matrimonio
riparatore. Lui ora vive una vita che lo intrappola doppiamente. Del resto vive nella stessa
casa con la suocera, che è una presenza molto incombente. Decide di allontanarsi di casa e
di intraprendere un viaggio verso l’America. Durante il viaggio gli capitano due eventi molto
positivi, il primo è una vincita copiosa al casinò di monte carlo, che gli permette di essere
autonomo a livello economico (libero dalla trappola del lavoro), quindi si trova in
“semilibertà”; il secondo evento è scoprire, leggendo un giornale, che lui è morto: la moglie e
la suocera hanno identificato come suo il cadavere di un corpo trovato nel fiume. A questo
punto lui potrebbe approfittarne per liberarsi della duplice trappola sociale: è come se il suo
nome non esistesse più, quindi potrebbe liberarsi anche di esso e condividere quel fluire
continuo, quella trasformazione continua in cui Pirandello vede l’essenza della vita. Ma non
è ancora pronto per essere totalmente libero: vuol liberarsi solo della vecchia vita ma vuole
costruirsene un altra, per cui necessita di un nuova identità. Cade di nuovo nel meccanismo
della trappola: sceglie Adriano Meis e cambia il proprio aspetto. Non capisce che si sta
nuovamente intrappolando tramite la costruzione di una nuova identità. Dopo aver girato un
po’ l’europa e aver vissuto un po al di fuori della vita, non si sente soddisfatto, vuole inserirsi
nel contesto. Lui ora vuole riallacciare i rapporti con il contesto, quindi si stabilisce a Roma e
prende in affitto una camera dal Paleari, che è un uomo-filosofo che ama fare sedute
spiritiche e che ha una concezione tutta sua del mondo, che esprime ad adriano durante i
loro dialoghi. Ben presto adriano si accorge che il suo desiderio non può essere soddisfatto:
non può rientrare nel contesto perché di fatto adriano meis non esiste, è un invenzione,
questa sua identità è fasulla e non gli permette il rientro effettivo. Si innamora della figlia del
Paleari ma non può sposarla, subisce un furto da Papiano, ma non porta denunciarlo e
quindi si rende conto dell’inconsistenza di questa identità che si era costruito e che non gli
permette di rientrare nella vita sociale. A questo punto, proprio perché non riesce a liberarsi
dalla forma e dal sentirsi appartenente ad un contesto, decide di ritornare a vestire i panni di
Mattia Pascal: finge il suicidio di meis e ritorna a miragno, deciso a riprendersi la sua
vecchia esistenza. Quando torna a miragno si accorge che non può più farlo perché ormai la
sua famiglia non esiste più: la moglie si è risposata e ha avuto anche un’altra figlia. Quindi
non può più rivestire i panni di mattia pascal che aveva quella vita e quella famiglia, perché
non esiste più. Si rinchiude nella biblioteca, sta in disparte e vive come un forestiere dalla
vita stessa.
Alla fine il protagonista non è pronto a liberarsi dalla forma. Nelle pagine finali effettua un
colloquio con Don Eligio, che gli chiede cosa ha imparato dalla vicenda, risponde di essere il
fu Mattia pascal. Mattia Pascal non può essere più quello di prima, ma comunque si
definisce sempre tramite un’identità.
Uno, nessuno e centomila
È il romanzo della piena maturazione e viene pubblicato nel 1926. Dapprima anch’esso
viene pubblicato a puntate su di una rivista, “La rivista letteraria”, e poi in un unico volume.
Viene trattato il problema dell’inconsistenza dell’identità della persona, soltanto che qui oltre
al cosiddetto relativismo conoscitivo orizzontale, che è relativo ai rapporti dell’uomo con la
società, c’è il relativismo conoscitivo verticale: l’indagine si focalizza sull’indagine che l’uomo
fa su se stesso. Tutta la prima parte del romanzo infatti è una sorta di monologo interiore
che il protagonista, Vitangelo Moscarda, fa con se stesso quando fin dall’inizio del romanzo
si rende conto di essere uno, nessuno e centomila. Questa consapevolezza determina in lui
una profonda angoscia interiore e lo spinge ad interrogarsi sulla sua identità.
Impianto narrativo
Anch’esso si allontana dagli schemi narrativi del romano naturalista e verista. Anche qui il
narratore è autodiegetico, ma non si tratta di un memoriale: in tutta la prima parte troviamo
un lungo monologo interiore e quindi una riflessione che il protagonista fa con se stesso.
Nella prima parte non sono narrati gli eventi: essa inizia nella seconda parte, anche se
comunque essa non sembra seguire dei fili logici, un po come nella coscienza di zeno.
Abbiamo un tempo che cambia continuamente e quindi una tecnica narrativa innovativa, che
non possiamo paragonare al flusso di coscienza di Joyce ma che comuqnue rompe gli
schemi.
In questo romanzo viene sviluppata la tematica del lavoro ed in particolare Pirandello mostra
la sua posizione nei confronti del progresso tecnologico, che ha dato la meccanizzazione del
lavoro. Questo tema viene affrontato un po’ da tutti, a partire da Leopardi nella Palinodia e
nella Ginestra, poi Verga in malpelo e i malavoglia, poi d’annunzio nel primo libro delle laudi,
Pascoli.
Pirandello lo giudica negativamente in questo romanzo.
A livello di trama, Serafino lavora per questa casa cinematografica e a sera riporta le
vicende avvenute nel set su dei quaderni. La forma del romanzo è quella di un diario.
Il film rappresentato ha due protagonisti: un attore chiamato Aldo Nuti ed un attrice russa,
bellissima, che rappresenta la femme fatale decadente. Di ella si innamorano quasi tutti e
anche l’attore si innamora perdutamente di lei, che però non sembra ricambiare i sentimenti;
Also Nuti e talmente alienato che durante le riprese di una delle scene finali, in cui lui una
pistola con cui dovrebbe uccidere una tigre che sta per assalire una donna, spara alla donna
e viene divorato dalla tigre. Serafino resta impassibile difronte alla scena e continua in
maniera impassibile a girare la manovella e riprendere queste scene. Addirittura resta
ammutolito, si chiude in un mutismo elettivo: decide di non parlare più e trascrive la vicenda
sui suoi quaderni.
Si nota la trasformazione dell’uomo in una macchina, privo di sentimenti: rimane totalmente
indifferente, alimentato del tutto, come se la sfera emotiva e i veri sentimenti fossero spenti;
l’uomo si è trasformato in un automa, in una semplice macchina, che non fa altro che
registrare ciò che accade senza parteciparvi.
ATTIVITÀ TEATRALE
Pirandello si dedica ad essa sopratutto nel periodo della maggiore maturità, perché prima
scrive novelle e romanzi. Il suo teatro all’inizio non ha successo, perché è molto innovativo
quindi non viene subito capito; ha successo dal 1920 quando lui, dopo che la log lie viene
internata, segue anche le tournée delle compagnie teatrali e ha sovvenzionamenti dal
partito fasciata, grazie ai quali il suo teatro ottiene molti consensi.
Il teatro di pirandello può essere definito con due termini: dell’assurdo e del grottesco. Esso
infatti si oppone al teatro a lui contemporaneo che si basava sulla messa in scena del
dramma borghese: era borghese e naturalista, con scene di vita quotidiana che
caratterizzavano il ceto borghese. Si mettevano in evidenza le problematiche che
caratterizzavano le problematiche del ceto: adulterio e problemi economici. Questi elementi
sono ripresi da pirandello, anche se il suo teatro è anti-naturalistico e anti borghese, perché
pur rappresentando questi elementi lo fa in modo iperbolico, paradossale, che rasentano
l’inverosimile (un po’ come le novelle). Non c’è più quindi la verosimiglianza che
caratterizzava prima il teatro. Ricordiamo per esempio “Pensaci Giacomino”: il professor Toti
è un professore che a causa del suo magro stipendio non è riuscito mai a farsi una vera
famiglia ed integrarsi nel contesto borghese; allora escogita un piano attraverso cui cerca di
vendicarsi dello stato che lo ha costretto a vivere questa situazione di marginalità: ormai
vecchio, decide di sposare una fanciulla molto giovane e spinge un suo allievo, Giacomino,
ad avere una relazione adultera con la moglie. Giacomino gli chiede perché e il professore
gli dice “pensaci”: in questo modo lo stato sarà costretto a pagare la pensione di reversibilità
a vita alla moglie e giacomino potrà usufruire di questi soldi che, assieme allo stipendio, gli
garantiranno una vita buona, tanto lui non porterà le corna, ma le porterà la forma
attribuitagli dalla società, ossia il professore. È una vendetta nei confronti dello stato.
Un altro dramma è “Così è, se vi pare”. I protagonisti sono il signor Ponza, la signora Frola e
un’altra donna, di cui non si conosce la reale identità. All’inizio entra in scena il signor
Ponza, che va a vivere in un paesino, affitta una casa molto grande dove vive asse a questa
donna, la cui identità sembra misteriosa, perché il signor Ponza afferma che questa donna è
la sua seconda moglie, quella che lui ha sposato dopo la morte della prima. Nel paesino
Ponza affitta anche un altra casa alla signora Frola, ossia la sua ex-suocera a dire del signor
Ponza. La signora Frola sostiene che quella donna che vive in casa con Ponza e che
nessuno incontra per strada perché non la lascia uscire, in effetti è sua figlia che non è
morta, solo che Ponza è talmente geloso che non vuole che essa abbia contatti con
nessuno, nemmeno con la madre: di tanto in tanto la fa affacciare al balcone per farla
guardare d a lei. Secondo Frola, Ponza e talmente alienato nell’amore e gelosia da essere
impazzito. Ponza afferma che la pazza e la suocera, che è impazzita dopo che la figlia e
morta e che crede che questa donna sia sua figlia, per cui la donna si mostra
condiscendente perché ha pietà di Frola. In paese tutto chiacchierano perché chi è il vero
pazzo? A un certo punto la scena si chiude, proprio quando esce sul balcone questa donna
vestita di nero e coperta da un velo nero. Tutti pensano che rivelerà la sua vera identità, il
che determinerebbe capire chi è il vero pazzo. Invece la donna dice: io sono colei che mi si
crede, ciascuno può pensare di me quello che a ciascuno sembra che io sia, per me io non
sono nessuno.
Il dramma non è risolto, ma si basa sulla crisi dell’identità dell’individuo.
Il dramma pirandelliano però è anche del grottesco, che è la trasposizione della poetica
dell’umorismo all’interno del teatro. I personaggi pirandelliano non hanno ma una struttura
psicologica ben definita, ma sono tutto e il contrario di tutto. Per questo il teatro è del
grottesco, nel senso che è autonomo dai canoni classici del teatro perché è un misto di
elementi contrapposti. Non ci sono buoni e cattivi, ma lo sono contemporaneamente:
l’individuo è fatt da una serie di strati psicologici in continua evoluzione e non è mai ben
definito.