Storia 2
Storia 2
La rivoluzione industriale
La rivoluzione industriale ebbe inizio in Inghilterra tra la ne del '700 e l'inizio dell'800, segnando una trasformazione irreversibile e
radicale del sistema economico-sociale. Da un'economia agricolo-artigianale si passò a un'economia industriale basata sulla fabbrica.
La rivoluzione industriale diede vita alla classe operaia e ai ceti medi. Questo processo ha condizionato tanto le aree sviluppate
quanto quelle arretrate del mondo.
Nonostante abbia dispensato benessere e ricchezze materiali, la rivoluzione industriale non ha sempre garantito quella "felicità"
immaginata da riformatori e utopisti. Il progresso economico e sociale fu accompagnato da profondi squilibri, ma anche da una
mentalità orientata al cambiamento continuo.
L'Inghilterra presentava alcune caratteristiche comuni agli altri paesi europei nel '600: l'economia era prevalentemente agricola,
l'industria tessile si basava su un'organizzazione domestica. Tuttavia, alla metà del '700 l'Inghilterra divenne un paese ricco grazie al
commercio, con una marina potente e un'economia orente e progressiva. Era un luogo caratterizzato da libertà, tolleranza e un
importante sviluppo nei campi scienti co, letterario e tecnologico.
Queste condizioni economiche, sociali e culturali favorirono l'avvio della rivoluzione industriale.
Le peculiarità dell’Inghilterra rispetto agli altri paesi europei risiedevano principalmente nello sviluppo commerciale, nelle
caratteristiche dell’agricoltura, nell’incremento demogra co e nell’organizzazione politica. Nel commercio, nei primi cinquant’anni del
'700, l’Inghilterra consolidò il proprio ruolo su scala mondiale, con un’espansione che, salvo una essione durante la guerra
d’indipendenza americana (1775-83), proseguì no alla ne del secolo. Le esportazioni arrivarono a rappresentare il 15% del reddito
nazionale, circa il doppio rispetto al 1700. Londra divenne il centro dei traf ci e della nanza europea. Il commercio estero ebbe un
ruolo cruciale nella rivoluzione industriale: il controllo del mercato internazionale consentì alle manifatture inglesi un rapido e
conveniente approvvigionamento di cotone grezzo e garantì mercati di vendita per i prodotti britannici.
Nel corso del '700, l’agricoltura inglese subì una rivoluzione agricola. Le terre si concentrarono nelle mani di pochi grandi e medi
proprietari, basate sul lavoro di salariati agricoli. I piccoli proprietari e i contadini autonomi diminuirono, sostituiti da un nuovo ceto
di braccianti. Questo cambiamento, causato dalle enclosures e dalla privatizzazione delle terre comuni, fu accompagnato da
innovazioni tecniche e nuovi sistemi di rotazione agricola, portando a un aumento della produttività e all’estensione delle aree
coltivate. Il miglioramento delle vie di comunicazione e delle strade facilitò il trasporto di materiali pesanti come ferro e carbone,
fondamentali per la rivoluzione industriale.
La rivoluzione agricola sostenne l’industrializzazione soddisfacendo il fabbisogno alimentare di una popolazione in crescita e creando
un mercato interno che sostenne la domanda di prodotti inglesi, specialmente durante le guerre contro la Francia. I braccianti
diventano proletari spostandosi verso la città.
La rivoluzione demogra ca vide la popolazione inglese crescere da 6 a oltre 14 milioni tra il 1740 e il 1830, grazie a matrimoni più
precoci e raccolti favorevoli. Questo aumento fornì manodopera abbondante e a basso costo.
Tuttavia, il vero avvio della rivoluzione industriale fu determinato dalle innovazioni tecnologiche e dal sistema di fabbrica, rese
possibili dalla stabilità politica, dal Parlamento forte e da una società civile dinamica e aperta al progresso.
Il progresso tecnologico
Le invenzioni che caratterizzarono i primi anni della rivoluzione industriale non furono da sole determinanti nel processo di
industrializzazione, ma piuttosto le esigenze produttive ne stimolarono l’introduzione. Secondo l’economista Schumpeter, è
fondamentale distinguere tra invenzioni (scoperta di nuove tecniche) e innovazioni (loro applicazione pratica): è quest’ultima a
rappresentare il vero motore del cambiamento. La rivoluzione industriale segnò il passaggio da scoperte sporadiche a un usso
continuo di innovazioni, che trasformò la percezione comune del progresso come un processo necessario e costante.
I principali cambiamenti tecnologici interessarono le macchine utensili, la generazione di forza motrice e l'estrazione di materie
prime, in particolare carbone e ferro. Nel settore tessile, il rapporto tra invenzione e produzione fu particolarmente evidente:
l’invenzione della navetta volante di John Kay (1733) migliorò il rendimento del telaio e stimolò ulteriori innovazioni come la jenny di
Hargreaves (1765), il latoio idraulico di Arkwright (1769) e il mule di Crompton (1779), portando alla completa meccanizzazione
della latura. Lo squilibrio creato da un eccesso di lati fu risolto con il telaio meccanico di Cartwright (1787), che si diffuse però
lentamente.
Un ulteriore passo fu l’utilizzo del vapore come forza motrice. Prima, l’energia idraulica fornita dalle ruote lungo i corsi d’acqua
limitava la posizione e la produttività delle fabbriche. La macchina a vapore di James Watt (1769) introdusse una forza motrice
costante, alimentata dal carbone, abbondante in Inghilterra. Nel 1800 erano operative 1000 macchine a vapore, che nel 1815
raggiunsero una potenza venti volte superiore.
Le innovazioni dell’epoca risposero a problemi pratici più che a ricerche scienti che. Gli inventori provenivano da contesti diversi:
Hargreaves era tessitore, Kay e Crompton gli di piccoli proprietari terrieri, Arkwright era barbiere, Watt un costruttore di
strumenti di precisione e Cartwright un ecclesiastico. Tra loro, solo Arkwright riuscì a trasformarsi in un capitalista di successo.
Lo sviluppo dell'industria moderna portò profonde trasformazioni nella struttura sociale, sostituendo al concetto di ceto, basato su
nascita e privilegi, quello di classe, de nito in relazione al ruolo svolto nel processo produttivo. In una società formalmente orientata
all'uguaglianza giuridica, il con itto principale si spostò dall'antagonismo tra aristocrazia e popolo a quello tra borghesia, proprietaria
dei mezzi di produzione, e proletariato, costituito da lavoratori salariati.
In Europa continentale, questo dualismo era appena in formazione e oscurato da altri gruppi sociali e con itti. In Gran Bretagna,
invece, imprenditori e salariati dominavano il panorama sociale già dagli anni ’30-’40. La borghesia aveva un ruolo politico di rilievo,
parte dell’aristocrazia si era trasformata in classe imprenditoriale, e la grande fabbrica stava concentrando masse operaie numerose e
organizzate. Nel 1850, in Inghilterra, 3.250.000 lavoratori erano impiegati nell'industria, con oltre un milione nel solo settore tessile.
Le condizioni di vita degli operai rimanevano però durissime: per molti il lavoro in fabbrica rappresentava solo un’alternativa alla fame
o alla carità pubblica. Sebbene le retribuzioni industriali fossero superiori a quelle agricole, la realtà della fabbrica era talmente
opprimente da essere ritenuta inumana persino da molti osservatori dell’epoca.
Da questa realtà derivavano due spinte principali: da un lato, le classi dirigenti cercavano di affrontare la questione operaia, seppur
con soluzioni paternalistiche, come testimoniano le leggi sociali in Gran Bretagna degli anni '30 e '40; dall'altro, cresceva la spinta degli
operai a unirsi e ribellarsi alla loro condizione, favorita dalla vita in grandi unità produttive e dal continuo contatto tra loro. I primi
episodi di ribellione furono segnati dal luddismo, ma negli anni '20 gli operai inglesi, guidati da leader democratico-radicali, iniziarono a
praticare forme di agitazione paci ca (manifestazioni, comizi, scioperi), mescolando rivendicazioni economiche e politiche, lottando
contro leggi che vietavano le associazioni operaie e lo sciopero. Queste lotte portarono al successo della legge del 1824, che
legalizzava le associazioni operaie, e alla nascita delle prime Trade Unions, le basi di un movimento sindacale destinato a crescere.
Nei paesi europei continentali, come Francia e Germania, la formazione del proletariato industriale e delle organizzazioni operaie fu
più lenta. A metà secolo, gli occupati nell'industria erano circa un quarto della popolazione attiva, contro il 50% in Gran Bretagna,
comprendendo anche molti artigiani. Tuttavia, la questione operaia iniziò a farsi sentire anche nei paesi "secondi arrivati", con il
crescente consolidarsi di masse proletarie nelle grandi città. Questo suscitava preoccupazioni sanitarie, timori per l'ordine pubblico e
reazioni moralistiche, poiché nelle periferie operaie proliferavano alcolismo, prostituzione, criminalità e nascite illegittime. Dall'altro
lato, cresceva la consapevolezza che la classe operaia non fosse solo la vittima di un ordine sociale ingiusto, ma anche la protagonista
di un processo rivoluzionario destinato a trasformare l'assetto economico e politico.
Dal 1789 al 1815, l'Europa fu segnata da eventi traumatici, a partire dalla Rivoluzione Francese no alle guerre napoleoniche, che
lasciarono un'impronta profonda sulla politica e sulla struttura sociale. Nei decenni successivi, noti come "età della restaurazione", le
classi dirigenti tentarono di ripristinare le istituzioni e le tradizioni dell'antico regime. Questo tentativo, tuttavia, non fu mai
completamente riuscito e incontrò una forte opposizione. Questo scontro continuò per gran parte del XIX secolo. Fu proprio in
questo periodo che si consolidarono concetti come liberalismo e socialismo (e anche Romanticismo).
Durante il dominio napoleonico, in particolare in Francia e nell'Europa continentale, i poteri dello Stato, il sistema di governo e
l'organizzazione amministrativa raggiunsero livelli elevati di ef cienza. Con l'abolizione dei privilegi della Chiesa e dei ceti, la
codi cazione delle leggi e il rafforzamento della burocrazia, lo Stato acquisì il monopolio della forza legittima. Al contrario, in
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Inghilterra, il percorso verso lo Stato moderno fu caratterizzato dall'assenza di una burocrazia centralizzata e da una mancanza di
codi cazione formale. Il governo del paese era nelle mani delle élite aristocratiche, della "gentry" e della borghesia nascente, che
esercitavano il potere attraverso consolidati meccanismi di patronage.
Nel XIX secolo, al di fuori dell'Inghilterra, lo Stato moderno assunse la forma di uno Stato burocratico-amministrativo, in cui il potere
tradizionale venne sostituito da un sistema legale basato su norme giuridiche, con l'amministrazione che garantiva l'applicazione delle
leggi. I funzionari, formati giuridicamente, vennero selezionati sempre più attraverso criteri impersonali, come i concorsi pubblici.
Paesi come Francia e Prussia introdussero scuole tecniche e militari per formare specialisti.
La statistica divenne cruciale per la gestione dello Stato, con la Francia che, sotto Napoleone, la utilizzò per raccogliere e analizzare
dati su popolazione e economia, creando basi per i censimenti, che divennero strumenti fondamentali di controllo amministrativo.
Con l'espansione della burocrazia e l'affermazione delle istituzioni rappresentative, emerse un con itto con la politica.
L'amministrazione, seppur neutrale in teoria, divenne spesso il braccio operativo dei regimi autoritari.
I sistemi politici
Alla ne del XIX secolo, la costruzione dello Stato moderno coincise con l'inizio dei sistemi politici rappresentativi basati sulla parità
dei diritti civili e politici, e su un parlamento eletto. La Rivoluzione francese trasformò i sudditi in cittadini, e la sovranità non
apparteneva più solo al monarca, ma anche al popolo e ai suoi rappresentanti, come nelle monarchie costituzionali rappresentative.
Nei regimi repubblicani, la sovranità era esclusivamente del popolo.
Lo sviluppo dei sistemi politici fu legato alla creazione di costituzioni, che de nivano il patto che fondava lo Stato come Stato di
diritto, con la separazione dei poteri (esecutivo, legislativo, giudiziario) e la superiorità della legge su privilegi e arbitrio.
In Europa, si alternarono governi costituzionali (dove l'esecutivo rispondeva al sovrano) e governi parlamentari (dove l'esecutivo
rispondeva al Parlamento). La transizione verso il governo parlamentare fu più una prassi politica che una norma scritta.
Un aspetto cruciale fu il dibattito sui sistemi elettorali, tra il principio liberale, che sosteneva un suffragio ristretto basato sul censo, e
il principio democratico, favorevole al suffragio universale maschile. L'antagonismo tra liberali e democratici caratterizzò gran parte
della lotta politica dell'800.
Liberalismo e democrazia
Il liberalismo, nato all'inizio dell'800, non indicava tanto una corrente politica ben de nita, ma una visione del mondo basata sulla
libertà, ispirata dalla cultura illuministica (Locke, Montesquieu) e da esperienze politiche del 600-700 (parlamentarismo britannico,
rivoluzione americana, 1789 francese). Esso si fondava su valori come la tolleranza, la libertà di opinione, la separazione dei poteri e la
difesa dell'individuo contro gli abusi dell'autorità, e si identi cava con i principi di una certa borghesia minacciata dall'aristocrazia e
dalle monarchie assolute.
Il modello istituzionale liberale si ispirava a quello britannico, in cui i diritti fondamentali del cittadino (libertà di pensiero, stampa,
associazione), la proprietà, l'iniziativa privata e il libero commercio venivano tutelati, e in cui il potere centrale era limitato e
controllato da organi rappresentativi, espressi da una élite ristretta, ritenuta più preparata e interessata al buon andamento dello
Stato.
In contrasto, il pensiero democratico (Rousseau, rivoluzione francese) sottolineava la sovranità popolare come governo di tutto il
popolo, con una repubblica come forma ideale di governo e l'assemblea eletta a suffragio universale maschile come mezzo per
esprimere la volontà popolare. I democratici si concentravano sulla libertà "in positivo" e sulla politica come strumento per
raggiungere il "bene comune", mentre i liberali erano più focalizzati sulla protezione dei diritti individuali e sulla limitazione del potere
per prevenire abusi.
La linea divisoria tra liberali e democratici era netta a livello teorico, ma sfumata nella pratica della lotta contro i regimi assolutisti.
Entrambi, infatti, condividevano obiettivi comuni come la costituzione, il Parlamento elettivo e la garanzia delle libertà fondamentali,
che costituivano un terreno comune nella battaglia contro la restaurazione.
Il rapporto tra liberalismo e democrazia viene esplorato da John Stuart Mill e Alexis Tocqueville.
Mill: Partiva dal liberalismo economico inglese, ma criticava l'idea che il mercato risolvesse tutto da solo. Credeva che lo Stato
dovesse intervenire per aiutare i poveri, con riforme sociali come:
- Estendere il diritto di voto (per dare voce a più persone).
- Istruzione obbligatoria (per creare cittadini informati e consapevoli).
- Per lui, libertà individuale e giustizia sociale dovevano andare di pari passo: una democrazia funziona meglio se tutti hanno
opportunità eque.
Tocqueville: Studiò la democrazia americana e la vide come un fenomeno inevitabile. Temeva però i suoi rischi, come la "tirannia
della maggioranza" o un appiattimento culturale. Proponeva di bilanciare la democrazia con istituzioni liberali:
- Separazione dei poteri (per evitare abusi).
- Libertà di stampa (per controllare il potere).
- Autonomie locali (per decentralizzare le decisioni).
- Per lui, la democrazia doveva essere "canalizzata" attraverso regole che proteggessero le libertà di tutti.
L’idea di nazione
Nel primo Ottocento, l'indipendenza nazionale e l'idea di nazione divennero elementi cruciali nella lotta contro l'assolutismo in
Europa. Fino alla ne del 1700, il concetto di nazione era vago e non centrale nella cultura politica: l'appartenenza a una nazione
veniva generalmente dopo quella religiosa o regionale. L'idea che lo Stato dovesse coincidere con una nazione era estranea alla
cultura dell'ancien régime.
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La nazione moderna nacque con Rousseau, il quale concepiva lo Stato come un'espressione di un popolo unito da una volontà
comune. La rivoluzione francese cercò di tradurre questa idea in realtà, mentre le guerre napoleoniche diffusero il concetto di
nazione in tutta Europa. La cultura romantica tedesca dell'800 enfatizzò la nazione come una comunità "naturale", unita da lingua,
cultura e sangue, ponendola come principio basilare dell'organizzazione sociale e politica.
Le due visioni di nazione - quella rousseauiana e quella romantica tedesca - erano molto diverse. In Germania, il movimento
nazionale si caratterizzò per un esclusivismo conservatore, e concepivano lo Stato come un'entità organica e gerarchica. In altri paesi
con una lunga storia unitaria, come la Francia, l'idea di nazione aveva anche una componente cattolica e legittimista.
Nei movimenti nazionali di paesi come Polonia, Grecia, Ungheria e Italia, il sentimento patriottico assunse una forte connotazione
rivoluzionaria, legandosi alle ideologie liberali e democratiche. In questi contesti, il nazionalismo si intrecciava spesso con ideali
sovranazionali.
Dopo la crisi rivoluzionaria e napoleonica, la Chiesa di Roma si chiuse nella difesa della tradizione e dei dogmi, sostenendo
l'assolutismo legittimista. Questo tradizionalismo religioso, nelle sue forme più estreme, sfociò in visioni teocratiche come quelle di
Louis de Bonald e Joseph de Maistre, che propugnavano un assolutismo monarchico basato sul diritto divino dei re. Maistre, in
particolare, sosteneva la sottomissione dei sovrani all'autorità papale.
Accanto a ciò, emersero anche cattolici progressisti, come l'abate Félicité de Lamennais, che inizialmente tradizionalista si convertì
alle posizioni democratiche. Nel 1830, Lamennais, insieme a Lacordaire e al conte di Montalembert, fondò L'Avenir, per promuovere
una riforma della Chiesa lontana dai sogni teocratici.
Il cattolicesimo liberale si diffondeva in paesi come Belgio, Italia, Germania e Irlanda, sostenendo la necessità di proteggere la Chiesa
dal legame con l'ancien régime. Pur non chiedendo la completa separazione fra Chiesa e Stato (come i protestanti), i cattolici liberali
sostenevano che lo Stato dovesse rispettare i diritti della Chiesa e mantenere una legislazione cristiana, pur garantendo libertà
religiosa per le altre confessioni.
Il cattolicesimo liberale, pur moderato, non fu accettato dalla Chiesa cattolica. In un periodo di grandi cambiamenti, la Chiesa temeva
per la sua autorità e il magistero sulle masse popolari. Nel 1832, Papa Gregorio XVI, con l'enciclica Mirari vos, condannò l'apertura
liberale, criticando la libertà di coscienza e di stampa.
Lamennais, ribellandosi alla condanna papale, radicalizzò la sua posizione verso il socialismo cristiano. Altri cattolici liberali evitarono
lo scontro, ma rimasero fedeli alle loro idee.
Nel frattempo, alcuni si impegnarono nel campo sociale: Frédéric Antoine Ozanam, fondatore della Società San Vincenzo de Paoli nel
1833, promosse attività caritative e la solidarietà interclassista, dando origine al movimento del cattolicesimo sociale.
Il pensiero socialista
Nel 1800, con la crescita delle fabbriche e dei lavoratori (proletariato), emersero molte ingiustizie sociali legate al capitalismo, come
lo sfruttamento e le disuguaglianze. Per rispondere a questi problemi nacque il socialismo, che proponeva di superare il sistema
capitalistico basato su pro tto, competizione e individualismo, sostituendolo con solidarietà, uguaglianza e il controllo collettivo della
produzione per soddisfare i bisogni di tutti.
Le idee socialiste si ispiravano anche ai movimenti radicali delle rivoluzioni precedenti, ma si concentravano sui problemi portati
dall’industrializzazione. Due pensatori importanti furono Robert Owen e Claude-Henri de Saint-Simon.
- Owen, in uenzato dagli ideali illuministi, cercò di migliorare la vita dei lavoratori creando fabbriche modello a New Lanark
e promuovendo Trade Unions e cooperative per combattere le dif coltà dei proletari.
- Saint-Simon, invece, immaginò una società in cui tecnici e lavoratori produttivi avrebbero guidato il progresso, eliminando
chi viveva senza contribuire al bene comune (parassitismo). Le sue idee in uenzarono sia il socialismo che altri movimenti
politici.
Negli anni ’30 e ’40 dell’Ottocento, il socialismo si sviluppò soprattutto in Francia, anche se mancava ancora un movimento operaio
organizzato come in Inghilterra. Alcuni pensatori di quel periodo furono:
- Charles Fourier, che proponeva comunità autosuf cienti (i “falansteri”) dove le persone lavorassero in armonia e felicità.
- Etienne Cabet, che immaginò una società completamente collettivista nel suo libro Viaggio a Icaria, utilizzando per la prima
volta il termine "comunismo".
- Auguste Blanqui, che promuoveva la rivoluzione come strumento per dare il potere al proletariato, un’idea che avrebbe
ispirato Marx e Engels.
- Louis Blanc, che proponeva interventi dello Stato per creare “ateliers sociaux” in grado di offrire lavoro ai disoccupati.
- Pierre-Joseph Proudhon, noto per la frase «la proprietà è un furto», sosteneva il cooperativismo e un socialismo senza
Stato.
In Germania, il socialismo iniziò a diffondersi tra intellettuali e artigiani. Nel 1847, la Lega dei Comunisti af dò a Karl Marx e Friedrich
Engels il compito di scrivere il Manifesto del Partito Comunista, pubblicato nel 1848. Marx, losofo, ed Engels, esperto delle
condizioni dei lavoratori, elaborarono il socialismo scienti co, diverso dalle idee utopiche di Saint-Simon o Fourier.
Secondo Marx ed Engels, la storia è caratterizzata da lotte di classe. Nel capitalismo, la borghesia (i proprietari) domina il proletariato
(i lavoratori), ma il proletariato, unendosi, può rovesciare questo sistema e creare una società senza classi né sfruttamento. Nel
Manifesto del Partito Comunista, essi immaginano un mondo in cui il proletariato, dopo aver preso il potere, abolirà le differenze di
classe e lo Stato stesso, realizzando una società comunista.
Anche se il manifesto non ebbe subito un grande impatto, le rivoluzioni del 1848 mostrarono che la classe operaia era ancora debole
e isolata, mentre la borghesia non aveva pienamente raggiunto i suoi obiettivi politici. Tuttavia, queste idee socialiste avrebbero
in uenzato profondamente il futuro dei movimenti operai e delle lotte sociali.
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RESTAURAZIONE E RIVOLUZIONI
Il congresso di Vienna e la Santa alleanza
Con la scon tta di Napoleone a Waterloo nel giugno 1815, si concluse l'era delle guerre rivoluzionarie e napoleoniche, dando inizio
all'età della Restaurazione. Questo periodo mirava a ripristinare l'ordine pre-rivoluzionario in Europa, reinsediando i sovrani
spodestati e riaffermando le gerarchie sociali tradizionali. Tuttavia, il programma restauratore si rivelò in gran parte irrealizzabile,
poiché i profondi cambiamenti sociali e istituzionali degli ultimi 25 anni erano ormai radicati. L'eredità rivoluzionaria e napoleonica, in
particolare nei sistemi giuridici e politici, aveva introdotto principi come l'uguaglianza formale, la certezza del diritto e una burocrazia
razionalizzata, rispondendo alle esigenze della borghesia emergente. La Restaurazione si tradusse quindi in un compromesso tra
vecchio e nuovo, con tentativi di adattare le strutture tradizionali a una società trasformata.
Sul piano internazionale, la Restaurazione trovò maggiore applicazione, soprattutto attraverso il Congresso di Vienna (1814-1815),
che ridisegnò l'assetto europeo. Guidato da Metternich, il congresso vide la partecipazione delle principali potenze vincitrici (Gran
Bretagna, Russia, Prussia, Austria) e, inaspettatamente, della Francia scon tta, rappresentata da Talleyrand. Le decisioni prese a Vienna
segnarono un nuovo equilibrio di potere in Europa, basato su principi conservatori e di stabilità.
Talleyrand, uomo di grande abilità, divenne protagonista al Congresso di Vienna sfruttando i contrasti tra le potenze vincitrici e
difendendo il principio di legittimità, che prevedeva il ripristino dei diritti violati dalla Rivoluzione, incluso il ritorno dei Borbone in
Francia. Le potenze, per evitare nuovi con itti rivoluzionari, scelsero di integrare la Francia monarchica nel nuovo equilibrio
conservatore, mantenendone intatti i con ni del 1791. L'obiettivo del Congresso era cancellare gli effetti della Rivoluzione e creare
un ordine stabile, ignorando i principi di nazionalità e le volontà popolari.
Il nuovo assetto territoriale razionalizzò la geogra a politica europea, eliminando residui medievali come il Sacro Romano Impero. La
Russia si espanse in Polonia, mentre la Prussia acquisì territori strategici nella zona del Reno. Gli Stati tedeschi furono ridotti e
organizzati in una Confederazione Germanica sotto la presidenza austriaca. L'Austria, guidata da Metternich, divenne il fulcro
dell'equilibrio continentale, con egemonia sull'Italia. Belgio e Lussemburgo furono uniti all'Olanda nel Regno dei Paesi Bassi. La Gran
Bretagna, senza pretese territoriali, mirò a mantenere un equilibrio europeo per prevenire nuove egemonie. La penisola iberica e i
Balcani rimasero sostanzialmente invariati.
In Italia, il Congresso di Vienna ripristinò la situazione pre-napoleonica, rafforzando l'egemonia austriaca. L'Austria controllava
direttamente il Lombardo-Veneto e stabilì legami militari e dinastici con altri Stati, come il Regno delle Due Sicilie. Solo il Regno di
Sardegna mantenne una certa autonomia, espandendosi con l'acquisizione della Savoia e della Liguria.
Per preservare l'ordine europeo, le potenze crearono due alleanze: la Santa Alleanza (1815), promossa dallo zar Alessandro I e basata
su principi religiosi, a cui aderirono Austria, Prussia e altri Stati, ma non la Gran Bretagna; e la Quadruplice Alleanza (1815), voluta dal
ministro britannico Castlereagh, che univa Gran Bretagna, Austria, Russia e Prussia per prevenire rivoluzioni e mantenere l'equilibrio.
Questo sistema introdusse una novità diplomatica: collegava l'ordine internazionale a quello interno e istituì consultazioni periodiche
tra le potenze, creando un "concerto europeo". Questo meccanismo contribuì a ridurre le tensioni e garantì all'Europa circa
quarant'anni di pace.
A partire dagli anni '20 del XIX secolo, l'ordine stabilito dal Congresso di Vienna fu minacciato da una serie di moti insurrezionali che
si diffusero rapidamente in Europa, favoriti da una rete di collegamenti internazionali tra i rivoluzionari e da un malessere economico
condiviso. In un contesto in cui il dissenso politico era represso, le società segrete divennero il principale strumento di lotta politica.
Queste organizzazioni, nate nel '700 o durante l'epoca napoleonica, erano utilizzate sia dai rivoluzionari liberali e democratici che dai
reazionari legittimisti per in uenzare governi e corti.
Tra le società segrete più importanti vi era la Carboneria, diffusa soprattutto in Italia e Spagna, ispirata a ideali di costituzionalismo e
liberalismo moderato, e collegata alla Massoneria. Altre organizzazioni, come i Comuneros spagnoli o gli Adel e Filadel in Francia e
Italia settentrionale, avevano un orientamento più democratico. Tuttavia, i con ni tra queste società erano spesso sfumati, poiché
erano interconnesse e strutturate in modo verticistico e clandestino, con membri spesso all'oscuro dei veri obiettivi dei leader.
Alcuni gruppi, come i Sublimi Maestri Perfetti fondati da Filippo Buonarroti, miravano a obiettivi più radicali, come la redistribuzione
delle terre e il socialismo.
Le società segrete attiravano principalmente intellettuali, studenti e militari, in particolare uf ciali formatisi durante l'epoca
napoleonica, che rappresentavano i nuclei più preparati e capaci di minacciare i governi. Nonostante la loro in uenza, queste
organizzazioni rimanevano basate su una base sociale ristretta, con pochi artigiani, popolani o membri dell'aristocrazia liberale. La
loro forza risiedeva nella capacità di coordinare azioni transnazionali e di sfruttare il malcontento diffuso per s dare l'ordine
restaurato.
All’inizio degli anni ’20 del XIX secolo, i militari furono i protagonisti della prima ondata rivoluzionaria in Europa. La rivolta partì dalla
Spagna, dove il malgoverno di Ferdinando VII e la crisi delle colonie latino-americane avevano creato forte tensione. Il 1° gennaio
1820, alcuni reparti militari a Cadice si ammutinarono, costringendo il re a ripristinare la Costituzione del 1812 e a indire elezioni.
Tuttavia, il nuovo regime liberale spagnolo era fragile, osteggiato dal re, diviso al suo interno e privo di sostegno popolare,
specialmente tra i contadini in uenzati dalla Chiesa.
La rivolta spagnola innescò una reazione a catena: nell’estate del 1820, moti insurrezionali guidati da militari scoppiarono nel Regno
delle Due Sicilie e in Portogallo, dove il re Giovanni VI fu costretto a concedere una costituzione. Nel marzo 1821, una rivolta
scoppiò anche in Piemonte. Queste rivoluzioni costituzionali minacciavano l’ordine stabilito dal Congresso di Vienna, portando le
potenze della Santa Alleanza a intervenire militarmente: l’Austria represse le rivolte nel Regno delle Due Sicilie e in Piemonte, mentre
la Francia intervenne in Spagna, ripristinando l’ordine nell’ottobre 1823. Anche in Portogallo, l’esperimento liberale fu presto
soppresso.
Il fronte conservatore uscì rafforzato dalla crisi, mentre i liberali dimostrarono scarsa unità, organizzazione e mancanza di legami con
le masse popolari, evidenziando le debolezze del movimento rivoluzionario.
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1830: la rivoluzione di luglio in Francia
Tra il 1830 e il 1831, l'Europa fu attraversata da una nuova ondata rivoluzionaria, simile a quella del 1820-21 per ispirazione ideale e
forze promotrici, ma con paesi coinvolti diversi. Questi moti, meno estesi e violenti dei precedenti, ebbero però conseguenze più
profonde, soprattutto per il successo della rivoluzione in Francia, che portò alla caduta dei Borbone.
La rivoluzione scoppiata a Parigi nel luglio 1830 fu una risposta al tentativo del re Carlo X e degli "ultras" di limitare le libertà
costituzionali e attuare una restaurazione integrale. Contro questa politica si unirono democratici, intellettuali liberali, la borghesia
nanziaria e parte dell'aristocrazia. Dopo che l'opposizione ottenne una maggioranza alla Camera nel 1827, Carlo X sciolse il
parlamento e cercò un diversivo con la spedizione in Algeria, che però non ebbe l'effetto desiderato.
Nelle successive elezioni, l'opposizione rafforzò la sua posizione, portando Carlo X e il primo ministro Polignac a emanare quattro
ordinanze che sospendevano la libertà di stampa, scioglievano la Camera, modi cavano la legge elettorale e indicevano nuove elezioni,
attuando di fatto un colpo di Stato.
Dopo la pubblicazione delle ordinanze, il popolo di Parigi insorse, scontrandosi con le truppe regie dal 27 al 29 luglio 1830,
costringendo Carlo X a fuggire. Il 29 luglio, le Camere dichiararono decaduta la dinastia borbonica e nominarono Luigi Filippo
d'Orléans, cugino del re deposto, luogotenente del regno. La scelta di Luigi Filippo, sostenuto dai liberal-moderati, mirava a placare le
richieste popolari di rimozione dei Borbone e a contenere il potenziale rivoluzionario delle masse guidate dai repubblicani. Il 9
agosto, Luigi Filippo fu proclamato "re dei francesi per volontà della nazione", reintroducendo il tricolore rivoluzionario e varando
una nuova costituzione che ampliava i poteri del Parlamento e separava Stato e Chiesa.
La rivoluzione di luglio incoraggiò movimenti liberali in Europa. In agosto, il Belgio insorse contro l'annessione ai Paesi Bassi,
ottenendo l'indipendenza grazie al sostegno di Francia e Gran Bretagna durante la conferenza di Londra (1830-31), segnando una
rottura con l'ordine del 1815. In Italia e Polonia, invece, i moti rivoluzionari furono repressi dall'Austria e dalla Russia, senza interventi
esterni, poiché la Francia, ormai moderata, considerò queste azioni come affari interni dei due imperi.
Nel 1848, la Francia fu nuovamente il centro di un moto rivoluzionario. La "monarchia liberale" di Luigi Filippo d'Orléans, pur meno
oppressiva rispetto ad altri regimi europei, era criticata per i suoi limiti oligarchici e la politica ultra-moderata del re e del primo
ministro Guizot. Un vasto fronte di opposizione, che includeva liberali progressisti, democratici, bonapartisti e socialisti, si formò per
chiedere riforme, in particolare il suffragio universale maschile. I democratici, minoritari in Parlamento, organizzarono la "campagna
dei banchetti", riunioni private per promuovere la riforma elettorale.
La proibizione di un banchetto previsto per il 22 febbraio 1848 scatenò la crisi. Lavoratori e studenti parigini organizzarono una
protesta, e la Guardia nazionale, chiamata a reprimere la manifestazione, si unì ai dimostranti. L'intervento dell'esercito aggravò la
situazione, portando a due giorni di scontri violenti con oltre 350 morti. Il 24 febbraio, Luigi Filippo fuggì da Parigi. Lo stesso giorno,
un governo provvisorio fu costituito all'Hôtel de Ville, proclamando la Seconda Repubblica e annunciando elezioni a suffragio
universale per un'Assemblea costituente. Il governo includeva democratici, repubblicani e due socialisti, Louis Blanc e l'operaio
Alexandre Martin (Albert), ri ettendo l'in uenza delle masse popolari e la vocazione sociale della nuova repubblica.
Ecco una spiegazione semplice degli eventi:
Alla ne del febbraio 1848, il nuovo governo provvisorio introdusse due importanti novità: una giornata lavorativa massima di 11 ore
e il "diritto al lavoro", cioè l’idea che lo Stato dovesse garantire un lavoro a tutti. Per realizzare questo obiettivo, crearono gli ateliers
nationaux, progetti pubblici come riparare strade o scavare canali, per dare occupazione ai disoccupati. Tuttavia, questi progetti
costavano molto allo Stato e crearono tensioni tra i repubblicani moderati e i socialisti.
Nelle elezioni di aprile 1848, vinsero i moderati, che esclusero i socialisti dal potere e decisero di chiudere gli ateliers nationaux. I
lavoratori parigini, disperati per la perdita del lavoro, si ribellarono a giugno, ma la rivolta fu repressa con violenza dal generale
Cavaignac: migliaia di manifestanti furono uccisi o arrestati. Questo episodio segnò la ne delle speranze di riforme sociali e spinse la
Francia verso posizioni più conservatrici.
A novembre fu approvata una Costituzione democratica che prevedeva un presidente eletto direttamente dal popolo. Tuttavia, alle
elezioni di dicembre, i conservatori si unirono attorno a Luigi Napoleone Bonaparte (nipote di Napoleone I), che vinse facilmente.
Questo segnò l’inizio della ne della Seconda Repubblica: Luigi Napoleone avrebbe poi preso il potere con un colpo di Stato nel
1851, trasformando la Francia in un impero autoritario. Intanto, la Francia smise di essere il faro delle rivoluzioni in Europa,
alimentando invece paure di caos sociale tra le altre nazioni.
Nel 1848, le rivolte iniziate a Parigi si diffusero in Europa, colpendo l'Impero Asburgico, l'Italia e la Germania. Qui, le tensioni politico-
sociali si mescolavano a rivendicazioni nazionali non risolte dal Congresso di Vienna. A Vienna, il 13 marzo, studenti e lavoratori
insorsero, costringendo alla fuga il cancelliere Metternich, simbolo della Restaurazione. La caduta di Metternich innescò rivolte: a
Budapest (15 marzo),Venezia e Milano (17-18 marzo), Berlino (marzo) e Praga (19 marzo), dove si chiedeva autonomia.
In Ungheria, guidati da Lajos Kossuth, i patrioti crearono un governo autonomo: abolirono il feudalesimo (per ottenere sostegno
contadino), istituirono un Parlamento a suffragio universale e un esercito per l'indipendenza. A Praga, invece, un governo provvisorio
liberale chiedeva più autonomia, ma fu represso dall'esercito (giugno 1848), dimostrando la forza militare imperiale.
L’imperatore, inizialmente costretto a promettere riforme (come il Reichstag a suffragio universale), riuscì a riprendere il controllo: a
luglio, il Parlamento si rivelò inef cace per i contrasti nazionali, e in agosto l’esercito riportò l’imperatore a Vienna. A ottobre, una
nuova rivolta a Vienna fu schiacciata con violenza. L’abdicazione di Ferdinando I a favore del nipote Francesco Giuseppe (dicembre
1848) segnò la svolta: nel 1849, il nuovo imperatore sciolse il Reichstag e impose una Costituzione centralista con suffragio ristretto,
soffocando le rivoluzioni. Nel 1848, le rivolte raggiunsero la Germania: a Berlino (18 marzo), manifestazioni costrinsero Federico
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Guglielmo IV di Prussia a convocare un Parlamento (Landtag). Intanto, in tutta la Confederazione germanica si chiedeva un’Assemblea
costituente per uni care gli Stati tedeschi, incluso l’Austria. A maggio, l’Assemblea si riunì a Francoforte, ma non aveva poteri reali per
imporsi ai sovrani.
In Prussia, il movimento liberale si indebolì: la borghesia, spaventata dalle proteste operaie (estate 1848), appoggiò il re, che a
dicembre sciolse il Parlamento e impose una costituzione autoritaria. A Francoforte, l’Assemblea si divise tra chi voleva una
Germania unita con l’Austria ("Grande Germania") e chi la voleva guidata dalla Prussia ("Piccola Germania"). Nell’aprile 1849,
offrirono la corona imperiale a Federico Guglielmo IV, che la ri utò perché proveniva da una rivoluzione. L’Assemblea fu sciolta a
giugno, segnando la ne del progetto unitario.
Tuttavia vi fu un fallimento generale, a causa delle repressioni militare e delle divisioni interne. Nel 1849, Austria e Russia
schiacciarono le ultime rivolte in Italia, Ungheria e Venezia. I liberali moderati, temendo la rivoluzione sociale, si allearono con i
conservatori, isolando i democratici radicali, privi di sostegno popolare.
Nonostante la scon tta, le rivoluzioni lasciarono eredità importanti: la richiesta di partecipazione politica e l’ideale di nazione
divennero temi centrali in Europa, anche se le soluzioni arrivarono poi con metodi non rivoluzionari (es. uni cazione tedesca guidata
dalla Prussia negli anni successivi).
IL RISORGIMENTO ITALIANO
L’idea di Italia
Nella prima metà dell’800, l’Italia, come altri paesi europei, visse un processo di riscoperta dell’identità nazionale, chiamato
Risorgimento: una rinascita culturale e politica per superare decadenza e dominazione straniera. A differenza di nazioni come Polonia
o Ungheria, l’Italia non aveva mai avuto uno Stato unitario, se non nell’Impero romano. Tuttavia, n dal Medioevo esisteva una nazione
italiana unita da lingua, cultura e religione, idea mantenuta viva da intellettuali come Petrarca, Machiavelli e Al eri. Nel ’700,
l’Illuminismo rafforzò l’aspirazione a un rinnovamento morale, ma senza rivendicazioni politiche concrete.
Tra ne ’700 e epoca napoleonica, i giacobini italiani proposero idee unitarie, ma la dipendenza dalla Francia contraddisse il loro
indipendentismo. L’esperienza del Regno d’Italia napoleonico unì parte del paese, ma fu indebolita dal nazionalismo francese. Dopo la
Restaurazione, l’egemonia austriaca sempli cò per i patrioti la lotta: libertà e indipendenza divennero obiettivi connessi. Tuttavia, i
moti del 1820-21 e del 1830 si concentrarono su riforme costituzionali locali, ignorando l’unità nazionale. Questo fallimento spinse
Mazzini a elaborare una nuova visione, centrata sull’indipendenza e unità italiana come priorità assoluta.
Nella prima ondata rivoluzionaria europea degli anni ’20 dell’800, il Regno delle Due Sicilie e il Regno di Sardegna furono protagonisti.
Nel luglio 1820, a Nola, gli uf ciali carbonari Morelli e Silvati avviarono una rivolta, sostenuta da ex murattiani come Pepe,
costringendo re Ferdinando I a concedere una Costituzione simile a quella spagnola del 1812. La rivoluzione napoletana affrontò
divisioni interne, l’ostilità del re e l’opposizione austriaca. Contemporaneamente, a Palermo scoppiò una ribellione separatista, con
partecipazione popolare e aristocratica, repressa da Napoli in ottobre.
La rivoluzione napoletana ispirò i liberali in Piemonte e Lombardia. In Lombardia, la Federazione italiana (legata alla Carboneria)
mirava a cacciare gli austriaci, ma i moti furono bloccati dall’arresto di capi carbonari come Pellico e Maroncelli. In Piemonte, dopo
contrasti tra democratici e moderati, nel marzo 1821 scoppiò un ammutinamento militare:Vittorio Emanuele I abdicò a favore di
Carlo Felice, con la reggenza di Carlo Alberto. Questi inizialmente concesse una Costituzione, ma, sotto pressione, si unì alle truppe
lealiste e austriache, scon ggendo i rivoluzionari a Novara (aprile 1821).
La scon tta dei moti fu decisa a livello internazionale: il congresso di Troppau (1820) e quello di Lubiana (1821) approvarono
l’intervento austriaco. Ferdinando I, nonostante le promesse, chiese aiuto agli alleati, permettendo agli austriaci di ripristinare
l’assolutismo a Napoli (marzo 1821). In Piemonte seguirono repressioni ed esili, come quello di Santarosa. Le rivolte, prive di
coordinamento unitario, fallirono, segnando una temporanea vittoria della Restaurazione.
Le insurrezioni del 1831 nei Ducati di Modena, Parma e nello Stato Ponti cio scoppiarono in uenzate dalla rivoluzione francese del
1830. Il duca Francesco IV di Modena appoggiò inizialmente la cospirazione guidata da Ciro Menotti, sperando di creare un Regno
nell’Italia centro-settentrionale. Tuttavia, temendo l’opposizione austriaca, tradì i cospirati e fece arrestare Menotti il 3 febbraio 1831.
La rivolta partì comunque il 4 febbraio a Bologna, estendendosi alle Legazioni ponti cie (Romagna, Pesaro, Urbino) e ai Ducati,
costringendo Francesco IV alla fuga.
Rispetto ai moti del 1820-21, queste rivolte coinvolsero maggiormente borghesia e popolo, con proteste contro il malgoverno
papale, soprattutto durante la vacanza del trono ponti cio (in attesa dell’elezione di Gregorio XVI). Fu creato un Governo delle
Province unite a Bologna e organizzato un esercito volontario per marciare su Roma. Tuttavia, divisioni municipaliste (Modena e
Parma mantennero governi autonomi) e contrasti tra democratici (volontà di azione immediata) e moderati (tattica attendista)
indebolirono il movimento.
La Francia non sostenne le rivolte, permettendo all’Austria di intervenire: a ne marzo, le truppe asburgiche occuparono i Ducati e
scon ssero gli insorti a Rimini. Seguì una dura repressione: Menotti fu impiccato, Gregorio XVI condannò molti ribelli a lunghe pene
o all’esilio. Il fallimento evidenziò la mancanza di unità e il ruolo decisivo dell’intervento straniero.
Il decennio 1830-40 in Italia mantenne caratteristiche della Restaurazione. Nello Stato Ponti cio, Gregorio XVI bloccò riforme e
represse rivolte. Nel Regno delle Due Sicilie, Ferdinando II contrastò separatismo e moti. In Piemonte, Carlo Alberto (salito al trono
nel 1831) adottò un governo conservatore ma introdusse riforme istituzionali: Consiglio di Stato consultivo (1831), nuovi codici
civile, penale (1837-40) e commerciale (1843), progressi in istruzione e strade.
In Toscana, Leopoldo II mantenne una gestione tollerante, ma la pressione austriaca limitò la cultura, chiudendo la rivista "Antologia"
(1833). Nel 1839, il primo Congresso degli Scienziati Italiani a Pisa promosse incontri tra intellettuali, favorendo un’opinione pubblica
nazionale, sebbene escludendo temi politici.
Economicamente, l’agricoltura rimase arretrata, tranne in Lombardia e Piemonte. L’industria tessile usava metodi tradizionali. Le
ferrovie iniziarono lentamente negli anni ’40, stimolando economia con banche, porti e commercio. Tuttavia, il ritardo rispetto
all’Europa industriale evidenziò la necessità di un mercato nazionale e un’unione doganale sul modello tedesco, riaccendendo il
dibattito su un assetto politico unitario.
Negli anni ’40, in Italia emerse un orientamento politico moderato, alternativo al conservatorismo e al repubblicanesimo radicale di
Mazzini. I moderati cercavano soluzioni graduali e non violente, conciliando liberalismo, patriottismo e cattolicesimo (visto come
elemento uni cante). Il cattolicesimo liberale, già presente con Manzoni e Rosmini, fu limitato dalla condanna papale del 1832, ma si
espresse attraverso opere storiche e letterarie (Grossi, Cantù, Troya, Balbo), dando vita al neoguel smo, che esaltava il ruolo della
Chiesa nella storia italiana. A questo si oppose il neoghibellinismo anticlericale (Guerrazzi, Niccolini).
Nel 1843,Vincenzo Gioberti pubblicò *Del Primato morale e civile degli italiani*, proponendo una confederazione di Stati italiani
presieduta dal papa e sostenuta militarmente dal Regno di Sardegna. Pur utopistica (data l’opposizione di Gregorio XVI), l’idea
attrasse i moderati: evitava rivoluzioni, valorizzava il cattolicesimo e rivendicava un “primato” italiano basato sul ruolo civile e morale
della Chiesa. Sebbene irrealizzabile, il progetto alimentò il dibattito sull’unità, offrendo un’alternativa patriottica non rivoluzionaria.
Dopo l’opera di Gioberti (1843), il dibattito politico italiano si arricchì di nuove proposte federaliste. Cesare Balbo, nel 1844 con *Le
speranze d’Italia*, suggerì una lega italiana sostenuta dalla diplomazia per ridurre l’in uenza austriaca. Nel 1846, Giacomo Durando
propose in *Della nazionalità italiana* una tripartizione dell’Italia in Stati costituzionali sotto Savoia, Borboni e Lorena. Entrambi,
come Gioberti, puntavano su soluzioni federali moderate, alternative al repubblicanesimo unitario di Mazzini.
Massimo D’Azeglio, critico verso rivolte e malgoverno papale, sosteneva riforme graduali e un eventuale ruolo guida del Piemonte
(*Gli ultimi casi di Romagna*, 1846). Parallelamente, in Lombardia emerse un federalismo democratico: Carlo Cattaneo, attraverso il
*Politecnico*, proponeva una confederazione repubblicana ispirata a USA e Svizzera, con autonomie locali, sviluppo economico e
istruzione, opponendosi sia all’Austria che all’assolutismo sabaudo.
Giuseppe Ferrari, esule a Parigi, unì federalismo a socialismo (in uenzato da Proudhon), collegando indipendenza nazionale a giustizia
sociale. Criticò neoguel e mazziniani, immaginando una rivoluzione europea guidata dalla Francia. Le diverse correnti evidenziarono
tensioni tra moderati (riforme monarchiche) e democratici (repubblica federale), ampliando il dibattito su unità, autonomia e
questione sociale.
Nel 1848, la rivoluzione in Italia ebbe una fase iniziale autonoma rispetto al resto d’Europa. L’obiettivo comune era ottenere
costituzioni basate su sistemi rappresentativi. Il 12 gennaio, la sollevazione di Palermo spinse Ferdinando II delle Due Sicilie a
concedere una Costituzione, alimentando l’agitazione in tutta Italia. Tra febbraio e marzo, Carlo Alberto (Piemonte), Leopoldo II
(Toscana) e Pio IX (Stato Ponti cio) promulgarono statuti moderati, ispirati alla Costituzione francese del 1830. Lo Statuto di Carlo
Alberto (8 febbraio) prevedeva una Camera eletta con suffragio censitario, un Senato regio e un governo dipendente dal re.
Dopo la rivolta di Vienna (marzo 1848), scoppiarono insurrezioni a Venezia e Milano. A Venezia, il 17 marzo, una manifestazione liberò
il democratico Daniele Manin; il 23 marzo fu proclamata la Repubblica Veneta. A Milano, dal 18 al 22 marzo (Cinque Giornate),
borghesi, operai e artigiani combatterono contro gli austriaci di Radetzky, guidati da Carlo Cattaneo. Il 22 marzo, gli austriaci si
ritirarono nel Quadrilatero (Verona, Legnago, Mantova, Peschiera), temendo l’intervento piemontese. Questi eventi segnarono il
passaggio dalla fase costituzionale moderata alla lotta nazionale contro l’Austria.
Il 23 marzo 1848, il Piemonte di Carlo Alberto dichiarò guerra all’Austria, spinto dalla pressione di liberali e democratici,
dall’aspirazione sabauda ad espandersi e dal timore di rivolte repubblicane. Napoli, Toscana e Stato Ponti cio si unirono inizialmente,
ma Pio IX ritirò le truppe il 29 aprile per il con itto con una potenza cattolica, seguito da Toscana e Napoli (quest’ultimo dopo aver
represso una rivolta). Nonostante l’arrivo di volontari come Garibaldi e i toscani di Montanelli (eroici a Curtatone e Montanara),
Carlo Alberto mostrò indecisione, concentrandosi sull’annessione di Lombardo-Veneto anziché sulla guerra, alienandosi gli alleati.
Dopo modesti successi iniziali, gli austriaci ripresero l’iniziativa: a luglio, scon ssero i piemontesi a Custoza, costringendoli alla ritirata.
L’armistizio fu rmato il 9 agosto 1848, segnando la scon tta della prima guerra d’indipendenza.
Dopo la scon tta del Piemonte (1848), solo i democratici italiani e ungheresi continuarono a combattere l’Austria. In Ungheria, lo
scontro divenne una guerra nazionale; in Italia, i patrioti affrontarono battaglie isolate (Roma,Venezia, Toscana, Sicilia), senza
coordinamento o sostegno popolare. Le loro idee di liberazione nazionale e rinnovamento sociale contrastavano con la base ristretta
(borghesia urbana, intellettuali, artigiani), mentre i contadini rimanevano ostili o indifferenti.
Nell’autunno 1848: la Sicilia era controllata dai separatisti con un governo autonomo;Venezia, guidata da Manin, proclamò
nuovamente la Repubblica; in Toscana, il granduca Leopoldo II formò un governo democratico con Montanelli e Guerrazzi. A Roma,
l’assassinio del primo ministro Pellegrino Rossi (novembre 1848) spinse Pio IX a fuggire a Gaeta. Le elezioni a suffragio universale
(gennaio 1849) portarono all’Assemblea costituente, con Mazzini e Garibaldi. Il 9 febbraio 1849, fu proclamata la Repubblica Romana,
abolendo il potere temporale del papa e puntando all’unità italiana democratica.
In Toscana, Leopoldo II fuggì (febbraio 1849), sostituito da un triumvirato (Montanelli, Guerrazzi, Mazzoni). Questi eventi
evidenziarono tentativi di rinnovamento democratico, ma limitati dalla frammentazione e dall’opposizione rurale.
Nel marzo 1849, dopo la scon tta di Novara contro gli austriaci, Carlo Alberto abdicò a favore di Vittorio Emanuele II, che rmò
l’armistizio. I democratici piemontesi, repressi (es. rivolta di Genova), persero terreno. Gli austriaci ripresero il controllo:
schiacciarono Brescia (Dieci Giornate), assediarono Venezia (caduta ad agosto) e occuparono le Legazioni ponti cie. Nel maggio
1849, Ferdinando II riconquistò la Sicilia, mentre la Repubblica Toscana fu sciolta.
La Repubblica Romana, guidata da Mazzini, attuò riforme laiche (con sca beni ecclesiastici, progetto di riforma agraria). Attaccata da
Francia, Austria, Spagna e Napoli, resistette no al 4 luglio, quando fu promulgata la Costituzione (simbolo democratico). Garibaldi
tentò di raggiungere Venezia con volontari, ma la città cadde il 26 agosto, chiudendo la fase rivoluzionaria del 1848-49. La
restaurazione austriaca e papalina segnò la ne delle speranze unitarie democratiche.
Alla metà dell’800, il proletariato industriale crebbe con lo sviluppo delle fabbriche. Gli operai avevano salari leggermente superiori ai
braccianti, ma condizioni di vita precarie (orari lunghi, abitazioni malsane, insicurezza) e contrasti evidenti con il benessere borghese
nelle città. Qui, la perdita dei riferimenti tradizionali (parrocchia, rapporti rurali) favorì una coscienza di classe, spingendo
all’associazionismo per migliorare la condizione operaia.
Le prime associazioni operaie, nate prima del 1848, si concentravano su mutuo soccorso e cooperazione, non su lotte rivendicative.
Dopo le repressioni del 1848-49, questi gruppi si indebolirono. In Inghilterra, le Trade Unions (rafforzatesi dopo il declino del
cartismo) formarono nel 1868 il Trade Unions Congress, base del movimento operaio britannico. In Francia, i pochi gruppi
sopravvissuti seguivano le idee federaliste-anarchiche di Proudhon, adatte a una società ancora artigianale e contadina. In Italia, le
società di mutuo soccorso, in uenzate da Mazzini (contrario alla lotta di classe), coinvolgevano pochi operai in un contesto
industriale quasi assente.
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In Germania, invece, la rapida industrializzazione favorì un forte movimento socialista. Ferdinand Lassalle, leader carismatico, fondò
nel 1863 l’Associazione generale dei lavoratori tedeschi, primo partito operaio nazionale. Pur condividendo con Marx la critica allo
sfruttamento capitalista, Lassalle credeva nella conquista dello Stato borghese tramite suffragio universale, differenziandosi dal
marxismo.
La crescita dell’industrializzazione e il con itto tra proletariato e borghesia portarono alla nascita dell’Associazione Internazionale
dei Lavoratori (Prima Internazionale), fondata a Londra nel [Link] parteciparono rappresentanti operai inglesi, francesi, un emissario
mazziniano per l’Italia e Karl Marx, che redasse lo statuto, sottolineando autonomia proletaria e lotta allo sfruttamento, escludendo i
mazziniani.
L’Internazionale ebbe valore simbolico come riferimento ideale per i lavoratori, ma scarse capacità pratiche per eterogeneità interna
e rivalità. Fino al 1870, si scontrarono socialisti (favorevoli alla socializzazione dei mezzi di produzione) e proudhoniani (cooperative e
autonomie locali). Successivamente, Michail Bakunin, teorico anarchico, oppose alle idee marxiste una visione rivoluzionaria: lo Stato
e la religione erano i principali ostacoli alla libertà. Per Bakunin, abbattere lo Stato avrebbe automaticamente eliminato lo
sfruttamento economico, sostituendolo con un ordine spontaneo senza strutture centralizzate. Le divergenze con Marx (focalizzato
sui rapporti di produzione) segnarono la frattura interna, indebolendo l’organizzazione.
Marx e Bakunin avevano visioni opposte: per Marx, Stato e religione erano "sovrastrutture" dipendenti dall’economia capitalista.
Eliminare il capitalismo avrebbe portato all’estinzione dello Stato, dopo una fase transitoria di "dittatura del proletariato". Bakunin
vedeva invece nello Stato il nemico principale, da abbattere subito con la rivolta armata, senza fasi intermedie. Marx puntava sul
proletariato industriale; Bakunin su tutte le masse oppresse (operai, contadini, sottoproletari).
Il con itto tra marxisti e bakuniniani portò alla crisi della Prima Internazionale. Nel 1872, al congresso dell’Aja, Marx ed Engels
trasferirono la sede a New York, decretando di fatto lo scioglimento (1876). Gli anarchici continuarono, ma l’anarchismo, adatto a
contesti pre-industriali e al ribellismo contadino, perse terreno con l’avanzare dell’industria e l’ascesa di partiti socialisti organizzati. Il
declino fu inevitabile di fronte alla modernizzazione operaia.
Nella seconda metà dell’800, oltre a socialisti e anarchici, anche il mondo cattolico criticò la società borghese e il capitalismo,
opponendosi al laicismo e all’individualismo. Papa Pio IX, dopo le disillusioni del 1848-49, adottò una linea conservatrice: promosse il
dogma dell’Immacolata Concezione (1854) e il culto mariano (come a Lourdes dal 1858). Nel 1864, con l’enciclica *Quanta Cura* e il
*Sillabo*, condannò senza appello liberalismo, democrazia, socialismo e i principi moderni (sovranità popolare, laicità dello Stato,
libertà di stampa), suscitando scandalo anche tra governi cattolici come la Francia.
Nel 1870, il Concilio Vaticano I proclamò l’infallibilità papale in materia di fede e morale, rafforzando l’autorità del papa ma
accentuando l’isolamento della Chiesa, evidente quando nessun Stato europeo intervenne durante l’occupazione italiana di Roma
(1870).
Nonostante il conservatorismo vaticano, emersero correnti cristiano-sociali: in Germania, l’arcivescovo Ketteler promosse leggi
assistenziali, cooperative e mutuo soccorso per i lavoratori. Queste esperienze, sviluppate in Belgio, Francia e Austria, crearono reti
associative cattoliche (unioni di mestiere, casse rurali) che coinvolsero ceti urbani e rurali, ponendo le basi per un movimento sociale
cattolico organizzato.
Negli ultimi trent’anni dell’800, la "seconda rivoluzione industriale" trasformò l’economia capitalistica con nuove tecnologie, settori
produttivi e dinamiche globali. La crisi del 1873, erroneamente de nita "grande depressione", portò a un calo dei prezzi dovuto a
innovazioni che ridussero i costi, mentre produzione e commercio crebbero. I salari reali dei lavoratori rimasero stabili grazie al calo
dei prezzi e alle lotte sindacali.
Il libero mercato declinò: nacquero monopoli come cartelli, trust e holdings, soprattutto in USA e Germania, con banche centrali nel
nanziamento ("capitalismo nanziario"). Gli Stati adottarono protezionismo (dazi doganali), avviato dalla Germania (1879) e seguito
da Russia, Italia, Francia e USA. La Gran Bretagna, fedele al liberoscambio, perse il primato industriale a favore di Germania e USA in
acciaio, chimica ed elettrica, compensando con l’espansione coloniale.
La ricerca di nuovi mercati e risorse alimentò la competizione imperialistica tra potenze, premessa per futuri con itti.
Tra il 1870 e il 1900, invenzioni come lampadina, motore a scoppio, telefono, bicicletta e automobile modi carono la vita quotidiana,
segnando la "seconda rivoluzione industriale". Meno radicale della prima ma più diffusa, trasformò abitudini e consumi su scala
globale. La base fu l’applicazione su larga scala delle scoperte scienti che dell’800, con un legame stretto tra scienza, tecnologia e
produzione. Scienziati come Hertz (onde elettromagnetiche) e Röntgen (raggi X) contribuirono, ma la novità fu l’integrazione
sistematica tra ricerca e industria. Figure come Edison, Siemens, Bell e Bayer unirono scienza e impresa, guidando settori emergenti:
chimica, acciaio ed elettrico sostituirono cotone e meccanica come motori economici, trainando innovazione e produzione di massa.
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Tra il 1870 e il 1900, la produzione di acciaio rivoluzionò l’industria grazie a metodi come Bessemer, Martin-Siemens e Gilchrist-
Thomas, riducendo costi e aumentando la disponibilità. L’acciaio fu utilizzato per ferrovie, navi, macchinari, edi ci (come il Tower
Building di New York, 1889) e monumenti (Torre Eiffel, 1889). Parallelamente, l’industria chimica si diversi cò nella produzione di
acidi, soda, coloranti arti ciali, dinamite (Nobel, 1875), pneumatici (Dunlop, 1888) e bre tessili sintetiche (1889-92). La chimica
applicata permise anche l’estrazione dell’alluminio dalla bauxite (1886).
Nel settore alimentare, tecniche di sterilizzazione, inscatolamento e refrigerazione (anni ’60 in USA) rivoluzionarono la
conservazione e il trasporto, riducendo carestie e garantendo approvvigionamento costante. Questi progressi, legati a scienza e
tecnologia, trasformarono economia, trasporti e vita quotidiana, segnando la seconda rivoluzione industriale.
La seconda rivoluzione industriale ( ne ’800) si basò sul motore a scoppio e sull’elettricità, sostituendo vapore e carbone. Il motore
a combustione interna, sviluppato da Otto (1876, motore a quattro tempi), fu applicato alle automobili da Daimler e Benz (1885,
benzina) e perfezionato da Diesel (1897, motore a nafta). Nonostante la lenta diffusione (produzione di massa iniziata intorno alla
Prima Guerra Mondiale), l’automobile stimolò l’estrazione di petrolio, soprattutto in Nord America, sebbene il carbone rimanesse
dominante per costi inferiori.
L’elettricità, studiata dall’800 (Volta, Faraday), trovò applicazione pratica con la telegra a (1840-50) e, tra il 1860-80, grazie a Gramme,
Siemens, Edison e altri, con dinamo, accumulatori e reti di distribuzione, permettendo illuminazione, riscaldamento e motori elettrici.
Questi progressi segnarono il passaggio a nuove fonti energetiche e tecnologie, pilastri della modernità industriale.
L’invenzione della lampadina a lamento incandescente da parte di Thomas Edison (1879) rivoluzionò l’industria elettrica, creando
una domanda globale di energia e favorendo sistemi centralizzati di produzione e distribuzione. Negli anni ’80 dell’800, nacquero le
prime centrali termiche (alimentate a vapore) in Europa e USA, fornendo elettricità per l’illuminazione domestica, mentre quella
pubblica a gas rimase dominante no al ’900. L’elettricità fu poi applicata a tram, ferrovie e industrie, offrendo una forza motrice
versatile.
Nei paesi poveri di carbone (come l’Italia settentrionale), si svilupparono centrali idroelettriche, sfruttando corsi d’acqua. L’elettricità
modernizzò economia e società, in uenzando illuminazione, trasporti e processi industriali. Invenzioni collegate come telefono
(Meucci, Bell), grammofono (Edison, 1876) e cinema (Lumière, 1895) anticiparono nuove forme di comunicazione e arte, pre gurando
sviluppi nel ’900.
L’UNITÀ D’ITALIA
L’esperienza liberale in Piemonte e l’opera di Cavour
Dopo il fallimento delle rivoluzioni del 1848-49, gli Stati italiani tornarono a regimi autoritari. Lo Stato Ponti cio ripristinò il modello
teocratico-assolutista, mentre il Regno delle Due Sicilie di Ferdinando II intensi cò la repressione, diventando un esempio negativo
per i liberali europei. Il Lombardo-Veneto, sotto controllo austriaco, subì pressioni scali che colpirono imprenditori e ceti popolari.
Il Piemonte di Vittorio Emanuele II mantenne lo Statuto Albertino, nonostante tensioni tra corona e Camera elettiva (a maggioranza
democratica). Dopo il ri uto della Camera di approvare la pace di Milano (1849), il governo D’Azeglio sciolse l’assemblea. Con il
*proclama di Moncalieri*, il re spinse per eleggere una Camera moderata, che approvò la pace. Ciò salvò lo Statuto e permise
riforme: nel 1850, la legge Siccardi abolì i privilegi del clero (tribunali ecclesiastici, diritto d’asilo, censura), allineando il Piemonte agli
standard europei. Questa svolta rafforzò il percorso liberale piemontese, distinguendolo dal resto d’Italia.
Camillo Benso di Cavour, aristocratico piemontese formatosi in un ambiente cosmopolita (in uenzato dalla madre ginevrina),
abbandonò la carriera militare dopo la rivoluzione del 1830 per dedicarsi a studi, viaggi e affari. Liberale moderato, sosteneva un
sistema monarchico-costituzionale con riforme graduali per evitare rivoluzioni, ispirandosi al liberalismo britannico e alla libertà
economica come motore di progresso.
Entrato nel governo D’Azeglio come ministro (1850), divenne presidente del Consiglio nel 1852. Promosse il “connubio” tra centro-
destra (moderati) e centro-sinistra di Urbano Rattazzi, creando una maggioranza di centro che isolava clericali e democratici estremi.
Questo gli permise di attuare riforme economiche e politiche, adottando una linea patriottica e antiaustriaca, unendo pragmatismo e
visione progressista per modernizzare il Piemonte.
L’avvento di Cavour segnò una svolta istituzionale: il governo dipese non solo dal re, ma anche dal sostegno parlamentare. Come
ministro e poi presidente, Cavour promosse libero scambio (trattati con Francia, Belgio, Austria, GB; abolizione dazi sul grano) e
opere pubbliche (strade, canali, ferrovie), stimolando commercio e industria. Nonostante miglioramenti limitati per le classi povere e
l’analfabetismo, il Piemonte preunitario vantava agricoltura avanzata, industria all’avanguardia in Italia, sistema bancario potenziato
(Banca nazionale), rete di trasporti moderna (traforo del Fréjus, iniziato nel 1857) e scambi commerciali doppi rispetto al resto
d’Italia.
Il modello piemontese attirò 20-30.000 esuli (protagonisti del ’48-49, intellettuali), integrati nella classe dirigente locale, divenuta
nucleo della futura leadership nazionale. Cavour dimostrò che libertà e progresso economico erano inseparabili, facendo del
Piemonte il riferimento per i liberali italiani.
Dopo le scon tte del 1848-49, Mazzini continuò a credere in una rivoluzione popolare per l’unità italiana, ma i tentativi insurrezionali
fallirono (es. moto di Milano, 1853), con gravi perdite (impiccagioni di Bel ore). Nel 1853 fondò il Partito d’Azione, cercando
sostegno tra operai e artigiani, ma senza abbracciare il socialismo. Intanto, emersero critiche: alcuni democratici chiedevano maggiore
collaborazione con altre forze, mentre altri, come Ferrari e Pisacane, sostenevano che l’indipendenza richiedeva l’emancipazione delle
classi popolari.
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Nel 1857, Pisacane tentò una spedizione nel Sud (Sapri), ma la mancata adesione dei contadini portò al fallimento e alla sua morte.
Nello stesso anno, Daniele Manin e Garibaldi fondarono la Società Nazionale, sostenendo l’unità italiana sotto la monarchia sabauda
di Vittorio Emanuele II, anteponendo l’obiettivo nazionale a divisioni politiche e localismi. Questo segnò un cambio di strategia, con
l’abbandono dell’insurrezionalismo mazziniano in favore di un’azione coordinata con il Piemonte.
Nei primi anni di governo, Cavour puntò a espandere il Piemonte nel Nord Italia, non all’unità. Nel 1855, inviò truppe in Crimea al
anco di Francia e Inghilterra, ottenendo un posto al Congresso di Parigi (1856). Qui denunciò il dominio austriaco e il malgoverno
papalino e borbonico, presentando il Piemonte come garante di riforme non rivoluzionarie.
Cavour capì che per cacciare l’Austria serviva l’appoggio francese. Sfruttò le ambizioni di Napoleone III e il timore di rivolte
mazziniane. Nel 1858, l’attentato mazziniano di Felice Orsini a Napoleone III, sebbene fallito, spinse l’imperatore a sostenere la causa
italiana: Orsini, prima di essere giustiziato, scrisse lettere esortando Napoleone a sostenere l’indipendenza. Così, Napoleone, già
interessato a ridurre l’egemonia austriaca, vide nell’alleanza col Piemonte un modo per prevenire rivolte e espandere l’in uenza
francese.
Nel luglio 1858, Cavour e Napoleone III stipularono segretamente a Plombières un’alleanza contro l’Austria, prevedendo la divisione
dell’Italia in tre regni (Nord sotto i Savoia, Centro, Sud) e una confederazione presieduta dal papa. Per scatenare la guerra, Cavour
provocò l’Austria, che inviò un ultimatum al Piemonte nell’aprile 1859. Le vittorie franco-piemontesi a Magenta, Solferino e San
Martino spinsero Napoleone III a rmare l’armistizio di Villafranca (luglio 1859), cedendo solo la Lombardia al Piemonte e
mantenendo il Veneto austriaco. Cavour si dimise.
Intanto, insurrezioni moderate in Toscana, Ducati e Legazioni ponti cie (aprile-giugno 1859) portarono alla fuga dei sovrani e alla
formazione di governi provvisori lo-piemontesi. Tornato al governo nel 1860, Cavour negoziò con la Francia: in cambio di Nizza e
Savoia, ottenne l’annessione di Toscana, Emilia-Romagna e Ducati tramite plebisciti (marzo 1860), che approvarono l’unione al
Piemonte. Questo consolidò l’espansione sabauda, nonostante la delusione per Villafranca.
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